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Per la realizzazione di Roma capitale il governo ha appena approvato il primo decreto attuativo, per ora riguardante solo l’assetto istituzionale. Un provvedimento retorico e demagogico che, se andasse avanti, provocherebbe un inverosimile sconquasso istituzionale, di fatto eliminando dalla geografia e dalla storia la regione Lazio e la provincia di Roma così come le conosciamo. Per quanto se ne sa, i poteri da trasferire alla capitale con successivi decreti legislativi dovrebbero riguardare i beni culturali, lo sviluppo economico e il turismo, l’assetto del territorio, le aree protette, l’edilizia pubblica e privata, la mobilità, i rifiuti, l’energia, la protezione civile e altre eventuali materie, tutte sottratte in particolare alla regione e alla provincia. Che sarebbero snaturate. Alla regione resterebbe integralmente la sanità e poco di più.

Si guardi il disegno: che senso avrà, come si potranno formare il piano territoriale di coordinamento o governare i trasporti di una provincia di Roma ridotta a spazio residuale, con un buco in mezzo? La popolazione provinciale – quella virtualmente riferita alle materie elencate sopra – si ridurrebbe da oltre 4 milioni di abitanti a meno di un milione e mezzo. E non tanto diverso sarebbe il declassamento della regione Lazio che, sempre astrattamente riferendoci a quelle stesse competenze, avrebbe una popolazione quasi dimezzata, e nella graduatoria delle regioni per peso demografico, scenderebbe dal terzo posto (dopo Lombardia e Campania) al decimo posto, dopo la Toscana e prima della Calabria. Insomma, un pasticcio incomprensibile che, tra l’altro, collocherebbe Roma e dintorni in una prospettiva molto peggiore di quella prevista per le ordinarie città metropolitane.

Il Sole 24 Ore dei giorni scorsi ha fatto il punto sui ritardi nell’avvio delle 9 città metropolitane previste dalle norme sul federalismo approvate l’anno scorso. Esse sono Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino e Venezia e dovrebbero sostituire le vigenti province, ereditando lo stesso territorio, oppure uno diversamente organizzato, in questo caso i comuni non ricadenti nella città metropolitana andrebbero assegnati alle restanti province “ordinarie”. Sarebbe quindi ridisegnata la geografia amministrativa, secondo principi dettati dalla logica e dal buon senso. Sempre che logica e buonsenso sopravvivano nel nostro povero Paese, e che la riforma vada avanti.

Roma capitale dovrebbe invece convivere con una provincia e una regione depotenziate, mortificate, superflue. Non serve la zingara per capire che siffatta impostazione non andrà avanti, se non altro per l’opposizione (giustamente) furiosa di regione e provincia. E allora si dovrà rimettere mano alla questione. Secondo me, la prima decisione da prendere dovrebbe essere di attribuire a Roma capitale il rango di regione, com’è stato fatto per altre capitali europee che comprendono sempre vasti territori (la comunidad autonoma di Madrid comprende 179 comuni). Di conseguenza si dovrebbe decidere se la regione Lazio sopravvive (con una diversa articolazione delle province) o viene spartita fra Toscana, Abruzzo e Campania. Insomma, un’autentica riforma. Inconcepibile con l’attuale personale politico, dell’una e dell’altra parte.

Ho notato in particolare il ricordo degli anni Sessanta e Settanta. Ho provato a ritrovarli da un mio punto di vista.

La legge 167 del 1962 concernente i piani per l’edilizia economica e popolare diede luogo a numerosi progetti spesso di ampia dimensione nei comuni governati dalla sinistra (in qualche raro caso addirittura molto aggressivi verso il cuore della città); ma ebbe troppo scarso riscontro in coerenti realizzazioni di alta qualità, per la difficoltà di acquisire tempestivamente le aree, per la mancanza di risorse finanziarie, per la scarsa vocazione dei municipi a destinare quote di bilancio alla formazione di un demanio di terreni, per la reticenza a integrare il progetto urbanistico in una chiara visione anche architettonica.

Il decreto del 1968 sugli standard, applicativo degli spunti regolatori insiti nella “legge ponte” del 1967, accontentò chi credeva fosse la rigida normativa delle quantità spettanti nel piano alle varie destinazioni funzionali a risolvere il dissesto urbano. La bandiera dello standard sventolerà sempre più sui Comuni di sinistra: lo standard urbanistico riferito in specie ai servizi sociali come panacea dei mali urbani, come soluzione ritenuta di rottura in contesti carenti appunto di questi servizi. In Italia, particolarmente nelle grandi città, mancavano il verde, le scuole, eccetera. Perciò la rivendicazione delle relative necessarie quantità ebbe un senso persino ovvio. Era effettivo l’obbligo per l’urbanistica progressista di esigere dalla classe dominante di comportarsi in maniera un po’ più “svedese”, tanto più di pretenderlo dalle amministrazioni di sinistra. Avrebbe invece dovuto prevalere il problema di misurare le rivendicazioni con un’analisi convincente di una realtà in cui i ruoli sociali e la loro distribuzione sul territorio, in altre parole l’iniqua suddivisione di città-territorio fra capitale e lavoro, rappresentavano il risultato storico dei rapporti e degli scontri di classe. Così sarebbe potuta emergere la vera natura della realtà socio-territoriale e delinearsi un comportamento della politica e dei governi locali volto non tanto a tappare i buchi più grossi nella sovrastruttura dei servizi non colmati dal bulldozer capitalistico, quanto a collegare la pianificazione alla strategia generale per una trasformazione dei rapporti fra le classi in relazione, per così dire, all’appropriazione e al consumo del territorio. Tra l’altro, riguardo a certe situazioni economico-sociali drammatiche, come nel Sud, si sarebbe potuto mettere in luce, attraverso puntuali analisi qualitative, la contraddizione fra condizione reale e idealismo astratto dell’approccio urbanistico, contribuendo così, almeno, alla formazione di una conoscenza locale capace di dare un contributo alla contesa per mutare convenientemente gli assetti sociali e territoriali.

Gli effetti delle lotte alla fine degli anni Sessanta e all’inizio dei Settanta provocarono anche una più ricca articolazione del fronte dell’urbanistica. Ed era merito del movimento operaio e del movimento studentesco la scoperta dei nuovi livelli dei problemi e del conforme impegno culturale. Il salto qualitativo circa l’annosa questione delle abitazioni, per esempio, con la rivendicazione “casa uguale a servizio sociale”, derivò non dalle elaborazioni della cultura urbanistica e architettonica, bensì dalle analisi e dalle esperienze dei sindacati operai, dalla loro capacità di mobilitare attorno a un obiettivo realmente nuovo l’intera massa dei lavoratori italiani (sciopero generale dell’ottobre 1969…). Molti di questi acquisirono coscienza del fatto che rompere un nodo della loro condizione materiale come quello dell’ingiusta situazione abitativa avrebbe avuto forti riflessi, più dell’aumento salariale, sul complessivo assetto sociale.

Le lotte di massa in una prospettiva di unità operai studenti proposero una nuova figura di intellettuale e influirono sulla revisione dei ruoli culturali nelle università, in particolare in quelle di architettura dove le contestazioni erano sorte (a Milano fin dai primi anni Sessanta) proprio dalla messa in discussione dei compiti dell’urbanistica. Tra le posizioni dei docenti molto differenziate nella facoltà di architettura milanese, si distinse quella che affidava all’impegno nella didattica e nella ricerca l’approfondimento circa i compiti dell’insegnante: assumendo i nuovi temi che le lotte operaie e studentesche andavano enunciando e collegandoli alla questione generale del territorio e della città; sperimentando nei fatti, giorno per giorno, la funzione nuova dell’università, ossia, come recitava uno slogan studentesco, l’“uso sociale dell’università”.

Intanto, a scala delle istituzioni politiche e amministrative non mancarono certi effetti dovuti alle mobilitazioni di massa e anche alle annose richieste della parte migliore degli urbanisti. La legge sulla casa 865 del 1971 cercava di ricucire organicamente i fili del discorso legislativo a cominciare dal provvedimento del 1962 sull’edilizia economica e popolare e dalle disposizioni del 1967-1968, per sboccare infine nella legge Bucalossi del 1977 sul regime dei suoli e sulla “concessione” all’edificazione. In queste circostanze le sinistre svolsero una tenace azione di stimolo e, anche troppo, di compromesso “governativo”. Alcune Regioni iniziarono a svolgere i compiti nel campo urbanistico che il trasferimento di determinate funzioni dallo stato prevedeva. Furono sollecitati i piani regolatori comunali, si stabilì, per questi, qualche indirizzo circa la stesura per lo più in senso quantitativo. La vittoria delle sinistre nelle elezioni amministrative del 1975 e la conseguente conquista del potere anche in molte città grandi e medie si tradussero nel perseguimento del “buon governo” e, quindi, del “buon piano” urbanistico. Nacque un più diffuso rapporto fra architetti e urbanisti di sinistra e istituzioni democratiche, proliferarono i piani regolatori, i piani per l’edilizia economica e popolare, i piani pluriennali di attuazione. Raramente, però, si trattava di un rinnovamento profondo della concezione culturale e della politica per gli interventi. L’influenza delle linee di ricerca emerse nell’università di architettura fu assai scarsa. Gli architetti e ingegneri che lavoravano per i Comuni, a parte i mai morti praticoni dell’urbanistica, appartenevano, nel caso migliore, alla concezione del “tecnico critico” e della “committenza alternativa” che non si discostava dalla vecchia rivendicazione tutta riferita al momento distributivo-quantitativo: lo standard dei servizi, la “parificazione” (Keynes), senza riguardo alla realtà dei rapporti sociali di produzione. Oppure restringevano i problemi dell’assetto territoriale al momento della gestione, sostantivo che divenne rappresentativo, nel suo abituale abuso unito all’aggettivo democratica, di un modo quasi funzionaristico con cui una parte della sinistra, nell’amministrazione e nella professione, intendeva l’operare urbanistico (e non solo questo).

Intanto, il perdurare della crisi respinse ai margini le riforme. Primeggiava nuovamente il problema dell’occupazione e del salario, le rivendicazioni non potevano non muoversi in questa direzione. Lontani i tempi in cui la lotta per la “casa servizio sociale” sembrava potere aprire nuovi scenari nel confronto-scontro fra capitale e lavoro. La cronica distorsione di un mercato delle abitazioni del tutto sfavorevole ai ceti popolari ripropose il problema puro e semplice della possibilità di procurarsi comunque un’abitazione; così come per i giovani, le donne, gli emarginati, gli immigrati premeva la preoccupazione di procurarsi comunque un lavoro. Le ipotesi di modificazione della vecchia logica nella produzione sociale e nella conformazione territoriale sfocavano nel regno dell’utopia.

Il famoso piano decennale della casa rivelò subito, all’avvio dell’attuazione, i suoi limiti e le sue contraddizioni, per non dire i suoi inganni. L’inflazione mangiava gli investimenti, mentre nelle regioni l’assurda distribuzione a pioggia degli interventi, inoltre inficiati da metodi clientelari, impediva di ottenere soluzioni che fossero cardine di una nuova visione dell’organizzazione territoriale.

D’altra parte la scoperta, tardiva, dell’Italia sommersa della produzione industriale fu anche scoperta di incredibili modelli territoriali spontanei in cui predominava il “privato” talmente che il “pubblico” pareva elemento di disturbo. Modelli contrapposti a quelli ipotizzabili dalla sinistra politica, sindacale, culturale per una nuova società e un nuovo territorio perseguibili attraverso l’aggregazione di un ampio blocco sociale, con al centro la classe operaia, fiducioso nel cambiamento.

Ma oramai arrivavano, per affossare ogni speranza, gli “orribili anni Ottanta” (Salzano)...

Milano, 24 settembre 2010

Una società per azioni con l’obiettivo di costruire nuove scuole al Sud, coinvolgendo anche i privati. Sarebbe questo il progetto allo studio del governo al quale stanno lavorando i ministeri dell’Economia, delle Infrastrutture e dell’Istruzione. Il piano è ancora ai primi passi e sono diverse le ipotesi che sono state esaminate. La proposta iniziale era trasferire alla nuova Spa la proprietà e la gestione dei 42 mila edifici scolastici italiani oggi nelle mani di Comuni e Province. Un’operazione complessa dal punto di vista normativo, che metterebbe in testa ad un unico soggetto la responsabilità di un patrimonio edilizio disastrato (per 10 mila edifici si ipotizza la demolizione). E che, espropriando di fatto gli enti locali, soffierebbe in direzione opposta rispetto al vento federalista. Per questo si sarebbe deciso di limitare l’attività della Spa alla costruzione degli edifici nuovi. E di concentrare l’azione nelle regioni del Sud, dove la situazione è più pesante.

Nelle intenzioni del governo la «Scuola spa» dovrebbe servire ad ottimizzare i flussi di spesa, cioè spendere meno a parità di servizi realizzando, ad esempio, un appalto più grande al posto di tanti piccoli appalti. Ma anche a superare i mille nodi che, con l’obiettivo di garantire il corretto utilizzo del denaro pubblico, in alcuni casi possono allungare tempi e procedure. Una logica simile a quella della Protezione civile spa, il progetto al quale il governo ha poi rinunciato nel pieno della bufera su Guido Bertolaso. Pochi giorni fa era stato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini a dire che, per l’edilizia scolastica al Sud, il governo stava «studiando il modo per reperire risorse da enti privati». Nel progetto sarebbero coinvolti gli enti previdenziali e le fondazioni bancarie. Ma il grosso delle risorse potrebbe arrivare da quei 416 milioni di euro già destinati e non ancora spesi per la messa in sicurezza degli edifici esistenti.

Il nodo vero, però, è decidere come assegnare gli appalti. Fonti del ministero dell’Istruzione assicurano che si farebbe ricorso comunque alle gare. Resta da decidere, allora, come accelerare i tempi per la realizzazione dei lavori. Critico sul progetto il segretario della Flc Cgil: «Il problema — dice Domenico Pantaleo — non è cercare soluzioni alternative ma trovare i soldi. Ben vengano Inps o Inail ma non i privati. Se c’è un privato c’è un ritorno economico e l’istruzione non va ridotta a mercato».

Come ben noto a chi nota, qualunque cosa si voglia dimostrare o smentire c’è sempre da qualche parte uno studio americano a cui appoggiarsi. Recente o un po’ meno, meglio se da qualche prestigiosa accademia ma ci si può anche accontentare, spunta sempre la ricerca piena di tabelline dove il fumo non fa poi troppo male, le donne sono giusto lievemente inferiori in qualcosa per una questione genetica, abitare almeno a cento chilometri dall’ufficio e a sessanta dal vicino di casa è il presupposto di una sana coesione sociale.

E però, questo genere di studi diciamo di nicchia (forse nel senso che nicchiano) esiste proprio grazie alla soverchiante massa di prodotti mainstream, con cui spesso condividono anche metodo e verificabilità dei risultati.

Prendiamo uno degli ultimi, di cui sono state anticipate alcune conclusioni in questi giorni, condotto da tale Jack Schemenauer con il coordinamento del geografo David Walker, Wesleyan University, Ohio. I due hanno preso in esame un quartiere, quello di Northland nella città di Columbus, che come capita spesso aveva da anni preso una brutta piega: prima area urbana a forte e apparentemente incrollabile vocazione commerciale e di servizi, poi via via abbandonata dagli esercenti, singoli, a gruppi, per interi blocchi complementari, a favore del suburbio. I motivi sono pure quelli soliti, della abbastanza recente suburbanizzazione soprannominata white flight, coi bianchi di ceto medio che iniziano ad andarsene in villetta: vuoi perché così vuole la moda o la voglia di far giocare i figli in giardino, vuoi per la diffidenza verso nuovi arrivati dalla pelle un po’ più scura.

Per non farla troppo lunga, rinviando magari a quando lo studio sarà pubblicato (adesso i due se lo tengono stretto aspettando il Summer Science Research Symposium), la scoperta è che una iniezione di vita con afflusso di immigrati, nel tessuto malato del quartiere abbandonato dagli abitanti più ricchi e dai negozi, lo ringalluzzisce. Banale? Parrebbe proprio di no, a giudicare da tutto il dibattito sui quartieri difficili, i deserti alimentari e di servizi che innescano circoli viziosi di degrado urbanistico e sociale, la difficoltà delle politiche pubbliche di invertire queste tendenze quando si sono troppo radicate. La premiata ditta Schemenauer & Walker per proporre meglio il suo prodotto di ricerca sul mercato si è giustamente inventata anche un marchio: immigrantification. Gioco di parole immediatamente comprensibile, e che strizza l’occhio contemporaneamente a due noti processi di trasformazione urbana, come l’immigrazione e l’evoluzione socioeconomica detta gentrification, fondendoli in un solo neologismo. Ma la cosa non finisce qui, ovviamente.

Il neologismo sta anche a significare una prospettiva del tutto nuova, a diversi anni luce anche dal recente mito della cosiddetta classe creativa professional-giovanilista. Ovvero che esiste, e per conto suo, basta lasciarlo fare ed eventualmente sostenerlo, un processo spontaneo per cui là dove c'è domanda di beni e servizi, qualcuno proverà a dare una risposta, non necessariamente più avida e malvagia di altre. Nel caso specifico di Northland a Columbus, l’iniziativa nasce da due specifici gruppi etnici, quello somalo e messicano, e dalle loro attività commerciali, oltre che dal riconoscimento di questo valore da parte della municipalità. E la immigrantification, come ben riassume la parola, nel volgere di qualche anno ha voluto dire prima solo un po’ più di movimento attorno a qualche esercizio, poi anche riqualificazione edilizia, e poi posti di lavoro, attività collaterali, avanzamento sociale e urbanistico generale. E senza cacciar via nessuno, a differenza di quanto avviene con la classica gentrification.

Il solito studio americano buono per tutte le stagioni, soprattutto per quella estiva dei convegni e dei titoli accademici con lancio stampa? A dire il vero, se si dà un’occhiata al panorama della riqualificazione urbana parrebbe proprio di no: forse non sono altrettanto visibili delle scintillanti prospettive di qualche archistar, o degli opuscoli patinati delle immobiliari, ma basta studiare un po’ qualunque caso di città in evoluzione per scoprire grandi e piccoli esempi del genere. Il meccanismo più o meno si ripete, cambiano le etnie, i canali decisionali e di finanziamento, il percorso specifico. Resta la capacità di affrontare e magari in parte risolvere alcuni problemi posti dalla famosa libera circolazione di capitale e lavoro, tanto sbandierata in teoria, tanto discriminata in pratica.

Nelle città italiane invece, Milano in testa, che si fa? Se mi è consentito un neologismo volante, direi urbanicidio.

Ovunque ci sono segni di vita diversa da quella nata nei laboratori della speculazione immobiliare, la missione impossibile è sempre, stroncarla! Visto che appunto trattasi di missione impossibile, i robottini a molla con manganello che ci ritroviamo praticano lo scostamento. Robert Moses mezzo secolo fa lo chiamava orgoglioso lavorare di mannaia, giù fendenti su quel tessuto vivo, da scarnificare e rendere pronto per gli innesti artificiali della modernità.

I danni di quel metodo ce li stiamo godendo ancora oggi, ma gli appassionati della bipenne, da buoni e utili analfabeti, non hanno mi sentito nominare né Robert Moses, né (figuriamoci) l’immigrantification. C’è un esercizio commerciale, una attività di servizio? Chiuderla, con la forza, e se non si può coi cavilli legali e le ordinanze speciali. Certo non sono più i bei tempi delle squadre che spaccano vetrine e scrivono maledetto negro, o ebreo, fuori dalle palle ecc. ecc. Ma lo stile è inconfondibile. Si svuotano le strade, si caccia la gente, e nel silenzio frusciano i quattrini della riqualificazione Made in Italy.

