La sconfessione di Pinocchio. Una limpida e sferzante contestazione delle bugie, a proposito del MoSE e dei nuovi canali per l'accesso a Venezia dei mostri del mare. Un salutare svelamento delle parole mentitrici che, pronunciate da presunti tecnici e avallate da chi occupa alti scranni, determinano un pensiero corrente incapace di vedere la realtà e di comprendere gli eventi. La Nuova Venezia, 8 agosto 2014
Leggendo le lettere o le interviste di Paolo Costa si sobbalza sempre sulla sedia per come la realtà che pare offrirsi in un modo ai nostri occhi possa venire interpretata in modo molto diverso dal presidente dell'Autorità portuale. Non ci si può meravigliare se un accanito sostenitore del Mose, qual egli si è sempre dichiarato, possa ancora insistere nel separare la vicenda giudiziaria - e le responsabilità di molti, che tutti sospettavamo - dalla realtà stessa dell'opera: «Si sa di avere a che fare», dice Costa, «con una grande opera di ingegneria ambientale della quale gli italiani possono andare fieri nel mondo».
Dalla testimonianza di uno dei docenti dell'IUAV che si è opposto con tenacia al MoSE e agli altri scempi. Un altro tassello della storia del mostro ( diquel divoratore di risorse attuali e future della collettività che Matteo Renzi vuole proseguire).La Nuova Venezia, 3 agosto 2014
«L’uomo di Mazzacurati al PM allibito: dal Consorzio incentivi a chi centrava gli obiettivi a suon di mazzette». Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2014
C’erano persino i premi sulla corruzione e sull’utilizzo dei fondi neri. Premi in denaro, ‘'intende, che il Consorzio Venezia Nuova (Cvn) pagava all’ex presidente Giovanni Mazzacurati quando raggiungeva l’obiettivo a suon di mazzette. E nel 2009, con i soldi del Cvn, fu pagato anche un servizio di cristalleria da 12.400 euro per il matrimonio dell’allora governatore Giancarlo Galan.
Si scopre anche questo, leggendo gli ultimi atti depositati, dalla procura di Venezia, al tribunale del Riesame. Il riesame ieri ha respinto le richieste di Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, difensori di Galan, che avevano chiesto la sua scarcerazione o, in alternativa, almeno gli arresti domiciliari. Il parlamentare di Forza Italia resta invece in carcere, nell’ospedale di Opera, perché il Riesame presieduto dal giudice Angelo Risi ha respinto le richieste della difesa. Il collegio ha anche annullato l’ordinanza d’arresto per i fatti antecedenti al 22 luglio 2008 – parliamo di alcuni finanziamenti per le campagne elettorale e della ristrutturazione dell'ormai famosa villa di Cinto Euganeo – perché destinati alla prescrizione. Negli atti depositati dalla procura, però, emergono nuove testimonianze che accusano Galan d’aver intascato ulteriori soldi.
Lo scenario della corruzione in laguna s’allarga anche a episodi estranei al Mose, come quelli raccontati dall’imprenditore Pierluigi Alessandri. Ecco in sintesi la sua versione: “Ho avuto modo di parlare con Galan delle difficoltà della mia impresa, al che mi disse che gli era stato riferito che noi eravamo una delle imprese di riferimento dei Ds... e mi disse che avrebbe visto cosa avrebbe potuto fare, purché, da parte mia, fossi stato “disponibile” a far parte della cerchia degli imprenditori a lui “vicini”, intendendo imprenditori disponibili a elargire somme di denaro e favori di altro genere”. E Alessandri si attiva: “Ho corrisposto a Galan 115mila euro tra il 2006 e il 2007 poi ho fatto gratuitamente dei lavori alla sua casa di Cinto Euganeo... è stata emessa una fattura per 25mila euro che non è stata pagata... il costo dei lavori effettuati... era di circa l00mila euro...”. Lavori conclusi nel 2009, spiega Alessandri, parlando di un reato – in teoria – non ancora prescritto.
L'imprenditore parla di un vero e proprio sistema e confida: “Non ho consegnato personalmente i soldi a Galan, lo ha fatto mia figlia, all'interno di una busta chiusa, ma lei non era al corrente del contenuto della busta... dopo ho sentito la necessità di confidare le dazioni di denaro a mia moglie e ai miei figli, per condividere il peso morale di tale condotta. Ho sbagliato, ma purtroppo il sistema era questo, mi sembrava l'unica via possibile per far sopravvivere la mia azienda in Veneto...”. Per quanto riguarda il Mose, invece, il sistema era utilizzare fondi neri per corrompere il politico di turno. E a obiettivo raggiunto ci si spartiva persino dei premi. A raccontarlo è Stefano Tomarelli, braccio destro di Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova. Tomarelli racconta che Giancarlo Galan aveva imposto, nella laguna di Venezia, l’alloggiamento dei cassoni del Mose, previsto inizialmente a nel porto di Ravenna. L’intento era chiaro: “I soldi dei veneti vanno spesi in Veneto”. L’idea di Galan aveva però creato un problema: era necessaria una nuova Valutazione d’impatto ambientale. “E questo – spiega Tomarelli - significava fermare tutto completamente”. E a quel punto si “scatenò l'ira di Dio”. “Mazzacurati – continua Tomarelli - intervenne pesantemente, sicuramente anche economicamente...”. Siamo tra il 2004 e il 2006, il periodo in cui “Galan aveva un peso incredibile”. E Mazzacurati – continua Tomarelli - “si portò il titolo di merito d’aver risolto questo problema ... avendo utilizzato i fondi che aveva a disposizione... disse che era riuscito … ad avere un successo strepitoso … in relazione dell'utilizzo dei fondi neri nei confronti di Galan...”.
Poi aggiunge che “a volte” Mazzacurati “otteneva pure dei premi dal consiglio direttivo... ”. Il pm sembra strabuzzare gli occhi: “Premi in ragione della corruzione effettuata?”. Tomarelli balbetta: “No, dei premi .. beh ...sì, diciamo l'obiettivo raggiunto... non è che nel consiglio direttivo si parlasse di corruzione... però le persone che erano lì... si dividevano la cifra che davano a Mazzacurati come premio...”. E il premio arriva in modo ufficiale: “Con una delibera formale”, conclude Tomarelli, spiegando di non ricordare se Mazzacurati ottenne un premio anche nel caso dei fondi neri usati per Galan ma che, in sostanza, il sistema era questo.
«Un appello internazionale a Renzi lanciato dai Comitati privati. Borletti Buitoni: "Per Venezia il massimo della tutela"». Ciò che preoccupa è che si faccia riferimento alla tutela del patrimonio monumentale della città. E la Laguna? La Nuova Venezia, 22 luglio 2014 (m.p.r.)
«Il mondo si mobilita per salvare Venezia dalle grandi navi». Sono già 63 le firme eccellenti raccolte dai Comitati privati per la Salvaguardia e inviati sotto forma di appello al premier Matteo Renzi e al ministro delìi Beni culturali Dario Franceschini: «Il governo decida al più presto e tolga le grandi navi dalla laguna». Tra le firme nomi illustri del mondo della cultura, del cinema, della moda, della letteratura e dell’architettura. Tra questi Norman Foster, Cate Blanchet, Calvin Klein, il premio Nobel Vidia Naipaul, James Ivory, Susan Sarandon e Jane Fonda.
Corriere del Veneto IL CAPO DELL'ANTICORRUZIONE
INCONTRA MAGISTRATI e CONSORZIO:
«UN COMMISSARIO? VALUTEREMO» di Monica Zicchiero e Alberto Zorzi,
VENEZIA – «Il commissariamento delle imprese corruttrici negli appalti pubblici è una norma storica. Il senso è: non solo ti mettiamo in carcere, ma non ti permettiamo di prenderti i soldi del reato che hai commesso. Ci proveremo ad applicarla anche a Venezia per il Mose». Strappa l’applauso della folla il presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone, invitato a parlare di legalità e appalti con il senatore Felice Casson dall’associazione Umberto Conte in un teatro Aurora strapieno nonostante il caldo.
Sarà l’affare successivo e bisogna avere occhi aperti. Solo chi ha costruito l’opera, sa come funziona. Il famoso disegno dell’appalto che dura tutta la vita e anche oltre». Anche se proprio nel corso della visita al Consorzio il presidente Mauro Fabris gli aveva chiarito la sua posizione. «Noi vogliamo concludere i lavori e accelerare il più possibile la fase di avviamento - spiega - ma poi la modalità di gestione la sceglierà il governo. Noi come Consorzio non ci candideremo ». La questione della conclusione dei cantieri è l’altro punto caldo. «Mi pare poco praticabile l’idea di accantonare un’opera completata all’ 85 per cento», dice Cantone, ma dal pubblico si alzano contestazioni: «Hanno speso l’85 per cento dei soldi, non fatto l’85 per cento delle opere ». Lui alza le mani: «La politica si deve assumere la responsabilità di dire cosa va fatto». E al massimo può dire alla politica cosa non va fatto. Perché, come dice il senatore Casson, «il fatto che ci siano le stesse persone in campo e in galera nella prima e nella seconda Tangentopoli milanese e veneta è un modo di intendere gli affari».
Primo, non sottovalutare i corruttori. «In Italia corruttori ed evasori fiscali sono simpatici, è gente che se la sa cavare e nessuno si scandalizza se tornano in Parlamento. Invece devono essere considerati come i mafiosi ». Tra prescrizioni dimezzate per i reati di corruzione e falso in bilancio depenalizzato, Cantone critica il codice degli appalti, «che si applica sono agli sfigati è che per l’Expo è stato derogato 86 volte». Parole dure anche per la legge obiettivo, che ha fatto fare il salto di qualità al Mose, ma anche al sistema corruttivo. «I general contractor sono gli stessi dieci grandi costruttori che decidono il bello e il cattivo tempo delle opere pubbliche», avverte il magi- strato, secondo il quale servono sanzioni semplici ed esemplari: «I corruttori vanno allontanati dai posti di comandi e per i politici non deve esistere la presunzione di innocenza: deve esserci la certezza della specchiatezza». Resta solo la consolazione che nell’«affaire» Mose non ci sono infiltrazioni mafiose e che l’indagine è stata «da manuale », perché che ha dimostrato come la corruzione abbia permeato anche il sistema dei controlli. «Peggio Milano o Venezia? Peggio Venezia, secondo me», dice Cantone. Il magistrato alle tre era arrivato all’Arsenale per incontrare il presidente Fabris e il direttore Hermes Redi. «Ci eravamo già visti un paio di settimane fa, sono stati due incontri costruttivi e molto concreti - è stato il commento di Fabris - Lui vuole capire, noi con la massima trasparenza gli stiamo dando le informazioni che chiede».
Il presidente del Consorzio preferisce non entrare nel merito degli argomenti trattati, ma la posizione è piuttosto chiara: il sistema della concessione unica è stato creato con delle norme statali, e non c’è stata nessuna «privatizzazione», visto che il soggetto pubblico nel Mose c’è ed è il Magistrato alle Acque. Alle quattro e un quarto, sbarcando da un motoscafo della Guardia di Finanza, Cantone è invece arrivato in Procura a Venezia, dove ha incontrato il procuratore capo Luigi Delpino, il nuovo procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito (che ieri era in visita di cortesia, ma che si insedierà a settembre) e i tre pm che coordinano l’inchiesta sul Consorzio e sulla Mantovani: Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. Il presidente dell’Anticorruzione ha spiegato che aveva la «necessità di parlare con i colleghi», ma ha spiegato di «non poter rivelare i contenuti del colloquio». In mezz’ora si è parlato dell’inchiesta (su cui peraltro era molto aggiornato) e appunto dell’applicabilità della norma sulle mazzette negli appalti al caso del Consorzio, oltre agli sviluppi futuri, anche dal punto di vista della tempistica.
E Cantone, di rimando: «Un Comune qualsiasi deve seguire il Codice degli appalti, mentre qui sono stati spesi 6 miliardi senza averne fatto alcuno, perché non erano previsti dalla legge che ha assegnato ai privati la gestione, senza controllo, dei soldi pubblici». Affondo finale: «E questo, con il silenzio di tutti».
Afferma Francesco Indovina: «Dovevamo controllare i fondi e verificare la Legge speciale. Abbiamo lavorato per anni, ma alla fine ci siamo accorti che nessuno seguiva le nostre indicazioni. Tra noi spesso ci si chiedeva: ma per chi stiamo lavorando?». Di certo non per la collettività. Il Gazzettino, 17 luglio 2014, con postilla
postilla
Le simpatie di Francesco Indovina per il MoSE, come grande occasione per lo sviluppo della città sono note ai veneziani, ma non solo ad essi. Rinviamo in proposito a un suo articolo sul manifesto del novembre 2006,ripreso da eddyburg: Io sto con il Mose, vi spiego perché . E' contenuta nell'ampia cartella da questo sito dedicata a quella Grande opera soggetta a critiche, solo oggi largamente condivise.
Meno note sonole critiche che gli esperti che, come Indovina, lavoravano per il MoSE. Peccato che queste ultime siano rimaste racchiuse nel silenzio degli organismi che lavoravano per il MoSE. Per il MoSE, e soprattutto per quello che del mostro sembra essere stato il maggior promotore, autore, difensore e beneficiario: il Consorzio Venezia Nuova. Sembra oggi che l'unico colpevole del danno provocato dalla vicenda, per molti aspetti ancora oscura, sia del povero ing. Mazzacurati.
A proposito del MoSE, Gianni Belloni e Antonio Vesco provano a di rispondere a una domanda nodale: «quali meccanismi generalizzati accompagnano e facilitano l'estendersi e il radicarsi di condotte generalizzate e sedimentate nell'azione quotidiana di amministratori, imprenditori, politici di un territorio?». Inviato a eddyburg il 15 luglio 2014
«Siamo immersi in un sistema di corruttela troppo strutturato, troppo consolidato, nella pubblica amministrazione e nella magistratura, nella Corte dei conti e nei Tar, fino anche al Consiglio di Stato. Ovunque funziona così. Se vuoi i lavori pubblici, devi fare queste cose. Tant'è che i ricorsi delle gare per gli appalti le vinceva chi pagava di più». Le parole di Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan – pronunciate nel corso di un'intervista a Repubblica di poche settimane fa – sottolineano la sistematicità del meccanismo corruttivo, che va analizzato al di là delle responsabilità e delle condotte dei singoli partecipanti.
Claudia Minutillo mette poi in luce un altro aspetto della vicenda: «eravamo convinti che quello fosse l'unico sistema possibile, che non si potesse fare diversamente. Solo quando ci hanno arrestato abbiamo capito la gravità delle nostre azioni». Assistiamo così all'elaborazione di un sistema di credenze grazie alle quali poter neutralizzare il peso morale dei propri atti e che si nutre di uno spirito del tempo: l’attuale spirito del capitalismo che forgia individui pronti a qualunque misfatto per ubbidire agli imperativi dell’epoca. Individui che non agiscono in uno scenario caotico e disorganizzato, ma piuttosto all'interno di una cornice organizzativa in cui le condotte di ciascun attore sono incardinate entro copioni prefissati e seguono regole codificate (1).
