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Rossana Rossanda
Dopo l'11 settembre tutto è cambiato
29 Settembre 2004
Articoli del 2002
Da il manifesto, 31 marzo 2002. Tra il Giordano e il Mediterraneo continua la tragedia dello scontro "fra un gigante armato e un popolo deciso a morire pur di ferirlo"

Dopo l'11 settembre tutto è cambiato, gli Stati uniti imporranno la pace tra Israele e Palestina e riconosceranno lo stato palestinese per avere con sé gli stati arabi nella santa lotta al terrorismo: questa era la prognosi unanime dei «siamo tutti americani». Nulla di questo è avvenuto. L'escalation di Israele ha toccato livelli mai raggiunti, i territori dell'Anp sono frammentati, isolati e divisi da Tsahal, per la seconda volta i carri armati hanno invaso Ramallah e Betlemme con rastrellamenti e arresti, Sharon tiene sotto sequestro Arafat nella sede dell'Anp, da venerdì i suoi soldati sono entrati nelle sue stanze, in queste ore la situazione potrebbe precipitare in qualsiasi direzione, dallo scontro mortale alla cattura o espulsione.

Sharon fa quel che vuole, e quel che vuole è demolire leader, movimento e premesse di uno stato palestinese. Nulla gli interessa meno del piano saudita. Anzi utilizza gli attentati suicidi delle organizzazione palestinesi armate, che per Arafat non nutrono più alcuna fiducia dopo trent'anni di occupazione e di negoziati falliti, per portare a termine il suo disegno. Anche a costo dell'esistenza dei suoi, perché sa che a ogni giro di vite gli attentati aumenteranno. Ma questo gli darà la giustificazione per elevare il livello della guerra: non ha fatto sapere che finora ha usato una frazione assai modesta del suo potenziale militare? Chiuso in una specie di bunker con le milizie israeliane fuori della porta, al buio perché gli hanno tagliato l'elettricità, Arafat manda al mondo appelli che nessuno recepisce. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha votato, beninteso con gli Stati uniti, quel che gli Stati uniti si limitano a chiedere a Sharon che receda dalle città occupate, non senza esigere da Arafat che fermi gli attentati. Cioè nulla. Ieri l'altro il vice di Cheney sosteneva che in verità la Palestina da sempre mira a distruggere Israele, ieri Powell, che sarebbe la colomba e il cervello dell'amministrazione Bush, si limita a farci sapere che «Arafat non verrà ucciso».

In questa Pasqua ebraica e cristiana nella terra santa del 2002, fra invasioni, esplosioni, sparatorie e sangue, si sta varcando una soglia di irreparabilità. I palestinesi possono venir uccisi o cacciati, ma Israele non sarà mai in pace nell'oceano arabo che la circonda. Lo sanno e lo dicono i refusnik. Perché non lo dicono Stati uniti ed Europa? Bush non ne ha né l'intelligenza né la prudenza. Oggi afferma che Arafat resta un interlocutore, domani che è un terrorista. Crede, e sembra che tutta l'opinione degli Stati uniti sia con lui, di poter regolare le cose come e al momento che vorrà. Anche se finora la sua strategia si è saldata nello scasso territoriale e il caos politico in Afganistan, nell'imprendibilità di Al Qaeda, nel no degli stati arabi a una nuova guerra all'Iraq.

Sarebbe l'ora che l'Europa cessasse di aspettare da Washington la soluzione dei problemi dei quali porta la responsabilità storica. E' l'Europa che ha reso impossibile per secoli agli ebrei di vivere nei suoi confini, e di aver trasformato il desiderio di quella nazione di avere una terra in una necessità dopo lo sterminio nazista, assecondato dall'Italia. Ma assegnando nel dopoguerra agli ebrei una terra alla quale li legava il Libro ma li separavano duemila anni, la si toglieva ai palestinesi che vi erano nati. Come potevano capire quell'innesto forzato? Toccavano all'Europa tutte le politiche di intervento e mediazione possibili per garantire gli uni e gli altri. Non le ha fatte, e Israele è da sempre sotto l'ombrello degli Stati uniti, a loro volta tenuti sotto sterzo dalla loro grossa comunità ebraica.

L'Europa parli almeno in queste ore terribili. Affermi, non dico come Peace now, ma Yeoshua e Amos Oz, che pure ormai detestano Arafat, che c'è una sola strada per garantire i diritti dei palestinesi e l'esistenza in pace di Israele - sanzionare la politica di Sharon, esigere il ritiro di Israele alle frontiere del 1967, riconoscere anche unilateralmente lo stato palestinese. Se non ha il coraggio di farlo il nostro poco nobile governo, che cosa impedisce all'opposizione di centrosinistra di presentare una mozione unitaria, netta e solenne, in questo senso? Forse sfonderebbe la maggioranza, certo premerebbe sull'intera sinistra europea e oltre. E non lascerebbe soli i molti e le molte che salvano il poco onore che ci resta cercando di interporsi fra un gigante armato e un popolo deciso a morire pur di ferirlo, perché ormai non ha più nulla da perdere.

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