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I “super-architetti” (definizione di “Repubblica”, 8.11.2007), ovvero gli architetti internazionalisti presenti dappertutto nel mondo con opere di ogni genere, edifici pubblici – musei, auditori, università, stazioni, ponti…, o building privati per uffici e abitazioni (poche) per lo più in forma di grattacielo, parevano immuni da critiche. Chiamati da istituzioni pubbliche e private, da finanzieri e imprenditori per fornire prestigio e rendite mediante costruzioni grandiose o/e fantasiose piuttosto che effettiva soluzione di un problema, detengono un seducente potere individuale volto a segnare il destino di luoghi urbani senza attenzione alcuna ai bisogni sociali prioritari. In Italia i sindaci, non solo delle città maggiori, sembrano contendersi o dividersi le prestazioni di questi speciali progettisti solitamente collegati, o collegabili nel giusto momento, ai consorzi di imprese edili e ai grandi proprietari fondiari. E mai, mai la scelta dell’intervento voluta in comunione dai diversi soggetti in campo ha accettato i vincoli del piano regolatore esistente, o è quantomeno derivata da un’idea di città e organizzazione territoriale dichiarata prima dagli amministratori pubblici.

È superfluo ricordare nuovamente il caso di Milano, peggior esempio più volte discusso in Eddyburg e riassunto esemplarmente da Oreste Pivetta sull’Unità (23 e 28 ottobre). E Firenze? Il sindaco toscano che nel 2005 cerca di copiare il collega milanese perorando la chiamata di architetti stranieri famosi per donare alla città (questo il senso delle sue parole) punti singolari di presunta modernizzazione attraverso forme architettoniche inusitate di certo irriguardose dei tanti problemi irrisolti della città; per esempio il traffico insopportabile o lo sconvolgimento estetico delle strade commerciali. E l’appartata, benché esposta al mare, Savona? Amministratori e speculatori edilizi, davanti alla comunità attonita e forse in maggioranza consenziente, si accordano come uno strumento a suonare l’accettazione di due progetti diversamente firmati – grattacieli sformati e muraglie di palazzi – del tutto avulsi da regole e norme locali: luoghi coinvolti lo storico porticciolo della Magonara e il porto turistico della Torretta.

E quante altre città, regioni e provincie si potrebbero elencare perché sottoposte nel temibile XXI secolo, come in una guerra dei sette anni, alla potenza delle imprese immobiliari e al decisionismo di sindaci e presidenti di regione servile verso le prime anziché servitore del bene sociale? Ma il poderoso intervento edile extra-regole desiderato dai due poteri alleati riesce ad affermarsi, acquisendo anche i titoli per approdare ai giornali e alle riviste, solo grazie alla propensione dei super-architetti ad accettare ogni tipo di incarico professionale senza alcuna incertezza, senza sofferenza, per così dire, riguardo a ciò che sta davanti e dietro allo svolgimento dell’affare; senza alcuna riflessione, poi, verso le immancabili problematicità relative a qualsiasi azione nel vivo della città, ossia della società urbana. Pronti a tutto, si espongono anche al peggior fallo culturale e professionale pur di realizzare una clamorosa testimonianza del proprio divismo, edificare una cosa nulla c’entrante col contesto storico-sociale, dunque spregiativa della città e della comunità. Architettura in definitiva disumana: infatti a nessuno fra autori, esecutori, amministratori e compagnia importa il contenuto. Cosa c’è dietro il vetro? Uomini, macchine, farfalle? Vuoto?

Quali città e territori si salveranno dalla falsificazione della modernità architettonica se persino nello sconosciuto comune di Mola di Bari – già nelle mira di Eddyburg lo scorso anno – i fronti a mare di sud e di nord dovevano essere maltrattati dalle colossali e grattacieliche cubature progettate dall’architetto internazionalista di passaggio? Quali delle poche città ancora dotate di uno scampolo di bellezza d’architettura urbana, vale a dire paesaggio architettonico d’insieme oltre che singolo monumento, se anche Torino dovrà accettare anch’essa obbligatori ma insensati grattacieli non potendo resistere alla necessità del potere finanziario-bancario di rappresentarsi come alto, forte, imponente e prepotente? Perché l’italianissimo progettista del primo gigante a Porta Susa si comporta come fosse autorizzato a trasgredire le buone regole esistenti? Perché ignora un piano regolatore recente? Come può rivendicare una sorta di virtù sacrale assoluta, intoccabile del proprio progetto quando, al contrario, è la città a dover essere interdetta alle azioni promosse all’improvviso senza conoscerne a fondo il corpo e l’anima?

Quei super-architetti possono farne di tutti i colori. Non esistono i critici d’architettura, non vige alcuna autorevole critica paragonabile alla critica d’arte. La dimostrazione di quanto sia vera la frivolezza di certi autori risiede nella incredibile disponibilità ai cambiamenti del progetto riguardo alle forme: solo esse, giacché non si sognano di ridiscutere, poniamo, la volumetria espressione di sfruttamento fondiario speculativo, nemmeno quando spropositata (e lo è sempre per l’intrinseco carattere delle operazioni immobiliari proposte quali alternative a limiti esistenti); o, tantomeno, l’assurdità dell’intervento dal punto di vista urbanistico. Milano, area dell’ex Fiera: i tre progettisti superstar, tra l’altro del tutto estranei alla nozione di contesto così distintiva della scuola milanese di architettura, erano pronti a ridurre appena le altezze dei tre grattacieli su richiesta del sindaco Letizia Moratti rigonfiando altre parti per conservare la cubatura totale. Delle forme definitive non si sa nulla, è probabile che l’edificio sciancato e il pendente lo saranno meno o non lo saranno affatto. La densità fondiaria altissima, essa primario impedimento alla realizzazione di un parco benché piccolo ma non falso come nella menzognera propaganda, è garantita. Sempre a Milano gli edifici previsti nel quartiere Isola (parte dell’operazione immobiliare di Garibaldi-Repubblica) sono cambiati più volte, ma il divieto dell’imprenditore-proprietario di concedere anche un solo centimetro cubo in meno alle proteste degli abitanti è irremovibile. Forse per burlarsi dei mugugnanti, a un certo punto del confronto il rendering di due grattacieli presentava sulla copertura pali e rotori per l’energia eolica. Del resto il divertissementdei rendering relativi al porticciolo della Magonara a Savona è passato da un grattacielo curvo a strapiombo sul mare, una banana di 120 metri, a una specie di tortiglione, come un tubo di plastica semi-rigida tenuto in mano ai due estremi e ruotati in senso opposto così che la parte centrale si deformi stringendosi.

Savona. Seconda proposta di Fuksas

Ci deve essere una qualche sciagurata legge di comportamento nell’impiego del computer per restituire facili immagini in prospettiva di edifici e complessi edilizi. Viviamo in un’epoca della progettazione architettonica in cui troppo spesso, e sempre nel caso delle grandi opere di super-architetti, il progetto di massima è sovvertito. Una volta (e forse ancora oggi presso certi studi organizzati artigianalmente) era elaborazione chiara molto impegnativa per l’autore, già risolutrice delle diverse opzioni, delle contraddizioni e dei ripensamenti, perciò approdava agevolmente al rigoroso progetto esecutivo non demandabile ad altri. Oggi si riduce a figure informatizzate più o meno scintillanti ma generiche, irreali, messe insieme dai mozzi dell’ufficio; per forza prive di principi basilari relativi a proporzioni, destinazioni, funzioni, relazioni con la complessità urbana e la sua storia.

E il progetto esecutivo? Il passaggio non interessa al super-architetto. Varranno le prestazioni di gruppi specialistici abili nei più sofisticati metodi di disegno al computer e nel reperimento delle tecniche “impossibili” atte ad affrontare le forme edili astruse per statica e funzionalità. Gruppi talvolta appartenenti agli atelier professionali del maestro (peraltro un Norman Foster, si narra, è servito da cinquecento dipendenti), oppure impiegati o fatturisti delle imprese di costruzione. Queste, a loro volta, cercheranno di realizzare quelle forme ricorrendo ai più aggiornati espedienti tecnologici. Insomma, cos’è uno qualsiasi degli edifici più insensatamente arditi (per così dire) o il più scompigliato saggio di decostruzionismo? Se non esistesse l’informatica sarebbe una maquette, un oggettino, una scultura, un sopramobile ingrandito cinquecento volte, trasalito a un’architettura priva di visceri, di sangue. Di verità.

Allora in questi giorni vorrei festeggiare: dall’articolo di “Repubblica” citato nella prima riga, titolo “Le grandi opere fanno acqua, vacilla il mito dei super-architetti” (p.31), sappiamo che due dei protagonisti del mercato architettonico mondiale, Gehry e Calatrava, dovranno rispondere a pesanti accuse, denunce al magistrato e richiesta di danni a causa di gravi errori di progettazione ed esecuzione in opere note in tutto il mondo: rispettivamente il nuovo centro Ray and Maria Stata del Massachusetts Institute of Technology e il Palau de les Arts commissionato dalla città di Valencia. Alberto Flores D’Arcais ricorda molti altri casi dello stesso genere. Abbiamo la conferma che l’architettura di moda, come i vestiti le scarpe la biancheria, sembra concepita per la breve durata, scene fragili di uno spettacolo temporaneo, “forme gastronomiche” ha detto qualcuno. Evidentemente i super-architetti (“’star’ come Renzo Piano… Richard Meyer… Arata Isozaki… Daniel Lebeskind…”), noncuranti della solida architettura della realtà, non son fatti della stessa carne di un Brunellesco (benché un sindaco pazzo proprio al maestro del Rinascimento li abbia paragonati); lui che, ci racconta Julius von Schlosser, “sale attivo sulle impalcature” (1929, poi in Xenia, Laterza, Bari 1938, saggi tradotti da Giovanna Federici Ajroldi).

Milano, 14 novembre 2007

Il pianeta degli slum , Feltrinelli 2006. - Ne conoscono qualche immagine, gli studenti avranno visto su giornali e riviste o casualmente alla televisione (che però, lo sappiamo, nell’informare è falsa come Giuda) il modo di abitare e di vivere cui devono soggiacere milioni di persone in molte megalopoli: le gigantesche proliferazioni urbane cancerogene e metastatiche nel Terzo mondo cui sarebbe sbagliato assegnare il termine urbanistico di “espansione urbana”: troppo dolce, troppo collegato al processo normale e per così dire occidentale che la città ha da sempre introiettato nel suo puro consistere. Per la verità il concetto di espansione e la realtà cui è riferibile sono mutati profondamente nel corso del tempo. Oggi per esempio, riguardo al territorio milanese, come a molti altri contesti italiani, europei e americani, designiamo col termine sprawl un tipo di espansione, o di aggressione (per dire che l’una vien da dentro, l’altra da fuori) che non ha niente della tendenziale crescita fisica della città fino a tutta la prima metà del XX secolo. Lo sprawl è la scomposta periferia metropolitana, (to sprawl, propriamente, significa ”adagiarsi in modo incomposto”), il confuso spazio una volta in gran parte campagna nel quale gli abitati non sono più riconoscibili nella loro conformazione storica ma sono mischiati, unitamente al margine della città centrale, in un magma entro il quale non riusciamo più a ritrovare né confini né toponomastica né chiare direzioni stradali. Uno spazio, un’edilizia irragionevoli, privi di dignità civica, estranei ai caratteri della vecchia periferia aggrappata al cuore della città e non del tutto differente. Lo slum periferico è un’altra cosa. Non lo erano le insane e orribili parti delle città industriali ottocentesche descritte da Engels e Marx; né parrebbe del tutto convincente assegnarne il titolo alle strade e vicoli della Napoli descritta da Frank Snowden (Naples in the Time of Cholera, 1884-1911, Cambridge 1995) che tuttavia Davis definisce “pittoresca ma tragica anticipazione della situazione odierna a Lima o a Kinhasa” (p.158), a Città del Messico o a Dakar.

Ad ogni modo per avvicinarsi alla conoscenza del fenomeno slum allo stato attuale della sua manifestazione e delle cause originarie la lettura del libro è, a mio parere, indispensabile. In buona parte del mondo in via di sviluppo (che vorrei tornare a definire sottosviluppo, essendo ormai incontestabile, nel generale processo globalizzante, l’approfondimento del solco che separa i paesi più ricchi da quelli più poveri) la città continua a crescere benché in assenza di capacità di produzione manifatturiera per l’esportazione (che, invece, possiedono Cina, Corea e Taiwan). Persino grandi città con tradizioni industriali come Buenos Aires, Bombay, San Paolo del Brasile… colpite da chiusure di fabbriche e cadute nel noto processo di deindustrializzazione senza contropartita, sono epitome di un fenomeno che peraltro riguarda, benché in forma del tutto diversa, anche città europee e statunitesi: separazione tra urbanizzazione e sviluppo capitalistico. Lo vediamo nel nostro paese: l’esplosione edilizia nell’epoca del decentramento-ridimensionamento industriale e della dominanza del settore finanziario non significa altro che spostamento dell’accumulazione dal profitto alla rendita fondiaria e finanziaria, a costo di produrre edilizia inutile.

Mentre le città del Terzo mondo non riuscivano più a creare posti di lavoro, la politica di deregulation agricola e di dura disciplina nei bilanci economici degli stati e degli enti continuavano a provocare surplus di manodopera rurale che doveva per forza emigrare verso la città, andare ad aumentare la popolazione insediata negli slum o a crearne di nuovi, utilizzando i margini urbani più degradati, privi di infrastrutture e servizi, “inabitabili” secondo qualsiasi canone igienico anche di infima pretesa. Quanto alla “casa”, sappiamo che il termine di “abitazione impropria”, talvolta impiegato nelle statistiche, non solo è insufficiente, ma è ingannevole e capzioso; è difficile immaginare come la soglia del peggio, del più incredibile arrangiarsi con ogni genere di materiali discaricati dalla città possa essere superata per giungere a forme di riparo che nemmeno i nostri fratelli mammiferi accetterebbero.

La ricerca di Mark Davis da una parte conferma che la portata del fenomeno con i tremendi problemi umani che coinvolge è quasi fuori della portata di reale affrontamento. Ci sono paesi nei quali la popolazione urbana è quasi totalmente costituita da slumsman e slumswoman (si accetta questa personale denominazione improvvisata?) e non da townsman e townswoman (locuzione corretta per l’abitante di città). L’Africa detiene il tristissimo primato. Queste le percentuali di popolazione di slum rispetto al totale di popolazione urbana (2003) in Sudan, 85,7, Tanzania, 92,1, Etiopia, addirittura 99,4 (fig. n.6). Vuol dire che in Etiopia pressoché nessuno vive in condizioni abitative anche lontanamente paragonabili alle nostre di cittadini d’Occidente, la parte di mondo che ha storicamente imposto il sottosviluppo ai fini del proprio sviluppo (ripassare, per favore, le note analisi sullo scambio ineguale). In una rassegna di trenta fra i maggiori megaslum (fig. 7) il numero di persone coinvolte va dalle 500.000 di Kinshasa (slum di Masina) alle 800.000 del Cairo (Città dei morti), al milione e mezzo di Lagos (Ajegunle), ai quattro milioni di Città del Messico (Neza-Chalco-Izta).

Da un’altra parte la ricerca offre interpretazioni originali, coraggiose. È impossibile riassumerne il contenuto e il significato anche politico. Mi limito a una specie di sommario:

- in certe città, i residenti in normali case private o pubbliche costruiscono abusivamente nei cortili baracche altri ricoveri, e li danno in affitto a famiglie giovani povere (p.45);

- è assai diffuso dappertutto nel terzo mondo il fenomeno dei “padroni degli slum” che spremono “profitti osceni ancora oggi dalla povertà urbana. Per generazioni le élite possidenti rurali del Terzo mondo si sono trasformate in proprietari di slum urbani”, una “tendenza al latifondo urbano che affonda le sue radici nella crisi e nel declino dell’economia produttiva” (p.80-81);

- da decenni si è affermata nelle maggiori città di Africa, Asia e Sudamerica la concezione di “ostacoli umani”, attributo degli occupanti delle aree marginali che occorre rimuovere per “ridisegnare i confini spaziali a favore della proprietà immobiliare, degli investitori stranieri, delle élite dei proprietari di case e dei pendolari delle classi medie” (p.93). Di qui la politica e la pratica dello “sgombero”che ha riguardato durante quarant’anni centinaia di migliaia di persone per volta, per esempio a Seoul nel 1988, 800.000, Rangoon nel 1995-96, un milione, Harare nel 2005, 750.000 (vedi fig.10, con dodici casi);

- l’equazione marginalità occupazionale = marginalità urbana a partire dal 1980 è dimostrata; la vita penosa dello slum corrisponde al lavoro penoso informale, sommerso o alla disoccupazione irreversibile (p.159);

- sembra ormai senza ritorno il processo tardo-capitalista di “cernita dell’umanità”. Il surplus di lavoratori e di poveri, ovvero (secondo la vecchia definizione materialista) l’esercito di riserva, rappresenta un carico eccessivo nel quadro dell’economia-mondo globalizzata: non sarà mai più compreso nell’economia e nella società, continuerà a sopravvivere ai margini della città e della società come “discarica umana” (p. 47), proprio come l’immondizia discaricata su cui molti slum sorgono. D’altronde, oggi, se arrivano nuovi wretched nel margine urbano “si trovano di fronte a una condizione esistenziale che non si può definire altrimenti che una marginalità entro la marginalità o, con il termine più bruciante usato dall’abitante disperato di uno slum di Baghdad, una ‘semimorte’” (p.178).

Conclusione guardando al polo opposto dell’habitat urbano. I residenti della classi ricche della metropoli cercano ossessivamente sicurezza, isolamento sociale a fronte del pericolo rappresentato dall’assedio dei sottoproletari, indifferente che sia dall’esterno o dal cuore degradato della città vecchia. Nasce la Edge City, l’insediamento suburbano, peraltro usuale da tempo negli Usa, ben protetto da barriere, cinte, cancellate, blocchi stradali. Case come fortezze che uno studioso nigeriano ha definito “architettura della paura” (p.109). A renderla adatta per essere illustrata sulle riviste frequentate dagli studenti, questa architettura, potrebbero pensarci i Libeskind, le Hadid, i Fuksas… e la compagine pronta a fornire la propria immaginosa versione: purché non chiamata a misurarsi con la superata pretesa di coinvolgere nella ricerca dell’architettura la ragione e il sentimento dei contrasti sociali. (Milano, 10 ottobre 2007)

Si veda anche, in eddyburg, B. Vecchi, Viaggio alla fine della città e J. Press, La corsa allo spazio

Dopo la carneficina di Genova del 2001, credo che sia impossibile dir bene del G8. Comprendo appieno le perplessità, le preoccupazioni, le ansie, i no a prescindere, che pervadono gli interventi del “manifesto sardo” per il G8 del 2009 nell’isola della Maddalena. Tuttavia, mi sento obbligato a ricordare che il G7 di Napoli del 1994 fu un'altra cosa (G7 e non G8 perché la Russia allora non faceva parte dei grandi). Senza il G7 non ci sarebbe stata quella stagione di fiducia e di speranza che fu chiamata il rinascimento napoletano. Un rinascimento dissennatamente dissipato negli ultimi anni e poi sepolto sotto una montagna di rifiuti.

Un po’ di cronaca. Alla fine del 1993, Antonio Bassolino era stato eletto sindaco, vincendo al ballottaggio un duello con Alessandra Mussolini che per mesi aveva appassionato l’Italia. Napoli era in ginocchio, stremata dal malgoverno, dagli scandali, dalla corruzione degli anni precedenti. Non funzionava più nulla, dai rubinetti usciva acqua marrone. Il comune era stato dichiarato in dissesto, cioè fallito, si riusciva solo a pagare gli stipendi. Come facemmo a restituire condizioni di vita decenti e ad avviare il riscatto della città è stato raccontato altre volte. Qui è importante ripetere che, senza il G7, i nostri obiettivi non sarebbero stati raggiunti. Non tanto per le risorse finanziare stanziate per l’occasione: disponevamo solo di 20 miliardi di lire, ai quali mi riuscì di aggiungerne altri 35, con un’operazione contabilmente eretica, anticipati dal ministero dei Lavori pubblici dai fondi per l’edilizia popolare. Alla fine spendemmo meno di 50 miliardi con i quali furono pavimentate le strade che i protagonisti del vertice avrebbero percorso; furono restaurate la villa comunale e le fontane delle piazze più importanti da lustri all’asciutto; fu tirata a lucido la galleria Umberto. Ma l’intervento più ambizioso fu il ripristino della piazza del Plebiscito che, prima del G7, era un luogo da incubo, in parte occupata da un cantiere abbandonato della metropolitana, il resto un immenso, terrificante parcheggio. La nuova pavimentazione, e soprattutto la decisione – contrastata da quasi tutta la stampa, da sedicenti esperti (mai fidarsi degli ingegneri del traffico) e dalla maggioranza degli intellettuali – di rendere permanente la pedonalizzazione della piazza, furono la carta vincente. La città si schierò compatta in difesa della giunta, cominciò il rinascimento di Napoli. “Napoli la deforme, Napoli l’incurabile, la disperata, il recinto ribollente, amarissimo del degrado. E adesso, di colpo, Napoli la rinata, Napoli la sfolgorante. La sue sterminate difficoltà sopravvivono, tutte. Ma da qualche settimana questo luogo di fastose meraviglie ritrovate sembra somigliare pochissimo alla patria dei De Lorenzo e dei Pomicino. Si intuiscono le emozioni di un riscatto non solo di superficie ma di coscienze”: così scrisse Donata Righetti su La Voce, allora diretta da Indro Montanelli.

Può servire il ricordo dell’esperienza napoletana nel dibattito sul G8 della Maddalena? Forse no, sono situazioni incomparabilmente diverse. Ma una riflessione sul metodo può essere utile. A Napoli, furono realizzati interventi assolutamente ordinari sfruttando sapientemente (penso di poter dire così) le procedure e i finanziamenti straordinari resi disponibili dal G7: questa credo che sia stata la ragione essenziale del buon risultato. L’occasione non fu sprecata, né si dette spazio a miraggi o peggio, come succedeva prima. Per Italia 90, a Napoli si erano spesi oltre 600 miliardi in opere inutili o delittuose. Penso che abbia ragione Sandro Roggio che ci sarebbe dar far festa se si riuscisse a impedire il vertice sardo. “Ma così non sarà – scrive Roggio – il G8 si farà e porterà denari, molti denari, che potranno essere usati male o bene in un ambiente che vive di turismo e poco altro”. E giustamente propone che si metta mano subito a un’attività di pianificazione partecipata e sostenibile “che tenga insieme tutte le questioni aperte per evitare che si disperda il senso unitario di uno dei paesaggi più importanti del Mediterraneo”.

In alternativa, il G8, oltre a essere, nel migliore dei casi, una stucchevole esibizione dei presunti padroni del mondo, può trasformarsi in una formidabile occasione a favore di vecchi e nuovi speculatori immobiliari.

