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Roberto De Marco
Aspettando Cassandra
25 Aprile 2009
Scritti ricevuti
Era già tutto previsto: fin dal 2001. Ma gli studi del Servizio Sismico sono rimasti inascoltati. E non riguardavano solo L’Aquila… Scritto per eddyburg, 24 aprile 2009 (m.p.g)

Il dibattito che ha segnato questo dopo terremoto, o meglio le polemiche, tutto sommato modeste, che anche questa catastrofe ha messo in campo, oltre che sulla ingiustificabile fragilità del cemento armato e della prevenzione che non c’è, ha puntato il dito, complice un gas un po’ misterioso, il radon, sulla previsione dei terremoti.

Credo che non sia necessario, dopo tutto quello che è stato detto e scritto, tornare sul funzionamento di quel gas come precursore e sugli evidenti limiti emersi circa le possibilità offerte ad un intervento di protezione civile. E’ infatti del tutto vero che in giro per il mondo il terremoto resta, e resterà probabilmente a lungo, un evento non prevedibile, che non offre la possibilità di rispondere alle tre fatidiche questioni poste da chi deve gestire un’emergenza: dove, cosa e quando sta per capitare, ovviamente in termini operativamente utilizzabili. Nel dibattito un po’ confuso su giornali e teleschermi, è sembrato tuttavia emergere che ciò che la scienza dovrebbe mettere a disposizione per "fare qualcosa di protezione civile" sia, piuttosto che una previsione, una predizione; cosa che riusciva bene solo a Cassandra, salvo poi non esser mai creduta.

Nessun evento naturale, ovviamente, può essere predetto. Nemmeno la meteorologia, con la quale abbiamo oggi tutti una utile confidenza, predice la pioggia ma semplicemente la prevede, attribuendo implicitamente a quel fenomeno una probabilità di accadimento, magari alta, ma pur sempre una probabilità. E siccome statistica e monitoraggio funzionano in quel contesto bene, spesso quanto previsto si avvera. Spesso, ma non proprio sempre, poiché resta una valutazione probabilistica. Quando poi non succede, poiché molto spesso si tratta di portarsi o non portarsi l’ombrello, fare o non fare una gita, le conseguenze sono relative. Certo, sempre in meteorologia, vi sono anche previsioni diverse, quelle per l’appunto che determinano comportamenti di protezione civile, per esempio all’avvicinarsi di piogge intense e concentrate, di allerta o allarme.

Specialmente in questi ultimi anni, il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato frequentemente informative di tale tipo che hanno la funzione di testimoniare il fatto che ciascuno, sul territorio, è stato avvertito e quindi messo in condizione di fare quel che rientra nelle rispettive competenze (preparazione delle strutture di protezione civile, controllo, cautele, evacuazioni, etc.), sotto la loro diretta e unica responsabilità. Poi, se le cose dovessero non andare come da previsione, meglio così.

Per i terremoti le cose sono un po’ più complicate, il radon non sta alla scossa demolitrice come le nuvole nere all’orizzonte gonfie di pioggia, all’alluvione. Ed allora, considerata anche la posta in gioco, per gli imprevedibili terremoti è necessario stressare quello di cui si dispone.

E’ stato detto e ripetuto che oggi la ricerca di settore ha restituito una conoscenza dettagliata della sismicità di questo paese, fino a fornire dei valori delle accelerazioni del suolo durante il terremoto, secondo una griglia che copre tutto il territorio nazionale. E’ verissimo. Ma è anche vero che tale conoscenza ha consentito di stimare il rischio sul territorio nazionale, associando i valori di accelerazione del suolo alla vulnerabilità del patrimonio edilizio (cfr. Rischio Sismico – Agenzia di Protezione Civile - Servizio Sismico Nazionale, 2001). Sotto il profilo strategico, la conoscenza della distribuzione del rischio sismico consente un indirizzo mirato delle risorse –ove ci fossero- in prevenzione, posto che la loro entità per la riqualificazione delle vecchie costruzioni, vero zoccolo duro del problema sismico in Italia, è di dimensioni tali da rendere interventi a copertura totale assolutamente velleitari.

Ma in realtà la capacità di generare analisi di rischio nel paese ha consentito di effettuare altri passi che, alla luce di quanto successo al capoluogo abruzzese, assumono un particolare significato. Ha consentito di elaborare le analisi di scenario che riescono a disegnare con dettaglio -e come si vedrà con buona approssimazione- l’impatto di un determinato terremoto su un altrettanto determinato contesto territoriale, il cui utilizzo riveste una notevolissima importanza per diversi aspetti dell’intervento di protezione civile.

