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Vittorio Emiliani
I cloni di Milano 2
2 Aprile 2009
La barbara edilizia di Berlusconi
L'unico giornalista che ha scritto oggi sull'argomento avendo letto e compreso il documento di cui parla. Gli altri si fidano delle chiacchiere al vento e propalano disinformazione. Il Tirreno, 2 aprile 2009

Per ora si tratta di un piano-famiglia, ha precisato ieri Silvio Berlusconi. Il piano-casa, quello vero, verrà poi, magari con la costruzione di tante new towns (città nuove) quanti sono i centri principali. Ha ben ragione dunque il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (garante dell’art. 9 della Costituzione che “tutela il paesaggio”) a preoccuparsi e a denunciare che nel rilancio “comunque” dell’attività edilizia “si celano anche molte insidie non trascurabili proprio per la salvaguardia del nostro patrimonio culturale, artistico e paesaggistico, valori che la Costituzione tutela e di cui impone il rispetto”. Impeccabile.

Guardiamo ai dati reali. La popolazione italiana aumenta molto lentamente, in forza soprattutto dell’immigrazione, mentre siamo già sui 100 milioni di stanze costruite (escluse le seconde case). La produzione edilizia degli ultimi sette anni è stata ingente, ma, non essendo quasi per nulla di natura sociale, non ha scalfito l’emergenza-casa. Pensare ad ulteriori incrementi della sola edilizia privata, significa cementificare e asfaltare altro paesaggi agricoli e forestali senza dare casa a quanti ne hanno realmente bisogno. L’attuale intesa Governo-Regioni riguarda soltanto i proprietari di case e di ville mono o bi-famigliari e consente loro di aumentare del 20 % i volumi esistenti, sino a 200 mc (incluse le villette a schiera, esclusi invece i centri storici, i condominii e i capannoni).

Temo che un imbruttimento della attuale, tanto deprecata Villettopoli sarà inesorabile. In caso di demolizione/ricostruzione l’ampliamento potrà arrivare al 35 %. Secondo le stime del presidente del Consiglio tali facilitazioni potrebbero mettere in circolo addirittura 60-70 miliardi di euro di investimenti, cioè 4-6 punti del PIL. Non dice che quella stessa cifra sarebbe contemporaneamente sottratta a consumi magari primari e ad altri investimenti più produttivi. Di più: l’aumento delle volumetrie si sommerà al già cospicuo invenduto ora sul mercato riducendo i valori e i prezzi dell’edilizia. Tant’è che vi sono economisti i quali stimano che l’impatto sul PIL risulterà assai limitato nel tempo e nella quantità, comprimendo la domanda di altri beni e servizi.

Ci sono poi parecchie perplessità (bisognerà vedere il testo definitivo) sulla semplificazione delle procedure: in alcuni snodi strategici (permessi relativi alla situazione idrogeologica, sismica e paesaggistica, alla stessa Valutazione Ambientale Strategica) prevedere “tempi certi” per il rilascio dei permessi equivale ad instaurare forme di silenzio/assenso, quindi di non-controllo di merito. Pericolosissime in una Paese quasi tutto mediamente o altamente sismico, flagellato da frane e smottamenti, con ambienti e paesaggi già molto a rischio. Di qui il giusto monito del presidente Napolitano. Nell’intesa si dice che le leggi regionali “possono” individuare i casi nei quali beni culturali e ambientali impediscono di costruire.

Perché “possono” e non invece devono? La tutela non è un optional. Nello stesso testo ci si riferisce – per la tanto criticata “compensazione” – a “norme già presenti nei disegni di legge all’esame del Parlamento”. A quale di essi se sono fra loro così diversi? E poi, quando mai ci si rifà a leggi non ancora approvate? Delusione piena, infine, per l’edilizia pubblica e sociale: soltanto un formale tavolo di confronto. Tanto sono in arrivo le “new towns”. Non quelle dei laburisti inglesi di 30-40 anni fa, bensì le clonazioni di Milano 2.

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