Cinque anni dal mio primo intervento in eddyburg.it. È passato un lustro da quando, dopo un soggiorno a Venezia, inviai a Edoardo Salzano una copia delle lettere scambiate con l’Istituto veneto di scienze, lettere e arti (Ivsla). Chiedevo all’istituto di ascoltare certi miei rilievi e impressioni relativi ad alcuni orribili aspetti, probabilmente ritenuti minori, della condizione della città; volevo “avere una spiegazione delle ultime sconfitte” e sollecitavo l’Ivsla a promuovere iniziative “per fermare i vandali”, a rivolgersi all’università e a “coloro che conoscono e amano davvero Venezia”. La risposta fu gentile e dichiarante “incompetenza” (!). Né diedero segnali di interessamento l’Istituto universitario di architettura e la Facoltà di architettura di Milano. (Il mio intervento è forse ricuperabile nell’archivio del sito, annata 2002, titolo Mascherata veneziana. Chi possedesse Parole in rete, la prima delle due raccolte dei miei scritti in eddyburg pubblicate da Libreria Clup, lo troverà subito a p.15). Ritornai nel nostro sito (se posso dire così) solo nel 2003, e uno dei primi argomenti fu di nuovo il destino di Venezia. Presi spunto da unarticolo di Francesco Erbani, Se la laguna si trasforma in un Club Méditerranée (Repubblica del 13 aprile). Oggi, nel quinquennale ricordato, mentre forse la maggioranza dei veneziani residui si incanta del ponte di Calatrava (“la grande cazzata”, Salzano) mentre stanno loro sottraendo l’ultima Venezia da sotto i piedi, ho voluto rimettere insieme certi pensieri sulla città conosciuta, e ho deciso di comunicarli ai frequentatori del castello edoardeo.

Il buon piatto di risebisi (così ci suonava risi e bisi)al ristorante-albergo all’Angelo, quasi al fondo di Calle Larga San Marco, pochi passi e si era sul ponte del Rio di Palazzo. Un netto ricordo dell’infanzia, il primo viaggio nella città unica a otto-nove anni d’età, coi genitori e la sorella. Certo non il solo: gli altri, i canali i battelli le gondole, i campielli coi giochi e le voci dei nostri coetanei; correre fra le calli e su e giù per le scale dei ponticelli; stare un’ora almeno sul battello, o sulla gondola lungo i canali stretti guardando scorrere le persone e le case sulle rive; c’impressionava il gondoliere. Ma quel risotto coi grani di riso mescolati ai pallini verdi, un po’ di prezzemolo e di parmigiano (la mamma aveva richiesto di limitare la cipolla) a noi ragazzi era piaciuto specialmente, diverso ma buono per semplicità. Eravamo abituati al risotto alla milanese. Dicevamo spesso alla mamma fa’ il risotto giallo. Semplice, con lo zafferano e senza midollo. Ai bambini non piacevano i cibi ricchi, troppo elaborati. Amavamo il risotto e la cotoletta impanata (senza il “manico” cioè l’osso, una milanese declassata) con le patatine. Sempre quello, giallo. La potente paniscia novarese, coi cavoli e i fagioli, la carota e il sedano, pezzetti di cotica o di costine, solo poche volte all’anno. Risebisi, forse mai più mangiato a Venezia in seguito (dove lo fanno bene, oggi, chiedo a Edoardo).

La città meravigliosa. Presi a frequentarla nel dopoguerra con qualche amico, specialmente in occasione delle Biennali d’Arte. Commissario straordinario della prima edizione postbellica, 1948, era Giovanni (Giò) Ponti che l’anno seguente sarà mio insegnante al corso di Architettura degli interni, arredamento e decorazione. Segretario generale per le arti decorative, Rodolfo Pallucchini. Seguivamo gli avvenimenti dell’arte quanto ci fosse concesso dalle misere condizioni economiche. Riuscivamo a passare qualche giorno a Venezia dormendo in brutte locande e limitando i pasti a quasi niente, mai ci sedevamo a un tavolo di qualche locale, questo fino a metà degli anni Cinquanta. Venezia era piena di segni dell’età e della guerra, ma era dritta secondo la sua storia di città rara e salva per il bene del mondo, non l’avevano ancora rovesciata. La città era vera, non una finzione per turisti; i veneziani esistevano numerosi e resistevano.

Ci tornerò spesso in seguito, potremo (plurale dovuto alla condizione di coppia) goderla senza faticose restrizioni economiche. A un certo punto, mentre tutte le altre città crederanno di aver raggiunto i vertici della modernizzazione riempiendosi di automobili e di veleni, di traffici d’ogni genere invadenti gli spazi civili, Venezia si presenterà alla mente e al cuore delle persone sapienti come l’unica città davvero moderna, la città che si sognava mentre ci si districava nella giungla metropolitana. Mancavano le automobili gli autocarri i camioncini le moto i motorini! Le altre, mortifere, cercavano disperatamente di circoscrivere qualche spezzone del centro (più o meno storico) per renderlo esclusivamente pedonale e non sempre ci riuscivano se non malamente, al contrario Venezia era lì bella e pronta, tutta pedonale, tutta aperta alla persona invece che alla macchina. I canali, poi, come fossero coerenti ai moderni manuali di classificazione delle strade, servivano secondo i mezzi e comunque la cosiddetta motorizzazione per via d’acqua costituiva una taglia, una pena cento volte minore di quella usuale nelle città.

Dal punto di vista urbanistico e architettonico non erano mancati gli obbrobri (per esempio il nuovo Danieli in Riva degli Schiavoni, il Bauer a San Moisè, la Cassa di Risparmio in Campo Manin…), ma la forza coesa dell’organizzazione storica dello spazio, essa stessa totalmente architettura, non aveva perso la guerra contro i vandali come era accaduto a Milano, Roma, dappertutto.

Poi la modificazione da città più moderna del mondo a nonluogo oppresso dal più volgare consumismo estraneo è proceduta senza tregua. Da quando? Ho calcolato, in base alla mia esperienza, a partire da trentacinque, quaranta anni fa. I frequentatori di eddyburg conoscono gli avvenimenti o possono ritrovarne il racconto. Ricordo però che all’inizio degli anni Novanta nacque una nuova speranza. Fu Antonio Cederna a sostenerlo in un articolo su Repubblica del 25 aprile 1990, La rinascita di Venezia (ora pubblicato come “scelto da Luigi Scano” in Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna, a cura di Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala, Bonomia University Press). Il piano per il centro storico, “un grande progetto di restauro” varato dalla giunta rosso-verde (sindaco Casellati, assessore Stefano Boato, consulente Scano) sulla base del lavoro precedente avviato da Salzano quand’era assessore all’urbanistica, avrebbe potuto mutare il destino della città, soprattutto fermare l’esodo degli abitanti e riportali almeno a centomila unità (oggi sono meno di settantamila). Sarebbe spettato alla nuova amministrazione dopo le elezioni “attuare il piano e sventare quell’autentica disastrosa calamità che sarebbe l’Esposizione universale del Duemila”. Quest’ultimo, l’unico obiettivo raggiunto. Il progetto è stato tradito e il futuro prossimo renderà irreversibile l’omologazione di Venezia alle altre città. Al posto suo la nuova AIZÉNEV:

- venti milioni all’anno di turisti;

- palazzi storici e belle case normali ristrutturati, fracassati, frazionati, per ottenere alberghi, residence, alloggi da affittare per una settimana o per un week end, negozi e grandi magazzini;

- poche migliaia di abitanti residenti non resistenti, larve atte a “portar fuori il cane” dei nuovi proprietari stranieri;

- laguna sconvolta dal gigantesco macchinismo del Mose (l’“isola intermedia”, il “porto rifugio”, i nuovi moli e le barriere, le paurose “paratoie” diavolesco moloch addormentato sul fondo);

- metropolitana, ossia la terribile “cosa dall’altro mondo” che piomberà (giustamente…) sulla città rovesciata, la più inconcepibile (“incompatibile con la ragione”, Garzanti…et al.) idea che i nemici di Venezia potessero manifestare, fra loro persino l’intelligentone sindaco Massimo Cacciari (non posso capacitarmi pensando alla gente che sale da sottoterra alle previste fermate di Murano, Misericordia, Ospedale Civile, Arsenale);

- e i danni denunciati da me cinque anni fa, continuati fino all’esaurimento della materia da trattare: pareti di edifici di qualsiasi genere dipinti di “rosa e rosa rossi di ogni gamma… assurdi color fragola o giallo polenta… accostamento fra diversi anche su pareti ortogonali” - “finestre in alluminio anodizzato-oro applicate sul filo esterno della muratura al posto dei bellissimi antoni di legno” - “cornici, sporti, segnapiani, colonnine e altri elementi architettonici in pietra d’Istria, rinnovati, anziché con leggera lavatura a getto secondo le buone regole, mediante verniciatura color bianco splendente…”.

(Il cerchio aperto dal corsivo iniziale si richiude su AIZÉNEV: la città da odiare).

12 agosto 2007

Ha un bel mostrare i muscoli Terminator Schwarzenegger, anche nella versione turbo dei muscoli politici, che fanno leva sulle energie della collettività: contro la villettopoli sembra non esserci niente da fare.

I suoi ambiziosi piani per combattere il riscaldamento globale attraverso la riduzione delle emissioni sembrano avviarsi baldanzosi, muovere i primi passi, ma poi arrestarsi più o meno bruscamente quando inciampano in quello che Dick Cheney ha azzeccatamente definito “il nostro stile di vita irrinunciabile”.

Uno stile di vita fatto di varie cose irrinunciabili: l’automobile per andare ovunque comunque; l’aria condizionata per potersene fottere, del riscaldamento globale, di cui si accorgono solo cervelloni e comunisti; consumi opulenti senza i quali non c’è identità alcuna; e al centro di tutto la casa familiare, il più grande possibile, col garage enorme per tutte le auto di famiglia, col giardino enorme, magari per metà asfaltato così non sporca, e in fondo al giardino un’altra piccola casa, dove tenere la collezione secondaria di motori a combustione interna, ovvero tutta la micidiale serie dalla turbofalciatrice in giù.

E non è proprio il caso che noialtri tribù italomediterranee si rida della goffaggine degli elettori di Terminator: siamo messi uguale, se non peggio. Ad esempio lo scorso inverno un rapporto (naturalmente ignorato o quasi dai giornali) dell’Agenzia Europea dell’Ambiente spiegava come nell’assenza di politiche serie e diffuse l’urbanizzazione si stia diffondendo come una specie di cancro a scala continentale, da un lato mangiandosi la risorsa terra che – forse val la pena ricordarlo – è quella cosa che ci dà da mangiare, entro la catena evolutiva di cui noi vediamo solo il supermercato, dall’altro produce esattamente quanto sopra: le automobili, le emissioni, le falciatrici ecc. ecc. Fin quando anche il decisionismo locale non si scontrerà, tentando di applicare le tabelline suggerite dagli scienziati stravaganti alla vita reale, e ai suoi stili irrinunciabili.

Tanto irrinunciabili che ho iniziato a scorgerne vistose e consolidate tracce non solo negli stili di vita, ma anche in quelli di morte.

Non è una battuta macabra, ma la constatazione che emerge dall’esperienza personale di visita periodica abbastanza frequente al cimitero urbano di una città di oltre 100.000 abitanti. Le cui dimensioni consentono di rilevare un campionario vario e articolato di lotti edificati, particolari architettonici, abitudini di vita e trasporto. Che conducono a una sola conclusione: il suburbio perenne come categoria dello spirito ce l’abbiamo nel sangue, e per tentare di sradicarlo ci sarà bisogno non di un piano regolatore, ma di qualche generazione di campagne tipo quelle sull’alcol, il fumo, le malattie infettive.

La cosa che colpisce di più, è che nella necropoli diffusa la propensione salta all’occhio nonostante la mano livellatrice. Non quella livellatrice della Grande Vecchia, che sarebbe sin troppo ovvia, ma della povera amministrazione municipale, che col suo regolamento almeno limita gli spazi a due o tre categorie di rettangoli, contiene gli accessi ai veicoli, cerca con vario successo di mettere un po’ di ordine fra i riottosi dolori personali. Eppure.

Eppure si notano immediatamente, specie all’avvicinarsi del fine settimana, le grandi manovre delle maggioritarie tribù suburbane che riproducono qui il loro lifestyle. A partire dal passatempo coatto della manutenzione ad ogni costo: SUV stracarico di attrezzi, prolunghe, macchine varie, e accessoriato di anziano non autosufficiente per via del pass, senza il quale è necessario ahimè trasportarsi tutte le armi di distruzione di massa ignominiosamente a piedi fino alla villett… pardon, alla tomba.

La quale tomba inizia spesso con una solida e quasi impenetrabile siepe, dietro la quale ci si stupisce un po’ di non vedere il muso del Rottweiler d’ordinanza antimmigrato. A cosa serva, si può solo tentare di immaginare. Forse, come le ciotole di cibo nelle camere mortuarie sotto le Piramidi, l’ambiente villettaro così riprodotto serve simbolicamente a traghettare l’anima del caro estinto verso i giardinetti coi Nani Eterni lassù, negli spazi non inutilmente ristretti da un Comune dirigista.

Oltre la siepe, non il letterario buio, ma l’accecante bagliore di tutti i campionari di marmi possibili e immaginabili, con l’aggiunta del luccichio dei bronzi. Marmi e bronzi plasmati dagli artisti locali in un trionfo di tutto quanto l’obbligatorio utilitarismo della Villetta n. 1 ha sinora impedito: lucide are bianche prese di peso dalle pagine dei rebus della Settimana Enigmistica, pesanti tomi aperti su citazioni varie dal significato oscuro. In certi scorci, i vialetti della necropoli sono un concentrato (qui la densità è obbligatoria) di suburbio e relativi comportamenti, secondo modalità che non vedevo dall’epoca dei più micidiali campeggi di massa negli anni ’60: il bagnino col detersivo svuotato sul prato della buonanima confinante perché così si fa prima; il quattro ruote motrici di traverso sul vialetto manco fossimo in un cantiere della TAV; i cavi delle prolunghe e i tubi di aspirapolvere vaporello che tranciano qualche malcapitato fiore dell’altro dirimpettaio. Naturalmente, con un dispendio energetico proporzionale. Chissà che buco nell’ozono, sopra i cimiteri!

E in fondo non c’è molto da stupirsi, se fra puttini disposti come nanetti e aceri giapponesi “unici” identici a migliaia, la città dei morti assomiglia così tanto a quella dei vivi. Ci manca forse il centro commerciale, ma basta aspettare che (è già successo con gli ospedali, no?) a qualcuno venga in mente di dare spazio ai privati in cambio di qualche copertura delle spese di gestione, e il gioco sarà fatto. Sembra già di sentirli, gli assessori genialmente interventisti, dire che per mettere ordine nel suk (parola magica, che fa scattare il voto automatico) di fioristi e bancarelle si è pensato a una struttura centralizzata in project financing che, annessa alla cappella, ospiti il locale fleur du mall (nome giuro inventato sul momento, che spero non venga preso sul serio).

Con buona pace di tutti i buoni propositi di arginare il riscaldamento globale, contenere i consumi di suolo, fare qualcosa di qualunque genere per rispondere alla questione dell’esaurimento del petrolio. Macché: al massimo c’è qualche furbacchione che già specula su risaie e pioppeti pensando di farci un paradiso dell’etanolo neosaudita, naturalmente ristrutturato e ritagliato da simpatiche ottocorsie tipo la formigoniana “ Autostrada della Lomellina”.

Come barbaro, decisamente, era molto meglio il giovane Arnold. Che poi da grande almeno ha tentato di fare qualcosa di buono: ma nemmeno i suoi bicipiti fossili possono nulla, contro la dipendenza psicologica da combustibili fossili. Lo si vede anche nella necropoli di oggi, modello della metropoli di domani.

E’ morto Luigi Meneghello. Il TG ne ha dato notizia la sera scorsa, lapidario, sul finire della trasmissione, dopo l’ultima notizia, quella che riguardava Lele Mora e il suo amico Corona: «E’ morto a Thiene, Luigi Meneghello, saggista dialettale veneto, che da tempo viveva in Inghilterra, tra le sue opere ricordiamo Libera nos a Malo. Arrivederci e buona serata».

Se ne va sottovoce Meneghello, così com’è stato il ritmo della sua vita e delle sue opere, premiate e riconosciute solo di recente, e non certo con enfasi particolare. La sua opera più nota – Libera nos a Malo – è del 1963, pubblicata dal coraggioso e pionieristico editore Feltrinelli, approdata poi presso Rizzoli nel 1975, per essere diffusa al grande pubblico – negli Oscar della stessa casa editrice – solo dieci anni dopo, a oltre vent’anni dalla prima uscita.

Quando la lingua italiana, nel dopoguerra, era il giusto collante di una neonata e gracile Repubblica, Meneghello sceglieva due volte d’andare contro corrente. Da un lato il dialetto alto vicentino (di Malo), piegato, adattato per un pubblico non veneto, a raccontare le piccole e straordinarie saghe familiari, di una terra che stava transitando sommessamente dall’agricoltura alla «protoindustria». Perchè solo la fonia del dialetto, le sue allegoria, la forza evocativa, è il coadiuvante audace per costruire il discorso attorno ad una società così particolare come quella veneta tra le due guerre mondiali del secolo scorso.

D’altro lato, ancora contro corrente, il Piccolo Maestro, il partigiano che nel ’44 dall’Università di Padova, coi suoi coetanei sognanti, si oppone al fascismo e si fa partigiano nelle montagne venete, stabilisce, subito dopo la guerra, che la lotta partigiana non aveva dato vita al Paese che stava nei sogni di quegli stessi Piccoli Maestri, alla scuola di Toni Giuriolo. Dopo l’esperienza nel Partito d’Azione – da lui giudicata deludente - Meneghello si trasferisce in Inghilterra, dove fonda e dirige un corso di letteratura italiana. Era il 1946. Vi rimarrà stabilmente fino ad oggi.

«(..) la politica è la regina di tutte le cose. Toni Giuriolo – il nostro maestro – ci aveva insegnato, e non solo a parole, ma fecendotelo capire, che la politica è inseparabile dall’assetto della tua mente, mi pareva evidente….però non è durato molto questo “affaire” con la politica. Nell’immediato dopoguerra, il partito che incarnava la mia idea di politica è andato a farsi benedire fin dal primo congresso. Il nuovo partito perfetto, avrebbe dovuto essere il partito d’azione. Purtroppo nessuno votava per noi, neanche le nostre fidanzate mi sa, perché i voti che prendevamo erano uguali al numero degli iscritti (...). Dopo i primi due anni del dopoguerra, mi sono accorto che le cose andavano male, che il Paese aveva scelto diversamente, si era diviso in due campi, e ho pensato: in questo mondo non ho più niente di utile da fare. (...) Poi c’era la voglia di andare a conoscere altre civiltà contemporanee (...). Arrivavi in un paese, l’Inghilterra, che era considerato reazionario o conservatore e trovavi invece che il senso dello “spartire” tra la gente, spartire le durezze, le difficoltà, le privazioni, era incomparabilmente più diffuso che da noi. Noi parlavamo di socialismo e loro lo realizzavano» [1].

Della sua storia e della sua produzione letteraria, inevitabilmente e irriducibilmente battagliera, rimangono quei passi memorabili legati a un paesaggio veneto (e italiano!) misterioso e scomparso, dove la ricerca filologica e linguistica sono servite a «globalizzare» immagini di una quotidianità epica. Fa quasi sorridere pensare a Meneghello che negli anni sessanta, racconta agli studenti britannici, in un «gramlot» angloveneto, la storia e i personaggi di Malo nel vicentino, avamposto sconosciuto di un confuso Paese in via di normalizzazione. Che cos’avranno pensato quegli studenti ascoltando il professore italiano «dispatriato» (così lui si definiva) che leggeva «un libro scritto dall’interno di un mondo dove si parla una lingua che non si scrive[2]»?

Sbaglia chi vede in gente come Meneghello e nella sua opera (o in quella di Zanzotto, o Rigoni Stern) il fertile humus per indottrinamenti neolocalistici, per sentimenti bigotti di difesa del «particolare», in contrasto con lo spavento o la paura per un mondo che avanza e propone (o impone) sparizione delle tradizioni, standardizzazioni degli stili di vita, eliminazione delle differenze. Al contrario, la capacità così singolare e sim-patica di evocare il passato, la tradizione, «un mondo perduto», fa emergere la voglia non tanto di recuperarlo quel mondo, ma di salvare, «manutenere» e riprodurre alcuni valori, universali e per definizione senza tempo. Valori come il paesaggio, la socialità, l’amicizia, la tolleranza, che sono cristallizzati nel lessico dialettale di Meneghello. Parole e termini e modi di dire, che evocano questi valori come nessun altra lingua o codice evocano. Uno stile che inconsapevolmente (forse) abbandona la prosa per farsi poesia, diventando suono e immagine.

«C’erano luoghi inesprimibilmente ameni lungo il torrente: boschetti di acacie, praticelli come quello in fondo al Prà, oltre il doppio anello dei platani, un margine d’erba più basso del prato comunale, quasi al livello del torrente. Il dirupo del torrente lo chiude scendendo con uno speroncino di roccia aggirato da una traccia di sentiero nel sasso. Sopra la roccia un aspro recinto di spine rinserra il brolo antico del prete, aggrappato alla costa che spiove, e da questa parte affatto inaccessibile.»[3]

La silente scomparsa di Meneghello, ascoltata al TG, farebbe smettere di sorridere, se non si continuasse a leggerlo, con l’esplicito invito a giocare col dialetto, a sorridere dei paradossi della nostra terra, della nostra gente e dei nostri tempi. Liberaci dal letame (il luàme) o dal male, è in fondo la stessa preghiera.

«Liberaci dal luàme, dalle perigliose cadute nei luamàri, così frequenti per i tuoi figliuoli, e così spiacevoli: liberaci da ciò che il luàme significa, i negri spruzzi della morte, la bocca del leone, il profondo lago»[4].

[1] Mazzacurati C., Paolini M. (2006), Luigi Meneghello. Dialoghi, Fandango Libri, Roma.

[2]Meneghello L. (1986), Libera nos a Malo, Oscar Mondadori, Milano.

[3]Ibd, pag. 93.

[4]Ibd, intro.

Per i biologi e gli ecologi la pianificazione, o comunque le scelte effettuate di volta in volta uniformate solo all’imperativo della crescita illimitata – cui è intrinseca l’enormità della speculazione finanziaria e fondiaria – danneggiano e poi distruggono l’impronta ecologica: la superficie necessaria a garantire le esigenze di una popolazione umana riguardo ai differenti aspetti della sua vita tra i quali hanno importanza prioritaria e i maggiori effetti ambientali la produzione di cibo, lo smaltimento dei rifiuti, l’assorbimento dell’anidride carbonica liberata dai combustibili fossili. Senza territorio aperto agricolo-alimentare, senza il coerente riutilizzo degli avanzi e senza la sintesi clorofilliana dovuta alle stesse coltivazioni oltre che ai grandi spazi boschivi o in ogni modo alberati, vincerebbe la morte, non la vita.

L’impronta ecologica si esprime in termini spaziali. Nella condizione economico-sociale odierna lo spazio in crisi di iper-consumo non è rinnovabile; lo sarebbe solo mediante processi rivoluzionari, ovvero tornando indietro, modificando profondamente i rapporti produttivi, sociali e politici. Il giovane Marx dei Quaderni (taccuini) etnologici pensa che la crisi sociale contemporaneapossa risolversi solo ritornando alla proprietà comunitaria arcaica, e non si spaventa delle parole. Per Fernand Braudel ogni realtà sociale è per prima cosa spazio; gli spazi sono legati da rapporti di dipendenza sia nelle geografie umane vaste sia negli ambienti socio-spaziali piccoli (dunque il giusto progetto, penso, deve mettere in relazione assetti dello spazio e assetti sociali). Marc Augè, nel notissimo Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, sembra lanciare un avvertimento in particolare agli urbanisti e agli architetti: “quando i bulldozer cancellano il territorio […] è nel senso più concreto, più spaziale che si cancellano, con i riferimenti del territorio, anche quelli dell’identità”.

