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Salvatore Settis
Il federalismo all’italiana
1 Giugno 2009
La barbara edilizia di Berlusconi
Rispunta, nell’agenda del premier, il piano-casa: storia illuminante di un progetto insensato. Da la Repubblica, 1° giugno 2009 (m.p.g.)

Che fine ha fatto il piano casa? Annunciato da Berlusconi il 6 marzo, diffuso da Palazzo Chigi il 20 marzo, poi più volte sconfessato e riscritto, il piano casa del governo ancora non c´è. Il piano è stato dunque accantonato?

O invece, dopo il Piano A e il Piano B (discussi su questo giornale il 21 marzo e il 14 aprile), è in corso un Piano C?

Piccolo flashback. Il dl 112 (giugno 2008) conteneva un progetto di social housing con capitali pubblici e privati: una casa per le categorie svantaggiate (famiglie a basso reddito, anziani, immigrati), con fondi immobiliari e finanziamenti pubblici per alloggi in affitto a canone concordato. Smentendo se stesso, in marzo il governo usa la stessa etichetta ("piano casa") per un progetto opposto. Zero capitali pubblici, zero social housing: il decreto si rivolge a chi la casa e i soldi li ha già (o può farseli prestare) e vuole aumentare la volumetria della propria abitazione dal 20% al 35 %, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi», nonché in barba al Codice dei Beni Culturali, imponendo alle Soprintendenze il silenzio-assenso e l’asservimento alla conferenza dei servizi. Nella fretta, persino le norme antisismiche vengono drasticamente "semplificate". Per trovare un accordo Stato-regioni, nell’incontro del 31 marzo il governo s’impegna a emanare un decreto-guida entro 10 giorni, dopodiché le regioni avranno 3 mesi per legiferare. Ma il 6 aprile il terremoto d’Abruzzo, aprendo gli occhi anche ai ciechi sui suoi aspetti più irresponsabili, fa saltare quel piano, e ne nascono varie versioni più edulcorate, ma ancora ricche di sanatorie e depenalizzazioni.

E’ così che nasce, in forma residuale, il Piano C. La sua filosofia è presto detta: anche se l’accordo del 31 marzo è saltato, e in nessun caso ha valore di legge, anche se il decreto-guida del governo non c’è, si conviene tacitamente di fare "come se". L’avv. Ghedini dichiara il 22 aprile che «il piano-casa è pronto. Dopo l’approvazione del governo, le regioni avranno tre mesi di tempo per recepirlo». Il piano-casa non è né pronto né approvato, ma le regioni, più realiste del re, si affrettano a legiferare. Prima della classe, la Toscana ha già dall’8 maggio la propria legge; in dirittura d’arrivo Veneto, Sicilia, Lombardia, Campania, Lazio, Umbria, Liguria, Friuli, Piemonte, Marche; segnali di fumo anche da altre regioni. L’accordo politico del 31 marzo viene trattato come se avesse valore di legge, con una sorta di effetto-annuncio per trascinamento che (come nei dispotismi di antico regime) si basa di fatto sulle dichiarazioni di Berlusconi.

Che cosa dicono queste leggi regionali, prive di base normativa in una legge nazionale? La Toscana (L. 24) consente di ampliare la propria casa del 20% o del 35% su semplice presentazione di d.i.a. (dichiarazione di inizio attività), proprio secondo la formula Berlusconi. Il Veneto (ddl 398) incentiva escrescenze fino al 40%, inclusa la «ricomposizione planivolumetrica con forme architettoniche diverse dalle sagome degli edifici originari». La Sicilia (ddl 386), onde «dar seguito alle prime indicazioni del governo nazionale», non trova di meglio che recepire il testo del Veneto. La Lombardia autorizza escrescenze volumetriche fino al 40% in caso di "riqualificazioni". In Liguria, dichiara Burlando, «gli ampliamenti del 20%, finora ammessi solo con qualche vincolo, saranno un diritto di tutti». L’Umbria (ddl 1553) innesta il proprio "piano casa" su un "governo del territorio" che ignora i contenuti prescrittivi del piano paesaggistico previsto dal Codice. Si è dunque ribaltata la sequenza di legge, e senza aspettare il decreto del governo le regioni si danno da fare, con norme più restrittive (Toscana) o più sbracate (Veneto, Sicilia). Il governo, a rimorchio delle regioni, non farà che controfirmare misure già approvate. In questo sgangherato federalismo all’italiana, il governo nazionale abdica al ruolo dello Stato, lo riduce a un effetto-annuncio che inneschi il fuoco di fila delle regioni.

Tanta concordia fra Stato e regioni si basa sul dogma che il piano-casa aiuti a uscire dalla crisi economica. Ma la crisi finanziaria mondiale è stata innescata dalle perdite (oltre quattro trilioni di dollari secondo il Fmi) subite da banche e agenzie di credito americane per l’eccesso di mutui concessi per star dietro agli eccessi dell’offerta edilizia. Questa "bolla immobiliare" ha portato al 9% la disoccupazione Usa, ha fatto calare del 13% la produzione industriale. In Italia, a quel che pare, siamo convinti che dalla crisi scatenata dalla housing bubble americana noi (e solo noi) usciremo con una bolla immobiliare nostrana, una sorta di cura omeopatica, frutto esclusivo del genio italico. Questa irresponsabile fuga in avanti ha fatto già la prima vittima: la tutela del paesaggio. Il ping-pong Stato-regioni comporta un ulteriore rinvio (fino al 2011?) dell’entrata in vigore della nuova disciplina prevista dal Codice fin dal 2008. L’art. 9 della Costituzione, così sembra di capire, viene considerato, a Palermo come a Firenze, un ferrovecchio da riporre in soffitta.

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