Nell'ottantesimo anniversario dell'avvio del New deal, cui il dibattito attuale sulla "uscita dalla Grande Crisi" rinvia spesso, il nostro collaboratore ci invia xquesto scritto. Anche se di esso, e sul significato di quella scelta politica, ci piacerebbe che si aprisse un dibattito. Magari come avvio di un dossier da aggiungere alle nostre"pagine di storia"
Rigurgiti di consumismo sfacciato si alternano con la disperazione di milioni di disoccupati pieni di debiti; l'agricoltura è allo sbando, con i silos pieni di cereali e di cotone che nessuno compera e con le famiglie rurali alla fame; il divieto di consumo degli alcolici ha dato vita a bande criminali organizzate di spacciatori, di distillatori clandestini di alcol, di importatori di bevande alcoliche che prosperano con la copertura della diffusa corruzione di funzionari e uomini politici.
L'America lasciata da Hoover non era soltanto quella delle banche e delle borse dissestate, del debito pubblico avanzante, ma si presentava con il suolo impoverito da decenni di sfruttamento, esposto all'erosione dovuta alle piogge e al vento, con le foreste devastate da incendi, con paesi e città senza fogne e senza discariche dei rifiuti, con città violente e inquinate, solcate da lunghe code di disoccupati pieni di debiti. Nell'America ereditata da Roosevelt era crollata la produzione di acciaio, di alimenti, di automobili, di petrolio. I negozi contenevano merci contaminate con residui di pesticidi e con sostanze velenose, al punto che due giornalisti, Kalleth e Schlink, potevano scrivere un libro di successo, intitolato: "Cento milioni di cavie", per denunciare le frodi alimentari.
Roosevelt aveva impostato la sua campagna promettendo un nuovo patto, un "nuovo corso"--- il "New Deal" --- per sconfiggere depressione e sfiducia, e cominciò il suo discorso di investitura con le celebri parole: "L'unica cosa di cui si deve avere paura è la paura stessa". Gli eventi di quel 4 marzo 1933, raccontati da Arthur Schlesinger nei tre volumi del libro: "Il New Deal", pubblicati da Il Mulino nel 1959-65, ritornano alla mente in questi primi turbolenti anni del XXI secolo, perché forse le azioni politiche --- nei settori dell'agricoltura, della produzione industriale, delle merci, dell'ambiente --- dell'amministrazione Roosevelt negli anni trenta del Novecento potrebbero suggerire qualche idea sulle cose da fare per lanciare un vero nuovo corso politico ed economico nel nostro paese.
Roosevelt e le risorse naturali
Tutte le competenze nel campo delle risorse naturali --- acqua, foreste, difesa del suolo, opere pubbliche, urbanistica, parchi, miniere, rifiuti, eccetera --- furono concentrate in due ministeri, quello dell'agricoltura e quello dell'interno, affidati a due persone, H.A. Wallace e Harold L. Ickes, singolari come competenze e devozione al loro mandato.
E quanto sia opportuna una politica coordinata nel campo delle risorse naturali lo dimostrano la lentezza e l'inefficacia delle azioni dei nostri governi, sparpagliate fra le competenze dei ministeri dell'ambiente, delle infrastrutture, dell'agricoltura, dell’economia, continuamente mutevoli non solo per il succedersi delle persone e dei funzionari e dei nomi, uniti solo nella mancanza di una linea politica, dispersione comoda al fine di moltiplicare uffici e appalti, ma catastrofica per la difesa della natura e dell'ambiente.
Acqua
Gli anni che precedettero la vittoria di Roosevelt erano stati caratterizzati da un seguito di siccità e di degrado del suolo. I lavori intrapresi dalle amministrazioni precedenti per la regolazione del corso dei fiumi andavano a rilento: era stata completata soltanto la grande diga Hoover sul Colorado.
La nuova amministrazione affrontò subito il problema della regolazione del corso dei fiumi. L'aumento e la razionale utilizzazione delle risorse idriche, la lotta alla siccità e all'erosione, potevano essere condotti soltanto per grandi bacini idrografici: poiché questi si stendevano attraverso i confini di vari stati, le relative opere erano di competenza e responsabilità federale.
Uno dei più grandi fiumi e bacini idrografici del Nord America è il Tennessee che scorre dalle montagne innevate ai campi esposti all'erosione, fino a immettersi nell'Ohio poco prima che questo si getti nel Mississippi. Sul Tennessee erano state costruite, durante la prima guerra mondiale, delle dighe per la produzione dell'energia idroelettrica che serviva a produrre acido nitrico sintetico per l'industria degli esplosivi.
Il governo del New Deal decise di affrontare la regolazione delle acque della valle del Tennessee costruendo una serie di dighe e di centrali idroelettriche, realizzando la prima industria elettrica di proprietà del governo federale. Il 18 maggio 1933, due mesi dopo l'insediamento di Roosevelt alla Casa Bianca, fu creata una speciale agenzia, la Tennessee Valley Authority, il più noto esempio di pianificazione territoriale e industriale del New Deal. La costruzione delle dighe attirò nella zona lavoratori disoccupati da tutta l'America; fu rettificato il corso del fiume, furono fatte opere per fermare l'erosione del suolo e per il rimboschimento delle valli.
L'elettricità "governativa" permise di alimentare fabbriche, pure di proprietà del governo federale, per il trattamento dei minerali fosfatici e per la produzione di concimi: concimi di stato da distribuire agli agricoltori a prezzi politici per ridare fertilità alle terre impoverite dall'erosione. Curiosamente il New Deal fece uscire l'America dalla crisi, fra l'altro, con iniziative di "nazionalizzazione" proprio in direzione contraria alla privatizzazione delle industrie statali e delle imprese pubbliche che si pratica oggi in Italia.
Boschi e occupazione
Lo stato di erosione del suolo dell'America richiedeva interventi immediati e le opere di regolazione del corso dei fiumi sarebbero state vanificate se non fossero state accompagnate da una vasta azione di rimboschimento delle valli. Roosevelt aveva sottolineato, fin dalla campagna elettorale, l'importanza delle foreste. Gli alberi --- disse --- trattengono la terra fertile sui declivi e l'umidità del suolo, regolano il fluire delle acque nei ruscelli, moderano i grandi freddi e i grandi caldi: sono i "polmoni" dell'America perché purificano l'aria e danno nuova forza agli Americani.
Il 14 marzo 1933, dieci giorni dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Roosevelt predispose un grande progetto per impiegare un esercito di giovani disoccupati al lavoro nelle foreste. Nell'estate del 1933 300.000 americani, celibi, dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie assistite, organizzati nei Civilian Conservation Corps, erano nei boschi, impegnati nei lavori di difesa del suolo che da molti anni erano stati trascurati.
Negli anni successivi, in varie campagne, due milioni di giovani lavoratori, complessivamente, piantarono 200 milioni di alberi, ripulirono il greto dei torrenti, prepararono laghetti artificiali per la pesca, costruirono dighe, scavarono canali per l'irrigazione, costruirono ponti e torri antincendio, combatterono le malattie dei pini e degli olmi, ripulirono spiagge e terreni per campeggi.
Nell'aprile 1935 fu creato il Soil Conservation Service col compito di difendere il suolo, anche se era di proprietà privata, per conto della collettività.
Terreni demaniali
All'inizio del New Deal l'America aveva ancora vasti terreni demaniali; nei decenni precedenti il governo non aveva esitato a vendere a prezzi irrisori molti terreni di proprietà federale a chi voleva aprire miniere, installare pozzi petroliferi, utilizzare i pascoli. Nelle terre demaniali residue gli allevatori dell'ovest da sempre avevano portato a pascolare il bestiame senza alcun controllo nè pagamento, con la conseguenza che l'eccessivo pascolo aveva distrutto l'erba e aveva fatto avanzare l'erosione e il deserto.
Nel 1933 il governo decise di far pagare un affitto a coloro che usavano risorse naturali --- pascoli o miniere --- demaniali e di fermare la svendita dei terreni collettivi. Ancora una volta un’azione che va in direzione esattamente contraria a quella, in corso in Italia dalla fine del Novecento, caratterizzata proprio dalla svendita ai privati dei beni collettivi, come sono gli spazi demaniali o le terre soggette a usi civici.
Agricoltura e materie prime
Nell'America della grande crisi c'era sovrabbondanza di raccolti ma prezzi così bassi che gli agricoltori soffrivano la fame. L'erosione del suolo dovuto alle acque e al vento aveva spinto milioni di piccoli proprietari o affittuari ad abbandonare le proprie terre per andare a lavorare come miserabili salariati nelle terre ancora fertili. Le grandi compagnie finanziarie compravano a prezzi stracciati i terreni dei piccoli coltivatori soffocati dai debiti. La drammatica situazione è descritta, fra l'altro, nel libro "Furore" di Steinbeck, del 1939, da cui l'anno dopo fu tratto un celebre film.
Il 12 marzo 1933 il governo Roosevelt propose una serie di incentivi finanziari intesi a trattenere nei campi i piccoli coltivatori e a difendere i prezzi. "Distruggere un raccolto va contro i migliori istinti della natura umana", sosteneva il ministro dell'agricoltura Wallace, e così furono organizzate le distribuzioni, alle classi meno abbienti e povere urbane, di cibo acquistato dal governo e furono incentivati i mezzi per risollevare il mercato.
Fra questi ultimi va ricordato lo sforzo per la utilizzazione industriale dei prodotti e sottoprodotti agricoli. La chimica avrebbe avuto un ruolo fondamentale e William Hale coniò il termine "chemiurgia" per indicare le tecniche capaci di trasformare le materie di origine agricola, zootecnica e forestale in merci: dall'alcol etilico, da usare come carburante e come materia prima per la gomma sintetica, alla cellulosa e alle proteine per ottenere fibre artificiali, dall'amido alle materie plastiche. Le stesse proposte odierne di manufatti di plastica "ecologica", a base di amido, erano già state elaborate negli anni trenta del secolo scorso. Il successo delle merci ottenute dal petrolio ha oscurato un insieme di realizzazioni che ancora oggi potrebbero dare lavoro e reddito all'agricoltura.
Il Dipartimento dell'agricoltura fin dal 1933 creò una rete di stazioni di sperimentazione che furono all'avanguardia nelle tecniche di chemiurgia e incoraggiarono nuove coltivazioni e industrie. Furono studiate nuove materie agro-industriali, che sono state "riscoperte", alla fine del Novecento, alla luce dell'ecologia: dalle cere ricavate dalla jojoba, alla gomma guayule, dalle fibre tessili cellulosiche naturali ottenute da ginestra, canapa, yucca, a nuove materie cellulosiche industriali, eccetera.
In questo periodo venne lanciata la campagna per ridare orgoglio agli agricoltori, ridivenuti consci del ruolo primario del loro lavoro: "I'm proud to be a farmer" (Sono orgoglioso di essere un agricoltore), si leggeva nelle fattorie in quegli anni. Questo orgoglio era indispensabile per coinvolgere gli agricoltori nelle opere di difesa del suolo, di rimboschimento, di innovazione nelle colture.
La lotta alle frodi
Il Dipartimento dell'agricoltura assunse anche un ruolo vigoroso nella lotta contro le frodi. Proprio come nel 1906 il libro: "La giungla" dello scrittore Upton Sinclair aveva denunciato le drammatiche condizioni di lavoro nelle grandi fabbriche di carne in scatola, il libro: "Cento milioni di cavie" denunciava i pericoli per la salute di molti prodotti alimentari, medicinali, cosmetici. Uno degli autori, F.J. Schlink, pochi anni prima aveva fondato la Consumers' Research Inc., per effettuare analisi delle merci nell'interesse dei consumatori, che cominciarono a diventare soggetti e protagonisti politici.
Tugwell, sottosegretario all'agricoltura del governo Roosevelt, subito nella primavera del 1933 decise di abbassare da 1,3 a 0,9 milligrammi la massima quantità di arseniato di piombo, un antiparassitario, tollerata negli alimenti. La Food and Drug Administration, una agenzia del Dipartimento dell'agricoltura fino allora sonnacchiosa, organizzò, per ordine di Tugwell, una mostra delle frodi e dei veleni che finivano sulla tavola degli americani.
Naturalmente le proposte di riforme merceologiche incontrarono la forte opposizione dei produttori industriali e solo nel 1938 fu approvata la nuova legge sulla purezza di alimenti, cosmetici e medicinali, il Pure Food, Drug and Cosmetic Act.
La comunità e la città
Il progetto prevedeva di localizzare le fabbriche in zone aperte e distanti fra loro, di sviluppare un nuovo tipo di città industriale suburbana, resa possibile dall'era dell'automobile. Queste idee ebbero fra l'altro il sostegno di un architetto-pensatore come Lewis Mumford che, proprio nel 1934, scrisse: "Tecnica e cultura", proponendo la transizione ad una società "neotecnica", meno violenta ed inquinata.
Il programma rimase in gran parte sulla carta, ma mostra l'ambiente culturale dei primi anni dell'amministrazione Roosevelt e la vivacità degli studiosi, urbanisti, progettisti che riuscì a mobilitare. Comunque il governo del New Deal avviò un processo di bonifica urbana, opere di edilizia popolare, sia nelle città, sia nelle campagne, per eliminare le abitazioni malsane e fatiscenti e ridare così, con case adeguate, anche una dignità alle famiglie dei diseredati. Una pagina dei conflitti fra il nuovo corso urbanistico e le forze frenanti della speculazione edilizia si ha nel film "La vita è meravigliosa".
Merci e ambiente
Roosevelt capì che la crisi economica e dell'occupazione dipendeva anche dalla mancanza di un coordinamento e di pianificazione nella produzione delle merci.
Negli anni venti una scelta merceologica ispirata ad un finto moralismo aveva provocato, con il divieto della vendita di bevande alcoliche, un commercio clandestino di alcolici e quindi la crescita della più grande organizzazione criminale e di corruzione pubblica mai vista fino allora, e certamente lontana progenitrice di quella criminalità organizzata con cui ci dobbiamo confrontare oggi in Italia.
Roosevelt comprese che solo mettendo un freno a questa violenza il paese avrebbe potuto affrontare la crisi. Il lunedi 13 marzo 1933, nove giorni dopo il suo insediamento, propose una legge che autorizzava la produzione e la vendita della birra a 3,2 gradi alcolici. Il venerdi successivo la proposta era già approvata dal Congresso; non era ancora la legalizzazione delle bevande alcoliche, ma l'inizio e il segnale di una politica antiproibizionistica che diede un grave colpo alla criminalità e alla corruzione.
Il 16 giugno 1933 fu approvata la legge che creava la National Recovery Administration, un organismo con funzioni di studio e di proposta nel campo della pianificazione delle opere pubbliche e della produzione industriale. Per sconfiggere la povertà e la disoccupazione occorreva concordare con gli imprenditori orari di lavoro e salari tali da consentire la ripresa della produzione dell'industria e dei consumi delle famiglie. Le aziende che aderivano all'accordo potevano contrassegnare i loro prodotti e merci con l'"Aquila blu" ("Blue Eagle"), un marchio che assicurava i consumatori che le aziende stesse contribuivano, anche con sacrifici dei propri profitti, allo sforzo di ricostruzione del paese e che pertanto i loro prodotti andavano preferiti.
La ripresa della produzione, industriale ed agricola, assicurata dalla politica di pianificazione, diede di nuovo fiducia anche alla ricerca e all'innovazione. Attraverso una simbiosi con la ricerca universitaria, negli anni dell'amministrazione Roosevelt furono fatte alcune scoperte industriali di grande importanza. Solo per citarne alcune: furono messi a punto dei processi per la produzione della gomma sintetica partendo sia da sottoprodotti agricoli, sia da prodotti petroliferi. Furono messe a punto benzine ad alto numero di ottano che consentirono lo sviluppo dell'aviazione e dei trasporti aerei civili. Furono messi a punto processi per la produzione di fibre tessili artificiali, dalle proteine del latte, della soia e dell'arachide, dai residui della lavorazione del cotone, e furono inventate fibre tessili sintetiche destinate a rivoluzionare l'industria e il modo di vivere e di consumare di tutto il mondo, come il nylon presentato ai consumatori nel 1938.
In questa atmosfera ebbe sviluppo anche la ricerca universitaria "pura"; gli scienziati ebrei sfuggiti alle persecuzioni razziali in Europa trovarono in America non solo libertà d'insegnamento, ma anche apparecchiature e mezzi finanziari che portarono a scoperte destinate ad avere effetti lontani.
Non tutto, nell'era di Roosevelt, andò liscio. Molti progetti non furono realizzati, ma di certo l'epoca del New Deal fu un periodo di speranze e di fiducia nel futuro a cui si può guardare ancora oggi..