In Braudel e in Augé, come in tutti gli studiosi delle società storiche in rapporto all’identificazione in un luogo, lo spazio è organizzazione consapevole o spontanea volta al bene della collettività; l’opposto di cosa ci racconta la storia/cronaca del contemporaneo nel nostro paese. Scopriamo ogni giorno gli sconvolgimenti territoriali insieme allo scompiglio di piccoli e grandi raggruppamenti sociali (irrilevante se da loro stessi percepiti o no). Impariamo dalla storia, dall’etnologia e dall’antropologia che all’interno di società ben riconoscibili nei caratteri relazionali “l’organizzazione dello spazio e la costituzione dei luoghi rappresentano una delle poste in gioco, una delle modalità delle pratiche collettive e individuali” (Augè). Spazio organizzato, appunto, ossia il territorio vitale per la collettività. Il modo di trattare lo spazio esprime il bisogno della collettività di pensare all’identità, alla relazione e anche ai relativi elementi simbolici. Attenzione: la costituzione dei luoghi non riguarda solo lo spazio d’insediamento fisico aggregato della popolazione, del gruppo, ma innanzitutto lo spazio della necessità assoluta, la base vitale della vastità agro-silvo-pastorale.

Queste constatazioni confermano che il consumo di terra comporta l’abolizione nuda e cruda degli esseri viventi. Si obietterà che l’uomo oggi sta meglio che mai, vive più a lungo. Può darsi che il nostro turno non sia ancora giunto, però segnali ce ne sono, a scala planetaria. Intanto guardiamo nella nostra casa, dove vivono i nostri fratelli mammiferi che ci nutrono. Secondo il Cnr al principio degli anni Ottanta esistevano in Italia 28 razze autoctone di bovini. Vent’anni dopo i nostri fratelli avevano già pagato un duro prezzo alla distruzione delle risorse ambientali. L’Unione europea segnalava che 21 delle 28 razze bovine censite allora erano in via di estinzione.

Osserviamo ora i dati censuari Istat inerenti alle superfici agrarie, sapendo che il territorio nazionale è di circa 300.000 Kmq. Tra il 1981 e il 2000 la diminuzione della Sau (Superficie agraria utilizzata) è stata pesantissima: da quasi 200.000 a circa 130.000 Kmq. Si dirà che la Sat (Superficie agraria totale, comprendente anche i boschi dentro il perimetro aziendale, gli incolti, gli edifici, i fossi, le strade poderali, eccetera) era maggiore (di oltre 60.000 Kmq). Ma è proprio tale differenza a mostrare l’incessante processo di impoverimento. Quanto sarà oggi lo spazio aperto davvero utilizzabile per una buona agricoltura e dunque per fondarvi anche la conservazione incondizionata del restante paesaggio italiano? Quale il ricetto dinnanzi al potere del caterpillar?

Pressappoco nel periodo in cui l’Istat eseguiva i propri rilevamenti, altri avvisarono che si dovevano salvare in prospettiva ad ogni costo almeno 100.000 Kmq netti per coltivazioni capaci di rispondere alla domanda interna e di sostenere la competizione nel mercato internazionale. Quanti saranno oggi? Non lo sappiamo. Sappiamo che il settennio trascorso corrisponde a una decisiva intensificazione dell’ideologia e della pratica di “sviluppo del territorio”, locuzione insensata invece piena di senso reale giacché in questo caso sviluppare significa edificare edificare edificare, occupare terreno con manufatti di ogni genere. Se adottassimo un’ottica valutativa capace di separare il loglio dal grano, vale a dire evidenziare il paesaggio agrario effettivamente in piena salute, una stima intorno alla metà sarebbe forse la più credibile.

Gli economisti, secondo Kenneth Boulding – preciso riferimento di Carla Ravaioli nella sua incalzante critica al modello economico dominante – sono le sirene pazze della crescita economica. Molti urbanisti e architetti sono sirene perfettamente savie della pianificazione o della libera azione incentrate sull’espansione fisica, sull’occupazione di terra libera, sulla crescita infinita dell’ingombro: uguali uguali ai proprietari fondiari, agli impresari edili, agli improduttivi imprenditori di iper-mercati e centri commerciali, ai politici e amministratori pubblici fautori di grandi interventi liberisti e di infrastrutture inutili. E i cittadini, “la gente”? Come hanno potuto accettare la continua sottrazione della risorsa originaria? Il suolo, il terreno, la terra… Jarred Diamond, il biologo fisiologo biogeografo americano autore di Collasso. Come le società scelgono di morire o di vivere (2004, Einaudi 2005) definisce “amnesia di paesaggio” la malattia di intere popolazioni. Vedono mutare il territorio e non si rendono conto “che i cambiamenti sono enormi; ci si abitua giorno dopo giorno e quando il problema emerge è troppo tardi”. Si ignora che per formare un centimetro di quel “suolo utile” perduto occorrono secoli.

Che fare? Potranno nuove leggi incidere decisamente sul futuro del territorio italiano? Ribaltare il destino dello scampolo sfuggito al caterpillar? Il passato e la contemporaneità disegnano il futuro se non avvengono rilevanti fratture politiche e sociali. Non abbiamo già sperimentato condizioni legislative decenti benché incomplete? Non sono state costantemente eluse e negate fin da subito nel dopoguerra? Non è vero che la rovina dell’ex Bel Paese (“Malpaese”, Giovanni Valentini) è dipesa da una triade procedurale, se così posso esprimermi, della quale è parte forse maggioritaria, insieme al piano mancato e all’abusivismo, la pianificazione per lo più locale corredata dalle sue sottomarche indipendenti: il piano parziale, il falso piano particolareggiato, la variante urbanistica, il lottizzamento, le iniziative stampigliate da una miriade di acronimi con base P(piano)… e svariate iniziali appiccicate, fino al singolo stranito progettone edilizio decisionista?

A proposito di consumo o risparmio di suolo, cosa ci ha offerto recentemente la cultura di certi progettisti? L’incredibile proposta della nuova città di VeMa, una scorpacciata nella più fertile campagna padana fra Verona e Mantova. I Comuni e le Regioni, quali politiche territoriali stanno praticando? Come il favoloso serpente mercuriale che si forma nell’acqua e divora se stesso, loro mangiano la propria terra. Un esempio recente proveniente dalla Lombardia: la Regione realizzerà un’autostrada di quasi settanta chilometri a 2+1 corsie per senso di marcia da Broni a Stroppiana (mai sentiti questi nomi, amici non lombardi?) in pieno Parco regionale del Ticino: area di riserva Mab (Man and biosphere) dell’Unesco, Zps (zona di protezione speciale), coltivazioni di altissimo pregio (vigneti e soprattutto risi superfini Carnaroli e Arborio).

Accetto l’accusa “sei ripetitivo, conosciamo i tuoi argomenti “ e non mollo: buone leggi nazionali relative al territorio non servono se non si affronta il problema dei poteri in Regioni e Comuni. I sindaci e i presidenti affiancati da giunte infarcite di tecnici subalterni agiscono sulla base del potere personale e oligarchico assicurato da una normativa condivisa dalla sinistra in omaggio alla mitizzata stabilità di governo. I Consigli? Ferrivecchi, memoria di vecchie battaglie democratiche. Non contano nulla, si torcono fra impotenza e frustrazione. Il nuovo potere fa e disfa nelle città e nel territorio aperto, dentro o fuori dai piani, dentro o fuori dai vincoli ambientali. Il decisionismo indiscutibile è diventato esso stesso il piano. La battaglia a difesa del territorio aperto e del paesaggio deve allargarsi alla necessità di risolvere il problema del potere ad ogni grado dell’assetto democratico. Difficile? Certamente, giacché stanno covando nuovi accordi fra i partiti per garantire poteri molto più ampi anche al primo ministro eletto. Ma valga per la sinistra discordante il principio che le buone battaglie vanno sempre combattute anche se si sa che se ne perderanno la maggior parte, forse tutte.

Questo articolo uscirà nella rivista trimestrale “il Grandevetro”, edita a Santa Croce sull’Arno (Pisa). Può essere letto come completamento riguardo allo spazio aperto dell’articolo Alla ricerca dello spazio perdutoriguardante le piazze della città,apparso in Eddyburg il 25 novembre 2006 e pubblicato sul fascicolo n. 78, marzo-aprile-maggio 2007, della rivista L.M.

Articolo 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Articolo 114

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

Delle molte o poche disillusioni alle quali l’attuale governo ci ha costretto sinora, ci pare che questa dell’Albero del Programma, sia da ascrivere ai peccati veniali.

Che la riforma del Titolo V abbia costretto il sistema istituzionale ad una continua fibrillazione è stato affermato in moltissime occasioni, anche su eddyburg.

Allo stesso modo più volte, sulla stessa linea di Salvatore Settis, è stata sottolineata l’artificiosità della scissione fra tutela e valorizzazione, frutto di quelle modifiche, e le conseguenze in termini di conflitto che in mancanza di linee di confine certe tra competenze centrali e regionali e ancor più di una definizione dei livelli essenziali di qualità della valorizzazione si sono puntualmente verificate.

Ancora, che il sistema locale sia costituito da realtà fra loro profondamente differenziate, che in taluni casi stentano a trovare, non solo nel settore culturale, livelli di autonomia del tutto accettabili, è evidenza che non merita ulteriori sottolineature.

Ciò detto, ci pare che nell’articolo di Settis si tenda ad accreditare una visione dell’orizzonte regionale come del vero, grande nemico da combattere. In realtà questa contrapposizione strisciante Stato/Regioni è il tarlo che mina l’efficacia di governo della Repubblica, nel suo complesso, estenuando in una conflittualità protratta i soggetti pubblici competenti, a diverso titolo, impegnati da ormai troppo tempo in una sterile rivendicazione di attribuzioni e di ruoli.

L’oggetto della tutela e della valorizzazione è unico – il nostro patrimonio culturale e paesaggistico – e la sua vastità e complessità richiedono al contrario una cooperazione progettuale e operativa di tutti gli operatori pubblici coinvolti, che sola può contrastare l’endemica scarsità di risorse da sempre assegnate ad un settore che, al di là delle tuttora ripetute e altisonanti affermazioni di principio, è caratterizzato da politiche di costante marginalizzazione.

Se allo Stato va garantito, così come costituzionalmente prescritto, il ruolo di “alta garanzia” in grado di assicurare “l’esercizio unitario delle funzioni”, tale unitarietà sarebbe da perseguire non tanto attraverso un esercizio di funzioni centralistico (peraltro sempre più velleitario nell’attuale situazione organizzativa), ma attraverso un sistema generale di garanzie legislative e soprattutto elaborando, a livello centrale (ma magari in maniera condivisa, prima garanzia di efficace e durevole applicabilità…), una unitarietà di regole e metodologie, di procedure e codici di comportamento e di indirizzo scientificamente mirati che, soli, possono decretare una reale omogeneità di obiettivi e di risultati. E organizzando, sul territorio, un sistema costante di monitoraggio e di verifica del raggiungimento di tali risultati.

Le Regioni non hanno dato sempre prove brillanti, ma è pur vero che laddove, come nel settore dei beni librari, la delega delle funzioni di tutela è ormai pratica consolidata da oltre trent’anni, il risultato complessivo non ci pare descrivibile come uno scenario alla Fahrenheit 451. E, tanto per riferirci al casus per eccellenza attualmente additato come esempio della lascivia governativa regionale, a Monticchiello le Soprintendenze competenti nulla avevano eccepito sui progetti edilizi, in nessuna fase del percorso amministrativo, regolarmente attivato e perseguito in perfetta concordia Stato –Regione fino alle denunce, a posteriori, da parte, non di pubblici funzionari, ma di privati cittadini.

La troppo spesso rimpianta l. 1089/1939 si fondava su premesse istituzionali ampiamente mutate già dal 1970. Ma non è solo l’impianto istituzionale ad essere, nel frattempo, totalmente cambiato, l’evoluzione concettuale intervenuta del termine “bene culturale” ha condotto ad una dilatazione dell’insieme del patrimonio, aumentato a dismisura sia in termini quantitativi che di interrelazione e di contestualizzazione. E via via più articolata e stretta si è fatta l’interdipendenza tra gli interventi in materia e le restanti politiche pubbliche. Così è il concetto stesso della tutela che oggi deve confrontarsi con esigenze ben più complesse di una semplice “gestione della conservazione” quali erano quelle cui si ispirava quell’impianto legislativo.

Oggi, in un momento che vede il territorio di nuovo al centro degli interessi economici e politici, altre esigenze si affacciano, prima fra tutte la fruizione di massa, da controllare, da contrastare spesso, ma con mezzi più efficaci delle armi ormai insufficienti dei vincoli.

E’ una sfida a cui la Repubblica, nel suo complesso, è chiamata a rispondere con modalità nuove e spirito unitario, per perseguire non solo una tutela reale del proprio patrimonio, ma per raggiungere quell’obiettivo costituzionale che, proprio lo stesso Settis, a volte ha ricordato citando l’allora Presidente della Repubblica. Carlo Azeglio Ciampi, ad esemplare commento dell’articolo 9 della Costituzione ne ha spesso ribadito il ruolo di principio fondamentale della nostra comunità, sottolineando, con grande incisività, che ‘la tutela, dunque, dev’essere concepita non in senso di passiva protezione, ma in senso attivo e cioè in funzione della cultura dei cittadini, deve rendere questo patrimonio fruibile a tutti’ (discorso ai benemeriti della Repubblica, 5 maggio 2003).

Quarant’anni dalla “legge ponte”. Passati come attraverso una lunga guerra, vissuti nel paese dinnanzi a immani distruzioni. In mezzo alle macerie il ponte sul fiume “del tempo e del disinganno” non è stato ancora costruito totalmente. L’anniversario del progetto cadrà il prossimo 6 agosto. Legge 765/1967: seguirà, otto mesi dopo, il decreto “degli standard urbanistici”, così lo denominavamo (l’incipit del testo dice “limiti inderogabili di…”) . Eddyburg se ne è occupato, si è persino discusso dove, in quale anfratto del sito incasellare l’argomento. Ponte: due le interpretazioni: la prima, ponte lungo un anno per collegare i dispositivi della legge fino all’atto della loro concreta applicazione rimandata appunto a un anno dopo; la seconda, ponte lungo alcuni anni o decenni o secoli fino all’approvazione di una nuova legge urbanistica generale a sessantacinque anni dalla legge 1150 del 1942. Per la seconda, tempo pontiere lungo quattro decenni mancante delle ultime pietre o delle ultime gettate di calcestruzzo armato. Non possiamo ancora scendere sull’altra riva. La prima da opinione divenne presto testimonianza allibita di fatti gravissimi, di avvenimenti urbanistici ed edilizi di segno uguale a quelli che l’articolo 17 della legge intendeva bloccare, ovvero un’edificazione rovinosa nei comuni privi di piano regolatore o piano di fabbricazione ma anche, per certi aspetti diversi, nei comuni dotati di tali strumenti. L’inconcepibile anno “vuoto” dal 6 agosto 1967 al corrispondente giorno del 1968, dunque oltre il decreto degli standard del 2 aprile, è stampato nella memoria degli anziani, forse solo in loro, sfortunatamente.

In quei dodici mesi bastava gettare un pilastro di calcestruzzo a caso in un fondo, persino alla vigilia della scadenza, per assicurarsi la costruzione di un edificio, nel caso migliore progettato falsamente. Nel paese imperversava una specie di banditismo edilizio autorizzato; un bislacco comportamento delle amministrazioni pubbliche sguarniva le città e le campagne d’ogni possibile difesa. Altro che “limiti inderogabili” a venire. I provvedimenti legislativi, indipendentemente dal rinvio dell’obbligo, furono comunque facilmente aggirabili a causa della loro gracilità. La decantata fantasia italiana potette scatenarsi nelle forme più ardite, né mancò l’intensa partecipazione dei tecnici campioni di opportunismo e servilismo. Gli speculatori d’altronde proseguivano tranquillamente nella loro azione cominciata prima che la guerra fosse terminata. Fu un diluvio di metri cubi edili, come un’enorme frana da sotto in su, all’incontrario e un milione di volte più vasta di quella di Agrigento (19 agosto 1966, a dicembre la relazione-denuncia dell’ingegner Michele Martuscelli sul n. 48 di “Urbanistica”), ragione preminente della legge 765: da un lato tentativo di tamponare in qualche maniera la ultraventennale libertà concessa agli imprenditori di ricavare dal territorio e dalle città il massimo di rendita e profitto, dall’altro dimostrazione della impossibilità politica di volerlo fare davvero. La costituzione ambientale storica del paese era già in buona parte sovvertita. Antonio Cederna aveva cominciato a scrivere nel 1949 gli articoli su “il Mondo” in seguito confluiti nel libro I vandali in casa (1956) e i vandali avevano già scorrazzato in lungo e in largo, Leonardo Borgese aveva scritto sul “Corriere della Sera” i primi articoli della sua campagna in difesa del Bel Paese fin dal 1946, Cesare Brandi era intervenuto senza tregua a denunciare la distruzione del paesaggio naturale e artistico a partire dal 1956. Il destino di una Napoli come rappresentata nel film di Francesco Rosi Le mani sulla città, 1963, appariva segnato in maniera irrimediabile.

Rileggiamo la conclusione della commissione Martuscelli (con Ambrosetti, Astengo, Di Paola, Guarino, Molajoli, Russo e Valle), per non dimenticare (perorazione a coloro che vi propendono): “la commissione sente il dovere di segnalare la gravità della situazione urbanistico-edilizia dell’intero paese, che ha trovato in Agrigento la sua espressione limite… E non può non auspicare che da questa analisi concreta parta un serio stimolo nel porre un arresto – deciso e irreversibile – al processo di disgregazione e di saccheggio urbanistico”. Dopo un attimo di sosta attonita, i girgentini, fors’anche ammirati da alloctoni di molle carattere, ripresero la lena e posero mano più ferma anche alla dirimpettaia Valle dei Templi, l’antica e da loro malvoluta Akragàs, reclamandola come proprietà ereditaria e dunque atta ad essere meglio impiegata, invece che mediante il classico statico, mediante il moderno dinamico, ovvero la costruzione in successione di buona edilizia compensativa dell’ingiusta perdita. E vennero mano a mano le 700 costruzioni di vario genere nella Valle a ridefinire il paesaggio, il secondo nuovo dopo il primo dominato dallo spaventoso prospetto dell’insensata espansione urbana destinata al crollo.

Chi potette visitare l’eccezionale ambiente storico e archeologico di Agrigento fino alla metà degli anni Cinquanta non si trovò nella medesima situazione di Alexis de Tocqueville e di suo fratello Eduard che videro, “là giunti, l’immensa cerchia delle mura di Girgenti… e quasi tutto quel che resta dei monumenti antichi schierato sul bastione naturale che dà sul mare” (AdT, 1827). Tuttavia non vide quasi niente di spaventoso. Poteva godere di un paesaggio che giustapponeva la ricca città greca morta e la povera città storica viva in uno scenario nel quale le due realtà parevano ignorarsi ma, a saper ascoltare, potevano dialogare. Quando ritornò ai templi negli anni Sessanta prima della frana cercò di procurarsi ad arte un qualche godimento dando le spalle all’orrida immanenza della città e osservando la residua Akragàs da sud; se non avesse resistito e, come Orfeo, avesse girato la testa, la nuova città non sarebbe sprofondata al fondo dell’Ade come Euridice e lui avrebbe vomitato.

Quale nuova esperienza visiva e percettiva per chi vorrebbe trovarsi lì oggi? Altro ambiente altro paesaggio? La Valle piena di robaccia? Girgenti più brutta di prima? Mettiamo che il visitatore abbia quarant’anni, proprio l’età della legge influenzata dal disastro dimenticato. Sarebbe talmente abituato ad aggirarsi nella merda di città e territorio che troverebbe normalità la merda agrigentina, uguale al fiume puzzolente che ha invaso ogni parte del paese e che scorre ognora più gonfio. Perché insistere sul caso siciliano? Perché voler ricordare la determinazione del bravo direttore dell’Urbanistica al Ministero dei lavori pubblici? Perché l’auspicio suo e della commissione fu subito tradito, la disgregazione e il saccheggio urbanistico, del resto esaltati nel tempo dell’assurdo o del surreale concesso dal legislatore, continuarono come e più di prima, vissero trionfali gli anni, i lustri e i decenni. Ora tagliano il traguardo del 2007 e si fanno ammirare pronti a future avanzate benché sconcertati dinnanzi alla sorprendente scarsità di materia disponibile.

Gli urbanisti democratici confidarono negli standard urbanistici quale soluzione di rottura in contesti privi di adeguate dotazioni di servizi e attrezzature, quale panacea dei mali urbani. Facile calcolarli, prevederli nel complesso e anche distribuirli nel disegno del piano; difficile tradurli nella realtà urbana. La separazione fra intenzione-progetto e mancanza di realizzazione resero più sicura e rapida la privatizzazione della città. Dove i Comuni, specie alcuni delle regioni rosse già propensi alla pianificazione, dedicarono maggior impegno a collegare disegno e attuazione forse ottennero condizioni urbane un po’ più “svedesi” ma non poterono scalfire, da una posizione puramente amministrativa, la contraddizione cruciale che sarebbe stato compito politico della sinistra dipanare. L’urbanistica tradizionale ferma alla cultura delle dotazioni non poteva servire a spostare benefici sostanziali verso la massa dei lavoratori senza collaborare, con mezzi propri dell’intellighenzia, a modificare il rapporto fra classe dominante e classe lavoratrice riguardo, per così dire, all’appropriazione della città e del territorio. Sancita la frattura fra astrazione e concretezza, il fervore dotale dell’urbanistica approdò non sempre involontariamente all’assurdo o alla falsificazione.

Leggo l’intervista di Edoardo SalzanoStandard urbanistici fra tempi e spazi (22 marzo, presa da Eddyburg il 27), con accenni anche all’attesa della nuova legge urbanistica. Mi sembra di ascoltare voci di allora: “Una legge sul governo del territorio deve essere in grado di modificare i rapporti di forza e le regole di trasformazione urbana in favore di chi esprime un uso sociale della città come bene comune”.

Intanto nella Milano una volta epitome di affabilità e generosità (o così s’era dipinta) oggi non esistono asili nido bastanti al bisogno delle giovani mamme. Destino dello standard, quando il tasso di natalità è meno della metà rispetto al 1968.

Intanto altre voci ascoltate nelle ultime settimane, tutte dal suono alto e intenso, ci hanno investito. Voci che raccontano delle ultime violenze d’ogni genere verso le parti del paese sfuggite finora al caterpillar. Una cascata di allarmi e denunce. Ho qui accanto una pila di ritagli dai giornali e stampe da Eddyburg, recenti. Dalle città alle campagne, dalle coste ai territori interni: sembra che lacerti di un’Italia riuscita finora a ritrarsi dalla guerra non ce la facciano più a resistere alle botte, stiano gettando la spugna e accettino il comune destino, la perdita di sé per sempre.

Le parole. Ecomostri lombardi speculazione Fiera Milano speculazione corre sul treno metrò sotto laguna abusivismo e incuria Unesco boccia Toscana infelix quanto cemento intorno Mantova battaglia parco Portofino litiga Liguria sul cemento salvare Monticchiello pesante impatto Napoli 400 appartamenti senza permessi stop cemento mappa degli scempi cemento Orbetello sindaci ignavi fermate cemento salvare Toscana territorio violentato Campania Recco condomini sulla via romana Fuksas fermatelo riviera di torri paesaggio deturpato territorio consumato resa dei conti porticciolo foce Arno San Rossore 200000 mc ecomostro Bologna Romilia Vema Padana orrore Navigli come Bombay senza difesa natura farsa Bagnoli chi ferma cemento ville a schiera nel parco non si demolisce così Paese… la pila è ancora altissima.

