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Pierluigi Sullo
Chi gioca nello stadio?
22 Settembre 2011
Il territorio del commercio
Nascosti dietro al dito del tifo calcistico, avanzano i Superluoghi all’italiana, nel silenzio dopo la modesta mostra bolognese di qualche anno fa. Il manifesto, 22 settembre 2011 (f.b.)

Diversi giorni fa ho assistito mio malgrado (sono interista) all’inaugurazione del nuovo stadio della Juventus, a Torino. A parte la colata di retorica per me ovviamente indigesta, ho trovato interessanti i commenti sul tipo di stadio, la novità che esso rappresenta in Italia. Si tratta del primo stadio, in Italia, di proprietà di una società di calcio e interamente finanziato da privati (la Fiat o suoi dintorni). Lo stadio precedente, a Torino, si chiamava Olimpico ed era stato costruito per i campionati mondiali di calcio del 1990, quelli che, sotto la direzione di Luca Cordero di Montezemolo, contribuirono potentemente a quel debito pubblico per abbassare il quale ora Montezemolo invoca tagli alla spesa sociale. Nel ’90 si costruirono stadi giganteschi, come quello torinese, o quello di Bari, 80 mila posti più le poltrone della famiglia Matarrese.

Il nuovo stadio della Juventus contiene invece 42 mila persone, perché l’idea è di offrire comodità e intrattenimento, calcistico e non solo. Di più, questo tipo di stadi sono l’occasione per praticare lo sport più remunerativo di tutti: la speculazione immobiliare. Sia la Roma che la Lazio, le squadre di Roma, hanno più volte tentato, negli anni, di costruirsi un proprio stadio, abbandonando l’Olimpico romano (a sua volta ristrutturato nel ’90 con enormi spese): si è parlato di uno stadio della Roma alla Magliana, poi alla Pisana, di quello della Lazio (lo “Stadio delle aquile”) sulla Tiberina. In tutti questi progetti, a un impianto più piccolo si affiancavano costruzioni di carattere commerciale e, ovviamente, residenziale. È assai probabile che gli americani nuovi proprietari della Roma abbiano fatto questo investimento, d’accordo con Unicredit, la banca che in pratica possedeva la società, proprio con questo scopo.

In sostanza, il modello è Disneyland, ma anche i grandi centri commerciali: si va allo stadio a vedere la partita, ma si va anche al cinema, a fare shopping. E intorno, uffici e abitazioni in abbondanza, che, anche con un mercato assai depresso dalla crisi, rappresentano pur sempre attivi di bilancio e possibilità di nuovo credito da parte delle banche. Insomma, la finanziarizzazione dell’edilizia applicata allo sport, anzi al business sportivo. Del resto, il modello si è già affermato da tempo in altri paesi, come l’Inghilterra, dove gli stadi sono in generale di proprietà delle società calcistiche. Quello, storico, dell’Arsenal, squadra londinese, fu raso al suolo e ricostruito con il nome di “Emirates”, la linea aerea degli Emirati arabi proprietaria della società.

La spinta è talmente forte che i proprietari della Fiorentina, i Della Valle (il cui “senior” è appena entrato nella cabina di comando di Mediobanca, per dire), si sono più volte “disaffezionati” alla “Viola” proprio perché non sono riusciti a ottenere di costruire un loro stadio, e la famosa frase, in una intercettazione dell’allora sindaco Domenici, «del parco non mi frega una sega» (all’incirca, cito a memoria), alludeva proprio al progetto di nuovo stadio nella famigerata area di Castello. Gli stadi come grimaldelli nell’urbanistica delle città: il calcio è una cosa seria, a parte qualche allenatore dell’Inter.

www.democraziakmzero.org

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