Un volume collettivo su «Comune, comunità, comunismo» Iniziata in un simposio alla Duke University, la discussione è stata caratterizzata da una forte intenzionalità politica. La ricerca cioè di una alternativa alle ricette liberiste per uscire dalla crisi economica
Nella dilagante retorica dei beni comuni, questo libro collettivo si propone un obiettivo ambizioso: stabilire nessi, ma anche distanze tra la riflessione anglosassone e quella europea sui commons, dove il comune è spesso usato come parola per dissimulare un progetto teorico e politico che si propone la rifondazione del concetto di comunismo. I testi che compongono Comune, comunità, comunismo (ombre corte, pp. 156, euro 15) non nascondono però la sedimentazione teorica che accompagno i tre termini, anche se ne discostano significativamente. Per questo, vanno introdotte delle premesse per meglio contestualizzare i contributi presenti nel libro. Comune è un termine usato per individuare tanto i beni comuni - acqua, terra, energia, ma anche la conoscenza, l'habitat sociale - quanto le caratteristiche presenti nella specie umana - il linguaggio, ad esempio - e quanto viene prodotto dalla cooperazione sociale. Comunità, invece, è la bestia nera di ogni pensiero critico. Il comunismo, infine, è il termine che più si presta ad equivoci, vista l'apocalisse culturale che ha preso avvio con il crollo di regimi politici che si richiamavano a quella idea, mentre edificano una società non certo di liberi ed eguali.
Il tramonto del liberismo
Una matassa difficile da sbrogliare. Il merito del volume è che tutti i contributi provano a dipanarla, tenuto conto che l'occasione per farlo è stato un simposio organizzato alla Duke University nel 2009, cioè quando gli effetti della crisi economica stavano cominciando a rimodellare i panorami sociali e politici del pianeta. Chi ha organizzato quell'incontro, Anna Curcio e Ceren Özselçuk, era mosso da un interesse teorico, ma soprattutto politico. Come pensare un'alternativa al neoliberismo declinante, facendo leva su quanto di innovativo, e radicale nelle proposte, è emerso nei movimenti sociali globali? Questa la domanda implicita dietro quell'incontro.
Le coordinate teoriche sono chiare - comune, comunità, comunismo - e altrettanto chiara la volontà di non alimentare nessun mimetismo per percorsi teorici e politici che, per semplicità, possono essere definiti ortodossi. In altri termini, comune e comunità non sono usati, come spesso accade in teorici come Alain Badiou e Slavoj Zizek, come travestimenti per proporre un'idea di comunismo sempre eguale a se stessa, indipendentemente dal quanto è accaduto nel corso del Novecento. Esemplare, per forza espositiva è, a questo proposito il testo di Michael Hardt, che sgombra il campo da equivoci: il comune e il comunismo a cui si fa riferimento sono anni luce lontani dall'esperienza del socialismo reale. Più articolata invece la costellazione teorica a cui fare riferimento. Il marxismo di Louis Althusser, perché capace di misurarsi con alcuni nodi teorici e politici già evidenti negli anni Settanta. Il concetto di classe - un nulla che vuole diventare tutto -, il ruolo dello Stato come fattore dinamico nella riproduzione del regime di accumulazione; e per questo autonomo dai capitali operanti; i processi di costituzione della soggettività, meglio del soggetto della trasformazione. Temi ripresi dagli allievi del filosofo francese e articolati in forme originali.
Singolarità in azione
Da questo punto di vista la scelta di invitare Etienne Balibar è stata più che felice, alla luce della sua recente elaborazione del concetto di transindividuale derivato da Baruch Spinoza e del tema della egaliberté, cioè quel legame indissolubile tra libertà e eguaglianza che Balibar vede in «azione» dentro i movimenti sociali e che funziona come una potente valorizzazione delle singolarità. L'altro riferimento teorico è la cosiddetta scuola postoperaista, che con Toni Negri e Michael Hardt ha usato il termine comune come critica immanente del capitalismo contemporaneo.
Come scrivono i curatori del volume, la messa in relazione di queste due scuole di pensiero non è casuale. Tanto il marxismo althusseriano che il postoperaismo hanno lavorato teoricamente sugli stessi temi, dandogli tuttavia risposte differenti. Ed è con vero interesse che si può leggere il dialogo tra Balibar e Negri. Entrambi hanno volto le spalle alla tradizione comunista tradizionale; entrambi sono consapevoli che l'opera di Marx è sicuramente ancora una fonte di ispirazione, ma che il capitalismo è stato profondamente trasformato da oltre un secolo di conflitti di classe da avere bisogno di uno sforzo analitico supplementare, a cui tendono i testi di Gigi Roggiero, Anna Curcio e la direttrice di «Rethinking Marxism» S. Charusheela.
Sia ben chiaro, il volume ha una forte intenzionalità politica. E anche se l'incontro propedeutico ai testi è avvenuto in una università, c'è ben poca accademica nei materiali presentati. La posta in gioco è la crisi del capitalismo e la possibilità di individuare vie d'uscita che pongano le condizioni, appunto, a una società di liberi ed eguali.
Il comune presentato da Negri non si limita ai beni comuni, anzi propone di superare la distinzione tra comune naturale e comune artificiale che è dominante nella riflessione anglosassone. Perché se il comune naturale è segnato da quella scarsità che il pensiero liberale usa per legittimare la sua gestione capitalista, per il comune artificiale la scarsità non ha ragione di essere. La conoscenza, quando usata, non corre il rischio di esaurirsi. Anzi il suo uso l'accresce di nuovi ordini del discorso. La scarsità è dunque creata attraverso una governance del processo produttivo che produce segmentazione e frammentazione del lavoro vivo. Oppure attraverso il regime della proprietà intellettuale. Una definizione del comune comporta quindi un'analisi dei rapporti di produzione e di un processo lavorativo che ha bisogno di invenzione, di creatività, di innovazione. Dunque di una cooperazione produttiva «libera». E tuttavia il capitale se ne appropria. Come riconquistare questo comune produttivo? domanda Negri. Organizzare il lavoro vivo, che presenta quelle caratteristiche che Spinoza ha chiamato moltitudine, è la risposta.
Oltre il presente
Un ragionamento che non convince del tutto Balibar. I suoi dubbi non riguardano tanto le trasformazioni del capitalismo e della composizione del lavoro vivo. Si concentrano, invece, sulla possibilità di far ruotare il discorso politico attorno ai soggetti della produzione. Se ci troviamo di fronte alla moltitudine, i rapporti sociali di produzione sono uno e non è detto il più importante fattore su cui far leva sulla lotta contro il neoliberismo. Piena sintonia, invece, sulla critica del concetto di comunità. In questo caso, sia Negri che Balibar ritengono la «comunità» una categoria da trattare con diffidenza, perché cancella appunto quella eterogeneità che caratterizza la moltitudine.
Discussione importante e di pregnante attualità. Non solo perché la crisi ha continuato a terremotare il capitalismo statunitense e europeo, ma perché le risposte politiche che sono messe in campo oscillano tra una nostalgia del passato e una sorta di liberismo sociale, che riscopre i valori della comunità e l'etica sacrificale del lavoro. E che dunque offre spunti e possibili vie d'uscita da questa mefitica tenaglia.
Capannoni, cantieri, chiodi, mattoni, taniche, tubi, viti, garage prefabbricati, ex zuccherifici, silos, aie, fienili, cortili, muri di contenimento, recinzioni, cancellate, pali della luce, colonne di cemento armato che, nella loro scrostatura, rivelano un fantasma di ferro, trucioli avanzati da un taglio in segheria, il tornio di un’officina quando entra la luce da fuori, e scantinati di università o aule studio dimesse, la sedimentazione delle cose, e le persone. Sono alcuni frammenti del mondo di Guido Guidi. Nato a Cesena nel 1941, Guidi ha partecipato a Viaggio in Italia, la mostra curata, tra gli altri, da Luigi Ghirri nel 1984. Ha fotografato le opere di Le Corbusier, van der Rohe, e Carlo Scarpa, di cui è stato allievo; le case popolari dell’Ina, i bunker europei della Seconda Guerra Mondiale, i cantieri emiliani della Tav, l’industria a Marghera, e molto altro.
La peculiarità di Guidi consiste nell’aver fotografato coerentemente luoghi, oggetti, animali, persone, come se stesse fotografando – con l’esattezza formale, ma con la vertigine di un dubbio – l’Italia dietro casa, il suo vissuto, in una frazione di Cesena; il tragitto che si stende lungo la Strada Statale Romea, da Ravenna a Venezia, i due centri dove l’artista – all’Accademia ravennate e allo Iuav veneziano – ha insegnato fotografia per anni. L’editore americano Loosestrife – con la cura di uno dei maggiori fotografi statunitensi, John Gossage – dedica a Guidi un ampio volume antologico: A new map of Italy. L’Italia di Guido Guidi è l’Italia laterale, rimossa dagli stessi residenti, la nazione abitata raramente dagli artisti, se non per brevi periodi, utili a concludere un progetto, in attesa della prossima incursione.
E qui sta la differenza tra coloro che attraversano, e coloro che, viceversa, vivono quei luoghi, giorno dopo giorno, fino a farne non solo la visione della propria arte, no, fino a farne la propria esistenza: sentirsi fratello di un palo della luce lungo la strada provinciale, di un mattone che ti guarda, di un animale morto e deposto da un ciclista amatoriale sopra la linea bianca continua. L’Italia di Guidi è la nazione passata dalla civiltà contadina a quella industriale. Il fotografo cerca, usando le parole di Paolo Costantini, «di esplorare un nuovo paesaggio della modificazione», traccia provvisoria di noi stessi, riscrivendo gli spazi gracili in cui viviamo, sebbene utilizzi il mezzo che dovrebbe congelare quei luoghi, il mezzo a cui dovremmo chiedere la fissità negata dalla vita. Possiamo dire che l’opera di Guidi sia la sommatoria di due sottrazioni: gli avanzi del mondo contadino e le scorie del mondo industriale.
Due sparizioni restano nella materia residuale, declinante, e sono l’Italia, il brulicare sommerso, l’intersecarsi dei segni, nei luoghi dell’abbandono. «Tra un paracarro e un capitello, fotografo un paracarro: fotografo quello che c’è», dice Guidi. «Mi interessa il paracarro: chi l’ha costruito e chi l’ha usato, lo splendore e lo sfaldamento, non il passato glorioso». Cose, animali e persone hanno uguale dignità e rispetto nelle immagini del fotografo. Ciò non significa mettere tutto sullo stesso piano, in un’equivalenza indistinta. Il paracarro ha senso solo se inserito dentro un’immagine colta, risolta, e per Guidi un paracarro sta nella tradizione pittorica italiana e nella fotografia, soprattutto quella di Walker Evans.
Guido Guidi procede in una sorta di continuità, accetta il testimone del fotografo americano ma, mentre Walker Evans negli anni ‘30 del Novecento ha colto con la sua opera un’età prima del collasso, il lavoro di Guidi, al contrario, non certifica alcun crollo clamoroso. Suggerisce una malattia continua, debilitante, che costituisce l’essenza stessa del nostro vivere. Una febbriciattola, 37,2 di temperatura, che muta in lievi oscillazioni e smottamenti silenziosi. Questo senso di leggero spossamento è sottolineato dal colore. Anche per una questione geografica, paiono evidenti i rimandi a Deserto rosso. «Sì, Antonioni mi ha influenzato. Ma, per il colore, mi sento più vicino a Morandi, quando lasciava i pigmenti al sole, per farli essiccare, e sembrava che il sole avesse lavorato, consumandoli».
Nelle immagini di Guidi, il colore dopo il processo di stampa è sbiadito, vicino alla liquidità: è come se fosse usurato dalla luce, è il colore della luce quando diventa stato mentale, utile per mantenere la giusta distanza, necessaria all’allenamento del vedere. E così, se passate su qualche strada laterale attorno a Cesena o a Ravenna, e incontrate sul bordo della strada un essere formato da un cavalletto a tre gambe di ferro e due gambe di uomo, la testa nascosta sotto un panno nero, state tranquilli: non è una nuova forma di brigantaggio o di autovelox, è Guido Guidi, che sta cercando di ricomporre la mappa del nostro mondo, se stesso nell’immagine di noi, che lui guarda stupito, come se fosse la prima volta.
Il medico islamico al-Asuli, vissuto a Bokhara nove secoli fa, aveva diviso la sua farmacologia in due parti: "Malattie dei ricchi" e "Malattie dei poveri". Lo ha dissepolto dall'oblio il premio Nobel pakistano Abdus Salam (1926-1997) in un articolo pubblicato nell'aprile 1963, all'alba dell'attenzione per l'ecologia, per ricordare che anche oggi i paesi ricchi e i paesi poveri sono entrambi affetti da malattie fisiologiche ed economiche che, passando da una parte all'altra, rendono malato il grande, unico corpo della comunità umana. Il tema è stato ripreso dal Papa nel discorso di domenica scorsa 3 luglio 2011, quando ha detto che "moltitudini sfinite si trovano nei paesi più poveri, provate dall'indigenza; e anche nei paesi più ricchi sono tanti gli uomini e le donne insoddisfatti, addirittura malati di depressione. Pensiamo poi ai numerosi sfollati e rifugiati, a quanti emigrano mettendo a rischio la propria vita.". Il "ristoro" annunciato dal Vangelo, "il vero rimedio alle ferite dell'umanità, sia quelle materiali, come la fame e le ingiustizie, sia quelle psicologiche e morali causate da un falso benessere", presuppone l'abbandono della "via dell'arroganza, della violenza utilizzata per procurarsi posizioni di sempre maggiore potere, per assicurarsi il successo ad ogni costo. Anche verso l'ambiente bisogna rinunciare allo stile aggressivo che ha dominato negli ultimi secoli e adottare una ragionevole `mitezza', la regola del rispetto e della non violenza".
"Parole sante", si potrebbe dire, dal momento che davvero i paesi ricchi e i paesi poveri sono entrambi malati. Le malattie fisiologiche dei ricchi provengono dalla insoddisfazione, dall'inquinamento, dalla necessità di rapinare le risorse naturali altrui, specialmente dei paesi poveri, per sopravvivere, dalla necessità di stare sempre in una situazione di pre-guerra per evitare che i poveri si ribellino, e dallo stare in una situazione di continua tensione in vista di tale ribellione. Gli ultimi cinquanta anni sono stati solo apparentemente anni di pace: centinaia di conflitti sono esplosi nei paesi poveri, alimentati anche dai paesi ricchi, interessati a continuare lo sfruttamento degli stessi paesi poveri e a vendergli armi. Le malattie fisiologiche dei paesi poveri derivano dalla scarsità di cibo, di acqua, di energia, dalle abitazioni malsane, dall'analfabetismo, dalla distruzione della fertilità del suolo e delle foreste, dall'aumento della popolazione. Le giovani generazioni dei paesi poveri migrano verso le grandi città che crescono con i loro grattacieli, circondate da grandi estensioni di baracche miserabili in cui dilagano le malattie e la prostituzione, accanto alle colline di discariche dei rifiuti dell'opulenza delle classi ricche all'interno dei paesi poveri.
Da qui un senso di ribellione e la ricerca di una cura nella conquista, anche violenta, dell'indipendenza e della giustizia. I giovani dei paesi poveri, se appena possono, cercano di alleviare la loro miseria bussando alle porte dei paesi ricchi che, spaventati, li respingono senza pietà. E infine il malessere degli anziani, il cui numero aumenta sempre, nei paesi ricchi spesso abbandonati e privi di affetti e solidarietà e poverissimi nei paesi poveri. La situazione peggiorerà sempre fino a quando le classi dirigenti non si accorgeranno che la cura delle malattie dei poveri è essenziale anche per guarire le malattie dei ricchi. Ma i paesi ricchi possono guarire soltanto con una cura dolorosa e traumatica che richiederà la revisione radicale dei modi di produzione e di consumo, degli stili di vita, del comportamento nei confronti delle risorse naturali e ambientali. Il cambiamento per forza deve passare attraverso nuovi criteri di giustizia planetaria, basata sulla equa distribuzione dei beni comuni della Terra, come premessa per una qualche forma di pace o almeno di minore violenza nei rapporti internazionali.
"Mitezza" verso l'ambiente, ha detto il Papa; mitezza verso l'ambiente e verso il prossimo è stato il messaggio "verde" di Alex Langer (1946-1995) un profeta inascoltato nella nonviolenza. La cura delle malattie dei ricchi e di quelle dei poveri richiede coraggio, diffusione dell'istruzione e delle conoscenze, soprattutto solidarietà che assicuri ai poveri alimenti, assistenza medica, acqua, posti di lavoro, pratiche agricole compatibili con i terreni, accoglienza e integrazione fra popoli ed etnie. Compiti giganteschi, ma anche entusiasmanti, che richiedono un gran numero di specialisti nel campo delle scienze della natura, nelle tecniche di lotta agli inquinamenti, nei metodi per economizzare le risorse naturali e per riutilizzare le merci usate, nei processi di fabbricazione dei macchinari, degli oggetti, degli alimenti, ma anche governanti capaci di imprimere un orientamento morale ai processi economici. Un grande progetto di speranza.
L’articolo è inviato contemporaneamente alla Gazzetta del Mezzogiorno
Spesso gli eventi non sono eventi, ovvero salvo la classificazione ormai di routine non si discostano gran che da quanto offre normalmente il convento. Mostre, convegni, dibattiti, pubblicazioni, salvo l’istante di notorietà istituzionale garantito dal frullatore mediatico, di solito poi spariscono in buon ordine nello sgabuzzino del dimenticatoio.
Quando una decina di anni fa, in occasione del cinquantenario del Piano Fanfani INA-Casa, uscì la raccolta La Grande Ricostruzione (Donzelli), accompagnata da una mostra itinerante, da discussioni, articoli ecc., si poteva temere un destino del genere. Magari un po’ di polemiche, di come eravamo, di revival, e poi basta. Ma il tema evidentemente era piuttosto “sensibile”, perché toccava parecchi aspetti dello sviluppo sociale, culturale, politico italiano del ‘900 attraverso la lente per molti versi rivelatrice della costruzione dello spazio urbano, e dell’immaginario che lo sottende e attraversa.
Il volume, come del resto altri prodotti di ricerca precedenti e successivi della Curatrice, ha la peculiare caratteristica di prestarsi a molti piani e prospettive diversi di lettura: per la quantità, relativa interdisciplinarità, eterogeneità dei contenuti; per la molto ricercata unitarietà dell’impianto, che consente di leggere anche i vari contributi e sezioni tematiche come flusso omogeneo. Il che si presta efficacemente, nel caso specifico, proprio a ricomporre quel percorso, ben riassunto dal titolo della legge: dall’Incremento dell’occupazione operaia, alla costruzione di case per i lavoratori, al dispiegamento di una straordinaria capacità di costruire consensi e immaginario. Immaginario sociale e urbano che sono ancora assai vivi ai nostri giorni.
Se l’urbanistica del dopoguerra europeo si caratterizza per i progetti dei grandi quartieri periferici, o quella di oltre Atlantico per l’inizio del processo di suburbanizzazione automobilistico, in Italia col piano INA-Casa si realizza un cocktail del tutto particolare, che unisce certi aspetti di ideologia antiurbana a spinte sottilmente e forse involontariamente progressiste. E riguardando col senno di poi le intenzioni e i risultati di lungo periodo dell’intuizione originaria, filtrata dai contributi tecnici e culturali di una infinita schiera di intellettuali, si capisce anche in parte come e perché.
Nella sua storia d’Italia, anche Paul Ginsborg aveva sottolineato quanto la dialettica fra sinistra e partito cattolico influenzasse da subito il dibattito sulle politiche della ricostruzione, e il Piano Fanfani ne interpreta al meglio parecchi spunti, a partire dai modi di costruzione del consenso.
Gli spazi dei quartieri, specie quelli dei “villaggi” che caratterizzano il primo settennio, spesso imitazioni un po’ improvvisate o velleitarie del modello internazionale neighbourhood unit, ne interpretano in modo del tutto peculiare lo spirito, ad esempio nel loro caratterizzarsi come ambiente urbano/antiurbano. Antiurbano forse nel senso in cui le ricerche sui nuovi modelli abitativi sviluppate nel periodo fra le due guerre, trovano nuovo stimolo nella ricostruzione di spazi ideali alternativi alla città tradizionale (dalle New Town britanniche alle Levittown americane). Ma anche fortemente urbano, perché coerentemente al progetto integrato della legge istitutiva, è proprio la costruzione materiale della città, il ruolo formativo del lavoro operaio nell’edilizia, a costituire il trait-d’union dall’Italia ruralista degli anni ’30 a quella del miracolo economico.
Tutto questo emerge evidente dai tanti saggi sui singoli quartieri, i presupposti culturali e disciplinari, i contributi di architetti e urbanisti, organizzati in una prospettiva unitaria dalla Di Biagi. Ed è in fondo anche l’espressione di una capacità di leadership, di coinvolgimento su vasta scala, posto in essere da una generazione politica e tecnico-scientifica in grado di superare, almeno da questo punto di vista, lo stallo da contrapposizione frontale che parrebbe imposto dal “fattore K”, l’esclusione della sinistra dalla stanza dei bottoni. La Grande Ricostruzione, insomma, è grande non tanto e non solo perché il partito di maggioranza relativa riesce a trascinare l’intera società nazionale in qualche modo tutta dalla propria parte, ma perché esistono ampi spazi in cui anche solidarietà e progressismo di intellettuali comunisti e socialisti partecipano attivamente al processo. Una partecipazione del resto a suo modo sempre rivendicata, sin dall’inizio, nonostante le polemiche.
E ancora, specie davanti alle sfide ambientali e di sostenibilità di oggi, molto ci può insegnare la forza comunicativa che accompagna tutta la prima fase del Piano. Ben evidenziata del resto da molte significative immagini riprodotte dal volume (e dai filmati e altri documenti che si potevano vedere a suo tempo nella Mostra itinerante: perché non pensare a un sito web che raccolga materiale che per sua natura non può trovar posto nel libro?). Sono le processioni, i parroci, le folle di semplici cittadini e curiosi a inaugurare, percorrere, sbirciare i nuovi quartieri ancora freschi di cemento, con le strade ancora da finire e gli alberelli visibili quasi solo nei disegni degli architetti. La grande capacità di costruire qualcosa di molto simile a un movimento collettivo, che traghetta l’Italia ancora sostanzialmente contadina uscita dalla guerra, verso un modello di sviluppo che ci caratterizzerà quasi sino ai nostri giorni.
Certo non tutte rose e fiori, come ben sottolineano molti dei saggi del volume, a anche gli studi di approfondimento che, nota compiaciuta Di Biagi introducendo questa seconda edizione, da esso hanno tratto spunto negli anni successivi. Ad esempio proprio l’ambiguità urbano/antiurbano degli spazi dei quartieri, stigmatizzata con autoironia dalla definizione “paese dei barocchi”, o l’emergere soprattutto dalle prime sperimentazioni progettuali di una diffusa immaturità (culturale, ma anche per certi versi della domanda).