Per non cedere alla tentazione di inquadrare questo sistema come un organismo a sé stante – un blocco monolitico di istanze criminali e tensioni accumulatrici – pensiamo sia utile rintracciare le dinamiche sociali e culturali che hanno facilitato il coinvolgimento dei diversi attori. Ponendoci quindi un'ambiziosa domanda: quali meccanismi generalizzati accompagnano e facilitano l'estendersi e il radicarsi di condotte generalizzate e sedimentate nell'azione quotidiana di amministratori, imprenditori, politici di un territorio? Questa interrogazione, a cui diamo seguito con un primo ed esitante abbozzo, potrebbe rivelarsi utile anche per ricostruire, da queste macerie, convivenze migliori.
Politici
Posto che «lo scambio tra legittimità e consenso, da una parte, ed esercizio dell'autorità, dal lato opposto, costituisce da sempre una costante, pur se occulta e inconfessabile, dell'esperienza politica occidentale» (2), a partire dagli anni settanta i partiti hanno funzionato essenzialmente come società di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali (3). Dobbiamo tenere presente questo dato (differenziato, naturalmente, tra le diverse esperienze politiche occidentali) per analizzare i sistemi corruttivi che abbiamo di fronte. I partiti con cui abbiamo a che fare appaiono indefiniti e indefinibili, alleanze instabili di filiere di potere, strutturalmente – per la loro fame inesauribile di risorse e per la mancanza di cornici di controllo e di definizione normativa – orientati all'illegalità. Partiti dove si assiste a una «pervasività crescente del denaro» (4), un processo che fa sì che la politica si trasformi di fatto in una attività decisoria di élite. In questo senso non è inutile richiamare l'intreccio tra crescenti diseguaglianze e corruzione: le diseguaglianze dovute all'abnorme concentrazione della ricchezza in poche mani e le varie forme di corruzione sono indissolubilmente legate tra loro, costituendo la conseguenza principale e più grave dell'intreccio, ormai inevitabile, fra politica ed economia (5). Un processo che finisce per mutare nella sostanza il meccanismo stesso della rappresentanza, le sue logiche e i suoi codici, provocando una «privatizzazione» delle funzioni politiche6.
Venendo al Veneto, possiamo scorgere delle specificità utili a inquadrare la vicenda che ci si sta squadernando di fronte agli occhi. In questo territorio, la politica ha sempre mantenuto un atteggiamento non interventista nei confronti delle dinamiche economiche e comunitarie. Il vecchio ceto democristiano si è limitato a garantire il mantenimento di un ordine sociale sostenibile. Ora la «rottura del vecchio intreccio tra economia, società e politica» (7) ha destinato quest'ultima al ruolo di semplice strumento di facilitazione degli affari. Così essa diviene un ingrediente tra agli altri, una casacca come un'altra che si può indossare e dismettere – nelle carte dell'inchiesta incontriamo politici che pianificano la loro prossima carriera di affaristi –, dimenticando la missione progettuale del proprio ruolo e mettendosi a disposizione, in funzione subordinata, rispetto agli interessi diretti ed immediati dei suoi suoi interlocutori.
Tecnici
La cooptazione degli organi di sorveglianza (magistrato alle acque, commissione di Valutazione d'impatto ambientale, corte dei conti ecc.) e di repressione (guardia di finanza, servizi segreti, carabinieri) mostrano come oggi la pratica della corruzione (non riferita allo specifico reato, ma intesa in senso lato) permea in modo più strutturale e pericoloso la pubblica amministrazione e comunque richiede nuovi e più raffinati paradigmi di indagine e di lettura.
Se nella tangentopoli degli anni ottanta e novanta i cosiddetti tecnici avevano un ruolo di collegamento e intermediazione tra il sistema delle imprese e quello dei partiti (8), a giudicare dalle vicende emerse dall'inchiesta veneziana, la frantumazione dei partiti ha indotto i tecnici ad assumere il ruolo di protagonisti attivi nel rapporto con il mondo delle imprese. Un rapporto più diretto, garantito da un sistema di convenienze reciproche tra «tecnici» e imprenditori. Una vera e propria alleanza – pensiamo al rapporto tra il Magistrato alle acque e il Consorzio Venezia Nuova – fondata sulla totale assenza di controlli che ha garantito l'impunità nella gestione illegale dei lavori. Attorno all’apparato amministrativo-burocratico regionale è emersa una concentrazione abnorme e anomala di poteri che ha generato talvolta palesi situazioni di conflitto di interessi e di compatibilità di incarichi, portando parallelamente alla subordinazione di organi di alta consulenza tecnico-scientifica al potere politico, come ha documentato l'Osservatorio ambiente e legalità di Venezia nel caso della commissione Via regionale, composta per lo più da politici e da professionisti interessati alle stesse opere che avrebbero dovuto analizzare (9).
Imprenditori
Che tipo di sistema produttivo abbiamo di fronte? Un sistema chiuso e protetto dalle incertezze dei mercati, dalla esasperazione della competitività. Il sistema costruito attorno al Consorzio Venezia Nuova garantiva agli imprenditori una rendita di posizione invidiabile e, in molti casi, vitale, visto che per una quota non trascurabile di imprenditori «gli scambi occulti e gli accordi collusivi finiscono per essere concepiti come un modo per stare sul mercato, se non addirittura l’unico modo per sopravvivere economicamente» (10) (e saltare da una tangentopoli a un'altra, come nel caso di Piergiorgio Baita).
Siamo di fronte a circuiti protetti, a reti di reciprocità all’interno delle quali vengono ammorbidite – dalla logica dei favori e degli scambi occulti – le severe leggi del mercato e della concorrenza. Una regolazione sistematica delle opere pubbliche dà vita a circuiti chiusi dell'economia locale, accessibili soltanto per le imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. In una recente intervista rilasciata a un giornale locale, un imprenditore veneziano dichiarava che sarebbe stato disposto a corrompere qualcuno pur di salvare l'impresa in difficoltà, ma che non sapeva a chi rivolgersi dal momento che i circuiti corruttivi rimanevano accessibili solo a una élite imprenditoriale11. L'economista Stefano Solari descrive questo meccanismo come «compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati». Un compattamento nel quale è difficile «discernere l'attività di malaffare» e in cui si riduce la qualità, ma non la consistenza, del capitale sociale in circolazione.
Di fronte a questa tendenza sistemica suonano particolarmente imbarazzanti (e imbarazzate) le reazioni dei rappresentanti degli imprenditori rispetto alle vicende emerse. Il tentativo è quello di una normalizzazione del dibattito che contribuisca a derubricare gli avvenimenti a pure deviazioni rispetto a un ordinario funzionamento dell'economia e delle procedure. Assieme alla vibrante condanna da parte dei vertici di Confindustria del Veneto, abbiamo assistito alla tendenza a individuare alcuni colpevoli decontestualizzando il loro operato. Abbiamo invece l'impressione che vent'anni di esaltazione del modello imprenditoriale nordestino abbiano in realtà sfibrato il ceto imprenditoriale, disabituandolo a un confronto con la realtà e con punti di vista diversi. I ripetuti ossequi ai meriti dell'impresa da parte di (quasi) tutti i protagonisti del dibattito pubblico a prescindere dai suoi meriti – che ovviamente ci sono stati - hanno reso la stessa rappresentanza delle imprese vulnerabile – anche perché disabituata alle critiche ed assuefatta ad un clima di ideologico conformismo - ed incapace di originali elaborazioni.
Intrecciate alle figure degli imprenditori, emergono infine le gesta di faccendieri e professionisti, che sembrano esercitare un ruolo cruciale nel contesto del capitalismo di relazione. Personaggi-cerniera – pensiamo ai commercialisti nominati nelle società pubbliche – che operano a cavallo tra la politica e l'imprenditoria, acquisendo progressivamente una sempre maggiore importanza, sia a causa della trasformazione del modello aziendale, dove alla capacità di fare impresa si affiancano – o si sostituiscono – quella di connettere e intrecciare informazioni e quella di scambiare obblighi e favori, sia per la perdita di autorevolezza e di assertività della sfera politica, che deve ricorrere a queste figure perché non è più in condizioni di controllare i troppi risvolti del complesso sistema decisionale e amministrativo.
Società civile e università
Gli intrecci criminali che emergono dalle carte dell'inchiesta sono stati intuiti da una combattiva minoranza di attivisti e intellettuali che in questi anni hanno denunciato e combattuto quello che genericamente veniva definito il «sistema Galan». Mentre (quasi) tutti i partiti proponevano uno scenario ineluttabile e indiscutibile in nome del quale le opere divenivano necessarie, comitati e associazioni si sono presi in carico il problema di politicizzare il dibattito risalendo al cuore delle questioni: «quali opere e per quale modello di sviluppo?». Il problema è che non si è mai aperto un luogo di discussione reale che potesse entrare radicalmente nel merito delle scelte e persuadere. Ma se le minoranze che si sono opposte al Mose – così come ad altre opere in odore di cricca − hanno visto riconosciuto il loro punto di vista solo in seguito a un'inchiesta della magistratura, dobbiamo trarre alcune conseguenze rispetto al ruolo possibile, e a quello reale, rivestito dalle minoranze nel nostro sistema politico. Tanto più alla luce dell'indirizzo maggioritario e ispirato alla governabilità che sembra ormai egemone in questo paese.
I No Mose sono stati, a Venezia come altrove nel Veneto, una minoranza. La città in realtà è stata narcotizzata da un effluvio di finanziamenti, giostrati dal Consorzio Venezia Nuova, che hanno riguardato quasi tutti gli ambiti della società. Anche se non tutti condividono le stesse responsabilità, ben pochi possono dirsi del tutto estranei al sistema che ha dominato fino a pochi mesi fa. Una marea di denaro che ha creato sicurezza, ha ammorbidito i toni, offuscato lo sguardo e reso meno stridente la convivenza della città con un «monstrum» politico-imprenditoriale e istituzionale come il Consorzio.
In particolare, quest'ultimo ha dedicato non poche risorse al finanziamento del mondo della cultura e dell'Università. Diversi intellettuali hanno segnalato come questa attenzione abbia sortito i suoi effetti in termini di legittimazione dell'opera (12). E se la massima istituzione pubblica deputata alla formazione e alla ricerca ha mostrato in questi anni una pur minima «apertura» rispetto ai suoi finanziatori, che cosa ci prepara il futuro a fronte di un crescente disimpegno dello Stato, a una legislazione e un'organizzazione didattica e della ricerca che agevola l'intervento dei privati?
Conclusioni
Facendo il verso al vecchio di Treviri, possiamo riprometterci di affrontare seriamente questa farsa, prestandole i toni più consoni della tragedia, dato che chi ha voluto fare politicamente i conti con la tragedia – la tangentopoli anni novanta – si è trovato, non accidentalmente, a buttarla in farsa. Dalle inchieste giudiziarie occorre passare alle inchieste sociali, non già per affollare il banco degli imputati, ma per provare a rintracciare le dimensioni sociali e politiche della corruzione – e quindi della radicale privatizzazione dei beni comuni – e identificare i terreni su cui è possibile (e necessario) agire.
Note
1 Donatella Della Porta, Alberto Vannucci, Mani Impunite. Vecchia e nuova corruzione in Italia, Laterza, Bari, 2007
2 A. Mastropaolo, Il ceto politico, La Nuova Italia Scientifica, Firenze, 1993
3 Katz, R. S., P. Mair, 1995, Changing Models of Party Organization and Party Democracy: The Emergence of the Cartel Party, in “Party Politics”, 1, I.
4 Marco Revelli, Finale di partito, Einaudi, Torino, 2013
5 Guido Rossi, Corruzione e ineguaglianze minacciano la democrazia, il Sole 24 ore, 15 giugno 2014
6 Rocco Sciarrone, Mafie del nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma, 2014
7 Aldo Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, Torino 2013
8 Ivan Cicconi, Project financing e grandi opere. Il nuovo volto della corruzione dopo Tangentopoli, Quaderno n°4, Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, Marzo 2014 in www.osservatorioambientelegalitavenezia.it
9 Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, Ombre e disfunzioni della Commissione Via, Dossier, Luglio 2013 in www.osservatorioambientelegalitavenezia.it
10 Rocco Sciarrone, Mafie vecchie mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 2009
12 Filippomaria Pontani, I mobili argini di Venezia, 4 giugno 2014 in www.ilpost.it
Anche la soprintendenza ai beni culturali avalla l'accordo tra la decaduta giunta Orsoni e il nefasto Ente porto, volto a rafforzare la presenza della Grandi navi nella città antica, ad aprire il varco all'ingresso delle automobili e a ridurre gli spazi pubblici in un settore densamente popolato di Venezia. La NuovaVenezia, 17 luglio 2014
«È singolare che il Comune e il sindaco uscente abbiano preso posizioni contro il passaggio delle Grandi Navi da San Marcoe poi non abbiano voluto questa mostra che ne documenta l’impatto».Non è tanto strano: tra il dire e il fare c'è una laguna di chiacchiere La Nuova Venezia, 13 luglio 2014 (m.p.r.)
Ora tutti vogliono fare anche a Venezia una mostra con le immagini di Gianni Berengo Gardin dedicata al passaggio «claustrofobico» delle Grandi Navi in laguna, che sono esposte da due giorni nell’esposizione che il Fai ha voluto realizzare a Villa Necchi Campiglio a Milano, presentando anche la nuova campagna del Fondo per l’ambiente Italiano dedicata ai Luoghi del Cuore da segnalare per tutelarli, che include anche il Canale della Giudecca, “segnato” dal passaggio delle navi da crociera. E lo stesso grande fotografo a rivelarlo il giorno dopo l’inaugurazione della sua mostra di cui si è parlato ovunque. «Oggi (ieri ndr) - mi hanno chiamato i rappresentanti di due fondazioni private veneziane, che si sono messe subito a disposizione per realizzare la mostra con le mie foto delle Grandi Navi anche in laguna, ma io ho risposto di no. La mostra a Venezia la voglio fare, ma in uno spazio pubblico, proprio perché il problema del passaggio delle navi da crociera e il loro impatto sulla città è un problema di tutti».
Le istituzioni asservite ai grandi gruppi economici adoperano la vecchia arma di tutte le dittature, la censura, per non far conoscere la verità agli abitanti e ai visitatori della città saccheggiata. «Volevo esporle in una sede pubblica, nessuna risposta. Così il lavoro di Berengo Gardin è ora a Milano, grazie al Fai». La Nuova Venezia, 12 luglio 2014
Una selezione da 300 scatti fatti quando «entrano a catturare la loro preda» Il Canale della Giudecca Luogo del Cuore Il Fai a fianco di Gianni Berengo Gardin e contro i “mostri” della laguna.
Il 25 giugno scorso si è svolta a Venezia, Forte Marghera, un’assemblea organizzata dal coordinamento veneziano della lista “L’altra Europa con Tsipras”. Pubblichiamo la relazione di Edoardo Salzano e l’intervento di Mattia Donadel. In calce i link ad altri documenti presentati da Armando Danella
MoSE, IL CAVALLO DI TROIA
PER IL SACCHEGGIO DEL VENETO
intervento di Mattia Donadel
Si dice spesso dei Veneziani che, a torto o a ragione, si ritengano un po’ troppo al centro dell’attenzione. Ma nel caso del terremoto causato dall’inchiesta “MOSE”, non vi è dubbio che l’epicentro sia collocato proprio a Venezia.
Il MOSE, la grande opera pensata per salvare Venezia e la laguna, è stato infatti il cavallo di Troia attraverso il quale è stato costruito negli ultimi 30 anni un vero e proprio sistema di potere mafioso che si è impadronito dell’intera Regione, e oltre.
La storia è nota: a metà degli anni ’80 viene creato il Consorzio Venezia Nuova, il concessionario unico dello Stato per la realizzazione del MOSE e delle altre opere di salvaguardia in Laguna, che in deroga a tutte le normative europee in materia di appalti, ha stornato miliardi di euro dei contribuenti alle proprie ditte consorziate, ed entrate a far parte del Consorzio medesimo senza alcuna procedura di evidenza pubblica. Soldi e appalti che hanno permesso di far lievitare in pochi anni i fatturati e gli utili di alcune ditte come ad esempio la Mantovani spa; ma anche soldi che attraverso false fatturazioni, prezzi gonfiati, lavori inventati sono serviti per assicurare un potere incontrastato alla classe politica che ha Governato il Veneto fino ad oggi; classe politica si badi bene, che è stata diretta espressione di questa cricca “cricca” e non banalmente vittima del burattinaio del Consorzio Venezia Nuova. Un potere così pervasivo da riuscire a inquinare e condizionare tutti i settori della società: dagli apparati di controllo, alla comunicazione, al mondo scientifico e della cultura, e perfino la Chiesa.
Per quanto il MOSE sia stato ed è un’opera pensata per risucchiare quantità colossali di soldi anche oltre alla sua realizzazione, ben presto, come una specie di cancro, il “sistema” ha cominciato a diffondersi in ogni direzione alla ricerca di fonti sempre nuove di alimentazione: proprio le opere pubbliche sono diventate il terreno di coltura privilegiato, si tratti di nuove autostrade, ospedali, infrastrutture energetiche poco importa, importante è che siano grandi e costose.
Altrettanto affinati sono stati gli strumenti messi a punto per avviare e gestire il business delle grandi opere: Legge Obiettivo, uso dell’emergenza e dei Commissari straordinari, pieno controllo della Commissioni tecniche di Valutazione (es. commissioni VIA-VAS) hanno permesso di eludere vincoli e controlli di ogni sorta espropriando le comunità locali di ogni potere decisionale e mettendo fuori gioco comitati, associazioni, chiunque tentasse di mettersi di traverso.
Il problema del progressivo esaurimento di fondi pubblici ha indotto poi all’invenzione del cosiddetto Project Financing, grazie al quale sarebbero state proprio le cordate private a finanziare le opere in cambio di concessioni o canoni decennali. In realtà una vera e propria truffa, perché a fronte di piani economico-finanziari truccati, nelle convenzioni che regolano le concessioni tutti i costi finiscono per essere scaricati sugli enti pubblici in modo differito nel tempo.
Passante: la testa di ariete
E se il MOSE è stato il Cavallo di Troia, la testa d’ariete per dare la stura a questo sistema si chiama Passante di Mestre, l’unica grande opera realizzata e già funzionante in Veneto.
Il Passante, infatti, ha permesso di sperimentare tutte queste leve e anche oltre: la Legge Obiettivo, il Commissario Straordinario, l’affidamento dei lavori a un “general contractor” mediante procedura discrezionale. E’ bene ricordare poi che le principali ditte che hanno costruito il by-pass di Mestre sono socie del Consorzio Venezia Nuova, e alcune di queste in particolare si trovano al centro dell’inchiesta, mantovani spa e Co.Ve.Co. sopra tutte. E sarà pure una coincidenza, ma guarda caso la stessa Sezione generale della Corte dei Conti denunciava un aumento ingiustificato dei costi per il completamento della nuova autostrada e delle opere complementari (da circa 750 milioni di euro preventivati, a oltre 1,4 miliardi di euro finali), nonché gli scarsi controlli, il forte rischio di corruzione e di infiltrazione mafiosa.
La lievitazione dei costi in questo caso non rimanda semplicemente al malaffare, ma anche ad un ulteriore sviluppo: quello della finanziarizzazione delle grandi opere.
Ricostruimao un po’ la storia: i soldi per il Passante sono stati erogati direttamente dallo Stato (circa 290 milioni di euro) e dalla SpA al 100% pubblica ANAS (per circa 1 Meuro). Nel 2008 è stata creata la CAV SpA, partecipata al 50% dalla stessa ANAS e per l’altro 50% dalla Regione del Veneto. Nella Convenzione di Concessione la CAV è tenuta non solo alla gestione del Passante e di altre tratte stradali, ma anche alla restituzione ad ANAS dei soldi che questa aveva anticipato per la realizzazione dell’opera attraverso il gettito dei pedaggi. Nonostante l’elevato flusso di traffico, è apparso subito chiaro che il debito non era ripagabile. Di qui partono alcune operazioni di rifinanziamento: nel 2013, grazie all’avvallo della Giunta Regionale, CAV riceve 350 milioni di euro dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) e 73,5 milioni di euro da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), il tutto a tassi di interesse di mercato. Di debito in debito il “buco” si allarga, e proprio nei prossimi giorni partirà un’ulteriore rifinanziamento, ancora più pericoloso: la CAV si appresta infatti ad emettere titoli finanziari legati all’opera (i famigerati Project Bond) per circa 700 milioni di euro. Si tratta della prima operazione di svendita di un’opera pubblica in Italia; per l’acquisto dei titoli sono già in “pole position” Royal Scotland Bank, Unicredit, Societè Generale, Intesa e Bnp Paribas. Cosa succederà nel momento in cui la bolla speculativa che è stata creata esploderà?
Ma non è finita qui, perché la costruzione del Passante è stato il vero grimaldello per dare il via a una colossale speculazione immobiliare nella zona tra Dolo e Pianiga, là dove la nuova arteria si collega all’autostrada A4. Parliamo di Veneto City: i terreni agricoli di questa area sono stati acquistati ad un valore molto basso circa 15 anni fa da una società, la Veneto City spa, costituita da noti imprenditori veneti; molti di questi sono stati protagonisti delle famose “delocalizzazioni”delle attività produttive che per lungo tempo hanno caratterizzato il modello “nord est”. Nel 2011, nonostante la forte opposizione dei comitati locali, la Giunta Zaia ha varato la variante urbanistica per la realizzazione di Veneto City, facendo aumentare di almeno 10 volte in un istante il valore del capitale detenuto dai soci della Veneto City spa.
Due vicende
In primo luogo, la distinzione tra due vicende:
1. la lista L’altra Europa con Tsipras nasce in vista di un’elezione del Parlamento europeo, ed è una parte di un un’iniziativa e un’azione europea;
2. la questione del Consorzio Venezia Nuova, del Mose e degli interventi infrastrutturali nel Veneto, della corruzione e del sistema di potere che attorno a questi temi si sono manifestati è un’altra storia – veneziana, veneta e italiana – che richiede iniziative e attori diversi dalla prima.
Esistono indubbiamente importanti connessioni tra le due vicende. La principale è quella esprimibile nella domanda: quale politica intendiamo praticare? Ma verrò su questo punto alla fine del mio intervento
Proseguire la storia della lista L’altra Europa e costruire in Italia una nuova formazione politica è un cimento di lungo respiro. La sua organizzazione è solo l’ultimo passo. Occorre in primo luogo definire un’ideologia (intendo per ideologia «quell’insieme di credenze condivise da un gruppo e dai i suoi membri che guidano l’interpretazione degli eventi e che quindi condizionano le pratiche sociali»,), una strategia e una tattica, un programma di lungo e di medio periodo coerenti tra loro, e solo su questa base una organizzazione.
Il percorso per costruire questi elementi richiede in primo luogo di definire una scelta di campo. Questa è già stata individuata nei suoi elementi essenziali nei punti programmatici della lista, ma non è stata seguita a sufficienza nei fatti. Il diverso peso tra le componenti formalizzate (il SEL e il PRC) e il mondo dei comitati è uno degli elementi critici che è emerso. E’ in primo luogo su questo, e sugli altri elementi critici che è necessario discutere.
Le persone che abbiamo concorso ad eleggere al Parlamento devono rendere conto del loro operato ai loro elettori, e non a questa o quell’altra componente daei variegati mondi che hanno concorso alla loro elezione. Se quest’ultimo dovesse essere il loro riferimento mi sembra ovvio che i referenti dovrebbero essere le persone che hanno promosso e coordinato la lista.
La prima scadenza che si pone nella vicenda dell’indagine giudiziaria sugli appalti nel Veneto è quella dell’elezione del sindaco e del Consiglio comunale di Venezia. In relazione a questa scadenza abbiamo già scritto con Ilaria Boniburini, , e illustrato al gruppo “Venezia cambia 2015”, ciò che ci sembrava e mi sembra necessario chiedere e chiedersi. Ne riporto alcuni elementi:
"Sindaco e squadra non devono essere stati in alcun modo coinvolti (né con le loro azioni né con i loro silenzi) con il gruppo di potere guidato dal Consorzio Venezia nuova: un gruppo di potere che ha lavorato durante tutte le sindacature che si sono succedute dalla prima Giunta di Massimo Cacciari a quella di Giorgio Orsoni
"Il sindaco deve aver dimostrato di conoscere a fondo Venezia e i suoi problemi, di essersi schierato a favore della salvaguardia e della messa in valore (non adoperiamo la parola ”valorizzazione”) delle qualità naturali e storiche della città e dei suoi territori d’acqua e di terra e della difesa dei beni comuni dalla mercificazione.
"Deve impegnarsi: a difendere le fasce più deboli della popolazione (bambini, donne, anziani, emarginati per povertà, etnia, cultura), a privilegiare gli interessi dei cittadini in quanto tali rispetto a quelli dei poteri economici, a garantire la trasparenza dei processi decisionali, a promuovere l’uscita dalla crisi economica senza ripercorrere le strade che l’hanno prodotta, a difendere il lavoro senza compromettere (ma anzi accrescendo la qualità) dei patrimoni comuni.
"La squadra deve essere tale da garantire, nel suo insieme, tutte le competenze necessarie in coerenza con il progetto politico che proponiamo.
"Gli appartenenti alla squadra (e in particolare alla giunta) dovranno essere proposti in relazione alla loro competenza, esperienza e coerenza al progetto politico, e non all’appartenenza partitica o di gruppo".
Il potere è passato di mano
Tralascio gli altri punti del documento che abbiamo scritto per "Venezia cambia 2015". Voglio mettere in evidenza una questione che mi sembra cruciale nell’esperienza veneziana e veneta, e che è passata in terzo piano: il radicale spostamento di potere che è avvenuto per opera del clan costruito a ridosso del Consorzio Venezia Nuova.
Si tratta di un clan che ha saputo agire con tutti gli strumenti illegittimi e legittimi che le loro dotazioni finanziarie consentivano. Per conto mio continuo a ripetere che la benemerita indagine aperta dai magistrati veneziani illumina una parte soltanto del gruppo di potere politico-economico che domina lo scenario veneto. non dimenticherei attori come come l’ente Porto di Venezia, e come la SAVE, padrona degli aeroporti di Venezia e Treviso e promotrice dell’operazione immobiliare Tessera city, sulla quale troppi amministratori sono stati compiacenti, o addirittura complici.
Così come sarebbe difficile comprendere l’egemonia che il Consorzio Venezia Nuova ha conquistato nell’opinione pubblica veneziana e veneta, nazionale e internazionale senza indagare sulla trama dei rapporti tra il mondo delle attività immobiliari, quello delle banche e relative fondazioni, quello dei mass media e – last but not least, quello della cultura, dei centri di ricerca e dell’università.
Per costruire una mappa precisa del potere a Venezia e nel Veneto non sarebbe però giusto affidarsi al lavoro alla magistratura, la cui responsabilità si arresta al limite tracciato dalle azioni contrarie alla legge. Le armi di cui dispongono i poteri economici per conquistare il consenso e impadronirsi del dominio non sono costituite solo dalle truffe e la corruzione diretta. Come cittadino e modesto diffusore di una visione critica delle cose interesserebbe sapere chi si accingerà a questo compito difficile e delicato, ma a mio parere indispensabile. Una volta c’era il giornalismo d’inchiesta, oggi è quasi scomparso, e molte “inchieste” sono caratterizzate più dalla ricerca dell’effetto che dal faticoso svolgimento di un’accurata analisi.
Non do troppa importanza ai risultati elettorali. La democrazia rappresentativa è molto malata, nel nostro paese. E’ in gran parte il risultato della penetrante azione mediatica di quei «persuasori occulti» che il sociologo statunitense Vance Packard già analizzava nel lontano 1957. Ma non credo che la democrazia diretta sia oggi capace di sostituire quella delegata.
Come ha riconosciuto un marxista non imputabile di simpatie statalistiche, il geografo anglo-americano David Harvey, la dimensione orizzontale e quella verticale della democrazia devono integrarsi. Mi sembra che il documento presentato nell’area Tsipras da Paolo Cacciari sia uno stimolo utile per lavorare in questa direzione, ma credo che ci sia ancora da cercare, ragionare e sperimentare molto prima di trovare un corretto equilibrio tra la dimensione orizzontale e quella verticale della democrazia.
Certo è – almeno per me – che oggi le logiche dei partiti sono, del tutto obsolete, incapaci di incidere positivamente sulla realtà, lontane, e “allontananti”, dalle aspirazioni, le speranze e perfino le attenzioni delle vittime del neoliberismo ai cui interessi ci appelliamo. Lo ha scritto con chiarezza Marco Revelli: «non c’è più spazio per nessuna delle identità esistenti. O cambiare tutti, o morire tutti».
Ciò tanto più a Venezia. Devo dire che l’atteggiamento dei partiti e dei gruppi rappresentati nella Giunta e nel Consiglio comunale e aggregati nelle maggioranze che si sono succedute nell’ultimo quindicennio mi ha spesso stupito e amareggiato.
