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La sconfessione di Pinocchio. Una limpida e sferzante contestazione delle bugie, a proposito del MoSE e dei nuovi canali per l'accesso a Venezia dei mostri del mare. Un salutare svelamento delle parole mentitrici che, pronunciate da presunti tecnici e avallate da chi occupa alti scranni, determinano un pensiero corrente incapace di vedere la realtà e di comprendere gli eventi. La Nuova Venezia, 8 agosto 2014

Leggendo le lettere o le interviste di Paolo Costa si sobbalza sempre sulla sedia per come la realtà che pare offrirsi in un modo ai nostri occhi possa venire interpretata in modo molto diverso dal presidente dell'Autorità portuale. Non ci si può meravigliare se un accanito sostenitore del Mose, qual egli si è sempre dichiarato, possa ancora insistere nel separare la vicenda giudiziaria - e le responsabilità di molti, che tutti sospettavamo - dalla realtà stessa dell'opera: «Si sa di avere a che fare», dice Costa, «con una grande opera di ingegneria ambientale della quale gli italiani possono andare fieri nel mondo».

Chetatasi un po' la buriana giudiziaria, o meglio abituatici ormai ad essa, ecco che riemerge "l'opera salvifica", orgoglio dell'ingegneria italiana, che tutela il "bene culturale Venezia". Corre l'obbligo di ricordare che altre opere ingegneristiche rappresentative delle competenze italiane una decina d'anni fa erano state proposte per la regolazione delle maree, in alternativa al Mose. Giudicate migliori, più affidabili ed economiche del Mose da una commissione scientifica istituita dal Comune di Venezia, erano state scartate dal governo senza essere prese in considerazione. Prodi e Di Pietro avevano già deciso.
Vale la pena di menzionare quel che sostiene l'ingegner Vielmo, progettista della paratoia a gravità (opera alternativa al Mo-se, che ne sfruttava i punti deboli, letteralmente rovesciando il progetto): «II Mose è nato 30 anni fa e non tiene assolutamente conto dell'evoluzione dell'ingegneria off shore». Altre linee progettuali alternative erano sicuramente altrettanto interessanti, come il progetto Arca, che constava in barriere removibili stagionalmente e dai costi inferiori (un ventesimo!) rispetto al Mose. Sappiamo tutti (o ce ne siamo dimenticati?) come andò a finire: Prodi (che Andreina Zitelli in una recente intervista definisce "lo sdoganatore del Mose") si impose, facendo votare il governo in Comitatone con un voto unico, favorevole, e impedendo così ai ministri contrari di esprimere il loro dissenso. E a proposito sempre dei prodigi dell'opera, meglio ricordare la relazione dei giudice della Corte dei conti che ricorda l'«assenza di un confronto tecnico ed economico tra diverse possibili soluzioni progettuali»: in parole povere un reale confronto fra Mose e i progetti alternativi più moderni e meno costosi non vi fu.
Il Governo impose la sua decisione contro la città stessa e la sua amministrazione. Sempre da uno scritto di Costa apprendiamo inoltre, sbigottiti, di una «valutazione di impatto ambientale positiva che il progetto Mose ha conseguito nel 1998 e che i suoi detrattori cercano di dimenticare». Mi pare che qui a essere dimenticato è il fatto che la Valutazione di impatto ambientale emessa dalla Commissione nazionale "Via" nel 1998 era irrimediabilmente negativa. In modo tombale. II decreto attuativo che nel seguì (Ronchi-Melandri), venne impugnato di fronte al Tar del Veneto dal presidente della regione Galan, e annullato per vizi formali, senza inficiare la validità del pronunciamento della Commissione.
Forse a distanza di anni la memoria inganna il nostro presidente dell'Autorità portuale: positivo non era il giudizio della commissione Via, ma quello di un Collegio di esperti di livello internazionale che nello stesso anno approvò il Mose, pur avanzando dubbi seri sul suo comportamento dinamico, e cioè la possibilità dell'insorgere di un'«indesiderata risonanza tra gli elementi delle barriere». Tale eventualità fu poi confermata dallo studio effettuato dalla società francese Principia, leader mondiale per la tecnologia off shore, cui il Comune di Venezia aveva chiesto una consulenza. E così il prodigio ingeneristico che tutto il mondo ci invidia non si sa se potrà fronteggiare alcune condizioni di mare che qui si verificano non infrequentemente.
Quel che colpisce negli scritti del presidente dell'Autorità portuale è la determinazione che mostra nel considerare opere di grande impatto (come Mose o Contorta) rispettose dell'ambiente o anche restitutive di un equilibrio compromesso. Ancora il Mose è, per Costa, fondamentale, «contribuendo anche alla salvaguardia ambientale e paesistica». Se si pensa alla monumentale isola artificiale di fronte al Bacan, o alla quantità di zinco altamente inquinante che il Mose rilascerà in mare ogni anno (12 tonnellate), c'è di che dubitare. Ma ciò che appare ancor più incredibile è quanto va sostenendo per l'escavo del Contorta, definito «una grande opera per il riequilibrio della laguna».
È ormai noto a tutti che è stato il canale dei Petroli a distruggere i caratteri morfologici della laguna centrale: le onde che si creano a ogni passaggio di nave per il canale si frangono sui bassifondi adiacenti erodendoli. II canale Contorta sarebbe un Canale dei petroli bis, portato più verso il cuore della citta. I fenomeni che innescherebbe sono ben noti, perché sotto gli occhi di tutti da cinquant'anni sono gli effetti esiziali del Canale dei Petroli. Su ciò non si discute. Solo una mente brillante poteva trovare una via di uscita, un po' contorta (nomen omen?) per la verità: i cinque milioni di mc di sedimenti che si scaverebbero per realizzare il nuovo canale Contorta verrebbero destinati - secondo Costa - «per costruire barene di protezione e fermare la perdita dei sedimenti in mare». Come, come? Si escava un canale destinato a distruggere ulteriormente la laguna ancor più e con i sedimenti dragati si creano opere per fermare l'erosione indotta da quello stesso canale? C'è da non credere. C'è invece solo da sperare che tali controsionismi dialettici vengano ben compresi dal governo, e dai rappresentanti del Ministero di beni culturali.
Un'ultima osservazione: concordiamo invece con Costa quando sostiene la necessità del «rapporto Mose-porto»: è per il porto che si è scelto e voluto il Mose e a quelle profondità che avebbero consentito alle grandi navi commerciali di entrare comunque in Laguna. Ma il diavolo è sempre peggiore di come lo si pensa, e le profondità delle bocche portuali, incompatibili con la preservazione della Laguna che il Mose sancisce e fissa, solo dopo qualche anno non bastano più. Nemmeno la conca di navigazione di Malamocco basta più. Così - a detta di Costa - si rendeva necessario «"un patto ambientale" che scambiava approfondimenti della conca e dei canali portuali entra lagunari, ai quali il porto rinunciava, con la realizzazione di una piattaforma portuale di altura».
Peccato che i canali di grande navigazione entro la laguna erano stati già ampiamente dragati: nel 2004 venne istituito un "commissario delegato per l'emergenza socio economico ambientale relativa ai canali portuali di grande navigazione della laguna di Venezia" con il compito non di por rimedio, come ci si poteva aspettare, alla rovina della Laguna ma di escavare i canali che la distruggono. Tra il 2004 e i12012 oltre 7 milioni di mc di sedimenti sono stati escavati dai grandi canali industriali e dal Canale del petroli. II porto, dalle parole di Costa, non vuole rinunciare a nulla: escavo del Contorta per fare entrare in Laguna e a Venezia le grandi, sempre più grandi navi croceristiche e porto offshore per far attraccare le navi commerciali sempre più grandi che proprio non possono più entrare. Ma entrerebbero invece grandi chiatte che dal porto offshore condurrebbero i container a Marghera, incrementando in modo drammatico il moto ondoso che erode e distrugge la Laguna. In conclusione, il problema è a monte.
Si tratta di riflettere una volta per tutte sul futuro di Venezia e della Laguna: come negli anni Sessanta l'unica prospettiva era lo sviluppo industriale, poi fallito, ora sembra essere il porto. Ma destinare la gronda lagunare a immenso stoccaggio di container, invece che a parco scientifico tecnologico (sull'esempio di Trieste, ad esempio), e la laguna centrale a immenso svincolo "stradale" appare un'operazione di retroguardia, alla lunga perdente.
Lidia Fersuoch è Presidente di Italia Nostra, sezione di Venezia

Dalla testimonianza di uno dei docenti dell'IUAV che si è opposto con tenacia al MoSE e agli altri scempi. Un altro tassello della storia del mostro ( diquel divoratore di risorse attuali e future della collettività che Matteo Renzi vuole proseguire).La Nuova Venezia, 3 agosto 2014

Galan prova a ricostruire la storia a suo uso e consumo, raccontando che il ruolo del presidente della Regione nelle decisioni del Mose era ininfluente: non c’era motivo per cui l’ingegner Mazzacurati gli desse dei soldi. Peccato che la storia lasci in giro dei testimoni. Uno è Stefano Boato, che con gli scandali non ha niente a che fare, ma che del Mose sa tutto, avendo fatto parte della Commissione di Salvaguardia, l’unico organismo tecnico che abbia mai dato un parere sul Mose. Parere favorevole, strappato da Galan con un autentico blitz. E remunerato, ha rivelato Mazzacurati nell’interrogatorio del 31 luglio 2013 ai Pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, «con un regalo extra da mezzo milione».

Boato è professore universitario, insegna pianificazione territoriale e ambientale. Fa parte della Commissione di Salvaguardia come tecnico, in rappresentanza del ministero dell’Ambiente. Giovedì è stato convocato dagli inquirenti. Cosa volevano sapere? «Se Galan, da governatore, ha avuto importanza o no nell’approvazione del Mose». La sua risposta? «Ho detto di sì per due motivi. Il primo è che Galan ha partecipato a due Comitatoni, nel 2003 con Berlusconi e nel 2006 con Prodi, approvando e avviando politicamente il Mose con Berlusconi, poi rinunciando alle verifiche di qualità e merito con Prodi, verifiche che erano doverose».
Nel Comitatone c’è anche il Comune di Venezia. «Sì ma lo Stato pesa più di tutti, perché ha il voto del presidente più i ministri. Nel 2003 il Comune di Venezia fu corresponsabile, in quanto il sindaco Costa subordinò l’accordo a 11 prescrizioni farsa. Ma nel 2006 il Comune con Cacciari sindaco votò contro; lo Stato dette un solo voto, perché Prodi per superare le divergenze nel governo votò anche per conto dei ministri, altra follia accaduta; il terzo decisore favorevole fu Galan». Altro che ininfluente, allora. «Galan è protagonista e coautore di una decisione presa con comportamenti da kamikaze. Io c’ero e so di cosa parlo: veniva con la maglietta e su scritto Viva il Mose. Roba da matti per il livello richiesto». Lei ha parlato di due motivi. «Galan ha contato molto di più a livello tecnico: i Comitatoni davano l’approvazione politica, senza l’ok ai progetti non si andava avanti. Il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici è stato saltato. La commissione Via nazionale è stata disattesa. L’unico voto tecnico sul Mose è stato dato in Commissione Salvaguardia. In 15 anni Galan non era mai venuto a presiederla, si presentò solo quella volta». Che anno era? «Fine 2003, inizio 2004. Teorizzò l’esatto contrario di quello che dicono la legge e l’esperienza della Commissione, la quale ha sempre votato sul merito. Essendoci già due pareri positivi, quello del Magistrato alle Acque e quello del ministero dei Beni culturali di Roma, peraltro avversato dalla Soprintendenza di Venezia, disse che bastava prendere atto e votare a favore, seduta stante». E il giudizio di merito? «Il giudizio di merito era in 82 fascicoli, che bisognava esaminare. Avevamo tre mesi di tempo, ne avevamo cominciati [dei fascicoli- n-d.r.], tre per seduta, ne mancavano 73. Ogni fascicolo è un malloppo di 400-500 pagine, con progetti e relazioni. Galan impose la decisione con la sua maggioranza. Così il Magistrato alle Acque, che era sotto esame, approvava se stesso».
In Commissione Salvaguardia quante persone ci sono? «Minimo 14 perché siano validi i voti. Siamo usciti in cinque o sei commissari, rifiutandoci di avallare il comportamento. Ma non fu sufficiente, loro avevano fatto i conti con precisione sul numero legale». Su cosa votarono, visto che non avevano visionato i progetti? «Un attimo dopo che eravamo usciti dalla porta, spuntò un documento che nessuno aveva visto prima, ovviamente scritto dal Consorzio Venezia Nuova, anche se non lo potrà mai dimostrare. Pieno di follie. In mezz’ora lo approvarono. Decidendo tra l’altro che da quel momento la Commissione Salvaguardia non si sarebbe più occupata del Mose».

«L’uomo di Mazzacurati al PM allibito: dal Consorzio incentivi a chi centrava gli obiettivi a suon di mazzette». Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2014
C’erano persino i premi sulla corruzione e sull’utilizzo dei fondi neri. Premi in denaro, ‘'intende, che il Consorzio Venezia Nuova (Cvn) pagava all’ex presidente Giovanni Mazzacurati quando raggiungeva l’obiettivo a suon di mazzette. E nel 2009, con i soldi del Cvn, fu pagato anche un servizio di cristalleria da 12.400 euro per il matrimonio dell’allora governatore Giancarlo Galan.

Si scopre anche questo, leggendo gli ultimi atti depositati, dalla procura di Venezia, al tribunale del Riesame. Il riesame ieri ha respinto le richieste di Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, difensori di Galan, che avevano chiesto la sua scarcerazione o, in alternativa, almeno gli arresti domiciliari. Il parlamentare di Forza Italia resta invece in carcere, nell’ospedale di Opera, perché il Riesame presieduto dal giudice Angelo Risi ha respinto le richieste della difesa. Il collegio ha anche annullato l’ordinanza d’arresto per i fatti antecedenti al 22 luglio 2008 – parliamo di alcuni finanziamenti per le campagne elettorale e della ristrutturazione dell'ormai famosa villa di Cinto Euganeo – perché destinati alla prescrizione. Negli atti depositati dalla procura, però, emergono nuove testimonianze che accusano Galan d’aver intascato ulteriori soldi.

Lo scenario della corruzione in laguna s’allarga anche a episodi estranei al Mose, come quelli raccontati dall’imprenditore Pierluigi Alessandri. Ecco in sintesi la sua versione: “Ho avuto modo di parlare con Galan delle difficoltà della mia impresa, al che mi disse che gli era stato riferito che noi eravamo una delle imprese di riferimento dei Ds... e mi disse che avrebbe visto cosa avrebbe potuto fare, purché, da parte mia, fossi stato “disponibile” a far parte della cerchia degli imprenditori a lui “vicini”, intendendo imprenditori disponibili a elargire somme di denaro e favori di altro genere”. E Alessandri si attiva: “Ho corrisposto a Galan 115mila euro tra il 2006 e il 2007 poi ho fatto gratuitamente dei lavori alla sua casa di Cinto Euganeo... è stata emessa una fattura per 25mila euro che non è stata pagata... il costo dei lavori effettuati... era di circa l00mila euro...”. Lavori conclusi nel 2009, spiega Alessandri, parlando di un reato – in teoria – non ancora prescritto.

L'imprenditore parla di un vero e proprio sistema e confida: “Non ho consegnato personalmente i soldi a Galan, lo ha fatto mia figlia, all'interno di una busta chiusa, ma lei non era al corrente del contenuto della busta... dopo ho sentito la necessità di confidare le dazioni di denaro a mia moglie e ai miei figli, per condividere il peso morale di tale condotta. Ho sbagliato, ma purtroppo il sistema era questo, mi sembrava l'unica via possibile per far sopravvivere la mia azienda in Veneto...”. Per quanto riguarda il Mose, invece, il sistema era utilizzare fondi neri per corrompere il politico di turno. E a obiettivo raggiunto ci si spartiva persino dei premi. A raccontarlo è Stefano Tomarelli, braccio destro di Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova. Tomarelli racconta che Giancarlo Galan aveva imposto, nella laguna di Venezia, l’alloggiamento dei cassoni del Mose, previsto inizialmente a nel porto di Ravenna. L’intento era chiaro: “I soldi dei veneti vanno spesi in Veneto”. L’idea di Galan aveva però creato un problema: era necessaria una nuova Valutazione d’impatto ambientale. “E questo – spiega Tomarelli - significava fermare tutto completamente”. E a quel punto si “scatenò l'ira di Dio”. “Mazzacurati – continua Tomarelli - intervenne pesantemente, sicuramente anche economicamente...”. Siamo tra il 2004 e il 2006, il periodo in cui “Galan aveva un peso incredibile”. E Mazzacurati – continua Tomarelli - “si portò il titolo di merito d’aver risolto questo problema ... avendo utilizzato i fondi che aveva a disposizione... disse che era riuscito … ad avere un successo strepitoso … in relazione dell'utilizzo dei fondi neri nei confronti di Galan...”.

Poi aggiunge che “a volte” Mazzacurati “otteneva pure dei premi dal consiglio direttivo... ”. Il pm sembra strabuzzare gli occhi: “Premi in ragione della corruzione effettuata?”. Tomarelli balbetta: “No, dei premi .. beh ...sì, diciamo l'obiettivo raggiunto... non è che nel consiglio direttivo si parlasse di corruzione... però le persone che erano lì... si dividevano la cifra che davano a Mazzacurati come premio...”. E il premio arriva in modo ufficiale: “Con una delibera formale”, conclude Tomarelli, spiegando di non ricordare se Mazzacurati ottenne un premio anche nel caso dei fondi neri usati per Galan ma che, in sostanza, il sistema era questo.

«Un appello internazionale a Renzi lanciato dai Comitati privati. Borletti Buitoni: "Per Venezia il massimo della tutela"». Ciò che preoccupa è che si faccia riferimento alla tutela del patrimonio monumentale della città. E la Laguna? La Nuova Venezia, 22 luglio 2014 (m.p.r.)

«Il mondo si mobilita per salvare Venezia dalle grandi navi». Sono già 63 le firme eccellenti raccolte dai Comitati privati per la Salvaguardia e inviati sotto forma di appello al premier Matteo Renzi e al ministro delìi Beni culturali Dario Franceschini: «Il governo decida al più presto e tolga le grandi navi dalla laguna». Tra le firme nomi illustri del mondo della cultura, del cinema, della moda, della letteratura e dell’architettura. Tra questi Norman Foster, Cate Blanchet, Calvin Klein, il premio Nobel Vidia Naipaul, James Ivory, Susan Sarandon e Jane Fonda.

«Per più di 13 secoli Venezia è sopravvissuta alle inondazioni, alle pestilenze e ai conflitti bellici», scrivono i comitati al governo, «e ora in periodo di pace la regina dell’Adriatico, dichiarata Patrimonio mondiale dall’Unesco rischia di essere travolta dagli enormi transatlantici che la attraversano quotidianamente, indifferenti al rischio che il loro passaggio implica». Chiediamo che venga affrontato con urgenza il problema del passaggio delle grandi navi davanti a San Marco».
Un appello già raccolto dalla sottosegretaria ai Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni, già presidente del Fai, il Fondo per l’Ambiente italiano. «Sono grata ai comitati per questa iniziativa», dice, «è gente che per Venezia si è impegnata concretamente dopo l’alluvione del 1966. Io credo che come governo dobbiamo prenderci la responsabilità di prendere una decisione al più presto. Per quanto ci riguarda ci dovrà essere la massima tutela del patrimonio monumentale della città». Quanto al Comitatone, annunciato per i primi giorni di agosto, Borletti si augura che sia convocato al più presto: «Una decisione va presa con urgenza».
E il canale Contorta, proposto dall’Autorità portuale? «Non sono un esperto di idraulica», dice il sottosegretario, «ma la laguna ha un equilibrio molto fragile. Qualsiasi soluzione alternativa dovrà essere condivisa e valutata dal ministero per l’Ambiente. «Abbiamo voluto lanciare questo appello», dice il presidente dei Comitati privati Umberto Marcello Del Majno, «perché siamo molto preoccupati: nel vuoto politico locale, con la città senza sindaco, non vogliamo che si dimentichi l’emergenza grandi navi o si facciano scelte sbagliate».
«Sappiamo che c’è una mobilitazione locale su questo tema», continua Del Majno, «ma Venezia interessa il mondo. E il mondo si è mobilitato». Non è il primo appello del genere che riguarda lo «stop» alle grandi navi in Bacino San Marco. Ma anche dopo il naufragio della Costa Concordia, su Venezia il governo aveva deciso a metà. Il decreto firmato dai ministri Clini e Passera era stato sospeso per la laguna «in attesa di alternative». Ma adesso, due anni e mezzo dopo la tragedia del Giglio, le alternative sono ancora sul tavolo, C’è lo scavo del nuovo canale Contorta, chiesto dal Porto, il nuovo canale dietro la Giudecca (Vtp e il sottosegretario Zanetti), ma anche l’ipotesi Marghera per le navi grandissime, avanzata dal Comune, con la possibilità di arrivare in Marittima scavando il canale Vittorio Emanuele. E infine le soluzioni del porto «fuori dalla laguna», le ipotesi Boato, Claut e De Piccoli che chiedono di spostare il terminal al Lido trasportando i crocieristi con batteli medio grandi. Ma la decisione ancora non c’è.
La cronaca della visita a Venezia del Commissario anticorruzione Raffaele Cantone in due articoli di Monica Zicchiero e Alberto Zorzi, e di Giuseppe Pietrobelli, Corriere del Veneto e Il Gazzettino, 18 luglio 2014

Corriere del Veneto IL CAPO DELL'ANTICORRUZIONE
INCONTRA MAGISTRATI e CONSORZIO:
«UN COMMISSARIO? VALUTEREMO»
di Monica Zicchiero e Alberto Zorzi,

VENEZIA – «Il commissariamento delle imprese corruttrici negli appalti pubblici è una norma storica. Il senso è: non solo ti mettiamo in carcere, ma non ti permettiamo di prenderti i soldi del reato che hai commesso. Ci proveremo ad applicarla anche a Venezia per il Mose». Strappa l’applauso della folla il presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone, invitato a parlare di legalità e appalti con il senatore Felice Casson dall’associazione Umberto Conte in un teatro Aurora strapieno nonostante il caldo.

Dopo l’incontro con il Consorzio Venezia Nuova – «ho preso delle carte per approfondimenti » – e con la Procura di Venezia, a Marghera il magistrato si toglie giacca e cravatta e comincia a parlar chiaro. «Il commissariamento applicato alla Maltauro nel caso di Venezia ha un problema: qui non ci sono imprese aggiudicatarie perché non c’è mai stato un appalto». Tutto nasce dalla famosa legge speciale del 1984. «Una legge che ha attribuito denaro pubblico a privati che lo hanno gestito senza controllo», sottolinea. «Così la più grande opera pubblica in Italia viene sporcata perché la legge è stata fatta male e con deroghe di ogni tipo che hanno permesso una gestione privatistica di soldi pubblici - alza il sopracciglio Cantone - Adesso mi chiedo chi farà la manutenzione.

