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6-7 Aprile a Venezia, Seminario dell'Università popolare di Attac Italia. Al centro della prima giornata due problemi centrali di venezia: l'appropriazione privata della rendita e la turistificazione. Nella seconda giornata si parlerà di come la città possa diventare una ricchezza collettiva. Qui il programma completo. (i.b.)

Università popolare di Attac Italia
in collaborazione con
Poveglia per tutti – La Vida – Rete Set – Cobas Comune – Patto per Venezia consapevole – Eddyburg

UNA CITTÀ PER TUTTI

Venezia, 6/7 aprile 2019
Sala San Lorenzo, Castello 5065/I

sabato 6 aprile 2019

Beni comuni urbani per la comunità o per la rendita finanziaria?

ore 10.30 – 13.00
Poveglia per tutti- Anna Brusarosco
La Vida - Maria Fiano e Silvio Cristiano
Eddyburg - Ilaria Boniburini
L'avvenire della città fra governo e governance - Domenico Luciani

Città di chi la abita o vetrina mordi e fuggi?
ore 14.30 – 18.00
L'ideologia della sicurezza e del decoro - Roberto Guaglianone
Turistizzazione e diritto all'abitare - Caterina Borrelli
Crocierismo e città - Giuseppe Tattara
Qui non si abita in infradito: i filtri di classe alla città - Giancarlo Ghigi
Piattaforme Internet e rendita urbana - Gerardo Marletto
Di chi è la città? - Paolo Berdini

domenica 7 aprile 2019

Città e ricchezza collettiva – per la riappropriazione sociale
ore 10.00 – 13.00

La riappropriazione della finanza locale - Marco Bersani

La riappropriazione dei beni comuni urbani - Maria Francesca De Tullio
Per un'altra economia territoriale - Paolo Cacciari
Un patto per un'altra città - Alberto Madricardo

Quota d'iscrizione: 10 euro (il ricavato serve unicamente a coprire le spese di realizzazione)
Per informazioni: Francesco Penzo francesco.penzo@gmail.com, recapito cell. 392 670 3023

il Salto, 4 luglio 2018. Due sindaci che prendendo sul serio il loro lavoro, dichiarano di voler restituire le città agli abitanti, combattendo la speculazione e la gentrificazione. Occhi aperti su Londra e Barcellona. (i.b)

«Rivendicare il diritto alla città significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite. […] Solo quando si sarà capito che coloro che creano la vita urbana hanno, in primo luogo, il diritto di far valere le loro rivendicazioni su ciò che essi hanno prodotto, e che una di queste rivendicazioni è il diritto a costruire una città più conforme ai loro intimi desideri, solo allora potrà esserci una politica urbana che abbia senso».

Leggendo le parole che, a quattro mani, la sindaca di Barcellona Ada Colau e il primo cittadino di Londra, Sadiq Khan, hanno consegnato alle pagine del Guardian il primo pensiero non può che essere un banale ‘Harvey aveva ragione’. Ne Il capitalismo contro il diritto alla città, era il 2012, spiegò come il diritto alla città è, in realtà, il diritto a cambiare noi stessi cambiando la città, «in modo da renderla conforme ai nostri desideri più profondi».

E di un «diritto collettivo» parlano Ada Colau e Sadiq Khan, gettando le basi di un pensiero che in Italia è ancora sepolto in un sonno profondo. Già il titolo, City properties should be homes for people first – not investments, mostra il cambio di passo che i due amministratori locali, visto che ancora non possiamo dire le due città, stanno cercando di portare avanti, forti delle spinte dal basso che Barcellona, già da tempo, e Londra, dal momento dell’elezione del sindaco laburista, stanno esprimendo.

«Le città non sono semplicemente una collezione di edifici, strade e piazze. Sono anche la somma della gente che le vive» perché «sono loro che aiutano a creare legami sociali, costruiscono comunità e si evolvono nei luoghi in cui siamo così orgogliosi di vivere» scrivono i due sindaci. Interessante il punto di partenza di questo ‘manifesto per il diritto alla città’: gli speculatori vedono l’abitare nelle città come una risorsa da cui trarre profitto e non case per le persone. In molti casi gli speculatori prendono decisioni sul futuro di palazzi, quartieri, pezzi di città da migliaia di chilometri di distanza «ma l’impatto delle loro scelte sulla vita e l’anima delle nostre città le vediamo molto da vicino».

E il risultato di queste decisioni sono le stesse, a Londra come a Barcellona, notano i due sindaci, ma noi potremmo dire a Roma come a Firenze: i centri urbani svuotati delle comunità, negozi chiusi e costo delle case che aumenta. Per anni l’abbiamo chiamata gentrification, oggi dovremmo pensare a un nuovo modo per raccontare un fenomeno che non si limita a espellere gli abitanti storici ma a sovvertire completamente la ‘funzione’ del centro storico o di un quartiere diventato di moda. Perché, ma ce ne accorgiamo sempre troppo tardi, quando iniziamo a parlare di gentrification come ‘rischio’, parliamo di qualcosa che in realtà è già avvenuto perché è già stato deciso, magari – come dicono Colau e Khan – «a migliaia di chilometri di distanza».

Per questo i due sindaci non si limitano ad analizzare il ruolo che la finanza ha assegnato alle città, ma chiedono un aiuto. Richiesta che parte dal basso, «dalle comunità locali e dai municipi», da chi fa dell’impegno civico la propria vita quotidiana: «Sono stati loro a metterci in guardia dai rischi che queste pratiche comportano per la stessa sopravvivenza delle nostre città». Ed è per questo ai sindaci servono «maggiori poteri e maggiori risorse». Per fare cosa? Non per disegnare città 2.0, creare grandi eventi o portare a compimento progetti faraonici «ma per aumentare le ‘scorte’ di alloggi popolari, ad affitto sociale e calmierato», per «rafforzare i diritti degli inquilini». Un ragionamento così semplice da sembrare, in questa fase storica, rivoluzionario.

«Per questo stiamo costruendo case popolari». Sì, avete capito bene: i sindaci di Barcellona e Londra parlano – sul Guardian – di case popolari. E per questo stanno «reprimendo» – traduzione letterale – le «cattive pratiche degli sviluppatori e dei proprietari». Sviluppatori. Perché così amano farsi chiamare i ‘nostri’ palazzinari/costruttori. E loro così li chiamano, per nome. E non hanno paura a combatterli. O almeno a provare a farlo. Come? Immettendo ‘sul mercato’ nuovi alloggi popolari, a canone sociale o calmierato. Insomma, abbassando i prezzi degli affitti con l’unico strumento a disposizione di un’amministrazione: l’edilizia pubblica.

Il problema, però, è che «ci mancano i poteri e le risorse che ci consentirebbero di regolare adeguatamente il mercato immobiliare» per «proteggere i diritti degli inquilini di rimanere nelle loro case». Perché «nel frattempo i nostri governi nazionali sembrano felici di abbandonare le città al loro destino». Ed è a loro che si rivolgono chiedendo, semplicemente, risorse. Perché – pensate alla situazione italiana e vi renderete conto di come le parole che leggerete possano sembrare rivoluzionarie – «le città globali stanno affrontando un’emergenza abitativa: se non assicuriamo che lo scopo degli alloggi sia, prima di tutto, fornire case ai nostri cittadini e non ‘beni speculativi’ faremo fatica a costruire città vivibili per i nostri cittadini e per le generazioni future».

E allora benvengano provvedimenti come quello varato recentemente dal Comune di Barcellona che ha stabilito per ogni nuova costruzione o intervento di rigenerazione di destinare il 30 percento del costruito ad abitazioni ‘protette’, a prezzi accessibili. Una misura che, secondo le stime, garantirà ogni anno 400 alloggi ‘popolari’. Inoltre al Comune è assegnato un diritto di prelazione in caso di vendita, in futuro, di questi alloggi. E non a canone di mercato. Ma questa, come ha detto la stessa sindaca, è solo una goccia nel mare.

Il vero problema, nel caso di Barcellona, è che per ogni 100 euro investite dal Comune in politiche abitative, la ‘generalitat’ ne mette 23 e lo Stato meno di 10. Bastano questi numeri per capire come le risorse messe a disposizione dei sindaci siano assolutamente inadeguate non per garantire lo ‘sviluppo delle città’, come sentiamo dire qui in Italia, ma per garantire il ‘diritto alla città’.

Vi lasciamo con le parole con le quali Ada Colau e Sadiq Khan chiudono la loro dichiarazione ‘di guerra’ alla speculazione edilizia: «Sindaci e governi locali delle città in diverse parti del mondo stanno lavorando – insieme – per condividere conoscenze e trovare soluzioni all’emergenza abitativa. […] Potremo dire di aver vinto solo quando saremo in grado di garantire che tutti, nelle nostre città, possano avere accesso a una casa decent, secure and affordable». Tre aggettivi che, messi insieme parlando di abitare, sono veramente rivoluzionari: dignitosa, sicura ed economica.

Tratto dalla pagina qui raggiungibile.
perUnaltracittà, 5 giugno 2018. L'analisi della città esistente e la proposta per costruirne una migliore avanzata dal Laboratorio PUC per l'Assemblea di Potere al popolo del 26 maggio (i.b.)

La città, la campagna, il mare sono oggetto di contesa primaria crescente tra le forze capitalistiche multinazionali e i popoli che vi abitano e vivono delle risorse locali. Le risorse naturalistico-ambientali subiscono alterazioni irreversibili di carattere potenzialmente catastrofico – cambiamento climatico, riduzione della fertilità del suolo, ecc. – mentre cresce la minaccia dello sviluppo imperialistico degli armamenti dell’area Nato, sottaciuta dalla comunicazione ufficiale.

Anche la città pubblica e comune è una risorsa messa a rischio.
Nella città equiparata a merce, il debito pubblico gioca un ruolo di primo piano. Il debito pubblico è impiegato come strumento di riduzione della solidarietà urbana per l’accaparramento della ricchezza delle città da parte del capitale finanziario. Il debito pubblico ha drogato il mercato immobiliare e prodotto milioni di metri cubi di invenduto.

La gestione urbana ha assunto a modello la gestione aziendale. Il “governo della città” è giocato sulla priorità della decisione, della governabilità, della competizione, della velocità, della forzature delle regole, a detrimento di programmazione e pianificazione.

La città ha abdicato al piano. Il progetto organico per l’ambiente di vita urbana è sostituito dalla somma di operazioni guidate dagli investitori di cui gli amministratori si fanno fedeli, ridicoli, interpreti.

Gli amministratori diventano curatori fallimentari dei beni pubblici. A Firenze, sindaco, assessori e dirigenti sono abituali protagonisti dei «Road Shows»: così è denominata la partecipazione alle fiere della speculazione immobiliare mondiali dove i governanti offrono ai grandi investitori importanti edifici pubblici (e privati!) e relativi servigi urbanistici, utili per concludere gli “affari”.

La svendita della città pubblica accelera l’“infrastrutturazione”. Grandi Opere Inutili e Dannose alimentano la grande corruzione, distruggono gli ultimi spazi liberi delle aree metropolitane, annullano ogni possibile riutilizzazione di opere, di edifici e beni naturali esistenti nei paesaggi colpiti dall’intervento. Tolgono risorse alle tante “piccole” opere utili e portatrici di lavoro stabile.

Infrastrutturazione pesante, centri commerciali, decentramento delle funzioni civili, sprawl abitativo hanno dilatato a dismisura la città. La diffusione territoriale, basata sul trasporto privato, ha occupato estensioni immense di suoli fertili e si è divorata il tessuto commerciale cittadino e gli spazi pubblici, lasciandosi alle spalle vuoti urbani che solo il turismo sembra capace di colmare.

L’industria turistica mondiale ha innescato nelle città d’Italia un processo di turistificazione. Corrosione del diritto all’abitare. Cannibalizzazione della storia urbana e territoriale, cancellazione di possibile apprendimento antropologico dalle forme del passato, sistematicamente manipolato attraverso cambiamenti d’uso e ristrutturazioni à la carte, attraverso la produzione di desiderio e consumo ossessivo dell’immagine.

La gestione neocapitalista della città e del territorio, genera resistenze progettanti e controffensive creative che costruiscono sapere critico e lo mettono in pratica sui terreni di lotta.

Sul versante territoriale, resistenze e controffensive insistono:
– sulla restituzione di fertilità ai suoli e sul blocco del consumo delle risorse ambientali, anche con azioni per la qualità dell’aria, dell’acqua, del mare, per la qualità dello spazio dell’abitare.
– sulla difesa della città pubblica e la difesa della terra pubblica, del diritto alla campagna e agli stili di vita alternativi al modello unico. La difesa della terra si attua nel perseguimento di un corretto e veritiero rapporto tra cibo e salute (contro la green economy, l’impiego della chimica, l’azienda capitalistica agricola industriale).

Sul versante più direttamente urbano, resistenze e controffensive sottolineano l’urgenza:
– di ricostruire un sistema di edilizia residenziale pubblica opponendosi alle vendite di edifici pubblici e di Enti di diritto pubblico e proponendo soluzioni convincenti, inclusive e desiderate dagli abitanti dei quartieri;
– di opporre alla “rigenerazione” (divenuta sinonimo di speculazione) il risanamento del costruito e la sua conversione in edilizia popolare e attrezzature sociali per la trasformazione della periferia in città pubblica accogliente e accessibile;
– del presidio popolare nei centri antichi, oggi ancora documento irripetibile del principio di città;
– della requisizione dell’invenduto per soddisfare il fabbisogno abitativo e l’accoglienza dei migranti.

Attraverso il progetto fondato su regole sapienti e modelli sperimentali, su convivialità e mutualismo, sulla leva dei beni comuni e sulle loro qualità incrementali applicabili ai beni pubblici, possiamo riempire il vuoto immaginativo degli sprezzanti esecutori, vettori di ideologie eterodirette. Il progetto condiviso può diventare collettivo e sprigionare una nuova forza egemonica su temi che stanno mostrando nuova conflittualità.
Dobbiamo allargare la resistenza progettante a gruppi di azione locale che si formano contro il soffocante ordine del pensiero unico, del mercato regolatore di ogni rapporto umano. Possiamo coinvolgere tutte le forze territoriali di alternativa e antagoniste in una grande idea e azione di trasformazione.

Tratto dalla pagina qui raggiungibile.

La Città Invisibile. Un incontro, promosso dal laboratorio politico perUnAltraCittà, per lanciare una campagna sul diritto di cambiare e di conquistare, per tutti, un habitat sano e vivibile

C’era anche un po’ di emozione, oltre a molto interesse, nella sala che ospitava, domenica mattina a Firenze, l’incontro “Superare le politiche neocapitaliste su territori e città”.

Interesse per la rilevanza del tema, ma anche per la composizione del tavolo dei relatori, che vedeva alcuni fra i maggiori esperti nonché straordinari protagonisti dal dibattito urbanistico, e non solo, degli ultimi anni, in alcuni casi decenni: Edoardo Salzano, Vezio De Lucia, Enzo Scandurra, Sergio Brenna, Ilaria Agostini, Ilaria Boniburini, Maria Pia Guermandi.

Emozione perché non era una semplice tavola rotonda, era un incontro militante, in qualche modo autoconvocato, e tutti i partecipanti sono venuti a Firenze per mettere le loro energie, la loro esperienza, il loro tempo, a disposizione di una volontà operativa di cambiamento: non (solo) studiosi “cultori della materia”, ma attivisti per un rovesciamento di paradigma non più rimandabile.

Perché, come ha detto Edoardo Salzano nel primo intervento, “la situazione è drammatica, il mondo si è rotto, il pianeta è al collasso, si è rotta l’umanità che ci abita sopra”, ponendo l’accento sulle maggiori criticità prodotte dall’attuale sistema dominante a livello globale, dalla questione ambientale alla povertà, in crescita nel “ricco” occidente e devastante nel resto del mondo da questo colonizzato, dal dramma delle migrazioni, o meglio dell’atteggiamento inumano della “fortezza Europa” che provoca le migliaia di morti nel mediterraneo e i lager libici, alla perdita di dignità del lavoro e dei diritti, fino alla necessità di una nuova campagna per la pace, il disarmo, l’uscita dalla NATO, e l’utilizzo delle risorse destinate all’industria bellica per i tanti interventi che sarebbero necessari sui territori ma che il mercato non trova remunerativi

E’ stata anche, soprattutto, l’occasione di presentare un appello, di cui i partecipanti alla tavola rotonda sono promotori o primi firmatari, dal titolo “Il diritto di cambiare: un habitat sano e vivibile”, un appello da parte di “un gruppo di urbanisti, architetti, agronomi, ecologi, ambientalisti, attivisti dei movimenti per difesa del territorio e dei beni comuni, per la giustizia ambientale e il diritto alla città”, che si conclude con una esplicita adesione alla proposta politica ed elettorale di Potere al Popolo: “L’irresponsabile miopia delle classi dirigenti ancora oggi governanti non ammette mezze misure: l’unico cambiamento radicale è il voto alla nuova lista di Potere al Popolo!”

Parole finalmente chiare ed inequivocabili, quelle dell’appello, come sottolineato da Enzo Scandurra, che si sofferma in particolare sulle trasformazioni delle città operate esclusivamente in nome delle forze del mercato, e che hanno prodotto ambienti urbani sempre meno vivibili, mentre la produzione legislativa e regolamentare è stata improntata solo a facilitare le esigenze di quelle stesse forze, con nessuna attenzione per gli interessi pubblici e della popolazione.

Ilaria Boniburini, candidata della lista, dalle sue esperienze di docente precaria in varie università africane porta una attenzione particolare sul binomio pace e ambiente, integrando le collaborazioni con Eddyburg con un punto di osservazione diverso, confrontandosi con problematiche complesse in cui emerge con chiarezza la natura predatoria del sistema occidentale..

Maria Pia Guermandi, archeologa, esponente di Emergenza Cultura, sottolinea l’attacco al sistema di tutele del patrimonio culturale da parte dei grandi interessi, ma prima ancora della politica, che in particolare con le “riforme” Franceschini affronta la questione esclusivamente in termini di valorizzazione economica, con attenzioni mediatiche e finanziarie rivolte solo alle grandi eccellenze, e solo per farne attrattori di flussi turistici, con una regressione epocale nella concezione stessa di patrimonio culturale.

Vezio De Lucia ripercorre le vicende di uno dei più notevoli progetti di riqualificazione urbana degli ultimi decenni, mai partito: la demolizione di via dei Fori Imperiali a Roma, nato sotto l’impulso del sindaco Petroselli e dell’urbanista Antonio Cederna, e che oggi è definitivamente tramontato con la decisione di farne sede di un tracciato tramviario da parte della giunta penta stellata, mentre Sergio Brenna, candidato per la lista a Milano, ricorda le battaglie per una concezione avanzata nella disciplina urbanistica, dall’introduzione degli standard ai tentativi di riaffermare una gestione pubblica della città e del territorio, battaglie che registrano un preoccupante arretramento davanti allo strapotere delle forze del grande capitale finanziario, ma che trovano riscontro nel programma di Potere al Popolo e nelle pratiche delle tante esperienze di base che hanno dato vita alla lista.

Ilaria Agostini tratta dell’urbanistica al servizio del neocapitalismo nelle città, in particolare quelle a vocazione turistica, sottoposte a una pressione enorme da parte delle dinamiche estratti viste generate e gestite dall’economia finanziarizzata, che si muove liberamente in un vuoto pianificatorio costruito ad arte. “Lo strumentario urbanistico si adegua – servile – assumendo concetti, metodi e lessico presi a prestito dall’economia finanziarizzata, interni alla logica distruttiva ed estrattiva che ha saccheggiato città e territori globali: crediti edificatori, cartolarizzazione degli immobili pubblici, valutazione, premialità, negoziazione, accordi. Le città sono smart, sono ridotte a brand da giocare nella competizione globale.

La casa passa da “diritto” a oggetto di investimento, ed è posta sullo stesso piano di merci e titoli finanziari. Alla città-public company e alla casa (di proprietà) come asset, serve un’urbanistica ridotta a mera disciplina di negoziazione. Il resoconto E la rigenerazione urbana – cuore della propaganda governativa – diventa il core business di un nuovo ciclo edilizio.”

Si riproduce, aggiornato, il consueto ciclo di espropriazione ed espulsione: espropriazione degli spazi pubblici, di relazione, del valore d’uso, ed espulsione della popolazione originaria. Più elegante il termine gentrificazione, più appropriato quello di speculazione immobiliare, che permette di organizzare la lotta e la resistenza.

Un incontro particolarmente significativo, un momento in cui una parte importante del mondo dell’urbanistica e di chi opera sugli scenari delle città e dei territori (già numerose le adesioni all’appello) riprende la parola, si schiera, partecipa: si annuncia una stagione di rinnovato impegno per il futuro, a fianco, o dentro l’esperienza di Potere al Popolo, ma anche nelle tante realtà di base, associazioni, collettivi, già attivi su tanti fronti, che a quell’esperienza hanno dato vita. Ne avremo bisogno

Qui è scaricabile il filmato dell'evento
Il rapporto con la società al centro del progetto archeologico.

