loader
menu
© 2022 Eddyburg
Sandro Roggio
In Sardegna avanza il deserto. A rischio un comune su cinque
9 Agosto 2014
Post 2012
«La bassa densità di popolazione cala a picco in più parti, e in assenza di presìdi sarà prossima allo zero in vaste aree. Eppure proprio questo carattere, l'estensione di tanta natura, si poteva volgere a vantaggio, bastava crederci in un moderno disegno di crescita agropastorale quando lì c'erano ancora energie».

«La bassa densità di popolazione cala a picco in più parti, e in assenza di presìdi sarà prossima allo zero in vaste aree. Eppure proprio questo carattere, l'estensione di tanta natura, si poteva volgere a vantaggio, bastava crederci in un moderno disegno di crescita agropastorale quando lì c'erano ancora energie». La Nuova Sardegna, 8 agosto 2014 (m.p.r.).

Se facessimo oggi una fotografia per sapere com'è distribuita la popolazione nell'isola, risalterebbe quella grande area centrale spopolata. Perché in questi giorni siamo quasi tutti – abitanti e turisti – concentrati ai bordi. E stanotte a Semestene, a Soddì o a Baradili – tra i piccoli comuni sempre più piccoli – si conteranno meno presenze di quelle registrate in un medio albergo vista mare.

Poco cambierà nelle altre stagioni: per Semestene – 160 abitanti, circa 650 alla fine dell'Ottocento – non ci sono speranze di lunga vita nonostante l'orgoglio civico esibito nel sito del Comune. Secondo la diagnosi del demografo stanno male almeno 70 paesi sardi, tutti in aree interne, la metà dei quali si svuoterà nell'arco di un trentennio (fonte RAS 2013). Elementare: se non ci nasce nessuno e qualcuno ogni tanto ci muore o se ne va, saranno le case vuote a documentare la magica secolare resistenza di quel centro, abitato da chissà quante generazioni.

Ormai più che un trend circoscritto a qualche caso disgraziato, è il ribaltamento dell'antico ordine che ancora nel secolo scorso sembrava congenito. Motivo di sconforto per Vittorio Amedeo II che fantasticava sulla Sardegna militarizzata prima di sapere dei suoi lidi sguarniti, dai quali si tenevano alla larga i 300mila abitanti.

La bassa densità di popolazione (67 ab/km²) cala a picco in più parti, e in assenza di presìdi sarà prossima allo zero in vaste aree. Eppure proprio questo carattere, l'estensione di tanta natura, si poteva volgere a vantaggio, bastava crederci in un moderno disegno di crescita agropastorale quando lì c'erano ancora energie. Ma sembrava tempo perso assistere contadini e pastori disarmati, meglio investire ingenti risorse nei programmi di poli industriali (Il Sole24ore ha stimato che per Ottana si sono spesi 6 miliardi di euro). Sembrava tanto facile, la palingenesi della chimica che ci avrebbe fatto dimenticare la grama vita nei campi.

È andata così. E cosa c'è di più tragico della scomparsa di un comune su cinque, in una regione con indici di disagio altissimi? Non è imminente come quando si annuncia la chiusura di una fabbrica. Quindi nessun corteo o scalate di campanili, e neppure l'onore di una task force che si invoca per ogni contrattempo.

Ci aspetteremmo un piano adatto all' emergenza: un terzo del territorio regionale è a rischio di tenuta e non basta dire che occorre “fare sistema” – l'auspicio molto evasivo in voga da un po' di anni. C'è, evviva, il progetto di Fabrizio Barca (presentato a Ales e a Teti) e vedremo se ce la farà ad atterrare prima che sia tardi.

Per tenere su il morale si sovrastimano suggestive previsioni (immigrati che prima o poi si compreranno le case vuote in Goceano o in Marmilla, flussi di vacanzieri a caccia di conferme dei pittoreschi racconti sulla “Sardegna vera”, o sedotti, in caso di disfatta, dallo spettacolo delle ghost town).

Vista dalle spiagge questa rarefazione è incomprensibile. Difficile spiegarsi il deserto che avanza da chi, immerso nella sfrenata densità di cose e persone, combatte per trovare posto a un ombrellone o un tavolo in pizzeria. In fondo la disgrazia sta pure in questo divorzio, nella doppia faccia dell'isola, come la spiegano i valori di mercato: due metri quadri di veranda nelle riviere vip costano quanto una casa a una quarantina di chilometri.

Un insostenibile squilibrio, la Sardegna che balla per due mesi divorando paesaggi, e la Sardegna che stenta a sopravvivere. E non potrà farcela da sé, senza un progetto speciale e molte risorse, (più di quelle previste nel Programma di sviluppo rurale finanziato dall'Europa). Serve una “grande opera” finalizzata a rinnovare le ragioni per abitarle quelle terre in crisi, moltiplicando il sostegno al lavoro di agricoltori e allevatori industriosi, potenziando i servizi, non eliminandoli. È il presupposto per mantenere e attrarre abitanti. Ci conviene e non ci sono scorciatoie.

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg