«L’Iuav non ha affatto già deciso di vendere la sede di Ca’ Tron, che ospita la Facoltà di Pianificazione del Territorio ed è attualmente inagibile, ma è certo che una sede tra Palazzo Badoer, l’area degli ex Magazzini Frigoriferi e appunto Ca’ Tron, dovrà necessariamente essere venduta per problemi di bilancio. Su mandato del Consiglio di amministrazione e del Senato Accademico, ho incaricato una commissione di economisti di farmi avere in tempi brevi un’analisi di costi e benefici della vendita delle tre sedi, per stabilire quale convenga alienare». A parlare in questi termini su una vicenda sempre più spinosa per Architettura e infuocata dalle polemiche che hanno coinvolto anche gli studenti, è il rettore Amerigo Restucci.
Ma la polemica è tutta su Ca’ Tron e i lavori di risistemazione sembrano ormai conclusi.
«Sì, ma potranno rientrare non più di un centinaio di studenti, e il resto del palazzo resterà inagibile. Per recuperarlo interamente servono circa 2 milioni di euro, che l’Iuav in questo momento non può spendere. Lo faremo solo se decideremo, sulla base dell’analisi costi-benefici di vendere un’altra sede tra Magazzini Frigoriferi e Ca’ Badoer. Spero che anche i colleghi di Pianificazione Urbanistica lo capiscano»
Qualcuno teme che la decisione sia già presa e che ci sia la volontà di depotenziare Pianificazione.
«Non è assolutamente così, fermo restando che tutta l’organizzazione della didattica dell’Iuav sarà presto necessariamente rivista sulla base delle nuove aree dipartimentali previste anche dalla riforma Gelmini. Ma il punto è che bisogna vedere il futuro dell’Iuav e delle sue sedi in un’ottica di sistema. Ad esempio, a Santa Marta, abbiamo acquisito da Ca’ Foscari il cosiddetto “parallelepipedo“ che però in questo momento non abbiamo i fondi per restaurare».
Ma se si dovesse rinunciare a Ca’ Tron, dove finirebbe Pianificazione del Territorio?
«Appunto nell’area di Santa Marta-San Basilio, dove c’è spazio per ospitare l’intera Facoltà, che ha comunque una dimensione limitata»
Non c’è dunque una linea «immobiliarista» Iuav su Ca’ Tron, che vuole vendere, per farne l’ennesimo hotel, “a prescindere”?
«Non è così, ma, ripeto, una scelta dovremo farla sulla base di ciò che è più conveniente per l’intero ateneo».
La Facoltà di Pianificazione chiede che la sede non sia venduta per farne l’ennesimo albergo
Piuttosto che vendere la storica sede di Ca’ Tron - che ospita la facoltà di Pianificazione del Territorio - perché venga trasformata nell’ennesimo albergo di lusso, o quella di Palazzo Badoer, meglio piuttosto alienare l’area degli ex Magazzini Frigoriferi, «terreno su cui l’Iuav è inchiodato da molti anni per scelte sbagliate del passato (quando il rettore Folin voleva costruirvi una nuova Aula Magna e la sede centrale e cedere l’Aula magna dei Tolentini alla Biennale per mettervi l’Archivio Storico). Terreno sul quale oggi la Fondazione Iuav (con Isp) ha aspettative immobiliariste, salvo poi tentare di trasformarlo in un grande parcheggio (l’Iuav a Venezia!) per “fare cassa”».
E’ la soluzione che prospetta il professor Stefano Boato, nella relazione stesa per conto della Facoltà di Pianificazione del Territorio, in vista della decisione del Consiglio dell’Iuav che potrebbe decidere di vendere Ca’ Tron. Una decisione rinviata qualche giorno fa anche per la protesta degli studenti. Che lo Iuav abbia necessità di fondi è noto da tempo e sul tavolo del rettore Amerigo Restucci e su quello del Consiglio ci sono tre ipotesi: una è la vendita di Ca’ Tron, valutata attorno ai 30,3 milioni di euro; la seconda è la vendita di Ca’ Badoer (26,7 milioni di euro). Quella caldeggiata dagli studenti e dalla stessa Pianificazione è invece appunto la dismissione dell’ area degli magazzini frigoriferi a Santa Marta, del valore di 23,6 milioni di euro.
Lo stesso rettore Restucci - come ricorda anche Boato - si è detto contrario alla vendita di Ca’ Tron, ma esisterebbe invece una possibile maggioranza, legata anche al presidente della fondazione Iuav Marino Folin, a favore a priori alla svolta “immobiliarista” per il cinquecentesco palazzo. Nella relazione Boato fa i nomi di alcuni favorevoli “a prescindere”, come il direttore amministrativo Aldo Tommasin e i docenti Roberto Sordina, Antonio Foscari, Giancarlo Carnevale e Guido Zucconi.
In calce è scaricabile la lettera di Stefano Boato
La Regione non ha i mezzi, né soldi né tecnologìe. E la Valutazione ambientale strategica (Vas) sarà fatta in collaborazione con il Consorzio Venezia Nuova. Iniziativa che farà discutere, quella approvata dall’assessorato al territorio di palazzo Balbi.
Un accordo di programma stipulato tra la giunta regionale e il Magistrato alle Acque prevede la possibilità per l’Ufficio Vas della Regione, diretto dall’architetto Giovan Battista Pisani, di «avvalersi delle strutture tecniche dell’Ufficio informativo del Consorzio Venezia Nuova». La Regione potrà anche utilizzare mezzi e strutture del Consorzio per la sua atività. Niente di male, se non fosse che il Consorzio Venezia Nuova - e le imprese che ne sono socie Mantovani, Sacaim, Condotte - sono attori di buona parte dei progetti e dei lavori per le infrastrutture e le opere nel Veneto che potrebberio avere bisogno proprio del parere della commissione Vas.
Una decisione che arriva dopo lunghe polemiche sugli interventi nel territorio veneto. Una cultura sta scomparendo, denunciano comitati e ambientalisti. Perché nonostante leggi come il Dlgs 42 del 2004, meglio noto come decreto Urbani e l’obbligo delle autorizzazioni paesaggistiche, continuano gli episodi di degrado, sfregi al paesaggio, progetti impattanti spesso regolarmente autorizzati proprio per la mancanza di professionalità e di esperti della materia. Entro la fine dell’anno la Regione dovrà anche decidere sull’attribuzione delle deleghe ai Comuni che saranno «giudicati idonei». Anche qui, secondo le associazioni per la tutela del paesaggio, si cela un grande pericolo. E il rischio che invece di una garanzia per il paesaggio e le arree di pregio, la decisione sui nuovi insediamenti e infrastrutture venga affidata al geometra del piccolo paese o alle stesse imprese. Salvo poi piantare qualche albero per nascondere le nefandezze di nuova realizzazione. Tutt’altra cosa dalla riqualificazione del paesaggio.
Orsoni prudente sul futuro di Tessera
di Alberto Vitucci
Il sindaco prende tempo anche sul mega-progetto - Casson: «Piano senza senso»
Il nuovo Casinò non si fa più. Lo stadio slitta in attesa di tempi migliori per le squadre lagunari sprofondate nelle serie minori. La Tav è stata «bocciata» dalla commissione di Salvaguardia, il grande terminal e la porta di Gehry sono rimasti nel libro dei sogni. Cadono i presupposti per cui era stata avviata la grande operazione del Quadrante di Tessera. Un milione di metri cubi di edifici privati in gronda lagunare per finanziare in parte la costruzione dei due edifici pubblici. Che ne sarà del contestato megaprogetto di Tessera city? «Vedremo, vedremo», frena il sindaco Giorgio Orsoni con la consueta prudenza. Lasciano aperto uno spiraglio gli assessori Antonio Paruzzolo e Enzo Micelli. Ma le voci critiche sono tante. Questione di risorse che non ci sono più (oltre 40 milioni il deficit del Casinò, che ha abbandonato l’idea di costruire la nuova sede) casse del Comune all’asciutto. Ma anche di «consumo del territorio». Urbanizzazione selvaggia al di fuori dei Piani regolatori per costruire palazzoni, uffici e servizi proprio in riva alla laguna.
La Variante di Tessera city è adesso ferma in Regione. C’è stato nel frattempo il cambio delle amministrazioni, Zaia al posto di Galan, Orsoni dopo Cacciari. L’accordo firmato da Galan e Cacciari insieme al presidente della Save Enrico Marchi prevedeva di dare il via libera alla grande operazione immobiliare con una semplice osservazione al vecchio Prg. Esposti alla Procura, proteste, una campagna elettorale dove in tanti si erano espressi contro l’operazione. «Noi ribadiamo il nostro no a operazioni di questo genere che passano sopra la testa dei cittadini», dice Nicola Funari, a nome di Italia dei Valori. Critici anche Rifondazione e i grillini, molti settori del Pd, una parte del Pdl.
«Un’operazione che non ha senso», dice il senatore Felice Casson. Contraria al Quadrante anche la Lega. Era stato il capogruppo Alberto Mazzonetto a presentare alla Procura un dettagliato esposto sull’illegittimità della procedura. Frenano anche gli ambientalisti. «La Salvaguardia ha votato no», ricorda Stefano Boato, rappresentante del ministero per l’Ambiente, «se resta l’interesse pubblico, Casinò e stadio si possono fare tranquillamente sui terreni già di proprietà publica, circa 27 ettari, senza stravolgere l’intera area». «Una questione di cui dovrà occuparsi il nuovo Pat, il Piano di assetto del Territorio», garantisce l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, «le nuove edificazioni in quell’area dovranno essere pianificate, senza scorciatoie». Una battaglia che sta per arrivare in aula a Ca’ Loredan. Dal momento che sia in maggioranza che in opposizione sono parecchi i consiglieri che non hanno cambiato idea sulla necessità di realizzare a Tessera la più grande operazione immobiliare nella storia recente di Venezia.
«Il Quadrante si farà, è strategico»
di Mitia Chiarin
Il Pd punta i piedi: «Non tocca a Ravà decidere, si sta bloccando tutto»
«Il Quadrante di Tessera, con la realizzazione di stadio e Casinò, è strategico ed è parte integrante del programma del sindaco. Se Orsoni ha cambiato idea ce lo venga a dire». Sul futuro del Quadrante di Tessera, il Pd ora fa quadrato.
Da Claudio Borghello, prossimo segretario comunale, a Michele Mognato, candidato alla guida del provinciale, arriva un monito ad Orsoni. E’ alta la preoccupazione in casa Pd dopo l’annuncio dell’amministratore delegato del Casinò, Vittorio Ravà, della rinuncia alla nuova sede della Casa da gioco. Scelta che toglie un tassello importante al piano e fa temere anche per il progetto stadio. Dopo lo stop al trasloco del mercato da via Torino e i ritardi del cantiere all’ex Umberto I, un’altra frenata allo sviluppo in terraferma e torna il subbuglio nella maggioranza. «Il quadrante è parte integrante del programma del sindaco, se Orsoni ha cambiato idea ce lo dica. Per noi il Quadrante è una grande opportunità di sviluppo della città, anche in termini di nuovi posti di lavoro. L’idea iniziale per noi è valida, se ci sono altre proposte discutiamone», avverte Claudio Borghello. «Io resto dell’idea che nuova sede del Casinò e nuovo stadio sono strettamente legati allo sviluppo di quell’area e a un disegno della città che guarda al futuro. Certo, siamo pronti al confronto - aggiunge Michele Mognato - ma io resto convinto che non si possa più aspettare oltre. Sullo stadio siamo indietro di dieci anni, un ritardo che evidenziavo già quando ero vicesindaco. E di fronte alla crisi di Porto Marghera, il Quadrante può garantire un giusto sviluppo alla città». Gabriele Scaramuzza, attuale coordinatore provinciale aggiunge: «a questo punto, occorre fare chiarezza con il sindaco e con l’assessore all’urbanistica. Non basta l’audizione del presidente di una società pubblica per dichiarare chiusa la questione e io sono preoccupato per le scelte strategiche per la città da qui ai prossimi 30 anni. E’ bene che si vada al confronto in maggioranza». L’assessore all’Urbanistica Ezio Micelli cerca di placare gli animi: «resta lo stadio ma va pensato come una struttura per grandi eventi con un progetto che tenga conto non solo del contenitore ma anche dei contenuti. Nell’immediato Ravà sottolinea l’impossibilità dell’investimento sul nuovo Casinò, ma il Quadrante è un piano di medio-lungo termine ed ora si tratta di dividere il Casinò dallo stadio, che la città attende da anno. Questo non significa affatto tirarsi indietro». E’ decisamente meno preoccupato Gianfranco Bettin, assessore ed esponente dell’ala ambientalista della giunta Orsoni: «La sede appropriata per decidere il futuro di quell’area era il Pat, l’accordo sul Quadrante noi l’abbiamo sempre considerato una procedura irregolare. Sul fronte stadio abbiamo davanti ancora un paio di anni per ragionare in attesa che la squadra risalga la china delle classifiche». E dal centrodestra interviene Saverio Centenaro (Pdl): «il milione di metri cubi di edificazioni previsti consentivano di realizzare, con gli oneri di urbanizzazione la nuova sede del Casinò e lo stadio, che per noi resta prioritario. L’impianto non è a rischio, va ridimensionato ma il Quadrante ora è parte integrante del Pat». Anche dalla Confcooperative col presidente Angelo Grasso un monito: «Far partire gli investimenti a Tessera per superare la crisi».
A Roma più di sessanta palazzi storici trasformati in cartelloni pubblicitari. A Firenze almeno 37 edifici ammantati di poster. E Milano che di réclame formato cantiere ne conta qualcosa come 261. E poi Venezia, che ha solo 6 gioielli impacchettati per pubblicizzare Rolex, Coca Cola, Bulgari. Ma è la perla della Laguna ad aver svegliato lo sdegno internazionale.
Contro l’uso delle sponsorizzazioni invadenti sui ponteggi di restauro a palazzo Ducale e sul ponte dei Sospiri i direttori dei maggiori musei del mondo, capeggiati dall’archistar sir Norman Foster, hanno scritto al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e al sindaco Giorgio Orsoni. Chiedono che mai più su piazza San Marco e sul ponte dei Sospiri i turisti si trovino davanti i mega poster: réclame gigantesche che nascondo - fino alla fine dei lavori, nel settembre 2011 - gli archi e le grazie dell’architettura gotica. Ma la lettera degli esperti internazionali coinvolge tutto il sistema dei restauri in Italia. Si apre infatti con una richiesta precisa «al governo italiano»: «cambiare la legge che permette le enormi pubblicità sui ponteggi dei palazzi pubblici».
La lettera, firmata tra gli altri da Neil MacGregor del British Museum e da Glenn Lowry che guida il Moma di New York, è stata lanciata dalla rivista Art Newspaper. Bondi ha deciso di non rispondere. Replica la soprintendente veneziana Renata Covello: «Abbiamo soltanto 6 palazzi storici "impacchettati" di pubblicità: attualmente Firenze ne ha 37, Roma più di 67, Milano 261». Spiega l’architetto: «I soldi dei privati sono indispensabili per i restauri e poi ricordo cantieri-poster anche sul British di Londra o al Neue Museen di Berlino. Sappiatelo a Venezia è vietata la pubblicità per le strade ed è la città meglio conservata e tutelata al mondo».
Ancora più duro il sindaco Orsoni: «Questi illustri personaggi pensano forse che siamo dei selvaggi con l’anello al naso?». Palazzo Ducale è del demanio ma dal 1924 il Comune l’ha in gestione e, con i 7 milioni di euro di incasso l’anno dalla biglietteria, tieni in piedi tutti i musei civici. Per i restauri, deve quindi rivolgersi agli sponsor. Che pretendono però poster in bella evidenzia, previa autorizzazione statale del bozzetto pubblicitario. «Lo prevede la legge - incalza Orsoni - Vengano a Venezia i soloni di Londra e New York a vedere come stiamo restaurando i monumenti e amministrando bene la città».
Stato e Comune vanno a braccetto anche al Colosseo. E hanno lanciato una gara che entro il 30 ottobre ci dirà quanti sono i "mecenati" pronti a investire nei 10 progetti di restauro. Gli sponsor dovranno indicare la cifra che sono pronti a versare. Ma anche in che modo intendono farsi pubblicità. Sapendo però che mai potranno incartare le arcate del colosso con foto di ragazze ammiccanti. Ne va del decoro del simbolo di Roma. «Ma se solo l’altro ieri hanno montato un mega poster con la pubblicità di un’auto sui ponteggi di un palazzo privato che s’affaccia proprio sul Colosseo, e con tanto di illuminazione sparata che non serve certo alla sicurezza del cantiere» denuncia Massimiliano Tonelli del comitato "Cartellopoli", associazione che a Roma si batte contro i circa «130mila cartelloni abusivi piazzati lungo le strade, mentre il Campidoglio ne ammette appena un terzo».
Almeno le pubblicità sui restauri salvano i monumenti. Ma spesso non si tratta di lavori indispensabili. E scoppiano le polemiche. È successo nel 2008 per il restauro "griffato" di Castel dell’Ovo a Napoli e l’anno scorso per il maxi striscione réclame su Ponte Vecchio a Firenze. A Roma, solo quest’estate, dopo circa otto mesi di cantiere disabitato, sono stati tolti i poster che coprivano la facciata di palazzo Venezia. Un intervento da appena 160mila euro deciso per una caduta di polvere da un cornicione. A Venezia, almeno, palazzo Ducale è entrato in cura dopo che nel 2007 una pietra da 30 chili si era schiantata su piazza San Marco.
(ha collaborato Nicola Pellicani)
Nel dicembre 2008 eddyburg informava della prima denuncia illustrata del nuovo scempio veneziano: un'iniziativa dell'associazione "Venezia città anfibia"; qui potete scaricare anche il powerpoint. In visita a Venezia Carlo d'Inghilterracriticò anche lui l'andazzo mercantile dei reggitori di Venezia, nell'aprile del 2009; lo riportammo su eddyburg qui. Commentando poi su eddyburg un'altra denuncia scrivevamo: «Dicono: solo così si trovano i soldi per i restauri. Rispondiamo: l'inutile ponte di Calatrava costa tra i 10 e i 15 milioni di €, del Comune». Lo ripetiamo ancora.
Il governo smentisce se stesso. Il ministro Brunetta annuncia una nuova Legge Speciale per Venezia che per la prima volta non prevede finanziamenti. Viene disattesa in questo modo la delibera dell’ultimo Comitatone, convocato a Roma da Gianni Letta il 22 dicembre 2008.
