loader
menu
© 2022 Eddyburg
Fabrizio Bottini
Transfer of Health Rights: le nuove frontiere della Scienza
1 Novembre 2007
Milano
Per gli amministratori dell’area milanese, alla greenbelt metropolitana è preferibile un bell’ospedale, che ha l'imprimatur di Umberto Veronesi. In questi casi, curare è molto meglio che prevenire. Una corrispondenza per eddyburg.

Non so se se vi è mai capitato, vedendo certe ambulanze che caracollano nel vuoto totale, magari notturno, a sirene spiegate, di chiedervi qual è il loro bilancio sanitario. Ovvero, se con tutto quel dispiegamento di decibel non facciano molti, ma molti, più danni alla salute di chi si trova a portata d’orecchio, di quanto vantaggio portino al tizio che sta chiuso là dentro in barella, o aspetta da qualche parte che l’ambulanza arrivi a prenderlo. E sottolineo: mi riferisco alla sirena spiegata nella notte, o nel vuoto pomeriggio di agosto. Non all’universo dei pronto soccorsi, del trasporto feriti, e compagnia bella. Figuriamoci!

Ecco, se vi è mai capitato di farvi una domanda del genere sul bilancio sanitario della sirena spiegata al popolo, forse potrebbe sorgere un dubbio simile anche di fronte a un altro aspetto, diciamo più raffinato, della medesima questione: il trasferimento dei diritti alla salute. Succede, ad esempio, col progetto del CERBA (Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata), città della scienza che secondo il suo mentore e promotore Umberto Veronesi “non può aspettare i tempi della politica” [1]. E figuriamoci se non siamo d’accordo un po’ tutti, sia sul ruolo di punta della ricerca del professor Veronesi, sia sulla necessità che questa ricerca si svolga in spazi adeguati, attrezzati, modernissimi, delle dimensioni necessarie. Le quali dimensioni necessarie, guarda caso, coincidono con “le aree messe a disposizione da Salvatore Ligresti nel Parco Sud” [2]. Ma va?

Un punto di vista, quello del “non poter aspettare i tempi della politica”, a quanto pare condiviso dalla politica stessa, che ad esempio nella persona dell’Assessora provinciale all’Ambiente, Bruna Brembilla (e Presidente del Parco greenbelt) non ha alcun dubbio nel dichiarare che “La nostra capacità di governo si esprime attuando questo ambizioso progetto, in armonia con il bene comune rappresentato da natura e ambiente del Parco”.


Una bella sfida, questa di realizzare una “armonia” facendo atterrare in un campo arato superfici di tutto rispetto (più di 60 ettari), e volumetrie per niente trascurabili e indispensabili, oltre a pesanti per quanto “compatibilizzati” interventi alle infrastrutture (si calcola una presenza quotidiana di 15.000 persone, e il solo centro ricerca ha una superficie complessiva di 60.000 mq). Il tutto, in una zona per niente trascurabile in quanto a ruolo territoriale.

Le famose aree “messe a disposizione da Salvatore Ligresti”, oltre che più grosse ad esempio di tutta la superficie brownfield della Bicocca per citare un famoso paragone locale, non si collocano né in una fascia tutto sommato di urbanizzazione consolidata, né in una posizione neutra. Basta a questo proposito usare quello strumento di democrazia geografica che è Google Earth, per rendersene conto. Siamo nell’estremità meridionale del territorio comunale di Milano, quasi ai confini con quello di Opera, e anche dall’arteria principale (le ultime propaggini della via Ripamonti, che si appresta a diventare il tratto metropolitano della Statale 412 Valtidone per l’Oltrepo pavese-piacentino) si inizia a notare la discontinuità fra l’insediamento compatto e quello che un po’ oltre l’abitato di Noverasco e il tracciato della Tangenziale diventerà il corpo principale del parco di greenbelt agricola.

Per dirla con parole parecchio più povere, dopo il corridoio di asfalto e cemento ininterrotto della periferia milanese, che prosegue fino al capolinea tranviario oltre il vecchio borgo dell’Assunta abbondantemente ingollato da tutto il resto, qui si inizia, anche se con qualche discontinuità, a respirare. Una discontinuità che si nota anche scorrendo le tavole del piano di coordinamento del Parco Sud, dove appunto qui la retinatura delle zone in qualche modo aperte diventa più rarefatta, le campiture da continue si fanno sfrangiate, diventano cunei, strisce, fino ad esaurirsi contro la città compatta che la greenbelt è chiamata a rintuzzare.