Nota: credo che per saperne un po' di più sul tema, la cosa migliore sia rinviare ad altre fonti, c'è un articoletto (il più recente, 21 settembre) del New York Times che trattava soprattutto il neologismo dal punto di vista semantico, oppure quello (24 agosto) più attento allo sviluppo locale del periodico d'affari di Columbus Business First; qui di seguito comunque, visto che partivo da una dissertazione sulle "ricerche all'americana", allego direttamente scaricabile la domanda accademica con gli obiettivi di massima (gennaio 2010 scadenza presentazione dei progetti), che ho ricavato dal sito dell'Università (f.b.)

La penisola di Malfatano ci conserva un uomo vigoroso e fatto con poco, di nome Ovidio Marras, che nel suo furriadroxiu, antica unità produttiva del Sulcis, alleva bestiame e coltiva un orto accerchiato da una colossale speculazione edilizia. La sua vita si è scontrata, storia già vista, con una forza economica che ha adocchiato il colle, sopra la spiaggia miracolosa di Tuerredda, e con un sindaco, quello di Teulada, il quale dichiara senza arrossire che i suoi cittadini potranno finalmente fare i giardinieri e i guardiani anche d’inverno.

In cambio Teulada ha offerto in saldi 700 ettari di costa dove un gruppo di ditte, compresa l’ecologica Benetton, anch’esse senza arrossire, tireranno su 150mila dozzinali metri cubi di alberghi e villoni in un sito di perfezione divina. Per costruire questo mostro, che ha vinto un premio chiamato con malinconica schiettezza il “Mattone d’Oro”, il sindaco e l’impresa hanno spezzettato in “tanti piccoli impatti” la valutazione complessiva di impatto ambientale. Incuranti della Comunità europea che considera inaccettabile questa “astuzia” da Bertoldo.

Nel sito internet della “Mita Resort”, intricata società del gruppo Marcegaglia che gestirà questi spietati metri cubi, c’è la spiegazione della vita assediata di quell’uomo, un partigiano antisviluppista. La Mita amministrerà l’albergo. E definisce il proprio progetto di “colta semplicità”. Vediamola questa “colta semplicità”. Albergo, 300 camere, e ville da un milione e mezzo di euro. Insomma, 150mila metri cubi di “colta semplicità”. Così a Teulada passano docili dalla servitù militare a quella turistica, tanto sempre servitù è.

La “colta semplicità” avrebbe dovuto suggerire al sindaco, alla giunta, alla Mita, all’impresa trevigiana e a tutte quelle coinvolte, specie quelle isolane, di sostenere la rete preziosa dei furriadroxius anche riconvertendoli, ma a patto di conservare la funzione originaria di unità produttiva. Questo richiedevano la “colta semplicità”, il nostro Piano paesaggistico e il pubblico interesse.

Malfatano era oltretutto un approdo punico, forse fenicio, un porto al confine del mito. Così, ecco che spunta altra “colta semplicità”. L’impresa “collabora” con la Soprintendenza archeologica che studia un poco i luoghi e in uno slancio di “colta semplicità” approva albergo e ville che “valorizzeranno” con un faretto qualche micro-rudere. Addio fenici e punici, ora ci sono i trevigiani e la Sovrintendenza li tutela più delle vestigia. Il sindaco si appunterà le stelle degli alberghi dove vorrà, ma sarà ricordato, insieme alla sua giunta e a quelle precedenti, per non avere protetto il tessuto sociale di Malfatano conservando “vivi” i furriadroxius e proteggendo i suoi “amministrati”, soprattutto Ovidio Marras. Il sindaco impresario sarà ricordato per la distruzione di Malfatano.

Ovidio di Tuerredda resiste, coltiva e alleva, ed è considerato un nemico di quest’idea di sviluppo malato, perché lui non vuole diventare servo. La speranza è nella sua tempra di pastore e contadino che fa vivere l’economia dei furriadroxius, più solida, moderna, durevole e onorevole di quella luccicante che produce posti di lavoro volatili e servitù turistiche distruggendo luoghi e bellezza.

Quanto alla “colta semplicità” che dilaga nell’Isola, ricordiamo che l’ex arsenale di La Maddalena, 119 milioni di denaro pubblico, è stato “donato” in gestione per 40 anni proprio alla Mita resort per 60.000 euro l’anno previo contributo di 31 milioni di euro. E per non turbare la “colta semplicità” della Mita, la Regione Sardegna pagherà un’Ici annua di 400.000 euro, sette volte l’affitto. Siamo servitori gentili, noi, e non disturbiamo.

L'articolo è stato pubblicato oggi anche su la Nuova Sardegna il 25 agosto 2010

Sono figlio della città e della guerra. Sono cresciuto a Parigi. Nel 1945 avevo dieci anni. Se provo a mettere in relazione il tema dei miei giochi d´infanzia e quello dei luoghi della città in cui sono cresciuto (in questo caso Parigi), posso supporre, senza grosse possibilità di essere smentito, che le due realtà siano cambiate moltissimo; la cosa più sorprendente sarebbe che i miei ricordi riuscissero a dire qualcosa a un bambino o a un preadolescente di oggi.

Iniziamo con qualche ricordo.

Durante la guerra lo stato maggiore tedesco aveva occupato, vicino al giardino di Luxembourg e al Senato, il "Lycée Montaigne", che normalmente era la mia scuola. Così, fino all´ottobre del ´44, quando il "Lycée Montaigne" tornò alla sua funzione originale, noi bambini eravamo stati smistati in diverse scuole primarie del quinto arrondissement. Avevo nove anni e a scuola ci andavo da solo a piedi partendo dalla rue Monge, risalendo la rue de la Montagne Sainte-Geneviève, discendendo la rue Soufflot e attraversando il giardino di Luxembourg.

I miei primi luoghi di gioco furono i cortili delle scuole e la strada, poi il giardino di Luxembourg. Il mio quartiere, da cui non mi sono mai allontanato se non per ritornarci, l´ho percorso in tutti i sensi, prima accompagnato dall´uno o l´altro dei miei genitori e poi da solo. È il luogo della mia infanzia al quale sono rimasto fedele. Viaggio molto, ma, a intervalli più o meno regolari, lo ritrovo e mi ci ritrovo.

I nostri giochi d´infanzia erano molto fisici e segnati dagli eventi dell´epoca. Le prime classi della scuola elementare erano miste e le bambine avevano i loro giochi, per esempio "la campana" (la marelle), ai quali di solito noi bambini non ci associavamo. Partecipavamo solamente quando cedevamo alla tentazione di mostrare la nostra forza, mettendoci quindi a saltare di casella in casella con un piede solo, cercando di raggiungere il cielo che coronava quella struttura tracciata frettolosamente per terra con il gesso. Di solito noi giocavamo alla guerra. Divaricavamo le braccia e volavamo per il cortile ruggendo come i motori degli aerei. Da buoni piccoli maschi fallocratici ci suddividevamo i ruoli: alcuni di noi attaccavano le bambine, gli altri le difendevano. L´arbitraggio arrivava spesso dal cielo, quando le sirene risuonavano. Era l´allarme, la guerra vera. Ci facevano scendere di corsa nei rifugi sotterranei, che in questa parte di Parigi erano un pezzo delle catacombe. Quando dopo l´allarme rientravamo a casa, cercavamo i frammenti dei proiettili tirati dalla DCA (la difesa contraerea). Erano delle calamite eccellenti ed erano facili da trasportare poiché si fissavano le une sulle altre, formando dei piccoli cumuli irregolari e compatti che laceravano le nostre tasche (...).

Oggi i giochi sono cambiati e c´è sicuramente molto da osservare e imparare a contatto con i bambini e gli adolescenti. La familiarità che la maggior parte di loro ha con gli strumenti elettronici modifica sia il loro rapporto con la solitudine, sia il modo di instaurare relazioni sociali. È vero anche, d´altro canto, che la geografia della città e dell´ambiente si trasforma. Tuttavia, non è detto che la necessità di aprire spazi pubblici per i bambini e gli adolescenti non resti ancora una necessità urgente. Un mio collega, David Lepoutre, ha scritto un libro molto interessante sull´etnologia della città, Coeur de banlieue, pubblicato nel 1997 da Odile Jacob. Lepoutre insegnava, all´inizio degli anni Novanta, nel quartiere della Courneuve e la Cité des Quatre Mille e aveva avuto modo di notare che i bambini, a volte molto piccoli e per la maggior parte figli di genitori immigrati, tendevano a formare delle bande, la cui prima occupazione era di appropriarsi del territorio, del loro ambiente, trasformandolo attraverso l´immaginazione: inventavano frontiere, luoghi straordinari e persino riti d´iniziazione. In queste bande di preadolescenti e adolescenti c´erano ragazzi di diverse età, ed era verso i sedici anni il periodo in cui avveniva la selezione tra chi abbandonava la banda e chi entrava invece nel mondo della delinquenza, sollecitato da traffici di tutti i generi.

Senza la pretesa di paragonare il giardino di Luxembourg degli anni ´50 e le banlieue degli anni ´90 o di oggi, vorrei suggerire l´idea che i temi del gioco, dello spazio e dell´infanzia hanno da molto tempo una portata sociale e politica fondamentale. Uno dei problemi delle banlieue è che gli spazi di cui i giovani cercano di appropriarsi non sono spazi pubblici, semplicemente perché gli spazi pubblici non esistono o comunque non esistono più oggi. L´immaginario corre liberamente senza un ambiente circostante che lo accolga e dunque senza una protezione simbolica. Il miracolo dei giardini pubblici è dovuto al fatto che sono un bene che permane. Le Tuileries o il Luxembourg non sono cambiati da quando Proust o Anatole France li frequentavano da bambini. Ma, dato il decentramento della capitale verso le periferie, questi giardini fungono da spazi pubblici solamente per una manciata insignificante di favoriti.

Uno degli obiettivi del Grand Paris, di cui si parla tanto oggi, dovrebbe essere la creazione, vicino agli edifici scolastici, di luoghi perenni, tra i quali i giardini pubblici restano ancora oggi il miglior esempio. Questi luoghi dovrebbero manifestarsi in modo spettacolare e simbolico come degli spazi pubblici, situarsi in prossimità di edifici pubblici, di teatri o di cinema, non limitarsi alla riduttiva funzione di luoghi di passaggio ma restare aperti, in quanto spazi ludici, alle iniziative dei giovani.

Alla fine tutto è politico. Va bene creare stadi, piscine, luoghi strutturati per la formazione di "corpi efficacemente disciplinati", ma è bene anche lasciare che si crei qualche luogo di libera espressione di sé e di confronto con gli altri in spazi che permettono tutto senza nulla imporre. Recentemente mi è capitato di vedere dei ragazzi molto giovani e di talento che si allenavano con lo skateboard la domenica vicino alla fontana di Trocadéro, sotto uno sguardo vagamente preoccupato ma allo stesso tempo ammirato dei passanti e dei turisti. Spero che potremo ancora per lungo tempo continuare a osservarli giocare e sfidarsi nel cuore di Parigi. È il loro modo per crescere ed educarsi.

Traduzione di Chiara Pavan

Il testo è parte dell´intervento che Marc Augé terrà a "Tocatì", il Festival Internazionale dei Giochi in Strada che si terrà da oggi al 26 settembre a Verona, organizzato dall´Associazione Giochi Antichi e dal comune. Il Paese ospite dell´ottava edizione è la Svizzera

Data fatidica, l’otto settembre! Anche nel sito eddyburg è stato riprodotto un pezzo di Alberto Asor Rosa, da il manifesto dell’8/09/2010 che, con il titolo “L’Italia di mezzo c’è, ma non si vede”, affronta il tema della rappresentazione di quella fascia del nostro paese che rimane, compresa fra il meridione disastrato e problematico e le regioni subalpine tentate dalla secessione.

Certo, le regioni in cui si articola la Repubblica Italiana risentono della volonterosa e patriottica casualità con cui furono disegnati, sulla carta, i compartimenti statistici da Piero Maestri che presiedeva ai censimenti del nascente Regno dal 1860. Seguì i confini comunali e provinciali e quelli degli antichi stati ed usò dei nomi di ispirazione classica, cercando per quanto possibile di cancellare le tracce di “antichi servaggi”. In qualche caso andò giù con la mano pesante: la sinistra storica proponeva un sistema di leva militare territoriale, alla tedesca e per esorcizzare la minaccia repubblicana latente fra reparti di coscritti romagnoli, la Romagna fu smembrata fra Emilia e Marche, e anche un po’ di Toscana, accorpandola con aree di tradizioni meno turbolente.

Poi dai primi del 1900 si cominciò a chiamarle “Regioni”, attribuendovi anche specificità storiche e folkloriche distinte, illustrate e rese popolari nelle esposizioni nazionali ed internazionali del nuovo secolo, finché la Costituente non se le trovò pressappoco definite e ne fece l’ossatura del nuovo assetto istituzionale. Quel che è fatto è fatto, ed ora sembra ragionevole, a parte qualche modesta correzione di confini, lasciare tutto com’è e cercare di trarne ogni opportunità.

L’Italia di mezzo indicata da Asor Rosa, comprenderebbe a nord l’Emilia-Romagna e a sud il Lazio, ma potrebbe estendersi anche all’Abruzzo che, aggregato tradizionalmente alle regioni del Meridione in quanto parte dell’ex regno borbonico, è più assimilabile ai caratteri dell’Italia Centrale. Per quanto riguarda l’Emilia-Romagna, le affinità con le altre regioni sono più storico politiche che geografiche, se non per la comune dorsale appenninica. Ciò che può accomunare questo territorio è soprattutto la struttura reticolare di centri urbani di taglia varia, il paesaggio costiero e il fertile rapporto fra le città e le loro campagne. La storia poi di queste regioni di antiche autonomie mostra un loro secolare, anche se spesso critico e burrascoso, rapporto con Roma, in tutte le fasi dall’età imperiale a quella papale e allo stato unitario. Ove si manifestasse una forma di solidarietà e di programmazione comune, l’insieme di queste regioni può assumere una funzione di collante rispetto ai divergenti impulsi delle aree più lontane dalla Capitale.

Asor Rosa tuttavia non si abbandona a prematuri entusiasmi e segnala gli aspetti contingenti che ostacolerebbero una efficace politica congiunta delle regioni centrali: il degrado delle forze politiche (democratiche-progressiste) che hanno finora garantito la stabilità amministrativa di queste regioni; lo scarso peso che questi fedeli elettorati riescono ad esprimere come sulle scelte di dirigenza, parlamentare e governativa.

La tesi fin qui esposta non è una bizzarra e solitaria elucubrazione, ma sviluppa qualcosa che sembra già in cammino. Ha risposto (su il manifesto 16/09) Andrea Barducci, Presidente della Toscana, ricordando che alcuni presidenti ed assessori di Toscana, Marche, Umbria, Emilia- Romagna e Lazio si sono incontrati nell’ottobre dello scorso anno il per redigere un documento, il “Patto di Cagli” ed istituire un coordinamento su indirizzi di azione comune.

I temi del Patto sono:

1) – Come questi territori rispondono alla crisi economica, sia per le politiche di resistenza che per le politiche di innovazione;

2) - La necessità di modernizzazione delle infrastrutture, sia su gomma sia su ferro;

3) - L’esigenza di progettare, sempre più insieme, questa parte del paese per intercettare le opportunità che provengono dall’Europa, pensando quest’area come una macro regione europea;

4) – Federalismo fiscale, che oggi appare solo come una cornice: nei prossimi mesi andrà riempito di contenuti, criteri e risorse;

5) – La necessità di coordinare gli interventi nelle zone di confine con particolare attenzione alla fascia appenninica;

6) – L’urgenza di rafforzare gli investimenti nel settore della formazione e alla stesso tempo garantire una presenza, la più capillare possibile, dell’offerta didattica;

7) – Coordinamento delle iniziative celebrative nel centro Italia, per il 150° anniversario dell’unità, al fine di rafforzare simbolicamente il ruolo di questi territori come cerniera che tiene insieme l’intero paese.

Barducci ribadisce le qualità di queste regioni virtuose, il loro contributo all’innovazione amministrativa, il loro sistema socio-economico diffuso e solidale, la resistenza alla crisi economica con il mantenimento della coesione sociale, del welfare sostenibile e delle istituzioni per la formazione. Su tali basi esse potranno accettare la sfida e sviluppare un modello riproducibile per tutto il Paese.

Ma già un paio di giorni prima, sempre sullo stesso quotidiano, Sergio Sinigaglia era intervenuto segnalando i seri limiti del buon governo dei post-comunisti. La geopolitica dell’Italia Mediana rende stimolante la proposta, ma non tiene conto del progressivo calo di efficacia, efficienza e consenso del governo democratico-progressista di quelle regioni. Senza risalire ai conflitti, ai conformismi degli anni 70, allo sviluppo quantitativo e non sostenibile di quella economia e di quel territorio, Sinigaglia denuncia la logica sviluppista e delle grandi opere che ha imperversato fra gli amministratori ulivisti e dalla quale le stesse dirigenze non riescono tuttora a staccarsi mentre il tessuto civile si sta sfilacciando e non tiene, fra disaffezione e tentazioni securitarie, davanti alla insinuante penetrazione leghista.

Secondo me si può dire anche di più: il Patto, un anno fa, era già in forte ritardo rispetto alla “occasione storica” nella quale le regioni amministrate dai democratici-progressisti avrebbero potuto porre un ragionevole argine alla deriva secessionista della Lega e porgere una mano solidale al Meridione. Purtroppo il “gran partito” e i suoi nuovi amici erano in tutt’altre faccende affaccendati, al centro con i bei risultati che si son visti e nella periferia a intestardirsi in una governance e in un tipo di sviluppo giunto da tempo alle fase finale.

Alla denuncia di Sinigaglia si potrebbero aggiungere esempi su esempi: dal primato nella privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni alla pratica degli accordi che svilisce la pianificazione urbanistica, dalle scelte autostradali devastanti (il Passante di Bologna) al ritardo incolmabile del trasporto pubblico e alla proliferazione di inceneritori, per non parlare degli imbarazzanti risvolti nei vaudeville del Comune di Bologna e della Regione Lazio.

La stessa organizzazione economica che strutturava la rete solidaristica delle regioni “rosse” si degrada, fra la Coop che “non sei più tu” e l’Unipol che “abbiamo una banca”, mentre gli eredi delle cooperative muratori di Bologna e Ravenna aspirano a tuffarsi in dubbie avventure, fra cui la Val di Susa e il Dal Molin.

Un’altra occasione perduta, quindi? Un’altra spugna da gettare? Forse, ma non senza prima aver tentato. Mentre il berlusconismo si scompone come un pugile suonato, c’è forse ancora una possibilità per le quattro Regioni a presidenza democratico- progressista: riunirsi nell’anniversario del “Patto di Cagli” e, solidalmente, avviare una politica coordinata e diversa che le riavvicini alle istanze diffuse del “nuovo mondo possibile e necessario” avviando, in grande scala, quel processo di transizione ad una diversa economia che alcuni Sindaci coraggiosi stanno tentando, assieme a nuove forze vive che li pungolano e sostengono.

Può sorgere un nucleo dell’Italia di mezzo che abbandoni lo sviluppo velleitario e contrasti i ricatti dei potentati, appellandosi alla iniziativa dei Comuni e alla partecipazione dei cittadini per realizzare dei nostri bellissimi territori, delle preziose città, delle antiche e prestigiose istituzioni, un modello di politica locale. Esso avrebbe la capacità di attrarre anche le altre regioni, dall’Abruzzo terremotato e saccheggiato al Lazio in crisi perenne con la costruzione di una alternativa di convivenza civile anche nel federalismo solidale, come è nei voti di tutti gli interventi che ho citato.

Allora avrebbe ragione Alberto Asor Rosa, ed io con lui, a confidare nella forza misteriosa ed epica di questi paesaggi, di queste antiche autonomie, di queste vecchie lotte di popolo, di quell’ Italia umile «per cui morir la vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute».

Il motore della crescita

Abbiamo alle nostre spalle un ciclo edilizio straordinario per intensità e durata, paragonabile solamente a quello del “boom” economico degli anni ’60. La presenza di una domanda significativa (1) , la facilità di accesso al credito, le politiche nazionali (2) e la deregulation urbanistica hanno innescato una miscela esplosiva. In un quindicennio sono stati costruiti alloggi, edifici industriali e commerciali, strutture ricreative e turistiche per svariati miliardi di metri cubi. Investire nel mattone è stato facile e redditizio: i prezzi si sono impennati verso l’alto, raggiungendo i valori massimi dell’intera storia del novecento, gli investimenti hanno avuto rendimenti superiori persino a quelli dell’oro, e i profitti delle compravendite sono rimasti nelle mani dei proprietari delle aree e in quelle dei grandi costruttori. Si chiama rendita urbana questa enorme ricchezza che non abbiamo saputo né contenere, né tassare, né convertire in opere utili per la collettività.

Collusione pubblico privato e cattura del regolatore

In cambio di pochi spiccioli, si lasciano nelle mani degli immobiliaristi decisioni cruciali sulla localizzazione degli interventi, sulla qualità degli spazi pubblici, sulle destinazioni d’uso. In molte città, a partire da Roma e Milano, il decisore pubblico (regolatore) è stato catturato dai percettori delle rendita urbana: le scelte non sono definite sulla base di una domanda sociale, né tengono conto dell’esigenza di tutela dell’ambiente e del paesaggio o di una qualche razionalità funzionale, ma rispondono ad una logica meramente immobiliare. Nel medio periodo non soltanto questa deriva minaccia la qualità dell’ambiente e della città, ma rischia di mettere in ginocchio anche i bilanci: i nuovi abitanti e le nuove funzioni generano una domanda aggiuntiva di servizi a cui l’amministrazione comunale deve fare fronte con risorse proprie. Si produce quindi un doppio trasferimento di spese: dal privato alla collettività e dai bilanci correnti a quelli futuri. Infine, conviene ricordare che percettori della rendita sanno farsi ascoltare molto bene e con tutti i mezzi: non di rado, infatti, dietro l’evidente collusione pubblico-privato abbiamo visto svilupparsi la corruzione.

I diritti negati

Il suolo consumato, il paesaggio deturpato, la città dilatata e sfrangiata, il disastro dei trasporti, i fabbisogni delle famiglie senza risposta: gli effetti negativi di questo sviluppo malsano sono talmente evidenti che non occorre certo essere urbanisti o esperti di scienze ambientali per rendersene conto. Anche la parte più sana dell’economia soccombe di fronte all’inefficienza delle città e al capitalismo di rapina. In un paese che privilegia rendite e camarille, non può che sentirsi straniero chi vede nel lavoro uno strumento mediante il quale l’uomo è in grado di comprendere il mondo (cioè tutto ciò che è fuori di sé) e di governarlo (cioè di utilizzarlo ai fini propri e della propria specie).

Un altro modo di guardare al territorio e alla città

Che fare per contrastare questa deriva? Lo strumento attraverso il quale contrastare la speculazione (cioè quella componente della domanda che trova la sua principale o esclusiva giustificazione nella convenienza contingente dei promotori) è la pianificazione. E’ solamente attraverso i piani urbanistici che è possibile selezionare quali componenti della domanda di uso e trasformazione del territorio è opportuno soddisfare. Ed è con la pianificazione, non certo attraverso una congerie di accordi con questo o quel costruttore, che possiamo farci carico del territorio che ereditiamo e del progetto di futuro che vogliamo costruire.

Riqualificazione vuol dire prestare attenzione a quel che c’è

Se definiamo le scelte di piano guardando prioritariamente alla domanda sociale e ai vantaggi collettivi, non sarà difficile rendersi conto che all’interno del territorio urbano vi sono ampi spazi per soddisfare le esigenze presenti e quelle del prossimo futuro. Se consideriamo il territorio e la città come un bene comune e non come una riserva di caccia per gli investimenti immobiliari, ci renderemo conto che la crescita infinita – tanto verso l’esterno, quanto verso l’alto – è priva di giustificazioni. A valle di un secolo in cui si è costruito molto, e non di rado molto male, è necessario occuparsi prioritariamente di quello che già c’è. Le occasioni di intervento non mancano: molte aree hanno perso l’originaria funzione e possono essere trasformate, interi segmenti delle periferie necessitano di interventi diffusi sugli edifici e sugli spazi scoperti, molte aree interstiziali e di frangia, se ripensate e riprogettate, possono costituire altrettante “occasioni di socialità”.

Sfide di oggi e per il domani

La crisi attuale ha interrotto bruscamente il formidabile ciclo edilizio cominciato agli inizi degli anni novanta. Tutto è cambiato: gli scenari demografici e quelli economici, per quanto possiamo capire in questa fase di repentino cambiamento, indicano che non sussistono i presupposti per una nuova fase espansiva. Proseguire sulla stessa strada è quindi dannoso e inutile. Nell’immediato, occorre ripensare profondamente l’azione pubblica. Il federalismo e il trasferimento agli enti locali dei beni demaniali sono il primo banco di prova per quelle amministrazioni locali che non vogliono farsi complici del saccheggio dei beni comuni e riaffermare il diritto ad una città pensata dagli abitanti in funzione delle esigenze di tutti.

La sfida per il domani riguarda un ripensamento complessivo dell’economia e delle forme di insediamento sul territorio che ne sono la concretizzazione materiale. Oggi, ad un’economia distorta e a disuguaglianze sociali crescenti corrisponde un assetto territoriale scriteriato, tanto disorganizzato quanto squilibrato, tanto caotico quanto iniquo. Arrestare l’espansione informe della città significa, in fin dei conti, compiere il primo passo per sottrarsi a questa deriva.

note

(1) Immigrazione, nuove famiglie, desiderio di cambiare casa o città, ristrutturazione del commercio, della produzione e dei servizi hanno alimentato il mercato edilizio.

(2) Abolizione dell’equo canone e liberalizzazione dei canoni di locazione, scudo fiscale, dismissione dei patrimoni immobiliari pubblici, condono edilizio, “piano-casa”. Del tutto coerenti con questa impostazione sono – inoltre – le politiche di contenimento della spesa pubblica degli enti locali, congegnate in modo tale da indurre gli enti locali ad agevolare gli investimenti immobiliari.

Nel giorno del Yom Kippur 5734 Egiziani e Siriani attaccano Israele, da sud nel Sinai e da Nord nel Golan, è il 6 Ottobre del 1973, dopo due settimane, il 24 Ottobre, la guerra si chiude con Israele che riesce, dopo una prima settimana in cui subisce, a respingere l’attacco e a mettere timore ai due Stati Arabi. Due settimane che cambiarono l’Occidente, lo cambiarono perché per la prima volta dalla fine della seconda guerra, questo si scoprì vulnerabile. Lo sviluppo economico con cui il mondo occidentale aveva conosciuto prosperità e opulenza, affondava le sue radici nella sabbia della dipendenza petrolifera dai paesi arabi. Finita la guerra sul campo iniziò quella economica, con i paesi dell’OPEC che chiusero i rubinetti del petrolio: “la crisi petrolifera del 1973”. Fu nelle città e in televisione che la crisi si mostrò con tutta evidenza. Fu anticipata la conclusione serale dei programmi televisivi, le domeniche erano senza auto. Si circolava in bici, a cavallo, con i pattini a rotelle, a piedi. Nel lessico quotidiano entrò la parola austerità. Un contraccolpo, il rischio di una “marcia indietro” irruppe proprio dentro le città fino ad allora lo scenario più importante di uno sviluppo che si pensava senza fine. La modernità era la città, lì approdava, chi era fortunato e aveva coraggio, dopo essersi lasciati alle spalle la campagna e le misere condizioni del paese, là da qualche parte, nel sud o nel Nord est del Paese, nelle isole.

Dietro quelle città senza auto che si riempivano di folle appiedate bisognava leggere però un cambiamento ben più profondo. Qualcuno ci provò a raccontarlo:

«fino a ieri avevamo provato a crescere, a svilupparci in termini di reddito proprio puntando sull’automobile. Fino a ieri la preoccupazione non era come liberarci delle macchine, ma semmai come entrarci ancora di più. … La macchina oggi semiproibita è stata in questo dopoguerra il razzo al quale ci siamo attaccati per uscire dal sottosviluppo. Un razzo è bene dirlo, più potente di quanto non si pensi solitamente. Basteranno pochissime cifre: nel 1959 in Italia circolavano poco più di un milione e mezzo di autovetture (non consideriamo cioè gli autobus e i camion) e il nostro reddito nazionale lordo era (a lire costanti 1963) di appena 24 miliardi; alla fine del 1972, tredici anni dopo, le auto erano diventate tredici milioni mentre il reddito (sempre a lire costanti) era riuscito a superare di poco i 46 miliardi. Cosa significa tutto questo? Che mentre in tredici anni il reddito è aumentato di 1,9 volte (cioè non si è nemmeno raddoppiato), la circolazione di automobili è salita di 7,5 volte. non c’è da meravigliarsi che abbia invaso tutta la nostra società. Non stupisce che sia diventata un problema, una specie di maledizione».

Finiva (o sarebbe dovuto finire) quindi un modello di crescita che era tanto semplice quanto insostenibile. Semplice perché si basava su due assunti: che l’energia si ricavava solo dal petrolio e che le persone per spostarsi avrebbero usato solo l’auto. Erano queste le due idee guida del capitalismo che già allora mostravano la corda. La crisi mediorientale e la conseguente crisi energetica ne anticiparono solo l’esplosione . L’Italia, che forse non ha mai sperimentato un capitalismo maturo, fece di queste due idee il suo credo principale; si pensi che 9/10 del fabbisogno energetico del paese allora era prodotto dal petrolio. E per quanto riguarda le auto basti ricordare che nel 1973 l’”economia dell’auto” valeva circa 11.000 miliardi, il 13% della ricchezza nazionale. Dentro un problema energetico che toccava nel complesso il modello di sviluppo dei paesi occidentali c’era quindi una specificità e una peculiarità tutta italiana. Ma, come detto, dietro quelle domeniche a piedi c’era l’esigenza di guardare più a fondo, oltre il folclore dei caselli domenicali di ciclisti e degli appiedati: dentro, sul fondo c’era l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo. Si svolse in quei mesi un dibattito importante nel quale si confrontarono posizioni diverse. Nel rileggere le cronache di quei giorni si coglie una preoccupazione tra le forze politiche e gli intellettuali di sinistra, ovvero che sulla crisi energetica si potesse giocare una partita politica di segno reazionario, che riproponesse una società autarchica, chiusa; il rischio di un ritorno al primitivismo come lo esorcizzò il filosofo Paolo Rossi. La crisi aveva messo al centro la questione della fine del modello di sviluppo seguito fino a quel momento e la necessità di mettere in essere un modello alternativo. Una necessità che, si disse, nasceva dall’essere precipitati in un nuovo “dopoguerra”, ma questa volta senza essere stati in guerra.

Si respirava un clima culturale che insisteva come avvertì Giorgio Ruffolo, su «interpretazioni mistico reazionarie, che ad ogni crisi dell’umanità ripropongono lo spauracchio di un’apocalisse; e che esprimono in tal modo un sostanziale scetticismo nella ragione e nell’uomo, sottindendendo un senso autoritario della risposta alla crisi». Le posizioni progressiste si orientavano invece nel rivedere il sistema di valori sociali che si dovevano perseguire e di sottoporre a critica gli stili di vita dominanti in quegli anni in cui l’affermazione del modello individuale aveva messo radici profonde nella psicologia e nei comportamenti individuali e si apprestava a dispiegare in modo pervasivo la sua forza. Zangheri, allora sindaco di Bologna, descriveva così questo nodo della discussione:

«non c’è dubbio che un mutamento è necessario, ma in direzione di quali fini e valori esso va effettuato? Credo che sia abbastanza diffusa la consapevolezza che la svolta deve essere compiuta in direzione di consumi e attrezzature sociali, e di modi di vita sociale. Qui si pone subito un quesito: i valori sociali collettivi sono antitetici e alternativi rispetto a quelli individuali? Non lo credo. Il libero e spontaneo realizzarsi di ognuno, la felicità personale, la versatilità dell’inclinazione possono anzi trovare spazio proprio là dove cessano la sfrenata competitività individuale e la ricerca egoistica del profitto. Se dovessi indicare in concreto dei valori nuovi, essenziali (…) suggerirei quelli più semplici: la salute fisica e psichica, il verde, l’ossigeno, l’alimentazione, la cura delle età deboli. (…) Con tutti i limiti propri di un’esperienza locale, vorrei ricordare che a Bologna si sono compiuti in questi anni tentativi di concepire ad esempio l’urbanistica come arte e tecnica collettive. Tutti i provvedimenti di assetto del territorio sono stati realizzati dai quartieri, e con i quartieri. La conquista delle aree di uso sociale, è stata una conquista di massa nel senso che vi hanno partecipato, attraverso la discussione, l’iniziativa, la lotta, larghi strati di cittadini. Ora i quartieri gestiscono queste aree meglio di qualunque azienda specializzata. Vorrei sottolineare non solo il risultato raggiunto per porre un limite invalicabile alla speculazione edilizia, ma anche attraverso la gestione diretta del territorio i cittadini prendono coscienza profonda dei valori che hanno contribuito a salvaguardare: se ne sentono corresponsabili e compartecipi. La progettazione, la costruzione collettiva di uno spazio abitato, diventano così opera di realizzazione dell’uomo».

Una strada per uscire dalla crisi sembrava potesse essere quella di un nuovo modello di vita ispirato a nuovi valori che dovevano essere quelli più semplici, quelli più vicini all’uomo. Maturava attorno a questa convinzione la possibilità di cogliere quella contingenza per fare affermare valori nuovi e di non farla andare sprecata, anche per questo si rifiutava la discussione astratta sul nuovo modello di sviluppo, che non affrontasse la questione dei valori e degli obiettivi che si intendevano perseguire e su come concretamente perseguirli. Bisognava contrastare una discussione generica, di maniera, che poteva favorire la diffusione di suggestioni regressive, reazionarie, non scientifiche. Inevitabilmente la discussione ripropose la necessità di una regolazione pubblica, di una programmazione che potesse dare profondità temporale alle iniziative economiche e sociali e che potesse contrastare gli squilibri intrinseci alle scelte individuali i cui esiti potevano compromettere il bene comune. Era necessaria «un tipo di programmazione, un tipo di organizzazione complessiva che sappia coinvolgere tutti, e in ugual misura, nelle necessità e nelle prospettive di sviluppo». Più esplicita la posizione di Giorgio Ruffolo:

«Ora mi pare che la formula di una organizzazione sociale moderna, adeguata a quei valori, sia quella della pianificazione con il consenso: il che significa una organizzazione sociale diversa da quella che abbiamo noi, cioè uno Stato diverso, uno Stato decentrato nel quale i cittadini associati possano sostituirsi agli organismi burocratici: uno Stato in cui si riconoscano. Questo è il “nuovo modello”».

La sintesi in forma di auspicio allora operata da Giorgio Napolitano fu: «una crisi drammatica come quella che ora si è bruscamente manifestata, (…), rappresenti un’occasione importante per far fare un passo avanti al paese sulla via di una direzione pianificata della vita economica e sociale». Si coglieva, solo in parte, la verità profonda che quella crisi mise in evidenza, e cioè le conseguenze globali, non più sostenibili per la collettività, di comportamenti individuali legittimi nella sfera del singolo ma insostenibili a livello di interesse generale.

Sappiamo che quella fu solo l’alba di un fenomeno la cui portata oggi sentiamo in tutta la sua forza dirompente e a cui pare non ci siano più argini. La crisi non portò ad affermare dei valori “più alti”, valori che non “fossero più individualistici, non più solo consumistici, né competitivi.”. La ragione delle cose si orientò su percorsi diversi da quelli di chi considerava che:

«il solo modo corretto per affrontare il problema è quello di porre alla base dello sviluppo la ragione, cioè di programmare. Non c’è altra soluzione che questa. Ma programmare vuol dire piegare alle esigenze dell’interesse generale le tendenze spontanee delle forze capitalistiche, perché i fatti ci dimostrano che le tendenze spontanee, abbondanate a sè stesse, portano alla situazione di oggi».

La ragione è andata in direzione diversa e la crisi di oggi ci ripropone lo stesso volto del problema: i limiti dell’agire individuale e l’affermazione del bene comune. L’energia ricavata dal petrolio e la maledizione dell’auto sono in buona misura ancora le ragioni del nostro dibattere. Non siamo usciti dalla civiltà dell’auto/dell’individualismo egoista, e perciò restano attuali le parole di Giuseppe Turani: «Ma allora questo significa che non possiamo uscire dalla civiltà dell’auto? Che il nostro incubo felice è destinato a rimanere soltanto un incubo? No. Il significato è un altro. Dopo aver vissuto per quasi trent’anni sull’automobile non possiamo pensare di liberarcene a colpi di decreti nel giro di qualche settimana. Occorre un “piano automobile” che ci dia città diverse, un’organizzazione del tempo libero diversa, una rete di trasporti pubblici diversa. E’ un programma che non si può calcolare a mesi ma ad anni»

La posizione della cultura urbanistica sulla crisi energetica è sintetizzata dall’ editoriale del numero 62 di Urbanistica dove Astengo dà il suo punto di vista su quanto era successo e formula una ipotesi. Ne riportiamo ampi stralci.

«Tutti immersi nella pesante crisi economica dimentichiamo spesso le sue lontane radici. Non è inutile, quindi, richiamare alla mente che fra le sue non secondarie origini sia la mancata programmazione dello sviluppo economico nel paese e il correlativo mancato controllo dell’uso del suolo, ripudiati entrambi, dieci anni orsono, proprio nel momento iniziale dell’esperimento di centro sinistra, quando con il clamoroso ripudio della predisposta riforma urbanistica, venivano gettati a mare i principali strumenti operativi della programmazione, che veniva in tal modo ridotta al solo enunciato delle intenzioni.

«Che cosa poi nel decennio successivo abbia saputo produrre sul territorio la “libera iniziativa”, senza piani e programmi, è sotto gli occhi di tutti .(…) Quest’analisi dimostrerebbe con le cifre che l’attuale crisi economica discende anche da scelte urbanistiche, dalla distribuzione territoriale degli investimenti dalla modalità con cui gli interventi sono o non sono stati normati e come essi in effetti si sono attuati; scelte che non si possono sbrigativamente imputare solo al sistema capitalistico in generale, come è ormai d’uso, ma che vanno analizzate e motivate nello specifico, concorrendo in tal modo ad un’analisi sui motivi della lunga crisi urbanistica in cui ci dibattiamo da decenni.

«Una lunga notte urbanistica che ha addormentato le capacità inventive e paralizzato le amministrazioni locali, mentre il saccheggio del territorio è stato portato alle estreme conseguenze fino a quando, per autoconsumo delle proprie energie, il dissennato processo di sviluppo urbanistico ha trovato il suo limite ed è entrato nell’attuale spossatezza e di arresto.

«Come uscirne? Non è all’orizzonte alcun nuovo provvedimento legislativo per la “legge quadro”, segno che non esiste al vertice la esatta percezione dello sconquasso urbanistico del paese e dei costi economici da esso indotti.

