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Luisa Debiasio Calimani
Diritti urbani e governo del territorio
11 Dicembre 2005
Articoli del 2004
Un ragionamento articolato sui rapporti fra la città. l'urbanistica, la decisione politica e la società che si intende governare. Nella prospettiva della riforma urbanistica, un contributo non episodico, che probabilmente molti lfrequentatori di Eddyburg hanno già avuto modo di leggere. Da l'Architetto n. 1 del 2004

Ci sono, nell’aria che respiriamo, i cosiddetti gas inerti ... Sono, appunto, talmente inerti, talmente paghi della loro condizione, che non interferiscono in alcuna reazione chimica, non si combinano con alcun altro elemento ... Solo nel 1962 un chimico di buona volontà, dopo lunghi ed ingegnosi sforzi, è riuscito a costringere lo xenon a combinarsi fugacemente con l’avidissimo, vivacissimo fluoro. “L’impresa”, dice ancora Primo Levi ne Il sistema periodico, “è parsa straordinaria”.

Si dovrebbe provare a costruire un’operazione analoga nel campo della politica e dell’urbanistica che, come i gas nobili, si sentono auto sufficienti e non cercano punti d’incontro, anzi custodiscono il privilegio della loro separatezza per non rendere conto del loro operato o meglio, dei suoi effetti, evidenti nella scarsa qualità urbana che in modi diversi, colpisce centri storici e periferie, metropoli e villaggi.

La città ne soffre perché è un organismo politico per eccellenza. La mancanza di indirizzo politico nel governarla è cosa anomala e come sappiamo, in politica i vuoti vengono colmati. il centro destra ha le idee chiare e le persegue [illegalità territoriale, privatizzazione della città, irrobustimento del privato-immobiliare, indebolimento del potere pubblico] come dimostrano la Legge Urbanistica presentata, il Condono edilizio, Patrimonio S.p.a. Mentre il centro sinistra non ha un progetto comprensibile e chiaro [forse non ha un progetto].

Questa assenza politico-culturale produce danni alla città, al territorio e quindi al vivere quotidiano delle persone.

In questo vuoto, finiscono per prevalere gli interessi di gruppi di potere forti [proprietà immobiliare e fondiaria, consorzi di costruttori] non più guidati dalla mano pubblica.

Il nostro operare di tecnici-esperti forse potrebbe offrire un contributo più qualificato, se la politica si occupasse delle città dove vive 1’80% della popolazione, dove sono concentrati i capitali, i servizi rari, ma anche le più forti contraddizioni e differenze sociali.

I diritti urbani possono essere il terreno sul quale stabilire un confronto o avviare almeno le prove di dialogo.

Il diritto alla città sostenuto nella Carta Mundial pelo Direito à Cidade - offerta di condizioni di opportunità equivalenti per i suoi abitanti - vita urbana basata sui principi della solidarietà, libertà, equità, dignità e giustizia - degrado ambientale e privatizzazione dello spazio pubblico generatori di esclusione e segregazione sociale e spaziale.

Il diritto alla legalità del territorio, al quale purtroppo il centro destra sembra aver rinunciato.

Il diritto alla differenza, alla convivenza e alla pace.

Il diritto alla cultura urbana che comprende la bellezza della città e del paesaggio, per affermare che ha valore anche ciò che non è monetizzabile.

Il diritto all’equità, che impone di indirizzare le scelte, anche del mercato, verso il soddisfacimento dei bisogni a partire da quelli che non hanno voce per esprimerli.

Il diritto alla casa, negato a chi non ha reddito o ha il colore della pelle sbagliato.

Sono questi e altri i “sistemi” attorno ai quali sarebbe utile fra politici, tecnici e amministratori il confronto, non perdendo di vista mai, le ragioni politiche, sociali, etiche, del proprio agire.

La città è un organismo collettivo, centro della vita politica, sede privilegiata della cultura e dell’economia. Ma a differenza del passato, oggi il potere politico è abbastanza disinteressato ai suoi destini e a trasmettere, attraverso la rappresentazione durevole di sé, quel modello statuale democratico che caratterizza la nostra società.