I suoi esponenti, anche quelli apparentemente più alternativi, non hanno mai seriamente denunciato il MoSE e il sistema di potere su cui si sorregge. Non hanno mai scelto di contrastare i sindaci (in particolare negli anni di Costa e inb quelli di Orsoni) nelle loro scelte peggiori: dal MoSE nella fase degli 11 punti . che avrebbero dovuto rovesciare il progetto MoSE e hanno costituito invece la copertura del voto favorevole del sindaco di Venezia al devastante progetto. Inspiegabili gli ultimi atti della giunta e del consiglio, dove non hanno assunto loro la responsabilità di provocare le dimissioni del sibdaco amico di Mazzacurati, lasciando al PD diMatteo Renzi il merito di provocare la rottura con sindaco, reo di “intelligenza col nemico”. Arrivano oggi perfino a difenderlo – non come persona, il che potrebbe essere comprensibile – ma come rappresentante dell città.
Non do – ripeto e concludo – troppa importanza alle elezioni e ai loro risultati. Ma secondo me la partecipazione delle cittadine e dei cittadini alle campagne elettorali è importantissimo perché è un primo concreto momento di apprendimento della politica da parte delle persone che vi partecipano e che sono “nuove” alla politica. Della politica come sintesi di una pluralità di esigenze, interessi, attese e speranze tra cui occorre – appunto – trovare la sintesi che dia una risposta coerente a tutti.
Credo, insomma alla preparazione alle elezioni come apprendimento di una nuova politica, aperta a tutti i cittadini, a partire da quelli che già fanno “politica insieme” nei gruppi di cittadinanza attiva. La loro esperienza politica nella campagna elettorale potrà o non potrà alimentare la nuova formazione politica che ci si propone di costruire a partire dall’esperienza “con Tzipras”.
Spero di si, Ma toccherà a loro deciderlo.
Riferimenti.
Sarà difficile trovare ancora avvocati difensori capaci di far prevalere la tesi che debba essere punito chi ha criticato gli errori del MoSE e le malefatte dei suoi numerosi promotori, autori e coadiutori. La Nuova Venezia, 5 luglio 2014
Durissima e documentata critica a tutti quei governanti (nazionali e locali), amministratori, funzionari pubblici, magistrati, esperti che hanno consentito il protrarsi dei finanziamenti al Consorzio Venezia nuova illegittimi dal 1995. Non è necessario "revocare" la concessione, essa non sussiste più., e chi ha sbagliato deve pagare. Inviato a eddyburg il 4 luglio 2014
Molti, a Venezia e nell’intero paese, per eliminare alla radice il centro di tanti comportamenti devianti, propongono di sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, credendo forse, in buona fede e data la dimensione e importanza del Mose – e dell’intera Salvaguardia di Venezia e della sua laguna -, che il Consorzio sia pubblico o partecipato dal pubblico, oppure istituito e/o regolato da norme di natura pubblica. Purtroppo quel Consorzio è privatissimo, di totale proprietà privata dei suoi soci, e regolato tutto e solo dalle norme del diritto privato; ed è quindi impossibile (e inutile) pensare di sopprimerlo con decisione pubblica di natura meramente politica.
Più appropriatamente, alcuni discutono e propongono di revocarne la concessione unica (e senza gara) di studi, piani, progetti e lavori (tutto insieme!), concessione di cui il Consorzio, dal 1984, in modo del tutto privilegiato ha goduto e lucrato (e continua a godere e lucrare) ricchissimi frutti ma senza motivo né merito e a spese (costosissime) della laguna e della città, e del pubblico erario.
Idea e proposta che sarebbe corretta, se non fosse che quella concessione, come anche gli interessati sanno benissimo (e però tacciono), per legge è … già invalidata. E dal 1995.
In quell’anno infatti, con il comma 1 dell’art. 6 bis del Decreto Legge 1995 n96 (nel testo modificato dall’Allegato dell’articolo 1 c.1 della Legge di conversione 1995 n206, entrato in vigore l’1 giugno 1995 e tuttora vigente), il Parlamento, dopo aver valutato dieci anni di esperienze (già allora negative) di quel sistema concessionale (voluto e deciso nel 1984 dal Presidente Craxi -e vice Forlani- e dal ministro Nicolazzi -e colleghi DeMichelis e Signorile-) e dopo averne ricevuti giudizi negativi già allora sferzanti della Corte dei Conti, ha dichiarato ‘abrogati i commi terzo e quarto dell’articolo 3 della legge 1984 n798’. Ha cioè abrogato proprio quei commi di legge con i quali, per l’attuazione delle opere statali di riequilibrio e salvaguardia della laguna (opere alle Bocche –barriere mobili comprese-, marginamenti, rinforzi, difese del litorale, interventi di riequilibrio e ripristino, apertura delle valli da pesca, e allontanamento del trasporto di petroli e derivati) era stata autorizzato il ricorso a una ‘concessione … a trattativa privata’ .
Tralasciando qui il non secondario dettaglio che anche nel 1984, ‘a trattativa privata’ non equivaleva a ‘senza gara’ (come invece qualcuno volle intendere, mistificando la legge), ciò che più conta è che dal 1995 non esiste più alcuna norma che consenta atti e disposizioni attuative di concessione a privati, e che, quindi, quella Concessione del 1984 è ormai dal 1995 priva di ogni legittimazione e legittimità. Tanto che quella stessa legge del 1995 non ha chiesto e non ha previsto la necessità di alcun atto di revoca, a quel punto già allora ormai superfluo (in quanto ogni nuovo provvedimento di ulteriore concreto affidamento o finanziamento in concessione sarebbe ormai semplicemente privo di ogni copertura di legge, e quindi illegittimo e annullabile, se non già nullo).
In altre parole, della revoca non c’era e non c’è bisogno, perché quella concessione è, dall’1 giugno 1995, già abrogata e inefficace, avendo perduto il precedente appoggio di legge sulla quale si era basata. Tanto che la stessa legge del 1995 si è preoccupata solo di disporre la norma transitoria di sistemazione di quel (poco) che, con quella concessione, era già arrivato a esecuzione e attuazione tra il 1984 e il 1995: lo stesso Parlamento, con il comma 2 di quello stesso articolo di decreto-legge, ha infatti disposto che ‘restano validi gli atti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base delle disposizioni [abrogate]’.
Disposizione doverosa riguardo agli impegni formali già perfettamente vincolanti assunti verso il privato.
Ma, si badi bene, appunto solo per gli impegni formali già contrattualmente assunti verso il privato e già perfezionati e vincolanti al 31 maggio 1995. Sono fatti salvi, quindi, solo gli impegni già oggetto di regolare atto di convenzione operativa già dotata di copertura finanziaria, ratificata e perfezionata entro il 31 maggio 1995, sulla base delle leggi e dei decreti di finanziamento promulgati ed emessi non oltre il 31 maggio 1995.
Diversamente da come il concessionario, e non pochi ministri e Presidenti del Consiglio (e del Magistrato alle acque, e pure qualche magistrato amministrativo), inconsapevoli o conniventi, hanno voluto credere e leggere (ma forzosamente e senza giustificazione giuridica), tale disposizione transitoria non può valere da illimitata ‘tana liberatutti’; non può valere cioè come recupero della possibilità di affidamento in concessione anche oltre il 31 maggio 1995, di ogni opera e intervento che per qualche appiglio esplicativo, narrativo o logico taluno cerchi di far apparire, a posteriori, come effetto o in connessione con le (poche) opere regolarmente e perfettamente già concesse (con tanto di atti stipulati, impegnativi e vincolanti) prima di quella abrogazione.
In altre parole, il ‘fatti salvi’ e il ‘restano validi’ può essere applicato solo per gli impegni perfezionati e assunti direttamente ed espressamente con le Convenzioni n. 6393, 6479, 6745, 7025, 7138, 7191, 7295, 1568, 1685, 7322 e 7395, sottoscritte tra il 1984 e il 1993, finanziate dalle Leggi 171/1973, 798/1984, 910/1986, 67/1988, 360/1991 e 139/1992, per un importo complessivo massimo di 953,989 milioni di euro (al lordo delle quote riservate, su quegli importi, ai Comuni e alla Regione). E non invece per quanto taluna autorità ha voluto affidare in concessione (senza copertura di legge) con le decine di convenzioni sottoscritte successivamente al 31 maggio 1995 e finanziate tutte da leggi successive al 31 maggio 1995 (ancorchè fosse o sia stato fatto apparire logicamente connesso o materialmente integrato con qualche parte già in precedenza regolarmente concessa e finanziata).
In pratica può esserci legittimazione e regolarità giuridico-amministrativa solo per gli interventi (e i relativi pagamenti) concessi e definiti in modo perfetto e completo fino al 31 maggio 1995, per un valore, tutt’al più, nel complesso, di poco meno di un miliardo di euro (ma da ridurre delle quote di Regione e Comuni). Mentre erano e sono privi di copertura di legge e quindi legittimità tutti gli affidamenti in concessione, tutte le decine di convenzioni (e tutti i relativi pagamenti) sottoscritte dopo l’1 giugno 1995 e appoggiate (ancorchè illegittimamente) su leggi successive a quella data. Sino a oggi per ulteriori oltre 7,7 miliardi di euro (di cui 5,5 circa per il Mose, progetto approvato finanziato e convenzionato dopo il 2002).
E questo, tanto più dopo il persino precedente comma 10 dell’articolo 12 della Legge 537 del 1993 (entrato in vigore l’1 gennaio 1994 e tuttora vigente), che aveva sancito che per tutti gli interventi della Salvaguardia di Venezia e della sua Laguna ‘gli studi, le sperimentazioni, le pianificazioni, le progettazioni di massima, i controlli di qualità dei progetti esecutivi e delle realizzazioni delle opere, i controlli ambientali (anche mediante ispezioni), la raccolta dati e l’informazione al pubblico devono essere svolti in forma unitaria’, e quindi, inevitabilmente, attuati o quanto meno diretti e regolati solo dalla pubblica autorità competente, direttamente e senza più possibilità di affidamento ‘unitario’ in concessione ‘unica’ a privati. Disposizione efficace e cogente da allora, subito, senza bisogno di ulteriori disposizioni o norme delegate (come invece era necessario per il successivo comma 11, che ipotizzava che tali attività e funzioni fossero poi affidate a una nuova società pubblica regionale-statale, per la quale invece espressamente occorrevano ulteriori norme e disposizioni). Tanto che, altrettanto immediatamente, proprio per questo ‘trasferimento’ di cui al comma 10 (‘restituzione’ dal Concessionario all’autorità pubblica concedente e naturalmente competente, di tutte quelle funzioni e attività strategiche, immediatamente cogente, e quindi a prescindere ed anche prima e persino anche senza l’attuazione dell’ipotesi del comma 11), dall’1 gennaio 1994 il comma 12 (tuttora vigente) ha disposto che ‘il corrispettivo per le spese generali previsto dalle concessioni di cui all’articolo 3 della L. 798/1984 è ridotto dal 12 al 6 %’.
Ai giudici qualcuno dovrà finalmente spiegare perché invece, ignorando queste disposizioni, in tutti questi successivi venti anni si è voluto ribadire e proseguire con gli affidamenti in concessione al Consorzio Venezia Nuova, per di più riconoscendogli ‘corrispettivi’ ancora del 12 % invece che del 6 % (per una immotivata regalia a privati, e un sovracosto per il pubblico erario, nel complesso, pari a circa 500 milioni di euro, per la sola differenza tra 12 e 6 %, e pari invece a circa 1000 milioni di euro, considerando l’intero costo dei ‘corrispettivi’ di spese generali di concessione).
Ce n’è che basta per fermare ogni ulteriore atto amministrativo, liquidazione, finanziamento, collaudo delle opere affidate in concessione al Consorzio Venezia Nuova.
Quanto meno fino a che non sarà fatta fino in fondo, nelle ragionerie e nei tribunali, una veritiera ‘resa di conti’
(A meno che qualcuno, anche Presidente o Ministro che sia, a questo punto consapevolmente preavvisato, ugualmente firmando voglia rischiare, in proprio, tutto l’eventuale danno all’erario (e ambientale) che deriverebbe da ulteriori atti che risultassero poi, a un controllo di legittimità finalmente onesto e rigoroso, illegittimi).
Nel frattempo di questa sospensione e ‘resa dei conti’, potremo finalmente verificare, anche rapidamente ma con giudizi veramente esperti e finalmente ‘terzi’, cosa è giusto e cosa è sbagliato (forse non poco), cosa funziona e cosa non funziona (forse molto) del progetto Mose, e come e quanto variarlo e correggerlo in corso d’opera, almeno in quello che ancora (non poco) possiamo correggerlo.
«Nel 2016 Venezia rischia di essere cancellata dai siti «Patrimonio dell’Umanità». «Occorre prendere provvedimenti al più presto per difendere la città lagunare anche dalle altre grandi opere che la minacciano e dalla pressione turistica sempre più forte». La Nuova Venezia, 21 giugno 2014
I gattopardi cambiano qualcosa perché tutto rimanga come prima. Qualche straccio vola, ma rimangono immutati: il dominio degli interessi delle Grandi Imprese su quelli della città, e naturalmente l'errore di fondo e la sorgente degli scandali, il MoSE. Il Sole 24 ore, 19 giugno
«Hanno trasformato questo luogo sacro in un covo di malfattori. Il peggio del peggio. Un dolore grande per chi come me ci ha buttato il sangue». Felice Setaro, napoletano di Torre Annunziata, è stato presidente del Magistrato alle Acque dal 1990 al 1999. L’ultimo prima dell’era Cuccioletta-Piva con tutto quello che adesso emerge dalle carte dell’inchiesta sul Mose. A 85 anni ricorda con lucidità quei momenti. E vive «con grande amarezza» le ultime vicende che hanno visto arrestati i suoi due successori, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva.
Intervento di Tomaso Montanari in conclusione dei lavori del convegno su «Venezia e l'architettura moderna», promosso e organizzato dallo Iuav, e tenutosi all'Ateneo Veneto il 23 maggio 2014.
Confesso di non aver capito bene perché mi trovo qua. Sono molto onorato dall'invito a trarre le conclusioni di questa giornata, ma non sono sicuro di aver compreso le ragioni che hanno spinto il collega e amico Aldo Norsa ad affidare proprio a me – che non sono veneziano, e non sono architetto – questo ruolo in una giornata dedicata a «Venezia e l'architettura moderna», una giornata che ambisce ad indicare una via che permetta di «superare le incomprensioni».
Posso solo supporre che un certo simpatico sadismo del professor Norsa l'abbia spinto ad invitare uno storico dell'arte ormai, suo malgrado, noto per lo sforzo di usare una certa parresia, cioè un certo parlar chiaro, nelle cose che riguardano il nostro patrimonio artistico. E, d'altra parte, un bellissimo saggio di Richard Sennet, da poco anche tradotto in italiano, illumina il nesso tra diritto di parola e diritto allo spazio urbano: e proprio concentrandosi sul Ghetto di Venezia, e sulla sua trasfigurazione shakeaspeariana.
Verrebbe dunque voglia di esercitare subito questa parresia.