Il New Deal e l'Italia
Il New Deal di Roosevelt fu seguito con attenzione in Italia fin dai tempi fascisti. Gli anni trenta sono stati anni di crisi anche in Europa e in Italia e gli economisti e gli studiosi che conoscevano l'America prestarono attenzione a questo strano esperimento di pianificazione nella democrazia, di intervento dello stato nel rispetto della libera iniziativa. Non si deve dimenticare che sono gli anni della pianificazione sovietica e Roosevelt fu accusato, dalle forze conservatrici americane, di essere un comunista, o, peggio, un bolscevico.
Anche sotto l'influenza sollecitata dal New Deal americano nel 1933 fu creato in Italia l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) con fini di coordinamento e di intervento statale nei settori disastrati dell'industria.
Ma l'interesse scientifico e politico per il New Deal si fecero sentire soprattutto negli anni dopo la Liberazione, quando si trattava di ricostruire l'Italia uscita dalla guerra e di colmare gli squilibri fra nord industriale e sud agricolo. Gli intellettuali radicali e socialisti antifascisti, rientrati in Italia dagli Stati Uniti portarono la conoscenza e l'interesse per il New Deal in un'Italia rimasta, anche nella sua nuova classe dirigente, provinciale ed esclusa dal grande giro internazionale. Adriano Olivetti, con il suo movimento di "Comunità", fece conoscere in Italia le opere del New Deal e di Mumford, le nuove correnti di pensiero sulla pianificazione democratica e su una nuova urbanistica.
Al New Deal si ispirarono coloro che proposero i grandi programmi di opere pubbliche e una struttura di finanziamento e pianificazione dell'uso delle risorse naturali nel Mezzogiorno, quella che divenne poi, nel bene e nel male, la Cassa per il Mezzogiorno. Al New Deal si ispirarono coloro che, nel primo centro-sinistra, si batterono per la nazionalizzazione delle imprese elettriche e per l'estensione al ministero del bilancio di competenze anche nel campo della programmazione, con la creazione di un apposito ufficio.
A dire la verità le attività della programmazione italiana (il più celebre documento è il "progetto ottanta", predisposto alla fine degli anni sessanta) erano più attente agli aspetti economici che alla salvaguardia e alla valorizzazione delle risorse naturali o alle scelte produttive e merceologiche. Ciò forse perché la classe dominante era costituita da economisti e giuristi, più che da studiosi di agricoltura, chimici, forestali, urbanisti, ingegneri.
Immaginiamo che improvvisamente le autorità centrali e regionali mettano da parte i cavilli giuridici e "istituzionali" (dietro cui spesso si nascondono gelosie di centri di potere e di affari) ed avviino un grande programma di sistemazione delle acque, di difesa del suolo contro l'erosione, di rimboschimento. Tale programma può essere condotto soltanto nell'ambito dei bacini idrografici che devono diventare --- come del resto prescrive la legge italiana --- le nuove unità geografico-politiche in cui svolgere le azioni di pianificazione territoriale e di difesa delle risorse naturali.
In ciascun bacino idrografico la "autorità" prevista dalla legge dovrebbe predisporre opere per fermare l'erosione attraverso la pulizia e la sistemazione degli argini e del greto dei fiumi, il rimboschimento dei pendii delle valli. La forza delle acque fluenti potrebbe essere utilizzata per ottenere energia idroelettrica --- una fonte di energia rinnovabile --- attraverso la costruzione di bacini artificiali e centrali progettate non per massimizzare i profitti delle imprese elettriche, ma a fini multipli, per regolare il moto delle acque, assicurare riserve di acqua nei mesi di scarse piogge, e creare spazi per attività ricreative.
Una pianificazione di questo genere presuppone di far cessare l'appropriazione privata delle golene e delle rive dei fiumi, di regolare (e anche vietare, in certe zone) i prelevamenti di sabbia e ghiaia dal greto dei fiumi; una vera autorità di bacino dovrebbe avere il potere di intervenire sulla proprietà privata e sull'iniziativa privata quando queste assumono carattere speculativo e di rapina e danneggiano i beni collettivi.
Difesa del suolo significa soprattutto ricostruzione del manto vegetale nelle sue varie forme, attraverso il rimboschimento con alberi, la ricostruzione della macchia, attraverso tecniche colturali che impediscano l'asportazione della terra fertile e consentano la protezione e formazione dell'humus, che è l'unico modo in cui può essere rallentato il moto violento ed erosivo delle acque. La difesa del suolo presuppone una lungimirante politica di riutilizzo delle zone in cui sono state sospese o sono scoraggiate le coltivazioni agricole tradizionali. Significa una nuova cultura forestale popolare diffusa.
Eserciti di "forestali" sono stati messi, nei decenni passati, al lavoro in varie zone d'Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, spesso tollerando che gli stessi disoccupati, per poter essere ingaggiati l'anno successivo, lasciassero degradare o magari divorare dal fuoco le giovani piante.
In un New Deal italiano del XXI secolo l'agricoltura dovrebbe tornare ad essere il settore "primario" dell'economia. La libera circolazione delle merci e dei servizi in Europa e una nuova disciplina contro gli sprechi imposta dall'Unione Europea porteranno a limitare sempre più le sovvenzioni alle produzioni agricole eccedentarie. Invece di continuare a piagnucolare per ottenere la proroga delle protezioni, un New Deal agricolo potrebbe pensare ad un ritorno dell'agricoltura al suo ruolo primario nella gestione delle risorse naturali.
Le opere di razionale sistemazione delle risorse idriche e di difesa del suolo contro l'erosione potrebbero creare proprio nella collina e nella montagna disponibilità di materie prime agricole, zootecniche e forestali suscettibili di trasformazione sul posto, grazie anche a nuove fonti di energia idroelettrica, con operazioni di "chemiurgia", in nuove materie prime e merci: carburanti alternativi al petrolio (come l'alcol etilico), fibre tessili artificiali, materie prime per la produzione della carta, materiali da costruzione ottenuti dal legno, fonti di proteine alimentari. Chi sa che un giorno non si legga anche nelle case di campagna italiane la scritta: "Sono orgoglioso di essere un agricoltore" ?
Ad un New Deal di questo genere aveva del resto pensato Adriano Olivetti negli anni cinquanta del Novecento col suo progetto di integrazione della fabbrica e dell'agricoltura nelle zone povere di collina o nel Mezzogiorno; e è già avvenuto, in questa direzione, anche se in forma spontanea e non pianificata e spesso piena di contraddizioni, in certe zone (Veneto, Marche) del cosiddetto NEC (Nord-Est-Centro).
L'operazione sarebbe di particolare importanza nel Mezzogiorno e nelle isole dove solo il lavoro e la produzione agricola e industriale di merci, basata sulle risorse naturali locali, può sconfiggere la criminalità organizzata che attecchisce solo nello sconforto.
In senso contrario ad un New Deal vanno le iniziative per far abbandonare la coltivazione di grandi estensioni delle nostre colline e montagne, addirittura finanziando l'abbandono con soldi della Comunità europea; oppure i grandi insediamenti con effetti sconvolgenti sull'agricoltura, sulle acque, sulle colline, con avanzata dell'erosione del suolo.
Nel senso del New Deal andrebbe una nuova moralità nell'uso dei beni collettivi; la privatizzazione, in corso in Italia, di coste, spiagge, rive dei fiumi, spazi demaniali, non fa invece che accelerare il degrado territoriale, l'erosione delle spiagge, la distruzione delle foreste e delle dune, che sono poi le protezioni naturali dell'entroterra.
Un New Deal dovrebbe ricuperare all'uso pubblico e pianificato proprio pascoli, terre e spazi demaniali e collettivi, oggi ancora soggetti ad usi civici, le acque.La salvezza potrebbe essere cercata in un ministero delle risorse naturali, con competenze ben diverse da quelle dell'attuale ministero dell'ambiente che finisce per essere il ministero dei depuratori e delle discariche.
Un nuovo corso italiano richiederebbe il recupero della cultura e del gusto dell'urbanistica, intesa come scienza della pianificazione degli insediamenti, delle vie di comunicazione, dei modi di trasporto. Ad una politica della città e della mobilità, oggi governata dalla case automobilistiche, della compagnie petrolifere e dagli speculatori immobiliari, dovrebbe essere contrapposto un reale potenziamento dei trasporti collettivi basati non sullo spreco --- come l'"alta velocità"--- ma sui reali bisogni della popolazione, anche ai fini del decentramento delle attività produttive e dei servizi.
Un Deal Deal ecologico presuppone dei controlli e una pianificazione sulla produzione, sulla quantità e sul tipo delle merci, alla luce dei vincoli posti dalla necessità di diminuire sprechi di risorse naturali scarse, inquinamenti e rifiuti. Da qui la necessità di uffici governativi per gli standard di qualità delle merci, per il controllo di tale qualità, di uffici di analisi e di controllo contro le frodi, di attività di previsione e di scrutinio delle scelte anche legislative.
Negli Stati Uniti nel 1970 è stato creato, presso il Congresso, un ufficio per lo scrutinio tecnologico (l'Office of Technology Assessment) che avvertiva i parlamentari e il governo sugli effetti tecnici, ecologici, sociali delle scelte legislative. Ad esempio: il finanziamento di una rete ferroviaria ad alta velocità quali conseguenze può avere sul territorio, sul trasporto aereo, sulla sicurezza delle persone ? Scrutinio tecnologico è molto più della semplice valutazione dell'impatto ambientale, da noi ridotta a mascheratura di scelte prese al di fuori del Parlamento.
Infine il New Deal qui prospettato --- o sognato ? --- comporterebbe il coinvolgimento dell'Università e della ricerca in progetti socialmente ben definiti e compatibili con la difesa e la valorizzazione delle risorse naturali.
Inutile dire che i progetti sopra accennati richiedono lavoratori e specialisti dall'ingegneria all'ecologia, dall'economia alla chimica, alle scienze agrarie e forestali. Sarebbe anche questo un modo per sollecitare nei giovani laureati un senso di servizio della collettività, oggi così labile, per farli sentire, come i giovani intellettuali del 1933, orgogliosi di lavorare per lo Stato e non per un governo o per una struttura di partito e di clientele.
Nota: su due aspetti delle politiche urbane e territoriali del New Deal, in Eddyburg Archivio si vedano l'articolo di Giovanni Caudo su Rexford Tugwell regista delle nuove città, e quello di Fabrizio Bottini su Earle Draper e le prime denunce dello sprawl urbano negli anni '30
«Sullo sfondo vi sono le stesse ragioni per cui la stagionedi Berlusconi è durata così a lungo: l’incapacità della sinistra di opporreallo sfasciarsi della “prima Repubblica” proposte convincenti e riformatrici dibuona politica». La Repubblica, 21 marzo 2013
Le proposte di Bersani per uscire dalla crisi che attanaglia l'ruropa nono inefficaci, e anzi controproducenti, se non si specifica che cosa si intente per "investimenti produttivi".
Il manifesto, 20 marzo 2013
«I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso, tra le varie crisi: dell’economia, dell’Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi».
La Repubblica, 20 marzo 2013
Oggi non è così, né in Italia né in Europa: la crisi ha smascherato Stati nazione impotenti, la democrazia è ovunque in frantumi. Politici e cittadini sono scollegati, con i primi chiusi nelle loro tane e i secondi che per farsi udire vogliono contare di più. A meno di non considerarci sconfitti di guerra, oggi è più che mai tempo di esperimenti, proprio nella sfera della democrazia. È tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati. Manuel Castells, uno dei massimi studiosi dell’informazione, scrive suLa Vanguardia del 2 marzo: «O innovare o perire».
I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso, tra le varie crisi: dell’economia, dell’Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi. Tra governanti e governati c’è un deserto, e in mezzo campeggia un miraggio di rappresentanza: sono deboli i sindacati, spenti i partiti, e la stampa più che i lettori serve i potenti. Nel vuoto, però: una cittadinanza che vuole svegliarsi, sondare altre strade, ricominciare la democrazia.
Oggi l’Italia è a un bivio, scossa ma non vinta: il nuovo inizio invocato da Castells non genera un governo, i primi cambiamenti si fanno attendere. Intanto gli abitudinari gridano all’ingovernabilità. È dagli anni ’70 che si esercitano ad averne paura, a non vedere le crepe che fendono la stabilità cui dicono di anelare. In Europa abbiamo conosciuto un caso di ingovernabilità, spettacolare. È il caso dei belgi, che Grillo cita tra l’altro nel libro scritto con Dario Fo e Roberto Casaleggio (Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere 2013). Accadde in piena crisi del debito sovrano, dunque vale la pena farsi qualche idea su un evento che sorprese loro e noi.
Per 541 giorni il paese restò senza governo, fra il giugno 2010 e il novembre 2011. Ben presto si vide che non era semplice squasso tra Fiandre e Vallonia: a traballare era l’impianto stesso della democrazia rappresentativa. L’esperienza belga è istruttiva, per gli effetti negativi che ebbe ma anche per l’impeto di quelli trasformatori. Molti luoghi comuni si sfaldarono. Molte parole toccò ripescarle in soffitta: tra esse la parola riforma, che un tempo significava miglioramento (ma immediato: se no meglio la rivoluzione). Oggi vuol dire peggioramento. Il paese resse. L’ingovernabilità – lo stesso potrebbe valere per l’economia – fu letteralmente crisi: non stasi, ma occasione e svolta. Il lato negativo è palese: in assenza di governo, il re decise che per gli affari correnti sarebbe rimasto il governo battuto alle urne di Yves Leterme, democristiano. L’ordinaria amministrazione presto si rivelò poco ordinaria. I poteri del governo s’estesero, e si parlò delle insidie degliaffari correnti. L’amministrazione ordinaria servì a sventare quel che gli immobilisti considerano da sempre la mostruosa causa dell’ingovernabilità: il «sovraccarico » delle domande cittadine. Nei 18 mesi di stasi, il governo facente funzione regnò impassibile, forte di maggioranze obsolete. Approvò l’austero bilancio del 2011, gestì il semestre di presidenza europea nel 2010. Partecipò perfino alla guerra libica. In Italia, sarebbe come prolungare Monti: un risultato non ottimo, per chi ha vinto alle urne promettendo di «innovare o perire».
Gli Stati-nazione periclitano, l’Europa ancora non è una Federazione di solidarietà, e lo status quo è salvo. Il non-governo crea un potere inedito, più libero dal popolo sovrano: assai simile al pilota automatico che, secondo Draghi, protegge la stabilità dal «sovraccarico » di domande cittadine.
Ma l’esperienza belga produsse al contempo novità enormi. Cosciente che in gioco era la democrazia, la cittadinanza si mosse. Prese a sperimentare soluzioni antiche come l’agorà greca che delibera, o l’Azione Popolare auspicata da Salvatore Settis, che risale alle «actiones populares » del diritto romano: i cittadini possono far valere non un interesse proprio ma della comunità, ed essendo titolari della sovranità in democrazia, saranno loro a inventare agende centrate sul bene comune. Non c’è altra via, per battere l’antipolitica vera: il predominio dei mercati, e un’austerità che senza ridurre i debiti impoverisce e divide l’Europa.
Lo Stato siamo noi, dice M5S: è l’idea del movimento scaturito dal non-governo belga. G1000 è il nome che si diede, e nacque durante l’ingovernabilità su iniziativa di quattro persone (un esperto di economia sostenibile, un archeologo, un politologo, un’attrice). Il primo vertice dei 1000 fu convocato l’11 novembre 2011, nell’ex sito industriale Tour et Taxisa Bruxelles.
Il Manifesto fondativo denuncia le faglie della democrazia rappresentativa e suggerisce rimedi. Non si tratta di distruggere rappresentanza o deleghe (i Mille estratti a sorte delegarono le proposte a 32 cittadini – il G32 – come già aveva fatto l’Islanda per la riscrittura della Costituzione, prima discussa in rete poi affidata a un comitato di 25 rappresentanti). Non si tratta neppure di «togliere lavoro ai partiti», scrive il Manifesto. Quel che deve finire è lo status quo: la partitocrazia e – in era Internet – il giornalismo tradizionale: «In tutti i campi l’innovazione è stimolata, salvo che in democrazia. Le imprese, gli scienziati, gli sportivi, gli artisti devono innovare, ma quando si tratta di organizzare la società facciamo ancora appello, nel 2011, all’800».