Estratto dal catalogo della mostra Archaeology&ME, a cura di Maria Pia Guermandi, Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia Romagna – IBC, 2016

Fino a pochi decenni fa, lo scopo dell’archeologia, come di tutte quelle discipline che rientrano nell’etichetta delle scienze umane, poteva essere sinteticamente definito come l’acquisizione di conoscenza, ottenuta, nel caso specifico, con lo studio e l’interpretazione delle culture del passato attraverso le evidenze materiali. Assieme ad altri fenomeni strutturali, come la globalizzazione, la crisi economica che ha investito il mondo occidentale, ha fortemente circoscritto il ruolo delle scienze umane, che si trovano oggi sollecitate a giustificare la propria autonomia ed importanza secondo parametri inattesi, quelli della sostenibilità non solo culturale, ma economica e sociale. Vi è quindi la necessità, per l’archeologia come per altre discipline affini, di rivolgersi ad un pubblico il più ampio possibile, sperimentando ruoli e pratiche nuovi, quali quelli di mediazione culturale e di inclusione sociale.
All’interno del progetto NEARCH (Nuovi scenari per un’archeologia partecipativa) come altrove in Europa, le esperienze di questo tipo si vanno ampliando: Archaeology&ME ne presenta alcune, tuttora in corso che, a diversi livelli, sono riuscite ad attivare un coinvolgimento reale nei confronti di un pubblico in partenza scarsamente interessato alle tematiche archeologiche. Nelle esperienze descritte, gli attori protagonisti sono, di volta in volta, assieme agli archeologi, gli immigrati che già da molti anni hanno scelto l’Europa come seconda patria, i migranti di recentissimo arrivo, o ancora gli abitanti delle nostre periferie urbane. In generale, quindi, chi solo raramente vive l’esperienza di un contatto non casuale con l’archeologia o le nostre istituzioni culturali. In alcuni degli esempi che presentiamo lo scavo archeologico o un monumento sono diventati l’occasione per conoscere e vivere il proprio ambiente e le sue trasformazioni in modo più consapevole o anche solo più piacevole. In un altro caso il patrimonio archeologico conservato nei nostri musei è diventato la chiave per avvicinare due realtà molto distanti come possono apparire ai migranti quelle del paese di origine e quella del paese ospitante: attraverso oggetti spesso provenienti dai paesi d’origine, i migranti provano a riallacciare dei fili e a riconoscere, assieme agli archeologi, come le distanze che ci separano siano relative e che le nostre storie si sono incrociate fin da tempi remotissimi. A queste esperienze si apparentano anche i progetti descritti nel capitolo dedicato all’archeologia coloniale (pp. 188 ss.). In questo caso gli archeologi europei, nel loro rapporto con le comunità locali, hanno dovuto gestire la dificile eredità di un passato coloniale, nel quale cioè l’archeologia era stata a tutti gli effetti strumento di sfruttamento delle risorse locali e di imposizione del paradigma culturale occidentale.
In tutti i casi presentati, così come per Archaeology&Me, al centro del progetto archeologico è il rapporto con la società, intesa sia come comunità locale, che come pubblico allargato e l’obiettivo primario diventa quello di consentire o favorire un accesso non superficiale alla storia e al patrimonio culturale per gruppi sociali sempre più ampi. Uno dei risultati che ha accomunato tutte le esperienze presentate, è quello di aver innescato un percorso circolare, in cui, cioè, il dialogo di partenza fra archeologi e gruppi sociali ha acquisito un carattere sempre meno asimmetrico. La comunicazione è diventata allora bidirezionale e gli archeologi si sono dovuti confrontare con esigenze, interpretazioni, usi del patrimonio che rivendicano piena dignità e che richiedono risposte che non possono che essere il frutto di un impegno condiviso. Il ‘pubblico interesse’, lungi da essere un dato oggettivo e fissato per sempre, si dimostra sempre più un processo di negoziazione a più voci, sottoposto alla precarietà del contesto ambientale e sociale e bisognoso di un impegno culturale approfondito.

Video e testo dell'intervento inviato all'incontro dell'Assemblea popolare per la democrazia e l'uguaglianza. Bologna, 10 novembre 2017.
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LA CITTÀ CHE C’È

La città


La città è la forma che ha assunto, in una determinata fase della storia dell’umanità, l’insediamento delle società sul territorio: una forma caratterizzata dalla spiccata densità della popolazione, dalla forte intensità delle relazioni tra i suoi abitanti, e dalla parallela consistenza delle trasformazioni fisiche e antropiche del suolo (al limite “la repellente crosta di cemento e asfalto” A. Cederna).


Nel tempo, la contrapposizione tra città e territorio rurale si è affievolita. Il processo di espansione della civiltà urbana si è esteso molto al di là dei confini delle città, investendo parti via via più ampie del territorio del pianeta Terra.


In gran parte del mondo, la “condizione urbana”, un’espressione coniata per indicare una situazione socio-economica, politica e culturale, oltre che fisica, investe e comprende il territorio.

La rendita

L’appropriazione privata della rendita urbana è il tarlo che rode la città dall’interno e la rende via via invivibile per l’abitante

. Per effetto di questo tarlo nella città si manifesta un conflitto tra due opposti destini: il conflitto tra la città della rendita e la città dei cittadini

Il conflitto
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È dalla contraddizione tra la definizione della città come habitat dell’uomo, e il peso che ha nelle sue trasformazioni l’appropriazione privata della rendita, che nasce il conflitto di fondo che caratterizza la città.


Questo conflitto è tradizionale per la città, ma ha visto mutare le sue forme in relazione alle gigantesche trasformazioni avvenute nell’attuale epoca (o fase) della globalizzazione capitalista
. La politica deve decidere se le trasformazioni (fisiche, funzionali, proprietarie, fruitive) della città devono essere dominate dalla logica dell’accrescimento dei benefici economici ottenibili attraverso la loro privatizzazione, oppure da quella del suo miglioramento qualitativo in relazione ai bisogni della società che la abita



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LA CITTÀ CHE VORREMMO

La città dei cittadini

Vogliamo la città dei cittadini. Se vogliamo combattere davvero la città della rendita non possiamo fermarci agli slogan: dobbiamo raccontare che cosa vogliamo nel concreto.

Vogliamo una città bella perché equa: una città in cui siano presenti tutti i luoghi e i servizi necessari al di là dell’uscio della propria abitazione, distribuiti sul territorio in modo che siano raggiungibili da tutti quale che sia il loro reddito.



Una città nella quale, accanto alle aree trasformate e rese artificiali, c’è la maggiore quantità possibile di suolo naturale per mantenere l’adeguato approvvigionamento di acqua, cibo, e contatto con la natura.
 Una città senza barriere né recinti, fisici o sociali che siano.

Una città che faciliti le relazioni tra le persone e i gruppi sociali diversi, in cui l’identità delle singole parti non cancelli né impedisca il colloquio tra le diversità, e anzi lo stimoli.


Una città che consenta agli esseri umani di mantenersi in salute, facendo fronte all’inquinamento sempre più grave e a una produzione di cibo, la cui qualità, oggi dipende dal quanto ciascuno può spendere.


Una città che consenta agli altri esseri viventi, animali e piante, di vivere in armonia con gli umani.

Una città capace di razionalizzare la propria produzione di beni per tornare a dar loro un valore d’uso più che un valore di scambio e consentire una riduzione degli sprechi e dei rifiuti.

Una città capace di decidere del proprio futuro attraverso la pace e il dialogo, per quanto lungo ed estenuante possa essere, e aperta alla collaborazione e cooperazione con i territori vicini e non in competizione con essi.
Qui il link al filmato inviato all'assemblea.
«Kleinschmidt sarà a Venezia per parlare di “Città in esilio-città del futuroagli studenti dei laboratori Wave 2017, organizzati dalla facoltà d’architettura dell’Università Iuav».Interazionale online, 20 giugno 2017 (c.m.c)

«A volte si ha l’impressione che a frapporsi tra l’ordine e il caos ci sia solo un robusto tedesco di 51 anni, Kilian Tobias Kleinschmidt. È un tecnico dell’espropriazione, non uno psicologo. Costruisce e amministra città per la gente perduta». Questa è la descrizione che David Remnick, il direttore del New Yorker, dava di Kilian Kleinschmidt dopo averlo incontrato nel campo profughi di Zaatari, in Giordania (Internazionale 1018), dove all’epoca vivevano 120mila siriani che avevano dovuto abbandonare il loro paese.

Da allora il numero di ospiti di Zaatari è sceso a 80mila, Kleinschmidt di anni ne ha compiuti 53 e non è più il “sindaco” di quel germoglio di città sviluppatosi nel deserto giordano. L’esperto di interventi umanitari ha lasciato le Nazioni Unite per aprire a Vienna la sua agenzia, Switxboard, e dedicarsi a progetti più “dirompenti”, come ha dichiarato in un’intervista al sito d’architettura Dezeen.

Il 29 giugno Kleinschmidt sarà a Venezia per parlare di “Città in esilio-città del futuro” il cui tema quest’anno è la Siria, la distruzione delle sue città e le opportunità della ricostruzione.

Andare avanti o restare fermi

Kleinschmidt non è un architetto, ma ha lavorato per 25 anni in varie parti del mondo con l’obiettivo di rendere più sopportabile la vita dei rifugiati. Secondo lui i campi profughi non dovrebbero essere luoghi di passaggio, dove “immagazzinare le persone” in via temporanea, ma dovrebbero essere progettati in modo da garantire agli abitanti le infrastrutture e le condizioni per vivere in maniera dignitosa. E vivere una vita dignitosa significa anche costruirsi una fontana, avere una pianta e una gabbietta con gli uccelli, ha spiegato a Dezeen. Perché i campi di oggi diventeranno le città del futuro.

«Dovremmo cambiare il modo in cui parliamo e guardiamo ai profughi», dice al telefono da Vienna. Si tratta di 65,6 milioni di persone: «Non vengono da Marte né vanno visti come una specie a parte». Kleinschmidt conosce bene il presente, ma ha anche lo sguardo rivolto al passato: da secoli gli esseri umani si muovono da una parte all’altra, e il mondo di oggi si è costruito intorno a quegli spostamenti. Le ragioni sono state varie: guerre, persecuzioni, ma anche la ricerca di opportunità economiche. In una recente visita a Berlino, racconta, ha visto lo scavo archeologico di un insediamento di ugonotti scappati dalla Francia: anche loro erano rifugiati, e hanno contribuito a creare la città. Molte grandi città europee di oggi, afferma, sono sorte da campi di coloni, da insediamenti nati in funzione difensiva o altro ancora.

Negli ultimi settant’anni, però, i rifugiati sono stati trattati in modo diverso. Se da una parte gli è stato riconosciuto uno status che li tutela, sono diventati anche “ostaggi” della situazione in cui si sono venuti a trovare: ostaggio degli aiuti umanitari, dei governi che li ospitano – e che non gli riconoscono gli stessi diritti degli altri cittadini – o dei movimenti politici che li rappresentano. Quando ne hanno la possibilità, afferma Kleinschmidt, i rifugiati fanno quello che fanno tutti: vanno avanti. Senza scordare da dove vengono, si confrontano con la nuova realtà dell’esilio e, di conseguenza, cambiano le loro ambizioni e aspirazioni.

Progetti innovativi

Quali sono dunque i progetti che potrebbero fare la differenza? Sul sito della società Switxboard sono elencate idee che vanno dai corridoi umanitari ai laboratori per imparare a usare le stampanti 3D. Ma la prima cosa in assoluto, afferma Kleinschmidt, «è uscire dall’ottica della beneficienza e studiare nuovi sistemi di pianificazione finanziaria che permettano di fare investimenti in imprese socialmente utili». Cita le possibilità del digital banking o delle app per il cellulare che permettono di ottenere prestiti e ripagarli a poco a poco. Questi nuovi sistemi di finanziamento possono far incontrare chi ha soldi da investire (e lui assicura che nel mondo ce ne sono ancora tanti) e i piccoli imprenditori.

Mi fa l’esempio di esperienze di successo come quella di Mobisol, un’azienda tedesca che offre sistemi per la produzione di energia solare alle famiglie di paesi in via di sviluppo, che restituiscono il prestito man mano che l’investimento si rivela proficuo, o Africa Greentec, che costruisce piccole centrali solari in Africa grazie al crowdfunding. O quello di un’azienda di Nairobi che ha installato delle stazioni di rifornimento di acqua fresca e pulita negli slum, a prezzi più bassi di quelli dei venditori informali. In definitiva queste imprese danno alle persone quello che gli serve a prezzi accessibili. Niente di particolarmente complicato, no?

«Le diverse crisi in corso costringono ad abbandonare certezze, immaginari, linguaggi e schemi cognitivi, a ripensare l’insieme delle relazioni sociali». comune-info, 22 maggio 2017 (c.m.c.)

«L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita e il sovvertimento dell’attuale modo di vita; l’utopia consiste nel credere che la crescita della produzione sociale possa ancora condurre a un miglioramento del benessere, che essa sia materialmente possibile»[1].

Queste parole di André Gorz, scritte nel lontano 1977, oggi suonano ancora più attuali e azzeccate di allora. Per diverso tempo gli scienziati e gli studiosi che hanno evidenziato e discusso attorno ai danni e ai limiti della crescita sono stati bollati assieme di catastrofismo e di mancanza di realismo. Dopo anni di crisi economica, di aumento delle diseguaglianze, di precarizzazione del lavoro, di indebitamento, di indebolimento delle forme di garanzia sociale, con l’aggravarsi delle problematiche dell’inquinamento, del cambiamento climatico, dei conflitti per le risorse, con la forsennata ricerca di nuovi territori di profitto attraverso la capitalizzazione della natura, dei corpi e della vita stessa, il paesaggio è almeno in parte cambiato.

Il sospetto che i paradigmi interpretativi e gli orizzonti valoriali emersi con la rivoluzione industriale e che si sono cristallizzati nel secondo dopo guerra nell’ideale della crescita economica siano ormai utensili inutilizzabili è un pensiero che inizia a diffondersi anche negli ambienti più convenzionali. Ma l’invenzione e la ricostruzione di paradigmi interpretativi differenti, richiede di accettare di abbandonare certezze e sicurezze che si appoggiano non solo a canoni disciplinari codificati ma anche a immaginari, linguaggi e schemi cognitivi depositati nell’esperienza comune.

Ciò di cui discutiamo non è semplicemente una revisione dei modelli o delle politiche economiche ma piuttosto un ripensamento radicale del nostro modo di concepire la modernità, l’insieme delle relazioni sociali, l’idea di benessere e di benvivere, le logiche di fondo alla base dell’evoluzione tecnica e organizzativa e della costruzione di una democrazia politica.

La decrescita non è una soluzione o una facile ricetta, ma è piuttosto un orientamento di fondo e un orizzonte di ricerca e sperimentazione pratico e teorico[2]. Nel dibattito sulla decrescita convergono in effetti riflessioni maturate attorno a diversi ambiti e a relative crisi che si delineano nel nostro tempo: una crisi economica, una crisi ecologica, una crisi energetica, una crisi politica, una crisi sociale e culturale.

Interconnessioni

Le diverse crisi e problematiche sia di tipo ambientale che economico e sociale, sono fra loro interconnesse e si influenzano a vicenda ponendo tutta una serie di questioni e sfide alla politica. Quella che chiamiamo crisi ecologica ha profonde implicazioni politiche ed economiche perché altera e spesso compromette gli ambienti ecologici e sociali sui quali si fonda la vita e il benessere delle comunità.

Vediamo tre scene diverse, che riguardano l’estrattivismo, la crisi alimentare e il cambiamento climatico.

L’economia legata all’estrattivismo pone problemi non solo a valle, nel consumo e nelle emissioni ma anche a monte, nel prelievo di risorse. Quando pensiamo al petrolio noi sul piano ambientale siamo concentrati soprattutto sui danni che derivano dal consumo, per esempio della benzina e quindi dalle emissioni di CO2 e dall’effetto serra. Ma questo è solo una parte del problema. Il resto riguarda l’estrazione, lo sfruttamento, nonché la distribuzione. Le stesse attività di estrazione intatti determinano una distruzione dell’ambiente circostante, esplorazioni sismiche con dinamite, deforestazione, la contaminazione del terreno, delle acque superficiali, estinzione delle sorgenti d’acqua, danni alla flora e alla fauna che spesso fugge spaventata.

Anche il trasporto del petrolio che richiede la costruzione di oleodotti determina un forte impatto ambientale. Sul piano sociale poi i danni sono ancora più immediati e visibili. Lo sfruttamento petrolifero, quando avviene in territori abitati, può determinare tutta una serie di violenze sulla popolazione locale. Le popolazioni locali possono essere deportate e represse, le comunità spesso sono distrutte nella loro organizzazione sociale, ecologica ed economica. Spesso ne nascono dei conflitti violenti tra governi, multinazionali e popolazioni indigene. Va anche notato che man mano che la pressione sulle risorse aumenta ed esse iniziano a scarseggiare, comincia una sempre più disperata ricerca di risorse in condizioni e con processi sempre più difficili, costosi e inquinanti che producono conseguenze sociali e politiche ancora più gravi[3].

Il petrolio non è peraltro l’unica risorsa chiave. Lo è e lo diventerà sempre di più anche l’acqua. Persino nei conflitti che affliggono attualmente Iraq e Siria, il tema dell’acqua sta diventando sempre più centrale, e gli osservatori politici sottolineano che il controllo delle fonti idriche finirà col divenire più importante del controllo delle raffinerie di petrolio[4].

Cambiando scenario, il collasso del patrimonio biologico sta avendo fra l’altra conseguenze visibili per esempio sulla disponibilità e sul costo del cibo (frumento, granturco, riso, mais, pesce ecc.). Negli ultimi anni si sono registrate sempre più spesso delle proteste e delle rivolte per questioni alimentari. Per esempio l’aumento del costo di riso, latticini, carne, zucchero e cereali è stato alla base di una forte ondata di proteste verificatasi tra il 2007 e il 2008, in paesi come Haiti, Messico, Nicaragua, Guatemala, Thailandia, Indonesia, Filippine, India, Bangladesh, Egitto, Yemen, Pakistan, Uzbekistan, Costa d’Avorio, Etiopia e gran parte dell’Africa subsahariana. In alcuni paesi come Haiti i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti mediamente del 40 per cento in meno di un anno. Il riso è raddoppiato di prezzo. In Bangladesh tra il 2007 e il 2008 il prezzo del riso è raddoppiato a fronte di uno stipendio medio mensile di soli 25 dollari. Nello stesso periodo in Egitto i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 40 per cento.

Ma anche la scintilla delle diverse delle rivolte nel Maghreb e in altre zone del 2011, è venuta da una rivolta contro il peggioramento delle condizioni economiche, una crescita dei costi dei beni primari, in particolare alimentari, a fronte di un reddito piuttosto basso (7.100 euro lordi all’anno è il reddito medio in Tunisia, 4.665 euro lordi è il reddito medio in Egitto). Quello che è successo in questi ultimi anni nel Maghreb, in Africa e nel Medio oriente – mi riferisco alle rivolte in Algeria, Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein, Siria, Libia, Marocco, Arabia Saudita, Oman, Iraq, Sudan, Mauritania, Uganda – ci racconta ancora una volta della centralità delle risorse e del legame tra beni fondamentali nel nord e nel sud del mondo.

L’aumento fortissimo dei costi dei cereali e del pane e di altri beni alimentari tra il 2007 e il 2011 è il risultato di diversi fattori tra loro intrecciati:
– la crescita della popolazione mondiale e della domanda di questi beni. In particolare occorre tener conto del mutamento dei rapporti tra la popolazione urbana e quella rurale, nonché della trasformazione delle abitudini alimentari;
– il cambiamento climatico che produce un aumento della temperatura globale ma anche una estrema variabilità del clima stagionale con la produzione di fenomeni estremi;
– fenomeni locali come picchi di siccità o l’esaurimento degli acquiferi; per esempio nel 2012 una terribile siccità ha colpito Usa, Russia e Kazakhstan, riducendo del 3% il raccolto globale dei cereali;
– la diminuzione di suoli fertili sia per il fenomeno dell’erosione e della desertificazione che per l’espandersi dell’urbanizzazione e della cementificazione unito all’impossibilità in molte aree di estendere ulteriormente l’estensione delle terre coltivate;
– la crescita dei costi di investimento dovuti alla diffusione dell’agricoltura industriale e al fenomeno dei “brevetti” dei semi.
– fenomeni economici come l’aumento del prezzo del petrolio. In effetti la meccanizzazione dell’agricoltura (l’uso di macchinari agricoli a motore), l’uso di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti (derivati dal petrolio) e il costo della distribuzione dei cereali verso i mercati ha determinato una situazione in cui un qualsiasi aumento dei costi del petrolio fa scattare un aumento dei beni alimentari di base. Si creano dunque dei circoli viziosi, con degli anelli di feedback negativo. Come ha scritto Michael Klare, «il prezzo del petrolio fa salire quello dei generi alimentari; a sua volta il rincaro del cibo provoca disordini politici nei paesi produttori di petrolio, che di conseguenza spingono ancora più in alto i prezzi del greggio e quindi quelli dei generi alimentari».[5]
– Il tentativo di alcuni governi di diminuire la dipendenza dal petrolio e le emissioni di CO2 che contribuiscono al riscaldamento globale indirizzandosi verso le coltivazioni di biocarburante piuttosto che di cibo. Questo a sua volta, diminuendo le disponibilità, ha contribuito ad alzare i prezzi dei beni alimentari.
– Infine un ulteriore elemento da tenere in considerazione è stata la speculazione finanziaria alimentare. Negli ultimi anni con la liberalizzazione del mercato le banche, le finanziarie e i fondi di investimento, quindi gli investitori internazionali hanno fatto grandi speculazioni sui beni alimentari attraverso la compravendita di titoli (futures). Si stima che oramai oltre un 70 per cento degli scambi in questo mercato sia di tipo speculativo, ovvero fatto da persone che sono di fatto totalmente estranee alla produzione agricola.

Questo aumento dei costi dei beni alimentari primari come i cereali provoca a sua volta alcuni effetti a catena. In primo luogo accade che i paesi esportatori comincino a limitare le esportazioni per tenere più bassi i prezzi dei beni alimentari al proprio interno e questo produce una diminuzione della disponibilità di cibo e un problema di improvvisa scarsità nei paesi importatori con un più basso reddito.

Di fatto i rincari dei generi alimentari hanno spinto sull’orlo della denutrizione oltre 75 milioni di persone. Attualmente si calcola che circa 799 milioni di persone al mondo (il 18 per cento della popolazione mondiale) soffrano la fame. Cina a parte, la percentuale di persone in condizioni di insicurezza alimentare sulla popolazione è aumentata in diverse zone del mondo, dal Sud America dove nell’ultimo decennio è cresciuta del 19 per cento all’Asia dove è cresciuta del 9 per cento. Nella sola Africa il problema della fame investe fino al 35 per cento della popolazione.

L’aumento dei costi, la diminuzione delle esportazioni, la scarsità di cibo, l’aumento della fame, il sorgere delle proteste fa si che alcune nazioni cerchino di tutelarsi appropriandosi di terre in altri paesi, dando luogo così al fenomeno noto come land grabbing. Questo naturalmente può creare nuovi conflitti e nuovi problemi di giustizia ambientale e sociale.

