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Roberto De Marco
Il problema sismico in Italia
13 Giugno 2009
Terremoto all'Aquila
L’analisi di un profondo conoscitore del tema su come si possa intervenire per limitare i danni del rischio sismico. E’ un percorso complesso e oneroso, ma occorre iniziare subito. Scritto per eddyburg, 21 aprile 2009 (m.p.g.)

Il terremoto è senza dubbio, per la severità e la globalità del suo impatto, l’evento di origine naturale più disastroso. Alcuni numeri e qualche considerazione consentono di delineare le dimensioni del problema che tale evento rappresenta per il paese: 30mila terremoti nell’ultimo millennio, oltre 200 dei quali assolutamente distruttivi, un’impressionante sequenza di eventi causa, solo nel’900, di 120.000 vittime. Anche in termini economici è un fenomeno devastante: 75 miliardi di Euro è stato valutato l’ammontare, probabilmente sottostimato, delle risorse impegnate nell’ultimo quarto di secolo per la ricostruzione.

I terremoti di minore intensità che hanno colpito il Paese in questi ultimi decenni hanno impegnato quantità di risorse relativamente più contenute, ma hanno segnato un incremento percentualmente molto consistente rispetto agli standard precedentemente seguiti nel valutare e risarcire il danneggiamento. Insomma, il post terremoto-costa sempre di più (e non sempre a causa di una migliore qualità degli interventi); questo vuol dire che se ci trovassimo di fronte ad un altro terremoto dell’Irpinia, che da solo assorbì oltre 30 miliardi di Euro, sarebbe davvero un problema complesso risolverlo con le stesse logiche risarcitorie dell’ultimo più piccolo evento (per esempio San Giuliano di Puglia). Sempre più, quindi, l’ammontare delle ingenti risorse per la ricostruzione diviene comparabile con quanto necessario per l’avvio di una diffusa ed incisiva azione di prevenzione che consentirebbe di limitare i danni ma, soprattutto, determinerebbe le condizioni per subire un minor numero di perdite di vite umane.

Per il terremoto dell’Aquila si apre ora il problema della ricostruzione; prime valutazioni del danno economico cominciano a circolare e a preoccupare. La prima individuazione dei comuni terremotati, nel numero di 49, è stato preannunciato che potrà essere integrata e, come sempre è successo, le isosiste (linee che racchiudono aree di pari intensità dell’evento) del terremoto corrono il rischio di diventare qualcosa di elastico, in grado di essere tirate da una parte e dall’altra, e con esse i maggiori costi della ricostruzione.

In questi tragici giorni si è ripetuto fino allo sfinimento che questo è un paese a elevato rischio sismico. Si è detto molto anche riguardo alla altissima vulnerabilità del nostro patrimonio edilizio, soprattutto quello più vecchio, per caratteristiche tipologiche e costruttive degli edifici che costituiscono i circa 22mila centri storici, ben oltre la metà dei quali situati nei comuni ad alto rischio.

La vulnerabilità riguarda, oltre le abitazioni, anche un insieme di altri oggetti presenti sul territorio: il sistema infrastrutturale, quello industriale e produttivo, le reti dei servizi; persino quegli edifici che sono stati individuati come strategici ai fini di protezione civile non sono in gran parte costruiti “a prova di terremoto”. E poi ci sono l’edilizia illegale, cioè abusiva, e le costruzioni fatte ignorando la legalità, disattendendo le norme edilizie o, più semplicemente, rubando. L’Italia ha anche una forte esposizione, determinata dall’alta densità di popolazione, soprattutto quella associata alle criticità del sistema urbano di molte grandi città. Infine, la diffusa presenza di un enorme patrimonio storico, artistico e culturale che non è nemmeno solo un patrimonio “nostro” ma piuttosto dell’umanità, che non riusciamo a proteggere. L’evento del ’97 in Umbria e Marche, di intensità comunque limitata, ha fortemente danneggiato circa 600 chiese e, emblematicamente, la basilica di S. Francesco d’Assisi, mettendo in evidenza proprio il problema della conservazione e tutela del patrimonio culturale, per nulla protetto dall’impatto del terremoto. Il 6 aprile a L’Aquila le cose son andate nello stesso modo.

A fronte di questa sintetica ma sufficientemente sconfortante rappresentazione delle dimensioni e delle specificità del problema sismico in Italia, l’unico momento in cui tutti vogliono parlare di terremoto, quello dopo l’ultima catastrofe, non pare offrire spunti confortanti circa la determinazione espressa sul piano politico-istituzionale. Tale determinazione dovrebbe esprimersi nel lungo periodo, indispensabile per impegnare su un concreto programma di azione chi possiede le necessarie competenze, e dovrebbe essere gestita con quella logica oggi desueta che si chiama continuità dell’azione amministrativa, che vorrebbe significare un certo grado di indipendenza nei confronti dell’avvicendarsi dei livelli di governo di questo paese. Cosa, questa, poco vista in passato e mai in questa seconda Repubblica.

