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Paul Krugman
Addio al sogno americano
1 Agosto 2013
Post 2012
Dalla crisi finanziaria di Detroit la riflessione del premio Nobel si sviluppa verso un'altra constatazione: lo

Dalla crisi finanziaria di Detroit la riflessione del premio Nobel si sviluppa verso un'altra constatazione: lo sprawl ammazza la società, oltre che l'ambiente. La Repubblica, 1 agosto 2013, postilla (f.b.)

Detroit è un simbolo del vecchio concetto di declino economico. L’abbandono non ha colpito solo il centro della città; in tutta la sua area metropolitana, tra il 2000 e il 2010 la popolazione ha subito un calo più drastico di quello registrato in altre grandi città. Per converso, Atlanta può essere citata ad esempio di sviluppo impetuoso. In quello stesso periodo, il numero dei suoi abitanti è aumentato di oltre un milione: un incremento paragonabile a quelli di Dallas e Houston, senza la spinta aggiuntiva del petrolio.

Ma al di là di questo netto contrasto, c’è un fattore che accomuna una Detroit in bancarotta a un’Atlanta in piena crescita. Sembra che anche qui, nonostante il boom, il “sogno americano” sia ormai svanito. Chi nasce in una famiglia povera difficilmente riesce a migliorare la propria condizione. Di fatto, l’ascensore sociale – o in altri termini, la possibilità di raggiungere uno status socioeconomico più elevato rispetto alle proprie origini – ad Atlanta sembra funzionare anche peggio che a Detroit, dove il livello di mobilità sociale è comunque basso.

Uno studio recente promosso dall’Equality of Opportunity Project (EOP) e diretto da un gruppo di economisti delle università di Harvard e Berkeley si basa su una serie di confronti tra i tassi di mobilità sociale di diversi Paesi. Ne risulta che l’America di oggi, che pure continua a considerarsi come la terra delle opportunità per tutti, ha un sistema classista ereditario persino più rigido di altre nazioni avanzate. Gli autori del progetto hanno peraltro riscontrato notevoli differenze, in materia di mobilità sociale, anche all’interno degli Stati Uniti. Ad esempio a San Francisco, chi è nato in una famiglia appartenente al 20% inferiore (in termini di reddito) della scala sociale, ha l’11% di probabilità di elevarsi fino al “top fifth”, cioè al 20% con i livelli di reddito più alti; mentre ad Atlanta questa prospettiva è limitata al 4% di chi nasce povero.

Gli studiosi hanno poi cercato di individuare i fattori collegati ai tassi più o meno elevati di mobilità sociale, giungendo a risultati in parte sorprendenti. Contrariamente alle aspettative, il fattore razziale sembra giocare un ruolo relativamente modesto. È invece emersa una correlazione significativa tra il grado di sperequazione sociale esistente e le probabilità di miglioramento In altri termini, quanto più debole è il ceto medio, tanto minori sono le probabilità di ascesa sociale. Questo risultato trova riscontro anche a livello internazionale: nelle società relativamente egualitarie come quella svedese, la mobilità sociale è molto più elevata che nell’America di oggi, con i suoi stridenti contrasti tra poveri e super-ricchi. È inoltre emerso un altro dato significativo: la correlazione tra la segregazione abitativa – cioè la condizione delle fasce sociali relegate in quartieri molto distanti delle città estese a macchia d’olio – e le probabilità di riscatto da una condizione di indigenza.

Ad Atlanta, la distanza fisica tra i quartieri bene e quelli abitati dalle fasce più povere è enorme. Sembra dunque che esista un rapporto inversamente proporzionale tra la dispersione urbana e il grado di mobilità sociale: un argomento in più per chi promuove le strategie urbane di “smart growth” (crescita intelligente) con centri urbani compatti e facilmente accessibili ai mezzi di trasporto collettivi. Quest’osservazione andrebbe tenuta in considerazione anche nel più ampio contesto di una nazione che sta deviando dalla propria rotta, e continua a parlare di pari opportunità mentre si rivela incapace di offrirle a chi più ne ha bisogno.

Copyright The New York Times Traduzione di Elisabetta Horvat

postilla

Vera fortuna, che una personalità assai ascoltata come Paul Krugman si sia accorta di almeno una parte delle ricerche sul rapporto fra socioeconomia e sprawl. Dai primissimi tempi della suburbanizzazione galoppante si intuiva qualcosa di malsano, nel frammentare la società in piccole tessere familiari, in molecole di consumatori isolate dentro la villetta autosufficiente, e unite solo dalla fabbrica, dall'ufficio, dal momento del rito collettivo al centro commerciale o allo stadio, anch'essi isolati e dispersi. Oggi, già inequivocabilmente nelle ricerche della Brookings Institution, ad esempio sugli effetti occupazionali dei primissimi investimenti dell'amministrazione Obama anticrisi, i dati confermano l'encefalogramma piatto della dispersione insediativa, anche oltre quello delle sue casalinghe disperate o dei loro compagni travet. Insomma, al contrario di quanto pensa il giovane rampante Edward Glaeser, che magari aspira pure lui al massimo riconoscimento dell'accademia delle scienze svedese, il trionfo della città non è tale se si tratta solo di trasformare territorio e mungere quattrini. Si tratta anche di farlo in modo sostenibile: dal punto di vista ambientale, sociale, e di conseguenza economico. Cambiando l'ordine dei fattori in questo caso il risultato cambia, eccome se cambia (f.b.)

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