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Vittorio Gregotti
Come difendere bellezza e ragioni delle città
29 Marzo 2004
Periferie
Vittorio Gregotti interviene su Repubblica del 30 agosto 2003 nel dibattito sulle periferie. La città non è morta, ma le proposte per affrontarne i problemi sono inadeguate. La vicenda dello Zen.

Pur con un alto numero di anticipazioni che risalgono all’inizio del XIX secolo ed ancora più indietro, la letteratura prima sulla profonda mutazione e poi sul disfacimento della città ha occupato negli ultimi quarant’anni, con progressiva accelerazione, lo spazio più ampio negli scritti di pianificazione, di sociologia urbana e di disegno urbano. Regione metropolitana, città diffusa, dispersione e concentrazione, mobilità, comunicazione immateriale hanno mosso descrizioni e tentativi di interpretazione dell’esistente mescolandosi ad accanite difese dei monumenti e dei tessuti storici, a tentativi di organizzazione dell’espansione o al contrario alla sua completa deregolazione, nell’ideologia dalla restituzione di un automatico (ed illusorio) equilibrio dello sviluppo. Queste preoccupazioni, ben giustificate da molti motivi, si sono in molti casi rovesciate, nonostante la drammaticità delle contraddizioni, in entusiasmo estetico e sociale in mancanza di proposte alternative fondate.

Pietro Rossi nell’introduzione alla sua ricerca sui modelli di città, circa 40 anni or sono ha ipotizzato (ma certo non è stato il solo) la cessazione del fenomeno urbano così come esso si è caratterizzato (soprattutto in Europa) negli ultimi 2000 anni. Eppure noi seguitiamo a muoverci tra città. Prendiamo un aereo, un’autostrada, un treno per andare da una città all’altra, ne riconosciamo la presenza anche se il costruito si è confuso con la campagna. Seguitiamo a nominare città piccole o grandi, Parigi o Orvieto, Monaco e Bath, persino Shanghai o Città del Messico, identificandole senza troppi dubbi. Il numero di abitanti delle città è enormemente aumentato anche se questo ha prodotto intensificazioni e sviluppi abnormi delle città stesse, sino al cambiamento della loro identità ma non della loro natura urbana. La coreografia interpone ancora spazi (forse non più di natura) che permettono di individuare le città pur con tutte le loro deformazioni.

Questo spostamento di interessi e di attenzioni della cultura dell’insediamento non è però senza conseguenza. Da un lato descrive e cerca di conoscere la natura dei nuovi fenomeni di ampliamento e di diffusione ma dall’altro trasferisce più o meno consciamente i risultati di questa sociologia della constatazione nel fatto urbano (più o meno consolidato) cercando di conferirgli, in modo del tutto improprio, i caratteri morfologici provenienti dalla diffusione e dalla deregolazione ma soprattutto abbandona lo studio sulla città e la cultura del suo rinnovamento in termini di proposte appropriate. Proposte appropriate, appunto, e non solo difese (spesso per giustificata paura del peggio) od offese (sovente per imitazioni servili a ciò che si pensa ipermoderno, cioè futuro).

Né i rinnovamenti in corso in Italia promettono di più. A Milano il concorso per la grande centralissima area un tempo occupata dalla Fiera ha visto allinearsi una serie di star internazionali (anche con alcuni ottimi architetti) ma tutti scelti tra coloro che nella loro carriera hanno dimostrato scarsissimo interesse al disegno urbano: anche se la scelta sarà alla fine determinata essenzialmente dall’offerta economica, che a sua volta fisserà difficili condizioni a partire da una alta densità.

