Mentre le prime pagine dei quotidiani locali descrivono le “eccezionali” misure antiterrorismo adottate per “blindare” piazza San Marco in occasione del Carnevale...>>>
Mentre le prime pagine dei quotidiani locali descrivono le “eccezionali” misure antiterrorismo adottate per “blindare” piazza San Marco in occasione del Carnevale, il Sole 24 ore sobriamente ci informa che, in data 30 gennaio 2015, la sussidiaria italiana di Hines, un colosso immobiliare di Houston, ha perfezionato il subentro nella gestione del fondo Real Venice ed è finalmente sbarcata in laguna.
Il fondo era stato costituito nel 2009 dalla giunta del sindaco Cacciari e dato in gestione a Est Capital, società di investimento presieduta da Gianfranco Mossetto, già assessore al turismo e alla cultura della stessa giunta Cacciari. Il portfolio di Est Capital si è poi arricchito con l’acquisizione dei due grandi alberghi del Lido, Excelsior e Des Bains, e dell’Ospedale al Mare, venduto per finanziare la costruzione, mai avvenuta, di un nuovo palazzo del cinema.
Propagandato dalla giunta Cacciari come “strumento d’investimento innovativo”, il fondo non ha prodotto i profitti auspicati e nel 2103 Est Capital ha deciso di restituirlo al comune, che avrebbe di conseguenza dovuto “incamerare” una perdita di 41 milioni. Nello stesso periodo Est Capital ha anche abbandonato i progetti di valorizzazione del compendio dell’ospedale al mare che, dopo una serie di passaggi di proprietà, è stato ceduto dalla Cassa Depositi e Prestiti. Subito dopo l’acquisizione dell’area, la cassa depositi e prestiti ha siglato un accordo preliminare con Hines per “ promuovere un piano di rigenerazione del Lido che veda pubblico e privato impegnati insieme nel favorire un progetto esemplare di riqualificazione del territorio”. Dopo di che Hines ha accettato di subentrare anche in Real Venice.
Il punto di vista di Hines è perfettamente descritto da Manfredi Catella, azionista e amministratore delegato della società. “Venezia è una città straordinaria che può ritrovare nel Lido un motivo di orgoglio e di sviluppo economico. L’impegno che abbiamo assunto dopo oltre un anno di lavoro ci rende consapevoli della complessità e delicatezza del patrimonio storico del fondo Real Venice e della responsabilità nei confronti degli investitori, del ceto bancario e della comunità lidense e della città di Venezia.. l'isolamento del Lido diventerebbe il suo punto di forza. Un posto dove trionferebbero le auto elettriche, le biciclette, il verde e il benessere… Si tratta di un’operazione di riordino e di valorizzazione che può trasformarsi in uno degli esempi pilota più importanti in Italia di riqualificazione territoriale e turistica in collaborazione con il Governo, con Cassa Depositi e Prestiti e con le autorità ed istituzioni locali”.
Quindi, per la predisposizione di un piano di “rigenerazione del Lido che veda pubblico e privato impegnati insieme, Hines ha creato un gruppo di progettazione che comprende Christopher Choa, che si è occupato delle aree occupate dalle Olimpiadi di Londra ed è uno dei più accesi sostenitori di aerotropolis (una città attorno ad ogni aeroporto) e Vittorio Gregotti. Il gruppo è al lavoro.
Se per molti versi la vicenda assomiglia ai tanti casi di svendita e distruzione del patrimonio pubblico messi in atto dai nostri governanti, fornisce anche lo spunto per riflettere su alcune altre questioni, fra le quali il ruolo del commissario prefettizio e l’assenza di una amministrazione democraticamente eletta; la sinergia/complicità fra governo locale e governo nazionale, l’avallo delle archistar.
L’accelerazione che il processo ha avuto durante la gestione commissariale del comune è coerente con la volontà di rafforzamento del turismo annunciato dal Fondo strategico Italiano di Cassa depositi e prestiti, ed in particolare dal nuovo Fondo investimenti per il Turismo (che ha messo le mani a Venezia sulle ex Carceri di San Severo a Castello, sull'isola di Sant'Angelo della Polvere, l'isola che sorge il canale Contorta; e l'ex casotto di San Pietro in Volta) e non si può escludere che uno degli obiettivi del commissariamento fosse proprio “snellire e velocizzare” la privatizzazione della città.
Infine, il già ricco catalogo di grandi firme dell’architettura come fiancheggiatori delle multinazionali dell’investimento immobiliare si arricchisce di una pagina.
Al giornalista che lo intervistava, Gregotti ha detto “si tratta di luoghi e situazioni che conosco bene… il passo preliminare mi sembra quella di una riqualificazione urbanistica del Lido, sulla base delle sue mutate condizioni.. è necessario per il Lido pensare a una sorta di variante urbanistica a cui legare anche una nuova strategia di intervento, che comprenda, naturalmente, anche la riqualificazione dell’ex Ospedale al Mare, che sia recuperato a fini alberghieri o di servizio, in base a quello che si riterrà più opportuno”.
L’architetto non specifica chi dovrà decidere quello è più opportuno. Speriamo si ricordi di quanto ha scritto in “Venezia città della nuova modernità” (pubblicato nel 1998 dal Consorzio Venezia Nuova): “utilizzare un contesto storico eccezionale per costruire una vita normale e non normalizzare la città per omologarne la somiglianza a tutte le altre”.
Il testo base della legge sul consumo di suolo che il Parlamento sta approvando è un disastro. Adottato dalle commissioni riunite... >>>
Il testo base della legge sul consumo di suolo che il Parlamento sta approvando è un disastro. Adottato dalle commissioni riunite VIII e XIII della Camera riprende la cosiddetta proposta Catania (AC 2039). Il dispositivo fondamentale per il contenimento del consumo del suolo è basato sui seguenti tre passaggi:
1. la “riduzione progressiva, in termini quantitativi, di consumo di suolo a livello nazionale”. La riduzione è definita con decreto del ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con i ministri del Mibac e delle Infrastrutture e trasporti, avendo acquisito il parere della conferenza Stato Regioni (art. 3, c. 1);
2. la riduzione nazionale è in seguito ripartita fra le Regioni con deliberazione della Conferenza unificata (art. 3, c. 5);
3. infine, la riduzione del consumo di suolo dalla scala regionale a quella comunale con provvedimento delle Regioni e delle Province autonome (art. 3, c. 8).
Consideriamo uno per uno i tre passaggi. Penso che un diligente ministro delle Politiche agricole possa decretare senza particolari problemi l’entità della riduzione del consumo di suolo a livello nazionale. Una decisione che può avere una positiva ricaduta sull’opinione pubblica e non dovrebbe suscitare rilevanti ostilità.
Meno scontata è la decisione della Conferenza unificata che dovrebbe deliberare la ripartizione fra le Regioni del consumo di suolo stabilito a livello nazionale. Essendo certamente in maggioranza le Regioni meno sensibili alla salvaguardia del territorio non urbanizzato (eufemismo), la Conferenza potrebbe non deliberare entro i previsti 180 giorni dal decreto ministeriale. In tal caso dovrebbe intervenire un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, dopo aver acquisito il parere della Conferenza unificata (art. 3, c. 6).
Lo stesso dovrebbe succedere se le Regioni non determinano, entro i successivi 180 giorni, la ripartizione a scala comunale del consumo di suolo stabilito per ciascuna regione. Anche in questo caso il potere sostitutivo è esercitato dal presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, avendo acquisito il parere della Conferenza unificata (art. 3 c. 9).
Questo è il punto. Per quanto ne so, almeno in materia di politica del territorio non è mai stato esercitato dallo Stato il potere di sostituire le Regioni, basta ricordarsi delle generalizzate e mai sanzionate inadempienze regionali in materia di piani paesistici ex lege Galasso. Per non dire dei piani paesaggistici ex Codice del paesaggio. Comunque, possiamo pure ammettere che il Consiglio dei ministri intervenga in via sostitutiva per attuare la ripartizione fra le Regioni del consumo di suolo stabilito a livello nazionale, operazione che, in fondo, di per sé, non fa direttamente male a nessuno.
Molto diverso è il caso delle Regioni che non provvedono a fissare per ciascun comune il limite al consumo di suolo. Qui si toccano concretamente e materialmente gli interessi fondiari e mi pare assai difficile che il Governo possa farsene carico. Si tenga conto che in Consiglio dei ministri siedono alcuni garanti storici delle ideologie espansionistiche, a cominciare dal ministro delle Infrastrutture. Non è certo per caso che il ministro Lupi ha pubblicizzato, come fosse un ammonimento, la sua proposta di riforma urbanistica (consumo del suolo illimitato) proprio quando prendeva corpo il dibattito sul contenimento della crescita.
Certamente, in via di ipotesi, non si può escludere che, un bel giorno, il Governo possa fissare i limiti all’espansione, Comune per Comune, delle Regioni inadempienti. Ma, ammesso che succeda, scatterebbe allora, puntualmente, l’inerzia dei Comuni che non intendono porre limiti all’edificazione. Insomma, non ci vuole molto per dedurre che la legge non sarà applicata proprio dove sarebbe più urgente. Oppure – il che è lo stesso – sarà applicata quando non ci sarà più suolo da sottrarre al cemento.
Come volevasi dimostrare.
Ed ecco, molto sinteticamente, altre tre osservazioni:
1) La proposta di legge 2039 definisce come consumo del suolo l’impermeabilizzazione (art. 2, c. 1, lett. b), determinando inutili e dannose conseguenze, come il ricorso alla compensazione (art. 2, c. 1, lett. g). Il parametro da utilizzare è invece il territorio urbanizzato, che comprende anche i parchi pubblici e altri spazi non impermeabilizzati ma costitutivi dell’organizzazione urbana. L’impermeabilizzazione è invece un fenomeno settoriale, a macchia di leopardo, estraneo alla logica dell’urbanistica. Chiarissimo, in proposito, l’intervento di Antonio di Gennaro in Contenere il consumo del suolo. Vedi anche la seconda proposta di legge eddyburg e la legge urbanistica regionale 65/2014 della Toscana.
2) Un altro gigantesco equivoco sta nell’attribuzione della materia contenimento del consumo del suolo (ma si dovrebbe ormai puntare all’azzeramento del consumo del suolo) al ministero delle Politiche agricole, che trascina con sé altri soggetti alieni come il Consiglio per la ricerca in agricoltura e per l’analisi dell’economia agraria. Senza togliere alcun merito all’ex ministro Mario Catania, la materia va restituita in primo luogo al Mibac cui compete il piano paesaggistico che è l’unico strumento vigente di assetto territoriale a scala regionale, strumento quasi del tutto ignorato nella proposta in esame (che con ciò contribuisce a legittimare l’irresponsabile inerzia del Mibac).
(3) Infine (ma si potrebbe continuare), i compendi agricoli neorurali periurbani (art. 5). Terribile, pericolosissima invenzione che agirebbe, al contrario di come si vuol far credere, proprio da fomite ai cambi di destinazione d’uso e al consumo del suolo.
Conclusione. Il testo sul contenimento del consumo del suolo in discussione alla Camera è, secondo noi, inemendabile. E va sostituito con la seconda proposta eddyburg , l’unica che, tra l’altro,consentirebbe convincenti risultati in tempi brevi.
Sulla figura di David Packard, filantropo americano innamorato dell'Italia e desideroso di contribuire alla salvaguardia del suo patrimonio, in anni recentissimi, dopo un decennio di oblio, si sono accesi riflettori e riconoscimenti.Ma negli anni precedenti, quando ad esempio Pompei era precipitata nel caos dei commissariamenti e dei crolli (2008-2011), da parte dello stesso Ministero dei Beni culturali si preferiva continuare ad ignorare il modello dell'Herculaneum Conservation Project. Il Progetto, finanziato dalla Fondazione Packard a partire dal 2000 per il recupero del sito vesuviano. La novità di quell'esperienza consisteva nel fatto che il finanziatore non si limitava a fornire le risorse economiche, ma affiancava gli organi di tutela italiani nelle loro attività scientifiche e gestionali con figure professionali da lui prescelte che, di concerto con i funzionari della Soprintendenza, elaboravano i progetti e li gestivano.
È un meccanismo che ha funzionato bene per molto tempo come dimostrano i risultati che ha prodotto, apprezzabili da tutti i visitatori dell'area archeologica, in termini di recupero e consolidamento di strutture e infrastrutture, di riapertura di domus e di una migliore conoscenza della città antica.
Da un paio d'anni, quasi improvvisamente, il modello Packard è diventato di gran moda anche ai piani alti del Mibact, quando, cioè, è ripartita la campagna del "privato è meglio", rinvigorita, dopo un lustro di tagli di bilancio selvaggi, dal mantra ossessivamente ripetuto secondo il quale "lo Stato non può fare tutto da solo, quindi, largo agli sponsors".La caccia al mecenate, sponsor, donatore (le emergenze politiche amano la flessibilità lessicale) che ne è derivata - da cui la strombazzatissima legge sull'Art Bonus - aveva bisogno di esempi virtuosi e la Fondazione Packard ha così conosciuto, nel nostro settore, il suo momento di gloria mediatica.
Ciò che non funzionava se non come caso di nicchia all'epoca dei Bertolaso boys e dei commissariamenti dei siti culturali - da Pompei a Roma, a L'Aquila - improvvisamente è diventato un modello esportabile senza eccezioni. E senza riflessioni.
In pochissimi (peraltro gli stessi ad averla apprezzata in tempi non sospetti) abbiamo cercato di sottolineare la particolarità di quell'esperienza, la cui riuscita dipende anche e soprattutto da elementi contingenti, non ripetibili, mentre sul piano del metodo istituzionale presenta, al contrario, qualche criticità.Permettere che a decidere delle sorti di un sito culturale pubblico sia un organismo misto, per metà costituito da persone che vi risiedono per volontà - e forza economica - di un soggetto privato è un azzardo che, come testimonia la grande maggioranza delle Fondazioni culturali in Italia, ha condotto a risultati pessimi. È, comunque, una delega di funzioni pericolosa sul piano scientifico e perdente su quello istituzionale (e costituzionale...). Anche nei casi che partono con le premesse migliori, come è questo di Ercolano.
A parte la scelta - un po' provinciale - dell'archistar di turno per la costruzione del futuro museo, questa vicenda rivela i rischi che si presentano quando il pubblico abbandona funzioni che, per complessità, è il solo a poter governare. Criticabile, in questo caso, è la decisione di costruire ex-novo - proprio ad Ercolano, e quindi in un contesto urbanistico di delirio edilizio - senza prendere in considerazione la possibilità di recupero di strutture già esistenti, fra cui quella creata proprio per ospitare l'antiquarium ercolanense.
Vicenda italica per eccellenza, quella dell'edificio museale costruito e collaudato nei primi anni '70, di buona qualità architettonica e poi abbandonato a se stesso, per decenni (Corriere del Mezzogiorno del 23/07/2010).Per non parlare di altri edifici di grandissima qualità, quali la Reggia di Portici, per i quali già esistono i progetti finalizzati ad un uso museale. Ma certo riadattare e recuperare l'esistente suona meno glamour per l'etichetta di "Museo Packard" rispetto ad un edificio creato ad hoc.
Altro aspetto criticabile deriva dall'evidenza che, ad Ercolano come altrove, su di un intervento non irrilevante per il contesto urbanistico come è la costruzione di un edificio museale, ci dovrebbe essere un processo un po' più articolato e allargato rispetto alla sola volontà, pur rispettabile, del magnate di turno. Anche perchè le risorse coinvolte, a partire dal suolo pubblico, per non parlare del contenuto del museo stesso, non derivano dalla munificenza del mecenate, ma sono, appunto, pubbliche.
L'episodio, pur marginale, del museo vesuviano, illustra bene alcuni aspetti della nostra contemporaneità: a partire dalle distorsioni che governano la gestione del nostro patrimonio culturale.
Oltre e forse ancor più che le risorse economiche, ciò che è stato programmaticamente affossato, in questi ultimi decenni, è l'autorevolezza del personale, dei suoi tecnici e funzionari: la vera forza motrice, la colonna vertebrale di un sistema complesso che, seppur bisognoso di aggiornamenti e riforme reali, non meritava una liquidazione frettolosa ed estemporanea quale è quella che sta avvenendo in questi anni. Pensare che il ricorso a privati taumaturghi possa risolvere la crisi in atto è illusorio e pericoloso, anche se purtroppo perfettamente in linea con l'attuale deriva sociale che vede noi cittadini sempre più disponibili a deleghe in bianco all'uomo della provvidenza, sia esso il mecenate, l'archistar o il premier di turno.
Al contrario, come altrove anche nel settore culturale occorre ricostruire una cultura istituzionale (anche solo amministrativa, ci contenteremmo) che sappia elaborare regole precise disegnando i perimetri d'azione dei diversi ruoli e presidiando lo svolgimento di progetti e iniziative con rapidità e competenza. Senza concedere o addirittura teorizzare, come accade sempre più spesso, invasioni di campo da parte del privato, anche animato dalle migliori intenzioni filantropiche: non per ottusa rivendicazione di un ruolo fine a se stesso, ma perchè è solo ad un determinato livello - quello del governo della cosa pubblica - che vi sono (dovrebbero) essere le competenze e le risorse per una visione d'insieme che sappia tenere insieme esigenze diverse e complesse.
Il ruolo del privato è importante e funziona benissimo, così come dimostrano le esperienze di altri paesi, quando affianca il governo pubblico allineandosi ad un percorso preventivamente e compiutamente definito da quest'ultimo, così come è accaduto, ad esempio, nel caso del restauro della Piramide Cestia a Roma o nella recentissima e democratica operazione di crowdfunding lanciata per il restauro del Battistero di Firenze. Là dove assume un carattere "indispensabile", diventa la spia di una falla che va recuperata in fretta, prima che diventi una voragine.
Non ci sono soluzioni alternative, se non velleitarie, alla costruzione di una politica culturale complessiva, all'interno della quale il rapporto fra pubblico e privato possa dispiegarsi con modalità più chiare e soprattutto più efficaci per la gestione del nostro patrimonio culturale di quanto avvenuto finora.In mancanza di un'elaborazione di questo tipo, capace di esprimere, innanzi tutto, cosa si vuole fare dell'insieme del nostro patrimonio culturale, con che mezzi, verso quali obiettivi, nessun Decreto Art Bonus - come sta puntualmente avvenendo - potrà innescare un meccanismo virtuoso di cooperazione fra pubblico e privato.
Nel frattempo, mentre aspettiamo l'emanazione di questa politica culturale, già sarebbe un successo l'allentamento della tendenza ormai prevalente, a concentrare le risorse - pubbliche o private - verso l'evento e l'inaugurazione, e, in generale, verso tutto ciò che si presta ad un rilancio mediatico.
Dalla grande mostra, all'arena dell'anfiteatro, al nuovo museo disegnato dall'archistar.
Per il momento, non resta che augurarci che il futuro museo di Ercolano, almeno, non sia #verybello.
Abbiamo ancora negli occhi gli orrori che ci sono stati ricordati in occasione del settantesimo anniversario della liberazione ...>>>
La risposta generale è: «non sapevamo nulla» e la vedova (Marlene Dietrich) di un alto ufficiale nazista, cerca di spiegare (il film è ambientato nel 1948) che il popolo tedesco dopo la fine della guerra aveva il diritto, anzi il dovere, di dimenticare e di ricominciare a vivere. Si era alla vigilia (giugno 1948) del blocco sovietico della città di Berlino e il mondo sembrava alle soglie di una terza guerra mondiale, questa volta fra americani e sovietici, ex-alleati nella sconfitta del nazismo e gli americani avrebbero “avuto bisogno” dei tedeschi. Effettivamente, all’infuori dei pochi condannati a morte, tutti gli altri condannati per crimini nei vari processi, sono tornati presto in libertà e hanno ricoperto cariche importanti nell’economia mondiale.
Siamo nel 2015, dichiarato dall’ONU “Anno internazionale del suolo”. Cosa sta per propinarci la fertile e instancabile attività di innovazione legislativa dell’attuale maggioranza?...>>>
Siamo nel 2015, dichiarato dall’ONU “Anno internazionale del suolo”. Ma cosa sta per propinarci la fertile e instancabile attività di innovazione legislativa dell’attuale maggioranza? Un disegno di legge su “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato”( C. 2039 Governo) il cui testo base più recente, adottato il 20 gennaio scorso dalle Commissioni riunite VIII (Ambiente, territorio e lavori pubblici) e XIII (Agricoltura), contiene una temibile ulteriore occasione per l’aggressione delle campagne e degli spazi aperti: i “compendi neorurali periurbani”.
Il disegno di legge riparte nel suo impianto generale da due DDL formulati da precedenti governi, peraltro non approvati: la “legge Catania” e il successivo DDL del governo Letta. Dei due disegni di legge eddyburg ha già a suo tempo sottolineato alcune fragilità, riconoscendo comunque al ministro dell’Agricoltura del governo Monti il merito di avere per la prima volta affrontato una questione cruciale lungamente disattesa dalla politica e dalla cultura urbanistica mainstream; e al governo Letta l’altrettanto importante merito di avere bloccato altre ben più criticabili proposte legislative presentate in Parlamento e di aver proposto una norma transitoria coraggiosa di efficacia immediata: il blocco triennale del consumo di suolo.
L’attuale governo disponeva insomma di una buona piattaforma da cui ripartire, per affrontare finalmente - anche se con un ritardo assolutamente censurabile rispetto ad altri paesi europei - e con strumenti normativi adeguati l’inarrestabile consumo di suolo che affligge il nostro territorio.
Cosa intende invece proporre, nell’anno della difesa del Suolo, il ddl in questione? Non solo non fa propria la norma transitoria proposta a suo tempo dal governo Letta, che sarebbe stata davvero opportuna a fronte dei dati più che allarmanti sui ritmi di consumo di suolo e sulle continue calamità ‘naturali’ che colpiscono il paese grazie al dissesto idrogeologico determinato dalla incessante impermeabilizzazione dei suoli; ma propone una pericolosa novità che può delegittimarne l’intera struttura.
Nella testo base, all’articolo 5, introduce infatti, sposando un lessico - che appartiene a tutt’altro filone di pensiero, di iniziative legislative e di politiche urbanistiche locali oggi assai diffuse in ambito internazionale - i sedicenti “compendi neorurali periurbani”: una locuzione accattivante cui fa seguito un contenuto temibile e controintuitivo. Leggendo il titolo dell’articolo 5, il pensiero infatti corre subito ai territori di frangia urbana/metropolitana in cui il ‘neoruralismo’ si traduce, o potrebbe tradursi, in piani e progetti di suolo coerenti con un principio di tutela degli spazi aperti: uno scambio virtuoso fra città e campagna che garantisce l’accesso a prodotti di qualità da parte dei consumatori urbani, e valorizza le filiere corte con prospettive positive per il reddito agricolo e l’economia.
Ma non è così, perché di tutt’altre funzioni sono ricettacolo i “compendi neorurali” del disegno di legge.
Già il termine “compendio” impensierisce, poiché evoca una sommatoria, una sinossi e non un criterio di unitarietà degli interventi rispetto a uno scopo ambizioso ben identificato. Il termine è infatti già oggi utilizzato per alcuni progetti di recupero di edifici e spazi abbandonati dalla produzione agricola nella campagne lombarde, per lo più riutilizzati per la realizzazione di uffici che svolgono attività in settori che nulla hanno a che vedere con il contesto rurale.
In secondo luogo, in assenza di una definizione statistica nazionale (quale è ad esempio quella adottata dall’INSEE in Francia), manca totalmente nella legge una precisa identificazione del territorio ‘periurbano’. Se, come si evince dal comma 1, sono da ritenersi come tali tutti i territori extraurbani di tutti i comuni, l’uso del termine appare del tutto inappropriato e generico; anzi inaccettabile. Se invece, a titolo di esempio, periurbane fossero da considerarsi soltanto le prime corone di città di notevole dimensione (ad esempio, le nostre Città Metropolitane), che sono peraltro quelle più aggredite dallo sprawl che letteralmente sta divorando gli ultimi e residuali territori agricoli, sarebbe opportuno stabilire che siano i governi metropolitani ad esprimere un parere di compatibilità sulle destinazioni d’uso nei “compendi”; nei contesti urbani policentrici, potrebbero essere le Unioni di Comuni.
Ma, soprattutto, è il termine “neorurale” che viene completamente travisato e interpretato in maniera davvero fluida, per non dire ipocrita. Tralasciando la letteratura sociologica, il termine neorurale viene oggi utilizzato, in ambito di politiche agricole innovative (ma anche di politiche urbanistiche e di tutela ambientale), per identificare le nuove forme di produzione agricola di alta qualità strettamente integrate al mercato urbano che possono costituire un formidabile presidio contro la urbanizzazione estensiva e contro il modello liberistico che autorizza e perpetua lo sprawl insediativo. È questa l’esperienza di molti paesi europei, ma anche di alcune aree metropolitane nordamericane.
E’ di queste forme di produzione e riproduzione del territorio agricolo che si occupa l’Articolo 5? Niente affatto, perché al di là dei creativi neologismi in libertà, basta scorrere il testo dell’articolato per indignarsi. Dall’elenco delle destinazioni d’uso ammesse nei compendi neorurali si apprende che nel territorio periurbano sarebbero ammesse prioritariamente e indiscriminatamente destinazioni d’uso tipicamente urbane, di fatto consentendo l’ulteriore espulsione di attività deboli (in primis ovviamente le produzioni agricole) e mettendo ulteriormente a rischio la naturalità residua.
Si legge infatti al Comma 5: “ I compendi agricoli neorurali periurbani, in conformità alle disposizioni degli strumenti urbanistici, possono avere le seguenti destinazioni d’uso (NB: si noti anche l’ordine prescelto nell’elencazione):
a) attività amministrative e direzionali;
b) servizi ludico-ricreativi;
c) servizi turistico-ricettivi;
d) servizi dedicati all’istruzione;
e) servizi medici e di cura;
f) servizi sociali;
g) attività di vendita diretta dei prodotti agricoli od ambientali locali
h) altre attività non comprese nell’elenco ma considerate rilevanti per lo sviluppo economico sostenibile del territorio.
Al Comma 6 si escludono invece le seguenti destinazioni d’uso:
a) residenziale, ad esclusione delle necessità abitative connesse alle attività lavorative svolte nel compendio agricolo;
b) produttiva di tipo industriale o artigianale.
Per tutte le attività ammesse sarebbe dunque possibile, se la legge venisse approvata in questa stesura, ottenere titoli edilizi abilitativi attraverso rigenerazione o demolizione e ricostruzione di fabbricati agricoli esistenti; e, di fatto, realizzare anche quote di residenziale per le funzioni previste nell’elenco. Da notare inoltre che, rispetto alla versione immediatamente precedente del testo, che era del 22 dicembre 2014, sono state eliminate “le attività che completano la filiera della produzione e distribuzione agricola” che avrebbe invece avuto senso mantenere in una prospettiva di rilancio qualificato dell’agricoltura.
Tralasciamo ogni commento al comma 4, dove si invita a ricostruire sui fabbricati agricoli dismessi e demoliti realizzando “tipologie, morfologie e scelte materiche ed estetiche tali da consentire un inserimento paesaggistico adeguato e migliorativo rispetto al contesto dell’intervento”. Si vuole suggerire di piazzare vecchi carretti e aratri davanti a stalle e fienili trasformati in “rural offices”? Gli esempi già non mancano nella campagna lombarda.
Insomma: all’insegna del contenimento del consumo di suolo e della rigenerazione, si offriranno nuove opportunità all’insediamento di funzioni tipicamente urbane nei territori agricoli di frangia già pesantemente aggrediti e sfigurati da un’urbanizzazione estensiva che ne ha drammaticamente compromesso funzione produttiva e naturalità?
È così che il governo Renzi si prepara a festeggiare l’anno del suolo…en attendant la ‘legge Lupi’ per celebrarlo ancora meglio?
«Il movimento di Gezi Park indica che la salvaguardia non era l’unico aspetto a contare. La "classe emergente" del movimento è stata in grado di costruire solidarietà e forme di condivisione e sostegno collettivo. Tuttavia "la massa delle classi lavoratrici islamiche non ha aderito alla rivolta"».
Due anni fa il governo ha stanziato 400 miliardi di dollari in un piano per abbattere e ricostruire tutti gli edifici a rischio sismico della città. L’iniziativa coinvolgerà centinaia di migliaia di edifici in decine di quartieri di Istanbul. A Okmeydani 5.600 edifici del quartiere sono stati classificati a rischio sismico e sulle aree che ricevono questa denominazione gli interventi saranno possibili senza il consenso dei proprietari. Qui lo scorso giugno, durante una delle manifestazioni contro il piano di ricostruzione, quando sembrava che si fosse arrivati ad una stretta riguardo alle demolizioni, è morto un ragazzo di 15 anni.
Il partito di governo vede nei grandi progetti di costruzione il simbolo del rinnovato prestigio della Turchia e un mezzo per sostenere la crescita economica. Qualunque cosa minacci la realizzazione dei progetti che sono alla base del boom edilizio turco è oggetto di intervento governativo, sottolinea David Lapeska in un recente articolo su Next City. Alla fine di novembre 2014, ad esempio, il ministero dell'ambiente ha esentato i centri commerciali, i complessi residenziali, i campi da golf e gli impianti idroelettrici di piccole dimensioni dalla valutazione di impatto ambientale in precedenza obbligatoria; una misura in diretta violazione di una sentenza dalla Corte Costituzionale. Nel mese di dicembre, il governo ha elaborato un disegno di legge per controllare l’ordine architetti e ingegneri, l'unico organismo indipendente in grado di rallentare, tramite la presentazione di azioni legali, i progetti che prevedono aspetti discutibili.
Ad un anno e mezzo di distanza dalla sua nascita, il movimento di Gezi Park ha ripreso a mobilitarsi a novembre 2014, quando il progetto di edificazione del parco è riapparso nonostante le promesse ufficiali della sua cancellazione. Una nuova prevedibile ondata di proteste avrà però da misurarsi con le misure varate dal governo per controllare i siti internet e gli account dei social network. Un primo tentativo di organizzare una manifestazione contro il progetto è già stata bloccata dalla polizia che ha affrontato con gas lacrimogeni i gruppi giovani scesi in piazza Taksim e impedito loro di entrare nel parco. La violenza della polizia unita alle restrizioni delle libertà di manifestare il dissenso possono trovare un alleato contro il movimento di Gezi Park nella campagna politica che il partito di governo sta lanciando in vista delle prossime elezioni, con la quale mira a dipingere gli oppositori come nemici della nazione e del suo progresso.
Secondo David Harvey il movimento di Gezi Park ha indicato, che la salvaguardia del parco non era l’unico aspetto a contare. La "classe emergente" che ha dato vita al movimento è stata in grado di costruire solidarietà sociale e forme di condivisione e di sostegno collettivo riguardo al cibo, le cure mediche, i vestiti di cui avevano bisogno gli occupanti. «I partecipanti alla protesta hanno assaporato il piacere di discutere dei loro comuni interessi attraverso assemblee democratiche, si sono lanciati in discussioni che si tenevano fino a tarda notte, e, soprattutto, hanno trovato un mondo possibile di umorismo collettivo e di liberazione culturale che in precedenza sembrava loro precluso. Hanno aperto spazi alternativi, hanno fatto di un luogo pubblico un bene comune, e liberato il potere dello spazio per scopi sociali e ambientali alternativi. Hanno trovato se stessi e il parco. Essi hanno identificato un nascente ordine sociale in attesa.(…). La resistenza viscerale alla proposta di versare cemento su Gezi Park per costruire una imitazione di una caserma ottomana che funzionerebbe come un altro centro commerciale è in questo senso emblematica di cosa sia in sintesi la crisi dell’urbanizzazione planetaria. Versare sempre più cemento alla ricerca insensata di una crescita infinita non è ovviamente una risposta ai mali attuali».
E tuttavia - nota Harvey - «in Turchia la massa delle classi lavoratrici islamiche non ha aderito alla rivolta. Esse sono dominate da una loro forma di solidarietà culturale (spesso anti-modernista) e da relazioni sociali rigide (in particolare in materia di genere). Esse non sono state coinvolte nella retorica dell’emancipazione espressa dal movimento di protesta, perché quel movimento non ha affrontato in modo efficace la massiccia condizione di deprivazione materiale che le riguarda. Esse hanno apprezzato la combinazione di centri commerciali e moschee che il partito di governo AKP stava costruendo e non si sono curate della corruzione che evidentemente circonda il boom edilizio finché esso è stato una fonte di posti di lavoro. Il movimento di protesta di Gezi Park è stato, come le elezioni comunali successive hanno dimostrato, non sufficientemente interclassista per poter durare».
Ciò che insegna - tra le altre manifestazioni di resistenza alla barbarie e alla repressione dell’esperienza urbana capitalistica - il movimento di Gezi Park è che «riprendersi le strade attraverso atti di protesta collettiva può essere un inizio. Ma è solo un inizio e non può essere un’azione fine a se stessa», conclude Harvey. Finché «i bisogni delle masse non saranno soddisfatti e combinati con l’emancipazione culturale» sarà difficile superare «l'ethos neoliberale dell'individualismo isolato e della responsabilità personale anziché sociale» e costruire nuove forme di socialità dove le vite delle persone e il loro benessere possano radicarsi in altri modi di produrre e di consumare. Da questo punto di vista rafforzare l’idea che il benessere di tutti abbia più valore del prodotto interno lordo, del quale si avvantaggiano in pochi, può essere una buona base sule quale fondare esperienze urbane di resistenza in tutto il mondo.
Riferimenti
Sull'argomento si vedano di David Harvey, The Crisis of Planetary Urbanization, in Post, notes on modern & contemporary art around the globe e di i David Lapeska, Fight Over Istanbul Park Is Also a Fight for Freedom of Speech, in Next City.
Fino ad oggi l'Expo di Milano, che aprirà i battenti nella prossima primavera, ha attirato l'attenzione del pubblico italiano e internazionale per gli episodi di corruzione legati alla costruzione dei suoi edifici e spazi espositivi. E ancora oggi, su quell'evento, si concentrano polemiche sui tempi di realizzazione dei vari padiglioni e soprattutto su attese di arrivi, di incassi, di afflussi di pubblico e di denaro. Poco o nulla dei contenuti che dovrebbero animare la mostra, se non gli accenni al cibo, tema nel quale non c'è italiano che non si senta un maestro. Eppure l'Expo dovrebbe riguardare anche l'agricoltura, perché senza di essa non si da cibo. In questo 2015, che sarà l'anno del suolo, si dovrebbe anzi ricordare che non c'è agricoltura senza terra. E qualcuno ha cominciato a farlo, prendendo sul serio l'occasione che l'Expo può offrire per un salto di qualità nella comprensione dei problemi agricoli ed alimentari del nostro tempo, per rendere popolari questi temi presso il largo pubblico e le nuove generazioni. Il 13 e il 14 di gennaio, a Firenze, su iniziativa di Vandana Shiva l'associazione Navdanya internazional, presieduta da Caroline Lockart, ha organizzato un seminario sul tema del suolo, con studiosi di varie discipline e nazionalità. L'incontro aveva una finalità editoriale: preparare un Manifesto - simile a quelli sui Semi, o sulla Conoscenza, che negli anni passati sono circolati a Terra madre, a Torino - intitolato Terra viva. Il suolo come bene comune. Il Manifesto verrà tradotto in varie lingue e messo a disposizione di un pubblico internazionale.
Il fitto dibattito di questi due giorni ha fatto emergere un originale quadro interpretativo dell'attuale stato di disordine dell'economia mondiale. L'economia, non soltanto quella agricola si fonda su un originario misconoscimento: il suolo è valutato come un contenitore vuoto che si può riempire a piacimento, con le nostre attività, un supporto neutro su cui si può produrre e edificare tutto. Ma esso è un organismo vivente, è un ecosistema su cui si basa la vita sulla terra. Un bene scarso e non facilmente rigenerabile, distribuito in maniera ingiusta e disuguale. Lo sanno milioni di contadini nel mondo, che ne hanno troppo poco per sfamare i loro figli, che se lo vedono sottrarre dalle attività minerarie o dall'avanzare del cemento. In Italia ce ne rammentiamo ogni tanto, quando le alluvioni sconvolgono città e territori ricordandoci che le piante proteggono dall'erosione, che i campi verdi, anche incolti, sono spugne che assorbono la violenza dell'acqua piovana. Ma i successi dell'economia industriale hanno creato l'illusione dell'onnipotenza tecnologica. Le alte rese che si sono succedute nei raccolti, nelle agricolture occidentali, sopratutto a partire dagli anni '50 del '900, hanno radicato l'idea che tutto è possibile, indipendentemente dal suolo, dalla natura e dai suoi equilibri.
Ma ciò che è rimasto a lungo nascosto è che il miracolo dei semi era dipendente dal crescente uso della concimazione chimica. Lo storico francese Paul Bairoch, ha ricostruito le stupefacenti cifre statistiche che svelano l'arcano della nostra prosperità alimentare. Tra i primi del 900 e il 1985 i rendimenti del grano son cresciuti nei vari paesi d'Europa di 3 o 4 volte. Ma nello stesso periodo il consumo di fertilizzanti chimici nelle campagne della Germania è aumentato 9 volte, 17 volte in Italia, 20 in Spagna. Quella fertilità non veniva dai suoli d'Europa, ma dai fosfati estratti in Marocco o nelle isole del Pacifico, dall'azoto prodotto industrialmente col petrolio pompato in qualche angolo del mondo. L'intero modello della nostra economia estrattiva, lineare, non ciclica, che consuma una volta per tutte, senza nulla restituire alla terra, è nelle poche cifre fornite dal geologo americano D.A. Pfeiffer nel saggio Eating fossil fuels. (2006).Negli anni in cui si realizza la cosiddetta rivoluzione verde, tra il 1950 e il 1985, la produzione mondiale del grano conosce un incremento che sarebbe sciocco non considerare senza precedenti. Essa aumenta del 250%. Ma il consumo di energia fossile negli stessi anni tocca un picco di aumento del 5000%. L'aumento di produzione e l'innovazione tecnologica di tutto il settore (concimi, macchine, pompaggio elettrico dell'acqua,diserbanti, pesticidi) si è fondato su un consumo gigantesco di energia, sulla dissipazione di risorse non rigenerabili del suolo e del sottosuolo.
Tale economia lineare svela oggi i suoi limiti e annuncia le sue minacce. Il suolo fertile comincia ad apparire scarso, scompare la falsa infinità della natura ed ecco esplodere il fenomeno del land grabing. Milioni di ettari di terra, dell'Africa, del Brasile, del Vietnam vengono accaparrati non solo dalla Cina, ma anche dagli Emirati Arabi, dalla Corea del Sud., dall'Arabia Saudita. Non si comprano semplicemente le derrate per sfamare le popolazioni, si acquisiscono direttamente i suoli trascinandoli nel gioco del mercato capitalistico mondiale. L'eterno imperialismo si riaffaccia in nuove forme ed esso alimenta scontri tribali, conflitti, guerre. Oggi appaga il senso comune e l' ipocrisia dell'Occidente ricondurre i sanguinosi conflitti in corso alle divisioni religiose. Non solo si dimentica il fanatismo dell'Occidente, chiamato crescita, ma non si vuol vedere che quello sanguinoso, ad esso speculare, è il travestimento ideologico con cui il mondo degli sconfitti, schiacciato dalle violenze dell'economia globalizzata, dà senso alla sua ribellione.
Occorre dunque rovesciare il paradigma, scuotere dalla fondamenta la cultura dominante, fondata sul successo dei risultati immediati e sulla cancellazione delle fonti originarie della ricchezza.La storia dell'economia contemporanea è infatti fondata su una successione stratificata di occultamenti. L'agricoltura nasconde lo sfruttamento dell'energia fossile alla base dei suoi successi produttivi, l'attività dell'industria a sua volta tiene celate le immense quantità di materia e risorse che essa trasforma in merci, la finanza mette in ombra l'economia reale su cui si fonda esaltando la crescita autonoma dei suoi rendimenti virtuali. Ma l'intera economia nel suo complesso nasconde che il punto di partenza di tutto è la terra, il suolo.
Scopo del Manifesto Terra viva, è dunque mostrare la via dell'economia circolare. La Terra è un sistema chiuso.Occorre restituire quello che le si sottrae. L'agricoltura non può continuare all'infinito a surrogare la fertilità del suolo con la concimazione chimica. Già essa contribuisce per circa il 40% al riscaldamento climatico. Mentre è noto che la conservazione della fertilità del suolo gioca un ruolo rilevante nella cattura del carbonio e dunque nella riduzione dei gas serra. Occorre incrementare la nuova agricoltura già all'opera, non solo in campagna, fondata sulla piccola impresa biologica, ma anche in città. Impiantare orti e alberi nelle aree dismesse, nelle periferie, nelle terrazze, nei giardini. E occorre riportare alla terra i residui della nostra cucina, gli scarti organici della vita cittadina, ridando fertilità alla terra senza ricorrere alla chimica, incrementando la cattura di carbonio nel suolo. In questo esempio di economia circolare aumento della fertilità e della ricchezza, risparmio energetico, diminuzione della dissipazione sono tutt'uno. Per questa via l'agricoltura biologica, fondata sulle piccole aziende non è solo un settore economico che dà cibi più sani e rispettosi dell'ambiente, ma costituisce un frammento di economia circolare a cui tutti i cittadini possono concorrere, grazie alla selezione dei propri rifiuti, riconoscendosi - come' stato per secoli, per milioni di cittadini d'Italia e del mondo – i fertilizzatori del suolo da cui proviene il cibo che essi non producono.
Assieme ai nuovi calendari e alle pessime notizie d'oltralpe, l'inizio d'anno ha conosciuto anche un rinfocolarsi delle polemiche sul Progetto Fori, scaturite dalla relazione conclusiva della Commissione che Ministro dei Beni culturali e Sindaco di Roma avevano costituito sul tema della sistemazione dell'area archeologica centrale. La relazione collaziona molti e diversi spunti derivati da studi precedenti, in particolare dalle Linee Guida per la Sistemazione dell'area monumentale centrale del 2008 e dai progetti elaborati dalla Soprintendenza Archeologica statale, oltre che dal Piano prodotto dall'Assessore Caudo, presentato nella primavera del 2014.
Da quest'ultimo, che a sua volta esprimeva compiutamente, in questo senso, uno dei punti qualificanti del programma elettorale di Marino, la relazione riprende giustamente l'idea di uno spazio urbano aperto, pienamente inserito nel flusso della vita quotidiana, senza recinzioni e quindi da intendersi non come Parco Archeologico in senso tradizionale, ma luogo - di valore storico, archeologico, estetico inestimabile - destinato alla libera fruizione di cittadini e visitatori.
Conseguente a questa impostazione è il corretto suggerimento di restituire l'area del foro romano al libero accesso, così come era stato per alcuni anni, fino al 2004.
Un'altra indicazione del tutto sottoscrivibile deriva dall'auspicio di una completa ridefinizione del progetto del Centro Servizi collegato al Colosseo, al momento caratterizzato da un livello architettonico, funzionale e di impatto inaccettabili.
Altre considerazioni, pur condivisibili, non riescono invece ad assumere un'articolazione tale da superare il livello del mero buon senso: la necessità di soluzioni non semplicistiche (ma non meglio specificate), di miglioramento del decoro urbano, di superamento di una concezione elitaria tramite una comunicazione moderna, di un approccio partecipato, ecc.
Nel suo complesso la relazione non restituisce una visione organica che possa inquadrare il Progetto nelle sue finalità e in un contesto metodologico compiutamente definito, impegnata come si mostra in più punti, nello sfibrante esercizio della conciliazione degli opposti anche a costo di spericolate acrobazie verbali e talora contraddizioni palesi. Esito non sorprendente se si considera che - per colpa di chi l'aveva designata: Franceschini e Marino - la Commissione era priva o carente di competenze fondamentali, dalla trasportistica, all'economia, dalla museologia all'ingegneria strutturale (in un'area ad altissimo rischio idrogeologico).
La più vistosa delle contraddizioni è rappresentata sicuramente dall'ambiguità che caratterizza il destino di via dei Fori Imperiali: sottolineando la mancanza attuale oltre che di risorse, di "progetti di alto profilo" (ma non era l'obiettivo stesso della Commissione?), la relazione dilata ad un futuro indistinto l'ipotesi dell'eliminazione della strada, negandone, in ogni caso, la necessità quale elemento costitutivo del Piano Strategico ed anzi riservando a future soluzioni innovative - evidentemente non alla sua portata - la conciliazione delle due esigenze - poste sullo stesso piano culturale - "di ricomposizione dei Fori e mantenimento dell'asse". Conciliazione che si incrina subito dopo, laddove si propone invece lo scavo del Foro di Cesare che, inesorabilmente, "richiederebbe lo smantellamento del bordo occidentale della via".
La rimozione concettuale del problema di via dei Fori Imperiali produce altre evidenti incongruenze: così ad esempio, mentre si dichiara in più punti la necessità di restituire a cittadini e visitatori una comprensione chiara dei resti monumentali, si sorvola sul fatto che proprio la stradone d'asfalto è uno degli elementi di disturbo più evidenti per una lettura spaziale corretta dell'intera area dei Fori imperiali: vero e proprio muro dissonante, cesura posta a frammentare un'area continua, ben più invasiva di quella via Alessandrina di cui si propone, proprio per questi fini, lo smantellamento.
E le passerelle o viadotti di varia natura che la relazione addita come soluzioni preferibili sono, al contrario, ulteriori barriere che si frappongono alla creazione di quello spazio di libera circolazione da tutti auspicato, soluzioni accettabili in luoghi chiusi di modesta estensione, incongrue in un'area di questo tipo.
Non sorprende, in questo quadro, che l'unico componente della Commissione che potesse vantare consolidate competenze sul Progetto Fori, Adriano La Regina, abbia messo a verbale - e poi ribadito in altre sedi - il proprio dissenso proprio su questo aspetto.
Una contraddizione palese è poi rappresentata dall'ipotesi di moltiplicazione degli organismi decisionali e di controllo: per risolvere il groviglio amministrativo e gestionale che grava su di un'area con competenze suddivise fra troppi attori, si propone addirittura di triplicare le strutture di coordinamento (cabina di regia, commissione di coordinamento, organismo di gestione) creando così un sistema di scatole cinesi, nel migliore dei casi inutile, quando non palesemente peggiorativo dell'efficacia operativa e in conflitto con i compiti istituzionali di Soprintendenza e Comune.
Per altri aspetti la relazione si rivela un'occasione persa - ma, ripeto, la responsabilità principale è dell'inettitudine della politica a decidere e a scegliere - laddove, ad esempio, cita a più riprese la necessità dell'innovazione - quasi un'ossessione lessicale, raramente esemplificata - ignorando poi, per quanto riguarda alcuni fondamentali aspetti quali il tema della partecipazione e della comunicazione, il dibattito più aggiornato in tema di public archaeology e Critical Heritage studies e sorvolando così su di un problema cruciale quale il rapporto, in uno spazio come questo, fra le diverse e potenzialmente conflittuali esigenze di differenti categorie di utenti e le criticità del turismo di massa, elemento di dirompente novità rispetto al Progetto Fori degli anni '80.
Al di là delle difficoltà insite in operazioni di questo tipo, vi è però, a giustificarne l'esito complessivo, una ragione politico concettuale evidente: la relazione esordisce con un'inaudita celebrazione dell'attuale PRG romano, che, al contrario, rappresenta una delle cause primarie dell'attuale situazione di degrado urbanistico della capitale (su eddyburg, qui), un macigno che ne sta ostacolando i faticosi tentativi di risanamento edilizio e sociale.
Il Progetto Fori è, da questo punto di vista, il simbolo di una visione urbanistica, politica, culturale diametralmente opposta: impossibile inquadrarlo in un simile contesto, ne è irriducibile, a meno di non stravolgerne l'identità. Anche per questo, per il suo carattere di fiaccola di resistenza nei confronti di un'urbanistica, quale quella incarnata dal PRG capitolino del 2008, che ha svenduto gli spazi pubblici e si è mostrata incapace di proporre una visione di città che aspiri a perseguire il miglioramento nella qualità dell'abitare e del vivere dei suoi cittadini, il Progetto Fori è oggi ancor più indispensabile.
Perchè nel campo dei diritti, come ci ricordava, da ultimo, Ken Loach, bread and roses sono inscindibili.
«Sono infatti gli enti locali a possedere le enormi ricchezze (territorio, patrimonio pubblico, servizi pubblici locali), divenute preda dell’enorme massa di denaro accumulata negli ultimi decenni sui mercati finanziari». Il granello di sabbia n.16, novembre dicembre 2014 (m.p.r.)
Gli enti locali sono, e sempre più saranno in futuro, uno dei luoghi di precipitazione della crisi sistemica, nella quale le politiche di austerity hanno imprigionato il continente europeo. Sono infatti gli enti locali a possedere le enormi ricchezze (territorio, patrimonio pubblico, servizi pubblici locali), quantificate in 571 miliardi di euro in un rapporto del 2011 di Deutsche Bank, divenute preda dell’enorme massa di denaro accumulata negli ultimi decenni sui mercati finanziari.
Sapientemente costretti all’angolo da un quindicennio di patto di stabilità interno rivolto a destrutturare il loro ruolo pubblico e sociale, oggi gli enti locali si trovano alla stretta finale tra vendere tutta la ricchezza collettiva detenuta – e divenire complici della propria sparizione – o ribellarsi a diktat, tagli, vincoli monetari e tornare ad essere luoghi della democrazia di prossimità. Anche perché da luoghi passivi di precipitazione della crisi potrebbero diventare luoghi attivi per una diversa uscita dalla crisi sistemica provocata dal capitalismo finanziarizzato.
Il modello neoliberale ha modificato profondamente i concetti di spazio e di tempo che governano le attività umane, allargando esponenzialmente il primo - l’intero pianeta come unico mercato - e riducendo drasticamente il secondo, essendo divenuto l’indice di Borsa del giorno successivo l’unica scadenza temporale. È proprio dal ribaltamento dei significati attribuiti dal modello neoliberale al tempo e allo spazio che si possono intravedere le coordinate per un’altra uscita dalla crisi: occorre ridurre drasticamente lo spazio dell’attività economica e produttiva fino all’autogestione territoriale e nel contempo allargare esponenzialmente il tempo di misura delle scelte, che deve divenire quello delle conseguenze sulle future generazioni.
Si comprende bene, da questo punto di vista, la centralità dell’ente locale come luogo per immaginare un’altra economia, diverse relazioni sociali, un nuovo modo di declinare i tempi di vita e quelli di lavoro. Non si tratta di rifugiarsi nel localismo, luogo dominato dall’ansia verso il futuro incerto e dalla paura di un presente troppo complesso; ma, al contrario, di riattribuire senso e significato al lavoro, all’ambiente, alla società e alla democrazia. Rimettere al centro la territorialità chiama in causa innanzitutto la gestione dei beni comuni (acqua, energia, territorio, rifiuti), che già di per sé determina la qualità della dimensione collettiva raggiunta da una determinata comunità.
Rispetto a questo, affermare che i beni comuni devono essere sottratti al mercato e gestiti con la partecipazione diretta degli abitanti significa porre le basi per un altro modello sociale: quello che, per quanto riguarda l’acqua, si pone il problema del diritto all’accesso e della tutela del bene; per quanto riguarda i rifiuti, si pone drasticamente fuori da ogni logica di smaltimento a valle attraverso discariche o inceneritori, e ragiona di “rifiuti zero”; per quanto riguarda l’energia, contrasta non solo l’utilizzo dei combustibili fossili, ma l’insieme del modello energetico basato sui grandi impianti per scegliere l’energia diffusa e tendenzialmente auto-prodotta; e, per quanto riguarda il territorio, contrasta ogni sua devastazione attraverso grandi opere inutili, ma pone le basi per la sua tutela e riassetto idrogeologico.
Già solo questo insieme di riflessioni, ci dice quanta possibilità di lavoro, pulito, socialmente utile ed ecologicamente orientato potrebbe risiedere nel territorio e trovare l’ente locale come motore trainante ed elemento di propulsione diretta. Ma l’attenzione al territorio aprirebbe ben più ampi risvolti; basti pensare alla questione del cibo e della relazione fra campagna e dimensione urbana, con la possibile apertura da parte dell’ente locale di un circolo virtuoso fra la produzione e il consumo di cibo, basato sulla giustizia sociale, sulla relazione diretta fra contadini e cittadini e sulla qualità dell’alimentazione.
Si tratta con tutta evidenza di mettere l’ente locale al centro di una nuova economia sociale territoriale, in grado, almeno parzialmente, di produrre una riflessione collettiva non sulla crescita astratta, bensì sul “cosa, come, dove e perché produrre” provando ad intervenire direttamente laddove la scala della territorialità lo consente (pensiamo anche alla questione della mobilità) e di innescare pluri-livelli di confronto laddove la scala diviene necessariamente più ampia. Tutto questo richiede enti locali attenti e soprattutto comunità consapevoli, conflittuali e attive nella riappropriazione di ciò che a tutti appartiene e che oggi viene progressivamente sottratto dagli interessi dei grandi capitali finanziari. Una comunità che non accetta supinamente la vendita del patrimonio pubblico esistente, ma lo occupa per metterlo a disposizione dei bisogni di lavoro, socialità, formazione e cultura dell’intera comunità.
Dove sono i soldi per fare tutto questo? Qui tocchiamo il nodo fondamentale dello scontro in atto, perché se non si mettono in discussione le regole esistenti, la partita è già segnata. Fra drastica riduzione dei trasferimenti, spending review e, soprattutto, un patto di stabilità, che andrebbe più correttamente rinominato “patto di destabilizzazione sociale”, gli enti locali sono ormai privi di risorse, quando non a rischio default: le manovre economiche dei diversi governi dell’ultimo decennio hanno comportato complessivamente un taglio delle erogazioni agli enti locali pari a oltre 16 miliardi, nonostante gli stessi contribuiscano solo per il 7,6% alla spesa pubblica nazionale e per il 2,5% al debito pubblico del Paese.Per questo diviene necessaria la rottura dell’attuale patto di stabilità, chiedendo da subito che tutti gli investimenti rivolti ai beni comuni e al welfare locale vengano sottratti ai vincoli dello stesso; e diviene dirimente la rivendicazione di una nuova finanza pubblica e sociale che, a partire dalla socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, consenta agli enti locali di effettuare investimenti d’interesse generale a tassi agevolati. Mentre, al contempo, si possono sperimentare forme locali di tasse di scopo o di finanziamento a progetto, collettivamente decisi attraverso processi partecipativi delle comunità locali.
Sono processi complessi che necessitano di una forte partecipazione dal basso: quella che troppi amministratori continuano a temere, invece di rendersi permeabili anche alle forme più conflittuali della stessa. “Scateniamo tempeste, ma preferiamo il sole” era scritto su un muro della città di Roma. Solo un sindaco che vede ma non guarda può decidere di cancellarla, illudendosi di poter mantenere un ruolo nel silenzioso grigiore delle sue stanze.
«Probabilmente, se qualcosa merita di essere rammendato, è prima di tutto una seria interdisciplinarità >>>
«Probabilmente, se qualcosa merita di essere rammendato, è prima di tutto una seria interdisciplinarità, che non vuol dire (come succede con certe riviste) invitare qualcuno per un commento collaterale »Questa conclusione di Fabrizio Bottini (Postilla a "Periferie: una rinascita senza ghetti", di Vittorio Gregotti, 5.01.14) che dà la precedenza alla «seria interdisciplinarità» in margine a una discussione sulle periferie («rammendare», Renzo Piano) mi ha fatto riflettere, messo da parte il tema delle periferie, a cominciare dall’esperienza nella facoltà di architettura di Milano. Nel lontano passato, nella nostra vecchia scuola del dopoguerra e in seguito fino alla prima contestazione degli studenti nel 1963, non casualmente avvenuta nel corso di urbanistica tenuto da Luigi Dodi, indiscussa era l’indipendenza di ogni insegnamento sia nei contenuti che nel metodo. Era assicurato, per tranquillità dei professori titolari, l’isolamento di ogni disciplina poiché mancava un vero programma di facoltà volto a costruire una figura di architetto dotato di una cultura professionale capace di riunire le diverse competenze separate in un unicum di ordine superiore.
L’architettura, l’urbanistica, l’architettura degli interni, il restauro e la storia avevano bisogno l’una dell’altra, potevano rompere i propri recinti e guidare gli studenti verso più ampi orizzonti della conoscenza. Per parte sua l’urbanistica doveva aprirsi alle scienze umane (economia, geografia umana, sociologia…) non tanto quale contributo di «esperti» per così dire esterni, quanto per propria capacità di introiettarne l’essenziale: allo scopo di trasformarsi da mediocre tecnica a sapere molteplice e unitario in grado di agire conformemente ai mutamenti continui del reale. Avevamo letto in pochi, alla prima pubblicazione in Italia nel 1964 grazie a Feltrinelli, il saggio di Edgar Percy Snow Le due culture (1959 in Inghilterra). La radicale divisione fra cultura umanistica e cultura scientifica sembrava insuperabile. Snow conduceva un’intensa battaglia affinché esse dialogassero, ma il risultato fu che, dopo un momento in cui «almeno si sorridevano freddamente attraverso l’abisso che le separava, la cortesia è venuta meno – scriveva – e si fanno le boccacce». La scuola aveva la sua parte di colpa, come «l’eccessiva specializzazione degli esami universitari di Oxford e di Cambridge».
Nonostante i tentativi fatti allora nell’università e qualche riflesso all’esterno raccolto da pochi urbanisti e architetti (i migliori), ora l’urbanistica e l’architettura vivono quanto mai del tutto separate. La prima non ha affatto concluso quel processo di introiezione delle scienze umane che sperimentammo a scuola; la seconda sembra dominata da alcuni autori internazionalisti (stupidamente detti «archistar» dalla stampa corrente e dalla pubblicità) stretti alleati delle più potenti aziende immobiliari per poter realizzare enormi, mostruosi oggetti completamente estranei ai contesti sociali: come fossero derivati da modellini-soprammobili da ingrandire cinquecento volte. (Se c’è un’altra architettura seriamente propensa a ricercare, insieme all’urbanistica, soluzioni ai problemi anziché rappresentare solo se stessa, l’ombra dei suddetti King Kong la oscura, la cancella).
Ad ogni modo è necessario ancora, oggi, selezionare i temi che l’ottica territoriale e urbana (anche nel senso della scala) impone all’attenzione e, ricuperando senza remore la portata dell’interdisciplinarità e della molteplicità, trattare in modo originale la questione del piano-progetto del territorio e della città. L’esame della realtà e della cultura dominante dimostra che quanto a costruzione di un habitat specchio di una migliore qualità della vita in particolare dei ceti subalterni ben poco o nulla è successo. Anzi, il passato è meglio del presente, il futuro potrebbe sancire il pluridecennale disastro.
La trasformazione capitalistica del territorio, nel processo storico, mostra che a dati modi e rapporti sociali di produzione corrisponde una certa configurazione generale. Ogni problema posto nello spazio e nel tempo marca il rapporto che una determinata formazione economico-sociale-politica instaura col territorio, diverso da quello di un altro periodo storico o di un altro luogo. Quanto più si è dato uno sviluppo delle forze produttive, delle forze sociali, dei rapporti di produzione tanto più profonda è stata la modificazione dei paesaggi (vedi il saggio di Lucio Gambi, I valori storici dei quadri ambientali, nella Storia d’Italia, Einaudi, Torino 1972, I vol. I caratteri originali, pp.5-60).