Resta comunque ben documentata, e criticamente inquadrata dalla maggior parte dei saggi, la capacità di coinvolgere discipline, settori socioeconomici, culture, all’interno di un processo articolato e unitario. Forse è questa la cosa più importante, l’insegnamento essenziale del progetto che forse meglio riassume, ancora oggi, le prime speranze dell’Italia democratica. Da cui, come appare sempre più chiaro, abbiamo molto da imparare. Jane Jacobs, quando nel 1957 intitolava il suo primo importante saggio La Città è della gente, di sicuro intendeva proprio questo.
Pala Di Biagi (a cura di), La Grande Ricostruzione. Il Piano INA-Casa e l’Italia degli anni Cinquanta. Donzelli, 494 pp. ill. €22,50
Liberare le donne dal burqa e intanto legittimare la discriminazione di chi non rientra nella "normalità" eterosessuale: questo è il confuso messaggio che ci viene dai nostri leader politici, incapaci a quanto pare di coniugare libertà e eguaglianza dei diritti. È passato purtroppo inosservata la recente lezione del leader della Lega Nord sui limiti dei diritti individuali e del rispetto della persona, un esempio di quanto difficile sia per la cultura del conservatorismo comunitario accettare il pluralismo. In un recente comizio a Salsomaggiore Terme, concluso con la promessa che la cittadina emiliana ospiterà il concorso di Miss Padania, il Senatore Umberto Bossi ha colto l´occasione per picchettare il confine tra "persone normali" e "gli altri". Con la stessa autorità con la quale ha dato la benedizione alla sfilata delle giovani padane, ha discettato su che cosa è giusto che gli italiani pensino dell'omosessualità, rivendicando come una vittoria di civiltà lo stop all´aggravante di omofobia nei casi di violenza imposto dal Parlamento una decina di giorni fa. Le parole con le quali ha messo il sigillo sul problema delle violenze sempre più frequenti contro chi non è "persona normale" sono incredibili per il messaggio morale avvilente che propongono e meritano un´analisi critica attenta perché contengono il seme di una filosofia dell´intolleranza i cui effetti vanno al di là di questa proposta di legge abortita e della piaga dell´omofobia. Ecco le parole di Bossi: «Non era giusto aumentare le pene per quelli che si sentono anche un pò disturbati da certe manifestazioni, persone normali che a volte si lasciano scappare qualche parola, in senso anche bonario. Meno male che ci siamo opposti a questa legge perché non era giusta». Si tratta di una giustificazione che rovescia la verità dei fatti e, soprattutto, propone una visione distorta dell´eguaglianza e calpesta il valore della dignità umana.
Rovescia la verità dei fatti perché presenta la proposta di legge per la quale il Parlamento ha approvato i pregiudiziali di incostituzionalità come punitiva delle parole e delle idee, mentre essa proponeva di considerare la possibilità di un´aggravante per i reati sulla persona quando commessi per odio nei confronti di gay, lesbiche e transessuali (un fenomeno che, come i fatti di cronaca ci dicono, è purtroppo sempre più frequente). La proposta di legge interveniva sui reati e le motivazioni di reato. Ma la giustificazione di Bossi calpesta soprattutto il valore della dignità della persona perché reitera e santifica un comportamento discriminatorio: quello delle "persone normali" verso "gli altri", aggiungendo un codicillo precettistico che è terrificante: le "persone normali" hanno il sacrosanto diritto di offendere "gli altri". Qui entra in gioco una visione distorta di eguaglianza che avvalla ogni pratica discriminatoria e rovescia il significato dei diritti, facendone non un baluardo contro il potere ma un´arma di chi ha potere. L´eguaglianza di condizione di fronte alla legge diventa il via libera agli eguali ("le persone normali") di "farsi scappare qualche parola bonaria" contro coloro "gli altri".
I diritti individuali sono stati escogitati per impedire che per le ragioni le più disparate una persona venga fatta oggetto di "bonaria" discriminazione da parte della maggioranza. Dal Settecento in poi, questo è l´abc dello Stato di diritto e della civiltà. È avvilente che un esponente autorevolissimo del Governo ci inviti a girare le spalle a questa cultura e a considerare l´eguaglianza di fronte alla legge come una licenza a farsi scappare parole "bonarie" contro chi dell´eguaglianza di fronte alla legge ha più bisogno di altri, proprio perché diverso dalla maggioranza in qualche cosa che è significativo, come la preferenza sessuale.
L'argomento dell´aggravante di pena per i reati di omofobia è un´applicazione non uno strappo dell´eguaglianza – la stessa legge italiana, non è un caso, già prevede sanzioni per i crimini dell´odio basati su motivi di razza, etnia, nazionalità e religione. Perché mai in questi casi i motivi discriminati sono aggravanti mentre nel caso dell´omofobia e della transfobia no? Perché solo ad alcune minoranze è dato di poter contare sulla legge per non subire discriminazione in ragione della propria scelta di vita o identità? Queste domande mettono in luce la natura discriminatoria delle motivazioni con le quali questa proposta di legge è stata giudicata incostituzionale. Ci ha assicurato l'On. Fabrizio Cicchitto che la maggioranza è stata più rispettosa dell´eguaglianza di chi ha proposto quella mozione perché rifiutando l'aggravante per omofobia ha affermato di "considerare i gay come dei cittadini uguali agli altri". L´argomento della neutralità della legge è tuttavia sofistico perché nasconde il significato del reato e in questo modo rende la legge impotente a proteggere la vittima. Nei casi nei quali il reato è armato dal pregiudizio una legge che non vuole vedere la motivazione è una legge che non riesce a raggiungere il suo scopo. Che si malmeni o si ammazzi una persona per la sua preferenza sessuale non deve essere registrato dalla legge, per la quale ci sono solo crimini neutri commessi da individui neutri! Eppure... questa neutralità non sembra sufficiente garanzia se in questione c'è la religione, la razza, la nazionalità e l´etnia. Si può quindi obiettare che se davvero la maggioranza vuole essere coerente con la dottrina dell'eguaglianza neutra, dovrebbe cancellare dal codice penale tutti i motivi discriminanti. Questa sarebbe la risposta coerente di chi è contrario a "ogni trattamento giuridico specifico e differenziato". Evidentemente, ci sono gruppi meglio allocati di altri, ovvero più capaci di far valere le loro ragioni di diritto e di rispetto.
Siccome la cultura etica della maggioranza è così selettiva nei confronti dei diritti e dell´eguaglianza c´è da giurare che la sola condizione grazie alla quale i cittadini che cercano riparo alla discriminazione potranno far valere le loro giuste ragioni solo se riusciranno ad avere una lobby potente in Parlamento. Insomma, se e quando il diritto sarà riconosciuto ai non eterosessuali sarà per una ragione di forza, non di diritto. Questa è la logica che ha animato questo governo dal primo giorno del suo insediamento: durezza coercitiva contro i diversi e arrendevolezza parziale contro gli uguali e i loro amici; a rimetterci è la nostra eguaglianza, usata come una "cosa" grazie alla quale la maggioranza si dà la licenza di usare parole offensive contro chi eguale a lei non è. Il leader della Lega chiama questo ragionare "giusto". Chi conosce la natura e il linguaggio dei diritti civili può chiamare questa "giustizia" con il suo nome proprio: "bonaria" discriminazione, un ossimoro a tutti gli effetti perché tollerare l´offesa è il via libera che gli eguali si danno a calpestare la dignità di chi è non eguale in tutto a loro. L´eguaglianza degli eguali è il fondamento della discriminazione, la giustificazione del razzismo.
La figura dell’architetto integrale compare in Italia nel secondo decennio del secolo scorso, in un contesto nazionale che da un lato si caratterizza per la relativa arretratezza culturale e sociale rispetto ad altri paesi europei, dall’altro subisce il duplice handicap di una evoluzione democratica post-unitaria troppo breve, e di un regime totalitario e chiuso. Accade così che salvo qualche eccezione personale, locale, episodica, non possano replicarsi nel nostro paese con la massa critica necessaria vicende paragonabili vuoi a quelle che nel mondo anglosassone vedono al centro il garden city movement, vuoi alla grande stagione delle trasformazioni urbane nel segno progressista dei quartieri coordinati razionalisti. E però gli echi di questi eventi, le tracce concrete e nella formazione di giovani e meno giovani protagonisti italiani, pongono solide basi perché un movimento assai simile abbia modo nel dopoguerra finalmente democratico e un po’ più aperto di dispiegarsi e iniziare a inseguire, a volte anticipare i temi della città, della società, del ruolo dell’intellettuale impegnato.
Le stagioni delle scelte. Lodovico Meneghetti, Architettura e Scuola, raccolta di contributi curata da Daniele Vitale per Il Poligrafo in forma di non-monografia professionale, restituisce da una prospettiva inusuale il percorso di uno di questi intellettuali, attraverso le scelte, vuoi in fasi successive, vuoi parallele, di carattere artistico, etico, politico, professionale e culturale in senso lato. Prospettiva inusuale perché l’apparente classico contenitore della monografia dedicata a una figura nota dell’architettura e dell’urbanistica, con regesto delle opere, immagini di architetture e informazioni biografiche, si rivela in realtà un racconto a più voci, intrecciate nel tempo e nello spazio. L’occasione è quella di un convegno tenuto al Politecnico sull’esperienza umana, didattica, professionale di Meneghetti nel 2008, e dedicato soprattutto agli studenti di oggi. Ma grazie all’impegno del protagonista, del curatore e degli autori dei vari contributi raccolti nel volume, la raccolta risulta un prodotto unico, assai diverso dalla logica degli atti.
Espediente retorico di partenza, una piccola foto di gruppo. Una sessione di laurea in Architettura del 1952, l’inizio dell’attività professionale, il battesimo del fuoco, per così dire. Tutto sembrerebbe per molti versi scorrere negli oliati binari del prevedibile (per quanto inusuale per un pubblico di studenti e giovani architetti di oggi): gli incarichi, i problemi, l’incontro con la critica, il mondo associativo, il contesto locale novarese in cui l’attività muove i primissimi passi, il riferimento culturale alto e alla grande città di Milano. Ma non siamo di fronte a una biografia critica professionale, come pure si potrebbe essere indotti a pensare per esempio davanti rilievo dato alle critiche di Franco Albini al primo progetto: “vedendo la pianta si pensa ne derivi un certo alzato e invece gli alzati sono inaspettati”.
Invece anche queste brevi battute apparentemente tutte interne al linguaggio critico disciplinare si rivelano continuando nella lettura un altro espediente retorico, dove via via la pianta sono le pratiche contingenti delle scelte culturali, professionali, politiche, e l’alzato la ricerca e il riferimento a un contesto più ampio, che nello specifico del racconto trova sbocco finale e sintesi nell’ultima scelta, ovvero quella dell’impegno a tempo pieno nella didattica universitaria. Una scelta che matura significativamente oltre che simbolicamente sul crinale di evoluzione sociale e politica nazionale ed europea a cavallo tra fine anni ’60 e primi ’70. Fin qui, pur per sommi capi e semplificando forse oltre il dovuto, la traccia narrativa del protagonista. Ma come si diceva il racconto si articola a molte voci, voci diverse e poco propense ad accontentarsi della pura testimonianza dell’amico, del collega, dell’allievo.
Si impone così, senza per questo rinunciare alla falsariga tracciata nell’intervento introduttivo (che fra testo e immagini dei progetti copre comunque 140 pagine) una molteplicità di prospettive che restituiscono ad esempio lo spaccato di una società italiana di provincia anni ’50 e ’60, al tempo stesso vitale e fin troppo semplice. Coi cenacoli di giovani e meno giovani idealisti, il ruolo sociale del cineforum prima del Pötemkin di Fantozzi o del “no, il dibattito no!” di Moretti. E anche l’importanza generale conferita allo specifico del dibattito sull’architettura e la città, in un’epoca di crescita tumultuosa e di contraddittorio governo pubblico a volte riformista (con la molto citata legge 167 sui piani per l’edilizia popolare) e contemporaneamente piuttosto sordido nel rinunciare a un’idea di città a favore della pura speculazione edilizia e fondiaria. Ancora nel contesto novarese, e proprio sulla questione urbanistica, si svolge la principale esperienza diretta di impegno politico e amministrativo raccontata da diverse voci, quella che verso la metà degli anni ’60 affronta in contemporanea pianificazione generale, schema di espansione stellare per quartieri, trasformazioni edilizie centrali e periferiche. Ovvero quello che fin dalle Questioni Urbanistiche poste dal Giovannoni nel 1928, e riflesse nell’impianto legislativo del 1942, è il riflesso del concetto di architetto integrale nell’impegno culturale, e non solo, per una società futura.
Un impegno che nel caso specifico riesce anche a interagire positivamente con il difficile contesto locale e l’opposizione dei conservatori, ad esempio imponendo almeno in parte la crescita stellare con cunei di verde che tutelano il territorio rurale e a sua integrazione con l’urbano, ponendo le basi per una edilizia di elevata qualità architettonica e quartieri abitabili e serviti. E che probabilmente è di stimolo anche al passaggio (o scelta, per usare il termine del titolo) successivo, focalizzato sulla ricerca e l’insegnamento. Con risultati a molte facce, che risaltano nelle testimonianze di ex allievi poi protagonisti di varie carriere, allo stesso tempo a conferma e smentita della più volte rivendicata unità fra architettura e urbanistica.
Conferma perché è vero e innegabile che il nostro paese nel secondo Novecento, specie fino agli anni ’70, vede un ruolo particolare della cultura degli architetti-urbanisti, del loro specifico impegno politico (si pensi solo per fare un esempio banale alla figura di Olivetti e del movimento Comunità) a delineare un trait-d’union fra la società arretrata e le sue conseguenti rappresentanze, e prospettive europee più avanzate. Almeno in parte smentita perché se è vero che questa figura di architetto in Italia ha modo di declinarsi in un periodo successivo rispetto alle prime esperienze novecentesche europee e mondiali, allo stesso modo probabilmente si evolve a diventare componente di un movimento più ampio e articolato, meno definibile all’interno di un unico percorso. Cosa del resto confermata dalla stessa articolazione del contributi del volume, specie se si leggono in tale prospettiva quelli proprio dedicati a architettura o urbanistica, e soprattutto degli autori più giovani.
Ma anche da una coincidenza probabilmente non casuale: proprio la fase in cui Meneghetti sceglie di dedicare l'impegno alla Scuola di Architettura e Urbanistica, è quella che vede nascere in contemporanea le prime Scuole di Urbanistica tout court, che riprendono per certi versi direttamente un filone culturale interrotto con l’affermazione dell’intellettuale a tutto tondo promosso dal Giovannoni emarginando soprattutto le componenti scientifiche e disciplinari non legate al mondo dell’approccio tecnico-artistico alla città, e quelle politiche non orientate alla pur lodevole appartenenza e impegno in gruppi e partiti.
Il che naturalmente nulla toglie al valore delle scelte su cui si articola la raccolta di contributi curata da Daniele Vitale, cogliendo lo spunto delle discontinuità di un lavoro che esplicitamente non si vuole esaustivo (il rinvio ad altre opere anche molto recenti e instant di Meneghetti è continuo) proprio per sottolineare soprattutto le fasi critiche, in cui la virtuosa e costante dialettica tra riflessione personale ed evoluzione del contesto culturale generale, colloca più attivamente il proprio contributo.
Testi di Lodovico Meneghetti, Guido Canella, Daniele Vitale, Antonio Monestiroli, Fausto Bertinotti, Emilio Battisti, Massimo Fortis, Cesare Bermani, Pierluigi Benato, Sergio Rizzi, Sergio Brenna, Georg Josef Frisch, Leo Guerra, Federico Bucci, Giancarlo Consonni
Secoli fa, a 14 o 15 anni, io e la mia vecchia banda bramavamo l'immortalità nel catorcio fumante di una brontolante Ford 40 o di una Chevy 57. Il nostro J.K. Rowling era Henry Felsen, l'ex-marine autore dei best-seller Hot Rod (1950), Street Rod (1953) e Crush Club (1958). Felsen era il nostro Omero dell'asfalto, che esaltando giovani eroi destinati alla morte ci invitava a emulare la loro leggenda. Uno dei suoi libri si conclude con uno scontro apocalittico presso un incrocio, che stermina l'intera classe di laureandi di una piccola città dello Stato dell'Iowa. Amavamo così tanto questo passaggio che eravamo soliti rileggerlo a voce alta l'un l'altro.
Difficile non pensare al grande Felsen, morto nel 1995, quando si sfogliano le pagine economiche di questi tempi. Dopo tutto, ci sono i repubblicani del Tea Party, con l'acceleratore spinto violentemente, che ghignano come demoni mentre si avvicinano alla Deadman's Curve (John Boehner e David Brooks, nei posti posteriori, muoiono di paura.) L'analogia con Felsen sembra ancora più forte quando si prospetta una visione globale. Dall'alto la situazione economica mondiale si profila chiaramente come uno schianto in attesa di accadere. E da tre direzioni distinte Stati uniti, Unione europea e Cina stanno accelerando alla cieca verso lo stesso incrocio. La domanda è: qualcuno sopravviverà per partecipare al ballo di fine anno?
Tremano i tre pilastri del McWorld
Riprendiamo dall'ovvio, tuttavia raramente discusso. Sebbene il giorno del giudizio per il limite di indebitamento sia scongiurato, Obama ha già impegnato la fattoria e venduto i capretti. Con una straordinaria noncuranza per l'ala liberal del suo partito, si è offerto di mettere i sacrosanti resti di quella che era la rete di sicurezza del New Deal sul podio del banditore, per placare un ipotetico «centro» e vincere di nuovo le elezioni a ogni costo (Dick Nixon, vecchio socialista, dove sei ora che abbiamo bisogno di te?).
Risultato: come i Fenici nella Bibbia, sacrificheremo i nostri figli (e i loro insegnanti) a Moloch, che oggi si chiama Deficit. La strage nel settore pubblico, insieme a un brusco taglio delle indennità di disoccupazione, andrà a propagarsi sull'intero lato della domanda dell'economia, fino a quando la disoccupazione avrà raggiunto la doppia cifra percentuale e Lady Gaga canterà: «Fratello, avresti dieci centesimi?».
Non dimentichiamo: viviamo in un'economia globalizzata, in cui gli americani sono i consumatori di ultima istanza e il dollaro è ancora il porto sicuro per il plusvalore accumulato dall'intero pianeta. La nuova recessione che i repubblicani stanno impunemente architettando metterà in dubbio di colpo tutti tre i pilastri del McWorld, già assai più traballanti di quanto si pensi: consumo americano, stabilità europea e crescita cinese.
Dall'altra parte dell'Atlantico, l'Unione europea si dimostra per quello che è: un sindacato di grandi banche e mega creditori, accanitamente determinato a far sì che i greci svendano il Partenone e che gli irlandesi emigrino in Australia. Non c'è bisogno di essere keynesiani per capire che, se ciò dovesse accadere, la situazione non farà altro che precipitare in futuro (se i posti di lavoro tedeschi sono ancora salvi è solo perché la Cina e gli altri BRICs - Brasile, Russia e India - hanno acquistato tante macchine utensili e Mercedes).
Ovvio, oggi la Cina sostiene il mondo, ma la domanda è: per quanto tempo ancora? Ufficialmente, la Repubblica popolare cinese è nel bel mezzo di una transizione epocale da un'economia basata sulle esportazioni a una basata sui consumi. Il fine ultimo di un simile passaggio non è solo trasformare il cinese medio in un automobilista di periferia, ma anche spezzare la dipendenza perversa che lega la crescita cinese al deficit commerciale americano che Pechino è obbligato, a sua volta, a finanziare per evitare che lo Yen si apprezzi. Ma sfortunatamente per i cinesi, e forse per il mondo intero, il previsto boom dei consumatori si sta rapidamente trasformando in una pericolosa bolla immobiliare. La Cina ha contratto il virus Dubai, e ora ogni città con più di 100 milioni di abitanti (sono almeno 160, all'ultimo conteggio) aspira a differenziarsi con un grattacielo di Rem Koolhaas o un mega centro commerciale, prossima meta dello shopping mondiale. Il risultato è stato un'orgia di edilizia. E nonostante l'immagine rassicurante dei saggi mandarini di Pechino che controllano a sangue freddo il sistema finanziario, la Cina oggi sembra funzionare come 160 ripetizioni della serie Boardwalk Empire, dove i grandi capi politici della città e gli speculatori immobiliari privati stipulano i loro patti segreti con le gigantesche banche di stato. In effetti, si è sviluppato un vero e proprio sistema bancario ombra grazie alle grandi banche che spostano i prestiti dal loro bilancio verso società fiduciarie fasulle, evadendo i tappi ufficiali sul prestito totale. La scorsa settimana l'agenzia di rating Moody ha riferito che il sistema bancario cinese nasconde un trilione e mezzo di dollari in prestiti sospetti, soprattutto per mastodontici progetti municipali. Un altro servizio di rating ha avvertito che i «cattivi crediti» potrebbero costituire fino al 30% dei portafogli bancari cinesi.
Nel frattempo la speculazione immobiliare sta asciugando i risparmi domestici via via che le famiglie urbane, di fronte ai prezzi delle case alle stelle, si precipitano a investire negli immobili prima che questi siano spazzati via dal mercato (ricorda nulla?). Secondo Business Week, gli investimenti nell'edilizia residenziale costituiscono ormai il 9% del Pil, contro il 3,4% del 2003.
Una Lehman Brothers cinese?
Chengdu diverrà la nuova Orlando, e la China Construction Bank la prossima Lehman Brothers? Strana la credulità di così tanti «esperti» peraltro conservatori, convinti che la leadership comunista cinese abbia scoperto la legge del moto perpetuo creando un'economia di mercato immune dai cicli economici o dalle manie speculative.
Se la Cina avrà un atterraggio a dir poco duro, lo stesso sarà per i principali fornitori come Brasile, Indonesia o Australia. Il Giappone, già impantanato in una recessione in seguito a tre mega catastrofi, è estremamente sensibile a ulteriori shock provenienti dai suoi principali mercati. E la primavera araba rischia di trasformarsi in inverno se i nuovi governi non riusciranno ad aumentare l'occupazione o a contenere l'inflazione dei prezzi alimentari.
Mentre i tre grandi blocchi economici mondiali accelerano verso una depressione sincronizzata, devo dire che non sono più tanto entusiasta, come lo ero a 14 anni, dalla prospettiva di un classico finale alla Felsen - metallo aggrovigliato e giovani corpi dilaniati.
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Forse il «crash letale» non è dietro l'angolo. Come Proteo, il capitalismo si trasforma sempre in nuovi mostri. Ma il prezzo è sempre più alto. Fino a quando l'umanità e il pianeta potranno sopportarlo?