Allora. La proposta di legge urbanistica è approdata al Parlamento. Tre a due, per Salzano, il rapporto mi piace/non mi piace. Quali saranno gli esiti alle Camere? Dal punto di vista della questione territoriale esistono posizioni d’ogni genere. Aspettiamo. Tuttavia non possiamo ignorare che la frattura fra realtà territoriale e progetto legislativo nazionale, come nella storia dello standard, è decretata da tempo. Come potrà una legge nazionale, probabilmente attenta agli interessi degli imprenditori, ai cosiddetti diritti edificatori, all’opportunità – magari un po’ meno obbligata che nella legge Lupi – della contrattazionefra ente pubblico e proprietà privata, come potrà imbracciare lo scudo imperforabile a difesa degli ultimi pezzi d’Italia storica dal pericolo di soluzione finale? Ora dominano le leggi regionali; devo ripetere ciò che i frequentatori di Eddyburg conoscono circa il disinteresse o l’ambiguità delle amministrazioni verso la battaglia incondizionata in difesa del paesaggio residuo? Lamentare nuovamente la loro sordità (esemplare il comportamento del governo regionale toscano) verso le critiche per l’irragionevole trasferimento del problema ai comuni grandi e piccoli e piccolissimi? Oggi, oltre ai presidenti di Regione, dominano sindaci e giunte sbeffeggianti i Consigli: coi loro interventi edilizi mangiano il territorio quando ne esista ancora, se ne ingozzano insieme alle imprese di costruzione-distruzione. Tutto legale (più o meno). Come potrà una legge nazionale impedirlo se i partiti politici non vogliono affrontare il problema cruciale – da me più volte trattato – dei poteri nelle Regioni e nei Comuni, le sedi della storica autonomia democratica trasformata in decisionismo personale? Preoccupazione e tristezza prova chi le battaglie per l’autonomia locale le ha fatte ai tempi delle diuturne discussioni nei Consigli e dei duri controlli prefettizi volti, più che al rispetto della normativa, al merito di pubbliche deliberazioni delle maggioranze di sinistra. Questa la giusta battaglia per la democrazia, non la pretesa odierna d’indipendenza in decisioni che, relative alla località, riguardano l’intera comunità nazionale.

La difesa dei beni artistici e paesaggistici è scritta nelle leggi d’anteguerra e nella Costituzione. Come potrà lo stato, con o senza nuova legge urbanistica, rafforzare il proprio compito in questa materia quando una brutta specie di smaccato liberismo non solo si è consolidato nella legislazione e pianificazione locale ma ha impresso la coscienza di politici e amministratori? Cosa gl’importa a quest’ultimi di leggi generali vecchie e nuove mentre possono muoversi disinvoltamente dentro le molteplici occasioni offerte da un’urbanistica falsa designata dagli insopportabili acronimi normalmente indecifrabili dai cittadini? Oggi uno dei più miti dal punto di vista del linguaggio, Pgt, Piano di governo del territorio, costituisce invece la mensa preparata, penso, per l’ultima abbuffata degli obesi imprenditori e proprietari fondiari.

Conoscete gli obiettivi dichiarati dalla giunta milanese, d’altronde in linea con una prassi in atto da oltre dieci anni? “Deregulation… liberalizzazione… autoregolazione del mercato… no alle destinazioni d’uso… sviluppo delle capacità insediative… perequazione mediante la Borsa dei diritti volumetrici (compravendita dei diritti)… volumetrie aggiuntive al legittimo possesso… densificazione… valorizzazione [ah!] delle aree degradate nei parchi… grattacieli…”.

Eh, già… gli standard e i bisogni dei cittadini, la legge urbanistica nazionale, la preservazione del paesaggio, il risparmio di terra, la difesa dello spazio pubblico… eccetera eccetera.

Milano, 1 aprile 2007

Il tema della presenza/assenza del governo del territorio sulla stampa è affascinante e merita molta attenzione, forse è un tema eluso a livello mediatico soprattutto in Italia, quanto e come il tema della scienza. E’ possibile che qualcosa stia cambiando negli ultimi anni, per merito di una evoluzione virtuosamente festivaliera. Gli strepitosi successi delle notti bianche, dei festival della letteratura, dei festival della scienza, dei festival della filosofia, dei festival della matematica, dei festival del cinema, dei festival della fotografia, dei festival dei giovani, dei festival della felicità, dei festival della economia, non so se raccontino che ha ragione Rifkin quando afferma che il lavoro è finito, ma certo sembrerebbero raccontare che la vita è un festival gradito e gradevole per tutti o per lo meno per quelli che hanno il tempo di animare in qualsiasi modo i festival, in un continuum che va da Sanremo all’economia.

A questo punto mi sembra che qualcosa di molto divulgativo sul tema del territorio potrebbe riguardare proprio i segni di cambiamento positivo di attenzione e sensibilità sulla stampa nazionale e locale.

Sarebbe interessante pensare ad un “Premio Eddyburg” da conferire ogni anno alla stampa locale che più frequentemente e adeguatamente illumina i molti aspetti delle scienze del governo del territorio.

Per fare un esempio:

La pagina 16 del Corriere dell’Umbria di mercoledì 11 aprile riguarda

Amelia (provincia di Terni) e parla con tanto di schede , spiegando che cosa sono le “opere di urbanizzazione” a proposito di una indagine della Corte dei Conti sulle attività degli ultimi venti anni delle varie amministrazioni che hanno concesso licenze edilizie senza che venissero fatti i completamenti delle opere di urbanizzazione per i nuovi insediamenti. Ma, intanto “il Comune non potrà fare neppure un euro di sconto sulle necessarie opere di urbanizzazione”

La stessa pagina parla di un rifiuto di una o più amministrazioni della valle del Tevere (Giove, Terni) di chiedere la valutazione di impatto ambientale per un nuovo insediamento industriale piuttosto mostruoso dal punto di vista geologico e paesaggistico, attaccato al Tevere e alla autostrada. “Travisud, c’è il nodo dell’impatto ambientale”

E ancora, abbattimento di una quercia secolare perché disturbava una stalla, autorizzato dalla comunità montana invece che dalla forestale ad Amelia.

E così via, amministrazione (Alviano, Terni) che si giustifica dall’essere soprannominata “motosega selvaggia” perché, taglia, ma ripianta nuovi alberi da un’altra parte.

Piacevolissimo il commento ironico della giornalista: “Insomma, avviene anche così nella vita. Da una parte si taglia, dall’altra si pianta. Spesso è questione di specie. Passata l’epoca dei pini marittimi, per cui i tempi si son fatti duri, è l’ora dei tigli e degli elci.”

Credo che se esistesse un “Premio Eddyburg” regionale o nazionale qualcuno di questi articoli firmati da tre diversi autori, meriterebbe una segnalazione. Non credo che tutti e tre, ma almeno uno, quello che ha fatto la scheda tecnica su che cosa significa il percorso amministrativo che porta alle diverse responsabilità per la esecuzione delle opere di urbanizzazione, dovrebbe essere segnalato.

Credo che in Italia mancando una alfabetizzazione diffusa alla responsabilità individuale e collettiva per i beni comuni, il percorso per divulgare l’abc delle responsabilità ambientali, ma anche il know how della gestione pubblico-privata del governo del territorio se non lo fa a sufficienza la scuola, dovrebbe farlo almeno la stampa, forse lo sta facendo, la pagina che ho citato mi sembra un segnale.

Così in attesa di scoprire che magari già esiste (nuoto piacevolmente in Eddyburg solo da ieri), le vorrei fare la proposta di pensare ad un premio per la migliore “scrittura di territorio” e/o per il più alto indice di segnalazioni sul territorio selvaggio. Se questo debba riguardare solo la stampa locale o anche la stampa nazionale credo che “gli amici di Eddyburg” siano in grado di saperlo con sicurezza e autorevolezza. Sarebbe un bel festival…e anche un bel successo, nel tentativo quotidiano di mettere le mutande al mondo!

Walter Le Moli ha messo in scena con il teatro stabile di Torino una nuova edizione dell’Antigone di Sofocle. Nuova perché si fonda su una traduzione del testo originario eseguita da Massimo Cacciari(1).

La tragedia nella traduzione di Cacciari è restituita con frasi brevi che riducono e mettono sullo sfondo i personaggi e fanno emergere la potenza tragica della parola che, come scrive lo stesso Cacciari, si manifesta nell’Antigone nella sua forma più pura, come archè della parola stessa. Il dialogo torna ad essere forte, appassionato, tragico e la parola, quella di Creonte come quella di Antigone, uccide. Logos é il nostro modo di essere uomini, ciò che ci distingue dal resto del creato, ma Logos é un’unità con Polemos, con il conflitto, con la molteplicità e la differenza. E Polemos ha la stessa radice di Polis. La città é quindi dialogo, conflitto. La città pacificata non vive, essa è dialogo. La città é il prodotto più complesso dell’uomo, essa é quindi artificio che si costruisce nel dialogo.

Antigone portatrice della parola umana e Creonte, invece, che incarna la parola della ragione, della città Stato e, quindi, dell’artificio sono le forme estreme di questo dialogo. L’Etica della tradizione degli antenati cui Antigone si ispira nel pretendere uguale sepoltura per i due fratelli morti, sebbene su fronti opposti, é del tutto accettabile: siamo dalla sua parte. Ma altrettanto razionale é la Parola di Creonte che, invece, pretende il rispetto della sua Legge: quella che ha origine nell’artificio della città. La legge che obbliga tutti i cittadini a punire Polinice (a lasciarlo senza umana sepoltura) perchè si é schierato sul fronte dei nemici. La condizione della città é l’inseparabilità di queste due parole, l’essere necessari l’uno all’altro. Scrive Cacciari. “Quando due figure si affrontano con l’arma più tremenda, la parola, e scoprono reciprocamente di essere destinalmente impotenti all’ascolto, lì scoppia il conflitto incomponibile – che significa tuttavia, a un tempo, la necessità della loro relazione.”

Vuol dire che la nostra unica condizione é la rassegnazione al conflitto imcomponibile, al dialogo tragico e omicida? Alla contrapposizione tra natura dell’umano e l’artificio della città stato?

Antigone, scrive Cacciari, non mira a riformare il potere di Creonte, a renderlo più ossequioso delle tradizioni, non cerca compromessi più o meno “alti” tra il diritto positivo dello Stato e la pietas domestica. Non rivendica un nuovo diritto, né un nuovo ordine politico. La parola di Antigone manifesta un’alterità radicale rispetto a tutte queste dimensioni del logos. (…) Antigone vuole esclusivamente fare ciò che deve (…) Il logos di Antigone, “semplicemente”, non ha nulla da dire a quello di Creonte se non che é nulla.”

Antigone nell’essere portatrice di una parola che ci é vicina perché umana é però esaltazione di una polis di solitari, ma appunto non può darsi una polis di individui che si sottraggono alla legge (qui é il Coro a riconoscere con dolore questa verità).

A noi che pure ci sentiamo vicini all’umana sensibilità di Antigone ci assalgono i dubbi e non possiamo che riconoscere a Creonte lo sforzo di lottare contro il pericolo di un’anarchia dannosa per tutti. Riconosciamo a Creonte, scrive ancora Cacciari, che “La sua parola decisiva suona piuttosto: che salvezza si trova soltanto nella Polis saldamente organizzata. La struttura della Polis non garantisce solo il perseguimento dell’utile di ciascuno”. La Polis e la sua legge si impongono, sebbene con tutti i limiti, che però Creonte non vede, e qui sta il suo errore tragico, solo se non si rivelano in contraddizione con ciò che si ritiene essere il “bene comune” della città.

Alla irriducibilità di queste due parole in conflitto noi contrapponiamo la città come fatto che può esso stesso contribuire al superamento di una condizione inconciliabile. Andare verso le cose ci pare il modo per andare oltre il conflitto per non incatenarsi in una distanza che è impossibile da pacificare. “Ciò che incombe, ciò che é necessario affrontare é la cura per la città, perché la città resista nei suoi confini di umana, troppo umana saggezza, di prudenza e di misura. In tali confini non é dato sapere il futuro, avere a guida l’oracolo del dio. Scrutarlo possiamo, soltanto, per deboli indizi, sulla base dell’historia, della conoscenza e della descrizione dei fatti, dell’accaduto.”

Alle cose, andare verso le cose(2) ci pare la condizione da perseguire. Andare verso le cose vuol dire articolare lo sguardo unitario nell’incontro con “le cose”. Andare verso le cose significa radicare le nostre interpretazioni nell’esperienza concreta che diventa fondamento sia delle teorie sia dell’agire.

Coltiviamo il dialogo e il potere della parola nell’incontro con le cose, l’umana dimensione dell’artificio della città stato imponiamola nella ricerca del dialogo non suddito, entusiasta, che fa della conoscenza lo strumento per la costruzione della legge degli uomini e della città da cui essa origina.

Questo ci auspichiamo e questo possiamo dire a noi stessi e forse anche ai lettori di eddyburg che interrogano, noi e loro, sul da fare.

(1) Sofocle, Antigone, traduzione di Massimo Cacciari, Einaudi, Torino, 2007.

(2) Edmund Husserl, Ricerche logiche, (vers. originale 1901), trad. italiana edizione Net, 2005.

Per quattro o cinque decenni fino a oggi la figura di Cesare Chiodi (1885-1969), ingegnere e urbanista, insegnante universitario, autore e attore nel divenire della cultura di città e territorio fra le due guerre, durante la ricostruzione e le successive vicende, sembra non aver ricevuto l’illuminazione necessaria per poter essere ri-conosciuta anche dalle nuove generazioni di studiosi e progettisti. Al Politecnico di Milano è stato costruito l’Archivio Cesare Chiodi, la cui guida, per opera di Renzo Riboldazzi, è disponibile dal 1994. Ma la critica e la relativa pubblicistica hanno trascurato questo professionista milanese, peculiare rappresentante della borghesia liberale produttiva, colta e onesta, ormai scomparsa e dimenticata. Forse ignorato proprio per questo? O a causa di una presunta esclusività localistica dell’impegno culturale? Cercherete invano il suo nome nel primo dei sei volumi del Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica diretto da Paolo Portoghesi ed edito nel 1968 dall’Istituto Editoriale Romano. Chiodi aveva allora 83 anni (morirà l’anno seguente), non era più il suo tempo: non una buona ragione per cancellarne la presenza fra tante altre, molte a mio parere insignificanti.

Oggi il volume Cesare Chiodi. Scritti sulla città e il territorio 1913-1969 (Unicopli, Milano 2006), una mirabile raccolta curata dallo stesso Renzo Riboldazzi, riempie il vaso vuoto, anzi travalica i bordi e va ad alzare il livello nel recipiente della cultura riguardante la città e il territorio. Prima di leggere il saggio introduttivo – “Armonia e calcolo, necessità e bellezza”. Città e progetto urbanistico negli scritti di Cesare Chiodi – conviene impadronirsi anche delle altre parti. Così, proprio gli elenchi esaustivi di scritti editi e di altre forme di partecipazione al confronto pubblico sui problemi territoriali e urbani, suddivisi in cinque parti secondo la loro tipologia, cominciano a stupirci circa l’incessante vocazione dell’ingegnere a porsi con attenzione davanti al torrente di fatti urbanistici, progetti e idee che gli scorre davanti in sessant’anni a Milano, in Italia e altrove: poi scendere la riva e far navigare i propri pensieri nella corrente.

La durata e la portata dell’attività di urbanista (e “architetto”) appaiono differenti, in diminuendo, coerentemente ai periodi in cui le suddivide il curatore: il periodo fra le due guerre, la ricostruzione, gli anni del boom economico. Il lavoro professionale e culturale si infervora nel primo periodo, non presenterà segni di stanchezza nella ricostruzione mentre il tempo dell’impegno sarà relativamente breve stante il rapido fallimento delle speranze, non potrà che offrire testimonianze di alcune personali sensibilità davanti alle contraddizioni e confusioni urbanistiche e al trionfo della speculazione edilizia dalla metà degli anni Cinquanta agli anni Sessanta, con susseguente decadenza della dedizione di tutti al bene sociale.

“Armonia e calcolo, necessità e bellezza” (in Lo sviluppo periferico delle grandi città, in “Rassegna di architettura”, n.7, luglio 1929): la citazione potrebbe rappresentare l’intero senso dell’attività di Cesare Chiodi. Il presupposto dell’operare bene e insieme la conseguenza (almeno per armonia e bellezza) definiscono l’entità dell’urbanistica accanto a “scienza e arte” (idem). Urbanistica come costituzione disciplinare non racchiusa nel ricetto preteso ultra-specialistico, invece sintesi aperta; non luogo d’isolamento ma contrada dell’incontro dove la scienza l’arte il calcolo la necessità l’armonia la bellezza “si danno la mano”(idem). Allora l’urbanistica comprenderebbe le questioni dell’architettura, del paesaggio, dell’ambiente costruito e no. Il disegno del piano regolatore non può fare a meno del disegno urbano relativo al progetto di quartiere o porzione della città, ma anche delle designazioni fondamentali nel contesto geografico dove la città deve misurarsi con la campagna e gli insediamenti del circondario.

Tutto questo è ben chiaro negli scritti del periodo fra le due guerre integrati dalle immagini selezionate dal curatore. Se mai avessimo avuto, prima, dubbi irrisolti circa la possibilità di assegnare la figura dell’ingegnere milanese a un posto di merito nella cultura della prima metà del Novecento, ora dobbiamo renderle il dovuto. Cesare Chiodi è architetto novecentista quando si dedica alla costruzione di case (p. es. l’edificio di Via Podgora a Milano, 1930-34, parente non lontano della Ca’ Brüta di Muzio e Colonnese) o vi collabora con altri ingegneri o architetti, ma è quasi-razionalista nel disegno di quartieri dei primi anni Trenta; non può, nella data situazione culturale nazionale, ottenere un nuovo disegno di piano regolatore della città esistente, come d’altronde non l’ottengono i maestri razionalisti italiani con pochissime eccezioni, ma riguardo alla pianificazione a scala superiore propone il modello territoriale policentrico ispirato alla cultura europea confutatrice dell’irragionevole espansione della città a macchia d’olio. Insomma, anche in questo esemplare rappresentante dell’attivismo professionale e culturale milanese possiamo riconoscere una sorta di reductio ad unum dei problemi urbanistici ed edilizi aperti allora nel nostro paese.

Ancora presente negli anni successivi in ogni principale circostanza della discussione critica, Chiodi è però efficace in special modo con la partecipazione al dibattito prima e durante la ricostruzione. Il grave problema della casa in Italia e soprattutto a Milano mobilita le riflessioni e le proposte di soluzione del nostro non meno di quanto impegni gli architetti milanesi più sensibili a quel dramma sociale: Enrico Griffini, Piero Bottoni, Ernesto Nathan Rogers. A mio parere il famoso saggio del primo su “Edilizia Moderna” del dicembre 1948, comprendente pesanti accuse contro gli errori e gli orrori provocati dall’edilizia disordinata e profittatrice voluta da impresari banditeschi, “conseguenza di decadenza morale e civile”, potremmo rileggerlo quale necessaria ricapitolazione degli interventi dell’ingegnere particolarmente tempestivi: a partire dalla conferenza tenuta al Sindacato ingegneri della provincia di Milano il 2 marzo1944, pochi mesi dopo il più rovinoso dei bombardamenti aerei che la città aveva dovuto sopportare.

Dello stesso libro di Cesare Chiodi, qui su Edyburg vedi anche la recensione di Fabrizio Bottini con pdf scaricabile

Questo articolo è stato pubblicato contemporaneamente su eddyburg.it e su la Nuova Sardegna (27 febbraio), quest'ultimo ha titolato "Col decreto salvacoste in Sardegna ora cresce una nuova coscienza civile"

Con l’entrata in vigore del decreto salva coste un indimenticabile consigliere regionale argomentò, con una logica tutta d'un pezzo, che il danno della legge già si avverava e che la dimostrazione consisteva in una drammatica diminuzione degli ordinativi degli infissi. Gli infissi fermi nelle fabbriche rappresentavano, secondo il consigliere, un segno certo di come la crescita si sarebbe inesorabilmente fermata. L’argomentazione conferisce all’infisso un folgorante valore simbolico e essa tratteggia un modo non isolato di ragionare.

Si creò, in reazione al decreto, un immediato clima da controriforma che oltre a fornire una rendita perpetua a pensosi studi legali, ha determinato la divisione della cosiddetta opinione pubblica in due parti. Si è scritto, si è discusso, si sono organizzati convegni interminabili contro le regole e a favore delle regole e, mentre anche le poltroncine sbadigliavano, si cercavano scappatoie e si ragionava di vulnus mortali, proprio così, ai Comuni, di autonomie soffocate oppure, sosteneva la parte avversa, rispettate. Intanto, per fortuna, alcuni punti fermi restavano decisi e stabiliti.

Per esempio.

Tutti sanno che le cosiddette zone F dei piani regolatori erano quelle aree destinate allo sfruttamento turistico, le zone più belle, puntigliosamente perimetrate nelle carte. Oggettivamente più belle, visto che esiste un bello assoluto sul quale tutti i contendenti, guarda caso, sono d’accordo. Ma il fatto è che sommando le volumetrie previste nelle zone F la nostra Isola sarebbe stata, in assenza di regole, ricoperta di 70 milioni di metri cubi. Lo sarebbe stata, questa era l’intenzione disgraziata, se le zone F non fossero state provvidenzialmente cancellate dalle nostre cartografie attraverso le nuove norme.

Si arrestò di colpo la sbornia cementificatrice destinata ad arricchire pochi e a produrre un danno irreparabile e eterno. Il territorio sarebbe stato definitivamente consumato e reso irriconoscibile e con esso saremmo stati irriconoscibili anche noi. Altro che Popolo Sardo, altro che identità senza uguali, sepolti sotto i mattoni. Si mobilitò un piccolo esercito di garçon pipì al servizio delle imprese, innumerevoli pesci pilota navigavano nervosi nelle nostre acque terse. Si moltiplicarono i mediatori, i conciliatori pronti a tutto. E l’onorevole preoccupato per gli infissi - archetipo di un ragionare diffuso – continuò, pare, a preoccuparsi.

Secondo la parabola sviluppista quei 70 milioni di metri cubi avrebbero costituito una quantità equivalente di lavoro e di benessere, la pietra filosofale dello sviluppo, il mattone filosofale.

Un’argomentazione falsa alla quale gli economisti ( perfino la banca mondiale ) hanno da tempo fornito una risposta. Per quanto sia vero che paesi ( piccoli, di solito isole ) prosperino per il turismo è ancora più vero che il modello di crescita sostenuta dal metro cubo ha creato in buona parte del nostro meridione una diffusa povertà intrecciata con la delinquenza organizzata, ha cancellato migliaia e migliaia di chilometri di coste. E questi 70 milioni di metri cubi avrebbero ripetuto una realtà drammatica già vista. Avrebbero consolidato rendite, sì, ma non sviluppo. Si sarebbero arricchiti i già ricchi. Si sarebbe creato un lavoro facile, certo, ma di bassa specializzazione e, principalmente, di breve durata. Poi, daccapo, tutti poveri. Ma, soprattutto, avremmo esaurito il territorio e creato 70 milioni di metri cubi di interminabile dolore. Il contrario di uno sviluppo durevole.