«Difficile dunque che dall’alto venga l’indicazione di un “nuovo corso”: la sola speranza è di ripartire dal basso. (…) Vivo è ancora rimasto, fortunatamente, lo specifico campo locale dell’operatore politico ed è in queste sedi che sta riprendendo, sia pure a pezzi e bocconi, il discorso urbanistico; è partendo da qui che, poco per volta, il discorso potrà diffondersi e dilatarsi, generalizzandosi, fino a diventare nuovamente problema politico per tutti. Senza contare che a livello regionale, superata ormai la prima durata fase di messa in moto del nuovo meccanismo, si stanno delineando numerose iniziative, dalla Lombardia alla Calabria, di indubbio interesse per la ripresa in termini nuovi del discorso sulla programmazione e l’assetto territoriale. Qualcosa dunque si muove.(…)

«Ed anzitutto dobbiamo, tutti assieme, dare una risposta al quesito se, giunti, come siamo, ad un punto morto in un ciclo almeno decennale di insensato sviluppo territoriale ed insediativo, sia ora da riprendere il cammino, con tutti gli sforzi che ciò comporta, per ripercorrere, con un successivo ciclo, lo stesso tipo di sviluppo, ripetendo gli stessi errori che alla fine presenterebbero gli stessi risultati, solo mostruosamente amplificati, o se non sia giunto il momento di cercare un’altra via d’uscita. La risposta è a portata di tutti, soprattutto di chi, nonostante i venti avversi, non ha del tutto ammainato le vele».

L’ipotesi era che dopo le sconfitte subite sulla legge del regime dei suoli e sulla mancata programmazione, si dovesse ripiegare “nel possibile” rappresentato dalla pianificazione locale. Un discorso urbanistico coerente con una visione tecnica dell’urbanistica ma che si rivelò insufficiente dinanzi alla rilevanza della crisi. L’impressione è che ci fu sul momento una sottovalutazione del rapporto tra la crisi energetica e la città, anche Leonardo Benevolo che scriveva sul Corriere della Sera non dedicò nessun intervento diretto a quanto stava avvenendo . Nel 1971 la dotazione di linee metropolitane nelle città italiane ammontava ad appena 47 km, 11 a Roma, 23 a Milano e 13 a Napoli. Quelle in costruzione ammontavano nel 1973 a 23,5 km. A fronte dei 2.400 mld di lire necessari per realizzare i previsti 400 km di nuove linee, per tutti gli anni ’70 la disponibilità di risorse economica fu di appena 640 mld . Cifre, che rendono evidente la condizione di vulnerabilità con cui le città si presentarono dinanzi alla crisi energetica.

Non si può non cogliere nel dibattito che si svolse su l’Unità la consapevolezza di un cambiamento forte ma le ricette individuate apparivano già allora deboli, debolezza che confluiva nello stesso punto dal quale Astengo, ormai sfiduciato, si voleva discostare: una visione programmatica, un piano forte in grado di affermare il principio di un interesse generale sull’agire dell’individuo. La proposta di Ruffolo di una “pianificazione con il consenso” segnalava per contro l’incertezza sull’ispirazione ideale del modello centralistico e l’esigenza di un confronto sui valori che si intendevano perseguire.

Nello stesso tempo la sensibilità di chi avvertiva l’esigenza di un avvicinamento alla centralità del cittadino organizzato in forma associata, nella gestione e nell’uso delle risorse, divenne subito dopo solo una rivendicazione di tipo amministrativo con la nascita delle circoscrizioni, dei comitati di quartiere, di quella che anni dopo si rivelò essere una burocrazia della rappresentanza.

Verrebbe da dire che la questione è sempre la stessa e che siamo ancora lì, a quel confronto, a quegli argomenti che già allora apparivano stanchi, figuriamoci a distanza di quarant’anni anni. Siamo ancora lì anche con la straordinaria coincidenza che i nodi sociali vengono al pettine proprio nel rapporto tra lavoro, produttività e industria automobilistica, ma questo merita un altro approfondimento.

Ma anche se i fattori in gioco sono comunque quelli, e si riducono necessariamente al rapporto tra agire individuale e bene collettivo, che è per l’appunto il fondamento stesso di legittimità dell’urbanistica, tutto è diverso e resta aperta la contesa sul modo con cui ogni stagione politica e culturale è in grado di declinare questo rapporto per mettere in equilibrio la tensione tra individuo e collettivo. Dovremmo allora imparare a non usare ricette vecchie per problemi nuovi. L’urbanistica dovrebbe essere sensibile alla “vita che accade” a ciò che nella città appare ogni giorno, cogliere il volto della città come “apparire manifesto” in continua trasformazione.

Guardare da oggi al modo in cui la cultura urbanistica seppe rispondere a quella crisi è compito difficile e il rischio di forzature e male interpretazioni che non tengano conto della congiuntura sociale e culturale di quegli anni è molto alto. Quello che si coglie però è come una certa insensibilità dell’analisi urbanistica dinanzi a quanto la crisi energetica nascondeva, oltre alle apparenze. Quasi un distacco dall’evento e, di conseguenza forse, le chiavi interpretative che la cultura urbanistica seppe offrire ci appaiono distanti, incapaci di cogliere il segnale di allarme che quella crisi portò nella nostra vita quotidiana e che nascondeva però una messa in discussione dei modelli di sviluppo di quello che già allora era in nuce e che dopo fu chiamato il capitalismo egoista.

Le città non divennero il luogo dal quale ripensare i valori dell’agire individuale e collettivo a partire dal contenimento della mobilità privata. Non furono il campo di sperimentazione di modelli di sviluppo alternativi che concretizzavano i valori sociali e contenevano l’individualismo. La cultura urbanistica si affidò alla strumentazione ai poteri taumaturgici del fare il piano, all’urbanistica paleotecnica, operò alla scala locale imponendo spesso delle visioni di piano che si rifacevano a modelli diversi, che tentavano di ribaltare il modello di sviluppo imperante. Ma così non si potè che constatare sempre più la distanza con ciò che gli abitanti facevano e pensavano con i valori portati nella vita quotidiana che erano invece sempre più marcatamente individualistici. L’idea di piano da una parte e gli abitanti, sui quali sempre più si imprimevano i comportamenti consumistici del capitale, dall’altra.

La città è allo stesso tempo il campo di azione e il prodotto più complesso del modello di sviluppo economico e sociale ed è nell’urbano che si può agire per avere modelli di sviluppo alternativi e/o per correggere gli squilibri prodotti dall’agire individuale ed egoista. La crisi economica, le crisi, ormai ripetute, possono essere meglio capite nelle città ma anche per questo è qui che meglio possono essere affrontate. E’ con un progetto sulle città italiane che sarà possibile considerare in modo diverso la crisi economica attuale e non rimanere stretti tra l’adattamento ai crescenti squilibri e la riduzione del danno con tentativi progressivamente più conservatori e reazionari. Le vicende successive alla crisi del 1973 ci raccontano che forse fu proprio allora che non si comprese la complessità di una posizione che coniugava lo sguardo sugli stili di vita delle persone, lo sguardo più prossimo al cittadino, e lo coinvolgeva in modo diretto nell’organizzazione dello spazio urbano.

L’ormai consueta, autoencomiastica conferenza stampa con la partecipazione, fra gli altri, del ministro Bondi e del sindaco di Roma Alemanno, ha annunciato urbi et orbi, mercoledì 28 luglio, l’imminente pubblicazione del bando di gara per sponsorizzazioni private finalizzate al restauro del Colosseo.

Che i doverosi e non più rinviabili lavori di restauro all’anfiteatro flavio siano in procinto di essere avviati è senz’altro una buona notizia. E la magniloquente fanfara mediatica allestita per annunciare – si noti bene – il semplice ricorso ad una sponsorizzazione per un’operazione di manutenzione irrinunciabile e per di più giunta con grave ritardo (si ricordi il crollo avvenuto agli intonaci il 9 maggio scorso) si allinea allo stile governativo in grado di spacciare per innovativo “modello” di gestione il tentativo di ricorrere sic et simpliciter ai soldi privati. Il polverone autoincensatorio è però in questo caso talmente smaccato da dissolversi con grande rapidità: in realtà i nuovi mecenati saranno chiamati semplicemente a coprire il vergognoso stato di sistematica sottrazione di pubbliche risorse in cui versa il ministero deputato alla tutela del nostro patrimonio culturale.

Tutta l’operazione rivela fra l’altro, ancora una volta, l’inutilità della gestione commissariale che si è limitata, nell’occasione, ad un ruolo di passacarte, visto che il progetto scientifico è a cura della Soprintendenza, mentre per il bando si sono scomodati oltre all’ufficio legale del ministero, niente meno che università Bocconi di Milano, Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici e Avvocatura dello Stato (Avvenire e Messaggero, 28 luglio 2010).

In questi termini, come è chiarissimo, si tratta di una non-notizia: la pratica delle sponsorizzazioni, anche molto generose, finalizzate al restauro di monumenti pubblici, esiste da sempre, mentre la vera, drammatica notizia, risiede nelle condizioni di degrado in cui continua a versare non solo il Colosseo, ma tutta l’area circostante: a trent’anni di distanza dalle denunce di Antonio Cederna ben poco è stato fatto, e quel poco, ricordiamolo, si deve all’opera di Luigi Petroselli, protagonista politico di un’indimenticata stagione di recupero del ruolo culturale dell’area archeologica centrale.

Il nostro monumento – icona continua ad essere sfruttato per gli usi più impropri (i così detti e ormai imprescindibili “eventi”) come la famosa gallina dalle uova d’oro, tanto è vero che con candore lo stesso sindaco Alemanno ha sottolineato l’urgenza dei restauri dal momento che l’immagine dell’anfiteatro sarà il logo trainante per il lancio della candidatura della Capitale come sede delle Olimpiadi 2020. E vedremo se gli eventuali munifici mecenati, alla fine dei conti, saranno davvero così “eleganti” (sic, la Repubblica, 29 luglio 2010) da non pretendere, in cambio dei contributi elargiti, ben più di un richiamo a margine dei biglietti di entrata.

Con il consueto rimando sine die ad un futuro progetto dai vaghi contorni, poi, nella conferenza stampa di mercoledì scorso, è stato affrontato il problema della viabilità, vero nodo irrisolto di tutta l’area che si pretende di calmierare con soluzioni palliative, aggirando costantemente il ganglio rappresentato da via dei Fori Imperiali e dalla necessità della sua pedonalizzazione (e, a seguire, rimozione...). Soltanto attraverso una drastica riduzione del traffico veicolare, le operazioni di restauro che si stanno per intraprendere avranno una ragionevole sostenibilità nel tempo.

Ma per una reale salvaguardia del nostro monumento più famoso a tali imprescindibili operazioni urbanistiche andrebbe associata una gestione che, come recitano le nostre leggi, anteponesse le ragioni della tutela a quelle di uno sfruttamento, quello a fini turistici, responsabile, al pari dell’inquinamento da traffico, di una pressione antropica sempre più accentuata e lesiva per l’integrità del monumento stesso.

Obiettivo contraddittorio, però, con gli strepitosi successi, in termini di aumento dei visitatori, che a poche ore di distanza, sono stati sbandierati, in congrua conferenza stampa e collaudata eleganza comunicativa (“è passata ‘a nuttata”: vedere, per credere, la locandina pubblicitaria sul sito Mibac con la storpiatura del ritratto di Antonello), dal Direttore alla Valorizzazione cav. Resca, propugnatore del nuovo assioma in stile Auditel, secondo il quale il livello culturale si misura in termini di quantità di incassi.

Perfettamente allineato, a conclusione della kermesse pro sponsorizzazione dei restauri, il commissario alle aree archeologiche di Roma e Ostia, Roberto Cecchi, ha annunciato trionfalmente l’apertura dell’anfiteatro flavio anche nelle ore notturne: venghino, signori, venghino.

«Chi protesta contro la scuola di Adro dovrebbe protestare anche quando nelle scuole entrano i simboli di sinistra». È il desolante commento del ministro Gelmini a proposito dell´esproprio (del quale lei per prima è vittima in quanto ministro dell´Istruzione) da parte della Lega di una scuola della Repubblica italiana, trasformata in istituto padano. Il ministro finge di ignorare, per superficialità o per pavidità, la natura del tutto inedita dell´accaduto. Non si tratta di una scuola nella quale qualcuno (professore o studente) entri con una falce e martello sulla maglietta, o una svastica tatuata sul bicipite, o altri simboli ideologici o di partito. Si tratta di una scuola che è essa stessa, strutturalmente, un simbolo di partito, concepita e arredata come tale. Un luogo pubblico privatizzato, cioè snaturato, sottratto alle sue funzioni di neutralità e accoglienza. La reazione del ministro fa capire che il governo non ha alcuna intenzione di intervenire: avvalla il sopruso, e amen. Restiamo in attesa di sapere se un prefetto, un magistrato, un ente locale, il Parlamento, il Quirinale, Strasburgo, il pianeta Giove, insomma qualcuno che ha percezione almeno vaga dell´enormità di quanto è accaduto, voglia tentare, almeno tentare di evitare un oltraggio così insopportabile al concetto stesso di "bene pubblico".

Precari sullo Stretto

Primo giorno di scuola

di Manuela Modica



«Invece di spendere soldi per il Ponte, metteteli in cultura, istruzione». Alla vigilia del primo giorno di scuola irrompe ancora la protesta dei precari. Così inizia un anno dalle mille difficoltà. Per loro. Per tutti.



Per chi suona la campana oggi? Per tutti. Per chi riaprirà i cancelli, le aule, e per chi non aprirà neanche la porta di casa. Ma la campana suona anche per chi con la scuola non c’entra nulla: «Perché lesinare sull’istruzione è lesinare sulla civiltà di una nazione». Maria Pina Panella è un insegnate di lettere di 31 anni. Parte sabato sera a mezzanotte da Foggia per scendere lo stivale e partecipare alla grande manifestazione promossa dal comitato dei precari della Scuola di Agrigento, e ricordare che «così non si produce ricchezza morale, né economica». La campana suona per l’Italia intera. «Senza il sapere il lavoro di domani non c'è. Il sapere è tradito in Italia», ha detto a Torino il segretario del Pd, Pierluigi Bersani.

Mezza Italia ieri in piazza a protestare. Da Trapani, Siracusa, Agrigento, Bari – il comitato promotore – che raccoglie tutte le città siciliane, maanche la Calabria e la Puglia, l’adesione di Flc –Cgil, Sel, il Pd. Sono partiti da piazza Cairoli e hanno marciato fino alla riva dello Stretto, per bloccare il traghettamento pubblico per ore, perché «i soldi del ponte sono nostri». Un luogo simbolo, per dire che i tagli «non sono giustificati». E un dispiegamento di forze dell’ordine che produce ben 25 denunce per reati contro l’ordine pubblico. Mentre si appellano al Presidente della Repubblica: «Carissimo Presidente - recita commossa Maria Rita Gadaleta -, siamo qui come comitato perché a 150 anni dall’unificazione vogliamo riscrivere la Storia di questo Paese: non vogliamo un ponte di cemento ma di solidarietà».

Vogliono essere ascoltati, perché si sentono ignorati: «Per le televisioni noi non esistiamo», sottolinea ancora la Panella. Così quando arriva la Rai, i cori si allontanano dalla Gelmini per zoomare su Minzolini: «Vergogna, vergogna», gridano contro le televisioni. Vogliono ribattere a quel che dice Maria Stella Gelmini, «ché lei si può parlare, e menziona sempre queste percentuali: 98 per cento della spesa scolastica va agli stipendi. Così tutti pensano sia giusto che vada meglio bilanciata con la didattica: ma cos’è la didattica senza gli insegnanti?», ripete più volte Samanta Bruno, precaria palermitana: «È importante dirlo perché il ministro indisturbato ripete sempre questa tiritera, intanto, che spostino la spesa sulla sola didattica non ci crede nessuno ». C’è ansia di parlare, c’è il panico, tra questa gente, di non essere ascoltati. Così mentre il ministro della Pubblica istruzione sostiene di fare quadrare i bilanci, 25mila precari, in tutta Italia, mancano dall’inquadratura. Sono venuti qua a rappresentarli sulle due rive dello Stretto, per combattere una «battaglia di civiltà e democrazia». Intonano cori: «Vogliamo un solo disoccupato, ministro Gelmini sei licenziato», è lei la protagonista della manifestazione, quella della «riforma epocale: licenziamento totale». Alla quale chiedono «Manderai tua figlia in una classe di 33 alunni?». Un Ministro che «non viene in commissione», spiega Tonino Russo, del Pd, componente della commissione Cultura della Camera:«Un comportamento che segue una logica di disprezzo delle Istituzioni che parte dal Presidente del consiglio. Si tratta del più grande licenziamento di massa che il Paese abbia mai conosciuto».

Numeri che si declinano in storie, in vite: «Inizia la Scuola e non sappiamo niente di niente. Né io né mio marito: siamo rovinati», racconta Roberta Trombetta, docente di disegno da 20anni.E oltre i docenti anche i collaboratori, i bidelli. Roberto Vinciguerra, si agita, tira per la giacca, parla di corsa, ha paura di non essere ascoltato. Tocca rassicurarlo, può fare con calma, sarà ascoltato, con attenzione, così riesce a spiegare: «A 19 anni, cioè 24 anni fa, ho iniziato. E ora sono senza lavoro: non so che fare. Non ho più niente».

Intervento

La democrazia è a rischio anche tra i banchi

di Maria (Milli) Virgilio



Non c’è più spazio per confronti aperti e discussioni accese I dirigenti scolastici sono sotto pressione e costruiscono degli ordini del giorno in cui dei problemi non si parla più



È in atto nella scuola pubblica un capovolgimento della democrazia e della legalità costituzionale. Alle illegittimità della Riforma Gelmini/Tremonti (lo ha scritto il Tar Lazio) offrono fedele riscontro le amministrazioni scolastiche periferiche, soprattutto dove la protesta è più forte. Quanto alla democrazia scolastica e al rispetto della legislazione scolastica, possiamo stare tranquilli: sono leciti la presa di parola da parte degli operatori scolastici, l’uso dell’ironia e, come leggiamo sui giornali, i rapporti con la stampa. Peccato che questo valga solo per i superiori gerarchici. Solo per approvare le scelte governative. Solo per sedare le voci critiche e non disturbare il manovratore. Non vale infatti quando a esercitare la libertà di manifestazione del pensiero (che si lega strettamente alla libertà di insegnamento) sono docenti gerarchicamente subordinati che devono svolgere il loro ruolo didattico, educativo e formativo (per legge «attraverso un confronto aperto di posizioni culturali?»), e dunque agire in modo critico e costruttivo.

Quando la scuola pubblica è in crisi e il Governo la affonda, invece di rafforzarla (violando la legge - lo ha scritto il Tar Lazio - e scavalcando il Parlamento), allora vengono silenziati i docenti che non ci stanno. Quando le voci dissenzienti di studenti, docenti genitori, cittadini sono molte, questi momenti divengono conflittuali.

I superiori devono negarlo. Ma gli educatori degni di questo nome (subordinati,ma non supini) conoscono bene lo strumentario gerarchico e burocratico sfoderato contro i non acquiescenti. Per prima vengono stravolte le regole dell’autonomia scolastica e della vita democratica: nei collegi dei docenti e negli organi collegiali chi ha a cuore la scuola come bene comune non può dire quello che pensa, né dentro né fuori la scuola. Gli organi collegiali non vengono riuniti. Il Dirigente costruisce l’ordine del giorno escludendo i temi caldi che interessano i più. Si impedisce la presentazione di mozioni critiche. Viene ostacolata la consultazione dei verbali. Nei confronti di chi non cede si rispolvera il potere disciplinare. Dobbiamo essere consapevoli dicome in questo modo si sta deteriorando la quotidianità scolastica e la funzione stessa promozionale della scuola. Dobbiamo reagire per ripristinare ogni legalità violata. Altrimenti gli enti locali, pressati dalle esigenze concrete, verranno indotti a supplire ai tagli servendosi di servizi convenzionati e estendendo le privatizzazioni (sussidiarietà?). Le Regioni continueranno ad affidarsi solo alla mediazione politica con il governo, limitandosi a salvaguardare per via giudiziaria solo i loro poteri di autonomia legislativa in materia scolastica (federalismo scolastico?). Così riusciranno solo a strappare qualche posto in più, ma non riusciranno a contrastare lo sfascio complessivo.