Il terremoto dell’Irpinia dell’80 ha rappresentato una delle peggiori performances di Protezione Civile in emergenza, oltre che per l’intensità dell’evento –nemmeno confrontabile con quello dell’Aquila- anche perché non si seppe per tre giorni cosa fosse accaduto e se le vittime fossero 100, 1000 o 10mila. Un’ora dopo il terremoto del 6 aprile, il Dipartimento di Protezione Civile annunciava anche il numero degli edifici che si riteneva fossero stati colpiti dalla scossa appena avvenuta: dai 10 ai 18mila. Vi è da presumere che presso il Dipartimento della Protezione Civile sia ancora in funzione il SIGE (Sistema Informativo Gestione Emergenza – Servizio Sismico Nazionale, 1997) che, conosciuto epicentro e magnitudo dell’evento dalla rete nazionale di rilevamento, elabora in tempo semireale i dati di vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area interessata dal terremoto.

Si può presumere che il Sistema abbia fornito, anche in questa occasione, un quadro di buona approssimazione di quanto accaduto, attraverso l’intero set di dati che è in grado di produrre: oltre agli edifici interessati dall’evento, quelli inagibili e quelli collassati, le persone coinvolte nei crolli (vittime e feriti) ed una prima stima dei danni. Le relative incertezze della risposta del Sistema possono essere imputate alla parzialità dell’informazione sismologica immediatamente disponibile (le elaborazioni partono dopo pochi minuti, con la prima intensità e localizzazione dell’evento,) ed anche al fatto che nella prima versione non erano state introdotte la così dette stime dicasualties, ovvero l’incidenza, calcolata su una consolidata base statistica, dell’ora dell’evento e del giorno della settimana, del mese dell’anno (che sono determinanti nell’affollamento degli edifici) ed ulteriori valutazioni di vulnerabilità.

Gli scenari, tuttavia, non servono solo dopo, quando il terremoto è già avvenuto -per scongiurare la mancanza di un quadro immediato delle dimensioni del disastro, come accaduto in Irpinia- ma hanno un’importante funzione nella fase preventiva e, soprattutto, nella pianificazione dell’emergenza. E’ del tutto evidente che la sintesi tra il molto che si conosce circa le condizioni geologiche e strutturali di un’area, la sismicità storica del luogo, la vulnerabilità del patrimonio edilizio e infrastruturale, nonché la fragilità del contesto territoriale, consente di avere in buona approssimazione una valutazione dell’impatto di un determinato evento. Anzi, di quegli eventi di diversa intensità che la sismicità storica ci dice essersi già prodotti nell’era in esame, a partire da quelli più forti ma, fortunatamente, più rari. Quella degli scenari è una realtà ormai consolidata a livello scientifico e molto spesso trova una verifica nella drammatica realtà dei fatti.

Nel febbraio del 2001, il Servizio Sismico Nazionale, collocato, dopo la chiusura dell’Agenzia nazionale di Protezione Civile, nel ricostituito Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, predispose e trasmise un documento intitolato Rischio sismico in Italia che, partendo da una valutazione delle dimensioni del problema sismico nel paese, segnalava anche alcuni punti irrinunciabili di un percorso per la riduzione di tali condizioni di rischio. Un capitolo riguardava le analisi di scenario, nel quale, per L’Aquila veniva segnalata la situazione con la quale la città si sarebbe dovuta confrontare in caso di tre eventi di diversa intensità (max.storico / grave / moderatamente grave):

intensità epic./abit.crollate/abit.inagibili/sup.dan.giata Mmq

X / 7000-24000 / 13000-2400 / 1.5 -2.3

VIII /100-650 / 1500-4500 / 0.15-0.4

VII / 10-120/ 400-1800 / 0.041-0.17

persone coinv.crolli/ vittime /feriti / senza tetto

16000-58000 / 4000-14500 /8000-29000/ 36000-21000

170-1200 / 40-300/ 80-600 / 2900-10000

20-200 /5-50 / 10-100 / 750-3600

L’evento del 6 aprile ha avuto un’intensità a L’Aquila del IX grado della scala Mercalli, andandosi quindi a collocare tra i primi due scenari allora proposti per il capoluogo abruzzese, e conferma l’efficacia di uno strumento di "previsione d’impatto" quale è in definitiva un’analisi di scenario, per altro realizzata ormai otto anni orsono e che si sarebbe dovuto affinare, come affermato nella dettagliata relazione di accompagnamento.

Certo, le analisi di rischio e le analisi di scenario non sono che un contributo alla soluzione dei fatidici quesiti dove, cosa e quando. Il problema, posto in questi termini, ci porta infatti a ritenere che si possa stimare cosa può accadere dove particolari condizioni di rischio (frequenza/intensità dei terremoti e vulnerabilità del contesto) inducono a concentrare l’attenzione, scontando tuttavia il fatto che nessuna indicazione si ha circa la terza incognita: quando.