Ma nelle discussioni infinite intorno all’argomento c’è un aspetto importante che anche i sostenitori degli infissi dovrebbero, guardando oltre gli infissi, tenere in considerazione.

Il responsabile di questo processo di civilizzazione non è un solo un governo e non è una legge per quanti insegnamenti possano essere contenuti dentro un codice. Quel governo e quella legge sono l’espressione di un mutamento storico nella percezione che la nostra società ha dei grandi valori, anche economici, connessi al paesaggio e al territorio. Ed è questo mutamento avvenuto nell’opinione pubblica che ha determinato la necessità di regole certe e ha dato forma a un governo. Non il contrario.

In altre parole la cosiddetta opinione pubblica ha richiesto un cambiamento nel governo del territorio e quello che avviene è quello che è stato richiesto. La maggioranza desidera che l’Isola sia conservata, protetta e tutelata dalle norme.

Il simbolo dell’infisso abbandonato nei magazzini contiene una sua sostanza. Ma l’argomentazione che la disoccupazione scompare con l’apparizione e la moltiplicazione degli infissi - metafora di un’economia che funziona – è fasulla. Quando tutto sarà costruito e ogni angolo colmato di metri cubi non sapremo più dove cercare lo sviluppo. Così gli infissi e tutto quello che essi rappresentano nell’allegoria concepita dall’onorevole, torneranno a giacere nei magazzini, per sempre.

P.S.: Nel 1834, quando la Sardegna era lontana dal “grand tour” Antoine Valery scrive di Cagliari e della necropoli di Tuvixeddu. Decanta la bellezza del colle e delle sepolture che però, dice Valery, “ gli abitanti della città notano appena”. Beh, evidentemente le vicende e le parole di oggi hanno origini lontane. Noi siamo sempre gli stessi. Interessati agli infissi sui quali fondiamo il futuro e il passato non ci interessa.

Quasi in contemporanea, due avvenimenti caratterizzano l’attuale fase del Piano paesistico della Sardegna. Un referendum e la fase due del Piano, relativa alle zone interne. Si tratta di quel Piano che è stato preceduto dalla coraggiosissima decisione di sospendere per due anni gli effetti potenziali di tutti i piani regolatori, per una fascia di due km dal mare. Coraggiosa decisione davvero, a mio parere più della tassa sul lusso che magari ha più appeal mediatico.

Il punto, per il Presidente della Regione è questo: la Sardegna con uno sfruttamento “turistico” delle coste del tutto legale sta distruggendo il suo paesaggio. La risorsa costa rischia di essere seppellita sotto milioni di mc di costruzioni, per di più senza alcun legame con la storia dei luoghi. In Costa Smeralda è stato inventato un nuovo vernacolo, fatto di archetti, tegole, tinteggiature alla veneziana, scale a profferlo che nulla hanno a che fare con le tradizioni costruttive della Sardegna e col rapporto fra costruzioni e paesaggio consolidatosi nei millenni. E il cancro si è rapidamente metastatizzato: il modello smeraldino ha invaso ogni angolo di Sardegna, con un effetto comico e tragico ad un tempo.

Ora, il Piano per la costa è stato approvato un anno fa e valgono nuove regole, ispirate agli intendimenti dell’amministrazione Soru. Regole che, com’era prevedibile, non sono piaciute a molti e in particolare all’opposizione che ha appena raccolte le 10 mila firme necessarie per sottoporre a referendum popolare il Piano paesistico della costa. Gli uffici, nel frattempo, hanno quasi concluso la parte del Piano relativa alle zone interne che, ovviamente, presenta difficoltà assai minori rispetto agli interessi in gioco.

Sarebbe veramente una beffa se l’unica seria esperienza italiana in corso in materia di pianificazione paesistica, per di più aggiornata sulla base delle più recenti direttive e leggi (convenzione europea e codice Urbani) venisse azzerata da un referendum. La possibilità c’è, perché l’attuale versione del Piano paesaggistico un vulnus ce l’ha. Nell’insieme il piano è molto ricco di innovazioni e di attenzioni per il paesaggio della Sardegna ma, come insegna l’esperienza, è sufficiente un neo per aprire una voragine.

La questione è stata da me già posta in quanto membro del Comitato scientifico per il piano. Ma la mia posizione non ha avuto successo. Credo che i recenti citati avvenimenti creino le condizioni per una riapertura anche pubblica del dibattito.

Il punto, il vulnus è contenuto nell’articolo 15 delle norme del piano per la costa. Tale articolo è stato redatto sulla base del principio che vanno fatti salvi alcuni diritti acquisiti dai proprietari delle aree oggetto di previsioni edificatorie dai piani regolatori. Si tratta di un principio che vede divisi i tecnici, già quando si parli della sola pianificazione comunale. In altri termini, c’è chi dice che una previsione, specie se consolidata da atti (convenzioni, concessioni e altro), non possa più essere rimessa in discussione e chi, come me, ritiene che un Prg fatto oggi possa e debba assolutamente non tener conto di precedenti decisioni. D’altra parte, è a tutti noto che la sensibilità ambientale si evolve anche sulla base delle acquisizioni tecniche e culturali. Se quindi, un’amministrazione comunale può ritenere che bisogna lasciare libero sfogo agli imprenditori edilizi, è altrettanto lecito che quella che la segue possa ispirarsi a principi del tutto opposti. D’altra parte il piano è lo strumento con il quale la comunità decide del suo futuro e lo fa occupandosi di paesaggio, di ambiente e di quella risorsa irriproducibile che è il suolo. Niente di anomalo, quindi, se un’amministrazione si muove con grande prudenza (di gran lunga preferibile all’incoscienza) e dispone delle sue risorse con la dovuta attenzione. La giurisprudenza asseconda questa impostazione anche se vi sono sentenze che la negano. In sostanza, a livello di Prg si può ancora intravedere una giurisprudenza contraddittoria, ma quando si parla di paesaggio la musica cambia assai.

La pianificazione paesaggistica, in sostanza, poiché opera in funzione di un interesse superiore, può decidere anche in modo molto drastico, comprimendo il diritto di proprietà fino al limite estremo di limitare o vietare la pratica di determinate modalità colturali, senza che per queste limitazioni sia dovuto alcun indennizzo. Il Piano paesaggistico della Sardegna, come il decreto transitorio che lo ha preceduto, nascono dalla situazione di allarme descritta in esordio, secondo la quale se le previsioni dei Prg si fossero attuate si sarebbe distrutto il paesaggio costiero della Sardegna.

Se questa era e rimane la motivazione di fondo delle attività della Giunta Soru in materia di pianificazione paesaggistica, è evidente che il piano può prevedere anche un nuovo modo di considerare eventuali espansioni edilizie. Gli studi economici di supporto al piano sono chiarissimi. Se espansione “turistica” ci dovrà essere, essa sarà limitata alle attività alberghiere, con una decisa limitazione dell’edificazione di seconde case. Non solo, ma anche le seconde case esistenti e gli insediamenti che le raccolgono, dovranno essere urbanisticamente e paesaggisticamente riqualificati e sono possibili anche premi di cubatura per quanti riconvertiranno le seconde case in attività para alberghiere. In sostanza, la Sardegna non può permettersi il lusso, che stava diventando un’abitudine, di lasciar edificare manufatti destinati a essere utilizzati per pochissime settimane l’anno.

Ma l’articolo 15, concepito come se fosse la norma transitoria di un Prg, per altro non proprio di avanguardia, è scritto in modo tale da sollevare con facilità quei problemi che hanno consentito all’opposizione di raccogliere rapidamente le 10 mila firme necessarie alla richiesta di referendum. Perché? Perché hanno raccolto il comune sentire che la Regione ha bloccato le piccole speculazioni ma ha lasciato delle chances alle grandi imprese, che sono le uniche in grado di operare nel settore alberghiero. E così in fondo è se, per un lungo periodo, le uniche cose che si faranno, saranno edificate laddove era già previsto che si facessero. Dove c’erano interessi costituiti e ratificati da atti pubblici.

Ma la strada maestra non è questa, quanto piuttosto quella del piano paesaggistico della costa orientale nuorese, redatto negli anni Sessanta da esperti del calibro di Insolera, Giacomini, Pratesi e altri, che era un piano che sceglieva con accortezze legate a un approfondito studio degli ecosistemi dove localizzare espansioni quasi esclusivamente di tipo alberghiero, e cioè destinate a generare risparmio di suolo e ampia e più stabile occupazione. Quel piano non è stato mai adottato e poi è finito nei cassetti. Ma se fosse stato attuato (verificare per credere) quella costa oggi sarebbe ben più bella.

Il metodo di allora è applicabile ancora oggi. Semplificando molto, basterebbe davvero azzerare tutto (con il piano) e decidere (indipendentemente dalle pressioni dei proprietari delle aree) in quali luoghi e con quali vincoli e limitazioni si possono realizzare strutture alberghiere. Poi, con avviso pubblico, selezionare le proposte imprenditoriali più meritevoli da tutti i punti di vista (paesaggio e economia in primis).

Un simile procedimento, che si farebbe sempre in tempo a prendere, spunterebbe le armi a chi si aggrappa alla disparità di trattamento e ai diritti acquisiti. Un piano del genere sarebbe inattaccabile in quanto equanime e credibile, specie se gestito come l’Amministrazione Soru intende fare.

Postilla

Condivido con Ciccone la tesi che un piano urbanistico ha il diritto di modificare motivatamente qualunque previsione di un piano precedente, e che non esistono precostituiti “diritti edificatori” che debbano essere compensati. Tanto più ha il potere di modificarla n piano paesaggistico. Ciò però ha poco a che fare con l’articolo 15 delle norme attuative del Piano paesaggistico regionale della Sardegna. Quelle norme non derivano da un principio , ma da una opportunità politica . Il PPR ha indubbiamente, e saggiamente, fatto violenza alla situazione preesistente, che a sua volta faceva violenza alla qualità del paesaggio sardo. Ha cancellato o sospeso non “diritti”, ma legittime aspettative. Ha contrastato decisioni (generalmente insane) di comuni legittimamente costituiti e legittimamente operanti: decisioni che erano state legittimate da precedenti poteri regionali (e statali).

Non sembra affatto scandaloso, né rischioso dal punto di vista della legittimità costituzionale, che la Regione abbia anche deciso, là dove le precedenti decisioni della pianificazione attuativa erano consolidate, di esaminare nel concreto, caso per caso, con la provincia e il comune interessati, quali convenzioni già stipulate prima dell’adozione del PPR e fuori della fascia di 2000 m dalla linea di costa potessero essere completate. Si tratta della ricerca di una posizione di equilibrio tra le nuove decisioni della regione e le componenti più consolidate di un lungo pregresso che l’amministrazione regionale ha ritenuto politicamente opportuno assumere.

Forse è anche per effetto di questo atteggiamento misurato che, mentre il piano di Insolera, Giacomini e Pratesi è ricordato solo dagli studiosi, il piano paesaggistico della Giunta Soru riuscirà a cambiare le cose in Sardegna: come le ha già cambiate, cancellando almeno una buona metà dei 70 milioni di metricubi approvati senza eccessive resistenze negli anni trascorsi, e facendo comprendere a tutti che si è aperta una nuova epoca. Beninteso, se il referendum o altri atti non cancelleranno il piano paesaggistico (e.s.).

“I popoli edificano i propri campi come le proprie città” scrive Carlo Cattaneo a conclusione del suo studio sul territorio della Lombardia. Il rapporto tra suolo e società è strettissimo, e ci sono momenti della storia nei quali le civiltà si impegnano in opere immani di miglioramento del suolo e del territorio, nei quali si producono nuovi paesaggi. Nel nostro Paese, dalla Liguria alla penisola Sorrentina-Amalfitana al promontorio del Gargano, le popolazioni costiere hanno edificato nei secoli sistemi di terrazzamenti estesi per decine di migliaia di ettari, mentre la sistemazione idraulica delle pianure tirreniche è il frutto di un progetto di lunga durata, dai sovrani illuminati del ‘700 sino alla bonifica integrale di Arrigo Serpieri degli anni ’30 dello scorso secolo.

Il rapporto tra suolo e società, si diceva, è strettissimo, nelle fasi di sviluppo come in quelle di crisi. Il Dust Bowl raccontato da Steinbeck in Furore, l’erosione eolica dei suoli e le tempeste di polvere che condussero alla fame gli agricoltori delle pianure centrali negli anni della Grande Depressione, è insieme il prodotto di una crisi ambientale, economica, sociale ed umana.

La risposta di Roosevelt, all’inizio del suo primo mandato, fu l’istituzione del Soil Erosion Service (1933), il servizio federale che assumerà poi nel ‘35, con la promulgazione del Soil Conservation Act, la denominazione definitiva di Soil Conservation Service. Si tratta di uno degli atti fondativi del New Deal, con l’impiego di manodopera inoccupata in grandi interventi pubblici di forestazione e sistemazione idraulica negli oltre 3.000 Soil Conservation District. La tradizione statunitense di intervento pubblico per la conservazione dei suoli e delle terre è poi proseguita sino ai giorni nostri, con la Soil Bank degli anni ’60, il Soil and Water Conservation Act degli anni ’70, il Farm Bill degli anni ’80.

A settant’anni di distanza, è nel solco di simili esperienze che la proposta di direttiva comunitaria che istituisce un quadro per la protezione del suolo intenderebbe in qualche modo porsi.

La direttiva si basa sull’identificazione del suolo come risorsa multifunzionale e non riproducibile, dal cui stato di salute dipende l’equilibrio dei bacini idrografici, degli ecosistemi e dei paesaggi europei. Essa obbliga gli Stati membri a identificare le aree a rischio di degradazione dei suoli, e a definire per ciascuna di queste programmi d’azione per contrastare i processi di erosione, declino dell’humus, salinizzazione, compattazione, dissesto (landslides).

Un approccio diverso è indicato per la contaminazione dei suoli, con l’obbligo di predisporre inventari nazionali dei siti contaminati e di definire strategie nazionali di bonifica.

Francamente debole, come già sottolineato nel commento di Eddyburg, l’approccio della direttiva nei confronti del sealing, l’impermeabilizzazione dei suoli conseguente alla trasformazione urbana. Se pure nelle considerazioni preliminari è scritto che “… il fenomeno dell’impermeabilizzazione sta diventando sempre più intenso nella Comunità a seguito della proliferazione urbana” e che “occorrono pertanto misure adeguate per contenere questo fenomeno, ad esempio il recupero di siti abbandonati e contaminati (brownfield) che limiti lo sfruttamento di aree verdi”, l’art. 5 della direttiva non va oltre un generico invito agli stati membri a prendere misure appropriate di contrasto.

Eppure sono proprio i recenti report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente a identificare nell’urbanizzazione fuori controllo il rischio principale di degrado del territorio rurale e dello spazio naturale europeo, a causa del consumo di suolo e della frammentazione dei paesaggi e degli habitat che essa comporta. Nel decennio 1990-2000 sono stati urbanizzati in Europa poco più di un milione di ettari, pari al 2,9% del territorio comunitario: le città europee sono cresciute del 6,5%, un tasso di crescita che comporterebbe il loro raddoppio in poco più di un secolo, una prospettiva inquietante nel già fosco scenario di global change.

Il problema, come è noto, è istituzionale: il Trattato istitutivo dell’Unione assegna infatti alla Commissione competenze in materia ambientale, ma non nei settori della pianificazione e governo del territorio. Ed infatti, il documento comunitario che più direttamente si interessa di assetto territoriale, lo Schema di Sviluppo Spaziale Europeo coordinato da Andreas Faludi, è stato approvato a Potsdam nel 1999 a livello di Consiglio informale dei ministri. All’interno di esso, come si ricorderà, viene chiaramente delineata una strategia di contenimento dei consumi di suolo basata sul riuso delle aree urbane esistenti e sul contrasto della dispersione insediativa.

Naturalmente, il problema delle competenze non deve essere sfuggito al gruppo di esperti che ha redatto la nuova direttiva sulla protezione del suolo se, nel rapporto tecnico-scientifico che la accompagna, troviamo scritto che “come prima cosa, si pone l’esigenza di una Convenzione europea sulla restrizione dei consumi di suolo. Essa dovrà affermare con chiarezza che il consumo di suolo è un processo non desiderabile. La diminuzione dei consumi di suolo può essere ottenuta attraverso misure tecniche, socio-economiche, ed anche fiscali”. Senza dimenticare, ci sentiremmo di aggiungere, quelle politico-istituzionali.

Insomma, è necessario continuare a lavorare perché “il suolo si ribellerà a chi violerà i suoi diritti”, come ha scritto ancora Cattaneo. L’ammonimento era per noi, suoi compatrioti, ma funziona bene anche a scala globale.

Chiunque può usare o riprodurre questo articolo, alla condizione di citare l’autore così come compare nel sito e la fonte originaria in modo visibile e con la seguente dicitura: “tratto dal sito web eddyburg.it”.

Questo articolo è pubblicato contemporaneamente su eddyburg.it e su la Nuova Sardegna del 6 febbraio 2007

La necropoli di Tuvixeddu, a Cagliari, cerca di resistere a ingegneri, architetti valorizzatori, giunte comunali, progettisti, manager e managerini. I nostri antenati che sono stati sepolti nel colle, alla fine, si difenderanno.

Il rettore a vita dell’università di Cagliari ha dichiarato, a proposito della “questione” Tuvixeddu, che nella nostra capitale non si riesce a cambiare mai nulla. E siccome non ci sono eccezioni a questa regola, da quasi un ventennio non cambia neppure lui. Ha ragione il rettore-urbanista il quale ha molte responsabilità nel progetto originario che prevedeva più di 600.000 metri cubi sparsi su Tuvixeddu, ha ragione. Una città così cristallizzata in piccoli poteri fissi non combinerà mai nulla di buono. Questa rigidità minerale si riverbera su ogni attività, su università e intelletti, progetti e intraprese, politica ed economia, e anche sull’opinione pubblica. Questa sostanziale anima paurosa le impedisce perfino di essere considerata capitale dell’isola. La città segue un orologio a sé stante, che misura una sua ora diversa. E quando qualcosa si muove accadono disgrazie, mandiamo in frantumi pezzi preziosi e proteggiamo con cura il peggio, sempre.

Il tentativo di speculazione delle imprese che vogliono costruire sul colle lo avevano previsto perfino i nostri morti. E avevano immaginato come qualcuno avrebbe fatto scomparire i costoni bianchi e abbaglianti del colle coprendoli con palazzine dozzinali in cambio di un guadagno immediato e di un danno eterno. Si inizia col ricoprire i costoni di metri cubi, si urbanizza (già fatto) un versante della collina e poi, magari, nasceranno altre palazzine sino a che il sudario di cemento ricoprirà tutto. E si parla di impresa, di diritti dell’impresa, di pregi dell’impresa trascurando che per la nostra Costituzione i beni culturali, paesaggistici e archeologici sono un valore primario, un’immensa ricchezza, e vengono prima dell’impresa. Così è in un paese civile. Si grida addirittura che, sospesi i lavori, non c’è più certezza del diritto perché le carte sarebbero a regola d’arte. Le solite carte, non sempre in regola, con le quali si è devastata mezza isola. E si dimentica che, invece, è stato un giudice - espressione vivente del diritto - che ha stabilito, secondo legge e in modo esemplare che il cantiere doveva fermarsi. La certezza del diritto c’è, per fortuna, e la esercita chi deve esercitarla.

Il progetto che attenta a Tuvixeddu è un progetto integrato, prevede cioè una cooperazione tra pubblico e privato. E così il privato, non contento di cancellare le falde candide del colle, ha fatto dono al comune del più volgare giardinetto pubblico che sia dato vedere accanto a un parco archeologico. Lungo i dirupi bianchi del colle, dove fioriscono orchidee, nidificano i falchi, accanto alle tombe scavate nella roccia, in un grande catino che aveva un fascino raro, beh, là un progettista ha sfigurato l’area costruendo un cosiddetto parco attrezzato, un giardinetto che se ne impipa del contesto e ha l’aria di una Milano 2 . Muri e muretti grigi, fioriere, senza dimenticare un laghetto artificiale zen, un totale sovvertimento del luogo che è irriconoscibile, sfregiato. Nessun rispetto del sito, nessun rispetto della storia. Il rispetto mancava prima quando il catino era ridotto ad una discarica e manca ora che il catino sembra una piazzetta di periferia. Si passa dallo stupore allo sconforto davanti alla squallida trasformazione di un’area sacra per millenni, diventata un “parco attrezzato” da sobborgo. Bisogna vederlo questo “parco” : hanno spianato la vecchia cava, resa docile e levigata. Lo si vede e di colpo si capisce che la nostra Isola, il suo patrimonio di paesaggi e di resti del passato non hanno nessuna speranza di sopravvivere.

Non potevano i defunti della necropoli prevedere che alcuni funzionari deputati a proteggere le loro tombe gli si sarebbero rivoltati contro. Essi vedevano uno scudo nella Soprintendenza. Invece la Soprintendenza ha dato il suo assenso a questa spartizione di un’unica area omogenea. E i responsabili degli uffici di tutela, anziché pattugliare il colle giorno e notte, anziché difenderlo per intero, hanno assecondato lo spezzettamento in tre parti, hanno dato l’assenso ad un’alterazione grave dei luoghi e difeso pubblicamente il progetto sino a permettere un laghetto artificiale. D’altronde un autorevole rappresentante della nostra Soprintendenza ha dichiarato che sua funzione è “mediare”. E a Tuvixeddu questa disastrosa teoria della mediazione (che significa cedere ogni volta una parte non riproducibile di un bene) ha prodotto un danno irreversibile che fa il paio con il Poetto, stesso grigiore dove prima splendeva il bianco. Hanno cambiato perfino il colore del posto che, si vede, non era gradito al progettista del giardinetto pubblico. Un paesaggio è fatto di linee e di colori e quando si falsificano, appunto, le linee e i colori allora lo si sta privando con violenza dell’identità, lo si distrugge per il capriccio di un architetto.

Nessun progettista possiede l’autorità di ridisegnare secondo il proprio ghiribizzo un sito di quell’importanza. I luoghi li distruggiamo per mancanza di cura o per eccesso di cura e sul colle c’è un accanimento atroce, davvero doloroso.

Le sue falde candide diventeranno la solita sfilata di palazzine per il ragionamento distruttivo che se c’è un angolo libero lo si riempie di mattoni, perché “fare e fare” produce benessere. Un equivoco tragico, la perdita del controllo dello sviluppo che si è ammalato e ha causato la sparizione del paesaggio nella maggior parte di questo paese governato e ossessionato dal mattone.

Che scoperta! Ci voleva Monticchiello 1 e poi 2 (vedi le ultime notizie sui quotidiani con lo stop a un nuovo lotto di lavori quando ne sono stati approvati e sono in corso di realizzazione i quattro quinti) per mostrare agli italiani che il loro Bel Paese è ridotto a pochi lacerti anch’essi in procinto di essere cancellati? E ieri l’assessore regionale Riccardo Conti, già conosciuto come accorato propugnatore dell’edificazione sull’intatta collina fiorentina di Bellosguardo (ved. nel sito Bellaciao, Toscana!, 4 luglio 2006, ora anche in L’opinione contraria, Libreria Clup, Milano, dicembre 2006), per giustificare il nuovo oltraggio ripete il ritornello del territorio come “risorsa”, l’opposto di un “territorio inerte e imbalsamato” (lettera in Repubblica del 24 gennaio).

