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Renato Grimaldi
Antonio Cederna, l’archeologo rivolto al futuro
1 Ottobre 2006
Scritti su Cederna
"Cederna intuì prima di altri che il grande problema del Paese era ed è l’aggressione al territorio, il bene comune che dà un senso effettivo alle comunità". Da l'Insostenibile del 20 setembre 2006

Antonio Cederna era figlio della borghesia milanese, una borghesia ora assai difficile da immaginare: laico, antifascista, sobrio e ironico, rigoroso, con una forte passione civile. Impegnato dal dopoguerra nello sforzo per la ricostruzione dell’etica pubblica del nostro Paese. A partire dalla tutela del territorio, dei centri storici, dei beni culturali e ambientali, assunti quali beni comuni e valori in sé. E’ stato un archeologo che per dedicarsi alle battaglie di tutela ambientale e del paesaggio, per amore delle nostre bellezze divenne innanzitutto giornalista (il Mondo di Pannunzio dal 1950 al 1966, il Corriere della Sera della Mozzoni Crespi e di Ottone dal ’67 al 1981 e poi a Repubblica) ma anche urbanista, critico d’arte, saggista. E poi amministratore locale, parlamentare di rango, tra i fondatori dell’ambientalismo italiano ma anche concreto e attivo presidente del parco dell’Appia.

E’ davvero impressionante la mole di attività svolte da Antonio Cederna con libri, saggi, interventi, proposte di legge, articoli sui giornali; e sempre sul valore della conoscenza, dei beni storici e culturali, dell’ambiente, delle nostre radici nelle articolate e complesse identità territoriali.

Nei suoi articoli era capace di dissacrare i luoghi comuni del nostro Paese, ricco di tecnici e tecnicismi ma debole di cultura. Così scriveva oltre trent’anni fa, nel 1975: “In questa cultura dimezzata spiccano quelli che per mestiere operano direttamente sul territorio, la legione di architetti, ingegneri e geometri al soldo dei costruttori e della immobiliari. Vittime di un’educazione sbagliata e di una scuola retrograda, costoro credono ancora che scopo del costruire sia l’affermazione della loro “personalità”, che architettura moderna sia produzione di capolavori da pubblicare sulle riviste, che foreste e litorali ci guadagnino ad essere lottizzati, che le “qualità formali” riscattino l’errore sociale, economico ed urbanistico del loro intervento.” Considerazioni di un’attualità addirittura sorprendente, che Eddy Salzano mantiene scolpite sul bellissimo sito internet eddyburg.it, e che così commenta: “Parole oggi più vere che mai. Le città non competono scommettendo sulla migliore qualità della vita (migliori servizi, più verde, comunicazione tra gli abitanti, bellezza d’insieme, solidarietà) ma sulla più fantasiosa Grande Opera.”

Cederna intuì prima di altri che il grande problema del Paese era ed è l’aggressione al territorio, il bene comune che dà un senso effettivo alle comunità. Con lui intere generazioni di romani hanno imparato a sentir proprie le bellezze del territorio in cui vivevano. Un milanese pungente che divenne un profondo conoscitore e tutore intransigente delle bellezze ambientali, storico-culturali e paesaggistiche dell’area romana. Basti solo ricordare l’impegno profuso per l’Appia Antica e per il Progetto Fori, per unificare, liberare e far riemergere da sotto il cemento il più grande patrimonio archeologico del mondo e restituirlo a Roma. E in questo impegno trovò sponda attenta e appassionata in un “grigio funzionario di partito”, Luigi Petroselli, il sindaco più amato che la sinistra abbia avuto a Roma.

Con Cederna emerge un’etica fondata sulle regole e sul governo pubblico e democratico dei processi territoriali, in grado di coniugare istanze sociali e attenzione prioritaria ai beni ambientali e culturali. In particolare a Roma, dove pure non si sottrasse mai a misurarsi con le esigenze di una città che assommava alle esigenze di metropoli in crescita le funzioni di capitale nazionale e internazionale. Per questo avanzò la proposta di legge per Roma capitale (1989), con soluzioni coraggiose di riassetto metropolitano per una città moderna da edificare nella periferia orientale (il sistema direzionale orientale, lo Sdo) dove trasferire terziario, uffici e ministeri, per liberare un centro storico divenuto invivibile. E, come racconta Vezio De Lucia su Carta del 30 gennaio 2006, doveva trattarsi di un’operazione a “saldo zero”: gli immensi spazi lasciati liberi dagli uffici del centro non dovevano essere sostituiti con altri carichi urbanistici, ma divenire vuoti urbani attrezzati, parchi verdi e zone pedonali, con la piena valorizzazione delle aree archeologiche poste nella Roma storica. L’archeologia, la memoria, l’identità stratificata diveniva il punto di partenza per un diverso assetto della città, per una nuova socialità. La modernità di Cederna è proprio nella sua idea di città imperniata sul bene comune della convivenza nella bellezza condivisa, sul benessere, assolutamente lontana da chi continua a delegare al mercato, al Pil, ad immobiliaristi e costruttori la definizione dei destini delle nostre comunità.

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