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Anais Ginori
Francia, la sfida di Valls: “Basta con l’apartheid contro l’estremismo ripopoliamo le banlieue”
23 Gennaio 2015
Periferie
Al netto dell'ovvia non necessaria corrispondenza fra il dire e il fare, il governo francese pare aver colto in senso di cosa significa oggi intervenire in modo non semplicione sulle periferie.

Al netto dell'ovvia non necessaria corrispondenza fra il dire e il fare, il governo francese pare aver colto in senso di cosa significa oggi intervenire in modo non semplicione sulle periferie. La Repubblica, 23 gennaio 2015, postilla (f.b.)

Prima ha parlato di «apartheid», ora di «ripopolamento » delle banlieue. Manuel Valls è in prima linea sulle banlieue considerate da molti esperti come un potenziale vivaio di odio. Gli attentati di Parigi sono stati compiuti da nemici interni, terroristi cresciuti in casa, in quei quartieri da tempo abbandonati dalla République. Per lottare contro la ghettizzazione delle banlieue, ha detto Valls, bisogna organizzare una «politica di ripopolamento» dei quartieri più sensibili, abitati in grande maggioranza da immigrati, di prima, seconda e terza generazione. Il premier non vuole solo una politica di nuovi alloggi o infrastrutture, ma misure che possano lottare contro la «segregazione sociale»”, un concetto che aveva già espresso tre giorni fa.

«Paragonare la Repubblica francese all’apartheid è un errore. Sono costernato», ha tuonato Nicolas Sarkozy, rompendo così il clima di unità nazionale, due settimane dopo le stragi. «Bisogna essere grandi, non piccoli», ha replicato il premier socialista, aggiungendo: «Pensate che ora ci mettiamo a perdere tempo con le polemiche?». Il premier è tornato anche a spiegare la sua risposta sociale agli attentati nella capitale. «Non sopporto che in alcune scuole non si trovino che studenti figli di famiglie povere, provenienti solo dall’immigrazione, dallo stesso ambiente culturale e dalla stessa religione » ha detto Valls, ricordando di essere cresciuto in una cittadina di periferia, Evry, sud di Parigi.

E proprio sul ruolo delle scuole, il governo ha annunciato un piano per lottare contro la radicalizzazione dei giovani. «La scuola non può fare tutto, ma è un elemento essenziale» ha commentato il premier. «La laicità deve imporsi dappertutto, perché permette la fraternità e permette a ciascuno di vivere insieme ». Il governo ha indetto per il 9 febbraio una conferenza nazionale in cui saranno elaborati metodi di insegnamento di valori come il rifiuto del razzismo o l’eguaglianza tra uomo e donna. Il pacchetto di misure, di cui alcune già note, comporta un investimento di 250 milioni di euro per il prossimo triennio. Tra i provvedimenti più simbolici la creazione di una «Giornata della Laicità», indetta nelle scuole il 9 dicembre, in riferimento a quel giorno del 1905 in cui venne adottata la legge sulla separazione tra Stato e Chiesa. La ministra dell’Istruzione, Najat Vallaud- Belkacem, ha annunciato che mille tutor selezionati verranno incaricati di fornire le linee guida su «laicità» e «insegnamento morale e civico» ai professori. «La trasmissione della conoscenza è il modo migliore di combattere l’oscurantismo», ha avvertito la ministra, deplorando «la disinformazione», le «teorie del complotto», il «sospetto generalizzato» veicolati ai giovani attraverso web e social network. Tutti problemi a cui Parigi intende rispondere anche attraverso un «percorso educativo civico», con tanto di valutazione finale, dalle elementari al liceo, e la sottoscrizione da parte di genitori e studenti di un’apposita «Carta della Laicità».

postilla

Almeno così d'istinto, la dichiarazione sulla centralità della scuola del primo ministro francese, così intimamente legata al concetto di periferia, non può non evocare il nome di Clarence Perry, giovane sociologo dei servizi che nella Chicago del piano di Daniel Burnham, alla vigilia della prima guerra mondiale studiava le potenzialità politiche, culturali, identitarie di un nuovo spazio pubblico, appunto l'edificio scolastico, la cui localizzazione baricentrica (per puri motivi funzionali) al centro dei quartieri ne faceva uno straordinario strumento per costruire cittadinanza. Ma Perry ovviamente, e giustamente, ragionava in termini di mezzi, non di fini, come oggi fa Valls, riteneva che quella forma del quartiere periferico, quella localizzazione e organizzazione del complesso scolastico, potessero svolgere un ruolo di medium, e amplificare un messaggio di inclusione. Fece l'involontario azzardo, la sua teoria ancora acerba, di confrontarsi direttamente con gli architetti una decina d'anni dopo, introducendone alcune riflessioni nello studio sulla “unità di vicinato”. Grande successo e immediato tradimento delle premesse: il mezzo diventava fine, il fine originario spariva nel nulla, lasciandoci quei progetti spaziali sulle periferie che non hanno mai risolto alcun problema, semplicemente perché non se lo pongono neppure il problema centrale, che non è architettonico o urbanistico, ma ovviamente, di cittadinanza e inclusione. Riflettere su questo aspetto, indipendentemente dagli sviluppi pratici dell'intuizione di Valls, forse serve a farci uscire dal vicolo cieco delle periferie intese come pura espressione geografica, già stigmatizzato ad esempio da Enzo Scandurra sul manifesto (f.b.)

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