In Italia la conformazione dello spazio risente del manchevole riformismo della borghesia e della «razza padrona». Altrove ciò è avvenuto, pur senza violazione sostanziale dei processi territoriali compatibili con i rapporti capitalistici. Anche il mutamento del rapporto fra redditi da capitale e redditi da lavoro a favore di questi ultimi, per esempio al tempo dello statuto dei lavoratori, del nuovo contratto all’Alfa Romeo (1963)…, o la variazione di peso fra le forze politiche localmente e nazionalmente non hanno comportato una modificazione apprezzabile del «codice» di appropriazione classista (direi padronale) del territorio. La cultura urbanistica e architettonica e la cultura degli amministratori locali non sapevano indicare traguardi chiari e superiori, inoltre hanno mancato gli obiettivi più scontati: varare più leggi, approvare più piani dedotti da quelle, gestire un’urbanistica in mero senso applicativo di norme e indici quantitativi (standard).
Se trent’anni fa gli abitanti di Venezia potevano ancora sperare di essere in grado di resistere all’occupazione della loro città ... >>>
1. La fiaba dell’esodo.
Se trent’anni fa gli abitanti di Venezia potevano ancora sperare di essere in grado di resistere all’occupazione della loro città, ora è chiaro che abbiamo perso la guerra. Non si capisce, quindi, il tono sconsolato degli articoli apparsi in questi giorni sulla stampa quotidiana che, come ad ogni inizio d’anno, ci informano che Venezia continua a “perdere” abitanti. “Purtroppo, l’esodo è inarrestabile e inesorabile”, dicono, alimentando la rassegnata convinzione di trovarsi di fronte a un fenomeno naturale e incontrastabile.
In realtà, non c’è niente di naturale nel ricambio selettivo della popolazione, un fenomeno che ha stravolto molte città, ma che a Venezia ha assunto le dimensioni di una vera e propria deportazione di massa, ed è il risultato di politiche intenzionalmente perseguite le cui tappe sono ampiamente documentate.
Si è cominciato con la distruzione e/o la svendita dell’edilizia pubblica, che hanno dissolto uno dei più ingenti patrimoni di edilizia popolare esistenti in Italia, frutto delle lotte operaie condotte all’inizio del secolo scorso. Tra i molti esempi, il cosiddetto “progetto Giudecca” è un caso da manuale di come una pubblica amministrazione possa operare per consentire alle agenzie immobiliari di mettere un intero sestiere sul mercato con lo strillo pubblicitario che “è come stare a Brooklyn e vedere Manhattan”! La indiscriminata chiusura di pubblici servizi e una tassazione punitiva per chi abita, associata ad una evasione fiscale protetta se non incoraggiata per gli altri, hanno poi reso sempre più faticoso e costoso per un normale cittadino continuare a vivere a Venezia.
Adesso siamo nello stadio finale e i vincitori si apprestano a far fuori i pochi rimasti. Da qualche tempo, una serie di imprese sponsorizzano i bidoni che i cittadini veneziani pagano per raccogliere una parte delle imprecisata massa di rifiuti giornalmente prodotti dai turisti. Per lo più, i manifesti contengono banali avvisi pubblicitari. Nel caso dell’immobiliare CERA, però, si nota un’evoluzione del messaggio che, da semplice informazione, si è trasformato in aperta caccia alle case degli ultimi residenti. Un dito puntato ci minaccia e ci avverte che casa nostra è ricercata, WANTED!
Allo stesso tempo, ci bombardano con finti dibattiti sul numero chiuso, sul ticket di ingresso, sul turismo sostenibile, quando basterebbe confrontare due titoli di giornale, rispettivamente del 1987 “E Venezia stabilisce il numero chiuso” e del 2013 “Si pensa al numero chiuso di turisti”, per troncare tali ipocrite discussioni e riconoscere che numero chiuso, ticket e tasse di soggiorno, in realtà sono stati istituiti, ma solo per colpire i residenti.
2. Il ricambio selettivo della popolazione
L’unica cosa che possiamo fare adesso è adoperarci affinché la storia della guerra persa non venga scritta dai vincitori. Per questo è necessario comprendere e far comprendere che quello che è successo ai veneziani succede a tutti coloro che si trovano a vivere su una terra che può valere di più, a condizione che gli abitanti vengano spostati.
Nell’elenco dei lacci e laccioli che, secondo gli investitori ed i governi che ne curano gli interessi, devono essere rimossi per favorire la “crescita”, la voce “abitanti” non compare (per il momento) in modo esplicito. Ma, in un’epoca in cui i cittadini sono trattati come un ostacolo all’esercizio del potere e vengono programmaticamente privati dei diritti di cittadinanza, non stupisce che gli abitanti siano considerati un ostacolo allo sviluppo delle economie urbane. Dalla rapina delle terre fertili a danno dei contadini di Africa, Asia, America Latina, alla distruzione di villaggi e comunità per la realizzazione di infrastrutture, allo sgombero di abitanti il cui potere di acquisto non è coerente con il tipo di consumatore auspicato per il loro quartiere e città, ogni giorno gruppi di popolazione devono abbandonare i loro territori per consentire un più intenso sfruttamento delle risorse che vi si trovano.
Rendersi conto della pervasività di tale fenomeno aiuta a capire il vero significato dello slogan, ormai diventato parte del lessico comune, secondo il quale le città devono competere per catturare investitori e clienti. Uno slogan accattivante quanto ingannevole, perché, per rimanere nella metafora agonistica, non dice che non tutte le città competono nello stesso girone. Al contrario esiste una rigida gerarchia tra i concorrenti, a seconda che si tratti dei centri finanziari di livello mondiale, dei luoghi dove si assumono le decisioni politiche che contano e di quelli dove si concentra la produzione dei beni che dobbiamo consumare. E in questa suddivisione internazionale del lavoro fra le città, a quelle italiane il ruolo di entertainment machine, parchi divertimenti a disposizioni delle multinazionali del tempo libero, il cui sfruttamento richiede una popolazione diversa da quella presente.
Qualche anno fa Michele Vianello, vicesindaco della giunta Cacciari e strenuo sostenitore di «un’economia del cambiamento», rivendicava il merito di aver assunto iniziative per far arrivare gli «abitanti ideali di cui ha bisogno Venezia per rinascere». I nuovi abitanti che «inseguiamo vanamente da tempo”, aggiungeva, “non sono genericamente il ceto medio, ma quelli che Richard Florida definisce la nuova classe creativa e Robert Reich gli analisti simbolici”.
Se non è chiaro chi siano gli analisti simbolici nella visione di Vianello, certo è che deve trattarsi di clienti con potere d’acquisto e disponibilità a spendere superiore a quelle di un normale abitante. Solo così si può raggiungere l’obiettivo che nei manuali di economia urbana si chiama the highest and best use of land e che nella versione nostrana è diventata l’equazione turismo come petrolio della nazione.
Nel Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza, Jean Jacques Rousseau afferma: «il primo che, recintato un terreno, ebbe l’idea di dire questo è mio e trovò persone cosi ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile». A Venezia, questo vale anche per l’acqua, con l’avvertenza di sostituire alla categoria delle “persone ingenue” quei dirigenti del Magistrato alle Acque e quei pubblici amministratori che, negli ultimi anni, hanno trattato la laguna come una superficie da suddividere in lotti a disposizione degli investitori. Non sempre il risultato di tali operazioni è stato l’imbonimento, cioè la creazione di nuovo suolo calpestabile. Una volta recintato, però, lo spazio acqueo, teoricamente bene pubblico inalienabile, è, di fatto, sempre diventato proprietà privata.
MARINA SANTELENA, la darsena che offre “l’affascinante glamour della regina del mare”, è un esempio particolarmente significativo di questo processo, non solo per la dimensione, circa 4 ettari, ma perché la vicenda che ha portato alla sua realizzazione racchiude molti elementi emblematici della recente storia locale, tra i quali:
- una calamità naturale, cioè la tromba d’aria che nel 1970 ha distrutto il cantiere Celli situato a ridosso dello stadio e della chiesa di Sant’Elena;
Ora, all’interno della darsena, protetta da un gigantesco frangiflutti, possono essere ormeggiate 300 imbarcazioni dai 10 ai 30 metri, mentre all'esterno, ai bordi del grande canale di navigazione che porta dritto alla Bocca di Lido, potranno trovare posto 18 imbarcazioni dai 40 agli oltre 100 metri di lunghezza (qualcuno ha anche suggerito di spostare qui parte della stazione marittima per accogliere le grandi navi!).
La costruzione del frangiflutti, una lunga linea di cemento bianco, non ha sollevato contrarietà da parte delle autorità preposte alla tutela del paesaggio. Lungo 340 metri e largo 5, si prevede di “arredarlo” con una copertura che, riparandolo dal sole, lo trasformerà nel “salotto galleggiante privilegiato dall’high society mondiale” (detto in altri termini in uno splendido bar all’aperto di 1500 metri quadri, senza tassa di plateatico).
Nemmeno le istituzioni culturali e le università, che a Sant’Elena periodicamente organizzano workshop di progettazione, hanno trovato alcunché da ridire. Forse vedono il frangiflutto come un’installazione artistica, un felice esempio di “completamento” della città incompiuta,
L’unico con le idee chiare è l’amministratore delegato di Marina Fiorita, la società che oltre a Marina Santelena gestisce una darsena al Cavallino, secondo il quale «queste strutture rappresentano solo il primo passo di un più vasto programma di riconversione territoriale, fronte laguna, in posizione davvero strategica e altamente panoramica».
Il paesaggio di corruttela e intreccio criminale che domina da anni la vita politica e amministrativa di Roma, a essere onesti, non dovrebbe stupirci...>>>
Costituirebbe tuttavia un errore interpretare il problema grave ed enorme nella sua normalità ricorrendo a categorie morali di interpretazione. Perché, come dovrebbe essere ovvio, la corruzione e la predazione sistematica del bene pubblico, sono un problema eminentemente politico. Possiamo chiederci perché tutti gli scandali esplosi negli ultimi anni vedono coinvolti uomini politici, rappresentati di partiti, eletti nelle amministrazioni locali? Perché nell'affare fraudolento, direttamente o indirettamente, è protagonista o ha comunque un ruolo di rilievo la figura del partito politico? Dovremmo ricordarci che per oltre tre decenni, nella seconda metà del '900, in quasi tutte le democrazie occidentali, i partiti politici sono stati, come diceva Gramsci, gli «organizzatori della volontà collettiva». Essi fornivano coesione sociale, rappresentanza, voce alle masse dentro lo stato. Erano dei grandi collettori d'istanze sociali e per ciò stesso educatori di legalità, insegnavano il valore del conflitto sociale come strumento collettivo di espressione e di emancipazione. La lotta sociale educa gli individui a pensarsi come corpo sociale e a trovare in essa, e non nelle scorciatoie personali, o nelle pratiche truffaldine, la via per far valere le proprie ragioni e i propri diritti. Com'è noto, da tempo, questa realtà ha fatto naufragio.
I partiti di massa sono stati divorati al loro interno dai poteri economico-finanziari. In Italia – ha scritto Luigi Ferrajoli nel II vol. dei suoi Principia juris (Laterza, 2007), un testo ricchissimo di indicazioni riformatrici – la perdita della dimensione di massa dei partiti, deriva anche «dalla crescente separazione dei partiti dalle loro basi sociali: per la loro progressiva integrazione nelle istituzioni pubbliche fino a confondersi con esse e a svuotarle e a spodestarle; per la loro trasformazione da associazioni diffuse sul territorio e radicate nella società in vaghi e generici partiti d'opinione, per la loro perdita di progettualità politica e di capacità di coinvolgimento ideale e di aggregazione sociale; per la loro sordità, il loro disinteresse e talora la loro ostilità ai movimenti sociali e alle sollecitazioni esterne». Si comprende, dunque, perché sono sempre di meno i cittadini che credono di poter far valere i propri diritti (lavoro, studio, casa, salute) attraverso le vie legali della pressione sulle proprie rappresentanze politiche: la diserzione crescente dall'esercizio del voto lo prova a sufficienza. Mentre aumenta il numero di chi cerca soluzioni informali e private ai propri crescenti problemi. Questa è da tempo la realtà di gran parte del Mezzogiorno, ma ormai costituisce l'humus ideale su cui prospera e si estende, in tutta Italia, un clientelismo di nuovo tipo, talora con propaggini criminali più o meno ampie.
Si potrebbe obiettare che nelle altre grandi democrazie al declino dei partiti di massa non ha corrisposto un pari tracollo delle strutture della legalità. L'obiezione, fondata, rinvia a specificità di lungo periodo della nostra storia nazionale, che qui non si possono neppure sfiorare. Ma si possono fornire spiegazioni sufficienti pur rimanendo nell'ambito della storia recente. Ebbene, come possiamo separare il quadro di devastazione civile e morale di Roma, offertoci dalla inchiesta giudiziaria in corso, da quanto è accaduto in Italia negli ultimi 20 anni? Come si possono separare i nomi di Carminati e Buzzi dalla cultura del sopruso e della illegalità profusa a piene mani per oltre vent'anni dal potere politico e di governo di Silvio Berlusconi? L'Italia, unico paese in Occidente, è stata lacerata da un conflitto di interessi senza precedenti e senza paragoni con altri stati civili del mondo. L'esecutivo della Repubblica è stato ripetutamente messo al servizio dei problemi giudiziari del presidente del Consiglio e degli interessi delle sue aziende, il parlamento è stato ripetutamente umiliato, gli interessi personali e quelli pubblici resi indistinguibili. E messaggi di impunità sono stati lanciati per anni agli imprenditori, con l'abolizione del reato di falso in bilancio, l'esortazione e la pratica dell'evasione fiscale, agli speculatori edilizi con i condoni e la libertà di saccheggiare il territorio, agli evasori fiscali con condoni benevoli per il rientro dei loro capitali. Quale altro incitamento alla frode dovevano ricevere gli italiani, addirittura dai vertici del potere politico, per perdere ogni fede – già scarsa per antica debolezza di disciplinamento civile – nelle regole comuni della nazione? Quale altro lasciapassare dovevano ricevere i gruppi affaristici e criminali per intraprendere le loro pratiche, in cooperazione con gli elementi più spregiudicati dei partiti?
Rammentare brevemente questo devastante passato consente di guardare con altri occhi alla reazione di Renzi di fronte ai fatti di Roma. Egli ha detto che è stanco di indignazione e che vuole i fatti. Siamo stanchi anche noi, ma innalzare le pene per chi corrompe e sequestrare i beni di chi delinque, non è sufficiente. E' certo apprezzabile in sé, ma ancora una volta mostra l'abilità del presidente del Consiglio di trasformare qualunque problema in occasione di pubblicità elettorale. La trovata, che placa un po' l'ira delle moltitudini e seda il moralismo dozzinale dei nostri media, nasconde una ben più grave realtà sostanziale. Renzi, emerso alla ribalta come un novatore, capace di riscattare la nazione dai suoi vecchi vizi è in realtà un continuatore.
Articolo inviato contemporaneamente al manifesto
Difesa della natura, dell’ambiente, del paesaggio e dei beni culturali; sembra che ci sia tanta voglia di difendere, attraverso associazioni, movimenti, congressi, qualcosa che si potrebbe definire il “bene comune”, la base stessa della vita: il cielo limpido, il verde, gli animali allo stato naturale, la purezza delle acque. Il nemico è rappresentata dalla violenza della caccia, dall’invasione turistica dei boschi e delle coste, da inutili strade, da fabbriche che gettano nel cielo i loro fumi tossici, da discariche di rifiuti. Tale violenza genera frane e alluvioni, mutamenti climatici, morti premature, ma anche perdita di altri valori come la bellezza, il silenzio, il paesaggio, quello che il poeta inglese John Ruskin (1819-1900) ha definito il «Volto amato della Patria». Questa frase è anche il titolo del libro scritto dallo storico Luigi Piccioni dell’Università della Calabria, appena pubblicato dall’editore di Trento.
«PartecipArsenale. Arsenale di Venezia: Una nuova opportunità per produrre città». Così si chiama l’incontro pubblico promosso dal Comune di Venezia, per «presentare il "Documento Direttore dell’Arsenale" e proseguire il confronto....>>>
Il sottotitolo dell’evento, curato dall’Ufficio appositamente istituito dal comune per "rilanciare 48 ettari che rappresentano uno straordinario potenziale per lo sviluppo economico e sociale della città e dell'area metropolitana", ben trasmette la scelta dei pubblici amministratori di considerare Venezia come una merce trattabile sul mercato e da mettere a disposizione della “comunità” degli investitori.
L’evocata partecipazione, invece, si riduce alla esposizione di una serie di dati e informazioni parziali, tendenti a presentare le azioni finalizzate ad incrementare la redditività degli investimenti privati come benefiche per tutte la collettività.
Il format adottato dagli organizzatori corrisponde ai dettami della cosiddetta «Carta della rigenerazione urbana» messa a punto da AUDIS, l’associazione delle aree dimesse, alla quale aderiscono imprese di costruzione, Comuni, amministrazioni provinciali e regionali, istituti di ricerca e università. Secondo AUDIS, non solo la contrapposizione tra pubblico e privato è vetusta, ma esistono due tipi di privato. Da un lato c’è il privato “economico”, composto dai proprietari delle aree, dalle imprese, dagli investitori, e dagli sviluppatori «che intervengono nei processi di trasformazione urbana con legittime finalità di profitto e la cui partecipazione deve essere incentivata garantendo tempi e procedure trasparenti e certi».
Dall’altro c’è il privato “collettivo”, rappresentato dai residenti ed in genere da coloro che a vario titolo usano la città e che devono essere bene informati per poter «condividere le decisioni» necessarie al suo rilancio.
Nella Carta si sostiene che tutti e tre i soggetti – il pubblico e i due privati – devono pariteticamente intervenire nel processo decisionale e, soprattutto, si ribadisce che compito specifico del pubblico è quello, oltre che, ovviamente, di fornire risorse e incentivi, di favorire la concertazione, perché il conflitto latente che «in presenza di problemi sociali non risolti rischia di contrapporre la cultura dell’innovazione a quella dei diritti è un freno per la rigenerazione urbana».
In altre parole, si potrebbe dire che a causa della programmata incompatibilità tra la città di successo ed i suoi abitanti, il ruolo attribuito al pubblico è quello di convincere i cittadini a lasciarsi depredare.
Ed in effetti, a PartecipArsenale il “privato collettivo” è stato oggetto di questo trattamento.
Nella prima parte dell’incontro, Marina Dragotto, responsabile dell’Ufficio Arsenale, nonché direttrice scientifica di Audis e coautrice di un volume dal titolo “La città da rottamare. Dal dismesso al dismettibile” ha presentato il Documento Direttore magnificando la riqualificazione, la revitalizzazione, la rigenerazione urbana con la stucchevole ripetizione di una serie di termini preceduti dal prefisso ri/re che dovrebbe convincerci che ci troviamo di fronte ad un evento che ha del miracoloso.
In realtà, il miracolo consiste nel fatto che, non appena ceduto ai privato e/o non appena viene sgombrato da abitanti e attività considerate di poco pregio, lo spazio pubblico, che era dato per morto, risorge.
Molto più interessante l’intervento di Giovanni Smaldone, presidente di NAI Global Italia, società di consulenza, intermediazione immobiliare e gestione i fondi immobiliari, incaricata dal commissario prefettizio (che dovrebbe occuparsi dell’amministrazione ordinaria in attesa di libere elezioni) di “testare la sensibilità degli investitori, identificare una forchetta di valori immobiliari e valutare l’ammontare dei finanziamenti necessari per il restauro degli edifici nei 28 lotti” indicati dal comune all’interno dell’Arsenale. Almeno ufficialmente, nessuna decisione sul futuro dell’Arsenale è stata presa. Ma concludendo l’evento, Michele Scognamiglio, sub commissario con delega al patrimonio e all’urbanistica, non solo ha ribadito la bontà del documento e delle opzioni individuate da Nai Global, ma ha ammonito che «bisogna far presto, se non vogliamo perdere i finanziamenti europei». I veneziani non vorranno mica rinunciare a un regalo?
Non è una novità che la conquista da parte dei privati delle porzioni più appetibili del territorio sia la soluzione finale di una successione di assalti condotti con la complicità delle istituzioni, quinte colonne disponibili a promuoverne, facilitarne, massimizzarne gli interessi. Fa parte del nuovo in arrivo, invece, che quando gli eletti non bastano, il lavoro sporco venga appaltato a un commissario che, come un governo tecnico, non deve nemmeno essere eletto. Poi torneranno le bande a larghe intese.
Il Partito democratico si è rivolto al sindaco Giuliano Pisapia in maniera perentoria se non ultimativa >>>
2°- L’amministrazione comunale milanese vive fra mille difficoltà, deve sbrogliare, oltre a una lunga serie di intoppi d’ogni giorno legati alla condizione materiale urbana e ai bisogni correnti degli abitanti e dei commuters, almeno due problemi giganteschi: il primo, talmente pesante da finirne schiacciati, appiattiti come la sogliola bidimensionale del dottor Robinson, quello dell’Expo; il secondo quello delle case, chiamate popolari in altri tempi, patrimonio pubblico gestito dall’Aler, Azienda lombarda edilizia residenziale, erede immeritevole del rimpianto Istituto autonomo della case popolari (Iacp).
3°- L’ansiosa realizzazione delle opere per l’esposizione universale, questa maledizione (dico fin dal momento della ridicola gara con la debolissima Smirne), caduta su una Milano guidata da una pimpante (allora) Letizia Moratti, raccolta come un obbligo dalla nuova amministrazione sorta dalle elezioni del 15 e 29 maggio 2011, avviene attraverso una vicenda che intreccia ritardi, mancanza di finanziamenti, corruzione, pasticci urbanistici, errori nella scelta delle priorità nel tempo che corre indefesso verso l’inaugurazione. E, sopra di tutto o a comprendere tutto, è valsa ben presto la diserzione da un modello di contenuti che rispecchiasse davvero lo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Ne è conseguita infine la soggezione dell’ente pubblico a un altro modello: l’obbligazione, come una dura cambiale in scadenza, in primo luogo verso le proprietà, per acquisire l’enorme superficie destinata all’esposizione a un prezzo spropositato stante la destinazione agricola, poi verso le ipotetiche aziende costruttrici per concedere loro un mucchio di metri cubi, al fine di recuperare i soldi spesi.
5°- Ho richiamato per Eddyburg questi due argomenti, Expo e case popolari, già discussi nell’ambito della sinistra in modo più ampio e spesso decisamente critico verso l’amministrazione comunale, per rapportarli a quella mossa apparentemente incomprensibile del Pd (vedi punto 1°). Sono convinto che questo partito, ormai libero da qualsiasi legame con la tradizione socialista, come si può costatare dal comportamento giorno per giorno in mille frangenti della politica e della pratica sociale, non voglia, anzi non possa sottoscrivere prospettive discordanti dal proprio nuovo modello neoliberista e antisindacale. Già perfettamente connotato ora dalla stretta alleanza non solo con una destra spacciata per moderata (Ncd) ma con tutta la destra non leghista, essendovi compatibile e attivamente partecipe lo stesso Berlusconi (FI), corre veloce, attraverso la progressione dell’idiosincrasia dopo che per il socialismo persino per la democrazia, verso la costituzione renziana del Partito della Nazione. Caduta la D risorge una N di Nazionale appartenuta prima a un PNF poi a un’AN e rilanciata ora nel rigiro di una storia che forse, sotto quest’aspetto, ha finito di fare i conti.
6°- Sono convinto che il sondaggio del Pd circa le intenzioni del sindaco di Milano sia meno una gaffe e più una debole copertura di trame che si provino a intrecciare nei retropalchi chiusi della politica dove il gioco dello scambio le esige. Giuliano Pisapia e la sua amministrazione sono nel mirino renziano: potrà sopravvivere un esperimento come quello lanciato nelle elezioni milanesi del 2011 e vivente attraverso prove pesanti, critiche da sinistra anche meritate, ma anche non disattento come le precedenti gestioni Albertini e Moratti al funzionamento razionale della città, meno succube di queste agli attori della rendita finanziaria e della speculazione edilizia, infine assai più sensibile alle domande sociali che si moltiplicano senza sosta nella metropoli? Dobbiamo stare, vecchi e giovani militanti della sinistra, con le orecchie ritte e gli occhi aperti. Non possiamo essere corresponsabili, anche in minima parte, di soluzioni alternative per Milano che, di fatto, mediante trasferimento a livello locale delle alleanze già praticate dal Pd e certamente rafforzate dal futuro Partito Nazionale, sbanchino il campione amministrativo milanese per insediarne un altro adatto ai magatelli obbedienti ai nuovi potenti. Non voglio dire che di qui in avanti dobbiamo evitare qualsiasi critica ai nostri eletti; dobbiamo ad ogni modo farlo come stimolo a ritrovare la soluzione migliore dei problemi circa i quali l’effetto maligno delle esagerazioni e delle menzogne dei nemici talvolta è garantito. Sono sicuro che Renzi e accoliti hanno accettato se non proposto di discutere con gli alleati del destino di Milano alle prossime elezioni amministrative. Probabile candidato sindaco Maurizio Lupi, l’attuale attivissimo ministro “caterpillar” delle infrastrutture, per noi milanesi, per noi urbanisti rinomato emblema di invincibile distruttore del bene comune rappresentato dal territorio e dalla città pubblica. Vi piacerebbe al posto di Pisapia?
Allora scelgo il titolo del pezzo: Difendere difendere Milano
PERCHÉ FARSI DEL MALE? UNA RISPOSTA AL VENENUM DI PAOLO BALDESCHI
di Anna Marson
La citazione dell’art.222 delle norme transitorie è infatti parziale, in quanto ne omette la parte più importante, che prevede che “Nei cinque anni successivi all’entrata in vigore della presente legge,i Comuni possono adottare e approvare varianti al piano strutturale e al regolamento urbanistico che contengono anche previsioni di impegno di suolo non edificato all’esterno del perimetro del territorio urbanizzato…previo parere favorevole della conferenza di copianificazione”.
La conferenza di copianificazione, composta da Regione, Provincia e Comune interessato, alla cui discussione sono invitati a partecipare anche gli altri Comuni eventualmente interessati dagli effetti della previsione, per il combinato disposto degli artt. 4 e 25 può approvare la previsione, escluse comunque le destinazioni d’uso residenziali, che non sono comunque ammesse fuori dal territorio urbanizzato, soltanto ad alcune condizioni. Le principali fra queste condizioni riguardano la conformità al Piano di Indirizzo Territoriale Regionale, la verifica che non sussistano alternative sostenibili di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e infrastrutture esistenti, e l’assenza di parere negativo espresso dalla Regione.
Le uniche fattispecie per le quali questa disposizione si presenta alleggerita, in base al principio di non aggravio dei costi e dei procedimenti già in fase conclusiva, sono quelle degli artt.227 e 231.
Ai sensi dell’art. 231, ai comuni che risultano aver già adottato il regolamento urbanistico (la fattispecie riguarda in particolare i comuni che finora erano sprovvisti di questo strumento di pianificazione operativa) è consentito procedere con l’approvazione ai sensi della legge 1/2005. Rimane fermo che qualunque variante successiva che riguardi il territorio non urbanizzato dovrà essere assoggettata al combinato disposto sopra richiamato (no a nuove previsioni residenziali e parere obbligatorio e vincolante della conferenza di copianificazione.
Ai sensi dell’art.227 per le varianti già adottate, siano esse parziali o generali, le nuove previsioni che riguardano il territorio non urbanizzato sono comunque assoggettate al parere obbligatorio, anche se in questo caso specifico non vincolante, della conferenza di copianificazione.
In sintesi, le casistiche che costituiscono eccezione all’entrata in vigore delle nuove norme sono decisamente circoscritte agli strumenti già adottati e declinate con attenzione. Essendo quelli fin qui richiamati i contenuti effettivi dell’articolato approvato dal Consiglio regionale, non vedo come Paolo Baldeschi possa affermare che ciò costituisce “un incentivo a edificare sul territorio agricolo e a estendere il confine di quello urbanizzato, prima che - anche se non si sa quando - la cosa diventi più difficile”.
Dal 27 novembre, data di entrata in vigore della nuova legge, le eccezioni che ho richiamato potranno infatti riguardare soltanto le previsioni già approvate e alcune fra quelle già adottate. Si poteva fare meglio? Senza dubbio, ma il risultato raggiunto segna comunque una chiara svolta, riconosciuta come concreta alternativa alla proposta di legge nazionale del ministro Lupi.
L’ulteriore impegno annunciato nei giorni scorsi da Enrico Rossi, di promuovere anche con il sostegno finanziario della Regione la redazione anticipata (rispetto alle scadenze naturali dei piani già vigenti) di nuovi piani adeguati alla legge 65/2014, segna peraltro un nuovo punto di potenziale accelerazione operativa del processo già in corso di contrasto al nuovo consumo di suolo.
FELICE DI ESSERMI SBAGLIATO.
di Paolo Baldeschi
Mai avere commesso un errore ed essere smentito mi ha reso così felice. L'Assessore Anna Marson mi ha fatto giustamente notare che il parere della Conferenza di copianificazione non è vincolante soltanto nel caso che le varianti che prevedono edilizia residenziale esterna al territorio urbanizzato siano state già adottate alla data di promulgazione della legge. In tutti gli altri casi, quando i comuni adottino nuove varianti "esterne" al confine dell'urbanizzato, queste sono comunque soggette al vaglio della conferenza di copianificazione, in cui il parere della Regione è vincolante. Viene, perciò, disinnescato il meccanismo che (sbagliando) paventavo: una rincorsa a occupare aree agricole, prima dell'obbligo di dotarsi di nuovi strumenti urbanistici conformi al Pit. Prego la redazione di eddyburg, di eliminare il mio articolo; mi scuso con Anna Marson e con i lettori di eddyburg. Molto meglio così. E' doveroso, infine che io precisi che la responsabilità dell'articolo è mia e solo mia, perché, in quanto opinionista di eddyburg, non sono soggetto al vaglio redazionale.
Postilla
Non cancelleremo l'Opinione di Paolo Baldeschi. Mi sembra che il nostro piccolo evento possa essere d'insegnamento per tutti. Naturalmente, chi leggerà il pezzo di Baldeschi avrà il rinvio alla replica di Anna Marson.
Quale perversa ironia della storia è oggi all'opera perché Venezia muoia! Tutto ciò che nella sua storia è stato primato, la supremazia>>>
Quale perversa ironia della storia è oggi all'opera perché Venezia muoia! Tutto ciò che nella sua storia è stato primato, la supremazia nei commerci, la genialità delle sue edificazioni, la sua bellezza senza uguali, la minacciano ormai apertamente di estinzione. E il colmo dell'ironia è racchiuso nel fatto che, a differenza di pressoché tutte le altre città del mondo, Venezia, sin da quando esiste è stata dominata da un costante, quotidiano, imperativo: salvarsi. Venezia ha convissuto infatti per secoli con la minaccia della sua distruzione. Chi la minacciava? Le tempeste periodiche dell'Adriatico che di tanto in tanto la colpivano. Ma il pericolo maggiore veniva essenzialmente dalla stesse potenti forze che l'avevano fatta nascere. La città è infatti un'isola - o meglio un insieme di isolotti poi collegati dai tanti ponti oggi calcati da torme di turisti - all'interno di una vasta laguna di circa 550 Km2. Un mare interno che per secoli è stato porto naturale, luogo di pesca, via di transito e di mobilità urbana.
La condizione in cui versa oggi Venezia è stata più volte denunciata. E corre qui l'obbligo di ricordare almeno un importante testo, uscito da un piccolo editore, Corte del Fontego, Venezia è una città (2009), di Franco Mancuso, con la prefazione di Francesco Erbani. Fondamentale per capire come è stata costruita Venezia, ma anche per le analisi circostanziate sui vuoti che si stanno creando, in città e nelle isole, e sulle possibilità di nuove forme di utilizzo e di vivificazione umana e culturale dei suoi spazi. Una nuova vita può rifiorire a Venezia, se la politica torna ad essere progetto sociale, urbanesimo: vale a dire abitazione degli spazi secondo le direttive di bisogni collettivi.
Il saggio di Settis ha il merito di non fermarsi all' analisi del gioiello lagunare.Venezia è un laboratorio che ci mostra quel che sta accadendo ai nostri centri urbani e quale destino li attende se non verranno governati da una cultura coerente con la loro storia: quella storia che in Italia ha visto fiorire – esempio senza pari in Europa e nel mondo – le nostre “cento città”. E pagine intense Settis scrive sul senso profondo delle nostre creazioni urbane. Esse, ricorda, non sono solo le mura, gli edifici, le piazze, le strade, ma hanno anche un'anima. E l'anima non è solo i «suoi abitanti, donne e uomini, ma anche una viva tessitura di racconti e di storie, di memorie e di principi, di linguaggi e desideri, di istituzioni e progetti che hanno determinato la forma attuale e che guideranno il suo sviluppo futuro. Una città senz'anima, di sole mura, sarebbe morto peso e funebre scenario, come dopo una bomba al neutrone che abbia distrutto ogni forma di vita, lasciando intatti gli edifizi a uso di un conquistatore che arriverà». Riprendendo una metafora di Italo Calvino Settis parla di una “città invisibile”, che vive e anima quella visibile delle pietre.
Ma Venezia è anche un significativo pretesto per denunciare una tendenza che imperversa nel resto d'Italia e del mondo. Non si tratta solo di prendere atto che «La città degli uomini, o “a misura d'uomo” ha ceduto il passo a una macchina produttiva di merci e di consumi». Ma occorre cogliere e combattere la modernità fasulla che avanza, quella tendenza dispiegata che potremmo chiamare la separazione tra architettura e urbanistica, il distacco esibizionistico della singola costruzione, che non ubbidisce ai bisogni, anche estetici di una comunità – come è avvenuto per secoli nelle nostre città - ma è frutto di una invenzione affaristica. Una china culturale incarnata perfettamente nella corsa ai grattacieli, anche quando nessun incremento di popolazione o altra necessità li reclama. «La retorica delle altezze, che trapianta nell'architettura e nella città la competitività dei mercati finanziari».
Merito di questo pamphlet di Settis è infine di aver chiarito che cosa deve significare conservazione e tutela. Questa è tutt'altro che imbalsamazione del passato, come vorrebbero far credere tanti progressisti fautori del “nuovo”, purché sia nuovo. «Il paradosso della conservazione – ricorda – è che nulla si conserva mai né mai si tramanda se resta immobile e stagnante. Anche la tradizione è un continuo rinnovarsi … la memoria storica delle nostre città non richiede la stasi, esige il movimento. Non predica l'imbalsamazione, esalta la vita». La tutela si fa nel flusso della storia che avanza e perciò necessita di cultura, equilibrio, creatività, progetto che interpreti i bisogni collettivi e legga in profondità le tendenze dell'epoca.
La nuova legge urbanistica della Regione Toscana entrerà in vigore solo tra cinque anni, almeno nella sua parte più significativa per la difesa di ambiente e paesaggio. Il testo approvato dal Consiglio regionale contiene infatti una norma ... >>>
La nuova legge urbanistica della Regione Toscana entrerà in vigore solo tra cinque anni, almeno nella sua parte più significativa per la difesa di ambiente e paesaggio. Il testo approvato dal Consiglio regionale contiene infatti una norma che rischia di renderla addirittura controproducente.
La nuova legge ha riscosso un pressoché unanime consenso da parte di urbanisti, territorialisti e intellettuali, a vario titolo impegnati nella difesa del Paese. Ultimo, fra i tanti, un bell'articolo apparso su La Repubblica (17/12/2014) di Tomaso Montanari che sottolinea l'importanza dell'obbligo, contenuto all'articolo 4 della legge, di prevedere nuova edilizia residenziale soltanto nel territorio urbanizzato, da distinguere con una "linea rossa" da quello agricolo che deve essere preservato alla sua funzione.
Intendiamoci: la nuova legge urbanistica è una buona legge nel suo complesso, ma, indubbiamente, questa è la disposizione più forte; non solo per un effettivo (e non solo a parole) contenimento del consumo del suolo, ma anche in senso politico, come segnale di controtendenza rispetto ai misfatti prefigurati dal disegno di legge Lupi e dalla legge SbloccaItalia. Un vero e proprio miracolo, in cui un atollo toscano sembra emergere nel mare limaccioso degli accordi tra Renzi e Berlusconi. Peccato che questo miracolo, nell'ipotesi più ottimistica, si verificherà solo tra cinque anni.
Avete capito bene: la nuova legge urbanistica toscana entrerà in vigore tra cinque anni, almeno nella sua parte più significativa per la difesa di ambiente e paesaggio. Il veleno è contenuto nelle Disposizioni transitorie, a partire dall'articolo 222 che recita: " Nei cinque anni successivi all’entrata in vigore della presente legge, i comuni possono adottare ed approvare varianti al piano strutturale e al regolamento urbanistico che contengono anche previsioni di impegno di suolo non edificato all’esterno del perimetro del territorio urbanizzato, ..." Sono dunque confermate per un quinquennio (ma in realtà i tempi potrebbero raddoppiarsi) tutte le previsioni di nuova edilizia residenziale contenute nei piani strutturali e nei regolamenti urbanistici, non solo approvati, ma anche soltanto adottati (sarebbe stato ovvio e possibile "salvare" con il vecchio regime solo le convenzioni approvate e firmate). Ma c'è di peggio: non ci si limita a consolidare le destinazioni pregresse, ma, addirittura, si concede ai comuni la possibilità di (auto)approvarsi nuove varianti di urbanizzazione del suolo agricolo, in attesa che i comuni stessi avviino i procedimenti di formazione dei nuovi piani strutturali che dovrebbero conformarsi al Pit-Piano paesaggistico, si spera approvato a quella data .
La conclusione è evidente: le velenose deroghe contenute nelle norme transitorie, non solo minano la nuova legge urbanistica, ma finiscono per rovesciarne l'utilità, essendo, di fatto, un incentivo a edificare sul territorio agricolo e a estendere il confine di quello urbanizzato, prima che - anche se non si sa quando - la cosa diventi più difficile. Ulteriore conclusione è che tutto il complesso delle norme transitorie dovrebbe essere abrogato. Questo sarebbe possibile se il Presidente Enrico Rossi fosse in posizione di forza. Ma, il Presidente ha contro la maggior parte del suo partito e non è supportato dal consiglio regionale, riottoso ed evidentemente ispirato dal "partito dei sindaci", mentre la sua candidatura è rimessa in gioco. Non vi sono molte ragioni di ottimismo.
Qui la replica di Anna Marson: Non c'è veleno nells coda della legge
Ci risiamo, ci risiamo con mattoni e cemento. E’ stato approvato un disegno di legge che dice di “mettere ordine” nell’urbanistica ma>>>
Ci risiamo, ci risiamo con mattoni e cemento. E’ stato approvato un disegno di legge che dice di “mettere ordine” nell’urbanistica ma perpetua la fiaba tragica che si “sblocca” la Sardegna intasandola di cemento. Disgrazia già sperimentata dalla nostra comunità cocciuta. Eppure si è visto quanto siamo felici, si è visto chi si è arricchito, si è visto come il Piano casa Cappellacci del 2009 abbia reso florida l’isola. L’edilizia è un sistema agonico che non confessa le sue colpe e perfino in punto di morte implora altri metri cubi. La cura sbagliata. Propinata oltretutto da una Giunta che aveva promesso il contrario. E oggi conferma per sempre quel Piano Casa del 2009 trasformandolo in un eterno premio di cubatura. Una roba che neppure gli ayatollah del cemento avevano osato pensare. Lo rendono eterno proprio quelli che, a parole, lo hanno avversato per cinque anni. E ora sostengono che mettere un mattone sull’altro sia lo svitol per la nostra economia arrugginita.
Che vecchia e brutta idea. Ci dicono: i mattoni non vanno più e allora ne mettiamo su altri, così diamo una scossa all’economia. Be’, qualcosa non torna. Una famiglia normale farebbe il contrario e cercherebbe almeno di abitare le migliaia di metri cubi vuoti che ci accerchiano. Qualcun altro, a corto di argomenti, dice pure che siamo affogati dalle regole. Ma quali? E come chiamiamo un Paese senza regole? E come definiamo i Comuni costieri che non si sono adeguati in otto anni al PPR e alle sue norme? E i Sindaci che sfilavano in fascia tricolore contro le regole del Piano d’assetto idrogeologico? E come chiamiamo quei Comuni che invece le regole le rispettano?
Neppure è vero, altra teoria dei certi politici svitol, che dopo otto anni di PPR – elogiato di giorno e avversato di notte – siamo diventati tanto “bravi” da non avere più bisogno di regole e norme. Sono gli “antiproibizionisti” del cemento. Per loro il PPR è superato perché siamo diventati virtuosi. Se fossimo virtuosi non avremmo il record nazionale percentuale di abusivismo edilizio – interi quartieri – e non avremmo tappato fiumi con il cemento trasformandoli in mostruosi strumenti di morte. Celebriamo anniversari dei morti ma tutto resta come prima. Ad ogni pioggia tremiamo ma i fiumi di Olbia, Capoterra, Villagrande restano occupati dal cemento. E qualcuno, con un ragionamento incosciente e schizofrenico, invoca meno regole. Roba da matti.
Se fossimo virtuosi non continueremmo a vomitare norme che consentono nuovo cemento sulle coste nella fascia dei 300 metri, il suolo più pregiato e per giunta raccontando la favola che così non si consuma altro suolo. Solo al Villaggio Forte, per esempio, ci sarà una nuova costruzione sul mare più grande dell’Hilton di Roma grazie al Piano Casa. E dimenticando oltretutto che con il PPR si deve ragionare sull’inedificabilità della fascia costiera che è ben più ampia dei 300 metri e identifica l’unica nostra vera ricchezza: il Paesaggio. Un errore drammatico che ci renderà definitivamente poveri economicamente e moralmente. E la Sardegna, mattone dopo mattone, sfigurata uscirà anche dalla memoria.
Siamo arrivati a un punto vitale per il nostro Paesaggio e per noi stessi. Gli sblocca Sardegna cercano di restaurare il far west urbanistico e di svuotare la conquista civile del PPR con un disegno di legge che lo colpisce al cuore mentre lo salva.
Un quotidiano dell’isola ha riassunto la verità in un titolo perfetto: “Piano casa per sempre”. Già, perché basta confrontare il disegno di legge della Giunta attuale e il Piano Casa del 2009. Si vedrà che, nonostante le promesse su ambiente e paesaggio, i nostri “urbanisti regionali” hanno invece riprodotto analiticamente il Piano Cappellacci. E vorrebbero dargli la forza dell’eternità giuridica. Eppure ci avevano assicurato che ci saremmo conservati “come la Corsica”, che avrebbero abolito l’articolo 13 del Piano Casa (un articolo incostituzionale che sospende le tutele del PPR), che avremo puntato al “consumo zero di suolo”. Invece consumeremo suolo e paesaggio.
E ricordiamo all’assessore all’edilizia Cristiano Erriu che si passa alla storia locale in vari modi anche facendo il banditore di metri cubi avvertendo il mondo che il Piano casa scade il 29 novembre e sino ad allora “venghino signori”. Si passa alla storia anche proclamando che, niente paura, il nuovo disegno di legge “colmerà un vuoto legislativo” rendendo perpetuo un provvedimento regala-metri-cubi. Mentre l’unico “vuoto” che questo disegno di legge colmerà sarà quello che si riempirà di nuovi mattoni.
Tutte le alluvioni portano il nome di un torrente o di un fiume. La natura, milioni di anni fa, ha predisposto i fiumi e i torrenti >>>
Tutte le alluvioni portano il nome di un torrente o di un fiume. La natura, milioni di anni fa, ha predisposto i fiumi e i torrenti per far arrivare al mare l’acqua delle piogge lungo la strada di minore resistenza ad ha predisposto intorno ai fiumi e ai torrenti degli spazi in cui le acque potessero espandersi nel loro cammino nel caso di piogge più intense.
Quando sono arrivate, le comunità umane hanno scoperto che l’alveo di un fiume o di un torrente è uno spazio economicamente prezioso e le strade, nel cercare i percorsi “più comodi”, si sono stese al fianco dei fiumi. Col passare dei secoli e sempre più intensamente negli ultimi 200 anni, lungo le strade sono cresciuti villaggi e città e zone agricole e industriali che lentamente si sono estesi sempre più vicino al fiume o torrente fino ad occuparne gran parte delle zone di espansione e dello stesso alveo.