Secondo uno studio accurato di tre ricercatori[6] è possibile notare che quando il Food Price Index[7] della FAO raggiunge o supera l’indice di 210 è probabile lo scoppio di rivolte per il cibo. Non è un caso che un attento commentatore di questioni politiche e di conflitti Nafeez Mosaddeq Ahmed ha sottolineato che nel prossimo futuro le rivolte per il cibo potrebbero diventare la normalità della nostra vita.[8]

Tutto questo ci ricorda comunque la centralità del problema del cibo nei decenni a venire. Nei paesi occidentali gli effetti di questi cambiamenti generalmente si vedono in ritardo perché in una prima fase quello che viene intaccato sono le scorte, gli stock di riserva, ovvero il surplus della produzione per esempio cerealitica. Negli ultimi due decenni negli Usa come in Europa sono stati via via erosi i margini di sicurezza in questo campo. Come ha scritto Lester R. Brown, «Il mondo sta passando da un’epoca caratterizzata da una grande abbondanza di cibo a una di scarsità. Nel corso degli ultimi dieci anni, le riserve globali di cereali sono diminuite di un terzo. A livello mondiale i prezzi degli alimenti sono più che raddoppiati, stimolando una corsa planetaria ai terreni agricoli e ridisegnando la geopolitica del cibo. In questo nuovo periodo storico, il cibo è importante come il petrolio e il terreno agricolo è prezioso come l’oro».[9]

Ora torniamo al tema del cambiamento climatico per sottolineare questa volta, che esso avrà numerose conseguenze sociopolitiche legate a questioni quali la carenze di scorte alimentari, l’acidificazione degli oceani, la diminuzione di disponibilità di acqua potabile, l’aumento della desertificazione e della salinità dei terreni, inondazioni causate da eventi climatici estremi, migrazioni di massa e profughi climatici, aumento dei conflitti per le risorse e infine moltiplicazione di occasioni di violenza in direzione di quelle che sono già state ribattezzate “guerre climatiche”. In sostanza i mutamenti climatici si tradurranno in un vistoso aumento delle catastrofi sociali che colpiranno fra l’altro in modo disuguale i paesi più ricchi e responsabili di questo stato di fatto e i paesi meno responsabili ma anche meno attrezzati a fare fronte ai disastri climatici.

Noi non siamo abituati a pensare che queste emergenze possano colpire anche noi, ma uno studioso come Harald Welzer ci mette sull’avviso: «una fase di prosperità che ormai dura nei paesi occidentali da due generazioni fa si che si ritenga la stabilità ciò che è lecito attendersi e l’instabilità ciò che è da escludere. Se si è cresciuti in un mondo in cui non ha mai avuto luogo una guerra, non sono mai state distrutte delle infrastrutture a causa di terremoti, non c’è mai stata fame, si ritengono la violenza di massa, il caos e la povertà problemi che riguardano gli altri»[10].

In realtà quanto più governi e popolazioni dei paesi più inquinanti rimanderanno interventi e azioni volte all’autocorrezione e autolimitazione, tanto più le condizioni peggioreranno e la pressione per soluzioni rapide e drastiche si farà più intensa. Questo potrebbe stimolare l’uso della violenza. Uno studioso di diversa impostazione come Gwynne Dyer[11] ricorda come gli scenari legati al cambiamento climatico giocano un ruolo sempre più importante nella pianificazione militare delle grandi potenze. In altre parole sono le agenzie militari e di sicurezza le prime a basarsi su scenari realistici di tensioni o conflitti dovuti a mutamenti climatici.

Dunque su questo sfondo emergono i conflitti ambientali e i rifugiati ambientali, le guerre per le risorse, le guerre del cibo e dell’acqua, nonché le prime guerre climatiche. Insomma c’è un evidente correlazione tra questioni ecologiche, questioni energetiche, questioni economiche, questioni sociali e questioni politiche.

La crisi della politica non è solamente legata ad una semplice mala gestione delle risorse ma mette in evidenza quanto il tradizionale nazionalismo politico si scontri con un contesto ambientale che il più delle volte non corrisponde ai confini statali e che rappresenta un possibile ostacolo nell’affrontare problematiche ecologiche ampie e complesse. La crisi politica è anche una crisi che riguarda i rapporti tra generi e generazioni. I regimi democratici si rivelano incapaci nel loro funzionamento ordinario, costituito da scadenze elettorali, dalla competizione nello spazio pubblico, e dalla costruzione del consenso nel brevissimo periodo di incorporare una responsabilità intergenerazionale di più ampio respiro. Idee e prospettive di azione e rinnovamento relative e a risorse, clima, inquinamento si misurano anche con i limiti culturali dei nostri sistemi e delle nostre istituzioni politiche. È chiaro che oggi non possiamo più permetterci il lusso di affrontare un problema in maniera isolata non tenendo conto del contesto più ampio.

Oggi siamo chiamati a leggere e interpretare le interdipendenze tra fenomeni diversi e complessi quali le dinamiche del commercio internazionale, la disponibilità e il costo economico e sociale delle risorse, l’organizzazione del sistema agroalimentare globale, il consumo energetico, il problema delle emissioni di CO2, il riscaldamento climatico, l’erosione della biodiversità, i conflitti ambientali e le lotte per i beni comuni. Tutto questo chiama in causa il nostro stile di vita, le nostre abitudini quotidiane, il nostro rapporto con altri paesi e culture, e un sempre più inevitabile ripensamento delle relazioni sociali fondamentali tra uomini e donne di differenti generazioni.

In questo stesso potremmo dire che l’idea stessa di “crisi”, pur rimanendo imprescindibile, si rivela per molti aspetti inadeguata. In primo luogo perché come abbiamo visto queste crisi non si sommano semplicemente l’una all’altra ma si intrecciano e si rafforzano vicendevolmente fino a gettare le basi di una riconfigurazione complessiva. In secondo luogo perché non stiamo parlando di qualcosa di reversibile ma di qualcosa che segna un profondo momento critico, e probabilmente un punto di non ritorno. Certo possono essere possibili parziali rilanci, magari favoriti dalla scoperta di nuovi giacimenti di petrolio, da nuove tecnologie, da nuove forme di sfruttamento o da speculazioni sempre più sofisticate.

Questo potrà dilazionare i tempi ma non modificherà il senso della parabola che stiamo vivendo. Non sarà l’uscita dalla crisi che molti ancora sognano. In questa prospettiva il discorso sulla decrescita rappresenta un richiamo a rileggere quello che stiamo vivendo in termini più complessivi di Passaggio di civiltà. «La convinzione secondo cui tutte le società prima o poi seguiranno i modelli di sviluppo dei paesi della OECD si è rivelata nient’altro che un’illusione, e per giunta antistorica – ha notato Harald Welzer – : l’esperimento occidentale è in corso da duecentocinquanta anni e la fine di questo esperimento non segnerà certo la fine della storia»[12].

La questione è allora come ci poniamo di fronte a sfide di questo livello che richiedono non un diverso governo o una differente maggioranza politica, ma un ripensamento complessivo della nostra visione ecologica, sociale, economica e politica del mondo.

Tra paure e desideri di cambiamento

Come ha scritto Robert Engelman, presidente del Worldwatch Institute, «A meno che gli scienziati siano completamente fuori strada nella loro comprensione del mondo biofisico, sarebbe saggio oggi pensare a un “contenimento drastico” e rapido della domanda – che si voglia chiamare decrescita o semplicemente risposta adattativa a un pianeta ipersfruttato – per dirigersi verso un mondo davvero sostenibile che soddisfi i bisogni umani»[13]

La riflessione sulla decrescita si offre dunque come una discussione differente nella percezione della portata e della natura dei cambiamenti che dobbiamo affrontare. La proposta della decrescita è nata in opposizione a teorie ingannatrici come quelle dello sviluppo sostenibile. L’idea di sviluppo sostenibile ha avuto tanto successo perché va bene a tutti. Perché in fondo ci da l’illusione che possiamo continuare sulla stessa strada di sempre con qualche attenzione e cautela in più. Molti dei nostri discorsi, dei nostri saperi producono la stessa consolante illusione.

La parola decrescita è urtante, da fastidio. Ed è questo che la rende potente. Perché ci ricorda che non un sistema ma un’intera era è finita. Che la civilizzazione che l’ha caratterizzata è al collasso e che l’unica possibilità di immaginare un futuro vitale sta in un profondo cambiamento riflessivo. L’idea di decrescita contiene un richiamo ad elaborare questo lutto e a riconoscere la necessità di una radicale discontinuità. Qui ci scontriamo con i limiti della nostra immaginazione, ma la nostra ricerca sociale e politica dovrebbe focalizzare l’attenzione su questo.

Qualche tempo fa Ulrich Beck ha notato che «Le questioni principali delle teorie della società si riferiscono perlopiù alla stabilità e alla creazione dell’ordine e non a ciò di cui ci tocca di fare esperienza e che perciò dobbiamo comprendere: un mutamento epocale e discontinuo della società nella modernità»[14].

Mi sembra una buona intuizione che dobbiamo assolutamente sviluppare. In termini di ricerca occorre studiare e immaginare le forme di una discontinuità radicale e il possibile disordine tenendo conto insieme delle possibili o probabili dimensioni negative (conflitti per le risorse, guerre climatiche, rifugiati ambientali) ma anche creative (fantasia e reinvenzione, movimenti emergenti, economia solidale, iniziative di transizione, ecc). C’è un enorme possibilità di ricerca se solo apriamo le nostre menti alla consapevolezza riflessiva della estrema fragilità della nostra civiltà consumistica e se allarghiamo la nostra capacità di immaginazione.

Come ha notato Andrè Gorz «La decrescita è dunque un imperativo di sopravvivenza. Ma essa suppone un’altra economia, un altro stile di vita, un’altra civiltà, altri rapporti sociali. In assenza di questi, il crollo non potrebbe essere evitato se non a forza di restrizioni, razionamenti, allocazioni autoritarie di risorse, caratteristiche di un’economia di guerra. L’uscita dal capitalismo dunque avrà luogo in un modo o nell’altro, sarà civilizzata o barbara. La questione riguarda soltanto la forma che questa uscita prenderà e la cadenza secondo la quale andrà a realizzarsi»[15].

Da un punto di vista sociale ed educativo dovremmo concentrare i nostri sforzi su due aspetti, il disapprendimento (lavoro riflessivo di decostruzione e destrutturazione) e il pensiero creativo capace non solo di scarti ed invenzioni ma anche di nuove sintesi. Sono necessari entrambi.

Credo che l’aspetto più difficile di fronte a questa sfida sia come tener insieme il senso di urgenza e l’avvertito timore per le prove che ci aspettano, con il desiderio e la fiducia nella possibilità di cambiamento nonché la riscoperta di un rapporto diverso con noi stessi, con le nostre alterità, e con tutto il vivente.

La consapevolezza di un pericolo non coincide infatti con la motivazione al cambiamento. Come hanno notato Miguel Beanasayag, Gérard Schmit, «Se gli adulti si esprimono in termini di minaccia o di prevenzione-predizione, è senza dubbio perché pensano che quella attuale non sia un’epoca propizia al desiderio e che occorra innanzitutto occuparsi della sopravvivenza. E poi, si dicono, “per quel che riguarda il desiderio e la vita, si vedrà dopo, quanto tutto andrà meglio”. Ma è una trappola fatale, perché solo un mondo di desiderio, di pensiero e di creazione è in grado di sviluppare dei legami e di comporre la vita in modo da produrre qualcosa di diverso dal disastro.

La nostra società non fa l’apologia del desiderio, fa piuttosto l’apologia delle voglie, che sono un’ombra impoverita del desiderio, al massimo sono desideri formattati e normalizzati. […] La grande sfida lanciata alla nostra civiltà è quindi quella di promuovere spazi e forme di socializzazione animati dal desiderio, pratiche concrete che riescono ad avere la meglio sugli appetiti individualistici e sulle minacce che ne derivano. Educare alla cultura e alla civiltà significava – e significa ancora – creare legami sociali e legami di pensiero»[16]. I due autori richiamano quelle che Spinoza chiamava le passioni gioiose. Occorre mostrare pratiche ed esperienze di relazione e di condivisione più potenti, ricche e desiderabili di quelle offerte dal consumo privato e dalla competizione.

Il successo crescente di manifestazioni come le Conferenze internazionali sulla decrescita (Parigi, Barcellona, Venezia, Lipsia, Budapest) dove si ritrovano persone da tutto il mondo per discutere delle strade di un cambiamento epocale costituisce uno dei tanti segnali di incoraggiamento. Dimostra che dentro le società ricche e sviluppate si sta facendo largo un movimento profondamente consapevole che la civiltà dell’accumulazione, del consumismo e della crescita si rivela oggi per quel che realmente è: una parentesi nella storia umana, un vicolo cieco evolutivo. L’idea della ricerca di una qualità della vita differente fondata sulla frugalità, sul fare con meno, non è più il patrimonio di una nicchia ma sta pian piano attraversando l’intero corpo sociale e diventando un patrimonio diffuso.

Nel cuore delle società opulente ci sono persone che si impegnano in una riduzione dei consumi, in una trasformazione degli stili di vita, nella riscoperta di saperi artigianali e nella sperimentazione di nuove forme di riciclo e riuso; in un contesto di crisi del lavoro c’è un crescente ritorno all’agricoltura contadina e ci sono persone che inventano modelli di scambio, di condivisione, e forme di economia solidale; in un contesto di crisi energetica e di mutamento climatico comincia un ripensamento delle forme di mobilità tanto che negli ultimi anni in Italia come in altri paesi europei le vendite delle biciclette superano quelle delle auto. Nel 2012 per la prima volta in 26 dei 28 paesi dell’Unione Europea sono state vendute più biciclette che automobili.

Forse qui c’è un insegnamento da trarre. Quando pensiamo al cambiamento pensiamo alla sostituzione di una struttura con un’altra, ma fatichiamo a vedere la propensione, la tensione, la modificazione che stira e deforma il mondo di cui facciamo parte. Fatichiamo a parlare di decrescita nel momento in cui la crescita declina in decrescita. O del lavoro nel momento in cui il lavoro salariato muta verso forme di lavoro ibride e plurali. Dobbiamo invece vedere quello che sta emergendo di nuovo dentro il deperimento del vecchio. Attraverso tutte quelle forme di autorganizzazione, di autoproduzione, di scambio e condivisione si riduce pian piano la propria dipendenza dal mercato e si va lentamente ricostituendo una forma di “sussistenza moderna”[17]. Al momento si tratta di movimenti silenziosi, ma che presto – sotto la spinta di pressioni esterne – subiranno una forte accelerazione e il miraggio della crescita perderà rapidamente tutta la sua credibilità. Insomma ciò in cui siamo imbarcati con tutte le difficoltà e le sfide del caso non è il fatto di risolvere una crisi economica ma l’affrontare un vero e proprio passaggio di civiltà.

Il futuro non è ovvio

La prospettiva che si è delineata nelle ultime Conferenze internazionali sulla Decrescita (Parigi 2008, Barcellona 2010, Venezia 2012, Lipsia 2014, Budapest 2016) è quella di un movimento non solo capace di integrare percorsi e sensibilità differenti ma di offrire un orizzonte di pensiero culturalmente ampio e complesso da diversi punti di vista.

In primo luogo si tratta di mettere in relazione culture formali e istituzionalizzate tramite la ricerca teorica e scientifica e culture informali e autoprodotte in una miriade di esperienze dal basso. In questa prospettiva studiosi e studiose del mondo universitario, degli istituti di ricerca, o di realtà indipendenti, si incontrano e si confrontano con attivisti e attiviste, persone impegnate a costruire ogni giorno progetti, esperienze e pratiche concrete di cambiamento sociale, economico e politico. Riteniamo infatti che la ricerca teorica e le pratiche concrete debbano procedere attraverso uno scambio e un confronto continuo poiché linguaggi, saperi e immaginari producono cambiamenti profondi e pratici nelle nostre vite, mentre le esperienze, le prassi e le sperimentazioni sono di per sé impregnate di assunti teorici e producono continuamente nuove forme di riflessione e di conoscenza che vanno nominate e organizzate.

In secondo luogo l’orizzonte della decrescita si caratterizza per una pronunciata transdisciplinarietà. Quella della decrescita non è infatti una proposta semplicemente o principalmente economica. Anzi riteniamo che rinunciare al pensiero unico, o alle forme di riduzionismo significa anzitutto rinunciare a pensare per ambiti separati. Il mondo, la natura, le nostre vite non sono fatti di pezzi separati o di conoscenze separate e sconnesse. Abbiamo bisogno di un sapere plurale e polivalente che tagli, attraversi e intrecci discipline della vita e della terra, con discipline umane, culturali e sociali; discipline politiche ed economiche, con discipline del corpo, dell’arte e della comunicazione per realizzare quella che Gregory Bateson chiamava ecologia della mente o ecologia dei saperi[18] o che Roger Callois chiamava scienze diagonali[19]. Per affrontare le sfide che ci attendono abbiamo cioè bisogno di un sapere delle relazioni e delle interconnessioni.

La stessa parola “decrescita” non è una categoria che si può utilizzare ovunque ed essere spacciata come nuovo paradigma universalista. Questa parola nasce dalla storia dell’Occidente e parla in primo luogo del passaggio di civiltà che occorre fare in questa parte del mondo per ritrovare le forme di una vita buona, conviviale e soddisfacente. Ma la ricerca della buona vita si nutre di percorsi plurali. Ha bisogno di parole e visioni diverse a seconda dei territori, delle culture, delle condizioni di vita: a seconda dei luoghi si può chiamare decrescita, buen vivir, rigenerazione, sussistenza, ecc. Come ha scritto Serge Latouche: «Si potrà chiamare umran (realizzazione) come in Ibn Khaldun, swadeshi-sarvodaya (miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come in Gandhi, botaare (star bene insieme) come tra i toucouleur, o fidnaa/gabbina (dispiegamento di una persona ben nutrita e libera da ogni preoccupazione) come tra i borana d’Etiopia, o semplicemente sumak kausai (vivere bene) come tra i quechua dell’Equador»[20].

Per questo motivo dobbiamo pensare al percorso da compiere nei termini di un incontro di soggetti, reti, movimenti e filoni di pensiero differenti e plurali che propongono un’idea di transizione, di trasformazione, di giustizia, solidarietà e sostenibilità che a nostro avviso si possono incontrare e confrontare anche criticamente con le idee della decrescita: le prospettive della sussistenza e del dopo sviluppo, i movimenti per la transizione, i movimenti ambientalisti, il femminismo e l’ecofemminismo, l’associazionismo culturale e sociale, i centri sociali, l’economia ecologica, il pensiero della complessità, le reti dell’Economia solidale, i movimenti per il consumo critico e il cambiamento di stili di vita, le esperienze dei Forum Sociali, i movimenti per l’Acqua pubblica, per i beni comuni, i movimenti contro il consumo di suolo, i movimenti per la riduzione dei rifiuti e per la salute ambientale, i movimenti per la sovranità alimentare, Slow Food, I movimenti per la giustizia ambientale, la Teologia della Liberazione e movimenti di impegno religioso, i movimenti per la democrazia partecipativa, i movimenti per il ripensamento del lavoro ecc.

Ci auguriamo che tutte queste esperienze possano contaminare e arricchire la riflessione sulla decrescita e che la proposta della decrescita possa contaminare e arricchire queste esperienze. Se vogliamo riuscire a dar vita a un movimento capace di cambiare davvero il mondo in cui viviamo, di realizzare una grande transizione verso una società più equa, solidale e sostenibile, abbiamo assolutamente bisogno di confrontarci con questa pluralità e più in generale con le differenze che abitano tra noi: differenze sessuali e di genere, di generazioni, di culture, di storie. Lo spirito che ci deve muovere non è quello di chi cerca di incontrare l’identico ma di chi vuole ascoltare e dialogare ricercando relazioni, connessioni e convergenze a partire da una comune tensione per un mondo migliore. Il futuro non è ovvio. In verità stiamo partecipando ad un movimento di trasformazione più grande e più profondo, che ora possiamo solamente intuire e che infine ci cambierà tutti.

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NOTE
[1]André Gorz, Ecologia e libertà, Éditions Galilée, Paris, 1977; trad. it., Ecologia e libertà, a cura di Emanuele Leonardi, Orthotes, Napoli, 2015, p. 40.
[2]La letteratura internazionale sulla decrescita è molto vasta e impossibile da riassumere. In lingua italiana si possono vedere fra l’altro: Jean-Louis Aillon, La decrescita, i giovani e l’utopia. Comprendere le origini del disagio per riappropiarci del nostro futuro, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2013; Denis Bayon, Fabrice Flipo, Francois Schneider, La decrescita. 10 domande per capire e dibattere, Asterios, Trieste, 2012; Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Marx e la decrescita. Perché la decrescita ha bisogno di Marx, Asterios, Trieste, 2010; Emiliano Bazzanella, Oltre la decrescita. Il tapis roulant e la società dei consumi, Asterios, Trieste, 2011; Jean-Claude Besson-Girard, Decrescendo cantabile. Piccolo manuale per una decrescita armonica, Jaca Book, Milano, 2007; Bruna Bianchi, Paolo Cacciari, Adriano Fragrano, Paolo Scroccaro, Immaginare la società della decrescita, Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2012; Mauro Bonaiuti (a cura di), Obiettivo decrescita, Emi, Bologna, 2006; Mauro Bonaiuti, La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, 2013; Paolo Cacciari, Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Carta/Edizioni IntraMoenia, Napoli, 2005; Paolo Cacciari, Decrescita o barbarie, Edizioni Carta, Roma, 2008; Alain De Benoist, Comunità e Decrescita. Critica della ragion mercantile, Arianna Editrice, Bologna, 2006; Paolo Ermani, Valerio Pignatta, Pensare come le montagne. Manuale teorico pratico di decrescita per salvare il Pianeta cambiando in meglio la propria vita, Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2012; Giuseppe Giaccio, La decrescita. Un mito post-capitalista, Diana, Frattamaggiore, 2013; Angela Giustino Vitolo e Nicola Russo, Pensare la crisi. Crescita e decrescita per l’avvenire della società planetaria, Carocci, Roma, 2013; Anselme Jappe, Serge Latouche, Uscire dall’economia. Un dialogo fra decrescita e critica del valore: letture della crisi e percorsi di liberazione, Mimesis, 2014; Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, 2007; Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino, 2008; Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita, Dedalo, Bari, 2009; Serge Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, Torino, 2011; Giovanni Mazzetti, Critica della decrescita, Edizioni Il Punto Rosso, Milano, 2014; Maurizio Pallante, La decrescita felice, Editori Riuniti, Roma, 2005; Maurizio Pallante (a cura di), Un programma politico per la decrescita, Edizioni per la decrescita felice, Roma, 2008; Maurizio Pallante, Meno è meglio. Decrescere per progredire, Bruno Mondadori, Milano, 2011; Valerio Pignatta, L’insostenibile leggerezza dell’avere. Dalla decrescita alla pratica: la decrescita nella vita quotidiana, Emi, Bologna, 2009; Nicolas Ridoux, La Decrescita per tutti, Jaca Book, Milano, 2008; Filippo Schillaci, 2013, Un pianeta a tavola. Decrescita e transizione alimentare, Edizioni per la decrescita felice, Roma; Fabrizio M. Sirignano, Pedagogia della decrescita. L’educazione sfida la globalizzazione, Franco Angeli, Milano, 2012; Gianni Tamino, Paolo Cacciari, Adriano Fragrano, Lucia Tamai, Paolo Scroccaro, Silvano Meneghel, Decrescita. Idee per una civiltà post-sviluppista, Sismondi Editore, 2009.
[3]Fra le altre cose si pensi anche al tema emergente dei terremoti stimolati dalle nuove tecniche di estrazione degli idrocarburi, come il fracking.
[4]Cfr. John Vidal, “La guerra per l’acqua”, (The Guardian)Internazionale, n. 1059, 11 luglio 2014, p. 18-19.
[5]Michael Klare “Il circolo vizioso”, Internazionale n. 891, 1 aprile 2011, p. 39.
[6]Marco Lagi, Karla Z. Bertrand, Yaneer Bar-Yam, “The Food Crises and Political Instability in North Africa and the Middel Est”, New England Complex Systems Institute, http://necsi.edu/research/social/food_crises.pdf
[7]L’indice FAO è una media dei prezzi globali di cereali, olii, carne, latticini e zucchero,
[8]Nafeez Mosaddeq Ahmed, “Why food riots are likely to become the new normal“, The Guardian, march 6, 2013, http://www.theguardian.com/environment/blog/2013/mar/06/food-riots-new-normal
[9]Lester R. Brown, 9 miliardi di posti a tavola. La nuova geopolitica della scarsità di cibo, Edizioni Ambiente, Milano, 2012, p. 35.
[10]Harald Welzer, Guerre climatiche, Asterios, Trieste, 2011, p. 207.
[11]Gwynne Dyer, Le guerre del clima, Tropea, Milano, 2012.
[12]Welzer, op. cit, p. 239.
[13]Robert Engelman, “Oltre la sosteniblablablà”, in Worldwatch Institute, State of the World 2013. È ancora possibile la sostenibilità?, Edizioni Ambiente, Milano, 2013, p. 49.
[14]Ulrich Beck, Disuguaglianze senza confini, Laterza, Roma-Bari, 2011, pp. 31-32.
[15]André Gorz, “L’uscita dal capitalismo è già cominciata” in Ecologica, Jaca Book, Milano, 2009, p. 33.
[16]Miguel Beanasayag, Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2005, p. 63.
[17]Ivan Illich, Disoccupazione creativa, Boroli Editore, 2005, p. 78.
[18]Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 2000.
[19]Roger Caillois, L’occhio di Medusa. L’uomo, l’animale, la maschera, Raffaello Cortina, Milano, 1988.
[20]Serge Latouche, Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, Bollati Boringhieri, 2011, p. 122.
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«Il mio consiglio a tutti sarebbe di uscire quanto più possibile e occuparsi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale perché questi sono temi sempre più lungimiranti. La gente deve diventare attiva, uscire, muoversi». comune-info - newsletter, 7 febbraio 2017 (m.p.r.)

