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Francesco Indovina
Il diritto alla casa. Negato
24 Luglio 2009
La barbara edilizia di Berlusconi
Proposte perché “l’edilizia economica e popolare non rimanga la cenerentola del settore”. Dal sito Sinistra democratica, 24 luglio 2009

La questione abitativa, torniamo a chiamarla così, sconta oggi l’inadeguatezza dell’azione dei governi e l’illusione che essa potesse essere risolta dal ”mercato”, per giunta da una mercato gonfiato dalla speculazione finanziaria.

Una quota di cittadini italiani, una quota intorno alla metà dei cittadini che non abitano in case di proprietà, mostra significative difficoltà sul fronte abitativo. In particolare non si trova nella possibilità di pagare gli affitti richiesti (che in non pochi casi assorbirebbero più della meta del reddito), vivono in situazione di sovra affollamento, in case molto spesso degradate e bisognose di rilevanti azioni di manutenzione. Non si tratta di qualche sparuto gruppo di marginali ma di una quota significativa delle famiglie italiane. Per non parlare di un’altra rilevante quota di famiglie oberate da rate di mutui oggi diventate insopportabili nonostante i provvedimenti, spesso contraddittori, presi in proposito. Va detto, a scanso di equivoci, che non si tratta dell’effetto della crisi economica, ma di una situazione strutturale che può essere sintetizzata nell’ovvia considerazione che il mercato liberalizzato non è in grado di dare risposte a queste situazioni.

Una situazione questa che a gran voce reclama una “politica per la casa” che garantisca a tutte le famiglie una condizione abitativa civile in una città anch’essa non degradata. Di questa politica non si vedono neanche i primi segni, ma piuttosto provvedimenti, spesso cervellotici, buoni per attività di propaganda, ma privi di un senso compiuto.

Il governo, in questo settore, ha promosso due iniziative, non per caso chiamate “piano casa”, il primo che promuoveva attraverso, di fatto, l’eliminazione di ogni norma di governo del territorio, un incremento volumetrico degli edifici esistenti; quello più recente a favore dell’housing sociale. Del primo si è già parlato a lungo, ma si vorrebbe sottolineare che esso non ha niente a che fare con il problema della casa come delineato prima. Non si riferisce a chi la casa non la possiede e quindi non interviene sul problema, non è casuale che alla fine la sottolineatura governativa è stata sul rilancio dell’economia,millantando quantità di investimenti inverosimili. Il provvedimento, si ricorda, permetteva aumenti volumetrici dal 20 al 40%, è stato di fatto ormai assegnato alle competenze delle regioni, con spesso dei peggioramenti rispetto a quanto previsto dal governo. Comunque avranno effetti modesti e questi stessi saranno negativi per il territorio (si chiuderanno balconi e terrazze; si costruirà qualche box per la macchina, ecc.) peggiorando l‘aspetto delle nostre città. Avrà qualche applicazione più estesa nelle seconde case che si affittano, perché una stanza in più può essere redditiva, e negli edifici non abitativi (non c’è bisogno di sottolineare gli aspetti negativi di queste interventi). L’unico aspetto positivo, ma sarà modesto per ovvi motivi, sarà quello relativo alla demolizione e ricostruzione di edifici fatiscenti o fortemente degradati.

Del provvedimento in via di approvazione e riferito a quella che una volta si chiamava edilizia economica e popolare, intanto, va detto, che si tratta di provvedimento che sblocca dei fondi destinati a questo settore dal governo Prodi (ministro di Pietro) e che erano stati bloccati dall’attuale governo. Ma anche in questo caso il provvedimento non può essere contrabbandato per una politica della casa. Intanto perché dopo aver sostenuto le “dismissioni” (su questa strada sono stati anche i governi di centrosinistra; ah! L’amore per il mercato) si rimettono nuovamente sulla stessa strada. E poi perché le cifre messe a disposizione sono ridicole rispetto ai roboanti annunzi. Si può prendere per buono che la situazione economica non permette di fare di più, ma non si po’ dire di fare 100 quando al massimo si potrà fare 10.