E’ d’altronde illusorio che la questione, possa essere affrontata mettendo in campo un solo strumento. Dalle pagine dei giornali e dai teleschermi, come dopo ogni terremoto, arrivano tranquillizzanti annunci circa l’immediata entrata in vigore della nuova normativa sismica e dei nuovi criteri di classificazione del territorio, senza tuttavia spiegare che si tratta di norme e criteri che sostanzialmente andranno ad incidere solo sulle nuove costruzioni, quelle che debbono ancora essere costruite. Poiché queste saranno poche, essendo stato costruito in questo paese il costruibile, il risultato sarà, nell’arco dei prossimi decenni, assai modesto in termini di riduzione del rischio. D’altronde, come si diceva, è arcinoto che lo zoccolo duro del problema sismico in Italia è l’edificato più antico. E su questo poco si dice, poco ci si impegna in tempo di quiete, per una certa insensibilità al tema e per l’incapacità, a cui sopra si accennava, di varare e perseguire un lungimirante programma di prevenzione.

Eppure le conoscenze ci sono, sono state prodotte in questi ultimi trent’anni attraverso l’impegno di alcuni soggetti (progetti finalizzati, gruppi di ricerca, istituti, servizi, etc.) che si sono proposti e avvicendati sulla scena della riduzione del rischio sismico; soggetti quasi tutti oggi scomparsi, non sempre sostituiti o sostituiti bene, che hanno utilizzato risorse pubbliche, in qualche caso ingenti. Questo patrimonio di know how consentirebbe di portare a soluzione, sotto il profilo tecnico-scientifico e operativo, il problema sismico del paese, ma in gran parte resta inutilizzato proprio perché un deficit di competenza e di determinazione politica non ha consentito di realizzare la necessaria funzione di trasferimento della conoscenza in azioni concrete.

Allora, se davvero si vuol avviare un percorso, necessariamente lungo e costoso, di riduzione del problema sismico nel paese si deve recuperare quanto prodotto in termini di conoscenza e di strategie, sempre messo da parte tra un terremoto e l’altro, e sempre rispolverato, magari per stralci scarsamente funzionali, nel dibattito post evento. Si ripropone allora un sintetico elenco di cose da fare, alcune delle quali particolarmente complesse, ma certamente indispensabili.

  1. conferimento di idonei livelli di protezione per le nuove costruzioni attraverso l’aggiornamento della classificazione sismica del territorio e della normativa tecnica; riconsiderazione dei criteri di controllo progettale e realizzativi nell’edilizia in zona sismica;
  2. riduzione del livello di vulnerabilità dell’edilizia più antica e dei centri storici; del patrimonio artistico e culturale; delle strutture strategiche di P.C. e di quelle destinate ad uso pubblico;
  3. contrasto del fenomeno dell’ edilizia illegale ed abbandono della pratica dei condoni edilizi; adozione di strumenti di pianificazione a carattere ordinario per conseguire, nel tempo, un riassetto del territorio che tenga conto delle problematiche poste dal rischio sismico;
  4. intervento costante sui livelli di comunicazione, informazione e sensibilizzazione della popolazione, indispensabile all’avvio di una più incisiva azione prevenzione ed alla ottimizzazione dei comportamenti in emergenza;
  5. intervento normativo per la definizione dei livelli di danneggiamento e, conseguentemente, dei criteri di indennizzo per la ricostruzione propedeutico al coinvolgimento del mercato assicurativo quale supporto all’enorme impegno dello Stato nel risarcimento, nell’ambito di un quadro generale di riduzione della vulnerabilità del patrimonio edilizio;
  6. verifica ed ottimizzazione degli standard di intervento in emergenza attraverso l’adozione degli strumenti di pianificazione.

Su ciascuno di questi punti ci sarebbe moltissimo da dire (solo qualcosa ha avuto un minimo di approfondimento in quanto ho già scritto -e magari su quello che scriverò ancora- per www.eddyburg.it, la cui redazione ringrazio per l’ospitalità) ma per tutti si può ribadire che ognuno è certamente indispensabile; alcuni poi, come si diceva, sono anche molto, molto complessi da realizzare.

Ma, d’altronde, complessa e obiettivamente difficile è la scelta di fondo, tutta politica, che si deve fare sulla sicurezza dei cittadini.

A fronte delle tante condizioni di insicurezza in cui oggi, non importa se più o meno di ieri, si vive, vi è un monte di risorse limitato, molto limitato per fare prevenzione, sia che si tratti di catastrofi “naturali”, sia di salute, di morti bianche, di stragi del sabato sera o altro ancora. Dopo l’esplosione di un’emergenza si scoprono sempre cose che si sarebbero dovute fare e non sono state invece fatte; poiché l’ultima emergenza è sempre la più importante, all’opinione pubblica indignata si promette ogni volta che quella cosa non succederà più, che finalmente la prevenzione avvierà a soluzione il problema, senza purtroppo tener conto del quadro d’insieme.

Su questi temi occorrono scelte precise incalzate da quanto sta in queste ore accadendo circa le richieste di molti comuni dell’Abruzzo per avere comunque una quota di risorse in questo dopo terremoto, per mettere in sicurezza il loro patrimonio edilizio anche se non danneggiato. Si manifestano cioè situazioni che tipicamente esplodono quando un problema grosso resta troppo a lungo non governato; situazioni determinate delle enorme difficoltà nel conciliare la sensibilità della gente con il rigore della logica che punterebbe invece ad investire risorse in prevenzione nell’ambito di un quadro generale di priorità d’intervento, esclusivamente in base alle valutazioni di rischio da tempo disponibili.

Emerge così, dalle vicende dell’Aquila, soprattutto un’esigenza di chiarezza rispetto a quanto si potrà fare subito per quelle popolazioni in così grande difficoltà, e di quanto si potrà anche fare, in prospettiva, per determinare una condizione di maggiore sicurezza per quella tanta parte del paese che con il rischio, in modo più o meno consapevole, oggi convive.

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