I movimenti ribelli nelle aree urbane si sviluppano molto lentamente. Non si può cambiare l’intera città dall’oggi al domani. Lo dimostra la storia dei movimenti, dalla Comune di Parigi fino allo sciopero generale della città di Seattle 1919 o Buenos Aires 2001. Intanto, oggi in tante città l’organizzazione dei tassisti o dei lavoratori delle consegne comincia a preoccupare perché le città dipendono da quei settori. La lotta contro l’incredibile disuguaglianze esistente e per un diverso modo di vivere passa anche da questi nuovi movimenti. Una lunga conversazione con David Harvey - rilanciata da Z Net Italy -, sulle città ribelli, i beni comuni, l’urbanizzazione, la disneyficazione delle città, le organizzazioni di quartiere… Secondo Harvey è tempo di “uscire, muoversi, è un periodo cruciale…”

Inizi il tuo libro Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution [Città ribelli: dal diritto alla città alla rivoluzione urbana] descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni ’70: «Alti edifici giganti, autostrade, edilizia popolare senz’anima e mercificazione monopolizzata nelle strade che minacciano di inghiottire la vecchia Parigi … Parigi dagli anni ’60 in poi è stata chiaramente nel mezzo di una crisi esistenziale». Nel 1967 Henry Lefebvre scrisse il suo fondamentale saggio “Del diritto alla città”. Puoi parlarci di quel periodo e dell’impulso a scrivere Rebel Cities?

Nel mondo gli anni ’60 sono spesso considerati, storicamente, un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli anni ’60 furono un’epoca in cui molte città centrali finirono in fiamme. Ci furono rivolte e semi-rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente dopo l’assassinio del dottor Martin Luther King nel 1968 … più di 120 città statunitensi subirono disordini e azioni di rivolta minori e grandi. Cito questo negli Stati Uniti perché ciò che in effetti stava accadendo era che la città veniva modernizzata. Era modernizzata intorno all’automobile; era modernizzata intorno alle periferie. A quel punto la Città Vecchia, o quello che era stato il centro politico, economico e culturale della città in tutti gli anni ’40 e ’50 era lasciata alle spalle. Ricorda, quelle tendenze avevano luogo in tutto il mondo capitalista avanzato. Dunque non si trattava solo degli Stati Uniti. Ci furono gravi problemi in Gran Bretagna e in Francia dove un vecchio stile di vita veniva smantellato, uno stile di vita di cui penso nessuno dovrebbe avere nostalgia, ma tale stile di vita era cacciato e sostituito da un nuovo stile di vita basato sulla mercificazione, sulla proprietà, sulla speculazione immobiliare, sulla costruzione di autostrade, sull’automobile, sulle periferie e con tutti questi cambiamenti abbiamo visto un’accresciuta disuguaglianza e disordini sociali.

Secondo dove ci si trovava all’epoca c’erano disuguaglianze strettamente di classe o erano disuguaglianze di classe concentrate su specifici gruppi di minoranza. Ad esempio, ovviamente negli Stati Uniti si trattava della comunità afroamericana residente nei quartieri poveri che aveva pochissimo in termini di opportunità di occupazione o di risorse. Così gli anni ’60 furono definiti in termini di crisi urbana. Se si torna indietro e si guarda a tutte le commissioni che dagli anni ’60 stava esaminando che cosa fare riguardo alla crisi urbana, ci furono programmi governativi messi in atto dalla Gran Bretagna alla Francia, e anche negli Stati Uniti. Analogamente tutti tentavano di affrontare tale “crisi urbana”.

Ho considerato questo un argomento affascinante di studio e un’esperienza traumatica da vivere. Sai, questi paesi che stavano diventando sempre più ricchi stavano lasciando indietro persone che erano rinchiuse in ghetti urbanizzati e trattate da esseri umani inesistenti. La crisi degli anni ’60 fu una crisi cruciale e penso che Lefebvre l’abbia compresa molto bene. Egli riteneva che le persone nelle aree urbane dovessero aver voce nel decidere come dovevano essere quelle aree, e quale processo di urbanizzazione dovesse aver luogo. Al tempo stesso quelli che si opponevano volevano invertire l’onda delle speculazioni immobiliari che stava cominciando a travolgere le aree urbane di tutti paesi capitalisti industrializzati.

Tu scrivi: “La domanda riguardo a che tipo di città vogliamo non può essere separata dalla domanda circa che genere di persone vogliamo essere, quali tipi di relazioni sociali ricerchiamo, quali relazioni con la natura apprezziamo, quale stile di vita desideriamo o quali valori estetici coltiviamo”. Citi anche la Comune di Parigi come evento storico per analizzare e forse aiutarci a concettualizzare come potrebbe essere il “diritto alla città”. Ci sono altri esempi storici sui quali dovremmo riflettere?

Quale tipo di città desideriamo costruire dovrebbe riflettere i nostri desideri e bisogni personali. Il nostro ambiente sociale, culturale, economico, politico e urbano è molto importante. Come sviluppiamo questi atteggiamenti e tendenze? Questo è importante. Dunque, vivendo in una città come New York ci si deve muovere attraverso la città, spostarsi e trattare con altre persone in un modo molto specifico. Come tutti sanno, gli abitanti di New York tendono a essere freddi e sbrigativi tra di loro. Ciò non significa che non si aiutino a vicenda, ma al fine di far fronte alla velocità quotidiana delle cose, e alla grande quantità di persone nelle strade e nelle metropolitane, si deve affrontare la città in un determinato modo. Allo stesso modo, vivendo in una comunità chiusa dei sobborghi conduce a determinati modi di pensare riguardo a che cosa dovrebbe consistere la vita quotidiana. E queste cose evolvono in atteggiamenti politici differenti, che spesso includono mantenere certe comunità chiuse ed esclusive, al costo di ciò che avviene nella periferia. Creiamo questi atteggiamenti e ambienti politici.

Le reazioni rivoluzionarie all’ambiente urbano hanno molti precedenti storici. A Parigi nel 1871 c’era un tipo di atteggiamento per cui la gente voleva un tipo diverso di urbanizzazione; voleva che vi vivesse un tipo diverso di persone; era una reazione allo sviluppo dell’alta società, speculativo consumistico che stava avendo luogo all’epoca. Dunque ci fu una rivolta che chiedeva generi diversi di relazioni: relazioni sociali, relazioni di genere e relazioni di classe. In conseguenza se si vuole costruire una città in cui le donne si sentano a loro agio, ad esempio, si costruisce una città molto diversa da quelle che normalmente abbiamo. Tutte queste questioni sono legate alla domanda riguardante in quale genere di città vogliamo vivere. Non possiamo separarla dal tipo di persone che vogliamo essere; quale tipo di relazioni di genere, quale tipo di relazioni di classe, e simili. Per me il progetto di costruire la città in un modo diverso, con una filosofia diversa, con scopi diversi, è un’idea molto importante. Occasionalmente tale idea è stata raccolta da movimenti rivoluzionari, come la Comune di Parigi. E ci sono molti altri esempi che potremmo citare, come lo Sciopero Generale di Seattle circa nel 1919. L’intera città fu presa dalla gente ed essa cominciò a costruire strutture comunitarie.

A Buenos Aires queste stesse cose stavano accadendo nel 2001. A El Alto, 2003, c’è stato un altro tipo di esplosione. In Francia, abbiamo visto le aree suburbane dissolversi in rivolte e movimenti rivoluzionari negli ultimi 20-30 anni. In Gran Bretagna abbiamo visto questo genere di sommosse e rivolte di tanto in tanto, che sono realmente una protesta contro il modo in cui si vive la vita quotidiana. Per essere chiari, i movimenti rivoluzionari nelle aree urbane si sviluppano molto lentamente. Non si può cambiare l’intera città dall’oggi al domani. Quella che vediamo, tuttavia, è una trasformazione nello stile dell’urbanizzazione nel periodo neoliberista. Prima, diciamo a metà degli anni ’70, l’urbanizzazione era caratterizzata da proteste; c’era molta segregazione; e la risposta a molte di tali proteste è stata, in effetti, la riprogettazione della città coerentemente con i principi neoliberisti di autosufficienza, di assunzione di responsabilità di sé stessi, di competizione, di frammentazione della città in comunità chiuse e spazi privilegiati.

Così, per me la riprogettazione della città è un progetto di lungo termine. Per fortuna le persone sono costrette a immaginare qualche forma di trasformazione rivoluzionaria, che si verifica in un particolare momento del tempo, come a Buenos Aires nel 2001, quanto ci sono stati movimenti che hanno guidato la presa delle fabbriche e hanno tenuto assemblee. Sono stati in grado di imporre, in molti modi, come la città andava organizzata e hanno cominciato a porre domande serie: chi vogliamo essere? Come dovremmo relazionarci con la natura? Quale tipo di urbanizzazione vogliamo?

Puoi parlarci di alcuni di questi termini? Ad esempio, puoi discutere della sub-urbanizzazione come conseguenza di “un modo di assorbire il surplus di prodotto e in tal modo risolvere il problema dell’assorbimento del surplus di capitale?” In altri termini, perché le nostre città sono state svuotate in questo modo particolare? Questa questione è particolarmente preveggente per i nostri ascoltatori locali nella regione dell’industria manifatturiera in crisi, che è stata completamente devastata negli ultimi 30-40 anni.

Di nuovo, questo è processo lungo, che si trascina. Fammi tornare agli anni ’30 e alla Grande Depressione. Poniamo la domanda: Come siamo usciti dalla Grande Depressione? E quale era il problema durante la Grande Depressione? Uno dei grandi problemi durante la Grande Depressione era un mercato debole. La capacità produttiva c’era. Ma non c’erano flussi di reddito da sfruttare, per dir così. Dunque c’era un surplus di capitale in giro senza un possibile impiego. Ora, in tutti gli anni ’30 ci furono tentativi frenetici di trovare un modo per spendere quel surplus di capitale. Ci furono cose come il “Programma di opere pubbliche” di Roosevelt. Sai, costruire autostrade e roba del genere. Cioè impiegare il surplus di capitale e il surplus di lavoro in giro all’epoca.

Negli anni ’30 non fu trovata alcuna soluzione reale, fino a quando non arrivò la seconda guerra mondiale. A quel punto tutto il surplus fu immediatamente assorbito dallo sforzo bellico: produrre munizioni e via dicendo. Molti si arruolarono nell’esercito; una quantità di manodopera fu assorbita in quel modo. Dunque la seconda guerra mondiale, apparentemente, risolse il problema della Grande Depressione. A quel punto sorse la domanda del dopo 1945: che cosa sarebbe successo una volta finita la guerra? Che cosa sarebbe successo a tutto quel capitale extra? Beh, a quel punto si ebbe la sub-urbanizzazione degli Stati Uniti. In effetti la costruzione delle periferie, a quel punto era la costruzione di periferie ricche, divenne il modo in cui fu impiegato il capitale in surplus. Prima fu costruito il sistema autostradale; a quel punto tutti dovevano avere un’automobile; poi l’abitazione suburbana divenne una specie di “castello” per la popolazione della classe lavoratrice. Tutto questo ebbe luogo abbandonando le comunità impoverite dei quartieri poveri. Questo fu lo schema dell’urbanizzazione che ebbe luogo negli anni ’50 e ’60.

I surplus, che il capitale produce sempre, funzionano così: i capitalisti cominciano la giornata con una certa quantità di denaro. A sera finiscono con più soldi. Sorge la domanda: che cosa fanno i capitalisti con i loro soldi alla fine della giornata? Beh, devono trovare qualche posto in cui investirli: espansione. I capitalisti hanno sempre questo problema: dove stanno l’espansione e le occasioni di fare più soldi? Una delle grandi occasioni di espansione dopo la seconda guerra mondiale fu l’urbanizzazione. C’erano altre occasioni, quali il complesso industriale-militare, e così via. Ma fu principalmente mediante la sub-urbanizzazione che i surplus furono assorbiti. Ora, questo creò molti problemi, quali la crisi urbana dei tardi anni ’60. A quel punto hai una situazione in cui il capitale torna di fatto nelle città centrali e successivamente rioccupa i quartieri poveri. A quel punto inverte lo schema. Così un numero sempre maggiore di comunità impoverite è cacciato nella periferia, mentre la popolazione ricca ritorna nel centro della città.

Ad esempio nella New York di intorno al 1970 si poteva ottenere una casa nel centro di Manhattan quasi per nulla, perché c’era un enorme surplus di proprietà; nessuno voleva vivere in città. Ma ciò è completamente cambiato: la città è diventata il centro del consumismo e della finanza. Come hai citato, costa tanto un tetto per la tua auto quanto un tetto per una persona. Questa è la trasformazione che si è verificata. In breve, questo processo di urbanizzazione ha luogo in tutti gli anni ’40 estendendosi agli anni ’70. Dopo gli anni ’70 il centro della città diventa estremamente ricco. Di fatto, Manhattan passò dall’essere un luogo accessibile negli anni ’70 a diventare una vasta comunità chiusa negli anni 2000 riservata agli estremamente ricchi e potenti. Nel frattempo gli impoveriti, spesso comunità minoritarie, sono cacciate nella periferia della città. O, nel caso di New York, la gente è fuggita in cittadine del nord dello stato di New York o in Pennsylvania.

Questo schema generale di urbanizzazione ha a che fare con questa domanda di dove si trovano occasioni redditizie di investire il capitale. Come abbiamo visto nel corso degli anni, le occasioni redditizie sono scarseggiate negli ultimi quindici anni, o giù di lì. In tale periodo un’enorme quantità di denaro è stata riversata nel mercato residenziale, nella costruzione di case e in tutto il resto. Poi abbiamo visto quello che è successo nell’autunno del 2008 con lo scoppio della bolla immobiliare. Dunque si deve guardare all’urbanizzazione come a un prodotto della ricerca di modi con cui assorbire la produttività e la produzione accresciute di una società capitalista molto dinamica che deve crescere a un tasso del 3% di crescita composta se vuole sopravvivere. Questa è la domanda per me: come assorbiremo questa crescita composta del 3% nei prossimi anni in modo da evitare i dilemmi urbanizzazione/sub-urbanizzazione del passato? È interessante concettualizzare come potrebbe andare.

Tu parli della distribuzione geografica delle crisi economiche. Cioè come le crisi economiche si diffondono da una parte del globo all’altra. Citi anche il fatto che la gente non avrebbe dovuto essere sorpresa dal crollo economico del 2008. Ad esempio oggi abbiamo la crisi economica della zona UE e del Nord America, e tuttavia tu citi l’esplosione della crescita del PIL in Turchia e in varie parte dell’Asia, particolarmente in Cina. Ma citi anche un grande paradosso: in Cina, anche se è stato attraversato un enorme processo di urbanizzazione negli ultimi venti anni, quegli stessi processi industriali che hanno prodotto grandi profitti hanno cacciato milioni di cinesi e distrutto l’ambiente naturale. Contemporaneamente intere città rimangono totalmente vuote, poiché solo una piccola percentuale della popolazione cinese può permettersi tali lussi e abitazioni.

Beh, la Cina sta ripetendo il modo in cui gli Stati Uniti uscirono dalla Grande Depressione: mediante la sub-urbanizzazione dopo la seconda guerra mondiale. Penso che i cinesi, quando si trovarono posti di fronte alla domanda su che cosa dovevano fare, particolarmente in un declino economico globale e alla luce dei fiacchi risultati economici di circa il 2007-2008, decisero che sarebbero usciti dalle loro difficoltà economiche mediante programmi urbanistici e infrastrutturali: ferrovie ad alta velocità, autostrade, grattacieli e così via. Quelli divennero i mezzi attraverso i quali fu assorbito il surplus di capitale. Naturalmente tutti quelli che fornivano la Cina di materie prime se la passarono molto bene, poiché la domanda cinese era molto elevata.

La Cina assorbe metà dell’offerta mondiale di acciaio. Così se si produce minerale di ferro o di altri metalli, come fa l’Australia, allora naturalmente l’Australia se la passa molto bene perché non ha subito una gran crisi negli ultimi sette anni. I cinesi hanno, in effetti, preso una pagina dal libro della storia economica degli Stati Uniti replicando il programma di sviluppo economico post 1945 degli Stati Uniti. In poche parole, la Cina ha immaginato di potersi salvare con lo stesso tipo di strategia e di evitare la stagnazione o il declino economico. Sai, gli Stati Uniti e l’Europa sono impantanati in una crescita molto bassa, rispetto ai cinesi che hanno goduto tassi di crescita molto rapidi. Ma, di nuovo, si tratta di assorbire il surplus di capitale in modi che siano produttivi. Quella è la domanda; lo dico con speranza, perché non sappiamo se il boom cinese finirà a gambe all’aria.

Se il boom cinese andrà a rotoli, come i mercati immobiliare e finanziario negli Usa nel 2008, allora il capitalismo globale si troverà in guai seri. Oggi i cinesi stanno cercando di limitare il loro tasso di crescita. Così, invece di mirare a un tasso di crescita del 10 per cento del PIL, stanno puntando a una crescita del 7-8 per cento nei prossimi anni. Cercheranno di darsi una calmata. Voglio dire, via!, i cinesi hanno più di quattro città vuote. Riesci a crederlo? Città completamente vuote. Cosa succederà nei prossimi anni? Queste città diventeranno aree urbane produttive? Resteranno semplicemente lì a marcire? Nel qual caso andrebbe perso un mucchio di denaro e una grande depressione colpirebbe anche la Cina. In tal caso sarebbero prese alcune decisioni politiche molto sgradevoli, e certamente potremmo aspettarci agitazioni sociali tra la classe lavoratrice e tra i poveri cinesi.

Il mondo appare molto diverso secondo qual è la parte del mondo in cui si vive. Ad esempio, sono appena stato a Istanbul, Turchia: ci sono gru edili dappertutto. La Turchia sta crescendo a un ritmo del 7 per cento l’anno, dunque oggi (2013) è un luogo molto dinamico. Quando sei in Turchia è davvero difficile immaginare che il resto del mondo sia in crisi. Poi ho fatto un volo di due ore e mezza fino ad Atene, Grecia; non occorre che vi dica cosa succede là. La Grecia è come entrare in una zona disastrata dove tutto si è fermato. Tutti i negozi sono chiusi e non ci sono cantieri in corso in nessun luogo della città. Abbiamo qui due città distanti seicento miglia l’una dall’altra e tuttavia sono due luoghi totalmente differenti. Questo è ciò che ci si aspetterebbe di vedere nell’economia globale: alcuni luoghi prosperano, altri vanno in bancarotta. C’è sempre uno sviluppo disuguale delle crisi economiche. Per me questa è una storia molto affascinante da raccontare.

Nel capitolo due, Le radici urbane della crisi, discuti del collegamento tra la crisi economica e gli Stati Uniti, la proprietà e i diritti individuali di proprietà, che sono entrambi componenti ideologici importanti del Sogno Americano ma anche ti affretti a segnalare che tali valori culturali diventano molto rilevanti quando sussidiati da politiche statali. Puoi spiegare tali politiche?

Beh, se risali agli anni ’30 scoprirai che meno del 40 per cento degli statunitensi era proprietario della sua casa. Così circa il 60 per cento della popolazione degli Stati Uniti viveva in affitto. Era particolarmente così nel caso della classe inferiore, o della classe media. Normalmente vivevano in affitto. Ora queste popolazioni erano piuttosto irrequiete. Così era sorta l’idea di renderle filocapitaliste e a favore del sistema aprendo loro la possibilità di divenire proprietari. Così c’è stata una quantità di sostegno statale per quelle che chiamavano istituzioni di depositi e prestiti, che erano separate dalle banche. Erano luoghi in cui la gente depositava i propri risparmi e tali risparmi erano utilizzati per promuovere la proprietà per popolazioni a basso reddito. La stessa cosa valeva per la Building Society britannica. Negli anni ’80 si avvia tale tendenza con la classe imprenditoriale che si chiedeva come rendere la popolazione a basso reddito meno insofferente. C’era una magnifica frase che la classe imprenditoriale era solita utilizzare: “I proprietari di case non scioperano”.

Ricorda, ci si doveva indebitare per diventare proprietari. Questo è il meccanismo di controllo. In generale questo sistema era molto debole in tutti gli anni ’20 e fino agli anni ’30, quando il governo statunitense e le classi imprenditoriali decisero di rafforzarlo. Tanto per cominciare, quando sottoscrivevi un mutuo negli anni ’20 potevi solitamente ottenerlo solo per circa tre anni, poi avresti dovuto rinnovarlo o rinegoziarlo. Poi, negli anni ’30, le banche crearono i mutui trentennali. Ma per ottenere tali mutui essi dovevano essere garantiti in qualche modo. Così ciò portò alla creazione di istituzioni statali che avrebbero garantito i mutui. Ciò condusse all’Amministrazione Federale degli Alloggi. Contemporaneamente le banche avevano necessità di trasferire i mutui a qualcun altro, così crearono questa organizzazione chiamata Fanny May.

Per tutto quel periodo organizzazioni statali furono usate per incoraggiare e garantire la proprietà della casa, particolarmente a favore delle classi inferiori, il che naturalmente scoraggiò tali persone dallo scioperare e dallo sgarrare. Ora sono indebitate. Quelle istituzioni decollarono realmente dopo la seconda guerra mondiale. In quel periodo c’era una quantità di propaganda riguardo al “Sogno Americano” e a che cosa significava essere statunitensi. Entrò in gioco la deduzione fiscale dei mutui che consentiva di dedurre gli interessi sul mutuo. Ricorda, questo è un grande sussidio alla proprietà della casa. C’erano sussidi statali alla proprietà della casa; c’erano istituzioni statali che promuovevano la proprietà. Così tutto questo diventa cruciale quando collegato alla Legge GI, che diede diritti privilegiati di proprietà della casa e incentivi ai soldati reduci dalla seconda guerra mondiale. Ci fu un’incredibile spinta da parte dell’apparato statale a incoraggiare e garantire la proprietà della casa.

Ricorda, tutto questo stava accadendo nel contesto della sub-urbanizzazione. Quelle istituzioni divennero molto cruciali per il mercato immobiliare e naturalmente continuano a esistere. Tutti parlavano di come Fanny May e la nuova, Freddy Mac, erano gestite dal governo e tuttavia parzialmente di proprietà privata. Nel tempo, in essenza, sono divenute nazionalizzate. Così nel tempo il governo ha promosso la proprietà della casa e ha avuto un ruolo enorme nel creare questi mutui sub-prime. Ciò è stato fatto durante l’amministrazione Clinton, a partire dal 1995, mentre tentavano di promuovere la proprietà della casa tra le popolazioni minoritarie degli Stati Uniti. Lo sviluppo della “crisi dei sub-prime” è stato in larga misura collegato sia a ciò che stava facendo il settore privato, sia anche a ciò che le politiche governative garantivano.

Per me questo è un aspetto cruciale della vita statunitense, in cui si passa dal 60 per cento della popolazione in affitto al punto più alto del 2007-2008 in cui più del 70 per cento della popolazione diventa proprietario di casa. Questo, naturalmente, crea un genere diverso di atmosfera politica; un’atmosfera politica in cui la difesa dei diritti di proprietà e dei valori della proprietà diventa molto importante. Poi hai i movimenti di quartiere in cui la gente cerca di tenere certe persone fuori dal quartiere perchè le percepisce come causa della riduzione del valore della proprietà. Hai un genere diverso di politica perché la casa diventa una forma di risparmio per le famiglie della classe media e di quella lavoratrice. Naturalmente la gente attinge a quel risparmio per rifinanziare la propria casa.

C’è stata una quantità di rifinanziamenti in corso durante il boom della proprietà negli USA. Molte persone hanno approfittato degli alti prezzi delle case. Questa promozione della proprietà della casa è ora trattata come se fosse un antico sogno di quelli che vivono negli Stati Uniti. Tuttavia, di certo, c’è sempre stata questa specie di idea negli Stati Uniti presso le popolazioni dei lavoratori immigrati, che se ottieni un pezzo di terra, ci fai crescere qualcosa, e così via, potresti alla fine avere una vita piacevole. Sì, questo faceva parte del sogno degli immigrati. Ma questo è stato trasformato in proprietà suburbana, che non riguarda l’avere mucche e polli in cortile; riguarda avere tutto attorno a te simboli del consumismo.

Parliamo di queste tendenze in un ambito ideologico. Affermi che dovremmo andare oltre Marx. Tuttavia insisti che dovremmo utilizzare le sue intuizioni più preveggenti. Come possiamo andare oltre Marx? Che cosa intendi, esattamente?

Ora, il motivo per cui Marx è importante in tutto questo è che Marx ebbe un’acuta comprensione di come funziona l’accumulazione capitalista. Egli comprese che questa perpetua macchina di crescita contiene molte contraddizioni interne. Ad esempio, una delle contraddizioni di fondo di cui parla Marx è tra il valore d’uso e il valore di scambio. Puoi constatare molto chiaramente come questo abbia operato nella situazione degli alloggi. Qual è il valore d’uso di una casa? Beh, è una forma di rifugio, uno spazio di vita privata, dove uno può farsi una vita di famiglia. Possiamo elencare altri valori d’uso della casa, ma la casa ha anche un valore di scambio. Ricorda, quando affitti la casa, stai semplicemente affittando la casa per quel che serve. Ma quando acquisti la casa, a quel punto consideri la casa come una forma di risparmio, e dopo un po’ usi la casa come una forma di speculazione.

In conseguenza i prezzi delle case cominciano a salire. Così, in tale contesto, il valore di scambio comincia a dominare il valore d’uso della casa. Il rapporto tra valore di scambio e valore d’uso comincia a sfuggire di mano. Quindi, quando il mercato immobiliare crolla, improvvisamente cinque milioni di persone perdono la casa e il valore d’uso scompare. Marx parla di questa contraddizione ed è una contraddizione importante. Dobbiamo porre la domanda: che cosa dovremmo fare a proposito degli alloggi? Che cosa dovremmo fare riguardo all’assistenza sanitaria? Che cosa stiamo facendo riguardo all’istruzione? Non dovremmo promuovere il valore d’uso dell’istruzione? O dovremmo promuovere il valore di scambio di queste cose? Perché le necessità della vita dovrebbero essere distribuite attraverso il sistema del valore di scambio? Ovviamente dovremmo rigettare il sistema del valore di scambio che è preda dell’attività speculativa, dello sciacallaggio, e di fatto perturba i modi in cui possiamo acquistare prodotti e servizi necessari. Questo era il genere di contraddizioni di cui Marx era consapevole.

Nel terzo capitolo, La creazione dei beni comuni urbani, tu riconcettualizzi come potrebbero essere i “beni comuni” nel prossimo secolo. Prosegui facendo riferimento al lavoro di Tony Negri e Michael Hardt in tutto il libro. Ho intervistato Michael Hardt in passato e ho trovato molto del suo lavoro molto acuto e molto interessante. Come tutti voi citate nel vostro lavoro: dobbiamo cominciare a concepire come trasferire, promuovere, sviluppare e utilizzare i beni comuni. Ciò comprende anche effetti culturali: immagini, significati, simboli, eccetera. Prosegui citando il lavoro di Murray Bookchin: idee di ordine, processi, gerarchie sociali e così via diventano molto importanti quando si tenta di ideare alternative. Anche Christian Parenti ha recentemente scritto un testo notevole a proposito dello stato e dell’ambiente. Quali sono alcune delle tue idee su come potremmo riconcettualizzare i beni comuni?

Beh, la concezione dei beni comuni, da quel che ho visto e letto, è di dimensioni piuttosto ridotte. Così una quantità di scritti sui beni comuni si è occupata dei beni comuni a livello micro. Non sto dicendo che ci sia qualcosa di sbagliato in ciò; avere un orto comunitario nel tuo quartiere è una bella cosa. Tuttavia mi pare che dobbiamo cominciare a interessarci e a parlare di temi di vasta portata riguardo ai beni comuni, quali l’habitat di un’intera bio-regione. Ad esempio, come cominciamo a concepire come dovrebbe essere la sostenibilità nell’intero nord-est degli Stati Uniti? Come gestiamo cose come le risorse idriche a livello nazionale? E globalmente? Le risorse idriche dovrebbero essere considerate una risorsa di proprietà comune, ma spesso ci sono richieste di acqua pulita in conflitto tra loro: urbanizzazione, agricoltura industriale e ogni sorta di altre tutele dell’habitat e cose simili.

Mi fa piacere che tu abbia citato il saggio di Christian Parenti, perché il cambiamento climatico dovrebbe farci riconcepire i beni comuni globali. Come gestire questo problema? E come possiamo gestire questi temi nel futuro? È fuori questione che abbiamo bisogno di meccanismi di imposizione tra stati nazione al fine di combattere queste tendenze e prevenire minacce future. Che cosa succede ai trattati internazionali se i governi vanno a pezzi? Chi impedirà ad altri stati di immettere anidride carbonica nell’atmosfera? Lo si può fare indicendo assemblee collettive o quel che passa il convento. I confronti riguardo a se trasformare un pezzo di terra in un orto comunitario non combatteranno i problemi che affrontiamo come specie. Dobbiamo concepire i beni comuni come esistenti su una scala diversa. Sono interessato alla dimensione metropolitana-regionale. Come si organizza la gente in tali regioni per difendere i diritti della proprietà comune su scale diverse? Beh, questo livello di potenziale organizzativo non si realizzerà attraverso assemblee o altre forme di organizzazione che la gente utilizza oggi. Il problema è inventarsi un modo democratico di rispondere alle opinioni di vasti strati della popolazione in tutto il pianeta al fine di amministrare i diritti alle risorse di proprietà comune. Ciò includerebbe cose come qualità dell’aria e dell’acqua nell’intera regione. Includerebbe anche la sostenibilità bioregionale.

Queste cose non si realizzano mediante assemblee e solo perché c’è chi inventa qualche grande piano a livello locale, ciò non significa che tale piano funzioni a livello regionale o su scala globale. Così, mi piacerebbe introdurre il concetto di “scale” differenti di organizzazione nel nostro confronto collettivo sullo sviluppo, la sostenibilità e l’urbanizzazione. Dobbiamo sviluppare organizzazioni, meccanismi, vocabolari e apparati capaci di far fronte a questi problemi su scala globale. Non credo ci dia alcun vantaggio il discutere dei “beni comuni” se non siamo specifici riguardo alla scala di cui stiamo discutendo. Parliamo del mondo? In tal caso dobbiamo parlare dell’apparato statale e delle sue funzioni, particolarmente a livello bio-regionale e globale.

Pare che le sole persone disposte a considerare questi temi su scala globale siano gli scienziati del clima, gli oceanografi, i biologi, gli ecologisti, con pochissimi intellettuali, per non parlare di attivisti o della più vasta popolazione in generale che discutono dell’ambiente naturale globale. Alcuni scienziati suggeriscono che entro il 2048 quasi tutti i grandi pesci saranno estinti. Al minimo gli scienziati ci dicono di aspettarsi un aumento di due gradi Celsius della temperatura del globo entro la fine del secolo. Queste predizioni sono inquietanti, a dir poco. Anche se possiamo organizzarci efficacemente, diciamo, a livello bio-regionale, che cosa succede se altre regioni si rifiutano? Non avremo bisogno di un apparato globale per chiamare le nazioni a rispondere? A me questo sembra uno dei problemi più grandi del nostro tempo.

Beh, ci sono alcuni modi in cui una prassi può diventare egemone: uno è mediante coercizione, cosa che nessuno di noi vuole ma che può ben essere una necessità. Poi c’è il consenso, che è quello che vediamo in queste conferenze sul cambiamento climatico ma, come vediamo, anche questo non funziona. Il terzo è quello che potremmo chiamare “mediante esempio”. È per questo che penso che una regione come la Cascadia sia così interessante, tra i motivi che hai citato, perché la Cascadia mette in atto alcune politiche molto, molto progressiste. Ad esempio, la California lo ha fatto riguardo a numerosi aspetti della legislazione ambientale. Su scala locale la California ha cominciato a imporre cose come il chilometraggio o la capacità del serbatoio obbligatori per le auto, e questo è un piccolo esempio.

In modo interessante, può anche essere dimostrato che non si finirà a pezzi, economicamente, se gli stati attueranno tali misure. Oggi non accade nulla di tutto ciò. Penso che guidare mediante l’esempio possa essere molto significativo. È più facile conquistare consenso quando si offrono esempi alla gente di come questo funzionerebbe. Ad esempio, l’abbiamo visto a livello urbano con città come Curitiba, Brasile, che è piuttosto nota per il suo progetto ambientale. In altre parole, molte delle cose che si fanno a Curitiba sono ora attuate in tutto il mondo in vari contesti urbani. Penso che avremo una combinazione di operare mediante esempio, consenso e coercizione. La mia speranza sarebbe che potessimo principalmente utilizzare esempi del mondo reale; poi è più facile raggiungere il consenso; ed è piuttosto difficile muoversi in direzione della coercizione. Comunque questa è solo la mia speranza. Non necessariamente le cose andranno così.

Nel capitolo quattro, L’arte della rendita, citi che a un certo punto “le università delle arti erano fucine di dibattito, ma la loro successiva pacificazione e professionalizzazione hanno gravemente ridotto la politica agitativa”. Puoi parlare del carattere speciale della produzione e riproduzione culturale? Inoltre, puoi articolare questo concetto di “rendita di monopolio”? Come è stato aiutato questo processo da quella che chiami “imprenditorialità urbana”? Chiami questi processi la “disneyficazione” della società e della cultura. Che cos’è il capitalismo simbolico collettivo?

Il mio interesse a questo deriva da una contraddizione molto semplice. Si suppone che viviamo sotto il capitalismo e si suppone che il capitalismo sia competitivo cosicché ci si aspetterebbe che i capitalisti e gli imprenditori apprezzino la competizione. Beh, emerge che i capitalisti fanno tutto quel che possono per evitare la competizione. Amano i monopoli. Così ogni volta che possono cercano di creare un prodotto che sia monopolizzabile, che, in altre parole, sia “unico”. Ad esempio prendete il logo della Nike, che è un esempio perfetto di capitalisti che incassano un prezzo di monopolio da un simbolo particolare perché c’è tutto quel bagaglio culturale collegato a ciò che quel logo significa, a ciò per cui sta, e a come le persone vi interagiscono. Una scarpa identica, che costa molto meno, può essere venduta a un prezzo molto inferiore perché semplicemente non ha quel logo. Così il prezzo di monopolio è tremendamente importante. Troverete molti casi in cui è una componente cruciale di come funzionano i mercati.

Nello stesso capitolo cito il commercio del vino, che mi intriga parecchio. Si cerca di ricavare una rendita monopolistica perché questo vigneto ha un suolo particolare, o questa vigna ha una collocazione geografica speciale. Perciò crea un unico vino “vintage” che ha un sapore migliore di ogni altro al mondo; solo che non è così. C’è un grande interesse a cercare di acquisire una rendita monopolistica assicurandosi che il proprio prodotto sia commercializzato come unico e molto, molto speciale. Poi, a livello locale, città cercano di darsi un “marchio”. C’è ora un’intera storia, in particolare riguardante gli ultimi 30-40 anni, in cui città si sono date un marchio e hanno tentato di vendere un pezzo della loro storia. Qual è l’immagine di una città? È attraente per i turisti? Va di moda? La città si promuoverà commercialmente.

Si troveranno città che hanno alte reputazioni, come Barcellona, Spagna, o New York City. Uno dei modi in cui si può vantare l’unicità di una città consiste nel promuovere qualcosa riguardo alla storia della città che sia molto specifico, perché non si può fruire del parallelo storico altrove. Così, per esempio, si va ad Atene per via dell’Acropoli, o si va a Roma per le antiche rovine. Così si comincia a promuovere commercialmente la storia di una città come unica e redditizia. D’altro canto, se non si ha una storia particolare, semplicemente se ne inventa una. C’è una quantità di città che si sono inventate storie nel mondo di oggi. Allora si dice alla gente che la cultura del luogo è molto speciale. Sai, cose come stili alimentari unici, o danze uniche diventano molto importanti. Si deve promuovere la “vita di strada” come unica; non esiste nessun altro luogo così, e tutto quel genere di roba.

La commercializzazione degli aspetti culturali e storici di una città è oggi una componente cruciale del processo economico. Alcune città semplicemente s’inventano una cultura unica. Ad esempio alcuni città utilizzeranno “architettura firmata”. Ad esempio non molti conoscevano la città di Bilbao, in Spagna, prima che il Museo Guggenheim diventasse il posto alla moda di un particolare marchio di architettura. Passando oltre possiamo considerare Sidney, Australia, e la sua Sala dell’Opera, che è la prima cosa che le persone riconoscono quando vedono una fotografia della città, e possiamo vedere quanto importante sia diventato ciò. Così l’architettura stessa diviene preda della commercializzazione e del marchio di una città. Sai, persino le scene della pittura e della musica diventano aspetti considerevoli di cultura da poi promuovere e vendere; città come Austin, Texas, diventano “scene della musica”. Poi ci sono luoghi come Nashville, e così via. Così le città cominciano a usare la produzione culturale come modo per promuoversi come uniche e speciali. Naturalmente il problema al riguardo è che molta della cultura è facilissima da replicare. L’unicità comincia a sparire. A quel punto abbiamo quella che chiamo la “disneyficazione” della società.

In Europa, ad esempio, anche se molte città hanno un passato storico-culturale serio, ogni cosa diventa “disneyficata”. Alcuni, io per esempio, finiscono estremamente disgustati da questo. È ancora un’altra “disneyficazione” della storia dell’Europa e io semplicemente non voglio più essere seccato da questo. Questa è la contraddizione: si promuove commercialmente una città come unica e tuttavia, mediante la promozione, la città diventa replicabile. In realtà i simulacri della storia diventano importanti tanto quanto la storia stessa. C’è una tensione in giro in cerca di rendite monopolistiche, conquistandole per un po’ e poi perdendole a favore dei simulacri. Questo diviene significativo. Oggi questo crea anche una situazione in cui i produttori di cultura diventano tremendamente importanti. Sono andato a vivere a Baltimora nel 1969 e vi erano circa tre musei. Oggi ci sono più di trenta musei a Baltimora! Questo diventa il modo in cui si commercializza la città. Tuttavia se ogni città ha trenta musei allora ci si può scordare di godere di un vantaggio monopolistico. Allora davvero non conta dove mi trovo; se a Baltimora, Pittsburgh o Detroit. Tutto diventa un’esperienza replicabile. Cominciano a perdere il loro potere monopolistico.

Nel capitolo cinque, Riprendersi la città per la lotta anticapitalista, tu scrivi: “Due questioni derivano dai movimenti politici a base urbana: 1) La città, o sistema di città, è uno spazio meramente passivo o una rete preesistente? 2) Le proteste politiche spesso misurano il loro successo in termini di capacità di disarticolazione delle economie urbane”. Puoi spiegare tali disarticolazioni? Come pensi che i dimostranti nella società odierna possano disarticolare più efficacemente le economie urbane?

L’uragano Sandy ha realmente disarticolato le vite dei residenti nella città di New York. Dunque non vedo perché movimenti sociali organizzati non potrebbero disarticolare la vita consueta in grandi città e perciò causare danni agli interessi della classe dominante. Abbiamo visto molti esempi storici di questo. Ad esempio negli anni ’60 i disturbi che si sono verificati in molte città degli Stati Uniti hanno causato grandi problemi alle aziende. Le classi politiche ed economiche sono state rapide nel reagire a causa del livello di disarticolazione e distruzione. Cito nel libro le dimostrazioni dei lavoratori immigrati nella primavera del 2006. Le dimostrazioni furono una reazione al tentativo del Congresso di criminalizzare gli immigrati illegali. Successivamente la gente si mobilitò in luoghi quali Los Angeles e Chicago, e inceppò considerevolmente l’economia cittadina.

Si potrebbe prendere l’idea di uno sciopero, solitamente mirato contro una particolare azienda o organizzazione, e tradurre quelle tattiche e strategie nei centri cittadini. Così invece di scioperare contro una particolare impresa o società la gente indirizzerebbe le sue azioni nei confronti di intere aree urbane. Allora ci sono eventi come la Comune di Parigi o lo sciopero generale di Seattle del 1919 o la rivolta Cordobazo in Argentina, circa 1969. Non occorre che sia un movimento rivoluzionario da un giorno all’altro. Queste cose possono aver luogo gradualmente mediante riforme.

La redazione partecipativa del bilancio è attualmente attuata a Porto Alegre, Brasile, dove il Partito dei Lavoratori ha sviluppato un sistema attraverso il quale popolazione e assemblee locali decidono per che cosa devono essere spese le loro imposte. Dunque tengono assemblee popolari e così via, che decidono come utilizzare fondi e servizi pubblici. Di nuovo, ecco una riforma democratica che inizialmente è stata avviata a Porto Alegre ma che da allora è stata fatta circolare in città europee. È una magnifica idea. Coinvolge il pubblico e mantiene le persone coinvolte nel processo. Democratizza il processo decisionale in tutta la società. Queste decisioni non sono più prese da consigli comunali, burocrati o dietro porte chiuse. Oggi questi dibattiti sono accessibili alla partecipazione del pubblico. Da un lato ci sono interventi molto rapidi sotto forma di scioperi e interferenze. Dall’altro c’è un processo lento di riforme che ha luogo attraverso assemblee democratiche e così via.

Nel corso degli anni ho collaborato con persone che operano nel settore sindacale, con persone disoccupate e che operano nell’ambito di quella che è comunemente chiamata l’”economia sommersa”. Cosa più importante, sono interessato a organizzare quelli che lavorano nelle industrie dei servizi, o negli ipermercati tipo Applebee’s o Best Buy. Nel capitolo cinque tu scrivi: “Nella tradizione marxista le lotte urbane sono spesso ignorate o scartate in quanto prive di potenziale o significato rivoluzionario. Quando una lotta a livello cittadino acquista, in effetti, uno status di icona rivoluzionaria, come accadde durante la Comune di Parigi nel 1871, si afferma, prima da parte di Marx e poi con maggiore enfasi da parte di Lenin, trattarsi di una rivolta proletaria, piuttosto che un movimento rivoluzionario molto più complicato animato tanto dal desiderio di riprendersi la città stessa dall’appropriazione borghese, quanto dalla desiderata liberazione dei lavoratori dai calvari dell’oppressione di classe nel luogo di lavoro. Considero d’importanza simbolica che i primi due atti della Comune di Parigi siano stati l’abolizione del lavoro notturno nei forni, una questione sindacale, e l’imposizione di una moratoria degli affitti, una questione urbana”. Puoi parlare del privilegio riservato agli operai dell’industria nell’ideologia marxista?

C’è una lunga storia di ciò. La tendenza nei circoli marxisti, e non solo nei circoli marxisti ma nella sinistra in generale, consiste nel privilegiare i lavoratori dell’industria. Questa idea di una lotta di avanguardia che conduce a una nuova società è in circolazione da un certo tempo. Tuttavia, quella che è affascinante è l’assenza di alternative a questa visione, o almeno di varianti del suo intento e proposito. Naturalmente molto di questo proviene dal volume I del Capitale di Marx che enfatizza il lavoratore di fabbrica. Questa idea che il partito d’avanguardia dei lavoratori ci porterà nella nuova Terra Promessa dell’anticapitalismo, chiamiamola una società “comunista” è stata persistente per più un centinaio d’anni. Ho sempre sentito che si trattava di una concezione troppo limitata di chi è il proletariato e di chi è l’”avanguardia”. Inoltre io sono sempre stato interessato alle dinamiche della lotta di classe e ai loro rapporti con i movimenti sociali urbani. Chiaramente per me i movimenti sociali urbani sono molto più complicati. Coprono tutto lo spazio dalle organizzazioni borghesi di quartiere, impegnate in politiche di esclusione, a una lotta di affittuari contro padroni di casa a causa di pratiche sfruttatrici. Quando si guarda alla vasta gamma di movimenti sociali urbani se ne trovano alcuni anticapitalisti e altri che sono l’opposto. Ma farei la stessa osservazione riguardo ad alcune forme tradizionali di organizzazione sindacale. Ad esempio ci sono alcuni sindacati che considerano l’attività di organizzazione come un modo per privilegiare i lavoratori privilegiati della società. Naturalmente questa idea non mi piace. Poi ci sono altri che stanno creando un mondo più giusto e più equo.

Penso ci sia una varietà uguale di distinzioni nell’ambito delle forme di organizzazione dei lavoratori dell’industria. Di fatto le forme di organizzazione dei lavoratori dell’industria a volte, poiché si occupano di gruppi speciali e di interessi speciali, sono reattive alla politica generale più di quanto ci si aspetti. È a questo riguardo che io accolgo le forme di organizzazione di Antonio Gramsci. Egli era molto interessato ai consigli di fabbrica. Egli seguiva, in effetti, la linea marxista che l’organizzazione di fabbrica è cruciale nella lotta. Ma poi egli spingeva le persone anche a organizzarsi in ambito di quartiere. In quel modo, nel pensiero di Gramsci, potevano avere un quadro migliore di com’è l’intera classe lavoratrice, non solo quelli che sono organizzati in fabbriche e via dicendo. Includendo persone come i disoccupati, i lavoratori temporanei e tutte le persone che hai citato in precedenza che non erano occupate in posti di lavoro tradizionali del settore industriale. Così Gramsci proponeva che questi due tipi di metodi di organizzazione politica dovrebbe essere interconnessi al fine di rappresentare realmente il proletariato.

In essenza, il mio pensiero riflette Gramsci sotto questo aspetto. Come cominciamo a occuparci di tutti i lavoratori in una città? Chi lo fa? I sindacati tradizionali tendono a non farlo. Mentre ci sono movimenti in seno al movimento sindacale che stanno attuando tali pratiche organizzative. Ad esempio i Trade Union Councils in Gran Bretagna o i Labor Councils negli Stati Uniti che entrambi cercano di organizzare in qualche misura fuori dall’ambito dell’organizzazione sindacale tradizionale. Ora, quelle correnti del movimento sindacale non sono state dotate di potere. Dobbiamo ideare nuove forme di organizzazione che colgano il lato progressista di ciò che accade nei movimenti sociali urbani e lo unisca a quel che resta del modello sindacale tradizione del settore industriale. Dobbiamo riconoscere che molti lavoratori che operano nell’economia statunitense non potrebbero organizzarsi ufficialmente in un sindacato date le attuali leggi sul lavoro. Dunque abbiamo bisogno di una forma diversa di organizzazione, esterna al modello sindacale tradizionale.

C’è un’organizzazione a New York, che in realtà è nazionale ma è molto forte a New York, chiamata Domestic Workers Organization [Organizzazione dei lavoratori domestici]. È molto difficile sindacalizzare i lavoratori domestici. Ma hanno un’organizzazione basata su diritti e continuano a organizzarsi e a battersi. Siamo onesti: se sei un immigrato clandestino negli Stati Uniti, sei trattato in modi deplorevoli. Perciò organizzare gruppi come i tassisti o i lavoratori dei ristoranti conduce a quello che è chiamato un Congresso dei Lavoratori. Stanno cercando di mettere insieme tutte queste forme di organizzazione. Sai, anche Richard Trumka [leader sindacale, già presidente dell’AFL-CIO], si è presentato a una di queste conferenze nazionali e ha detto ai lavoratori che il movimento sindacale tradizionale al minimo desidererebbe avere un rapporto con loro.

In breve, io penso che oggi ci sia un movimento in crescita che riconosce l’importanza di tutti i tipi diversi di lavoro che esistono nell’ambiente urbano. Ho accolto la domanda postami da molti membri di sindacato: “Perché non sindacalizziamo l’intera dannata città?” Sono già attivi movimenti per organizzare i tassisti, ma perché non i lavoratori delle consegne? È una vasta manodopera e la città dipende assolutamente da questi settori del lavoro per mantenere normalmente funzionante la sua attività economica. E se questi gruppi si unissero e cominciassero a rivendicare un tipo diverso di politica nelle città? E se avessero voce in capitolo sul modo in fondi e risorse sono utilizzati? Ci sono modi per contrastare l’incredibile disuguaglianza esistente a New York? Voglio dire: i dati delle entrate fiscali dell’anno scorso hanno mostrato che l’un per cento al vertice a New York guadagna 3,57 milioni di dollari a testa, in confronto con il 50 per cento della popolazione che cerca di tirare avanti con meno di 30.000 dollari. È una delle città più disuguali del mondo. Dunque che cosa possiamo fare al riguardo? Come possiamo organizzarci per cambiare questa disuguaglianza?

Per me dovremmo abbandonare questa idea che l’operaio di fabbrica è l’avanguardia del proletariato e cominciare a immaginare come nuova avanguardia quelli che sono impegnati nella produzione e riproduzione della vita urbana. Vi sarebbero inclusi lavoratori domestici, tassisti, addetti alle consegne e molti altri della classe povera e di quella lavoratrice. Penso che possiamo costruire movimenti politici che operino in modi totalmente diversi rispetto al passato. Possiamo vederlo in città di tutto il mondo, dalla città boliviane a Buenos Aires. Mettendo insieme il lavoro di attivisti urbani con quelli che lavorano nelle fabbriche cominciamo a sviluppare un elemento completamente differente di agitazione politica.

Puoi parlare di alcune di tali città, come El Alto, in Bolivia? Inoltre, nel 2011 ero a Madison, Wisconsin, nel 2011 nel corso delle proteste sindacali e devo dire che è stato interessante e assolutamente frustrante vivere le dinamiche interne del movimento sindacale, e come interagisce con i cittadini e i lavoratori non iscritti al sindacato. Purtroppo il movimento sindacale reprime il dissenso e la resistenza seri. Anche se molti lavoratori a Madison sono sindacalizzati, quelli che fisicamente avevano occupato l’edificio del Campidoglio e avevano avviato l’occupazione erano lavoratori non sindacalizzati. Poi sono arrivati i grandi sindacati e hanno immediatamente reindirizzato i discorsi al voto sulla revoca del governatore Scott Walker. Indiscutibilmente, col senno di poi, il voto per la revoca del governatore Walker è stato un disastro politico. Che cosa ne pensi?

I sindacati hanno attraversato un brutto periodo. Non sono molto progressisti, specialmente negli Stati Uniti. Nel complesso sono d’accordo su quanto citi. Il motivo per cui ho citato Trumka era perché io penso che Trumka e molti di quelli all’interno del movimento sindacale organizzato capiscono che non possono più fare da soli; hanno bisogno dell’aiuto dell’intera forza lavoro, sindacalizzata o no. Questa è sempre stata la sfida nell’organizzare: quanto sostegno vogliamo da queste vaste entità? E quanto di ciò che stanno facendo è frutto di un vero senso di solidarietà? Quanto è per profitto personale? La mia esperienza a Baltimora, che copre campagne per il salario minimo, rispecchia in una certa misura la tua esperienza. I sindacati erano in generale ostili a tali campagne e non hanno contribuito, parlando in generale. Tuttavia abbiamo ricevuto in effetti molto aiuto da sindacati locali.

Così, di nuovo, dobbiamo separare tali due entità. Sezioni locali hanno effettivamente contribuito alle campagne. Indubbiamente il movimento è stato molto, molto conservatore negli Stati Uniti; in molti modi, particolarmente negli ultimi circa cinquant’anni, siamo stati privi di un movimento serio del lavoro organizzato. E ci sono problemi simili anche nei sindacati britannici. Per essere giusti, l’impressione che io ricavo da parte della dirigenza locale di New York è che capiscono che non possono più comandare. Dubito che tu affermi che non dovremmo organizzarci nei sindacati, e di chiunque lo dica dovremmo essere diffidenti, ma credimi: sono ben consapevole dei limiti dei sindacati moderni.

In effetti ho saputo molto di quanto mi racconti da amici che partecipavano agli eventi di Madison, Wisconsin. Sai, ho letto tutto quanto ho potuto riguardo a El Alto, Bolivia, e quelle che per me sono realmente affascinanti sono le forme di organizzazione che vi hanno luogo. C’è una componente sindacale, con un forte sindacato degli insegnanti che apre la via. Ma ci sono anche molti ex membri del sindacato che lavoravano nelle miniere di stagno ma sono finiti disoccupati a causa della ristrutturazione neoliberista degli anni ’80. Quelle persone sono finite a vivere in questa città di El Alto e c’è una tradizione politica attivista di socialismo. Nel movimento sindacale cui appartenevano erano principalmente trotzkisti, il che è significativo. Tuttavia le organizzazioni più importanti erano le organizzazioni di quartiere. Inoltre c’era un’assemblea omnicomprensiva di organizzazioni di quartiere chiamata la Federazione delle Organizzazioni di Quartiere.

Ad esempio c’erano organizzazioni di venditori di strada, che abbiamo anche a New York, oltre a quelle degli addetti ai trasporti. Questi gruppi diversi si incontravano regolarmente. La dinamica interessante di queste organizzazioni è che non la vedono tutte allo stesso modo su ogni singolo tema. Voglio dire: che senso ha partecipare a una riunione in cui tutti sono d’accordo? Dovevano partecipare alle riunioni per assicurarsi che i loro interessi non fossero traditi. È questo quello che succede quando ci sono dibattiti vivaci e confronti politici: il progresso. Dunque l’attivismo delle federazioni di quartiere era il prodotto di metodi di organizzazione molto competitivi. Poi, quando la polizia e l’esercito hanno cominciato ad assassinare persone nelle strade, c’è stata un’immediata dimostrazione di solidarietà tra i gruppi che si organizzavano nella città. Hanno chiuso la città e bloccato le strade.

In conseguenza la popolazione di La Paz, Bolivia, non è stata in grado di ricevere merci e servizi perché tre delle vie principali passavano direttamente attraverso El Alto, che era chiusa da queste organizzazioni. Lo hanno fatto di nuovo nel 2003 e il risultato è stato che il presidente è stato cacciato. Poi, nel 2005, è stato cacciato il presidente successivo. Alla fine hanno avuto Evo Morales. Tutti questi elementi si sono uniti e hanno organizzato efficacemente i poveri e la classe lavoratrice in Bolivia. È da qui che ho tratto il titolo del mio libro Città ribelli. Del tutto letteralmente, El Alto è diventata una città rivoluzionaria nel giro di pochi anni. Le forme di organizzazione in Bolivia sono affascinanti da studiare e da osservare. Non sto dicendo che questo è “il modello” che tutti dovrebbero copiare, ma è un buon esempio da osservare e studiare.

Verso la fine del tuo libro citi un film che è caro al mio cuore, Sale della terra, un film che ho visto per la prima volta da matricola all’università. Il mio insegnante, il dottor Kim Scipes, teneva un corso sulla diversità razziale ed etnica alla Purdue North Central University, dove ho visto il film. Era materiale prescritto da vedere per il corso. Nel far riferimento al film nel tuo libro tu scrivi: “Solo quando unità e parità sono costruite con tutte le forze dei lavoratori saremo in grado di vincere. Il pericolo che questo messaggio ha rappresentato per il capitalismo è misurato dal fatto che questo è il solo film statunitense del quale è stata sistematicamente vietata per molti anni, per motivi politici, la diffusione su reti commerciali”. Puoi parlare del motivo per il quale questo film è importante? Che cosa può insegnarci riguardo alla lotta?

Beh, ho visto il film ormai un certo tempo fa. È stato un po’ in passato e non riesco a ricordare esattamente quando. Ma, come te, ho sempre fatto tesoro del suo ricordo. Così mentre ero seduto a scrivere questo libro sono tornato a vederlo. Naturalmente l’ho rivisto un paio di altre volte. Penso sia una storia molto umana. Ma questa è una magnifica storia di una miniera di zinco, che è basata su una situazione reale, scritta da persone messe al bando da Hollywood per le loro tendenze comuniste. È un grande film in cui classe, razza e genere si uniscono tutte a formare una grande storia e narrazione.

C’è un momento nel film che è un po’ buffo: gli uomini non possono più attuare picchetti a causa della legge Taft-Hartley, così sono le donne ad assumersi il compito di picchettare perché non c’è nulla che vieti loro di partecipare alle proteste. Allora gli uomini devono farsi carico dei lavori di casa. Curiosamente gli uomini cominciano rapidamente a capire perché le donne chiedano dal padrone acqua corrente e altre cose che renderebbero molto più facile la vita quotidiana. Velocemente, naturalmente, gli uomini scoprono quanto sia difficile stare in casa tutto il giorno. Sintetizza il tipo di questioni di genere che sono importanti oggi. Si occupa della solidarietà oltre le divisioni etniche, il che è cruciale. Il film compie un gran lavoro di evidenziazione di tutto questo in un modo molto non didattico. Ho sempre amato molto quel film così ho pensato che fosse appropriato che lo riproponessi nel contesto di ‘Città Ribelli’.

Qualche consiglio di saluto per quelli che ascoltano o leggono questa intervista?

Purtroppo io non sono un organizzatore; sono uno che scrive dei limiti del capitale e di come potremmo muoverci nel concepire visioni alternative della società. Ho ricavato una gran quantità di forza, motivazione e idee intellettuali da quelli che sono concretamente impegnati quotidianamente nella lotta. Partecipo e contribuisco, se posso. Dunque il mio consiglio a tutti sarebbe di uscire quanto più possibile e occuparsi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale perché questi sono temi sempre più lungimiranti. La gente deve diventare attiva, uscire, muoversi. È un periodo cruciale. Sai, la massiccia ricchezza e il capitale non hanno avuto sinora il minimo ripensamento. Dobbiamo dare una grande spinta se vogliamo vedere qualcosa di diverso nella nostra società. Dobbiamo creare meccanismi e forme di organizzazione che riflettano i bisogni e le volontà della società nel suo complesso, non solo quelli di una classe oligarchica privilegiata di individui.

Riferimenti

Vedi su eddyburg la recensione di Benedetto Vecchi e l'articolo di David Harvey, entrambi da il manifesto del 12 settembre 2013, e la nostra postilla (e.s.)

«Da Palermo a Venezia. Lo strazio dei territori e delle città: una devastazione civica che comporta vere e proprie patologie». Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2016 (p.d.)

In questa Italia delle crisi e dei veleni, sempre più fuoco cova sotto sempre meno cenere. Lo segnalano con forza crescente le battaglie per il diritto al lavoro, ma anche quelle per il diritto al paesaggio, sancito dalla Costituzione ma calpestato dalla bassa politica. Dagli orrori che ci circondano può venire qualche speranza? Forse. A Palermo due convegni rivali, convocati sullo stesso tema lo stesso giorno (16 dicembre), hanno gettato sul tappeto il tema del recupero della costa sud-est, sette chilometri di discariche e pessima edilizia in un paesaggio che fu di miracolosa bellezza, e questo mentre in Comune si lavora a possibili piani di recupero, in bilico fra vera resurrezione di un’area deturpata e pretese esigenze di un turismo straccione. È dunque tempo di parlare dei meccanismi che devastano non solo città e paesaggi, ma anche la cultura civile e giuridica sulla quale per secoli si è fondata la loro tutela e la loro bellezza. La dimensione di questo tradimento obbliga a pensare con urgenza alle prospettive di un possibile riscatto, prendendo coscienza di un dato elementare ma dimenticato: la difesa dell’ambiente e dei paesaggi non è un lusso estetico di anime belle, ma un diritto da reclamare nell’interesse della collettività.

Con perversa metamorfosi, le nostre città si tramutano in agglomerato di periferie, divorando al tempo stesso il loro cuore antico (il “centro storico”) e la circostante campagna o, come a Palermo, la costa. Dobbiamo ormai considerare sotto una stessa rubrica nozioni un tempo opposte, come centro/periferia o città/campagna. Fra l’una e l’altra corrono confini difficili da fissare, da regolare, da vivere. Periferie, spazi residuali, non-luoghi, “zone grigie”, junk space, rovine urbane: queste e altre categorie del discorso frammentano la forma della città, appestano il paesaggio storico. Abbagliati da una colpevole estetizzazione dello spazio, anche se devastato, tendiamo a non vedere intorno a noi croniche topografie del disagio individuale e sociale, e ci allarmiamo solo quando i veleni dell’ambiente minacciano la nostra salute. Ma il destino dei viventi e la qualità degli spazi sono due facce della stessa medaglia: fra l’inquinamento ambientale e l’inquinamento antropico prodotto dal dilagare di pessime architetture non c’è poi una gran differenza. L’uno colpisce la salute del corpo, l’altro la salute della mente. In una rincorsa al peggio, le brutture delle periferie e gli orrori delle discariche si nascondono a vicenda, ci accecano, ci impediscono di cogliere l’enormità del disastro che ci colpisce.

Nuove ricerche di sociologi, psicologi, antropologi definiscono lo spazio in cui viviamo come un formidabile capitale cognitivo che fornisce coordinate di vita, di comportamento e di memoria, costruisce l’identità individuale e quella, collettiva, delle comunità. Il grado di stabilità dei luoghi in cui viviamo è in diretta proporzione a un senso di sicurezza che migliora la percezione di sé e dell’orizzzonte di appartenenza, favorisce la produttività degli individui e delle comunità, innesca la creatività. Per converso, la frammentazione territoriale, la violenta e veloce modificazione dei paesaggi, l’obesità delle periferie provocano severe patologie individuali e sociali. Due formule vengono alla mente: “angoscia territoriale” e “di smorfofobia”. “Angoscia territoriale” non più nel senso (De Martino) di sradicamento dell’emigrante strappato ai propri orizzonti, ma come ansia di chi resta nei propri luoghi e non li riconosce più perché devastati da mostri di cemento o da montagne di detriti che ne annientano la familiarità. La nozione complementare di dismorfo-fobia descrive bene il passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva: nella pratica psichiatrica essa definisce i disturbi psichici di chi non accetta il proprio corpo come è, e lo vive come una “forma distorta” (questa l’etimologia greca di dis-morfo). Ma anche la forma distorta della città e dei paesaggi provoca sofferenze individuali e disturbi del corpo sociale. Più grave di ogni dismorfo-fobia individuale è la dismorfo-fobia delle comunità.

Il progressivo abbandono dei centri storici (a Palermo come a Venezia) da parte della popolazione residente lascia dietro di sé una scia di edifici in abbandono, che presto si trasformano in precari insediamenti di immigranti, nuovi poveri, disoccupati, esclusi. Edifici storici anche di massimo pregio vanno in rovina, e la sola ricetta finora escogitata per rimediarvi è una frettolosa gentrification, che comincia con l’espulsione dei meno abbienti e agghinda i fabbricati aggiornandone non solo gli impianti igienici, ma l’intera struttura, a scapito delle sue caratteristiche storiche.

Ma non è questo il percorso di riscatto di cui le nostre città hanno bisogno. Città, paesaggio circostante, patrimonio artistico, ambiente formano un ecosistema di cui gli abitanti sono componente essenziale. Rigenerazione urbana e rigenerazione umana sono due facce della stessa medaglia, e non c’è salvezza per le città e i paesaggi che non passi per una politica del lavoro, massimamente per i giovani. Precisamente il contrario di quel che vanno facendo i nostri governi, puntando sull’edilizia in nome non dei cittadini ma delle imprese e soffiando sul fuoco di un’austerità eterodiretta che incrementa la disoccupazione. Senza neppure accorgersi che il restauro dei paesaggi e la messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente è la sola grande opera di cui il Paese ha bisogno, e che merita fortissimi, immediati investimenti.

Un tal riscatto deve incidere sulla realtà, trasformandola in nome di un orizzonte di diritti, in cui democrazia e legalità costituzionale facciano tutt’uno. Sfidando i confini difficili dentro e intorno alla città, ripudiando il ruolo di spettatori passivi che il cinico uso speculativo degli spazi sembra averci riservato. Ma i cittadini (e le associazioni) lo sanno sempre più chiaramente: è venuta l’ora di vedere nello spazio che abitiamo non una merce passiva da sfruttare ma il vivo scenario di una democrazia futura, innervata dal diritto al paesaggio (art. 9 Cost.) e dal diritto al lavoro (art. 4).

«Nel 2013 la città ha dichiarato la bancarotta. Ad aprile 2016 ha ospitato il primo Forum nordamericano dell’economia sociale solidale. È stata l’occasione per conoscere le iniziative comunitarie che ne fanno un laboratorio del futuro».Altreconomia online,23 agosto 2016 (c.m.c.)

Le superstrade a 6 corsie che circondano e attraversano la città una volta dovevano essere molto trafficate: oggi sono per lo più vuote. Detroit, Michigan, storica sede della “triplice” automobilistica (Ford, GM e Chrysler), è la città che meglio rappresenta la profonda ferita che ha colpito il Sogno americano. Qui è forte l’evidenza fisica dell’abbandono e della devastazione: interi palazzi vuoti, case bruciate, strade inagibili in buona parte delle periferie e del centro, edifici storici chiusi e pericolanti.

