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Lucia Tozzi
Da Berlino a Israele il muro degli architetti
30 Luglio 2006
Articoli del 2006-2007
A proposito di un concorso per mascherare un muro di frontiera. Il difficile mestiere dell’architetto (giullare dei tiranni o testimone del dissenso?) nei tempi duri di un’epoca caratterizzata dai muri. Da il manifesto del 29 luglio 2006

L'evoluzione dello scenario geopolitico mondiale negli ultimi vent'anni può essere efficacemente rappresentata dalle vicende di tre muri: quello poligonale di Berlino, quello frastagliato all'inverosimile di Israele e quello dritto della frontera tra Stati Uniti e Messico, mentre l'illusoria sensazione di apertura e libertà generata dalla caduta del muro di Berlino è andata definitivamente sepolta dalle macerie delle Twin Towers, come racconta Marco Belpoliti in Crolli.

Alla cappa della guerra fredda si è sostituita quella ben più claustrofobica della «guerra al terrorismo», che postulando un nemico indistinto ha legittimato la costruzione di «barriere di sicurezza» di dimensioni ciclopiche. Il muro israeliano, avviato nel 2002 da Sharon, una volta ultimato supererà gli ottocento chilometri di lunghezza, mentre il senato americano ha decretato quest'anno il prolungamento di mille chilometri (un terzo dell'intero confine) della recinzione esistente: cifre di fronte alle quali i centosei chilometri di fortificazione tedesca appaiono quasi ridicoli.

Le differenze non finiscono qui: laddove l'archetipo berlinese ricalcava scrupolosamente confini riconosciuti tra parti avverse, il tortuoso tracciato del muro di Sharon segue una logica di appropriazione e frammentazione del territorio palestinese in barba a qualunque trattato: dal canto suo, la barriera statunitense si frappone tra due nazioni amiche. L'esplicita equiparazione tra immigrati e terroristi messa in atto dalla militarizzazione della frontera (nel lanciare questa strategia con l'operazione Gatekeeper del 1994, Clinton dovette ricorrere alla più elitaria categoria dei narcotrafficanti) risulta però imbarazzante al punto che il New York Times ha promosso una sorta di concorso di idee tra una dozzina di architetti di fama per «mascherare il brutto problema» del muro creando «gradevolezza dove non può essercene». Molti degli interpellati, tra cui lo studio Diller&Scofidio, hanno sdegnosamente ricusato l'invito, ma altri coprendosi di ridicolo hanno avanzato proposte di ineffabile arguzia: James Corner ha proposto un rivestimento di pannelli solari, Eric Owen Moss un «paseo di luce» visibile dal satellite, Calvin Tsao la creazione di una striscia di cittadine industriali bipartisan, sempre illuminate di notte, mentre Enrique Norten ha pensato a una fitta rete infrastrutturale. L'idea più straordinaria è però venuta a Antoine Predock: smaterializzare il muro, rendendolo simile a un miraggio di rocce sospese, una vera delizia per le famiglie di chicanos assetati che se lo vedrebbero comparire di fronte dopo giorni di peregrinazioni nel deserto. Al di là di queste amenità, l'aspetto più inquietante del muro è che riproduce su grande scala lo steccato della villetta americana e il modello della gated community, del quartiere ricco recintato e sorvegliato da guardie e telecamere che infiniti architetti e urbanisti ripetono in ogni parte del mondo, da Dubai a Johannesburg a Milano.

Questi recinti «solidificati» fanno parte, secondo Mike Davis, di un unico, virtuale «Grande Muro del Capitale, che separa alcune dozzine di paesi ricchi dalla maggioranza povera», allo scopo di controllare militarmente l'immigrazione per mare e per terra. Le politiche della sicurezza ci stanno trasformando in una mostruosa gated community globale. Per ammirarne gli effetti con un congruo anticipo, basta recarsi a Gerusalemme, laboratorio a cielo aperto di quella che Philipp Misselwitz e Tim Reniets, curatori di City of Collision. Jerusalem and the Principles of Conflict Urbanism (Birkhäuser, 2006, 391 pp. Euro 41,50), chiamano «l'urbanistica del conflitto».

Il Muro della Separazione non è altro che il monumento più fotogenico del complesso sistema di barriere grandi e piccole, strade a scorrimento veloce, terre-di-nessuno, enclaves, accuratamente concepito in funzione della migliore segregazione spaziale tra popolazione araba e israeliana. In generale, l'offensiva israeliana consiste piuttosto che in un genocidio in uno spaziocidio: «In ogni conflitto, le forze belligeranti definiscono quale sia l'obbiettivo nemico e conformano ad esso la propria linea di azione. Nel conflitto israelo-palestinese, l'obiettivo israeliano è il luogo» - scrive Sari Hanafi, che analizza le pratiche di controllo e distruzione territoriale rigorosamente pianificate da Israele; mentre della colonizzazione delle alture parla Eyal Weyzman in Verticalità. The Politics of Israeli architecture, indicando come gli scopi siano il dominio sul paesaggio circostante, il razionamento di acqua ed energia, il rallentamento della circolazione dei palestinesi.

D'altronde, anche a una ragguardevole distanza dal Medio oriente, tanto i fatti di Parigi quanto le rivolte delle nostre «periferie» indicano come una stessa logica governi il modello di sviluppo urbano di Gerusalemme e quello irto di steccati delle villettopoli occidentali.

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