Il processo di globalizzazione ha investito, da tempo, non solo l’economia, ma l’architettura e le città. Non sempre per esportare qualità, più spesso per omologare fra loro periferie prive di un’identità propria, accomunate da un segno distintivo: l’assenza di segno.

Le città, soprattutto italiane, sono riconoscibili solo dai loro straordinari centri storici. Ma nel centro storico vive meno del 10% della popolazione urbana. Il resto è abbandonato nelle periferie, dove si concentra una borghesia sempre più insofferente, lavoratori extracomunitari in crescita e sacche di povertà urbana che la città opulenta vuole ignorare.

Nella città diventata cosmopolita, più ricca di culture, esperienze, colore e nel piccolo paese che è ormai parte del mondo, sta emergendo il diritto alla diversità.

Nelle contraddizioni, che sempre più forti emergono, si possono trovare le ragioni e le risorse per una rinascita urbana, sostenuta dalla consapevolezza che la città è un organismo collettivo e sociale, non la città di pochi ma il luogo di tutti.

In questa dimensione la città contemporanea può scoprire il senso della propria identità e la capacità di fondere equità e bellezza: il senso estetico dell’equità e il valore universale della bellezza. Questo è possibile nella misura in cui la buona politica ritorni ad occuparsi della città, non solo come bacino elettorale, ma per tendere a quella città ideale che Pier Della Francesca disegnava, riconoscendo nello spazio pubblico, la qualità suprema, il significato più rappresentativo dell’ambiente urbano.

È una visione di città che vogliamo affermata anche nella città contemporanea per l’alto valore simbolico che rappresenta.

Se, come diceva Goethe “l’architettura è una musica pietrificata”, possiamo esigere la melodia delle sue forme. Da tempo la bellezza non è fra i parametri richiesti, requisito ritenuto primario nei secoli e in tutti i luoghi della terra, oggi è considerato superfluo. Anche per questo va provocatoriamente citato il diritto alla bellezza.

La Politica pensa che non siano fatti suoi. Ma un tempo, proprio chi governava esigeva il bello dall’architettura e dalla forma della città.

Bellezza intesa come patrimonio collettivo, bene che appartiene a tutti, implica il dovere di assumerla quale segno di rispetto per la cultura della società di cui è espressione.

La guerra in Iraq rappresenta l’emblema del negativo modello di risoluzione degli squilibri mondiali. Costruita sulla negazione dell’altrui cultura e identità, ha offuscato la storia millenaria di un popolo, culla della civiltà, per meglio distruggere persone e città senza volto, con l’atteggiamento arrogante di chi vuole “esportare la democrazia” che va perseguita in ogni luogo, soprattutto attraverso la riduzione delle enormi diseguaglianze.

Arroganza e incultura sono alla base anche dell’appropriazione indebita delle opere d’arte italiane attraverso Patrimonio S.p.a. Non vanno messi in vendita pezzi di città che da secoli appartengono alla gente di questo Paese, in quanto la “cosa pubblica” è cosa di tutti. Ma la bellezza della città non può vivere di passato, perché il nostro presente è il passato del domani e il futuro delle città è quello che oggi progettiamo. La solidarietà verso le generazioni future comprende anche i luoghi urbani così incomprensibilmente trascurati.

Governo delle Città è Governo della Complessità che non ammette semplificazioni.

L’architettura non deve perdere la sua funzione di “legante”, di elemento costitutivo della città, fatalmente interagente con il suo intorno, in termini funzionali, morfologici e spaziali. Le opere di architettura, separate dal contesto in cui si collocano, seppur bellissime, sono dei totem, diventano preziose sculture.

Chi propone una città di architetture senza piano, senza un disegno regolatore, senza un contesto di riferimento, forse intende solo contrastare giustamente quell’idea di città a due dimensioni che crede di risolvere tutto con qualche norma, qualche indice fondiario, tracciati viari, vincoli ambientali. La città ha bisogno di questo, ma è anche altro. L’architettura interviene in quella dimensione spaziale, epica e formale che lancia la città verso la tensione dinamica degli eventi umani.