Ci voleva Monticchiello per verificare che anche i sindaci, fra i quali in altri tempi molti erano i primi garanti di una democratica discussione consiliare riguardo ai problemi urbanistici, sono diventati caporioni dotati di poteri enormi, grazie a una rivoluzionaria legislazione condivisa da tutti i partiti pensosi della cosiddetta stabilità di governo. Decidono, i nostri, di fare e disfare nella città e nella campagna, ossequienti ai presunti diritti dei privati costruttori. Diritti inoltre valutati puntigliosamente sull’orlo dei minimi buchi nelle disposizioni per la tutela ambientale, nonché sull’indiscusso utilizzo di norme e prassi urbanistico-edilizie “moderne” la cui confusa molteciplicità, coperta dalla miriade di orribili acronimi, fu dovuta alla comune insidiosa volontà dei politici, degli urbanisti, degli amministratori locali, del complesso di autori e attori del teatro edilizio.

Per Monticchiello ferita, quanti non hanno riesumato la banale definizione di Toscana felix, e cominciato ora a lamentare un triste futuro del paesaggio nazionale invero già quasi tutto passato? Una firma come quella di Asor Rosa ha slegato campane nuove. Ma lui, perché non ha suonato prima, molto prima mentre gran parte del paesaggio italiano indifeso veniva riplasmato dalle benne di un milione di caterpillar? Forse perché i bei luoghi scassati erano per così dire d’altri, non suoi, non l’amata Val d’Orcia? Stimo moltissimo Asor Rosa; per questo la mia lamentazione, benché poco o nullacontante, non può, come forse avrebbe dovuta vista l’altezza del nome, fermarsi nel fondo della gola.

Difficile non disperare. Penso: sindaco di Pienza! Saprà che la dimensione del proprio “governar territorio” comprende il luogo pubblico dovuto al più eminente progetto urbanistico della storia italiana? Il miracolo riuscito al Papa Pio II Piccolomini e al maestro d’architettura e d’arte Bernardo Rossellino non ha iniettato il bacillo del dubbio nella mente del nuovo principe di Pienza e dei suoi cortigiani? No. Così, ignoranza da un lato e presunzione dall’altra hanno permesso a lui e ai suoi consulenti di considerare indipendenti due questioni culturali invece intimamente collegate, rappresentative di una questione generale ovunque si presenti: la famosa piazza, una specie di fenomeno misterioso, incomprensibile, per forza intoccabile; la collina di terra libera, un incontrario rispetto a quella, un possesso manipolabile in pro dell’altrettanto famoso principio di “crescita” del territorio, di “sviluppo” del medesimo spacciato come conveniente agli abitanti residenti: quando si tratta di repellente affare di ville e palazzotti progettati da Nonrossellini d’oggi per garantire lavoro ai caterpillar e far guadagnare menefreghisti alloctoni.

D’altra parte, perché scandalizzarsi se il tutor maximus del paesaggio, il rutelliano ministero, ha ripiegato su posizioni di extrema defensio consistente in “correggere”, “mitigare”? (“Mitigazione”, la nuova brutta parola entrata persino nella buona urbanistica insieme all’altra non meno fastidiosa, “valorizzazione”; vedi la proposta di legge urbanistica di Eddyburg, negli articoli 1°/3 e 4°/5).

Altrettanto, e ancor più potenti i presidenti di Regione. In Toscana, poi, i due gradi del potere si tengono saldamente, si alimentano reciprocamente secondo una sorta di scorrevole amicizia. Il potentissimo presidente Martini batté il pugno sul tavolo quando qualcuno mise in dubbio l’opportunità di concedere ai Comuni (ai sindaci e loro giunte) libertà di risoluzione in materia di paesaggio, beni ambientali, eccetera. Il pretesto? I principi di autonomia locale, l’esigenza di democrazia capillare, la garanzia di libertà dai gioghi del controllo superiore. Come affermato nelle vecchie battaglie della sinistra. Eh, no. Quando ci battevamo per una vera autonomia locale erano i prefetti i controllori. Intanto, tutte le deliberazioni dovevano essere approvate dai Consigli. E tutte dovevano sottostare al taglieggio della giunta provinciale amministrativa, alias prefettizio. Controllo di legittimità, la formula. Invece l’oggetto era il merito, e lo scopo ostacolare, respingere le decisioni legittime delle amministrazioni di sinistra (approvate in Consiglio comunale) su pressione delle opposizioni democristiane. Preistoria, certamente; meglio ricordarsene però, e non speculare capziosamente sul tema del cosiddetto esercizio democratico.

Ho scritto di Toscana e ora mi viene in mente Lombardia. Monticchiello da una parte, Milano dall’altra. Non voglio di certo assimilare l’orribile situazione politica lombarda e milanese a quella toscana e senese (l’asse governatore Roberto Formigoni–sindaco Letizia Moratti insegna a regola d’arte come si debba amministrare il territorio in favore di finanzieri, imprenditori, costruttori edili). Case costruite nelle meravigliose colline pienzane finora inviolate, ville previste in uno degli ultimi luoghi non edificati di Milano, il Parco delle Cave: magnifico risultato di un’eccezionale azione di riconquista pubblica di territorio aperto condotta per anni e anni da Italia Nostra.

Eppure. Ecco come, grazie alle nuove diciamo possibilità assicurate dalla normativa urbanistico-edilizia cui mi sono riferito prima, una certa società immobiliare Canova 2000 capeggiata da un certo Lamberto Frugoni potrà realizzare nel Parco, d’altronde inserito nel più noto Parco agricolo Sud, “ville uniche nel loro genere; 180 mq composti da taverna, salone, cucina, lavanderia, tre camere, tripli servizi, box doppio, giardino privato; vista unica dei laghetti del parco, consegna 2008” (dalla pubblicità aziendale). E perché potrà farlo? Semplicissimo: sfruttando la preesistenza di un vecchio capannone industriale ora demolito, e presentando al Comune una richiesta di ristrutturazione (di che, se non c’è nulla in piedi?) insieme alla Dichiarazione di inizio attività (la famigerata Dia – comprensiva del silenzio/assenso di soli sessanta giorni – epitome di quel falso riformismo urbanistico-edilizio volto a facilitare, dicevano, l’iter burocratico delle pratiche edilizie e invece risolto in qualsiasi realizzazione priva di tempestivi controlli. Notate che la destinazione dei 2.500 mq in causa è industriale, non residenziale.

Non si preoccupa l’affarista, che fa il suo mestiere e prevede puntualmente il finale della leggera diatriba col municipio (una diffida rilasciata per merito esclusivo del consigliere dei Verdi Enrico Fedrighini, presentatore di un’interpellanza): “tutto si sistemerà con un accordo sugli oneri di urbanizzazione. Pagheremo di più, quindi pagheranno di più i nostri clienti. Ma le ville si faranno. Abbiamo il pieno diritto… la destinazione d’uso non cambia, visto che lì ci saranno dei laboratori”. Cosa dice l’assessore competente? “Anche se l’immobiliare avesse ogni diritto di costruire dove sta costruendo” (allora i lavori sono già cominciati!) “e questo lo capiremo” (oh bella, nessuno ha mai dato un’occhiata!), “dovremo fare qualche ragionamento sugli oneri di urbanizzazione, in certe aree”. Tutto chiaro, cari miei. (Citazioni da Repubblica/Milano, 23 gennaio 2007)

Milano, 25 gennaio 2007

Sommario del testo completo

Premessa

La contraddizione originaria della legge 1497 del 1939

La tutela è fondata sul valore culturale, la pianificazione sul valore venale

Due luoghi comuni che vanno cancellando la tutela

Nella tutela del paesaggio il giudizio estetico non è "soggettivo"

La tutela vincolistica ha un grado di coerenza al divenire maggiore della pianificazione

La tutela "attiva" non va confusa con quella normativa

La tutela ha un grado di creatività superiore ad altre progettazioni

Flash sul "mirabile" governo della Toscana Felix

Premessa

Prendo le mosse dall’intervento di L. Scano, Tutela del paesaggio: imprecisioni e rischi, pubblicato nel sito eddyburg, per poi sviluppare gli argomenti a sostegno della mia tesi che la pianificazione non può tutelare i beni paesaggistici, ma solo contribuire potentemente a distruggerli.

Scano considera infondato ciò che Settis asserisce su la Repubblica del 17 novembre 2006, ossia «che secondo la legge 29 giugno 1939, n. 1497, "la tutela si esprime con atti generici che vincolano sì un determinato paesaggio, ma non specificano che cosa, in ciascun caso, non può essere a nessun costo modificato"». La dimostrazione dell’infondatezza Scano la dà citando alcuni passi della «relazione svolta dal Ministro dell'educazione nazionale, Giuseppe Bottai, per presentare alla Camera il disegno di legge recante "Protezione delle bellezze naturali"». Il passo della relazione di Bottai più significativo, tra quelli riportati da Scano, è il seguente: "quello che è essenziale alla conservazione d'una bellezza d'insieme è che le variazioni [...] siano in armonia con un piano preventivo concepito con un'unità di criteri razionali ed estetici. E questo preventivo piano […] è appunto il piano territoriale paesistico [...]; esso, sottraendo le modificazioni al capriccio del singolo che se anche voglia prestare omaggio alle esigenze estetiche non può ispirarsi a una veduta d’insieme soverchiatrice delle sue possibilità, fa sì che una bellezza paesistica o panoramica si conservi come essere vivente, ossia trasferendo nel mutabile o mutato suo volto i segni suoi caratteristici e cioè i lineamenti costitutivi della sua bellezza".

Ciò che Scano intende mostrare, mi pare, è che l’intento del legislatore del ‘39 non fosse quello di tutelare il paesaggio con vincoli "generici", ma con puntuali e cogenti atti di piano, i piani appunto "territoriali paesistici". E ciò proprio perché le bellezze d’insieme, ossia quelle "bellezze" che nella legge più si avvicinano al concetto di paesaggio, sono beni "viventi", di cui, quindi, non si può prescrivere, come per altri beni, l’assoluta "invariabilità".

Da oltre venti anni in più occasioni mi sono occupato della tutela delle bellezze naturali e del paesaggio, anche con ricerche sulle origini delle norme in materia. Conosco, dunque, molto bene i documenti, il pensiero e la cultura che stanno alla base della legge del 1497 del 1939. Posso perciò confermare, che l’intento del legislatore e di coloro che promossero quella legge, è, almeno in parte, quello indicato da Scano e che emerge nelle parole del Ministro. Nella sua relazione, Bottai non fa altro che riproporre ciò che ha ascoltato dagli urbanisti di allora, in specie dal "grande" Giovannoni, ispiratore della legge già nei primi del ‘900 e autentico inventore del "piano territoriale paesistico".

Allora, sto forse confermando che Settis si sbaglia? Assolutamente no! Settis ha perfettamente ragione, e quel che Settis dice ora, lo vado dicendo e scrivendo da tempo. È, invece, Scano che – in compagnia della quasi totalità degli urbanisti – non riesce a vedere dove sta la debolezza originaria di quella legge, le cui norme sono tuttora in vigore, ma col suo errore di fondo amplificato dalla "legge Galasso" e perfezionato dal Codice dei beni culturali e paesaggistici. D’altra parte è proprio lo stesso Scano, nel resto del suo intervento, in cui giunge a dichiararsi "preoccupato", a mostrare con dati e fatti, quanto la tutela sia sostanzialmente elusa da leggi regionali e da un pianificare manchevole o inadeguato.

Ora, se da un lato abbiamo la pianificazione che, come Scano ben vede, continua o a latitare o a mostrarsi inefficace e ambigua; dall’altra abbiamo invece numerosi luoghi (in Toscana trecento) che, tra gli anni Cinquanta e i Settanta, sono stati dichiarati "bellezze naturali d’insieme" in base alle norme della legge del ’39. Per quale motivo dovremmo continuare, dopo 67 anni di vigore della legge, a lasciare questi decreti di vincolo "generici", muti e inerti, in attesa dei miracoli pianificatori? Quello che Settis ha inteso implicitamente dire è proprio questo: per evitare che la tutela continui ad essere arbitraria e incerta, facciamo parlare i vincoli con atti normativi specifici, che dicano cosa non deve essere modificato all’interno di quei luoghi tutelati; piuttosto che fidarsi ancora di atti di piano, che si vorrebbe dicessero a chiunque in avvenire come si dovrebbe costruire in quei luoghi.

Qui la replica di Edoardo Salzano, Meglio il decreto di vincolo che la pianificazione?

Domani è Natale. L’albero di casa Guermandi troneggia già da alcuni giorni in un trionfo di addobbi, di luminarie e di colori (detesto gli alberi monocromi, inconfutabile sintomo di sciatteria spirituale ed estetica): un po’ più ricco del precedente con i decori e i ricordi derivati dai viaggi dell’anno, da Boston a Berlino, da Cipro a Parigi; fedeli ad un rito rassicurante e apotropaico nella sua intangibilità, il 13 dicembre abbiamo appeso per prima la decorazione eponima – sonora da qualche anno a questa parte – e da ultimo il puntale. Un solo rametto è stato tenuto spoglio per appendervi il ricordo del viaggio che sta per iniziare, dopodomani.

Il nostro presepe, al contrario, è opus in fieri: per alcune settimane si arricchisce e si modifica di giorno in giorno, perché la scenografia è complessa e tutt’altro che statica, i meccanismi vanno sorvegliati (fra mulini, ninfei, succedersi astrale e artigiani laboriosissimi abbiamo un ingorgo elettrico da blackout ricorrente), ciascuno di noi aderisce ad una diversa scuola di pensiero prospettica e quest'anno c’è chi si è inguaiato con piani di fuga barocchi un po’ megalomani e di periclitante solidità. E infine, come da copione, l’ultimo corteo arriverà a destinazione solo il giorno dell’Epifania, a compimento fugacissimo, ma solenne dell’opera nel momento stesso in cui sta per essere nuovamente distrutta. Metafora teatrale del destino comune a molte imprese umane.

Fra i riti immutabili e insopprimibili di stagione vi è ovviamente quello dei bilanci: anche se pochi mesi non sono una distanza sufficiente per discernere, nel magma confuso delle tante vicende che si sono sovrapposte, gli elementi di snodo da quelli di sfondo, i passaggi fondanti dalle scorie; come di consueto in questa mescolanza difficile da interpretare si accavallano, con gerarchie fallaci e ancora contraddittorie, luci e ombre, disillusioni e speranze, qualche faticosa vittoria, qualche irritazione bruciante, un po' di amarezza e alcuni episodi piacevoli. Questo tempo sospeso fra rimpianti e ricordi è comunque privilegiato per una epoché dedicata ad una prima memoria improvvisata, ma molto partecipe.

L'orizzonte mondiale non appare granchè rasserenato rispetto ad un anno fa: il fallimento della politica americana ha aperto soprattutto nel Medio Oriente una situazione di conflitto endemico da cui, a breve, non si intravedono vie d’uscita. Il mondo arabo si è radicalizzato, in Palestina, in Iran, in tutto il Medio Oriente, incapsulando lo stato d'Israele in uno spazio sempre più islamizzato e ostile. La guerra è perduta in Iraq, sta naufragando in Afghanistan dove somiglia sempre più al disastroso intervento sovietico. Tutta la politica americana appare ora, più che mai, come il risultato di scarsa conoscenza, visione strategica distorta e ricordi storici annebbiati e confusi, mentre la minaccia terroristica, lungi dall'essere compressa, si è dilatata su innumerevoli fronti. Al posto dello state-building, obiettivo dichiarato delle azioni militari, vi sono ora una serie di Stati disastrati. Comincia a farsi strada, a più livelli, l’idea che la soluzione a questa empasse lacerante potrà venire solo attraverso un ribaltamento delle modalità politiche di gestione della crisi post 11 settembre: sarebbe allora il caso di ripensare agli appelli, fra gli altri, di Judith Butler che invitava ad elaborare quel passaggio cruciale in termini di fragilità e di interdipendenza piuttosto che di forza e di vendetta.

La crisi attuale ci ribadisce, una volta di più, che il modello occidentale che sembrava essere universale, appare sempre meno capace di governare il mondo.

Fra le contraddizioni di questo modello, assieme all’America, si dibatte l’Europa, chiamata a confrontarsi con sfide simili, ma non uguali: a partire da una identità definita ancora solo da frontiere e confini, in cui è ambigua l'affermazione dei diritti fondamentali, e che si mostra incerta nel fronteggiare le decisive questioni della guerra globale permanente e il perdurante deficit di partecipazione democratica. Un’Europa che rimuove il convitato di pietra di un processo costituente interrotto e nella quale le forze politiche, di qualunque schieramento, sembrano rincorrersi sul terreno della paranoia securitaria e sullo sperimentalismo ondivago nelle politiche sociali.

Per uscire da queste secche, molto è il cammino da compiere, a partire dalla definizione di una politica dell'immigrazione non più asservita all'utilizzo dei flussi migratori per flessibilizzare e precarizzare l'economia e quindi della costruzione di uno spazio in cui possa essere possibile aumentare il tasso di civilizzazione dell'economia.

Il compito che attende gli europei è quello di reinventare la democrazia e i diritti delle persone e dei popoli dopo lo Stato nazionale. E di fondare l'interdipendenza derivata dalla globalizzazione sull'etica del limite delle risorse, allargando il campo dei diritti non solo alle attuali, ma anche alle future generazioni.

E ancora, l'Europa come attore politico dello scenario mondiale potrà avere un ruolo decisivo solo se riuscirà a superare un concetto di multiculturalismo che si risolve in un pluralismo delle identità e che riproduce e alimenta la fissazione identitaria. Come ci ha insegnato Amartya Sen, il mondo globalizzato non è una federazione di religioni e civiltà e non è vero che le culture si muovano compattamente l'una contro l'altra: lo spazio culturale e sociale in cui agiamo è molto più complesso e ognuno di noi avrà sempre più patrie mentali e spirituali.

A partire da questo, sarà possibile creare legami e alleanze trasversali su battaglie che siamo chiamati a combattere con il numero più ampio di compagni di strada: la questione energetica, quella ecologica, la povertà del mondo che ci entra in casa, i sistemi di welfare spiazzati, l'insicurezza del reddito, il futuro incerto delle giovani generazioni, il ritorno della guerra come risposta a ciò che viene visto come il caos post guerra-fredda.

L’Europa potrà operare un duraturo ed efficace contrasto contro i modelli oggi imperanti di potenza e di forza economica solo se fondata sui pilastri dello stato di diritto e dello stato sociale, della cultura e della memoria.

Senza dimenticarsi mai, che, come ci ricordava George Steiner, ci sono solo duecento metri tra il giardino di Goethe e la porta di Buchenwald.

In quest'anno che declina i temi della biopolitica hanno conosciuto momenti di scontro asprissimo e mai come adesso abbiamo riconosciuto la lezione di Michel Foucault che già trent'anni fa asseriva come la vita sia divenuta, nel mondo moderno, un oggetto di potere determinato dal passaggio dal potere di dare la morte e lasciar vivere, al potere di far vivere e lasciare morire. Fra le ultime angoscianti immagini dell'anno, quelle dello sguardo severo di Welby ci hanno costretto a prendere atto del corto circuito palese nelle prerogative costituzionali dei nostri stati di diritto occidentali che impongono la protezione della vita anche contro il diritto del vivente, della sua volontà, della sua dignità. In questo scontro la Chiesa cattolica, attribuendosi un ruolo di legislatore etico universale, pretende di fatto un'esclusiva, quasi che l'etica del vivere e del morire (ma anche del convivere e della famiglia) appartenesse di diritto alla gerarchie ecclesiastiche. L'ingerenza religiosa sempre più massiccia, che tende a trasformare il messaggio cristiano in un prontuario di comportamenti politici, si inserisce nei vuoti della prassi democratica, soprattutto in Italia, dove il potere temporale del Vaticano e quello politico dello Stato non fanno che annodarsi sempre più, lontani ancora dal comprendere che è solo la laicità che può presiedere anche le ragioni del sacro.

Tale interferenza, d'altro canto, è conseguenza anch'essa di quell'arroccamento che già temevano un anno fa e che si è fatto via via più tangibile, più asfissiante: papa Ratzinger, in questa preoccupante ostilità al mondo contemporaneo e alla modernità, sta perseguendo una chiusura del cattolicesimo in un orizzonte culturale e sociale sempre più limitato. A partire dal discorso di Ratisbona, il dialogo fra religioni è ammesso solo se concepite come due integralismi che si fronteggiano e non si contaminano. Nell'attuale visione vaticana il dialogo appare quindi possibile solo a partire da una identità rafforzata, quando è invece sempre più chiaro che solo mettendo in discussione le proprie certezze identitarie si può avere un reale scambio.

Le grandi domande sulla vita e sulla morte richiedono nuove risposte o meglio di saper imparare da chi queste risposte le ha date e le dà nella pratica quotidiana della solidarietà e della pietas. Come le donne ribelli e autonome di Volver, il film dell'anno che ci è rimasto nel cuore, che vivono la loro vita complicata e faticosa, attraversata da eventi terribili, ma sanno trovare le risposte ai grandi problemi della vita: la malattia e il dolore, la morte, la violenza. E al male di vivere che sono costrette a subire, ma da cui non rimangono schiacciate, trovano una via d'uscita nella solidarietà complice e affettuosa con cui si muovono nei cortili interni delle loro case, ombrosi e quieti, dai giardinaggi asimmetrici e casuali, dove non entrano né gli uomini, marginali e inutili, nè il vento della Mancha, invadente e ossessivo, e dove la disarmonia esterna trova una sua ricomposizione.

Quanto al quadro politico italiano, esso ci appare a sua volta non privo di elementi di perplessità: la vittoria di aprile è stata presto assorbita da comportamenti che non abbiamo sempre condiviso. Le avvisaglie già c'erano, a partire dai meccanismi di utilizzo della legge elettorale usata per assecondare le profonde pulsioni conservatrici e autoreferenziali degli apparati di governo dei partiti e sono state spesso confermate da decisioni e iniziative seguite in apertura di legislatura.

Il senso di delusione nei confronti del governo attuale è tema di sondaggi e analisi quotidiane e si sintetizza nell'assioma del ‘cambiamento senza svolte’. E’ stato sottolineato da più voci che se Berlusconi è stato sconfitto, non altrettanto appare il berlusconismo inteso come degenerazione della democrazia, primato degli interessi privati, disprezzo delle norme e delle regole. Il populismo solleticato dal passato governo che adotta i codici dei media, semplifica i temi e banalizza il messaggio, non è svanito, ma anzi appare come un sottofondo ricorrente, come una minaccia che serpeggia nel profondo della nostra società, pronta a riapparire in maniera dirompente. Esso va di pari passo con l'essiccamento degli spazi della rappresentanza, di un sempre debole civismo democratico e del declino dell'etica della responsabilità politica.