Il fatto che il programma della nostra giornata debba ammettere che non si potrà parlare del progetto che rischia di distruggere anche la memoria del Fontego dei Tedeschi perché la proprietà non ha autorizzato un simile dibattito, nega le ragioni stesse della nostra professione di ricercatori. Si tratta di un veto inammissibile: un segno concreto del totalitarismo del mercato che, deformando la città, arriva a deformare anche le regole più elementari della democrazia.
O ancora: sono desolato che una sovrabbondanza di impegni, o una cortesia di educazione, impedisca alla soprintendente Renata Codello di ascoltarmi (dopo che io ho disciplinatamente ascoltato la sua desolante allocuzione), ma vorrei comunque invitarla a ritirare immediatamente la sua querela contro Italia Nostra e contro Gian Antonio Stella, rei di averla duramente criticata per il suo appoggio all'irruzione delle Grandi Navi in Laguna e per le troppe autorizzazioni rilasciate alla speculazione edilizia che sta uccidendo Venezia. Ebbene, io sottoscrivo ogni parola di quelle denunce: non so se la soprintendente vuole farmi tacere, querelando anche me.
In ogni caso, non tirerò le conclusioni della giornata: perché l'hanno fatto ora benissimo gli studenti dello Iuav, che hanno portato una ventata di sano buon senso e di vigile spirito critico in una sala finora davvero troppo chiusa. Certo, verrebbe voglia di sottolineare alcune delle loro osservazioni: come quella che stigmatizzava l'idea di spostare dalla città storica tutti i servizi (dall'ospedale alle università), una scelta che non potrà che accelerare e aggravare lo spopolamento di Venezia. E poi sarebbe giusto chiedersi come è stato possibile infierire in modo così barbaro sullo spazio interno dell'Arsenale. O, ancora, che senso abbia progettare e costruire il cosiddetto M9, il Museo del Novecento di Mestre, senza ben sapere cosa vi verrà conservato. Il rischio concreto è che l'altisonante etichetta di 'museo' copra l'ennesima location per mostre come quelle che mortificano da anni il Nordest del Paese: e già si annuncia la prossima, intitolata a Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh. E non è uno scherzo: è l'apoteosi di Marco Goldin.
Proverò, invece, a prospettarvi una semplice idea: quella di ribaltare il tema di questa giornata, di guardarlo in un altro modo. Invece che chiedersi (magari dolendosi) perché la modernità, attraverso, l'architettura, non sia riuscita a modificare Venezia, vorrei piuttosto chiedermi se Venezia, attraverso la conoscenza della sua architettura, non possa riuscire a modificare la modernità: la nostra idea di modernità.
Il risultato, insomma, non sarebbe un'altra Venezia, ma un'altra modernità. Nel chiedermelo, mi sono rammentato di questa affermazione di Vittorio Gregotti: «Ma io penso che 'Venezia città della nuova modernità' abbia oggi anche un altro significato, perché credo che sia l'architettura moderna ad avere bisogno di Venezia, luogo della storia per eccellenza, da quando sono profondamente mutati, negli ultimi trent'anni, la natura e il significato della nozione di moderno» (1998).
Manfredo Tafuri più di tutti ci ha insegnato la connessione strettissima tra principi, mentalità, azioni dell'amministrazione, politica, idee architettoniche.
E un primo punto sul quale Venezia può insegnare molto, è un nodo cruciale di questa rete: vale a dire il rapporto tra pubblico e privato. La storia di Venezia sul lungo periodo è una storia di progettazione pubblica, collettiva. Perché, più che in qualunque altro posto del mondo, a Venezia non c'è confine tra architettura e urbanistica. Il fatto che la forma della città sia stata fissata, nella sua massima espansione possibile, in una data straordinariamente alta conferisce ad ogni innovazione di una singola architettura quella che vorrei chiamare una responsabilità urbanistica intrinseca.
A Venezia, in altre parole, non c'è sfasatura tra forma e funzione, tra natura e politica. E questa è una prima lezione per la modernità: la responsabilità della progettazione architettonica, la sua obbligatoria coincidenza con una visione urbanistica.
Questo è ancora più vero, se possibile, a proposito di un altro punto fatale per l'architettura moderna: il rapporto tra la città e il suo territorio. Un territorio che a Venezia si chiama Laguna. La Laguna ha vissuto perché lo ha voluto la Repubblica, che ha saputo tenere in equilibrio acqua e terra, forza dei fiumi e forza del mare. Piero Bevilacqua ha scritto che «la storia di Venezia è la storia di un successo nel governo dell'ambiente, che ha le sue fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo severo e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque e della città». Ecco, questa storia è un progetto perfetto per un'altra modernità. Quella che oggi ci manca.
Naturalmente, si tratta una storia controversa e non mancarono le discussioni: celeberrima quella cinquecentesca tra Alvise Cornaro, che avrebbe voluto bonificare la Laguna, e Cristoforo Sabbadino, che ne difese vittoriosamente la continua manutenzione. Una lezione per la conservazione di tutto il nostro patrimonio: la lezione che Giovanni Urbani ha inutilmente provato a portare nel cuore del Novecento.
Come ci ha lucidamente mostrato Edoardo Salzano, questa storia gloriosa si è interrotta con l'avvento dell'Italia unita, ed è definitivamente collassata negli ultimi quarant'anni di malgoverno veneziano. Per fare entrare le Grandi Navi (turistiche, industriali e commerciali) si sono dragati e approfonditi i canali d'accesso in Laguna, e contemporaneamente se ne è abbandonata la secolare manutenzione. Il risultato è stato un abnorme aumento dell'acqua alta, culminato nella vera e propria alluvione del 1966. Fu proprio quell'enorme choc che mise Venezia di fronte all'alternativa: o riprendere il governo della Laguna e mantenere l'equilibrio, o essere mangiata dall'Adriatico.
Sarebbe difficile spiegare un simile suicidio se non vedessimo che Venezia si distrugge ogni giorno in mille altri modi, prostituendosi, fino alla morte, ad un turismo cannibale.
Privatizzazione del destino della città ed economia della prostituzione: anche nella sua agonia Venezia addita alla nostra modernità le strade da non percorrere.
Ora, qui è il caso di chiedersi: ma in tutto questo l'architettura – gli architetti – da che parte sta? Dalla parte di quale modernità? Dalla parte dell'interesse pubblico, del governo pubblico dell'ambiente, di una visione condivisa di città, di una manutenzione dell'organismo urbano storico, oppure invece dalla parte dell'interesse privato, del governo privatizzato della res publica, dei rimedi meccanici ai danni antropici, del disequilibrio forzato?
Stanno dalla parte di Alvise Cornaro, o dalla parte di Cristoforo Sabbadino? Chi è più moderno? Dove sta la modernità? Tutte queste domande si possono riassumere in una sola domanda: quale sviluppo, quale modernità, noi vogliamo?
In pratica: siamo orientati verso l'aumento dei volumi, o no? Vogliamo continuare a mangiare e privatizzare lo spazio pubblico, o no? Vogliamo cavalcare lungo la rotta attuale, o invertirla? E, ancora più in dettaglio: vogliamo una città-location-per-eventi, o una città viva? Una disneyland per turisti o una città dei residenti? Vogliamo spettatori o vogliamo cittadini? Vogliamo collaborare alla dittatura del mercato, o vogliamo restaurare la democrazia.
Rispondiamo a queste domande e sapremo che tipo di architettura vogliamo fare. Paola Somma, in un aureo libretto sulla Biennale di architettura (significativamente intitolato: Mercanti in fiera), ha scritto: «Ovviamente, la Biennale non è la sola responsabile dello stravolgimento economico e sociale che ha trasformato Venezia prima in vetrina e poi in merce essa stessa. Ma ha attivamente cooperato con i governi e le istituzioni locali e nazionali e con i gruppi finanziari interessati a riconvertire le cosiddette città d’arte in fabbriche di eventi e in condensatori di rendita immobiliare e fondiaria». Le Biennali sono state vetrine di un'architettura vuotamente citazionista, simbolista, fondata su un superficiale e soggettivo gioco di analogie formali. Un'architettura spesso legata a doppio filo ad una selvaggia speculazione finanziaria. Le Biennali sono arrivate fino a legittimare un'aberrazione artistica, sociale e ambientale come la Torre di Cardin. Sono state il palcoscenico di un'architettura programmaticamente irresponsabile: e come tale, profondamente anti moderna. O almeno diametralmente opposta alla modernità suggerita dalla storia costruttiva di Venezia.
Che può essere riassunta in una sola parola: responsabilità. Che è anche la parola chiave di una modernità che voglia avere un futuro.
Salvatore Settis ha recentemente proposto agli architetti di adottare un giuramento che orienti la loro professione appunto nel senso della responsabilità: un giuramento sul modello di quello ippocratico. Un giuramento vitruviano. Ecco, se un simile giuramento di massa dovesse mai celebrarsi davvero – come speriamo – esso non potrebbe avvenire che in un unico luogo al mondo: a Venezia.
Con le dimissioni del sindaco la crisi istituzionale veneziana raggiunge il suo acme e insieme si chiude. Resta del tutto aperta la crisi politica, etica e civile. La magistratura, invocata da anni, ha finalmente disvelato anche agli occhi di chi non aveva mai voluto vederlo un mostruoso sistema di potere, di connivenze e complicità, di corruzione, realizzato con la marea di denaro conferita dallo Stato al Consorzio Venezia Nuova. A leggere i verbali degli interrogatori, le memorie, le intercettazioni, la montagna di documenti e testimonianze che fondano l’indagine sul “sistema Mose” (che sarebbe meglio chiamare sistema “Consorzio Venezia Nuova”, anche se l’uno senza l’altro non sarebbero mai potuti esistere), si scorre una sorta di “romanzo criminale” dei nostri tempi, i cui protagonisti non sono borgatori o malavitosi del Brenta bensì più o meno forbiti professionisti, imprenditori, tecnici, finanzieri, politici. Criminalità organizzata, comunque: d’alto bordo, manipolatoria e seduttiva oltre che corruttrice e, alla bisogna, intimidatrice. Annidata nei luoghi del potere, della cultura, del culto, della ricerca, non meno che nelle segreterie politiche e nei vertici e quadri di associazioni di categoria, negli ordini professionali, nei “corpi intermedi”, insomma nella cosiddetta società civile, spregiudicata e disinibita come poche altre in Italia, questo speciale tipo di “criminalità organizzata” non ha mancato di ricorrere allo strumento dell’egemonia promuovendo riccamente in tutto il mondo il progetto Mose.
«Ripercorrere le vicende del passato non è un esercizio memorialistico ma un tentativo di andare alla radice delle cause che hanno determinato i problemi di oggi», La testimonianza di un sindacalista del lavoro e dell'ambiente
"Chissà se gli inquirenti saranno così bravi da individuare a chi siano finiti i fondi neri creati con i soldi dei contribuenti? Ora l'interrogativo che mi ponevo l'anno scorso in un articolo apparso su Rassegna sindacale è stato sciolto: la Magistratura inquirente si è dimostrata all'altezza del compito. Saprà la politica fare altrettanto?
La corruzione e il criminoso legame tra politica e affari sono condannati da tutti, e giustamente. Ma pochi hanno imparato che il MoSE è un progetto che non salva Venezia ma la distrugge. Che lo scavo di altri canali in laguna per il passaggio delle grandi navi avrebbe un impatto ambientale devastante. Adesso comprendiamo meglio perché chi comanda vuole mettere la museruola a chi protesta contro le grandi opere inutili e dannose, e pretende di superare con le deroghe le procedure di garanzia. Servono più controlli o lo “Sblocca Italia” per “diminuire le autorizzazioni e limitare i ricorsi al TAR” ?
La guerra alla burocrazia non c’entra nulla. Da un lato le lobby che vogliono continuare a far festa saccheggiando il territorio. Dall’altra tanti comitati, associazioni e gruppi di cittadinanza attiva che tentano di difendere il territorio come bene comune. Come ci ricorda Luigi D’Alpaos, massimo esperto di idraulica:
«Da una parte ci sono gli importatori degli interessi forti, come Porto e Consorzio Venezia Nuova, che tutto hanno fatto tranne che tutelare il benessere della laguna, pensando invece che sia loro e di poterne fare ciò che vogliono. Dall’altra parte ci sono quelli che sostengono che la laguna sia un bene comune indispensabile da proteggere e da salvare. Poi c’è una politica becera che favorisce il gigantismo navale che sembra non porre più limiti alle dimensioni».
E, aggiungo io, pochi e coraggiosi politici, amministratori e non pochi servitori dello stato che si battono controcorrente. E’ giusto ricordarlo in un epoca in cui tutti i gatti sembrano essere bigi.
Di seguito l'articolo che scrissi lo scorso luglio dopo gli arresti di Mazzacurati e Baita che, purtroppo, conserva tutta la sua attualità. Ripercorrere le vicende del passato non è un esercizio memorialistico ma un tentativo di andare alla radice delle cause che hanno determinato i problemi di oggi.
Luglio 2013
Rassegna sindacale.
di Oscar Mancini.
Gare d’appalto truccate. Fatture gonfiate. Consulenze fasulle. E arresti eccellenti. Ma l'inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la realizzazione del MoSe, non è ancora conclusa. E rischia di arrivare a Roma. Lo scandalo è di grandi proporzioni. Sette arrestati fra cui l’ex presidente del monopolista Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati e preceduta dalla detenzione in carcere di Piergiorgio Baita, Presidente della società capofila Mantovani.
Chissà se gli inquirenti saranno così bravi da individuare a chi - e perché - siano finiti i “fondi neri” creati in Austria con i soldi dei contribuenti? Nel frattempo emergono i beneficiari dei cospicui finanziamenti, sembra in chiaro, di fondazioni nazionali, associazioni, nonché delle campagne elettorali di esponenti eccellenti della maggioranza e dell’opposizione. Quanto costa il monopolio per la realizzazione del gigantesco sistema delle paratie mobili contestato da molti veneziani, ma che nelle intenzioni di chi l’ha voluto dovrebbe salvare la città dall’acqua alta? Secondo i piani ufficiali l’imponente struttura, la cui prima pietra fu posta la bellezza di 25 anni fa, doveva essere finalmente pronta nel 2014, slittati al 2016.
L’opera, contestata dalla associazioni ambientaliste e dalla CGIL fin dagli anni ottanta, finisce nel mirino della Corte dei Conti in anni recenti : a proposito degli appalti, dei costi lievitati, delle consulenze e dei collaudi, denuncia che essi sono affidati «con scarsa trasparenza e un rapporto sbilanciato a favore del concessionario». Il costo della grande opera, scrivevano i giudici contabili, è passato da 2700 milioni di euro a 4271, adesso il «prezzo chiuso» è stato aggiornato a 4 miliardi e 700 milioni. Dei costi originari circa la metà (1200 milioni su 2700) se ne vanno in «oneri tecnici e per il concessionario, somme a disposizione e Iva».
