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Antonio Bonomi
“Falce e carrello”: vecchi litigi di bottega e problemi di oggi
23 Novembre 2007
Il territorio del commercio
La testimonianza critica di un socio delle Coop a un libro molto critico sulla Coop. Scritto per eddyburg.it, ottobre 2007

Ne aveva parlato qualche giornale, dalla metà di settembre, così, quando l’ho visto nella vetrina della cartoleria del paese emiliano in cui vivo, non ho saputo trattenermi dal comperare il libro: è pubblicato nella collana “gli specchi” di Mondadori, scritto da Bernardo Caprotti, ottantenne imprenditore dei primi supermercati italiani.

Il sottotitolo “Le mani sulla spesa degli italiani”, rieccheggiante uno dei tormentoni preferiti dai politici di Destra, con il corredo di una prefazione di Germinello Alvi e di un allegato storico-documentario di Stefano Filippi, promette di rivelare i retroscena della diffusione della “grande distribuzione” nel nostro Paese, nel quale operano anche le Cooperative associate nella COOP Italia, con una quota di mercato di quasi il 18 per cento, mentre il restante 82 è coperto dal settore privato, e di questo l’8 spetta alla sua Esselunga.

Socio di cooperativa di consumo da più di 40 anni, ne ho seguito la trasformazione fin dagli striminziti spacci del dopoguerra, diffusi in ogni sobborgo della mia Regione e, a macchia di leopardo, in tanti altri luoghi e aziende d’Italia e di tanti altri Paesi. Ho seguito le prime introduzioni di locali a “libero servizio”, superettes e supermercati, poi da progettista ho praticato l’urbanistica commerciale degli anni ‘70 con i centri commerciali di quartiere, fino alle grandi strutture alternative: quella dell’Ipermercato “alla francese” e quella dello Shopping Center, che Victor Gruen ha imposto in America, e in tutto il mondo, dai primi anni ‘60 ad oggi.

Ho partecipato anch’io, con tanti altri, miei clienti, collaboratori, costruttori, allievi a quel febbrile impegno, a quello spirito di squadra, alla sensazione del rischio incombente e alla soddisfazione per il risultato, per la qualità conseguita, per i traguardi di efficacia raggiunti.

Lo stare nel mercato ha un suo innegabile fascino che si accresce quanto più si studia e si comprendono le sue dinamiche, la tensione fra i “central places”, la concorrenza Schumpeteriana fra le diverse tecniche di distribuzione, vecchie, nuove, rinnovate.

Comprendo quindi il calore con cui il vecchio leone parla delle sue imprese, delle difficoltà e delle durezze affrontate per farle diventare sempre più grandi, alla rabbia verso chi vi frappone ostacoli. La penetrazione nel mercato di una forma distributiva innovativa, che promette prezzi più bassi, ma che per farlo deve cambiare sia gli stili di consumo di moltitudini, che la stabilità dei ceti commerciali, non è certo “una passeggiata”. Nella polarizzazione e nella diffusione urbana necessaria alla espansione della grande distribuzione moderna, si scontrano il corporativismo delle categorie, l’arroganza dei burocrati e dei politici nazionali e locali, l’intermediazione parassitaria della rendita sui suoli, le “dazioni” ai potentati, fino al crimine in doppio petto e all’artiglio delle mafie.

Caprotti, che viene da una famiglia proprietaria di filande in Brianza, finisce quasi per caso (ma certo in virtù delle “entrature” e del capitale di famiglia) a lavorare nel commercio che si definisce “despecializzato”, soprattutto alimentare e impianta i primi punti di vendita a libero serizio derivati da modelli di grande successo oltre oceano.

Ma il nord Italia del miracolo, di vecchie città malamente ricostruite, di consumi meschini, di mercatini rionali e carrettini, di clientele affezionate alle storiche botteghe non assomiglia alle Grandi Pianure e la penetrazione è lenta e difficile, ostacolata da interessi e paure.

Solo quando, con le lotte di fabbrica degli anni ‘60, che Caprotti subisce e stigmatizza, cresceranno i salari e quindi i consumi, i suoi supermercati avranno un po’ più di clienti.

Negli anni ‘70 e ‘80 ci saranno altri, più duri scontri sindacali e sociali che, mentre si espande la società dei consumi, sempre più ricca. e sprecona, mentre il libero servizio si estende in sempre più vaste e periferiche superfici, innescano la ridda degli scioperi aziendali, delle assemblee, dei gatti selvaggi e incombe la minacia dell’esproprio proletario.

Alla pretesa di paghe più alte si risponde con l’innovazione tecnologica che aumenta la produttività del lavoro: Esselunga diviene leader nei sistemi di magazzinaggio automatizzati e nell’introduzione del codice a barre che riduce drasticamante il personale e la sua qualificazione. Ben scavato vecchia talpa, avrebbe esclamato qualcuno.

E da quel periodo che il marginale e frammentato arcipelago di spacci delle Cooperative di Consumo, sorge e ingrossa l’ondata di unificazioni, trasferimenti, ampliamenti che si conclude alla fine del secolo con la presenza sul mercato delle nove sorelle coordinate da COOP ITALIA.