Le cinture di verde agricolo, che si chiamino Greenbelt, o Urban Growth Boundaries, che si tratti di scelte locali o di politiche nazionali di più ampio respiro, sono da sempre oggetto di discussione. Si favoleggia che la prima indicazione tecnica venga addirittura da Dio in persona, il quale con la riconoscibile voce tonante avrebbe dettato dal cielo che c’è un posto per le case, uno per la campagna, e un altro intermedio fra di esse [3]. Più nota e moderna l’indicazione di Ebenezer Howard e del successivo movimento per le città giardino, evoluto poi sino alla contemporanea pianificazione territoriale, secondo cui a evitare la crescita omogenea e compatta delle grandi aree urbane, vanno riservate a verde, con funzioni agricole e/o di tempo libero, ampie corone e cunei liberi. È un salto concettuale, rispetto al verde urbano ottocentesco, inteso soprattutto come passeggio, servizio locale, spazio pubblico sociale complementare alla piazza. Qui si toccano anche temi ambientalmente più vicini alla sensibilità di oggi, come ad esempio la relativa autosufficienza alimentare dei bacini territoriali, o in generale un’idea di pianificazione del territorio che scavalca di gran lunga il coordinamento delle opere pubbliche di un Haussmann, o anche le finalità estetico-sanitarie del primo Olmsted.

Ma pur con tutte queste alte premesse, qui non bisogna dimenticarsi che siamo di fronte alla medesima amministrazione comunale che col suo sindaco precedente (tanto per ricollegarsi a Olmsted) ha definito Central Park una manciata di alberelli piantata all’ombra di mastodontici grattacieli. Una sofistica da oratorio, visto che nessuno può negare che anche quella roba sia un park, e che senza dubbio sia molto central, come dimostrano i valori immobiliari di quei grattacieli ... In definitiva lo stesso modo di ragionare piuttosto sbrigativo che emerge anche nel caso del progetto CERBA, accettato e sottoscritto in pieno non solo da Comune e Regione (amministrazioni di centrodestra), ma anche dalla Provincia (amministrazione di centrosinistra, e di passaggio anche organo garante della greenbelt metropolitana). Per cui la “capacità di governo si esprime attuando questo ambizioso progetto”, le cui ambizioni si devono realizzare lì, e non altrove: tagliando le gambe, per il momento solo in dettaglio, all’idea stessa di greenbelt, visto che le sognanti vedute a volo d’uccello dello Studio Boeri si collocano esattamente sopra una delle rare fasce di discontinuità dell’edificato urbano. Anche senza pensare a cosa poi succederà, ad esempio, alle aree lasciate libere tutt’attorno.

Ma non finisce qui, tra le frange dell’urbanizzazione (ancora) rada fra Milano sud e la Tangenziale. La greenbelt ha un respiro metropolitano-regionale, e corrispondentemente scatena spiriti animali di scala proporzionata. Lampante il serafico assessore milanese al territorio Carlo Masseroli, quando commentando la firma dell’accordo di programma per il CERBA si lasciava scappare in pubblico un eloquente “la firma di oggi è un segnale importante per lo sviluppo del Parco Sud finora bloccato e quindi non fruibile” [4]. Dove il verbo fruire forse non si riferisce esattamente ad anziani che raccolgono insalate selvatiche, adolescenti scorazzanti in bicicletta tra i filari di alberi residui, padri che tentano di mostrare ai figli un contadino in carne e ossa da raccontare ai posteri. Il fruire a cui si riferisce Masseroli è quello che si misura in metri cubi per metro quadro, e si gusta al meglio al chiuso dei consigli di amministrazione, più che tra le fastidiose umide nebbie di queste terre così mal pavimentate!

Dove il “sogno che Umberto Veronesi insegue dall’inizio degli anni Novanta” si incrocia con altri sogni inseguiti da vari altri in vari periodi, e che ad esso si sovrappongono, puntando le canne mozze della stampa di opinione contro chi, naturalmente, opponendosi a seicentomila metri quadrati di astronave scientifico-immobiliare proprio lì sopra, è un oscurantista contrario al progresso umano.

E se come ci insegna Walt Disney i sogni son desideri, chiusi in fondo al cuor, figuriamoci quanti altri sogni stanno sepolti nel cuore di tenebra del Parco Sud: la medesima fascia che un paio di generazioni fa, ci raccontavano prima Cesare Chiodi e poi Amos Edallo, vedeva le cascine svuotarsi in mancanza di una seria urbanistica rurale a scala sufficiente almeno ad attenuare il fascino delle mille luci della vita cittadina. Si vede che quei tempi – quelli dell’urbanistica rurale - non sono ancora arrivati, se i sogni di tutti i sindaci sono letteralmente esplosi da quando si è capito che la variante urbanistica per il CERBA è cosa praticamente fatta: “Sono 22 i Comuni che hanno chiesto la modifica dei confini del parco, non avendo più spazio per costruire asili, scuole, case. Confini disegnati vent’anni fa, dunque nessuno esclude l’opportunità di una revisione” [5].