Il teatro berlusconiano ha movimenti e statue da presepio meccanico. Luglio 2010: Sua Maestà pretendeva che il Senato votasse subito un ddl sulle intercettazioni, emendato dalla Camera; sapendosi seduto sul camino d´un vulcano, temeva l´eruzione; quanta roba bolliva là sotto, dalle serate d´Arcore alla P4. Non c´era più tempo: l´estate porta la scissione nel Pdl; da lì un travaglio chiuso sul filo del rasoio, con l´acquisto d´anime transumanti e sopravvivenza artificiale d´un governo catalettico. Adesso comanda lavori legislativi in settantadue ore, prima che Palazzo Madama chiuda. Nel frattempo pioveva sul bagnato. Annus horribilis: gli votano contro Torino, Milano, Napoli, mentre l´anno scorso aveva nella manica l´asso plebiscitario o almeno credeva d´essere agonista irresistibile; quattro referendum affondano altrettante leggi sue; invocava l´arrocco nel voto sull´arresto d´un parlamentare Pdl (posizione strategica, essendo in ballo la P4) e soccombe ancora, tradito dalla Lega. Non è più lui nella fantasia collettiva e, stando ai casi analoghi, i carismi svaniti non tornano. Questa diversione parlamentare sa d´estremo esorcismo. Vediamola.
Delle due novità una non è tale. Secondo l´art. 238-bis (interpolato dalla l. 7 agosto 1992 n. 356), le sentenze «irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova» dei fatti ivi accertati. Allora notavo come in sé non provino niente: l´eventuale apporto istruttorio viene dal materiale raccolto, comunque l´abbiano usato, bene o male, e sta nei relativi verbali; analisi del discorso testimoniale o argomenti induttivi, presi dalla motivazione, valgono nella misura della qualità logica, poco o tanto; e vengono utili anche detective stories intelligenti, come ne scriveva Edgar Allan Poe (Procedura penale, 8ava ed., 2006, 805 sg.). Insomma, ogni giudice deve risolversi l´equazione storica. Se vogliamo attribuire un senso all´art. 238-bis, intendiamolo così: non è richiesta la copia autentica dei singoli verbali, risultando dalla sentenza il contenuto degli stessi; l´interessato può confutarla esibendoli; resta fermo il diritto d´escutere il testimone ogniqualvolta la parte fosse estranea a quel giudizio. Su tale punto, dunque, l´ennesima manomissione pro Domino Berluscone lascia le cose quali erano.
L´altro fendente confisca un potere senza il quale i dibattimenti diventano teatro dell´assurdo in mano al guastatore. In limine i contraddittori espongono le rispettive prove: spetta al giudice ammetterle, se compatibili col sistema (non lo sono, ad esempio, iudicia feretri, sedute spiritiche, narcoanalisi, lie detector); e devono essere rilevanti, ossia tali che i relativi fatti influiscano sulla decisione. Questo secondo vaglio cadrebbe, stando ai segnali dal laboratorio, con l´intuibile elefantiasi del procedimento. Nell´arte avvocatesca d´Arcore il capolavoro è gonfiarlo, stando sur place, finché la materia penale svanisca, estinta dal tempo: udienze interminabili e manovra a tenaglia; la seconda ganascia scatta appena il tempo perso superi dati termini; il tutto sparisce dal mondo, come mai avvenuto. Sviluppano un freddo farnetichio i processi «lungo» e «breve», correlati nel piano criminofilo, roba negromantica. Nel vizioso codice vigente esiste ancora qualche limite al perditempo: il presidente taglia le liste «manifestamente sovrabbondanti» (art. 468, c. 2); sull´ammissione decide un´ordinanza, escludendo ogni prova «superflua» (art. 495, c. 4). Nel rito futuribile diventa padrona la parte: sfilano quanti testimoni l´interessato ritiene conveniente indicare; B. voleva escuterne 1500, il cui esame, laboriosamente condotto, riempirebbe vari anni. Passatempo costoso, esperibile da chi abbia tanti soldi. Ad esempio, N prospetta un´ipotesi difensiva nel cui contesto assume qualche vago rilievo la condizione climatica, e porta in aula tutti i meteorologi reperibili nei due emisferi, o chiama duemila testimoni sul seguente tema: conoscono bene l´imputato, omicida flagrante; raccontando quel che sanno sul conto suo forniranno dati alla diagnosi della personalità, importante nel quantificare la pena. Sono innumerevoli le possibili diavolerie.
Più delle precedenti, questa ventesima lex ad personam, utile nei casi Mills e Ruby, presenta l´immagine d´un paese sfigurato: decade a vista d´occhio; non ha futuro; e l´uomo che da 17 anni v´imperversa (ma l´azione tossica ne conta almeno trenta), ordina alla troupe d´allestirgli una sporca via d´uscita dai giudizi penali, noncurante della figura. Da come gli ubbidiscono, vediamo a che punto sia l´insensibilità morale. I reggicoda definiscono «sacrosanto» il diritto d´allungare i tempi d´una macchina al collasso. Non stupisce che il Pdl gli corra dietro: perdurando le rendite, lo seguiranno alla porta dell´inferno, con un salto laterale in extremis perché da queste parti la tragedia ha poco sèguito, né valgono fedeltà assolute; ogni domestico misura il padrone a occhiate fredde. Non se le sente addosso? Aspettiamo le scelte leghiste: andargli dietro sarebbe perdita secca, qualunque corrispettivo offra; era gesto astuto votare l´arresto del parlamentare Pdl mercoledì 20 luglio; ricadendo nell´abito servile, mascherato da insofferenze inconcludenti, il Carroccio perderebbe ogni credito. Corre un tempo climaterico. L´ultima mossa conferma quel che sapevamo: l´Olonese non ha freni, né morale né estetico, e nemmeno l´elementare prudenza con cui agivano famosi scorridori. A proposito, viene in mente un caso tedesco 1938: Werner von Fritsch, comandante dell´esercito, deve dimettersi sotto false accuse fabbricate dalla Gestapo; poche settimane dopo risulta innocente ma cosa fatta capo ha; ormai, scrive in una lettera, il popolo tedesco è inseparabile da Hitler, finiranno nell´abisso. Speriamo superfluo lo scongiuro: gl´italiani sanno sopravvivere e Re Lanterna non è «der Führer», sebbene così lo chiamasse sei anni fa un´operosa emissaria Mediaset nella Rai, né sa cosa significhi Götterdämmerung; auguriamogli lunghi ozi in uno dei suoi paradisi, dove non mancheranno le odalische.
IMMIGRATI In settimana la conversione del decreto che allunga i tempi di detenzione. Giornalisti, parlamentari e associazioni contro il divieto di ingresso nei centri imposto dal ministro Maroni
«Questo posto è un monumento alla violazione della Costituzione». Così il deputato del Pd Furio Colombo ha definito il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria, al termine di una visita di due ore condotta insieme ai colleghi parlamentari Rosa Calipari, Andrea Sarubbi, Livia Turco, Vincenzo Vita (tutti del Pd) e Pancho Pardi (Idv). Una visita che si inserisce in una giornata di mobilitazione nazionale contro la chiusura dell'accesso a tutti i centri per immigrati - i Cie ma anche i Cara, dove sono ospitati i richiedenti asilo a gran parte delle associazioni e alla stampa, decretata con una semplice circolare dal ministero degli Interni il 1˚ aprile scorso.
Una circolare con cui il Viminale vieta l'accesso fino a nuovo ordine in tutti i centri ai giornalisti «per non intralciare le attività rivolte» alle persone all'interno. Lanciata dalla Federazione nazionale della stampa (Fnsi), dall'ordine dei giornalisti, dai parlamentari che hanno partecipato, da varie sigle dell'associazionismo e dai singoli giornalisti che il 26 maggio scorso hanno firmato un appello per ottenere l'accesso ai Cie (pubblicato in prima pagina su questo giornale), la mobilitazione - significativamente denominata LasciateCIEntrare - ha visto visite ispettive in 12 centri in giro per la penisola, condotte da 36 parlamentari (unici soggetti cui non è possibile impedire l'accesso, insieme a poche altre organizzazioni internazionali).
Visite che hanno fatto emergere una situazione di grave emergenza, soprattutto all'interno dei Centri di identificazione ed espulsione. Dopo l'approvazione del decreto che aumenta il periodo di permanenza da sei a 18 mesi (che la maggioranza cercherà di convertire in legge entro la settimana), numerosi sono stati i tentativi di suicidio e vari gli atti di autolesionismo registrati nei centri. «Qui dentro ci sono solo poveri cristi. Gente che non dovrebbe esserci», ha sottolineato la deputata Rosa Calipari all'uscita di Ponte Galeria. Nella struttura alle porte di Roma, come in molti altri Cie soprattutto nel nord Italia, sono infatti trattenuti diversi cittadini stranieri transitati per il carcere. «Queste persone hanno scontato delle pene e, all'uscita, vengono portate qua per identificarle e procedere al loro rimpatrio.
E' un'assurdità», ha evidenziato Livia Turco, che pure è la firmataria (insieme all'allora ministro degli interni e attuale presidente della repubblica Giorgio Napolitano) della legge che nel 1998 creò i cosiddetti Centri di permanenza Temporanea (Cpt), antesignani degli odierni Cie. «I Cpt erano un'altra cosa. Erano istituiti in cui si veniva trattenuti in via eccezionale. E al massimo per 30 giorni», ha puntualizzato Turco. I parlamentari hanno quindi voluto aggiungere alcuni punti programmatici per il futuro, come lo stralcio della norma che prevede l'allungamento del tempo di trattenimento da 6 a 18 mesi e l'abolizione del reato di clandestinità introdotto con il pacchetto sicurezza. «Le cose che abbiamo visto oggi all'interno delle Guantanamo d'Italia targate Maroni, mi hanno convinto ancora di più che la legislazione sull'immigrazione del centrodestra deve essere rasa al suolo, a partire dal suo architrave, quel mostro giuridico chiamato reato di immigrazione clandestina», ha detto il deputato del Pd Jean-Léonard Touadi (Pd), all'uscita della sua visita al Cie di Via Corelli a Milano. Tutti d'accordo sulle critiche all'inasprimento della legislazione sull'immigrazione introdotto dall'attuale governo e dal ministro degli interni Roberto Maroni.
Ma su un punto i parlamentari dell'opposizione non arrivano a esporsi fino in fondo: quello dell'eventuale chiusura dei Cie in quanto tali. «Noi combattiamo il modo in cui sono gestiti questi centri. Così come sono, non hanno ragione di esistere, sono solo strutture detentive», ha detto Livia Turco. All'uscita del Cie di Bari Palese, i deputati Dario Ginefra (Pd) e Pierfelice Zazzera (Idv), ne hanno richiesto l'immediata chiusura. «Il Cie di Bari andrebbe chiuso anche per motivi di sicurezza e questa decisione dovrebbe essere assunta, senza ulteriori esitazioni, sia nell'interesse degli ospiti immigrati che del personale civile e militare in esso operante». E gli altri? I partiti dell'opposizione arriveranno a mettere al centro della loro agenda politica futura la chiusura di tutti i centri?
Chi governa un Paese non dovrebbe sottomettere le proprie scelte a nessun´altra autorità che non sia la legge: qui sta il seme della libertà e anche la condizione del benessere, individuale e collettivo. Su questa massima si sono trovati d´accordo conservatori e democratici, i seguaci di Edmund Burke e di Jean-Jacques Rousseau. Nonostante la sua generale condivisione, però, questa massima di prudenza e di buon senso ha trovato forti resistenze. Chi scriverà la storia del nostro Paese e la potrà raccontare senza incontrare diffidenze ideologiche si troverà probabilmente a dover dar conto degli effetti sociali che questa resistenza ha prodotto nel corso degli ultimi decenni, per esempio della correlazione tra impoverimento generale e deperimento del senso della legge, e poi, immancabilmente, tra essa e il declino del senso di giustizia sociale. L´escalation delle manovre economiche è in qualche modo un riflesso e un´indicazione di questa storia.
L´incontro nefasto di questi fattori ha accompagnato il graduale declino economico e sociale, un declino il cui inizio è databile agli anni ´80 e ai governi ispirati o guidati da Bettino Craxi. La sua politica economica a partire dal principio di quel decennio ha implicato l´espansione del debito pubblico con una proporzione rispetto al Pil che, scrivono gli economisti, passò dal 70% al 90% nel giro di pochi anni. Sul debito dello Stato sono cresciuti i guadagni privati ma anche la gestione fallimentare del bilancio pubblico generando quell´asimmetria che grava oggi su di noi e che non è solo economica: asimmetria tra ciò che è nell´interesse del singolo e ciò che è nell´interesse pubblico o della società larga. Innescare la contraddizione tra interesse generale e interesse individuale è stato determinante nel favorire un´altra vicenda collaterale, non meno infelice, quella dell´incremento dell´evasione fiscale, poiché agli squilibri accumulati dai conti pubblici ha corrisposto l´impennata di questo fenomeno per il quale l´Italia è tristemente ai primi posti nel mondo. L´evasione è un documento esplicito del contrasto tra individuo e società, un contrasto che in alcuni casi, anche di recente, è stato alimentato dalle stesse forze politiche per acquistare consensi o abbattere governi (ricordiamo per esempio gli attacchi dell´allora Forza Italia contro la campagna anti-evasione fiscale promossa dal ministro Visco).
Infine, a completare la storia del dissesto dell´interesse pubblico c´è da mettere in conto la pratica trasversale e ormai strutturale della corruzione. Corruzione che deve essere intesa in senso proprio, ovvero come una pratica che genera politiche intenzionalmente volte a favorire alcuni a discapito di altri e della legge – un esempio per tutti, quel "decreto Berlusconi" (un decreto si badi bene che porta il nome della persona che ne beneficia), varato nei primi anni ´80 dopo la decisione dei pretori di Torino, Roma e Pescara di oscurare i canali televisivi della Fininvest di proprietà dell´attuale presidente del Consiglio, allora un imprenditore legato da forte amicizia con Craxi. Al di là del significato di favore e in questo senso di corruzione di quel decreto, è importante osservare che con esso venne suggellato anche il contrasto tra le istituzioni dello Stato poiché con quel decreto la politica stabiliva una contrapposizione diretta con la magistratura e il dettato costituzionale. Se si vuole riassumere in una frase il senso, lo spirito, della storia politica di quegli anni si potrebbe dire che si ebbe un divorzio tra governo della legge e governo delle convenienze, dove per governo delle convenienze non deve intendersi ciò che è prudente o necessario per il bene del Paese, ma ciò che è utile al fine di consolidare o proteggere un determinato legame di potere tra individui o gruppi sociali.
Politica dell´arricchimento privato a spese della stabilità economica e sociale del Paese e politica dell´erosione della legalità sono andate insieme. E non è un caso che proprio negli anni ´80 sia stata praticata in grande stile la pratica fallimentare dei condoni edilizi e fiscali: una catena di sant´Antonio che ha riconosciuto e accettato la violazione della legge, fino a incentivarla. In questa politica del dissesto pubblico e della corruttela si situa la pratica delle "manovre" economiche, una ricorrente pratica che, istituita con i crismi dell´eccezionalità, è diventata quasi ordinaria, figlia anch´essa deli anni ´80 e che ha progressivamente impoverito la nostra società, la sua capacità di crescere e di rischiare per il futuro.
Impoverimento nei servizi prima di tutto con periodiche picconate alla loro efficienza, equa distribuzione e qualità; impoverimento per l´erosione dei risparmi e delle potenzialità delle famiglie e delle persone, soprattutto dei più giovani. La dissociazione tra interesse privato e interesse pubblico che è stata alimentata da quelle politiche di spreco e anche di illegalità ha avuto come conseguenza nemmeno troppo indiretta l´impoverimento generale della nostra società. La corruzione impoverisce, come ben sanno quei Paesi europei (il nostro tra questi) che sono più fragili anche perché più esposti agli effetti di bilanci dissestati e nei quali il bene pubblico è stato oggetto di saccheggio con irresponsabile sistematicità. L´idea balzana che ha dominato in questi decenni è stata quella per cui ciascuno si fa prima di tutto l´interesse proprio, senza comprendere che l´interesse proprio per essere sicuro deve in qualche modo incontrarsi con quello altrui – ma questa filosofia dell´utile richiede una prudenza che soltanto un senso ragionato di giustizia può illuminare. Per questo, i Paesi con i conti pubblici meno in regola sono anche quelli dalla più incerta etica pubblica. L´Italia è tra questi; ed è un Paese a rischio soprattutto per la mancanza di una classe politica di governo che si convinca ad accettare le proprie responsabilità e riconoscere i propri limiti e fallimenti; che insomma non anteponga il proprio interesse a quello generale. Per questo, nonostante tutto, quella italiana è in primo luogo una crisi politica la cui soluzione può venire solo da una svolta nella classe di governo.
Il primitivo progetto di unione economica, monetaria, sociale e politica dell’Europa è subito incorso nella trappola del neoliberismo. Ben presto si è capito che l’obiettivo dei poteri forti era quello di far arretrare il lavoro e aumentare profitti e rendite finanziarie
La mitologia ci racconta di una giovinetta, Europa. Zeus la vede, si trasforma in toro, la fa salire sul dorso, la porta oltre il mare a Creta, la possiede. Ai giorni nostri il toro è il simbolo dei mercati finanziari, e il ratto e la violenza d’Europa sono un’efficace metafora di quanto sta accadendo. La nostra Europa non è una giovinetta, è l’economia più grande del mondo, con 27 paesi nell’Unione e 17 nell’area dell’euro, una complessa costruzione politica, una potenza mondiale. Come è potuto succedere che il toro della finanza la trascini sulle onde della speculazione, la pieghi alla sua volontà, la getti nella depressione?
Le domande che pone Rossana Rossanda – aprendo la discussione del manifesto e sbilanciamoci.info sulla “rotta d’Europa” – interrogano la crisi europea, il collasso di un progetto nato per rafforzare le economie del continente, allargarne l’autonomia politica, difenderne il modello sociale. Vediamo alcuni meccanismi che in vent’anni hanno portato la costruzione europea all’ impasse di oggi.
1. L’integrazione europea.Il 7 febbraio 1992 i governi europei hanno firmato a Maastricht il Trattato sull’Unione europea che apriva la strada all’Unione economica e monetaria e alla creazione dell’euro. Era appena stato introdotto il mercato unico – un’integrazione commerciale più stretta del passato – e liberalizzati del tutto, per la prima volta, i movimenti di capitale. Era finita la guerra fredda, caduti i regimi dell’est europeo, riunificata la Germania. Neoliberismo e finanza erano diventate le stelle polari dell’integrazione europea. L’orizzonte era quello di far arretrare il lavoro e aumentare profitti e rendite finanziarie. Il progetto europeo puntava sulle capacità del mercato di trainare la crescita attraverso più efficienza e investimenti favoriti da capitali mobili. La condizione necessaria era abbassare inflazione e tassi d’interesse, stabilizzare i cambi, ridurre deficit e debito pubblico, in modo da avvicinare tra loro – in termini finanziari – le economie interessate all’Unione monetaria. In altre parole, i governi europei rinunciavano agli strumenti “keynesiani” che avevano sorretto la crescita del dopoguerra (spesa pubblica e svalutazione del cambio) e confidavano nelle potenzialità della domanda privata per investimenti ed esportazioni in un’economia in via di globalizzazione.
Quel progetto inciampò subito nella trappola della finanza. Sei mesi dopo la firma del Trattato scoppiò una crisi che portò all’uscita dal sistema monetario europeo di lira (svalutata del 30%), sterlina e peseta. L’Italia di fine prima repubblica, con il governo di Giuliano Amato, prese misure draconiane – prelievo sui depositi bancari, privatizzazioni, tagli alla spesa – per mettere i conti in ordine, ridurre l’inflazione, fermare la speculazione. Da quella crisi inizia la fase più evidente del declino economico italiano. E in Europa nasce un’Unione monetaria subalterna alla finanza.
A vent’anni di distanza si può vedere con chiarezza quello che è successo: l’Europa non ha trovato una fonte alternativa di domanda (le esportazioni verso Usa e Asia hanno funzionato solo per la Germania e pochi altri), gli investimenti sono cresciuti poco e sono andati soprattutto verso gli alti rendimenti della finanza, i consumi sono rimasti fermi per i salari bassi e la disuguaglianza crescente, la spesa pubblica è stata bloccata dai vincoli del Patto di stabilità. È vero che i paesi dell’euro restano lontani dall’“iperfinanziarizzazione” di Usa e Gran Bretagna, è vero che l’affermazione dell’euro come moneta mondiale – la prima moneta che dietro di sé non ha oro e riserve – è stata un successo, è vero che l’Unione è la più grande area economica del mondo. Ma il nuovo spazio per la politica europea non è stato utilizzato perché è mancata l’altra metà delle politiche, quelle fiscali, sia sul fronte delle entrate (niente armonizzazione delle tasse, restano ancora paradisi fiscali dentro la Ue), sia sul fronte delle spese: niente spesa pubblica a scala europea che compensi i tagli a scala nazionale. Il risultato è che la crescita non c’è stata, ma c’è stato il passaggio di almeno dieci punti percentuali del Pil europeo dai salari a profitti e rendite finanziarie. L’Europa è rimasta subalterna al modello americano di capitalismo finanziario e ha perduto occupazione, diritti sociali e welfare state.
2. Centro e periferia.All’interno dell’Europa, quel modello di integrazione neoliberista non ha fatto i conti con l’economia reale e le forti differenze tra paesi in termini di capacità produttive e di export, tecnologie, specializzazioni, potere di mercato delle grandi imprese, produttività, occupazione, salari. Si diceva che mercati aperti ed efficienti avrebbero portato crescita e occupazione per tutti allo stesso modo. Così la politica dell’Europa per l’economia reale si è ridotta a imporre, dopo il libero mercato dei capitali, analoghe liberalizzazioni sui mercati dei prodotti – che spesso hanno distrutto i piccoli produttori nazionali dei paesi della periferia – e sul mercato del lavoro, con politiche antisindacali, di “flessibilità” e misure che hanno generalizzato la precarietà e abbassato i salari. È stata cancellata l’idea che siano necessarie (o anche solo possibili) politiche industriali che guidino il cambiamento di che cosa e come si produce, un cambiamento reso più importante dall’arrivo delle tecnologie dell’informazione e comunicazione e dall’evidente insostenibilità ambientale del nostro sviluppo.
In un contesto di bassa crescita, l’integrazione dei mercati e della moneta ha reso più forti le economie già forti. Le esportazioni tedesche, sostenute da tecnologia e produttività, hanno invaso il resto dell’Europa. Il risultato è stata una concentrazione del potere economico e politico, generando una dinamica centro-periferia: Germania, Francia (a fatica) e Nord Europa nel centro. Sud Europa – Italia compresa –, Irlanda ed Est nella periferia. Gran Bretagna più fuori (vicina al modello di finanziarizzazione Usa) che dentro l’Europa.