Sarà l’affare successivo e bisogna avere occhi aperti. Solo chi ha costruito l’opera, sa come funziona. Il famoso disegno dell’appalto che dura tutta la vita e anche oltre». Anche se proprio nel corso della visita al Consorzio il presidente Mauro Fabris gli aveva chiarito la sua posizione. «Noi vogliamo concludere i lavori e accelerare il più possibile la fase di avviamento - spiega - ma poi la modalità di gestione la sceglierà il governo. Noi come Consorzio non ci candideremo ». La questione della conclusione dei cantieri è l’altro punto caldo. «Mi pare poco praticabile l’idea di accantonare un’opera completata all’ 85 per cento», dice Cantone, ma dal pubblico si alzano contestazioni: «Hanno speso l’85 per cento dei soldi, non fatto l’85 per cento delle opere ». Lui alza le mani: «La politica si deve assumere la responsabilità di dire cosa va fatto». E al massimo può dire alla politica cosa non va fatto. Perché, come dice il senatore Casson, «il fatto che ci siano le stesse persone in campo e in galera nella prima e nella seconda Tangentopoli milanese e veneta è un modo di intendere gli affari».

Primo, non sottovalutare i corruttori. «In Italia corruttori ed evasori fiscali sono simpatici, è gente che se la sa cavare e nessuno si scandalizza se tornano in Parlamento. Invece devono essere considerati come i mafiosi ». Tra prescrizioni dimezzate per i reati di corruzione e falso in bilancio depenalizzato, Cantone critica il codice degli appalti, «che si applica sono agli sfigati è che per l’Expo è stato derogato 86 volte». Parole dure anche per la legge obiettivo, che ha fatto fare il salto di qualità al Mose, ma anche al sistema corruttivo. «I general contractor sono gli stessi dieci grandi costruttori che decidono il bello e il cattivo tempo delle opere pubbliche», avverte il magi- strato, secondo il quale servono sanzioni semplici ed esemplari: «I corruttori vanno allontanati dai posti di comandi e per i politici non deve esistere la presunzione di innocenza: deve esserci la certezza della specchiatezza». Resta solo la consolazione che nell’«affaire» Mose non ci sono infiltrazioni mafiose e che l’indagine è stata «da manuale », perché che ha dimostrato come la corruzione abbia permeato anche il sistema dei controlli. «Peggio Milano o Venezia? Peggio Venezia, secondo me», dice Cantone. Il magistrato alle tre era arrivato all’Arsenale per incontrare il presidente Fabris e il direttore Hermes Redi. «Ci eravamo già visti un paio di settimane fa, sono stati due incontri costruttivi e molto concreti - è stato il commento di Fabris - Lui vuole capire, noi con la massima trasparenza gli stiamo dando le informazioni che chiede».

Il presidente del Consorzio preferisce non entrare nel merito degli argomenti trattati, ma la posizione è piuttosto chiara: il sistema della concessione unica è stato creato con delle norme statali, e non c’è stata nessuna «privatizzazione», visto che il soggetto pubblico nel Mose c’è ed è il Magistrato alle Acque. Alle quattro e un quarto, sbarcando da un motoscafo della Guardia di Finanza, Cantone è invece arrivato in Procura a Venezia, dove ha incontrato il procuratore capo Luigi Delpino, il nuovo procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito (che ieri era in visita di cortesia, ma che si insedierà a settembre) e i tre pm che coordinano l’inchiesta sul Consorzio e sulla Mantovani: Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. Il presidente dell’Anticorruzione ha spiegato che aveva la «necessità di parlare con i colleghi», ma ha spiegato di «non poter rivelare i contenuti del colloquio». In mezz’ora si è parlato dell’inchiesta (su cui peraltro era molto aggiornato) e appunto dell’applicabilità della norma sulle mazzette negli appalti al caso del Consorzio, oltre agli sviluppi futuri, anche dal punto di vista della tempistica.

Il GazzettinoMOSE, C'E' L'IPOTESI COMMISSARIO
di Giuseppe Pietrobelli,
Dilemma amletico in laguna dopo trent'anni di incontrastata solitudine decisionale del Consorzio Venezia Nuova che ha fatto e disfatto tutto ciò che ha voluto su salvaguardia e Mose, l'opera idraulica più grande e costosa mai pensata in Italia. Saranno commissariati imprese e lavori in corso di ultimazione alle bocche di porto, in base alla stretta voluta dal governo dopo lo scandalo dell'Expo 2015, pallido preludio del malaffare che sta venendo a galla a Nord Est?
Per dipanare la matassa di un problema giuridico, prima che politico, il commissario anticorruzione Raffaele Cantone ha compiuto ieri una visita in tre tappe a Venezia. La prima nella sede del Consorzio, per esaminare presupposti e conseguenze della possibile replica del modello-Maltauro, già operativa a Milano e Vicenza. La seconda in Procura della Repubblica, per verificare l'esistenza delle condizioni di applicabilità, ovvero il patto illecito che avrebbe condizionato l'esito degli appalti. La terza nel teatro Aurora di Mestre, per discutere con Felice Casson, senatore del Pd, della necessità di una crociata contro la tangentocrazia, da equiparare alla Mafia per effetti nefasti su società ed economia italiana.
In quella parte di Arsenale che il Consorzio ha trasformato negli anni in un'oasi verde di pace, dentro una cornice architettonica straordinaria, Cantone ha incontrato il presidente Mauro Fabris, il direttore Hermes Re-di e l'avvocato Alfredo Biagini. Ha guardato i computer che controllano la Laguna, i monitoraggi delle maree, i modellini del Mose. Poi, senza rompere -per il momento- il bel giocattolino (il governo ha assicurato che verrà portato a termine) ha ammesso: «La legge prevede la possibilità in presenza di fatti corruttivi dell'applicazione di alcuni strumenti, come il commissariamento delle imprese aggiudicatarie».
Ma per arrivare a tale conclusione deve fare i conti con «una legge speciale che risale al 1984, una scelta legislativa di altri tempi. È una situazione complicata, con un unico concessionario. Mi pare comunque strana l'idea che vengano chiamati i privati a gestire soldi pubblici e a realizzare le opere». Puntura di spillo rivelatrice di un orientamento, anche se il Commissario aggiunge: «Sono abituato a capire, prima di decidere». Per farlo deve risolvere il paradosso di poter commissariare le «imprese aggiudicatarie» che si identificano con la «stazione appaltante», il Consorzio da esse composto.
I1 presidente Mauro Fabris, quando Cantone se ne è andato, cogliendo il rischio di veder strappare il potere alla nuova gestione, assicura: «Il Commissario sta valutando l'applicabilita del decreto anticorruzione. Ma per farlo deve tenere conto se vi siano stati o meno elementi di discontinuità con la vecchia governane del Consorzio». A seguire, snocciola una litania di elementi di rottura: la nuova presidenza, il nuovo direttore, un nuovo organismo di vigilanza, la revoca delle deleghe ai vecchi dirigenti, il taglio delle spese estranee alla finalità originaria del Consorzio, la concentrazione sull'asset principale, che è il completamento del Mose entro il 2016.
«Si può aggiungere che in questa triste e schifosa vicenda i reati non sono stati commessi per ottenere gli appalti». Infatti, erano già stati assegnati, eppure il denaro scorreva a fiumi. Uscendo dal palazzo di giustizia, un'ora e mezzo dopo, Cantone ha ammesso di aver aggiunto un altro tassello alla sua indagine.
«Avevo la necessità di parlare con i procuratori, che mi hanno spiegato la situazione». Forse perché cercava le prove, agli atti, della corruzione? «Certamente quello è il presupposto per l'applicazione del decreto». E quindi per il commissariamento. Ma se n'è andato senza portare via documenti dell'inchiesta. A Marghera, davanti a una platea pidiessina foltissima, interessata al tema della legalità, Cantore si è poi lasciato andare ad altre ammissioni. «Nell'Expo di Milano i lavori non li farà più la società che ha pagato le tangenti, ma le sue maestranze, con una diversa amministrazione». Ecco la strada che potrebbe ripercorrere a Venezia. Anche perché Casson lo ha sollecitato ricordando che lo scandalo-Mose nasce «dalla creazione, voluta da centrodestra e centrosinistra, di fondi leciti da gestire senza rendicontazione: 11 è il marcio, il bubbone del Mose».

E Cantone, di rimando: «Un Comune qualsiasi deve seguire il Codice degli appalti, mentre qui sono stati spesi 6 miliardi senza averne fatto alcuno, perché non erano previsti dalla legge che ha assegnato ai privati la gestione, senza controllo, dei soldi pubblici». Affondo finale: «E questo, con il silenzio di tutti».

Afferma Francesco Indovina: «Dovevamo controllare i fondi e verificare la Legge speciale. Abbiamo lavorato per anni, ma alla fine ci siamo accorti che nessuno seguiva le nostre indicazioni. Tra noi spesso ci si chiedeva: ma per chi stiamo lavorando?». Di certo non per la collettività. Il Gazzettino, 17 luglio 2014, con postilla

«Abbiamo lavorato per anni, ma alla fine ci siamo accorti che nessuno seguiva le nostre indicazioni. Né un cenno di assenso, né di condivisione, né di critica». Parla Francesco Indovina, docente IUAV, uno degli esperti dell'Ufficio di Piano del Magistrato alle Acque, l'ente che ha stilato il dossier con gli 11 miliardi arrivati in 30 anni a Venezia.

«Abbiamo lavorato per anni. Ci siamo misurati con la realtà veneziana con incontri, audizioni, studi e progetti, ma alla fine l'impressione che noi tutti avevamo era che, tutto ciò che avevamo analizzato, non servisse proprio a nulla. E ci veniva un senso di inquietudine e di forte disagio». Francesco Indovina, noto docente dell'Istituto di Architettura, in attesa di conoscere il futuro del Magistrato alle Acque visti gli annunci di soppressione annunciati dal Governo Renzi, è uno degli esperti che sedeva nel cosiddetto "Ufficio di Piano". l'ente voluto fortemente dal Comune di Venezia in collaborazione con Palazzo X Savi e il ministero delle Infrastrutture per la gestione del "caso Venezia".
«Quello che posso dire - sottolinea Indovina - è che abbiamo avuto due "velocità". In un primo momento, fin dalla costituzione dell'Ufficio nel 2004, si trattava di puntare alla progettazione e alla valutazione delle proposte; in seconda istanza monitorare le opere in fase di realizzazione. Un lavoro improbo, ma che con il tempo ci ha consentito di redigere una serie di "relazioni" nelle quali si faceva il punto della situazione sulle opere e i finanziamenti utilizzati. Ma ben presto ci siamo resi conto che quanto andavamo a produrre non veniva minimamente preso in considerazione dalla città e dalle sue istituzioni».
Indovina è molto diretto e chiaro: «Sia ben chiaro: tutti fornivano la loro collaborazione con più o meno solerzia; c'era l'impegno di tutti che, senza alcun problema, offrivano il loro contributo». Indovina rivendica, comunque, il lavoro svolto in questi anni. «Nelle relazioni - sottolinea il docente - vi è un resoconto chiaro e preciso delle opere che sono state fatte non solo dal punto di vista infrastrutturale, ma anche ambientale. Non è un caso che proprio nel maggio scorso sia stato licenziato dal nostro Ufficio anche il cosiddetto Piano Morfologico. Tutti impegni che però hanno avuto scarsa rispondenza negli enti locali e in particolar modo nell'amministrazione comunale di Venezia». Ma al di là di tutto vi è il rammarico. «In questi anni - conclude Indovina - generalmente non abbiamo avuto alcun cenno di assenso, nè di considerazione nè tantomeno di critica. Eravamo e stavamo lì, senza alcun interlocutore, neanche quello istituzionale chiamato "Comitatone". Una situazione bizzarra anche perchè in un certo modo tra noi spesso ci si chiedeva: ma per chi stiamo lavorando?».

postilla
Le simpatie di Francesco Indovina per il MoSE, come grande occasione per lo sviluppo della città sono note ai veneziani, ma non solo ad essi. Rinviamo in proposito a un suo articolo sul manifesto del novembre 2006,ripreso da eddyburg: Io sto con il Mose, vi spiego perché . E' contenuta nell'ampia cartella da questo sito dedicata a quella Grande opera soggetta a critiche, solo oggi largamente condivise.
Meno note sonole critiche che gli esperti che, come Indovina, lavoravano per il MoSE. Peccato che queste ultime siano rimaste racchiuse nel silenzio degli organismi che lavoravano per il MoSE. Per il
MoSE, e soprattutto per quello che del mostro sembra essere stato il maggior promotore, autore, difensore e beneficiario: il Consorzio Venezia Nuova. Sembra oggi che l'unico colpevole del danno provocato dalla vicenda, per molti aspetti ancora oscura, sia del povero ing. Mazzacurati.

A proposito del MoSE, Gianni Belloni e Antonio Vesco provano a di rispondere a una domanda nodale: «quali meccanismi generalizzati accompagnano e facilitano l'estendersi e il radicarsi di condotte generalizzate e sedimentate nell'azione quotidiana di amministratori, imprenditori, politici di un territorio?». Inviato a eddyburg il 15 luglio 2014

«Siamo immersi in un sistema di corruttela troppo strutturato, troppo consolidato, nella pubblica amministrazione e nella magistratura, nella Corte dei conti e nei Tar, fino anche al Consiglio di Stato. Ovunque funziona così. Se vuoi i lavori pubblici, devi fare queste cose. Tant'è che i ricorsi delle gare per gli appalti le vinceva chi pagava di più». Le parole di Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan – pronunciate nel corso di un'intervista a Repubblica di poche settimane fa – sottolineano la sistematicità del meccanismo corruttivo, che va analizzato al di là delle responsabilità e delle condotte dei singoli partecipanti.

Claudia Minutillo mette poi in luce un altro aspetto della vicenda: «eravamo convinti che quello fosse l'unico sistema possibile, che non si potesse fare diversamente. Solo quando ci hanno arrestato abbiamo capito la gravità delle nostre azioni». Assistiamo così all'elaborazione di un sistema di credenze grazie alle quali poter neutralizzare il peso morale dei propri atti e che si nutre di uno spirito del tempo: l’attuale spirito del capitalismo che forgia individui pronti a qualunque misfatto per ubbidire agli imperativi dell’epoca. Individui che non agiscono in uno scenario caotico e disorganizzato, ma piuttosto all'interno di una cornice organizzativa in cui le condotte di ciascun attore sono incardinate entro copioni prefissati e seguono regole codificate (1).

Per non cedere alla tentazione di inquadrare questo sistema come un organismo a sé stante – un blocco monolitico di istanze criminali e tensioni accumulatrici – pensiamo sia utile rintracciare le dinamiche sociali e culturali che hanno facilitato il coinvolgimento dei diversi attori. Ponendoci quindi un'ambiziosa domanda: quali meccanismi generalizzati accompagnano e facilitano l'estendersi e il radicarsi di condotte generalizzate e sedimentate nell'azione quotidiana di amministratori, imprenditori, politici di un territorio? Questa interrogazione, a cui diamo seguito con un primo ed esitante abbozzo, potrebbe rivelarsi utile anche per ricostruire, da queste macerie, convivenze migliori.

Politici

Posto che «lo scambio tra legittimità e consenso, da una parte, ed esercizio dell'autorità, dal lato opposto, costituisce da sempre una costante, pur se occulta e inconfessabile, dell'esperienza politica occidentale» (2), a partire dagli anni settanta i partiti hanno funzionato essenzialmente come società di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali (3). Dobbiamo tenere presente questo dato (differenziato, naturalmente, tra le diverse esperienze politiche occidentali) per analizzare i sistemi corruttivi che abbiamo di fronte. I partiti con cui abbiamo a che fare appaiono indefiniti e indefinibili, alleanze instabili di filiere di potere, strutturalmente – per la loro fame inesauribile di risorse e per la mancanza di cornici di controllo e di definizione normativa – orientati all'illegalità. Partiti dove si assiste a una «pervasività crescente del denaro» (4), un processo che fa sì che la politica si trasformi di fatto in una attività decisoria di élite. In questo senso non è inutile richiamare l'intreccio tra crescenti diseguaglianze e corruzione: le diseguaglianze dovute all'abnorme concentrazione della ricchezza in poche mani e le varie forme di corruzione sono indissolubilmente legate tra loro, costituendo la conseguenza principale e più grave dell'intreccio, ormai inevitabile, fra politica ed economia (5). Un processo che finisce per mutare nella sostanza il meccanismo stesso della rappresentanza, le sue logiche e i suoi codici, provocando una «privatizzazione» delle funzioni politiche6.

Venendo al Veneto, possiamo scorgere delle specificità utili a inquadrare la vicenda che ci si sta squadernando di fronte agli occhi. In questo territorio, la politica ha sempre mantenuto un atteggiamento non interventista nei confronti delle dinamiche economiche e comunitarie. Il vecchio ceto democristiano si è limitato a garantire il mantenimento di un ordine sociale sostenibile. Ora la «rottura del vecchio intreccio tra economia, società e politica» (7) ha destinato quest'ultima al ruolo di semplice strumento di facilitazione degli affari. Così essa diviene un ingrediente tra agli altri, una casacca come un'altra che si può indossare e dismettere – nelle carte dell'inchiesta incontriamo politici che pianificano la loro prossima carriera di affaristi –, dimenticando la missione progettuale del proprio ruolo e mettendosi a disposizione, in funzione subordinata, rispetto agli interessi diretti ed immediati dei suoi suoi interlocutori.

Tecnici
La cooptazione degli organi di sorveglianza (magistrato alle acque, commissione di Valutazione d'impatto ambientale, corte dei conti ecc.) e di repressione (guardia di finanza, servizi segreti, carabinieri) mostrano come oggi la pratica della corruzione (non riferita allo specifico reato, ma intesa in senso lato) permea in modo più strutturale e pericoloso la pubblica amministrazione e comunque richiede nuovi e più raffinati paradigmi di indagine e di lettura.

Se nella tangentopoli degli anni ottanta e novanta i cosiddetti tecnici avevano un ruolo di collegamento e intermediazione tra il sistema delle imprese e quello dei partiti (8), a giudicare dalle vicende emerse dall'inchiesta veneziana, la frantumazione dei partiti ha indotto i tecnici ad assumere il ruolo di protagonisti attivi nel rapporto con il mondo delle imprese. Un rapporto più diretto, garantito da un sistema di convenienze reciproche tra «tecnici» e imprenditori. Una vera e propria alleanza – pensiamo al rapporto tra il Magistrato alle acque e il Consorzio Venezia Nuova – fondata sulla totale assenza di controlli che ha garantito l'impunità nella gestione illegale dei lavori. Attorno all’apparato amministrativo-burocratico regionale è emersa una concentrazione abnorme e anomala di poteri che ha generato talvolta palesi situazioni di conflitto di interessi e di compatibilità di incarichi, portando parallelamente alla subordinazione di organi di alta consulenza tecnico-scientifica al potere politico, come ha documentato l'Osservatorio ambiente e legalità di Venezia nel caso della commissione Via regionale, composta per lo più da politici e da professionisti interessati alle stesse opere che avrebbero dovuto analizzare (9).

Imprenditori

Che tipo di sistema produttivo abbiamo di fronte? Un sistema chiuso e protetto dalle incertezze dei mercati, dalla esasperazione della competitività. Il sistema costruito attorno al Consorzio Venezia Nuova garantiva agli imprenditori una rendita di posizione invidiabile e, in molti casi, vitale, visto che per una quota non trascurabile di imprenditori «gli scambi occulti e gli accordi collusivi finiscono per essere concepiti come un modo per stare sul mercato, se non addirittura l’unico modo per sopravvivere economicamente» (10) (e saltare da una tangentopoli a un'altra, come nel caso di Piergiorgio Baita).

Siamo di fronte a circuiti protetti, a reti di reciprocità all’interno delle quali vengono ammorbidite – dalla logica dei favori e degli scambi occulti – le severe leggi del mercato e della concorrenza. Una regolazione sistematica delle opere pubbliche dà vita a circuiti chiusi dell'economia locale, accessibili soltanto per le imprese in possesso dei requisiti economici e del capitale sociale necessario. In una recente intervista rilasciata a un giornale locale, un imprenditore veneziano dichiarava che sarebbe stato disposto a corrompere qualcuno pur di salvare l'impresa in difficoltà, ma che non sapeva a chi rivolgersi dal momento che i circuiti corruttivi rimanevano accessibili solo a una élite imprenditoriale11. L'economista Stefano Solari descrive questo meccanismo come «compattamento delle reti a fronte della crescente incertezza dei mercati». Un compattamento nel quale è difficile «discernere l'attività di malaffare» e in cui si riduce la qualità, ma non la consistenza, del capitale sociale in circolazione.

Di fronte a questa tendenza sistemica suonano particolarmente imbarazzanti (e imbarazzate) le reazioni dei rappresentanti degli imprenditori rispetto alle vicende emerse. Il tentativo è quello di una normalizzazione del dibattito che contribuisca a derubricare gli avvenimenti a pure deviazioni rispetto a un ordinario funzionamento dell'economia e delle procedure. Assieme alla vibrante condanna da parte dei vertici di Confindustria del Veneto, abbiamo assistito alla tendenza a individuare alcuni colpevoli decontestualizzando il loro operato. Abbiamo invece l'impressione che vent'anni di esaltazione del modello imprenditoriale nordestino abbiano in realtà sfibrato il ceto imprenditoriale, disabituandolo a un confronto con la realtà e con punti di vista diversi. I ripetuti ossequi ai meriti dell'impresa da parte di (quasi) tutti i protagonisti del dibattito pubblico a prescindere dai suoi meriti – che ovviamente ci sono stati - hanno reso la stessa rappresentanza delle imprese vulnerabile – anche perché disabituata alle critiche ed assuefatta ad un clima di ideologico conformismo - ed incapace di originali elaborazioni.

Intrecciate alle figure degli imprenditori, emergono infine le gesta di faccendieri e professionisti, che sembrano esercitare un ruolo cruciale nel contesto del capitalismo di relazione. Personaggi-cerniera – pensiamo ai commercialisti nominati nelle società pubbliche – che operano a cavallo tra la politica e l'imprenditoria, acquisendo progressivamente una sempre maggiore importanza, sia a causa della trasformazione del modello aziendale, dove alla capacità di fare impresa si affiancano – o si sostituiscono – quella di connettere e intrecciare informazioni e quella di scambiare obblighi e favori, sia per la perdita di autorevolezza e di assertività della sfera politica, che deve ricorrere a queste figure perché non è più in condizioni di controllare i troppi risvolti del complesso sistema decisionale e amministrativo.

Società civile e università

Gli intrecci criminali che emergono dalle carte dell'inchiesta sono stati intuiti da una combattiva minoranza di attivisti e intellettuali che in questi anni hanno denunciato e combattuto quello che genericamente veniva definito il «sistema Galan». Mentre (quasi) tutti i partiti proponevano uno scenario ineluttabile e indiscutibile in nome del quale le opere divenivano necessarie, comitati e associazioni si sono presi in carico il problema di politicizzare il dibattito risalendo al cuore delle questioni: «quali opere e per quale modello di sviluppo?». Il problema è che non si è mai aperto un luogo di discussione reale che potesse entrare radicalmente nel merito delle scelte e persuadere. Ma se le minoranze che si sono opposte al Mose – così come ad altre opere in odore di cricca − hanno visto riconosciuto il loro punto di vista solo in seguito a un'inchiesta della magistratura, dobbiamo trarre alcune conseguenze rispetto al ruolo possibile, e a quello reale, rivestito dalle minoranze nel nostro sistema politico. Tanto più alla luce dell'indirizzo maggioritario e ispirato alla governabilità che sembra ormai egemone in questo paese.