Il testo approvato all’unanimità da ministri, sindaci e presidente della Regione così recitava al punto 2: «Si dà mandato alla presidenza del Consiglio di individuare forme e impegni atti a garantire il rifinanziamento della Legge Speciale a partire dalla Finanziaria 2010. Considerato che i finanziamenti della legge 244 dell’anno 2007 risultano fortemente insufficienti». Dunque, oltre stanziare i famosi 42 milioni di euro - che il Comune aspetta ormai da due anni e che ancora non risultano disponibili - il Comitatone si impegnava a garantire finanziamenti continui per la manutenzione della città, come richiesto allora dal Comune.
«Di tutto questo», denuncia Michele Nognato, all’epoca vicesindaco e assessore al Bilancio, oggi consigliere comunale e segretario provinciale in pectore del Pd, «non c’è traccia. Al ministro Brunetta dico che non basta mettersi gli occhiali del futuro e pensare al 2040. Bisogna prima guardare con quelli del presente: se non ci sono le risorse promesse si blocca la città, si bloccano le imprese che lavorano ai restauri, si blocca la vita di tutti i giorni. Ricordiamo che oggi di fronte a tanti grandi progetti l’attività di scavo rii è ferma, come i lavori di difesa dalle acque alte a Burano, Sant’Erasmo, San Pietro in Volta. Il governo non ci ha dato le risorse promesse. Non ha neanche firmato il decreto per i mutui e il patto di stabilità. O questa Legge è una legge federalista, che riscrive i poteri e ci dà risorse, oppure è meglio tenersi quella che abbiamo».
Numerose le reazioni alle proposte di nuova Legge Speciale, lanciate dal ministro Brunetta. Il testo, ha annunciato, sarà pronto entro il mese, la nuova legge approvata nel 2011. Dovrà contenere lo sviluppo di Venezia traguardato al 2040, consentire di avviare e finanziare operazioni come il porto in mare, la bonifica, la sublagunare, la manutenzione del Mose. E, dice Brunetta, «intercettare la ricchezza». Si pensa a nuovi ticket e a operazioni che coinvolgano i privati.
«Mi sembra un gioco di simulazione, un esercizio di presunzione retorica», commenta Gherardo Ortalli, rappresentante storico di Italia Nostra, «se non fosse che bisogna stare attenti, perché in questa città passano alla fine sempre i progetti che fanno più danni. Che significa intercettare ricchezza, continuare a svendere questa città? Una città controllata dalle grandi imprese, che perseguono legittimamente i loro affari, dove la politica sembra bloccata: non mi è piaciuto ad esempio vedere i due ex contendenti Brunetta e Orsoni che si abbracciano e sono d’accordo in tutto».
Un annuncio che invece viene accolto con interesse da molte categorie economiche, a cominciare da Industriali, Camera di commercio, imprese che vedono occasioni di sviluppo e nuovi affari. «Ma non bisogna dimenticare», dice Paolo Lanapoppi, a nome di Italia Nostra, «le priorità della città e la tutela della laguna».
Venezia muore di turismo. Muore lentamente e inesorabilmente dei 21 milioni di visitatori che ogni anno calano in laguna, consumano i masegni di Piazza San Marco, alitano in faccia ai mosaici della Basilica, comprano una maschera, mangiano un panino, buttano una lattina per terra e - grazie dello spettacolo - se ne vanno.
A puntare il dito, la penna e l’amarezza contro quella che una volta era la prima industria della città e ora è la sua rovina è Cathy Newman, giornalista del National Geographic e vincitrice della terza edizione del Premio giornalistico dell’Istituto veneto di Scienze Lettere e Arti consegnato ieri mattina a Palazzo Franchetti.
La Newman si è aggiudicata il riconoscimento per un articolo lucido e malinconico apparso sulla rivista nell’agosto dell’anno scorso che avrebbe dovuto - o dovrebbe - far impallidire gli amministratori. Di certo non fece piacere all’allora sindaco Massimo Cacciari perché la città ne uscì a pezzi a cominciare dal titolo del servizio, "Vanishing Venice", letteralmente "Venezia evanescente", tradotto "Venezia, l’assedio" e introdotto da una fotografia a doppia di pagina di Piazza San Marco che gronda turisti come un alveare.
Per scriverlo, la Newman passò diverso tempo in città, parlò con parecchie persone, osservò molto, ascoltò tutto e se ne tornò negli Stati Uniti un tantino sconcertata su come era stato possibile far scivolare la città più bella del mondo in un contenitore architettonicamente meraviglioso ma semivuoto di abitanti, di negozi, di artigiani, di anima e quindi di vita.
La giornalista arriva al nocciolo della questione alla terza riga. «Da secoli Venezia minaccia di sparire sotto le onde dell’acqua alta ma questo è probabilmente l’ultimo dei suoi problemi». Perché il primo dei suoi problemi, quello di cui tutti parlano e nessuno affronta, è l’invasione di turisti. «C’è chi dice che quelle di Venezia siano ferite auto inflitte, frutto della brama di spremere al turista fino all’ultimo yen, dollaro o euro che sia» scrive la Newman e ricorda due numeri: 60 mila gli abitanti, 21 milioni i turisti.
Anche ieri mattina a Palazzo Franchetti - presenti il presidente dell’Istituto Veneto Gianantonio Danieli, Gherardo Ortalli di Italia Nostra e il presidente della stampa estera in Italia Maarten Van Aalderen - la giornalista americana ha sottolineato la peculiarità di Venezia e dell’essere veneziani che «comprensibilmente, significa avere un complesso di superiorità». «Il veneziano è spesso cinico - ha detto la Newman - Un giorno chiesi a una nobildonna chi sarebbe stato l’ultimo veneziano se fossero rimasti solo i turisti e lei rispose che non lo sapeva ma che di sicuro si sarebbe fatto pagare bene».
Ad ascoltarla, in sala, meno veneziani di quanti meritasse l’evento e, tra i non molti, Franca Coin, l’ex assessore al Turismo Augusto Salvadori e Tiziano Scarpa, che ha ricevuto una menzione per l’articolo «Com’è pazza Venezia» uscito l’anno scorso sull’Espresso.
La Newman non fa sconti a nessuno elencando i negozi che hanno chiuso, stigmatizzando il business dei matrimoni (il triplo di quelli dei residenti), definendo il Carnevale «un delirio commerciale». «Nel frattempo i progetti per salvaguardare la città compaiono e scompaiono con la regolarità delle maree - scrive ancora - La posta in gioco però è altissima: il turismo a Venezia genera ogni anno entrate per un miliardo e mezzo di euro. Ma a volte svaniscono anche le città».
La conferma arriva dall’allegato Infrastrutture al nuovo Dpef (Il Documento di programmazione economica e finanziaria su cui si baserà poi anche la nuova Legge Finanziaria 2011). I fondi recuperati da vecchi mutui per investimenti pubblici mai erogati o finanziamenti mai spesi saranno compresi tra il miliardo e mezzo e i 2 miliardi di euro e sarò poi il Cipe (il Comitato per la programmazione economica) a distribuirli. Ma tra la marea di opere legate alla Legge Obiettivo (si avvicinano ormai alle 350, per un valore vicino ai 360 miliardi di euro), sarà grata una vera e propria «serie A» di interventi prioritari (una trentina in tutto) che si spartiranno i residui rimessi in circolo dal Cipe. Tra di esse, con opere come l’Altà Velocità Milano-Padova, il completamento della Salerno-Reggio Calabria, la Torino-Lione, il ponte sullo Stretto, ci sarà appunto anche il prpgetto di dighe mobili alle bocche di porto e già nell’anno in corso il Cipe dovrebbe stanziare una congrua cifra a favore di Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova, per non interrompere il flusso dei finanziamenti verso la conclusione dell’intervento, previsto per il 2014. Gli ultimi 400 milioni di euro in «dono» per il Mose sono già arrivati attraverso il recupero dei residui passivi maturati nel triennio 2007-2009 per fondi non spesi per infrastrutture. Sui circa 4 miliardi e 678 milioni di euro previsti per l’intervento, finora lo Stato ne ha stanziati 3 miliardi e 244 milioni, saliti appunto a 3 miliardi e 644 milioni, con la nuova «benzina» immessa nel Mose. Un’altra fetta di fondi dovrebbe appunto arrivare con la nuova ripartizione. L’opera è già ben oltre ill 6o per cento della sua realizzazioni e per la fine del 2012 è previsto il completamento della prima delle quattro file di dighe mobili da «schierare» alle bocche di porto per alzarsi in caso di acque alte eccezionali. Il sistema di dighe mobili entrerà però in funzione solo quando tutte e 79 le paratoie previste saranno state montate sui fondali delle tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia.
Le garanzie per il completamento del Mose che arrivano dal Governo e dal Ministero delle Infrastrutture fanno però un contrasto stridente per la ormai cromica mancanza di fondi per la salvaguardia della città, tanto che il Comune medita la chiusura di Insula - la società nata proprio per la manutenzione urbana e legata all’erogazione di fondi pubblici per gli interventi - che rischia di fermarsi, senza più finanziamenti. E mentre i fondi per Roma Capitale si trovano, per Venezia si discute di nuova Legge Speciale, ma sempre a costo zero.
La Legge speciale per Venezia, anzi le leggi speciali per Venezia (sono tre: la numero 171 del 1973, la 798 del 1984 e la 139 del 1992) sono state la risposta istituzionale data all’aqua granda, come poi i veneziani hanno chiamata la più grande acqua alta della storia.
Nel novembre 1966 la città è stata quasi sommersa da una terribile mareggiata, di 194 centimetri sopra il livello medio del mare e con la piazza San Marco sommersa anche per 124 centimetri. Le cause sulle quali si discute ancora oggi anche se solo pretestuosamente, sono state di origine naturale ed umana.
Quelle naturali dovute a un periodo di sigizie (quando luna e sole attraggono maggiormente le acque provocando maree molto sostenute), durante il quale è arrivata una terribile burrasca marina con fortissime piogge e venti di scirocco che hanno fatto entrare molta più acqua del solito nel bacino lagunare ed impedito, con la forza dei venti, la sua uscita nelle sei ore successive, funzionando come un tappo alle tre bocche di porto, per ricaricarne ancora molta, con l’ulteriore marea entrante. Quelle umane, dovute all’incuria decennale che non aveva mantenute salde ed efficienti le difese a mare della laguna (gli storici argini artificiali detti murazzi) e gli argini dei fiumi che a nord ed ovest la contornano, hanno reso possibili grandi brecce sulle difese fisiche e onde impetuose dal mare e correnti di piena dai fiumi sono entrate con impeto distruttivo in laguna aumentando ulteriormente il livello dell’acqua.
Sull’onda, anche emotiva, di una opinione pubblica mondiale preoccupata della possibile perdita di un patrimonio dell’umanità e la pressione sociale di movimenti sorti per la difesa della città, dopo molti dibattiti culturali e politici, le forze politiche, trovando miracolosamente un accordo, hanno approvata la prima di queste leggi, le altre seguiranno nel tempo. è una legge che, per la prima volta, concepisce la salvaguardia di Venezia come protezione dell’intero ecosistema che la circonda e, nel contempo, come necessità di garantirne la sopravvivenza sociale e abitativa con condizioni economiche riguardanti l’intero ambito territoriale consegnato dalla storia come unitario, la cosidetta conterminazione lagunare. Di fatto una buona legge come pure le successive e.....come tale, in gran parte non applicata o applicata parzialmente.
Senza entrare nel merito della polemica sul MoSE, il sistema di dighe sommerse che dovrebbe salvaguardare la città dalle acque alte, è opportuno ricordare che è un sistema immodificabile nel tempo e nella migliore delle ipotesi inutile perché non proteggerà dalle alte maree, certamente costosissimo (4.678 milioni di euro di costruzione più 60-70 milioni ogni anno per gestione e manutenzione), pericoloso ma, per quel qui ci preme, approvato facendo strame di norme, leggi italiane ed europee e consentito solo da una decisione politica irrispettosa anche di ogni valutazione tecnico-scientifica. Consentito quindi non rispettando dettato e procedure delle leggi speciali tutt’ora vigenti.
Ai primi di luglio il Ministro all’innovazione Renato Brunetta ha convocato istituzioni, parti sociali e alcune associazioni comunicando loro, tassativamente, che entro settembre vuole riscrivere la legge speciale, perché vecchia e superata dai tempi, perché la salvaguardia della laguna, e con essa di Venezia è già garantita dal MoSE, così si è espresso il Ministro.
Al riguardo sembra opportuno ricordare che la costruzione del MoSE non è ancora iniziata, essendo state completate solo le opere complementari del sistema ed inoltre che una delle più grandi Società di progettazione di opere sommerse, interrogata specificatamente dal Comune di Venezia, ha affermato che, in certe condizioni mareali e di vento, non sarà possibile garantire scientificamente la tenuta delle cerniere che tengono avvinte le paratoie mobili rischiandone il collasso complessivo e che sarà impossibile tenere all’esterno l’acqua di mare perché entrerà nei varchi esistenti tra paratoia e paratoia. Il Ministro ha dichiarato inoltre che non ci sono più soldi e Venezia dovrà nel futuro scordarsi degli stanziamenti che la Legge Speciale ha garantito. Ricordiamo che nel passato parte di questi finanziamenti sono stati decisivi per la salvaguardia socio-economica della città. Ma esiste un non detto assai preoccupante che a breve si potrà comunque verificare.
Una città delicata come Venezia e il suo complesso sistema lagunare, (59.000 abitanti e 21 milioni e più di turisti annui; 450 kmq. di laguna) con le sue sole entrate non è in grado di reggere alla pressione trasformativa imposta da un mercato sempre più aggressivo. Bisognerà far cassa e non basteranno nemmeno gli enormi tabelloni pubblicitari a pagamento che già oggi ricoprono totalmente il palazzo Ducale, il ponte dei sospiri, per citarne solo alcuni. Non basteranno quelli incassati dagli oneri delle opere di urbanizzazione per concedere edificazioni nel solo interesse degli immobiliari. I soldi si troveranno e saranno quelli degli sponsor, delle società più o meno partecipate dal Comune, delle Imprese di Costruzioni e simili. E, poiché il mercato non è Babbo Natale, il contraccambio sarà nuova edificazioni di alberghi, megastore, sistemi meccanici di trasporto sopra e sotto la città e la laguna, nuove darsene per mega yacht, costruzioni di nuove isole in laguna e trasformazione radicale di quelle esistenti, fino ad arrivare, forse, ad una porta d’accesso sul ponte, controllata e a pagamento, per entrare in una città privatizzata, totalmente disneyzzata e artificializzata, con una sola parvenza di abitanti e traffici reali. I presupposti ci sono tutti. Tessera City (1,5 milioni di mc. di alberghi, centri commerciali, case da gioco, stadio, palestre per il fitness e simili): già concessa illegittimamente dall’accordo degli uscenti Sindaco Cacciari e Governatore Galan, sul bordo non edificabile della laguna; il progetto della metropolitana sublagunare per fare ulteriormente aumentare il turismo; la distruzione dell’Ospedale al Mare al Lido, ultimo presidio sanitario per le isole, per farne alberghi e darsena d’altura; la lottizzazione con villette dell’antico forte trasformato in albergo a 5 stelle con piscina a Malamocco; strumenti d’intervento rapidi con Commissari ad acta non obbligati a sottostare alle leggi che governano le trasformazioni del territorio; ecc. Manca solo una legge quadro che renda compatibile tutto ciò e liberi da “lacci e laccioli” come sono state definite le norme delle leggi speciali esistenti: questo dovrebbe essere la nuova legge speciale.
Italia Nostra, partecipe alla consultazione, ha già fatto pervenire al Ministro un sintetico ragionamento strategico per evitare di essere catturati da questa distruttiva logica ultraliberista, individuando obiettivi, modalità, condizioni. Non è escluso che, a breve, proponga all’intera cittadinanza ed al dibattito culturale e politico, una bozza di nuova legge speciale, a partire dal completamento di quanto previsto in quelle esistenti, rafforzandone le salvaguardie siappur in una prospettiva di trasformazioni necessarie ma che dovranno essere altamente compatibili. Governo del turismo; decollo incentivato di una economia alternativa insediata in una Marghera bonificata; nuova residenzialità in città con una sinergia strategico-culturale tra ricerca e innovazione (istituzioni culturali museali e università); riorganizzazione di una mobilità di superficie che separi il traffico turistico da quello residenziale, pendolare e studentesco; nuovo piano morfologico della laguna evitandone ogni artificializzazione e, soprattutto, il progressivi svuotamento di sedimi dai suoi fondali che la porterebbero inesorabilmente a diventare un braccio di mare, biologicamente morto. Questi gli attuali temi strategici su cui dovranno misurarsi amministratori e cittadini, politica e cultura. Ne daremo ancora conto.
La vendita a EstCapital dell’area dell’ex Ospedale al Mare sotto la lente della Procura. A porla, un esposto annunciato dall’avvocato Mario D’Elia che mette in discussione il fatto che la società di Mossetto rogiterà e pagherà solo a progetto esecutivo approvato.
«Quello sottoscritto dal Comune e dal commissario al Palacinema Vincenzo Spaziante per la vendita dell’ex Ospedale al Mare con la società di Gianfranco Mossetto - spiega l’avvocato D’Elia - è in pratica un contratto-capestro, perché mette la parte pubblica nelle mani nell’acquirente, che non pagherà fino a quando il progetto esecutivo non sarà di sua piena soddisfazione. In gara c’era già un progetto preliminare che fissava chiaramente vincoli urbanistici e destinazioni d’uso future per l’acquirente, senza bisogno di concedere a EstCapital il potere assoluto di bloccare la vendita se l’esecutivo non sarà di suo pieno gradimento. Addirittura, come ha già dichiarato lo stesso Mossetto, su questa base EstCapital può sciogliere in qualsiasi momento l’accordo e pretendere da Comune e commissario caparra doppia rispetto ai 16 milioni di euro già versati. Ci sono a mio avviso gli estremi per la truffa, con un danno evidente per il Comune da un accordo di questo tipo, che lo mette alla mercé del compratore, se vuole incassare i soldi necessari al suo bilancio e alla costruzione del nuovo Palazzo del Cinema, che altrimenti si ferma.