La domanda allora non può essere che una: si può fare qualcosa anche se i terremoti non si possono "predire", nel momento in cui si hanno, tuttavia, livelli di conoscenza comunque dettagliati? E’una questione molto difficile da affrontare, su cui è mancata in questi giorni un’approfondita riflessione sia sul piano tecnico-scientifico che su quello politico-istituzionale. Riflessione che dovrebbe maturare, prendendo spunto, proprio sul terreno concreto di quanto successo in Abruzzo, attraverso un’inquietante inversione dell’ordine dei fattori: si può rimanere inerti ma con nelle mani determinati livelli di conoscenza, mentre per alcuni mesi uno sciame sismico genera inquietudine tra la popolazione di una città? Messa così la questione, la risposta non è obiettivamente semplice da formulare, e comunque, dovendo inevitabilmente tener conto di quanto poi avvenuto, difficilmente si può trovare una conciliazione tra le ragioni della scienza e i sentimenti della gente.

La questione è invece importante in prospettiva, come contributo alla riflessione invocata. Si potrebbe infatti richiamare l’attenzione sulla differenza macroscopica esistente tra la gestione di un’emergenza e la sua pianificazione. Ecco, in questo paese la prima ha sempre sistematicamente prevalso sulla seconda e, su questo aspetto, deve esser fatto un passo avanti, direi sul piano della cultura di protezione civile. La pianificazione dell’emergenza, specialmente in quelle aree dove gli scenari disegnano le situazioni più preoccupanti, non può essere solo quella della individuazione delle aree per le tendopoli, della predisposizione dei servizi, della organizzazione ed ottimizzazione del volontariato, ed altre cose di questo tipo a cui oggi meritatamente si plaude, importantissime, vitali nell’immediatezza del post terremoto, affidate dall’attuale normativa alla responsabilità degli amministratori locali.

Opportunamente, in quanto procedura complessa da realizzare con omogeneità sulle aree più esposte, il problema dovrebbe essere affrontato dal livello nazionale della pianificazione dell’emergenza, previsto dalla vigente normativa, come si era iniziato a fare nel 1997, in un contesto emblematico rispetto al rischio sismico, quale la Sicilia orientale e l’area dello Stretto di Messina nell’ambito di una collaborazione instauratasi tra l’Agenzia di Protezione Civile e la Regione Siciliana (quest’ultima anche attraverso un finanziamento di 1.5 miliardi di lire).

Il coordinamento venne affidato al Servizio Sismico Nazionale, ma il progetto si arrestò a causa delle modificazioni istituzionali intervenute nel 2001, sebbene avesse fatto già parecchia strada. Quell’esperienza incompiuta individuava nelle analisi di rischio e in quelle di scenario, nonché nell’affinamento delle valutazioni di vulnerabilità, gli elementi centrali di riferimento attorno ai quali costruire il primo Piano nazionale d’emergenza ed aveva, come obiettivo prioritario, la individuazione delle criticità della risposta del sistema territoriale ai terremoti di riferimento. Criticità collegate alla eventuale insufficienza dei livelli organizzativi deputati al superamento dell’emergenza, sostanzialmente in termini di uomini e mezzi.

Ma anche e soprattutto criticità legate alla vulnerabilità del territorio nel suo complesso, alla perdita delle funzioni strategiche ai fini della protezione civile (prefettura, ospedali, etc., come è avvenuto a L’Aquila), alla fragilità dei sistemi infrastrutturali (quanto ritardo avrebbero avuto i soccorsi ai terremotati abruzzesi se una maggiore sollecitazione sismica sugli gli impalcati autostradali li avesse resi inagibili?), dell’edilizia di uso pubblico, ed altro ancora. Criticità, queste ultime, che non possono evidentemente trovare una soluzione all’interno del Piano, ma richiedono il coinvolgimento di altri livelli di governo ed intervento sul territorio, il concorso interistituzionale da attivare nella logica stringente della salvaguardia dell’incolumità della popolazione.

La questione, così posta, crea un nesso forte di interdipendenza tra le problematiche dell’azione in prevenzione (riduzione delle molte criticità presenti sul territorio) e la pianificazione dell’emergenza (essenziale momento di verifica in grado di far emergere quelle, in genere numerose, criticità). Pianificazione che deve essere intesa come strumento dinamico, in grado di innescare un processo virtuoso nel momento in cui richiede, con la forza dell’esigenza di sicurezza, che le criticità evidenziate siano risolte in modo da essere eliminate dal Piano, determinando passo dopo passo un percorso virtuoso verso la ottimizzazione dell’intervento in emergenza, realizzata anche e soprattutto attraverso la riduzione delle vulnerabilità e delle fragilità del territorio.

Nell’affermazione di questa sintesi tra due aspetti fondamentali dell’azione di protezione civile, prevenzione e pianificazione dell’emergenza, possono essere trovate, almeno in parte, le risposte alle domande inquietanti anche di questo dopo terremoto.

Dello stesso autore e sullo stesso tema, in eddyburg:

La prevenzione che non c'è, 7 aprile 2009

La fortuna dell'Italia, 13 aprile 2009

Il problema sismico in Italia, 21 aprile 2009

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