I No Mose sono stati, a Venezia come altrove nel Veneto, una minoranza. La città in realtà è stata narcotizzata da un effluvio di finanziamenti, giostrati dal Consorzio Venezia Nuova, che hanno riguardato quasi tutti gli ambiti della società. Anche se non tutti condividono le stesse responsabilità, ben pochi possono dirsi del tutto estranei al sistema che ha dominato fino a pochi mesi fa. Una marea di denaro che ha creato sicurezza, ha ammorbidito i toni, offuscato lo sguardo e reso meno stridente la convivenza della città con un «monstrum» politico-imprenditoriale e istituzionale come il Consorzio.

In particolare, quest'ultimo ha dedicato non poche risorse al finanziamento del mondo della cultura e dell'Università. Diversi intellettuali hanno segnalato come questa attenzione abbia sortito i suoi effetti in termini di legittimazione dell'opera (12). E se la massima istituzione pubblica deputata alla formazione e alla ricerca ha mostrato in questi anni una pur minima «apertura» rispetto ai suoi finanziatori, che cosa ci prepara il futuro a fronte di un crescente disimpegno dello Stato, a una legislazione e un'organizzazione didattica e della ricerca che agevola l'intervento dei privati?

Conclusioni

Facendo il verso al vecchio di Treviri, possiamo riprometterci di affrontare seriamente questa farsa, prestandole i toni più consoni della tragedia, dato che chi ha voluto fare politicamente i conti con la tragedia – la tangentopoli anni novanta – si è trovato, non accidentalmente, a buttarla in farsa. Dalle inchieste giudiziarie occorre passare alle inchieste sociali, non già per affollare il banco degli imputati, ma per provare a rintracciare le dimensioni sociali e politiche della corruzione – e quindi della radicale privatizzazione dei beni comuni – e identificare i terreni su cui è possibile (e necessario) agire.

Note
1 Donatella Della Porta, Alberto Vannucci, Mani Impunite. Vecchia e nuova corruzione in Italia, Laterza, Bari, 2007
2 A. Mastropaolo, Il ceto politico, La Nuova Italia Scientifica, Firenze, 1993
3 Katz, R. S., P. Mair, 1995, Changing Models of Party Organization and Party Democracy: The Emergence of the Cartel Party, in “Party Politics”, 1, I.
4 Marco Revelli, Finale di partito, Einaudi, Torino, 2013
5 Guido Rossi, Corruzione e ineguaglianze minacciano la democrazia, il Sole 24 ore, 15 giugno 2014
6 Rocco Sciarrone, Mafie del nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, Roma, 2014
7 Aldo Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, Torino 2013
8 Ivan Cicconi, Project financing e grandi opere. Il nuovo volto della corruzione dopo Tangentopoli, Quaderno n°4, Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, Marzo 2014 in www.osservatorioambientelegalitavenezia.it
9 Osservatorio ambiente e legalità di Venezia, Ombre e disfunzioni della Commissione Via, Dossier, Luglio 2013 in www.osservatorioambientelegalitavenezia.it
10 Rocco Sciarrone, Mafie vecchie mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 2009

11 Francesco Furlan, L'imprenditore confessa: «Pur di lavorare pagherei le tangenti», La Nuova di Venezia, 21 marzo 2012.

12 Filippomaria Pontani, I mobili argini di Venezia, 4 giugno 2014 in www.ilpost.it

Anche la soprintendenza ai beni culturali avalla l'accordo tra la decaduta giunta Orsoni e il nefasto Ente porto, volto a rafforzare la presenza della Grandi navi nella città antica, ad aprire il varco all'ingresso delle automobili e a ridurre gli spazi pubblici in un settore densamente popolato di Venezia. La NuovaVenezia, 17 luglio 2014

Per il nuovo terminal per l’arrivo del tram a San Basilio è arrivato adesso anche il via libera della Soprintendenza. Un parere sostanzialmente favorevole al progetto predisposto dal Comune d’intesa con l’Autorità Portuale, con l’accordo di programma siglato tra le parti, ma con alcune prescrizioni che riguardano l’impatto ambientale della nuova opera, che fa molto discutere, anche perché per attuarla Ca’ Farsetti ha revocato il precedente piano regolatore generale di Santa Maria e San Basilio, modificando le destinazioni a uso e verde pubblico e residenziale delle zone interessate all’intervento.
Per questo molto si era polemizzato sul progetto di Porto e Comune dentro e fuori del Consiglio comunale, con impegni di revisione degli aspetti meno convioncenti del piano, di fatto disattesi dal Comune. Sarà ora la Provincia con la propria Commissione Via a valutare l’impatto del nuovo terminal per il definitivo via libera che arriverà probabilmente dal commissario prefettizio Vittorio Zappalorto, in assenza del Consiglio comunale.
Tra le novità del progetto - proprio nel momento in cui in città si continua a parlare della riduzione del passaggio delle Grandi Navi in Bacino di San Marco - la realizzazione di un ottavo punto di attracco per le navi da crociera. La bozza di accordo prevede che il Comune investa 15 milioni per finanziare il collegamento tramviario, che realizzi un nuovo approdo di fronte al nuovo terminal del tram e che realizzi un ponte pedonale sul canale della Scomenzera al servizio del porto passeggeri. Il porto, dal canto suo, investirà 24 milioni proprio nel potenziamento della portualità costruendo un nuovo terminal da 28 mila metri cubi al posto del piazzale d’imbarco dei traghetti, che saranno trasferiti presto a Fusina. L’ex stazione marittima di San Basilio sarà riadattata, forse attraverso un intervento in finanza di progetto, a stazione del tram. Il Porto restaurerà tre ex magazzini per un costo complessivo di 7,5 milioni e realizzerà per due milioni un parcheggio multipiano da 700 posti sul molo di Levante. Poi c’è un investimento da 10 milioni che il Porto si impegna a fare nell’area ex lavaggio treni a Santa Marta. Il tram scenderà lungo la rampa che porta a Santa Marta e correrà lungo la riva, girando dietro l’ex chiesa di Santa Marta e proseguendo dietro la banchina portuale fino alla stazione terminale. Ci saranno tre fermate: una in prossimità del ponte pedonale di collegamento con piazzale Roma-people mover, una a Santa Marta e una al capolinea. La stazione sarà ristrutturata e adattata anche con servizi commerciali.
«Se sarà attuato questo accordo di programma per il tram - sottolinea il docente dell’Iuav Stefano Boato, già assessore comunale all’Urbanistica - si butterà all’aria il lavoro, la lotta e la pianificazione durata trent’anni per restituire alla città la zona di San Basilio. Il tram è il cavallo di troia per stravolgere decenni di pianificazione e di accordi presi con la popolazione. In tutto il mondo le vecchie aree portuali vengono dismesse, riutilizzate e integrate alle città. Anche a Venezia il Comune aveva elaborato nel 1989-90 e poi approvato dieci anni dopo questa prospettiva nel Piano regolatore. Il Piano ancora in vigore prevede la dismissione delle aree portuali di San Basilio e Santa Marta, la demolizione “senza ricostruzione della stazione passeggeri” la rimozione dei collegamenti ferroviari e carrabili conservando la possibilità di conservare l’attracco delle navi. Oggi si rischia però di tornare indietro di 30 anni con un tratto di penna».

«È singolare che il Comune e il sindaco uscente abbiano preso posizioni contro il passaggio delle Grandi Navi da San Marcoe poi non abbiano voluto questa mostra che ne documenta l’impatto».Non è tanto strano: tra il dire e il fare c'è una laguna di chiacchiere La Nuova Venezia, 13 luglio 2014 (m.p.r.)

Ora tutti vogliono fare anche a Venezia una mostra con le immagini di Gianni Berengo Gardin dedicata al passaggio «claustrofobico» delle Grandi Navi in laguna, che sono esposte da due giorni nell’esposizione che il Fai ha voluto realizzare a Villa Necchi Campiglio a Milano, presentando anche la nuova campagna del Fondo per l’ambiente Italiano dedicata ai Luoghi del Cuore da segnalare per tutelarli, che include anche il Canale della Giudecca, “segnato” dal passaggio delle navi da crociera. E lo stesso grande fotografo a rivelarlo il giorno dopo l’inaugurazione della sua mostra di cui si è parlato ovunque. «Oggi (ieri ndr) - mi hanno chiamato i rappresentanti di due fondazioni private veneziane, che si sono messe subito a disposizione per realizzare la mostra con le mie foto delle Grandi Navi anche in laguna, ma io ho risposto di no. La mostra a Venezia la voglio fare, ma in uno spazio pubblico, proprio perché il problema del passaggio delle navi da crociera e il loro impatto sulla città è un problema di tutti».

E torna, quindi, per Berengo, l’amarezza per non aver potuto realizzare da subito la mostra con le sue foto a Venezia, con tre istituzioni pubbliche che lo hanno tenuto «a bagnomaria» per oltre un anno, con una disponibilità apparente a realizzare l’esposizione, senza poi farne nulla. «È singolare che il Comune e il sindaco uscente abbiano preso posizioni contro il passaggio delle Grandi Navi da San Marco - commenta ancora Gianni Berengo Gardin - e poi non abbiano voluto questa mostra che ne documenta l’impatto». Berengo Gardin non lo dice esplicitamente, ma le tre istituzioni pubbliche che hanno di fatto detto no alle sue fotografie che stanno facendo il giro del mondo, fanno capo in buona parte proprio all’Amministrazione comunale e coinvolgerebbero in particolare la Fondazione Musei Civici e la Fondazione Bevilacqua La Masa.
«Nessuno mi ha mai fatto sapere esplicitamente che non voleva la mostra con le immagini delle Grandi Navi in Bacino di San Marco - ricorda Berengo Gardin - ma mi hanno fatto sapere che c’erano problemi di spazio, di calendario o di natura organizzativa, senza mai arrivare a una risposta precisa, fino a indurmi a rinunciare». La mostra delle foto di Berengo Gardin sulle Grandi Navi, l’avrebbe fatta volentieri Jiva Kraus, curatrice dell’Ikona Gallery, galleria privata veneziana che fa proprio delle mostre fotografiche il suo punto di forza. «È un’amica - commenta Berengo Gardin - ma le ho detto di no, proprio perché volevo fortemente che queste fotografie venissero viste in uno spazio pubblico. Del resto i titolari di altre due grosse gallerie private veneziane mi hanno detto che non avrebbero mai potuto fare una mostra con queste mie fotografie, perché gli avrebbero sicuramente spaccato le vetrine...».
Tema incandescente quello delle Grandi Navi a Venezia, dunque, anche se affrontato con l’ottica di un grande fotografo come Gianni Berengo Gardin. «Ma la mostra a Venezia con queste fotografie voglio comunque farla, non rinuncio a questa idea - insiste ancora - ma deve essere, appunto, in uno spazio pubblico, perché si tratta di un dovere civile quello di dibattere su un problema come questo, che riguarda l’immagine e l’integriità di una città come Venezia». E chissà che non possa essere lo stesso Fai veneziano - quello che è diventato di fatto uno spazio pubblico, pur non essendolo, come il Negozio Olivetti di Carlo Scarpa in Piazza San Marco - a pensare di portare finalmente anche in laguna le immagini di Berengo Gardin, che sta proponendo a Milano. A poca distanza dal passaggio quotidiano dei «Mostri a Venezia» - come è il titolo della sua mostra - in Bacino San Marco.

Le istituzioni asservite ai grandi gruppi economici adoperano la vecchia arma di tutte le dittature, la censura, per non far conoscere la verità agli abitanti e ai visitatori della città saccheggiata. «Volevo esporle in una sede pubblica, nessuna risposta. Così il lavoro di Berengo Gardin è ora a Milano, grazie al Fai». La Nuova Venezia, 12 luglio 2014

Una selezione da 300 scatti fatti quando «entrano a catturare la loro preda» Il Canale della Giudecca Luogo del Cuore Il Fai a fianco di Gianni Berengo Gardin e contro i “mostri” della laguna.

Il Fondo per l’Ambiente Italiano ha preso decisamente a cuore il problema del passaggio delle Grandi Navi per il Bacino di San Marco e il Canale della Giudecca. Ieri a Villa Necchi Campiglio, a Milano, è stata inaugurata la mostra fotografica “Mostri a Venezia”, dedicata proprio alle immagini delle grandi navi da crociera che passano di fronte a Piazza San Marco scattate dal grande fotografo Gianni Berengo Gardin. Che avrebbe voluto vederle in mostra a Venezia, ma non c’è riuscito: «Attraverso una influente signora veneziana» dice «ho cercato contatti con enti pubblici per poter esporre queste immagini. Per un anno e mezzo ho aspettato un cenno che non è mai arrivato, ricevevo solo rinvii. Si è fatta avanti una galleria privata, ma non era la sede per questo lavoro: è denuncia prima che arte. Forse è un tema che Venezia non vuole sollevare».
Quali siano questi enti pubblici, il fotografo non lo dice. Le ventisette immagini di Berengo Gardin selezionate per la mostra milanese da 300 scatti realizzati a partire dal 2010, ritraggono il quotidiano passaggio delle mastodontiche navi da crociera nel Canale della Giudecca. Un segno forte che il Fai intende lanciare in un momento cruciale per le decisioni del Governo sul problema del passaggio delle Grandi Navi all’interno di Venezia e che coincide anche con l’avvio della nuova campagna del Fondo per la scelta dei Luoghi del Cuore, quelli che cioè gli italiani amano maggiormente e che sono invitati a votare, per garantirne la tutela. E proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema del passaggio delle Grandi Navi da San Marco, il Fai ha da quest’anno inserito tra i nuovi Luoghi del Cuore che potranno essere indicati dai cittadini anche il canale della Giudecca, per sottolineare così la necessità di difendere - attraverso la principale arteria acquea a fianco del Bacino di San Marco - l’integrità di Venezia e la sua immagine, messa a repentaglio per molti proprio dal passaggio delle grandi navi da crociera.
Un tema caro anche a Ilaria Borletti Buitoni, già presidente del Fai e ora sottosegretario ai Beni Culturali. Una mostra di grande impatto, quella milanese, che intende far riflettere su questi mostri che quotidianamente minacciano Venezia, che con i loro “inchini” fanno tremare più volte al giorno i suoi preziosi monumenti, che con i loro volumi producono onde e correnti sottomarine che logorano le delicate fondamenta della città, e che con i loro motori inquinano l’aria, secondo le denunce dei comitati ambientalisti. Le fotografie costituiscono un reportage duro, severo, rigoroso: un lavoro di testimonianza e di denuncia da parte di uno dei più grandi fotografi italiani, Gianni Berengo Gardin che ha vissuto a lungo a Venezia, città di suo padre.
Un lavoro che equivale a una presa di posizione netta, che il fotografo sente come un dovere civile: «Sono rimasto sconvolto, quando le ho viste. In effetti, quando passano, non si vede altro. Queste fotografie sono solo una goccia d’acqua nel mare dell’opposizione, ma sono una denuncia civile, una battaglia vera. Non si tratta solo di questione estetica, ma di pericoli reali». Gianni Berengo Gardin ha trovato il tempo di scattare queste immagini dopo che, accompagnando la sua mostra antologica a Palazzo dei Tre Oci, alla Giudecca, ha visto e rivisto il passaggio delle grandi navi. Si è alzato alle 5 del mattino «per riprenderle quando entrano a catturare la loro preda». Nelle foto, ha dato loro tutto lo spazio che si prendono: l’intera visuale. «Non ho usato teleobiettivi per “schiacciare” le distanze, al massimo un 80 millimetri». Quello che si vede, dunque, «non è un effetto ottico: la fiancata della nave toglie tutto lo sfondo, diventa la fine dello sguardo di tutte le calli e i campi di riva degli Schiavoni e della Giudecca». Tra le tante forme di protesta che accompagnano il passaggio delle Grandi Navi questa, con il silenzio della fotografia, è quella che urla più forte: è il grido delle immagini, e dell’arte. (ha collaborato Silvia Zanardi)
Riferimenti
Chi vuole conoscere i dati di un corretto bilancio costi/benefici del cricierismo delle Grandi navi aVenezia legga l'aureo lbtretto dell'economistafuori dal coro Giacomo Tattara, Misurare il crocierismo, Collana Occhi aperti su Venezi, Corte del fòntego editore, 3 €

Il 25 giugno scorso si è svolta a Venezia, Forte Marghera, un’assemblea organizzata dal coordinamento veneziano della lista “L’altra Europa con Tsipras”. Pubblichiamo la relazione di Edoardo Salzano e l’intervento di Mattia Donadel. In calce i link ad altri documenti presentati da Armando Danella

MoSE, IL CAVALLO DI TROIA
PER IL SACCHEGGIO DEL VENETO
intervento di Mattia Donadel

Si dice spesso dei Veneziani che, a torto o a ragione, si ritengano un po’ troppo al centro dell’attenzione. Ma nel caso del terremoto causato dall’inchiesta “MOSE”, non vi è dubbio che l’epicentro sia collocato proprio a Venezia.

Il MOSE, la grande opera pensata per salvare Venezia e la laguna, è stato infatti il cavallo di Troia attraverso il quale è stato costruito negli ultimi 30 anni un vero e proprio sistema di potere mafioso che si è impadronito dell’intera Regione, e oltre.

La storia è nota: a metà degli anni ’80 viene creato il Consorzio Venezia Nuova, il concessionario unico dello Stato per la realizzazione del MOSE e delle altre opere di salvaguardia in Laguna, che in deroga a tutte le normative europee in materia di appalti, ha stornato miliardi di euro dei contribuenti alle proprie ditte consorziate, ed entrate a far parte del Consorzio medesimo senza alcuna procedura di evidenza pubblica. Soldi e appalti che hanno permesso di far lievitare in pochi anni i fatturati e gli utili di alcune ditte come ad esempio la Mantovani spa; ma anche soldi che attraverso false fatturazioni, prezzi gonfiati, lavori inventati sono serviti per assicurare un potere incontrastato alla classe politica che ha Governato il Veneto fino ad oggi; classe politica si badi bene, che è stata diretta espressione di questa cricca “cricca” e non banalmente vittima del burattinaio del Consorzio Venezia Nuova. Un potere così pervasivo da riuscire a inquinare e condizionare tutti i settori della società: dagli apparati di controllo, alla comunicazione, al mondo scientifico e della cultura, e perfino la Chiesa.

Per quanto il MOSE sia stato ed è un’opera pensata per risucchiare quantità colossali di soldi anche oltre alla sua realizzazione, ben presto, come una specie di cancro, il “sistema” ha cominciato a diffondersi in ogni direzione alla ricerca di fonti sempre nuove di alimentazione: proprio le opere pubbliche sono diventate il terreno di coltura privilegiato, si tratti di nuove autostrade, ospedali, infrastrutture energetiche poco importa, importante è che siano grandi e costose.

Altrettanto affinati sono stati gli strumenti messi a punto per avviare e gestire il business delle grandi opere: Legge Obiettivo, uso dell’emergenza e dei Commissari straordinari, pieno controllo della Commissioni tecniche di Valutazione (es. commissioni VIA-VAS) hanno permesso di eludere vincoli e controlli di ogni sorta espropriando le comunità locali di ogni potere decisionale e mettendo fuori gioco comitati, associazioni, chiunque tentasse di mettersi di traverso.

Il problema del progressivo esaurimento di fondi pubblici ha indotto poi all’invenzione del cosiddetto Project Financing, grazie al quale sarebbero state proprio le cordate private a finanziare le opere in cambio di concessioni o canoni decennali. In realtà una vera e propria truffa, perché a fronte di piani economico-finanziari truccati, nelle convenzioni che regolano le concessioni tutti i costi finiscono per essere scaricati sugli enti pubblici in modo differito nel tempo.

Passante: la testa di ariete

E se il MOSE è stato il Cavallo di Troia, la testa d’ariete per dare la stura a questo sistema si chiama Passante di Mestre, l’unica grande opera realizzata e già funzionante in Veneto.

Il Passante, infatti, ha permesso di sperimentare tutte queste leve e anche oltre: la Legge Obiettivo, il Commissario Straordinario, l’affidamento dei lavori a un “general contractor” mediante procedura discrezionale. E’ bene ricordare poi che le principali ditte che hanno costruito il by-pass di Mestre sono socie del Consorzio Venezia Nuova, e alcune di queste in particolare si trovano al centro dell’inchiesta, mantovani spa e Co.Ve.Co. sopra tutte. E sarà pure una coincidenza, ma guarda caso la stessa Sezione generale della Corte dei Conti denunciava un aumento ingiustificato dei costi per il completamento della nuova autostrada e delle opere complementari (da circa 750 milioni di euro preventivati, a oltre 1,4 miliardi di euro finali), nonché gli scarsi controlli, il forte rischio di corruzione e di infiltrazione mafiosa.

La lievitazione dei costi in questo caso non rimanda semplicemente al malaffare, ma anche ad un ulteriore sviluppo: quello della finanziarizzazione delle grandi opere.

Ricostruimao un po’ la storia: i soldi per il Passante sono stati erogati direttamente dallo Stato (circa 290 milioni di euro) e dalla SpA al 100% pubblica ANAS (per circa 1 Meuro). Nel 2008 è stata creata la CAV SpA, partecipata al 50% dalla stessa ANAS e per l’altro 50% dalla Regione del Veneto. Nella Convenzione di Concessione la CAV è tenuta non solo alla gestione del Passante e di altre tratte stradali, ma anche alla restituzione ad ANAS dei soldi che questa aveva anticipato per la realizzazione dell’opera attraverso il gettito dei pedaggi. Nonostante l’elevato flusso di traffico, è apparso subito chiaro che il debito non era ripagabile. Di qui partono alcune operazioni di rifinanziamento: nel 2013, grazie all’avvallo della Giunta Regionale, CAV riceve 350 milioni di euro dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) e 73,5 milioni di euro da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), il tutto a tassi di interesse di mercato. Di debito in debito il “buco” si allarga, e proprio nei prossimi giorni partirà un’ulteriore rifinanziamento, ancora più pericoloso: la CAV si appresta infatti ad emettere titoli finanziari legati all’opera (i famigerati Project Bond) per circa 700 milioni di euro. Si tratta della prima operazione di svendita di un’opera pubblica in Italia; per l’acquisto dei titoli sono già in “pole position” Royal Scotland Bank, Unicredit, Societè Generale, Intesa e Bnp Paribas. Cosa succederà nel momento in cui la bolla speculativa che è stata creata esploderà?

Ma non è finita qui, perché la costruzione del Passante è stato il vero grimaldello per dare il via a una colossale speculazione immobiliare nella zona tra Dolo e Pianiga, là dove la nuova arteria si collega all’autostrada A4. Parliamo di Veneto City: i terreni agricoli di questa area sono stati acquistati ad un valore molto basso circa 15 anni fa da una società, la Veneto City spa, costituita da noti imprenditori veneti; molti di questi sono stati protagonisti delle famose “delocalizzazioni”delle attività produttive che per lungo tempo hanno caratterizzato il modello “nord est”. Nel 2011, nonostante la forte opposizione dei comitati locali, la Giunta Zaia ha varato la variante urbanistica per la realizzazione di Veneto City, facendo aumentare di almeno 10 volte in un istante il valore del capitale detenuto dai soci della Veneto City spa.