C’è poi un altro aspetto dell’accordo con EstCapital su cui la Procura della Repubblica dovrebbe indagare, ed è quello che riguarda l’aumento di spazi e volumetrie concessi dal commissario dopo l’aggiudicazione della gara e EstCapital nell’ambito della Conferenza di Servizi sul Lido». La materia è delicata e riporta alla genesi della gara per l’ex Ospedale al Mare, preceduta da un’avviso di manifestazione di interesse lanciato da Spaziante verso i privati interessati a partecipare al bando per l’acquisto dell’area. Tra gli interessati, tra gli altri, gruppi immobiliari francesi e tedeschi che poi però deciso di non partecipare alla gara rispetto alle condizioni poste da commissario e Comune: 80 milioni di euro il prezzo base, per una superficie utile disponibile di circa 37 mila metri quadri e numerosi vincoli sull’area: da quelli di tutela della Soprintendenza su parecchi dei padiglioni dell’ex nosocomio, al vincolo a verde sportivo su buona parte del cosiddetto Parco della Favorita. A presentarsi, alla gara, appunto solo la EstCapital, che se l’era poi aggiudicata con un rilancio a 81 milioni. Successivamente, però, la Conferenza di Servizi con Spaziante avevano approvato la rimozione dei vincoli sui padiglioni e sull’area della Favorita (di cui riferiamo in dettaglio a parte), grazie ai poteri commissariali, e la superficie utile a vantaggio dei nuovi acquirenti è sensibilmente aumentata, ormai vicina agli 80 mila metri quadrati.
La domanda implicita e non banale da porsi quindi è: se anche altri potenziali acquirenti dell’area dell’ex Ospedale al Mare avessero potuto prevedere che determinati vincoli ambientali e storico-artistici sarebbero stati rimossi successivamente - consentendo la demolizione di diversi padiglioni e il “recupero” edilizio della Favorita - e che quindi la superficie utile sarebbe notevolmente cresciuta, avrebbero partecipato alla gara? E, in questo caso, Comune e commissario avrebbero potuto “spuntare” un prezzo superiore agli 81 milioni di euro ancora non incassati da EstCapital?
AREA “FAVORITA”
Tre torri al posto del parco ma si tratta sulle volumetrie
Il nodo della Favorita. La cosiddetta «Area 2» del progetto dell’area dell’ex Ospedale al Mare si stende per circa 19 mila metri quadrati e comprende verde pubblico e attrezzature sportive (campi da tennis e da calcio, strutture del Cral) comprese tra via Marco Polo e via dell’Ospizio Marino. La delibera già votata nel settembre del 2008 dal Consiglio comunale per il Parco della Favorita, all’interno dell’accordo di programma per la riqualificazione del Lido prevedeva per gli oltre 13 mila metri quadrati dell’area la destinazione a «verde sportivo» e un’altezza massima per due edifici da recuperare, tra i 10 e 12 metri. Ma la Favorita è entrata invece successivamente nella piena disponibilità edificatoria di EstCapital per ospitare tre torri e una trentina di ville, aumentando notevolmente le volumetrie iniziali. Dopo la mediazione del nuovo sindaco Giorgio Orsoni si è ottenuto in Conferenza di Servizi che venga recuperato a verde pubblico un 5 per cento in più delle superfici dell’area, abbassando l’indice di edificabilità. Lievemente ridotta anche l’altezza delle tre nuove “torri” del Parco della Favorita che dovrebbero essere due di 18 metri e mezzo e una di 16 e mezzo. Ma anche l’Enac, l’Ente per la sicurezza del volo - vista la vicinanza con l’aeroporto Nicelli - ha chiesto una limitazione delle altezze degli edifici. Lo stop al progetto della Favorita è una delle cause della mancata stipula del rogito tra Comune e EstCapital che chiede, nel caso, di recuperare altrove - con il via libera all’abbattimento del Monoblocco e la realizzazione di una darsena a San Nicolò - gli spazi che perderebbe con il riassetto. La Conferenza di Servizi prevista per fine mese dovrebbe chiarire la situazione.
Non indigna solo la svendita di un rilevante patrimonio pubblico, la trasformazione dell’urbanistica in un mero strumento finanziario, il tradimento di impegni assunti, il consapevole degrado del paesaggio, il disprezzo per i cittadini. Peggiora la valutazione politica e morale l’incapacità di applicare qualsiasi regola: quelle dell’agire pubblico sono calpestate, come se tutti quelli cui tocca la responsabilità di governare fossero diventati cloni di Berlusconi; quelle dell’agire privato vengono ignorate con allegra insipienza, aprendo il fianco a censure non solo morali.
Il guaio è che gli errori (chiama moli così) dei governanti (id.) li pagano i governati. Finchè hanno pazienza…
Rieccoli. Erano stati presentati il 29 dicembre come «progetti aggiuntivi» a quello dell’ospedale al Mare al commissario Vincenzo Spaziante. Una darsena davanti alla spiaggia di San Nicolò e il Monoblocco a uso turistico. Accantonati dopo le proteste. Adesso sono di nuovo sul tavolo, vero asso nella manica delle tre imprese che hanno acquistato l’ex Ospedale (Mantovani, Condotte, Est Capital). Unico modo, sembra, per evitare la bancarotta del Comune.
Nei giorni scorsi il rappresentante della cordata che ha acquistato l’ex Ospedale al Mare, l’ingegnere Piergiorgio Baita, ha fatto cortesemente sapere a Ca’ Farsetti che non ha intenzione di pagare le bonifiche per la «sorpresa» amianto trovata sotto i terreni dell’ospedale. «Si è scoperto che l’ospedale è più inquinato di Marghera», dice un addetto ai lavori. Costi della bonifica, circa 10 milioni che le imprese non intendono pagare. Se non pagano, il rogito slitta e si blocca tutto. Il Comune non può incassare i soldi per il Palazzo del Cinema e i 40 milioni di euro che ha già messo in bilancio. Dunque, si chiude per bancarotta e arriva il commissario. Una situazione drammatica. Chi ha venduto un terreno senza farci le analisi? Chi lo ha acquistato senza sincerarsi che fosse a posto? E, ancora: chi ha messo in piedi un progetto da centinaia di milioni di euro senza le garanzie appropriate? Materia di inchieste e approfondimenti futuri.
Intanto il tempo stringe, c’è da far quadrare un bilancio legato mani e piedi alla grande operazione immobiliare. Chi pagherà i 10 milioni della bonifica? Il Comune per ora non ha intenzione di far causa all’Asl, la Est Capital di Gianfranco Mossetto (alleata con Mantovani e Condotte) non ha intenzione di vedere sfumare l’affare. Ed ecco l’offerta, ancora non ufficiale, esaminata ieri sera durante un vertice a Ca’ Farsetti dal sindaco Giorgio Orsoni con i suoi tecnici. La situazione si sblocca, dicono in sostanza le imprese, se arriva il via libera ai due «progetti aggiuntivi». La grande darsena in mare, attaccata al molo sud del Lido, davanti alla spiaggia libera di San Nicolò. Occorre scavare e realizzare un porticciolo. Un grande business. Che andrebbe unito al «cambio d’uso» del Monoblocco. Il Comune aveva rassicurato i comitati che quell’edificio sarebbe rimasto a uso sanitario. Ma nel mezzo di nuova residenza, hotel, piscine un centro sanitario potrebbe stonare. Meglio spostarlo altrove e trasformare anche il Monoblocco in appartamenti per turisti. Secondo business.
Ma le proteste al Lido aumentano, anche sull’utilizzo della grande area verde della Favorita, anche questa venduta ai privati. Che si fa? Il sindaco Orsoni ha annunciato una decisione nei prossimi giorni. Ma la strada è quasi obbligata: via libera all’ennesima grande opera affidata a Mantovani, Condotte, Est Capital per «scongiurare» la bancarotta del Comune. Il cui peso politico è in calo, a vantaggio di quello delle grandi imprese.
Il Business
Mantovani pigliatutto
Imprese pigliatutto. Mantovani, Sacaim, Est Capital, Condotte. Tutti nelle loro mani i grandi progetti dell’area veneziana. La Mantovani al Mose, ma anche al tram, al passante, a Fusina, alla nuova piattaforma in mare voluta dal Porto. Sacaim al palazzo del Cinema e ai terminal. Est Capital, la finanziaria dell’ex assessore Mossetto sulle villette al Forte di Malamocco, Des Bains ed Excelsior, Ospedale al Mare. (a.v.)
La nuova Legge speciale dovrà garantire la realizzazione di nuove infrastrutture, a cominciare dal terminale portuale e dalla sublagunare. Reintrodurre gli sgravi fiscali bocciati dall’Europa e permettere la vendita delle valli da pesca demaniali ai concessionari.
C’è anche questo nelle 40 richieste dei «portatori di interessi» pubblicate ieri sul sito del ministro Renato Brunetta. Una raccolta di proposte che ora potrebbe diventare legge. Ma intanto è scoppiata la polemica. Italia Nostra, associazione per la tutela del territorio che ha da sempre espresso posizioni molto critiche sulla filosofia di questa nuova legislazione, si è vista escludere il suo contributo dall’elenco. «Un atto di scortesia e scorretteza istituzionale», commenta in una lettera inviata al ministro la presidente della sezione veneziana Lidia Fersuoch, «abbiamo presentato il contributo per tempo e non vorremmo pensare a un’esclusione dettata dai rilievi critici alla sua impostazione». La critica di Italia Nostra è che il nuovo impianto legislativo invece di tutelare il territorio potrebbe dare il via ad altre grandi opere, a cominciare proprio dalla contestata sublagunare. Non era questo lo spirito con cui erano nate le Leggi Speciali del 1973 e 1984, ancora in parte inattuate. Oggi il quadro è cambiato dice Brunetta, bisona pensare alla Venezia del futuro. Ecco allora l’elenco delle richieste. Gli industriali di Luigi Brugnaro, l’Autorità portuale di Paolo Costa, la Camera di commercio di Giuseppe Fedalto e la Save di Enrico Marchi puntano sulle infrastrutture. Sublagunare e terminal portuale che il ministro Matteoli è pronto a finanziare.La Curia (Antonio Meneguolo) chiede fondi per la manutenzione del suo patrimonio edilizio, chiese e campanili. Più prudenti i Comitati privati, che invitano a «riflettere bene sulla sublagunare e le sue conseguenze». Venice in Peril Fund (Anna Somer Cocks) ricorda che anche con il Mose il problema delle acque potrebbe non essere affatto risolto visto l’aumento del livello dei mari. «La manutenzione di una città sull’acqua», scrive, «è la priorità».
I gondolieri (Aldo Reato) chiedono tutela per la tradizione e il divieto del traffico pesante nei rii. Il presidente degli architetti Antonio Gatto (membro della Salvaguardia) chiede di valorizzare la commissione di cui fa parte. Gli albergatori (Ava) mettono in guardia dall’aumento del turismo e invitano a rottamare i vecchi hotel e a mettere un freno alla trasformazione della città. Dall’Ance (associazione costruttori) viene un invito a valorizzare le piccole imprese locali, dopo anni di monopolio del concessionario Consorzio Venezia Nuova. Ca’ Foscari punta sul clima e la ricerca per nuove energìe.
L’associazione dei notai (Carlo Bordieri di Jesolo) chiede che venga trasferita ai concessionari la proprietà delle valli da pesca. Battaglie degli ambientalisti di decenni spazzate via. «Con il Mose», insiste il rappresentante di Confagricoltura Franco Fantin, «l’apertura delle valli non serve più». Tra i contributi mancano quelli della Regione e del Comune («Ma con Orsoni siamo in piena sintonia», assicura Brunetta. La sintesi e la proposta saranno presentate in settembre. Di soldi però non si parla più. Assicurati i finanziamenti al Mose (5 miliardi il costo delle dighe, manutenzione esclusa), non c’è traccia dei 42 milioni di euro promessi tre anni fa dal governo al Comune per la manutenzione della città.
Mose, metropolitana, sviluppi urbani al Lido e Tessera: in città non mancano i progetti. Ma l’ecosistema è a rischio
La cristalleria è piena di elefanti. Per usare la metafora dell’urbanista Edoardo Salzano, veneziano d’adozione, la soave, fragilissima Venezia continua a fronteggiare impatti vari e assortiti, presenti e futuri. A cominciare dai 22 milioni circa di turisti annui che rappresentano ormai il pericolo numero uno per il suo delicato equilibrio, per proseguire con la perdita progressiva dei residenti (175 mila nel 1951, meno di 60 mila oggi) e, con essi, delle attività minute che fanno città, sostituite dall’orgia carnascialesca dei venditori di paccottiglia e souvenir. Pesano poi le grandi attività industriali, dai veleni di Porto Marghera, che ancora attendono una risposta progettuale, alla portualità turistica e commerciale, che fa transitare in laguna petroliere e navi da crociera sempre più grandi, acuendo i problemi del moto ondoso e della perdita dei fondali. Incombono i grandi progetti, Mose su tutti (nonostante abbia vinto la sua lunga guerra trova ancora fiera opposizione in città), ma anche gli sviluppi immobiliari al Lido e a Tessera, oggi in difficoltà, mentre la voglia di grandeur trasportistica fa pensare alla metropolitana sublagunare e all’alta velocità ferroviaria. E se Roma non avesse vinto il ballottaggio per la candidatura dei Giochi olimpici del 2020 – verso cui la città remava quasi all’unisono – oggi saremmo qui a ragionare su piscine olimpioniche e stadi per l’atletica leggera, così come un tempo si ragionava sulle infrastrutture necessarie per l’Expo 2000 che Gianni De Michelis e Carlo Bernini avrebbero voluto portare sotto il campanile di San Marco.
Cosa comporta tutto questo? Scrive lo storico Piero Bevilacqua nel suo bel saggio “Venezia e le acque” (Donzelli): “L’antico rapporto di simbiosi anfibia fra la città e la sua gente, alla base del miracolo di conservazione cui Venezia deve la sua sopravvivenza, si è dissolto […] a vantaggio di un insieme di relazioni occasionali, fuggevoli, superficiali. Al suo posto […] è subentrata un’anonima ‘folla cittadina’ che usa la città come un fondale teatrale, sontuoso ma estraneo ai suoi interessi materiali e alla sua fretta, e sostanzialmente vissuto con indifferenza”. Lo stesso legame culturale dei veneziani con l’elemento acqua, secondo Bevilacqua, è cambiato: “Gli innumerevoli canali e rii che intersecano vie, calli, edifici, campi […] sono ormai vissuti come un impaccio”. Da qui la voglia di velocità e sviluppo. Che certo vanno governati, come in qualunque altra città italiana, ma che qui richiedono “uno straordinario sforzo di impegno e di creatività del potere politico”.
Il punto è questo: chi comanda oggi a Venezia? Non il sindaco, dicono i maligni, in una città che è sotto tutela statale da quasi 40 anni. Sarà un caso, ma il Mose è passato con la benedizione di tutti i governi, a cominciare dagli esecutivi di centrosinistra (Amato e Prodi), sulla carta del medesimo colore delle varie giunte comunali Cacciari, molto ostili al sistema di dighe mobili. Qui poi è attivo sin dai primi del Novecento il Magistrato alle acque, longa manus del ministero delle Infrastrutture ed espressione prima della particolarità amministrativa di Venezia; qui sono molto influenti sia l’autorità aeroportuale, che a colpi di traffici (il Marco Polo è il terzo scalo passeggeri in Italia) sta influenzando gli sviluppi urbani di Tessera, sia l’autorità portuale, affidata a un personaggio del calibro di Paolo Costa, già rettore di Ca’ Foscari, sindaco e ministro dei Lavori pubblici; qui agiscono commissari per le più svariate incombenze, dal controllo del moto ondoso allo scavo dei canali, perfino la costruzione del Palazzo del cinema al Lido ha il suo. Anche la Regione svolge un ruolo attivo nella salvaguardia della Serenissima, affidatole dalle leggi speciali per Venezia, occupandosi del disinquinamento del bacino scolante lagunare. Per non dire del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la progettazione e la realizzazione del Mose, che gestisce una partita da 4,7 miliardi di euro (e chissà se basteranno) con forti ricadute territoriali.
In questa arlecchinata di poteri, com’è inevitabile, ciascuno rivendica competenze e spazi, spesso in conflitto con quelli degli altri. Morale: tutto si muove con una certa vischiosità e manca un’idea di sviluppo coerente e condivisa. Senza un’inversione di rotta Venezia rischia una radicalizzazione dei problemi, con la perdita dell’ecosistema lagunare, trasformato irrimediabilmente in un braccio di mare, il centro storico mutato in una Disneyland a uso e consumo di un turismo sempre più mordi e fuggi (i grandi hotel sono in crisi), il progressivo degrado delle strutture architettoniche, già oggi evidente in molte parti della città: alla fine di maggio La Nuova Venezia denunciava le crepe nei ponti dei Bareteri e del rio San Luca, mentre crollano le rive lungo rio del Malibran, conseguenza “di anni di traffico selvaggio e tagli alla legge speciale – per finanziare le grandi opere – e dunque alla manutenzione diffusa della città”. Vedremo se la nuova giunta comunale guidata da Giorgio Orsoni riuscirà a recuperare voce in capitolo. E a bloccare almeno in parte la deriva cui sembra destinata la Serenissima.
Questione di Principia
Al centro dell’attenzione, non fosse altro per il giro d’affari che muove, resta il Mose, che ormai drena per intero gli stanziamenti destinati alla salvaguardia di Venezia. “La legge speciale non è mai più stata finanziata”, si rammarica Giampietro Mayerle, che dirige l’ufficio salvaguardia presso il Magistrato alle acque, chiamato a seguire il lavoro del Consorzio ma anche esecutore di progetti in diretta amministrazione, soprattutto di difesa morfologica: quando c’era qualche spicciolo da spendere, appunto. Procedono invece le opere del Mose alle tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia, dove verranno posizionate le schiere di 79 paratoie mobili. Le dighe sono destinate ad alzarsi con una marea di 110 cm, cioè in media 3,6 volte all’anno, secondo uno studio dell’Istituzione centro maree di Venezia (periodo considerato 1966-2008): non spesso, dunque, ma la tendenza è in crescita – 53 eventi dal 1996 al 2005, più del doppio rispetto al decennio precedente – causa i fenomeni contemporanei di subsidenza (abbassamento del livello del suolo) ed eustatismo (innalzamento del mare), che hanno fatto perdere alla città 23 centimetri nell’ultimo secolo.