Il corpo sociale italiano appare suddiviso secondo un modello familistico-corporativo in lobby, comitati, gruppi di interesse, associazioni, ognuna delle quali spasmodicamente presa dai suoi interessi settoriali e dal mantenimento di una rendita di posizione ed indifferente ai problemi della corruzione, della trasparenza e della fine dello stato. Le tasse continuano ad essere percepite non come il prezzo della cittadinanza, necessario a garantire servizi e tutele, ma come un vessatorio balzello. Zagrebelsky ha parlato di un paese diviso non fra destra e sinistra, tra laici e credenti, ma piuttosto tra coloro che sanno interessarsi solo al presente e coloro che sanno concepirlo come premessa di un avvenire comune. Il paese appare bloccato non tanto sul piano economico, quanto su quello sociale: blocco della mobilità di classe, inefficienza della formazione scolastica e universitaria, ricambio generazionale lentissimo, autoriproduzione delle élites: fenomeni tutti che rimandano ad un deficit politico. E' quindi soprattutto la politica, la nostra politica a dover proporre quelle mediazioni capaci di diffondere un senso del generale nei soggetti sociali, trasformandoli da soggetti passivi ed indifferenti ai problemi comuni, in soggetti attivi e dissenzienti, a far riemergere, in contrapposizione all'interesse esclusivo nel particulare che esclude e non include e che si traduce pressochè sempre nell'interesse del più forte, la necessità di tutelare il bene pubblico, cioè di tutto quello che il singolo non può tutelare da solo e diviene quindi compito della res publica salvaguardare. E assieme combattere la precarietà, la nuova precarietà che genera nuove paure e insicurezze e si traduce spesso, troppo spesso, in egoismo sociale e xenofobia. Come scrive Baumann: “Le persone spaventate a morte da una misteriosa, inesplicabile precarietà dei loro destini e dalle nebbie globali che nascondono alla vista la loro prospettiva, cercano disperatamente i colpevoli delle loro tribolazioni e delle prove cui sono sottoposti. Le trovano, non sorprende, sotto il lampione più vicino, nel solo punto obbligatoriamente illuminato dalle forze della legge e dell'ordine”.

Per lasciarci alle spalle questa opaca sensazione mista di delusione e smarrimento, abbiamo bisogno di nuove idee e di nuove armi culturali e di tutte le risorse del nostro campo: anche per questo dobbiamo reagire ad una logica di contrapposizione fra riformisti e radicali che non può che condurre ad un sistema di veti reciproci fra blocchi contrapposti e dobbiamo piuttosto tendere ad una radicalità di obiettivi perseguita con riformismo di metodi. E anche la discussione sul futuro partito democratico ci piacerebbe che ci dicesse qualcosa non su problemi di ingegneria partitica, ma sulle scelte fondanti, a partire da quella fra l'accettazione dell'egemonia del mercato, calmierata da un risarcimento dei danni sociali più macroscopici o il ristabilimento, in qualche modo, dell'egemonia della politica sull'economia.

Le scelte da compiere nei prossimi anni, nei prossimi mesi, nell'anno che verrà, sono di grande portata: investono le tematiche genetiche, le fonti di energia, la tutela dei beni comuni, la ridefinizione del concetto di cittadinanza e riguardano non più solo noi, ma per la prima volta con questa urgenza, le generazioni future: si tratta di un percorso difficilissimo, che al momento attuale appare addirittura improbo.

Però ieri, ascoltando qui a Bologna il nostro premier attorniato, per i tradizionali auguri natalizi, dagli amici e concittadini, il suo discorso, così scopertamente non mediatico, dall'oratoria così poco carismatica, ci è apparso però così pacatamente intriso di passione civile e di una visione sociale così onesta e condivisibile da rinnovargli, lì per lì, la fiducia e il consenso. Almeno fino al prossimo anno.

Forse non è molto più che una sensazione coadiuvata da un pignoletto birichino, ma va comunque rinforzata con un’analisi non prevenuta dell'attuale contesto politico e sociale, di rara difficoltà, come anche degli elementi positivi che pure esistono: fra gli auguri più belli di ieri, quelli di una giovane meridionale, da anni a Bologna per impieghi precari che, grazie alle disposizioni della vituperatissima finanziaria, avrà fra pochi mesi un lavoro a tempo indeterminato: “Grazie, presidente, di avermi regalato il futuro”.

Non è pochissimo, e su questo si può costruire.

Per quanto ci riguarda più direttamente, all'affossamento della legge Lupi registrato come un'indubitabile vittoria ad inizio d'anno, fa da corona la recentissima presentazione, in Parlamento, della legge di eddyburg sul governo del territorio che rappresenta il contributo collettivo di eddyburg alla discussione per una nuova normativa in materia urbanistica; discussione che si sta aprendo in queste settimane e nella quale si percepisce, da parte di esponenti del centrosinistra, qualche elemento di continuità con le politiche della precedente legislatura sul quale occorrerà vigilare. Ancora fra i segnali positivi di questa seconda parte dell'anno, potremmo riconoscere un'indubitabile ripresa del dibattito su questi argomenti che si accompagna ad un aumento progressivo della partecipazione sui temi urbani e del territorio registrata anche a livello demoscopico. E la così detta battaglia di Monticchiello, pur con qualche distorsione mediatica, ha avuto il pregio di focalizzare l'attenzione su aree del nostro territorio, quelle rurali, sulle quali si stanno concentrando operazioni speculative di ampiezza tale da sconvolgere, nel loro assieme e in breve tempo, assetti territoriali dati per scontati.

Ulteriore sintomo di una ripresa di interesse anche a livello non solo nazionale, può essere riconosciuto nella Biennale veneziana di Architettura che pur con qualche svarione, non poche dimenticanze e qualche semplificazione, ha indagato, con questa edizione, il tema della città e i suoi paradossi fra coesione sociale ed esclusione, ricchezza urbana e intensa miseria, luogo dell’interazione per eccellenza e, storicamente, del rinnovamento politico. L'indagine del gruppo di lavoro, coordinato da Richard Burdett, ha sottolineato la necessità di concentrare l'azione politica sulla costruzione di città socialmente più compromesse e morfologicamente più leggibili, città,

per dirla con Benjamin, 'porose', nelle quali le comunità si intersechino, anche nel conflitto. Va detto che questa lettura ci pare però insufficiente se applicata alle grandi megalopoli terzomondiali, ormai vicine ad un punto di rottura del rapporto tra urbanizzazione e possibilità di sviluppo: per le masse di inurbati diseredati, di cui ci parla, ad esempio, Mike Davis, le città rischiano di essere solo enormi bacini di raccolta di una povertà globale in espansione.

A ribadire la complessità del fenomeno urbano, nella Biennale ha trovato invece posto la ricerca di Philipp Oswalt sulle shrinking cities, le città in contrazione che stanno cioè subendo un drenaggio di popolazione. Fra queste, molte quelle segnalate sul nostro territorio, caratterizzate da fenomeni di spopolamento e dismissioni prodotti da un'accelerazione del processo di rifunzionalizzazione economica, per affrontare i quali occorrerà adottare strategie non solo urbanistiche, ma soprattutto politiche, nuove.

E infine noi di eddyburg: siamo qui, pur con qualche acciacco dovuto ad un anno vissuto pericolosamente – comme d'habitude – ma con qualche risultato raggiunto, a partire, come ricordato, dalla legge di eddyburg: solo l'inizio di un cammino che prevediamo assai complesso e non privo di insidie e che ci vedrà, come al solito, in prima linea. Per noi, in realtà, discussione e analisi sono gli strumenti quotidiani con i quali interveniamo, spesso suscitandolo, nel dibattito nazionale sulle vicende urbanistiche, sulla tutela del paesaggio e dei beni culturali, a partire dalla difesa del nuovo Codice che, pur certamente perfettibile, appare però uno strumento da sostenere soprattutto in rapporto alla montante marea di normative regionali lacunose quando non decisamente discutibili. Ci sono valide eccezioni: il piano paesaggistico della Sardegna, fortemente voluto da Renato Soru, che si colloca sulla linea interpretativa del Codice.

Assieme alle analisi, agli appelli, alle iniziative sul territorio fra le quali la scuola estiva, consolidatasi con successo in questo secondo anno di attività, questo è stato anche un anno di memorie di eventi e persone. A partire dal decimo anniversario della scomparsa di Antonio Cederna che eddyburg ha affettuosamente ricordato attraverso i suoi scritti e molti interventi di compagni di viaggio reali e ideali: a ribadire il filo di continuità che, come ho scritto in questa sede, vorremmo che ci legasse a questa figura, alle sue idee, alle sue battaglie, molte delle quali ancora da combattere. In quest'anno di ricordi ci siamo molto interrogati sulla sua attualità, da taluni sprezzantemente negata anche in recenti occasioni commemorative. E certo il 'metodo Cederna', questa sua reiterazione documentatissima e quasi ossessiva su alcune grandi questioni, sempre quelle, non appare poi molto 'attuale' in tempi di disinvolto assorbimento e rapida digestione di temi e problemi, di svagata memoria e di postmodernità liquida e flessibile che tutto rimescola e annulla. E però quei temi non sono scomparsi perchè non più attuali, ma sono stati semplicemente rimossi, occultati perchè ingombanti dal punto di vista politico e culturale. Per riemergere, in tempi recenti e recentissimi, nella loro urgenza irrisolta: il consumo di suolo, lo sprawl urbano, le periferie, la tutela delle coste. O ipocritamente travestiti: la risistemazione dell'area archeologica centrale a Roma come riproposizione edulcorata del progetto Fori, o nell'emergenza delle infinite battaglie tuttora in atto: la tutela dell'Appia Antica per la quale eddyburg, nelle scorse settimane, ha speso la sua voce.

Il 20 settembre a eddyburg è stato assegnato, dalla provincia di Roma, uno dei premi Cederna 2006; ripercorrendo a ritroso le pagine del sito di questo anno che si conclude tra poco, ci sembra proprio di essercelo meritato: l'azione di documentazione, di denuncia, di segnalazione, di analisi è stata costante, anche se a volte in affanno. Lacune, omissioni, forse qualche forzatura la mettiamo in conto, ma già si annunciano mutamenti, evoluzioni, ampliamenti, pur nelle renitenze di chi scrive. Adesso, comunque, è tempo di pensare al molto che si è fatto al meglio che si poteva, e di guardare avanti, al moltissimo che si potrà fare.

O meglio in alto, come questo pastore della meraviglia, ultimo recentissimo acquisto napoletano per il mio presepe, che, allargando le braccia, guarda in su, estatico, verso la cometa e rapito dall'incanto di tanta bellezza, vi si abbandona.

“Chi non si aspetta l'inaspettato non troverà la verità”. Eraclito

Buon Natale.

Bologna, 24 dicembre 2006

A casa sua, pallido, il turista, guarda le fotografie della vacanza mentre fuori piove e piove. E guardandosi mormora: “Sarà… ma questo non sembro io, questo è un altro… ”

C’è qualcosa di molto triste e perfino drammatico nei villaggi vacanze, anche in quelli dell’isola, così alla deriva dal continente. C’è qualcosa che lascia inebetiti nella vita sintetica del villaggio dove si mangia si dorme, si balla, si nuota in piscine irreali, poi si mangia di nuovo, si dorme di nuovo in un ciclo rotondo e animale di cibo, deiezione e sonno. Qualcosa che non si riesce a comprendere del tutto.

Neppure gli animatori incaricati di ravvivare l’ospite sott’olio solare e di affrancarlo dalla tristezza riescono a liberare il turista dai residui del dolore. Eppure l’animatore è stato concepito proprio come un essere metafisico addestrato a trasferire i patimenti dell’ospite sul proprio corpo, istruito per disinfettare il cervello dell’ospite, per farlo regredire sino all’infanzia sacrificando la propria età verde. L’animatore invecchia ad ogni stagione perché la sua essenza viene risucchiata dal vacanziere il quale perde rughe, cammina più dritto e ha uno sguardo meno opaco che all’arrivo. Ma neppure il sacrificio dell’animatore è sufficiente.

Così la sera, sgrassato e deodorato, fermo davanti ad un immenso buffet, il turista sente di continuo il peso di una brutta idea che gli arriva dal profondo e che non riesce a cacciare via né col cibo, né con l’alcol e neppure con le danze propiziatorie.

La notte, nella stanza bianca, la paura di qualcosa di imminente non gli scompare neppure con molte gocce di sonnifero. E la mattina, arenato in spiaggia, non riesce ad essere contento sotto il sole che lo consuma.

Il fatto è che al ciclo del villaggio manca qualche cosa per essere davvero perfetto e lui, l’ospite, non riesce a comprendere il perché di questa incompletezza dolorosa. A volte, però, di colpo, magari proprio l’ultimo giorno, capisce.

Beh, al villaggio, per essere davvero un villaggio, mancano due eventi fondamentali che renderebbero naturale il ciclo vitale del turista. Nel villaggio si dovrebbe nascere e morire.

Sì, sporadicamente qualcuno, stupito dall’ insolito vigore che si sente addosso, muore all’improvviso. Ma è raro, non si usa nei villaggi. Muore perché il cuore non ce la fa, troppi cambiamenti, troppi. La vacanza è una crudeltà, è dura, bisogna faticare.

Per il momento la morte nel villaggio è solo un’eccezione non prevista. La nascita, poi, è ancora più insolita.

Peccato, perché il parto turistico sarebbe un parto felice e la morte turistica sarebbe la migliore delle morti, il valore della vita nel villaggio aumenterebbe e i defunti, accompagnati dall’animatore gentile, se ne andrebbero in un aldilà turistico e senza più pensieri.

Sepolti nel cimitero del villaggio dove un’anagrafe uguale alle altre anagrafi registra tutto e dove si viene interrati rivolti verso il mare.

E niente più vacanze prive del soffrire naturale. Senza soffrire non c’è felicità possibile. La sofferenza non la si può lasciare a casa. Non si prova piacere se non si sa di dover patire e se non si è patito. Non si può ballare o guardare un tramonto felici se si dimentica di poter morire là dove ci si trova. La vacanza deve essere proprio questo: una paura appassionata di perdere il mondo intorno. Piacer figliod’affanno… provare pena per gustare la gioia di uscire per un po’ dal dolore e godere della dolcezza amara della vacanza.

Saggio il viaggiatore pellegrino morto in canoa davanti alle coste smisurate e divine di Cala Luna, fortunato quell’altro morto in bicicletta con negli occhi la strada orientale e il mare. Loro avevano capito che il bello naturale assume un valore incalcolabile proprio perché in fondo al bello ci si trova la morte che gli conferisce valore e significato, finalmente.

Ecco perché il villaggio turistico, così com’è, deve essere riformato oppure abbattuto con le ruspe.

L ’orto concluso all’interno del quale non penetrano la malattia e la morte, non arrivano epidemie e la peste viene lasciata fuori, l’ orto concluso non deve esistere più. Il dolore deve arrivare dappertutto e per ognuno.

Povero il turista che, senza comprendere, è traslato, poco più che vivo, dall’aeroporto al villaggio dove viene ingozzato come un oca e poi traslato di nuovo dal villaggio all’aeroporto e da lì a casa sua dove ora riguarda, con le lacrime agli occhi, le fotografie del luogo dove è stato sequestrato per una settimana. Quella, forse, non era vita.

E può darsi che, osservando le foto, comprenda che il turista - cioè lui stesso - è solo un oggetto inanimato mentre il viaggiatore viandante possiede la capacità del pensiero con la quale decide cosa vedere, dove andare, cosa mangiare ma, soprattutto, non si fa imprigionare in nessuna fiaba perché le favole - tutte piene di spaventi e paure - gliele hanno già raccontate quando era bambino.

Questo testo è stato pubblicato da la Nuova Sardegna alla fine dell'estate del 2005

I begli articoli di Fabrizio Bottini su metropoli megalopoli città esortano a verificare vecchi e nuovi pensieri. Fra molto d’altro ho selezionato, per ora, il tema dello spazio pubblico urbano e ho ritrovato la piazza. Ecco, l’ho sentita così:

Quando e fino a quando vige nella sua costituzione materiale e sociale uno spazio denominato “piazza”? La parola è antica. In greco platêia, sostantivale da platys,‘largo, ampio, vasto’. L’ agorà era assai ampia. Secondo Camillo Sitte (1889) nel Medioevo e nel Rinascimento le piazze urbane avevano una fervida e pratica utilizzazione per lo svolgimento della vita pubblica, e presentavano una stretta concordanza con gli edifici circostanti. Mentre oggi - scriveva - servono tutt’al più come posteggi di veicoli e perdono sovente ogni collegamento artistico coi fabbricati.

A mio parere il momento della fine dovrebbe retrocedere nel tempo. La piazza italiana vivente una straordinaria completezza d’architettura e di socialità culmina nel Medioevo e muore alla fine del Trecento o al principio del Quattrocento, salvo rari sprazzi di vitalità nei secoli successivi: nelle parti popolari della città, ma si tratterà di strada piuttosto che di piazza; non esisterà affatto il senso di platys. Oppure sarà una città eccezionale, Venezia, che esibirà i suoi campi e campielli.

Poteva essere uno slargo, come una lacerazione del tessuto di stradette e case fittissimo, un chiarore desiderato e trovato dalla comunità. Per esempio, a Gubbio, non il magnifico alto terrazzamento prospiciente il Palazzo dei Consoli, ma, appena lì sotto, la piazzetta della Chiesa di San Giovanni Battista. Oppure, come il Campo di Siena o la Piazza del Popolo a Todi, era spazio appunto vasto, conchiuso dalle cortine edilizie, in ogni caso fortemente progettato: perlomeno nel significato di un concerto della popolazione per una comune scelta, diremmo ora “urbanistica”. Uno spazio altamente organizzato e certamente identificato dalle singole persone, dai gruppi sociali, dall’insieme della cittadinanza quale luogo riassuntivo della città intera, quasi fosse esso la città intera.

Il fondamento della piazza posava su determinati contenuti sociali. E’ infatti per la mancanza di questi che oggi non la possediamo, anche laddove esiste uno spazio congruo, persino spazio antico persistito uguale. In primo luogo il recinto di case, talora interrotto solo dalla Chiesa o dal Palazzo Comunale, era intensamente abitato, vi risiedevano numerose persone che vi entravano e ne uscivano da e verso lo spazio comunitario. Le finestre “abitate” erano occhiuta costante presenza. Al livello del lastricato si aprivano miriadi di attività, magari collegate con gli alloggi superiori, artigianato, commerci, trasporti, e ancora stanze per persone... o per animali. C’era andirivieni, incrocio, incontro, conoscenza: gente di lì e gente di altri quartieri contrade sestieri. Si facevano affari, contratti chiacchiere. Non sto mitizzando, penso a cosa abbiamo perduto: la possibilità di praticare rapporti sociali in uno spazio pubblico riconosciuto, appagante e affabile perché intimamente tuo in quanto percepito da tutta la comunità come massima espressione di ricchezza funzionale e infine di bellezza.

Peraltro si dispiegavano quei rapporti non tanto perché esisteva la piazza quanto perché di essi necessitava una specifica formazione economico-sociale che nel contempo li determinava. Oggi non possiamo o non sappiamo praticare rapporti sociali umanizzati e umanizzanti perché la società è costituita in un modo che non li favorisce, anzi li rifiuta. Né costruendo oggi una bella piazza, disabitata o abitata che sia, li determineremmo. Lo spazio-piazza di allora si presentava a sua volta come necessario. La comunità l’aveva voluto perché sentiva di aumentare così le occasioni di espandere se stessa, non solo sul piano economico.

Nell’immaginabile itinerario attraverso le piazze italiane quale potrebbe rappresentare il punto di snodo, anzi di frattura? Emerge un luogo emblematico, La Piazza Pio II Piccolomini di Pienza (potremmo considerarla oppostamente alla Piazza del Mercato di Lucca, altrimenti emblematica). Uno spazio urbanistico-architettonico di grande bellezza, dimostrativo del contrario rispetto alla vera piazza, il modello medievale che ho descritto. Il popolo abitante è sparito. Mancavano quei contenuti, quel modo di esistere sociale funzionale estetico del recinto e della plateia. Palazzo Comunale, Palazzo Vescovile, Cattedrale, Palazzo Piccolomini. Bernardo Rossellino colloca oggetti architettonici nello spazio, li giustappone con raffinata sapienza, li fa dialogare senza troppa familiarità nel loro consistere di massa-volume e composizione architettonica. Istituisce un luogo insigne dei poteri che sembrano trarre forza e accentuare superiorità proprio dall’armonia numerica di rapporti calcolati sul filo d’equilibrio fra reale e irreale. (L’ispirazione dello spazio metafisico di Giorgio De Chirico retrocede nella storia fin qui?). E’ la piazza in cui non si abitava, si andava, per funzioni religiose o civili, per necessità di richieste e di suppliche ai poteri, forse preoccupati e intimiditi...

Ancor oggi si va in piazza, forse disperatamente. A Milano Piazza del Duomo è non-piazza per eccellenza. Singole persone e piccoli gruppi vi si ammassano, nei fine settimana è una folla. Provengono dalle periferie, dal circondario, dalle città prossime (non parlo dei turisti, di giapponesi o svizzeri). Nessuno abita il sito. Tutti sono estranei, tutto lo spazio e tutti gli edifici sono stranieri. Nemmeno i capannelli di immigrati riescono a portare un segno nuovo, anzi antico. Restano seduti sui gradini del Sagrato, qualche parola dentro il gruppo, forestieri, come tutti gli altri.

Di qui potrebbe cominciare un altro discorso. Dal punto di vista adottato in questo commento tutte le piazze esistenti sarebbero spazio perduto e non più ritrovato. Anche la veneziana Piazza San Marco è non-piazza per eccellenza, proprio come la milanese; anzi, l’appartenenza e la frequentazione sono ancor meno riferibili a un qualche residuo di sentimento personale e collettivo della città. “Abitata”, posseduta da cittadini comuni, non i potenti procuratori e i loro subordinati, non lo è stata mai. Mi domando: tuttavia la grande differenza di architettura urbana, o semplicemente la bellezza architettonica di Piazza San Marco e la mediocrità di Piazza del Duomo (la facciata della chiesa è muta, anzi il post-gotico ottocentesco, soprastante alla maniera cinquecentesca tebaldiana, emette suoni falsi, inoltre accompagnati dai versacci del fascistico Arengario) non distinguerebbero una possibilità? Ossia, l’architettura urbana delimitante gli spazi pubblici potrebbe trovare oggi una peculiare capacità di influenzare le occasioni di concordanza sociale, di pensamento collettivo? O è vero che ormai le persone devono rassegnarsi a praticare come piazza deprivata di antichi valori, vale a dire falsa piazza che separa invece di unire, gli spazi interni dell’ipermercato con il loro silente, indifferente ma brutto contorno?

Milano, 24 novembre 2006

“Giacimenti culturali”: indimenticata locuzione di qualche lustro fa respinta con sdegno dal mondo culturale tutto, in quanto scopertamente portatrice di una logica mercantilistica. Eravamo nei tardi anni ’80. A quegli stessi anni, non a caso è da far risalire l’esplosione del fenomeno delle esposizioni temporanee, per il quale si è arrivati a parlare di ‘mostrite’, a sottolinearne il carattere vagamente patologico dovuto alla proliferazione invasiva che ha man mano assunto. Quei processi di spettacolarizzazione finalizzati alla costruzione di eventi costruiti, per lo più, sui soliti noti eternamente esposti (da Caravaggio agli impressionisti o Picasso) conoscono attualmente una nuova stagione di fasti. Il sospetto, sempre più rafforzato, è che questa spropositata offerta di iniziative e manifestazioni dall’etichetta culturale, sempre più dilatate nel tempo, più ricche di offerte, più mediaticamente rilanciate e promosse abbia una finalità quasi esclusivamente “acchiappaturisti”: il nostro patrimonio è quindi utilizzato come magnete turistico in grado di raggiungere l’agognato obiettivo del “tutto esaurito”. Nessuno si azzarda più a proporre la bieca equazione beni culturali come petrolio, ma con ipocrita slittamento lessicale il combustibile fossile ha lasciato il posto a termini ben più glamour e politically correct quali “volano”, “risorsa”, “occasione di sviluppo”, “attrattore”, “asset dello sviluppo economico”.