In conclusione, ripercorrendo la storia del MOSE e del Passante di Mestre, ci si rende conto di come la questione “grandi opere” è qualcosa che va ben oltre al tema dell’ambiente. Il nodo “grandi opere” è assai più denso e abbraccia temi di estrema importanza come per esempio quello della democrazia, della crisi della politica, del lavoro, delle finanziarizzazione del capitale, del debito pubblico, oltre che, come si è visto, al malaffare… A ben vedere quando parliamo di “grandi opere” stiamo parlando di come le dinamiche globalizzate del sistema neo-liberista si materializzano, qui ed ora nei nostri territori.Indubbiamente un tema imprescindibile per chi si pone l’obiettivo di ricostruire un’alternativa sociale e politica di sistema.

OPINIONI PER L'OGGI E IL DOMANI
DALL'EUROPA A VENEZIA
di Edoardo Salzano

Due vicende

Condivido il proposito del “Coordinamento” di lavorare per ricostruire dal basso una rappresentanza politica cittadina capace di ridare dignità e prestigio alle istituzioni politiche veneziane e venete. Vorrei però che, in questo periodo di grande confusione, vi fossero alcuni punti di chiarezza.

In primo luogo, la distinzione tra due vicende:
1. la lista L’altra Europa con Tsipras nasce in vista di un’elezione del Parlamento europeo, ed è una parte di un un’iniziativa e un’azione europea;
2. la questione del Consorzio Venezia Nuova, del Mose e degli interventi infrastrutturali nel Veneto, della corruzione e del sistema di potere che attorno a questi temi si sono manifestati è un’altra storia – veneziana, veneta e italiana – che richiede iniziative e attori diversi dalla prima.

Esistono indubbiamente importanti connessioni tra le due vicende. La principale è quella esprimibile nella domanda: quale politica intendiamo praticare? Ma verrò su questo punto alla fine del mio intervento

La vicenda europea

Proseguire la storia della lista L’altra Europa e costruire in Italia una nuova formazione politica è un cimento di lungo respiro. La sua organizzazione è solo l’ultimo passo. Occorre in primo luogo definire un’ideologia (intendo per ideologia «quell’insieme di credenze condivise da un gruppo e dai i suoi membri che guidano l’interpretazione degli eventi e che quindi condizionano le pratiche sociali»,), una strategia e una tattica, un programma di lungo e di medio periodo coerenti tra loro, e solo su questa base una organizzazione.

Il percorso per costruire questi elementi richiede in primo luogo di definire una scelta di campo. Questa è già stata individuata nei suoi elementi essenziali nei punti programmatici della lista, ma non è stata seguita a sufficienza nei fatti. Il diverso peso tra le componenti formalizzate (il SEL e il PRC) e il mondo dei comitati è uno degli elementi critici che è emerso. E’ in primo luogo su questo, e sugli altri elementi critici che è necessario discutere.

Le persone che abbiamo concorso ad eleggere al Parlamento devono rendere conto del loro operato ai loro elettori, e non a questa o quell’altra componente daei variegati mondi che hanno concorso alla loro elezione. Se quest’ultimo dovesse essere il loro riferimento mi sembra ovvio che i referenti dovrebbero essere le persone che hanno promosso e coordinato la lista.

La storia veneziana e veneta

La prima scadenza che si pone nella vicenda dell’indagine giudiziaria sugli appalti nel Veneto è quella dell’elezione del sindaco e del Consiglio comunale di Venezia. In relazione a questa scadenza abbiamo già scritto con Ilaria Boniburini, , e illustrato al gruppo “Venezia cambia 2015”, ciò che ci sembrava e mi sembra necessario chiedere e chiedersi. Ne riporto alcuni elementi:

"Sindaco e squadra non devono essere stati in alcun modo coinvolti (né con le loro azioni né con i loro silenzi) con il gruppo di potere guidato dal Consorzio Venezia nuova: un gruppo di potere che ha lavorato durante tutte le sindacature che si sono succedute dalla prima Giunta di Massimo Cacciari a quella di Giorgio Orsoni

"Il sindaco deve aver dimostrato di conoscere a fondo Venezia e i suoi problemi, di essersi schierato a favore della salvaguardia e della messa in valore (non adoperiamo la parola ”valorizzazione”) delle qualità naturali e storiche della città e dei suoi territori d’acqua e di terra e della difesa dei beni comuni dalla mercificazione.

"Deve impegnarsi: a difendere le fasce più deboli della popolazione (bambini, donne, anziani, emarginati per povertà, etnia, cultura), a privilegiare gli interessi dei cittadini in quanto tali rispetto a quelli dei poteri economici, a garantire la trasparenza dei processi decisionali, a promuovere l’uscita dalla crisi economica senza ripercorrere le strade che l’hanno prodotta, a difendere il lavoro senza compromettere (ma anzi accrescendo la qualità) dei patrimoni comuni.

"La squadra deve essere tale da garantire, nel suo insieme, tutte le competenze necessarie in coerenza con il progetto politico che proponiamo.

"Gli appartenenti alla squadra (e in particolare alla giunta) dovranno essere proposti in relazione alla loro competenza, esperienza e coerenza al progetto politico, e non all’appartenenza partitica o di gruppo".

Il potere è passato di mano

Tralascio gli altri punti del documento che abbiamo scritto per "Venezia cambia 2015". Voglio mettere in evidenza una questione che mi sembra cruciale nell’esperienza veneziana e veneta, e che è passata in terzo piano: il radicale spostamento di potere che è avvenuto per opera del clan costruito a ridosso del Consorzio Venezia Nuova.

Si tratta di un clan che ha saputo agire con tutti gli strumenti illegittimi e legittimi che le loro dotazioni finanziarie consentivano. Per conto mio continuo a ripetere che la benemerita indagine aperta dai magistrati veneziani illumina una parte soltanto del gruppo di potere politico-economico che domina lo scenario veneto. non dimenticherei attori come come l’ente Porto di Venezia, e come la SAVE, padrona degli aeroporti di Venezia e Treviso e promotrice dell’operazione immobiliare Tessera city, sulla quale troppi amministratori sono stati compiacenti, o addirittura complici.

Così come sarebbe difficile comprendere l’egemonia che il Consorzio Venezia Nuova ha conquistato nell’opinione pubblica veneziana e veneta, nazionale e internazionale senza indagare sulla trama dei rapporti tra il mondo delle attività immobiliari, quello delle banche e relative fondazioni, quello dei mass media e – last but not least, quello della cultura, dei centri di ricerca e dell’università.

Per costruire una mappa precisa del potere a Venezia e nel Veneto non sarebbe però giusto affidarsi al lavoro alla magistratura, la cui responsabilità si arresta al limite tracciato dalle azioni contrarie alla legge. Le armi di cui dispongono i poteri economici per conquistare il consenso e impadronirsi del dominio non sono costituite solo dalle truffe e la corruzione diretta. Come cittadino e modesto diffusore di una visione critica delle cose interesserebbe sapere chi si accingerà a questo compito difficile e delicato, ma a mio parere indispensabile. Una volta c’era il giornalismo d’inchiesta, oggi è quasi scomparso, e molte “inchieste” sono caratterizzate più dalla ricerca dell’effetto che dal faticoso svolgimento di un’accurata analisi.

Le elezioni a Venezia

Non do troppa importanza ai risultati elettorali. La democrazia rappresentativa è molto malata, nel nostro paese. E’ in gran parte il risultato della penetrante azione mediatica di quei «persuasori occulti» che il sociologo statunitense Vance Packard già analizzava nel lontano 1957. Ma non credo che la democrazia diretta sia oggi capace di sostituire quella delegata.

Come ha riconosciuto un marxista non imputabile di simpatie statalistiche, il geografo anglo-americano David Harvey, la dimensione orizzontale e quella verticale della democrazia devono integrarsi. Mi sembra che il documento presentato nell’area Tsipras da Paolo Cacciari sia uno stimolo utile per lavorare in questa direzione, ma credo che ci sia ancora da cercare, ragionare e sperimentare molto prima di trovare un corretto equilibrio tra la dimensione orizzontale e quella verticale della democrazia.

Certo è – almeno per me – che oggi le logiche dei partiti sono, del tutto obsolete, incapaci di incidere positivamente sulla realtà, lontane, e “allontananti”, dalle aspirazioni, le speranze e perfino le attenzioni delle vittime del neoliberismo ai cui interessi ci appelliamo. Lo ha scritto con chiarezza Marco Revelli: «non c’è più spazio per nessuna delle identità esistenti. O cambiare tutti, o morire tutti».

Ciò tanto più a Venezia. Devo dire che l’atteggiamento dei partiti e dei gruppi rappresentati nella Giunta e nel Consiglio comunale e aggregati nelle maggioranze che si sono succedute nell’ultimo quindicennio mi ha spesso stupito e amareggiato.

I suoi esponenti, anche quelli apparentemente più alternativi, non hanno mai seriamente denunciato il MoSE e il sistema di potere su cui si sorregge. Non hanno mai scelto di contrastare i sindaci (in particolare negli anni di Costa e inb quelli di Orsoni) nelle loro scelte peggiori: dal MoSE nella fase degli 11 punti . che avrebbero dovuto rovesciare il progetto MoSE e hanno costituito invece la copertura del voto favorevole del sindaco di Venezia al devastante progetto. Inspiegabili gli ultimi atti della giunta e del consiglio, dove non hanno assunto loro la responsabilità di provocare le dimissioni del sibdaco amico di Mazzacurati, lasciando al PD diMatteo Renzi il merito di provocare la rottura con sindaco, reo di “intelligenza col nemico”. Arrivano oggi perfino a difenderlo – non come persona, il che potrebbe essere comprensibile – ma come rappresentante dell città.

Non do – ripeto e concludo – troppa importanza alle elezioni e ai loro risultati. Ma secondo me la partecipazione delle cittadine e dei cittadini alle campagne elettorali è importantissimo perché è un primo concreto momento di apprendimento della politica da parte delle persone che vi partecipano e che sono “nuove” alla politica. Della politica come sintesi di una pluralità di esigenze, interessi, attese e speranze tra cui occorre – appunto – trovare la sintesi che dia una risposta coerente a tutti.

Credo, insomma alla preparazione alle elezioni come apprendimento di una nuova politica, aperta a tutti i cittadini, a partire da quelli che già fanno “politica insieme” nei gruppi di cittadinanza attiva. La loro esperienza politica nella campagna elettorale potrà o non potrà alimentare la nuova formazione politica che ci si propone di costruire a partire dall’esperienza “con Tzipras”.

Spero di si, Ma toccherà a loro deciderlo.

Riferimenti.

Mattia Donadel è intervenuto all'assemblea di Forte Marghera come coordinatore del Comitato Opzione Zero, Edoardo Salzano come candidato della lista "L'altra Europa con Tsipras" alle elezioni per il Parlamento europeo. L'intervento di Paolo Cacciari è stato pubblicato su il manifesto (vedi qui su eddyburg.). Armando Danella ha illustrato i due ricorsi al Consiglio di Stato e alla Procura della Repubblica che trovate allegati in formato .pdf

Sarà difficile trovare ancora avvocati difensori capaci di far prevalere la tesi che debba essere punito chi ha criticato gli errori del MoSE e le malefatte dei suoi numerosi promotori, autori e coadiutori. La Nuova Venezia, 5 luglio 2014

VENEZIA I danneggiati del Mose. Non c’è soltanto chi ha preso soldi (tangenti, contributi, studi) dal Consorzio Venezia Nuova. Ma anche chi avendo criticato la grande opera si è ritrovato in tribunale con richieste danni. L’ultimo caso è quello di Vincenzo Di Tella, ingegnere esperto in tecnologie sottomarine. Suo, insieme agli ingegneri Paolo Vielmo e Gaetano Sebastiani, il progetto delle «Paratoie a gravità», alternativa al Mose – «meno costosa e più affidabile», garantivano gli ingegneri – presentata in Comune nel 2006 dal sindaco Massimo Cacciari.
Il governo non l’aveva nemmeno considerata. E il Consorzio aveva citato in tribunale Di Tella, chiedendogli mezzo milione di euro di danni. Alla fine l’ingegnere era stato assolto. «Diritto di critica», aveva sentenziato il giudice. «Non avevo offeso nessuno», ricorda, «solo messo in dubbio il funzionamento della struttura, perché il sistema con cui avevano fatto le prove era quello dei modelli matematici, senza prove in vasca. Li ho sfidati pubblicamente, ma non hanno mai accettato il confronto. Nemmeno quando la società di ingegneria Principia aveva messo nero su bianco le «criticità» del sistema Mose e la tenuta delle paratoie in caso di mare agitato.
Altra querela milionaria quella presentata nel 2005 dal Consorzio ai danni di Carlo Ripa di Meana, ex commissario europeo all’Ambiente ed ex presidente della Biennale che da candidato sindaco aveva condotto allora una campagna molto forte contro i danni ambientali della grande opera. «Mi avevano chiesto tre milioni di euro», ricorda, «poi la querela era stata ritirata davanti al Tribunale di Perugia. Adesso la storia ci dà ragione».
Un plotone di avvocati di peso – a Venezia Alfredo Bianchini e Alfredo Biagini, a Milano lo studio Vanzetti. Cause e risarcimenti che in qualche caso hanno prodotto l’uscita degli interessati dalla battaglia contro il Mose. Come nel caso di Riccardo Rabagliati, ex direttore dell’Accademia di Belle Arti e presidente della sezione veneziana di Italia Nostra. Alla fine degli anni Ottanta aveva affisso in città decine di locandine del settimanale «Il Mondo» con la foto del Mose davanti a San Marco e lo slogan «Le idiozie che costano miliardi». Querela ritirata dopo molti anni. Ma Italia Nostra nel frattempo era stata «azzoppata» dalle richieste di danni.
Denunce qualche anno più tardi anche per i dimostranti del Morion che avevano occupato i cantieri e la sede del Consorzio in campo Santo Stefano. Una delle cause più note era stata quella intentata ai due fratelli Spagnuolo, geometri padovani che avevano lavorato per la diga del Vajont. Per anni avevano esposto manifesti e distribuito volantini e dossier in campo San Salvador, denunciando la «pericolosità» del Mose. La vicenda penale si era conclusa per la morte di entrambi.
«Non solo richieste danni, molti di noi hanno pagato per la loro opera di tecnici indipendenti», ricorda Andreina Zitelli, docente Iuav e componente della commissione Via (Valutazione di Impatto ambientale) che nel 1998 aveva bocciato il Mose. «Io, Zitelli e Vittadini fummo oggetto di una campagna denigratoria», ricorda Carlo Giacomini, anche lui docente Iuav, «solo perché avevamo fatto il nostro dovere. All’epoca c’erano i tecnici inossidabili e quelli ossidabili. Noi facevamo parte della prima categoria». Difficoltà al Cnr anche per Georg Umgiesser, che aveva dimostrato l’efficacia delle opere alternative al Mose per ridurre le acque alte, per l’ingegnere idraulico Luigi D’Alpaos («Il Mose aggrava lo squilibrio della laguna») e per Paolo Pirazzoli, del Cnr francese.
Polemiche e vicende che dopo l’inchiesta vanno rilette sotto un’altra luce.

Durissima e documentata critica a tutti quei governanti (nazionali e locali), amministratori, funzionari pubblici, magistrati, esperti che hanno consentito il protrarsi dei finanziamenti al Consorzio Venezia nuova illegittimi dal 1995. Non è necessario "revocare" la concessione, essa non sussiste più., e chi ha sbagliato deve pagare. Inviato a eddyburg il 4 luglio 2014

Molti, a Venezia e nell’intero paese, per eliminare alla radice il centro di tanti comportamenti devianti, propongono di sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, credendo forse, in buona fede e data la dimensione e importanza del Mose – e dell’intera Salvaguardia di Venezia e della sua laguna -, che il Consorzio sia pubblico o partecipato dal pubblico, oppure istituito e/o regolato da norme di natura pubblica. Purtroppo quel Consorzio è privatissimo, di totale proprietà privata dei suoi soci, e regolato tutto e solo dalle norme del diritto privato; ed è quindi impossibile (e inutile) pensare di sopprimerlo con decisione pubblica di natura meramente politica.

Più appropriatamente, alcuni discutono e propongono di revocarne la concessione unica (e senza gara) di studi, piani, progetti e lavori (tutto insieme!), concessione di cui il Consorzio, dal 1984, in modo del tutto privilegiato ha goduto e lucrato (e continua a godere e lucrare) ricchissimi frutti ma senza motivo né merito e a spese (costosissime) della laguna e della città, e del pubblico erario.

Idea e proposta che sarebbe corretta, se non fosse che quella concessione, come anche gli interessati sanno benissimo (e però tacciono), per legge è … già invalidata. E dal 1995.

In quell’anno infatti, con il comma 1 dell’art. 6 bis del Decreto Legge 1995 n96 (nel testo modificato dall’Allegato dell’articolo 1 c.1 della Legge di conversione 1995 n206, entrato in vigore l’1 giugno 1995 e tuttora vigente), il Parlamento, dopo aver valutato dieci anni di esperienze (già allora negative) di quel sistema concessionale (voluto e deciso nel 1984 dal Presidente Craxi -e vice Forlani- e dal ministro Nicolazzi -e colleghi DeMichelis e Signorile-) e dopo averne ricevuti giudizi negativi già allora sferzanti della Corte dei Conti, ha dichiarato ‘abrogati i commi terzo e quarto dell’articolo 3 della legge 1984 n798’. Ha cioè abrogato proprio quei commi di legge con i quali, per l’attuazione delle opere statali di riequilibrio e salvaguardia della laguna (opere alle Bocche –barriere mobili comprese-, marginamenti, rinforzi, difese del litorale, interventi di riequilibrio e ripristino, apertura delle valli da pesca, e allontanamento del trasporto di petroli e derivati) era stata autorizzato il ricorso a una ‘concessione … a trattativa privata’ .

Tralasciando qui il non secondario dettaglio che anche nel 1984, ‘a trattativa privata’ non equivaleva a ‘senza gara’ (come invece qualcuno volle intendere, mistificando la legge), ciò che più conta è che dal 1995 non esiste più alcuna norma che consenta atti e disposizioni attuative di concessione a privati, e che, quindi, quella Concessione del 1984 è ormai dal 1995 priva di ogni legittimazione e legittimità. Tanto che quella stessa legge del 1995 non ha chiesto e non ha previsto la necessità di alcun atto di revoca, a quel punto già allora ormai superfluo (in quanto ogni nuovo provvedimento di ulteriore concreto affidamento o finanziamento in concessione sarebbe ormai semplicemente privo di ogni copertura di legge, e quindi illegittimo e annullabile, se non già nullo).

In altre parole, della revoca non c’era e non c’è bisogno, perché quella concessione è, dall’1 giugno 1995, già abrogata e inefficace, avendo perduto il precedente appoggio di legge sulla quale si era basata. Tanto che la stessa legge del 1995 si è preoccupata solo di disporre la norma transitoria di sistemazione di quel (poco) che, con quella concessione, era già arrivato a esecuzione e attuazione tra il 1984 e il 1995: lo stesso Parlamento, con il comma 2 di quello stesso articolo di decreto-legge, ha infatti disposto che ‘restano validi gli atti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base delle disposizioni [abrogate]’.

Disposizione doverosa riguardo agli impegni formali già perfettamente vincolanti assunti verso il privato.

Ma, si badi bene, appunto solo per gli impegni formali già contrattualmente assunti verso il privato e già perfezionati e vincolanti al 31 maggio 1995. Sono fatti salvi, quindi, solo gli impegni già oggetto di regolare atto di convenzione operativa già dotata di copertura finanziaria, ratificata e perfezionata entro il 31 maggio 1995, sulla base delle leggi e dei decreti di finanziamento promulgati ed emessi non oltre il 31 maggio 1995.

Diversamente da come il concessionario, e non pochi ministri e Presidenti del Consiglio (e del Magistrato alle acque, e pure qualche magistrato amministrativo), inconsapevoli o conniventi, hanno voluto credere e leggere (ma forzosamente e senza giustificazione giuridica), tale disposizione transitoria non può valere da illimitata ‘tana liberatutti’; non può valere cioè come recupero della possibilità di affidamento in concessione anche oltre il 31 maggio 1995, di ogni opera e intervento che per qualche appiglio esplicativo, narrativo o logico taluno cerchi di far apparire, a posteriori, come effetto o in connessione con le (poche) opere regolarmente e perfettamente già concesse (con tanto di atti stipulati, impegnativi e vincolanti) prima di quella abrogazione.

In altre parole, il ‘fatti salvi’ e il ‘restano validi’ può essere applicato solo per gli impegni perfezionati e assunti direttamente ed espressamente con le Convenzioni n. 6393, 6479, 6745, 7025, 7138, 7191, 7295, 1568, 1685, 7322 e 7395, sottoscritte tra il 1984 e il 1993, finanziate dalle Leggi 171/1973, 798/1984, 910/1986, 67/1988, 360/1991 e 139/1992, per un importo complessivo massimo di 953,989 milioni di euro (al lordo delle quote riservate, su quegli importi, ai Comuni e alla Regione). E non invece per quanto taluna autorità ha voluto affidare in concessione (senza copertura di legge) con le decine di convenzioni sottoscritte successivamente al 31 maggio 1995 e finanziate tutte da leggi successive al 31 maggio 1995 (ancorchè fosse o sia stato fatto apparire logicamente connesso o materialmente integrato con qualche parte già in precedenza regolarmente concessa e finanziata).

In pratica può esserci legittimazione e regolarità giuridico-amministrativa solo per gli interventi (e i relativi pagamenti) concessi e definiti in modo perfetto e completo fino al 31 maggio 1995, per un valore, tutt’al più, nel complesso, di poco meno di un miliardo di euro (ma da ridurre delle quote di Regione e Comuni). Mentre erano e sono privi di copertura di legge e quindi legittimità tutti gli affidamenti in concessione, tutte le decine di convenzioni (e tutti i relativi pagamenti) sottoscritte dopo l’1 giugno 1995 e appoggiate (ancorchè illegittimamente) su leggi successive a quella data. Sino a oggi per ulteriori oltre 7,7 miliardi di euro (di cui 5,5 circa per il Mose, progetto approvato finanziato e convenzionato dopo il 2002).

E questo, tanto più dopo il persino precedente comma 10 dell’articolo 12 della Legge 537 del 1993 (entrato in vigore l’1 gennaio 1994 e tuttora vigente), che aveva sancito che per tutti gli interventi della Salvaguardia di Venezia e della sua Laguna ‘gli studi, le sperimentazioni, le pianificazioni, le progettazioni di massima, i controlli di qualità dei progetti esecutivi e delle realizzazioni delle opere, i controlli ambientali (anche mediante ispezioni), la raccolta dati e l’informazione al pubblico devono essere svolti in forma unitaria’, e quindi, inevitabilmente, attuati o quanto meno diretti e regolati solo dalla pubblica autorità competente, direttamente e senza più possibilità di affidamento ‘unitario’ in concessione ‘unica’ a privati. Disposizione efficace e cogente da allora, subito, senza bisogno di ulteriori disposizioni o norme delegate (come invece era necessario per il successivo comma 11, che ipotizzava che tali attività e funzioni fossero poi affidate a una nuova società pubblica regionale-statale, per la quale invece espressamente occorrevano ulteriori norme e disposizioni). Tanto che, altrettanto immediatamente, proprio per questo ‘trasferimento’ di cui al comma 10 (‘restituzione’ dal Concessionario all’autorità pubblica concedente e naturalmente competente, di tutte quelle funzioni e attività strategiche, immediatamente cogente, e quindi a prescindere ed anche prima e persino anche senza l’attuazione dell’ipotesi del comma 11), dall’1 gennaio 1994 il comma 12 (tuttora vigente) ha disposto che ‘il corrispettivo per le spese generali previsto dalle concessioni di cui all’articolo 3 della L. 798/1984 è ridotto dal 12 al 6 %’.

Ai giudici qualcuno dovrà finalmente spiegare perché invece, ignorando queste disposizioni, in tutti questi successivi venti anni si è voluto ribadire e proseguire con gli affidamenti in concessione al Consorzio Venezia Nuova, per di più riconoscendogli ‘corrispettivi’ ancora del 12 % invece che del 6 % (per una immotivata regalia a privati, e un sovracosto per il pubblico erario, nel complesso, pari a circa 500 milioni di euro, per la sola differenza tra 12 e 6 %, e pari invece a circa 1000 milioni di euro, considerando l’intero costo dei ‘corrispettivi’ di spese generali di concessione).

Ce n’è che basta per fermare ogni ulteriore atto amministrativo, liquidazione, finanziamento, collaudo delle opere affidate in concessione al Consorzio Venezia Nuova.

Quanto meno fino a che non sarà fatta fino in fondo, nelle ragionerie e nei tribunali, una veritiera ‘resa di conti’

(A meno che qualcuno, anche Presidente o Ministro che sia, a questo punto consapevolmente preavvisato, ugualmente firmando voglia rischiare, in proprio, tutto l’eventuale danno all’erario (e ambientale) che deriverebbe da ulteriori atti che risultassero poi, a un controllo di legittimità finalmente onesto e rigoroso, illegittimi).

Nel frattempo di questa sospensione e ‘resa dei conti’, potremo finalmente verificare, anche rapidamente ma con giudizi veramente esperti e finalmente ‘terzi’, cosa è giusto e cosa è sbagliato (forse non poco), cosa funziona e cosa non funziona (forse molto) del progetto Mose, e come e quanto variarlo e correggerlo in corso d’opera, almeno in quello che ancora (non poco) possiamo correggerlo.

«Nel 2016 Venezia rischia di essere cancellata dai siti «Patrimonio dell’Umanità». «Occorre prendere provvedimenti al più presto per difendere la città lagunare anche dalle altre grandi opere che la minacciano e dalla pressione turistica sempre più forte». La Nuova Venezia, 21 giugno 2014

VENEZIA «Stop alle grandi navi in laguna da gennaio 2016. Altrimenti Venezia rischia di essere cancellata dai siti mondiali dell’Unesco Patrimonio dell’Umanità». L’avvertimento è stato inviato al governo sotto forma di «raccomandazione», firmata dal World Heritage committee riunito a Doha in Qatar. L’organizzazione mondiale delle Nazioni unite che si occupa di siti da proteggere ricorda come il traffico di navi troppo grandi provochi problemi alla laguna e anche alle rive e ai palazzi della città. «Dunque», si legge nella lettera, «occorre prendere provvedimenti al più presto per difendere la città lagunare anche dalle altre grandi opere che la minacciano e dalla pressione turistica sempre più forte».
Un’iniziativa che ha riscosso il plauso di Italia Nostra e delle associazioni ambientaliste. Che invece preoccupa il Porto. «Ho letto che le navi spostano sedimenti in laguna centrale», dice il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa, «in realtà non è così». Costa annuncia anche di aver inviato una lettera al governo chiedendo lumi. «Il 30 giugno le compagnie americane annunciano il programma per il prossimo anno», dice Costa, «e già in febbraio ci hanno comunicato che in assenza di alternative chiare sceglieranno altri porti. Per la città potrebbe essere un danno enorme». Sul tavolo ci sono da mesi i progetti alternativi per il passaggio delle grandi navi davanti a San Marco.
Dibattito intenso, che adesso per l’uscita di scena del sindaco Orsoni e della giunta dimissionaria si svolge con un protagonista in meno. L’ipotesi sostenuta dal Comune era quella di deviare le grandi navi a Marghera. Quella del Porto invece di scavare il nuovo canale Contorta-Sant’Angelo per far arrivare le navi in Marittima dalla bocca di Lido e non più da San Nicolò. Ci sono anche le proposte di Cesare De Piccoli (e della società genovese Duferco) per spostare il nuovo terminal passeggeri a San Nicolò, davanti all’isola artificiale del Mose. Stesso luogo individuato da Luciano Claut, assessore grillino della giunta di Mira, e Stefano Boato. Progetti che, per volontà del Senato, dovranno essere comparati e sottoposti alla Valutazione di Impatto ambientale.
Il ciclone Mose e l’inchiesta che ha portato in carcere 35 persone ha un po’ oscurato l’argomento Grandi navi. Ma la tensione è alta. La settimana prossima si riuniscono anche i comitati “No Grandi Navi laguna bene comune” per ricordare al governo che non può essere usato il «sistema Mose». Alberto Vitucci ©RIPRODUZIONE RISERVATA

I gattopardi cambiano qualcosa perché tutto rimanga come prima. Qualche straccio vola, ma rimangono immutati: il dominio degli interessi delle Grandi Imprese su quelli della città, e naturalmente l'errore di fondo e la sorgente degli scandali, il MoSE. Il Sole 24 ore, 19 giugno

Dopo l'inchiesta giudiziaria sul sistema di corruzione e fondi neri cresciuto intorno al Mose (con 35 persone in custodia cautelare), il Consorzio Venezia Nuova e il governo si preparano a rinnovare completamente il consiglio d'amministrazione, tecnicamente il "direttivo". È la decisione presa di comune accordo dai vertici del Cvn e l'esecutivo guidato da Matteo Renzi. Il dossier è in mano al ministero delle Infrastrutture. Si parla di preservare gli incarichi del presidente Mauro Fabris e del dg Hermes Redi, nominati un anno fa e quindi già garanti per il governo della discontinuità aziendale con il passato, ma di azzerare i consiglieri, scegliendo personalità "terze".
Per terze, profondamente, si intende qualcuno non interno alle imprese consorziate, i cui nomi sono finiti al centro delle indagini dei procuratori veneziani. La decisione è per ora ufficiosa. La prassi impone ora che i vertici del Cvn inviino una lettera al ministero guidato da Maurizio Lupi, offrendo la disponibilità a rivedere il direttivo. Cosa che dovrebbe avvenire già entro il fine settimana, o comunque nel giro di pochi giorni. Poi il governo dovrà indicare dei nomi, concordandoli con il Consorzio, trovando così una nuova squadra.
La selezione delle nuove personalità di garanzia dovrebbe essere fatta in tempi rapidi. Il fatto che venga nominato un nuovo direttivo, estromettendo i consorziati, è una scelta piuttosto forte da parte dell'esecutivo: non è tecnicamente un commissariamento (di cui molti sottolineano le difficoltà normative) ma prevede comunque l'ingresso di nuove figure di nomina governativa, alternative rispetto alle imprese associate. La decisione peraltro arriva subito dopo quella di abolire il Magistrato alle Acque, come scritto nel decreto sulle misure urgenti per la Pa, su cui l'esecutivo sta lavorando in questi giorni.
Una rapida rivoluzione per Venezia, visto che lo stesso Consorzio è concessionario del Magistrato alle Acque (dipendente a sua volta dal ministero delle Infrastrutture). I membri che dovrebbero lasciare l'incarico nel direttivo sono otto: Duccio Astaldi, Romeo Chiarotto, Giampaolo Chiarotto, Omer Degli Esposti, Francesco Giorgio, Americo Giovarruscio, Giovanni Salmistrari, Salvatore Sarpero, più un altro membro in attesa di designazione (il nome di Degli Esposti era già noto alle cronache per essere stato indagato e rinviato a giudizio per concussione dalla procura di Monza per il "sistema Sesto", uscito dal processo per sopraggiunta prescrizione del reato). Ieri il presidente del Cvn Fabris ha voluto dare delle rassicurazioni: «Abbiamo già avviato la discontinuità col passato - sottolinea Fabris -. Siamo stati convocati ad un tavolo di confronto con il governo per discutere quali opportune iniziative intraprendere, come l'eventuale rinnovo della governane e la possibile ulteriore riduzione dei costi finali dell'opera oltre ad ogni altra attività che si renderà necessaria per mettere a riparo il Mose dalle conseguenze delle inchieste in corso. In questo senso, abbiamo preso impegno di formulare una proposta, che presenteremo nei prossimi giorni. Non si parla di un commissariamento, di cui tra l'altro sarebbe tutta da verificare l'immediata praticabilità». Inoltre Fabris chiede che l'opera possa essere completata: «Il sistema di dighe mobili è ormai all'85% e quasi del tutto finanziato».
Intanto l'ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, accusato di corruzione, è stato interrogato dai pm e avrebbe ammesso le sue responsabilità nei mancati controlli al Consorzio a fronte di dazioni di denaro. Ieri inoltre il tribunale del Riesame di Venezia ha posto agli arresti domiciliari tre indagati nell'inchiesta sul Mose, tra cui Luciano Neri e Federico Sutto, i due ex funzionari del Cvn, accusati di aver consegnato materialmente il denaro che Giovanni Mazzacurati avrebbe distribuito ai politici per facilitare i lavori del Mose. La misura della detenzione domiciliare è stata concessa anche a Stefano Boscolo. Resta invece in carcere Stefano Tomarelli, ex componente del consiglio direttivo del Cvn.
«È quanto chiede al Governo la sezione veneziana di Italia Nostra che ha convocato ieri a Roma un incontro-stampa sul tema "Mose, malaffare, che fare?", proprio per fare il punto della situazione dal fronte dell’associazione ambientalista che da anni si batte contro la realizzazione dell’opera». Il Gazzettino, 19 giugno 2014

VENEZIA Lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e la fine del concessionario unico per le opere di salvaguardia in laguna. Una moratoria dei cantieri in corso. La nomina di una commissione d’indagine di esperti «terzi» che valuti lo stato effettivo dei lavori del Mose e anche il modo in cui essa sta venendo realizzata, esaminando anche le possibili criticità - dal funzionamento delle cerniere all’uso dei materiali - già emerse in alcune occasioni. Perché il sospetto è che se numerose irregolarità sono state commesse nell’uso dei fondi per la realizzazione dell’opera - come sta accertando l’inchiesta in corso della Procura veneziana - questo possa essere avvenuto anche per quanto riguarda aspetti tecnici e uso dei materiali legati al progetto di dighe mobili.
È quanto chiede al Governo la sezione veneziana di Italia Nostra che ha convocato ieri a Roma un incontro-stampa sul tema «Mose, malaffare, che fare?», proprio per fare il punto della situazione dal fronte dell’associazione ambientalista che da anni si batte contro la realizzazione dell’opera. Era presente il presidente Lidia Fersuoch, il consigliere Cristiano Gasparetto ed esperti come Andreina Zitelli, Luigi D’Alpaos e Armando Danella, che da anni seguono la questione Mose. Perplessità sono state invece espresse da Italia Nostra riguardo allo scioglimento del Magistrato alle Acque disposto dal Governo dopo l’inchiesta Mose, perchè uomini e strutture che lo componevano sono rimasti gli stessi, assegnato al Provveditorato alle Opere Pubbliche, mentre è sull’organizzazione del lavoro e non sulla soppressione di un’antica istituzione che andrebbero accesi i fari.
Per quanto riguarda inoltre la gestione della laguna e del suo territorio, si chiede inoltre il passaggio di competenze dal Ministero delle Infrastrutture e quelli dei Beni Culturali e dell’Ambiente e un ruolo riconosciuto del Comune di Venezia e degli altri Comuni di gronda nella gestione delle opere che li riguardano. Chiesta anche una revisione del progetto Mose, che non garantisce la reversibilità prevista dalla legge. Annunciata anche la presentazione di un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale e sottolineato come l’Unesco,, nel convegno mondiale in corso a Doha abbia dato allo SAtato italiano tempo fino al 2016 per risolvere le criticità di Venezia: dal passaggio delle grandi navi in laguna ai flussi turistici incontrollati.(e.t.)
Conformemente alla sua ideologia, Matteo Renzi, prima di revocare la concessione ai corruttori privati ha abolito la struttura pubblica che dovrebbe controllarli. Avrebbe potuto cacciare i corrotti e sostituirli con degli onesti competenti. Ma il MoSE succhiasoldi e devastante deve andare avanti e il privato è meglio del pubblico. La Nuova Venezia, 16 giugno 2014

«Hanno trasformato questo luogo sacro in un covo di malfattori. Il peggio del peggio. Un dolore grande per chi come me ci ha buttato il sangue». Felice Setaro, napoletano di Torre Annunziata, è stato presidente del Magistrato alle Acque dal 1990 al 1999. L’ultimo prima dell’era Cuccioletta-Piva con tutto quello che adesso emerge dalle carte dell’inchiesta sul Mose. A 85 anni ricorda con lucidità quei momenti. E vive «con grande amarezza» le ultime vicende che hanno visto arrestati i suoi due successori, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva.

«È incorruttibile», diceva di lui Giovanni Mazzacurati. Setaro era stato l’unico che aveva osato ridurre il corrispettivo che spettava al Consorzio su tutti i lavori dal 15 al 12 per cento. Presidente Setaro, se l’aspettava un uragano del genere? «No proprio no. Fino a un certo punto i ruoli erano chiari e distinti, poi come si dice a Napoli, si sono forse mescolate le carte un piede accà e uno all’a...» Lei ha conosciuto bene Mazzacurati. Lo ritrova in quello che sta emergendo dall’inchiesta? «Con me non ha mai provato a dettar legge. Quando decisi di abbassare gli oneri del concessionario dal 15 al 12 per cento ricevetti qualche sentita lamentela. Ma andai avanti».
Allora il Magistrato alle Acque era ancora il controllore del Consorzio. «Certamente. E noi non abbiamo fatto sciocchezze. Sapevamo che c’era una grande opera da portare avanti ma decidevamo sempre ascoltando la coscienza». C’è stato qualche momento critico nei rapporti con il Consorzio? «Quando i nostri esperti, l’ingegner Creazza, lo stesso Datei, ci dissero che il Mose aveva il problema degli intraferri. In sostanza, tra paratoia e paratoia l’acqua passa lo stesso perché è elemento incomprimibile. Non lo abbiamo taciuto. Del resto la stessa legge prevedeva la reversibilità del sistema: se non funziona va demolito». Non è andata così «No. Qualcosa è cambiato.
Cosa ricorda dei suoi successori? «La prima cosa che ha fatto Cuccioletta è stata quella di far fare lavori all’alloggio di servizio, per trasformarlo in appartamento di rappresentanza. Peraltro non veniva quasi mai. La Piva è stata una grande delusione». E della città? «Un rapporto di grande stima con il sindaco Cacciari. Insieme a lui avevamo quasi fatto passare l’idea che Venezia si salvava con la manutenzione». Adesso il Magistrato lo vogliono abolire. Un grande errore. Lì è passata la storia. Io sogno che ci ripensino e trovino persone oneste e capaci. Che nel decidere ascoltino soltanto la propria coscienza».

Intervento di Tomaso Montanari in conclusione dei lavori del convegno su «Venezia e l'architettura moderna», promosso e organizzato dallo Iuav, e tenutosi all'Ateneo Veneto il 23 maggio 2014.

Confesso di non aver capito bene perché mi trovo qua. Sono molto onorato dall'invito a trarre le conclusioni di questa giornata, ma non sono sicuro di aver compreso le ragioni che hanno spinto il collega e amico Aldo Norsa ad affidare proprio a me – che non sono veneziano, e non sono architetto – questo ruolo in una giornata dedicata a «Venezia e l'architettura moderna», una giornata che ambisce ad indicare una via che permetta di «superare le incomprensioni».

Posso solo supporre che un certo simpatico sadismo del professor Norsa l'abbia spinto ad invitare uno storico dell'arte ormai, suo malgrado, noto per lo sforzo di usare una certa parresia, cioè un certo parlar chiaro, nelle cose che riguardano il nostro patrimonio artistico. E, d'altra parte, un bellissimo saggio di Richard Sennet, da poco anche tradotto in italiano, illumina il nesso tra diritto di parola e diritto allo spazio urbano: e proprio concentrandosi sul Ghetto di Venezia, e sulla sua trasfigurazione shakeaspeariana.

Verrebbe dunque voglia di esercitare subito questa parresia.

Il fatto che il programma della nostra giornata debba ammettere che non si potrà parlare del progetto che rischia di distruggere anche la memoria del Fontego dei Tedeschi perché la proprietà non ha autorizzato un simile dibattito, nega le ragioni stesse della nostra professione di ricercatori. Si tratta di un veto inammissibile: un segno concreto del totalitarismo del mercato che, deformando la città, arriva a deformare anche le regole più elementari della democrazia.

O ancora: sono desolato che una sovrabbondanza di impegni, o una cortesia di educazione, impedisca alla soprintendente Renata Codello di ascoltarmi (dopo che io ho disciplinatamente ascoltato la sua desolante allocuzione), ma vorrei comunque invitarla a ritirare immediatamente la sua querela contro Italia Nostra e contro Gian Antonio Stella, rei di averla duramente criticata per il suo appoggio all'irruzione delle Grandi Navi in Laguna e per le troppe autorizzazioni rilasciate alla speculazione edilizia che sta uccidendo Venezia. Ebbene, io sottoscrivo ogni parola di quelle denunce: non so se la soprintendente vuole farmi tacere, querelando anche me.

In ogni caso, non tirerò le conclusioni della giornata: perché l'hanno fatto ora benissimo gli studenti dello Iuav, che hanno portato una ventata di sano buon senso e di vigile spirito critico in una sala finora davvero troppo chiusa. Certo, verrebbe voglia di sottolineare alcune delle loro osservazioni: come quella che stigmatizzava l'idea di spostare dalla città storica tutti i servizi (dall'ospedale alle università), una scelta che non potrà che accelerare e aggravare lo spopolamento di Venezia. E poi sarebbe giusto chiedersi come è stato possibile infierire in modo così barbaro sullo spazio interno dell'Arsenale. O, ancora, che senso abbia progettare e costruire il cosiddetto M9, il Museo del Novecento di Mestre, senza ben sapere cosa vi verrà conservato. Il rischio concreto è che l'altisonante etichetta di 'museo' copra l'ennesima location per mostre come quelle che mortificano da anni il Nordest del Paese: e già si annuncia la prossima, intitolata a Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh. E non è uno scherzo: è l'apoteosi di Marco Goldin.

Proverò, invece, a prospettarvi una semplice idea: quella di ribaltare il tema di questa giornata, di guardarlo in un altro modo. Invece che chiedersi (magari dolendosi) perché la modernità, attraverso, l'architettura, non sia riuscita a modificare Venezia, vorrei piuttosto chiedermi se Venezia, attraverso la conoscenza della sua architettura, non possa riuscire a modificare la modernità: la nostra idea di modernità.

Il risultato, insomma, non sarebbe un'altra Venezia, ma un'altra modernità. Nel chiedermelo, mi sono rammentato di questa affermazione di Vittorio Gregotti: «Ma io penso che 'Venezia città della nuova modernità' abbia oggi anche un altro significato, perché credo che sia l'architettura moderna ad avere bisogno di Venezia, luogo della storia per eccellenza, da quando sono profondamente mutati, negli ultimi trent'anni, la natura e il significato della nozione di moderno» (1998).

Manfredo Tafuri più di tutti ci ha insegnato la connessione strettissima tra principi, mentalità, azioni dell'amministrazione, politica, idee architettoniche.

E un primo punto sul quale Venezia può insegnare molto, è un nodo cruciale di questa rete: vale a dire il rapporto tra pubblico e privato. La storia di Venezia sul lungo periodo è una storia di progettazione pubblica, collettiva. Perché, più che in qualunque altro posto del mondo, a Venezia non c'è confine tra architettura e urbanistica. Il fatto che la forma della città sia stata fissata, nella sua massima espansione possibile, in una data straordinariamente alta conferisce ad ogni innovazione di una singola architettura quella che vorrei chiamare una responsabilità urbanistica intrinseca.

A Venezia, in altre parole, non c'è sfasatura tra forma e funzione, tra natura e politica. E questa è una prima lezione per la modernità: la responsabilità della progettazione architettonica, la sua obbligatoria coincidenza con una visione urbanistica.

Questo è ancora più vero, se possibile, a proposito di un altro punto fatale per l'architettura moderna: il rapporto tra la città e il suo territorio. Un territorio che a Venezia si chiama Laguna. La Laguna ha vissuto perché lo ha voluto la Repubblica, che ha saputo tenere in equilibrio acqua e terra, forza dei fiumi e forza del mare. Piero Bevilacqua ha scritto che «la storia di Venezia è la storia di un successo nel governo dell'ambiente, che ha le sue fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo severo e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque e della città». Ecco, questa storia è un progetto perfetto per un'altra modernità. Quella che oggi ci manca.

Naturalmente, si tratta una storia controversa e non mancarono le discussioni: celeberrima quella cinquecentesca tra Alvise Cornaro, che avrebbe voluto bonificare la Laguna, e Cristoforo Sabbadino, che ne difese vittoriosamente la continua manutenzione. Una lezione per la conservazione di tutto il nostro patrimonio: la lezione che Giovanni Urbani ha inutilmente provato a portare nel cuore del Novecento.

Come ci ha lucidamente mostrato Edoardo Salzano, questa storia gloriosa si è interrotta con l'avvento dell'Italia unita, ed è definitivamente collassata negli ultimi quarant'anni di malgoverno veneziano. Per fare entrare le Grandi Navi (turistiche, industriali e commerciali) si sono dragati e approfonditi i canali d'accesso in Laguna, e contemporaneamente se ne è abbandonata la secolare manutenzione. Il risultato è stato un abnorme aumento dell'acqua alta, culminato nella vera e propria alluvione del 1966. Fu proprio quell'enorme choc che mise Venezia di fronte all'alternativa: o riprendere il governo della Laguna e mantenere l'equilibrio, o essere mangiata dall'Adriatico.

Fu allora che emerse la terza via: il Mose, che permise di eludere la scelta tra responsabilità e consumo. L'idea era di continuare indefinitamente a violentare la Laguna e poi rimediare meccanicamente, con una gigantesca valvola che chiudesse le porte al mare. È come se un paziente ad altissimo rischio di infarto venisse persuaso dai medici a non sottoporsi ad alcuna dieta né ad alcun esercizio fisico, e a scommettere invece tutto su una costosissima e complicata operazione di angioplastica. Non verrebbe da pensare solo che i medici sono incompetenti: ma anche che hanno qualche interesse occulto nell'operazione. Follemente, la scelta della terapia è stata affidata direttamente ai chirurghi. Fuor di metafora: la salvezza di Venezia e del suo territorio è stata affidata ad un consorzio di imprese private (il Consorzio Venezia Nuova) interessate a realizzare il costosissimo meccanismo di riparazione del danno, il Mose appunto. E tutto è stato asservito a questo ente: anche il controllo del Magistrato delle Acque, che si è trovato a ratificare (invece che a sorvegliare) scelte operate in base all'interesse privato.

Sarebbe difficile spiegare un simile suicidio se non vedessimo che Venezia si distrugge ogni giorno in mille altri modi, prostituendosi, fino alla morte, ad un turismo cannibale.

Privatizzazione del destino della città ed economia della prostituzione: anche nella sua agonia Venezia addita alla nostra modernità le strade da non percorrere.