3. Le strade della periferia.All’avvio dell’Unione monetaria, i paesi della periferia hanno cercato di “arrangiarsi” prendendo direzioni diverse. Grecia e Portogallo hanno usato la spesa pubblica finanziata dal debito – approfittando dei bassi tassi d’interesse iniziali consentiti dall’euro e aggirando il Patto di stabilità – per distribuire occupazione e salari; la perdita di capacità produttive ha peggiorato i conti con l’estero e il debito pubblico è stato finanziato sempre più da banche estere, che ora temono l’insolvenza e hanno scatenato la crisi.
L’Irlanda, un vero paradiso fiscale per le imprese mondiali, è cresciuta in modo accelerato per l’afflusso di capitali esteri sempre più destinati ad alimentare speculazioni finanziarie e bolla immobiliare; la crisi del 2008 ha azzerato questo modello e lasciato disoccupazione di massa e povertà diffusa.
La Spagna ha avuto una crescita legata agli ultimi sussulti della modernizzazione (in Catalogna in particolare), a un’espansione della spesa pubblica e alla bolla immobiliare, con forti afflussi di capitali esteri e ora è esposta sul fronte finanziario.
L’Italia della “seconda repubblica” ha visto affermarsi con i governi Berlusconi un’economia del privilegio fatta di declino industriale e qualche nicchia di export, saccheggio del settore pubblico e dei beni comuni, evasione fiscale e condoni, consumi opulenti dei ricchi e precarizzazione del lavoro. I governi di centro-sinistra hanno tentato qualche correzione, ma non hanno messo in discussione l’agenda neoliberista: privatizzazioni (acqua compresa) e rigore nei conti pubblici, tassazione agevolata della finanza, nessuna politica industriale e nessun freno alle disuguaglianze. Il risultato è stato un decennio di ristagno economico – oggi in termini reali il Pil italiano è al livello del 2001 – che nasconde un forte spostamento di reddito, ricchezza e prospettive di vita dal 90% degli italiani – lavoratori dipendenti, giovani, Mezzogiorno – al 10% di italiani più ricchi. Senza crescita, anche se la spesa pubblica è stata tenuta stretta, era inevitabile che il rapporto debito-Pil del paese tornasse al 125% non appena è arrivata la recessione post-2008. In Italia, tuttavia, circa metà del debito pubblico è finanziato dai risparmi interni e rappresenta quindi una ricchezza privata nazionale; questo limita un po’ il potere di ricatto che hanno i capitali esteri, ma l’attacco speculativo di inizio luglio ha portato comunque le nuove enmissioni di titoli italiani a differenziali record dei tassi d’interesse rispetto a quelli tedeschi. In generale il livello di finanziarizzazione dell’Italia è rimasto limitato, borsa e fondi pensione hanno un ruolo modesto, e questo ha ridotto gli effetti negativi della crisi del 2008 sull’Italia.
Con le diverse specificità nazionali, la crisi della periferia europea si può leggere come un rimbalzo perverso del crollo finanziario del 2008, con la speculazione che attacca (come sempre) le economie più fragili. È stata resa più grave dal ritardo della reazione europea, che avrebbe dovuto mettere subito – nel maggio del 2010 – il debito pubblico dei paesi membri al riparo dietro la potenza economica dell’Unione monetaria, sottraendolo alla speculazione.
4. Le disavventure dell’Unione monetaria.L’Unione monetaria europea si è infilata in un’ impasse da cui non sa uscire. Non aveva previsto le possibilità di crisi e ha dovuto mettere frettolosamente in piedi i fondi d’intervento, coinvolgendo senza motivo anche il Fondo monetario. Non trova l’accordo dei governi, divisi tra paesi forti e deboli, tra tutela delle banche creditrici e tutela dell’euro. Si trova con una Banca centrale europea la cui rigida “autonomia” rende impossibili gli interventi anche quando si trovano d’accordo tutti i governi. Le misure di austerità imposte ai paesi in crisi – Atene, Dublino, Lisbona e ora Roma – possono “accontentare” nell’immediato la finanza – tutelando i creditori, aumentando i rendimenti finanziari, costringendo a privatizzare beni e imprese pubbliche. Ma rendono impossibile l’uscita dalla crisi: drastici tagli a spesa e consumi aggravano la recessione, gli investimenti si fermano, le entrate dei governi crollano, il servizio del debito estero diventa impossibile.
L’insolvenza – concordata o meno – diventa più probabile; in questo caso le banche esposte potrebbero rischiare il fallimento (con un avvitamento della crisi finanziaria), i capitali internazionali smetterebbero di finanziare i paesi a rischio, l’euro ne sarebbe travolto. Per i paesi in crisi, l’esperienza argentina mostra che l’insolvenza offre un po’ di ossigeno – non si devono più usare le tasse per pagare il debito alle banche straniere –, l’economia si può riprendere, ma senza la possibilità di svalutare la moneta, Grecia, Portogallo e Italia non possono puntare sulle esportazioni. Le ipotesi di “uscita dall’euro” sono poi del tutto fantasiose; non ci sono procedure previste e il costo sarebbe insostenibile: il debito estero resterebbe denominato in euro e si rivaluterebbe dello stesso importo della svalutazione.
I paesi in crisi sono senza via d’uscita, ma lo stesso vale per l’insieme dell’Europa. Una recessione provocata dall’austerità che investe un terzo dell’economia europea trascinerebbe tutto il continente in una lunga depressione (dove esporterebbero a questo punto i tedeschi?).
Di fronte a questa emergenza si pone – grandissima – la questione della democrazia. Per quanto tempo è possibile negare, insieme alle prospettive di crescita, anche la pratica della democrazia ai paesi della periferia europea? Una politica d’austerità senza futuro, imposta da Bruxelles ai partiti di ogni colore è una ricetta per trasformare le ondate di populismo anti-europeo in un violento rigetto della politica e dell’Europa. Le somiglianze con gli anni trenta sono davvero troppe.
La crisi di luglio ha fatto sciogliere l’illusione che un’Unione europea fondata su neoliberismo e finanza potesse funzionare. Le regole ora devono cambiare, stanno già cambiando in ogni caso: è l’occasione per far mutare rotta alla costruzione dell’Europa.
Le direzioni da seguire sono innanzi tutto il ridimensionamento della finanza: non è possibile assicurare agli investimenti finanziari rendimenti reali del 5-10% che l’economia reale non può dare. Servono una regolamentazione più stretta, la tassa sulle transazioni finanziarie e un’agenzia di rating pubblica europea (altre proposte sono nel libro Dopo la crisi. Proposte per un’economia sostenibile, Edizioni dell’Asino, scaricabile da www.sbilanciamoci.info).
È necessaria la revisione del Patto di stabilità, che ora funziona solo come freno, e che dev’essere affiancato da un acceleratore che sostenga la domanda e porti a uno sviluppo sostenibile, attraverso una spesa europea finanziata da eurobond, o la possibilità di spese pubbliche nazionali fuori dai vincoli se dirette, ad esempio, alla riconvensione ecologica dell’economia. I conti pubblici – è vero – vanno rimessi un po’ in ordine, ma le risorse vanno prese – con imposte sui patrimoni, sulle rendite, sulle successioni – da quel 10% più ricco di europei che in questo decennio ha messo le mani su tutto l’aumento di ricchezza. È all’economia reale, a produzioni sostenibili e a lavori di qualità che devono essere ora destinate le politiche e le risorse dell’Europa. Tutto questo va discusso e deciso, nelle città come a Bruxelles, con un dibattito democratico che l’Europa non ha mai avuto. Meno disuguaglianze, più lavoro, sostenibilità e democrazia potrebbero essere le stelle polari per una rotta d’Europa che meriti di essere percorsa.
L’articolo, pubblicato in forma ridotta dal manifesto del 23 luglio 2011, è tratto dal sito Sbilanciamoci.info dove è stato postato il 19 luglio. L’articolo di Rossana Rossanda è anche in eddyburg, qui
L'icona rappresenta il ratto d'Europa, raffigurata in un cratere di fabbricazione pestana, ed è tratto dal sito www.issirfa.cnr.it
La politica come decisione d'esistenza, l'operaismo come scelta di parte, la storia del Novecento contro il virus neo-totalitario che minaccia le democrazie di oggi, il lavoro del pensiero contro le «tecniche di rapina dell'anima» del tardocapitalismo. Con una dedica alla generazione del precariato e una critica alla generazione del Sessantotto e del femminismo
Il bello dell'età è la storia che hai vissuto; e la sapienza dell'età sta nel sentirsi sontuosamente ricchi della storia vissuta più che in ansia per quella da vivere. Non per caso, nei regimi biopolitici contemporanei, il mito della giovinezza plastificata va di pari passo con la distruzione sistematica del senso della storia. Mario Tronti, che pure al termine 'politica' resiste strenuamente ad aggiungere il prefisso bio, lo sa bene, e non è un caso se oggi possiamo festeggiare un suo importante compleanno, l'ottantesimo, con in mano il suo ultimo libro, Dall'estremo possibile, che è un'arma affilata contro questo dispositivo di cancellazione della storia e della memoria, lo stesso dispositivo che dopo l''89 è riuscito a saldare nel senso comune la damnatio del Novecento con quella della sua eredità politica. Né è un caso che Pasquale Serra, curatore di questa come della precedente raccolta di scritti trontiani (Non si può accettare, titolo dichiaratamente «rubato» a Rossana Rossanda, come Dall'estremo possibile a Massimo Cacciari; entrambi i volumi sono editi da Ediesse), la dedichi con intenzione ai giovani e giovanissimi che oggi sperimentano la «contraddizione sempre crescente» (celebre incipit del frammento hegeliano Libertà e destino, su cui ruota il saggio d'apertura del libro, in memoria di Cesare Luporini) «fra la prigione invisibile in cui l'assetto esistente li tiene avvolti e il desiderio di romperla».
Non è che Tronti stia cedendo, anche lui, a una retorica giovanilistica che molto promette e nulla mantiene («solo i partiti senza futuro, quando non sanno che fare, fanno largo ai giovani»); è che «un discorso di libertà è destinato a incontrare una condizione di inquietudine», e nessuna condizione è più inquieta, esistenzialmente e socialmente precaria, di quella della prima generazione globale costretta a fare i conti «con le promesse non mantenute della postmodernità». A differenza della «generazione di mezzo», quella, per intenderci, del Sessantotto e del femminismo, che a giudizio dell'ultimo Tronti (si veda, in Non si può accettare, il saggio sul Sessantotto e in quest'ultimo libro «Il politico al maschile, la politica al femminile») le promesse della postmodernità le ha invece rincorse, finendo col subire le sirene della modernizzazione senza contrastare la valanga della restaurazione e perdendosi in una critica della politica risultata alla fine connivente con la valanga dell'antipolitica. Incassiamo - momentaneamente - la provocazione e procediamo nella lettura.
Cominciando dall'ultimo dei testi raccolti, che è bene leggere invece per primo. Si tratta di una autobiografia filosofica, composta tre anni fa per le «Grandi Opere» del Corriere della Sera (Filosofi italiani contemporanei, Bompiani), in cui Tronti racconta Tronti, vita e opera, fornendo tutte le chiavi necessarie, autoironia inclusa, per cogliere tutt'intero il suo percorso al di là dell'icona del «padre dell'operaismo italiano» cui il successo internazionale di Operai e Capitale lo ha consacrato ma anche, per così dire, inchiodato («Un consiglio: mai scrivere un libro di successo da giovani. Si rimane per tutta la vita quella cosa lì»). Il percorso intero, dunque: l'incontro con Marx del Capitale e dei Grundrisse contro la tradizione storicista del marxismo italiano, la scoperta negli anni '60 del punto di vista operaio inseparabile dalla scoperta del pensiero negativo e della cultura della crisi, ma già nel '72 la svolta dell'autonomia del politico, con il seguito di un trentennale «corpo a corpo» con gli autori e le categorie del pensiero politico moderno, da Machiavelli a Nietzsche. Intanto, anni '80, l'esperienza di Laboratorio politico, l'incontro «determinante» con l'opera di Carl Schmitt, il confronto con il pensiero teologico e mistico nella redazione di Bailamme e nell'eremo camaldolese di Monte Giove. Da ultimo, dopo l'89 e il '91, il pensiero della fine - fine del Novecento, finis Europae, fine della politica moderna - che, «in decisa polemica con le letture democratico-progressiste» del cambio di stagione, apre il fronte, tutt'ora centrale nel lavoro trontiano, della «critica della democrazia politica»: «il fatto che la democrazia realizzata d'Occidente porti in corpo il virus di un totalitarismo di tipo nuovo, liberamente accettato da una massa di individui omologati sulla base di una servitù volontaria, è un drammatico punto di riflessione per il pensiero politico contemporaneo».
Su questa griglia autobiografica si fa più nitido il ventaglio di temi che Dall'estremo possibile propone, ripensa, aggiorna. Di nuovo l'operaismo, nel testo in memoria di Raniero Panzieri e nell'introduzione all'edizione spagnola di Operai e Capitale; ma inquadrato nell'arco di tempo che dal punto più alto del conflitto operaio contro il neocapitalismo degli anni '60 porta al punto più basso della sconfitta operaia nel neoliberismo degli anni '80 e seguenti. Resta tutta valida, di quell'esperienza, la radicalità teorico-pratica, ma con un'autocritica: «malgrado tutto, malgrado il passaggio attraverso la cultura della crisi, il nichilismo europeo, c'era ancora troppo storicismo, troppo progressismo, troppa fede nella finale vittoria del bene sul male». Di nuovo la catastrofe dell''89-91, e al suo interno quella del Pci, nel testo del '96, e forse oggi più pungente di allora, intitolato «Sinistra e partito nel crollo della politica», e poi in quelli più recenti che dialogano con Lucio Magri e Alfredo Reichlin: nell''89 «non bisognava svendere, bisognava reinvestire», e invece «aver rinunciato alla necessaria critica della propria storia in favore di un pentimento a buon mercato ha aperto quell'età della subalternità, della non-differenza, della irriconoscibilità, che tuttora pesa sull'offerta simbolica di una possibile nuova sinistra». Di nuovo, infine, la lettura del presente finalizzata alla critica della democrazia, che in questo libro si arricchisce di due autentiche perle: i testi, uno in onore di Pietro Ingrao l'altro di Gianfranco Miglio, che sbrogliano l'intricato nodo del rapporto fra persona, personalità e personalizzazione nella deriva dalla politica novecentesca weberianamente incentrata sul beruf e sul carisma al populismo democratico di oggi incentrato sul gradimento e sui sondaggi.
Qui Tronti afferra la continuità e la discontinuità fra i totalitarismi novecenteschi e il virus neototalitario che minaccia le nostre democrazie con un colpo d'ala che vale la pena di riportare quasi integralmente: «I due esperimenti contrapposti, la nazionalizzazione delle masse da un lato, la socializzazione delle masse dall'altro, hanno generato un figlio unico, la personalità autoritaria. Oggi scorgiamo un fenomeno analogo: i due schieramenti politici che confusamente si confrontano in Italia, in Europa e in Occidente finiscono per produrre quell'effetto comune che è la personalità democratica». Ma se «la personalità autoritaria era la figura della decisione senza rappresentanza, la personalità democratica e la figura della rappresentanza senza decisione. Il capo populista non esprime il lato del potere ma il lato dell'obbedienza: è il terminale individuale di pulsioni di massa a cui deve obbedire, perché ha promesso di rappresentarle... Il capo eletto direttamente dal popolo non comanda, obbedisce». E le democrazie populiste ci consegnano il problema di una «sovranità popolare antipolitica» che sarebbe l'hic Rhodus della sinistra, se solo ci fosse una sinistra intenzionata ancora a saltare.
Torno da qui alla provocazione iniziale sulla «generazione di mezzo», perché come dicevo sopra è di questo che Tronti ha preso di recente a imputare il Sessantotto e il femminismo: di aver remato, declamando «un nuovo modo di fare politica», a favore dell'antipolitica. È un'imputazione che non cancella i riconoscimenti sia alla soggettività radicale del «biennio rosso» del '68-69 sia all'apporto culturale del pensiero della differenza sessuale (sulla critica dei diritti e del formalismo giuridico, sulla coppia potere-autorità etc.), ma che mira a destituire entrambi di valenza e di efficacia politica. Operazione in cui Tronti non è solo (si veda, sul manifesto, il recente dibattito fra Luigi Cavallaro, Guido Viale e Giuseppe Prestipino), e che non da oggi è oggetto, all'interno del Crs che Tronti presiede, di un confronto tutt'altro che diplomatico. Qui dico solo questo. Carissimo Mario, quella di mezzo è una generazione divisa: fra donne e uomini, fra chi il '68 l'ha fatto, chi non l'ha fatto e chi l'ha visto dal Pci, fra chi ha vissuto il femminismo e chi no, fra chi del '68 e del femminismo ha tratto certe conseguenze e chi altre, fra chi s'è invaghito dei nuovi inizi e chi non ci ha creduto neppure per un momento, fra chi ha fatto confusione e chi ha saputo distinguere fra libertà e neoliberismo, fra chi si è iscritto fideisticamente alla religione democratica e chi lavora, come te, «per la critica della democrazia». Perciò è proprio vero che, come scrivi, «bisognerebbe impiantare una ricerca seria, accurata, particolareggiata, sulla stagione che dal '68, attraverso i '70, porta al cambio di egemonia e al trionfo di tutte le pulsioni antipolitiche, di destra e di sinistra»: ma a patto di non confondere i percorsi della critica con quelli della crisi della politica, e di non scambiare il conflitto per connivenza, le rivoluzioni passive per convergenze, i rovesciamenti del senso per continuità; pena il farsi complici, sul Sessantotto e sul femminismo, di quella stessa damnatio memoriae che sacrosantemente combatti sul comunismo. Sarà che il bello di avere un'età, cioè una storia di cui dar conto, appartiene ormai anche alla «generazione di mezzo». E che il bello di avere dei maestri è l'unconditional love che ci lega a loro anche e di più quando, ti rubo l'espressione, l'accordo con loro si fa divergente.
Introducendo Dizionario gramsciano 1926-1937 (Roma, Carocci, 2009, pp. 918, euro 85), i curatori Guido Liguori e Pasquale Voza si dicono convinti che i testi gramsciani carcerari dal 1926 al 1937, cioè i Quaderni del carcere e le Lettere dal carcere, “e la loro storia, il metodo ‘analogico’ seguito da Gramsci, lo spirito di ricerca e di dialogicità che li caratterizza, la peculiare “multiversità” del linguaggio dell’autore e persino l’ingente ed eterogenea mole interpretativa prodotta fino a oggi rendano tutt’altro che agevole al lettore comune, e in buona parte anche allo studioso, la comprensione del significato o della possibile gamma di significati delle ‘parole di Gramsci’”. E dunque si sono posti “l’obiettivo di ricostruire e presentare al lettore, in termini il più possibile accessibili, il significato dei lemmi, delle espressioni, dei concetti gramsciani” (p. 5). Cioè di parole chiave ancora necessarie a chi, come Gramsci, si ripropone di comprendere e agire per trasformare la realtà: 629 voci elaborate in un lessico da un’accolta mondiale di specialisti scelti, e non solo nella International Gramsci Society, oggi più che mai attenti al lascito gramsciano.
Gramsci, né puro teorico nel suo pensiero carcerario né puro politico nella sua azione politica precedente, ha vissuto con lucidità progettuale la scoperta moderna che i modi di vivere e il senso che si dà al mondo sono un costrutto umano variabile, necessario sempre ma non una volta per tutte. Tutto però era da ripensare, dopo l’imprevista presa del potere nell’ottobre russo, che fu, secondo una sua espressione, una “rivoluzione contro Il Capitale”. Ossia, una rivoluzione non nei paesi europei a capitalismo maturo, dove era attesa secondo certi marxismi con visioni meccanicistiche del divenire storico, ma nella grande arretrata periferia russa.
Una sorpresa che Gramsci, soprattutto in carcere, cerca di spiegare come dovuta al controllo egemonico della borghesia in Occidente, cioè alla capacità (prima di tutto intellettuale e morale) delle classi dirigenti di controllare il pensare e il sentire delle masse lavoratrici euro-americane. Le quali per Gramsci possono sì arrivare alla rivoluzione anticapitalista, ma per gradi e per progetto egemonico, con strategie e tattiche di lunga durata, con una lunga guerra di posizione e soprattutto dopo e come conseguenza di una riforma intellettuale e morale che contrasti l’egemonia culturale della borghesia col suo formidabile dispiegamento di capacità di consenso, oggi ancora più potente ed efficace. Ma allora bisognava pur fare di necessità virtù, dato che cosa fatta capo ha, e fare anche altrove “come in Russia”. Sicché oggi, a cose fatte, il senso comune potrebbe aggiungere che la gatta frettolosa fece i gattini ciechi, o che nel Novecento, una volta tanto a livello planetario, fu messo il carro davanti ai buoi.
Ma Gramsci costretto in carcere ha avuto modo di esercitare le sue eccezionali capacità intellettuali per capire. Il Dizionario è una ordinata ponderosa interpretazione del pensiero gramsciano, sempre così aperto, mobile e antidogmatico, ottenuta selezionandone le componenti, ordinandole, ponendole in gerarchia plausibile, anche escludendo, citando le due grandi edizioni italiane dei Quaderni, Togliatti-Platone e Gerratana, facendo sistematici rimandi al termine di ognuno dei 629 lemmi, e soprattutto attenendosi all’osservazione dello stesso Gramsci che “nella decifrazione di ‘una concezione del mondo’ non ‘esposta sistematicamente’, ‘la ricerca del leit motiv, del ritmo del pensiero in sviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e degli aforismi staccati’”(Q. 16, 2, 1840-2, p. 6).
Mi limito, quasi per competenza, a un cenno sulla voce folklore, che avrei ben visto preceduta da una voce filosofia spontanea insieme e dopo filosofia, filosofia classica tedesca, filosofia della praxis, filosofia speculativa, filosofo e filosofo democratico.
Gramsci che pensa il folklore è consapevole dell’operazione epistemologica che sta compiendo, ampliando, aggiornando e precisando, per cui il folklore è posto nel punto focale della sua visione generale delle cose umane e nel punto nodale delle sue preoccupazioni di uomo politico, quando in carcere decide di dedicare tanta parte delle sue riflessioni alla cultura delle classi popolari, cioè al folklore inteso però come “studio delle concezioni del mondo e della vita delle classi strumentali e subalterne”, e dunque come “cosa molto seria e da prendere sul serio”, ribadisce sei anni dopo in seconda stesura, nel ‘35, al Quaderno 27 intitolato Osservazioni sul “folclore”.
Il suo anche qui è un acume eccezionale, se è eccezionale, nella storia del pensiero anche riformatore e rivoluzionario moderno, tenere in conto la vita dei più diretti interessati al mutamento, cioè degli strumentali e subalterni, non solo nelle loro reali condizioni di strumentalità e subordinazione, ma anche nelle loro concezioni, sentimenti e risentimenti comunque espressi o repressi o trasformati dal dominio, come per esempio nelle concezioni salvifiche religiose o nel canto popolare dei ceti e popoli oppressi. Gramsci si concentra, come di somma importanza, su qualcosa di trascurato anche quando lo si voglia sfruttare o mutare rovesciando la prassi sociale: sullo studio dei modi, delle concezioni e delle espressioni della vita delle “classi strumentali e subalterne”, prevedendo anche confronti storicizzanti e generalizzanti magari estesi a tutte le “società finora esistite”; nonché confronto attenti ai contenuti e alle caratteristiche delle concezioni del mondo e della vita delle classi strumentali e subalterne rispetto ai contenuti e alle caratteristiche delle concezioni delle classi egemoni, nelle varie condizioni storiche. Ma senza pretese e sbrigatività giacobine e senza un’oncia di buonismo paternalistico, come spesso è accaduto a chi si è fatto paladino di umili e diseredati, piuttosto con rigore scientifico dando e chiedendo la parola, come hanno ben capito e apprezzato in tutto il mondo, tra gli altri, i cultori dei cultural, subaltern e postcolonial studies.
Titolo originale: If we can't buy JG Ballard's former home, then we should at least erect a statue to him – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Si parla tanto della possibilità che venga messa in vendita la casa in cui è cresciuta JK Rowlings ( guarda: c’è un vecchio armadio nel sottoscala: deve essere da lì che è nata l’ispirazione per Harry Potter!), ed è passata invece abbastanza inosservata un’altra vicenda immobiliare.
È sul mercato la casa londinese di JG Ballard a Shepperton. Dove lo scrittore ha abitato e lavorato dal 1960 fino alla morte nel 2009. E lì non c’è bisogno di cianciare tanto a proposito di armadi nel sottoscala per capire quanto sia importante. Shepperton occupa uno spazio essenziale nell’immaginario di Ballard: era attratto da quella piattezza socioeconomica, da quell’ambiente suburbano britannico ritagliato da squallide corsie asfaltate, confinante con veri e propri non luoghi, aeroporti, tangenziali, e là dentro prosperava [ consiglio la descrizione di Shepperton fatta da Iain Sinclair nella sua visita a Ballard, raccontata in London Orbital n.d.t.].
Era dalle parti di Shepperton che si muoveva in auto il protagonista di Crash, racconto di come ci si potesse eccitare sessualmente con gli incidenti stradali. Scriveva in un altro romanzo: “ Al centro della città non molto più di un supermercato, una fila di negozi, un autosilo e un distributore di benzina. Shepperton, di cui avevo sentito parlare solo per via degli studi cinematografici, mi pareva un suburbio qualunque, il paradigma del nulla”.
Strano che il più anticonformista degli scrittori sia stato poi tanto devoto a uno spazio tanto banale. Ma è anche un indizio del modo in cui ha saputo dar forma alla sua arte. La cosa più straordinaria della sua autobiografia Miracles of Life del 2008 [ed.it I miracoli della vita, Feltrinelli 2009], è che si scopre come le immagini più surreali e sognanti delle sue prime opere – piscine vuote, piste da volo abbandonata, la buona educazione formale che si sovrappone all’evidente psicosi, una stravagante convivenza di decoro e brutalità – siano il frutto dell’infanzia in Cina nel periodo della guerra.
Quando arriva a Shepperton, Ballard resta affascinato da quella che gli appare come la perversione di una civiltà che finge di essere civile. Sta qui il senso del suo lavoro. Ballard trova il luogo del surreale, e ci va ad abitare. Ma ciò che a lui appariva surreale, a noi sembra normale.
Il sottotitolo dell’autobiografia descrive la sua vita come un percorso “ da Shanghai a Shepperton”. Gli piaceva scherzare su sé stesso. Un amico che l’ha intervistato diversi anni fa, si è ritrovato dentro a quella casa a “ guardare circospetto le tendine ingiallite alla finestra di quella che è la villetta più conciata di tutta la via. Il giardino è soffocato dalle erbacce, che rischiano di attaccarsi anche alle ruote della Ford Granada metallizzata sul vialetto. ‘L’aspetto alle 2.30, guardando attraverso le tendine della finestra’, mi aveva detto Ballard”.
Simon Sellars, che gestisce il sito web ufficiale dedicato a Ballard, ha proposto che gli appassionati si uniscano per trasformare quella casa in museo. Il prezzo fissato è di 367.000 €, e si precisa che l’edificio “ha bisogno di essere ristrutturato”. Ma non sarebbe meraviglioso, se questa “ristrutturazione” non dovesse avvenire mai? Sono andato sul sito dell’agenzia, e non ho trovato alcun riferimento di tipo letterario: c’era invece un pulsante per far partire una presentazione. Mi immaginavo a quel punto di vedere le solite foto a colori delle varie stanze all’interno. E invece la cosa assomiglia di più a una installazione artistica, un tributo al grande uomo.
Si apre una finestra. É la foto della facciata, una villetta a schiera di mattoni rossi con una malconcia porta d’ingresso giallina, le tendine alle finestre. Sta lì solo pochi secondi, e poi scompare, sostituita dalla foto del giardino totalmente ricoperto di erbacce. Zummata attraverso il fogliame, poi ricompare l’immagine originale, e ancora ingrandimento. Torna la facciata, in avvicinamento. Casa, giardino, casa, casa, casa, giardino. Meccanico, casuale, impersonale, piuttosto sinistro. Cosa sta in agguato dietro le erbacce? Cosa sta cercando di mostrarci questo tesissimo tira e molla, cosa c’è dietro quelle tendine?
Brillante, decisamente ballardiano. Il suo editore mi ha raccontato che lui si considerava come scrittore della modernità nel ruolo di quei tizi che si vedono a volte sullo spartitraffico nelle curve della superstrada, con quei cartelli improvvisati dove c’è scritto qualcosa tipo “ATTENZIONE!” o “PONTE INTERROTTO!”.
Se non riusciamo a comprare la casa, cerchiamo almeno di raccogliere abbastanza per una statua di lui che regge un cartello del genere. Potremmo sistemarla su Laleham Road, proprio nel punto in cui scavalca l’autostrada M3.
Improvvisazione, demagogia, populismo e pressapochismo hanno già prodotto guasti enormi nel nostro sistema istituzionale e democratico, manomesso da troppe riforme assai poco meditate che hanno prodotto tanti dei guai che oggi, con metodi analoghi, sulla spinta della pressione popolare, si vorrebbero correggere.
Le proposte dell'IDV avanzate in questi giorni per l'abolizione delle Province e prontamente riprese da molti esponenti politici, commentatori e movimenti con l’imbarazzo del PD, seguono la stessa linea sbagliata e improvvisata : si mescolano capre e cavoli senza avere in mente un complessivo nuovo disegno istituzionale, e si propongono soluzioni in nome della riduzione dei costi della politica non coinvolgendo in questo disegno gli unici enti che insieme con lo Stato, costituiscono materialmente il nostro Paese, i Comuni.
Non a caso chiamiamo l’Italia “paese” proprio perché essa storicamente è stata prima di tutto somma di paesi, di comuni: non a caso ogni cittadino riconosce nel proprio sindaco l’interlocutore per tutti i propri problemi, non a caso l’identità di ciascuno deriva dal proprio campanile, dalla piazza della propria città.
Ogni organizzazione della Repubblica che prescinda da questo fallirebbe miseramente, così come sono fallite in passato tutte le proposte analoghe: nell’ordinamento, leggi per l’accorpamento dei comuni esistono da molti anni ma se ciò non è accaduto non credo sia stato per amore della poltrona dei sindaci dei piccoli comuni.
Invece di prendersela con le Province, unico ente che ha ruoli e funzioni sovra comunali e che ne riceve continuamente per delega dalle Regioni, invece di attaccare continuamente il Parlamento con la scusa degli emolumenti dei suoi componenti, andiamo ad esaminare , una volta per tutte cosa è avvenuto in Italia a causa della istituzione delle Regioni, della modifica del titolo V della Costituzione, dell’accentramento dei poteri decisionali negli esecutivi e dello svuotamento delle competenze dei consigli e degli altri organi elettivi, dei guai che provoca l’idea di sostituire le rappresentanze dei cittadini con uomini soli al comando.
Se si ragiona a mente fredda si vede come l’aumento dei costi della politica, la crescita abnorme di leggi e regolamenti, l’esplosione dei costi dei servizi corrisponda alla istituzione delle Regioni, del cui fallimento, a causa della sbornia federalista, nessuno ha il coraggio di parlare.
Almeno 1000 consiglieri a cui si aggiungono non meno di 200 assessori e “governatori” che sfornano leggi a tutto spiano, sui medesimi argomenti, tutte diverse da regione a regione, spesso rimasticature di leggi fatte a livello nazionale, centinaia di migliaia di funzionari e impiegati che non svolgono reali compiti dal momento che per lo più le funzioni, non appena conquistate, vengono trasferite a Province e Comuni,
Ruoli di coordinamento e pianificazione generale assolti solo in modo virtuale per evitare di scontentare le realtà locali da cui dipende l’elezione di consiglieri e presidenti, centri di spesa e distribuzione di risorse ripartite dallo Stato, dispense di nomine e incarichi, una sfilza interminabile di enti con altro personale, consigli di amministrazione, presidenti ecc.Dovremo fare i conti con il “federalismo” e soprattutto con il perverso disegno , assecondato da tanta politica gridata, costituito dalla sostituzione delle assemblee con gli esecutivi, con i costi e le inefficienze delle Regioni, con la difficoltà per imprese e cittadini a misurarsi con la proliferazione di leggi e regolamenti diversi da luogo a luogo, con la demagogia che pretenderebbe migliori le decisioni prese al più basso livello possibile, che si sono rivelate invece quelle più facilmente piegabili agli interessi e alle clientele più diffuse. Se si attribuiscono tutte le funzioni agli esecutivi a cosa servono le assemblee ? E’ sprecato ogni appannaggio ed inutile ogni misura volta a garantirne indipendenza e autonomia. Oppure diventa inutile andarci, tanto si decide tutto altrove.
E così si sommano consigli vuoti ( o pieni di persone interessate, come avviene purtroppo in molte città medio-grandi, ai soli gettoni ) a istituzioni che hanno perso la loro legittimazione sia per il modo con cui avviene l’elezione dei componenti, di nomina dei capipartito, sia per quanto materialmente fanno, essendo stato sostituito il loro ruolo da un esecutivo che governa attraverso decreti e voti di fiducia.E’ facile in questo contesto quindi gridare contro gli sprechi di questa o quella istituzione politica, scegliendo di volta in volta quella che sta meglio nel mirino, elaborando conseguentemente proposte di soluzione dettate dalla improvvisazione o dalla pressione di una popolazione che non ha più come metodo di valutazione un disegno o un progetto generale di società.
Se c’è chi in 40 anni ha clamorosamente fallito è sicuramente la istituzione Regione : si abbia il coraggio di ammetterlo, si abbandoni il “federalismo” che come dimostrano i fatti dell’ultimo periodo, comporta solo ulteriori spese e complicazioni burocratiche, si rafforzino i poteri di coordinamento e di programmazione a livello di area vasta delle Province, si accorpino talune funzioni burocratiche e ripetitive dei Comuni, mantenendo in capo a loro rappresentatività e rapporto con i cittadini, si costituisca fra gli eletti delle Province un coordinamento territoriale più ampio, neppure necessariamente collegato agli attuali confini, e si torni a conferire allo Stato poteri che sempre più devono interfacciarsi con quelli europei.
E per favore si cancelli dall'agenda il ridicolo "Senato delle Regioni " , organismo che non farebbe che ripetere, peggiorandolo, il localismo deteriore che è stato alla base delle riforme dell'ultimo periodo e della pratica politica che le ha provocate.
E infine si torni ad affidare ai Consigli e alle Assemblee i poteri che originariamente la Costituzione assegnava loro , poi potremo serenamente discutere di quanto è giusto che costi tutto ciò e di quali siano i gradi di libertà che è opportuno attribuire a ciascuna istituzione e a ciascuno dei cittadini pro tempore eletti a svolgere una pubblica funzione.
L’autore, già componente la Commissione Affari Istituzionali del Senato, è tra i fondatori dei Verdi per la Costituente Ecologista
«A votare sono stati i mercati». Credo di aver letto per la prima volta questa espressione, o qualcosa di simile, sul quotidiano La Repubblica nella prima metà degli anni '90. Meno di un anno dopo il fallimento della banca d'affari Barings - una delle più antiche e "rispettabili" del Regno Unito - aveva aperto uno squarcio sul mistero dei mercati che «votano». Lì per lì la colpa era stata data a un giovane e intraprendente impiegato della filiale di Singapore che, all'insaputa dei suoi dirigenti, aveva perso l'equivalente di un miliardo di euro operando allo scoperto sulla borsa di Tokyo. Poi, poco a poco, si era venuto a sapere che di quei "giochi" era al corrente tutto lo staff dirigente della banca. E quelli di molte altre banche, che facevano esattamente la stessa cosa, su altri titoli o su altre piazze.
Già allora c'erano dunque tutti gli elementi per capire alcune cose: primo, che quelle operazioni, e altre consimili, si dovevano impedire; ma nessuna delle maggioranze al governo dei principali paesi dell'Occidente lo volle fare. E nessuna delle forze di opposizione - politica, o sociale, o associativa, o culturale - ne aveva fatto, né ne avrebbe fatto in seguito, la sua bandiera. Eppure - secondo punto - la questione era della massima importanza; perché se a votare sono «i mercati» (e che mercati!), è chiaro che il voto dei cittadini non conta più; e alla democrazia si sostituisce la dittatura della finanza.
Oggi siamo a una resa dei conti. La finanza globale, con il suo «voto», controlla ormai il mondo intero. Ma non controlla se stessa. Quello che succede non è il risultato di un lucido piano concordato a tavolino, ma l'effetto di un meccanismo cieco che si chiama accumulazione del capitale. L'accumulazione del capitale non ha paura delle crisi, anche di quelle che provocano gigantesche distruzioni di ricchezza, comprese le guerre. E infatti, le conseguenze delle misure prese per fare fronte alla crisi finanziaria sono l'equivalente di un bombardamento sulla popolazione, sui posti di lavoro, sui redditi, sulle strutture produttive, sulla residua integrità del territorio di un paese. L'importante è che dopo la crisi o la distruzione si ricominci; perché è il meccanismo, e non il risultato, quello che va salvato.
Questo è il modo in cui procede la "crescita"; invocarla per porre rimedio all'impasse attuale vuol dire sostenere una continua riproposizione di quel meccanismo. La crisi attuale ci insegna dunque che la politica italiana - come quella di molti altri paesi europei - si fa in sede Ue; e che a farla è il «voto» dei mercati, cioè il capitale finanziario. Poi, che il voto dei cittadini non conta niente; i referendum hanno detto chiaramente che i cittadini italiani non vogliono le privatizzazioni: né dell'acqua né dei servizi pubblici locali; mentre la manovra appena approvata si regge su privatizzazioni destinate ad azzerare per sempre qualsiasi forma di federalismo (alla faccia della Lega), mettendo i servizi pubblici in mano alla finanza e relegando i sindaci al compito di gestire l'anagrafe e dare la caccia agli extracomunitari.
Ma non esistono neanche più i partiti. Quando sono in gioco questioni cruciali, la cosiddetta opposizione si rivela per quello che è: un mero puntello del Governo. Perché per loro, alle scelte del Governo - che non sono una «politica», essendo l'esatto contrario di quello che il Governo era andato sostenendo e promettendo fino a tre giorni fa - come alle scelte dell'Unione Europea - quali che siano; perché nessuno sa quali saranno - cioè ai diktat della finanza internazionale non c'è alternativa.
Nessuno prova più a proporre qualcosa, se non invocare generiche misure per la «crescita»; senza neanche più elencarle - tranne minuzie come l'abolizione degli Ordini professionali o quella delle Province, senza spiegare con che cosa sostituirle - perché ogni proposta potrebbe venir vanificata, da un giorno all'altro, da un nuovo sobbalzo dei mercati finanziari. Così Berlusconi e il suo Governo, tenuto in sella dai nuovi «responsabili», che si guardano bene dal chiamare alla mobilitazione contro queste misure - e se ne vantano - possono perpetuare le loro truffe e i loro imbrogli (da Bertolaso a Milanese, passando per Bisignani e compagnia - senza nemmeno intaccare il costo stratosferico dei propri e degli altrui parlamentari. Per non parlare di una vera patrimoniale: quella che Tremonti ha fatto per anni, al contrario, con i condoni e gli scudi fiscali.
La Grecia, come Stato, è già fallita; ormai lo riconoscono tutti. Non ha né avrà mai più la possibilità di fare fronte ai suoi debiti. Ma prima di dichiararla tale si vuole raschiare il barile fino al fondo: succhiare tutto quello che si può ancora estrarre dai redditi dei suoi cittadini e impadronirsi di tutti i servizi pubblici e i beni comuni di cui è ancora in possesso. Quello che l'Ue deve decidere è che cosa caricare sui redditi dei contribuenti, soprattutto tedeschi, ma non solo: se i costi dell'insolvenza della Grecia, per salvare le banche cariche di bond greci, oppure l'insolvenza delle banche che hanno quei bond. Ma il problema potrebbe ripresentarsi altrove; perché nel bel mezzo di questo dilemma il «contagio» si è trasmesso ad altri paesi già in bilico; e fermarlo adesso è molto più difficile e costoso: naturalmente per chi dovrà farsene carico, cioè i lavoratori e i disoccupati europei. Per di più in un contesto assai turbolento. Anche gli Stati Uniti sono sull'orlo del default. E neanche il governo cinese, loro principale creditore, se la passa più tanto bene; e potrebbe cominciare a presentargli il conto. Insomma, tutto lascia credere - ma ben pochi lo dicono, perché il problema è per ora quello di passare all'incasso di quanto si è già estorto - che questa manovra mostruosa non metterà affatto «al sicuro» i conti dello Stato italiano, come non erano «al sicuro» quando Tremonti ce lo assicurava una settimana, un mese, un anno o dieci anni fa. E che è sempre più probabile che il punto di approdo di questa deriva sia comunque il default; in un contesto internazionale in cui non saremmo certo i soli. Allora tanto vale arrivarci subito.
Sicuramente la minaccia di farlo potrebbe costringere l'Unione Europea a cambiare rotta, almeno per un po': assumendo o garantendo il debito di tutti i paesi membri e dando loro un po' di respiro. Ma per fare che? Il problema vero non è il debito, ma un meccanismo di «crescita» bloccato; che non riprenderà certo se banche e Stati europei avranno la possibilità di mettere sul mercato qualche decina di miliardi in più. Perché quei mercati sono in gran parte saturi e quelle produzioni e quegli investimenti non fanno «sviluppo» né occupazione, ma solo danni e violenza.
Valga per tutti il Tav Torino-Lione, che ormai si configura come niente altro che una truffa all'Unione Europea: tutti sanno che non verrà mai portato a termine; ma potrebbe tenere in vita per qualche anno i costruttori a cui il Sindaco di Torino e il Presidente del Piemonte hanno legato le loro fortune: a spese della popolazione della valle, che è un esempio vivente di democrazia partecipata; e dell'intero popolo italiano, ingannato (ma fino a quando?) con la favola della «modernizzazione» delle infrastrutture. Ma sono forse diversi il piano «Fabbrica Italia» di Marchionne, o il programma di incenerimento dei rifiuti in tutta Italia (proprio mentre si dimostra che la raccolta differenziata può arrivare all'80 per cento; e la riduzione fare anche di più), o i progetti edilizi sull'area dell'Expò milanese?
Certo, le cose giuste da fare non mancherebbero: dalla conversione energetica (efficienza e fonti rinnovabili) a quella agricola e alimentare; dalla mobilità sostenibile di persone e merci alla salvaguardia del territorio; dal potenziamento della ricerca - mirata ai temi della conversione ecologica - e dell'istruzione, di base e permanente, al potenziamento dei servizi pubblici locali come volano di un'economia centrata sui territori (cioè con rapporti più diretti tra produzione e mercati locali, in modo da sottrarsi - senza impossibili protezionismi - alla morsa di una concorrenza globale che distrugge le economie locali, crea disoccupazione e impone condizioni di lavoro inaccettabili); da una riforma della Pubblica amministrazione che metta in mano a chi ci lavora e chi la utilizza il compito di individuare le sacche di inefficienza e nuovi modi per assolvere ai propri compiti (l'opposto di quello che fa Brunetta, con i risultati che tutti vedono) a un reddito garantito che metta tutti in grado di trovare il modo di valorizzare al meglio le proprie capacità e i propri saperi.
Ma chi può fare tutto ciò, e altro ancora? Per ora nessuno. Ma è nella risposta di massa di tutti gli indignati d'Europa, se e nella misura in cui si svilupperà e riuscirà a imporsi, che si potranno creare gli embrioni di organizzazioni e di strutture di gestione alternative a quelle esistenti; in grado di imporre anche all'agenda politica dell'Unione Europea gli obiettivi di una politica che ci risollevi dal mondo di macerie in cui la sua governance ci sta precipitando.
13 luglio 2011
PIÙ CONFLITTO DI CLASSE, MENO MOVIMENTISMO
di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi,
Massimiliano Tomba, Giovanna Vertova
Compriamo (o scarichiamo on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C'è di peggio. Ogni tanto lo leggiamo. Come l'8 luglio scorso, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti. Il primo dice, molto spesso, cose giuste. Tuttavia, nel suo articolo dell'8 luglio deraglia, quando infila, quasi fosse una ovvietà, una frase secondo cui l'intervento dello stato sarebbe impedito dal fatto che «mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating». Il secondo parla della necessità di superare una «vecchia certezza», quella secondo cui sarebbe «imprescindibile» il legame reddito-lavoro.
Sarebbe interessante sapere che teoria economica ha in mente Viale, e su cosa Campetti basi la sua affermazione. Vero è che una tesi come la sua è stata attribuita tempo fa dalla stampa a Maurizio Landini. È anche stato riportato con sussiego che Landini non avrebbe letto Marx. Certo, viene da pensare, leggersi il Capitale non è un obbligo. In qualche caso aiuterebbe: basti il riferimento al salario di sussistenza per la classe dei lavoratori, dunque per il proletariato nella sua interezza, del tutto indipendentemente dalla produttività.
Aiuterebbe anche avere una idea di economia meno corrotta dalla teoria dominante, in tutti i suoi diversi filoni, che è ciò che sta dietro l'idea di Viale, secondo cui la politica economica di oggi patirebbe una «mancanza di soldi» e «si avrebbe paura di rompere i tabù», ostaggio delle agenzie di rating. Non c'è nessuna «oggettiva» mancanza di soldi, né si tratta di cose separate. La «mancanza di soldi» è una costrizione politica, applicata con il braccio armato delle agenzie di rating. Una legge dura come il marmo, ma tutto meno che naturale.