Nei “pensieri di un uomo curioso” Albert Einstein afferma: “Gli ideali che hanno illuminato la mia strada e mi hanno sempre dato il coraggio di affrontare la vita con allegria sono stati gli affetti, la bellezza e la verità” e racconta “Nella vita quotidiana sono il classico solitario, ma la consapevolezza di appartenere alla comunità invisibile di quelli che lottano per la verità, per la bellezza e per la giustizia mi ha risparmiato ogni sensazione di isolamento”.

È interessante notare come in entrambi questi pensieri, la bellezza sia coniugata ad altri valori.

Per realizzare una città bella, funzionale, dotata di servizi, occorrono spazi urbani adeguati e ben localizzati.

I Piani Regolatori per “far quadrare gli standard”, ricorrono ai vincoli delle aree agricole, mentre consentono l’edificazione di aree libere nelle zone densamente urbanizzate.

Senza la disponibilità di spazi centrali, la riqualificazione urbana è molto ardua.

Ma non è facile sottrarre alla speculazione edilizia i luoghi che hanno raggiunto i massimi valori della rendita. Così da tempo si utilizzano teorie che giustificano la loro edificazione, che insieme allo sfruttamento intensivo di aree produttive fuori zona, hanno spesso poco a che fare con l’interesse collettivo.

I vuoti sono come le pause tra una parola e l’altra e come queste, sono fondamentali per rendere comprensibile il discorso urbano.

Un pensiero corrente, contenuto peraltro nell’articolo di una proposta di legge presentata alla Camera, sollecita la “costruzione” nei vuoti urbani per evitare l’espandersi della città. Ma nonostante i proclami di urbanisti e amministratori, la città non ha contenuto i suoi confini e con l’ipocrita giustificazione di evitare ulteriore consumo di suolo [fatto che sistematicamente e contemporaneamente è accaduto] si sono perduti gli ultimi spazi di città inedificata. Nella città costruita dovrebbe accentuarsi l’attenzione del pianificatore, e dove più alta è la densità edilizia, più forte e determinata dev’essere la difesa di luoghi ecologicamente funzionali alla salute e alla bellezza della città.

Sono temi che si confrontano con le ragioni e i problemi della sovraproduzione edilizia, rispetto alla crescita demografica. In Italia negli ultimi 4 anni vi è stato un incremento della produzione edilizia del 28% [superiore agli altri Paesi], secondo Nomisma, dovuto ai deludenti risultati del mercato azionario rispetto al rendimento degli immobili ad uso residenziale [16%].

Quindi le forti pressioni del mercato immobiliare devono essere indirizzate verso il recupero dell’edilizia esistente, il soddisfacimento del fabbisogno pregresso di aree verdi, servizi, case in locazione anche a canone sociale, affinché questa congiuntura favorevole all’investimento nel così detto “bene rifugio” non si risolva nel solito aumento di territorio urbanizzato, ma si traduca in qualità urbana o in deterrente verso i facili guadagni della rendita fondiaria.

Questo modo di indirizzare la domanda di investimento nel settore edilizio, che oggi preme sulla Pubblica Amministrazione può venire in soccorso al Comune nell’acquisizione di aree e costruzione di servizi, compresa la residenza a canone sociale.

Uno strumento che, se oculatamente adoperato, potrebbe tradurre concretamente questa volontà politico-amministrativa in standard non costretti a rimanere solo sulle tavole dei PRG è la perequazione.

La perequazione ha interpreti molto diversi. Vi sono opportunità che questo strumento offre e danni che se mal regolamentato può arrecare. Innanzi tutto due premesse:

1. la città, per essere tale, ha bisogno di servizi veri, realizzati e gestiti.

2. i dati sul fabbisogno pregresso e la sconfortante prospettiva sulle risorse finanziarie degli Enti Locali inducono ad una riflessione sul presente e futuro delle città, grandi incompiute nell’offerta di servizi pubblici e collettivi.