L’analisi

Gelmini apre l’anno alla scuola del Gemelli. Meglio evitare fischi

di Fabio Luppino

Tanto certa della svolta «storica » impressa alla scuola il ministro Gelmini oggi eviterà accuratamente di andare a prendere applausi al classico Mamiani o al Parini di Milano. Neppure nei disastrati istituti delle mille periferie abbandonate da questo governo al degrado, anche culturale. No, il ministro con un atto di coraggio alla rovescia andrà, secondo indiscrezioni, lì dove nessuno avrà soprattutto la forza di muoverle critiche: nella scuola del Policlinico Gemelli di Roma. Un gesto toccante, indubbiamente. Avrà accoglienze festanti.

Cercare applausi così è l’ultimo atto di una campagna demagogica servita a nascondere una realtà drammatica. Ieri c’è stata anche la copertura di Berlusconi che di certo non mette piede in una scuola da sessant’anni, in una scuola vera, di quelle scrostate, con i banchi segnati e le finestre chiuse da serrande mai riparate perché nonci sono soldi. Più inglese, più informatica, più impresa, più internet? Ma lo sa il premier cosa prevede la riforma del suo ministro? Magari un test Invalsi in merito farebbe capire quanta distanza c’è tra la destra benpensante e la scuola in carne e ossa, derelitta da loro negli ultimi due anni, a partire da chi la fa, i professori. Una umiliazione per i genitori che hanno già ricevuto gli appelli dei capi d’istituto (quando ci sono, perché ne mancano sedicimila e si moltiplica dunque la figura del preside reggente, che per governare un’altra scuola riceve solo 700 euro in più, una miseria) a collaborare per la cartaigienica, le fotocopie, i toner, la pulizia delle aule, qualcos’altro?

La cosiddetta riforma delle superiori stronca vite e carriere. Migliaia di professori a cinquant’anni da oggi rinunciano a lavorare, perché nessuno li chiamerà. E non è affatto vero che saranno riassorbiti nei prossimi otto anni. La matematica non è un’opinione: tra quattro anni, quando la riforma andrà a regime in modo integrale anche nei licei, le ore per insegnare saranno molte meno delle attuali, già drammaticamente ridotte. I precari saranno sempre gli stessi, anzi di più.

La «svolta storica» di Gelmini riguarderebbe anche il merito. Ma come si fa ad assecondare i meritevoli quando in una classe ci sono anche 35 alunni e quasi mai meno di trenta...

Come si fa a garantire il diritto all’istruzione ai disabili e ai non disabili quando il rapporto disabili prof di sostegno si alza, sempre più ragazzi per un docente, a dispetto di certe statistiche usate da giornali ben orientati a suonare fanfare, spesso senza conoscere sulla materia, al rigore fasullo di viale Trastevere.

L’ultima tirata demagogica riguarda la valutazione degli insegnanti. Magari, lo chiedono i professori stessi da anni, perché è certo, come in ogni dove, che a scuola ci sono i furbi e quelli che non si risparmiano mai, che fanno da docenti e da assistenti sociali, da madri e da padri di figli non loro in una società dove non si investe per superare le disgregazioni familiari. Ma come fa a dirlo un ministro che andò a cercare, con spregio del pericolo, la commissione menosevera per accedere alla professione di avvocato?

Flash mob della Rete degli studenti Casco giallo contro «le macerie»

Casco giallo in testa per proteggersi «dalle macerie causate da Gelmini e Tremonti», al suono della prima campanella del primo giorno di scuola gli studenti organizzeranno flash mob davanti alle scuole di numerose città della penisola: lo annuncia la Rete degli studenti.

«NON DAREMO RESPIRO»

«Partiremo con una protesta - affermano- che nondarà respiro al ministro Gelmini e alla sua opera distruttiva. Il13settembre cominceremo a ricostruire quello che le forbici della Gelmini hanno distrutto: saremo davanti alle nostre scuole con dei caschetti gialli da lavoro, per proteggerci la testa dalle macerie che la Gelmini e Tremonti hanno causato e daremo inizio alla nostra ricostruzione». Per «flash mob» si indica un gruppo di persone che si riunisce all' improvviso in uno spazio pubblico, mette in pratica un'azione insolita generalmente per un breve periodo di tempo per poi successivamente disperdersi.

«Non si può considerare la scuola un'azienda in dissesto economico, i saperi un capitolo di bilancio sul quale risparmiare, le nostre vite uno spreco di denaro» protestano gli studenti, che annunciano di voler essere loro, insieme a tutte le componenti della scuola, a «ricostruire pezzo su pezzo le nostre scuole». Oggi, quindi, si comincia con le scuole di Venezia (liceo Foscarini), Torino (via Bligny e corso Dante), Roma(liceo Tasso e liceoMontessori), Frosinone (liceo classico Turriziani) Perugia (piazzale Anna Frank), Grosseto (istituto agrario Leopoldo II di Lorena). per poi proseguire a Bologna il 14 (istituto tecnico Aldini), a Palermo il 15 (VittorioEmanuele III), il 16 a Caltanissetta e il 25 a Lentini. DAVANTI AL MINISTERO Nel pomeriggio di oggi, infine, gli studenti saranno davanti al Ministero della pubblica istruzione a Roma, per continuare la protesta «fino a una grande mobilitazione studentesca in ottobre».

Milano, oggi.

E una doverosa premessa: qualunque cosa è meglio del nulla attuale, privo di visione che non siano vaghi medioevi signorili prossimi venturi, condito di sparate senza senso, guarnito di odioso razzismo e spudorata strumentalità fine all'affarismo. Ma la soluzione che sta emergendo onestamente pare sbucata fuori dalle classiche battute qualunquiste da bar. Lo stesso tipo di battuta che (molti) anni fa diceva più o meno: la presidenza della Repubblica non conta un cazzo, mettiamo lì Gianni Agnelli che almeno è elegante e parla bene.

E giusto per restare ancora un istante in questo genere di fantapolitica nazionalpopolare, cosa si sarebbe pensato se ai tempi suoi, invece del cognato, Craxi avesse puntato su – tanto per fare un nome fra i tanti – Trussardi, per la poltrona di Palazzo Marino? Elegante, eloquio gradevole, bella presenza, capacità di relazione a prova di bomba, e in varie direzioni, politiche e non. Che ci vuole di più? Appunto, cosa si sarebbe pensato ai tempi, e cosa si deve pensare oggi, col “candidato della società civile” che il Pd milanese sembra aver finalmente pescato?

Cito dalla pagina nazionale di Repubblica (1° settembre 2010), che per la seconda volta torna (anche giustamente) sul tema: “Un’archistar che sta disegnando il Cerba, il Centro europeo per la ricerca biomedica promosso da Umberto Veronesi e realizzato da Salvatore Ligresti, ma il cui cuore batte a sinistra. Tradizione di famiglia, alto borghese e milanesissima. Il profilo giusto, secondo il vertice milanese del Pd, per rappresentare un mondo partecipe della politica cittadina ma lontano dalle ideologie”. Questa è una frase – più o meno - qualsiasi, presa dalla parte centrale dell’articolo. Provo a scomporla e vedere cosa può dire al popolo bue & sovrano, con un approccio più o meno da wikipedia.

Archistar. >Figura sociale che evoca nell’immaginario collettivo del terzo millennio sensazioni simili a quelle degli stilisti verso la fine del XX secolo, o dei leader postcoloniali nel dopoguerra, o ancora prima dell’ingegnere jack-for-all-the-trades ottocentesco. Mentre noi stiamo a guardare affascinati i metri quadri di tavole a colori esposte all’immancabile urban center di Casalpusterlengo, nella sala consiliare accanto di solito stanno votando all’unanimità la demolizione dell’abitato dove sta casa nostra, per far spazio al nodo di eccellenza globale appunto progettato dall’archistar. Che bello, in futuro, guardare ogni mattina dal campo profughi in cui ci avranno simpaticamente alloggiato sorgere il sole, che si riflette sulle pareti a specchio del centro congressi!

Cerba. Centro Ricerche Biomediche Avanzate. Per fare le ricerche biomediche avanzate, come dice la parola stessa, bisogna avanzare, dal margine della città costruita verso la Tangenziale, esattamente per sessanta ettari di terreno agricolo, precedentemente destinato a parco dai comunisti. Obiettivo quindi condivisibile da chiunque si senta di casa in “un mondo partecipe della politica cittadina ma lontano dalle ideologie”. Lontano dalle ideologie, ma vicino alla Tangenziale. Sui disegni dei progetti firmati archistar, tra l’altro la Tangenziale confina direttamente con l’Oltrepo pavese e le sue colline farcite di vigneti. Visto cosa ci impedivano di vedere, tutte quelle ideologie?

Umberto Veronesi e Salvatore Ligresti. Vedi secondo paragrafo. Non sono né cognati di Craxi, né stilisti. Ma vedi comunque secondo paragrafo.

Alta borghesia milanesissima. Vedi Moratti. Vedi anche physique du role?

Il cuore che batte a sinistra. Al momento una quantità sterminata di cuori, che battono più o meno ognuno per proprio conto, ahimè distribuiti con densità residenziali anche inferiori ai classici due per capanna: che sia quello il villaggio globale? Assomiglia molto di più allo slum globale di Mike Davis.

Proprio il posto in cui rischiano di trascinarci quei genialoni delle grandi strategie di consenso progressista: non si era detto prima facciamo i programmi, e poi troviamo un candidato. Col cuore che batte, la borghesia milanesissima e tutto il resto, ma per fare cosa? Solo per farci ribollire nel brodo archistar della comunicazione efficace copiata dalla concorrenza? Oppure il programma non importa cercarlo, perché basta andarlo a cercare nelle varie parole chiave citate, in neretto e non, con relativi programmatori?

L’unico progetto citato, non è naturalmente l’unico in assoluto, e anzi il ruolo istituzionale di tutte le archistar globalizzate pare proprio quello, ovvero di verniciare di scintillante desiderabilità collettiva alcuni interessi particolari. Che naturalmente nella vulgata neoliberale poi dovrebbero scendere a cascata come manna a beneficiare tutti. Si potrebbe per esempio citare il gigantesco intervento alla Maddalena, prima sede del G8, poi espropriata a favore del palcoscenico post-terremoto abruzzese, e con l’archistar esattamente nel ruolo di chi doveva far digerire alla società locale, a colpi di immagini, promesse (anche qualche aggiustamento, dai!) il progettone calato dall’alto, con tutti i suoi impatti.

Nulla di fazioso in tutto quello che si è detto sinora, salvo l’imbarazzo davanti all’ennesima pensata di una sedicente classe dirigente, che prima ancora di aver proferito sillaba a proposito di una visione alternativa per la metropoli, si sceglie il candidato-immagine, che a parere di chi scrive non “parla” solo nelle intenzioni dichiarate, ma anche e forse soprattutto nei risultati concreti. Di sicuro non in certe enunciazioni “programmatiche” nel migliore stile rendering, traboccanti di suggestioni, ma che non vanno oltre gli abituali I have a dream che, mi si consenta, anche in anni recenti dalle nostre parti non hanno raccattato molto.

Specificando in conclusione, che comunque, si può anche sostenere che è meglio del nulla attuale, che una pagina bianca è meglio … di una pagina nera. Neh? Ma parliamo di programma, e poi magari anche di chi tiene in mano il telecomando.

«Siamo il Comune dove si è costruito meno all’Elba. Avremo pur il diritto di ritagliarci anche noi il nostro sviluppo? È la convinzione del sindaco di Rio Marina, Francesco Bosi (Pdl), smentita proprio ieri dalla giunta della Regione Toscana che ha annunciato la sospensione dell’efficacia di cinque previsioni contenute nel regolamento urbanistico, in quanto si ravviserebbero possibili profili di incompatibilità e contrasto tra le previsioni del Comune e la disciplina paesaggistica del Piano di indirizzo territoriale». (Corriere di Firenze, pagina locale del Corriere della Sera, 8 agosto) Lo stesso sindaco: «Se questo è il nuovo corso stiamo freschi» (Repubblica, 8 agosto)

«Più posti barca, ma meno cemento e costi più bassi per una clientela medio-bassa. Così l’assessore all’urbanistica Anna Marson sintetizza il nocciolo politico delle modifiche al master plan sui porti, allegato al Pit, che l’ex assessore regionale Riccardo Conti fece approvare nel 2007. Un nuovo strappo rispetto alle linee di politica urbanistica della precedente giunta guidata da Claudio Martini.» (Tirreno, 10 agosto). «La linea dell’assessore è chiara: più posti barca, ma meno cemento e costi più bassi per una clientela medio-bassa. Questo perché, dicono dalla Regione, i costi di un posto barca oggi sono troppo elevati e penalizzanti per una clientela medio bassa» (Corriere fiorentino, 11 agosto). Risponde Gianni Anselmi, sindaco di Piombino di centro sinistra: «sbagliato, nella mia città voglio portare i mega yacht» (Tirreno, 11 agosto). «Urbanistica, il Pd frena la Marson. Direzione regionale contro l’assessore di Rossi» (Titolo del Corriere di Firenze, 12 agosto). E ancora: «La volontà di ritoccare il master plan dei porti varato nel 2007 dall’allora assessore Riccardo Conti ha provocato parecchi mal di pancia proprio a Piombino, città del segretario regionale (del Pd) Andrea Manciulli. » (Corriere di Firenze, 12 agosto.) «Di fronte alle parole della Marson, il malumore del sindaco di Piombino Gianni Anselmi, … è rilevante, ma ad aprire un caso politico sono le parole del responsabile ambiente e infrastrutture del Pd toscano Matteo Tortolini che boccia su tutta la linea l’impostazione dell’assessore regionale.» (Tirreno, 12 agosto). «Pd contro Marson. Sani (deputato e coordinatore della segreteria del Pd toscano): nessuna sfiducia, ma deve confrontarsi» (Unità 15 agosto).

Sono alcuni esempi dell’insofferenza, in consonanza con il Pdl, di parte del Pd, quella sviluppista che ha come referenti la vecchia guardia del partito e la sua burocrazia. E’ il Pd che si trova molto più a suo agio con i Ligresti e i Frattini che con la gente comune. Nello sfondo una nuova versione dell’assalto del territorio più pregiato – le coste, ma proprio sul mare – condotta dal grande capitale: a Donoratico, a Talamone, al parco di Rimigliano a Capalbio e via cementificando. Non che sia finita l’era delle villette legali o abusive. Completamente abusive quelle scoperte dalla Guardia di Finanza, quando già erano state messe in vendita: 98 villette costruite nel comune di Scarlino (amministrazione di centrosinistra) al posto di una residenza turistico-alberghiera - che Comune distratto!

Le buone notizie sono: 1) alcune grandi opere sciagurate e fortemente sostenute dalla passata amministrazione regionale stanno entrando in crisi per mancanza di risorse finanziarie, in primis l’autostrada tirrenica dove la stessa Sat vuole ritornare al tracciato sull’Aurelia. 2) molti sindaci eletti nel centrosinistra o del Pd sono favorevoli al nuovo corso della Regione: si veda il sindaco di Portoferraio che dice «basta seconde case solo la qualità ci fa vincere! » (in effetti uno studio dell’Irpet dimostra che producono una perdita secca per l’isola). 3) Il sostegno del presidente Rossi ad Anna Marson. 4) La conseguente iniziativa di rivedere il Pit e la legge di governo del territorio, non per ristabilire vecchi e ormai anticostituzionali principi gerarchici, ma per rendere effettiva una collaborazione fra Regione, Province e Comuni che assicuri la sostenibilità del territorio e un’efficace tutela del paesaggio; e anche di uno sviluppo a favore dei redditi medi e bassi e non degli speculatori edilizi e del grande capitale interessato solo alla clientela affluente, quella che si arricchisce nelle crisi economiche. E’ una (moderata) politica di sinistra, ma che male c’è?

Nelle ultime settimane le decisioni della Fiat hanno suscitato reazioni e commenti sulle prime pagine dei giornali. Ora l’attenzione sta scemando ed il trasferimento della produzione in paesi dove le imprese possono ridurre i salari e scaricare oneri e costi sulla collettività viene presentato come un evento ineluttabile o le cui responsabilità vanno attribuite alla irragionevolezza dei sindacati. L’acritico riferimento alla cosiddetta globalizzazione e alle presunte leggi della competizione serve a molti per nascondere le cause che provocano la chiusura delle fabbriche ed ignorare il peso che nelle specifiche situazioni ha il valore del suolo sul quale sono insediate.

Assai opportune sono, quindi, le riflessioni che eddyburg ospita sull’intreccio tra rendita e profitto e sulla complicità di politici e tecnici nel promuovere, sostenere e propagandare la trasformazione delle città da luoghi del lavoro a siti per il divertimento. A tali riflessioni non sembra inutile accompagnare una, seppure sommaria, rilettura delle vicende di tre città che nella seconda metà del ventesimo secolo sono state forgiate dalle scelte e dagli interessi dell’industria dell’automobile.

Detroit

Nel 1950 Detroit era la città americana che “cresceva” di più. Il reddito medio dei suoi 1.900.000 abitanti era più alto di quello delle altre grandi città e più alta era anche la percentuale di case in proprietà. Il suo successo era legato a quello delle tre big dell’automobile - Ford, General Motors e Chrisler - che controllavano ogni aspetto della vita cittadina. Dopo il primo insediamento di Ford nel 1903, l’industria automobilistica aveva avuto un impulso straordinario durante gli anni dell’amministrazione Roosevelt che aveva concentrato nelle fabbriche dell’Arsenal of Democracy la produzione di aeroplani e veicoli da combattimento. Grandi masse di lavoratori, molti dei quali afroamericani, erano affluiti in città, la cui struttura venne profondamente cambiata dalla costruzione di edifici e infrastrutture.

Di fronte ai primi segnali di crisi degli anni ’60, invece di investire in innovazione per produrre modelli adatti a far fronte alla concorrenza giapponese e al crescente prezzo del petrolio, i padroni di Detroit trovarono più conveniente chiudere, ridimensionare, o trasferire le fabbriche e lucrare sulla rendita fondiaria e immobiliare. Con il supporto e la collaborazione dell’amministrazione cittadina che ne condivise ogni scelta - dalla infruttuosa promozione della candidatura di Detroit alle Olimpiadi del 1968 alla costruzione del gigantesco Renaissance Center, alla realizzazione di 3 grandi casino per revitalizzare l’economia grazie all’industria del gioco d’azzardo, innescarono una ristrutturazione economica, sociale e fisica dagli effetti devastanti.

Motor Town, la città dell’automobile, è così diventata la città “che muore più velocemente”. Nel 2010 gli abitanti sono circa 900.000 - la metà rispetto a 50 anni fa- oltre l’80% sono afroamericani e la disoccupazione e la povertà continuano a crescere. Accanto al degrado sociale, una delle conseguenze forse meno note della distruzione delle industrie è l’enorme numero di lotti abbandonati o in demolizione - la cui superficie complessiva ammonta ormai ad oltre un terzo della città - che stanno tornando semirurali.

In questa “prateria urbana”, che potrebbe essere considerata una rivincita della natura, un numero crescente di piccole aree vengono occupate da gruppi di cittadini che le coltivano dando origine ad una sorta di economia agricola di sussistenza.