I denari pubblici non difettano, ma vengono resi scarsi dall'imposizione di portare il bilancio pubblico in pareggio. È una scelta precisa di classe che in Europa lega la deflazione salariale, perseguita dalla politica monetaria e dalla flessibilizzazione del lavoro, alla decurtazione del reddito sociale tramite i tagli alla spesa pubblica. È questa una scelta che Alain Parguez chiama una rareté désirée, una «scarsità» voluta e prodotta, per i rapporti di classe e di potere, anche geopolitici. Sennò ci si illude che basti ingabbiare le agenzie di rating, o uscire dall'euro, per far scomparire il problema. Che è politico e sociale, non «tecnico».
Contro ogni apparenza, il manifesto sovente riproduce una visione caricaturale della sinistra e del movimento dei lavoratori («produttivisti» e «lavoristi»), in una sorta di desiderante auspicio di una ripetizione dell'esperienza del «movimento dei movimenti». Fallito, e non a caso, nonostante la sua ricchezza. Bisognerebbe chiedersi il perché. Noi crediamo ancora che il problema sia il capitalismo, e i rapporti di classe, e rapporti di classe centrati sul lavoro - che tutto è meno che un bene comune. Checché se ne dica, la classe non è acqua.
Senza stare su questo terreno, non si capisce nulla della crisi globale, della crisi europea, della devastazione del lavoro, dell'attacco alla riproduzione. La questione è l'appropriazione dei beni comuni solo in conseguenza delle modalità della produzione e riproduzione capitalistica. Se qualcuno crede che il primo piano di discorso «spiazzi» il secondo, è fuori strada: si sveglino i sognatori. Ed è su questo terreno che la questione del genere e la questione della natura possono essere affrontate, incrociando naturalmente la questione del lavoro.
È impossibile prescindere dal lungo e paziente lavoro della critica e della lotta che ci attendono. Una critica e una lotta che nascono in un momento e in un luogo precisi: la messa in questione, nelle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, di «cosa», come» e «quanto», e «dove» produrre. Una «tradizione» che forse a tutt'oggi è più ricca di molte delle «novità» che insegue il manifesto. Certo non se ne esce se non con una riattivazione del conflitto di classe in senso stretto, non affogandolo in un generico movimentismo; e con un intervento politico forte sulla composizione della produzione, non rimuovendo la questione con i giochi di prestigio. È di questo che si dovrebbe ragionare. Non dei «soldi che mancano» o delle ennesime confusioni sul reddito e il lavoro. Il manifesto dovrebbe aprire una discussione vera, per andare avanti, non indietro: riproponendo stili di ragionamento «forte», su una scala almeno europea. E a quella discussione siamo disponibili.
14 luglio 2011
BOCCIATE UN IRREGOLARE
Loris Campetti
Non so se sarei in grado di superare un esame di marxismo al cospetto di una commissione giudicante preparata e severa composta da Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Massimiliano Tomba e Giovanna Vertova (il manifesto, 13 luglio). Quasi sicuramente sarei bocciato, e sarebbe giusto così: troppo tempo è passato dalle mie letture del Capitale e altri testi su cui credevo di essermi formato. In più, queste letture sono state da me contaminate dallo studio di troppi irregolari del marxismo, alcuni/e addirittura consiliari (consiliari, non conciliari). Certo mi sono perso per strada "affogando" il «conflitto di classe in senso stretto» in un «generico movimentismo» che ha confuso il mio cervello a proposito del rapporto tra reddito e lavoro. Il fatto più grave, però, è che con questo deviazionismo avrei contaminato la testata su cui mi onoro di scrivere. Se dico che è entrata in crisi una certezza novecentesca che è stata prevalente nella sinistra e nel sindacato - la inseparabilità del reddito dal lavoro - mento, perché Marx e i sani marxisti avevano fatto un ragionamento molto più avanzato. Faccio ammenda per non aver basato la mia riflessione sui fondamentali. Faccio anche ammenda per aver tentato di mettere in comunicazione la lotta di classe «in senso stretto» con i movimenti invece di considerarli fumose (spero non maleodoranti) insorgenze sociali.
Alcuni, non so i quattro amici scriventi al manifesto, ritengono addirittura colpevole la mancata battaglia del giornale per dissuadere gli amici della Fiom dall'intrattenere relazioni pericolose e inquinanti con precari, studenti, ambientalisti, attivisti dei beni comuni. E poi, ha poco da vantarsi Landini per aver messo al centro della sua piattaforma il nodo del cosa, come, quanto e dove produrre: non solo forse non ha letto Marx, ma neanche ha riflettuto sulle lotte "operaie" degli anni Sessanta e Settanta, «una tradizione che forse a tutt'oggi è più ricca delle 'novità' che insegue il manifesto».
Eccoci serviti. Non essendo all'altezza di competere sul piano teorico con compagni più preparati di me (lo dico con convinzione, senza sfottere), mi limito ad invitare, con affetto, i nostri amici collaboratori Riccardo e Joseph e con rispetto Massimiliano Tomba e Giovanna Vertova, a darsi una calmata, per evitare ai lettori di pensare che il duro conflitto oggi in atto in Italia, in Europa e nel mondo sia determinato da uno scontro di posizioni tra marxisti linea rossa e marxisti linea nera. E li invito a mettere a disposizione il loro sapere per aiutare chi quotidianamente combatte sotto l'incalzare dell'attacco avversario. Dove l'avversario forse ha letto Marx e forse no, ma certamente è orientato da un pensiero diverso: il pensiero unico.
14 luglio 2011
NON SOLO LOTTA DI CLASSE
di Guido Viale
Gentili accademici, mi dispiace essere incorso nelle vostre critiche, dato che di alcuni di voi nutro la massima stima (di altri non posso, perché, nella mia insipienza, non ho mai letto nemmeno uno scritto). La cosa che più mi dispiacerebbe è però che voi smetteste di comprare o di leggere il manifesto per colpa mia. Per questo cerco di spiegarmi.
Premetto che io Il Capitale l'ho letto e, in gioventù, anche studiato. Però le vostre critiche mi fanno pensare - e solo ora - di non averne capito abbastanza. Un'altra cosa che non capisco - e non lo dico certo per dissociarmi, è che cosa accomuni il mio articolo, oggetto delle vostre critiche, a quello di Loris Campetti. Per cui rispondo solo a ciò che rinfacciate direttamente a me.
Altra premessa: mi considero un divulgatore e non un teorico e faccio grandi sforzi per rinchiudere quello che cerco di comunicare nello spazio ristretto del numero delle battute concesso in un quotidiano, per di più di ristretta foliazione. Se scrivessi un testo accademico - cosa che non ho mai fatto né mai farò - o un rapporto di lavoro - che è stato ciò che mi ha impegnato maggiormente nella mia vita professionale - in cui la precisione fa aggio sulla lunghezza, avrei forse aggiunto qualche inciso in più. Se però le espressioni che ho usato lasciassero adito a errori che potrebbero portare i lettori su un cammino sviante, dovrei riconoscere di essere venuto meno ai miei doveri di divulgatore. In tal caso ne farei sicuramente ammenda.
Le vostre critiche sembrano appuntarsi su due frasi che ho usato: «mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating». Ok. Non ho mai detto però che la «mancanza di soldi» o che «il tabù del pareggio di bilancio» siano fatti naturali. Anzi, ho scritto che, di fronte a una sollevazione della Grecia - e a maggior ragione di tutti i paesi sotto scacco - soprattutto se appoggiati, volenti o nolenti, dai rispettivi governi, i soldi si troverebbero: «Basterebbe quindi che Papandreu...si schierasse dalla parte dei suoi concittadini che si oppongono alla svendita del paese. L'Unione Europea sarebbe allora costretta ad aprire la borsa, non solo per la Grecia, ma per tutti gli Stati membri in difficoltà». Addirittura ho precisato che «per un'operazione del genere (cioè «trovare i soldi») non mancano proposte operative di ingegneria finanziaria». Non ho neanche mai scritto, come si evince invece dalle vostre critiche, che il problema sia «ingabbiare le agenzie di rating». Anzi, ho scritto, anche se in un precedente articolo: «le società di rating, interamente controllate dai big della finanza internazionale...che sta ora scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini». Il problema sarebbe quindi quello di «ingabbiare», per usare la vostra espressione, non le società di rating, ma la finanza internazionale; che è come a dire «ingabbiare» il capitale. Obiettivo che credo ci accomuni, magari in una formulazione più appropriata. Ma non son certo io ad aver parlato di «ingabbiare».
La sostanza delle nostre divergenze - se ci sono - e della vostra irritazione - che sicuramente c'è - rimanda forse, se ho capito bene, alla vostra tesi secondo cui «l'appropriazione dei beni comuni (si verifica) solo in conseguenza delle modalità della produzione e della riproduzione capitalistica». Ma chi ha mai scritto il contrario? Certo non io. Quello che penso io è che una politica di riappropriazione dei beni comuni - che vuole dire lotta per il loro controllo diffuso e condiviso - mina le basi «territoriali» del potere del capitale: quelle che più direttamente coinvolgono il lavoro vivo; il quale «vive» sempre in un qualche territorio. La lotta per i beni comuni, e per far diventare «comuni», o più comuni, certi beni è lotta di classe? Anche, ma non solo. Forse è di qui in poi che non andiamo più d'accordo.
Con immutata stima.
Le drastiche misure di austerità che i governi europei, incluso il nostro, stanno infliggendo ai loro cittadini non riguardano soltanto l´economia. Pongono questioni cruciali per il futuro della democrazia nella Ue. Prima questione: le organizzazioni cui i governi mostrano di avere ceduto la sovranità economica, quali il Fmi, la Bce, la Commissione europea e le agenzie di valutazione, non godono di alcuna legittimazione politica. Inoltre si sono mostrate incapaci sia di capire le cause reali della crisi, sia di predisporre interventi efficaci per rimediarvi. Come si spiega allora l´atteggiamento di supina deferenza che verso di loro mostrano i governi? Dopodiché occorre chiedersi quale sbocco politico le misure di austerità potrebbero avere nel medio periodo. Sia la storia del Novecento che molti segni recenti attestano che lo sbocco più probabile potrebbero essere regimi autoritari di destra.
Il Fmi per primo non ha saputo cogliere, fino all´estate 2008, elementi chiave sottesi alla crisi. Non ha dato peso al degrado dei bilanci del settore finanziario, ai rischi di un effetto leva troppo alto, alla bolla del mercato immobiliare, alla rapida espansione del sistema bancario ombra. Ha sottovalutato i rischi di contagio insiti nel sistema finanziario internazionale. Questa serie di giudizi negativi sulle capacità previsionali e terapeutiche del Fmi è stata formulata da un ufficio di valutazione interno al Fondo stesso, in un rapporto del febbraio 2011, non da avversari prevenuti. Sarebbero queste le credenziali con cui il Fmi vuole adesso imporre ai nostri paesi tagli ai bilanci pubblici e privatizzazioni a raffica che da un lato privano i cittadini di diritti fondamentali, dall´altro finiranno per peggiorare la stato dell´economia anziché migliorarlo?
Quanto alla Bce, si sa che i trattati di Maastricht le impongono un unico scopo: deve contenere l´inflazione sotto il 2 per cento. Sui computer lampeggiano indicatori drammatici: disoccupazione in rialzo, proliferazione dei lavori precari, crescita delle disuguaglianze, smantellamento dell´apparato pubblico, salari stagnanti, pensioni indecenti. Mentre il sistema finanziario che ha causato la crisi è apparso finora inattaccabile da ogni seria riforma. Tutto ciò cade al di fuori degli orizzonti della Bce. L´essenziale è la stabilità dei prezzi. L´idea che un punto di inflazione in più avrebbe di sicuro i suoi costi, ma potrebbe forse rendere meno stolidamente aggressive le misure di austerità a carico dei cittadini Ue, per la Bce appare irricevibile. Né gli orizzonti della Ce appaiono più ampi, come provano i documenti provenienti ogni mese da Bruxelles.
L´influenza che hanno sulle misure di austerità le agenzie di valutazione, alle quali i governi Ue sembrano guardare come a un giudizio di Dio, è ben rappresentato da una dichiarazione del primo ministro francese François Fillon. In vista delle presidenziali 2012, ha detto che per prima cosa «bisogna difendere la tripla A della Francia». A ben vedere la battuta suona grottesca. Ma altri governi Ue paiono condividere lo stesso intento, anche se quello tedesco a inizio luglio ha espresso critiche sul declassamento del debito portoghese. Al riguardo i media in genere fungono da diligenti amplificatori. Se una delle maggiori agenzie ci declassa il rating, ripetono ogni giorno, siamo rovinati. Nessuno comprerà più i titoli di stato, oppure gli interessi sui medesimi saliranno talmente da diventare insostenibili per il bilancio pubblico. Quindi i mega-tagli alla spesa sono privi di alternative. In realtà non è affatto vero, ma per chi è vittima della "cattura cognitiva" per mano delle dottrine economiche neo-liberali esse sono invisibili.
Un paio di cose dovrebbero considerare i governi Ue e i media, prima di genuflettersi dinanzi ai giudizi delle agenzie di valutazione. Anzitutto, come proprio esse si affannano a spiegare ogni volta che qualcuno vuol fargli causa perché grazie alle loro valutazioni ha perso molti soldi, i loro cocktail di lettere e segni sono semplici opinioni. Perciò possono essere giuste o sbagliate - lo dicono loro - e in forza del Primo Emendamento della Costituzione americana che tutela la libertà di parola, nessuno può prendersela se un´agenzia esprime un´opinione rivelatasi sbagliata. In secondo luogo, le agenzie di valutazione sono state - cito da una poderosa indagine sulla crisi presentata al Congresso Usa a gennaio 2011 - «ingranaggi essenziali nella ruota della distruzione finanziaria… I titoli connessi a un´ipoteca che furono al cuore della crisi non avrebbero potuto venire commercializzati e venduti senza il sigillo della loro approvazione». Sigillo consistente nella tripla A, il voto più alto che si possa dare alla solvibilità di un debitore. Prima della crisi tale voto veniva distribuito dalle agenzie a velocità supersonica. In sette anni, si legge nello stesso rapporto, la sola Moody´s lo attribuì a quasi 45.000 titoli ipotecari, in seguito malamente svalutati. Con i suddetti limiti autoconclamati, e un simile precedente storico, il tremore dei governi Ue dinanzi a dette agenzie appare o ingenuo, o politicamente sospetto.
Giorni fa il capo dell´eurogruppo Jean-Claude Juncker ha tranquillamente affermato che a causa delle misure di austerità «la sovranità dei greci verrà massicciamente limitata». Poiché l´austerità ha ovunque la stessa faccia, ne segue che dopo verrà limitata anche la sovranità dei portoghesi, degli spagnoli, degli italiani. Chissà se Juncker ha un´idea di dove possa condurre tale strada. Nel 1920 il giovane Keynes un´idea ce l´aveva. In merito alle riparazioni follemente punitive imposte alla Germania con il trattato di Versailles del 1919, scriveva in Le conseguenze economiche della pace: "La politica di ridurre la Germania alla servitù per una generazione, di degradare la vita di milioni di esseri umani, e di privare della felicità un´intera nazione dovrebbe essere considerata ripugnante e detestabile… anche se non fosse il seme dello sfacelo dell´intera vita civile dell´Europa" (enfasi di chi scrive). Keynes era rimasto colpito durante le trattative, cui aveva partecipato, dall´ottusa incapacità dei governanti delle potenze vincitrici di ragionare sulle conseguenze di misure che strappavano la sovranità economica a intere nazioni. I governanti di oggi non sembrano mostrare una maggiore lungimiranza di quelli di ieri, permettendo alle destre di guadagnare un crescente favore popolare al grido di "l´austerità uccide l´economia" (lanciato tra gli altri da Antonis Samara, leader della destra greca). Un grido destinato a far presa, perché coglie il nocciolo della questione, sebbene provenga paradossalmente dalla parte politica che reca le maggiori responsabilità della crisi.
Prove tecniche del cantiere alternativo
di Loris Campetti
Se non incrocia la politica e la rappresentanza politica, il vento del cambiamento può rovesciarsi e soffiare contro chi l'ha sollevato, dentro una svolta reazionaria di massa. Senza i movimenti che costruiscono e provano a praticare un modello sociale e di relazioni alternativo a quello dominante non si va da nessuna parte. Ma i movimenti non vivono senza mettersi in rete e rifluiscono dentro un meccanismo di delega della politica o di disinteresse alla politica presente, quella che usa la forza pubblica contro la pubblica opinione. Costruire una democrazia intesa come diritto non di delega ma di ingerenza è compito lungo e difficile ma il tempo per provarci è ora, prima che cambi il vento.
Costruire il cantiere dell'alternativa è il macigno messo sul tavolo di uno dei tanti dibattiti che si animano a «Sherwood festival», più di un mese di confronti e affondi che fanno il punto su un anno vissuto pericolosamente nelle fabbriche, nelle scuole, nelle valli, nei rifiuti, tra conflitti di classe, di genere, nel rifiuto delle guerre tra poveri di una società dominata dalla precarietà di massa. Dibattiti che preparano le giornate del decennale di Genova e un autunno infuocato. Dunque, il cantiere. Ne hanno discusso con Vilma Mazza e Luca Casarini il segretario della Fiom Landini e il presidente della Puglia Vendola.
Legato alla concretezza del lavoro, Landini sa però che una lotta di resistenza, per quanto straordinaria, o diventa lotta generale in una prospettiva di cambiamento o non potrà vincere. Per farlo bisogna rimettere in discussione antiche certezze come quella che in un tempo diverso riteneva imprescindibile il reddito dal lavoro. Così come, per salvare gli operai della Fiat bisogna discutere non di automobili ma di mobilità: vogliono treni superveloci in Val di Susa ma non c'è la merce che dovrebbero trasportare, così come gli operai di Mirafiori dovrebbero lavorare più ore, più velocemente e con meno diritti per riempire i piazzali di automobili invendute, o per restare a casa in cassa integrazione.
Costruire il cantiere dell'alternativa con i soggetti e i movimenti che le producono. E' come camminare contromano dentro un antiberlusconismo che rivendica il diritto dei cittadini di scegliersi i parlamentari oggi nominati dalle caste politiche e poi arresta la democrazia davanti alle fabbriche. Come a dire che per uscire dal berlusconismo non bisogna costruire un programma e dunque un modello alternativo ma semplicemente allearsi con Marchionne.
Le amministrative e i referendum non sono stati vinti ma subiti dal centrosinistra, ricorda Vendola. Conviene appendere al chiodo presunte certezze e appartenenze, insiste Luca Casarini: il problema è scegliere il leader e le alleanze o costruire il programma di alternativa? La palla torna inevitabilmente a Vendola e Landini. Il segretario della Fiom si avventura anche in un primo elenco dei pilastri dell'alternativa: è di sinistra, dice per esempio, un governo che fa votare i lavoratori. Se si salta la democrazia e ci si accomoda dentro o nei meandri del patto di stabilità non ci sono più destra né sinistra, né diritti né contratti. Al massimo restano il Fondo monetario, la Banca centrale, Marchionne e un'ingiustizia crescente. Casarini alza la palla a Vendola: primarie non come esercizio di propaganda sul leader con programmi già scritti ai tavoli delle mediazioni partitiche ma primarie di un programma scritto con le idee e le esperienze: «convocalo tu in Puglia, Nichi, questo cantiere».
Vendola non ci sta a farsi rinchiudere dentro il recinto della sinistra radicale, una sorta di grande rifondazione comunista che farebbe comodo ai cosiddetti alternativi e ai cosiddetti riformisti. Non ci sto, dice, a fare il ministro del dolore sociale per tamponare i guasti della macelleria. Bisogna incidere nel cuore di un programma alternativo costruendo un cantiere largo fatto di forum, piazze virtuali e piazze sociali. «Altro che mediare un decalogo tra me, Bersani e Di Pietro». Tutti maschi peraltro, privi di una lente fondamentale per guardare la realtà, figuriamoci per cambiarla. E' fuori dal tempo l'idea del partito come grande pedagogo, e come grande ingegnere che disegna il letto su cui far scorrere i movimenti. Così come marca il passo l'idea di sciogliersi in acque magari scure e torbide che scorrono in un letto tracciato da chissà chi. Invece la politica va intesa come fuoriuscita dal ceto separato, e il programma dev'essere scritto dai soggetti collettivi che hanno alzato il vento nell'ultimo anno. Con il principio dell'ingerenza, che non è baciare le mani al tiranno né bombardare il suo popolo.
Ma il cantiere delle primarie in Puglia, a settembre? Non so se a settembre o a ottobre, non so se a Bari o in un'altra città, conclude Vendola, ma è la scelta giusta con la volontà di essere radicali e maggioritari. Come fa la Fiom che da Pomigliano parla all'intero paese e lo smove. Ricordando, come ribadisce Landini insieme a tutti gli attori nella commedia sociale di Sherwood Festival a Padova, che nessuno è autosufficiente. Le mille persone presenti al dibattito padovano sono già un embrione del cantiere futuro.
La frontiera dei beni comuni
di Guido Viale
La crisi della Grecia dimostra che l'alternativa non è più tra stato e mercato. E la decrescita è frutto della globalizzazione
La Grecia ha imboccato - a precipizio - la strada della decrescita. Lo ha fatto per imposizione della cosiddetta troika (Fmi, Bce e Commissione Europea) di cui Papandreu si è fatto interprete ed esecutore a spese dei cittadini e dei lavoratori del suo paese. Nessun economista al mondo pensa più che l'economia della Grecia possa tornare a crescere in un numero ragionevole di anni. Né che possa mai più ripagare il debito che la opprime, neanche mettendo alla fame i propri sudditi e svendendo tutto quello che possiede (cioè i servizi pubblici e i beni comuni del popolo greco). Per anni ci hanno detto che le privatizzazioni sono necessarie per rendere efficienti i servizi pubblici. Adesso è chiaro che servono soltanto a far cassa, per pagare debiti contratti a copertura dei costi della corruzione, dell'evasione fiscale, degli armamenti, delle grandi opere e dei grandi eventi inutili. Dopodiché il diluvio; che l'Europa e mezzo mondo stanno aspettando senza sapere che fare.
Ma la Grecia non è sola: non perché il resto dell'Europa la voglia aiutare (pensa solo a spennarla); ma perché nella sua identica situazione entreranno presto anche Portogallo, Spagna, Irlanda e altri ancora, tra cui l'Italia. Che è anche lei ben avviata sulla strada della decrescita: si tagliano welfare, investimenti (tranne quelli inutili, come il TAV Torino-Lione) e servizi, senza nessuna politica industriale e nessuna prospettiva di riconversione produttiva o di rilancio dell'occupazione. Certo la decrescita imposta da Tremonti non è quella predicata da Latouche e dal movimento per la decrescita felice. Latouche ha sempre ribadito (ma è una cosa assai difficile da spiegare in giro!) che non c'è peggior male di una decrescita in una società votata alla crescita.