Nel 2013, Detroit ha presentato istanza di bancarotta, con un debito stimato di 7 miliardi di dollari. Da povertà, disperazione, inquinamento e marginalizzazione, però, sono emersi negli anni gruppi di cittadini attivisti (grassroots), dando vita a progetti e movimenti che stanno rivitalizzando la comunità. Per conoscerlo, Rich Feldman, che dopo aver lavorato alle catena di montaggio dell’industria automobilistica per 30 anni, facendo il sindacalista, è instancabile leader del movimento di giustizia sociale, organizza un tour a bordo di uno scuolabus giallo degli anni Sessanta, from Growing our economy to growing our souls (dal far crescere la nostra economia al coltivare le nostre anime).

Si attraversa l’Hope District: il quartiere della speranza ospita la fabbrica artigianale di patatine Detroit friends potato chips, che ha dato lavoro a molti giovani. Qui negli anni Ottanta si avviò la diffusione del crack, ma la comunità seppe reagire con le marce contro le crack houses e l’istituzione di Zone di Pace (per arrivare a risolvere i conflitti senza ricorrere alla polizia, considerata un “esercito d’occupazione”), dalla Detroit Summer e la Boggs School for Manual Arts (che prende il nome da James e Grace Lee Boggs, anime storiche del movimento americano per la giustizia sociale), forme alternative di educazione che hanno cresciuto generazioni di leader di comunità. Ed ha funzionato.

Il tour finisce nel cuore della East Side di Detroit, nei due isolati occupati dall’Hidleberg project: l’artista Tyree Guyton ha recuperato oggetti di uso quotidiano per creare un’area piena di colore, simbolismo e dimostrare il potere della creatività per trasformare la vita. Marciapiedi, alberi ed edifici raccontano in maniera estremamente vivace gli effetti della globalizzazione: ci sono le barche dei profughi sul prato, 10mila scarpe a rappresentare i cittadini che hanno perso la casa, un Humvee (il SUV corazzato) installato nel 2010 durante l’US Social Forum a simboleggiare il militarismo. Dentro ci è cresciuto un albero.

A Detroit tra l’8 e il 10 aprile si è tenuto il primo Forum nordamericano dell’economia sociale e solidale: attivisti statunitensi e canadesi hanno discusso su come far crescere il movimento diffuso ma invisibile per un’altra economia, cominciando dal “decolonizzare la nostra economia solidale” da modelli e pratiche che fanno parte dell’economia dominante: dal superamento della separazione tra produzione e consumo, di come si finanziano le attività e del cambiamento di senso di parole come “ricchezza”, “benessere”, “condivisione”, “sostenibilità”.

Il luogo che ha ospitato il Forum è il Samaritan Center: un ex ospedale pubblico abbandonato, ristrutturato da una fondazione religiosa e trasformato in un centro polivalente, dove si trovano 30 organizzazioni tra associazioni, micro-imprese, cliniche, un fab-lab e una scuola. Il Forum è stato organizzato da RIPESS-Nord America (che include reti come il U.S. Solidarity Economy Network , il Canadian Community Economic Development Network e il Chantier de l’économie Sociale del Quebec).

La plenaria si è svolta in una grande palestra, e ad aprirla è stata Tawana “Honecomby” Petty, del Boggs Center to Nurture Community Leadership: «In un’epoca di dualità, dove una città è destinata alla bancarotta per alcuni, eppure è ancora fiorente per altri, dove la tecnologia isola gli anziani mentre abilita i giovani, dove il sistema alimentare affama il suo popolo di vero nutrimento e contribuisce alla sua obesità, e dove la giustizia penale e i sistemi educativi abusano dei cittadini con il pretesto della sicurezza, è imperativo per noi re-immaginare il sistema nella sua interezza, e identificare e riconoscere i ruoli e il contributo che ognuno di noi può dare».

Un altro dei “visionari” (così definiti nel programma) ha preso la parola dicendo: «Stiamo costruendo l’infrastruttura del futuro, ma dobbiamo fare attenzione. La sfida è quella di diffondere l’economia solidale al di là della classe media, prevalentemente bianca, perché risponda anche ai bisogni di chi è economicamente escluso. E abbiamo bisogno dei media per raccontarne la storia, preparandoci per quando sarà mainstream..». A parlare è Gar Alperovitz, economista politico, fondatore dell’organizzazione Democracy Collaborative/Next System Project.

Chi ha chiaro un piano e una visione del futuro a lungo termine è senz’altro Blair Evans, direttore e mente dell’Incite focus, il primo “fab lab” di Detroit. Situato all’interno del Samaritan Center, questo laboratorio di “makers” è ben più di una “falegnameria hi-tech”. Ingegnere elettronico, Evans è insegnante di Fabbricazione digitale (presso il Massachusetts Institute of Technology) e istruttore certificato di permacultura, e ha ideato vari modelli d’impresa sostenibile per la produzione su base comunitaria, con partecipazioni miste pubblico-privato-no profit.

Il piano di Evans e dei suoi collaboratori prevede la formazione continua di giovani e disoccupati al lavoro del futuro, la fabbricazione a livello locale e micro-industriale (con stampanti 3D e tecnologie simili, auto-riproducibili e “open”) di tutto quello di cui possiamo avere bisogno, con risorse e materiali il più possibili reperiti a “km0”. Le aree di lavoro sono principalmente tre: l’ambiente naturale (attraverso forme di bio-mimesi, agroecologia e tecnologie appropriate), l’ambiente costruito (con la fabbricazione digitale) e l’ambiente invisibile (ovvero l’organizzazione delle strutture sociali, economiche e politiche di una comunità).

La sperimentazione prevede, ad esempio, la costruzione di case con materiali prodotti in Fab Lab, autosufficienti per gran parte delle necessità (energia elettrica, riscaldamento, acqua e gestione residui, orticoltura...) e in rete. Per il 2017 è previsto un primo Fab-co-working center di quartiere; per il 2020 un Fab Village; per il 2030 un Fab District e infine, per il 2054, la trasformazione di Detroit in Fab City...

In molti, intanto, credono che la rivoluzione passi per la capacità di produrre il proprio cibo. We cannot free ourselves until we feed ourselves” (non ci possiamo liberare fintanto che non siamo capaci di nutrirci autonomamente) è lo slogan coniato da Gerald Hairston, fondatore dei Gardening Angels (gli angeli degli orti), un movimento intergenerazionale e interculturale che ha “piantato i semi della speranza”, coivolgendo centinaia di individui e gruppi di vicinato a crearsi il proprio orto sociale: orti dei ragazzi, orti di scuola, orti d’ospedale, orti degli anziani, orti del benessere, orti di parrocchia.

Durante il tour della città si visita Feedom-Freedom Growers (nutrire i coltivatori di libertà), un progetto che ha come scopo quello di combattere l’obesità di molti ragazzi facendogli coltivare il proprio cibo, oltre ad organizzare mercatini della salute e feste di quartiere. Gli orti familiari sono migliaia, e seicento quelli comunitari: l’agricoltura urbana sta cambiando il volto della città e coinvolge giovani da tutti gli Stati Uniti. Naim Edwards è uno di questi. Giovane eco-biologo afroamericano, dalla Pennsylvania si è trasferito a Detroit da un anno. Mi ospita a dormire presso la sede della sua associazione, Voices for Earth Justice, che è anche la sua casa. Prima ci ha accompagnato per quartieri semi-abbandonati, dove spuntano orti e serre. Quello che gestisce, con tecniche agroecologiche, è condiviso.

New work, new culture” è invece un movimento nato da una “conversazione” di anni tra alcuni degli storici attivisti di Detroit, come Grace Lee Boogs, Frithjof Bergmann, Rick Feldman e Frank Joyce. Bergmann, in particolare, ne è l’anima filosofica (ex professore di filosofia dell’Università del Michigan): un simpatico signore su una sedia a rotelle che di sè dice di esser stato «contadino per tre periodi della mia vita» e quindi sa «bene cosa significhi vivere sulla terra e della terra». Nel seminario del Forum che ha introdotto, ha spiegato che «stiamo vivendo un cambiamento epocale: l’idea che abbiamo oggi del lavoro è esistita solo negli ultimi duecento anni, e costringe gli individui a fare quello che ‘devono’ fare, non quello che ‘vogliono’. A Detroit abbiamo un’opportunità eccezionale per promuovere una nuova cultura del lavoro che rimetta al centro la relazione tra le persone. Dobbiamo immaginare di lavorare per una comunità e così facendo, creare comunità».

L’icona di questo movimento è Grace Lee Boggs: l’ho conosciuta nel 2010, aveva 95 anni. Cino-americana, instancabile ispiratrice e protagonista di mille campagne, è vissuta -sempre attiva- fino all’anno scorso. Al Forum l’hanno celebrata, a partire dalle magliette con il suo slogan: “(r)Evolution”. Nel suo ultimo libro, postumo, scrive: «La prossima Rivoluzione americana non riguarda [...] rendere possibile a più persone di realizzare il sogno americano di mobilità verso l’alto. Si tratta di creare un nuovo sogno americano che abbia come obiettivo un’umanità più alta, invece di uno standard di vita più alto ma dipendente dall’Impero. Si tratta di praticare un nuovo, più attivo e partecipatorio concetto di cittadinanza».

«Ada Colau, da leader dell’associazione anti-sfratti a sindaca: le ricette per cambiare l’amministrazione e non tradire gli elettori». Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2016 (p.d.)

Ada Colau, un anno da alcaldessa : come sta trasformando la città?

Barcellona è una città che genera molta ricchezza, ma dove è cresciuta la diseguaglianza. Abbiamo messo in moto un piano di interventi per i quartieri con indicatori di povertà più alti: non vogliamo una città divisa in due. Poi siamo intervenuti sulla questione della casa, la crisi ha provocato migliaia di sfratti. Abbiamo contrattato con entità finanziarie appartamenti da affittare a canone sociale: in 4 mesi ne abbiamo ottenuti oltre 500; nei 4 anni precedenti erano stati appena 19. Abbiamo interpellato le grandi imprese energetiche, sottoscrivendo intese per evitare il taglio dell’erogazione di energia, il cui mancato rispetto darà luogo a sanzioni.

Che modello di sviluppo economico vi proponete?

Abbiamo fatto la moratoria delle licenze per nuovi appartamenti turistici (gli Airbnb, ndr) perché la situazione era fuori controllo, per fare del turismo un’attività sostenibile e solida. Stiamo scommettendo anche sulle energie rinnovabili.

Lei ha lanciato la costruzione di una rete delle città per l’accoglienza dei rifugiati.

L’Europa si è chiusa con una politica delle frontiere che viola i suoi principi giuridici oltreché etici, condannando migliaia di persone alla morte. Allora abbiamo detto che vogliamo essere “città rifugio”. Molte città spagnole ed europee vogliono essere città di accoglienza e così abbiamo fatto una rete di città. Abbiamo inaugurato il contador de la vergonya, che conta il numero delle morti nel Mediterraneo che si possono evitare.

Ha annunciato un piano contro l’islamofobia in piena epoca di stragi jihadiste.

Se vogliamo vivere in uno spazio sicuro per prima cosa dobbiamo combattere il razzismo e capire che chi viene in Europa chiedendo asilo fugge dal terrorismo. Il razzismo alimenta quella polarizzazione di un “noi”e un “loro”che interessa il terrorismo.

Lei parla di cooperazione e non competizione tra le città.

È il momento di dare più riconoscimento e competenze alle città. Di cooperare, per fare meglio con più forza. Bisogna superare la logica basata sugli Stati e ricostruire una gov ernanc e più femminile, e dal basso, dalle città.

Che è successo nelle ultime elezioni, si è fermato il cambiamento?
I grandi cambiamenti non si producono con una tornata elettorale o una legislatura. Stiamo assistendo a un cambio d’epoca. Il sistema di partiti è entrato definitivamente in crisi. Siamo in una fase di transizione.

Come valuta l’attuale situazione di stallo?

Se dobbiamo andare a terze elezioni ci andremo. Certo, sarebbe meglio se ci fosse un governo. A me non va bene qualunque governo, ma un governo alternativo al PP, perché credo sia possibile. L’ostacolo principale è il Partito socialista, diviso al suo interno, e che non riesce a digerire la perdita di egemonia a sinistra e la fine del bipartitismo.

Come giudica il recente voto del Parlament sul procés constituent catalano?
In un momento di impasse fra lo Stato e la Catalogna per l’attitudine del PP che non ha voluto aprire alcuna via di dialogo, che ci sia una maggioranza parlamentare che in maniera legittima, votata dalla cittadinanza, fa una commissione per tentare di sbloccare la situazione e porti i suoi risultati al Parlamento, a me sembra inequivocabile. U n’altra cosa è se sia utile, possibile che non lo sia. Ma che sia legittimo è fuor di dubbio.

Nel 2011 lei passeggiava con suo figlio in carrozzina per Plaça Catalunya, in mezzo agli Indignati: com’è cambiata la sua vita da allora?

Per me, il cambio politicamente più importante è avvenuto con la Plataforma Afectados por la Hipoteca: il fatto che tanta gente impoverita dalla crisi fosse capace di mettersi insieme, darsi potere e cambiare l’agenda politica, cominciando a risolvere un problema grave come gli sfratti, mi ha dato un ottimismo democratico. L’altra grande trasformazione è stata la maternità, che mi ha resa ancor più ottimista perché mio figlio mi riconcilia con la vita e con il meglio dell’essere umano. La terza cosa meravigliosa è poter essere sindaca della mia città: un privilegio.

La cittadinanza mostra di apprezzare?

I cittadini ci dicono “siate onesti, spiegateci ciò che succede, non smettete di essere ciò che siete: vi abbiamo votati anche per questo”. Non ci dimentichiamo che veniamo dal movimento 15M (degli Indignados, ndr), da un processo di trasformazione cominciato fuori dalle istituzioni. Questo cambiamento va dentro e fuori le istituzioni.

«Il neomunicipalismo è un ritorno alla città come spazio aperto, alla piazza, alla polis, all'agorà.Un approccio che guarda all'Europa contro l'austerità dei tecnocrati e il razzismo dei populisti». 18 luglio 2016 (c.m.c)

Il 14 luglio nell’arena di piazza Mercato a Marghera si è svolto l’incontro pubblico Le città ribelli per cambiare l’Europa promosso dalla Municipalità ed European Alternatives con Ada Colau, sindaca di Barcellona, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, Gianfranco Bettin, presidente della Municipalità di Marghera, e Lorenzo Marsili fondatore di European Alternatives, moderato dal giornalista Giacomo Russo Spena.

È stata una delle occasioni per mettere in comune le esperienze delle ‘città del cambiamento’ e lanciare la rete delle ‘città ribelli’ all’Europa delle lobby.

Barcellona rappresenta la punta di diamante della svolta possibile in Spagna, mentre Napoli aggiorna la ‘rivoluzione arancione’ altrove tradita grazie all’innesto dei centri sociali. Ma l’alternativa guadagna terreno in tutt’Europa: Birmingham e Bristol nel Regno Unito, il governo del Land Turingia in Germania, Grenoble in Francia, i governi regionali dell’Attica e delle Isole Ionie in Grecia, Wadowice e Slupsk in Polonia.

Nata otto anni fa European Alternatives è un’organizzazione transnazionale della società civile e un movimento di cittadini e cittadine che promuove i valori di democrazia oltre gli Stato-nazione.

Per il giornalista Giacomo Russo Spena il neomunicipalismo è un ritorno alla città come spazio aperto, alla piazza, alla polis, all'agorà. Un approccio che, come testimoniano i contatti dei sindaci presenti con l'ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis e con Podemos in Spagna, guarda all'Europa contro l'austerità dei tecnocrati e il razzismo dei populisti.

Ada Colau ha raccontato come ha reso possibile l'impossibile, cioè coinvolgere chi è fuori dal sistema, i cittadini e le cittadine disillusi dalla politica di Palazzo insieme alle forze ribelli della città, per scommettere sull'idea democratica del suo progetto vincendo le comunali del 2015.

Contro i poteri forti della politica tradizionale e dell’economia, e sottolineando come il movimento delle donne da sempre è fuori dalle logiche del potere, ha indicato che la forza delle esperienze di governo alternative al sistema sta nella partecipazione e decisionalità del popolo, degli uomini e delle donne che possono cambiare lo status quo. Continua affermando che l'emergenza migranti doveva manifestare i principi fondanti dell'Unione, invece li ha messi in crisi. La sua è ormai una ‘città rifugio’ che in collaborazione con Lampedusa e Lesbo offre accoglienza e ospitalità.

Per la sindaca il neomunicipalismo deve evolversi dalla ribellione e puntare ai diritti conservando il contatto con la gente. Non dev'essere una nuova burocrazia, ma uno scambio di pratiche e di esempi concreti che può rigenerare la democrazia.

De Magistris racconta come la sua amministrazione (oppressa da ben quattro governi di Berlusconi, Monti, Letta e Renzi) abbia valorizzato il capitale umano della città. Dal sostegno alle scuole a quello ai movimenti, dal recupero degli spazi pubblici alla creazione di un'azienda per la gestione pubblica dell'acqua.

Senza gerarchie e senza autoritarismo, è una governance orizzontale che si propone di eliminare il conflitto novecentesco tra pubblico e privato per il bene comune. Nonostante i molti problemi, Napoli oggi è libera dalle collusioni con il malaffare e con le cricche, risultato possibile solo grazie al legame con la gente.

Per questi sindaci le città possono tornare a svolgere un ruolo da protagoniste, come è stato nei momenti decisivi di transizione nella storia europea, e candidarsi ad essere luoghi di radicale innovazione politica, di vera e propria reinvenzione della democrazia. E, in questo modo, offrire risposte alle principali sfide della contemporaneità.

Sono passati quarant'anni dal terribile terremoto che scosse il Friuli. Gli abitanti con fermezza vollero ricostruire prima le fabbriche, poi le case"Tutto com’era o saremo stranieri"E fu il miracolo della ricostruzione. Corriere della Sera, 4 maggio 2016 (c.m.c.)

«Dopo il terremoto siamo rimasti con poche galline perché il pollaio è stato completamente distrutto. (...) Una si chiama Sammanta, una Odet e l’altra Aquila perché assomiglia a una aquila. Le galline hanno la cresta. E la faccia rossa. La mamma dice che si saranno date al bere per lo spavento del terremoto".

Sono passati quarant’anni da quella sera del 6 maggio 1976 in cui l’«Orcolàt», l’orco malvagio dei friulani che dorme sottoterra e già aveva seminato morte nel Medio Evo e giù giù per i secoli, diede uno scossone di 6,4 gradi della scala Richter al Friuli radendo al suolo 45 paesi tra cui Gemona, Buja e Osoppo, devastandone altri 40 e ammazzando 989 persone. Fu una mazzata tremenda. Seguita tre mesi dopo, l’11 settembre, da una nuova scossa…

Quella doppia carognata dell’Orcolàt non si limitò a uccidere uomini, donne e bambini e a fare danni per molti miliardi di euro d’oggi e a sconvolgere le galline descritte da Francesca, III elementare, in un pensierino ora esposto nello struggente museo «Tiere Motus» di Venzone. Scosse, come avrebbe scritto il nostro Alfredo Todisco, la fede stessa di tanti valligiani: «Se c’è un Dio che muove l’universo, come può permettere che un così immenso castigo colpisca e annienti genti tra le più remote e timorate per antica tradizione: proprio l’opposto di Sodoma e Gomorra?».

Dopo lo scoramento, però, subentrò la forza morale di gente che, emigrando in cerca di fortuna (una foto di friulani che costruivano la Transiberiana e reggono un cartello: «evviva la Siberia») si era guadagnata una tale fama che, come ricordò Gianfranco Piazzesi, i canadesi distinguevano gli italiani «in due grandi categorie: quelli del Friuli e gli altri».

Dice tutto la petizione dell’agosto ‘77 sottoscritta da tutti gli abitanti del borgo medievale di Venzone, distrutto dal sisma: «Respingiamo con fermezza la tentazione di una ricostruzione standardizzata che certamente ci renderebbe stranieri nella nostra stessa Patria e che, come dimostra il Belice, non riuscirebbe neppure a garantire tempi di esecuzione più brevi». Spiegherà Luciano Di Sopra, l’architetto che col commissario Giuseppe Zamberletti e il governatore Antonio Comelli («Prima pensammo alle fabbriche, al lavoro, alla produzione. Poi alle case») e tanti sindaci fu tra i protagonisti del «Modello Friuli» cui ha dedicato un libro con Rodolfo Cozzi: «C’era chi teorizzava, tra gli urbanisti, l’abbandono delle zone danneggiate per trasferire la popolazione in una “new town” tra Udine e Pordenone, con l’impiego integrale dei prefabbricati». Un orrore. Già commesso a Gibellina, evacuata per dar sfogo alle strampalate fantasie metafisiche di Gibellina Nuova. E destinato a ripetersi a Monteruscello, il quartiere dormitorio tirato su per gli sfollati di Pozzuoli. E poi, ovviamente, nei villaggi satellite dell’Aquila con lo spumante in frigo ma i materiali marciti in tre anni.

In Friuli no, non accettarono quel modello. «Dov’era e com’era», dissero i friulani. Il motto dei veneziani che nel 1902 avevano voluto rifare il Campanile di San Marco uguale a quello crollato. A costo di passare più inverni nei container. Nel fango. Al freddo. E di pensare alle fabbriche, come dicevamo, prima ancora che alle case. Racconterà Marco Fantoni, che aveva visto crollare i capannoni dove produceva mobili: «Sulle prime ci venne da piangere: un disastro. Ma era inutile star lì a lamentarsi. Era un giovedì sera. Mentre organizzavamo nel piazzale un centro per le roulotte per le famiglie dei dipendenti, abbiamo cominciato a consolidare l’unico capannone rimasto in piedi e a portarci i macchinari che ancora potevano essere riparati. Il lunedì mattina la produzione ripartì».

A Venzone gli abitanti impedirono alle ruspe di entrare nel borgo distrutto. Buttarono fuori gli «artisti» che vagheggiavano di coprire il Duomo in macerie con una cupola trasparente: omaggio alla pietra che fu. «Lei stia sul suo altare a dire messa che a fare gli architetti ci pensiamo noi», strillò il sovrintendente al prete, don Giovan Battista Della Bianca. E quello: «Se siete inefficienti faremo noi anche gli architetti».

«Una scelta di disubbidienza civile», scrive Marisa Dalai Emiliani nel saggio su «Il tesoro italiano eroso dai disastri» nel libro collettivo L’Italia dei disastri curato da Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, «mentre si prepara febbrilmente un piano di recupero controllato delle macerie e si inizia, con metodo stratigrafico da scavo archeologico, la catalogazione scientifica del materiale lapideo crollato e recuperato a terra — bifore, stemmi, mensole sagomate, modanature, scalini — isolato per isolato, casa per casa, muro per muro». Un lavoro immenso e certosino.

