loader
menu
© 2022 Eddyburg
Emilio Radon
In 20 mila contro i soldati americani a Vicenza
3 Dicembre 2006
Articoli del 2006-2007
Il successo della iniziativa contro la base USA. “Tutte le anime della sinistra riunite in una manifestazione festosa e pacifica”. Da la Nuova Venezia del 3 dicembre 2006

VICENZA Più che pacifici, Abele al confronto è un attaccabrighe, persino i gramigni del Gramigna erano gentili e vellutati come un prato inglese. Salvo i petardi di prammatica tirati sulla recinzione dell’aeroporto Dal Molin e gli sputi di ordinanza alla divisa, la manifestazione di Vicenza è stata ordinata, pacifica e persino festosa. Onore al carabiniere che si detergeva la visiera con la mano destra, la sinistra sul lancia fumogeni, per la gentilezza usata nell’arretrare allontanandosi dalla recinzione e per la compassione politica mostrata nel sapere che dava fastidio a vista: la nazione della pace scesa ieri in piazza a Vicenza contro il raddoppio della base americana Ederle ha messo in campo tutte le sue eterogenee componenti, dalla cattolica alla comunista, dalla verde-no global alla diessina passando per le sfumature anarchiche e centrosociali, ognuna delle quale inconfondibili.

Stili e fede condividevano il lungo corteo che da viale della Pace (grosso modo dove sorge l’attuale Ederle) per otto chilometri si è snodato attraversando il centro cittadino fino a raggiungere Lobbia, il paese che fa da confine al lato più esterno del Dal Molin.

Qualcuno giura di aver visto una croce uncinare tra le bandiere nere degli anarchici, ma non è sicuro e, se anche fosse, persino l’occasionale passaggio dato a dei nazi-antiamericani non dimostra niente se non il fatto scontato che l’ecumenismo pacifista, nel momento in cui si esercita, deve pagare i suoi prezzi: il più evidente è l’antiamericanismo, antifona comune a tutti gli slogan, nota di fondo e humus psicologico di ogni cuore weapon-free che ha sfilato ieri.

Il sindaco Hullweck sbagliava, temeva la discesa dei fantomatici black-bloc del G8 genoano, ma al Brennero non s’è visto niente e tutta l’apprensione dell’amministrazione comunale si è risolta il giorno della vigiglia con la lite tra il primo cittadino che non voleva il corteo in città e il prefetto Rotondi che lo autorizzava. Uno a zero per il prefetto.

Città blindata, ma con decoro, ottimo il servizio d’ordine della Cgil che ha offerto il meglio dell’antica sapienza stringendo i no-global in un panino di sindacalizzati a prova di bomba.

Anche i Comunisti italiani di Diliberto hanno fatto in modo di risparmiare al loro segretario la brutta figura di tre settimane fa a Roma quando tre soldati vennero bruciati in effige, un americano, un inglese e un italiano. Non si sono nemmeno sentiti gli osanna a 10-100-100 Nassiriya.

Non voleva essere la risposta al Berlusconi di Roma, ma un contrappunto sì, se non altro per gli orari coincidenti e la rappresentazione grossier che vien fuori di due etnie, italiane entrambe ma abitanti su differenti pianeti.

Gli osservatori imparziali parlano di 20 mila persone, i più coinvolti di 40-50 mila, un successo comunque, costruito tenendo fuori le motivazioni più locali ostili all’allargamento americano (viabilità nel caos, profilo urbano deturpato, etc.) per prediligere quelle politiche ed ideologiche: di fatto la manifestazione era contro il Dal Molin non più di quanto poteva essere contro gli americani in Iraq e gli israeliani a Gaza; slogan e bandiere gloriavano la lotta dei palestinesi e la «resistenza» dei tagliagole islamici in Mesopotamia.

Anche qui solo e a causa di una distorsione percettiva dovuta alla supremazia vocale dei più estremisti, gli unici che strillavano gettando un’indebita omologazione sulla stragrande maggioranza dei manifestanti tra cui erano evidenti solidi e sobri padri di famiglia operaia, fervidi e schivi cattolici, giovani delle superiori in cerca di aggregazione e comunisti sentimentali, tanti questi, sopravvissuti alle dure repliche della storia e per questo malinconici.

Il professionismo era rappresentato da Paolo Cacciari, Luca Casarini e Max Gallob, consolidati manifestatori; ma a un tiro di slogan c’eranol’ex-lighista Renato Rocchetta assieme alla leghista vicentina «rinnegata» Franca Equizi con il consigliere circoscrizionale verde Olag Jackson, figlio di marine americano ed esso stesso dimostrazione di un ben riuscito melting-pot berico-texano.

L’antipatia per lo zio Sam, quello che ti guarda dai muri e ti dice «I want you», ha a Vicenza la sua variante americana o, come dicono a casa loro, liberal.

Tom, per esempio, gestore di un bread & brekfast dalle parti di Ponte Pusterla, e i suoi amici radical di Seattle e bostoniani dell’est più europei di un europeo.

Nel campetto di Lobbia i comizi sono stati aperti da un saluto di un indio Mapuche della Patagonia membro della comunità che lotta contro Benetton per le terre che l’industriale ha comprato levandogliele da sotto in piedi che neanche Pizzarro. Sono seguiti gli interventi dei Comitati cittadini che formano l’assemblea permanente contro l’ampliamento della base: il Comitato di Caldogno, quello di Sant’Antonino (il più vicino al Dal Molin) e quello cittadino di Vicenza. Ha parlato anche Luca Casarini per i Centri Sociali del Nordest, Arci Giovani, Rdb-rappresentanze di base Cobas, una rappresentante del Movimento Anarchico piemontese No-Tav, dei partiti Prc e Verdi.

Presenti pr l’Unione le parlamentari Luana Zanella (Verdi), Lalla Trupia (Ds) e Laura Fincato (Margherita).

Per dire del multiuso c’era anche Luciano Mazzolin (Prc), portavoce dell’assemblea NoMose contro le dighe mobili nella laguna di Venezia: «Siamo anche qui - ha detto - ad esprimere solidarietà contro la gestione privatistica del territorio, a Venezia come a Vicenza». Il Gramigna ha irriso a Bertinotti e Diliberto, quest’ultimo definito «servo dei padroni, prima scende in piazza, poi voti le missioni».

Giovanni di Castelfranco, classe 1942, alpino di leva nel 1965, sostiene che «il cappello si porta sempre (il suo ha la bandierina arcobaleno), caso mai è la clava delle armi che va riposta. Non serve più».

L’aria è rilassata, Bonck (ce l’ha scritto sulle falangi come Jacky nei Blus Brothers quando esce dal carcere) riprende i carabinieri con il cellulare.

Due skin-head, rasati e borchiati come si deve, allontanano da sé il sopetto che li vuole a destra spiegando che sono i discendenti inglesi di una lunga storia, sempre di sinistra, da quando i Rude Boys fecero pace con i Mods e la guerra dei figli della Jamaica con i fighetti Wasp della Britannia finì. Ma questo è secondario. Richiesti dei nomi rispondono: «Io Adolf, lui Hitler».

ARTICOLI CORRELATI
16 Agosto 2009
25 Novembre 2008

© 2022 Eddyburg