Alcuni vedono in queste iniziative un segnale positivo, non solo della volontà di resistenza degli abitanti ma per il tipo di organizzazione fisica e spaziale a cui possono dar luogo, altri le considerano un modo inefficiente di uso del suolo. Le critiche più forti vengono da quegli imprenditori che non contestano l’opportunità di usare la terra a fini agricoli, ma ritengono che l’operazione vada fatta su scala commerciale. Per questo hanno iniziato a comprare interi isolati vuoti e chiedono alla città la cessione gratuita della terra di proprietà pubblica, oltre che cospicui incentivi ed esenzioni fiscali, per avviare le loro “fabbriche agricole”.

Come sempre per i detentori del capitale, è dall’enclosure delle terre comuni, dalla privatizzazione delle risorse di tutti, che si deve far ripartire il ciclo dello sviluppo.

Il sindaco Coleman Young - che da giovane aveva lavorato alla Ford - ed Henry Ford II durante l’inaugurazione del Renaissance Centre ammirano la torta che riproduce gli edifici

Torino

Negli anni ’50, Torino era in piena espansione economica e fisica. Grazie ai fondi del piano Marshall e agli aiuti del governo italiano, che costruì interi quartieri per alloggiare i 300.000 nuovi abitanti fatti affluire per rispondere alle sue esigenze di manodopera, la Fiat trasformò Torino nella “Detroit d’Italia” e divenne la padrona della città.

Alle lotte operaie degli anni ’60 e alla “crisi” la società degli Agnelli rispose con una accelerata automazione e con il “decongestionamento” di alcuni impianti in località dove la forza lavoro era più docile, nonché con la diversificazione degli investimenti e il ridimensionamento della parte industriale a vantaggio di quella finanziaria. Stabilimenti e filiali situate in aree divenute pregiate vennero chiuse ed i terreni fino ad allora rimasti sottoutilizzati vennero destinati a gigantesche operazioni immobiliari con il sostegno delle pubbliche amministrazioni e dei più famosi architetti. Se ovunque l’avvio delle dismissioni industriali e dei grandi progetti di riqualificazione e rivalorizzazione del territorio coincise con la nascita dello star system in architettura, la Fiat si dimostrò all’avanguardia anche in questo settore e nel 1983 indisse una consultazione internazionale di 20 grandi firme per esplorare il futuro del Lingotto. Presentandone i risultati, molto lucidamente Giovanni Klaus Koenig scrisse “non è poi così assurdo identificare nella grande industria l’unica forza economica e culturale capace di sostituire il principe, il papa o il re di Francia nel dare un nuovo volto a un brano di città”. E, brano dopo brano, a tutta la città e alla società.

Negli anni successivi la ristrutturazione di Torino non ha conosciuto sosta, la città ha perso (scacciato) 350000 abitanti e conquistato un posto nella mappa degli eventi per turisti e benestanti. Il piano regolatore del 1996 ha sancito la nuova “visione” e le Olimpiadi hanno accelerato il processo di valorizzazione turistico immobiliare la cui evoluzione viene con devozione seguita e propagandata dall’amministrazione comunale e dal suo dipartimento di urban marketing.

Ai superstiti di Mirafiori, non resta ora che sperare che non si intenda “rivalorizzare” il loro ghetto.

Il sindaco Sergio Chiamparino e il suo predecessore Valentino Castellani esibiscono fasci di biglietti delle Olimpiadi

Kragujevac

Già capitale della Serbia, Kragujevac è una città di media dimensione con una consolidata tradizione industriale e una buona dotazione di servizi ed attrezzature. Nel 1953, la Fiat cominciò a produrre automobili negli stabilimenti della Zastava, che fino ad allora aveva fabbricato soprattutto armamenti, ed ha continuato ad espandere la propria attività nel complesso industriale che, però, rimaneva di proprietà dello stato jugoslavo. Negli anni ’90, durante la prima guerra scatenata dalle multinazionali e dai loro governi per ridurre all’obbedienza i paesi riluttanti ad accettare le regole del fondo monetario internazionale e dell’organizzazione internazionale del commercio, la fabbrica è stata bombardata dalla Nato ed i suoi addetti hanno perso lavoro e reddito. Un territorio che viveva dignitosamente è stato devastato in modo tale da poter esser ribattezzato “la valle degli affamati”.

Ma l’importazione della democrazia richiede qualche sacrificio ed ora “tutto sembra andare per il meglio”. La Fiat finalmente ritorna, dice il sindaco, che la accoglie come un benefattore., dimenticando che lo stato serbo ha dovuto “venderle” fabbrica e terreni oltre a garantirle vantaggi economici molto rilevanti. Dal canto suo la città, che ora può vantarsi di essere una mecca for investors, ha avviato un piano di investimento e di sviluppo che consiste nella cessione del ricco patrimonio fondiario pubblico e nella cementificazione del generoso sistema di verde urbano che la città socialista aveva conservato.

Nel sito dell’urban directorate del comune di Kragujevac si può consultare la mappa con le aree già cedute ai privati e scempiate da centri commerciali, uffici e condomini - che non sembrano alla portata dei locali abitanti cittadini - e quelle “in offerta”, accanto ad ognuna delle quali, con apprezzabile trasparenza, compare l’indicazione che le vigenti prescrizioni possono essere modificate “per rispondere alle richieste degli investitori”. Grazie a queste iniziative il Ministero per l’economia e lo sviluppo regionale, dopo una valutazione condotta assieme agli esperti di USAid e delle istituzioni internazionali che “aiutano” la Serbia nel suo passaggio al “libero mercato”, ha concesso a Kragujevac il marchio di business friendly city.

L’urbanistica come arma di guerra

Se è un luogo comune che le città, come le società che le costruiscono, sono in continuo cambiamento, bisognerebbe cercare di estrarre da una congerie di fatti una logica e non limitarsi a registrare la successione degli eventi Chi è stato ridotto alla fame non ha altra scelta che accettare le condizioni che gli vengono imposte, ma i commenti circa la lungimiranza degli amministratori che regalano il loro paese agli investitori stranieri sono inappropriati se non osceni. Non sappiamo se tra vent’anni il fondo monetario internazionale ci obbligherà a mangiare il pomodoro prodotto nella urban farm di Detroit, se Torino sarà l’elegante sede del parlamento della Repubblica del nord e Mirafiori un parco a tema dal titolo “c’era una volta l’industria”, se Kragujevac attirerà fondi di ricerca dalla unione europea per riconventirsi e diventare un modello di città sostenibile. E’ certo, però, che le vicende di queste tre città, “essenzialmente produttive” secondo la terminologia usata da Jane Jacobs, mostrano che il presunto conflitto tra rendita e profitto non esiste dal momento che chi possiede denaro lo può spostare da una parte all’altra del pianeta e da un’attività all’altra alla ricerca del più alto rendimento e può usare l’urbanistica come arma nella guerra per il possesso della terra e delle risorse comuni.

Come avrà sicuramente detto anche Oscar Wilde, dalla morte nasce la vita, eccetera. Insomma stamattina col caldo padano ancora a livelli sopportabili sono andato al cimitero, per annaffiare il micro giardinetto sulla tomba dei miei. E nella relativa tranquillità della necropoli, trascinando su e giù dalla fontanella la dozzina di innaffiatoi che ancora servono a far sopravvivere le piantine nuove, ripensavo alla notizia appena letta sul Corriere della Sera, e che riguardava una zona quasi adiacente al cimitero: la famigerata Cascinazza.

Un articolo ripreso anche da eddyburg, dove si racconta l’ennesima micidiale stronzata dell’urbanistica targata centrodestra per la striscia residua di green-wedge attorno al corso del fiume Lambro: una bella botta di grattacieli, che fanno tanto moderno! Anche qui, scimmiottando benissimo i cugini di cordata milanesi, e ignorando naturalmente qualunque realtà tangibile e logica (a costruirne un’altra ci pensa poi la propaganda) l’enfasi è tutta sullo “sviluppo”, sulla “densificazione” e naturalmente sul “creare nuovo verde” con la classica tecnica per cui si prende un ettaro apparentemente smaterializzato, si costruisce su tre quarti della superficie, e sul quarto rimanente si “crea” il verde, di solito pure a patchwork discontinuo, che troppo grande magari ci vanno quegli sporcaccioni dei rom, o quegli altrettanto sporcaccioni di immigrati sudamericani con le loro feste all’aperto.

Dato che con questo caldo si finisce sempre per svegliarsi un po’ più presto del solito, prima di andare al cimitero avevo anche letto un altro articolo, stavolta dedicato all’Expo 2015. Un anno 2015 che ormai si avvicina pericolosamente, e mentre i nostri grandi eroi del decisionismo centrodestro si cimentano sui massimi sistemi dall’arraffo, questo è mio e questo pure, la natura ahimè sta facendo il suo corso. Perché qual è il tema dell’evento? Lo sappiamo tutti: nutrire il pianeta, e quindi anche i nostri tossici del cemento hanno dovuto accettare, per adesso solo nei sognanti rendering degli ubiqui architetti creativi, le famose serre, il percorso nella natura addomesticata a scopi agricoli, insomma tutte quelle cose lì. Ma alla natura non si comanda, nel senso che ha i suoi tempi, i pomodori non maturano dall’oggi al domani, e men che meno è possibile chiamare una task force internazionale di architetti e scenografi teatrali per allestire quei campi coltivati la settimana prima dell’inaugurazione.

La cosa, piuttosto ovvia, la spiega sull’edizione locale de la Repubblica un preoccupato agronomo: questi si scannano per la presidenza delle società, per i terreni in proprietà o in comodato, ma non ci azzeccano proprio coi tempi inderogabili (davvero inderogabili) del terreno vivo, delle cose che ci crescono dentro, del ciclo naturale ecc. ecc. La vita, la morte, la rinascita … insomma tutti quegli argomenti che finiscono per frullare nella testa, anche senza rendersene conto, girellando per cimiteri.

Al ritorno, in bicicletta, ho deciso di passarci, dalla Cascinazza, dove al momento riescono ancora a brucare le capre, e c’è un ambiente coerente da terzo millennio, mica da anni ’60 di brillantina, Macedonia filtro, e gomito fuori dal finestrino, come piace a certi modernizzatori nostrani. Ed è scattata l’intuizione. Mica tanto geniale a dire il vero, ma tocca accontentarsi. Provo a riassumerla.

A Milano non riescono a fare i campi per l’Expo. A Monza (non nella savana africana, e neppure nella Capitanata) c’è una splendida area agricola, sostanzialmente poco conosciuta dalla cittadinanza salvo appassionati, oggetto di cupidigia da lustri, e vitale per uno sviluppo urbano davvero equilibrato, come ribadiscono da almeno mezzo secolo tutti i piani urbanistici degni di questo nome (patacche escluse). Uno degli elementi di maggiore debolezza, per resistere alle solite pressioni speculative, anche alle più spudorate, è la scarsa conoscenza delle aree da parte degli abitanti. Non è un caso, se ad esempio col parco di greenbelt a Milano spesso qualche assessore fa sparate incredibili sul valore ambientale vero o presunto di certe parti di territorio: se lo può permettere, perché sono pochissimi coloro che effettivamente sanno di cosa sta parlando. In breve, un’area di qualità, frequentata, che contribuisce a costruire l’identità locale, che è percepita come parte integrante e indiscutibile della città, è oggetto di spontanea vigilanza per quanto riguarda trasformazioni ed eventuali speculazioni.

Per disegnare una manciata di rendering di campi e serre probabilmente non c’è neppure bisogno di scomodare qualche archistar chiacchierina che le ribattezza foresta trasversale, o viticcio regionale: basta magari un bel concorso fra studenti di un istituto d’arte. A Monza ce n’è uno, di istituto d’arte, giusto dentro la Villa Reale, altro oggetto di parallela cupidigia. Poi, naturalmente, che si facciano o meno, le cose, dipende da tante variabili: ma vuoi mettere l’immagine? L’idea che quello è un parco, un posto dove si va, visibile, accessibile, bello, pieno di gente e di cose da fare, stramoderno con le urban farm che sono il fiore all’occhiello di qualunque amministrazione davvero progressista.

Cose da fare, cose concrete, cose visibili: questa è l’immagine di un Partito del SI, lontana mille miglia sia dalle lamentele perché non si hanno abbastanza conduttori televisivi prezzolati, sia dai sorrisetti di compatimento, perché con quattro serre di cetrioli idroponici non si riesce a “superare il capitalismo”.

In effetti non era nelle intenzioni. Ma non risulta però che coi sorrisetti sofferti di compatimento si sia mai superato alcunché.

Nota: gli articoli citati nel testo sono quello di Riccardo Rosa dal Corriere della Sera, sui grattacieli alla Cascinazza, e quelli di Alessia Gallione da Repubblica, dedicati alla "emergenza serre" nell'area Expo (f.b.)

Pare che la crisi ecologica del Golfo prodotta dalla piattaforma petrolifera BP abbia innescato uno sgradevole ma diffuso sentimento anti-britannico. Niente a che spartire con le doverose rimostranze del presidente Obama al premier David Cameron, per affrontare contemporaneamente l’emergenza ambientale e quella finanziaria sull’altra sponda dell’Atlantico. I sentimenti che prevalgono sono in fondo quelli di sempre nei paesi che si sentono “sfruttati”: l’invasione dall’esterno, la convinzione che con quella gente è meglio non averci proprio a che fare ecc. Qualcuno evoca addirittura antichi rancori da colonia ribelle contro la corona imperiale.

Pro o contro questo diffuso sentimento naturalmente intervengono sulla stampa i commentatori, e un articolo su un quotidiano sembra particolarmente progressista nel suo sottolineare come globalizzazione debba essere soprattutto cooperazione, non scontro fra universi chiusi. Del resto, ricorda l’autore, per molti anni si è strologato di una vera e propria megalopoli virtuale transatlantica, la cosiddetta “NyLon” (contrazione di New York-London), unificata non solo dai flussi finanziari sui cavi telematici, ma da un vero e proprio pendolarismo di persone, e conseguenti strettissimi scambi di abitudini, interazioni spaziali, insomma come una specie di villaggio, a modo suo, salvo quel passaggio iper-spaziale sul jet, che però poi in fondo non è tanto diverso da un vagone della metropolitana, no? Si legge un giallo, si sbirciano i calzini orrendi del vicino, e dopo un po’ si scende in un altro posto …

Insomma un inno alla pace universale, alla fratellanza fra i popoli … macché: solo una santa alleanza di paladini del libero mercato contro i porci comunisti.

Avete letto bene: porci e comunisti. Per essere esatti i nemici sono di due tipi distinti, per quanto politicamente e culturalmente fusi: PIGS e socialist. PIGS è un eloquente acronimo, che sciolto suona semplicemente Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, ovvero gli inaffidabili lazzaroni mediterranei che hanno combinato tutto il guaio finanziario e adesso da par loro piangono miseria e pretendono elemosine. Pfui! I socialisti sono quegli strascichi di vetusto collettivismo idiota all’europea, tipo Sarkozy o peggio ancora quella carampana della Merkel, sul punto di chiedere qualche tipo di regolamentazione degli scambi finanziari. Ecco, insomma a cosa servirebbe, l’intesa transatlantica: a spezzare le reni a questi residuati della storia. Ma non è tutto, anzi a parere del sottoscritto è solo una specie di scusa. Lo si capisce dal nome dell’autore dell’articolo: Joel Kotkin.

Già, il tuttologo Kotkin, che spazia dalla demografia, alla sociologia, all’economia, alla geografia, ma soprattutto difende sempre la “libertà”, peregrinando da vero cavaliere errante attraverso le varie fondazioni e centri studi conservatori, fellow di qui, visiting professor di là, general consultant da un’altra parte. Statunitense, negli ultimi tempi lavora però a Londra, e qui si spiega in parte questa grande sensibilità ad organici rapporti transatlantici. Ma cosa fa, esattamente, a Londra? Ma fa il suo solito mestiere: predisporre studi e rapporti, come l’ultimo sponsorizzato dal conservatore Legatum Institute, dove si sostiene una granitica tesi: le politiche ambientaliste stroncano la mobilità sociale! Ovvero, scendendo un attimo dai grandi slogan e leggendo il rapporto: le politiche urbanistiche del Labour, per quanto elastiche in termini di tutela della greenbelt e urbanizzazione su aree davvero di recupero, fanno salire il prezzo delle case, impedendo ad esempio alle giovani coppie di iniziare a “salire i gradini” della vita. Il titolo è esattamente La Scala Spezzata. Dov’è finita la democrazia? Si chiede il desolato Kotkin.

Una domanda che l’autore, da diversi anni, si pone quasi sempre alla fine di riflessioni a ben vedere ruotanti attorno a un unico punto: la villetta nella prateria, simbolo e concrezione di tutto ciò che di buono e bello esiste al mondo. E che naturalmente è accerchiata dall’assedio delle forze del male. Il male, lo sappiamo, si nasconde ovunque, e cela le sue corna aguzze magari dietro le matite colorate del new urbanism quando chiede maggiori densità, solo un pochino meno dispersive dello sprawl speculativo peggiore; il male si nasconde anche dietro quei grossi papaveri di Washington, che invece di finanziare doverosamente a miliardi le autostrade, magari pensano di sperimentare quei carrozzoni clientelari che sono le ferrovie, le metropolitane, o altri inutili ninnoli effeminati, come pedonalizzazioni o piste ciclabili: doppio pfui! Sono decine, i rapporti, libri, studi (gli articoli sui giornali probabilmente migliaia) che Kotkin ha fatto orbitare nell’universo di dati, cifre, conclusioni, per poi farli atterrare nel porto sicuro del suo grande lotto con villetta e giardino, naturalmente attrezzato di svincolo, centro commerciale e posto di lavoro ad almeno venti chilometri che se no disturbano i giochi dei bambini.

E così si capisce anche questo ultimo viaggio nello spazio globale democratico (globale perché fra i buoni ci sono Cina, Russia, Singapore …) di libero mercato di Kotkin, anche se nello specifico stavolta l’articolo rinvia l’atterraggio dell’Enterprise sul prato della villetta ad una prossima puntata. Da dove era partito tutto? Non dalla perfida Albione, ma dalla BP, che tanto per chiarire ancora gli acronimi è molto, ma molto, più Petroleum che British. E come sa chiunque si sia occupato di insediamento disperso per più di un pomeriggio, il settore petrolifero e l’industria automobilistica sono i principali sponsor, almeno da tre generazioni a questa parte, di quello che si chiama sprawl, e che NON È un destino cinico e baro, o un prodotto di qualche architetto perverso, o ancora un segno di vitalità economica e insieme radicamento familiare. È un sistema socioeconomico all’interno del quale tutto si tiene, perché i consumi individuali e collettivi indotti, e gli investimenti pubblici indispensabili a questo modello, mantengono al centro i lucrosi profitti proprio del settore automobilistico e petrolifero, oltre ad altri (che dire ad esempio dei soli impianti di riscaldamento individuali?).

Proprio per evitare di perdere l’orientamento, e farsi trascinare nelle orbite galattiche della tuttologia a gettone che imperversa ovunque, ad esempio con certe sparate sul nucleare che si leggono in questi giorni in Italia, forse è meglio ricordare sempre che i grandi principi li abbiamo inventati noi. Nel senso che qualche nostro antenato vicino o lontano un bel giorno guardava la mela sull’albero, o la schiuma nel mastello, e ha cominciato a macinare qualche estrapolazione. Forse dopo l’invenzione della frutta in scatola e della lavatrice è il caso di rinfrescare, o quantomeno verificare, i grandi principi: compreso ad esempio il modo in cui guardiamo alla città dispersa. Energivora, antisociale, malsana, insomma culla di tutti i mali. Ma perché?

Chiederselo, continuare a chiederselo guardandosi intorno intendo, forse è l’antidoto migliore contro le parabole degli sviluppisti a tariffa variabile, o dei profeti di austerità altrui, che sotto sotto lavorano per in nemico … (eccetera).