Ora, qui è il caso di chiedersi: ma in tutto questo l'architettura – gli architetti – da che parte sta? Dalla parte di quale modernità? Dalla parte dell'interesse pubblico, del governo pubblico dell'ambiente, di una visione condivisa di città, di una manutenzione dell'organismo urbano storico, oppure invece dalla parte dell'interesse privato, del governo privatizzato della res publica, dei rimedi meccanici ai danni antropici, del disequilibrio forzato?

Stanno dalla parte di Alvise Cornaro, o dalla parte di Cristoforo Sabbadino? Chi è più moderno? Dove sta la modernità? Tutte queste domande si possono riassumere in una sola domanda: quale sviluppo, quale modernità, noi vogliamo?

In pratica: siamo orientati verso l'aumento dei volumi, o no? Vogliamo continuare a mangiare e privatizzare lo spazio pubblico, o no? Vogliamo cavalcare lungo la rotta attuale, o invertirla? E, ancora più in dettaglio: vogliamo una città-location-per-eventi, o una città viva? Una disneyland per turisti o una città dei residenti? Vogliamo spettatori o vogliamo cittadini? Vogliamo collaborare alla dittatura del mercato, o vogliamo restaurare la democrazia.

Rispondiamo a queste domande e sapremo che tipo di architettura vogliamo fare. Paola Somma, in un aureo libretto sulla Biennale di architettura (significativamente intitolato: Mercanti in fiera), ha scritto: «Ovviamente, la Biennale non è la sola responsabile dello stravolgimento economico e sociale che ha trasformato Venezia prima in vetrina e poi in merce essa stessa. Ma ha attivamente cooperato con i governi e le istituzioni locali e nazionali e con i gruppi finanziari interessati a riconvertire le cosiddette città d’arte in fabbriche di eventi e in condensatori di rendita immobiliare e fondiaria». Le Biennali sono state vetrine di un'architettura vuotamente citazionista, simbolista, fondata su un superficiale e soggettivo gioco di analogie formali. Un'architettura spesso legata a doppio filo ad una selvaggia speculazione finanziaria. Le Biennali sono arrivate fino a legittimare un'aberrazione artistica, sociale e ambientale come la Torre di Cardin. Sono state il palcoscenico di un'architettura programmaticamente irresponsabile: e come tale, profondamente anti moderna. O almeno diametralmente opposta alla modernità suggerita dalla storia costruttiva di Venezia.

Che può essere riassunta in una sola parola: responsabilità. Che è anche la parola chiave di una modernità che voglia avere un futuro.

Salvatore Settis ha recentemente proposto agli architetti di adottare un giuramento che orienti la loro professione appunto nel senso della responsabilità: un giuramento sul modello di quello ippocratico. Un giuramento vitruviano. Ecco, se un simile giuramento di massa dovesse mai celebrarsi davvero – come speriamo – esso non potrebbe avvenire che in un unico luogo al mondo: a Venezia.

Lo scandalo è nell'opera, nel sistema di potere che ha generato e sovrapposto alle istituzioni che gli hanno fornito copertura, nella politica che lo ha promosso e che si è abbeverato alle velenose sorgenti della corruzione. Il manifesto, 14 giugno 2014

Con le dimis­sioni del sin­daco la crisi isti­tu­zio­nale vene­ziana rag­giunge il suo acme e insieme si chiude. Resta del tutto aperta la crisi poli­tica, etica e civile. La magi­stra­tura, invo­cata da anni, ha final­mente disve­lato anche agli occhi di chi non aveva mai voluto vederlo un mostruoso sistema di potere, di con­ni­venze e com­pli­cità, di cor­ru­zione, rea­liz­zato con la marea di denaro con­fe­rita dallo Stato al Con­sor­zio Vene­zia Nuova. A leg­gere i ver­bali degli inter­ro­ga­tori, le memo­rie, le inter­cet­ta­zioni, la mon­ta­gna di docu­menti e testi­mo­nianze che fon­dano l’indagine sul “sistema Mose” (che sarebbe meglio chia­mare sistema “Con­sor­zio Vene­zia Nuova”, anche se l’uno senza l’altro non sareb­bero mai potuti esi­stere), si scorre una sorta di “romanzo cri­mi­nale” dei nostri tempi, i cui pro­ta­go­ni­sti non sono bor­ga­tori o mala­vi­tosi del Brenta bensì più o meno for­biti pro­fes­sio­ni­sti, impren­di­tori, tec­nici, finan­zieri, poli­tici. Cri­mi­na­lità orga­niz­zata, comun­que: d’alto bordo, mani­po­la­to­ria e sedut­tiva oltre che cor­rut­trice e, alla biso­gna, inti­mi­da­trice. Anni­data nei luo­ghi del potere, della cul­tura, del culto, della ricerca, non meno che nelle segre­te­rie poli­ti­che e nei ver­tici e qua­dri di asso­cia­zioni di cate­go­ria, negli ordini pro­fes­sio­nali, nei “corpi inter­medi”, insomma nella cosid­detta società civile, spre­giu­di­cata e disi­ni­bita come poche altre in Ita­lia, que­sto spe­ciale tipo di “cri­mi­na­lità orga­niz­zata” non ha man­cato di ricor­rere allo stru­mento dell’ege­mo­nia pro­muo­vendo ric­ca­mente in tutto il mondo il pro­getto Mose.

Le cla­mo­rose vicende attuali, per assurdo, lo con­fer­mano. Lo scan­dalo non sem­bra nean­che lam­bire l’opera né le pro­ce­dure seguite per rea­liz­zarla. Anzi, improv­vidi poli­tici anche di nuova gene­ra­zione si pro­di­gano a lodarla e a chie­derne la rapida messa in fun­zione, sal­van­dola dallo scan­dalo. Ma lo scan­dalo è pro­prio l’opera, il Mose stesso. Non sanno, i per­du­ranti lau­da­tori, che pro­prio sulla sua effi­ca­cia vi sono auto­re­vo­lis­simi dubbi (messi a tacere o igno­rati gra­zie a quella potente e mel­li­flua dezin­for­ma­tsia), che l’impatto sull’ecosistema lagu­nare è già pesan­tis­simo, che i costi di gestione saranno per sem­pre altis­simi? Non si accor­gono che, cam­biati alcuni nomi, il sistema alla cui ombra è cre­sciuto quel mostruoso ancor­ché sua­dente potere è total­mente in piedi, (ad esem­pio, coin­cide con gli inte­ressi e i poteri legati al busi­ness delle grandi navi, intesi a per­pe­tuarlo con un nuovo deva­stante canale, opera da affi­dare al Con­sor­zio Vene­zia Nuova, senza gara e sotto il con­trollo — sem­bra uno scherzo — di quel Magi­strato alle Acque i cui ultimi due pre­si­denti sono ora nelle patrie galere)? La presa del potere da parte del Con­sor­zio Vene­zia Nuova, nei mini­steri e appa­rati romani e nella poli­tica locale e nazio­nale, è stata pro­gres­siva e per­va­siva, paral­lela alla cor­rut­tela e al cri­mine ambien­tale che produceva.
Libe­rare Vene­zia, cosa che non può fare la magi­stra­tura ma solo una nuova coa­li­zione civile e poli­tica, signi­fica ripu­lire e libe­rare buona parte d’Italia.
l'autore era asses­sore all’ambiente del comune di Venezia

«Ripercorrere le vicende del passato non è un esercizio memorialistico ma un tentativo di andare alla radice delle cause che hanno determinato i problemi di oggi», La testimonianza di un sindacalista del lavoro e dell'ambiente

"Chissà se gli inquirenti saranno così bravi da individuare a chi siano finiti i fondi neri creati con i soldi dei contribuenti? Ora l'interrogativo che mi ponevo l'anno scorso in un articolo apparso su Rassegna sindacale è stato sciolto: la Magistratura inquirente si è dimostrata all'altezza del compito. Saprà la politica fare altrettanto?

La corruzione e il criminoso legame tra politica e affari sono condannati da tutti, e giustamente. Ma pochi hanno imparato che il MoSE è un progetto che non salva Venezia ma la distrugge. Che lo scavo di altri canali in laguna per il passaggio delle grandi navi avrebbe un impatto ambientale devastante. Adesso comprendiamo meglio perché chi comanda vuole mettere la museruola a chi protesta contro le grandi opere inutili e dannose, e pretende di superare con le deroghe le procedure di garanzia. Servono più controlli o lo “Sblocca Italia” per “diminuire le autorizzazioni e limitare i ricorsi al TAR” ?

La guerra alla burocrazia non c’entra nulla. Da un lato le lobby che vogliono continuare a far festa saccheggiando il territorio. Dall’altra tanti comitati, associazioni e gruppi di cittadinanza attiva che tentano di difendere il territorio come bene comune. Come ci ricorda Luigi D’Alpaos, massimo esperto di idraulica:

«Da una parte ci sono gli importatori degli interessi forti, come Porto e Consorzio Venezia Nuova, che tutto hanno fatto tranne che tutelare il benessere della laguna, pensando invece che sia loro e di poterne fare ciò che vogliono. Dall’altra parte ci sono quelli che sostengono che la laguna sia un bene comune indispensabile da proteggere e da salvare. Poi c’è una politica becera che favorisce il gigantismo navale che sembra non porre più limiti alle dimensioni».

E, aggiungo io, pochi e coraggiosi politici, amministratori e non pochi servitori dello stato che si battono controcorrente. E’ giusto ricordarlo in un epoca in cui tutti i gatti sembrano essere bigi.

Di seguito l'articolo che scrissi lo scorso luglio dopo gli arresti di Mazzacurati e Baita che, purtroppo, conserva tutta la sua attualità. Ripercorrere le vicende del passato non è un esercizio memorialistico ma un tentativo di andare alla radice delle cause che hanno determinato i problemi di oggi.

Luglio 2013
Rassegna sindacale.
di Oscar Mancini.

Gare d’appalto truccate. Fatture gonfiate. Consulenze fasulle. E arresti eccellenti. Ma l'inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la realizzazione del MoSe, non è ancora conclusa. E rischia di arrivare a Roma. Lo scandalo è di grandi proporzioni. Sette arrestati fra cui l’ex presidente del monopolista Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati e preceduta dalla detenzione in carcere di Piergiorgio Baita, Presidente della società capofila Mantovani.

Chissà se gli inquirenti saranno così bravi da individuare a chi - e perché - siano finiti i “fondi neri” creati in Austria con i soldi dei contribuenti? Nel frattempo emergono i beneficiari dei cospicui finanziamenti, sembra in chiaro, di fondazioni nazionali, associazioni, nonché delle campagne elettorali di esponenti eccellenti della maggioranza e dell’opposizione. Quanto costa il monopolio per la realizzazione del gigantesco sistema delle paratie mobili contestato da molti veneziani, ma che nelle intenzioni di chi l’ha voluto dovrebbe salvare la città dall’acqua alta? Secondo i piani ufficiali l’imponente struttura, la cui prima pietra fu posta la bellezza di 25 anni fa, doveva essere finalmente pronta nel 2014, slittati al 2016.

L’opera, contestata dalla associazioni ambientaliste e dalla CGIL fin dagli anni ottanta, finisce nel mirino della Corte dei Conti in anni recenti : a proposito degli appalti, dei costi lievitati, delle consulenze e dei collaudi, denuncia che essi sono affidati «con scarsa trasparenza e un rapporto sbilanciato a favore del concessionario». Il costo della grande opera, scrivevano i giudici contabili, è passato da 2700 milioni di euro a 4271, adesso il «prezzo chiuso» è stato aggiornato a 4 miliardi e 700 milioni. Dei costi originari circa la metà (1200 milioni su 2700) se ne vanno in «oneri tecnici e per il concessionario, somme a disposizione e Iva».

«Ingenti appaiono gli oneri di concessione», scrivono ancora i giudici nella loro ordinanza. E aggiungono: «Alcune di tali risorse si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell’apparato amministrativo pubblico». Nel mirino dei giudici contabili finiscono i costi, che lievitano anche a causa della procedura della concessione unica, abolita dalle leggi europee e nazionali ma rimasta in essere per il Mose. «Sotto il profilo dell’economicità dell’agire amministrativo», scrivono nell’ordinanza, «suscita perplessità che la determinazione delle voci di costo e dell’elenco prezzi sia stata rimessa al concessionario».

Perché una denuncia così forte è stata largamente ignorata dai grandi media, dai partiti e dalle istituzioni? In che modo il Consorzio ha potuto esercitare la sua egemonia negli ultimi trent’anni? Testimoni di quella ormai lontana, ma così attuale, stagione politica, siamo rimasti in pochi. E, con il trascorrere del tempo è facile perdere la memoria. Per fortuna le carte scritte rimangono, ma le ricerche richiedono tempo e fatica.

Come ha scritto anche Massimo Cacciari la procedura degli interventi in laguna era viziata all'origine con la nascita nel 1984 di quel mostro giuridico che è il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico, imposto – aggiungo io - da Gianni De Michelis in accordo con Bernini e confermato da tutti i governi successivi. Molti si sono fatti affascinare dalla grande opera ingegneristica. Altri, come lo stesso sindaco Cacciari, pur essendo contrari, hanno pensato di poterla bloccare attraverso la tattica del rovesciamento delle priorità, pure saggiamente previste dalla legge: prima il ripristino morfologico della laguna poi altri cinque punti prioritari e solo alla fine “anche” gli interventi alle bocche di porto.

Nel frattempo sono state elaborate alternative mai prese in considerazione nonostante l’autorevolezza dei proponenti. La storia ha dimostrato che la forza del Consorzio era così pervasiva che si è preferito partire da quell’”anche” invertendo così quanto prescritto dalla legge e dalla logica. Deleterio fu in questo senso il ruolo del Sindaco Costa succeduto a Cacciari su sua indicazione ma anche di tutti i governi. Purtroppo, nessuno escluso.

La CGIL di Venezia fu tra i pochi soggetti sociali a sollevare problemi. Fin dal convegno del’84 quando, scontrandoci con il Ministro De Michelis, contestammo l’idea “dell’inserimento di tre rubinetti alle bocche di porto” per affermare “la necessità di una visione unitaria e sistemica degli interventi” sulla base del principio della “flessibilità, gradualità, sperimentabilità”. Negli anni 80, in qualità di segretario generale aggiunto, intervenni ripetutamente controcorrente sulla stampa e in incontri istituzionali subendo gli strali del “partito del fare” contrapposto alla “laguna di chiacchere”, alla quale fummo immediatamente arruolati.

Tra gli appuntamenti più significativi ricordo:

Nel ventennale dell'alluvione,(1986) quando il presidente del consiglio Craxi pronunciò un discorso inedito, rimasto però senza alcuna conseguenza, intervenni criticamente a nome della CGIL di fronte al consiglio comunale e poi a alla Fondazione Giorgio Cini, in presenza del governo; 2. Il lungo colloquio che avemmo nel settembre dell’87 con il Presidente del Consiglio Giovanni Goria. In quell’occasione presentai, a nome di CGIL CISL UIL, un documento che esprimeva la netta contrarietà alla terza convenzione tra lo stato e il Consorzio Venezia Nuova e chiedeva nel contempo il rafforzamento del Magistrato alle acque (che già allora appariva ancella del Consorzio) il rispetto delle priorità in ordine al disinquinamento della laguna e il ripristino morfologico della stessa, gli interventi per il restauro della città e il suo ripopolamento.

Questo incontro fu preceduto da una Conferenza stampa che suscitò l'ira scomposta di Maurizio Sacconi, allora braccio destro di De Michelis. Se si volessero ricostruire le responsabilità politiche sarebbe utile sfogliare i giornali dell'epoca perché i gatti non sono tutti bigi! Non solo la CGIL, ma anche PRI e PCI e la minoranza del PSI, fino alla giunta Casellati, condussero significative battaglie.

Gli arresti eccellenti di queste settimane, hanno riportato alla mia memoria alcune pubbliche denunce che formulai, a nome della CGIL, nel corso degli anni contro il meccanismo delle concessioni uniche e, successivamente, contro il perverso meccanismo del projet financing all'italiana (ospedale di Mestre, ospedale di Schio Thiene e delle autostrade). In un saggio pubblicato sul N°47, 1994 della Rivista "Oltre il Ponte" scrivevo :

" L'irresistibile tentazione delle Giunte Bernini prima e Cremonese poi di far ricorso ad un ennesimo consorzio privato, attraverso il meccanismo della concessione, con tutto quello che ne è conseguito sul terreno della lottizzazione e della questione morale, ha fatto si che il giro di boa non avvenisse ed anni preziosi fossero sprecati. La CGIL Regionale denunciò pubblicamente il perverso meccanismo che la Giunta stava approntando con la concessione unica al Consorzio Venezia Nuova e al progettato Consorzio Disinquinamento, di tutti gli interventi afferenti al bacino scolante".

Con una nota a piè di pagina raccontavo un episodio di cui fui testimone. Dopo ripetute denunce sulla stampa locale (in particolare ricordo un'intervista rilasciata a Renzo Mazzaro apparsa sulla Nuova, Mattino e Tribuna) il Presidente della Regione Cremonese convocò a Palazzo Balbi CGIL CISL UIL. In quella occasione si lamentò dei mei attacchi ed ebbe la spudoratezza di chiedermi se la CGIL avesse avuto delle imprese da segnalargli!!! Come se la nostra avversione al meccanismo della concessione fosse motivata dal non aver partecipato alla lottizzazione del costituendo consorzio!!! Poi arrivò tangentopoli, seguirono le condanne ma, evidentemente gli italiani hanno la memoria corta e la storia si ripete.

Penso che il nostro compito oggi sia quello di sviluppare una forte iniziativa verso il governo affinché sia revocata la concessione “unica” al Consorzio Venezia Nuova per mettere finalmente mano a un progetto generale unitario sulla laguna, interdisciplinare, aperto a diverse evoluzioni e progressivo. Forse siamo ancora in tempo per fermare almeno in parte un progetto devastante anche alla luce del decreto che inibisce il passaggio delle grandi navi nel bacino di San Marco che rende possibile l’innalzamento dei fondali alla bocca di Lido.

Nel lontano 1973 lo storico americano F.C. Lane nel dare alle stampe la sua magistrale Storia di Venezia aggiungeva un’ultima notazione riferita alla prima legge speciale appena approvata, che suona come ammonimento: “L’efficacia della sua applicazione s’incaricherà di dimostrare se la Repubblica italiana è in grado di preservare la città creata dalla Repubblica di Venezia”.

Oggi, a quarant’anni di distanza, l’attuale governo autorizza al massimo pessimismo. Tengono accesa la speranza la nuova consapevolezza che cresce nella società italiana. Venezia è un bene comune dell’umanità e non può essere preda del partito degli affari

Sullo scandalo esploso a partire dai rapporti tra affari e politica a Venezia tre articoli di Edoardo Salzano ("la grande emergenza"), Ernesto Milanesi ("La Laguna del malaffare"), E.M. e Sebastiano Canetti ("La criccaGalan"). Il manifesto, 11 giugno 2014

LA GRANDE EMERGENZA
di Edoardo Salzano

Il cata­cli­sma giu­di­zia­rio che ha squas­sato Vene­zia e il Veneto non era ina­spet­tato per chi aveva cri­ti­cato il sistema Mose e il Con­sor­zio Vene­zia Nuova fin dal loro nascere. Ciò che da allora si cri­ti­cava era, da un lato, la scelta del sistema Mose, per la sua incom­pa­ti­bi­lità con la natura stessa della Laguna di Vene­zia e con il suo deli­ca­tis­simo equi­li­brio eco­lo­gico, dall’altro la scelta della con­ces­sione a un unico sog­getto pri­vato, il Con­sor­zio Vene­zia Nuova, del com­pito di stu­diare, spe­ri­men­tare ed ese­guire l’insieme degli inter­venti previsti.

Nes­suno imma­gi­nava l’enormità della cor­ru­zione che l’attuazione di quel pro­getto e l’istituzione di quel sog­getto avreb­bero pro­vo­cato. Per com­pren­dere lo stato delle cose, cioè la dimen­sione del danno subito e i rischi che si pro­fi­lano, occorre distin­guere i tre aspetti fon­da­men­tali della situa­zione sve­lata dall’indagine della pro­cura veneziana.

Cor­ru­zione

Il primo aspetto è quello della cor­ru­zione. I risul­tati dell’indagine sono dav­vero stra­bi­lianti. Le somme di denaro distratte ille­git­ti­ma­mente per essere impie­gate nelle varie forme, legit­time e ille­git­time, è stu­pe­fa­cente. La per­va­si­vità della cor­ru­zione è un segnale pre­oc­cu­pante sull’ampiezza sociale del morbo: sem­bra che in Ita­lia cor­rom­pere o essere cor­rotti sia la regola, e l’essere one­sti l’eccezione. Da decenni per molti adem­piere a un dovere d’ufficio non è un obbligo ma un pia­cere, che deve essere ricam­biato. Nell’ultimo tren­ten­nio quel «vizietto» ori­gi­na­rio è cre­sciuto in modo abnorme, quasi come effetto col­la­te­rale della cre­scita della società opu­lenta e del disfa­ci­mento delle ideo­lo­gie (cioè della capa­cità di cre­dere in un pro­getto di società da costruire con gli altri). L’indagine giu­di­zia­ria Mani pulite svelò l’inferno in cui l’Italia era pre­ci­pi­tata e con­dusse alla crisi di quella poli­tica che aveva pro­mosso e ali­men­tato Tangentopoli.

Ma non riu­scì a mani­fe­starsi, con­tro la vec­chia cat­tiva poli­tica, una nuova buona poli­tica. Poche novità posi­tive furono intro­dotte per ripa­rare i danni. Fra le poche, la buona legge Mer­loni per gli appalti delle opere pub­bli­che fu subito annac­quata e, poco a poco, inte­ra­mente rimossa. Il primo impe­gno che dun­que si pone è, a livello nazio­nale, quello di restau­rarla. Ma quale legi­sla­tore ha la forza, la com­pe­tenza e la volontà di farlo? E quale istituzione a livello subnazionale compirà il primo passo necessario, quello di esautorare dal loro potere istituzionale quelli che sono fortemente indiziati di “complicità col nemico”, a partire dal sindaco di Venezia?

Grandi opere

Il secondo aspetto è quello delle Grandi opere. Molti dicono oggi: le grandi opere sono neces­sa­rie, non si può rinun­ciare a farle; non è la gran­dezza dell’opera che la rende neces­sa­ria­mente fonte di cor­ru­zioni. Quindi, avanti con le grandi opere limi­tan­doci a col­pire solo quelli che Benito Craxi chia­mava «marioli». È un atteg­gia­mento che si sta rive­lando pre­po­ten­te­mente anche adesso.

Biso­gna uscire dalle affer­ma­zioni gene­ri­che ed esa­mi­nare i casi con­creti. Se si farà così si sco­prirà subito che c’è un nesso pro­fondo tra cor­ru­zione e grandi opere. Più grande e costosa è un’opera, più è com­plessa, più è neces­sa­rio l’asservimento del deci­sore for­male (il par­tito, l’istituzione) agli inte­ressi dell’«impresa»: è neces­sa­rio ungere rotas, distri­buire tan­genti reali (moneta) o vir­tuali (assun­zione di amici e parenti, viaggi e altri sol­lazzi). Più l’opera cre­sce, più risorse ci sono per ungere le ruote. I due inte­ressi del donato e del dona­tore s’incontrano: più l’opera è grande più cic­cia c’è per i gatti.