È uno dei primi esempi europei di democrazia deliberativa (il Brasile iniziò nei primi anni ’90): Azione Popolare ha già una storia. Deliberare è discutere e poi decidere, e per il Manifesto del G1000 è più efficace dei referendum: «In un referendum ci si limita a votare, mentre in democrazia deliberativa bisogna anche parlare, ascoltare». Prende forma l’idea postmoderna dell’agire comunicativo, da Habermas nel 1981. Il fenomeno è continentale, non solo italiano. Avrà il suo peso, si spera, alle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014. Sarà scelto dai cittadini, si spera, il futuro capo della Commissione che siederà nella trojka dell’austerità.
È difficile sperimentare, ricominciare. Lo si vede in queste ore: Grillo ha biasimato i parlamentari 5Stelle favorevoli a Grasso, ma la successiva scelta di far decidere i suoi a maggioranza (e l’apertura a governi non partitici) innova profondamente, rispetto alla prassi di tutti i partiti di trasmettere a deputati e senatori l’indicazione su come si deve votare. È quello che Machiavelli consiglia a chi innova: «Vedere le cose più da presso», considerare «come i tempi e non gli uomini causano il disordine » (Discorsi, I-47). Anche la democrazia rappresentativa fu difficile, anche proporre nell’800 il suffragio universale. L’unica cosa impraticabile è dire no agli esperimenti, comportandosi come Adenauer da sconfitti. I veri esperimenti, quelli che usano le persone come mezzi e le Costituzioni come stracci, avvengono in Grecia, immiserita dall’austerità. O a Cipro, dove stabilità vuol dire defraudare i conti bancari dei cittadini, ricchi e no. Che altro fare, se non sperimentare quel che la cittadinanza attiva chiede si provi. Continuare a considerare un «sovraccarico» le sue domande: questa è ingovernabilità. Se il nuovo Papa torna alle origini, chiamandosi Francesco, forse anche per la politica è ora di non confondere gli ultimi coi vinti. Di tornare all’agorà di Atene, all’Azione Popolare di Roma antica.
«La similitudine di M5S e montiani è sorprendente: si sono entrambi candidati appellandosi all’antipolitica contro i partiti ed entrambi si sono comportanti come i peggiori dei partiti».
LaRepubblica, 19 marzo 2013
MOLTI cittadini hanno espresso il loro disappunto per l’anatema lanciato da Beppe Grillo contro i “traditori” che in Senato non se la sono sentita di considerare Schifani e Grasso equivalenti. Quei cittadini hanno messo il dito nella piaga di un movimento che crede che la democrazia implichi unanimità (salvo poi praticare la regola di maggioranza quando deve espellere i traditori!).
E hanno messo in luce una verità fondamentale: non ci può essere Parlamento senza libertà. Non solo libertà di parola e di associazione dei cittadini che devono poter fare campagna elettorale e tenere libere elezioni, ma anche libertà di decisione di chi siede in Parlamento. Come sanno bene i partiti, nemmeno la loro più ferrea disciplina può togliere al singolo rappresentante la libertà di decidere e votare secondo il proprio giudizio. E le espulsioni dal partito non si traducono in decadenza del mandato parlamentare. La nostra libertà come cittadini dipende da questa intraducibilità, e cioè dalla libertà dei nostri rappresentanti. Nel libero mandato sta la forza della democrazia elettorale. Senza il quale i deputati sarebbero dipendenti al servizio di un padrone che sta al di sopra dell’interesse generale.
Ha colto nel segno quel blogger che ha scritto, rivolgendosi a Grillo e alla sua minaccia di espellere chi ha votato Grasso, queste parole: “E voi sareste contro la partitocrazia? Ma è proprio questo! Limitare la libertà di scelta perché fa comodo al partito. Siete peggio dei peggiori partiti della prima repubblica. Viva la libertà di pensiero. Viva i cittadini che hanno scelto di dire no al padrone del partito. Così hanno reso un servizio allagente”.
La libertà dei rappresentanti si incontra con quella dei cittadini e,
se la prima viene meno, anche la seconda è violata. Il mandato libero, ripetiamolo a chi ne ha dato una definizione distorta e sbagliatissima, non serve a dare all’eletto la libertà di saltare i fossi e passare da uno schieramento a un altro — se questo avviene, non si deve concludere che la norma è sbagliata. Ad essere “sbagliato” – nel senso di eticamente riprovevole – è il comportamento del deputato. Ma meglio rischiare queste violazioni (e, se necessario, lasciare che la legge le punisca se il salto è stato pagato con moneta sonante) che volere una violazione fatale: quella che ci sarebbe se non ci fosse mandato libero.
La libertà di essere responsabili di fronte ai cittadini significa anche rendersi conto chi siede in Parlamento è come un pezzettino del popolo sovrano e che, quando si trova a dover decidere su questioni istituzionali, dovrebbe ragionare mettendosi dal punto di vista dell’interesse generale, ovvero del “come se” al suo posso ci fosse il popolo tutto. Un processo che potrebbe sembrare astratto, ma non lo è perché tutti noi siamo capaci di ragionare mettendoci dal punto di vista degli altri, anzi di tutti. Questa visione larga del giudizio politico che ci consente di pensare a noi come parte di un tutto grande è alla base della nostra capacità di cittadinanza. Il parlamentare si identifica certamente con una bandiera ma sa che perfino mettendosi dal suo punto di vista può riuscire a vedere il tutto, il generale. Un po’ come avviene con la prospettiva pittorica: certo, diversi punti di vista ci danno diverse visioni dello stesso luogo. Diverse idee politiche, anche opposte, ci portano a vedere una stessa cosa da diverse angolature e però sappiamo che si tratta della stessa cosa. Il disonesto non diventa onesto se visto da una diversa prospettiva. E quando si impongono scelte istituzionali (come quelle che portano all’elezione dei presidenti di Camera e Senato), scelte che dovrebbero interrogare proprio quel giudizio largo sull’interesse generale, questo lo si vede con facilità... a meno che l’identità di partito non faccia ombra al giudizio. È questo che Grillo si ostina a chiedere ai suoi che siedono in Parlamento. Ed è questo che ha fatto il gruppo dei montiani, del quale desta particolare stupore la decisione di votare scheda bianca. Poiché la filosofia nel nome della quale è nata la lista montiana è la competenza e l’oggettività, la dirittura morale e l’onestà, contro le ideologie di destra e di sinistra. E quindi ci si sarebbe aspettati che non decidessero per ideologia, come hanno invece fatto votando scheda bianca. La similitudine di M5S e montiani è sorprendente: si sono entrambi candidati appellandosi all’antipolitica contro i partiti (nel nome della totale trasparenza, sia essa della moralità o della verità) ed entrambi si sono comportanti come i partiti, anzi i peggiori dei partiti: con ideologia e per disciplina di partito.
M5S non un Un partito come gli altri. È una Rete. Perché è cresciuto nel tessuto dei gruppi e dei comitati locali impegnati sui temi dei beni comuni, dell’ambiente, dell’etica pubblica». Un’analisi che è anche una speranza.
La Repubblica, 18 marzo 2013
CE L’HA fatta, il Pd, a far eleggere i propri candidati alle Camere. Era tutt’altro che scontato, soprattutto al Senato. C’è riuscito perché non li ha “imposti”, ma “proposti”. Ha scelto due figure credibili e di alto profilo. Esterne al partito. Laura Boldrini, già portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati. Eletta nelle liste di Epoi Pietro Grasso. Una biografia esemplare e coerente, di lotta alle mafie. Al Senato, soprattutto, era difficile prevedere che l’elezione sarebbe avvenuta in tempi tanto rapidi. Senza negoziati né compromessi. È giunta grazie al voto di alcuni senatori del M5S, una decina almeno. Al ballottaggio fra Grasso e Schifani, non si sono sentiti di astenersi o di annullare il voto. E ciò ha suscitato sorpresa oltre a reazioni e commenti – a mio avviso – un po’ azzardati. In particolare, dopo il voto dei senatori, in contrasto con le indicazioni di Beppe Grillo, c’è chi ha pronosticato l’implosione del M5S. Incapace di assumere posizioni coerenti e unitarie. Perché vulnerabile alle logiche di corridoio e alle pressioni degli altri gruppi. Oppure, più semplicemente, perché impossibile da “governare”, per un Capo esigente ma assente, in Parlamento. Beppe Grillo, in effetti, non l’ha presa bene. A coloro che, nel segreto dell’urna, avevano votato per Grasso, ha chiesto di «trarre le dovute conseguenze ». Cioè, dimettersi. D’altronde, la concezione della rappresentanza e dei rappresentati proposta da Grillo prevede il «mandato imperativo». Cioè, la “dipendenza” diretta degli eletti dagli elettori. Interpretati dal Capo e Garante del Movimento (e dal suo intellettuale di riferimento, Roberto Casaleggio). In rapporto con i seguaci e i militanti attraverso la Rete.
Tuttavia, io credo che entrambe le “pretese” siano difficilmente realizzabili.
La prima – che prevede la rapida dis-integrazione del Movimento, in Parlamento e, dunque, in ambito politico e sociale – considera il M5S un partito come gli altri. Una “organizzazione” di politici più o meno professionalizzati, tenuti insieme da un’identità e da interessi comuni, sempre più deboli. Vulnerabili di fronte alle tentazioni e ai privilegi del potere. Un po’ come i leghisti, giunti in Parlamento “padani” e divenuti rapidamente “romani”.
Ma il M5S non è come gli altri partiti. Un partito come gli altri. È una Rete. Non solo perché si è sviluppato attraverso il web e i meetup. Perché, piuttosto, è cresciuto nel tessuto dei gruppi e dei comitati locali impegnati sui temi dei beni comuni, dell’ambiente, dell’etica pubblica. In altri termini, è una “rete” di esperienze e di attori “volontari”. Perlopiù giovani, che operano su base locale. Da tempo. Certo, Roma e le aule del Parlamento sono grandi. Ma il legame con i mondi e le reti sociali di appartenenza lo è altrettanto. Per ora, molto di più. Chi pensa di “reclutarli” – con la promessa di ruoli e incarichi – sbaglia di grosso. Non avverrà.
Tuttavia, per la stessa ragione, mi pare difficile che possano rispondere al richiamo del Capo, in ogni occasione. Prima ancora: che possano accettare il modello della democrazia diretta e del mandato imperativo imposto da Beppe Grillo. Perché, anzitutto, presentandosi alle elezioni, hanno accettato le regole e i principi della democrazia rappresentativa. Perché, inoltre, non è facile individuare le domande degli elettori che li hanno eletti. Come abbiamo già rilevato, sul piano elettorale, il M5S è un “partito pigliatutti”. Votato da componenti molto diverse, dal punto di vista socioeconomico e politico. Un terzo dei suoi elettori, infatti proviene da centrodestra. Altrettanti da centrosinistra. (Le analisi di Bordignon e Ceccarini, sull’ultimo numero della rivista “South European Society and Politics”, sono molto chiare.) Inoltre, è la forza politica più votata dagli operai ma anche dagli imprenditori, dai lavoratori, dai disoccupati, dai lavoratori autonomi, dai liberi professionisti e dagli studenti. Difficile rivolgersi e riferirsi, direttamente, a un elettorato tanto eterogeneo. Anche la “fedeltà” al Capo appare una pretesa difficile da esigere. Perché, come abbiamo detto, il M5S non è un partito coeso, strutturato. Che possa venire controllato dall’alto e dal centro. E non è un partito “personale”, come Forza Italia, il Pdl, ma anche l’Idv. Gli eletti, gli attivisti, non rispondono solo o direttamente al Capo. Perché non sono stati scelti da lui. Ma dagli altri attivisti e seguaci, con cui avevano un rapporto stretto e diretto, anche prima.
Con loro – e non con Grillo – si instaura il legame di fiducia alla base del loro impegno e della loro azione (come emerge dalle interviste ai militanti analizzate nel volume “Il partito di Grillo”, curato da Piergiorgio Corbetta ed Elisabetta Gualmini e pubblicata dal Mulino). Insomma, il M5S non è un partito “tradizionale” ma nemmeno un partito “personale”. Senza Grillo non esisterebbe. Grillo, però, è il proprietario del marchio, ma non il “padrone” di un’azienda-partito, di cui gli eletti sono i dipendenti.
In effetti, come ho già avuto modo di sostenere, il M5S, mi rammenta un autobus. Sul quale sono saliti passeggeri diversi, con destinazioni diverse. Uniti, in questa fase del percorso, da una comune destinazione intermedia. Destrutturare il sistema dei partiti della Seconda Repubblica. Incapaci di cambiare le logiche della Prima. Grillo li ha raccolti e accolti. Insieme agli altri, saliti in precedenza. Interessati ad arrivare altrove e più lontano. Nella Terra dei Beni Comuni. Grillo, per questo, è un Altoparlante. Un Autista. In grado di scagliare il suo “Mezzo” contro il muro del Vecchio che Resta. Ma, appunto, un Mezzo. Usato, in parte, da elettori e militanti, per i loro “fini” specifici. Non per il Fine generale.
Per questo i suoi elettori, ma anche i suoi eletti, gli attivisti e i militanti, non si sentono vincolati al mandato imposto dal Capo. E scelgono liberamente, “secondo coscienza”. Votano insieme ai parlamentari del Pd, quando si tratta di sostenere un candidato come Grasso. Avverrà lo stesso in altre occasioni analoghe. Né la minaccia del conducente di abbandonare la guida dell’autobus farà loro cambiare opinione. Senza che ciò significhi, in alcun modo, confluire nel Pd o in un altro gruppo e partito.
La seconda Repubblica è finita. I passeggeri dell’autobus di Grillo lo hanno dimostrato in modo inequivocabile. Ma dove andranno, dove scenderanno. E dove arriverà e si fermerà l’Autobus: non è possibile stabilirlo. Non lo sa nessuno. Di certo, neppure Grillo.
Europa quotidiano online, 17 marzo 2013
Care deputate e cari deputati, permettetemi di esprimere il mio più sentito ringraziamento per l’alto onore e responsabilità che comporta il compito di presiedere i lavori di questa assemblea. Vorrei innanzitutto rivolgere il saluto rispettoso e riconoscente di tutta l’assemblea e mio personale al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che è custode rigoroso dell’unità del Paese e dei valori della costituzione repubblicana.Vorrei inoltre inviare un saluto cordiale al Presidente dalla Corte costituzionale e al Presidente del consiglio.Faccio a tutti voi i miei auguri di buon lavoro, soprattutto ai più giovani, a chi siede per la prima volta in quest’aula. Sono sicura che in un momento così difficile per il nostro paese, insieme, insieme riusciremo ad affrontare l’impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane.Vorrei rivolgere inoltre un cordiale saluto a chi mi ha preceduto, al presidente Gianfranco Fini che ha svolto con responsabilità la sua funzione costituzionale.
Arrivo a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a difendere e rappresentare i diritti degli ultimi in Italia come in molte periferie del mondo. E’ un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera. Farò in modo che questa istituzione sia anche il luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno.Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremmo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno.
Quest’Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale. Di una generazione cha ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia.Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore. Ed è un impegno che fin dal primo giorno affidiamo alla responsabilità della politica e del Parlamento. Dovremo stare accanto a chi è caduto senza trovare la forza o l’aiuto per rialzarsi, ai tanti detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante come ha autorevolmente denunziato la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della cassa integrazione, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato. Ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce ogni giorno gli effetti della scarsa cura del nostro territorio. Dovremo impegnarci per restituire fiducia a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti. Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore inesplorata di un disabile.
In Parlamento sono stati scritti questi diritti, ma sono stati costruiti fuori da qui, liberando l’Italia e gli italiani dal fascismo.Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e per questa democrazia. Anche con questo spirito siamo idealmente vicini a chi oggi a Firenze, assieme a Luigi Ciotti, ricorda tutti i morti per mano mafiosa. Al loro sacrificio ciascuno di noi e questo Paese devono molto. E molto, molto dobbiamo anche al sacrificio di Aldo Moro e della sua scorta che ricordiamo con commozione oggi nel giorno in cui cade l’anniversario del loro assassinio.
Questo è un Parlamento largamente rinnovato. Scrolliamoci di dosso ogni indugio, nel dare piena dignità alla nostra istituzione che saprà riprendersi la centralità e la responsabilità del proprio ruolo. Facciamo di questa Camera la casa della buona politica. Rendiamo il Parlamento e Il nostro lavoro trasparenti, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani. Sarò la presidente di tutti, a partire da chi non mi ha votato, mi impegnerò perché la mia funzione sia luogo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese.
L’Italia fa parte del nucleo dei fondatori del processo di integrazione europea, dovremo impegnarci ad avvicinare i cittadini italiani a questa sfida, a un progetto che sappia recuperare per intero la visione e la missione che furono pensate, con lungimiranza, da Altiero Spinelli.Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, un luogo della libertà, della fraternità e della pace. Anche i protagonisti della vita spirituale religiosa ci spronano ad osare di più: per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente “dalla fine del mondo”. A papa Francesco il saluto carico di speranze di tutti noi.
Consentitemi un saluto anche alle istituzioni internazionali, alle associazioni e alle organizzazioni delle Nazioni Unite in cui ho lavorato per 24 anni e permettetemi – visto che questo è stato fino ad oggi il mio impegno – un pensiero per i molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce. Un mare che dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni.
Sento forte l’alto richiamo del Presidente della Repubblica sull’unità del Paese, un richiamo che questa aula è chiamata a raccogliere con pienezza e con convinzione.La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione. Stiamo iniziando un viaggio, oggi iniziamo un viaggio. Cercherò di portare assieme a ciascuno di voi, con cura e umiltà, la richiesta di cambiamento che alla politica oggi rivolgono tutti gli italiani, soprattutto in nostri figli. Grazie.
«Se i partiti lo vogliono possono essere promotori della società civile e della buona politica. Possono tornare alla funzione costituzionale di corpi intermedi, capaci di filtrare, interpretare, rappresentare bisogni e speranze del paese».
Il manifesto, 17 marzo 2013
L'elezione di Laura Boldrini alla presidenza della Camera e di Pietro Grasso a quella del Senato, sono la prima, importante, inaspettata risposta alla domanda di cambiamento uscita dalle urne. Sono la dimostrazione dello spazio grande aperto dal voto di febbraio per un rinnovamento della classe dirigente.I nuovi presidenti del Parlamento nascono da una scelta dei gruppi di centrosinistra (Boldrini candidata nelle liste di Sel, Grasso in quelle del Pd) e le loro biografie dicono che se i partiti lo vogliono possono essere promotori della società civile e della buona politica. Possono tornare alla funzione costituzionale di corpi intermedi, capaci di filtrare, interpretare, rappresentare bisogni e speranze del paese. E possono restituire, come la giornata di ieri anche simbolicamente dimostra, credibilità e prestigio alle istituzioni repubblicane svilite e asservite, purtroppo per tanti anni, alla legge del più ricco e del più forte. Ce lo racconta l'emozione che ha accompagnato, tra lacrime e applausi, il breve discorso della presidente Boldrini, una riflessione che dà corpo allo spirito costituzionale riassunto con poche parole: «In parlamento sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, ma sono stati costruiti fuori di qui, liberando l'Italia e gli italiani dal fascismo».
Non saremmo arrivati a questa rottura di contenuti, di linguaggio, di volti se non si fossero prodotte le due premesse che l'hanno determinata. Naturalmente e prima di tutto il clamoroso gesto di protesta degli elettori con il voto grillino e, a catena, lo spostamento a sinistra del Pd con la segreteria di Bersani e l'alleanza con Vendola. L'onda d'urto a 5 Stelle ha ridotto a vecchio arnese tutto l'armamentario "tecnico" della realpolitik, attivo fino alla notte di ieri, nel tentativo di tenere in vita candidature di partito preludio al gioco della grande coalizione di governo. Bersani ha tenuto ferma la barra, tra ironie e sguardi di sufficienza, sull'asse privilegiato con i parlamentari grillini. Fino a smacchiarli con l'elezione in senato di Pietro Grasso contro il conterraneo berlusconiano Renato Schifani. Smentendo il vangelo populista del «sono tutti uguali», costringendoli a dividersi e, per alcuni di loro, a scegliere il voto per Grasso. Le voci del Palazzo dicono che Boldrini e Grasso sono due belle bandiere, niente di più. Dicono che saranno presto ammainate perché questa diciassettesima legislatura sarà di breve durata, buona solo a portarci verso nuove elezioni.
Può darsi, ma combattere una battaglia elettorale sotto queste insegne, e le altre che, speriamo con un effetto a catena, si innalzeranno, sarà finalmente una sfida che varrà la pena di agire. Con la passione per i diritti, il lavoro, la difesa degli ultimi, il rispetto delle donne, l'Europa, declinati dalla presidente della Camera, e con la fermezza contro la piovra del malaffare, contro la mafia e la corruzione iscritti nella storia del presidente del Senato.
L'appassionato benvenuto a una speranza che arriva da Palazzo Montecitorio
. La Repubblica, 18 marzo 2013
Succede a volte di dirsi: non avrei voluto vivere fino a vedere… Non avrei voluto vedere l’Italia trasformata nel “paese dei respingimenti in mare”, e di troppe altre bandiere triste. Ieri ero incredulo e grato di poter vedere una donna giovane, emozionata e risoluta, che diceva dal seggio più alto di Montecitorio le cose più belle che si possano augurare al proprio paese, al mondo e a se stessi. Era un repertorio scrupoloso e imperterrito, e consentiva di reinterrogarsi sulla differenza fra la correttezza politica e la nobiltà politica. La differenza, se si eccettuino le sciocchezze dello zelo fanatico, che sono solo sciocchezze, non riguarda tanto le cose dette, ma il loro rapporto con chi le dice. Il pulpito. Laura Boldrini, deputata quasi per caso e appena dopo presidente della Camera dei deputati quasi per caso, stava argomentando principi e propositi cui si è ispirata e che ha perseguito nel lavoro e nella vita. In bocca ad altri, le belle parole sarebbero suonate stridenti come un gesso nuovo su una vecchia lavagna. L’assemblea, con le doverose eccezioni –innoblesse oblige– l’ha molto applaudita, e dalla seconda o la terza volta in poi si è sentito che gli applausi non erano più riservati a lei, ma andavano a chi applaudiva, e si sentiva incoraggiato a prendere sul serio quei nobili propositi, che si trattasse di navigati marpioni o di giovani donne e uomini al primo imbarco.
Il primo giorno di un parlamento può promettersi una vita nuova, come la prima pagina di un quaderno — di un file di testo, per chi non voglia più saperne dei quaderni. E quando il parlamento sia andato troppo oltre nella propria mortificazione, l’impressione di un riscatto possibile sarà tanto più forte e trascinante. Cose così succedono nei film, dal discorso finale del piccolo barbiere ebreo sosia del Grande dittatore a quello del fratello matto, cioè savio, del segretario del partito; i film di Hollywood sono maestri di questo genere di sostituzioni di un attore a un presidente alla Casa Bianca, finché ci arriva davvero un presidente nero che sembra un attore.
Un regista che avesse noleggiato l’aula di Montecitorio per mettere in scena un risarcimento alla depressione del pubblico italiano non avrebbe potuto fare meglio di così. E ora paragonate la giornata di ieri — in ambedue i rami del parlamento, per giunta – alla fretta rassegnata o ingorda con cui il giorno prima si era dichiarato indecente lo spettacolo offerto da una maggioranza che votava scheda bianca, e ammettete che si possa sbagliare anche per un piacere del disastro, e che il regista dello spettacolo reale cui abbiamo assistito – chiamiamolo Napolitano, che ha rimandato Monti dietro la lavagna, o Bersani e Vendola, per semplificare — ha avuto uno sguardo più lungo di quello dei critici indignati. Il Dario Franceschini che salutava i giornalisti dicendosi «l’ex presidente della Camera» faceva simpatia, naturalmente più che se l’avessero eletto.
La giornata di ieri ha confermato che ci sono due circostanze in cui si è forti: quando si è forti, oppure quando si è molto deboli. Il Pd è molto debole, dallo scorso 25 febbraio, e i 5Stelle molto forti. Ieri le parti si sono invertite, con la felice misurata eccezione del voto al Senato. Prendiamo la miglior formulazione – a me pare, soprattutto se la si confronti col delirante filmato su Gaia e i miliardi di morti e il Nuovo Ordine Mondiale e il Grande Fratello finale – di progetti di Grillo e Casaleggio, quella affabilmente esposta nella conversazione con Dario Fo: se se ne ricavasse il ritratto ideale di un candidato e del suo discorso di apertura, non se ne troverebbero migliori di Laura Boldrini e delle sue parole di ieri. Ora proviamo a immaginare che la legge demenziale non avesse dato al Pd la larghissima maggioranza che gli ha dato, e che l’elettorato di Laura Boldrini non fosse autosufficiente: che cosa avrebbero fatto i bravi giovani deputati e deputate di 5Stelle? Avrebbero lasciato passare un altro autorevole candidato, non so, Giovanardi?
Ci siamo rassegnati in molti, quanto alla vita pubblica, alla pazienza e alla riduzione dei danni: ieri, per un giorno almeno, le cose sono andate nel modo migliore. Un giorno di festa, e poi la quaresima di sempre? Probabile. Però un giorno in cui l’invidia per il conclave, che aveva tirato fuori da una crisi precipitosa un papa straniero e Francesco, è stata compensata da una presidente della Camera abbastanza straniera anche lei e donna – peculiarità alla quale la Chiesa non è ancora pronta. Non è la prima volta, ma è avvenuto nel parlamento più in bilico di sempre, e però quello in cui la presenza di donne, specialmente giovani, è significativamente cresciuta, nel Pd in primo luogo. Il quale Pd ha vinto le elezioni perdendole, o le ha perse vincendole, come preferite, ma, scalcagnato com’è, e ridotto troppo spesso al centro e nei famosi territori a cordate e clientele in cagnesco, ha impedito di un soffio che a vincere le elezioni – e vincendole – fosse Berlusconi. E tutte le meditate analisi sulla consunzione dei partiti vacillano fino a rovinare quando si traducono in una rinuncia o un dileggio del voto “utile”.
Detto questo, il discorso di Laura Boldrini di ieri ha dato, a chi guardava e ascoltava, la sensazione rara e commossa che il voto possa, oltre che scansare il peggio, tradursi in una realizzazione preziosa. Da domani (non) si fa credito, naturalmente. Ma sentire commemorare le migliaia di morti senza nome del Mediterraneo non da una fervida commissaria delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ma da quello scranno alto di Montecitorio, valeva davvero la pena. Anche se fosse stata storia di un solo giorno. Lei però ha concluso: «Stiamo cominciando un viaggio». Allora buon viaggio.
«A dispetto delle incredibili traversie che ne costellarono il cammino, Marx si staglia nella storia come un autore la cui opera ha prodotto e produrce effetti politici enormi sul corso delle umane vicende.
Micromega online, pagina di blog", 16 marzo 2013
L’elezione del papa, dopo le fragorose dimissioni del predecessore (fatto su cui ancora dobbiamo riflettere), insieme alle penose nostre vicende elettorali e postelettorali, hanno fatto dimenticare il 130° anniversario della scomparsa di Karl Marx. Era nato a Treviri, nella ricca e colta Renania, il 5 maggio 1818; morì a Londra, dopo una vita difficile ed errabonda, il 14 marzo 1883: non aveva ancora compiuto i 65 anni.
A dispetto delle incredibili, sovente drammatiche, talora tragiche traversie che ne costellarono il cammino, l’opera che Marx ha lasciato è immensa per dimensione, per novità, per profondità: si tratta di un vero gigante della storia, del genere di Dante, Michelangelo, Shakespeare, o Picasso. Eppure a differenza degli altri “grandi”, Marx si staglia nella storia come un autore la cui opera ha prodotto e non smette di produrre effetti politici enormi sul corso delle umane vicende. Nessun pensatore sta a pari con lui, da questo punto di vista.
Dato per “morto” politicamente e intellettualmente, più e più volte, il pensiero di Marx ogni volta si è riaffacciato, beffardo, più carico di nuove suggestioni, di echi inaspettati, di spunti che ci hanno intensificato la nostra capacità di comprendere le società in cui viviamo. La forza dirompente che si sprigiona dai suoi tanti scritti (alcuni dei quali ancora inediti, e altri pubblicati in modo pasticciato: l’edizione completa di tutte le opere di Marx ed Engels tante volte cominciata non è mai giunta a termine), rappresenta uno degli stimoli più significativi che si possa rintracciare nel pensiero moderno. Eppure il marxismo, si ripete, ha fallito. Certo, sul piano del socialismo realizzato abbiamo registrato un fallimento che è stato per tanti versi un tradimento del pensiero di Marx, anche se bisogna evitare l’errore di confondere teoria marxiana con marxismo. È nota la battuta di Marx che dichiarava di non essere marxista. Ma è vero anche, sulla base non di mere passioni, ma di constatazioni alla luce delle statistiche, che per tanti versi anche in quei regimi odiosi dell’Est, vi erano strutture di protezione dei ceti popolari che oggi sono perlopiù state cancellate, e gli indicatori ci danno cifre poco lusinghiere su quel che è accaduto dopo il crollo del Muro, in parecchie realtà dell’ex sistema sovietico. Senza parlare della caccia alle streghe che in Paesi come la Polonia e soprattutto l’Ungheria viene messa in atto contro gli ex comunisti.
Ciò detto, non v’è dubbio che si stia assistendo a un diffuso, nuovo “ritorno a Marx”, partito (come è accaduto per Gramsci) dal tempio del capitalismo, dagli Stati Uniti. Da noi anche Giulio Tremonti si è lasciato sfuggire l’affermazione che senza Marx sarebbe impossibile comprendere quello che stiamo vivendo sul piano economico mondiale negli ultimi decenni.
Anzi, si può osservare che se una gran parte della letteratura marxista (per non dire tutta) è uscita di scena, anche per precise scelte politico-culturali dei gruppi editoriali, Marx continua a giganteggiare, nella sua inevitabile necessità. E, con lui, si può dire che il solo Gramsci sia sopravvissuto al crollo del Muro, anzi emergendo entrambi da quelle macerie più forti di prima. Il primo per la sua capacità di fornire strumenti di analisi degli svolgimenti del capitalismo mondiale, il secondo per la sua definizione di un “altro” comunismo e di un diverso modello di rivoluzione.
Torniamo al 14 marzo 1883. Tre giorni dopo la morte dell’amico e maestro, Friedrich Engels fedele collaboratore, che si definì sempre modestamente “il secondo violino”, tenne un discorso commemorativo, nel Cimitero di Highgate a Londra (dove tuttora si può visitare la tomba di Marx): era scomparsa, con Marx, «la più grande mente dell’epoca nostra». E ricordava che «lo scienziato non era neppure la metà di Marx», che «era prima di tutto un rivoluzionario», il cui scopo era di «contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica» e «contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione» . E concludeva: «Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!».
Come dargli torto? Senza gli occhiali di Marx non si potrebbe capire la globalizzazione dei capitali e delle miserie, il “turbocapitalismo”, con le sue crescenti disuguaglianze e le clamorose ingiustizie: Marx aveva profetizzato un momento in cui un pugno di famiglie avrebbe detenuto la quasi totalità della ricchezza mondiale…. Ma ricordiamo che il giovane Marx, nella XI celebre Tesi su Feuerbach sentenziò: «I filosofi hanno finora variamente interpretato il mondo. Si tratta ora di trasformarlo». Un bel monito, davanti alla sempre ricorrente tentazione del ritrarsi a vita privata. Che si sia o no marxisti.
««Dieci anni fa la giovane attivista americana veniva uccisa da una ruspa militare israeliana. La sua morte aprì gli occhi al mondo su una nuova forma di resistenza»,
il manifesto, 16 marzo 2013
Quel 16 marzo del 2003 le prime immagini da Gaza di Rachel Corrie arrivarono a tarda sera, trasmesse dalle televisioni arabe. Il volto di una ragazza, un corpo senza vita coperto parzialmente da un lenzuolo su di un tavolo di ospedale, un medico che spiegava le cause della morte. Niente di più ma indimenticabili per chi le vide. Immagini che confermarono le notizie che circolavano da ore sull'uccisione a Rafah, sul confine tra Gaza e l'Egitto, di una giovane occidentale, attivista dell'International solidarity movement (Ism), schiacciata da una ruspa militare israeliana mentre si opponeva alla distruzione di una casa. Da due anni e mezzo la cronaca riferiva lo stillicidio quotidiano di vite umane, in gran parte palestinesi ma anche israeliane. Eravamo nel pieno della seconda Intifada contro l'occupazione militare e un anno prima Israele aveva rioccupato le principali città palestinesi con l'offensiva «Muraglia di Difesa» facendo centinaia di morti. Eppure quell'immenso bagno di sangue cominciato nel settembre del 2000, non fece passare inosservata la morte di Rachel Corrie, una ragazza americana poco appariscente, timida ma dal carattere forte, come dimostravano le mail che inviava ai genitori. Aprì invece al mondo la realtà dei tanti giovani di ogni parte del pianeta, anche degli Stati uniti alleati di ferro di Israele, che andavano a Gaza e in Cisgiordania per quella che dieci anni fa era nota come «protezione passiva», ossia provare a prevenire senza violenza e resistenza fisica attiva, con la loro semplice presenza, la demolizione di abitazioni, gli spari dell'esercito israeliano su strade e quartieri densamente popolati e gli arresti indiscriminati. Come Rachel Corrie altri di questi attivisti e giornalisti persero in quegli anni la vita, tra questi Tom Hurndall, colpito da un cecchino alla testa. Anche Vittorio Arrigoni faceva parte dell'Ism. Per le autorità di Israele questi volontari internazionali altro non sono che «amici dei terroristi» (cioè i palestinesi) e ai valichi di frontiera, allora come oggi, sono attuate misure volte ad impedire loro «l'ingresso nel paese», anche se questi giovani in realtà non vanno in Israele ma nei Territori occupati.
Hussein Hamudi, 21 anni di Gaza city, era solo un ragazzino nel 2003. La memoria di Rachel Corrie però è stampata nella sua anima. «Rachel ci ha insegnato qualcosa di molto importante - dice Hussein, diventato anche lui un'attivista -, che l'occupazione israeliana teme ogni forma di resistenza, anche la più pacifica. Rachel ci ha detto che tutti, palestinesi e stranieri, dobbiamo e possiamo dare il nostro contributo per una causa giusta». Hussein oggi parteciperà alle commemorazioni solenni che il «Centro Rachel Corrie» ha organizzato a Rafah. Un'occasione che servirà a rinnovare tra i palestinesi la memoria dell'attivista statunitense e per ricordare quanto accadeva in quegli anni. Fra il 2000 e il 2005 l'esercito israeliano ha distrutto 1.600 edifici a Rafah per costruire un alto muro lungo la frontiera con l'Egitto, lasciando senza tetto circa il 10% degli abitanti della terza città di Gaza.
Nel 2004 le demolizioni a Rafah raggiunsero la media di 100 abitazioni al mese. Le agenzie dell'Onu, Unrwa e Ocha, denunciarono una aperta violazione del diritto internazionale. A gennaio 2003, quando Rachel Corrie arrivò a Rafah, gli israeliani distruggevano in media 12 case la settimana. I volontari dell'Ism erano gli unici che, con la loro presenza, cercavano di impedire le demolizioni. Per Israele l'uccisione dell'attivista americana è stata solo di un «incidente». Una sentenza dello scorso agosto, al termine di un lungo processo civile presso un tribunale di Haifa, voluto dai genitori della giovane americana, afferma che Rachel «Si mise da sola e volontariamente in pericolo. Fu un incidente da lei stessa provocato». I giudici hanno dato pieno credito alla versione dell'accaduto fornita dall'autista della ruspa militare DR9, il soldato Y.P. (la sua identità non è mai stata rivelata). Nella testimonianza, alla fine del 2010, Y.P., confermò che erano presenti civili mentre «operava» la ruspa il 16 marzo 2003. Ma che non smise di «lavorare» perché aveva ricevuto l'ordine di continuare: «Io sono solo un soldato...non ero io a dare gli ordini». Rachel Corrie, con adosso una giacca arancione fosforescente, Y.P. disse non averla vista e di non aver udito i suoi compagni urlare quando la giovane finì sotto i cingoli. I giudici hanno ritenuto credibile la testimonianza di Y.P. sebbene le sue affermazioni sotto giuramento hanno in qualche caso contraddetto la deposizione firmata che fornì agli investigatori militari nel 2003. O forse hanno semplicemente accettato la «spiegazione politica» dell'accaduto che diede dal banco dei testimoni il colonnello «Yossi», uno degli ufficiali responsabili a quel tempo per la zona di Rafah: «non ci sono civili in una zona di guerra». I civili invece sono sempre civili, in tempo di guerra e in tempo di pace, ricordò sdegnato dopo la sentenza Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori occupati palestinesi. «La decisione del giudice rappresenta una sconfitta per la giustizia» nonché «una vittoria per l'impunità dei militari israeliani», «le Convenzioni di Ginevra, impongono alla potenza occupante di proteggere i civili», commentò Falk. I genitori di Rachel accolsero con dolore e frustrazione la decisione della corte. Ma non con rassegnazione. «Tanti ci chiedono che cosa ci aspettassimo da questo processo. Non è che ci aspettassimo giustizia, la pretendiamo. Penso che ognuno debba pretenderla, altrimenti la giustizia non ci sarà e semplicemente morirà», dichiarò Craig Corrie, il padre della giovane americana. Chi oggi andrà a Rafah non accorda alcun a quella sentenza. «Rachel sarà mai dimenticata - spiega Hussein Hamodi - Rachel è una di noi». Di sicuro non la dimenticheranno i fratelli Nasrallah, un farmacista e un contabile, che abitavano con mogli e figli nelle case che la giovane americana cercò di salvare quel 16 marzo di dieci anni fa pagando con la sua vita. «A noi - dicono - non è stata uccisa una amica, è stata uccisa una figlia
«Nessuna crescita, nessuno sviluppo, nessuna sostenibilità - e meno che mai la grottesca agenda elettorale di Monti - sono compatibili con il combinato disposto del pareggio di bilancio e del fiscal compact». Il manifesto, 16 marzo 2013
Benedetto Vecchi intervista l’intellettuale francese. «La crisi attuale rende tutto più difficile, lo so. Siamo in una situazione sempre sull’orlo della catastrofe. L’obiettivo è ricostruire una polis, cioè una dimensione politica ancorata proprio all’universalismo delle differenze».
Il manifesto, 15 marzo 2013
Nelle ultime elezioni italiani una formazione politica, «il movimento 5 stelle», ha avuto un ottimo risultato elettorale, facendo leva sul fatto che è un movimento e non un partito. Hanno spesso parlato della dimensione sociale ed etica della loro esperienza, fattore che fa andare sullo sfondo la dimensione politica, culturale. Come valuta lei questa esperienza?
Ho letto del movimento 5 stelle. Più che un movimento sociale è un movimento politico che allo stato attuale non contempla il riconoscimento delle diverse componenti sociali al suo interno. Più che altro è un movimento segnato da ambivalenza, caratteristica che riguarda anche molti movimenti sociali e politici del presente. Non sono però interessato da qualificare negativamente il «movimento 5 stelle». Alcuni aspetti possono essere negativi nel presente, ma storicamente possono svolgere una funzione positiva. Ciò che va interrogata l’ambivalenza.
La crisi iniziata nel 2007 non sembra finire mai. Ogni ricetta proposta per risolverla. Siamo condannati a dover vivere in uno stato di crisi permanente?
Sono propenso a sostenere la tesi che siamo ancora dentro gli effetti della crisi del ’29 dalla quale il capitalismo non si è mai del tutto ripreso. Quella è stata la madre di tutte le crisi del Novecento. Ha avuto effetti drammatici, come la seconda guerra mondiale, al termine della quale in molti hanno sperato che la situazione ritornasse alla «normalità». Per tre decenni un forte movimento politico socialdemocratico e riformista ha provato a modificare lo sviluppo capitalistico, mettendolo al riparo da eventi catastrofici come quello del ’29.
È però evidente che dal 2007 in poi, il mantra dominante era che il neoliberismo era fallito, ma che era però impossibile tornare a forme di gestione keynesiana dell’economia...
Certo, il liberismo ha fallito. D’altronde era un po’ folle pensare che la vita sociale o politica dovessero essere gestite seconda la logica del massimo profitto per le imprese. Non lo pensava neppure Adam Smith, ritenuto il padre nobile del liberalismo economico. L’economia, tuttavia, è solo parte del problema. Da parte mia, continuo a ritenere necessaria una prospettiva storica dell’attuale situazione. Viviamo in una realtà che risponde a un modello di società – capitalistica, borghese – che dura da alcuni secoli. Quello che è in discussione è la possibilità di quel modello di funzionare ancora, cioè se ha la possibilità di garantire l’integrazione di bisogni, aspettative, desideri che maturano nella realtà sociale. Non so rispondere positivamente o negativamente a tale quesito. Quello che vedo manifestarsi è il superamento di un’attitudine maschile, virile nell’affrontare i problemi. In base a questo modello maschile, abbiamo visto élite (economiche o politiche) che tendevano a dominare il resto della società. Da tempo vediamo invece manifestarsi altri modelli di comportamento, meno polarizzati, più empatici. Da questo punto di vista andrebbero valutati attentamente gli effetti del femminismo nelle nostre società. Al di là delle proposte che i diversi e eterogenei movimenti femministi hanno fatto, vediamo all’opera un’attitudine femminile nella gestione delle contraddizione e delle relazioni sociali che puntano a integrare, a non escludere richieste, proposte, stili di vita che non coincidono con quelli dominanti. Un’integrazione, tuttavia, che non cancella le differenze, anzi tende a valorizzarle.
E’ una banalità dire che in presenza di benessere è più facile sia l’universalismo dei diritti che il rispetto delle differenze. In alcuni paesi, compresi quelli europei, ciò che ancora rilevante è il soddisfacimento dei bisogni, di un superamento di stati di necessità e non tanto il rispetto di differenze culturali. Ma il problema resta, perché l’obiettivo è un universalismo delle differenze. Negli anni passati, lo studioso canadese Charles Taylor chiedeva il riconoscimento dei diritti delle comunità schiacciati dai diritti universali. I liberali americani, ma anche molti europei, rispondevano che quelli che andavano salvaguardati era i diritti universali. Una discussione molto poco interessante. Importante è la combinazione, appunto, di universalismo e differenze. Faccio un esempio che è esemplificativo di come l’universalismo delle differenze non comporti necessariamente la cancellazione dei diritti civili, politici e sociali affermati nella modernità. Nel Chiapas, gli zapatisti chiedevano e chiedono il rispetto dei diritti degli indigeni. Non sono diritti individuali, ma diritti comunitari. L’esperienza di autogoverno delle municipalità ha fatto emergere il fatto che c’era riconoscimento delle comunità ad autogestire la vita in comune secondo modalità non coincidenti con quelli dominanti. Al tempo stesso, gli stessi zapatisti chiedevano il rispetto dei diritti individuali politici, civili, nonché il diritto delle donne all’uguaglianza, fattore che non sempre contemplato nelle culture dei nativi indigeni. La crisi attuale rende tutto più difficile, lo so. Siamo in una situazione sempre sull’orlo della catastrofe. L’obiettivo è ricostruire una polis, cioè una dimensione politica ancorata proprio all’universalismo delle differenze.
Giovanni Tizian racconta in un libro (La nostra guerra non è mai finita, Mondadori)la sua vita blindata e come cerca la verità sulla tragedia che lo segnò per sempre.
La Repubblica, 15 marzo 2013
Una scorciatoia dall’anonimato alla notorietà. Per qualcuno addirittura un modo per risparmiare su auto e benzina. In realtà una vita vissuta sotto protezione militare è una vita che non ti appartiene più, che smette di essere tua. Eppure sembrano pochi ad accorgersene. Diventa necessario chiedere il permesso, avvisare in anticipo su qualunque spostamento, anche minimo. Devi essere autorizzato a entrare in un ristorante, persino in un bar a bere un bicchier d’acqua se ti viene sete all’improvviso. E ogni volta che mi capita di incrociare la vita di una persona finita sotto scorta, ogni volta che mi imbatto in un altro cui è stata data la protezione – testimone di giustizia, magistrato, giornalista – la mia speranza di tornare a vivere libero svanisce.
Quando per la prima volta mi hanno parlato di Giovanni Tizian, mi si è stretto il cuore. Un altro cronista finito sotto protezione, un’altra vita che si blinda, che si ferma, si blocca. Un ragazzo di trent’anni, volto pulito, nelle foto uno sciarpone come unica protezione. Da quando vivo sotto scorta ho incontrato molte persone nella mia stessa condizione e per ognuno di loro ho sentito che la mia sofferenza si moltiplicava.
La nostra guerra non è mai finita è un libro di un cronista che non si sottrae alla sua ferita. Non solo per l’analisi che Giovanni Tizian fa sullo stato dell’Italia e su come, da Nord a Sud, non smetta di scontare la miopia della classe dirigente che tratta tutto ciò che è connesso alle organizzazioni criminali come problema secondario rispetto alle urgenze economiche. Ma anche per il racconto della sua vita e dei ricordi di una famiglia costretta all’auto esilio. Costretta a lasciare la propria terra. Tizian scrive: «Le storie degli emigranti sono sempre tristi. Nascondono pochi segreti, tante paure e lunghe nostalgie». E queste storie le racconta, ma non c’è soluzione. Non c’è giustizia per l’azienda materna distrutta, per un padre assassinato. Tutto, appena entra nel regno dominato dalle organizzazioni criminali, si sfuma. Tutti i contorni diventano indefiniti. Come una sorta di incredibile pudore. Come se un omicidio o una ritorsione, se commessi dalla ’ndrangheta, pretendessero silenzio. Ma è il dolore a meritare rispetto, il dolore di chi ha sofferto e pagato senza colpa. Le parole di Tizian si articolano con pudore, sembrano guidate da un dovere e da una rara voglia di sfogo. La nostra guerra non è mai finita è l’educazione sentimentale di un ragazzo meridionale cresciuto al Nord e finisce col mostrare come Sud e Nord non siano affatto mondi separati, ma aspetti complementari della stessa tragedia. Come le organizzazioni criminali costituiscano, più delle autostrade, più della lingua comune, più della comune appartenenza a un’unica nazione, il vero tratto unificatore tra due mondi.
Giovanni Tizian è cresciuto a Bovalino, nella Locride, e a sette anni con la madre e la nonna si è trasferito a Modena per ricominciare una vita lontano dalla Calabria. Da adulto, dopo gli studi universitari, decide di recuperare la memoria del passato, decide di recuperarla e di cercare se possibile quella giustizia che per decenni alla sua famiglia era stata negata. Il padre di Tizian «era un funzionario integerrimo, una brava persona, limpida e senza ombre, tanto da non consentirci di rintracciare indizi dai quali partire per risolvere il caso». Ecco cosa disse alla famiglia l’investigatore che si occupava del caso. Una vita troppo pulita perché si riuscisse a fare chiarezza su ciò che gli era accaduto. È con questa consapevolezza che Giovanni Tizian inizia a fare domande per capire perché suo padre fosse stato ucciso, e perché poco tempo prima avessero dato alle fiamme l’azienda materna.
Tutto inizia al Tribunale di Locri. Giovanni chiede il fascicolo dell’omicidio di Giuseppe Tizian e dovrà aspettare due anni perché venga trovato e gli venga consegnato. Voleva ridare dignità a suo padre e con lui a tutte le vittime innocenti dimenticate dalla società. Da lì scopre che una quantità enorme di indizi erano stati tralasciati, che le piste da seguire non erano state battute che in superficie. Capisce che quando un omicidio, una ritorsione, fosse anche una vendetta per motivi passionali, porta la firma delle organizzazioni criminali, spesso viene circondata da silenzio: che nessuno ne parli, che tutto cada nel dimenticatoio. Un mobilificio dato alle fiamme, un dipendente della filiale di Locri del Monte dei Paschi di Siena ucciso in quelle terre non erano un’eccezione, ma la regola. Troppe le piste o nessuna.
Un libro dal ritmo diaristico che si salda all’inchiesta, tassello importante di un percorso battuto da altri giovani giornalisti e scrittori meridionali trasferiti al Nord, che hanno sentito l’urgenza di raccontare il potere criminale e a cui questo libro si collega. Penso a Giuseppe Catozzella con il suo bellissimo Alveare, o a Biagio Simonetta con Faide. L’impero della ’ndrangheta. Il Sud raccontato dal Nord. Da un Nord sempre meno diverso, il cui dna negli anni è mutato: terra di investimenti e di conquiste. Luogo in cui da vittime ci si trasforma in carnefici. Da sfruttati in sfruttatori. E Tizian lo racconta sino infondo senza risparmiarsi.
Ecco, chi vuole sapere quanto costa scrivere in Italia, può visitare il sito di Osservatorio Ossigeno (www.ossigenoinformazione. it) e vedere quante sono le intimidazioni che ogni giorno subisce chi scrive, chi informa, chi fa ricerca. Quante sono le vite minacciate note e meno note. Da lì può capire che situazione vive l’Italia. L’osservatorio, gestito con coraggio da Alberto Spampinato, raccoglie e diffonde informazioni, e da anni tutela attraverso il racconto cronisti e giornalisti che hanno osato svelare i meccanismi con qualunque mezzo.