Nota: il citato concetto di megalopoli virtuale Ny-Lon è stato oggetto di un fascinoso articolo di John Gapper sul Financial Times, 24 ottobre 2007, disponibile anche in italiano su Mall; l’opera sostanzialmente pro-sprawl, petrolio, automobili ecc. di Joel Kotkin è ampiamente documentata sia su http://eddyburg.it che su http://mall.lampnet.org ; e naturalmente anche quella di più rudimentali spaccamontagne nostrani, ma questa è un’altra storia. O no? (f.b.)

La costruzione della città pubblica, a cura di Mauro Baioni, Alinea Editrice, Firenze 2008, 160 pagine, ISBN: 978-88-6055-321-8; prezzo di copertina: € 20,00

ABSTRACT

Dalla casa ai trasporti, dall'ambiente ai servizi, il soggetto pubblico ha ridotto progressivamente il proprio ruolo, rinunciando non solo all'intervento diretto, ma anche all'esercizio di indirizzo e regolazione. Così facendo, si sono accresciute le disuguaglianze sociali e territoriali e i costi sopportati dai soggetti più deboli, dall'ambiente e dal paesaggio. L'urgenza di un recupero della costruzione della città pubblica appare non più rinviabile: ma come costruire una città vivibile, una città amica delle donne e degli uomini, dei deboli e dei forti? Come implementare le politiche pubbliche necessarie? Quali risorse mettere in campo, a quali modelli economici fare riferimento?

Nella seconda edizione della scuola estiva di pianificazione organizzata eddyburg.it si è tentato di rispondere a queste domande concentrando l'attenzione su quei temi caldi che legano più direttamente l'urbanistica all'esperienza quotidiana: la casa, la mobilità, l'ambiente urbano. In questo volume, che raccoglie i contributi dei docenti della scuola, sono illustrate le ragioni e le conseguenze del progressivo indebolimento della costruzione della città pubblica e - nella seconda parte - si indicano, a partire da alcune esperienze controcorrente (a Milano, a Napoli, in Toscana, in Puglia e in Emilia Romagna), alcune iniziative possibili, impiegando sia strumenti tradizionali, sia istituti e strumenti innovativi.

INDICE

PARTE PRIMA

Le ragioni della costruzione della città pubblica, di Mauro Baioni


Le parole chiave, di Edoardo Salzano

Il finanziamento della città pubblica, di Roberto Camagni

Case di carta: la nuova questione abitativa, di Giovanni Caudo

PARTE SECONDA

Napoli, l'attuazione di un piano integrato
trasporti-urbanistica, di Giovanni Lanzuise

I parchi della Val di Cornia
Un'idea che si è fatta realtà e chiede coerenze, di Massimo Zucconi

Riorganizzazione degli spazi pubblici e futuro della città: il sistema delle qualità, di Mauro Baioni

Politiche di sostenibilità per l'ambiente urbano: l'agenda 21 locale, di Francesca De Lucia

Politiche europee per la pianificazione integrata e sostenibile dell'ambiente urbano, di Maria Berrini

L'Emilia-Romagna e l'attuazione della legge 20/2000, di Giulia Angelelli, Luisa Ravanello, Maurizio Maria Sani

Riflessioni sull'intercomunalità, di Maria Cristina Gibelli

APPENDICE


Intervista ad Angela Barbanente di Mauro Baioni






Mauro Baioni, urbanista, dottore di ricerca in Politiche territoriali e progetto locale. Si è occupato della redazione di piani territoriali, urbanistici e attuativi (per i comuni di Asolo, Aquileia, Calenzano, Carpi, Duino Aurisina, Imola, Sesto Fiorentino, San Piero a Sieve, Scarperia e le province di Salerno, Lucca, Firenze e Foggia), come consulente e come collaboratore di Edoardo Salzano e Vezio De Lucia. Per tre anni è stato responsabile dell'ufficio di piano di Duino Aurisina (TS). Ha svolto attività di ricerca con le università IUAV di Venezia e Roma Tre. Fa parte dei collaboratori di eddyburg e ne organizza, dal 2005, la Scuola estiva di pianificazione.

Verde privato, verde pubblico

di Ivan Berni,

L’inizio di Via Washington offre lo spunto per una passeggiata istruttiva. Per una volta guardate per terra senza timore di incappare nei soliti souvenir del miglior amico dell’uomo: i larghi marciapiedi vi offrono piccoli tappeti erbosi perfettamente curati, sui quali spuntano ortensie o vasi di fiori.

Un cartello dà voce all’inconsueta presenza verde: «Per favore non calpestatemi! Sono un prato adottato dai cittadini che si stanno prendendo cura di me con entusiasmo. Gli amici cani non la devono fare qui! Grazie, vi offrirò magnifici fiori». Le aiuole parlanti si susseguono ordinate per un centinaio di metri, fino al civico 11. Poi il panorama torna il solito. Al posto dei praticelli, auto in sosta a spina di pesce. Spiazzi polverosi con qualche ciuffo d’erba agonizzante, sacchetti di plastica abbandonati e gli immancabili cumuli di mozziconi. Via Washington è una piccola metafora del tempo in cui viviamo e della pessima concezione dello spazio pubblico, e in fondo del bene comune, che anima chi governa questa città.

La nostra passeggiata racconta che lo spazio diventa realmente pubblico, fruibile, gradevole e curato soltanto quando viene "adottato" dai cittadini. Ovvero soltanto quando qualche "privato" decide di farsi carico di una missione pubblica. All’opposto, quando lo spazio pubblico rimane orfano – ovvero quando resta soltanto nelle cure del Comune, che si chiama così perché la sua missione è occuparsi delle cose di tutti – imperano trascuratezza e degrado. Lo sporco attira sporco. La sciatteria alimenta il disinteresse. Ciò che è pubblico non diventa mai spazio o opportunità per tutti: rimane figlio di nessuno.

Quel che è accaduto in via Washington misura la distanza siderale degli occupanti di Palazzo Marino dal "sentimento" con cui i cittadini vivono la loro città, ma al tempo stesso lancia un importante messaggio a chi spera che le prossime elezioni segnino una decisa inversione di tendenza. Chi vuol prendersi l’onore e l’onere di governare Milano deve fare i conti con una città che vuole tornare a essere ascoltata, che chiede partecipazione e cura. Che domanda ai suoi amministratori un progetto e una visione ma soprattutto la capacità di stare in sintonia col territorio, di intervenire sulle decine di piccoli problemi e trascuratezze che fanno sentire il milanese stanco e disilluso appena mette il naso fuori casa. Quelli di via Washington non si sono chiesti, prima di zappettare e seminare, se il loro sforzo sarebbe risultato patetico o inutile.

L’hanno fatto e hanno mostrato quanto patetica, e dannosa, sia invece una concezione di "bene pubblico" che ha dimenticato il significato della parola civismo e che per recuperare consenso e popolarità non esita a seminare paura e ansie securitarie. Lasciando ai cittadini la convinzione che chi occupa gli scranni del governo lo faccia per coltivare ambizioni e affari propri. E infine la convinzione che il fai da te sia l’unico modo per mostrare che il civismo è ancora vivo e praticabile. Nonostante l’amministrazione civica.

Monte Stella, paesaggio lunare svettano solo i tubi di plastica

di Ilaria Carra

Erba incolta e arida, qualche rifiuto, siccità. Aria da deserto, tutto intorno. C’è un tubo di plexiglas, lo shelter, a imprigionare le piantine. Uno per ognuna, bianco e alto 1,20 metri, o basso e verde, a seconda dell’essenza. Sono migliaia, arrivati nel quartiere tra marzo e aprile, davanti al Monte Stella, a ridosso del Palasharp, dietro al QT8: ontani, ciliegi, querce, noccioli. Piantati fitti fitti, in fila, su quattro collinette. Tutti mini, messi giù giovani. A guardarci dentro a quelle canne di protezione, in almeno la metà si trovano solo ramoscelli rinsecchiti e foglie marrone bruciato. Quattro collinette e un piccolo parco piatto davanti all’istituto delle Suore della Riparazione di via Salerio: cinque cimiteri.

Dopo le centinaia di piante già scheletri a quattro mesi dalla messa a dimora, in zona 7 alle spalle di San Siro, ecco un altro esempio di una buona iniziativa che finisce nel degrado. Eppure questo, tra le vie Benedetto Croce e Sant’Elia, è uno dei boschetti tematici inaugurati a giugno dal sindaco Moratti. "Di benvenuto", li hanno chiamati: un tocco verde per accogliere chi arriva o lascia la città: viale Suzzani, Cascina Gobba, via Pertini, alberi sparsi in zone di frontiera, alle porte di Milano.

La collinetta che se la passa peggio è quella che s’affaccia su via Benedetto Croce, compresa in un giardino più grande di recente creazione intitolato alla memoria dei caduti di Nassiriya. Un parco metà comunale (la zona tenuta meglio, dall’Amsa) e metà regionale (cestini strabordante e sporcizia ovunque). Le piante secche sulla collinetta sono più della metà. Proseguendo lungo via Croce si arriva a un poggio un poco più ampio sul quale le nuove piantumazioni sono state almeno 2.000. Lo spruzzino dall’alto gira lento e bagna, ma evidentemente non basta se il risultato sono arbusti e piantine scheletriche. In zona del progetto non sapevano nulla: «Ce le siamo ritrovati all’improvviso - denuncia Angelo Dani, consigliere Pd in zona 8 - E un paio di settimane fa abbiamo ricevuto un gruppo di residenti infuriati e delusi perché quelle nuove piante sono già tutte morte. Una vergogna».

Ci risiamo. Nuovo verde che arriva, poche cure, piante secche che se non si riprenderanno da sole sono condannate. Accade anche al miniparco in piano: «Erano delle dune così belle, bastava curare il prato - ricorda una suora che vive lì di fronte - invece ogni anno mettono giù nuove piante che poi non resistono. Per fortuna sono venuti almeno a tagliare l’erba settimana scorsa: sembrava una giungla e qui avevamo paura delle bisce. Ma sono venuti solo perché ha preso fuoco un pezzo di parco, c’è stato un incendio. Se no di gente qui a lavorare ne vediamo di rado». Non va meglio in via dei Missaglia, al quartiere Terrazze: qui le nuove piante a fusto già alto sono un’ottantina e, percorrendo la strada, si nota come la metà sia già color terra bruciata. «Più acqua», è la cura banale suggerita da qualche residente che passa e allarga le braccia.

Se in via dei Missaglia è il consorzio Coges che dovrebbe pensarci, il nuovo verde davanti alla Montagnetta dei milanesi è in carico all’Ersaf, l’Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste, che, secondo una convenzione con Palazzo Marino, ha realizzato, appunto, i boschetti "di benvenuto". E per il primo anno deve occuparsi anche della manutenzione, di queste piantine che vengono dal vivaio certificato di Curno: tutti semi prodotti dalle foreste lombarde. Poi si vedrà. Spiega il direttore di Ersaf, Sauro Coffani: «È stata una stagione tremenda, è piovuto poco: c’è criticità ma è nella norma, siamo al 10 per cento di morìa stando ai nostri tecnici. Spesso se ne piantano di più perché si va per diradamento naturale, anche la metà a volte. Gli impianti d’irrigazione vanno giorno e notte. Le piantine che dovessero morire entro l’anno saranno sostituite».

Gli alberi di Abbado uccisi dalla fretta

di Anna Cirillo

Chi vorrebbe nel proprio giardino una pianta che muore? Eppure questo è lo spettacolo che si presenta a Milano, dove molti dei giovani alberi piantumati in primavera sono in vera sofferenza, in parte già estinti. E anche se, come dice l’assessore al Verde Maurizio Cadeo, «il monitoraggio del Comune sulle piante è quotidiano, la moria fisiologica che abbiamo constatato è al 6 per cento, quando il limite fissato dalla facoltà di Agraria è dell’8», alla Coges, il Consorzio gestione servizi che si occupa del verde urbano, qualcuno non la pensa così. Quelle piante, messe a dimora in fretta e furia - decisione a febbraio e piantumazione a marzo - per dare una prima risposta al maestro Abbado (i famosi 90 mila alberi chiesti per tornare alla Scala) «sarebbe stato meglio piantarle in autunno. Poi gli alberi vanno in letargo, così possono preparasi meglio alla successiva primavera» dice un agronomo del consorzio che lavora da una vita nel settore. Invece, senza impianto di irrigazione e bagnati a mano, molti di questi alberi non hanno resistito all’estate particolarmente torrida e sono sotto forte stress. Anche perché l’autobotte per l’irrigazione a mano costa 800 euro al giorno, una bella botta.

La Coges, contratto con il Comune scaduto a giugno e prorogato fino a fine anno, è un consorzio di cui fanno parte sei ditte (Gaslini e Baronchelli di Milano, Rappo di Cusago, Premav, Santamaria e Malegori di Monza) che ha diviso la città in zone. Ogni ditta ha la sua: chi piantuma deve poi seguire le piante e abbeverarle. Ma è il consorzio che risponde al Comune e paga una penale se la moria è superiore al 10 per cento. E che deve, per contratto, sostituire la pianta che non ce la fa, senza chiedere altri soldi all’amministrazione. La piantumazione non è, però, esclusivo appannaggio del consorzio: la fanno, per esempio, anche le imprese che costruiscono case o box, e pagano con una parte di verde gli oneri di urbanizzazione, oppure l’Ersaf, l’Ente regionale per i servizi alla agricoltura e alle foreste, responsabile dell’impianto disastrato a Monte Stella.

L’assessore Cadeo difende il lavoro fatto puntualizzando che «la piantumazione è stata fatta da novembre a marzo, stagione agronomicamente corretta». Ma più di 5mila alberi, per esempio in zona 7, sono stati messi a dimora a marzo e tra questi molte le querce (quercus rubra) che, dice sempre l’esperto del consorzio, «non sono più adatte al clima ormai troppo caldo di Milano. Infatti sono quelle che muoiono». Per quel che riguarda gli impianti di irrigazione «li facciamo dove è possibile, altrimenti i costi sarebbero insopportabili - conclude Cadeo - . E comunque i conti si faranno a fine stagione. Vedremo quante piante andranno sostituite». «Il verde in città non dovrebbe essere una operazione di marketing e pubblicità - commenta invece Maurizio Baruffi, consigliere comunale del Pd - . Noi più volte abbiamo chiesto che ci venisse fornito un resoconto chiaro delle operazioni in campo. Mai avuto risposte. L’impressione è che ci si muova in maniera confusa e casuale. Sulle piantumazioni ci vuole una nuova attenzione, che sfugga al dibattito quantitativo su quanti alberi si piantano e punti, invece, alle condizioni necessarie per farli vivere meglio».

E nemmeno la città di pietra se la passa bene, come ci ha ricordato Vittorio Gregotti

Spero sia cosa ovvia affermare che la pratica di chiudere qualche gruppo sociale entro un recinto di muri sia la rappresentazione simbolica della paura delle comunità altre e del suo fantasmatico antidoto, cioè la sicurezza soggettiva o di una comunità in cui si pensa di riconoscersi. Non si può dire certo che manchino anche nella storia antica del nostro pianeta esempi della questione, anche se gli esempi dei nostri anni hanno allargato notevolmente le antiche motivazioni di difesa militare della costruzione delle mura della città, e della loro coincidenza con il limite città-campagna che ne definiva l'insediamento. Il borgo medioevale era sovente un luogo specializzato ma al servizio della città; persino la specializzazione funzionale degli insediamenti predicata dalla Carta d’Atene negli anni 30 del ventesimo secolo si presentava come un modo di essere della organizzazione della città senza recinti murati.

Ma gli esempi di oggi, con giustificazioni diverse, investono l’intero pianeta in modi nuovi: motivazioni di contese territoriali, motivazioni religiose, razziali, di censo, di protezionismo economico, ma anche di difesa di privilegi o di vere o supposte identità comunitarie, di cultura, di lingua, etc etc. Si va dai muri che dividono palestinesi ed israeliani (muri dimentichi delle terribili tradizioni dei ghetti ebraici) sino a quelli frammentari che chiudono nei paesi d’Europa gli immigrati clandestini. Sono anche ben noti i recinti controllati che definiscono negli Stati Uniti (ma anche in alcuni paesi sudamericani) gli insediamenti per ricchi, a partire ad esempio da Lewittown sino ai numerosi casi californiani: per scendere alle nostre provinciali imitazioni come «Milano Due».

Una delle motivazioni (o se si vuole delle coperture ideologiche) più diffuse è quella del «controllo urbano» nella prospettiva del suo indispensabile funzionamento nei confronti degli spostamenti di popolazione (più o meno clandestina) nei paesi più ricchi dai paesi più poveri; l’altra quella dell’immigrazione della manodopera dalla campagna alla città, con le diverse motivazioni relative.

Di recente sono emersi a questo proposito i provvedimenti presi in alcune grandi città cinesi per regolare gli insediamenti di periferia, conseguenti al fenomeno dell’inurbamento delle campagne, con la costruzione di insediamenti definiti da muri e cancellate sorvegliate, da cui si entra o si esce mostrando un documento, recinti che circondano interi quartieri come quello di Daxing alla periferia di Pechino. È pur vero che in Cina la tradizione del recinto sorvegliato èmolto antica anche se è oggi rotolata dall’antica «città proibita» sino all’isolato con ingressi sorvegliati, un principio fatale al destino dei nuovi insediamenti cinesi. Sono tutti segnali che la relazione tra città e cittadini si è fatta sempre più instabile e provvisoria. La città più che accogliere seleziona, produce scarti sotto forma di quantità crescente di immondizie ma anche di esuberi umani che il potere tenta di contenere in recinti.

Il recinto, lo spazio sorvegliato (ricchissimo o poverissimo) è quindi un’idea che va molto di al di là del tema della sicurezza, è il principio di una concezione della stessa città come somma di «accampamenti» reciprocamente impermeabili. Ciascuno provvede alle proprie necessità primarie e forse, in futuro, oltre che ad una propria polizia, ad una propria giustizia. Ciascuno è visto come nemico del gruppo opposto.

Scrivo di «accampamenti» perché essi, nella mobilità socio-finanziaria dei nostri anni, sono aree che negano qualsiasi possibilità di stratificazione storica, non si propongono come luoghi componenti di un insieme urbano riconoscibile. Proprio a partire dal suo isolamento e dalla sua autonomia relativa l’accampamento (anche multipiano ed esteticamente decorato) è nel suo insieme pronto ad essere sostituito tra un trentennio da qualcosa d’altro, più redditizio o meglio localizzato; non fonda cioè in alcun modo l’idea di contesto civile, non conta come tessuto urbano consolidato, non contiene funzioni aperte e necessarie al resto della città; le sue variazioni interne sono solo provvisoriamente estetiche o duramente connesse alla pura sopravvivenza.

Ancora una volta, quindi, neofunzionalismo immobiliare, riduzione delle parti urbane a gettoni da giocare al momento giusto in funzione speculativa. Contro, un’immagine della città come luogo del mutamento, della mescolanza, della possibilità, della libertà come progetto aperto di relazioni urbane, ci si muove in direzione opposta della postmetropoli senza forma.

postilla

Giustamente Gregotti individua aspetti fortemente simbolici di certe forme insediative che spesso diamo per scontate, e/o che molti suoi colleghi progettisti praticano, insegnano a giovani ahimè assai plasmabili, impongono in quanto emissari di grandi operatori immobiliari.

C’è naturalmente dell’altro, sopra, sotto e oltre l’aspetto puramente spaziale dei fenomeni descritti, e ha a che fare direttamente col potere, col nostro futuro, con le possibilità che abbiamo di incidere concretamente anche nella qualità concreta di questi ambienti, oltre che nei valori che rappresentano.