In particolare, al Lido è stato costruito un porto rifugio, “costituito da due bacini – spiegano al Consorzio Venezia Nuova – che consentiranno il ricovero e il transito, attraverso la conca di navigazione, delle piccole imbarcazioni e dei mezzi di soccorso quando le paratoie saranno alzate”. Qui, al centro della bocca, è stata realizzata anche una nuova isola, punto d’arrivo delle due schiere di paratoie previste. A Malamocco, oltre alle strutture di spalla alle dighe mobili, è stata ultimata la scogliera curvilinea (1.300 metri) “che ha la doppia funzione di smorzare la vivacità delle correnti di marea e creare un bacino di acque calme a protezione della conca di navigazione per le grandi navi dirette a Marghera”, mentre a lato della conca è stata allestita un’area provvisoria di cantiere, dov’è in corso la costruzione dei cassoni di alloggiamento delle paratoie: si tratta di veri e propri edifici, alti fino a 12 metri, larghi 60 e lunghi 40-50. A Chioggia, oltre alla scogliera di 500 metri, sono quasi ultimati i lavori che interessano il lato nord della bocca, dove si sta realizzando un altro porto-rifugio per i pescherecci. A Selvazzano (Pd), invece, è stata realizzata la pre-serie del gruppo cerniera-connettore, elementi di snodo fra cassoni e paratoie, su cui “sono in corso le prove finalizzate alla produzione industriale e al montaggio”. La costruzione delle cerniere sarà affidata con gara europea bandita dal Consorzio, una delle poche sfuggite alla concessione unica. C’è poi tutta la partita della manutenzione del Mose: l’Agenzia del demanio con un’altra concessione ha assegnato al Magistrato alle acque, che agisce attraverso il Consorzio, 125 mila metri quadrati di aree nella zona nord dell’Arsenale. I lavori, anche qui, sono quasi ultimati: alle Tese della Novissima, in particolare, andranno le attività di gestione (monitoraggi ambientali, raccolta dati sull’ecosistema, controllo operativo delle barriere), mentre la manutenzione vera e propria delle paratoie avverrà nei bacini di carenaggio. Allo scopo è in fabbricazione un natante speciale (jack up) in grado di installare e rimuovere le barriere, munito di quattro gambe telescopiche che si appoggiano sul fondo per effettuare l’intervento. L’intera operazione, sottolineano al Consorzio, sta occupando circa 3 mila addetti, con l’impiego nei cantieri di circa cento mezzi navali: dovrebbe essere ultimata nel 2014. I costi: 4,678 miliardi, con importi finora assegnati pari a 3,244 miliardi e avanzamento delle opere stimato al 63 per cento, “essendo stati impegnati per interventi ultimati o in corso 2,949 miliardi rispetto al fabbisogno totale”.
A valutare questi dati sembrerebbe che per gli oppositori del Mose la partita sia ormai persa. I cantieri avanzano e lo Stato li finanzia: anche nella manovra di rastrellamento di fondi non spesi operata dal ministero dell’Economia a fine maggio sono saltati fuori altri 400 milioni per il sistema di dighe mobili. Il Comune, poi, agita il ramoscello d’ulivo: sia le dichiarazioni del neo sindaco Orsoni che quelle dell’assessore all’Urbanistica, Ezio Micelli, sono improntate a realismo. “Sicuramente l’opera richiede un processo di accompagnamento da parte del Comune – ci ha detto Micelli – perché molti interventi hanno rilievo urbano significativo, soprattutto a nord, e su questi qualche riflessione, sul piano paesaggistico e urbanistico, va fatta. Ma non credo che ci siano ulteriori margini di manovra. Continuare a ostacolare il Mose dopo che governi di ogni colore hanno dato il via libera non avrebbe senso. Anche la città ha cambiato atteggiamento: prima si coglieva maggiore ostilità, adesso prevale la curiosità di vedere finita la grande opera e valutarne il funzionamento”.
Il punto è proprio questo: la tecnologia del Mose reggerà la prova in mare? Lasciamo pure alle spalle le ferite del passato. Dimentichiamo dunque le polemiche sull’affidamento dell’opera senza gara pubblica e con oneri concessori alti (12%); scordiamoci la bocciatura nel 1998 da parte della Commissione ministeriale di valutazione d’impatto ambientale, visto che il decreto fu poi annullato dal Tar Veneto su ricorso presentato dalla Regione e il governo, che pure poteva predisporre una nuova Via, mollò il colpo; non consideriamo – del resto, chi l’ha fatto? – le bacchettate della Corte dei Conti, che in un’ordinanza nel febbraio 2009 ha messo sulla graticola vari aspetti del Mose, fra cui i costi, “incrementati per una serie di cause come le continue rimodulazioni, l’introduzione di nuove opere, l’indeterminatezza progettuale”, e i collaudi, affidati “con scarsa trasparenza” a consulenti esterni; mettiamo da parte le numerose proposte alternative per risolvere il problema dell’acqua alta presentate dal Comune, fra cui il celeberrimo sistema di paratoie a gravità firmato da Vincenzo Di Tella, che funziona in maniera simile al Mose ma si aziona in modo opposto, sfruttando il senso e la forza idrodinamica della marea, con un bel risparmio di energia; sorvoliamo infine sul fatto che del Mose c’è solo un progetto definitivo, “però di grande dettaglio – spiegano al Consorzio – perché l’opera è talmente vasta che sarebbe stato impossibile presentare un unico esecutivo”, sicché si è deciso di procedere per stralci funzionali.
Resta comunque di attualità la querelle con la rinomata società di studi offshore Principia di Marsiglia, considerata una delle più attendibili del settore, che ha bocciato clamorosamente il Mose. Cos’è accaduto? Per capire, bisogna fare un passo indietro, alle riunioni presso la presidenza del Consiglio dei ministri del 2 e 8 novembre 2006, nelle quali il Comune aveva tentato l’ultimo vano assalto al sistema Mose, “sulla base di analisi e valutazioni che avevano, fra l’altro, evidenziato gli aspetti critici strutturali del progetto”, ricorda Armando Danella, che per anni ha diretto l’ufficio salvaguardia del Comune veneziano. “In quell’occasione – prosegue – alcuni cattedratici del settore marino off-shore ci avevano consigliato di non desistere, perché i metodi di calcolo evolvono molto rapidamente e sarebbe stato plausibile, nel giro di qualche tempo, effettuare valutazioni più approfondite sul progetto”.
Passano dunque un paio di anni e viene commissionato a Principia “un nuovo studio volto ad analizzare il comportamento dinamico della paratoia Mose”: sembra che sia stato proprio Danella a convincere Cacciari, ormai rassegnato alla sconfitta, ad affidare l’incarico. Principia, che ha sviluppato una modellistica all’avanguardia, dopo avere studiato il progetto definitivo del Mose esprime due valutazioni piuttosto pesanti: in certe condizioni di mare avverso (onde alte 2,2 metri e periodo di otto secondi), “già superate peraltro nel recente passato”, afferma Danella, le paratoie alzate oscillano con ampi angoli che fanno entrare acqua in laguna; e questa amplificazione non controllata dell’angolo di oscillazione “rende il Mose sistema dinamicamente instabile – continua Danella – il che comporta l’impossibilità di identificare un corretto e attendibile dimensionamento delle strutture, delle cerniere e dei connettori; né per questo si può utilizzare la sperimentazione in vasca su modelli in scala ridotta, dove gli effetti viscosi non sono rappresentati correttamente”. Detto un po’ brutalmente e in altri termini: le paratoie in certe condizioni di mare non tengono. E comunque è impossibile dimensionarle correttamente. La loro efficacia sarà testata direttamente in mare. Non il massimo, come garanzia, per un’opera da 5 miliardi di euro.
Lo studio viene consegnato a Massimo Cacciari, che stranamente tiene la pistola fumante chiusa nel cassetto per qualche mese. Poi, quasi obtorto collo, il 22 luglio del 2009 lo fa pubblicare sul sito del Comune: una tempistica che spinge il Consorzio a parlare di “uso strumentale dello studio” da parte della precedente giunta. Comincia anche un balletto di accuse senza ritorno. Il Magistrato alle acque, informato della vicenda, prima presenta alcune domande tecniche a Principia (o meglio, le fa inoltrare formalmente al Comune stesso) e, una volta ottenute, fa scendere in campo il suo Comitato tecnico, che presenta le sue controdeduzioni, chiamando in causa un’altra volta il pool internazionale di esperti di riferimento e negando la validità dello studio; Principia ribadisce seccamente le sue posizioni. Volano, fra le righe, accuse reciproche d’incompetenza: la sfida è pesante, ma molto sotto traccia. Per questo motivo Danella, che fa parte dell’associazione Ambiente Venezia, più un ampio pool di soggetti, da Italia Nostra al Wwf, dalla Lipu ai No Mose, vorrebbero lanciare un dibattito tecnico-scientifico a livello internazionale sul tema. Il problema è serio, affermano: Venezia non è forse patrimonio mondiale dell’Umanità? La partita non è perduta, sostengono, considerato che finora sono state realizzate solo le opere preparatorie del Mose, ma non il sistema di dighe mobili vero e proprio. Sognano il colpo di scena finale, la carta che spariglia il gioco. Il dossier Principia circolerà ancora e chissà cosa produrrà. “Il Mose non sarà fermato – è la chiosa tombale di Andreina Zitelli, docente di Analisi e valutazione ambientale dei progetti dell’Università Iuav di Venezia e membro della Commissione Via che bocciò il progettone – non fu bloccato vent’anni fa, quando era ancora possibile intervenire, figuriamoci oggi: non c’è più tempo, né l’intellettualità necessaria a sostenere ipotesi alternative, né fondi. Ma non funzionerà. Mi spiace solo che non ci sarò più nel momento in cui il suo fallimento sarà sotto gli occhi di tutti”.
Trasformazioni a rischio
“L’assoluta specificità di Venezia – afferma Edoardo Salzano – è costituita dal suo rapporto con la laguna, in particolare dal rapporto fra trasformazione e natura, in cui la città per secoli è stata maestra. Sotto questo aspetto, la città è sempre stata modernissima: l’attenzione all’ambiente che ha mostrato la Repubblica la rende un caso esemplare. Oggi si confrontano due linee opposte: la difesa di questa specificità e la tendenza all’omologazione, cui appartengono progetti edificatori a largo spettro, dalla realizzazione della sublagunare alla considerazione dell’acqua come rischio e non come risorsa. Ed è questa, purtroppo, la tendenza vincente”, nonostante un’antica regola della Serenissima, ripresa anche dalla seconda legge speciale (n. 798/84), prevedesse in laguna solo trasformazioni sperimentali, graduali e reversibili. “In questa città – spiega Cristiano Gasparetto, consigliere di Italia Nostra – le opere proposte vengono realizzate per parti: manca una visione strategica del futuro di Venezia. Chi vuole la sublagunare, per esempio, invoca la necessità di muoversi in centro con minore lentezza, che però qui è un valore”. Chi vuole la sublagunare (Tessera-Arsenale, con l’idea di portarla fino al Lido) è sicuramente Enrico Marchi, patron della Save, la società che gestisce l’aeroporto Marco Polo, considerandola uno strumento necessario al lancio in orbita dello scalo. Sicuramente l’avrebbe voluta anche la giunta Cacciari: come ricorda Carlo Giacomini, docente di Scienza dei trasporti allo Iuav, “la metropolitana è stata prevista dal pum, il piano urbano integrato per il sistema della mobilità. Dispiace che in quella sede non si siano volute valutare in maniera comparativa altre opzioni strategiche. La metropolitana – ma anche il tram a Venezia – è stata assunta come scelta scontata: come sempre, si è deciso di anticipare l’infrastruttura alla programmazione della mobilità”. Quanto alla sublagunare, progetto a canna unica destinato ad attirare una quota risibile della mobilità veneziana (8-9% secondo stime comunali), “non si comprende se sia più inutile o pericolosa”, chiosa Giacomini. La giunta Orsoni, sul tema, sembra freddina: i 600 milioni necessari a costruirla non ci sono, la cordata guidata dall’Actv (l’azienda comunale dei trasporti) è ferma al palo e la realizzazione, al di là dei problemi finanziari, presenta gravi incognite ambientali. La canna – ma bisognerebbe costruirne almeno due, per motivi di sicurezza – correrebbe a 27 metri di profondità e andrebbe a sfondare il caranto, sedimento di argille storiche su cui poggia Venezia, tagliando anche le falde acquifere. La sua compatibilità con l’ecosistema lagunare, semplicemente, non esiste.
Ben diverso è l’affaire Tessera city, sviluppo immobiliare attorno all’aeroporto voluto ancora da Cacciari, che nel gennaio 2009 in una notte da lunghi coltelli, in mezzo a mille polemiche, ha varato una delibera che ha trasformato in edificabili “i terreni agricoli di una delle aree a maggior rischio idraulico di tutto il Triveneto”, come sottolinea Stefano Boato, docente di Pianificazione e progettazione del territorio allo Iuav. Lì, come abbiamo visto, dovrebbero attestarsi metropolitana e alta velocità ferroviaria, progetti altamente improbabili; lì avrebbe dovuto essere realizzata buona parte delle infrastrutture dei Giochi del 2020, ormai sfumati; lì resta in vita il Quadrante, megaprogetto da 1-2 milioni di metri cubi (casinò, alberghi, stadio e centri sportivi, commerciali e direzionali), vera e propria nuova città (Tessera city, appunto). “È bastato un voto del consiglio comunale – continua Boato – e il valore delle aree si è moltiplicato per venti volte, con la plusvalenza messa immediatamente a bilancio dai proprietari, ovvero dalle società Save e Casinò municipale di Venezia. Evidentemente si preferisce costruire ex novo a Tessera anziché riusare i grandi spazi dismessi di Marghera, perché ancora da bonificare, o riqualificare le periferie di Mestre, dove insistono 4 mila appartamenti invenduti”. Di diverso avviso l’assessore Micelli: “Capisco le preoccupazioni legate al consumo di nuovo territorio, però Tessera è uno dei grandi poli del sistema metropolitano veneziano, non può non essere valorizzato con attrezzature collettive e messo a disposizione di un territorio più ampio. La mia sfida sarà coniugare sviluppo e una rinnovata attenzione per la dimensione socioambientale. Vedo però che inizia a diffondersi in città un’opposizione a qualunque tipo di sfida. Con valutazioni certo legittime, che però non condivido”.
Altro tema che ha mosso molti malumori in città è lo sviluppo in corso al Lido, isola già interessata dai lavori del Mose agli Alberoni e a Malamocco, nonostante sia caratterizzata da un ambiente speciale, “non a caso tutelato dal palav, il piano d’area della laguna di Venezia – afferma Fabio Cavolo, esperto ambientale e lidense doc – strumento operativo della legge speciale che vincola le aree a valenza storica, paesaggistica, ambientale e culturale”. La complessa vicenda è stata sintetizzata in un esposto presentato da un gruppo di associazioni – dalla Lipu a Codacons Veneto, da Venezia civiltà a Pax in Aqua – al procuratore capo della Repubblica di Venezia Vittorio Borraccetti. Al centro della querelle, una serie di questioni: fra l’altro, l’acquisto da parte del Comune dell’ex Ospedale al mare con fondi della legge speciale, impiegati poi per la realizzazione del nuovo Palazzo del cinema; l’avvio dei lavori senza completa copertura finanziaria; il ricorso a un commissario straordinario, Vincenzo Spaziante, per la costruzione del Palacinema, “derogando dalle leggi che tutelano il patrimonio ambientale e storico nell’area di edificazione”; l’abbattimento di una pineta storica e diverse alberature nel parco delle Quattro fontane, nonché “l’improprio utilizzo dello stesso quale area di cantiere”; la distruzione dei resti del forte ottocentesco del piazzale Casinò, situato sotto il Palacinema, e l’alienazione “per scopi diversi di quelli sanitari” di strutture ospedaliere “frutto di donazioni pubbliche e private”. Sotto accusa anche l’estensione dei poteri del commissario delegato ad altri progetti privati che vengono considerati connessi al Palacinema, dalla riqualificazione degli hotel Des Bains ed Excelsior alle villette-centro benessere del riconvertito forte asburgico di Malamocco. Secondo i ricorrenti, si tratta di interventi “che non rivestono carattere né di urgenza né di eccezionalità ed evitano tutte le autorizzazioni di rito, compresa quella della Commissione per la salvaguardia di Venezia”. L’allargamento dei poteri era stata determinata da un’ordinanza del presidente del Consiglio dei ministeri del 15 luglio 2009: ricorda qualcosa? Al Lido è in campo un operatore unico, la società Est Capital, presieduta dell’ex assessore alla Cultura della prima giunta Cacciari, Gianfranco Mossetto: ciò nonostante i lavori procedono a rilento, soprattutto la realizzazione del Palacinema, che avrebbe dovuto rientrare nel pacchetto di opere per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia: “Il progetto viene continuamente ridimensionato – afferma il segretario della Cgil veneziana Salvatore Lihard – in carenza di finanziamenti. Secondo gli investitori sono pronti, complessivamente, 800 milioni da spendere per il Lido, ma noi siamo molto scettici: qui le opportunità stanno svanendo, la crisi è fortissima e la desertificazione produttiva è alle porte”. Anche il Comune, come chiarisce Micelli, ha chiesto a Spaziante un ripensamento complessivo dei progetti per il Lido. L’assessore parla di “modalità di partecipazione democratica violentate” e della necessità “di riprendere in mano in blocco i progetti che hanno valenza urbanistica. Su questo c’è comune sentire con il sindaco Orsoni e anche gli investitori – nonché lo stesso commissario – stanno dimostrando ampia disponibilità a discutere”.
Anche la vicenda Lido ha visto in campo, per l’ennesima volta, un pool di associazioni, che rappresenta la vera novità del panorama politico veneziano. Si è costituito un coordinamento di 16 sigle che ha chiesto a Orsoni maggiore trasparenza sull’attività di governo, soprattutto nelle scelte di sviluppo del territorio: “Per costruire una vera partecipazione dei cittadini – sottolinea una delle animatrici del pool, Tiziana Plebani di Geografia di Genere – è necessario agire per un potenziamento degli spazi pubblici e della loro utilizzazione; il secondo passaggio per la costruzione di una vera relazione democratica fra cittadini e amministratori è l’ascolto. Esiste alla base della società civile una ricchezza infinita di saperi e di competenze che tengono conto della persona e dell’ambiente. Disinteressatamente, senza prebende o consulenze. Uno scambio fuori mercato “per tenere il mercato fuori dalla città”, considerata come “bene comune collettivamente gestito”. Ma per ora ciascuno procede per la sua strada.