Certo la ricostruzione della parte del «Chado» di Lisbona dopo l’incendio è un caso (raro) di rinnovamento architettonico di alto livello civile ma persino la straordinaria tradizione urbana di Amsterdam capace di miracoli come Amsterdam sud, è in gravi incertezze nelle sue decisioni di ampliamento. E l’elenco (almeno per l’Europa) potrebbe continuare. Ciò che sospetto è che non siano tanto le condizioni economiche e funzionali (anche se la speculazione immobiliare gioca un ruolo ancora più importante da quando tra gli speculatori si elencano anche le istituzioni pubbliche) quanto l’assenza di una cultura urbana attiva e di una esigenza collettiva alla ricerca di sé.E’ solo in questo quadro generale che si deve collocare anche il degrado delle periferie: sia quelle interne che quelle esterne, come caso quantitativamente significativo. Di recente sui quotidiani italiani sono comparse molte denunce intorno allo stato sociale delle periferie (ma ci voleva proprio questo orrendo delitto di Rozzano per accorgersene?) ed anche molte accuse direttamente nei confronti dell’ambiente fisico costruito ed anche naturalmente dei progetti degli architetti. Solo l’articolo di Michele Serra pone il problema strutturale della relazione tra bellezza e ragione, o ancora di più tra qualità ambientale e qualità della vita, mettendo in gioco la responsabilità di costruttori, architetti, istituzioni (non si tratta di categorie ma di insiemi internamente molto diseguali) intorno alle questioni che discute. Certo l’ambiente fisico non è tutto ed il modo come esso viene socialmente vissuto, le questioni di sradicamento è radicamento, di povertà, di dissociazione sono assai più ampie: ma cominciamo almeno dal problema architettonico con tutti i suoi limiti.

L’articolo di Serra è comparso sullo stesso numero di Repubblica su cui si annuncia, in una piccola nota, che dopo una trentina di anni di dimenticanza, l’amministrazione di Palermo si è accorta che al quartiere Zen mancano i servizi principali e vorrebbero provvedere.

Poiché il quartiere Zen di Palermo (insieme con il Corviale di quel bravissimo architetto che fu Mario Fiorentino) è ormai da molti anni sotto accusa come luogo esemplare del degrado, è necessario parlarne. La sua storia è esemplare come appunto storia di degrado (rimando per chi volesse conoscere i dettagli al bel libro scritto da Andrea Sciascia sull’argomento). Il concorso vinto nel 1969 restò congelato per contrasti speculativi per qualche anno (sindaco Ciancimino). Poi si cominciò a costruire avendo cura di estromettere i progettisti da ogni possibilità di controllo. Vennero costruite in parte solo alcune «insulae», come erano stati definiti gli isolati di 3-4 piani (niente «grattacieli senza vanità», come si vede) che cercavano di proporre insiemi comunitari di scala inferiore al quartiere. Erano previste in progetto due scuole, un centro di servizi e negozi, un centro sportivo e un gruppo di edifici per attività artigianali o di lavoro organizzato. Niente di tutto questo fu mai eseguito. Gli aventi diritto trovarono gli alloggi già abusivamente occupati e per quasi venti anni non funzionarono né le fognature, né gli altri servizi tecnici indispensabili, per non parlare naturalmente del verde. Ad un certo momento una delle insulae venne incendiata e abbandonata, e così è rimasta. Le uniche due insulae costruite e felicemente abitate sono chiuse da cancelli per difendersi dalla piccola criminalità. Le condizioni abitative offerte dal progetto erano infinitamente migliori di gran parte del costruito a Palermo durante gli ultimi 50 anni, ma niente resiste all’abbandono. Provate ad immaginare una villa palladiana abbandonata, senza servizi ed abusivamente occupata da persone senza mezzi per un ventina d’anni.

Qui a Londra (da dove scrivo) ho visitato ieri, a distanza di più di vent’anni, due quartieri popolari, Roehampton ed il Golden Lane, che hanno avuto fortune sociali molto differenziate. Il primo, costruito dagli architetti del soppresso (dalla signora Thatcher) London County Council nei primi anni Sessanta e nell’oggi odiato stile razionalista, ha avuto una vita felice e ben gestita, il secondo, disegnato dai bravissimi architetti Alison e Peter Smithson alla fine degli stessi anni, è stato abbandonato a sé stesso, non finito, occupato da abusivi e costante teatro di delitti. Oggi, risistemato, completato e razionalizzato, presenta opportunità abitative di una qualità assai superiore alla media della periferia londinese.

Tutto questo non vuole scagionare le colpe degli architetti, che sono molte, proprio nell’ambito delle responsabilità specifiche della costruzione di un ambiente urbano civile: almeno nelle premesse progettuali. Queste questioni, ha ragione Michele Serra, dovrebbero essere pane quotidiano non solo della discussione politica ma delle sue attuazioni perché «quando ci si arrende al brutto si smette di ragionare sulla propria vita quotidiana».

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