Infatti i fautori della crescita "senza se e senza ma" (la totalità o quasi degli economisti) considerano la decrescita un precipizio senza ritorno. Ma le ricette per una ripresa scarseggiano. Il liberismo ha fatto fallimento, anche se nessuno lo dice apertamente e alcuni lo ripropongono come ricetta salvifica, tetragoni a ogni evidenza. Lo statalismo, nelle sue varie forme (forti: programmazione; flessibili: keynesismo; la pianificazione di tipo sovietico non la propone più nessuno), è disarmato: perché mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating. Ma soprattutto, perché bisognerebbe ammettere che per salvare il salvabile è necessaria una riconversione radicale dell'apparato produttivo e della distribuzione del reddito, invece di delegare a ciò - e a modo loro - i mercati.
La Grecia è un piccolo paese, ma potrebbe avere un grande potere di ricatto: il suo default trascinerebbe con sé le finanze di mezza Europa (e di molte banche Usa) e con esse l'euro; e isolarla, escludendola dall'euro, posto che sia fattibile, sortirebbe lo stesso effetto. Basterebbe quindi che Papandreu, che a differenza di Zapatero, non ha alcuna responsabilità per l'allegra gestione della finanza da parte del precedente governo (con avallo, e conseguenti benefici, di Goldman&Sachs, allora diretta in Europa da Mario Draghi), si schierasse dalla parte dei suoi concittadini che si oppongono alla svendita del paese. L'Unione Europea sarebbe allora costretta ad aprire la borsa, non solo per la Grecia, ma per tutti gli Stati membri in difficoltà. Ma un'operazione del genere - per la quale non mancano proposte operative di ingegneria finanziaria - avrebbe forse senso per finanziare un programma di riconversione produttiva, che oggi non c'è e a cui nessuno pensa. Mentre non serve a niente se da essa si aspetta che rianimi mercati e produzioni in sofferenza, risospingendoli verso una crescita di cui, per lo meno in Occidente, non ci sono più le condizioni.
Liberismo e statalismo si stanno dimostrando entrambi fallimentari perché sono ormai una stessa cosa. Ogni giorno constatiamo che la libertà d'impresa - soprattutto nei confronti dei lavoratori, più che nella concorrenza - ha bisogno, per potersi esercitare, dell'intervento statale, e di fondi pubblici "a perdere". Ma quei fondi non servono più a dirigere l'apparato economico verso obiettivi specifici e in qualche modo condivisi (in fin dei conti siamo in democrazia). Servono solo per tenere in piedi le imprese e le loro libertà. I casi recenti della svendita della Grecia, o quello del TAV Torino-Lione, o l'accordo interconfederale siglato anche dalla Cgil che trasforma i sindacati in strutture aziendali - solo per ricordare le notizie più recenti - pur nella loro estrema eterogeneità, sono lì a dimostrarlo.
L'alternativa non è dunque tra statalismo (o dirigismo) e liberismo, tra più Stato o più mercato; è tra il connubio inestricabile di liberismo e statalismo che contraddistingue il processo di globalizzazione in corso e politica dei beni comuni: una politica mirata a sottrarre la gestione di una serie di beni, di servizi e di attività tanto alle regole del mercato, che sono quelle della finanza internazionale che governa ormai anche gli Stati, quanto alla gestione degli Stati, che di quel governo, esterno e contrapposto a qualsiasi forma di controllo democratico, sono ormai solo le cinghie di trasmissione.
Se c'è un tema unificante tra le diverse forme di conflittualità che animano la scena sociale in questo inizio di secolo (e di millennio), dalla Grecia alla Spagna, dal Medio oriente all'Islanda, ma anche, tornando a noi, dalla crescita dei GAS alla campagna referendaria per l'acqua, dalla resistenza operaia alla Fiat al movimento degli studenti o al ritorno in piazza delle donne, dalla Valle di Susa al riscatto di Napoli dalle montagne di rifiuti sotto cui la hanno seppellita sedici anni di gestione commissariale, quel tema è la lotta, in nome di una gestione condivisa e partecipata, senza deleghe, contro l'appropriazione pubblica o privata di una gamma più o meno ampia e più o meno definita di beni, di servizi e di attività. Lo ha spiegato molto bene Piero Bevilacqua sul manifesto del 3 luglio scorso. E' cioè la politica dei beni comuni.
Beni comuni e non Bene comune. E' una distinzione importante: la dizione beni comuni fa riferimento a forme di gestione diverse tanto dall'appropriazione privata che dalla proprietà pubblica. Cioè a forme di gestione partecipata, le cui modalità si stanno delineando - e non potrebbero farlo in nessun altro modo - nel corso di mobilitazioni, di lotte, ma anche di iniziative molecolari e di incontri di studio, indipendentemente non solo dalle divergenze lessicali, ma anche da quelle ideologiche e dottrinarie, che sono per molti versi altrettanto irrilevanti; o quasi. Bene comune (con la maiuscola) fa invece riferimento a una coincidenza di interessi che, se può essere ipotizzata in via teorica nei confronti della sopravvivenza della vita umana su questo pianeta (a cui tutti, chi più e chi meno - o anche molto meno - prestiamo un'attenzione insufficiente), non esiste - e può essere ricercata, ma non necessariamente trovata - negli ambiti in cui si sviluppa il conflitto. Che è il motore di ogni possibile riconversione: dalla Valle di Susa alla gestione di ogni altro territorio; dalle politiche energetiche all'agricoltura e all'alimentazione; dal rifiuto della guerra alla difesa della dignità di chi lavora (e di chi è senza lavoro); dall'accoglienza degli immigrati alla valorizzazione dei saperi; e così via.
Nel mondo di oggi un bene è comune non per natura, ma se, e solo se, è sottoposto a modalità di gestione che lo sottraggono a qualsiasi forma di appropriazione: tanto da parte di un'impresa (privata o pubblica), la cui logica è comunque il profitto, l'accumulazione del capitale, la crescita fine a se stessa; quanto da parte di una struttura pubblica, se questa esclude qualsiasi forma di condivisione della gestione - o per lo meno di controllo, a partire dalle regole elementari della trasparenza - o di coinvolgimento dei diversi destinatari dei suoi benefici (quello che economia e diritto chiamano "utilità") e dei suoi costi (sociali, sanitari, ambientali: quelli che l'economia chiama "esternalità").
Per questo i "beni comuni" non saranno mai del tutto tali; saranno sempre attraversati da una frontiera mobile che si sposta in avanti o all'indietro a seconda del grado di controllo che i territori e le comunità di riferimento riusciranno a esercitare su di essi. La politica dei beni comuni è, e resterà a lungo, un work in progress. Ciò apre il terreno a un dibattito pubblico sul come dare attuazione ai risultati del referendum contro la privatizzazione dell'acqua; risultati che i signori delle utilities stanno già cercando di mettere in discussione. Ma anche a un dibattito sulle forme - che sono differenti - di controllo dal basso e di condivisione della gestione di tutti gli altri servizi pubblici locali che, in linea di principio, l'esito del referendum ha reso possibile sottrarre a una gestione privata o finalizzata al profitto. La stessa cosa vale per molti beni immateriali: dalla conoscenza all'arte, dall'educazione (permanente) all'informazione. Forse sono cose come queste quelle che Marx intendeva come controllo del genere umano sulle condizioni della propria riproduzione; quelle che per più di cent'anni il movimento operaio, socialista e comunista, ha interpretato invece, e cercato di realizzare, come gestione statuale dei processi produttivi.
(guidoviale@blogspot.com)
Cultura equivalente universale
Medio Evo contemporaneo
di Giacomo Todeschini
Nel suo ultimo saggio, «L'enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza», il geografo David Harvey spiega limpidamente come i flussi del capitale continuino a produrre forme di servaggio che siamo abituati ad attribuire a età remote
L'enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza (Feltrinelli, 2011, nell'originale, The Enigma of Capital: And the Crises of Capitalism, Profile Books, 2010) di David Harvey, attualmente distinguished professor di antropologia al Graduate Center della City University a New York, è un libro da leggere per capire come mai la fase di estremo disfacimento e onnipotenza del capitalismo occidentale ormai globalizzato determina per le persone, la stragrande maggioranza delle popolazioni dei cinque canti del globo, condizioni di vita perfettamente umilianti, al limite della schiavitù, e spesso ben oltre questa soglia che si pretenderebbe bandita dalla «modernità».
Dipendenza assoluta
È anche, questo libro, utile da leggere per prendere atto del fatto che i marxisti anglo-statunitensi (Harvey ha fatto il suo PhD a Cambridge negli anni Sessanta, e ha poi insegnato alle Università di Bristol e di Oxford) riescono a scrivere di capitalismo e disastri connessi, in una chiave né da addetti ai lavori un po' arroganti, né spensieratamente demagogica, ma concreta, colta e combattiva allo stesso tempo. Senza aver paura di insegnare quello che spesso non si sa.
Già in un suo libro precedente ( La crisi della modernità. Riflessioni sulle origini del presente, il Saggiatore 1993, Net 2002) Harvey aveva ben mostrato che nella fase attuale della cultura neoliberista e delle logiche di uno sviluppo economico mirante allo sfruttamento indiscriminato e selvaggio dei più deboli, si riaffacciano sulla scena del mondo ogni sorta di servaggi e di precarietà, ossia si moltiplicano, diventando leve fondamentali dello «sviluppo», forme antiche e medievali di dipendenza assoluta e di distruzione dei diritti degli uomini e delle donne di esistere come persone, demolite da tempo le fantasticate libertà di individui abitualmente liberi soltanto, come diceva una canzone degli anni Sessanta, «di esporre i panni al vento».
Analogamente ora in questo libro il geografo ed economista statunitense fa vedere al lettore, con una chiarezza che i pontefici della sinistra italiana per lo più ignorano, quanto la realtà abbia superato i più foschi presagi dell'ultimo Marx. Il libro conquista il lettore dalla prima riga ricordandogli che il «flusso del capitale» è un fenomeno organico e impersonale, una forma di fisiologia culturale che nessuno in realtà controlla, benché da un'epoca all'altra abbondino quelli che, da ricchi al comando, se ne sono avvalsi per arricchirsi di più, indirizzando e guidando opportunamente il «flusso». Harvey, del resto, non usa a vuoto la parola «flusso»: al fondo del suo ragionare sta una metafora molto antica del denaro, quella della circolazione sanguigna.
Come Bernardino da Siena nel Quattrocento, Bernardo Davanzati nel Cinquecento, e poi John Toland e Ferdinando Galiani, fra Sei e Settecento, Harvey coglie in effetti con questa metafora, dipendente da una rappresentazione castale e poi classista delle società umane rappresentate come organismi gerarchici (anche se la divisione in caste e in classi, di cui Harvey mostra la perversa disumanizzazione, piaceva invece alquanto a Bernardino, Davanzati, Toland e Galiani) quanto di profondo e inesorabile vi sia in un processo di accumulazione che nel corso del tempo ha fatto del denaro circolante non soltanto un equivalente universale, ma anche un oggetto perfettamente astratto, maneggiabile e raccontabile con le parole, apprendibile con la mente prima che con le mani, una matematica concreta in grado di numerare il valore e la dignità delle vite. La cosa, nell'aspra realtà di tutti i giorni, più vicina ad un puro Spirito. Uno Spirito, però, come tutti gli Spiriti evocati dalle culture che hanno padroni e signori, estremamente duttile e servizievole nei confronti di chi ne conosca i segreti e le magie, e dunque sappia spiegarne, a chi non li sa, i fascini e le promesse.
Harvey fa capire molto bene, a chi legge, sino a che punto il denaro come oggetto «dematerializzato» funziona al servizio di chi ha potere sociale in una logica che, mentre accresce la ricchezza dei più ricchi a spese dei meno forti e dei più poveri, coincide con una volontà di potenza e di conquista molto tipica di un Occidente cristiano caratterizzato dalla tensione a universalizzarsi, o, come oggi usa dire, a globalizzare i propri valori e a invadere ogni spazio geografico e mentale possibile.
Gli «spiriti animali»
La faccenda ha a che fare, osserva limpidamente Harvey, con una impostazione economica che si realizza in termini di conquista maschile del mondo: «La conquista dello spazio e del tempo e la supremazia sul mondo (sia sulla "madre Terra" sia sul mercato mondiale) appaiono, in molte fantasie capitaliste, come espressioni rimosse ma sublimi del desiderio sessuale mascolino e della fede carismatica e millenaristica. È questa la fede ossessiva che incita gli "spiriti animali" dei finanzieri in un crescendo di euforia? È questo il motivo per cui così tanti maghi della finanza e gestori di hedge fund sono maschi? È così che ci si sente quando si specula sull'intero valore di moneta neozelandese in un'unica operazione? Che potere straordinario di cavalcare il mondo e di piegarlo al proprio volere!».
Che la questione non sia un fuoco di artificio degli ultimi trent'anni, e che nemmeno sia tutta determinata dalla rivoluzione industriale, che insomma la megalomania capitalista oggi esplosiva e distruttiva («quella che oggi chiamiamo globalizzazione è da sempre nelle mire della classe capitalista» ci dice francamente Harvey, dopo una fulminante citazione dal Manifesto del partito comunista di Marx e Engels) affondi le sue radici in antichi e a volte dimenticati deliri di onnipotenza religiosa ed economica prodotti in quella che fu la piccola Europa preindustriale non è un mistero per Harvey. Una cultura economica che ha come obiettivo indiscutibile di «conquistare la terra intera come suo mercato» (come scriveva Marx nei Lineamenti fondamentali dell'economia politica, e Harvey riprende) non è forse intrisa di teologia, seppure lo neghi rivestendosi di statistiche e di elucubrazioni sulla «felicità» dei consumatori?
Economia iniziatica
È tuttavia consapevole, il nostro economista-geografo, del fatto che questo discorso è un po' tabù, anche a sinistra, dato che il dogma storiografico-economico oggi ancora imperante recita che tutto è cominciato al massimo l'altro ieri. Ma proprio la tarda fase dello sviluppo capitalista, con i suoi enigmi riguardo alla produttività infinita eternamente ricreabile, e le sue mitologie di ricchezza senza fine, con lo stuolo di vittime che trita nei suoi ingranaggi (vittime e poveri da sempre necessari come serbatoi di manodopera, ma oggi sempre più indispensabili a un capitale che si riproduce a ritmi vertiginosi e al prezzo di disoccupazioni e sottoccupazioni di massa), proprio la fase nella quale viviamo, di desertificazione di continenti, monoculture devastanti, truffe orchestrate da una finanza planetaria che gli Stati spalleggiano per mezzo delle istituzioni bancarie e di cui la massa anonima dei consumatori affogati nei debiti paga il prezzo: tutto questo, al di là dell'economia degli economisti, neo-liberal o no, ha bisogno di storia, e cioè di spiegazioni.
Per fare e per cambiare, in definitiva bisogna capire perché siamo arrivati fino a qui. E Harvey, coraggiosamente, poiché il suo fine è prospettare una via che possa essere percorsa dalla maggioranza, finalmente alleata, «degli insoddisfatti, degli alienati, degli indigenti e degli espropriati» («Che fare? E chi lo farà?»), indica chiavi e ragioni che sciolgano gli enigmi di un'economia iniziatica fondata sul consenso devoto delle sue vittime e illuminino i misteri della religione del capitale. «Man mano che si affermava, il capitalismo portava al suo interno molteplici tracce delle diverse condizioni in cui si era compiuta la trasformazione verso il nuovo assetto. Forse si è attribuita troppa importanza al ruolo svolto dal protestantesimo, dal cattolicesimo e dal confucianesimo, con le loro diverse tradizioni, nel determinare le diverse configurazioni del capitalismo in varie parti del mondo; ma sarebbe sconsiderato suggerire che tali influenze siano irrilevanti o persino trascurabili». Il tono è piacevolmente timido e garbato, ma il concetto è chiaro.
Pulpiti e accademie
Per approfondire il dramma delle povertà mondiali, dell'indebitamento cronico di milioni di persone ipnotizzate da una logica dei consumi il cui obiettivo finale è far pagare alla folla dei consumatori-sudditi il prezzo delle speculazioni dei signori della finanza, bisogna cominciare a domandarsi da quale dimensione del tempo e dello spazio arriva l'odierno modo di vivere il denaro: e quali ferrei collegamenti connettono il capitale post-moderno e il «connubio Stato-finanza» che lo caratterizza, al lungo passato europeo di un'economia signorile e teologica fondata sul diritto supremo e divino dei «felici pochi» di arricchirsi a scapito della maggioranza dei fedeli/subalterni. Presentandosi, in più, come garanti carismatici di un «bene comune» descritto dai pulpiti e dalle accademie come la prima tappa verso una Salvezza eterna e luminosa.
Il flusso interrotto della ricchezza
La moneta sonante di una crisi
sull'orlo di un'apocalisse culturale
di Benedetto Vecchi
La figura dello «Stato-finanza», lo sviluppo fondato sul debito, l'accumulazione per esproprio. Un percorso di ricerca tra innovazione e continuità
La globalizzazione non è un mostro senza testa, come spesso è descritta da chi l'avversa. Presenta una logica ferrea, talvolta spietata nel distruggere legami sociali, costituzioni materiali consolidate, ma tuttavia fin troppo evidente nel perseguire l'obiettivo di garantire un «flusso» di merci, denaro, capitali. Sia ben chiaro, siamo distanti anni luce da qualche «piano del capitale» definito a tavolino in qualche stanza del potere mondiale, sia esso incarnato dal Wto, la Casa Bianca, il Fondo monetario internazionale o la sempiterna Trilateral, perché se l'obiettivo è chiara, diverse sono le strade per raggiungerlo. Il Capitale procede un po' a tentoni, sperimenta, corregge, cambia direzione. Ultimamente ha anche uno straordinario strumento nelle sue mani per riuscire nel suo intento, la finanza, luogo di governo e di innovazione negli strumenti di governo della globalizzazione.
Chi scrive ciò non è un suo apologeta, bensì un critico, che non è un economista, né un filosofo, bensì un geografo che molto ha fatto nel porre il problema dello spazio altrettanto importante di quello del tempo nella critica dell'economia politica. David Harvey è infatti un marxista atipico rispetto al panorama anglosassone. Lo si potrebbe definire un innovatore in ferrea continuità con la tradizione marxista. Esempio di questa tensione ad adeguare una cassetta degli attrezzi, ritenuta da gran parte dei suoi contemporanei talmente corrosa dal tempo da essere inservibile, sono i suoi precedenti libri. Da La crisi della modernità a L'esperienza urbana (entrambi pubblicati da Il saggiatore), da Neoliberismo e potere di classe (Allemandi) a Breve storia del neoliberismo (Il Saggiatore), il suo percorso di ricerca si è sempre misurato con la tendenza «globale» del capitalismo. A riprova di ciò, il concetto di accumulazione per espropriazione introdotto da Hervey aiuta a comprendere il perché il capitalismo, nel plasmare l'intero pianeta a sua immagine, deve continuamente valorizzare capitalisticamente ambiti della vita (la salute, la conoscenza, il desiderio) e della natura (l'acqua, la Terra) per plasmare a sua immagine l'intero pianeta. Tema ben presente nelle sue lezioni su Il capitale di Marx postate su YouTube e diventate un vero best-seller della Rete.
L'enigma del capitale, attraverso il concetto di flusso, interpreta il regime di accumulazione capitalista come un processo che deve mantenere sempre alta la domanda, attraverso il credito al consumo e sofisticati strumenti finanziari messi in campo allorquando c'è contrazione della domanda. È questa la parte più importante del libro, ma anche la più problematica. Anche qui non ci troviamo di fronte alla solita riproposizione della figura del finanza-parassita, ma al dispositivo che garantisce il flusso di capitale senza di quale la crisi assumerebbe le vesti di una apocalisse social, culturale e politica. Harvey, tuttavia, pensa alla finanza in quanto mero strumento tecnico, per quanto sofisticato, come ad esempio quello della «cartolarizzazione del debito, che non entra mai in relazione con quanto accade nella realtà sociale. Da questo punto di vista l'introduzione della nozione di «Stato-finanza» non scioglie l'Enigma del Capitale, bensì lo rende più oscuro.
Infatti, la finanza, proprio in quanto strumento di governance del regime di accumulazione capitalistica, trova alimento proprio in quanto avviene nella società e nelle dinamiche attinenti al riproduzione del regime di accumulazione. L'indebitamento individuale, l'investimento di fondi pensione (cioè salario differito) nella finanza attiene cioè a due aspetti sempre più rilevantinell'economia globale: garantire un standard di vita convenzionalmente definito dai rapporti sociali che verrebbe meno a causa del mancati aumenti salariale; e allo stesso tempo accedere a beni e servizi - la casa, la salute, la formazione - negati dalla dismissione del welfare state.
Ha frecce nel suo arco Harvey quando sostiene che la finanza è anche il modo usato per trovare sbocco ai profitti accumulato nel processo produttivo (la cosiddetta economia reale). Ma il flusso di capitale si interrompe perché entrano in campo domande sociali che vogliono essere soddisfatte attraverso la leva finanziaria. È questo il vero enigma del capitale che lo Stato, così come la finanza, tendono a farlo rimanere tale e preservarlo dalla dinamiche sociali maturate dentro e contro il regime di accumulazione capitalista.
David Harvey sale in cattedra
Le lezioni del «Capitale» di Marx
sono diventate un bestseller della Rete
Tra il 2004 e il 2006 David Harvey tenne lezioni sul «Capitale» di Marx. Per tredici volte lo studioso e si presentò di fronte a una platea di giovani studenti e spiegò l'opera di un autore non amato dall'accademia statunitense. A ogni lezione il numero dei partecipanti aumentava e molti rimasero fuori dall'aula. Harvey, che era stato ripreso, decise di mettere on-line le lezioni nel suo sito (davidharvey.org). Le lezioni sono state viste da oltre 250mila visitatori del sito. Altrettanto numeroso è il numero di chi reperì le video-lezioni su YouTube, scaricandole. Da quell'esperienza è nato anche un cartone animato, elaborato dopo il 2008 per raccontare come Marx spiega la crisi del capitalismo. Anche in questo caso il successo è stato ben al di là delle più rosee previsioni.
Sconfitto è chi aveva capito da subito che non si poteva essere governati dalla ghenga che ha fatto i primi soldi derubando una ricca orfana indifesa e malata, continuando poi senza limite e ritegno
Su La Repubblica del 2 luglio, in anticipazione di un numero di Alfabeta2 dedicato agli sconfitti, Umberto Eco scrive: «È ancora materia di discussione chi siano stati i veri vincitori delle elezioni comunali, specie a Milano e Napoli. Quello che non ci si è chiesti abbastanza è chi siano gli sconfitti, perché ci si è arrestati all'evidenza più immediata, e cioè che chi ha subito la "sberla" sono stati Berlusconi e Bossi, il che è innegabile. Ma c' è qualcun altro che, se non sconfitto, dovrebbe sentirsi messo in causa dal risultato delle amministrative. Io ritengo che sia stato messo in causa, almeno come rappresentante eminente di una tendenza, Massimo D'Alema.»