Lo stru­mento che più spesso viene ado­pe­rato per ren­dere Grandi le opere è l’emergenza. Già lo si vide ai tempi di Tan­gen­to­poli. L’alibi siste­ma­tico è la rigi­dità del sistema delle garan­zie, la con­se­guente lun­gag­gine delle pro­ce­dure, la sovrab­bon­danza di con­trolli. Invece di met­ter mano a una seria riforma delle pro­ce­dure, e dei con­se­guenti appa­rati tec­nici e ammi­ni­stra­tivi che devono gestirle, si inven­tano le dro­ghe per sca­val­care i con­trolli. Anzi­ché rifor­mare lo Stato, che si è pro­ce­duto astu­ta­mente a imba­star­dire, se ne pra­tica lo sman­tel­la­mento: «via lacci e lac­cioli», «meno Stato e più mer­cato», «pri­vato è bello». Slo­gan che sono stati vin­centi anche a sini­stra. In que­sta logica l’effettiva uti­lità dell’opera non conta nulla, né con­tano i suoi «danni col­la­te­rali», e nep­pure la sua prio­rità. L’unica uti­lità è la dimen­sione dell’opera e la sua pos­si­bi­lità di giu­sti­fi­care l’impiego di pro­ce­dure ecce­zio­nali, dotate di due requi­siti: l’opacità e la discrezionalità.

Una mora­to­ria di tutte le Grandi opere in corso di ese­cu­zione o deci­sione e un attento esame, sono le deci­sioni che in un paese civile dovreb­bero esser prese. Ma l’Italia è un paese serio? Da decenni le cas­san­dre dicono di no; e Cas­san­dra, come è noto, ci azzec­cava sempre.

L’oligarchia

Il terzo aspetto rile­vante sul quale lo scan­dalo vene­ziano offre utili ele­menti di ana­lisi e valu­ta­zione, che sarebbe neces­sa­rio appro­fon­dire per ten­tar di cor­reg­gere le stor­ture che ha reso evi­denti, è il sistema di potere che ha sve­lato. L’indagine non è ancora con­clusa e si spera che vada fino in fondo. Ma già da quanto ha sve­lato appare chiaro che le deci­sioni sugli inter­venti che tra­sfor­mano il ter­ri­to­rio non erano assunte dai poteri isti­tu­zio­nali, che avreb­bero dovuto espri­mere l’interesse gene­rale, ma da un gruppo di aziende pri­vate: aziende che, avendo abban­do­nato ogni spi­rito «impren­di­to­riale», ave­vano sosti­tuito al «libero mer­cato» una spie­tata oligarchia.

L’indagine aperta dai magi­strati vene­ziani illu­mina però una parte sol­tanto del gruppo di potere politico-economico che domina lo sce­na­rio veneto. E sarebbe dif­fi­cile com­pren­dere l’egemonia che il Con­sor­zio Vene­zia Nuova ha con­qui­stato nell’opinione pub­blica vene­ziana e veneta, nazio­nale e inter­na­zio­nale senza inda­gare nella trama dei rap­porti tra il mondo delle atti­vità immo­bi­liari, quello delle ban­che e rela­tive fon­da­zioni, quello dei mass media e quello della cul­tura e dell’università. Per costruire una mappa pre­cisa del potere a Vene­zia e nel Veneto non sarebbe però giu­sto affi­darsi solo al lavoro della magi­stra­tura, la cui respon­sa­bi­lità si arre­sta al limite trac­ciato dalle azioni con­tra­rie alla legge. Non sono solo le truffe e la cor­ru­zione diretta le uni­che armi di cui dispon­gono i poteri eco­no­mici per con­qui­stare il consenso.

Per avviare il risa­na­mento occor­rono scelte corag­giose. La prima è quella di met­tere ai mar­gini dei pro­cessi deci­sio­nali gli attori che hanno dato luogo al nuovo per­verso sistema di potere. La respon­sa­bi­lità della poli­tica e quella delle per­sone e delle isti­tu­zioni che hanno par­te­ci­pato a quel sistema di potere sono gra­vis­sime. Non col­pirle seve­ra­mente con atti poli­tici con­tri­bui­rebbe ad accre­scere il bara­tro che già separa i cit­ta­dini dalla democrazia

NEGLI INTERROGATORI SUL MOSE EMERGE
LA LAGUNA DEL MALAFFARE

Ernesto Milanesi

La carta dei ver­bali con­tro­fir­mati da Maz­za­cu­rati, Baita e Clau­dia Minu­tillo resti­tui­sce il mare di guano. Con schizzi (salvo que­rele o svi­luppi) per tutti. Il padre-padrone del Con­sor­zio Vene­zia Nuova ha rico­struito il «sistema Mose». Appa­ren­te­mente l’ex pre­si­dente della Man­to­vani Spa si è levato tutti i pesi dalla coscienza sporca. E l’ex segre­ta­ria di Galan ha rive­lato cosa c’era die­tro la fac­ciata di società come Bmc a San Marino con Wil­liam Colombelli.

Così in laguna spur­gano nomi eccel­lenti e rac­conti indi­ci­bili. Il “doge” ber­lu­sco­niano aspetta il ver­detto della Camera: oggi alle 13 è con­vo­cata la giunta per le auto­riz­za­zioni sulla richie­sta d’arresto per Galan, pre­si­dente della com­mis­sione Cul­tura, tra­smessa a Mon­te­ci­to­rio il 3 giu­gno. E per Altero Mat­teoli ci sarà quello del Tri­bu­nale dei mini­stri: la Pro­cura della Repub­blica ha già spe­dito i fasci­coli. Però la lista si infar­ci­sce. Baita allunga l’indice su Gianni Letta («assi­cu­ra­zione sulla vita di Maz­za­cu­rati») che respinge le accuse al mit­tente e pre­para le carte bol­late. Ma le depo­si­zioni sono piene di poli­tici: Mila­nese (cioè l’allora brac­cio destro di Tre­monti), l’ex mini­stro Lunardi, l’avvocato Ghe­dini. Gli sfi­danti delle ultime Comu­nali, Orsoni (pre­fe­rito dal Con­sor­zio) e Bru­netta. Un con­tri­buto, per altro regi­strato, al leghi­sta Tosi. Fino al soste­gno alla Fon­da­zione del patriarca ciel­lino Scola. O alla rete delle coop e al ruolo di Bren­tan sul fronte…sinistro.

Ci sono anche inter­cet­ta­zioni comi­che, con l’inversione delle parti. Come quando Minu­tillo ordina all’assessore Chisso di «alzare il culo» dal risto­rante e tor­nare al lavoro. Sarebbe la stessa che, secondo Baita, si fa fare la casa dall’impresa Car­ron che poi batte cassa e vuole entrare nel giro degli appalti che contano.

Di certo, fal­doni desti­nati a rim­pin­guarsi. E i magi­strati stanno anche «rileg­gendo» gli atti di vec­chie inda­gini, soprat­tutto col­le­gate alle Grandi Opere via­rie e ai pro­ject della sanità veneta. Senza dimen­ti­care la matassa che si dipana den­tro e fuori gli studi dei com­mer­cia­li­sti pado­vani arre­stati: Fran­ce­sco Gior­dano, fidu­cia­rio di Maz­za­cu­rati, e Paolo Venuti per i coniugi Galan.

Intanto ieri mat­tina nuova per­qui­si­zione in un can­tiere e negli uffici della Man­to­vani Spa (ora pre­sie­duta dall’ex que­store Car­mine Damiano, alle prese con Expo 2015). Oggetto di veri­fi­che da parte della Dire­zione nazio­nale anti­ma­fia il nuovo ter­mi­nal dell’«autostrada del mare» a Fusina. Con replica a Meolo in un can­tiere della A4 affi­dato ad un’altra impresa.

Poi c’è la denun­cia di Gian­franco Bet­tin, asses­sore all’ambiente: «Appren­diamo dalle carte e dagli svi­luppi dell’inchiesta che da parte di poli­tici, mini­stri e fun­zio­nari in par­ti­co­lare dei mini­steri dell’Ambiente e delle Infra­strut­ture si sarebbe lucrato sulle boni­fi­che di Porto Mar­ghera. Se così è stato hanno lucrato, come vam­piri, su una immensa tra­ge­dia sociale e umana, su un enorme disa­stro ambien­tale. Si capi­scono anche, così, la vio­lenza degli attac­chi dei reg­gi­tori di que­sto “sistema” con­tro chi si è sem­pre oppo­sto , le que­rele infi­nite e milio­na­rie, le inti­mi­da­zioni, le accuse di voler sman­tel­lare Mar­ghera quando invece erano pro­prio loro a impe­dirne il risa­na­mento e quindi la rigenerazione».

A Ca’ Far­setti, dopo la rissa nell’ultima seduta di con­si­glio, sem­bra pro­fi­larsi la solu­zione «demo­cra­tica» alla crisi poli­tica. Niente dimis­sioni della giunta per poter appro­vare il bilan­cio e evi­tare il com­mis­sa­rio pre­fet­ti­zio alla vigi­lia delle Comu­nali 2015. La Pro­cura, comun­que, ha negato l’incontro fra l’ex sin­daco Orsoni (agli arre­sti domi­ci­liari) e il vice «reg­gente» San­dro Simio­nato. Forse già lunedì all’ordine del giorno il docu­mento che sol­le­cita un’inchiesta par­la­men­tare e lo scio­gli­mento del Con­sor­zio Vene­zia Nuova: è stato fir­mato da Beppe Cac­cia e Camilla Sei­bezzi (lista “In comune”), Seba­stiano Bon­zio (Rifon­da­zione), Clau­dio Bor­ghello, Carlo Pagan, Gabriele Sca­ra­muzza e Jacopo Molina (Pd), Simone Ven­tu­rini (Udc), Luigi Gior­dani (Ps), Gia­como Guzzo e Andrea Rene­sto (Fede­ra­li­sti e riformisti).

L’isola di Pove­glia resta pubblica

La buona noti­zia, almeno, arriva dal Dema­nio. L’isola di Pove­glia resta ancora di pro­prietà pub­blica. Si erano mobi­li­tati cen­ti­naia di cit­ta­dini per l’asta, rac­co­gliendo 300 mila euro. Ma Luigi Bru­gnaro (tito­lare di Umana, pre­si­dente della Reyer Basket ed ex di Con­fin­du­stria) l’aveva vinta con un’offerta di 513 mila. Respinta con let­tera uffi­ciale, per­ché rite­nuta «non con­grua» al valore dell’isola lagunare.

FOTOGRAFIA DELLA CRICCA GALAN
Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi

È una dome­nica d’estate del 2010. In riva al mare di Croa­zia si cele­bra l’ottava edi­zione del «Pre­mio Brioni»: riu­ni­sce il giro di impren­di­tori che ruota intorno all’assicuratore Gianni Pesce, tito­lare della Pesce and part­ners Insu­rance srl.

Sono sbar­cati per lo più dagli yacht con il tri­co­lore «mari­naro», la ban­diera della Santa Sede e il ves­sillo del mee­ting. Sono stati ospi­tati al Bi Vil­lage di Fazana e sono reduci da una cena a buf­fet allar­gata ad altri vip: dal diret­tore gene­rale dell’Azienda ospe­da­liera di Padova Adriano Cestrone al notaio Nicola Cas­sano accom­pa­gnato da Monica Manto (avvo­cato, con un cur­ri­cu­lum di diri­gente in società par­te­ci­pate come Con­zor­zio Zip, Attiva Spa e Cvs), dalla fami­glia indiana spe­cia­li­sta in gio­ielli ai Luxardo sto­rici pro­dut­tori di mara­schino, fino a Fabio Fran­ce­schi di Gra­fi­che Venete che stampa best sel­ler e fre­quenta i ver­tici di Con­fin­du­stria.Un appun­ta­mento infor­male, fra amici con le fami­glie al seguito. Un week end che si ripete pun­tuale, con tanto di sou­ve­nir a bene­fi­cio dei pro­ta­go­ni­sti. Tutto alla luce del sole, niente da nascon­dere e con l’orgoglio di gruppo consolidato.

Ovvia­mente, la tra­sferta di Brioni 2010 non rien­tra nei fal­doni dell’attuale inchie­sta della Pro­cura di Vene­zia che il 4 giu­gno ha chie­sto al Par­la­mento l’arresto dell’ex gover­na­tore del Veneto Gian­carlo Galan per lo scan­dalo del Mose. Tut­ta­via, pro­prio per­ché coglie in relax all’estero il cer­chio ristretto dei fede­lis­simi, resti­tui­sce al natu­rale un frame del «modello veneto».

La ceri­mo­nia è affi­data alla pre­sen­ta­trice uffi­ciale, ma la vera anima della serata si rivela mon­si­gnor Libe­rio Andreatta, attuale vice pre­si­dente dell’Opera Romana Pel­le­gri­naggi che nel dicem­bre scorso ha orga­niz­zato — con la bene­di­zione di Papa Fra­ce­sco — una mis­sione anche archeo­lo­gica in Iraq. Al mini­stro delle Poli­ti­che agri­cole Galan (che ha appena dovuto cedere la pre­si­denza della Regione al leghi­sta Luca Zaia) spetta l’inedito ruolo di… val­letto. In polo azzur­rina grif­fata e pan­ta­loni blu mare, non si sot­trae; anzi, si pre­oc­cupa che i nomi degli spon­sor siano ben visibili…

Il Pre­mio Brioni pos­siede una filo­so­fia pre­cisa: «Sor­ve­glia le tue ami­ci­zie per­ché vivano fino a sera. Dona l’amicizia alle anime che intui­sci vicine alla tua. E se l’amico zop­pica, giu­di­calo sem­pre quand’è seduto» ammo­ni­sce la pro­lu­sione. Si comin­cia con lo spe­ciale rico­no­sci­mento a Fabio Bia­suzzi: la ripro­du­zione degli affre­schi di Raf­faello nella Stanza della segna­tura dei Musei Vati­cani. L’inguaribile mila­ni­sta Bia­suzzi è l’erede dei cava­tori di ghiaia del dopo­guerra, alla testa del gruppo di Pon­zano Veneto (Tre­viso) e fre­sco pre­si­dente dell’Atecap che asso­cia l’industria ita­liana del cal­ce­struzzo preconfezionato.

Per gli altri pre­miati la custo­dia di pelle riserva il mosaico del I secolo di un… pesce del museo nazio­nale di Napoli. Il «val­letto» Galan con mon­si­gnor Andreatta lo asse­gnano insieme alla magnum delle can­tine Pro­venza a tre sim­boli tipici dell’imprenditorialità veneta. Paolo Gaz­zola della Padana Orto­flo­ri­col­tura di Paese (Tre­viso) tra­di­sce l’imbarazzo nel sin­te­tico rin­gra­zia­mento. In ber­muda e maglietta viola si pre­senta Tiziano Got­tardo: a Piaz­zola sul Brenta (Padova) gesti­sce la distri­bu­zione di pro­dotti per la casa e l’igiene, ma recita già un ruolo da pro­ta­go­ni­sta nel com­parto della logi­stica che verrà «atten­zio­nato» dalla Guar­dia di finanza. Infine, Michele Tosetto che si occupa di alle­sti­menti (mostre, fiere, con­gressi) di espo­si­zioni e tra­sporti di opere d’arte con la sua società all’interno del Vega di Mar­ghera. Made in Italy in ver­sione Nord Est, come evi­den­zia mon­si­gnore con un pac­chiano errore di pro­nun­cia: «Io l’inglese lo odio e lo leggo così com’è scritto, per dispetto agli inglesi…». In com­penso, Andreatta non perde il piglio del con­dut­tore e ricorda a tutti che la Biblio­teca Vati­cana, chiusa da tre anni per restauri, verrà ria­perta con la grande mostra degli incu­na­boli nel brac­cio Carlo Magno di San Pie­tro per espli­cita volontà di Bene­detto XVI. «E l’allestimento è curato da Tosetto!!!».

Ma a Brioni c’è anche un pre­mio «pic­co­lino». Una moneta sto­rica in oro zec­chino che Gianni Pesce dona all’amico Gian­carlo che final­mente parla al micro­fono: «In que­sti mesi si vede chi è oppor­tu­ni­sta o chi si com­porta in modo schi­foso. Ma non ho mai dubi­tato dell’amicizia vera di molto pochi fra cui Gianni. E anche se su di me si fosse abbat­tuto lo spet­tro della disoc­cu­pa­zione, ero certo che comun­que sarei stato qui con lui e con voi…».

Cam­bio di scena e di sta­gione. Iden­tica atmo­sfera di con­fi­dente fre­quen­ta­zione. Di nuovo, tutti intorno a Galan. Natale 2011, nella villa dei Colli Euga­nei al cen­tro delle rico­stru­zioni con­ta­bili degli inqui­renti (lavori milio­nari di ristrut­tu­ra­zione, mutui ban­cari e dichia­ra­zioni dei red­diti), si acco­mo­dano a cena gli invi­tati spe­ciali: Giu­lio Mal­gara, che non è riu­scito a entrare alla Bien­nale; Fabio Fran­ce­schi di Gra­fica Veneta; l’industriale Luigi Rossi Luciani; Disma Tosetto, gio­vane impren­di­tore agri­colo di Limena; Ron­cato dell’omonima vali­ge­ria che aveva for­nito il set da viag­gio rega­lato ai diret­tori gene­rali delle Asl nomi­nati nel 2007; Enrico Mar­chi pre­si­dente di Save che gesti­sce il qua­drante di Tes­sera; Bepi Ste­fa­nel, un altro amico di lunga data; Fabio Gava, ex asses­sore regio­nale della sanità.

Ecco: pro­prio sul ser­vi­zio pub­blico della salute in pro­ject finan­cing e sulla «con­cer­ta­zione» di risto­ra­zione, puli­zie, manu­ten­zioni si dovreb­bero riac­cen­dere pre­sto i riflet­tori. In par­ti­co­lare, spicca il Cen­tro di tera­pia pro­to­nica per la cura dei tumori imma­gi­nato a Mestre dal dg dell’Usl 12 Anto­nio Padoan. Ope­ra­zione boc­ciata fra­go­ro­sa­mente dall’Unità Ricerca e Inno­va­zione dell’Agenzia regio­nale sanità con una pun­tuale, det­ta­gliata e docu­men­tata rela­zione fir­mata da Costan­tino Gallo. Giace dal 1 feb­braio 2011 sulle scri­va­nie di Leo­nardo Padrin, pre­si­dente gala­niano della com­mis­sione Sanità della Regione, e di Dome­nico Man­toan, mas­simo diri­gente della sanità veneta. Non solo la tera­pia pro­to­nica è ancora sprov­vi­sta di evi­denze scien­ti­fi­che per pre­fe­rirla a quella «con­ven­zio­nale», ma soprat­tutto «non è pos­si­bile con­fer­mare l’ipotesi di 1.900 pazienti annui, esten­si­bili a 4.000, su cui ven­gono basati tutti i cal­coli di con­ve­nienza dell’operazione». Nem­meno con la vaga pro­messa del governo dell’Ungheria di «dirot­tare» in Veneto i pazienti onco­lo­gici che si curano in Ger­ma­nia… E poi Costan­tino Gallo mette nero su bianco cal­coli da bri­vido: «A fronte di un inve­sti­mento dei pri­vati di 159.575.000 euro l’Usl 12 ver­serà nei 19 anni della con­ven­zione 615.571.000 euro più Iva per un totale di 738.685.200 a cui va aggiunto il costo del per­so­nale di 34.500.000 euro». Un affare, ma a senso unico.

Eppure, lo stesso «schema» è stato repli­cato a Trento dall’allora pre­si­dente della Pro­vin­cia Lorenzo Del­lai affian­cato dall’assessore alla salute Ugo Rossi e dal diret­tore dell’Agenzia pro­vin­ciale per la pro­ton­te­ra­pia Renzo Leo­nardi. Mega-cantiere nell’area ex Caserme Bre­sciani (la stessa del pro­getto di nuovo ospe­dale) con appalto tec­no­lo­gico affi­dato alla belga Iba ed un pool di ban­che a garan­tire i 40 milioni di finan­zia­menti al pro­ject delle imprese ita­liane. I primi test di col­laudo della «camera rotante» sono stati com­ple­tati il 29 luglio scorso: il dos­sier tren­tino è stato tra­smesso al mini­stro Bea­trice Loren­zin. Si tratta di un’operazione che pre­vede una spesa com­ples­siva di oltre 92 milioni di euro. L’edificazione edile della nuova strut­tura di Trento era stata affi­data alla Man­to­vani Spa con in calce al con­tratto di “par­te­na­riato” datato 2009 la firma di Pier­gior­gio Baita. Oggi grande accu­sa­tore dei can­ni­bali della laguna…

Utile ripresentare un testo scritto per eddyburg da uno dei più preziosi collaboratori, anni fa. La politica dei partiti sapeva, ha sempre saputo; prima prevedeva e cercava di correggere gli errori; dagli orribili anni '80, ha cominciato ad abbeverarsi alle sorgenti avvelenate.

Una storia segnata fin dalla nascita da forzature sul versante dei decisori (cominciando da Franco Nicolazzi) e da critiche su versante dei saggi (Bruno Visentini, la magistratura, Antonio Cederna ecc.). Scritto per eddyburg.it il 18 novembre 2006


Nel 1981 un gruppo di eminenti tecnici, adempiendo all’incarico affidatogli dal Ministro dei lavori pubblici, consegna al Ministro stesso uno “Studio di fattibilità e progetto di massima” per la “Difesa della laguna di Venezia dalle acque alte”. Il Ministro provvede a inoltrarlo, oltre che alla Commissione per la salvaguardia di Venezia e al Consiglio superiore dei lavori pubblici, anche al Comune di Venezia, intendendo acquisire il parere in merito degli enti locali interessati.

Nei mesi successivi si pronunciano la Commissione per la salvaguardia di Venezia, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, il Consiglio comunale di Venezia e quello di Chioggia, tutti in termini non sfavorevoli, ma parimenti esprimendo osservazioni critiche, e richieste di più complessivi inquadramenti nonché dello svolgimento di ulteriori ricerche.

Intanto, da più parti, si è auspicato, al fine di ottenere una celere realizzazione degli interventi in laguna, che si proceda all’esecuzione delle opere attraverso l’istituto della “concessione”. In tale prospettiva si costituisce il Consorzio Venezia Nuova [1].

Il 18 dicembre 1982 viene stipulato tra il Magistrato alle acque di Venezia, per conto del Ministro dei lavori pubblici, e tale consorzio, una concessione, a seguito della quale il consorzio avrebbe dovuto provvedere ad attuare parte degli studi, delle ricerche, delle sperimentazioni richieste dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, nonché a realizzare il tratto centrale del previsto sbarramento fisso alla bocca di porto di Lido.
Il 15 luglio la Corte dei conti nega il visto di esecutività al decreto di approvazione della concessione, eccependo, sostanzialmente, che, ai sensi delle leggi vigenti, “le concessioni di sola costruzione possono essere affidate a trattativa privata […] soltanto quando ciò sia espressamente consentito da una norma speciale”, mentre ordinariamente è previsto che “l’affidamento avvenga previo esperimento di una qualche forma di gara”, e che “la concessione considerata non contempla l’esercizio delle opere da realizzare” e pertanto “e da ritenersi di sola costruzione”. La vicenda, che viene conosciuta soltanto a seguito dell’intervento della Corte dei conti, e grazie a esso, suscita nuove polemiche.
In particolare, l’onorevole Bruno Visentini, presidente nazionale del PRI, scrive [2]: “a dieci anni dalla legge speciale di Venezia, i problemi della tutela fisica della città storica […] sono rimasti non risolti. Si parla ora di affidare in concessione a un consorzio di imprese […] il compito di realizzare quanto è necessario: iniziando, a quanto pare, da un incarico per ulteriori studi e progetti […] e continuando con l’incarico per la realizzazione delle opere […] Ma se si procedesse in questo modo si incorrerebbe in alcuni fondamentali errori di metodo e in alcune inammissibili elusioni di competenze decisionali.