«Ingenti appaiono gli oneri di concessione», scrivono ancora i giudici nella loro ordinanza. E aggiungono: «Alcune di tali risorse si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell’apparato amministrativo pubblico». Nel mirino dei giudici contabili finiscono i costi, che lievitano anche a causa della procedura della concessione unica, abolita dalle leggi europee e nazionali ma rimasta in essere per il Mose. «Sotto il profilo dell’economicità dell’agire amministrativo», scrivono nell’ordinanza, «suscita perplessità che la determinazione delle voci di costo e dell’elenco prezzi sia stata rimessa al concessionario».
Perché una denuncia così forte è stata largamente ignorata dai grandi media, dai partiti e dalle istituzioni? In che modo il Consorzio ha potuto esercitare la sua egemonia negli ultimi trent’anni? Testimoni di quella ormai lontana, ma così attuale, stagione politica, siamo rimasti in pochi. E, con il trascorrere del tempo è facile perdere la memoria. Per fortuna le carte scritte rimangono, ma le ricerche richiedono tempo e fatica.
Come ha scritto anche Massimo Cacciari la procedura degli interventi in laguna era viziata all'origine con la nascita nel 1984 di quel mostro giuridico che è il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico, imposto – aggiungo io - da Gianni De Michelis in accordo con Bernini e confermato da tutti i governi successivi. Molti si sono fatti affascinare dalla grande opera ingegneristica. Altri, come lo stesso sindaco Cacciari, pur essendo contrari, hanno pensato di poterla bloccare attraverso la tattica del rovesciamento delle priorità, pure saggiamente previste dalla legge: prima il ripristino morfologico della laguna poi altri cinque punti prioritari e solo alla fine “anche” gli interventi alle bocche di porto.
Nel frattempo sono state elaborate alternative mai prese in considerazione nonostante l’autorevolezza dei proponenti. La storia ha dimostrato che la forza del Consorzio era così pervasiva che si è preferito partire da quell’”anche” invertendo così quanto prescritto dalla legge e dalla logica. Deleterio fu in questo senso il ruolo del Sindaco Costa succeduto a Cacciari su sua indicazione ma anche di tutti i governi. Purtroppo, nessuno escluso.
La CGIL di Venezia fu tra i pochi soggetti sociali a sollevare problemi. Fin dal convegno del’84 quando, scontrandoci con il Ministro De Michelis, contestammo l’idea “dell’inserimento di tre rubinetti alle bocche di porto” per affermare “la necessità di una visione unitaria e sistemica degli interventi” sulla base del principio della “flessibilità, gradualità, sperimentabilità”. Negli anni 80, in qualità di segretario generale aggiunto, intervenni ripetutamente controcorrente sulla stampa e in incontri istituzionali subendo gli strali del “partito del fare” contrapposto alla “laguna di chiacchere”, alla quale fummo immediatamente arruolati.
Tra gli appuntamenti più significativi ricordo:
Nel ventennale dell'alluvione,(1986) quando il presidente del consiglio Craxi pronunciò un discorso inedito, rimasto però senza alcuna conseguenza, intervenni criticamente a nome della CGIL di fronte al consiglio comunale e poi a alla Fondazione Giorgio Cini, in presenza del governo; 2. Il lungo colloquio che avemmo nel settembre dell’87 con il Presidente del Consiglio Giovanni Goria. In quell’occasione presentai, a nome di CGIL CISL UIL, un documento che esprimeva la netta contrarietà alla terza convenzione tra lo stato e il Consorzio Venezia Nuova e chiedeva nel contempo il rafforzamento del Magistrato alle acque (che già allora appariva ancella del Consorzio) il rispetto delle priorità in ordine al disinquinamento della laguna e il ripristino morfologico della stessa, gli interventi per il restauro della città e il suo ripopolamento.
Questo incontro fu preceduto da una Conferenza stampa che suscitò l'ira scomposta di Maurizio Sacconi, allora braccio destro di De Michelis. Se si volessero ricostruire le responsabilità politiche sarebbe utile sfogliare i giornali dell'epoca perché i gatti non sono tutti bigi! Non solo la CGIL, ma anche PRI e PCI e la minoranza del PSI, fino alla giunta Casellati, condussero significative battaglie.
Gli arresti eccellenti di queste settimane, hanno riportato alla mia memoria alcune pubbliche denunce che formulai, a nome della CGIL, nel corso degli anni contro il meccanismo delle concessioni uniche e, successivamente, contro il perverso meccanismo del projet financing all'italiana (ospedale di Mestre, ospedale di Schio Thiene e delle autostrade). In un saggio pubblicato sul N°47, 1994 della Rivista "Oltre il Ponte" scrivevo :
" L'irresistibile tentazione delle Giunte Bernini prima e Cremonese poi di far ricorso ad un ennesimo consorzio privato, attraverso il meccanismo della concessione, con tutto quello che ne è conseguito sul terreno della lottizzazione e della questione morale, ha fatto si che il giro di boa non avvenisse ed anni preziosi fossero sprecati. La CGIL Regionale denunciò pubblicamente il perverso meccanismo che la Giunta stava approntando con la concessione unica al Consorzio Venezia Nuova e al progettato Consorzio Disinquinamento, di tutti gli interventi afferenti al bacino scolante".
Con una nota a piè di pagina raccontavo un episodio di cui fui testimone. Dopo ripetute denunce sulla stampa locale (in particolare ricordo un'intervista rilasciata a Renzo Mazzaro apparsa sulla Nuova, Mattino e Tribuna) il Presidente della Regione Cremonese convocò a Palazzo Balbi CGIL CISL UIL. In quella occasione si lamentò dei mei attacchi ed ebbe la spudoratezza di chiedermi se la CGIL avesse avuto delle imprese da segnalargli!!! Come se la nostra avversione al meccanismo della concessione fosse motivata dal non aver partecipato alla lottizzazione del costituendo consorzio!!! Poi arrivò tangentopoli, seguirono le condanne ma, evidentemente gli italiani hanno la memoria corta e la storia si ripete.
Penso che il nostro compito oggi sia quello di sviluppare una forte iniziativa verso il governo affinché sia revocata la concessione “unica” al Consorzio Venezia Nuova per mettere finalmente mano a un progetto generale unitario sulla laguna, interdisciplinare, aperto a diverse evoluzioni e progressivo. Forse siamo ancora in tempo per fermare almeno in parte un progetto devastante anche alla luce del decreto che inibisce il passaggio delle grandi navi nel bacino di San Marco che rende possibile l’innalzamento dei fondali alla bocca di Lido.
Nel lontano 1973 lo storico americano F.C. Lane nel dare alle stampe la sua magistrale Storia di Venezia aggiungeva un’ultima notazione riferita alla prima legge speciale appena approvata, che suona come ammonimento: “L’efficacia della sua applicazione s’incaricherà di dimostrare se la Repubblica italiana è in grado di preservare la città creata dalla Repubblica di Venezia”.
Oggi, a quarant’anni di distanza, l’attuale governo autorizza al massimo pessimismo. Tengono accesa la speranza la nuova consapevolezza che cresce nella società italiana. Venezia è un bene comune dell’umanità e non può essere preda del partito degli affari
Sullo scandalo esploso a partire dai rapporti tra affari e politica a Venezia tre articoli di Edoardo Salzano ("la grande emergenza"), Ernesto Milanesi ("La Laguna del malaffare"), E.M. e Sebastiano Canetti ("La criccaGalan"). Il manifesto, 11 giugno 2014
Il cataclisma giudiziario che ha squassato Venezia e il Veneto non era inaspettato per chi aveva criticato il sistema Mose e il Consorzio Venezia Nuova fin dal loro nascere. Ciò che da allora si criticava era, da un lato, la scelta del sistema Mose, per la sua incompatibilità con la natura stessa della Laguna di Venezia e con il suo delicatissimo equilibrio ecologico, dall’altro la scelta della concessione a un unico soggetto privato, il Consorzio Venezia Nuova, del compito di studiare, sperimentare ed eseguire l’insieme degli interventi previsti.
Nessuno immaginava l’enormità della corruzione che l’attuazione di quel progetto e l’istituzione di quel soggetto avrebbero provocato. Per comprendere lo stato delle cose, cioè la dimensione del danno subito e i rischi che si profilano, occorre distinguere i tre aspetti fondamentali della situazione svelata dall’indagine della procura veneziana.
Corruzione
Il primo aspetto è quello della corruzione. I risultati dell’indagine sono davvero strabilianti. Le somme di denaro distratte illegittimamente per essere impiegate nelle varie forme, legittime e illegittime, è stupefacente. La pervasività della corruzione è un segnale preoccupante sull’ampiezza sociale del morbo: sembra che in Italia corrompere o essere corrotti sia la regola, e l’essere onesti l’eccezione. Da decenni per molti adempiere a un dovere d’ufficio non è un obbligo ma un piacere, che deve essere ricambiato. Nell’ultimo trentennio quel «vizietto» originario è cresciuto in modo abnorme, quasi come effetto collaterale della crescita della società opulenta e del disfacimento delle ideologie (cioè della capacità di credere in un progetto di società da costruire con gli altri). L’indagine giudiziaria Mani pulite svelò l’inferno in cui l’Italia era precipitata e condusse alla crisi di quella politica che aveva promosso e alimentato Tangentopoli.
Ma non riuscì a manifestarsi, contro la vecchia cattiva politica, una nuova buona politica. Poche novità positive furono introdotte per riparare i danni. Fra le poche, la buona legge Merloni per gli appalti delle opere pubbliche fu subito annacquata e, poco a poco, interamente rimossa. Il primo impegno che dunque si pone è, a livello nazionale, quello di restaurarla. Ma quale legislatore ha la forza, la competenza e la volontà di farlo? E quale istituzione a livello subnazionale compirà il primo passo necessario, quello di esautorare dal loro potere istituzionale quelli che sono fortemente indiziati di “complicità col nemico”, a partire dal sindaco di Venezia?
Grandi opere
Il secondo aspetto è quello delle Grandi opere. Molti dicono oggi: le grandi opere sono necessarie, non si può rinunciare a farle; non è la grandezza dell’opera che la rende necessariamente fonte di corruzioni. Quindi, avanti con le grandi opere limitandoci a colpire solo quelli che Benito Craxi chiamava «marioli». È un atteggiamento che si sta rivelando prepotentemente anche adesso.
Bisogna uscire dalle affermazioni generiche ed esaminare i casi concreti. Se si farà così si scoprirà subito che c’è un nesso profondo tra corruzione e grandi opere. Più grande e costosa è un’opera, più è complessa, più è necessario l’asservimento del decisore formale (il partito, l’istituzione) agli interessi dell’«impresa»: è necessario ungere rotas, distribuire tangenti reali (moneta) o virtuali (assunzione di amici e parenti, viaggi e altri sollazzi). Più l’opera cresce, più risorse ci sono per ungere le ruote. I due interessi del donato e del donatore s’incontrano: più l’opera è grande più ciccia c’è per i gatti.
Lo strumento che più spesso viene adoperato per rendere Grandi le opere è l’emergenza. Già lo si vide ai tempi di Tangentopoli. L’alibi sistematico è la rigidità del sistema delle garanzie, la conseguente lungaggine delle procedure, la sovrabbondanza di controlli. Invece di metter mano a una seria riforma delle procedure, e dei conseguenti apparati tecnici e amministrativi che devono gestirle, si inventano le droghe per scavalcare i controlli. Anziché riformare lo Stato, che si è proceduto astutamente a imbastardire, se ne pratica lo smantellamento: «via lacci e laccioli», «meno Stato e più mercato», «privato è bello». Slogan che sono stati vincenti anche a sinistra. In questa logica l’effettiva utilità dell’opera non conta nulla, né contano i suoi «danni collaterali», e neppure la sua priorità. L’unica utilità è la dimensione dell’opera e la sua possibilità di giustificare l’impiego di procedure eccezionali, dotate di due requisiti: l’opacità e la discrezionalità.
Una moratoria di tutte le Grandi opere in corso di esecuzione o decisione e un attento esame, sono le decisioni che in un paese civile dovrebbero esser prese. Ma l’Italia è un paese serio? Da decenni le cassandre dicono di no; e Cassandra, come è noto, ci azzeccava sempre.
L’oligarchia
Il terzo aspetto rilevante sul quale lo scandalo veneziano offre utili elementi di analisi e valutazione, che sarebbe necessario approfondire per tentar di correggere le storture che ha reso evidenti, è il sistema di potere che ha svelato. L’indagine non è ancora conclusa e si spera che vada fino in fondo. Ma già da quanto ha svelato appare chiaro che le decisioni sugli interventi che trasformano il territorio non erano assunte dai poteri istituzionali, che avrebbero dovuto esprimere l’interesse generale, ma da un gruppo di aziende private: aziende che, avendo abbandonato ogni spirito «imprenditoriale», avevano sostituito al «libero mercato» una spietata oligarchia.
L’indagine aperta dai magistrati veneziani illumina però una parte soltanto del gruppo di potere politico-economico che domina lo scenario veneto. E sarebbe difficile comprendere l’egemonia che il Consorzio Venezia Nuova ha conquistato nell’opinione pubblica veneziana e veneta, nazionale e internazionale senza indagare nella trama dei rapporti tra il mondo delle attività immobiliari, quello delle banche e relative fondazioni, quello dei mass media e quello della cultura e dell’università. Per costruire una mappa precisa del potere a Venezia e nel Veneto non sarebbe però giusto affidarsi solo al lavoro della magistratura, la cui responsabilità si arresta al limite tracciato dalle azioni contrarie alla legge. Non sono solo le truffe e la corruzione diretta le uniche armi di cui dispongono i poteri economici per conquistare il consenso.
Per avviare il risanamento occorrono scelte coraggiose. La prima è quella di mettere ai margini dei processi decisionali gli attori che hanno dato luogo al nuovo perverso sistema di potere. La responsabilità della politica e quella delle persone e delle istituzioni che hanno partecipato a quel sistema di potere sono gravissime. Non colpirle severamente con atti politici contribuirebbe ad accrescere il baratro che già separa i cittadini dalla democrazia
Ernesto Milanesi
La carta dei verbali controfirmati da Mazzacurati, Baita e Claudia Minutillo restituisce il mare di guano. Con schizzi (salvo querele o sviluppi) per tutti. Il padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova ha ricostruito il «sistema Mose». Apparentemente l’ex presidente della Mantovani Spa si è levato tutti i pesi dalla coscienza sporca. E l’ex segretaria di Galan ha rivelato cosa c’era dietro la facciata di società come Bmc a San Marino con William Colombelli.