Non sto a riprendere il lungo articolo ormai diventato quasi un oggetto di culto, se non per richiamare la tesi centrale e cioè che D'Alema (e con lui un certo modo di fare politica che ha caratterizzato la sinistra) negli ultimi vent'anni ha accumulato una serie davvero rimarchevole di sconfitte, in grazia delle quali il berlusconismo ha potuto compiere il suo devastante ciclo ventennale.
L'analisi di Eco è condivisibile e del resto non fa che riproporci con la usuale lucidità e penetrazione alcuni dei giudizi negativi che da tempo e da molte parti si esprimono sulla filosofia politica impersonata da D'Alema - e dal resto della leadership del Centrosinistra. Ma dissento decisamente dall'idea che D'Alema sia uno sconfitto. Gli sconfitti dell'ultimo ventennio (oltre agli italiani tutti, e oggi anche gli europei, che cominciano ad assaggiare l'amaro sale dei costi di questa devastazione) siamo noi, noi che costituiamo quella metà, e oltre, del paese che, da subito, aveva capito che non potevamo essere governati dalla ghenga che ha fatto i primi soldi derubando una ricca orfana indifesa e malata, continuando poi alla grande senza alcun limite e ritegno. Sconfitto è Prodi, con i pochi altri che si sono opposti al berlusconismo, continuando a operare per una Italia diversa e civile. Sconfitto è Fini che, sia pur tardivamente, ha cercato invano di costituire una destra vagamente legalitaria e quanti altri che condividevano progetti simili, alcuni sperando, con maggiore o minore buona fede e perspicacia, che Berlusconi e Bossi fossero gli araldi di tale "destra moderna" (ammesso e non concesso che questa dizione non sia, come io penso, un ossimoro). Ma d'Alema sconfitto non è: è uno dei vincitori, in questa era, vincitore per sé e per i suoi, alla grande, certo non per noi, ma pur sempre vincitore.
Lo storico futuro che guarderà a questo periodo troverà facilmente tre nomi che se la sono passata straordinariamente bene: Berlusconi, Bossi e D'Alema. Più una pletora di berluschini e dalemini che si sono divisi la torta durante il ventennio. Davvero d'Alema ha fatto qualcosa di percepibile e decisivo per contrastare Berlusconi e il suo regime? Qualche eroica battaglia in Parlamento e nel Paese? E quando? L'unica Grande Impresa, miseramente fallita, è stato il tentativo di fare un accordo con, non una battaglia contro il Caimano. Ogni mobilitazione è stata annacquata, assopita e disprezzata, come raccomandava il famoso preside del Maestro di Vigevano «quieta non movere, mota quietare». Chi si agitava veniva subito tacciato di «antiberlusconismo», «estremismo» e comunque di insipienza politica («Non possiamo raccontarci queste storie tardo-sessantottesche»). Perché, in vent'anni, la sola sapienza politica tollerata è stata quella di arrovellarsi su una equazione irresolubile, come quelle della quadratura del cerchio o del decimo problema di Hilbert, e cioè come fare una politica (e proiettare una immagine) sufficientemente di destra per conquistare l'elettorato di centro. Filosofia politica espressa con il massimo della lucidità da uno dei suoi maggiori teorici quando ha proposto ai milanesi di candidare contro la Moratti l'ex sindaco Albertini (a suo tempo personalmente scelto da Silvio Berlusconi con molta intelligenza politica, beninteso come candidato della destra).
Ma questa politica dell'acqua nel mortaio, che dura ancora oggi, nonostante importanti segni di cambiamento nel paese, la obbrobriosa agonia del berlusconismo e la catastrofe economica incombente, non è frutto di insipienza o ingenuità: è frutto di calcolo, perché ha permesso a D'Alema e a buona parte della dirigenza politica nazionale e locale del Centrosinistra, di prosperare serenamente per vent'anni, facendo i propri affari e accumulando potere.
Non mi riferisco qui ad affari sporchi, anche se dalla famosa battuta di Guido Rossi su Palazzo Chigi come merchant bank in poi i segni inquietanti si sono moltiplicati; non ho le conoscenze e la competenza di un Travaglio e non è comunque questo il profitto di cui parlo. Il profitto è tutto politico, finché c'è Berlusconi e fin che è in atto una sorta di drôle de guerre in cui si fa finta di combattere, ma tutte le volte che il regime è in difficoltà invece di suonare l'assalto si suona la ritirata (last but not least l'astensione sulle Province), non c'è bisogno di dire agli italiani cosa si farebbe se si va al governo, soprattutto, dio non voglia, se sull'onda di una ondata di indignazione popolare.
È una opposizione che disprezza (e teme) i movimenti e la società civile contrapponendoli ai partiti, come fa appunto D'Alema con sussiegosa altezzosità nel discorso di Gargonza. «Io non conosco questa cosa, questa politica che viene fatta dai cittadini e non dalla politica. La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali. E finora questo momento non si conoscono società democratiche che hanno potuto fare diversamente». Come è avvenuto per molte altre affermazioni apodittiche di questo leader, del tipo «La Lega è una costola della sinistra», anche questa cozza sonoramente contro l'evidenza dei fatti, ma che importa? Qualsiasi leader politico che avesse accumulato come D'Alema una serie tanto significativa di incontri poco felici con la realtà, si considererebbe sconfitto e, anche senza ritirarsi a vita privata, manifesterebbe qualche segno di umiltà; se però non fosse intimamente e fermamente convinto - e credo proprio che sia così - di essere lui il vero vincitore.
Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell'Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti «fondamentali» dell'economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano: ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).
Il problema è che non sanno che altro dire. Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare, sarebbe meglio che anche lui - e non solo lui - studiasse meglio il problema. Perché non c'è solo la Grecia, né solo gli Stati membri più deboli - i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l'Italia: PIIGS - a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po' deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l'ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitave easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l'economia mondiale per sessant'anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d'Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell'Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, «bolle» finanziarie. Ben scavato vecchia talpa, direbbe Marx. Se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c'è «aria di crisi». C'è un uragano in arrivo. Per mesi gli economisti hanno trattato Tremonti come un baluardo contro il default del paese: solo perché lui sostiene di esserlo. Ma è un ministro - il secondo della serie - che non si accorge nemmeno che la casa dove abita viene pagata, vendendo cariche pubbliche a suon di tangenti, da una persona con cui (e con la cui compagna) lui lavora da anni gomito a gomito. Affidereste a quest'uomo i vostri risparmi?
Qualcuno però ha trovato la soluzione: azzerare tutto il deficit pubblico subito. "Lacrime e sangue" ora e non tra due anni: così Perotti e Zingales sul IlSole24ore di sabato scorso. Tagliare subito pensioni, sussidi alle imprese, costi della politica; e giù con le privatizzazioni. Che originalità! Segue un bell'elenco di "roba" - aziende e servizi pubblici - da vendere subito (per decenza non hanno citato anche l'acqua). Per le manovre "intelligenti", aggiungono gli autori, non c'è tempo. Infatti la loro proposta non è una manovra intelligente. Intanto, in queste condizioni, vendere vuol dire svendere. E azzerare il deficit non è possibile, perché poi, anche se non si emettono nuovi titoli, bisognerà rinegoziare quelli in scadenza; i tassi li farà la finanza con le sue società di rating; e non saranno certo quelli di prima. Così il deficit si ricrea di continuo, in una rincorsa senza fine. Prima o dopo il default arriva. Naturalmente, per mettere alle corde pensionati, lavoratori e welfare, e svendere il paese, ci vuole il "consenso", ci avvertono gli autori. Per loro il consenso è il "coinvolgimento dell'opposizione". Forse ci sarà; ma non servirà a niente.
Perché il consenso è un'altra cosa: è il coinvolgimento delle donne e degli uomini che hanno animato l'ultima annata di resistenza nelle fabbriche, di mobilitazioni nelle piazze, di occupazione di scuole e università, di campagne referendarie, di elezioni amministrative, di processi molecolari per ricostruire una solidarietà distrutta dal liberismo e dal degrado politico, morale e culturale del paese. E' il popolo degli indignados, che ormai, con i nomi e le proposte più diverse, ha invaso la scena anche in Italia: forse con una solidità persino maggiore, dovuta a una storia più lunga, che risale indietro nel tempo, fino al G8 di Genova; e forse anche a prima. Un popolo che quel consenso non lo darà mai.
Se per Perotti e Zingales il problema è "far presto", per altri economisti continua invece a essere la crescita: non quella che permette di ricostituire redditi e occupazione strangolati; ma quella necessaria per ricostituire un "avanzo primario" nei conti pubblici, con cui azzerare il deficit e cominciare a ripagare il debito ai pescecani della finanza internazionale; ben nascosti dietro chi ha investito in Bot qualche migliaia di euro. Questi economisti li rappresenta tutti Paolo Guerrieri sull'Unità del 10.7: "Il paese è fragile - spiega - ma la ricetta per la crescita la conosciamo tutti". E qual è? "Concorrenza, nuove infrastrutture (il Tav?), ricerca (di che?), liberalizzazione (forse voleva dire "privatizzazione") dei servizi (anche dell'acqua?). Cose che sappiamo - aggiunge - ce l'hanno consigliate tutti". Paolo Guerrieri ha appreso questa ricetta dall'economia mainstream e probabilmente continuerà a insegnarla ai suoi allievi per tutto il resto della sua vita. Pensa che per tornare alla crescita, che per lui è la "normalità", basti premere un bottone; perché il disastro attuale è solo una sua momentanea interruzione: non si sa se dovuta agli "eccessi" della finanza o all'inettitudine di Berlusconi.
Ma le cose non stanno così. In un mondo al cappio, è la finanza internazionale che fa le "politiche economiche". Quelle che vedete. Gli Stati non ne fanno più; o ne fanno solo più quel poco che la finanza gli permette di fare; a condizione di poter continuare a speculare e a mandare in malora il pianeta. Anche "la crescita", ormai, le interessa solo fino a un certo punto; se non c'è, poco male: per lo meno finché restano pensioni, salari, welfare, servizi pubblici e beni comuni da saccheggiare. Non è la prima volta nella storia che questo succede. Anche Luigi XIV, il Re Sole, diceva: dopo di me, il diluvio.
Adesso sta a noi - a tutti gli "indignati" che non accettano questo stato di cose e questo futuro - ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere - itinerari mai tracciati - per realizzarli. E tutto in un mondo che sarà sempre più - e a breve - cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all'occupazione militare della Valle di Susa per imporre il "loro" modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la "loro" gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.
Un programma per realizzare quel progetto oggi non c'è; e non c'è il "soggetto" - per usare un'espressione ormai logora - per elaborarlo e portarlo avanti. Non a caso. Perché è un programma irrinunciabilmente plurale; che può nascere solo dal concorso di mille iniziative dal basso, se saranno in grado di tradursi in proposte che consentano un coordinamento e se avranno la capacità di imporsi con la forza della ragione e dei numeri. Ci aiuta il fatto che per ciascuno di noi l'agire locale è sempre orientato da un pensiero globale. L'opposto di quello che fanno i Governi e le forze che li sorreggono. Provocano disastri globali in nome di convenienze dettate da un meschino pensiero locale. La disfatta delle cosiddetta governance europea non è altro.
Tra i criteri ispiratori della nostra progettualità c'è innanzitutto un salto concettuale: nell'era industriale lo "sviluppo" economico è stato promosso e diretto dall'aumento della produttività del lavoro. Che è andata talmente avanti che oggi è praticamente impossibile misurare il valore di un bene con la quantità di lavoro che esso contiene, anche se ci sono ancora - e sono tanti - dinosauri come Marchionne che lasciano credere di poter battere la concorrenza tedesca o cinese rubando agli operai dieci minuti di pausa, qualche ora di straordinario, o qualche giorno di malattia. Tutto ciò è avvenuto a scapito dell'ambiente e delle sue risorse, saccheggiate come se non avessero mai fine. Da ora in poi, invece, si tratta di valorizzare le risorse ambientali e renderle sempre più produttive: con la condivisione, la sobrietà, l'efficienza, il riciclo, le fonti rinnovabili, la biodiversità (ecco un modo di distinguere la ricerca che vogliamo dalle vuote declamazioni in suo favore). Perché è dall'uso più accorto delle risorse che dipenderà anche la produttività del lavoro, che non può più essere misurata in giorni, ore, minuti e secondi; ma solo con il grado di cooperazione e condivisione che quell'uso saprà sviluppare.
guidoviale@blogspot.com
Il reportage è un genere caduto in disuso: troppa fatica costruire un percorso coerente e solido, rinunciare all’effimero per un’unica, costante idea di fondo, macinare chilometri, accumulare materiali e interviste, per poi trasformare il tutto in una forma compiuta. Soprattutto, troppa fatica partire da domande vere, piuttosto che da pretesti per ribadire le proprie certezze. Anche per questo al reportage, all’inchiesta sul campo, allo scavo e al «carotaggio» è andata sostituendosi la scorciatoia dell’invettiva e della denuncia, il moralismo consolatorio, oppure il travestimento, reale o simbolico, con cui penetrare occasionalmente in situazioni ritenute altrimenti impenetrabili.
Land grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo (minimum fax, pp. 244, euro 15), l’ultimo libro di Stefano Liberti – giornalista del manifesto già vincitore del premio Montanelli per A sud di Lampedusa – restituisce dignità al genere. Perché costruito nel tempo, lasciando che i materiali fossero filtrati dal setaccio narrativo, e perché rivendica la parzialità di uno sguardo: quello di chi rinuncia in modo esplicito all’esaustività, per proporre un percorso persuasivo proprio perché declinato secondo una prospettiva personale, intorno alla consapevolezza che, se qualche interpretazione si può dare di «un fenomeno destinato a cambiare gli equilibri di buona parte del Sud del mondo», può venire solo «dai dati raccolti sul campo».
Governi complici o inetti
Quello di Liberti è dunque un viaggio. Che comincia ad Awassa, nel cuore della Rift Valley, trecento chilometri a sud di Addis Abeba, in un pezzo di quell’Etiopia che è diventata la «meta di businessmen e avventurieri provenienti da mezzo pianeta » da quando, nel 2007, il governo locale ha «lanciato un piano di affitto a lungo termine di una parte dei suoi terreni a investitori intenzionati a farli fruttare». Una politica attuata senza alcuna discussione pubblica, con l’obiettivo di «riempire le casse dello stato di denaro straniero da reinvestire», e prontamente accolta da quei paesi (in primis quelli del Golfo) ricchi di liquidità ma poveri di cibo: di fronte alla crisi del 2007/2008, agli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari di base e ai meccanismi protezionisti e al blocco delle esportazioni adottati dai paesi produttori, questi paesi hanno voluto «garantirsi a qualunque costo la sovranità alimentare» attraverso una esternalizzazione controllata, producendo il necessario ma su terre altrui, più fertili e a basso costo.
Per farlo, come denuncia YefredMyenzi, direttore di HakiArdhi, un centro di ricerca che si occupa di diritto alla terra a Dar es Salaam, capitale della Tanzania, occorrono però governi complici o inetti,ministri dell’Agricoltura disposti a trasformarsi in piazzisti per affittare terre preziose a meno di un dollaro l’ettaro (in alcuni casi anche gratis, per un certo periodo), pur di assicurarsi l’«investimento internazionale ». Che può venire anche da fondi speculativi, grandi multinazionali, fondi pensione, da tutti quegli attori finanziari che dopo il crollo del sistema economico del 2007/2008 hanno iniziato prima a investire nei «beni rifugio», le commodity (grano, riso, mais, soia), per poi puntare verso «qualcosa di ancora più tangibile delle materie prime alimentari: la terra, il bene primario per eccellenza, l’investimento redditizio e sicuro».
Il viaggio di Liberti tocca così anche le stanze ovattate dei lussuosi hotel di Ginevra dove si riuniscono «uomini d’affari, operatori dell’industria, gestori di strumenti finanziari interessati a lanciarsi nel settore dell’agricoltura», oltre che i concitati pit, i «pozzi» del grattacielo di Jackson Bouvelard che ospita il Chicago Board of Trade, la borsa merci di Chicago dove, ogni giorno, «si scambiano più di dieci milioni di contratti al giorno» e «si decide il valore di quei prodotti di base che definiscono il prezzo del cibo in tutto il pianeta ». Per operatori finanziari e governi autoritari, le terre da cui viene quel cibo sono vuote, inutilizzate, sottosfruttate. Eppure su quelle terre ci sono uomini e donne in carne e ossa: per esempio gli abitanti del villaggio di Muhaga, un centinaio di casette di legno nel distretto di Kirawase, 70 chilometri a sud di Dar er Salaam, espropriati con l’inganno e promesse non mantenute; oppure gli indios guaraní del Mato Grosso do Sul, nell’estremo occidente del Brasile, una zona «letteralmente assediata dalle grandi piantagioni di soia», costretti a vivere in una riserva di 3500 ettari.
Perché quello del land grabbing, scrive Liberti, «è soprattutto un grande inganno nei confronti dei contadini», una «forma moderna di neocolonialismo», una battaglia tra contadini e capitale, il cui esito determinerà «i contorni del pianeta in cui ci troveremo a vivere nel corso del XIX secolo »: da una parte le «economie di scala», l’aumento della produttività, la conquista dei mercati esteri, la piantagione estensiva a monocultura, i grandi gruppi dell’agrobusiness, dall’altra i contadini, che puntano alla sovranità alimentare, alla stabilità ecologica, alla diversità rurale e produttiva, all’equa distribuzione delle terre. Si tratta «di modelli opposti, sia dal punto di vista pratico che ontologico», «di uno scontro tra concezioni diverse del territorio e dello sviluppo».
Congedarsi dall’industrialismo
L’accaparramento delle terre «interroga un modello di sviluppo – quello dell’aumento della produttività a ogni costo – che è anche un modello culturale», scrive Liberti. E proprio al modello culturale dello sviluppo e del «produttivismo» è dedicato Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa (Edizioni Ambiente, pp. 480, euro 28, trad. Maria Telma Fiore Unland, Paola Zanacca). Un libro redatto da un’equipe di 30 ricercatori del Wuppertal Institut coordinati da Wolfgang Sachs e finanziato dalla maggiore associazione ambientalista tedesca, il Bund, insieme alle due istituzioni della Chiesa evangelica per la Cooperazione allo sviluppo, come ricorda Marco Morosini, che ne ha curato l’edizione italiana. Un libro importante e necessario, perché analizza le conseguenze dell’industrialismo produttivista che ha governato politiche economiche, immaginario simbolico e orientamenti culturali negli ultimi duecento anni, e propone vie d’uscita praticabili.
Di fronte alla «patologia strutturale della società industriale, cioè alla sua dipendenza da materie prime finite e, se usate in modo massiccio, incompatibili con l’integrità della natura», ci sono infatti due vie: proseguire con il tradizionale paradigma fossile-centralistico, che prevede «enormi capitali, grandi strutture, prevalenza di petrolio, carbone, gas naturale ed energia atomica e l’obiettivo di una maggiore offerta d’energia», oppure invertire la rotta, per un’economia solare, decentrata e interconnessa, che avvii la transizione verso un’era postfossile basata sulla combinazione tra dematerializzazione (efficienza), compatibilità ambientale (biocoerenza) e autolimitazione (sufficienza). Perché qualunque ricorso all’efficienza energetica, qualunque razionalizzazione intelligente dei mezzi è inutile, se non si accompagna anche all’interrogativo, ormai inelubidile, sul «quanto basta?», sui fini, sui limiti che dobbiamo porci.
Una tragedia contemporanea
In questo senso, abbandonare la concezione dell’industrialismo del XIX secolo, secondo cui la produzione richiede un flusso sempre crescente di materiali, vuol dire non solo gestire il metabolismo di materiali tra l’economia e la natura – in modo che «la capacità rigenerativa della natura rimanga intatta nel tempo» –ma occuparsi anche della distribuzione dei beni naturali nella società globale. Interrogarsi, dunque, piuttosto che sulla crescita, sulla distribuzione. E prendere atto di due elementi: da un lato che «non si potrà salvaguardare la biosfera senza congedarsi dalla posizione d’egemonia del Nord nella politica mondiale», dall’altro che la civiltà euro-atlantica, deve il suo sviluppo a circostanze storiche uniche, riconducibili all’accesso improvviso al carbone e alle materie prime biotiche delle colonie, alla «mobilitazione di risorse dalle profondità del tempo geologico e dalla vastità dello spazio geografico», in altri termini allo sfruttamento della cesura economicamente e ecologicamente decisiva tra economica organica ed economia minerale.
Quelle condizioni, però, sono oggi irripetibili, e sta proprio qui «la tragedia dell’attuale momento storico: l’immaginario dei paesi emergenti si ispira alla civiltà euro- atlantica, ma i mezzi per la sua realizzazione non sono più a disposizione». Occorre quindi rompere l’incantesimo del mimetismo «socio-industriale», rinunciare all’economia da rapina ecologica e sociale, «dare una nuova direzione al progresso economico e tecnico, trasformare tecnologie, rapporti organizzativi e abitudini », infrangere l’alleanza tra indifferenza e interessi e rispondere agli imperativi della «missione cosmopolita dell’ecologia: consentire più giustizia globale senza rendere la Terra ospitale».
Giustizia globale in una Terra ospitale è l’obiettivo condiviso anche da Susan George, attivista altermondialista, presidente del board del Trasnational Institute di Amsterdam, che in Whose Crisis,Whose Future (Polity Press, pp. 212) torna a criticare aspramente la natura predatoria del capitalismo neoliberista, che è riuscito a sottomettere il pianeta, le società, l’economia agli interessi della finanza. E che ha edificato mura di ingiustizia: da quelle della povertà e della disugualianza crescenti sia al Nord che al Sud a quelle che impediscono l’accesso alle risorse fondamentali per buona parte della popolazione.
Secondo la George, la crisi economico-finanziaria non è che la manifestazione più evidente dell’implosione del modello imposto dalla «classe di Davos», ma è anche un’occasione per abbattere quelle mura. Come farlo? Capovolgendo la gerarchia stabilita dal neoliberismo: se nell’ordine neoliberista alla finanza spetta occupare la «sfera concentrica» più ampia, che include a sua volta l’economia, le società e per finire e in ordine decrescente il pianeta, occorre ri-attribuire al pianeta la priorità gerarchica, sottoponendogli la società, l’economia e, infine, la finanza.
Per un keynesianesimo verde
L’operazione non è facile, ma la crisi è l’occasione per intraprendere e finanziare una conversione verde – simile «agli sforzi fatti dagli Alleati per vincere la seconda guerra mondiale» –, un nuovo keynesianesimo che incoraggi gli investimenti nell’industria eco-friendly, nelle energie alternative, nella produzione di materiali leggeri, nel trasporto pubblico efficiente e pulito, nella ricerca e nello sviluppo. Lo si può fare, sostiene Susan George, convincendo la classe politica che la trasformazione ecologica paga in termini politici, e mettendo in campo una narrazione convincente, un mito: «non una bugia, una leggenda o una fiaba, ma la grande narrazione che un mondo disincantato chiede a gran voce»