La nostra guerra non finirà mai, ho pensato, leggendo questo libro. E l’ho pensato soprattutto se il prossimo governo, qualunque esso sia, in qualunque modo verrà formato, non affronterà come problema prioritario la lotta alle mafie nel nord Italia. Perché quella normalità che Tizian invoca e che le mafie ci hanno tolto, non appartiene solo a noi scortati, protetti, minacciati, ma anche e soprattutto a questo Paese che non ci consente di vivere come uomini liberi. Responsabilità delle organizzazioni criminali, certo, ma anche del sistema che le alimenta. Che le nutre. Che non le blocca. Che consente loro di continuare a crescere, indisturbate. La lotta alle mafie non è un corollario, una battaglia secondaria rispetto alle priorità economiche, ma l’unico modo perché il nostro sia un paese realmente democratico.
Uso la riflessione su questo libro, rifletto sulla vita di Giovanni, ennesimo giornalista che sta pagando un prezzo alto per aver fatto il suo lavoro, per fare un appello a ridare una vita normale a chi è scortato in Italia. A liberare i corpi e le parole dal pericolo. Fino a quando si continuerà a vivere circondati da persone armate solo per ciò che si è scritto e detto, non riesco a definire il mio Paese una democrazia.
UIl manifesto, 15 marzo 2013
Che il Presidente della Repubblica si preoccupi di conservare l'equilibrio tra i poteri dello Stato fa parte delle sue funzioni fondamentali. Che cerchi di incanalare nell'alveo costituzionale situazioni pericolose per le istituzioni democratiche è comprensibile. Ma francamente e con tutto il rispetto dovuto ad un Presidente che ha saputo svolgere il suo ruolo in maniera equilibrata e positiva, il primo dei due comunicati, emesso al termine dell'incontro con la delegazione del Pdl sembra rispondere più ad una logica di equidistanza che di equilibrio. E contiene una dose di ambiguità, che ha permesso interpretazioni disparate e sbilanciate delle sue parole. Intanto il Presidente riprende nel suo messaggio posizioni note e già manifestate in passato sul senso di equilibrio e di responsabilità e sulla necessità di evitare conflitti tra politica e magistratura.
Ma la situazione che doveva a fronteggiare non era quella di un conflitto provocato da posizioni assunte dalle due parti, da richiamare entrambe all'ordine e al rispetto della Costituzione. No. Il contesto era quello di una intimidazione al potere giudiziario, più precisamente a giudici che stanno conducendo processi prossimi al giudizio finale, condotta da un folto gruppi di parlamentari che sono penetrati nel palazzo di giustizia di Milano e sono arrivati fino all'aula in cui si sta svolgendo uno di quei processi. Qui c'è poco da disquisire: siamo ai limiti dell'eversione costituzionale. E che in futuro potrebbe legittimare altri gruppi sostenitori di imputati a occupare le sedi degli uffici giudiziari e a intimidire i magistrati. Insomma sono il potere giudiziario e la sua indipendenza ad essere sotto tiro. E allora va bene l'equilibrio, ma non l'equidistanza. Il "rammarico" per la manifestazione doveva consistere in una ferma e netta condanna a difesa dell'indipendenza della magistratura e doveva essere la questione centrale sulla quale il Capo dello Stato, anche nella sua veste di Presidente del CSM, doveva mettere l'accento.
In secondo luogo i riferimenti alla magistratura, al suo dovere di agire con equilibrio e di rispettare i diritti della difesa e i principi del giusto processo in astratto sono certo condivisibili. Ma il guaio è che essi non potevano fare astrazione dalla situazione concreta che si era determinata e quindi riaffermarli in quella situazione correva il rischio, che poi si è tradotto in realtà nelle interpretazioni date dal PDL e da Berlusconi, ma anche nello sconforto che si è manifestato all'interno della magistratura, di lasciar intendere che i magistrati che stanno facendo i processi, o almeno alcuni di loro, li stanno conducendo senza rispettare appieno i diritti e i principi succitati. E allora sarà bene ricordare che l'ingorgo processuale che si è determinato a carico dell'imputato Berlusconi è derivato dal fatto che leggi varie ad personam e continue manovre dilatorie hanno fatto sì che processi nati in momenti diversi e per reati diversi sono arrivati a convergere temporalmente all'indomani delle elezioni. Quanto poi al legittimo impedimento, più volte e ripetutamente invocato dalla difesa, è opportuno ricordare che la legge del 2010, che stabiliva un trattamento di favore per i membri del Governo, è stata prima sfrondata dalla Corte Costituzionale, poi abrogata da uno dei referendum del 2011 con la maggioranza del 94,6% dei voti. E quindi ai titolari di cariche pubbliche si applica il diritto comune, che prevede certo il legittimo impedimento per il cittadino impossibilitato a partecipare all'udienza, ma anche che il giudice possa far accertare l'effettiva sussistenza e consistenza dell'impedimento. Cosa che il tribunale di Milano ha fatto e che l'ha indotto tra l'altro, disattendendo l'opinione dei PM, a rinviare per due volte l'udienza. Altro che accanimento giudiziario!
Infine la parte sicuramente più ambigua del comunicato presidenziale è quella che sostiene la necessità per il PDL "di veder garantito che il suo leader possa partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento" e in particolare agli adempimenti costituzionali previsti fino a metà aprile. Cosa significa? Forse che i giudici dovevano rinviare a quella data le future udienze, resuscitando il legittimo impedimento previsto da una legge cancellata dal corpo elettorale non per situazioni concrete ma per periodi prolungati di tempo? Il Presidente ha contestato questa interpretazione con una lettera a Repubblica, un quotidiano certo non sospettabile di ostilità nei suoi confronti. Ma la sue prime parole si prestavano o no ad un'interpretazione che è stata data non solo da Repubblica, ma anche da organi di stampa e esponenti del PDL e da molti magistrati? Tant'è che, appena il tribunale di Milano ha fissato il nuovo calendario delle udienze, è stato subito accusato di avere violato le indicazioni date dal Capo dello Stato. Ora il Presidente ci dice che così non è e questo è un bene e ne va preso atto. Ma in questa vicenda c'è un bene supremo da tutelare: l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla giurisdizione, che non può essere inflessibile per i poveri Cristi e di mani larghissime per gli imputati "eccellenti". E ancora c'è da tutelare lo Stato costituzionale di diritto, che non può consentire a nessuno di dichiarare che la magistratura è peggiore della mafia e che chi è stato votato dal popolo non deve rispondere dei reati commessi. Sono certo che il Presidente Napolitano, che ho avuto modo di apprezzare durante la mia permanenza al CSM, condivide quei beni supremi e nella sua lettera a Repubblica li ribadisce. Ma se dovesse continuare l'aggressione del PDL alle istituzioni giudiziarie, non è possibile alcuna via di mezzo: le parole del Presidente dovrebbero risuonare alte e forti in difesa dell'indipendenza della magistratura messa sotto attacco.
Unità on line, blog "Laboratorio di politica", 14 marzo 2013
La destra ha scatenato una aggressione contro la magistratura. La sua allarmante simbologia che non esita a civettare con i riti della sovversione, conferma una vocazione politica distruttiva che non immagina alcuna riforma coerente della giustizia e minaccia la tenuta delle istituzioni. La provocatoria convocazione dei parlamentari dinanzi al tribunale di Milano in una prova agitatoria contro l’attività di un legittimo organo dello Stato, la minaccia di far saltare il decollo della legislatura, la lettura strumentale dell’intervento del presidente della Repubblica, arruolato in una guerra santa contro i magistrati, si inseriscono in una cieca trasformazione delle convenienze processuali personali di Berlusconi in un conflitto aperto e senza più argini tra i diversi poteri.
Le esigenze ineludibili di ridefinire i confini formali tra le funzioni e le attribuzioni degli organi dell’ordinamento ben poco hanno a che vedere con le scomposte esibizioni muscolari della destra. Non è possibile ridurre questioni istituzionali serie e complesse – peraltro comuni a tutte le democrazie occidentali – in delle oscure trattative per garantire a Berlusconi la fedina penale immacolata. Le elezioni, in uno Stato costituzionale di diritto, non possono tramutarsi in un supremo grado di giudizio che assolve e condanna i capi politici. In questa lunga crisi della democrazia italiana, che rischia di generare una regressione storica del Paese, la destra si conferma come un problema, non certo come un interlocutore credibile per individuare degli sbocchi di innovazione.
Il voto di febbraio consegna un ruolo di straordinaria grandezza ad un movimento nuovo come quello di Grillo, che si trova dinanzi a un bivio: o accetta di far confluire un forte sovversivismo dal basso nella marea melmosa del sovversivismo dall’alto alimentato da Berlusconi oppure assume la responsabilità di condividere con il Pd un percorso concordato, che non comporta necessariamente un governo comune, che almeno eviti il baratro. Se il M5S accarezza la sua anima antisistema non esiterà neppure un attimo ad entrare in sintonia con la destra berlusconiana per accrescere il caos e accelerare l’agonia della democrazia. Se però si insinua tra i parlamentari e i militanti il dubbio vitale che i costi dell’abbattimento del corredo istituzionale sono troppo elevati per essere inseguiti a cuor leggero, qualche credito alla politica forse verrà concesso.
l nodo che il movimento deve sciogliere è se preferisce arroccarsi nella purezza dell’estraneità al sistema, oppure se intende cogliere le opportunità parziali che si presentano in un contesto scivoloso come l’attuale per afferrare dei risultati visibili. La carica costruttiva sempre insita nella politica suggerisce l’adozione di questo secondo stile di comportamento anche ad un movimento che intercetta il disagio e la protesta.Una scelta sta dinanzi al M5S: sovversivismi convergenti verso la catastrofe o consentire il varo di un governo di responsabilità. Tertium non datur.
Una intervista al segretario generale della Fiom, importante punto di riferimento della sinistra italiana.
Il manifesto, 14 marzo 2013
«Il voto impone un rinnovamento anche al sindacato. Resto con le tute blu, se sarò votato. Ma contribuirò alla discussione in Cgil»
Segretario Landini, partiamo da un dato: secondo gli istituti di ricerca il centrosinistra è al terzo posto nel voto operaio, dopo M5S e persino dopo il Pdl. In alcuni quartieri operai di Torino Grillo ha fatto il pieno. Come interpreta questo dato?
È una conferma che quello di febbraio è stato innanzitutto un voto contro le politiche del governo Monti. Un voto che chiede un cambiamento. Già a giugno la Fiom aveva organizzato un incontro con tutti i segretari del centrosinistra, e non solo. In quella sede dicemmo: c'è un vuoto, in questi anni il lavoro non è stato rappresentato. C'è bisogno di chi difenda i diritti di chi lavora e dei giovani che cercano lavoro. Perché il voto di cui si parla non l'hanno dato solo gli operai ma anche i giovani, i precari, le partite Iva. (Parla Maurizio Landini, segretario della Fiom, corteggiatissimo dalla sinistra prima del voto come 'federatore'. A tutti ha risposto no, rivendicando il ruolo e l'autonomia del sindacato).
Una domanda di cambiamento interpretata da Grillo. Ma Grillo è lontano dalle posizioni dei sindacati, per usare un eufemismo: ne ha dichiarato esaurito il ruolo.
Non c'era bisogno di Grillo per prendere atto di una crisi della rappresentanza politica e anche di quella sindacale. Il problema non è correre dietro Grillo. Il punto è che i sindacati, in questo caso parlo per la Fiom e la Cgil, debbono ritrovarsi. Cioè democratizzarsi. Un lavoratore dipendente può votare alle elezioni, alle primarie se vuole, ai referendum, per il sindaco, per il presidente di regione. L'unico posto in cui non ha diritto di votare è in fabbrica: lì non può eleggere i suoi delegati. Per Fiat e Federmeccanica chi non è d'accordo non ha diritto di esistere. Così però anche sui contratti: nella maggioranza dei luoghi di lavoro la democrazia non c'è e i sindacati non garantiscono né sono portatori di questa domanda. E vista la tendenza delle imprese a rendere aziendali i rapporti, alla lunga, il rischio è che salti il sindacato. A questa crisi della rappresentanza il sindacato non può rispondere 'io non c'entro'. Poi c'è il rinnovamento delle politiche sindacali: da tempo penso che ci debba essere da un lato l'universalizzazione degli ammortizzatori sociali: la cassa integrazione e le forme di tutela dalla disoccupazione debbono essere estese a tutti; oggi così non è per esempio nelle aziende artigiane, del commercio, per tanti precari. Dall'altra bisogna introdurre forme di reddito di cittadinanza sia per garantire il diritto allo studio sia per tutelare chi perde il lavoro o ha finito gli ammortizzatori e lo sta cercando. Un altro dramma sociale che già c'è: ci sono centinaia di migliaia di precari che non hanno tutele e milioni di persone sta per scadere la cassa, o la cassa in deroga.
M5S propone il reddito minimo al posto della cassa integrazione.
Non sanno di quello di cui parlano. Come avviene in Europa, il reddito di cittadinanza deve essere sostenuto dalla fiscalità generale. Ma la cassa integrazione, e questo in troppi non lo sanno, non è pagata dai soldi pubblici, ma da quelli dei lavoratori e delle imprese. Per estenderla è sufficiente che i lavoratori e le imprese che non ce l'hanno paghino un contributo per averla. È un'idea di riforma in senso europeo.
Serve una riforma degli ammortizzatori sociali. A maggio iniziano a scadere la cassa integrazione. Tutto questo rende necessario un governo in carica?
Qualsiasi persona di buon senso, per la crisi che c'è in questo paese, con il rischio che il sistema industriale salti - non c'è giorno che un'impresa non dichiari esuberi, di chiudere o di trasferirsi - sente la necessità di un governo che governi. Bisogna bloccare i licenziamenti, ridurre l'orario, fare politiche industriali che riguardano la Finmeccanica, la Fiat la siderurgia, la piccola e media impresa. Ma non mi voglio sostituire né al parlamento né alle istituzioni cui spetta questa discussione. Ognuno si assumerà le sue responsabilità di fronte al paese.
Sta dicendo che è preferibile non tornare al voto? M5S dice che non appoggerà il governo Bersani. Tira aria di un nuovo governo tecnico, o di larghe intese.
No, sto dicendo che c'è bisogno di un governo che cambi le politiche che fatte da Berlusconi e Monti. Non sta a me decidere se è meglio tornare o no al voto. Il paese ha problemi enormi, bisogna trovare le soluzioni. I governi tecnici non esistono, lo ha dimostrato Monti. Ci vuole un governo che cambi. Un governo per continuare la linea Monti sarebbe un danno per l'Italia e per i lavoratori. Il 30 per cento degli italiani non è andato a votare. Sommato al resto, siamo di fronte al fatto che la maggioranza del paese reale non si riconosce nelle classiche rappresentanze politiche. È un segnale di cambiamento epocale per tutti. Noi della Fiom in queste ore stiamo scrivendo a tutti gli eletti per indicare quelle che secondo noi sono le priorità del mondo del lavoro.
Quali sono?
Lo dicevo prima: cancellare le leggi che hanno aumentato la precarietà, cancellare l'art.8 della legge Sacconi, una legge sulla rappresentanza, politiche industriali, incentivi alla riduzione dell'orario di lavoro, blocco dei licenziamenti.
Quello che lei dice è negli 8 punti di programma del governo 'di combattimento' di Bersani? Riformulo la domanda: il programma Bersani per lei rappresenta un inizio?
Noto che non c'è nulla sulle leggi sul lavoro, non c'è l'impegno su una legge sulla rappresentanza, né contro l'art. 8, non si dice nulla sulla riforma Fornero, né il blocco dei licenziamenti. Senza un piano straordinario di investimenti pubblici e privati non si creano posti di lavoro, trovando le risorse con una patrimoniale. Ragionamenti di questa natura vanno affrontati immediatamente.
Il centrosinistra per i sindacati rappresenta sempre la tentazione del 'governo amico'. Oggi c'è questo rischio nella Cgi. lLa scarsa autonomia in questi anni è stato uno dei problemi di tutti i sindacati. Il sindacato non dev'essere di governo o di opposizione. Dev'essere un soggetto democratico, perché costruisce le sue proposte con i lavoratori. E autonomo, che giudica un governo per quello che fa. È anche questo il cambiamento di cui parlo.
Se lei non fosse il segretario Fiom firmerebbe l'appello 'facciamolo' della sinistra per chiedere a Grillo di votare il governo Bersani?
Sono il segretario generale della Fiom. Non ho dato né indicazioni di voto né fatto scelte che potevano mettere in discussione il mio ruolo. Finché lo sono, continuerò così.
Ha intenzione di correre per la segreteria confederale della Cgil?