Le cifre fino a questo momento sono incerte, pare che l’emendamento che sarà presentato oggi abbassi ancora la disponibilità per questa voce, per adesso si fa riferimento a quanto noto che vale ancora di più se le cifre si riducessero. 550.000.000 di euro per 100.000 abitazioni annunziate, fanno 5.500 euro per abitazione. Ridicolo. Il governa stanzia il 5% circa del costo di costruzione, e il resto?

Intanto il governo adesso mette a disposizione 350 milioni di euro, così divisi: 200 milioni alle Regioni che serviranno per interventi, nelle situazioni di crisi abitativa, con progetti immediatamente canteriabili. Ammesso che le regioni riescano a contribuire con un 100% rispetto al fondo assegnato dal governo, mettendo a disposizione altri 200 milioni di euro, e ammesso che i comuni interessati riescano ad aggiungere 100 milioni di euro (tutte previsioni ottimistiche), avremo 500 milioni di euro con i quali si potranno costruire 5.000 abitazioni (anche qui cifra ottimistica). Una goccia; mancano all’appello ancora 95.000 abitazioni.

Gli altri 150 milioni (il governo parla di una prima tranche) dovrebbero “covare”, milioni e milioni di euro: fondazioni bancarie, cassa depositi e prestiti, le assicurazioni ecc. con la costituzione di fondi immobiliari di lunga durata. Per la costruzione dei rimanenti 95.000 abitazioni sarebbe necessario raccogliere una diecina e forse più di miliardi; probabile? sembra difficile. Anche perché queste case saranno affittate per 25 anni a canone convenzionato e dopo vendute (torniamo alle dismissioni) agli stessi inquilini o ai comuni o immessi nel mercato. Ritorniamo al mercato, mentre il rendimento di questi fondi sarà, tenuto conto dell’inflazione, della manutenzione, ecc., vicino allo zero.

Una politica della casa che affrontasse seriamente la questione abitativa, avrebbe dovuto, prima di tutto liberare il patrimonio pubblico dai non aventi diritto (condizioni di diritto da modificare in relazione all’evoluzione della società), in un paese nel quale il lavoro dipendente è quello che denunzia i redditi più alti (nei confronti di gioiellieri, commercianti, ecc.) è chiaro che molti occupanti non hanno le condizioni di reddito (effettivo) adeguato. Non si tratta di una persecuzione ma di un giusto criterio di redistribuzione.

In secondo luogo lo stato, le regioni e i comuni (se no che federalismo è?) dovrebbero costituire degli adeguati stock di abitazione da dare in affitto e da gestire con criteri di efficienza economica. I canoni d’affitto dovrebbero essere commisurati al mantenimento del patrimonio (manutenzione, ricostituzione, gestione ecc.), mentre le famiglie che non riuscissero, temporaneamente o per lungo periodo, a sopportare il canone così definito dovrebbero ricevere un “sussidio casa” in modo da raggiungere tra sussidio casa e propria disponibilità il canone fissato. Questa del sussidio dovrebbe essere gestita da una sezione specifica dell’ente di gestione attraverso personale specializzato. Questo meccanismo avrebbe il vantaggio di non scaricare sull’ente di gestione del patrimonio le morosità, con conseguente abbandono della manutenzione, litigiosità,ecc. e alla fine degrado del patrimonio e suo abbandono.

L’edilizia economica e popolare non può essere considerata la cenerentola del settore, abbandonata, localizzata nei posti peggiori della città,priva di una progettazione adeguata e moderna, lasciata al degrado, ecc. così facendo, infatti,si contribuisce al degrado urbanistico ed edilizio ma anche,ed è ancora più grave, a quello sociale. Modificare atteggiamenti, modificare modi operanti, immettere nel tessuto degradato delle nostre città germi positivi dovrebbe essere il compito dei governi a tutti i livelli, ma,come diceva mia nonna,il pesce puzza dalla testa.

Qui il sito di Sinistra democratica

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