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Francesco R. Frieri
Ideologie familiste intorno all’Ici
1 Aprile 2007
Articoli del 2006-2007
“La proposta di abolizione dell’Ici per le case fino a 100 mq intacca la capacità di welfare locale”. Da il manifesto del 1 aprile 2007, con una postilla

Abbiamo assistito ad una cadenzata serie di bordate verso l’Imposta Comunale sugli Immobili (Ici). Di riflesso si è ovviamente messa in discussione la spesa coperta dall’entrata tributaria di competenza comunale. Il gettito aggregato dell’Ici ammonta circa ad una decina di miliardi di euro, finanzia quasi un quarto della spesa dei Comuni ed è una delle poche entrate autonome in mano ai governi locali. L’Ici è un imposta reale, non incide il contribuente ma il cespite, ha un andamento formalmente proporzionale, con l’unica significativa eccezione per l’abitazione dove risiede il proprietario. È un’imposta efficiente, nel prelievo poiché difficilmente evadibile ed eludibile, rispetto alle scelte del consumatore, poiché per entità non distorce visibilmente le scelte di acquisto o di vendita. Tuttavia è un’imposta vecchia, nel senso che la statistica non premia le imposte di diciassette anni di vita, forse proprio questo aspetto può spiegare la sua impopolarità.

Tuttavia è utile inquadrare due fenomeni entro i quali si sta sviluppando la crociata contro l’Ici. Il primo è una generale diffida al potere pubblico di appropriarsi di una parte del frutto del lavoro del cittadino mediante un rilevante prelievo fiscale; in sostanza un riflusso liberale. Il secondo legato alla dispersione sul territorio di competenze da parte dello stato centrale e, più lentamente, di autonomia finanziaria in capo agli Enti Locali.

I paesi con elevata autonomia dei governi locali associano ai visi dei governanti sul territorio imposte che poggiano su basi imponibili autonome: generalmente il patrimonio immobiliare. La ragione sta nel fatto che la compartecipazione al gettito derivante da un’unica imposta diretta centrale (l’Irpef italiana) di più livelli di governo può limitare fortemente l’autonomia. I requisiti chiesti alla base imponibile di un’imposta a sostegno di un potere locale sono: la non esportabilità della stessa (cioè il fatto che i mattoni non possano «fuggire » a causa di un inasprimento della pressione fiscale); la facile misura del valore; possibilmente una qualche relazione fra la crescita della base imponibile e l’attività di governo che si finanzia. È il caso perfetto dell’Ici – al contrario dell’Iva, che invece può traboccare al di fuori di un territorio del Comune – e dove il livello delle transazioni su di un territorio non è visibilmente imputabile ad un sindaco.

Tornando all’Ici, il valore di un immobile è evidentemente legato all’attività di pianificazione del Comune, e perfino di province e regioni. La nostra Ici ha tanti difetti: la base imponibile (rendita catastale) non è determinata sui valori di mercato, non è detto che a due immobili con lo stesso valore di scambio corrispondano bollettini di pagamento troppo simili; a parte l’abitazione principale e poco altro, non sono possibili ulteriori margini di manovra per produrre o accentuarne la progressività; la base imponibile, infine, è cresciuta ad una velocità assai inferiore rispetto all’inflazione negli ultimi dieci anni.

Tuttavia con i frutti della tanto vituperata imposta si paga il wellfare locale: asili nido, scuole d’infanzia, assistenza agli anziani, contributo pannolino, contributo affitto, trasferimenti diretti a famiglie in difficoltà, eccetera. Chi è il principale beneficiario di questo wellfare pagato con un’imposta che deriva per tre quarti da seconde case e capannoni industriali? La famiglia. Allora perché contrapporre – da parte di taluni esponenti politici in odore di sacrestia – famiglia e Ici? Perché ciò che è messo in discussione è il prelievo fiscale e quindi la spesa pubblica in senso lato. Si potrà obiettare che esiste un diritto alla «prima casa», ma secondo la nostra Costituzione la proprietà privata non è mai lorda, ma sempre al netto delle imposte, le quali a loro volta devono essere improntate al criterio di progressività. Dunque perché esentare dal pagamento (o da una parte di esso, se si esenta fino a 100 metri quadri) di un’imposta modesta il possessore di un castello contemporaneamente a chi sta pagando un mutuo per un appartamento di periferia?. E’ dimostrato, inoltre, che già ora l’Ici ha un andamento indirettamente progressivo rispetto alla condizione economica equivalente nel centro-nord Italia: abolire l’Ici sulla prima casa significherebbe trovare due miliardi e mezzo dall’Irpef e, per ovvie ragioni, peggiorare l’effetto redistributivo. Il patrimonio è più concentrato del reddito dichiarato!

Semmai andrebbe proposta una riforma radicale dell’Ici in imposta personale patrimoniale e fortemente progressiva rispetto alle condizioni di ricchezza del contribuente, così da triplicare il gettito abbassando la pressione sulle famiglie più deboli per poi redistribuire ancora, con un’espansione della spesa di wellfare. Invece contrapporre l’Ici alla famiglia nasconde sotto spoglie clericali fini «liberali», decisamente contrari ai principi evangelici nonché, in ultima analisi, alla famiglia stessa.

Postilla

L’analisi dell’autore (che è assessore al Bilancio e alla partecipazione del Comune di Modena) è assolutamente condivisibile. Avrebbe però meritato una conclusione diversa.

L’ICI è una tassa che colpisce il valore immobiliare, quindi la rendita, la componente parassitaria del reddito (quella alla quale non corrisponde nessun ruolo di utilità sociale, a differenza dalle altre due componenti, il salario e il profitto).

Nel domandarsi con che cosa sostituire non l’ICI, ma una sua riduzione, occorrerebbe domandarsi in che modo il Comune possa giovarsi degli incrementi dei valori immobiliari (della rendita) che non deriva certo dagli investimenti privati ma dalle opere e dalle spese della collettività. Perché mai, ad esempio, il Comune non deve beneficiare degli aumenti di valore che vengono determinati nel momento della compravendita? È in quel momento che l’incremento della rendita immobiliare pienamente si manifesta

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