Ho intenzione di ricandidarmi a fare il segretario della Fiom, se mi eleggerano. Penso che nella Cgil ci sia bisogno di una discussione strategica vera e democratica. E da segretario Fiom ho intenzione di dare un contributo a questa discussione nella Cgil. Che deve darsi strumenti, anche innovativi, per far partecipare realmente gli iscritti alle decisioni. Il congresso, tanto più oggi, non deve essere un'occasione semplicemente burocratica. E il problema non è solo come si sceglie il segretario.
Nei sarcasmi letterari del grande penalista ce n’è per tutti - Grillo, Bersani, Monti, D’Alema - ma la pietra di paragone della scandalosità è l’intramontabile Caimano.
La Repubblica, 14 marzo 2013
Dati i numeri elettorali e l’umore nelle Cinque Stelle, non stupisce l’impasse: forte d’una minuscola maggioranza (124 mila voti alla Camera, sui quali escresce il premio affatturato dal Caimano 2006), il leader Pd tenta un’apertura ai nuovi venuti; e l’escandescente condottiero risponde picche; vuole l’intero governo; la sindrome egocratica regna anche fuori d’Arcore. P. B. non demorde e formula un programma stabilendo che la destra berlusconiana non sia contraente possibile, mai: sugli otto punti ivi definiti chiederà la fiducia; e se gliela nega, smentendo quel che predicava, l’homo novus ne risponde agli elettori. L’ovvio sèguito è uno scioglimento delle Camere appena nate ma qui cala un silenzio ambiguo. I visi nel summit Pd lasciano pochi dubbi: nessuno o quasi crede possibile l’accordo; è sottinteso che, cadendo l’offerta, i giochi cambino. Vediamo le alternative, cominciando dal discorso serio: qualora il fattore personale osti, cambiare cavallo, rectius uomo, prendendolo fuori della nomenclatura; e definire il programma in tal modo che l’eventuale rifiuto non sia decorosamente sostenibile «in piazza»; allora l’inevitabile bis elettorale diventa occasione da cogliere, se etica e intelligenza politiche contano ancora qualcosa (non è detto dopo i devastanti vent’anni berlusconiani).
Agli antipodi sta l’accordo col Pdl: lo invocano i berluscones fingendosi patrioti accorati; ma nemmeno i piagnoni delle «larghe intese» osano trescare in pubblico con chi, governando in due delle tre ultime legislature, affossava l’Italia; e nei tredici mesi della maggioranza spuria 2011-12 impediva riforme capitali, dal meccanismo elettorale alle norme contro una corruzione che dissangua il paese; né agirebbe diversamente, patrono organico del malaffare. La rentrée gli garantisce comode vittorie finché viva e magari oltre, quando gli addetti al culto svelino ai fedeli cos’hanno udito dalla venerabile mummia (l’ultimo coup de théatre è il ricovero notturno al San Raffaele col quale guadagna tempo nel dibattimento Ruby; e i farceurs ululano: s’erano mai visti inquisitori così crudeli da infierire sul sofferente nelle congiuntive?). Ormai è partita a carte scoperte: gl’italiani sanno chi sia, mago della frode, così avendo accumulato l’enorme fortuna; in che conto tenga gli animali umani, dall’harem olgiatense al mercato parlamentare; e l’arte gangsteristica nel colpire gli avversari (Boffo, Fassino, Fini, Marrazzo). L’audience meno sveglia poteva bere la favola: imprenditore ingegnoso, selfmade, lontano dal cinismo politicante (i cui favori pagava gonfiandosi); vent’anni dopo solo qualche circonvenuto può ancora crederlo. Esiste un motivo dominante nel voto dei sei milioni che gli restano: l’Impunito è figura carismatica; l’ammirano; ha del capolavoro lo schernevole scacco in cui tiene Dike schivando d’un filo le condanne (ogni tanto lamenta che le strategie d’impunità costino un occhio). Gli misurano le braccia, lunghe quanto nessuno sinora le sognava: dispone d’una macchina da guerra, e l’avere perso solo metà dei voti 2008 è impresa d’agonista, dato lo stato disastroso in cui versava 16 mesi fa. Lo vedono talmente forte da sostenere che il bianco sia nero, e affascinati, saltano sul carro sbagliando calcolo: il profitto va agli arruolati nella compagnia; i creduloni pagano. Insomma, corrompe e froda anche gli elettori. Ovvio quindi che fuori del giro mercenario nessuno osi candidarlo a consorte dell’Union sacrée.
Torniamo al voto plenario col quale il Pd salutava P. B. prendendo le misure della bara: i fatti diranno come uscire dall’impasse, supponendo insensibili le Cinque stelle, e tutti le ritengono tali; il presupposto è «mai in compagnia dell’Olonese ». Clausola lodevole, non sappiamo fin dove arrivi. L’insigne Bicamerista M. D’Alema, ad esempio, appare ancora più dialogante d’allora (5 febbraio 1997-9 giugno 1998), gravi essendo i pericoli: secondo lui, l’accordo con la destra sarebbe in re ipsa se non vi fosse un ostacolo; ed è Silvio Berlusconi. Deprecatio d’alto effetto, perentoria, ma la mimica lascia intuire i sottintesi: difficoltà insuperabile?; Dio non voglia. Casi simili esigono sano ottimismo: divus Berlusco appartiene alla storia d’Italia; compia un gesto nobile tirandosi indietro; ed ecco il governo virtuoso, trasversalmente composto da uomini dei due campi (armonia perfetta se convolassero i Letta, zio e nipote). Dovendo riscrivere Tartuffe nello scenario italiano 2013, cosa direbbe Molière? Ovvio: un Pdl absente Berluscone è forse pensabile nella luna, non quaggiù; appena Dominus comandi, vanno in scena spettacoli d’umanità avvilita, perché ha un potere degradante sulle persone e se ne compiace. Con quante smorfie dolenti il garrulo notabile Cl deplora la richiesta d’una visita medica fiscale (venerdì 8 marzo). L’indomani la Corte d’appello nega il rinvio e i tromboni soffiano l’anima: «macabra caccia all’uomo », medici legali nazisti, terrore staliniano; un difensore rinuncia all’arringa. Siano più cauti nell’usare gli aggettivi, arnesi pericolosi: quel «macabro» è cospicua gaffe; evoca figure del teatro nero d’Arcore. Le abbiamo negli occhi. Se anziché mastino dell’Olonese, il Pdl fosse un partito dove contano le idee e dei pensanti le discutono, Fini l’avrebbe svuotato andandosene, e tra i voti raccolti dal redivivo nove su dieci sarebbero in mano a Monti, collettore d’una destra pulita; ma le logiche politiche non c’entrano: costoro vogliono Re Lanterna, inscindibile dalle sue opere (tra le più consuete, parlamentari corrotti, testimoni comprati, menzogna assordante). In greco un Pdl che non dipenda da B. è oxýmoron, formato da due parole incompatibili: che il partito sia Lui, lo esclamava dal cuore Angelino Alfano, occhi sgranati, e consta dal quotidiano servizio liturgico vocale. Quando anche l’istrione simuli malinconico disinteresse, muore suicida un Pd che s’imbranchi col Pdl. Lì Grillo raddoppia i voti pigliando tutto. La via d’uscita sta nelle urne, al più presto, chimerica essendo l’ipotesi d’un governo trasversale che cambi in meglio le regole elettorali. Al pirata viene comodo scegliersi gli automi parlamentari.
Il manifesto, 13 marzo 2013 (f.b.)
L'ambiente è un tema importante. Indispensabile per capire il mondo attuale: la crisi ecologica, l'attenzione crescente verso i beni comuni, l'avanzata della green economy... E utile, utilissimo, anche per orientarsi in questa stagione inedita e complicatissima della politica italiana: per misurare ad esempio la distanza notevole che separa la dirigenza del Pd da un riformismo contemporaneo, e per indagare le premesse culturali e sociali che hanno reso possibile il trionfo elettorale dei Cinquestelle.
La larga maggioranza del gruppo dirigente del Pd non riesce a capire l'importanza dell'ambiente. Non capisce, soprattutto, come sia possibile che per un numero sempre più grande di persone la domanda di ambiente si intrecci con quella del lavoro, del reddito, dell'equità sociale, e conti altrettanto. Lo si è visto con i referendum del 2011: la nomenclatura democratica prima ha osservato con sospetto la mobilitazione referendaria che cresceva, poi è rimasta quasi stralunata scoprendo che 30 milioni di italiani - malgrado la crisi economica, malgrado problemi materiali per molte famiglie drammatici - considerino prioritarie questioni non direttamente economiche come l'acqua pubblica o il no al nucleare.
Questo ritardo nel riconoscere l'odierna centralità delle questioni ambientali accomuna il Pd a molti altri partiti socialisti, legato com'è a una tradizione culturale che vede il progresso, lo sviluppo quali fenomeni lineari e illimitati. Ma in Italia si manifesta con ancora più forza per la prevalenza nella nostra sinistra di una tradizione - quella del Pci - che ha sempre faticato ad adeguare le proprie visioni all'evoluzione sociale e culturale e che di fronte a tutte le nuove sensibilità e i nuovi movimenti dell'ultimo mezzo secolo - dal '68 al femminismo, dall'ambientalismo ai diritti civili - ha sempre reagito arroccandosi.
Prigioniero della sua genetica arretratezza, il gruppo dirigente del Pd, di cui i cosiddetti "giovani turchi" sono l'espressione più recente ma anche più ottusa, declina secondo alfabeti totalmente inattuali le stesse ricette per arrestare il declino economico dell'Italia: attardandosi a parole in una sorta di vuoto "gramelot" laburista, coltivando nei fatti rapporti assai stretti - rapporti molte volte opachi, di scambio e di potere - con i settori meno dinamici, oltre che più antiecologici, della struttura economica (l'edilizia della rendita fondiaria, i grandi gruppi dell'energia fossile, l'industria pesante). Tutte e due queste inerzie conservatrici contraddicono l'ambizione dei democratici di guidare un progetto di radicale cambiamento e li allontanano dall'elettorato più giovane. Entrambe lasciano in ombra le grandi innovazioni - ecologia, educazione, tecnologia - di cui l'Italia come l'intero Occidente ha disperato bisogno.
Anche se l'ascesa spettacolare del movimento Cinquestelle è dovuta soprattutto a un'efficacissima, e largamente giustificata, crociata "anti-casta", però proprio l'ambiente è uno degli argomenti più frequentati dai grillini: così nei loro programmi, nel loro discorso pubblico, nei curricula di buona parte dei loro eletti. Da questo punto di vista i Cinquestelle, bisogna dirlo, non hanno inventato nulla: l'ecologia, i beni comuni, sono temi da tempo "a disposizione", ed erano centrali già nelle mobilitazioni no-global di dieci anni fa.
Loro li hanno raccolti, depurati di qualche tossina vetero-ideologica di troppo (l'ambientalismo come nuova frontiera anti-capitalista), conditi con nuovi ingredienti - la democrazia della rete, un certo comunitarismo nimby - di per sé discutibili ma gettonatissimi nell'Italia disgustata dalla politica dei partiti. Certo il movimento di Grillo resta essenzialmente un "sintomo" dell'accresciuta importanza culturale e sociale dell'ambiente, mentre il suo concreto programma non pare sempre all'altezza di curare i tanti e gravissimi mali ambientali dell'Italia. Ma un fatto è indiscutibile: i Cinquestelle sono l'unica forza politica italiana che propone l'ambiente come parte decisiva di una prospettiva generale di cambiamento.
Il Partito democratico vuole ripartire dopo la dolorosissima "non vittoria" di queste ultime elezioni? Allora la smetta di perdere tempo e faccia corteggiando i "cinquestelle" dopo averli sbeffeggiati per mesi, e provi invece a diventare più contemporaneo mettendo per davvero l'ambiente al centro del suo sistema di valori e di interessi, e la green economy nel cuore della sua idea di sviluppo. Sarebbe più serio e funzionerebbe meglio.
UN PRESUNTO uomo di Stato, che ha avuto l’onore di guidare per tre volte il governo di un Paese democratico, ieri ha organizzato una gazzarra davanti al Tribunale di Milano schierando i deputati e i senatori Pdl contro la magistratura che lo indaga per reati comuni e portandoli addirittura a rumoreggiare di fronte all’aula del processo Ruby. La scena finale resterà nelle memorie peggiori del Paese, con i parlamentari in fila contro lo Stato come dei caimani in versione Lacoste, che purtroppo trasformano in piazza l’Inno di Mameli in una marcia antirepubblicana ed eversiva.
L’ordalia finale di un leader soffocato dalla sventura costruita con le sue stesse mani – nella dismisura degli abusi e della corruzione, all’ombra dell’impunità – ha travolto infine i sedicenti moderati della destra, cancellandoli in un’omologazione estremista che annulla ogni autonomia di destino per il Pdl, costretto all’identificazione fanatica col destino padronale, nella vita come nella morte politica.
Una scena con molti caimani, tutta la guardia scelta del padre-padrone. Marciano compatti verso il tribunale di Milano con l'intenzione di intimidire la magistratura nell'estremo tentativo di bloccare i processi contro Berlusconi, per evitargli, con le prossime sentenze, la probabile interdizione dai pubblici uffici (processo Mediaset e Ruby). I parlamentari del Pdl, in prima fila le facce note più richieste dai conduttori dei nostri talk-show, hanno occupato la scalinata del palazzo di giustizia, sono entrati dirigendosi in massa verso l'aula del pubblico ministero Boccassini, impegnata nelle battute finali del processo per prostituzione minorile (le cene eleganti con Ruby e le altre).
L'adunata milanese avviene in un momento di delicati passaggi istituzionali e di massima confusione politica. E' l'istantanea di un'Italia malata, umiliata per salvare le sorti giudiziarie di un politico. Si assedia un giudice e si tira in ballo il capo dello stato chiedendogli di salvare il paese «dall'emergenza democratica». Che di emergenza si tratti è davanti agli occhi della maggioranza degli italiani, come ha appena dimostrato l'esito delle elezioni. Ma per ragioni che nulla hanno a che vedere con i guai giudiziari di Berlusconi e molto con la crisi che coinvolge i due terzi delle famiglie italiane. E' di ieri il bollettino dell'Istat con la cifra di sette milioni di persone in difficoltà economiche. Una deriva sociale aggravata da una classe dirigente incapace di governo, complice di poteri corrotti. Il centrodestra, i vent'anni di berlusconismo lo confermano, ne porta la massima responsabilità.
Miracolato nelle urne dalla campagna elettorale di Berlusconi, il Pdl sa che il vecchio leader è l'unico, e perciò insostituibile, argine all'emorragia di più di sei milioni di elettori decretata dal voto. Per tenerlo politicamente in vita, i suoi avvocati lo hanno ricoverato tra le pareti dell'ospedale amico, mentre i suoi senatori e deputati tentano l'ultima difesa inscenando la gazzarra sulle scale del tribunale milanese, cantando l'inno nazionale, reclamando un incontro con Napolitano, come se il capo dello stato fosse la Cassazione.
L'Istituto Centrale di Statistica presenta quella che potrebbe essere una delle tracce per rivedere i nostri giudizi e relative politiche su società e sviluppo.
Huffington Post, 11 marzo 2013, postilla
"Quello di oggi è solo il punto di partenza per realizzare un cambiamento culturale che, mi auguro, aiuterà a migliorare in concreto il benessere della generazione attuale e di quelle future". Il presidente dell'Istat Enrico Giovannini presenta così il primo rapporto sul Benessere eco-sostenìbile in Italia.
A fianco del Pil, arriva così il Bes, il nuovo indice di 'benessere equo e sostenibile' coniato dall'istituto di statistica. Non un singolo indicatore ma un complesso, e pressoché unico al mondo, insieme di 134 parametri che descrivono i 12 ambiti - dall'istruzione, al lavoro, passando per le relazioni sociali e il paesaggio.
Secondo il presidente dell'Istat Giovannini, "per ciò che concerne la politica, le esperienze internazionali, quelle australiana e neozelandese, offrono importanti spunti per l'utilizzo del Bes". E fa un esempio che è anche una proposta: " Le relazioni tecniche di accompagnamento e le nuove leggi descrivano l'effetto atteso sulle diverse dimensioni del benessere e non solo sulle variabili finanziarie".
Il rapporto Istat Cnel ha poi anche fatto una fotografia sul crescente disagio degli italiani, alle prese con un peggioramento delle condizioni economiche e sociali: in estrema sintesi gli italiani sono sempre meno felici.
Sempre più poveri. In Italia, tra il 2010 e il 2011, l'indicatore della 'grave deprivazione' sale dal 6,9% all'11,1%, ciò significa che 6,7 milioni di persone sono in difficoltà economiche, con un rialzo di 2,5 milioni in un anno.