A questo punto gli affari del nostro si scontrano ripetutamente con quelli della cooperazione che ha dalla sua, come cantava Majakowsky l’ “uragano di voci flebili e sottili”, il Gran Partito che amministra Regioni, Provincie e Comuni e spesso calca la mano pubblica per favorire le imprese sostenute dalla sua base popolare.

Caprotti questi episodi se li lega al dito e li racconta con ricca documentazione, poi allarga il tiro e scomoda tutto il repertorio delle ostilità per la cooperazione, i comunisti, il sindacato, tale e quale lo esternano, da qualche anno, Berlusconi e i suoi pubblicisti: evasione fiscale autorizzata, strumentalizzazione della base sociale, finanziamento del Partito, collateralismo con i poteri politici, sfruttamento del personale, uso spregiudicato delle opportunità fornite dalla normativa societaria.

Di suo ci aggiunge l’accusa di scarsa produttività e prezzi più alti rispetto a quella ottimale di un suo punto di vendita campione, in via Ripamonti a Milano. Tali differenze sono certificate da rilevamenti di un’agenzia indipendente francese, ma resta il dubbio sulla validità del confronto fra un solo punto di vendita ottimale e ricco e le medie di vari punti Coop, molti dei quali sono forzatamente peggio ubicati e organizzati, per la diffusione capillare su vasti territori.

Ciò che poi sembra particolarmente offensivo, per Caprotti, che si dilunga in dettagliate biografie, coadiuvato dall’appendice di Filippi, è il materiale umano che amministra le imprese cooperative: gentucola che viene dalle sezioni di base, dal sindacato, che talvolta si monta un po’ la testa a maneggiare tutto quel ben di Dio, talaltra si compiace di una grigia modestia, ma in complesso salvo rare eccezioni, manca di stile, anche quando indossa il blazer, o le mitiche braghe bianche.

E giù anche con le ultime di cronaca, dai patti coi furbetti alle intercettazioni telefoniche. Hanno perfino osato proporgli di comperare le Esselunga per metterci il marchio Coop, quello disegnato tanti anni fa dal compagno Steiner. Impudenti!

Ricordo vecchie caricature in cui la triade Cooperativa, Casa del Popolo, Camera del Lavoro, veniva additata come un insieme di piovre bolsceviche, da bruciare.

Non condivido gran parte di quel che oggi è diventato il movimento cooperativo italiano: le leggi accomodate, il controllo della base sociale dribblato da dirigenti arroganti, le spregiudicate alleanze ed avventure con soggetti poco raccomandabili, l’eccessiva concentrazione, l’esternalizzazione e il precariato. Sono particolarmente critico verso il settore della cooperazione di consumo per la sua indulgenza verso il consumismo, l’estromissione della base sociale dalle decisioni, la scarsa attenzione al corretto uso del territorio.

So che molti di sinistra, radicale o no, la pensano come me e si impegnerebbero per una riforma del movimento cooperativo sugli originari principi e su scelte più decise verso un nuovo mondo possibile e necessario.

Proprio per questo non posso seguire il vecchio capitano d’industria nella sua indignazione per le altrui scorrettezze, ne i suoi fiancheggiatori antipolitici e reazionari che pescano nel gossip.

La competizione per la conquista dei mercati, di posizioni e di rendite, è una lotta senza esclusione di colpi, fatta di pressioni, di scorrettezze, di finte e di favori. E’ una lotta di belve che, come i felini, possono apparire più eleganti di coccodrilli e iene, ma che mordono carni vive o putride, con pari, repellente avidità.

Ciò non toglie che i mezzi adottati dai dirigenti di alcune cooperative di consumo per prevalere in alcuni degli scontri descritti e documentati abbiano raggiunto durezze inaccettabili, compromettendo l’azione degli enti locali e l’etica stessa della politica. Chi fa le spese, in definitiva, di queste viscide lotte fra poteri, sono i cittadini e i consumatori che pagano con moneta sonante e spesso duramente guadagnata, le posizioni di monopolio e le lesioni ai diritti di una democrazia partecipata.

Forse con una pubblica denuncia, non così tardiva e di parte di alcuni di questi episodi si eviterebbero alcune di queste bassezze e si potrebbero allontanare i loro protagonisti. Forse questa denuncia permette di evitare che analoghe storture si manifestino oggi, in un epoca in cui gli ipermercati di cui parla Caprotti sembrano negozietti a confronto con i nuovi mega e outlet, “superluoghi” del consumo ritualizzato.. O forse sono troppo ingenuo?

Del racconto a me è rimasta particolarmente impressa la figura di un protagonista, il facchino ai formaggi, il compagno Bulgari che esclamando “Libertà è aderire alla maggioranza!” esprimeva, a modo suo, certo troppo sintetico, quello che è uno dei principi di base della democrazia, e anche della cooperazione: che ogni testa vale un voto e prevale la decisione più condivisa, alla quale poi ci si può liberamente adeguare, mantenendo la propria opinione da far valere quando serva.

Calderara di Reno BO, 14-10-2007

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