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Federico Ungaro
"Fu Chirac sindaco di Parigi a emarginare gli immigrati"
23 Novembre 2005
Periferie
Intervista a sir Peter Hall sui problemi contemporanei delle periferie europee. L'Unità, 12 novembre 2005 (f.b.)

I disordini a Parigi hanno una causa ben precisa. E il nome e il cognome di questa causa è Jacques Chirac. È questo il parere di Sir Peter Hall, esperto di sviluppo urbano dell'University College di Londra. A Berna, dove gli è stato conferito il prestigioso Premio Balzan 2005 dalla omonima Fondazione italo-svizzera, ha cercato di spiegare che cosa sta succedendo alle periferie francesi in rivolta. Il premio, di 650mila euro, andrà metà al ricercatore e metà a nuovi progetti di ricerca che sta mettendo in atto. Oltre a Hall, sono stati premiati anche Peter e Rosemary Grant per i loro studi sull'evoluzione, Lothar Ledderose, storico dell'arte cinese e giapponese, e Russel J. Hemley e Ho kwang Mao per lo studio della fisica dei minerali.

Professor Hall, perché Parigi è in fiamme?

«Il problema affonda le sue radici negli anni Settanta, quando Jacques Chirac era il sindaco della capitale francese. In quel periodo, è stata seguita una politica in un certo senso opposta alla linea di sviluppo delle metropoli. Grazie alla rivoluzione nei trasporti le città si sono infatti diffuse sul territorio. E non necessariamente i sobborghi o le periferie sono diventate aree depresse, basti pensare a quanto successo ai sobborghi delle città americane diventati dimora della classe media. Le politiche messe in atto da Chirac invece hanno concentrato nei quartieri centrali di Parigi la classe media, respingendo in casermoni progettati negli anni Sessanta gli immigrati».

Si tratta di una politica che è stata seguita anche da altri paesi?

«In un certo senso sì e questo mi preoccupa un po'. In molte città europee, o quasi in tutte, si assiste a questo processo di “centrificazione”, cioè di concentrazione nei cuori urbani storici delle classi medie o di quelle a reddito più elevato. Del resto, molti amministratori hanno investito sul miglioramento dei centri storici, lasciando da parte le periferie. E questo, ripeto, andando contro un trend di sviluppo delle città che a partire dalla rivoluzione industriale punta decisamente a ridurre la loro densità abitativa, determinando una diffusione della popolazione su un vasto territorio».

Ritiene che questo possa essere anche un problema italiano?

«Per rispondere a questa domanda devo anzitutto premettere che non ho affrontato specificatamente lo studio dell'evoluzione delle città italiane, per quanto me ne dispiaccia molto. Però credo che quanto successo in Francia possa diventare un problema un po' dappertutto. E il motivo è molto semplice: si tratta di un problema di integrazione delle popolazioni immigrate che in gran parte sono di religione islamica. Si tratta di persone che generalmente hanno un background culturale di tipo contadino e quindi integrarle in città è particolarmente difficile. Il problema poi è di matrice socio-economica. Queste persone hanno la capacità di svolgere dei lavori dove è richiesto un basso livello di istruzione, lavori che possiamo definire in un certo senso muscolari. Un po' come quando gli immigrati italiani andavano in America e lavoravano alla costruzione delle infrastrutture. Buona parte della metropolitana di New York è stata scavata da loro. Oggi però nelle economie post-industriali questo tipo di lavoro trova sempre meno sbocchi. Viviamo in una società dominata dall'informazione. Quindi i muscoli contano meno di quello che contavano una volta e il lavoro di queste persone non solo conta poco, ma anche trova ben pochi sbocchi. Mentre gli immigrati di seconda generazione potrebbero autoghettizzarsi, visto che vivere in centro è spesso al di sopra delle loro possibilità. Si tratta di un problema anche italiano».

Quindi come possiamo risolvere il problema della loro integrazione?

«Molto semplicemente attraverso l'istruzione. Si tratta di un'arma molto potente che consentirebbe a questi immigrati di acquisire le capacità necessarie per inserirsi a pieno titolo nella nostra società. E chiaramente bisogna evitare di ghettizzarli in certe zone urbane specifiche».

Che cosa c'è nel futuro delle città europee?

«È quello che voglio studiare con i soldi del premio Balzan. C'è soprattutto un punto che intendo esplorare a fondo e cioè perché alcune città diventano motore di sviluppo per un'intera regione urbana (ad esempio Londra nel Sud Est dell'Inghilterra) e perché altre, come Parigi, si chiudono su loro stesse. Credo che il futuro delle città europee possa andare nella direzione di Londra, ma sto cercando ancora di capire quali possano essere i meccanismi che favoriscono un tipo di evoluzione piuttosto che un altro».

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