Occupazione, peggio di noi solo Ungheria e Grecia. Nel 2011 il tasso d'occupazione per
la classe 20-64enni è sceso al 61,2%, dal 63% del 2008. Nell'Ue a 27 presentano un tasso ancora più basso dell'Italia solo l'Ungheria e la Grecia.
Potere d'acquisto delle famiglie. Cinque punti percentuali: di tanto si è ridotto, dal 2007 al 2011, il potere d'acquisto delle famiglie italiane. Una contrazione che, tuttavia, si è riflessa solo in parte sui consumi che in termini reali sono diminuiti solo dell'1,1%. Questo perchè, nei primi anni della crisi, le famiglie hanno intaccato il patrimonio e risparmiato meno nel tentativo di mantenere il proprio standard di vita.
Giovani: emergenza lavoro. L'italia è il paese europeo che, dopo la Spagna, presenta la più forte esclusione dal lavoro dei giovani e l'unico con bassissime opportunità di occupazione regolare. Solo poco più di tre giovani su dieci lavorano con un tasso di occupazione del 33,8% tra i 20-24enni. La quota dei Neet, ovvero dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni che nè studiano nè lavorano, tra il 2009 e il 2011 è balzata dal 19,5% al 22,7%. Quasi un giovane su 4 dunque non è impegnato in percorsi formativi e non ha un posto.
Sfiducia nelle istituzioni. Sfiducia nei partiti, nel parlamento, nei consigli regionali, provinciali e comunali, nel sistema giudiziario. Una sentimento trasversale che attraversa tutti i segmenti della popolazione, tutte le zone del paese. Il dato peggiore sul fronte della fiducia dei cittadini verso le istituzioni riguarda, infatti, i partiti politici: la fiducia media verso i partiti politici, su una scala da 0 a 10, è pari a 2,3; seguono parlamento (3,6), amministrazioni locali (4) e la giustizia (4,4).
Un articolo di Rachele Gonnelli e un'intervista a Michele Serra di Luca Landò illustrano e commentano l'appello per un un «esecutivo di alto profilo» che rispetti il risultato delle urne», lanciato ai decisori da 10 autorevoli voci dell'opinione pubblica.
L'Unità, 11 marzo 2013
L’appello, diffuso anche attraverso i social network, non entra nel merito della scelta del Quirinale su chi debba avviare le consultazioni, si limita a chiedere un esecutivo «di alto profilo» che rispetti il risultato delle urne. «Mai, dal dopoguerra a oggi comincia il Parlamento italiano è stato così profondamente rinnovato dal voto popolare. Per la prima volta i giovani e le donne sono parte cospicua delle due Camere. Per la prima volta ci sono i numeri per dare corpo a un cambiamento sempre invocato, mai realizzato. Sarebbe grave e triste che questa occasione venisse tradita, soprattutto in presenza di una crisi economica e sociale gravissima».
I 10 firmatari chiedono perciò «gentilmente ma ad alta voce, senza avere alcun titolo istituzionale o politico per farlo, ma nella coscienza di interpretare il pensiero e le aspettative di una maggioranza vera, reale di italiani» che sia rispettata «la volontà popolare sortita dal voto del 24-25 febbraio». Chiedono che questa speranza «non venga travolta da interessi di partito, calcoli di vertice, chiusure settarie, diffidenze, personalismi». E ritengono di interpretare «questa maggioranza, fatta di cittadine e cittadini elettori che vogliono voltare pagina dopo vent'anni di scandali, di malapolitica, di sperperi, di prepotenze, di illegalità, di discredito dell'Italia nel mondo». Una stragrande parte del Paese che sottolineano «chiede ai suoi rappresentanti eletti in Parlamento, ai loro leader e ai loro portavoce, di impegnarsi fino allo stremo per riuscire a dare una fisionomia politica, dunque un governo di alto profilo» alle aspettative di un cambiamento. Don Gallo, il primo tra questi dieci a essersi espresso, giorni fa, a favore di una collaborazione tra parlamentari di centrosinistra e cinquestelle, ha poi aggiunto che a suo dire si dovrebbe anche rispettare il voto delle primarie Pd-Sel. A chi gli chiede se con Matteo Renzi il Pd avrebbe vinto le elezioni, risponde: «Secondo me no, ci sono state le primarie e il risultato va rispettato. Io conosco Renzi ha aggiunto e, come si dice per i calciatori, è uno di quei talenti che deve però maturare».
Cosa ti ha spinto a firmare e lanciare l’appello? L’ottimismo della disperazione?
Mi sembra di capire che l’appello si rivolga al Pd, al Movimento 5 Stelle e probabilmente a tutti i parlamentari di buona volontà. È così? Sei davvero convinto che il Movimento 5 Stelle possa muoversi senza Grillo? O che addirittura possa spostare Grillo?
Per fare un matrimonio ci vogliono delle affinità, se non elettive almeno elettorali. Che cosa potrebbe convincere il Movimento 5 Stelle a sostenere, sia pure con riserve, un governo guidato dal centrosinistra?
«Per esempio, che non fosse un governo “guidato dal centrosinistra”. Ma un governo sostenuto dal centrosinistra. E formato da personalità considerate con rispetto sia dal centrosinistra che dalle Cinque Stelle. Hai presente un’utopia? Ecco».
Nel testo scrivete che per la prima volta ci sono i numeri per “dare corpo a un cambiamento sempre invocato, mai realizzato”. La lista delle cose che vorresti cambiare immagino sia lunga: da dove cominceresti?
«Legge elettorale, legge anticorruzione, riforma radicale dei partiti (molti meno soldi, molta più trasparenza, più democrazia interna), stop alla cementificazione dei suoli, avvio della sola Grande Opera che cambierebbe in meglio la faccia del Paese e la sua dignità: risanare il territorio e recuperare il patrimonio edilizio dismesso».
Una recensione al libro-intervista di Valentino Parlato a cura di Giancarlo Greco,
La rivoluzione non russa. Quarant'anni di storia del Manifesto. «Se siamo uomini e non anime belle, lo si deve proprio a questo, alla capacità di rimettersi in piedi dopo la caduta. Come dice un proverbio francese: “Cadere sette volte, rialzarsi otto"»
L'altro aspetto pregevole del libro è che l'autore , il quale parla in prima persona, non si gonfia mai il petto, anzi tende a rendere la propria voce di soggetto narrante la più dimessa possibile. Non si erge mai a protagonista, pur essendo, di quella vicenda, un protagonista indubbio: « notoriamente – scrive Valentino Parlato di se stesso – il più modesto e moderato del gruppo». Dove quel “moderato” non è meno autoafflittivo del “modesto”, visti gli umori di intransigenza radicale che circolavano nel sistema sanguigno di quel nido d'aquile. E tuttavia quella modestia che Valentino si riconosce, cosi come quella moderazione, sono delle virtù che fanno premio, non solo per l'equilibrio storico-politico che governa il libro, ma perché, a mio avviso – all'interno della storia di quel gruppo - gli hanno offerto una lungimiranza politica di più lunga lena rispetto ai suoi compagni. Certo, Valentino non ha alle spalle la storia intellettuale di una Rossana Rossanda o di un Lucio Magri, o l'acuta pervicacia di analista politico di Luigi Pintor.
Tuttavia la minore altitudine del suo pensiero l'ha tenuto più vicino alla realtà e gli ha permesso, ( è sempre una mia opinione) di afferrare con spirito pragmatico più aderente alle cose le trasformazioni che son venute sconvolgendo tanti vecchi assetti sociali e tante certezze interpretative. Questa stessa capacità spesso non hanno posseduto coloro che erano intellettualmente più “costruiti” e hanno maggiormente faticato a trovare letture confacenti ai brutali resoconti dei fatti consegnati dal processo storico. Intendiamoci, il gruppo fondativo del Manifesto, sin dalla nascita lucidamente critico nei confronti dell'URSS e delle burocrazie comuniste, ( a parte l'illusione cinese) non è stato certamente spiazzato dall' anno terribile dell'89. Non è questo che si vuole osservare. Quanto piuttosto – ma l'argomento meriterebbe studio e analisi meno occasionali di questa breve nota – il fatto che l'ordito intellettuale di quel gruppo (e di quella generazione ) poggiava su una analisi storica dei mutamenti sociali che non è stata più aggiornata come sarebbe stato necessario e forse impossibile. Soprattutto alla luce dello scenario degli sconvolgimenti ambientali che hanno spiazzato i paradigmi della cultura marxista-industrialista in cui si è formata gran parte della sinistra nel Novecento. Ma tale riflessione ci porterebbe lontano.
Io credo che Valentino Parlato proprio per la sua intelligenza politica sia riuscito più di altri ad attraversare la storia quarantennale del Manifesto con la capacità di interpretare i mutamenti che sconvolgevano di volta i volta i criteri di analisi di chi – come i giornalisti di quel giornale– non soltanto dovevano dar conto degli eventi quotidiani, ma dare persuasive letture del mondo ai loro militanti. E questo, a mio avviso, spiega anche la lunga fedeltà di Valentino al giornale, solo l'anno scorso dolorosamente interrotta. Una scelta, quest' ultima, che non condivido , che trovo in contraddizione con la sua storia e la sua personalità, anche se, ovviamente, rispetto profondamente.
Vorrei dare qui al lettore almeno un'idea, un'impressione di che cosa intendo per intelligenza politica, riferita alla condotta di Valentino Parlato come intellettuale e politico. Nel libro ci si imbatte in una dichiarazione rivelatrice, quasi una confessione, che mostra la sua capacità di sfuggire alle rigidità dogmatiche con cui, così spesso, l'ideologia ci mette in trappola. Ma nello stesso tempo indica una linea di condotta, una profonda motivazione esistenziale da porre a base della lotta politica. E tale motivazione costituisce il più raffinato e saggio antidoto ai colpi dello scacco e della sconfitta cui è esposto chi sfida le opache “necessità” della storia.
« Nella lunga lista delle idee innate – scrive Parlato - ce n'è una particolarmente resistente, difficile a morire, che vede nell'errore una sciagura. E' un'idea stupida. La vita dell'uomo, dalla sua nascita alla sua morte, è un insieme di tentativi a volte azzeccati, a volte miseramente falliti. E se siamo uomini e non anime belle, lo si deve proprio a questo, alla capacità di rimettersi in piedi dopo la caduta. Come dice un proverbio francese: “Cadere sette volte, rialzarsi otto”. E aggiungerei che l'unico modo per tollerare il logorio quotidiano della battaglia politica è credere in un avvenire migliore che non si realizzerà mai, in mancanza del quale per molti il motore della militanza finisce per diventare l'interesse immediato, il realistico, pragmatico, postideologico arricchimento della propria parte» (p.96)
Dunque, un dispositivo intellettuale, un manuale di resistenza e insieme un progetto di vita.In queste riflessioni è come racchiuso il paradigma del politico rivoluzionario del '900, di cui Parlato è rappresentante a pieno titolo. Ma con in più quel quid di realismo politico che gli ha concesso una perdurante giovinezza anche nel nuovo millennio.
Il manifesto, 10 marzo 2013
La scorsa settimana, in Sel, è iniziato un confronto sul voto. Per la prima volta non è stato frettoloso come negli ultimi tempi. Capire è il primo passo: sarebbe miope accontentarsi di avere eletti in parlamento anche grazie a uno spropositato, e per me incostituzionale, premio di maggioranza. Chi ha vinto e chi ha perso è chiaro. Capirne le ragioni meno. Oltre all'esplosione annunciata del M5S, che incrocia più di tutti la delusione verso i partiti e la disperazione prodotta da una crisi devastante, impressiona il dato del Pd: dalla nascita "versione Veltroni" a oggi "versione Bersani", e nonostante un infinito numero di "salvifiche" primarie, perde due elezioni consecutive. Due sconfitte diverse ma che segnalano entrambe come il Pd non sia percepito come un partito in grado di guidare l'Italia e - aggiungo - di avere un peso in un'Europa governata dai liberisti, i veri antieuropeisti incalliti. Il Pd, dichiarando ogni giorno che si sarebbe appoggiato a Monti, ha reso manifesta la scarsa convinzione nelle sue proposte; e le intenzioni per nulla alternative alle politiche liberiste.
Quanto alla sinistra, Sel ottiene un deludente 3,2 per cento. Rivoluzione Civile, ennesimo tentativo di coprire la crisi di quel che rimaneva di Prc, Idv e Verdi, resta fuori dal parlamento. Il risultato è nessuna maggioranza possibile. Un esito elettorale ancora più bruciante perché nel pieno di una crisi economica, di una crescita mai vista della disoccupazione, del precariato e della povertà.
Mentre Sel maturava le sue decisioni, ho espresso opinioni diverse rispetto a quelle della maggioranza e di Vendola. La quasi nulla credibilità dei partiti, l'incoerenza tra il dire e il fare, i governi di centrosinistra che non avevano lasciato chiari segni riformatori. Avevo dubbi non sul tentativo di un'alleanza con il Pd, ma sul percorso frettoloso e politicista con il quale veniva fatta, sull'onda della paura di restar fuori. Eppure Sel partiva da una piccola posizione di forza - non aveva appoggiato Monti - e aveva ancora , in quel momento, la possibilità di portare con sé associazioni e movimenti, sulla spinta dei referendum e della vittoria in città importanti.
E invece siamo andati nudi al rapporto con il Pd , consegnandoci più che alleandoci. E così siamo stati assimilati al sistema dei partiti, noi che eravamo più un movimento nato per cambiare la politica, per dare all'Italia una sinistra alternativa al liberismo.
Diciamolo: Sel non ha potuto condizionare il centrosinistra sui contenuti a partire dalla partecipazione a primarie che per tutta l'Italia sono state le primarie del Pd nonostante la generosa presenza di Vendola. Se Sel avesse portato nell'alleanza, non il Prc o i Verdi, ma i movimenti dei precari e dei giovani e quelli ambientali referendari, il segno della coalizione sarebbe cambiato, forse la lista Ingroia non sarebbe nata e avremmo potuto parlare ai moltissimi delusi della sinistra che hanno scelto invece Grillo.
Le nostre proposte sono quasi sparite: dal taglio alle spese militari alla riforma radicale dei partiti, delle leggi Fornero su pensioni e lavoro, dalla conversione ecologica dell'economia al reddito di cittadinanza. Serviva un centrosinistra antiliberista non a intermittenza, capace di parlare delle banche e delle loro politiche sciagurate. Che sia stato solo Grillo a mettere piede alla assemblea del Monte dei Paschi dicendo ad una banca quello che milioni di cittadini avrebbero voluto dire, è stato un atto concreto e simbolico di forza inaudita. Noi abbiamo parlato a mezza voce, ci hanno impietosito i nostri alleati. E da ultimo, il tema centrale di tutto ciò che va ricontrattato con l'Europa per cambiare le politiche di rigore che hanno stroncato lavoro economia e giustizia sociale. Oggi Bersani si dice disposto a ricontrattare gli impegni presi, dal fiscal compact al pareggio di bilancio (votato dal Pd). Fino a ieri chiunque si azzardasse a dirlo veniva tacciato di antieuropeismo. In campagna elettorale il Pd ha rassicurato tutti sul fatto che avrebbe mantenuto gli impegni. Quegli impegni non si possono e non si devono mantenere. Essere europeisti oggi significa combattere contro queste politiche e metterne in pista altre. Un centrosinistra così sarebbe stato più credibile.
Ora, a sconfitta incassata, non si può dire che non potevamo fare che così. È un modo di ragionare ottunde il cervello. L'apertura a Grillo post voto è un'altra dimostrazione del fatto che non abbiamo capito la natura di quel Movimento, che cresce o cala a seconda di quanto i partiti sapranno ridiventare credibili curando le loro pratiche, rompendo il loro rapporto malato con il potere, ricucendo lo strappo con il paese reale. Rincorrere M5S richiamandolo alla responsabilità è molto tattico e poco realistico. Se il centrosinistra non ha una maggioranza non potrà governare. All'orizzonte purtroppo, vedo solo un altro inaccettabile governo tecnico o del presidente; oppure le elezioni. E quel che si profila nel Pd, Renzi leader nel caso di ritorno al voto, non è la soluzione, né potrei accettarla. Credo che la sinistra in Italia possa vincere solo rimanendo se stessa. L'idea che ci sia sempre bisogno dei moderati ha pervaso la campagna elettorale e Sel non è riuscita a toglierla di mezzo. L'Italia è l'unico paese d'Europa a non avere una grande forza politica di sinistra popolare. Negli altri paesi questa sinistra riesce a vincere. Potrebbe vincere anche in Italia? I primi a esserne persuasi dovremmo essere noi.