Questa tendenza si coniuga perfettamente con quanto è successo, al passaggio del testimone governativo, al Ministero competente per i Beni Culturali, al quale le competenze sullo Sport, senza troppi rimpianti, sono state sostituite con quelle relative al Turismo, un compagno di strada apparentemente più consono, ma potenzialmente assai più pericoloso. Liaison quasi inevitabile, questa, e già adombrata nelle ripetute statistiche degli ultimi anni che confermano per l’Italia una buona tenuta, a livello mondiale, solo nel settore del turismo culturale, laddove in altri comparti dello stesso ambito la nostra offerta soffre ormai la concorrenza di molti altri paesi.

Che il turismo, ormai da alcuni anni prima industria a livello mondiale, sia uno dei settori prevalenti verso il quale si stanno reindirizzando molte economie europee e del bacino del Mediterraneo è un dato di fatto. E non è più tempo per puristi: la legittimità e opportunità di un uso turistico del nostro patrimonio culturale non può essere messa in discussione. Il problema è piuttosto di governare un fenomeno con strumenti più efficaci di quelli finora proposti, considerate le caratteristiche quantitativamente espansive che lo connotano. Come tutte le risorse fragili e irriproducibili, il bene culturale non può essere sottoposto ad uno sfruttamento che non sia monitorato costantemente e passibile di interdizione, qualora le condizioni di conservazione del bene stesso non ne consentissero più l’uso, o lo permettessero solo in condizioni limitate o di particolare protezione. Eppure l’uso a fini turistici del nostro patrimonio culturale è tuttora caratterizzato da elementi di improvvisazione e superficialità di analisi che tendono ad appiattirsi su di uno sfruttamento acritico, non programmato della nostra risorsa più importante, considerandola già “pronta per l’uso”.

In un’ottica di sostenibilità ambientale il settore turistico non differisce, quanto ad approccio, da qualsiasi altra attività ed è stato dimostrato come sia erroneo considerarlo una sorta di settore produttivo “light” - la così detta ‘industria bianca” - di minore impatto sull’ambiente rispetto ad altre; al contrario l’industria turistica quanto più si sviluppa in un luogo, tanto più consuma le risorse ambientali e culturali sulle quali poggia la sua fortuna economica. Suoi effetti collaterali ormai noti sono, oltre al depauperamento del patrimonio dovuto alla pressione antropica, la cementificazione e la speculazione da invasione di seconde case, il collasso di mobilità e, in generale, un’impronta ecologica pesantissima.

Dietro le città turistiche, le folle transumanti delle notti bianche e dei mille eventi che si riproducono per clonazione e senza alcuna innovazione, è in agguato la dissipazione del nostro “petrolio”, la congestione dei nostri centri storici e lo stravolgimento dell’intero territorio. Firenze e Venezia già da tempo conoscono i problemi dell’essere divenute città monoculturali le cui economie si reggono solo sul turismo: primo fra tutti lo snaturamento dei loro centri storici ormai trasformati in parchi a tema ad esclusivo consumo turistico. In questa direzione pare avviata Roma stessa, a proposito della quale non passa giorno senza che non ci vengano sbandierati nuovi record economico-turistici (maggiore crescita del PIL a livello nazionale, percentuale di presenze turistiche prossima a Parigi). Dietro i toni entusiastici che accompagnano il modello espansivo capitolino pare però mancare una strategia che invece miri ad un riequilibrio complessivo degli assetti sociali: così la rincorsa ad una visibilità fondata sulle quantità e indifferente ai contenuti (almeno a giudicare dal livello complessivo delle offerte), porta a lustrare le eccellenze (e allora mostre, inaugurazioni, feste) per il turista e a nascondere o rimuovere le sgradevoli, imbarazzanti disarmonie (mobilità, periferie, emergenza casa) con cui si confronta il cittadino.

Come e più di Roma, Napoli. Delle ipocrisie mediatiche e le distorsioni che questi meccanismi stanno innescando nelle nostre città, la metropoli partenopea sembra condensare in sé un paradigma completo. Una città che non ha risolto alcuno dei problemi strutturali che storicamente la caratterizzano e che anzi in questi ultimi mesi continua a restare sotto i riflettori per il ripetersi dei fenomeni criminosi e per l’emergenza rifiuti; metropoli in evidente declino sociale ed economico, estranea dalle produzioni immateriali tipiche delle città postindustriali, Napoli sta cercando un difficile rilancio come “normale città d’arte”. Allo sfruttamento turistico del suo patrimonio culturale è da alcuni anni indirizzato lo sforzo più cospicuo dell’amministrazione. Ma qui, ancor più che a Roma, questo sforzo appare come il frutto di una politica metropolitana incapace di innovazione e di invenzione. Da questa estate percorsi protetti sono stati predisposti dai pubblici amministratori affinché i turisti possano degustare le bellezze artistiche della città senza fare i conti con il degrado che continua ad attanagliarla: escamotage velleitario che consacra un fenomeno inquietante di suddivisione della città in aree privilegiate. E il riflesso di questa maniera sgangherata di arrivare ad una città a vocazione prevalentemente turistica è più che mai evidente nelle operazioni connesse alla promozione privilegiata dell’arte contemporanea. A imitazione di quanto sta avvenendo in molte città europee, oltre ai percorsi ‘classici’ legati alla celebrazione del patrimonio monumentale del centro storico,nel giro di pochi anni sono stati inaugurati ben due spazi espositivi vocati alla contemporaneità, il Madre e il PAN, il secondo dei quali, già in affanno con una media di dieci visitatori giornalieri, appare ancora totalmente privo di una programmazione di largo respiro. Da alcuni anni si susseguono poi le installazioni in spazi privilegiati quali Piazza Plebiscito e le mostre monografiche dedicate ai grandi nomi dello star system artistico al Museo Archeologico e a Capodimonte. Sedi nelle quali l’osticità e sovente la sgradevolezza dell’opera d’arte contemporanea sono opportunamente calmierate dal “dialogo con l’antico” o, nel caso di Piazza Plebiscito, dall’inserimento in una sorta di spazio contemplativo ormai definitivamente musealizzato.

Esempio culminante, per molti aspetti, della distorsione banalizzante cui l’arte contemporanea può essere sottoposta quando interpretata come momento di seduzione estetica o peggio come momento promozionale e politico-celebrativo, è rappresentato dalla cosiddetta metropolitana dell’arte. Pluricelebrata da una costante campagna mediatica, consiste nella presenza di opere di artisti contemporanei, alcuni dei quali di livello internazionale, negli spazi interni ed esterni di alcune stazioni - quelle centrali - della metropolitana tuttora in costruzione.

Nessuno nega la validità di talune opere d’arte inserite (ma già sul livello scarsamente significativo di altre occorrerebbe interrogarsi): ma tale valenza è spesso appiattita se non annullata dalla collocazione non solo antigerarchica, ma avalutativa e direi addirittura acognitiva della scelta espositiva. Al contrario di quanto avviene negli esiti più riusciti di public art, in questo caso la scissione dal contesto espositivo tradizionale ha purtroppo conservato le connotazioni negative della musealizzazione, intesa come macchina di riproduzione del consenso estetico. Il museo non è però solo una collezione di opere - altrimenti è un magazzino - ma attraverso i rimandi fra opera e opera diviene un vero e proprio strumento cognitivo e così la mostra ha un senso proprio perché estremizza e coagula attorno ad un tema una serie di oggetti prescelti a dimostrazione di un’ipotesi di ricerca precisa. Nelle stazioni napoletane ciascuna è concepita come un insieme di oggetti di contemplazione a sé stante, ma anche all’interno di uno stesso spazio le opere sono semplicemente giustapposte e spesso il loro inserimento non riesce a far scattare quella restituzione di senso tale che il contesto e il testo ne siano arricchiti e non depotenziati. Questa aporia espressiva deriva dal fatto che le installazioni solo in pochi casi possono davvero essere definite site specific nel senso che la critica più avvertita attribuisce al termine: il loro significato non si forma in relazione alle sue condizioni di cornice e raramente queste sembrano possedere una reale intimità di legame col luogo, ‘incorporano’ cioè il contesto di esibizione.

Senza ripensare, ad esempio, alle complesse elaborazioni museologiche che sottostanno agli allestimenti di una Tate Modern, prescindere da tutto questo costringe ad oscurare parte preponderante dei meccanismi e dei significati che presiedono al processo artistico. A commento del caso napoletano allora ritornano alla mente le definizioni di un viaggiatore disincantato e tendenzialmente diffidente nei confronti di musei e città belle quale Giorgio Manganelli era: le “cooperative di capolavori”, i “lager di squisitezze” i “parcheggi della nostra anima di gusto colto e raffinato”, non più strumento per leggere il reale e la sua complessità, bensì pubblicizzazione di se stessi e di una concezione da politica autocelebrativa dell’opera d’arte.

Quanto poi alla apodittica affermazione, più volte ripetuta, che questi interventi così come altri episodi di installazioni di arte contemporanea in altre aree pubbliche producano effetti significativamente positivi sul tessuto sociale della città e fungano da vere e proprie operazioni di trasformazione urbana, oltre che smentita dalla violenza del reale, pare improntata ad una concezione provinciale che ha trascurato i noti e ormai pluristudiati problemi dell’”indifferenza” con cui si scontra la public art soprattutto se concepita, come in questo caso, come segno di attardato mecenatismo da parte del regista politico di questa operazione (il ‘governatore’ Antonio Bassolino) e come disegno pedagogico imposto (il ‘museo obbligatorio’ di Achille Bonito Oliva, regista culturale). Che con queste opere si regali un momento non trascurabile di osservazione estetica è di per sé positivo, ma per innescare vere e proprie operazioni di riqualificazione urbana occorrono interventi culturali di ben altro impatto, oltre che inseriti in un programma comunicativo ed educativo specifico e prolungato.

Ulteriore elemento che contribuisce a svelare la valenza prevalentemente turistica dell’operazione è costituito dalla collocazione delle opere: presenti solo nelle stazioni centrali, contribuiscono all’abbellimento e alla lucidatura estenuante solo dei luoghi –vetrina del centro storico: quale maggiore sfida concettuale e sociale sarebbe stata collocare un Sol LeWitt o un Jannis Kounellis non a Piazza Dante, ma a Scampia. L’utente privilegiato della metropolitana dell’arte come del Madre, come di Piazza Plebiscito e di gran parte del centro storico è quindi il turista, non il cittadino:attraverso la seduzione puramente visiva dell’arte di fatto si sancisce la trasformazione della città da spazio per i cittadini a quinta scenografica per i turisti.

Come stupirsi allora che il grandioso e pluriannunciato sistema infrastrutturale da alcuni lustri in fieri nel sistema metropolitano partenopeo, lungi dall’apportare significativi miglioramenti in quella che è una delle aere più congestionate del territorio nazionale e in mancanza di dirompenti risultati - quali ci si aspetterebbe soprattutto a fronte di altrettanto dirompenti risorse economiche utilizzate e di tempi ormai dilatati - rilanci in continuazione in termini di grandiosità artistica? Ormai nel catalogo dei progettisti delle stazioni napoletane la panoplia delle archistars internazionali è pressochè completa: da Siza a Rogers, da Fuksas a Botta e via elencando. In effetti pare proprio che questa metropolitana così bella finora abbia tutt’al più scalfito quella che rimane una delle emergenze cittadine (Napoli al 95° posto su 103°, nella classifica Aci-Eurispes sui livelli di mobilità, ultima delle grandi metropoli) tanto da far richiedere al sindaco i poteri speciali e la dichiarazione dello stato di emergenza per traffico e viabilità.

Una città non è più moderna per l’inserimento di opere contemporanee, anzi queste divengono un’operazione passatista se introdotte con finalità puramente estetiche o estetizzanti e svuotate di quella carica dirompente che spesso le pervade.

E’ questo un modo alquanto povero, dal punto di vista culturale, di intendere l’arte, quasi fosse un lusso, una fuga in avanti con la quale una città dai mille problemi si pavoneggia.Al contrario l’arte contemporanea non è un lusso, ma anzi, nella sua forma migliore una modalità comunicativa in grado di sovvertire le gabbie del quotidiano, la vera arte è sovversiva in quanto ci costringe ad uno sguardo diverso sul reale, lo reinterpreta, lo ridefinisce e ci aiuta a comprenderlo e a superarlo. Negli episodi della metropolitana, al contrario, l’impressione è di un addomesticamento, di una banalizzazione dell’opera artistica e del suo significato. Nella vulva di Kapoor progettata come accesso alla futura stazione di Montesantangelo non c’è sovversione, ma solo scandalo, peraltro già così pubblicizzato in anteprima da aver perso ormai quel carattere dirompente che connota la grande arte.

A Napoli, come in altre realtà, è mancato quasi completamente, come a tratti comincia ad essere denunciato, un processo di elaborazione culturale intorno al senso dell’arte e al rapporto fra arte e politica. Questo fallimento appare in tutta la sua evidenza quasi grottesca, adesso che anche le aree monumentali privilegiate, ripulite non tanto per i cittadini, ma per i nuovi consumatori quali sono i turisti, sono investite da nuove violenze e da nuovi disagi di antica origine che erompono dai vicoli dei rioni e da periferie allucinate.

Non è un esito scontato: altre realtà stanno a dimostrare la possibilità di percorsi diversi. In Italia Torino su tutte (dove, fra l’altro, in tempi assai ridotti è stata costruita la metropolitana tecnologicamente più avanzata d’Italia) è ormai la città più vivace sul piano della contemporaneità. Il circuito culturale dell’arte contemporanea disegnato in anni di attenta programmazione, si ispira a soluzioni ben più organiche e strutturalmente convincenti, collegando fra di loro una serie di istituzioni i cui palinsesti espositivi si rimandano l’un l’altro e privilegiando manifestazioni non estemporanee, ma di alto livello e consolidata organizzazione. L’understatement sabaudo ha favorito l’uso di strategie culturali capaci anche di sacrificare tattiche mirate al perseguimento di visibilità politica a favore di un impianto culturale mirato a costruire e non solo ad abbellire.

E’ a partire da queste esperienze, che dobbiamo in ogni caso ripensare le regole, proporre nuovi modelli affinchè le percentuali di crescita economica di alcune delle nostre città turistiche siano il risultato di un premeditato modello di sviluppo capace di restituire sul medio-lungo periodo un miglioramento percepibile e maggioritario della nostra qualità della vita.

Perché la cultura non resti un bisogno privato, soggettivo, quasi voluttuario, senza alcun valore collettivo, ma divenga un patrimonio comune, una risorsa che deve rendere non tanto in termini di profitto o di visibilità del politico di turno, ma di benessere sociale.

Perché il turismo culturale sia davvero una conquista sociale, una nuova opportunità cognitiva, un’espansione delle esperienze di ciascuno.

Perché il turista torni ad essere un viaggiatore o almeno non sia solo un consumatore.

Il testo è pubblicato su IBC, rivista dell'Istituto de Bni Culturali dell'Emilia-Romagna, XIV, 2006, 4

Ancora due rapide riflessioni intorno all’urbanistica contrattata, alla deregulation o, se volete, agli “atti negoziali” del disegno di legge Lupi (il quale ha ripreso la corsa verso l’approvazione alla Camera dei deputati, il che rende urgente una nuova mobilitazione come quella promossa da Eddyburg all’inizio dell’anno). Che deregulation e simili siano a favore della rendita fondiaria e che la rendita fondiaria in Italia sia in vertiginosa espansione sono cose note, almeno ai nostri lettori, e non mancano notizie in proposito. Meno nota e documentata è la questione opposta: da chi è pagata l’espansione della rendita? Si sa che se aumenta la rendita diminuiscono le risorse per impieghi produttivi. Ma sarebbe importante un’analisi e un’approfondita documentazione sul prezzo pagato alla rendita dai ceti sociali più sfavoriti. Sarebbe importante, in altre parole, un’analisi di classe, come si diceva una volta, delle nuove tendenze in materia di governo del territorio.

Prendiamo il caso dell’edilizia pubblica. I Peep sono ormai archeologia (per i lettori più giovani, l’acronimo significa Piani per l’edilizia economica e popolare). Le case popolari non sono più titolari di politiche o di finanziamenti ad hoc e la mancanza di risorse fornisce il pretesto per inedite, ulteriori agevolazioni agli operatori immobiliari e alla speculazione fondiaria. Io ti rendo edificabile un suolo agricolo, tu mi cedi qualche alloggio per l’emergenza abitativa (non importa dove, non importa come). Iniziative del genere sono in corso a Roma. Ed è noto l’esempio di urbanistica contrattata bolognese denunciato dalla Compagnia dei Celestini, quello di via Due Madonne, dove un edificio per l’edilizia pubblica funge da schermo, lungo l’autostrada, per proteggere dal rumore e dall’inquinamento i retrostanti edifici per famiglie meno sfortunate. Che dire poi degli standard urbanistici? Una conquista epocale, un diritto alla vivibilità garantito a tutti i cittadini italiani negli anni del primo centro sinistra, occasione di memorabili vertenze sociali, che si propone di smantellare e che in molti luoghi si sta smantellando. Sarebbero molto utili indagini mirate e osservazioni sistematiche, che questo sito potrebbe raccogliere.

La seconda questione sulla quale sarebbe utile che Eddyburg sviluppasse un confronto riguarda il rapporto fra le nuove tendenze dell’urbanistica e il mondo dell’illegalità. È indubbio che deregulation e affini tendono, oggettivamente, ad affermare una concezione dell’urbanistica come regno del tutto è possibile, dove la trasgressione è bella, la spregiudicatezza è un valore. Secondo i propagandisti della new wave, quest’impostazione doveva aiutare, tra l’altro, a contrastare le spinte agli abusi e all’uso selvaggio del territorio favoriti dai lacci e laccioli di un’opprimente e insensata normativa edilizia. Mi pare che succeda l’esatto contrario. A Roma, per esempio, sono 85 mila le domande di condono. Riguardano i nove anni (1994 – 2003) che intercorrono fra le due ultime leggi per la sanatoria edilizia. Proprio gli anni del “pianificar facendo” e della contrattazione, pratiche che dovevano arginare l’illegalità e che invece sembra siano state il brodo di coltura dell’abusivismo e dei fuorilegge.

Nei comuni del Mezzogiorno strozzati dalla malavita servirebbero, in edilizia come in ogni altro campo dell’azione pubblica, politiche di assoluto rigore, anche per fornire a operatori e cittadini modelli di comportamento alternativi alle sregolatezze di tanti interventi governativi. La legittimazione della contrattazione a oltranza e in ogni dove, asseconda, invece, inevitabilmente, le peggiori tendenze e la formazione di un personale politico che assomiglia, sempre più spesso, anche a sinistra, a Cetto La Qualunque, strepitoso protagonista di una trasmissione (e di un libro) di Antonio Albanese, quello che propone di piantare un pilastro di cemento armato per ogni bambino che nasce.

La carta ha avuto, nella storia, un ruolo rivoluzionario e il mondo è progredito vertiginosamente quando le macchine a vapore hanno prodotto carta per tutti. Alle volte più carta che idee.

Ma per la carta sono scomparse foreste e intere regioni hanno cambiato il loro paesaggio. La Sardegna, dice qualcuno, ha subito un disboscamento selvaggio e forse possedeva più boschi di oggi anche se il geografo Le Lannou sostiene che l’Isola non è stata mai granché ricca d’alberi.

Questa piccola riflessione sulla carta ha subìto un approfondimento improvviso dopo un diluvio tropicale di ricorsi al nostro Tribunale Amministrativo. Si favoleggia di quattrocento ricorsi contro il nuovo Piano Paesaggistico che mette regole - perfino tardive - al consumo sfrenato della terra e delle coste. Insomma una quantità straordinaria di carta che ha danneggiato foreste e ha fatto barcollare i messi giudiziari.

Alcuni di questi ricorsi risultano di grande peso e anche noi incompetenti apprezziamo come ciascuno si esprima secondo uno stile giuridico personale. Qualcuno procede con un bel passo forense, qualcuno zoppica. Ma ce n’è di consigliabili. Ne circola, per esempio, uno decorato con bei fregi rossi e adeguato ai fregi anche nei contenuti. Qualcuno ha scelto uno stile minimalista e stinto. Se ne possono vedere altri colmi di metafore avvolgenti, di parabole e di dottrina. Ce n’è che promettono sventura, epidemie, povertà, fame e ce n’è che nascono già ricoperti di sottile pulviscolo giuridico.

Ma tutti concordano sul fatto che le norme ci volevano, sì, però queste norme, proprio queste, non vanno bene. Non si poteva andare avanti come prima, questo no, e qualche precetto serviva, ammettono. D’altronde loro sono avvocati e quindi, per conseguenza, amano le norme e vi si immergono come in un fiume sacro, le studiano, ne ricavano il pane con il quale comprano la carta. Le norme sono, in uno studio legale, come il bisturi per il chirurgo e sono venerate. Ma queste nuove norme, dicono, sono senza misura, esagerate e perfino sgraziate. E non vanno bene ai clienti i quali contrastano il Piano Paesaggistico familiarmente indicato con il brutto suono di Ppr.

Le migliori teste giuridiche isolane non hanno lasciato le proprie scrivanie per mesi, e sono incappate inevitabilmente nel tema Autonomia, parola che ricorre in questa grande massa di fogli legali. Il dibattito sull’Autonomia muta col mutare degli anni ma oggi, a leggere una parte dei ricorsi, l’Autonomia è rimasta nuda, spogliata di ideali e appare ridotta alle sue vergogne, ossia ad una forma primitiva di autonomia inferiore che possiamo chiamare edilizia.

Alcuni comuni isolani infatti ricorrono contro la madre Regione perché il Piano Paesaggistico li priva, a sentirli, dell’autonomia che, in questo caso, consisterebbe nel costruire, edificare, utilizzare il proprio territorio con regole dettate da sé stessi in un’anarchia amministrativa nella quale ciascuno fa quello che vuole e il territorio è frantumato in microscopici regni autonomi, piccoli feudi arcaici.

E l’Autonomia, ridotta a autonomia, si confonde con il potere di rilasciare licenze edilizie, di definire lottizzazioni, di costruire a piacimento, confondendo l’amministrazione con gli affari i quali, invece, per andare d’accordo con gli ideali dovrebbero uniformarsi a regole, norme e leggi.

Chissà cosa penserebbero i padri dell’Autonomia a sentire che alcuni nostri comuni, per sentirsi autonomi, si ritengono padroni assoluti delle terre che amministrano e rifiutano limiti e regole.

Quest’idea, si sa, ha radici nella proprietà perfetta e in quella comune, nel viddazzone e negli ademprivi, radici in un tempo lontano. Ha spiegazioni ma non giustificazioni.

Vedere come un esercito di giureconsulti concorre, frugando nelle proprie dispense legali, a sostenere la terribile tesi del separatismo edilizio, beh, vedere questi studiosi del diritto lanciati al galoppo giudiziario contro le nuove regole procura dolore e toglie speranza.

Il rimbombo legale delle scrivanie giuridiche è sconfortante, ma neppure il più cinico cultore del diritto può negare che senza regole severe la nostra Isola diventerà rapidamente una muraglia di mattoni con vista a mare e morirà soffocata. Come le coste perdute senza rimedio di altre regioni già violentate dalla speculazione. E quelli che vedevano l’Isola come un’eccezione alla drammatica distruzione nazionale cercheranno l’intatto da altre parti. Magari in Corsica dove hanno fatto un referendum per conservare i vincoli che ai nostri sindaci edificatori suonano come un insulto. Là i vincoli li hanno invocati e là, evidentemente, chi amministra ama la propria terra. E quello si chiama amor patrio.

L'articolo è stato pubblicato oggi, 20 novembre 2006, anche su la Nuova Sardegna.

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