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Vezio De Lucia
C’era una volta l’austerità
30 Marzo 2009
La barbara edilizia di Berlusconi
"Se non ci mobilitiamo con determinazione e risolutezza, ci aspetta un futuro di immani disastri". Bollettino Italia Nostra, n. 444

Come uscire dalla crisi che ci attanaglia? Credo di non essere stato il solo, in quest’ansiosa stagione, a ricordare il discorso sull’austerità tenuto da Enrico Berlinguer nel 1977 al teatro Eliseo di Roma. Vivevamo allora le drammatiche conseguenze della guerra arabo-israeliana del 1973 che aveva fatto repentinamente tramontare le illusioni sulle magnifiche sorti e progressive di uno sviluppo economico illimitato basato sul petrolio a basso costo. Penso che in molti abbiamo pensato di riprendere quel discorso, rassicurati dal fatto che il più grande paese capitalistico del mondo e della storia percorre anch’esso – si parva licet componere magnis – strade inaspettate, varando misure a favore della riconversione sostenibile dell’economia, della cultura, della ricerca scientifica, dell’istruzione e della sanità pubblica.

Invece, improvvisamente, il nostro presidente del consiglio, con il suo forsennato rilancio della speculazione fondiaria come misura risolutiva per uscire dalla crisi, ci ha brutalmente ricondotti nello squallore terra-terra della nostra realtà, a distanza siderale dai ragionamenti sull’austerità e dal seducente modello disegnato da Barack Obama.

I contenuti della proposta di Berlusconi sono noti, si chiama “piano casa”, e dovrebbe riguardare stanziamenti per l’edilizia sociale, in effetti pochi soldi a sostegno di programmi già decisi dal precedente governo. Ma il piano casa è solo la cornice, è un paravento, anzi è un tranello, che spiana la strada all’autentica novità, quella che riguarda la decantata “rivoluzione” dell’edilizia privata. Quando scrivo questa nota non è ancora noto il testo definitivo varato dal governo, ma è stato anticipato che si prevede l’abolizione del permesso di costruire, sostituito da una certificazione di conformità firmata dal progettista, e la possibilità di un premio di cubatura fino al 30 per cento in caso di demolizione e ricostruzione di un edificio. Sembra addirittura che ci sia la possibilità, per chi interviene in aree vincolate, di ottenere una sorta di autorizzazione in sanatoria. Rispetto a ciò che potrebbe succedere, rischiamo di rimpiangere la Napoli degli anni Cinquanta, quando era sindaco Achille Lauro e circolava la battuta che "il piano regolatore serve a chi non si sa regolare". Basta d'altra parte ricordare che a plaudire per prima è stata la nuova amministrazione regionale della Sardegna, che di speculazione se ne intende.

Dobbiamo riconoscere che Berlusconi ha spiazzato tutti. Ci ha costretti ad accantonare ogni riflessione intorno alle inedite condizioni determinate dalla crisi, che avrebbero potuto permettere di ripensare il mercato edilizio e dei lavori pubblici, orientandoli verso modelli caratterizzati da maggiore equità sociale e da investimenti a più alta intensità di lavoro e di convenienza ambientale ed ecologica. Ci ha costretti invece a spendere ogni energia per bloccare, o almeno ridurre, i danni della sua proposta. Non dobbiamo infatti illuderci che quella proposta sia facile farla rientrare, invocando la ragione e il buon senso. Non sarà, facile perché si rifà alla linea dei “padroni in casa propria”, che solletica ed esaspera egoismi profondi e diffusi del popolo italiano, soprattutto nel Mezzogiorno. Quegli stessi egoismi che nei decenni trascorsi indussero ad affossare ogni tentativo di riforma urbanistica, che nel febbraio scorso hanno determinato la sconfitta di Renato Soru e che invece hanno portato al successo i ripetuti provvedimenti di condono (tre in diciotto anni: 1985, governo Craxi; 1994 e 2003, governo Berlusconi). Anche stavolta siamo di fronte a una sorta di condono, peggio, un condono permanente, senza oblazione, e con il sostegno del governo.

A rendere il quadro ancora più fosco concorrono le recenti misure del ministro Sandro Bondi volte a penalizzare, screditare, immiserire le soprintendenze e ogni altro ufficio del ministero dei Beni culturali. Vittorio Emiliani ha recentemente riepilogato i dati relativi al massacro. Nell’anno 2009: spese per la tutela: – 35 per cento; spese per la ricerca: – 93,97 per cento; disponibilità in tema di formazione, aggiornamento e perfezionamento pari 0,6 centesimi di euro per dipendente. Che tutela potrà perseguire un’amministrazione ridotta in questo stato? Ma di che ci meravigliamo se lo stesso Bondi, a Torino, nel luglio scorso, nell’aprire il XXIII congresso degli architetti, ha dichiarato che: “Le città d’arte furono costruite senza leggi urbanistiche, leggi che una volta introdotte hanno saputo produrre solo bruttezza e squallore nelle nostre città”.

Altro che austerità, altro che rilancio della cultura e del paesaggio. Se non ci mobilitiamo con determinazione e risolutezza, ci aspetta un futuro di immani disastri ambientali e dissennata dissipazione di risorse.

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