Nel corso delle edizioni 2008 e 2009 della Scuola di eddyburg, a proposito sia della vivibilità che dello spazio pubblico, abbiamo rivolto un'attenzione particolare alle politiche e ai progetti urbani che mistificano il concetto stesso di spazio pubblico (e quello di città) promuovendo segregazioni, recinzioni, frammentazioni, sconnessioni fisiche e sociali. Che cosa possiamo fare per tutelare, riconquistare, ampliare un vero spazio pubblico aperto, accessibile, politicamente praticabile a tutti?

Le riflessioni di studiosi, operatori, società civile, sui temi della Scuola di eddyburg sono raccolte in libro. Oltre a quelli già pubblicati (a proposito di sprawl, di città pubblica, di vivibilità) è disponibile fra pochi giorni quello dedicato allo spazio pubblico: declino, difesa, riconquista (f.b.)

A Milano non esiste una chiara opposizione alle politiche urbanistiche e edilizie della giunta guidata da Letizia Moratti. Ben prima dell’attuale strano accordo sul Piano di governo del territorio, il Pd ha lasciato campo libero a ogni operazione che ha portato benefici a imprese e speculatori fondiari e danno alla Milano dei cittadini. Ne cito due fra tante riguardanti la città esistente (non le nuove spaventose edificazioni «firmate»), maggiormente destinate a rovinare gli spazi e le case della città centrale: gli enormi sili sotterranei (con relativi volumi fuori terra) in belle piazze e giardini alberati, spazi considerati beni pubblici unici, fra tutti quello immenso quasi appiccicato a Sant’Ambrogio; il sopralzo di uno o due e più piani motivato all’origine dal recupero abitativo dei sottotetti e diventato poco più tardi puro pretesto per nuove aeree costruzioni, ora ancor più cresciute a causa della dissennata regola denominata traslazione di superficie lorda di piano.

Non si è sentita nessuna protesta proveniente dal Pd, nessuna denuncia della doppia devastazione arrecata nel basso e nell’alto della costituzione urbana. Centinaia, anzi riguardo ai sopralzi migliaia di episodi sono passate sotto gli occhi attoniti degli abitanti e dei commuter non solo senza opposizione ma con il consenso, o al meglio il disinteresse di quelli che a fronte di questi progetti degli amministratori, smaccati liberisti, avrebbero dovuto impiantare un duro contrasto per così dire all’americana (in Usa la minoranza fa di tutto per metter in difficoltà e battere la maggioranza su qualsiasi problema). Non è sorprendente, allora, il contorto avallo concesso al più deregolante piano che si sia mai visto nel paese. Il Pd ha dichiarato che voterà contro il Pgt ma dopo aver ritirato quasi tutti gli emendamenti (1400 all’origine, diventati 1150 e infine ridotti a un centinaio) e aver concordato la data, 28 giugno, per il varo del piano. Regalando così alla destra la certezza dell’approvazione finale entro il termine della legislatura, ossia prima delle elezioni. «Semplicemente incomprensibile», scrive il commentatore su Repubblica/Milano (r.rh., 1 giugno 1010).

Il Partito democratico, oltre a non aver ancora trovato un candidato sindaco affidabile (e stanno cercando verso destra…), non potrà proporsi agli elettori con l’autorevolezza di una formazione indiscutibilmente alternativa, ma dovrà farlo con la debolezza di chi ha giocato sulla doppiezza degli accordi fatti per davvero e negati per finta. Troppi dirigenti del partito appartengono all’ideale e alla politica dell’urbanistica privatizzata, comandata dai proprietari, dagli imprenditori finanziari e dagli impresari edili per lo più anche proprietari (come Ligresti, Cabassi, Caltagirone…). Se c’è una scena milanese in cui vige una recitazione bipartisan, è quella di un’inesorabile cementificazione della città.

Circa i contenuti del Pgt l’informazione è circolata abbondantemente in eddyburg. Nella trattativa del Pd con l’assessore Masseroli nulla ha scalfito l’ipotesi di un aumento della cubatura edilizia di 100 milioni di metri cubi (vedi la denuncia del presidente dell’Inu, Repubblica, cit.). Poi, due questioni considerate dapprima dal Pd basilari, il dimezzamento dell’indice di edificazione (da 0, 20 a 0, 10 mq/mq) nel Parco Sud concernente la perequazione da attuare in terreni urbani e la cancellazione della previsione del demenziale tunnel di 15 chilometri fra Linate ed Expo – Cascina Merlata, con sette uscite nella città, non hanno trovato benevolenza. Peraltro anche un indice di 0,10 è assurdamente elevato trattandosi di aree agricole, per le quali nei piani regolatori d’antan non quasi un terzo di metro cubo al metro quadro si indicava ma almeno dieci volte di meno, e solo per interventi strettamente riferiti alla conduzione agricola. Si capisce, occorre, attraverso la perequazione, remunerare la rendita al livello preteso dagli speculatori, ma, diciamo, est modus in rebus.

Quanto al tunnel, che aumenterà in misura insopportabile l’assalto delle auto dentro la città, l’accantonamento temporaneo scaltramente concesso dall’assessore è una presa in giro e i nostri dell’opposizione dolce lo sanno. Infatti, si è inteso che il progetto sia riproposto nel piano urbano del traffico. Nessun dubbio che sarà approvato sotto la spinta degli interessi finanziari e immobiliari che gli stanno dietro e delle arroganti convinzioni dello stesso sindaco.

Termino accennando a un aspetto creduto secondario del piano, scorso tranquillamente come fosse acqua sulla pietra e invece estremo emblema della cancellazione dell’urbanistica e del favore alla cattiva architettura. È scomparsa dagli obblighi la destinazione d’uso degli edifici, che siano molti nel progetto o uno solo non conta. Non è più necessario collegare contenitore e contenuto. Si progettano involucri astratti dalle ragioni funzionali e sociali, dal rapporto con la città e il contesto di appartenenza. È abolita per legge una delle motivazioni profonde del costruire; sparisce la domanda di, come diceva Rogers, per chi costruire. L’indifferenza e l’aleatorietà distruggeranno il senso stesso della città.

Milano 11 giugno 2010

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti.

Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli.

Le immagini che ci vengono presentate danno una prima risposta a questa domanda, o più precisamente permettono di riformularla perché gettano una luce cruda sulla faccia nascosta della globalizzazione e, allo stesso tempo, mettono in evidenza un’altra dimensione dei nonluoghi. Quello che ci permettono di scoprire, infatti, non è l’anonimato di quegli spazi in cui si passa soltanto, la solitudine provvisoria del viaggiatore in transito o la libertà alienata del consumatore medio nei reparti dell’ipermercato, ma lo scontro tra due mondi ognuno dei quali si presenta come il negativo dell’altro. Coloro che fuggono davanti alla miseria, alla fame o alla tirannia, alle violenze della natura e della Storia, e che si gettano a volte in mare mettendo in pericolo la propria stessa vita, vivono in una logica del tutto o del niente, del «si salvi chi può», e tagliano ogni legame con il luogo d’origine, anche se agiscono nella speranza di poter aiutare in seguito quelli che hanno lasciato a casa.

È il momento della fuga insensata. L’esercito disordinato dei sopravvissuti sbarca sulle spiagge dell’esilio già ingombre dei cadaveri che il mare ha rigettato: strano paradiso, quello che in genere, molto rapidamente, prende la forma di campi di internamento.

L’altro mondo, quello al quale vorrebbero accedere e che continua a sfuggirgli, non riescono mai a raggiungerlo. Resta un miraggio, anche per chi riesce a penetrarvi clandestinamente. Non c’è niente di più tragico del destino di questi individui presi in trappola tra due negazioni: quella dell’origine e quella del presente, ma condannati a sperare, tuttavia, o piuttosto a ripetere, per sfuggire al nonsenso totale. Finite, allora, o rinviate a più tardi, le sottili distinzioni tra nonluoghi empirici e nonluoghi teorici, le considerazioni sfumate sulle varie relazioni che si possono avere con spazi diversi.

Le immagini che abbiamo sotto gli occhi ci mostrano innanzitutto individui che hanno perduto il loro luogo senza averne trovato un altro, individui doppiamente assegnati ai nonluoghi, in un certo senso. Spesso gli africani in fuga strappano i loro documenti di identità per evitare, una volta presi, di essere rimandati nel Paese d’origine: come non-persone hanno una maggiore possibilità di aggrapparsi un po’ più a lungo ai nonluoghi sui quali sono andati ad arenarsi. Del resto, sono proprio due mondi quelli che si scontrano: un mondo da cui bisogna fuggire per sopravvivere e un mondo che fa di tutto per respingere questa invasione della miseria, erige muri per contenerne gli assalti, fa pattugliare le frontiere dalle forze dell’ordine, raffina i metodi di indagine e apre campi per parcheggiarvi coloro che sono riusciti, malgrado tutto, ad arrivare.

Da un lato, quindi, i nonluoghi dell’abbondanza (aeroporti, autostrade, supermercati). Dall’altro, i nonluoghi della miseria: rifugio, a volte (quando accolgono, come accade in Africa, le masse in fuga a causa dei massacri e della repressione), e prigione (quando vi si rinchiudono quelli che hanno infine messo piede sulla terra promessa). Sempre, contemporaneamente, rifugio e prigione, oggetti, allo stesso tempo, del controllo poliziesco e dell’assistenza umanitaria.

Che cos’hanno in comune questi due tipi di nonluoghi? Più di quanto non sembri, forse. Perché è evidentemente proprio nei punti di contatto e di passaggio da un mondo all’altro — gli aeroporti, i grandi assi stradali, i porti — che si mettono in atto meccanismi di difesa. Inoltre, sono i mezzi di trasporto più caratteristici della nostra epoca (gli aerei e i loro carrelli d’atterraggio, i grossi camion e i loro container) a fornire al clandestino un veicolo e un nascondiglio.

Gli aeroporti hanno le loro sale di detenzione e gli espulsi vengono caricati su aerei di linea o su charter. I punti di passaggio hanno un’importanza strategica. È là che si dispiegano i mezzi di sorveglianza più perfezionati, ma è sempre là, nel punto di congiunzione tra i due mondi, che passano i turisti. Attratti dall’esotismo, dalla sabbia, dal sole o dal sesso, vi si affollano per recarsi nei Paesi che i migranti cercano di lasciare.

Questi due movimenti che vanno in senso inverso (il turismo e la migrazione) si incrociano e si ignorano. È inevitabile pensare, vedendo una coppia occidentale distesa sotto l’ombrellone, intenta a rilassarsi contemplando il mare a due passi da un cadavere arenato sulla spiaggia, che l’immagine è emblematica della nostra epoca.

Nel balletto di ipocrisie che nasconde ferocissimi scontri di potere all’interno del governo sulla manovra finanziaria in discussione in queste ore, spicca quest’oggi la “protesta” di Bondi sui tagli indiscriminati alla cultura.

E già, perché a tutti – in maniera bipartisan - una presa di posizione critica da parte di un ministro da sempre appiattito fino al masochismo sulle decisioni del governo è apparsa novità da sottolineare a riprova delle storture della manovra stessa.

Eppure, quando due anni fa la scure di Tremonti si abbattè, pesantissima, sul bilancio del suo Ministero, Bondi difese l’operato del governo sostenendo l’inefficienza ministeriale nella gestione delle risorse e sbandierandone come prova lampante l’elevato ammontare dei residui passivi. In quella occasione ad economisti anche non di parte fu facile smontare la versione del ministro: la realtà a tutti nota è che nessun governo di alcun colore politico ha mai investito seriamente sul nostro patrimonio culturale e il Ministero è da sempre mantenuto in una sorta di bagnomaria che gli permette solo di sopravvivere.

Ma è altrettanto vero che in questi ultimi due anni è stata messa in atto, consenziente il Ministro, una vera e propria strategia di asfissia progressiva e sempre più accelerata.

Pensionamenti anticipati, girandola di trasferimenti, sostituzione, nei ruoli di maggiore ruolo decisionale sul territorio come le Direzioni regionali, di personale amministrativo al posto di tecnici del settore, e, soprattutto, quella politica dei commissariamenti sotto l’egida della Protezione Civile che ha interessato via via le Soprintendenze e poli museali principali e i cui meccanismi distorti solo le inchieste giudiziarie sono riuscite a bloccare.

Mentre per quanto riguarda il paesaggio gli organi politici del ministero hanno posto in atto, da un anno a questa parte, una sistematica operazione di depotenziamento dell’intero sistema delle tutele sul quale torneremo a breve, sul piano politico, è giunta pressoché a compimento l’espulsione progressiva di tutte le voci di dissenso, avviata in grande stile con le clamorose dimissioni di Salvatore Settis da Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, trasformato poi, in pochi mesi, in un organismo tanto consenziente sul piano politico quanto ininfluente su quello culturale.

Anche in questa occasione, del resto, le dichiarazioni del Ministro sono in realtà molto più coerenti di quel che non possa apparire ad una prima lettura: nulla Bondi ha detto sull’ulteriore taglio del 10% al bilancio del Mibac previsto dalla manovra. Briciole in termini assoluti, ma ad un organismo sottoposto, come detto, ad una dieta draconiana, se gli si sottrae anche il tozzo di pane secco, se ne decreta di fatto la soppressione.

E nel comunicato di precisazione diramato in giornata, Bondi ribadisce anche, sulla stessa linea, la necessità di quella “riforma” degli enti lirici che ha scatenato proteste a livello internazionale.

Il dissenso del Ministro riguarda invece la soppressione dei finanziamenti statali ad una lunga serie di istituzioni culturali del più vario tipo che, inaspettatamente, egli si trova a difendere, almeno in parte, rivendicando – unico caso nel suo mandato – la competenza del proprio Ministero a decidere sui tagli.

Su eddyburg abbiamo pubblicato da subito le molte ragioni che si oppongono, in linea di principio, ad ulteriori tagli su enti di ricerca, ma adesso leggetevi la lista delle istituzioni cui verrebbero (condizionale d’obbligo) sottratti i fondi statali. Sfido chiunque a non riconoscere fra quelle che, a seconda delle proprie competenze, ci sono maggiormente note, alcuni (molti) carrozzoni polverosi e da anni sonnecchianti in iniziative di basso profilo: uno o due convegni l’anno in amene località, una pubblicazione patinata e poco altro.

Si tratta, in molti casi, di istituzioni dalla storia gloriosa, a volte pluricentenaria, ma che da alcuni decenni ormai vegetano in un’assoluta irrilevanza culturale (sul tema, sempre su eddyburg).

Eppure sono sopravissute sempre alle minacce che periodicamente i governi, preferibilmente di centro destra, scagliano contro i famosi “enti inutili”: spauracchio demagogicamente agitato ad ogni manovra finanziaria. La ragione, tutta italica, della loro sopravvivenza risiede nel fatto che molte di queste istituzioni si sono di fatto trasformate in comode sinecure per amici, sodali e congiunti.

Anche la sinistra, e qui vengo al punto centrale della questione, ha favorito questo andazzo, sicura di mantenere, garantendo elemosine di Stato a questi rifugi per intellettuali a riposo e per il loro corteggio, sacche di consenso spendibili alla bisogna. In molti casi questo calcolo di bassa cucina si è rivelato pure sbagliato, poiché, come noto, al cambio della guardia, i vari responsabili, direttori, presidenti, ecc. si sono in larga parte allineati al padrone di turno, al grido di “la cultura (archeologia, geografia o storia che fosse) non è di destra, né di sinistra”.

Appunto. Ciò che un governo realmente consapevole dell’importanza della ricerca e della cultura quale strumento strategico di progresso sociale e anche economico di un paese avrebbe dovuto fare, sarebbe stato quello, internazionalmente affermato, di costituire un sistema di controlli e verifiche periodiche e realmente autonome sull’attività di tali enti, in modo da premiarne quelli (non molti, ma pure presenti nella black list tremontiana) di reale eccellenza, facendo anzi confluire su questi le poche risorse disponibili.

Perché un’altra delle ipocrisie che si celano dietro questa operazione è quella di sottolineare l’esiguità delle elargizioni statali a riprova della loro ininfluenza in termini di risparmio complessivo delle risorse. Va detto, piuttosto, che la ricerca di alto livello ha dei costi non comprimibili al di sotto di una certa soglia e che, per converso, la scarsità di risorse cui sono costrette tante di queste istituzioni diviene prova evidente della miserevole incidenza culturale raggiungibile dalle loro attività.

Così, invece di contribuire a consolidare, con una politica di finanziamenti culturali trasparente e fondata sul merito, le istituzioni di ricerca di eccellenza che, nonostante tutto, sopravvivono nel nostro paese, la sinistra può annoverare anche questa colpa: nella bagarre che già si è scatenata sulla lista nera, vi sarà un arrembaggio giocato esclusivamente su prove di forza di bassa politica e dal calderone nel quale tutti sono appiattiti, saranno salvati non i migliori, ma quelli legati ad interessi o anche solo conoscenze di maggior potere.

Amaramente pertinenti appaiono le considerazioni di Barbara Spinelli nell’odierno editoriale: “Quello che urge da noi non sono sacrifici, ma un’autentica disintossicazione […] Si tratta di uscire dallo show, di entrare nella realtà, di vederla. Si tratta di rompere con gli usi e costumi vigenti dietro le comunità transennate”.

Si accettano scommesse sul finale di partita.

La manovra correttiva annunciata dal governo ha un unico caposaldo indiscutibile, il taglio generalizzato degli stipendi ai dipendenti pubblici, siano essi poliziotti, insegnanti, infermieri, magistrati o nullafacenti nei tanti posti clientelari creati dagli enti locali, dove primeggia la Sicilia, peraltro feudo della destra. D’altra parte Berlusconi è coerente nel penalizzare ancora una volta quella parte dell’elettorato a lui meno favorevole e allo stesso tempo a premiare le partite Iva e i piccoli imprenditori, l’area dove si annida l’evasione e il lavoro nero. Ridicolo, infatti, l’annuncio dell’inasprimento della lotta all’evasione fiscale, dopo anni di provvedimenti di senso opposto e di ammiccamenti collusivi. Tutte questi aspetti della manovra sono stati ampiamente discussi dalla stampa e occultati dalle televisioni di regime. Vi è, tuttavia, un'altra componente dell’attacco al pubblico impiego che vorrei sottolineare, la sua demonizzazione. Già iniziata con Brunetta con il messaggio sui fannulloni della pubblica amministrazione ampiamente ripreso dai mass media, l’opinione pubblica è stata alimentata dall’immagine dello statale svogliato o assente dietro lo sportello, del ministeriale che va a fare la spesa nelle ore di ufficio. Questa visione arcaica dell’impiego pubblico ha una facile presa, ma non fa i conti (o li fa maliziosamente) col fatto che al capitalismo di mercato dovrebbe essere complementare uno stato moderno e efficiente. L’idea berlusconiana è invece, di delegare ai privati le funzioni pubbliche, fonti, peraltro di arricchimenti facili quando non illeciti. L’umiliazione sistematica del pubblico impiego, la sua demoralizzazione avrà conseguenze non piccole e, per quanto riguarda il territorio, aumenterà le sofferenze di tecnici delle soprintendenze e degli enti locali, già poco pagati e poco considerati. Si crea così il terreno favorevole alla corruzione alimentata dagli esempi che vengono dall’alto e tollerata se non incoraggiata.

Queste considerazioni mi venivano in mente leggendo il bel libro, a tratti addirittura commovente, di Vezio De Lucia, “Le mie città”. La storia di un urbanista che abbandona un lucroso incarico privato per farsi ‘servitore dello stato’. Che combatte innumerevoli battaglie per il bene collettivo. Chi potrebbe in questo clima essere sorretto dalla stessa passione e intraprendere una carriera preliminarmente additata al pubblico ludibrio? Domanda retorica, perché sono proprio i De Lucia di cui questo governo vuole liberarsi. Ammesso che ne nascano ancora.

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