Nello stesso tempo i prodotti dell’erosione delle valli, le scorie delle attività agricole e forestali e delle attività produttive e urbane hanno occupato l’alveo dei fiumi e torrenti diminuendo ulteriormente lo spazio in cui le acque possono muoversi. Ad ogni pioggia più intensa l’acqua cerca di arrivare al mare riappropriandosi degli spazi che la natura le aveva riservato e che sono stati imprudentemente occupati da edifici, terreni agricoli, strade, fabbriche, detriti, eccetera. Ben poco sono efficaci i tentativi di schiacciare i fiumi e i torrenti entro argini perché l’acqua spesso li spazza via con l’energia contenuta nel suo moto verso il mare.
L’unica ragionevole ricetta per rallentare la frequenza e i danni delle alluvioni, non potendo spostare le opere durature che li occupano, ormai consiste nel rimuovere dagli alvei dei fiumi e dei torrenti e dai fossi, lungo l’intero bacino idrografico, tutto quello che li ingombra e che frena il moto naturale delle acque. Subito. Le altre opere, rimboschimento, sistemazione dei versanti e divieti di edificazione nelle zone vicino alle acque in movimento, sono necessarie ma faranno sentire i loro effetti a distanza di tempo.
“Puliamo l’alveo dei fiumi” può essere un programma di azione politica da attuare valle per valle, faticoso, subito col coinvolgimento delle comunità locali, col lavoro di disoccupati e immigrati, con un investimento di pubblico denaro da spendere oggi per evitare costi e dolori e morti domani.
Riferimenti. In questo articolo Giorgio Nebbia sostiene la tesi già proposta e pubblicata da eddyburg un anno fa Un "esercito del lavoro" contro le cosiddette calamità naturali
Sappiamo ormai bene quale potenza sprigionino le parole nel creare il nostro immaginario quotidiano. Esse sono... >>>
Non è senza significato se ormai da diversi anni le parole nuove che fanno ingresso nella sfera della comunicazione pubblica provengono in prevalenza dal mondo della tecnica e delle merci. L'innovazione linguistica del nostro tempo sembra interamente affidata a termini come software web, wi fi, post, app, oppure iphone, smart phone, tablet, ecc, che costituiscono la prosecuzione merceologica dei lemmi delle tecnologia comunicativa. Se si riflette bene, anche in un ambito nel quale si offre un vantaggio collettivo – quello di una più ampia diffusione della comunicazione e dell'informazione – dominano in assoluto le parole che designano mezzi, strumenti. Utensili per qualche scopo che rimane indeterminato e privo di contenuto.
Questa prevalenza del significato strumentale delle parole su quello dei fini, si osserva bene nel linguaggio corrente della politica . Quali sono i termini ricorrenti, le sdrucite parole del bla bla quotidiano, che riempiono le pagine dei quotidiani, le chiacchiere corrive del discorso televisivo? Sono parole- utensili, mezzi di qualche altro mezzo: riforme, flessibilità, crescita, competizione. Per quale altro fine se non quello di portare doni sacrificali al totem del Pil? E per quale scopo incrementare il Pil? Non è detto. Perché ormai sono diventate impronunciabili le parole benessere collettivo, felicità pubblica, qualità della vita, godimento spirituale, fruizione della bellezza, convivialità. E' un edonismo insostenibile per il potere del nostro tempo, che ha messo al centro della scena l'individuo, solitario consumatore e solitario produttore, che deve lottare come un leone per essere competitivo, per primeggiare, per conseguire l'eccellenza: il tutto per un fine mai detto, ma che si suppone essere l'approdo al paradiso delle merci. Ancora un arsenale di altri strumenti
Giova rilevare, in questo festival parolaio dei mezzi, la scomparsa del termine sviluppo dal dibattito corrente. E' stato interamente assorbito dal lemma crescita (growth), vale a dire l'incremento della della ricchezza senza nessun aggettivo, senza neppure un accenno alla sua qualità, per non dire alla sua sostenibilità. Abbiamo già dimenticato che la crescita – che si vuole per giunta illimitata – si svolge entro i limiti materiali di risorse finite, nella sfera di equilibri naturali fragili, da cui sempre di più dipende la nostra stessa sopravvivenza?
Qui noi cogliamo almeno un tratto del tracollo egemonico in atto nel campo capitalistico. Parlo di egemonia, non di dominio, che si è anzi accresciuto in questi anni di crisi. I poteri dominanti non hanno più parole capaci di indicare i fini per i quali si affannano a indicare i mezzi. Non solo gli stessi mezzi sono diventati sempre più scarsi per una massa crescente di individui. Ma quando si provano a indicare le prospettive, il premio, il traguardo per il quale è necessario oggi ingaggiare la lotta per la vita devono ricorrere al nulla: al termine futuro. Devono cioè rinviare a un tempo che non c'è ancora, a un vuoto limbo di possibilità senza contenuti. E non facciamoci intimidire dalla sprezzante aggettivazione con cui la recente “sinistra neoliberista”, bolla come vecchio e dunque da gettare in discarica, ciò che non appare all'altezza dei comandi più aggiornati del potere economico. Essa infatti disprezza come obsoleto non ciò che non corrisponde agli umani bisogni, non ciò che non ha più radici nella realtà, ma ciò che appare inadeguato alle necessità della crescita, ai bisogni congiunturali delle imprese. E' una ricerca del nuovo che traduce in linguaggio politico un imperativo commerciale: il bisogno incessante di rendere obsolete le merci, per fare arrivare sul mercato quelle appena prodotte, gli ultimi modelli. In quel nuovo pubblicitario traluce la trasformazione spirituale consumatasi negli ultimi decenni dentro l'umana soggettività: la mercificazione della mente.
Dunque, quello delle parole è un territorio dove la sinistra può raccogliere le sue insegne, i suoi simboli, i suoi messaggi, i suoi valori ancora intatti, il suo immaginario accogliente. Noi possiamo mostrare l'umana felicità possibile su questa terra, mentre l'avversario si è trasformato in un aguzzino che comanda paradossali eroismi agli individui: una vita eroica e da poveri in un mondo opulento.La gioia di vivere, il benessere collettivo, la difesa dei beni comuni ( importante conquista recente del linguaggio e dell'immaginario): dalle risorse naturali, alla bellezza dei monumenti e del paesaggio, dal mangiar bene e sano alla sicurezza dei cittadini nel territorio, dalla salubrità dell'ambiente al tempo di vita sottratto al lavoro. E il mezzo per perseguirli non è la competizione, ma la solidarietà: che è un mezzo e al tempo stesso un fine, perché dà gioia anche a chi la pratica, oltre che a chi la riceve. In questi beni essenziali, in queste vie al ben vivere per tutti in società ricche, sono le nostre parole e i fini della nostra lotta . Ma per dire le nostre parole, con i nostri multiformi “dialetti,” con le nostre preziose diversità, abbiamo bisogno di un luogo dove dirle.Per nostra fortuna questo luogo esiste, ma è ancora in pericolo: è il manifesto. Occorre che tutti a sinistra sappiano che senza il manifesto saremmo senza parole, muti. E ancora più dispersi. Se non diamo a Norma Rangeri e ai suoi e nostri compagni la possibilità di ricomprasi la testata subiremo una delle più gravi sconfitte della nostra storia.
Questo articolo è inviato contemporaneamente al manifesto
Fatto 1. Le attività umane per la produzione di merci: metalli, macchine, prodotti alimentari, prodotti chimici, cemento, edifici, strade>>>
Fatto 1. Le attività umane per la produzione di merci: metalli, macchine, prodotti alimentari, prodotti chimici, cemento, edifici, strade, strumenti di comunicazione, eccetera, comportano la trasformazione di minerali, combustibili, prodotti agricoli e forestali con formazione di vari gas, anidride carbonica CO2, metano CH4, composti volatili (CV), e altri, che vengono immessi nell’atmosfera.
Fatto 2. Le attività umane immettono ogni anno circa 30 miliardi di tonnellate di tali gas (circa tre quarti costituiti da CO2, ma espressi in genere come massa di gas “CO2 equivalente”) nei circa 5.000.000 di miliardi di tonnellate dell’atmosfera. Anche il metabolismo umano e animale immette nell’atmosfera circa 2 miliardi di t/anno di gas derivanti dalla trasformazione del carbonio C presente negli alimenti.
Fatto 3. Una frazione (circa il 50 %) dei gas immessi dalle attività umane nell’atmosfera viene lavata dalle piogge e dalle nevi e finisce sul suolo dei continenti e negli oceani. La frazione rimanente si aggiunge ai gas dell’atmosfera. I vari gas inquinanti permangono nell’atmosfera per tempi variabili da alcuni anni a molti decenni. La concentrazione nell’atmosfera di questi gas aumenta continuamente. Tale concentrazione si misura in parti per milione in volume (ppmv, metri cubi per milione di metri cubi di gas totali dell’atmosfera).
Fatto 4. Vari studiosi, fra cui lo svedese Arrhenius oltre un secolo fa, hanno indicato, sulla base di considerazioni chimiche e fisiche, che un aumento della concentrazione della CO2 nell’atmosfera porta a trattenere all’interno dell’atmosfera una maggiore frazione della radiazione infrarossa emessa dalla Terra verso lo spazio e quindi ad un aumento della temperatura media terrestre. I gas che hanno questa proprietà sono indicati spesso come “gas serra”.
Fatto 5. L’aumento della temperatura media del pianeta comporta modificazioni della circolazione delle acque oceaniche e dell’aria con aumento del riscaldamento di alcune parti del pianeta e raffreddamento di altre. A tali modificazioni contribuiscono il graduale aumento dell’acidità delle acque oceaniche, le modificazioni dei ghiacci permanenti, la liberazione del metano presente all’interno dei ghiacci in seguito alla loro fusione, altre conseguenze dell’aumento della temperatura media della Terra.
Fatto 6. La massa del principale di questi gas, la CO2, è aumentata, nel corso di circa 60 anni, da circa 2000 a circa 3000 miliardi di tonnellate, rispetto ai circa 5 milioni di miliardi di tonnellate dei gas totali. Una tonnellata di CO2 occupa circa 500 m3; una tonnellata di gas dell’atmosfera occupa circa 800 m3. La concentrazione dei gas serra è così aumentata nel corso di circa 60 anni da circa 300 a 400 ppmv. Il termine “circa” è d’obbligo perché tutti i precedenti valori di concentrazione variano a seconda dell’altezza rispetto al livello degli oceani.
Fatto 7. Lo stato attuale degli affari umani comporta un aumento di circa 1,7 ppmv all’anno della concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Un aumento di 1 ppmv/anno della concentrazione di “CO2 equivalente” è la conseguenza dell’aggiunta all’atmosfera di altri circa 8 miliardi di t/anno di gas serra.
Fatto 8. Ogni aumento di 1 ppmv della concentrazione atmosferica di gas serra comporta un aumento certo della temperatura media terrestre anche se non è noto esattamente di quanto. Questa incertezza è uno dei punti forti del negazionismo del riscaldamento planetario.
Fatto 9. La formazione dei vegetali avviene assorbendo una parte della CO2 dall’atmosfera per la fotosintesi della biomassa. Una parte di questa CO2 viene continuamente reimmessa nell’atmosfera in seguito alla decomposizione delle spoglie dei vegetali stessi, alla fine del loro ciclo vitale. Alcuni fenomeni di origine antropica, come la modificazione della superficie dei suoli agricoli e della biomassa forestale, influenzano il bilancio dell’energia solare in arrivo sul pianeta e dell’energia re-irraggiata nello spazio come radiazione infrarossa. Di questi complessi fenomeni viene tenuto conto nella valutazione dell’aumento della concentrazione della “CO2 equivalente” nell’atmosfera.
Questi fatti sono deducibili da considerazioni di chimica e di fisica. Essi sono analizzati, fra l’altro, nei vari documenti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), di cui è stata pubblicata di recente una versione aggiornata in vista delle trattative fra governi per rallentare i mutamenti climatici che dovrebbero essere presi nel 2015. Tali trattative sono basate sulla necessità di diminuire il flusso di gas serra nell’atmosfera attraverso due principali azioni:
(a) Modificazione dei cicli produttivi e della qualità di alcune merci e servizi al fine di diminuire l’impiego di combustibili fossili.
(b) Processi per seppellire i gas serra, a mano a mano che fuoriescono dalle attività umane, in depositi a lunga durata (oceani, pozzi e caverne da cui sono stati estratti combustibili fossili, eccetera).
La prima di queste azioni comporta un aumento del costo delle merci e dei servizi e una diminuzione dei profitti delle imprese che tali merci e servizi producono e vendono. Per evitare danni finanziari, tali imprese mobilitano degli “scienziati” che si sforzano di negare l’origine antropica o la stessa esistenza del lento continuo riscaldamento globale e dei relativi mutamenti climatici.
Più gradita al mondo economico la seconda azione che richiede l’intervento di profittevoli imprese ma che non è di facile realizzazione tecnica e non garantisce che non si verifichi una successiva fuoriuscita della CO2 dai depositi temporanei.
La proposta di autorizzare le emissioni di gas serra da parte di alcuni soggetti economici a condizione che questi paghino altri soggetti economici perché piantino alberi (un commercio delle indulgenze) non fa altro che spostare in futuro, alla fine del ciclo vitale delle piante, il ritorno all’atmosfera della CO2 assorbita nella crescita.
I rapporti dell’IPCC propongono alcuni scenari futuri di aumento delle emissioni, di variazione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera e dei possibili conseguenti aumenti della temperatura media planetaria. Previsioni coraggiosamente estese anche al 2100, secondo cui un rallentamento e forse una frenata dell’aumento della temperatura terrestre ad un qualche valore, inevitabilmente superiore all’attuale, sarebbero forse possibili con la graduale o completa eliminazione dell’uso dei combustibili fossili e ricorso all’energia nucleare, che viene presentata come priva di emissioni di gas serra, e alle fonti energetiche rinnovabili. Tutte cose ovviamente possibili sul piano tecnico, con quali conseguenze umane, sociali ed ambientali nei vari paesi lascio a voi e ai vostri governanti pensare.
Comunque una illuminante previsione del possibile futuro al 2050 è contenuta in uno studio condotto dal Massachusetts Institute of Technology MIT (che può essere letto qui), secondo cui le emissioni mondiali di gas serra nell’atmosfera passerebbero dagli attuali circa 30 miliardi di t/anno a circa 50 miliardi di t/anno nel 2050. Giudichi il lettore quali conseguenze planetarie e umane possiamo aspettarci se si avvereranno le previsioni di tali manipolazioni planetarie.
Mi permetto infine rispettosamente di ricordare che, una volta mangiato il gradevole frutto dell’albero della conoscenza, della tecnica e dei consumi merceologici, si deve sapere anche che cosa ci aspetta e che le nostre azioni di oggi influenzeranno le condizioni di vita di molte generazioni future. Noi possiamo anche scrollare le spalle perché fra cento anni «siamo tutti morti», come scrisse il saggio Keynes; il Papa Francesco ha perfino scritto che «anche la nostra specie finirà». Tranquilli, quindi.
L'articolo è stato pubblicato anche su Rinnovabili.it con il titolo Rispettose considerazioni