"L’incarico non può avere per oggetto le scelte sull’avvenire della laguna […] Tali scelte spettano all’organo politico […] Sembra infine che gli ulteriori studi da effettuare, le ricerche da svolgere e le sperimentazioni da compiere […] nonché i controlli tecnico-scientifici sugli interventi […] non possano essere affidati al medesimo concessionario della realizzazione degli interventi, ma debbano essere attribuiti a soggetto diverso, che abbia grande autorità e sia capace di porsi in aperta dialettica con il concessionario”.

Le polemiche rimbalzano in seno alla IX Commissione della Camera dei deputati, che ha all’esame alcune proposte di risoluzione su Venezia, presentate dalla DC, dal PCI e dal PRI. Alla fine, il 27 ottobre 1983, la Commissione vota all’unanimità una risoluzione che, seppur elusiva circa il nodo dell’affidamento degli studi, delle sperimentazioni, e della realizzazione delle opere, impegna il Governo da un lato “a presentare entro tre mesi un rapporto globale sullo stato degli interventi per la salvaguardia di Venezia” e dall’altro “a definire, sentiti gli enti locali interessati, un programma unitario e globale degli interventi”.

Il Ministro dei lavori pubblici, il socialdemocratico Franco Nicolazzi (che circa un decennio appresso, all’epoca dell’inchiesta “Mani Pulite”, sarà condannato con sentenze passate in giudicato), non se ne dà per inteso, e men che mai si preoccupa delle critiche rivolte al tentato uso dell’istituto della concessione.

Il 24 febbraio 1984, infatti, viene stipulata, tra il Magistrato alle acque di Venezia e il Consorzio Venezia Nuova, una seconda convenzione, aggiustata in maniera da superare le obiezioni formali mosse dalla Corte dei conti alla precedente, ma non dissimile da quest’ultima nei contenuti, e ancor meno nella “filosofia”; questa volta il relativo decreto è registrato, in data 10 marzo 1984.

Tra il febbraio e il luglio del 1984 si succede la presentazione alla Camera dei deputati di vari disegni di legge volti a integrare la legislazione speciale per Venezia: dapprima uno del PRI, quindi uno della DC, del PSI e del PSDI, infine uno del PCI. Il 3 ottobre 1984 la IX Commissione della Camera dei deputati, dopo vivaci alterchi e concitate mediazioni, giunge ad approvare all’unanimità, in sede legislativa, un testo che, approvato anche dalla competente commissione del Senato, sempre in sede legislativa, diviene la legge 29 novembre 1984, n.798.

Quanto agli obiettivi degli interventi sulla laguna, la nuova legge stabilisce che questi ultimi devono essere “volti al riequilibrio della laguna, all’arresto e all’inversione del processo di degrado del bacino lagunare e all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa con interventi localizzati delle insulae dei centri storici, e a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle acque alte eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolamentazione delle maree”. E’ con ciò pienamente assunta, e puntualmente descritta, la “logica” che era stata espressa nei disegni di legge del PRI e del PCI, e sostenuta anche dal PLI.

In ordine alle modalità di realizzazione degli interventi si precede la costituzione di uno speciale Comitato, composto dal Presidente del consiglio, dai ministri interessati e dai rappresentanti della Regione del Veneto e degli enti locali territorialmente competenti sulla laguna, cui “è demandato l’indirizzo, il coordinamento, e il controllo”, ma che non è espressamente sancito debba, per assolvere i suoi compiti, preliminarmente definire quel “piano unitario e globale degli interventi” che era indicato nei disegni di legge del PRI e del PCI, ed era stato ripetutamente richiesto. La previsione del predetto Comitato, e i compiti, generali e specifici, che gli sono affidati, sono quindi soltanto la premessa logica e istituzionale dalla quale partire per ottenere la formazione di tale “piano unitario e globale”.

Per il resto viene normativamente fondata la possibilità di affidare la realizzazione degli interventi in concessione, ma non si definiscono i lineamenti di quest’ultima, limitandosi a prevedere che il Comitato di cui s’è detto si pronunci sulle connesse convenzioni, si demanda a un decreto del Ministro dei lavori pubblici la precisazione (seppure “sulla base delle convenzioni” decise dal Comitato) “delle modalità e delle forme di controllo sull’attuazione delle opere affidate in concessione”, e infine, e soprattutto, non solamente non si precisa che gli studi, le ricerche, le sperimentazioni debbono essere affidate a soggetti diversi dall’esecutore concessionario delle opere, ma si fa esplicita menzione della concessione “in forma unitaria” sia degli interventi che degli studi e delle progettazioni.

Il problema viene risollevato, un po’ di anni appresso, da Antonio Cederna, che era stato eletto alla Camera dei deputati, nelle liste del PCI, come indipendente di sinistra, nella X legislatura, iniziata il 2 luglio 1987 e terminata il 22 aprile 1992.

Egli, quando quasi volgeva al termine il suo mandato parlamentare, si convinse della necessità di un forte intervento di integrazione e di coordinamento della legislazione speciale per Venezia, e decise di presentare una propria proposta di legge rivolta a tal fine, la quale, sottoscritta anche da Ada Becchi e da Franco Bassanini (entrambi appartenenti, come Cederna, al gruppo della Sinistra indipendente), fu presentata il 2 aprile 1991.

Nella relazione illustrativa della proposta, premesso che il “faticato procedere delle azioni e degli interventi che, secondo la volontà del legislatore, avrebbero dovuto assicurare la salvaguardia di Venezia e della sua laguna[…] è stato largamente insoddisfacente […], sicuramente e marcatamente, per quanto attiene alla tutela dell'integrità fisica […] del territorio lagunare”, si sostiene che “la ragione prima ed essenziale del procedere inceppato e sussultorio delle azioni e degli interventi dianzi detti […] risiede nel non compiutamente risolto confronto tra due approcci, due modelli, due logiche. Semplificando al massimo: tra unalogica sostanzialmente meccanicistica, che tende a isolare i problemi (o tutt'al più a riconoscere tra essi nessi estremamente semplificati) e a dar loro soluzioni indipendenti e fortemente ingegneristiche, e una logica, per così dire, sistemica, che chiede di evidenziare le correlazioni tra tutte le dinamiche in atto, e quindi tra tutti i problemi da affrontare, e pertanto pretende una predefinizione globale, e costantemente ricalibrabile, di tutti gli interventi e le azioni da prevedersi, per collocarle in sequenze temporali che ne garantiscano ed esaltino le sinergie positive”.

Occorre quindi, prosegue la relazione, “chiarire quale sia il vero nodo da sciogliere: non procedimentale, ma di merito. Il che non nega affatto che sia necessario ridisegnare l'attuale meccanismo decisionale e operativo degli interventi e delle azioni per Venezia […]. Piuttosto, evidenzia come tale ridisegno, per essere efficace, non possa essere neutro, ma, al contrario, debba essere, finalmente, coerente e funzionale al pieno e incontrovertibile affermarsi dell'approccio sistemico ai problemi del territorio veneziano”. Inoltre, soggiunge, non si ritiene opportuno “inventare nuovi e straordinari soggetti (che tendono, di norma, a dare pessime prove)”, ma invece si reputa doversi “assumere come riferimento il modello ordinariamente configurato, per le autorità di bacino di rilievo nazionale, dalla legge 18 maggio 1989, n.183”, sulla “difesa del suolo”, della cui definizione Cederna era appena stato primario protagonista. Che è quello che fa la proposta di legge, istituendo l'autorità di bacino di rilievo nazionale della laguna di Venezia, indicandone l'ambito territoriale di competenza, e dettando, per essa, alcune disposizioni particolari.

Particolarmente rilevante risulta il fatto che, pur non escludendo che “sia le amministrazioni dello Stato che la Regione Veneto, che gli altri enti pubblici interessati, possano fare ricorso per la realizzazione di quanto rientri nelle rispettive competenze a concessioni a soggetti idonei sotto il profilo tecnico e imprenditoriale”, si afferma perentoriamente che “l'ambito del concedibile viene […] ristretto alla realizzazione di opere ed eventualmente alla loro gestione […], nella ferma convinzione che non possa né debba essere concessa (soprattutto dal momento in cui si costituisce un nuovo soggetto istituzionale dotato di propri robusti supporti scientifici, tecnici e operativi), in blocco e per di più allo stesso soggetto concessionario della realizzazione delle opere, l'effettuazione degli studi e delle ricerche preliminari e la progettazione (cioè, di fatto, la pianificazione e la programmazione degli interventi e delle azioni)”.

Per il vero, anche se la proposta di legge di Cederna per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna non riuscì neppure a iniziare il suo iter parlamentare, il Parlamento nazionale, pochi anni appresso, decise almeno di superare radicalmente il sistema della "concessione unica", dello Stato al Consorzio Venezia Nuova, votando il comma 11 dell'articolo 12 della legge 24 dicembre 1993, n.527.

Ma questa è un’altra storia, che è già stata raccontata.

[1] Del quale, salvo errori od omissioni, inizialmente entrano a far parte (le cifre fra parentesi indicano la percentuale di partecipazione): Condotte d’acqua (20%); Impresit (20%); Fincosit (20%); Sacug (15%); Lodigiani (5%); Consorzio S.Marco-Furlanis, Grassetto, CIR, Maltauro, Cosma, Vittadello, Sacaim, Codelfa, CCC (15%); consorzio Rialto-Foccardi, Scuttari, Boscolo, Busetto, Ferrari, Cop. San Martino, Rossi (5%).

[2] Bruno Visentini, Venezia: i “progettini” rinviano il salvataggio, nel Corriere della Sera del 26 ottobre 1983.


Riferimenti

Vedi anche, su eddyburg, l'articolo di Oscar Mancini Il Consorzio Venezia nuova. Il nostro grido inascoltato (2013), quello di Edoardo Salzano La Laguna di Venezia e gli interventi proposti (2006), e i numerosi altri documenti e articoli nella cartella Mose.

«L’inchiesta sul mega-cantiere si allarga: un "sistema" nel cui libro paga si contabilizza di tutto, soldi grazie ai fondi neri. Si immagina che il 20% dell’opera si riveli una provvista analoga». Il manifesto, 6 giugno 2014

La squa­dra e il com­passo. Poli­tica bipar­ti­san al ser­vi­zio del “cer­chio magico” delle imprese pre­de­sti­nate. Una pira­mide di potere, tan­genti e finan­zia­menti occulti costruita gra­zie al Mose (mega-cantiere da oltre 5 miliardi). E’ crol­lata dopo tre anni di inda­gini della Pro­cura e di cer­to­sini riscon­tri della Gdf. Era il Veneto della caz­zuola a senso unico nelle Grandi Opere: se non scat­tava la con­ces­sione senza con­trolli a bene­fi­cio del Con­sor­zio Vene­zia Nuova, era sem­pre pronto un pro­ject finan­cing e non man­ca­vano mai le coo­pe­ra­tive “rosse”.Il regolo? Gian­carlo Galan, gover­na­tore dal 1995 al 2010, due volte mini­stro e ora pre­si­dente for­zi­sta della com­mis­sione cul­tura della camera.

Nem­meno troppo al coperto il dia­gramma di flusso che trian­gola poli­tici (dall’assessore regio­nale Fi Chisso al con­si­gliere Pd Mar­chese, dall’ex euro­par­la­men­tare Lia Sar­tori al sin­daco Orsoni), pro­fes­sio­ni­sti della finanza e con­ta­bi­lità (da Roberto Mene­guzzo di Pal­la­dio al com­mer­cia­li­sta Fran­ce­sco Gior­dano) e fun­zio­nari pub­blici (dalla Regione al Magi­strato alle Acque al gene­rale in pen­sione Spa­ziante). Sono i can­ni­bali “modello veneto”. Mil­lan­ta­tori com­presi, tutti con il conto cifrato, lo sti­pen­dio aggiun­tivo, la voca­zione sus­si­dia­ria, la con­su­lenza fit­ti­zia o il fami­liare inte­resse. E’ lo schema della “sal­va­guar­dia” di Vene­zia che tra­cima nelle cor­sie auto­stra­dali, nei nuovi ospe­dali, e rie­merge in peri­fe­ria con le cric­che della logi­stica o l’ultimo sta­dio dei con­flitti d’interesse.

Galan ha esi­bito il suo orgo­glio il 5 giu­gno 2009 al matri­mo­nio con San­dra Per­se­gato nella villa di Cinto Euga­neo sui Colli pado­vani. Quella ristrut­tu­rata gra­zie a sovra­fat­tu­ra­zioni della Man­to­vani Spa durante i lavori al mer­cato orto­frut­ti­colo di Mestre: oltre un milione di spese con Tec­no­stu­dio di Danilo Turato, ora ai domi­ci­liari. Ma nell’inchiesta si sta­glia la figura di Paolo Venuti, com­mer­cia­li­sta. Com­pare come revi­sore dei conti in decine di società par­te­ci­pate e stra­te­gi­che nel Veneto, men­tre recita il ruolo di “con­su­lente fidu­cia­rio” della cop­pia Galan-Persegato in par­ti­co­lare gra­zie a Mar­ghe­rita Srl e Pvp Srl. Gli inve­sti­ga­tori sono arri­vati ad Adria Infra­strut­ture e Man­to­vani Spa rico­struendo il legame con Clau­dia Minu­tillo (ex segre­ta­ria del doge) e Pier­gior­gio Baita, deus ex machina della Man­to­vani fino al 2013. Finì in car­cere all’epoca di Tan­gen­to­poli, pro­ces­sato e assolto. Dopo altri 106 giorni di car­cere ha revo­cato il man­dato ai legali Longo (sena­tore Fi) e Paola Rubini. E ha dise­gnato con Gio­vanni Maz­za­cu­rati del Cvn la “mappa” del sistema paral­lelo.

Per Galan, un’altra brutta noti­zia: ieri è stato arre­stato a Cagliari Alberto Rigotti, tren­tino, per il crac del gruppo edi­to­riale Epo­lis che sem­bra intrec­ciarsi con la gestione delle società di comu­ni­ca­zione che com­pa­iono nell’ordinanza dei magi­strati veneziani.

Dal 1986 al 1995 il Cvn è stato pre­sie­duto da Luigi Zanda, ora capo­gruppo Pd al Senato. Arre­stato con Orsoni c’è Giam­pie­tro Mar­chese: dal 2005 avrebbe incas­sato mezzo milione, anche all’interno della Regione, dalle mani di Fede­rico Sutto (che il 7 feb­braio 2013 con­se­gnò 160 mila euro a Chisso). E a pagina 605 dell’ordinanza spicca un appunto: 40 mila euro di con­tri­buto al can­di­dato Davide Zog­gia (ex pre­si­dente della Pro­vin­cia, poi nello staff di Ber­sani) più 7.428 euro di con­su­lenza. Altri 15 mila euro al Comune di Padova e 4 mila al Pd. Inda­gato anche Lino Bren­tan, “refe­rente” Ds nell’Autostrada Padova-Venezia già con­dan­nato per tan­genti. Senza dimen­ti­care la cena dell’8 giu­gno 2011 al Calan­dre. Con Maz­za­cu­rati e Pio Savioli del Cvn sono atto­va­gliati l’allora sin­daco Zano­nato e il ret­tore Giu­seppe Zac­ca­ria. Discu­tono del pro­getto per il nuovo ospe­dale di Padova…

Man­to­vani, Fip, Con­sor­zio Veneto Coop, Vit­ta­dello, Nuova Coed­mar, Ccc: è il “giro” delle imprese per il Mose. E il sistema si allarga: Diego Car­ron (omo­nima società di costru­zioni) com­pare a pag. 550 per­ché fa… rife­ri­mento a Chisso. L’impresa di San Zenone degli Ezze­lini (Tre­viso) è pro­ta­go­ni­sta di appalti come l’ampliamento dell’Orto Bota­nico dell’Ateneo di Padova. Il mer­cato si rivela tutt’altro che libero. Con Pal­la­dio Finan­zia­ria che da Vicenza si pre­oc­cupa dei pro­ject non solo della sanità, men­tre con Est Capi­tal Sgr gesti­sce 800 milioni di fondi immo­bi­liari con ope­ra­zioni che riguar­dano hotel di lusso a Vene­zia e la “ricon­ver­sione” dell’ex col­le­gio gesuita Anto­nia­num a Padova.

Dalle “rice­vute” si mate­ria­lizza la rete di con­ni­venze lì dove il Cvn poteva rischiare con­trolli o aveva biso­gno di nuovi finan­zia­menti sta­tali. Migliaia di euro distri­buiti gra­zie ai “fondi neri” di 25 milioni all’estero. In Pro­cura c’è chi imma­gina che il 20% dell’operazione Mose possa rive­larsi una prov­vi­sta ana­loga. Sta di fatto che nel libro paga del “sistema” si con­ta­bi­lizza di tutto. Anche la Fon­da­zione Mar­cia­num, eretta dall’allora patriarca ciel­lino Scola. O il con­tratto di col­la­bo­ra­zione a pro­getto per “ope­ra­zioni ine­si­stenti” di Gian­carlo Ruscitti: era il segre­ta­rio gene­rale della sanità veneta, siede nel Cda dell’Irccs San Camillo al Lido e com­pare nei comi­tati d’onore della Com­pa­gnia delle Opere.

«Ora sap­piamo che sei miliardi di finan­zia­menti diretti, più tutti quelli per le opere com­ple­men­tari di difesa a mare del lito­rale, di con­so­li­da­mento delle rive e delle fon­da­menta, di restauri vari, sono il prezzo con cui il «par­tito del fare» (e del rubare) si è com­prato la città». Il manifesto, 6 giugno 2014

Il pro­getto della chiu­sura delle boc­che di porto della Laguna di Vene­zia, il più grande inter­vento di inge­gne­ria civile mai costruito in Ita­lia, è stato il pro­to­tipo delle «grandi opere». In tutto. Nella filo­so­fia emer­gen­zia­li­sta che lo pre­siede — la grande allu­vione del 4 novem­bre 1966 sem­brava giu­sti­fi­care una deci­sione rapida e ras­si­cu­rante, in barba ad ogni esi­genza di appro­fon­di­mento degli studi scientifici.
Nella delega con­cessa al sistema delle imprese pri­vate giu­di­cato dai deci­sori poli­tici il più com­pe­tente ed effi­ciente non solo nella rea­liz­za­zione delle opere, ma anche nella loro idea­zione e pro­get­ta­zione – con­dan­nando le uni­ver­sità, il Cnr e gli organi tec­nici dello stato a fare da sup­porto ser­vente alle imprese. Nella deroga alle pro­ce­dure ordi­na­rie di affi­da­mento, veri­fica e con­trollo delle opere pub­bli­che – date in con­ces­sione ad un unico sog­getto, anti­ci­pando il mec­ca­ni­smo del gene­ral con­tract. Nel gene­roso ricorso al cre­dito ban­ca­rio (a pro­po­sito dei motivi che hanno gene­rato il debito pub­blico!) – pro­ce­dura che poi sarà per­fe­zio­nata con il pro­ject finan­cing.

Il Con­sor­zio Vene­zia Nuova nasce nel 1982 sotto gli auspici di De Miche­lis (Par­te­ci­pa­zioni Sta­tali), Nico­lazzi (Lavori Pub­blici) e Fan­fani (pre­si­dente del Con­si­glio). Com­prende tutte le mag­giori società di engi­nee­ring pub­bli­che e pri­vate, dalla Impre­sit della Fiat (a cui suben­trerà la Man­to­vani) alle Con­dotte d’acqua dell’Iri. E poi: Lodi­giani, Mal­tauro, Impre­gilo fino alle coo­pe­ra­tive emi­liane CCC. Primo pre­si­dente del CVN è Luigi Zanda, pro­ve­niente dalla segre­te­ria del mini­stro Cossiga.

Negli stessi anni nasce anche il Tav e il Ponte dello Stretto di Mes­sina. L’Italia del «fare» — per chi ha perso la memo­ria — nasce allora. Ma per supe­rare gli evi­denti vizi giu­ri­dici di un’opera affi­data in con­ces­sione a trat­ta­tiva pri­vata e per di più su un «pro­getto pre­li­mi­nare di mas­sima» mai appro­vato dal Con­si­glio Supe­riore dei Lavori Pub­blici, ci fu biso­gno di una legge spe­ciale (legge 798 del 29 novem­bre del 1984). Ad opporsi fu solo il Pri con il mini­stro Bruno Visen­tini, come io stesso rico­no­scevo in un sag­gio di tanti anni fa, Appunti per una sto­ria del Pro­get­tone («Oltre il ponte», n. 17, 1987), in cui defi­nivo l’oggetto della con­ven­zione tra Stato e CVN: «un insieme di opere ancora inde­ter­mi­nate, tutte comun­que assi­cu­rate da una forma di paga­mento a piè di lista».

Nasce così lo stra­po­tere del CVN in città e non solo. Cro­ce­via di smi­sta­mento di ogni genere di appalti, anche quelli non diret­ta­mente affe­renti al Mose. Punto di equi­li­brio degli inte­ressi bipar­ti­san.A dire il vero un ripen­sa­mento ci fù all’epoca di Tan­gen­to­poli. Con una legge del 1993 (n.527, art. 12, comma 11) si dava man­dato al Governo di «razio­na­liz­zare» le pro­ce­dure di inter­vento a Vene­zia così da «sepa­rare i sog­getti inca­ri­cati della pro­get­ta­zione dai sog­getti cui è affi­data la rea­liz­za­zione» e costi­tuire una agen­zia pub­blica. Inu­tile dire che nulla sostan­zial­mente fu fatto per mutare la situa­zione. Nem­meno quando nel 1998 la Com­mis­sione nazio­nale per la Valu­ta­zione dell’Impatto Ambien­tale dette un parere sostan­zial­mente nega­tivo al progetto.

In soc­corso del Mose giunse la nuova Legge Obiet­tivo di Lunardi-Berlusconi (2002) che ha con­sen­tito ai vari governi, da ultimo quello Prodi con Di Pie­tro mini­stro ai Lavori Pub­blici (con un voto a mag­gio­ranza nel Con­si­glio dei mini­stri), di avo­care a sé le deci­sioni tecnico-progettuali e di appro­vare defi­ni­ti­va­mente il Mose nel 2006. Fu il colpo di gra­zia anche per i movi­menti ambien­ta­li­sti e l’assemblea per­ma­nente con­tro il Mose. Da allora una valanga di massi, cemento e ferro è stata sca­ri­cata sulle boc­che di porto. Il Con­sor­zio Vene­zia Nuova aveva vinto. Ora sap­piamo che sei miliardi di finan­zia­menti diretti, più tutti quelli per le opere com­ple­men­tari di difesa a mare del lito­rale, di con­so­li­da­mento delle rive e delle fon­da­menta, di restauri vari, sono il prezzo con cui il «par­tito del fare» (e del rubare) si è com­prato la città

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