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Paolo Berdini
Il punto di vista del cemento
18 Settembre 2014
Post 2012
«Allo sblocca Ita­lia biso­gna poi aggiun­gere il dise­gno di legge in mate­ria urba­ni­stica del mini­stro Lupi dove si evita fur­be­sca­mente di com­piere il bilan­cio della crisi edi­li­zia pro­vo­cata da venti anni di dere­gu­la­tion».

«Allo sblocca Ita­lia biso­gna poi aggiun­gere il dise­gno di legge in mate­ria urba­ni­stica del mini­stro Lupi dove si evita fur­be­sca­mente di com­piere il bilan­cio della crisi edi­li­zia pro­vo­cata da venti anni di dere­gu­la­tion». Il Manifesto, 18 settembre 2014

I dati Osce affer­mano che la crisi eco­no­mica ita­liana è la più grave tra i paesi del G7. Mar­tedì scorso il pre­si­dente del con­si­glio ha ripe­tuto in Par­la­mento che ser­vono mille giorni per vedere i risul­tati delle riforme annun­ciate. Ma nel campo della città e delle grandi opere Renzi ha già legi­fe­rato accet­tando il punto di vista della grande pro­prietà edi­li­zia, delle imprese e dalla finanza spe­cu­la­tiva. Tutte le riforme ver­ranno in futuro, ma il cemento ha evi­den­te­mente la prio­rità su tutto e si per­pe­tuano le poli­ti­che che hanno pro­vo­cato la crisi che attraversiamo.

Molti arti­coli sono infatti indi­riz­zati alla costru­zione di stru­menti finan­ziari come i pro­ject bond, alla defi­sca­liz­za­zione del pro­ject finan­cing, al poten­zia­mento del brac­cio ope­ra­tivo della grande sven­dita del patri­mo­nio immo­bi­liare, e cioè Cassa depo­siti e pre­stiti. Una serie impres­sio­nante di commi scritti su misura dei tanti appe­titi spe­cu­la­tivi. Il decreto con­tiene, tra tanti, cin­que errori cata­stro­fici. Il primo di aver ulte­rior­mente sem­pli­fi­cato (art. 17) le moda­lità per ese­guire i lavori edi­lizi. Sto­ria vec­chia. Nel 2009 quando approvò il Piano casa che si basava sulla stessa filo­so­fia di abo­li­zione di tutti i con­trolli, Ber­lu­sconi affermò che il prov­ve­di­mento avrebbe fatto aumen­tare il Pil di 4 o 5 punti. Da allora è ini­ziata la crisi del set­tore. Non è dun­que que­stione di sem­pli­fi­ca­zioni: siamo den­tro una crisi strut­tu­rale e con­ti­nuare sulla stessa strada signi­fica illu­dere il paese.

Seconda que­stione. Pur di per­met­tere nuove spe­cu­la­zioni nel decreto (sem­pre art. 17) si per­mette a chi rea­lizza un nuovo quar­tiere di rea­liz­zare le opere di urba­niz­za­zione per “stralci”. Un pezzo di strada, forse. O mezzo mar­cia­piede. Chi ha scritto quella ver­go­gna dovrebbe vedere come ope­rano le pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni nelle città euro­pee: prima si com­ple­tano le urba­niz­za­zioni e poi si costrui­scono le case. In Ita­lia ci sono le peri­fe­rie più oscene d’Europa ed ora si pre­miano i responsabili.

C’è poi la ulte­riore sem­pli­fi­ca­zione delle pro­ce­dure di valo­riz­za­zione e di ven­dita degli immo­bili dello Stato (art. 26). In que­sto caso la novità è che i comuni pos­sono indi­vi­duare gli edi­fici pub­blici da valo­riz­zare di qual­siasi ammi­ni­stra­zione sta­tale. Il patri­mo­nio di tutti gli ita­liani viene messo in mano alle lobby locali: a ven­derlo ci pen­serà CDP e la sua società immo­bi­liare Sgr, ema­na­zione della cul­tura di JP Mor­gan.

Il quarto errore è di non aver ridotto l’elenco delle grandi opere. Molte di esse sono state inse­rite per le pres­sioni di mini­stri, di ammi­ni­stra­tori locali e lobby: basta leg­gere le istrut­to­rie del Mose e degli altri scan­dali per com­pren­dere come fun­zio­nava il sistema. Con que­sto sistema le opere «di inte­resse nazio­nale» sono diven­tate 348 e non è certo colpa della «buro­cra­zia» se non si rea­liz­zano. Sono troppe, e spe­cie in un periodo di crisi occor­re­rebbe con­cen­trarsi su quelle dav­vero impor­tanti e can­cel­lare opere utili solo agli affa­ri­sti che le hanno inven­tate. Il decreto Renzi non mette mano a que­sta esi­genza di mora­liz­za­zione e con­ti­nue­remo a sve­narci per ali­men­tare il ver­mi­naio che ha distrutto l’Italia.

L’ultimo pila­stro del decreto è, inu­tile dirlo, l’ulteriore can­cel­la­zione della tutela pae­sag­gi­stica: la cemen­ti­fi­ca­zione del paese deve con­ti­nuare ad ogni costo.

Allo sblocca Ita­lia biso­gna poi aggiun­gere il dise­gno di legge in mate­ria urba­ni­stica del mini­stro Lupi dove si evita fur­be­sca­mente di com­piere il bilan­cio della crisi edi­li­zia pro­vo­cata da venti anni di dere­gu­la­tion. Ma Nomi­sma ha sti­mato che esi­stono 700 mila alloggi nuovi inven­duti: siamo in sovra­pro­du­zione e da que­sto ele­mento deriva la crisi. La pro­po­sta cerca invece di favo­rire la costru­zione di nuovi quar­tieri. Non è un caso. Vezio De Lucia insi­ste sul nodo del 1963, quando l’inaudita cam­pa­gna di stampa con­tro la riforma urba­ni­stica di Fio­ren­tino Sullo com­bat­tuta con lo slo­gan «vogliono togliere la casa a otto milioni di capi­fa­mi­glia», impedì all’Italia di diven­tare un paese moderno. Quel blocco di potere con­ti­nua a tenere in ostag­gio l’Italia: costruire altri quar­tieri pro­vo­che­rebbe una ulte­riore sva­lu­ta­zione delle case degli ita­liani. Sono Lupi, Renzi e la grande pro­prietà fon­dia­ria che vogliono ven­dere dav­vero le case ai 18 milioni di capifamiglia.

I prov­ve­di­menti sulla città e sulle grandi opere sono l’unico caso in cui Renzi non ha fatto pro­messe ma ha spo­sato la cul­tura Ber­lu­sco­niana, altro che cam­biare verso. La maglia nera che l’Ocse ci ha asse­gnato deriva dall’anomalia sto­rica ita­liana di non aver rego­lato i conti con la ren­dita immo­bi­liare. È ora di can­cel­lare que­sto ritardo, solo così potremo pen­sare di libe­rare risorse eco­no­mi­che oggi bloc­cate nella spe­cu­la­zione immo­bi­liare. E, soprat­tutto, difen­dere dalla sven­dita il patri­mo­nio immo­bi­liare di tutti gli italiani.

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