Così in laguna spurgano nomi eccellenti e racconti indicibili. Il “doge” berlusconiano aspetta il verdetto della Camera: oggi alle 13 è convocata la giunta per le autorizzazioni sulla richiesta d’arresto per Galan, presidente della commissione Cultura, trasmessa a Montecitorio il 3 giugno. E per Altero Matteoli ci sarà quello del Tribunale dei ministri: la Procura della Repubblica ha già spedito i fascicoli. Però la lista si infarcisce. Baita allunga l’indice su Gianni Letta («assicurazione sulla vita di Mazzacurati») che respinge le accuse al mittente e prepara le carte bollate. Ma le deposizioni sono piene di politici: Milanese (cioè l’allora braccio destro di Tremonti), l’ex ministro Lunardi, l’avvocato Ghedini. Gli sfidanti delle ultime Comunali, Orsoni (preferito dal Consorzio) e Brunetta. Un contributo, per altro registrato, al leghista Tosi. Fino al sostegno alla Fondazione del patriarca ciellino Scola. O alla rete delle coop e al ruolo di Brentan sul fronte…sinistro.
Ci sono anche intercettazioni comiche, con l’inversione delle parti. Come quando Minutillo ordina all’assessore Chisso di «alzare il culo» dal ristorante e tornare al lavoro. Sarebbe la stessa che, secondo Baita, si fa fare la casa dall’impresa Carron che poi batte cassa e vuole entrare nel giro degli appalti che contano.
Di certo, faldoni destinati a rimpinguarsi. E i magistrati stanno anche «rileggendo» gli atti di vecchie indagini, soprattutto collegate alle Grandi Opere viarie e ai project della sanità veneta. Senza dimenticare la matassa che si dipana dentro e fuori gli studi dei commercialisti padovani arrestati: Francesco Giordano, fiduciario di Mazzacurati, e Paolo Venuti per i coniugi Galan.
Intanto ieri mattina nuova perquisizione in un cantiere e negli uffici della Mantovani Spa (ora presieduta dall’ex questore Carmine Damiano, alle prese con Expo 2015). Oggetto di verifiche da parte della Direzione nazionale antimafia il nuovo terminal dell’«autostrada del mare» a Fusina. Con replica a Meolo in un cantiere della A4 affidato ad un’altra impresa.
Poi c’è la denuncia di Gianfranco Bettin, assessore all’ambiente: «Apprendiamo dalle carte e dagli sviluppi dell’inchiesta che da parte di politici, ministri e funzionari in particolare dei ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture si sarebbe lucrato sulle bonifiche di Porto Marghera. Se così è stato hanno lucrato, come vampiri, su una immensa tragedia sociale e umana, su un enorme disastro ambientale. Si capiscono anche, così, la violenza degli attacchi dei reggitori di questo “sistema” contro chi si è sempre opposto , le querele infinite e milionarie, le intimidazioni, le accuse di voler smantellare Marghera quando invece erano proprio loro a impedirne il risanamento e quindi la rigenerazione».
A Ca’ Farsetti, dopo la rissa nell’ultima seduta di consiglio, sembra profilarsi la soluzione «democratica» alla crisi politica. Niente dimissioni della giunta per poter approvare il bilancio e evitare il commissario prefettizio alla vigilia delle Comunali 2015. La Procura, comunque, ha negato l’incontro fra l’ex sindaco Orsoni (agli arresti domiciliari) e il vice «reggente» Sandro Simionato. Forse già lunedì all’ordine del giorno il documento che sollecita un’inchiesta parlamentare e lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova: è stato firmato da Beppe Caccia e Camilla Seibezzi (lista “In comune”), Sebastiano Bonzio (Rifondazione), Claudio Borghello, Carlo Pagan, Gabriele Scaramuzza e Jacopo Molina (Pd), Simone Venturini (Udc), Luigi Giordani (Ps), Giacomo Guzzo e Andrea Renesto (Federalisti e riformisti).
L’isola di Poveglia resta pubblica
La buona notizia, almeno, arriva dal Demanio. L’isola di Poveglia resta ancora di proprietà pubblica. Si erano mobilitati centinaia di cittadini per l’asta, raccogliendo 300 mila euro. Ma Luigi Brugnaro (titolare di Umana, presidente della Reyer Basket ed ex di Confindustria) l’aveva vinta con un’offerta di 513 mila. Respinta con lettera ufficiale, perché ritenuta «non congrua» al valore dell’isola lagunare.
FOTOGRAFIA DELLA CRICCA GALAN
Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi
È una domenica d’estate del 2010. In riva al mare di Croazia si celebra l’ottava edizione del «Premio Brioni»: riunisce il giro di imprenditori che ruota intorno all’assicuratore Gianni Pesce, titolare della Pesce and partners Insurance srl.
Sono sbarcati per lo più dagli yacht con il tricolore «marinaro», la bandiera della Santa Sede e il vessillo del meeting. Sono stati ospitati al Bi Village di Fazana e sono reduci da una cena a buffet allargata ad altri vip: dal direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Padova Adriano Cestrone al notaio Nicola Cassano accompagnato da Monica Manto (avvocato, con un curriculum di dirigente in società partecipate come Conzorzio Zip, Attiva Spa e Cvs), dalla famiglia indiana specialista in gioielli ai Luxardo storici produttori di maraschino, fino a Fabio Franceschi di Grafiche Venete che stampa best seller e frequenta i vertici di Confindustria.Un appuntamento informale, fra amici con le famiglie al seguito. Un week end che si ripete puntuale, con tanto di souvenir a beneficio dei protagonisti. Tutto alla luce del sole, niente da nascondere e con l’orgoglio di gruppo consolidato.
Ovviamente, la trasferta di Brioni 2010 non rientra nei faldoni dell’attuale inchiesta della Procura di Venezia che il 4 giugno ha chiesto al Parlamento l’arresto dell’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan per lo scandalo del Mose. Tuttavia, proprio perché coglie in relax all’estero il cerchio ristretto dei fedelissimi, restituisce al naturale un frame del «modello veneto».
La cerimonia è affidata alla presentatrice ufficiale, ma la vera anima della serata si rivela monsignor Liberio Andreatta, attuale vice presidente dell’Opera Romana Pellegrinaggi che nel dicembre scorso ha organizzato — con la benedizione di Papa Fracesco — una missione anche archeologica in Iraq. Al ministro delle Politiche agricole Galan (che ha appena dovuto cedere la presidenza della Regione al leghista Luca Zaia) spetta l’inedito ruolo di… valletto. In polo azzurrina griffata e pantaloni blu mare, non si sottrae; anzi, si preoccupa che i nomi degli sponsor siano ben visibili…
Il Premio Brioni possiede una filosofia precisa: «Sorveglia le tue amicizie perché vivano fino a sera. Dona l’amicizia alle anime che intuisci vicine alla tua. E se l’amico zoppica, giudicalo sempre quand’è seduto» ammonisce la prolusione. Si comincia con lo speciale riconoscimento a Fabio Biasuzzi: la riproduzione degli affreschi di Raffaello nella Stanza della segnatura dei Musei Vaticani. L’inguaribile milanista Biasuzzi è l’erede dei cavatori di ghiaia del dopoguerra, alla testa del gruppo di Ponzano Veneto (Treviso) e fresco presidente dell’Atecap che associa l’industria italiana del calcestruzzo preconfezionato.
Per gli altri premiati la custodia di pelle riserva il mosaico del I secolo di un… pesce del museo nazionale di Napoli. Il «valletto» Galan con monsignor Andreatta lo assegnano insieme alla magnum delle cantine Provenza a tre simboli tipici dell’imprenditorialità veneta. Paolo Gazzola della Padana Ortofloricoltura di Paese (Treviso) tradisce l’imbarazzo nel sintetico ringraziamento. In bermuda e maglietta viola si presenta Tiziano Gottardo: a Piazzola sul Brenta (Padova) gestisce la distribuzione di prodotti per la casa e l’igiene, ma recita già un ruolo da protagonista nel comparto della logistica che verrà «attenzionato» dalla Guardia di finanza. Infine, Michele Tosetto che si occupa di allestimenti (mostre, fiere, congressi) di esposizioni e trasporti di opere d’arte con la sua società all’interno del Vega di Marghera. Made in Italy in versione Nord Est, come evidenzia monsignore con un pacchiano errore di pronuncia: «Io l’inglese lo odio e lo leggo così com’è scritto, per dispetto agli inglesi…». In compenso, Andreatta non perde il piglio del conduttore e ricorda a tutti che la Biblioteca Vaticana, chiusa da tre anni per restauri, verrà riaperta con la grande mostra degli incunaboli nel braccio Carlo Magno di San Pietro per esplicita volontà di Benedetto XVI. «E l’allestimento è curato da Tosetto!!!».
Ma a Brioni c’è anche un premio «piccolino». Una moneta storica in oro zecchino che Gianni Pesce dona all’amico Giancarlo che finalmente parla al microfono: «In questi mesi si vede chi è opportunista o chi si comporta in modo schifoso. Ma non ho mai dubitato dell’amicizia vera di molto pochi fra cui Gianni. E anche se su di me si fosse abbattuto lo spettro della disoccupazione, ero certo che comunque sarei stato qui con lui e con voi…».
Ecco: proprio sul servizio pubblico della salute in project financing e sulla «concertazione» di ristorazione, pulizie, manutenzioni si dovrebbero riaccendere presto i riflettori. In particolare, spicca il Centro di terapia protonica per la cura dei tumori immaginato a Mestre dal dg dell’Usl 12 Antonio Padoan. Operazione bocciata fragorosamente dall’Unità Ricerca e Innovazione dell’Agenzia regionale sanità con una puntuale, dettagliata e documentata relazione firmata da Costantino Gallo. Giace dal 1 febbraio 2011 sulle scrivanie di Leonardo Padrin, presidente galaniano della commissione Sanità della Regione, e di Domenico Mantoan, massimo dirigente della sanità veneta. Non solo la terapia protonica è ancora sprovvista di evidenze scientifiche per preferirla a quella «convenzionale», ma soprattutto «non è possibile confermare l’ipotesi di 1.900 pazienti annui, estensibili a 4.000, su cui vengono basati tutti i calcoli di convenienza dell’operazione». Nemmeno con la vaga promessa del governo dell’Ungheria di «dirottare» in Veneto i pazienti oncologici che si curano in Germania… E poi Costantino Gallo mette nero su bianco calcoli da brivido: «A fronte di un investimento dei privati di 159.575.000 euro l’Usl 12 verserà nei 19 anni della convenzione 615.571.000 euro più Iva per un totale di 738.685.200 a cui va aggiunto il costo del personale di 34.500.000 euro». Un affare, ma a senso unico.
Eppure, lo stesso «schema» è stato replicato a Trento dall’allora presidente della Provincia Lorenzo Dellai affiancato dall’assessore alla salute Ugo Rossi e dal direttore dell’Agenzia provinciale per la protonterapia Renzo Leonardi. Mega-cantiere nell’area ex Caserme Bresciani (la stessa del progetto di nuovo ospedale) con appalto tecnologico affidato alla belga Iba ed un pool di banche a garantire i 40 milioni di finanziamenti al project delle imprese italiane. I primi test di collaudo della «camera rotante» sono stati completati il 29 luglio scorso: il dossier trentino è stato trasmesso al ministro Beatrice Lorenzin. Si tratta di un’operazione che prevede una spesa complessiva di oltre 92 milioni di euro. L’edificazione edile della nuova struttura di Trento era stata affidata alla Mantovani Spa con in calce al contratto di “partenariato” datato 2009 la firma di Piergiorgio Baita. Oggi grande accusatore dei cannibali della laguna…
Utile ripresentare un testo scritto per eddyburg da uno dei più preziosi collaboratori, anni fa. La politica dei partiti sapeva, ha sempre saputo; prima prevedeva e cercava di correggere gli errori; dagli orribili anni '80, ha cominciato ad abbeverarsi alle sorgenti avvelenate.
Una storia segnata fin dalla nascita da forzature sul versante dei decisori (cominciando da Franco Nicolazzi) e da critiche su versante dei saggi (Bruno Visentini, la magistratura, Antonio Cederna ecc.). Scritto per eddyburg.it il 18 novembre 2006
Nel 1981 un gruppo di eminenti tecnici, adempiendo all’incarico affidatogli dal Ministro dei lavori pubblici, consegna al Ministro stesso uno “Studio di fattibilità e progetto di massima” per la “Difesa della laguna di Venezia dalle acque alte”. Il Ministro provvede a inoltrarlo, oltre che alla Commissione per la salvaguardia di Venezia e al Consiglio superiore dei lavori pubblici, anche al Comune di Venezia, intendendo acquisire il parere in merito degli enti locali interessati.
Nei mesi successivi si pronunciano la Commissione per la salvaguardia di Venezia, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, il Consiglio comunale di Venezia e quello di Chioggia, tutti in termini non sfavorevoli, ma parimenti esprimendo osservazioni critiche, e richieste di più complessivi inquadramenti nonché dello svolgimento di ulteriori ricerche.
Intanto, da più parti, si è auspicato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, che si proceda all’esecuzione delle opere attraverso l’istituto della “concessione”. In tale prospettiva si costituisce il Consorzio Venezia Nuova [1].
"L’incarico non può avere per oggetto le scelte sull’avvenire della laguna […] Tali scelte spettano all’organo politico […] Sembra infine che gli ulteriori studi da effettuare, le ricerche da svolgere e le sperimentazioni da compiere […] nonché i controlli tecnico-scientifici sugli interventi […] non possano essere affidati al medesimo concessionario della realizzazione degli interventi, ma debbano essere attribuiti a soggetto diverso, che abbia grande autorità e sia capace di porsi in aperta dialettica con il concessionario”.
Le polemiche rimbalzano in seno alla IX Commissione della Camera dei deputati, che ha all’esame alcune proposte di risoluzione su Venezia, presentate dalla DC, dal PCI e dal PRI. Alla fine, il 27 ottobre 1983, la Commissione vota all’unanimità una risoluzione che, seppur elusiva circa il nodo dell’affidamento degli studi, delle sperimentazioni, e della realizzazione delle opere, impegna il Governo da un lato “a presentare entro tre mesi un rapporto globale sullo stato degli interventi per la salvaguardia di Venezia” e dall’altro “a definire, sentiti gli enti locali interessati, un programma unitario e globale degli interventi”.
Il Ministro dei lavori pubblici, il socialdemocratico Franco Nicolazzi (che circa un decennio appresso, all’epoca dell’inchiesta “Mani Pulite”, sarà condannato con sentenze passate in giudicato), non se ne dà per inteso, e men che mai si preoccupa delle critiche rivolte al tentato uso dell’istituto della concessione.
Tra il febbraio e il luglio del 1984 si succede la presentazione alla Camera dei deputati di vari disegni di legge volti a integrare la legislazione speciale per Venezia: dapprima uno del PRI, quindi uno della DC, del PSI e del PSDI, infine uno del PCI. Il 3 ottobre 1984 la IX Commissione della Camera dei deputati, dopo vivaci alterchi e concitate mediazioni, giunge ad approvare all’unanimità, in sede legislativa, un testo che, approvato anche dalla competente commissione del Senato, sempre in sede legislativa, diviene la legge 29 novembre 1984, n.798.
Quanto agli obiettivi degli interventi sulla laguna, la nuova legge stabilisce che questi ultimi devono essere “volti al riequilibrio della laguna, all’arresto e all’inversione del processo di degrado del bacino lagunare e all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa con interventi localizzati delle insulae dei centri storici, e a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle acque alte eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolamentazione delle maree”. E’ con ciò pienamente assunta, e puntualmente descritta, la “logica” che era stata espressa nei disegni di legge del PRI e del PCI, e sostenuta anche dal PLI.
In ordine alle modalità di realizzazione degli interventi si precede la costituzione di uno speciale Comitato, composto dal Presidente del consiglio, dai ministri interessati e dai rappresentanti della Regione del Veneto e degli enti locali territorialmente competenti sulla laguna, cui “è demandato l’indirizzo, il coordinamento, e il controllo”, ma che non è espressamente sancito debba, per assolvere i suoi compiti, preliminarmente definire quel “piano unitario e globale degli interventi” che era indicato nei disegni di legge del PRI e del PCI, ed era stato ripetutamente richiesto. La previsione del predetto Comitato, e i compiti, generali e specifici, che gli sono affidati, sono quindi soltanto la premessa logica e istituzionale dalla quale partire per ottenere la formazione di tale “piano unitario e globale”.
Per il resto viene normativamente fondata la possibilità di affidare la realizzazione degli interventi in concessione, ma non si definiscono i lineamenti di quest’ultima, limitandosi a prevedere che il Comitato di cui s’è detto si pronunci sulle connesse convenzioni, si demanda a un decreto del Ministro dei lavori pubblici la precisazione (seppure “sulla base delle convenzioni” decise dal Comitato) “delle modalità e delle forme di controllo sull’attuazione delle opere affidate in concessione”, e infine, e soprattutto, non solamente non si precisa che gli studi, le ricerche, le sperimentazioni debbono essere affidate a soggetti diversi dall’esecutore concessionario delle opere, ma si fa esplicita menzione della concessione “in forma unitaria” sia degli interventi che degli studi e delle progettazioni.
Il problema viene risollevato, un po’ di anni appresso, da Antonio Cederna, che era stato eletto alla Camera dei deputati, nelle liste del PCI, come indipendente di sinistra, nella X legislatura, iniziata il 2 luglio 1987 e terminata il 22 aprile 1992.
Egli, quando quasi volgeva al termine il suo mandato parlamentare, si convinse della necessità di un forte intervento di integrazione e di coordinamento della legislazione speciale per Venezia, e decise di presentare una propria proposta di legge rivolta a tal fine, la quale, sottoscritta anche da Ada Becchi e da Franco Bassanini (entrambi appartenenti, come Cederna, al gruppo della Sinistra indipendente), fu presentata il 2 aprile 1991.
Nella relazione illustrativa della proposta, premesso che il “faticato procedere delle azioni e degli interventi che, secondo la volontà del legislatore, avrebbero dovuto assicurare la salvaguardia di Venezia e della sua laguna[…] è stato largamente insoddisfacente […], sicuramente e marcatamente, per quanto attiene alla tutela dell'integrità fisica […] del territorio lagunare”, si sostiene che “la ragione prima ed essenziale del procedere inceppato e sussultorio delle azioni e degli interventi dianzi detti […] risiede nel non compiutamente risolto confronto tra due approcci, due modelli, due logiche. Semplificando al massimo: tra unalogica sostanzialmente meccanicistica, che tende a isolare i problemi (o tutt'al più a riconoscere tra essi nessi estremamente semplificati) e a dar loro soluzioni indipendenti e fortemente ingegneristiche, e una logica, per così dire, sistemica, che chiede di evidenziare le correlazioni tra tutte le dinamiche in atto, e quindi tra tutti i problemi da affrontare, e pertanto pretende una predefinizione globale, e costantemente ricalibrabile, di tutti gli interventi e le azioni da prevedersi, per collocarle in sequenze temporali che ne garantiscano ed esaltino le sinergie positive”.
Occorre quindi, prosegue la relazione, “chiarire quale sia il vero nodo da sciogliere: non procedimentale, ma di merito. Il che non nega affatto che sia necessario ridisegnare l'attuale meccanismo decisionale e operativo degli interventi e delle azioni per Venezia […]. Piuttosto, evidenzia come tale ridisegno, per essere efficace, non possa essere neutro, ma, al contrario, debba essere, finalmente, coerente e funzionale al pieno e incontrovertibile affermarsi dell'approccio sistemico ai problemi del territorio veneziano”. Inoltre, soggiunge, non si ritiene opportuno “inventare nuovi e straordinari soggetti (che tendono, di norma, a dare pessime prove)”, ma invece si reputa doversi “assumere come riferimento il modello ordinariamente configurato, per le autorità di bacino di rilievo nazionale, dalla legge 18 maggio 1989, n.183”, sulla “difesa del suolo”, della cui definizione Cederna era appena stato primario protagonista. Che è quello che fa la proposta di legge, istituendo l'autorità di bacino di rilievo nazionale della laguna di Venezia, indicandone l'ambito territoriale di competenza, e dettando, per essa, alcune disposizioni particolari.
Particolarmente rilevante risulta il fatto che, pur non escludendo che “sia le amministrazioni dello Stato che la Regione Veneto, che gli altri enti pubblici interessati, possano fare ricorso per la realizzazione di quanto rientri nelle rispettive competenze a concessioni a soggetti idonei sotto il profilo tecnico e imprenditoriale”, si afferma perentoriamente che “l'ambito del concedibile viene […] ristretto alla realizzazione di opere ed eventualmente alla loro gestione […], nella ferma convinzione che non possa né debba essere concessa (soprattutto dal momento in cui si costituisce un nuovo soggetto istituzionale dotato di propri robusti supporti scientifici, tecnici e operativi), in blocco e per di più allo stesso soggetto concessionario della realizzazione delle opere, l'effettuazione degli studi e delle ricerche preliminari e la progettazione (cioè, di fatto, la pianificazione e la programmazione degli interventi e delle azioni)”.
Per il vero, anche se la proposta di legge di Cederna per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna non riuscì neppure a iniziare il suo iter parlamentare, il Parlamento nazionale, pochi anni appresso, decise almeno di superare radicalmente il sistema della "concessione unica", dello Stato al Consorzio Venezia Nuova, votando il comma 11 dell'articolo 12 della legge 24 dicembre 1993, n.527.
Ma questa è un’altra storia, che è già stata raccontata.
[1] Del quale, salvo errori od omissioni, inizialmente entrano a far parte (le cifre fra parentesi indicano la percentuale di partecipazione): Condotte d’acqua (20%); Impresit (20%); Fincosit (20%); Sacug (15%); Lodigiani (5%); Consorzio S.Marco-Furlanis, Grassetto, CIR, Maltauro, Cosma, Vittadello, Sacaim, Codelfa, CCC (15%); consorzio Rialto-Foccardi, Scuttari, Boscolo, Busetto, Ferrari, Cop. San Martino, Rossi (5%).
[2] Bruno Visentini, Venezia: i “progettini” rinviano il salvataggio, nel Corriere della Sera del 26 ottobre 1983.
«L’inchiesta sul mega-cantiere si allarga: un "sistema" nel cui libro paga si contabilizza di tutto, soldi grazie ai fondi neri. Si immagina che il 20% dell’opera si riveli una provvista analoga». Il manifesto, 6 giugno 2014
La squadra e il compasso. Politica bipartisan al servizio del “cerchio magico” delle imprese predestinate. Una piramide di potere, tangenti e finanziamenti occulti costruita grazie al Mose (mega-cantiere da oltre 5 miliardi). E’ crollata dopo tre anni di indagini della Procura e di certosini riscontri della Gdf. Era il Veneto della cazzuola a senso unico nelle Grandi Opere: se non scattava la concessione senza controlli a beneficio del Consorzio Venezia Nuova, era sempre pronto un project financing e non mancavano mai le cooperative “rosse”.Il regolo? Giancarlo Galan, governatore dal 1995 al 2010, due volte ministro e ora presidente forzista della commissione cultura della camera.
Nemmeno troppo al coperto il diagramma di flusso che triangola politici (dall’assessore regionale Fi Chisso al consigliere Pd Marchese, dall’ex europarlamentare Lia Sartori al sindaco Orsoni), professionisti della finanza e contabilità (da Roberto Meneguzzo di Palladio al commercialista Francesco Giordano) e funzionari pubblici (dalla Regione al Magistrato alle Acque al generale in pensione Spaziante). Sono i cannibali “modello veneto”. Millantatori compresi, tutti con il conto cifrato, lo stipendio aggiuntivo, la vocazione sussidiaria, la consulenza fittizia o il familiare interesse. E’ lo schema della “salvaguardia” di Venezia che tracima nelle corsie autostradali, nei nuovi ospedali, e riemerge in periferia con le cricche della logistica o l’ultimo stadio dei conflitti d’interesse.
Dal 1986 al 1995 il Cvn è stato presieduto da Luigi Zanda, ora capogruppo Pd al Senato. Arrestato con Orsoni c’è Giampietro Marchese: dal 2005 avrebbe incassato mezzo milione, anche all’interno della Regione, dalle mani di Federico Sutto (che il 7 febbraio 2013 consegnò 160 mila euro a Chisso). E a pagina 605 dell’ordinanza spicca un appunto: 40 mila euro di contributo al candidato Davide Zoggia (ex presidente della Provincia, poi nello staff di Bersani) più 7.428 euro di consulenza. Altri 15 mila euro al Comune di Padova e 4 mila al Pd. Indagato anche Lino Brentan, “referente” Ds nell’Autostrada Padova-Venezia già condannato per tangenti. Senza dimenticare la cena dell’8 giugno 2011 al Calandre. Con Mazzacurati e Pio Savioli del Cvn sono attovagliati l’allora sindaco Zanonato e il rettore Giuseppe Zaccaria. Discutono del progetto per il nuovo ospedale di Padova…
Dalle “ricevute” si materializza la rete di connivenze lì dove il Cvn poteva rischiare controlli o aveva bisogno di nuovi finanziamenti statali. Migliaia di euro distribuiti grazie ai “fondi neri” di 25 milioni all’estero. In Procura c’è chi immagina che il 20% dell’operazione Mose possa rivelarsi una provvista analoga. Sta di fatto che nel libro paga del “sistema” si contabilizza di tutto. Anche la Fondazione Marcianum, eretta dall’allora patriarca ciellino Scola. O il contratto di collaborazione a progetto per “operazioni inesistenti” di Giancarlo Ruscitti: era il segretario generale della sanità veneta, siede nel Cda dell’Irccs San Camillo al Lido e compare nei comitati d’onore della Compagnia delle Opere.
«Ora sappiamo che sei miliardi di finanziamenti diretti, più tutti quelli per le opere complementari di difesa a mare del litorale, di consolidamento delle rive e delle fondamenta, di restauri vari, sono il prezzo con cui il «partito del fare» (e del rubare) si è comprato la città». Il manifesto, 6 giugno 2014
Il progetto della chiusura delle bocche di porto della Laguna di Venezia, il più grande intervento di ingegneria civile mai costruito in Italia, è stato il prototipo delle «grandi opere». In tutto. Nella filosofia emergenzialista che lo presiede — la grande alluvione del 4 novembre 1966 sembrava giustificare una decisione rapida e rassicurante, in barba ad ogni esigenza di approfondimento degli studi scientifici.
Nella delega concessa al sistema delle imprese private giudicato dai decisori politici il più competente ed efficiente non solo nella realizzazione delle opere, ma anche nella loro ideazione e progettazione – condannando le università, il Cnr e gli organi tecnici dello stato a fare da supporto servente alle imprese. Nella deroga alle procedure ordinarie di affidamento, verifica e controllo delle opere pubbliche – date in concessione ad un unico soggetto, anticipando il meccanismo del general contract. Nel generoso ricorso al credito bancario (a proposito dei motivi che hanno generato il debito pubblico!) – procedura che poi sarà perfezionata con il project financing.
Il Consorzio Venezia Nuova nasce nel 1982 sotto gli auspici di De Michelis (Partecipazioni Statali), Nicolazzi (Lavori Pubblici) e Fanfani (presidente del Consiglio). Comprende tutte le maggiori società di engineering pubbliche e private, dalla Impresit della Fiat (a cui subentrerà la Mantovani) alle Condotte d’acqua dell’Iri. E poi: Lodigiani, Maltauro, Impregilo fino alle cooperative emiliane CCC. Primo presidente del CVN è Luigi Zanda, proveniente dalla segreteria del ministro Cossiga.
Negli stessi anni nasce anche il Tav e il Ponte dello Stretto di Messina. L’Italia del «fare» — per chi ha perso la memoria — nasce allora. Ma per superare gli evidenti vizi giuridici di un’opera affidata in concessione a trattativa privata e per di più su un «progetto preliminare di massima» mai approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, ci fu bisogno di una legge speciale (legge 798 del 29 novembre del 1984). Ad opporsi fu solo il Pri con il ministro Bruno Visentini, come io stesso riconoscevo in un saggio di tanti anni fa, Appunti per una storia del Progettone («Oltre il ponte», n. 17, 1987), in cui definivo l’oggetto della convenzione tra Stato e CVN: «un insieme di opere ancora indeterminate, tutte comunque assicurate da una forma di pagamento a piè di lista».
Nasce così lo strapotere del CVN in città e non solo. Crocevia di smistamento di ogni genere di appalti, anche quelli non direttamente afferenti al Mose. Punto di equilibrio degli interessi bipartisan.A dire il vero un ripensamento ci fù all’epoca di Tangentopoli. Con una legge del 1993 (n.527, art. 12, comma 11) si dava mandato al Governo di «razionalizzare» le procedure di intervento a Venezia così da «separare i soggetti incaricati della progettazione dai soggetti cui è affidata la realizzazione» e costituire una agenzia pubblica. Inutile dire che nulla sostanzialmente fu fatto per mutare la situazione. Nemmeno quando nel 1998 la Commissione nazionale per la Valutazione dell’Impatto Ambientale dette un parere sostanzialmente negativo al progetto.
In soccorso del Mose giunse la nuova Legge Obiettivo di Lunardi-Berlusconi (2002) che ha consentito ai vari governi, da ultimo quello Prodi con Di Pietro ministro ai Lavori Pubblici (con un voto a maggioranza nel Consiglio dei ministri), di avocare a sé le decisioni tecnico-progettuali e di approvare definitivamente il Mose nel 2006. Fu il colpo di grazia anche per i movimenti ambientalisti e l’assemblea permanente contro il Mose. Da allora una valanga di massi, cemento e ferro è stata scaricata sulle bocche di porto. Il Consorzio Venezia Nuova aveva vinto. Ora sappiamo che sei miliardi di finanziamenti diretti, più tutti quelli per le opere complementari di difesa a mare del litorale, di consolidamento delle rive e delle fondamenta, di restauri vari, sono il prezzo con cui il «partito del fare» (e del rubare) si è comprato la città