Insomma, dove la pianificazione metropolitana sembra funzionare assai male, funzionano invece altri processi, opposti, di scala sovracomunale, ovvero la somma degli interessi particolari, che secondo logica (una logica a quanto pare non condivisa dalla politica attuale) non compone mai l’interesse generale.

Interessi particolari che hanno modo di irrompere, ora, proprio nella breccia aperta dal comune di Milano: perché il capoluogo si, e poniamo Rosate, o Bellinzago, no? Per dirla con Paolo Hutter, uno che di ambiente, di assessorati, di amministrazione, se ne intende abbastanza, “In via Ripamonti sembra inarrestabile la marcia del CERBA, il Centro europeo per la ricerca biomedica avanzata, come se chiedere alla struttura di esser costruita altrove, e non sui campi, fosse una mancanza di riguardo verso la sanità”.

Perché proprio lì? Perché forzare la mano, imporre un potenziale pasticcio a colpi di sogni, alti traguardi della scienza, tavole di rendering dove anche la specie di autostrada in cui si trasformerà la via Ripamonti è disegnata in verde? E dove con un trucchetto da baraccone le alture dell’Oltrepo pavese, che stanno giù decine e decine di chilometri in fondo alla statale Valtidone, spuntano per incanto più o meno al posto della Tangenziale? Concessione poetica, a fare il paio con quella edilizia.

Resta solo da sperare (c’è qualche possibilità?) che almeno il sognatore Veronesi provi a fare un ragionamento simile a quello dei medici che sino a non molto tempo fa partecipavano ai gruppi di lavoro sull’assetto del territorio: prevenire è meglio che curare. Una grande fascia di verde, continua, che comincia il più possibile vicino al cuore del capoluogo, è garanzia di una migliore qualità ambientale, baluardo contro la congestione, l’inquinamento, l’impermeabilizzazione dei suoli. E, visto come stanno andando le cose, ragionare anche per il CERBA a dimensione metropolitana (e già che ci siamo: perché non farlo più vicino a una fermata esistente del metro?) metterebbe un tappo alle rivendicazioni dei sindaci, che in effetti fuori dal loro territorio non ci possono andare e a quella prospettiva sono obbligati per contratto.

Forse c’è poco da sperare: provate voi a spiegarlo, al tizio della sirena ululante nella notte, che al mondo c’è qualcosa d’altro, oltre al tizio con la colica in barella sul retro. Ma bisogna aver pazienza, e riprovarci.

Professor Veronesi: come e dove li trasferiamo, i diritti alla salute?

Nota: per una migliore informazione storica sull’idea della greenbelt e sull’evoluzione degli insediamenti compatti pianificati sul modello città giardino, faccio riferimento al sintetico testo di Charles Benjamin Purdom;il dibattito anche aspro attuale, sulla revisione del concetto e del ruolo delle grandi fasce di verde agricolo in Gran Bretagna, è ampiamente documentato nella cartella Spazi della Dispersione, di Mall; sui temi più generali del Consumo di Suolo, c’è l’omonima cartella di Eddyburg; gli articoli citati nel testo e riportati più in dettaglio nelle note qui di seguito, sono consultabili a testo intero in una apposita Raccolta ; ancora per chiarire meglio i termini del progetto, della variante, delle varie contraddizioni, allego qui in pdf la brochure informativa ufficiale del Cerba, che contiene anche qualche dato in più sul progetto architettonico-urbanistico, e le osservazioni (sostanzialmente negative) presentate qualche mese fa dalle Associazioni ambientaliste rispetto alla proposta; altre informazioni, sia al sito del Cerba che a quello dello Studio Boeri e infine all'area Piano Regolatore del Comune di Milano e Parco Sud della Provincia (f.b.)

[1] Simona Ravizza, Veronesi: la città della scienza non può aspettare «Milano rischia di perdere l’unico centro europeo di ricerche biomediche», Il Corriere della Sera, 16 marzo 2006

[2] idem

[3]Le case dei Leviti situate nelle città, possono sempre venir riscattate […] I loro campi suburbani però non vadano venduti, perché sono loro possessione perpetua” (Levitico, 25, 34).

[4] Ricerca e innovazione: firmato l'accordo di programma per il CERBA, Milano-Lorenteggio News, 6 marzo 2007

[5]Stefano Rossi, Parco Sud, ventidue sindaci in rivolta "Vogliamo più spazio per costruire", la Repubblica, 21 ottobre 2007

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg