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Francesco Erbani
Addio a Carlo Aymonino antico maestro dell’architettura
6 Luglio 2010
Altri padri e fratelli
Ricordando uno dei protagonisti “di quei generosi e contraddittori esempi di un’architettura pubblica concepita per chi aveva bisogno di case”. La Repubblica, 5 luglio 2010

Carlo Aymonino si è spento l’altra notte a Roma. Avrebbe compiuto 84 anni fra qualche giorno. Architetto, professore universitario (fu anche rettore dello Iuav di Venezia), assessore al Centro storico di Roma nella giunta guidata da Ugo Vetere, nei primi anni ‘80, esponente di spicco del Pci nella capitale, era nipote di Marcello Piacentini, ma non ereditò nulla della magniloquenza retorica dell’architetto fascista, che pure sopravvisse al regime. I suoi primi lavori romani, dopo la laurea nel 1950 in un’università ancora dominata dagli uomini di Piacentini e dell’altro campione della retorica mussoliniana, Arnaldo Foschini, furono di tutt’altro segno e fecero rivivere linguaggi diversi non solo d’architettura, ma artistici, come quelli della Scuola romana, della pittura neorealista e di Mario Scialoja. Come esperienza d’esordio, Aymonino si impegnò in uno dei quartieri esemplari dell’Ina-Casa a Roma e non solo, il Tiburtino, in un gruppo capeggiato da Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi, e formato da giovanissimi esponenti dell’architettura che dagli anni Trenta avevano tratto altra linfa (quella di Giuseppe Pagano) e cioè Carlo Melograni, Carlo Chiarini, Mario Fiorentino, Piero Lugli.

Aymonino lavorò per l’Ina-Casa anche altrove, a Brindisi, per esempio, e a Foggia. E compì interventi di edilizia popolare alle Spine Bianche di Matera, sul finire degli anni ‘50. Fu tra i protagonisti di quei generosi e contraddittori esempi di un’architettura pubblica concepita per chi aveva bisogno di case e che rappresentava l’alternativa ai quartieri costruiti su suoli privati e a fini di speculazione (alternativa fino a un certo punto, perché spesso l’iniziativa pubblica agevolò proprietari fondiari e costruttori).

Quella stagione dell’architettura italiana resterà ai margini delle città e della loro caotica crescita. E di interventi pubblici se ne faranno complessivamente assai meno che altrove in Europa. Il nome di Aymonino si lega, poi, fra la fine degli anni ‘60 e i primi ‘70, al complesso Monte Amiata, nel quartiere gallaratese di Milano, un intervento realizzato però in convenzione fra pubblico e privato. Con lui lavorano il fratello Maurizio e Aldo Rossi. È un quartiere residenziale, che si arricchisce di molte soluzioni progettuali, le quali caratterizzeranno lo stile di Aymonino. In questo e nei periodi successivi l’architetto romano realizza complessi scolastici, un centro direzionale e abitazioni a Pesaro, il Palazzo di Giustizia a Ferrara e altri edifici.

Negli anni Ottanta, dopo l’esperienza all’università di Venezia, Aymonino torna a Roma, alla "Sapienza", e diventa assessore al Centro storico, al posto di Vittoria Calzolari. Dopo lo slancio impresso all’amministrazione capitolina da Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli, inizia una fase di ripiegamento.

I grandi progetti, come quello dei Fori – con la soppressione di via dei Fori Imperiali e la formazione di un’area archeologica e verde che riconnetteva la testa di via Appia con il centro della città, progetto promosso da Antonio Cederna, Adriano La Regina, Filippo Coarelli, Leonardo Benevolo e Italo Insolera – entrano nel congelatore (anche se Aymonino non fu tra i detrattori del progetto Fori, anzi lo sostenne). Ma era tutta la politica romana che procedeva con passo lento, anche sulle questioni urbanistiche, in sintonia con quanto accadeva nel resto del Paese. Aymonino si impegnò con costanza sul centro di Roma, teorizzando l’intervento moderno nell’antico e immaginando il riempimento dei tanti vuoti che lo caratterizzavano. E ancora lo caratterizzano, perché molto poco di quelle idee, che suscitarono vivaci discussioni, andò in porto.

Fra le ultime cose significative di Aymonino c’è sempre il centro storico della capitale, segno di un’attrazione intellettuale e culturale, prima che progettuale. In un caso portando a termine la sistemazione della statua equestre di Marco Aurelio; nell’altro partecipando, insieme a Leonardo Benevolo, ma senza l’attenzione che a detta di molti avrebbe meritato, al concorso per l’assetto di uno dei luoghi più irrisolti, o malamente risolti, della capitale: piazza Augusto Imperatore.

L'icona è un autoritratto del 1983, "PTrovato dalla vita"; dal sito exibart.com

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