Nell’esercizio delle prerogative a lui concesse da un decreto della Presidenza del consiglio del 14 maggio 2010, il ministro Brunetta si accinge a riscrivere la Legge Speciale per Venezia. Ciò significa decidere in che direzione vanno spostati i finanziamenti nazionali destinati alla salvaguardia e allo sviluppo anche economico e sociale della città. In una parola, tenere i cordoni della borsa, ossia decidere il destino di Venezia per i prossimi anni.
Il ministro ha fatto stilare dal suo ufficio un documento in cui disegna le grandi linee degli interventi da lui pianificati. Ha poi convocato trentaquattro realtà veneziane, ha consegnato loro il documento e ha concesso otto giorni di tempo per elaborare commenti ed eventuali altre proposte.
Nella sua risposta, allegata al presente comunicato, il Consiglio direttivo di Italia Nostra, sezione di Venezia, fa notare che le priorità indicate nel documento seguono una scala di valori antiquata e superata, che mette in primo piano l’economia (anzi, un certo tipo di economia, fondata su turismo, portualità e industria manifatturiera) senza neppure nominare la qualità della vita, che invece costituisce il punto dal quale parte e deve partire ogni pianificazione territoriale moderna e volta al futuro.
La revisione della Legge Speciale per Venezia dev’essere, a parere di Italia Nostra, l’occasione per rovesciare una scala di valori che ha portato al degrado della laguna e del territorio circostante. Partendo dall’idea di “un ambiente sano e non privato della straordinaria bellezza di cui la natura, l’arte e l’antica sapienza tecnica l’hanno dotato,” si può e deve disegnare il quadro di un’economia sana e anzi florida e stabile.
Pertanto Italia Nostra suggerisce di usare i fondi della legge speciale per voltare totalmente pagina anziché proseguire, come il ministro sembra suggerire, sulle strade in cui il secolo scorso ha incamminato la città. Occorre capacità di visione e vero entusiasmo innovatore. Noi crediamo che il turismo, se non controllato, può creare un’economia drogata ai danni della residenzialità, delle attività specializzate e della stessa vivibilità del territorio. Anche uno sviluppo del porto commerciale fino a dimensioni planetarie contrasta con la fragilità e la bellezza del territorio lagunare, costringendo tra l’altro a ulteriormente scavare i canali artificiali che già ora hanno provocato il degrado della laguna e la sua trasformazione in un braccio di mare. Infine, lo sviluppo di attività industriali manifatturiere di tipo arcaico non farebbe che inquinare inutilmente l’aria e l’acqua, dovendo poi soccombere alla concorrenza di Paesi emergenti
Italia Nostra propone dunque di usare i fondi disponibili per una bonifica reale e completa di Marghera e della gronda lagunare. Propone forti incentivi fiscali per attrarre in quell’ampio e in sé bellissimo territorio imprenditori e aziende dedite alle attività del futuro, come la medicina avanzata, la biologia molecolare, le nanotecnologie e la ricerca scientifica e tecnologica in generale.
Il quadro disegnato è quello di una città popolosa e attiva, aperta a un turismo qualificato e controllato nei numeri, con centri di attività principalmente sulla terraferma, raggiungibile dagli abitanti con mezzi acquei veloci, comodi e panoramici e sottratti all’invadenza turistica.
Italia Nostra spera vivamente che il governo nazionale non sprecherà quest’occasione, forse l’ultima per alcuni decenni, di ripensare il destino della città alla luce di quanto il mondo intero si aspetta.
Il Comitato direttivo di Italia Nostra, sezione Venezia, 9 luglio 2010
L’opera di regolazione delle maree alle bocche di porto meglio conosciuta come “sistema Mose” sta procedendo secondo un proprio cronoprogramma che prevede la fine dei lavori per il 2014. Il progetto definitivo era stato approvato nel novembre 2002 con il placet del Comitatone [il comitato interistituzionale costituito da rappresentanti di ministeri, regione e comuni - ndr] nell’aprile del 2003.
Il costo calcolato ad oggi ammonta a 4.678 milioni di euro; l’opera può contare su un finanziamento finora stanziato di circa 3.ooo euro e ne mancano circa 1.600. Ai costi di costruzione, destinati verosimilmente a crescere nonostante la convenzione a prezzo chiuso, andranno aggiunti gli alti costi di gestione e manutenzione; il concessionario calcola 12 milioni di euro all’anno, pari allo 0,4% del costo dell’opera sulla base di un confronto con le barriere del Tamigi e della Scheda. Fonti autorevoli (Corte dei conti, consiglio superiore dei LL.PP., Comune di Venezia, ecc.) ritengono invece tali oneri altamente sottostimati e si ritiene che un’opera di tale natura debba attestarsi al 1-1,5% del suo costo.
Lo stato di avanzamento dell’opera è al 60% circa; sono stati ultimati e/o sono in corso tutti quegli interventi complementari e propedeutici ( bocca di Lido: porto rifugio e conca di navigazione, isola artificiale, protezione dei fondali, aree di produzione funzionali alla costruzione delle opere; bocca di Malamocco: diga foranea e conca di navigazione per grandi navi, opere di spalla, opere per la prefabbricazione dei cassoni di alloggiamento delle barriere, inizio costruzione cassoni di soglia, protezione dei fondali,aree di produzione funzionali alla costruzione delle opere; bocca di Chioggia: diga foranea, porto rifugio e conca di navigazione per pescherecci, opere di spalla, protezione dei fondali, aree di produzione funzionali alla costruzione delle opere).
Manca la fase finale costituita dagli interventi cosiddetti tecnologici (oggetto di gare europee) che rappresentano la parte più complessa dell’opera.
In concreto, esaurita la parte precedente, sta iniziando ora, in questi mesi,il vero punto di non ritorno:con le gare europee delle cerniere e poi delle paratoie e delle altre parti tecnologiche,con la costruzione dei cassoni di soglia e con lo scavo delle bocche per la messa a dimora dei cassoni di soglia.
E’ un errore pensare che non sia più possibile fermare questa opera; esistono ancora oggi le condizioni per effettuare varianti in corso d’opera volte da un lato a contrastare, o quantomeno a ridurre, gli effetti negativi che il proseguimento dell’opera provocherà, dall’altro a introdurre quegli elementi e soluzioni tecnologiche di maggiore compatibilità con l’ecosistema lagunare più volte auspicati.
E’ necessario però essere consapevoli che siamo in presenza della costruzione di un’opera che può contare di tutta una serie di punti a proprio favore che la “legittima” pienamente.
Il sistema Mose è stato approvato sia dal governo Berlusconi che dal governo Prodi, dalla destra e dalla sinistra nazionale e locale ( salvo coraggiose eccezioni: Mussi, Ferrero, Pecoraro Scanio, Bianchi, Massimo Cacciari).
Un’opera costosissima ed impattante che procede imperterrita nonostante gli innumerevoli rilievi critici di natura procedurale, ambientale,strutturale e le numerose manifestazioni di contrarietà che si sono manifestate durante tutto il suo percorso. Ne ricordiamo alcuni:
- esiste una valutazione di impatto ambientale negativa
- sia la soluzione progettuale adottata che i lavori eseguiti non sono mai stati soggetti a gara
- le opere complementari (lunate foranee e conca di navigazione ) hanno avuto una V.I.A. regionale mentre sarebbero dovute sottostare ad una V.I.A. nazionale ( ricorso respinto )
- c’è stato un ricorso in Europa ( respinto ) perché non si rispettano particolari aree di interesse comunitario
c’è stato un ricorso ( respinto ) per danni ambientali causati dai cantieri di costruzione dei cassoni a S.Maria del mare ( Pellestrina )
- c’è stato un ricorso ( respinto ) al Consiglio diStato per la decisione del governo Prodi sulla prosecuzione del Mose di escludere dal voto finale in Comitatone alcuni ministri contrari
- l’opera prosegue in assenza di un progetto esecutivo completo ( si procede per stralci )
non si è voluto tener conto delle osservazioni e proposte alternative presentate dal Comune di Venezia
- ci sono state oltre 12.000 firme contrarie al Mose
- non ci sono risposte esaurienti a fronte di un incremento del livello del mare ( eustatismo )
è stata denunciata una penalizzazione dell’attività portuale
- sono stati disattesi precisi dettati della legislazione speciale per Venezia ( sperimentalità, reversibilità,gradualità )
- sono stati disattesi specifici punti ( 11 ) proposti dal Comune di Venezia propedeutici all’inizio dei lavori del Mose
- rottura del caranto e scavo di milioni di mc. di fango consolidato,
- creazione di barene artificiali per mettere a dimora i volumi provenienti dallo scavo delle bocche
- costi di gestione e manutenzione dell’opera largamente sottostimati
- mancata accettazione di indennizzo dei danneggiati dall’acqua alta
- critiche pesanti dalla Corte dei Conti
- incidenza negativa del Mose sull’intero ecosistema lagunare
- infine, recentissimi studi (della società Principia interpellata dal Comune)) che mettono in discussione la funzionalità tecnica del Mose
Oltre alle caratteristiche dell’opera in sé vanno valutate le interrelazioni che detta opera produce con la laguna e specificamente con il suo marcato processo erosivo in corso. Il problema dell’erosione della laguna e della sua artificializzazione è stato sottaciuto perché si è voluto concentrare tutto sull’acqua alta-Mose opera salvifica della città.
La laguna sta diventando un braccio di mare ed andrebbero espletati radicali interventi volti ad invertire l’attuale bilancio negativo di sedimenti ( escono in mare più sedimenti di quelli che entrano nello specchio lagunare ) agendo principalmente: 1) sulle modalità di introduzione di sedimenti in laguna ( es. dalle piene del Brenta attraverso l’idrovia ) 2) su tutti i fenomeni che creano sospensioni di sedimenti ( moto ondoso provocato da natanti,dal vento,dalle disastrose modalità di pesca delle vongole filippine ) 3) sul dislocamento delle grandi navi crociera fuoruscita) 4) sulle quote dei fondali dei canali portuali 5) sulle sezioni delle bocche di porto che regolano lo scambio mare laguna.
In tale contesto il sistema Mose con l’irrigidimento delle sezioni delle bocche di porto che comporta non consentirà più di agire su questo fattore caratterizzato dalle misure del progetto che andrebbero invece ridotte con impedimenti fissi e removibili.
Durante il processo di avanzamento del Mose, nel luglio 2009 è stato pubblicato uno studio commissionato dal Comune di Venezia che conferma scientificamente alcuni dubbi a suo tempo sollevati da eminenti studiosi:
- le paratoie del Mose sono dinamicamente instabili ed in certe condizioni di mare non garantiscono il superamento della “ risonanza “ (le paratoie oscillano con ampi angoli facendo entrare acqua in laguna vanificando così l’effetto diga al contenimento della marea)
- la progettazione esecutiva delle opere tecnologiche si basa sulla sperimentazione su modelli in vasca che l’ingegneria moderna off-shore ritiene non affidabili
A fronte di quanto emerso da tale studio si rischia di eseguire un’opera dal costo di 5.000 di euro garantita 100 anni ( per tale arco temporale è stato ideato il Mose ) che poi potrà non funzionare!
Si impone pertanto la necessità di verificare immediatamente ( prima dell’indizione delle gare europee e della messa a dimora dei cassoni di soglia ) tramite un confronto scientifico garantito da terzietà quanto affermato dallo studio di Principia e qualora se ne riscontri la validità procedere con una variante in corso d’opera che risolvendo il fenomeno della risonanza individui la soluzione progettuale (peraltro per alcuni versi già nota) che sappia ridurre le sezioni frapponendo ostacoli fissi e removibili stagionalmente alle bocche di porto.
Armando Danella è il funzionario del Comune di Venezia che segue da almeno un ventennio la vicenda della salvaguardia della Laguna e del progetto MoSE
In un recentissimo incontro con i membri del gruppo 40 x Venezia, il nuovo assessore all’Urbanistica Ezio Micelli ha disegnato le grandi linee dei suoi progetti per la città e dei motivi ideali e pratici che lo ispirano. Nella sua eloquente presentazione, e nelle risposte alle attente domande dei presenti, Micelli ha operato una distinzione tra un modo antiquato di vedere la città e uno moderno, innovatore e al passo con i tempi. Ha chiamato i sostenitori del primo «identitari» (forse perché li confonde con chi vuole difendere una supposta identità locale) e quelli e del secondo «modernisti». Lui si è collocato decisamente tra quest’ultimi, pronti a «sviluppare scenari di lungo periodo e a cogliere le sfide dei tempi che cambiano» (cito dall’ottima sintesi dell’incontro leggibile sul sito del 40x). Qual è dunque il progetto che coglie le sfide dei tempi? Micelli lo vede in opere come il Quadrante di Tessera, il Mose e le trasformazioni in corso per via commissariale al Lido.
Secondo lui i veri padri della città futura sono quelle figure (che lui chiama i più maturi nello scenario veneziano) che hanno proposto i cambiamenti osteggiati dai nostalgici: sono Gianfranco Mossetto con EstCapital e le trasformazioni in atto al Lido, Enrico Marchi con la Save e le iniziative dell’aeroporto, Paolo Costa con i suoi piani per lo sviluppo del porto lagunare, il cardinale Scola (immagino per il suo sostegno ai predetti e per aver etichettato come «piagnoni» coloro che si opponevano), l’ingegner Mazzacurati con il Consorzio Venezia Nuova, l’ex presidente Giancarlo Galan. In questo modo Micelli ha disegnato il progetto di una città fondata sull’economia turistica e portuale, alla costante ricerca del flusso di soldi liquidi, cementificata, metallizzata, hovercraftizzata, sublagunarizzata. «Il piccolo artigianato di qualità deve poter prendere la via della terraferma senza remore», afferma. Per lui il futuro è nei 20 milioni di turisti trasformati forse in 40 milioni, con Tessera, Mestre e il Lido gremiti di alberghi e bed and breakfast, con forse (come desidera la Camera di Commercio) una sublagunare che colleghi Jesolo e Sottomarina con piazza San Marco. E un porto lagunare che ospiti navi petroliere, supernavi porta-container e super-super-navi da crociera.
Vorrei però suggerire che forse proprio questa è un’idea molto arretrata di ciò che sia la modernità. Negli anni ’70-’90 la modernità era sviluppo economico, flusso di cash, automobili per tutti, aeroporti ogni 50 chilometri. Oggi la modernità è prima di tutto qualità della vita. Oggi si cercano il verde, il silenzio, il quartiere con vita rilassata sulle strade, l’asilo raggiungibile a piedi o con il mezzo pubblico (non più con la mamma-tassista).
I paesi «emergenti» hanno ancora le fabbriche fordiste e i profili simili a quello irto di ciminiere che oggi vediamo a Marghera; quelli che guardano al futuro hanno la Nokia, dove si lavora in casa propria e si comunica attraverso la posta elettronica. Oggi i vecchi artigiani démodé sono il segno che le città stanno recuperando un’anima. I piani di Micelli e dei suoi eroi Costa, Mossetto, Scola, Mazzacurati, Marchi, Galan, De Michelis sono tutti legati a un’idea antica. Un’idea priva d’ispirazione e d’entusiasmo, per la quale il domani diventa solo un mediocre aumento di cash flow, un fare panini per i turisti, rifare letti, organizzare mostre per i musei di Pinault e movimentare containers sul bordo della laguna.
Ma la Venezia dei nostri figli dev’essere una città in cui abitano uomini e donne colti, liberi e in armonia con la natura, che lavorano alla ricerca e progettazione del benessere di tutti (biologia, medicina, climatologia, robotica, edilizia, restauro), con sedi di lavoro in una Marghera bonificata (con i soldi ora impegnati per l’inutile Mose), raggiungibile con mezzi comodi, veloci, panoramici e sottratti all’infernale macchina turistica. Invece di correre dietro a progetti otto-novecenteschi, il pianificatore della città di domani dovrebbe avere il coraggio di guardare veramente al futuro. Dovrebbe far bonificare Marghera, chiedere al governo forti incentivi fiscali per le aziende innovative disposte a trasferirsi, controllare i flussi turistici, restituire la città a una vivibilità che sarà il segno della vera modernità. Ma qui siamo lontani. Qui, lasciatemelo dire, navighiamo nella mediocrità e nella mancanza di visione.
Paolo Lanapoppi è vicepresidente della combattiva sezione veneziana di Italia Nostra e presidente dell'associazione Pax in Acqua
Dall'alluvione del novembre 1966 che, con una marea di 1,92 centimetri sul livello medio del mare, ha rischiato di sommergere Venezia, è passato un tempo lungo e molti e diversi sono stati i convincimenti dai quali decidere quali interventi fossero i più opportuni per evitare una catastrofe che si sarebbe poi potuto dire solo annunciata.
Al fine è prevalsa la coscienza che a quell'evento distruttivo, certamente eccezionale ed imprevedibile nella sua dimensione naturale, molto avevano contribuito l'incuria manutentoria delle difese a terra e a mare della laguna e le rilevantissime modificazioni che da metà ottocento vi si erano succedute, riducendone di fatto di un terzo l'invaso e modificandone in maniera significativa l'accesso dell'acqua marina (le attuali tre bocche di porto), scavando canali interni e modificando la morfologia stessa dei suoi fondali. A questo saggio convincimento, raggiunto – va detto – a fatica, si devono le tre buone Leggi Speciali per Venezia (tutt'ora vigenti anche se molto disattese) che stabilivano anche le modalità di intervento su un ecosistema naturale giustamente considerato fortemente antropizzato nella sua millenaria storia: eventuali opere di regolazione delle maree (dighe) venivano subordinate alla verifica di un adeguato avanzamento della realizzazione di tutti gli altri interventi diffusi nella laguna, aventi come scopo il ripristino della morfologia lagunare, l’arresto dei processi di degrado e inquinamento, l’esclusione del traffico petrolifero e la riapertura delle valli da pesca (che erano state separate dal corpo vivo della laguna e privatizzate).
Un primo concorso per la costruzione di tre sbarramenti fissi alle bocche di porto (progettone), è andato senza esito, anche per un'opposizione ambientalmente sensibile che ha saputo farsi valere culturalmente e politicamente. Successivamente però sono state pure totalmente disattese le Leggi Speciali che consideravano eventuali sbarramenti dal mare possibili solo dopo aver verificata l'insufficienza di interventi diversi. Tali sbarramenti comunque avrebbero dovuto essere sperimentali e reversibili. Il partito trasversale del profitto è riuscito, già allora, a ottenere una legge che consentisse e costituisse un concessionario unico per lo studio, la proposta e la realizzazione di dighe mobili di separazione della laguna dal mare come unica soluzione al fenomeno delle alte maree lagunari (acque alte) senza minimamente analizzare e rimuovere le cause che nell'ultimo secolo e mezzo avevano fatto aumentare il fenomeno in frequenza e dimensione.
Un'opposizione caparbia ha coinvolto anche il Comune e la Provincia di Venezia e ha saputo far anche emergere studi e progetti alternativi, nel frattempo predisposti, per una reale politica dei SI (scegliere, dopo confronto, la soluzione migliore e più efficiente): il Comune ha fatto analizzare tutti i progetti alternativi da una apposita commissione tecnico-scientifica che nella graduatoria valutativa finale ha, significativamente, collocato il MoSE al penultimo posto. Nell'occasione si è potuto pure valorizzare uno studio (Pirazzoli-Umgiesser,CNR francese e italiano) che rileva che, con opportuni rialzi dei fondali alle tre bocche di porto, differenziati in relazione al loro uso diverso, è possibile una riduzione di tutte le maree fino a 22 cm. risolvendo così al 95% il fenomeno delle acque alte.
Il 22 novembre 2006 il Governo Berlusconi (a seguito di pari politica di Prodi) ha dato il via alla realizzazione del sistema MoSE. Il progetto, bocciato da una Valutazione d'Impatto Ambientale negativa, illegittimo per violazione di norme e leggi urbanistiche regionali, nazionali ed europee, in assenza di un progetto esecutivo complessivo, con l'opposizione del Comune di Venezia, è stato approvato con il solo voto politico governativo che ha fatto strame di ogni procedura democratica. La stessa Commissione Europea, alla quale il Comune di Venezia e varie Associazioni Ambientaliste si erano rivolte, dopo una prima perplessa messa in mora dell'Italia, ha accettato una così detta compensazione ambientale che proprio in questi giorni rischia di artificializzare ulteriormente la laguna e di eludere ogni controllo democratico. I costi di realizzazione, a forfait chiuso, senza possibilità alcuna di aumenti -veniva detto- erano di 4.271 milioni ma oggi sono già aumentati a 4.678.
Dal 2006 ad oggi molto si realizzato del sistema MoSE (l'insieme cioè di tutte le opere) distruggendo preziosi ambiti lagunari e di costa per dar spazio ai cantieri, modificando strutture foranee, formando nuove dighe marine (lunate) e un'isola artificiale, strutturando conche di navigazione e porti rifugio: le correnti all'interno della laguna si sono già fortemente modificate, ma il MoSE, con le migliaia di pali di fondazioni sotto i fondali, i suoi cassoni di contenimento tecnologico e di alloggio per i 79 portelloni mobili, l'affidamento in appalto dei connettori e cerniere preposti alla rotazione dei portelloni, non è ancora cominciato.
Ma altri avvenimenti inquietanti si sono realizzati in questi 4 anni.
La Corte dei Conti, con propria deliberazione del 20 febbraio 2009 ha pesantemente criticato l'intera operazione sia sotto l'aspetto contabile che procedurale, ma il Governo cui era essenzialmente indirizzata la delibera non ha minimamente provveduto ad effettuare modifiche.
Nel congresso del CIESM del 12.5.2010 tenutosi al Lido di Venezia, il direttore dell'Ismar del CNR nazionale Fabio Tricardi ha confermato tutti i dubbi che da mesi scienziati e ambientalisti stanno avanzando sull'efficacia del sistema di dighe mobili di fronte all'innalzamento del livello medio del mare in alto Adriatico per i cambiamenti climatici.
Nelle riunioni del 2 e 8 novembre 2006 presso la Presidenza del Consiglio, il Comune di Venezia aveva manifestato ancora rilievi critici, osservazioni e raccomandazioni sul sistema MoSE. Prendendo atto che, con la successiva approvazione solo politica, non ne era stato minimamente tenuto conto, per garantire alla comunità veneziana, ma potremmo dire al mondo intero, almeno il corretto funzionamento delle barriere e il dimensionamento strutturale dei suoi componenti, ha incaricato la società Principia, leader mondiale nel campo della modellistica, di verifica e di una comparazione del MoSE (dighe a galleggiamento) con uno dei sistemi alternativi (dighe a gravità).
Dallo studio presentato emerge che le paratoie - con particolari condizioni di mare (altezza d'onda di 2,2metri e periodo di picco 8 secondi), condizioni non rare e verificatesi già 4 volte negli ultimi 4 anni – manifestano un comportamento caratterizzato da instabilità dinamica che comporta una risposta caotica con irregolare amplificazione dell'angolo di oscillazione della singola paratoia. Oltre il linguaggio tecnico (per il quale si rimanda alla relazione nel sito del Comune) ciò significa essenzialmente due pronunciamenti di estrema gravità che si possono verificare in certe condizioni mareali e meteorologiche non infrequenti :
- la tenuta della marea al di fuori della laguna da parte delle dighe mobili risulta assolutamente vanificata perché i varchi esistenti tra portellone e portellone, previsti nel progetto, con la grande oscillazione angolare dei portelloni stessi incernierati sul fondo, non correttamente prevista in progetto, lasciano entrare tanta acqua da far aumentare il livello lagunare in poco tempo anche di 20 e più cm. (a cosa serve, quindi, il MoSE?)
- le grandi oscillazioni dei singoli portelloni (risposta caotica con elevata amplificazione dinamica) non consentono, con gli elementi di analisi esistenti normalmente impiegati nella progettazioni delle opere marine una valutazione affidabile delle stesse oscillazioni e dei carichi di progetto. In altre parole, allo stato delle conoscenze scientifiche odierne, non è possibile progettare con sicurezza né le cerniere né il connettore che le tiene avvinte sul fondo ed l'intero sistema è a rischio di collasso. Per di più non è neppure possibile, come afferma il Magistrato alle Acque, basarsi su esperimenti fatti appositamente in vasca su modelli ridotti, per la viscosità non calcolabile dell'acqua.
Alla luce di questi fatti appare irresponsabile non tanto e solo il comunicato di ieri del governatore regionale Zaia che, con l'ing. Cuccioletta presidente del Magistrato alle Acque di Venezia e l'ing. Mazzacurati presidente del Consorzio Venezia Nuova, annuncia la sua prima visita al MoSE domani mattina con un “vogliamo aprire alla stampa nazionale e internazionale le porte del più grande cantiere di ingegneria idraulica del mondo”, ma la continuazione dei lavori dell'intero sistema.
Ancora oggi questi si possono bloccare con il recupero ad altri fini possibili ed utili delle opere finora realizzate.
E' necessario che un panel internazionale di alto profilo scientifico, terzo rispetto agli enormi interessi in campo, valuti scientificamente lo studio degli esperti di Principia, la loro successiva risposta ad altre richieste del Comune di Venezia, la risposta che dà loro il Magistrato alle Acque, e la nuova replica di Principia. Il rischio è troppo grande per non valutare seriamente la situazione e, qualora fosse necessario, modificare al meglio l'intervento. Primo passo di democrazia reale è la pubblicazione di tutti questi materiali scientifici sul sito del Comune di Venezia a completamento del già inserito studio Principia come è stato pochi giorni or sono richiesto nella Consulta per l'Ambiente comunale dai movimenti lì rappresentati.
Nell'occasione gli scienziati potranno pronunciarsi anche sul più pericoloso fenomeno, in conseguenza anche del MoSE, che minaccia l'intera laguna di Venezia: la perdita continua di sedimenti sottili che si riversano in mare con l'uscita delle maree , impoverendone e svuotandone i fondali e trasformandola di fatto in un braccio di mare senza variazioni morfologiche, biologicamente morto.
Anche la Curia - che pure non aveva mancato di criticare, perché giudicate sconvenienti, quelle che appaiono su San Simeon Piccolo - si «converte» alle maxipubblicità per finanziare i suoi restauri. Tra pochi giorni, sui ponteggi delle due facciate del Seminario Patriarcale che si affacciano sul Canal Grande e sul Canale della Giudecca, appariranno, pur più sobrie, quelle dell’Eni.
Il cane a sei zampe dell’azienda che con la sua Fondazione è già main sponsor dei Musei Civici, potrebbe portare in dote - per circa un anno di «apparizione» - circa un milione di euro, considerando che il Comune incassa circa 50 mila euro al mese per le maxipubblicità di Palazzo Ducale. Scontato il placet di Soprintendenza e Ca’ Farsetti ai tabelloni pubblicitari della Curia - nonostante il formale divieto di pubblicità lungo il Canal Grande - proprio perché sono stati i primi a usare questa forma di finanziamento applicata alle facciate monumentali nell’area marciana. A procacciare gli sponsor pubblicitari al Patriarcato per finanziare parzialmente il restauro delle due facciate del Seminario è stata la società Sri Group Italia, che per la Chiesa ha portatio avanti un’iniziativa analoga anche a Piazza san Pietro. Ma il grosso dei finanziamenti per l’intervento del Patriarcato arrivano dalla Regione, attraverso i fondi della Legge Speciale destinati al disinquinamento lagunare. Proprio poco prima delle elezioni, la Regione ha stanziato l’ultima tranche di circa 7 milioni euro di fondi per il restauro del Seminario e di altri luoghi di culto. L’intervento complessivo in corso, che dovrebbe costare circa 28 milioni di euro, eseguito dalla Sacaim, comprenderà, in particolare, la nascita di una moderna e grande biblioteca accanto a quella antica, di circa 200 mila volumi, che sarà aperta, oltre che a seminaristi e frequentatori dei corsi dello Studium Marcianum, agli stessi veneziani. Al suo fianco, la Cappella della Trinità, completamente ripensata nell’ambientazione architettonica e religiosa, che farà da contraltare, per le funzioni di culto, alla stessa Basilica della Salute. Ancora, prevista la creazione di una pinacoteca - con i capolavori del fondo artistico del Patriarcato, ora in buona parte nei depositi - a cui, al piano superiore, realizzato con un moderno ballatoio, si aggiungerà uno spazio per mostre temporanee. Il fondo artistico del Seminario comprende circa duecento opere di arte antica, tra cui dipinti di Cima da Conegliano, Alvise Vivarini, Filippino Lippi, opere di Antonio Canova. Il meglio finirà nella pinacoteca, ma altri pezzi verranno esposti nel grande cortile all’aperto, a fianco della Basilica. Ma ci sarà spazio anche per la ricettività dei nuovi ospiti dello Studium e posti-letto per visiting professors e borsisti saranno ricavati nello stesso palazzo longheniano del Seminario.
Senza tregia pèrosegue la commercializzazione della città. Poco male, se cià non comportasse la distruzione graduyale della sua bellezza. Distruggere per vendere le reliquie di qualcosa che si fa tramutare da presente vivo a passato è un vizio bipartisan (comincò la giunta guidata da Massimo >Cacciari), e non solo laico. Se poi domani, 19 maggio, si dovesse decidere che le Olimpiadi si fanno a Venezia...
Ecco qualche immagine dei monumenti mercificati.
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«I rischi del Mose? Solo teoria»
Rapporto segreto del Magistrato alle Acque
sulle paratoie
di Alberto Vitucci
I consulenti del Consorzio Venezia Nuova rispondono allo studio presentato dalla società navale Principia
«Le critiche tecniche al Mose? Un elegante esercizio teorico. Ma quello che succede a una o due paratoie in oscillazione con il mare agitato non può avere alcun riscontro nel reale, cioè nella schiera delle 20 paratoie nell’ambiente lagunare». Dieci pagine di risposta, firmate dal presidente del Magistrato alle Acque, Patrizio Cuccioletta, e sottoscritto dai relatori del comitato tecnico di Magistratura: gli ingegneri Mayerle, Datei, Da Deppo e Stura. Un rapporto che risale al novembre scorso, ma non è mai stato reso pubblico. Inviato in forma privata all’ex sindaco Massimo Cacciari che aveva commissionato alla società di ingegneria francese Principia uno studio di verifica sul funzionamento del Mose. Studio che aveva dato esiti preoccupanti. «In caso di mare mosso», erano le sue conclusioni, «il sistema potrebbe non funzionare, perché le singole paratoie entrano in risonanza». Un difetto già segnalato negli anni Novanta dal professor Chang Mei, consulente del Consorzio Venezia Nuova e professore del Mit, nominato dal governo tra i «saggi» che hanno dato il parere sulla grande opera.
Per rispondere alle dure critiche che hanno messo in dubbio il funzionamento delle dighe mobili, il Magistrato ha fatto ricorso proprio a un parere del professor Mei, e a quelli di un gruppo di esperti che hanno collaborato con il progetto del Mose, Paola Malanotte, Gerhard Jirka, David Parks e Rafael Bras.
La «difesa» del Mose punta soprattutto sul fatto che lo studio di Principia è stato fatto sulla base di modelli matematici. «Le possibili oscillazioni subarmoniche del sistema di barriera erano già note», scrivono i quattro, «l’analisi non lineare presentata da Principia è viziata, in quanto ignora aspetti significativi quali le interazioni fra paratoie multiple, tra paratoia e onde, paratoia e corrente». Viene anche ignorata, secondo gli esperti del Magistrato alle Acque, «la corretta geometria del sistema».
Numero delle paratoie, canale di bocca, effetti di smorzamento. Dunque, le «oscillazioni subarmoniche» delle paratoie denunciate da Principia come rischio effettivo in caso di mare agitato sarebbero ampiamente eliminate, secondo il Magistrato, «quando il sistema è studiato considerando questi fattori e utilizzando i modelli fisici e non quelli matematici». Una tesi sottoscritta anche dal professor Mei: «I casi esaminati con sola uno o due paratoie sono di dubbio valore», scrive Mei, «Principia ha adottato una geometria semplificata con un canale infinitamente lungo, che con corrisponde alla configurazione reale delle tre bocche di porto».
In conclusione, secondo i progettisti del Mose, si tratterebbe di studi fatti con un modello matematico per la dinamica delle navi in mare aperto, trascurando la particolarità del moto ondoso e gli effetti dissipativi». Lo studio limitato a una sola paratoia, secondo gli ingegneri del Magistrato alle Acque, sono «del tutto anomali e mai riscontrati nei modelli fisici».
Una risposta netta, che riaccende il dibattito. Quanto al Mose, i cui lavori sono arrivati al 62 per cento, il professor Mei si dice certo che «il gruppo di progettazione del Magistrato alle Acque sia in grado di fornire tutte le informazioni necessarie per convincere le persone interessate della validità del progetto Mose».
Sabato, 08 maggio 2010
Sublagunare, ecco le stazioni
Mostra dell’Iuav a Santa Marta, protesta degli studenti
di Alberto Vitucci
Il rettore Restucci «Discutiamone» - In laguna e in centro sono previste piattaforme in cemento e scale mobili
«Sublagunare al servizio della Grande Venezia». Non ha dubbi sulla necessità della grande opera il professor Gianni Fabbri, docente Iuav che ha inaugurato ieri all’ex Cotonificio di Santa Marta la mostra sui progetti delle nuove stazioni.
Ma la festa è stata rovinata dalla dura protesta degli studenti, presenti ieri in forze all’inaugurazione della mostra. «L’assegnazione dall’alto di queste tesi e la loro sponsorizzazione», ha detto Riccardo Bernami, del Consiglio degli studenti, «è un segnale chiaro a sostegno di un progetto che il mondo accademico non ha approvato. La ricerca non deve essere orientata a favore di dubbi interessi privati con denaro pubblico, ma al servizio della collettività». Contestazione a cui ha risposto il rettore Iuav Amerigo Restucci: «L’Università non ha fatto alcuna scelta di campo, siamo disponibili a un dibattito sul tema con gli esperti e rappresentanti degli studenti».
Mostra ambiziosa, quella aperta ieri - fino al 22 maggio - con i progetti della megastazioni che potrebbero presto riempire la laguna e la gronda di ferro, cemento e nuovi turisti. Piattaforme di calcestruzzo, scale mobili, spazi sottratti all’acqua e aggiunti al contesto urbano di Venezia. Secondo i professori Iuav sponsor dell’iniziativa, le fermate della sublagunare saranno 12, da Tessera a Santa Marta passando per Murano, Fondamente Nuove, Lido, «Polo Arsenale» e «Polo museale marciano». Uno stravolgimento epocale del sistema di trasporto per via acqua. Al Lido la struttura imponente e fuori scala, anticipata in piccola parte dalla vela del nuovo pontile Actv che tanto ha fatto discutere. «La stazione è come un’isola all’interno dell’arcipelago veneziano», si legge nel catalogo della mostra, con copertina stile Turner e all’interno i disegni delle enormi piattaforme sull’acqua di Santa Marta e Lido. Secondo Gianni Fabbri - l’ingegnere che curò anni fa il restauro statico della Scuola Grande della Misericordia, in parte poi rifatto dal Comune - «nella stazione si compie un evento, si dà senso a quel traumatico passaggio tra il sottosuolo sott’acqua e l’emersione stupefacente nella città d’acqua». Poesia che dovrà fare i conti con le grandi uscite di sicurezza, vere piattaforme disseminate in laguna ogni 600-100 metri e con le stazioni che stravolgeranno non soltanto lo skyline ma l’equilibrio socio economico delle aree interessate, a cominciare dalle Fondamente Nuove.
La città non ha deciso, e della sublagunare non ha mai discusso. Ma intanto l’iter del primo progetto (Tessera Arsenale, 650 milioni di euro) va avanti e aspetta i finanziamenti al governo, già promessi dall’ex ministro Lunardi all’ex sindaco Paolo Costa. L’assessore Ugo Bergamo è favorevole, il sindaco Orsoni anche, se pur con qualche riserva. Ambientalisti e cittadini annunciano battaglia. Ma imprese e consulenti hanno già fiutato il business e si preparano a sfruttarlo.
Domenica, 09 maggio 2010
Micelli dichiara guerra al Pat
«Piano da rifare», braccio di ferro con il Pd
di Mitia Chiarin
Ogni assessore che arriva è più «bravo» del precedente. Risultato: si allungano i tempi e aumentano i costi. Già spesi 2,5 milioni di euro
«Entro fine anno il Piano di assetto del territorio dovrà essere approvato. Ma l’attuale stesura porta con sè ambiguità su cui dobbiamo ragionare tecnicamente e politicamente, valorizzando il lavoro fatto dagli uffici». Il nuovo assessore all’Urbanistica Ezio Micelli conferma la scelta del sindaco Orsoni che in Consiglio comunale l’ha definita una delibera decaduta. «Valuteremo se riscriverla».
Se sarà riscritto completamente, Micelli non lo dice. Ma poco ci manca, comunque. Il nuovo assessore all’Urbanistica assicura che la priorità dei prossimi mesi del suo assessorato sarà la questione Pat. «Occorre tornare sui temi fondamentali per mettere dei punti fermi con i gruppi politici e lo si fa con serenità. Se si andrà ad una riscrittura è un aspetto tecnico che valuteremo con il sindaco - dice Micelli - di certo non butteremo via il lavoro fatto in questi anni dagli uffici». Tre anni di lavoro dell’Urbanistica e dell’ex assessore Gianfranco Vecchiato, costati 2 milioni e mezzo di euro. Ma ora i tempi sono destinati ad allungarsi ancora con la decisione della nuova giunta Orsoni. Per il sindaco si tratta di una «delibera decaduta» con la vecchia giunta. Il Pd con il segretario Gabriele Scaramuzza ha reagito invitando il sindaco a riprendere la questione «senza azzerare il lavoro fin qui fatto». Dal Pdl, Renato Boraso ha minacciato in Consiglio di rivolgersi alla Corte dei conti. Il piano non era stato approvato a fine legislatura per critiche e veti che Cacciari aveva definito figli di «miopia politica», criticando sia parte del centrosinistra che il centrodestra. «L’ambiguità del Pat non sta nel lavoro fine degli uffici ma nel fatto che non si capisce se si vuole uno sviluppo sostenibile o una decrescita felice. Quest’ultima non è nella mia agenda», spiega Micelli. Quadrante di Tessera e sviluppo di Marghera, assieme al dimensionamento del piano (le previsioni sui nuovi residenti), i temi su cui lavorerà. «Il Quadrante va visto come un polo con processi da governare e un forte contenuto di sviluppo sostenibile, collegato ai temi della Mobilità. Va visto anche come una porta d’acqua verso Venezia, che raddoppia gli spazi verso piazzale Roma, e riunisce parti di città oggi distanti». Certo è, e lo sanno tutti, che sul Quadrante non si può modificare, pena la soppressione del piano, figlio di un accordo tra Comune, Regione e Save. Su Marghera, dice il nuovo assessore, occorre puntare su un futuro di logistica e prime lavorazioni industriali «senza chimere e progetti monumentali che poi nessuno vuole realizzare e riconoscendo l’entità portuale». Serve poi snellire la burocrazia: da qui il lavoro di riforma degli uffici Suap e Suer.
Domenica, 09 maggio 2010
Il rettore Amerigo Restucci prende le distanze
dalla mostra sulle megastazioni
«Iuav non spinge la sublagunare
adesso il convegno sulle alternative»
di Alberto Vitucci
«Il contributo di una comunità scientifica consiste nel mettere a confronto idee e proposte diverse»
Laguna stravolta da enormi piattaforme di cemento. Fondamente invase da megastazioni, scavi, scale mobili, tunnel, calcestruzzo e una marea di nuovi turisti. Si riaccende la polemica sulla sublagunare.
Un assaggio si è avuto l’altr mattina in Marittima, all’inaugurazione della mostra organizzata dal professor Giovanni Fabbri sulle nuove stazioni. «Sublagunare al servizio della Grande Venezia», c’è scritto con enfasi sui pannelli esposti. «Incubo futurista e stravolgimento della città e dei suoi equilibri», hanno risposto gli studenti arrivati in forze a protestare. Ora arriva una netta presa di distanza del rettore dell’Iuav Amerigo Restucci. «Mi hanno invitato e sono andato», dice, «mi aspettavo che fossero illustrate tesi di laurea e non una sola tesi esposta contanta magniloquenza. L’Iuav non è schierato in favore dell’opera. Anzi, ci sono posizioni molto differenziate tra gli studiosi, ed è mia intenzione metterle a confronto. Entro il mese di maggio organizzeremo un grande convegno per discutere sulla sublagunare, ma anche di alternative. Questo deve essere il contributo della comunità scientifica».
Gherardo Ortalli, docente di storia a Ca’ Foscari ed esponente di Italia Nostra, definisce la sublagunare «un progetto pericoloso». «Avrebbe un impatto pericoloso e causerebbe gravi danni alla città. Italia Nostra darà battaglia in tutte le sedi», dice.
A sostenere il treno sotto la laguna sono forti interessi economici, con un consenso politico trasversale. Ugo Bergamo, attuale assessore alla Mobilità della giunta Orsoni, era sindacao nel 1990 quando la prima proposta di sublagunare (da Tessera al Lido, a San Marco) venne bocciata sull’onda dell’indignazione internazionale. Dodici anni dopo, la giunta Costa aveva approvato un nuovo progetto da Tessera all’Arsenale, non fermato dalla giunta Cacciari e ora al Cipe per il finanziamento. Per questa tratta servono 700 milioni di euro (erano la metà nel 2005), ma adesso i progetti parlano di prolungare l’annello fino al Lido e Chioggia. La grande opera va avanti, anche se sono 12 mila le firme raccolte dal comitato «Nosublagunare» in pochi giorni e sempre più numerose le voci che chiedono di puntare su motonavi e hovercraft.
Lunedì 10 maggio 2010
«Con le dighe mobili sviluppo sostenibile»
Il sindaco al congresso con il principe Alberto di Monaco
di Giacomo Cosua
Lo stato del Mose, i suoi progressi e il futuro della laguna: saranno questi i temi che verranno trattati oggi durante la seconda giornata del 39º convegno della Commissione scientifica del Mediterraneo (Ciesm), presieduta dal principe Alberto di Monaco, presente ieri al Lido. Proprio sul Mose è intervenuto ieri il sindaco Giorgio Orsoni: «Venezia si candida ad essere una città esempio dello sviluppo sostenibile per quanto riguarda le attività marine e marittime, focalizzando la propria attenzione per il Mediterraneo», ha detto, «tra qualche anno inaugureremo in sistema di regolazione della maree unico al mondo».
Il ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha invece sottolineato come «la difesa del Mediterraneo deve passare da politiche coerenti per un ambiente condiviso, anche perché il riscaldamento globale impone delle scelte non rinviabili». Ieri, dopo il convegno, il principe Alberto e il ministro Prestigiacomo hanno pranzato insieme all’Harry’s bar.
Questa mattina intanto a parlare del recupero della laguna di Venezia, ci saranno tecnici chiamati da Cnr, Ismar, Consorzio Venezia Nuova, Magistrato alle acque e Ciesm. A parlare dalle 9 sarà Alberto Giulio Bernstein del Consorzio Venezia Nuova e Roberto Zonta del Cnr di Venezia. Tra i professori universitari veneziani è previsto l’intervento di Patrizia Torricelli dell’Università di Ca’ Foscari. Nutrito anche il contributo del Cnr-Ismar con Luca Zaggia, Sandro Carniel e Daniele Cassin.
Non solo recupero della laguna tra gli argomenti trattati dal convegno, ma anche un approfondimento sui segnali di cambiamento, attraverso un dibattito sulle modificazioni idrologiche connesse al cambio di temperatura. Il dibattito sarà moderato dal professor Paolo Nunes dell’Università Ca’ Foscari. Il principe Alberto di Monaco ieri ha sottolineato l’importanza del convegno: «In questi giorni di dibattito e di relazioni scientifiche si potrà capire di più per quanto riguarda le condizioni della laguna». Il sindaco Orsoni inoltre ha dato segnali di fiducia sul Mose: «La grandezza di quest’opera consiste nel fatto che regolerà e non interromperà il rapporto tra Venezia e il mare, ma anche per quanto riguarda le attività marittime del Porto, che potranno continuare», ha concluso Orsoni. Oggi e domani il convegno tenterà di portare all’attenzione di tutti le problematiche del Mediterraneo, mare che di giorno in giorno sta diventando un ecosistema sempre più fragile.
Martedì 11 maggio 2010
«Vogliamo garanzie sul Mose»
Tre ingegneri contestano il Magistrato alle Acque
«Dateci garanzie precise sul funzionamento del Mose». Mentre il sindaco Giorgio Orsoni ne ha parlato ieri al Lido in termini entusiastici, i dubbi sulla grande opera non sono dissolti. Tre ingegneri specializzati in tecnologìe marine, autori di un progetto alternativo alle dighe mobili, puntano ora il dito contro le «non convincenti» risposte date dal Magistrato alle Acque alle critiche della società di ricerche marine Principia. In uno studio commissionato dal Comune lo scorso anno, i tecnici della società francese avevano puntato il dito contro «l’instabilità» delle paratoie in condizioni di mare agitato. Il Magistrato alle Acque ha fatto rispondere i suoi consulenti. Ma adesso gli ingegneri Vincenzo Di Tella, Paolo Vielmo e Giovanni Sebastiani introducono nuovi elementi di dubbio. Secondo gli ingegneri non è stata dimostrata la certezza che la instabilità di una singola paratoia - ammessa anche dai progettisti - non si rifletta sull’intero sistema.
Non basta nemmeno, secondo Di Tella, aver verificato il comportamento delle paratoie su un modello fisico in scala ridotta, perché qui «non si possono verificare gli effetti delle forze viscose». Gli esperti del Magistrato alle Acque (i consulenti del Mit, l’ingegnere cinese Chan Mei e il Comitato tecnico di magistratura) non hanno considerato il confronto con la paratoia a gravità, progettata da Di Tella. Gli ingegneri ribattono che «le procedure da loro usate per la progettazione sono corrette» e le paratoie a gravità (che si alzano e affondano con la sola forza della corrente, a differenza di quelle del Mose che hanno bisogno di energìa per essere sollevate controcorrente) «sono stabili».
Una polemica che rischia di riesplodere proprio nelle ore in cui al Lido si celebra in pompa magna la bontà del progetto Mose. Dubbi che sono stati anche ricordati nel rapporto della Corte dei Conti e della Bei, la banca europea degli investimenti che prima di concedere il prestito per l’ultima fase dei lavori del Mose ha chiesto alcuni chiarimenti. Il rapporto di Principia era stato consegnato al sindaco Cacciari nell’autunno dello scorso anno. Le risposte del Magistrato alle Acque sono state inviate al Comune «in forma privata» nel novembre scorso e mai rese note. La Nuova le ha pubblicate qualche giorno fa.
Riassumiamo. La nuova giunta è schierata a difesa del MoSE, nonostante il giudizio negativo della nota società francese Principia, interpellata a suo tempo dal sindaco Massimo Cacciari, e la contrarietà che lo stesso comune aveva più volte espresso (e nonostante la VIA negatva, le critiche della Corte dei conti ecc. ecc.); del resto, un rappresentante del Consorzio Venezia Nuova è stato chiamato dal sindaco tra gli assessori. Da qualche accenno del sindaco e del nuovo assessore all’urbanistica sembra che non ci siano troppe esitazioni a costruire qualche nuovo grattacielo a Mestre, a confermare la nuova città degli affari a Tessera e a dare i via libera alla metropolitana sublagunare. A favore di quest’ultima si schiera una parte dell’Iuav, mentre il nuovo rettore, Amerigo Restucci, prende le distanze e prepara una contromossa.
Intanto i comitati e le associazioni chiedono un incontro al nuovo sindaco per chiedergli di rispettare almeno la doverosa trasparenza sugli atti della giunta, prima che vengano presentati, blindati, in Consiglio, e di aprire il dibattito su “ragionevoli alternative” alle scelte più rilevanti. Ma di questo le cronache non parlano ancora.
VENEZIA. Sta crescendo come un fungo gigantesco il nuovo pontile Actv ai Giardinetti Reali non ancora finito, nonostante il termine fissato al 18 marzo il cui impatto sull'area marciana è impressionante. Ormai inservibili i cannocchiali fissi sulla riva perché la gigantesca struttura nasconde alla vista San Giorgio da una parte e Punta della Dogana e chiesa della Salute dall'altra. Anche in città cresce l'indignazione per le dimensioni e le caratteristiche del pontile Actv nell'area più preziosa e delicata della città sul piano monumentale e si sta già pensando a una raccolta di firme contro l'intervento che aveva già il parere favorevole della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e che non è mai stato esaminato dalla Commissione di Salvaguardia, perché autorizzato con i poteri del commissario al moto ondoso dopo che era stato tra i primi il rettore dell'Iuav Amerigo Restucci a sollevare il caso dei nuovi maxipontili dell'azienda di trasporto acqueo, portando la questione anche all'attenzione del Ministero dei Beni Culturali con la consegna di un dossier, senza però finora ottenere risultati. La stessa Italia Nostra ha annunciato iniziative contro l'intervento. Il target dei nuovi pontili Actv realizzati da Pmv, l'azienda che si occupa della logistica del trasporto acqueo e affidati per la progettazione agli architetti Pierpaolo Fugali e Luca Gasparini è sostanzialmente lo stesso, e privilegia le grandi dimensioni per fare fronte alla domanda turistica crescente, oltre che l'uso di materiali come il cemento e l'acciaio. Ma una delle caratteristiche delle strutture ormai evidente, anche per l'enorme copertura che le sormonta come un condor, sostenuto da piloni in lega d'acciaio e zinco è quella di nascondere alla vista il paesaggio circostante, senza porsi, evidentemente, il problema del rapporto con gli edifici monumentali che le circondano sia visti da terra, sia dall'acqua nonostante la Soprintendenza abbia seguito da vicino l'operato dei progettisti. Così, nel caso del maxipontile in costruzione al Lido, dal Gran viale e da Santa Maria Elisabetta non si vede più San Marco. Da quello della Pietà già in funzione non si vede pi San Giorgio. E da quello ai Giardinetti Reali, come detto, sono sparite alla vista, tra le altre, Punta della Dogana e la Basilica della Salute. I nuovi maxipontili sono invece difesi a spada tratta dall'Amministrazione comunale. «L'impatto è nullo ha dichiarato il sindaco Massimo Cacciari, in occasione dell'inaugurazione di quello della Pietà, i lavori di qualità. Ogni polemica è stupida perché quest'opera è sotto gli occhi di tutti. Anche se purtroppo gli occhi che vedono le cose fatte bene sono soltanto il 5-6 per cento del totale». Miopi e presbiti evidentemente per abbondano in città, perché sono molti, sia pure finora silenziosamente, quelli che giudicano negativamente caratteristiche e impatto dei maxipontili sull'immagine della città, senza mettere in discussione la necessità di rinnovarli. Ma il problema di un vero codice dell'arredo urbano tra maxipontili, distributori automatici e megapubblicità che imperversano in città sarà forse uno dei compiti di cui dovrà occuparsi il nuovo sindaco, prima che le trasformazioni selvagge dell'immagine di Venezia, di cui ormai anche molti visitatori si lamentano, abbiano raggiunto il punto di non ritorno.
La moneta cattiva del turismo ha cacciato quella buona dei residenti. La moneta cattiva della commercializzazione ha cacciato quella buona delle attività legate alla cultura e alla storia della città. La moneta cattiva della falsa modernizzazione sta cacciando quella buona della tutela delle qualità accumulate nei secoli meno infelici nelle pietre della città che era la più bella del mondo. E la tendenza all’omologazione (e al trionfo delle metropolitane sub lagunari, delle Tessera City e Veneto City, della svendita e cementificazione delle aree libere al Lido) è bipartisan: sul terreno della mercificazione e omologazione della città e del suo territorio quelli che contano hanno gli stessi pensieri.
Nelll'icona il simbolo inventato dal sindaco (all'epoca Paolo Costa, tra due Massimi Cacciari) per vendere meglio Venezia
«Venezia ha perso appeal, Venezia piace molto meno al turista internazionale, che sceglie di soggiornare nelle capitali europee. Vienna, per dire attrae più della nostra Laguna».
Sembra una provocazione venata di eccessivo pessimismo, ma Francesca Bortolotto, Chairman & President dell’hotel Bauer, fa sul serio. E denuncia, senza mezzi termini, che il centro storico più bello del mondo perde i pezzi. «E soprattutto la sua identità», dice. «E adesso vogliono persino mettere i distributori di Coca Cola accanto alle chiese...».
Parla a un piccolo gruppo di giornalisti dal salotto di una delle suite dell’albergo, con vista sul Canal Grande. Di fronte, c’è Punta della Dogana e, sullo sfondo, l’isola di San Giorgio. «Le bellezze vanno assaporate, bisogna entrare nell’anima della città; non si può farlo in uno o due giorni scarsi e poi filar via veloci». L’allusione è a quel turismo mordi e fuggi, più volte denunciato. Che porta tanta gente, troppa, ma non aiuta a tenere alti gli standard qualitativi. Ed anche alla fascia economicamente più elevata che riduce al minimo i soggiorni in Laguna. «Fino a pochi anni fa Venezia era ai primi posti nella classifica dei desideri del viaggiatore. Dal settimo è retrocessa al 14° - spiega la titolare del Bauer - Certo, la crisi internazionale ha dato un duro colpo al turismo, tuttavia altre capitali hanno retto meglio, poiché non hanno i nostri problemi».
Francesca Bortolotto, a Venezia, rappresenta il nucleo familiare più forte dell’hotellerie. Negli ultimi anni ha investito molto nei suoi alberghi di prestigio (Bauer, Palazzo Bauer e Palladio alla Giudecca), considerando la qualità come carta vincente. «Avrei potuto vendere, ho tenuto duro. Ma fino a quando?». Dice che la situazione «è disperata» e che gli alberghi lavorano, mediamente, al 50 per cento delle disponibilità. «Anche perché l’offerta in pochi anni è aumentata vertiginosamente. La politica di cambio di destinazione d’uso (palazzi venduti per essere trasformati in hotel) è corrente. La domanda cala, l’offerta cresce troppo. Che senso ha?».
La conferma viene da Claudio Scarpa, direttore dell’Ava (Associazione Veneziana Alberghi), che partecipa all’incontro e presenta i dati del settore. «I posti letto nel centro storico sono triplicati - afferma -. Adesso sono circa 13.000. Ad ogni angolo c’è un albergo, una locanda, un bed&breakfast. Chi ha un buco a disposizione fa l’affittacamere. Questa non è più Venezia». Francesco Bortolotto riprende, con un carico da novanta: «L’offerta culturale è insufficiente, le grandi mostre, rare. Tutti hanno parlato della città in gran spolvero per la Biennale? Un granello di sabbia. La Fenice? Viene ricordata più per l’incendio che ha subito che per le stagioni liriche. I ristoranti non hanno saputo rinnovarsi. Stendiamo un velo pietoso sullo shopping: qualche griffe a San Marco e tanta paccottiglia. È mai possibile che gli striscioni dei saldi siano così evidenti da deturpare i palazzi?». «Non ho ricette - conclude - ma penso che si debba prendere coscienza fino in fondo del valore di Venezia e di ciò che può ancora esprimere. Smettiamo di svenderla, se vogliamo riconquistare il turismo di qualità».
É il puzzle che nessuno ha ancora ricomposto. Tessere singolarmente abbozzate, progetti disegnati, delibere-quadro dal punto di vista amministrativo. Eppure la Venezia del futuro dietro l'angolo galleggia sulle scelte urbanistiche di quadranti essenziali quanto ancora da plasmare con un'identità definita.
Waterfront rimane il profilo di una città unica al mondo, ma fra la terraferma di Mestre e la spiaggia del Lido si applica sempre l'orizzonte che riconduce al sistema immobiliare. In gioco, la metamorfosi della Serenissima nello specchio che dalla laguna riflette la «porta» del Veneto metropolitano che si allunga fino a Treviso e Padova. Così servono nuovi simboli, suggestioni economiche, idee che camminino di pari passo con gli affari.
Il faraonico Mose viaggia in automatico con i cantieri e la manutenzione delle paratie mobili anti-acqua alta che erano stati immaginati all'epoca del doge Gianni De Michelis. Adesso servono le Olimpiadi 2020 a giustificare lo «sviluppo»: nessuno vuole ricordare le analogie con l'Expo 2000 della Prima Repubblica. E urge salvare il Festival del cinema accerchiato da Roma e Torino. Poi bisogna recuperare Marghera avvelenata dalla chimica di Stato. Senza dimenticare di «ristrutturare» Mestre dopo il maxi-trasloco dell'ospedale Umberto I nel modernissimo complesso dell'Angelo che si affaccia su via don Giussani.
A Venezia la chiave di volta dell'arco urbanistico si chiama Quadrante Tessera. Sono circa 100 ettari di campagna intorno l'aeroporto Marco Polo. Diventerà una new-town con 1, 8 milioni di metri cubi di edifici sotto forma di casinò stadio (817 mila metri quadri), alberghi, centri commerciali e direzionali (altri 100 mila). Un mega-progetto benedetto in egual misura da Partito democratico e PdL, con qualche eccezione. Politicamente, Tessera city rappresenta il passaggio di testimone del sindaco Massimo Cacciari. Il frutto del «patto d'acciaio» stipulato nel 2008 con il governatore Giancarlo Galan e il presidente della Spa aeroportuale (Save) Enrico Marchi.
Per tracciare il futuro di Tessera a Ca' Farsetti è bastato «resuscitare» una variante del Prg approvata nel 2004 dalla giunta Costa, con la presentazione di una semplice osservazione urbanistica. «Percorso legittimo che permette di costruire il nuovo stadio a costo zero», ha spiegato pubblicamente Cacciari. Una mossa che costa quattro volte la cubatura prevista per il nuovo stadio e la cessione della pianificazione urbana ai manager della Save e agli immobiliaristi dei casinò, secondo gli oppositori.
Ma è la piattaforma ideale per ospitare i Giochi 2020, insistono in municipio: «Se vinceremo le Olimpiadi, potremo aggiungere il villaggio per gli atleti, le piscine e il palasport» puntualizza il sindaco.
Di sicuro, puntare su Tessera significa abbandonare Marghera al suo destino tossico. «Solo un matto può pensare di portare grande pubblico e impianti sportivi in una zona dove le aree sono ancora inquinate», taglia corto Cacciari. E così il territorio più martoriato d'Europa (5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali più altre 12 di fanghi «rossi») perde l'ultima occasione di riconvertirsi.
A sentire il ministro Renato Brunetta bonifica e riqualificazione di Marghera costano 3 miliardi di euro. Il finanziamento? Per l'80% dai privati che acquisterebbero i terreni, si legge nel programma elettorale Grande Venezia. Per Brunetta la gronda lagunare sud deve diventare il polo fieristico della città con il parco dell'idrogeno e i capannoni dei cantieri nautici veneziani.
Peccato che solo per la muraglia di sicurezza che dovrebbe isolare le aree inquinate bisognerà sborsare 800 milioni di euro (500 a carico delle imprese «assolte» nel maxi-processo al Petrolchimiko). E che le risorse messe a disposizione dallo Stato arrivino a malapena a 100 milioni di euro.
Meglio spostare il binocolo verso le spiagge del Lido. Qui le tarsìe da incastrare sono tre in appena 12 chilometri. Su tutte spicca il nuovo Palacinema: «Edificio degno di Hollywood», secondo Cacciari. Tecnicamente il cantiere procede senza intoppi, ma sulla scrivania di Vittorio Borraccetti, procuratore capo di Venezia, da inizio marzo giace il dettagliato esposto firmato dal cartello di associazioni ambientaliste del Lido.
«Hanno già distrutto la pineta e una parte di parco vincolato» accusano gli attivisti di Pax in aqua, Italia nostra, Associazione per la difesa dei murazzi, Ecoistituto del Veneto e Venezia civiltà anfibia. Denunciano una procedura che scavalca il dibattito nelle sedi istituzionali e «salta» l'autorizzazione della Commissione di salvaguardia.
Puntano il dito anche contro la vendita dell'ex Ospedale al Mare ai privati. E contestano la gestione dell'operazione da parte di Vincenzo Spaziante, commissario unico per il Palacinema: «Il Comune ha acquistato il policlinico di San Nicolò con i soldi della legge speciale per Venezia (4,8 milioni di euro, pubblici,ndr). Adesso si profila l'alienazione per scopi diversi da quelli sanitari. Spaziante decide anche di sanità quando invece il suo ruolo dovrebbe limitarsi al Palazzo del cinema» evidenziano gli ambientalisti.
Come se non bastasse, il commissario è stato sfiorato dal ciclone di Appaltopoli: nessuna indagine in corso, garantiscono le Procure di Firenze e Venezia. Emerge, tuttavia, la nomina di Mauro Della Giovanpaola (accusato di aver pilotato i bandi per il G8 alla Maddalena) nel Comitato tecnico di valutazione dei progetti esecutivi al Lido. Investitura caldeggiata proprio da Spaziante. Ma in laguna spiaggia anche l'eco delle prestazioni sessuali che sarebbero state consumate negli alberghi veneziani da Angelo Balducci e Fabio De Santis (collaudatore del Mose), altri due pezzi da novanta della «cricca» del sottosegretario Bertolaso.
Eppure l'ombra del Palacinema nasconde una partita urbanistica altrettanto fondamentale: quella degli immobiliaristi padovani di Est Capital Sgr che hanno comprato in blocco gli storici alberghi di lusso Excelsior e Des Bains ceduti da Starwood hotels nel 2008. Sulla carta, un business da 150 milioni di euro che fa perno sul restauro di 400 stanze a cinque stelle. Il risultato sarà un resort di lusso «spalmato» sui 72 mila metri quadri del litorale più prestigioso del mondo.
Qualche chilometro più in là tra Malamocco e gli Alberoni, svetta il profilo «sovietico» dell'altra tessera del puzzle: il monolitico ospedale San Camillo, polo della neuroriabilitazione veneziana, messo in quarantena dopo i tre casi di legionella registrati l'autunno scorso subito dopo l'inaugurazione post-restauro. Per la riapertura, si attende il parere definitivo della Regione; ma sulla vicenda pesano inevitabilmente i 15 milioni di euro spesi dai Padri camilliani per acquistare la vicina casa di cura Stella Maris che dovrebbe garantire 125 nuovi pazienti.
Decisamente più facile «lavorare» sulla terraferma. A Mestre, il mosaico urbanistico fa i conti con i 55 mila metri quadri liberati dal trasloco dell'ospedale Umberto I. Il 1 febbraio il consiglio comunale ha dato luce verde (28 favorevoli, 5 astenuti) alla cessione dell'area. Aprendo le porte a un'operazione immobiliare che vale 200 milioni di euro. L'ennesimo esempio di urbanistica contrattata: permetterà l'edificazione di tre torri alte 100 metri in cambio di tre padiglioni (8.500 metri quadri) ad uso pubblico.
Si gioca tutto sull'acqua, invece, il futuro del primo porto dell'Adriatico. Insieme all'espansione di Porto Corsini (Ravenna) si stilano le linee guida del nuovo polo logistico di Mira. Project financing per raddoppiare la capacità di movimentazione dei container: «Solo per gli scavi spenderemo 170 milioni di euro per portare i canali a quota meno 14 metri» spiega Paolo Costa, presidente dell'autorità portuale di Venezia. Alla fine di febbraio l'ex sindaco ha presentato al ministro Altero Matteoli la lista degli obiettivi anti-crisi. Riconversione ad usi portuali delle aree Syndial ed ex-Montefibre (94 ettari «riqualificati» in Terminal container e District park) e costruzione di un Hub per le autostrade del mare nell'area ex-Alumix entro il 2011.
Si veda anche l’articolo di Massimo Carlotto, il documento “ Per un altro Veneto” e gli altri scritti nella cartella della Rete veneta; per il Lido si veda l’eddytoriale 137; per il MoSE e per la sublagunare il contenuto delle cartelle dedicata ai rispettivi argomenti.
Non facile da spiegare, al mondo, che Venezia sta morendo in miseria e non ha più il becco di un euro cosicché il suo prestigioso conservatorio Benedetto Marcello cade a pezzi, Ca’ Corner della Regina ancora un po’ e sprofonda in Canale Grande, e Palazzo Ducale è un rattoppo sull’altro, li chiamano restauri ma ogni tanto casca un pezzo di cornicione, un paio d’anni fa anche in testa a una turista tedesca.
Difficile da spiegare, perché poi un giorno leggi che per il nuovo Palazzo del Cinema spenderanno 80 milioni di euro, 4 miliardi e mezzo se li sta fagocitando il Mose, 650 milioni andranno in Sublagunare. Il fatto è che tutto questo sfoggio di ricchezze con Venezia ha a che fare, ma fino a un certo punto: c’è la Legge Speciale, ci sono i bandi europei (tipo quello che offriva i soldi per la sublagunare, Venezia li ha presi, come si fa a dire no, e adesso le tocca farla, con gli ambientalisti in assetto da sommossa). Poi ci sono anche i buchi: il Palazzo del Cinema, confinato in un Lido anacronistico e antieconomico anche per le stelle di Hollywood e le loro major, costerà 80 milioni ma al momento ce ne sono 22 e il resto è un azzardo.
Venezia si è pagata, con le casse comunali, il Ponte di Calatrava: anche lì, l’architetto aveva regalato il progetto, vuoi dire «no grazie?» Dodici milioni e mezzo di euro, è uno spettacolo (dice Cacciari: «Non un oggetto ma un progetto, tutto un quadrante della città gli cambierà intorno, e comunque oggi non potrei permettermelo più»), ma ai veneziani è meglio non nominarlo nemmeno, erano altre le priorità.
Ora, di fronte a una platea di stampa internazionale alla quale era intento a presentare il nuovo turismo che a Venezia si vende online, lo stesso sindaco Cacciari ha alzato bandiera bianca: ha dichiarato che non c’è più un euro, che il Mose si è mangiato tutto, che la Legge Speciale è passata da 150 a 5 milioni, che lui è disperato per i palazzi rovinati e le rive instabili, e che il patriarca Angelo Scola lo è per le chiese.
Qualcuno, in giro per il mondo, non ci avrà creduto. Chi è stato a Venezia almeno una volta, sa cosa significa in termini di portafoglio: 24 euro per lasciare l’auto in piazzale Roma, sei euro il biglietto per qualsiasi vaporetto (si provi a fare il conto per una famiglia di quattro persone). Adesso Venezia prova a costare meno, mettendosi in prevendita su una piattaforma web che si chiama Venice Connected: fantastico per chi lo fa, chi dovesse avere la sciagurata idea di arrivare in laguna senza prenotarsi, potrebbe per esempio trovarsi a pagare 3 euro semplicemente per fare pipì nei bagni comunali (povera quella famiglia di quattro persone), e biglietti più cari nei vaporetti.
Venezia in bancarotta è un’idea difficile da vendere al mondo, a chi almeno una volta ha versato l’obolo; però è vero che per certi aspetti questa città mangia se stessa. Ha un Comune che conta 3 mila dipendenti, ma poi riesce a essere presente in oltre 40 società partecipate che insieme ne hanno altri 5 mila, spendendo oltre 270 milioni l’anno di stipendi (contro i 130 milioni del Comune). E’ una città irrazionale, che ha una testa e due corpi: così mantiene una giunta e sette Municipalità disseminate tra laguna e terraferma, con sette presidenti e una quarantina di mini assessori. Quelle che Cacciari aveva promesso di tagliare e che lo accompagneranno invece a scadenza.
Intanto, anche gli sponsor si danno: non è più tempo. Che fare, spremere i turisti ancora di più, lasciar crollare i palazzi? L’assessore al Turismo Augusto Salvadori ha un’idea migliore; ne ha parlato al Governo, assieme ai colleghi di Firenze e Roma. «Ridateci il 2 per cento dell’Iva versata dagli alberghi», un minifederalismo tipo boccata d’ossigeno. Aspetta risposta. Sarebbero dieci milioni l’anno, mezzo Conservatorio restaurato. Altri 10 si potrebbero ricavare accorpando un po’ di partecipate, dicono all’associazione Una Grande Città, professionisti della terraferma. Buoni per una toppa a Palazzo Ducale. La coperta è corta: e con i piedi in acqua c’è poco da fare, si sente di più.
L’elezione del sindaco di Venezia non è solo una questione locale. Per la straordinaria bellezza di questa città, per la sua storia, il sindaco di Venezia ha grandi responsabilità e verrà giudicato non solo da chi a Venezia vive, ma anche dai molti che nel mondo amano questa città. Dopo il ritiro di Massimo Cacciari, il suo successore sarà probabilmente scelto domenica, nelle primarie del Partito democratico.
Diversamente dal pasticcio pugliese, le primarie di Venezia sono un caso riuscito, un confronto leale fra tre candidati molto diversi: una socialista, un indipendente cattolico, un rappresentante della sinistra «verde». E tuttavia la campagna elettorale che si è svolta in laguna non ha finora affrontato alcuno dei veri nodi di Venezia. Domenica conosceremo il nome del probabile nuovo sindaco (alle provinciali dello scorso anno il vantaggio del centrosinistra, senza l’Udc, fu di 9 punti), ma non il suo progetto per la città. Non è troppo tardi: Laura Fincato, Giorgio Orsoni e Gianfranco Bettin dovrebbero in questi giorni, prima del voto, spiegare come pensano di affrontare quattro questioni vitali per il futuro di Venezia.
1. Marghera o Tessera? Il porto di Marghera è un’area industriale in dismissione, molto inquinata e che blocca la trasformazione di Mestre in una città aperta sul mare. Mi ricorda il waterfront di Boston, prima che la città abbattesse le barriere che la separavano dal mare e trasformasse quell’area un tempo degradata in uno dei quartieri più belli ed eclettici di tutti gli Stati Uniti. Sul waterfront di Mestre, aperto su Venezia, si potrebbe trasferire, come è avvenuto a Boston, il porto turistico: sia per imbarcazioni da diporto che per grandi navi da crociera. Il nuovo porto darebbe un futuro a migliaia di lavoratori oggi occupati in cantieri e raffinerie senza alcuna prospettiva. In questo modo si libererebbe Santa Marta, un’altra area che soffoca Venezia— senza parlare della follia di transatlantici di oltre 100 mila tonnellate che passano a poche decine di metri dalla Punta della Dogana. Ci sarebbe spazio anche per il nuovo casinò che tanto sta a cuore all’amministrazione della città. La giunta Cacciari ha scelto invece un progetto diverso: la costruzione di un nuovo insediamento vicino all’aeroporto di Tessera, in aree oggi ancora agricole. Questa scelta ha certamente favorito chi, anticipandola, ha acquistato terreni a Tessera: ma ha senso cementificare la campagna e lasciare Marghera nel degrado? Poiché, se si investe a Tessera, non ci saranno i soldi per riqualificare Marghera, né per spostare il porto. Che ne pensano i tre candidati?
2. Il decreto legge sul Federalismo demaniale, approvato il mese scorso dal governo, consente il trasferimento alla città del «patrimonio culturale» oggi di proprietà dello Stato, una definizione che a Venezia è alquanto vaga perché comprende tutto. Che progetti hanno i tre candidati? Per l’Arsenale, l’isola di Poveglia, Sant’Andrea e tanti altri luoghi? Intendono insistere perché siano inclusi nell’elenco dei beni trasferiti? Con quali denari li riqualificherebbero? E per l’Arsenale, intendono accettare la privatizzazione di fatto di quest’area (che rappresenta circa un settimo dell’intera superficie cittadina) consentendo che sia assegnata all’impresa che vincerà la gara europea per le opere di manutenzione del Mose?
3. Per evitare di diventare Disneyland, Venezia potrebbe puntare sull’università e i suoi studenti. Cà Foscari ha dato un segnale, voltando pagina ed eleggendo un rettore giovane e intelligente. Ciò che manca sono studenti che risiedano a Venezia e facciano vivere la città. Non ci sono perché i palazzi vuoti si contano a decine, ma non c’è una Casa dello studente degna di questo nome. Quali sono i progetti dei tre candidati?
4. Per accelerare la costruzione di un secondo palazzo del cinema al Lido (costerà la bellezza di oltre 70 milioni), il governo ha nominato un commissario. Bene, ma le competenze del commissario si sono via via estese e oggi egli ha di fatto pieni poteri sull’intera isola. Anche qui vi sono interessi potenti: una società immobiliare ha acquistato entrambi gli alberghi storici (Excelsior e Des Bains), uno dei quali verrà trasformato in appartamenti. E dopo gli alberghi sarà la volta dell’ospedale al mare. Da queste scelte il sindaco è stato di fatto estromesso: al Lido potrà sempre andare, da turista. Sono d’accordo con tutto ciò i tre candidati?
P.S. Mi sono rivolto ai tre candidati del Partito democratico. Il ministro Brunetta dice che fare il sindaco gli piacerebbe, e non poco. Per lui aggiungerei una domanda. Conosciamo la sua predilezione per Aleksey Stachanov, ma crede davvero che gestire una città bizantina e complicata come Venezia sia compatibile con le sue responsabilità di ministro, con un sindaco a mezzo servizio?