Dopo oltre 30 anni di standard e di Piani che li indicano sulla carta, anche se proposti in misura sempre superiore alle percentuali obbligatorie, la presenza di servizi realizzati è insoddisfacente e inadeguata ai bisogni. L’esproprio, strumento necessario ma non sufficiente, non va cancellato, bensì sostenuto da forme complementari ed efficaci di acquisizione di aree e realizzazione di servizi, perché in questi 50 anni ha dimostrato l’incapacità di procurarli alla città, privando di conseguenza i cittadini di diritti fondamentali per la vita collettiva, sociale, politica, culturale. La sua applicazione, e lo sa chi ha amministrato una città, non sempre è stata espressione di equità.

Una perequazione ben concepita potrebbe avviare un processo di risanamento della città intesa come sistema integrato di funzioni in controtendenza alla sua progressiva privatizzazione. Potrebbe inoltre includere fra i servizi, la residenza sociale, sempre più dimenticata perché elettoralmente poco remunerativa.

Il diritto alla casa potrebbe avere una prospettiva se in ogni trasformazione urbana una percentuale di superfici edificabili venisse obbligatoriamente ceduta come standard al Comune che, gradualmente, ma sistematicamente verrebbe dotato di un patrimonio pubblico di alloggi e di aree.

Affinché questi benefici effetti si producano, sono però necessarie tre condizioni:

1. gli interventi di trasformazione devono offrire servizi superiori agli standard minimi dei piani di lottizzazione, che tengono conto solo delle esigenze interne al perimetro del pdl; si consentirebbe in tal modo la realizzazione di fasce verdi lungo i corsi d’acqua che attraversano la città e di altri corridoi ecologici, in modo da dare continuità a sistemi ai quali di solito corrisponde un assetto proprietario frammentato quasi impossibile da acquisire.

2. le scelte urbanistiche vanno fatte a prescindere dallo strumento perequativo per non essere “giustificazioniste” di potenzialità edificatorie in eccesso.

3. la cosiddetta “compensazione” si carica di rischi se sottrae al nuovo PRG la forza e l’autorevolezza di modificare le destinazioni del precedente Piano, con il risultato di sommare ai nuovi interventi, quelli ancora giacenti e non consumati nel vecchio PRG. Si traduce inoltre in una subdola forma di deregulation se oltre a consentire incrementi della capacità edificatoria allo scopo di ottenere aree o servizi [punto 2] prevede per le “giacenze” del vecchio Piano, trasferimenti di metri cubi in cerca di localizzazione [come previsto nelle proposte di legge presentate].

Se queste devianze non sono rimosse, la perequazione può trasformarsi, da cosa utile, in nefasta.

Un’ampia riserva di aree pubbliche, che attraverso lo strumento perequativo si possono ottenere, è condizione necessaria per gestire l’urbanistica, inoltre in quanto pubbliche, si sottrarrebbero agli effetti sempre incombenti della decadenza dei vincoli.

Sono temi presenti nella LEGGE SUL GOVERNO DEL TERRITORIO. È la Legge che dopo oltre mezzo secolo sostituisce la n° 1150 del 1942. Non è una come tante, ma il caposaldo delle politiche territoriali, il riferimento culturale e operativo che informerà gli atti successivi e paralleli, una sorta di Costituzione del Territorio, la sua Magna Carta.

Dopo la riforma al Titolo V della Costituzione, il Governo del Territorio, che comprende anche la pianificazione, diventa un processo integrato e complesso che più di prima necessita di concertazione e assunzione di responsabilità politiche e amministrative non delegabili e offre una grande opportunità alle aree urbane e al territorio che con esse ha un rapporto simbiotico.

La città è il luogo in cui convivono le maggiori contraddizioni, dove i conflitti possono trasformarsi in partecipazione, le differenze in diritto di cittadinanza, dove si possono risarcire le diseguaglianze e praticare la solidarietà.

Questa è la città dei diritti urbani, primo fra tutti il Diritto alla Democrazia.

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