Durerà dieci anni, la ricostruzione del borgo, prima che l’ultimo degli abitanti possa lasciare le baracche e tornare nella sua casa. E ancor più impegnativa sarà la ricostruzione del Duomo. Ma resterà l’esempio più clamoroso di cosa sia stato il «modello Friuli»: ripartizione dei compiti, efficienza, Stato presente ma non invadente, grande autonomia alla Regione e da questa massima fiducia ai comuni. Senza un «Uomo dei Miracoli» che osasse dire «ghe pensi mi».

Eppure li fecero davvero i miracoli, i friulani. E su tutti gli uomini e le donne di Venzone… «Tutta la cultura accademica», ricorda Dalai Emiliani, chiedeva per quell’antico Duomo in macerie, «la conservazione allo stato di rudere, facendo appello ai principi da poco sanciti nella Carta del restauro». Vincere le ostilità al «dov’era, com’era» da parte della Soprintendenza triestina («prigioniera di stereotipi culturali, alimentati dal terrore e dal rifiuto del possibile “falso storico”») fu dura, per la «Fabbriceria», che riuniva gli esponenti della comunità. Molto dura.

La spuntarono quei testardi abitanti del paese, però. E con l’aiuto di volontari e studenti di archeologia della Cattolica e sotto la guida dell’architetto Francesco Doglioni, «ogni pietra fu numerata e schedata in base alla sua traiettoria di caduta, quindi identificata nella sua collocazione originaria sulla scorta dello sviluppo grafico dei rilievi fotogrammetrici e dotata di una vera e propria carta di identità, con l’indicazione delle misure, della quota, dello stato di conservazione e usura di ogni faccia e un corredo completo di documentazione grafica e fotografica».

Per recuperare i materiali necessari «fu riattivata una antica cava» e per le malte e gli intonaci le sabbie di due corsi d’acqua locali. «Agli scalpellini, eredi dei tagliapietre medievali, si insegnò a lavorare le pietre delle reintegrazioni» ma anche a trattare i 7.650 conci superstiti sdraiati in un grande campo sotto l’occhio del «corpo docente», i mastri muratori del posto e i professori di Architettura di Venezia.

Diciannove anni, ci misero. Ma nel ‘95 il Duomo poteva infine essere riconsacrato. E oggi è lì, bellissimo, a fare coraggio a chi, davanti a certi rovesci della sorte, si sente mancare il fiato. E a ricordare ai turisti e più ancora ai «puristi» sconfitti, di cosa è capace una comunità unita e fiera di se stessa.

«Se la dilapidazione delle risorse non rinnovabili e il dilagare di modalità insediative non urbane hanno una matrice comune, la soluzione non può che essere cercata in una nuova alleanza che sappia tenere unite istanze ecologico-ambientali e valori civili».

Intervento alla Tavola Rotonda nell’incontro Studiare il futuro già accaduto. Il sistema climatico del Bacino del Po dall’inizio del Novecento a oggi, a cura di Ezio Tabacco e Luciana Tasselli, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, Milano, 27 gennaio 2016.

Quanto della trasformazione del mondo è frutto di un progetto consapevole e condiviso e quanto invece avviene nell’indifferenza o con la latitanza della politica? Politica ovviamente intesa nel senso più alto del termine, implicante il nostro essere parte di una società attenta alla direzione in cui si muove e in grado di apportare i correttivi per assicurare la migliore convivenza e il massimo grado possibile di benessere e felicità per il maggior numero di persone. Ci sono processi travolgenti che sembrano generarsi per meccanismi spontanei rispetto ai quali chi ha responsabilità di governo nella moderna democrazia si dimostra disattento o impotente, o, più spesso, connivente.

Si pensi all’agricoltura e agli insediamenti umani. Per tutta una fase iniziale dello sviluppo capitalistico - fase che, con riferimento alla Lombardia e alla Valle Padana, potremmo chiamare cattaneana, dal nome del suo massimo interprete -, le campagne hanno potuto essere descritte come un «edificio idraulico» e un «immenso deposito di fatiche» e le città essere celebrate come il contesto del manifestarsi della «magnificenza civile» (le definizioni sono, appunto, di Carlo Cattaneo).

Seppure in quella fase abbia avuto luogo una dilapidazione del patrimonio boschivo usato soprattutto come fonte energetica nelle prime lavorazioni della seta - e senza mai dimenticare che alle «fatiche» corrispondeva un elevato sfruttamento della forza lavoro -, si può dire che l’azione antropica su città e campagna sia andata di conserva esaltando le virtù sia della campagna che della città e il loro rapporto sinergico.

Nel configurarsi nell’arco di almeno un millennio di un assetto fisico e relazionale tutto sommato equilibrato, la politica ha avuto un ruolo abbastanza marginale. A guidare l’azione umana sono stati principi non scritti ma così radicati nel sentire comune e nei comportamenti che non avevano nemmeno la necessità di essere ratificati nel corpo legislativo. Ne richiamo due in particolare:

1) il patto fra le generazioni (le esistenti e le future) riguardante il mantenimento della capacità nutritiva della terra;
2) un modello di convivenza civile che, calato nelle forme insediative, ha mosso la storia della città verso una più netta affermazione dell’urbanità, che, a conti fatti, possiamo considerare come il lascito più alto della civilizzazione. Un’azione, questa, ulteriormente sostanziata nella prima metà dell’Ottocento dal rinnovarsi dell’idea operante della città come opera d’arte, che vedeva la nuova classe in ascesa, la borghesia, ricorrere alla bellezza come a un modo per legittimare la propria egemonia (in linea con una lunga tradizione).

Questi principi nel corso nel Novecento sono via via evaporati, con un’impennata negli ultimi decenni, senza che la politica se ne interessasse e mettesse in atto le opportune contromisure.

Un bilancio di medio-lungo periodo ci porta a concludere che, nell’ultimo secolo, agri coltura e urbis coltura hanno conosciuto una crisi parallela. Una crisi che, a dispetto delle apparenze, ha una radice comune nel venir meno del nesso tra l’antropizzazione e il colĕre, ovvero quel complesso di azioni che la lingua latina condensa in questo termine, in particolare l’avere cura e il venerare/onorare (che, ai fini del nostro ragionamento, possiamo laicamente attualizzare in riconoscimento e condivisione di valori comuni e attribuzione di ragioni di senso). Per questo non è fuori luogo parlare di una rottura epocale.

La crisi è chiaramente riscontrabile nei fatti concreti non meno che nel venir meno di una tensione ideale. Pratiche plurisecolari e principi saldissimi sono stati travolti dall’affermarsi di una realtà, insieme economico-sociale e territoriale, che possiamo denominare metropoli contemporanea, un organismo inedito nella storia dell’umanità, come lo è il modo di produzione capitalistico di cui è l’emanazione.

Tutt’uno con la rivoluzione industriale e i suoi sviluppi, la metropoli contemporanea ha avuto il suo motore primo nella messa a frutto delle specifiche economie esterne di città e campagna e soprattutto delle loro differenze, a cominciare dal divario nei costi riproduttivi della forza lavoro. Alla sua marcia trionfale ha concorso non poco la capacità di promuovere il sostentamento di ingenti masse e di consentire processi di emancipazione come mai si era verificato nella storia.

La fase attuale, contrassegnata dal predominio del capitale finanziario, è caratterizzata da un accentuarsi della concorrenza tra le realtà metropolitane conseguente alla globalizzazione in cui, oltre alla capacità dei contesti di attrezzarsi per far fronte alle nuove sfide, conta non poco la risposta ai problemi connessi al modello di sviluppo. Ne richiamo quattro:

- la dilapidazione di larga parte delle campagne ricadenti nella più diretta influenza dell’organismo metropolitano;
- l’abbandono, in molta parte di ciò che rimane del suolo agricolo, della cura volta a rigenerare gli elementi che assicurano la fertilità della terra;
- il dilagare nell’ultimo secolo di un’urbanizzazione estesa, informe, per lo più a bassa densità e a elevata entropia: un quadro ben identificato con il termine inglese sprawl;
- l’azione disgregatrice esercitata sul corpo della città compatta dalla rendita immobiliare e dalla speculazione, a cominciare dall’innesto di corpi estranei a elevata densità.

Questi processi strettamente intrecciati sono tutt’altro che esauriti. Ciò che le metropoli si trovano di fronte è una modalità insediativa e relazionale che presenta notevoli criticità su due fronti interdipendenti: la sostenibilità ecologica e la sostenibilità sociale.

Siamo alla resa dei conti di un modello di formazione e funzionamento degli insediamenti che ha avuto ed ha nella rete di trasporti su gomma il suo supporto. Il vantaggio iniziale offerto da questa modalità insediativa - essenzialmente riconducibile alla riduzione relativa della rendita fondiaria - si è rapidamente rovesciato in svantaggi.

Per cominciare, ne indico un paio:

- la forte dissipazione di risorse non rinnovabili (suolo, energia etc.);
- il gravare sul bilancio pubblico dei costi di realizzazione e di manutenzione delle reti (viabilità e trasporti, servizi primari).

Mentre sul primo punto si registra una crescita di consapevolezza e cenni di mobilitazione civile, l’attenzione, non solo degli addetti ai lavori, ma anche degli intellettuali e dei cittadini sul secondo punto è assai meno stringente. Eppure la crisi fiscale dello Stato e la stessa crisi economica hanno qui una loro radice strutturale e persistente.

Il modello insediativo e di funzionamento della metropoli contemporanea pesa sul bilancio dello Stato (ai vari livelli, a cominciare da quello locale) per via di una notevole sproporzione - e ingiustizia - nel riparto, tra settore pubblico e settore privato, delle spese relative ai cosiddetti processi urbanizzativi. Se per descrivere sommariamente il territorio usiamo l’immagine dell’albero, assimilando la pianta alle reti infrastrutturali pubbliche e i frutti alle costruzioni (per lo più private), possiamo dire che chi gode dei frutti non si assume per intero i costi di impianto e di manutenzione dell’albero. La sproporzione è particolarmente rilevante in Italia dove gli oneri di urbanizzazione - oltre a essere del tutto inadeguati al costo di realizzazione delle opere, per non dire della loro manutenzione - da un quindicennio possono essere sottratti al capitolo di spesa specifico per essere impiegati in altri capitoli, a cominciare dal funzionamento della macchina burocratica[1].

A ciò si aggiunge la possibilità, concessa per legge, di monetizzare quanto il privato non può assicurare in termini di dotazioni obbligate. Si pensi alla legislazione regionale per il recupero dei sottotetti che consente di trasformare in un tributo la mancata realizzazione della quota dei parcheggi di pertinenza; o ai vari casi in cui viene consentita la monetizzazione degli standard urbanistici. In tutto questo si evidenzia la propensione degli Enti Locali a favorire in tutti i modi il settore delle costruzioni pur di ottenere introiti per le casse pubbliche sempre più in sofferenza: poco denaro fresco, a fronte di un ben più rilevante esborso futuro da parte dell’ente pubblico, con un risultato certo: l’accumularsi esponenziale di un deficit nel bilancio dello Stato e delle sue articolazioni.

Le conseguenze sono devastanti anche e soprattutto sotto il profilo del governo delle trasformazioni territoriali. La sfera urbanistica, da tempo in sofferenza per lo sguardo corto degli amministratori pubblici, attenti solo ai cinque anni del loro mandato - tacendo dell’acquiescenza diffusa tra i cosiddetti esperti del settore -, è ormai sempre più vista e praticata dai gestori della cosa pubblica come una branca della fiscalità generale. Il che spiega la scarsa attenzione - quando non la rimozione - riservata alle questioni del progetto e dell’effettivo governo del territorio. Il territorio è un patrimonio e un bene comune a cui lo Stato attinge, svendendo il futuro del consorzio umano.

Parlano i fatti: anche il progetto di trasformazioni che hanno una portata rilevante per il destino delle città da decenni è del tutto demandato agli attori privati, ovvero a chi detiene le redini degli investimenti e della speculazione immobiliare (i grandi gruppi finanziari, la cui ‘potenza di fuoco’ è enormemente cresciuta con la globalizzazione). Ma la delega riguarda anche gli interventi di piccolo cabotaggio sul fronte dell’espansione insediativa; un ambito, questo, in cui l’esercito dei piccoli e medi investitori consegue nell’insieme un esito quantitativamente non meno rilevante di quello dei grandi operatori. La capacità della Pubblica amministrazione non solo di indirizzare, ma, più limitatamente, di discernere e di contrattare, è indebolita - quando non annullata - dalla convergenza che si è di fatto instaurata tra investitori immobiliari e amministratori pubblici. Una convergenza prossima alla connivenza che ha come esito un prezzo sociale altissimo, oltre a quello ecologico: la rimozione sia della difesa della città sia dell’attribuzione di qualità urbana e relazionale al nuovo ambiente costruito.

Una delle specificità di questo modello di sviluppo, del tutto assente nel mondo precapitalistico, è la sovrapproduzione. Una pratica ampiamente presente in campo edilizio a cui, oltre che una accentuazione della devastazione ambientale, corrisponde la sottrazione di ingenti risorse finanziarie ad altro tipo di investimenti. Da una recente analisi del Centro studi di Unimpresa, basata su dati della Banca d’Italia, apprendiamo che in Italia a novembre 2015 «Oltre il 30% delle sofferenze delle banche è riconducibile al settore immobiliare»: 64 miliardi di euro su un totale di 201 miliardi di euro di prestiti non esigibili. Ma sulla bolla immobiliare il silenzio dei media rasenta l’omertà. A nessuno dei commentatori interessa addentrarsi in una materia che vede il settore immobiliare trasformato da alcuni decenni in pesante zavorra: in una spugna che assorbe risorse sottraendole a investimenti strategici, ovvero ad attrezzare i nostri contesti metropolitani in modo che non soccombano nella sfida economica globale.

Ma non meno rilevanti sono le conseguenze sul versante della sostenibilità sociale. Le sintetizzo in tre punti:

- l’homo metropolitanus, disperso in quelle che con grande intuito già nel 1893 Émile Veraheren chiamava Les campagnes hallucinées, paga in termini di tempo e denaro ciò che in apparenza risparmia sul versante del tributo alla rendita: l’erosione della risorsa tempo lo impoverisce (se è vero che il tempo disponibile per ciascuno può essere considerato come il vero misuratore della ricchezza[2]);
- la cosiddetta «città diffusa» non ha nulla della città e questo va a discapito delle qualità relazionali, per non dire dell’ingigantirsi della questione della sicurezza. A essere in pericolo è lo stesso processo di incivilimento, se è vero che l’urbanità costituisce il livello più elevato raggiunto dalla convivenza civile tanto nell’urbs (la città fisica) quanto nella civitas (la città degli esseri umani);

- l’indebolimento della tensione su cui si regge l’urbanità come habitus diffuso ha tra i suoi indicatori la caduta della bellezza civile. Le forme del nuovo non mentono: le archistar sono costrette a esercizi inventivi i cui esiti stravaganti mal nascondono il vuoto di valori. Un vuoto che, in estrema sintesi, nasce dalla sostituzione del coesistere al convivere (da cui la scarsa o nulla attenzione alle relazioni di prossimità a favore di un’esaltazione enfatica delle relazioni a distanza, complici le nuove tecnologie). Molti degli organismi fuori scala sorti di recente a Milano non sono altro che teche sigillate che riducono l’intorno a deserto relazionale e di senso. Siccome l’essenza dell’architettura sta nella relazione, oltre alla morte dell’urbanistica, assistiamo così a prove di morte dell’architettura.

Questo nostro è tempo di divaricazioni e di contrasti. Proprio quando la globalizzazione economica e l’informatizzazione sembrano unire e fare piccolo il mondo, si accentuano crepe antiche (tra culture, dove le religioni hanno grande peso) e se ne formano di nuove.

Una di queste lacerazioni riguarda il tempo: c’è una parte del reale che conosce mutamenti rapidissimi e una parte che arranca. Si allarga la forbice tra mondo neotecnico e mondo paleotecnico. Ci sono le frontiere dell’innovazione dove la tecnologia, e in parte anche la scienza, sono protagonisti su più fronti - informatizzazione virtuale, comunicazione, automazione, biologia, medicina ecc. - e un mondo che, al confronto, appare quasi fermo, impaniato nel suo assetto. Il neotecnico non rimuove il paleotecnico, se non in minima parte: lascia un esteso residuo, un’eredità della storia che presenta valenze variegate. Così assistiamo al divaricarsi tra il mondo dei flussi, in particolare di quelli immateriali, e la realtà fisica, in particolare quella degli insediamenti. Realtà, quest’ultima, dove il paleotecnico è, in una parte non trascurabile, il risultato di quello che non molto tempo fa - si pensi all’automobile - appariva come neotecnico, capace di rappresentare l’idea stessa di modernità (Le Corbusier, per fare un esempio, pensava che gli insediamenti umani andassero ridisegnati in toto pur di adattarli all’automobile).

In realtà quello che chiamiamo modernità è un succedersi di astrazioni, scollamenti e separazioni: nelle pratiche e nei saperi; tra pratiche e saperi; tra il fare e la responsabilità civile. L’astrazione più potente ed emblematica è la proprietà privata, per la quale ci si dimentica facilmente del vincolo dell’utilità sociale sancito, per restare in Italia, nella Costituzione repubblicana.

Se l’aria delle città rendeva liberi, l’aria della metropoli sembra aver liberato l’individuo sia dal vicinato, dalla sua tirannia ma anche dai suoi vantaggi, sia dalla cura del contesto stessa della vita. Così, mentre una parte sempre più consistente di popolazione è attratta nella sfera delle metropoli e delle megalopoli, l’immane opera costruttiva che vi corrisponde non è iscrivibile sotto il segno della città (che Claude Lévi-Strauss, in Tristi tropici, ha definito la «cosa umana per eccellenza»[3]). E questo a dispetto dell’abuso del termine città (un mascheramento che, al pari della devastazione, non conosce l’eguale nella storia).

Oggi anche nel pensiero che si interroga sulle strategie possibili, e dunque in quel che resiste nel pensiero politico per eccellenza, pesa una dicotomia fra istanze ecologiche e istanze civili. È più facile trovare convergenze sulle prime che sulle seconde ed è raro vederle poste insieme. Ma la dilapidazione delle risorse non rinnovabili e il dilagare di modalità insediative non urbane hanno una matrice comune. E la soluzione non può che essere cercata in una nuova alleanza che sappia tenere unite istanze ecologico-ambientali e valori civili.

[1] Il Testo Unico per l’edilizia (D.P.R. 380/2001), abolendo nell’art. 136, comma 2, la legge 28 gennaio 1977, n. 10 (Bucalossi), ha aperto la strada alla possibilità degli Enti Locali di dirottare gli oneri di urbanizzazione dalla specifica voce di spesa a cui erano vincolati ad altre voci di bilancio. È uno degli ultimi atti del governo Amato su proposta del Franco Bassanini, allora Ministro della Funzione Pubblica. Un’operazione, come osservato da Sergio Brenna, «apertamente illegittima, poiché un TU non può né introdurre né abrogare alcuna norma».
[2] Karl Marx,
Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie (1857-1858), Dietz Verlag, Berlin 1953, trad. it. di Enzo Grillo, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica. Vol. II, La Nuova Italia, Firenze 1970, p. 405.
[3] Claude Lévi-Strauss,
Tristes Tropiques, Librairie Plon, Paris 1955, trad. it. di Bianca Garufi Tristi tropici, Il Saggiatore, Milano 1972 (1960), p. 119.

Per trasformare una città non bastano i programmi. Occorrono cose che scaturiscono dall'incontro del cuore col cervello. Qui ne trovate molte, utili per tutte le città del mondo.waltertocci.blogspot.it, 30 gennaio 1016

Ormai sappiamo quasi tutto dei Mali di Roma. Per scoprire i Beni di Roma, invece, ci vuole uno sguardo nuovo. A Roma l'innovazione è come una civiltà sepolta ancora da scavare. Occorre un'archeologia del contemporaneo per portarla alla luce, rompendo la crosta dell'indifferenza e del conformismo che la opprime.

Sarà per questo che il nuovo, quando riesce ad esprimersi, si fa beffa del consueto.

C'è ironia nei giovani del co-working che producono l'immateriale proprio nelle vecchie officine dove si batteva il ferro.
C'è ironia nei colori sgargianti della street art che illumina il paesaggio dei palazzi anonimi di periferia.
C'è ironia nel progettare un giardino pensile sopra la brutta tangenziale est.
C'è ironia nell'usare il car-sharing liberandosi del fardello proprietario dell'automobile.
C'è ironia nel realizzare un orto urbano dove era previsto un centro commerciale.
C'è ironia nei giovani del Garage-Zero che in un'autorimessa del Tuscolano hanno dato vita all’unica galleria romana di arte contemporanea nota nel mondo.
C'è ironia involontaria nella ruspa speculativa che ha rotto una falda creando un romantico laghetto nell'area industriale inquinata della Snia-Viscosa.
C'è ironia nel ripulire una discarica coltivando gigli, gladioli e tulipani da parte dei cittadini dell’associazione Bulbi Sovversivi.
Al contrario le opere promosse dall'establishment sono noiose, prevedibili e seriali: le palazzine nell'hinterland, gli uffici in vetrocemento, gli scatoloni edilizi degli ipermercati.
C'è un'ironia dell'innovazione che annuncia una trasformazione - ancora non compresa - degli stili di vita, dei modi di produzione e dell’immaginario urbano. Si esprime per frammenti un nuovo diritto alla città. Trovare una connessione con queste domande. Ecco l’imperativo di chi voglia ancora pensare un progetto di governo per la prossima Roma.
Occorre una politica del Riconoscimento, come scoperta degli innovatori, come relazione tra gli attori sociali, come luogo che offre un senso comune alle differenze. Le relazioni sociali si rappresentano nello spazio pubblico. Anche nella più semplice delle relazioni, come il dare un appuntamento, ci riconosciamo in un luogo.
Chi partecipa agli eventi dell'ironia impara sempre qualcosa. La soluzione non è quasi mai scritta in partenza, ma è generata nello scambio, nel conflitto e nell'invenzione. C'è sempre un apprendimento sociale quando la città si trasforma. Venti anni fa per uscire dalla depressione di Tangentopoli inventammo le Centopiazze, non tutte riuscirono bene, ma in molti casi aiutarono i quartieri a riconoscere le proprie risorse. Oggi, per uscire dal buio di Mafia capitale ci vorrebbe un programma nuovo: le Centoscuole da rinnovare nelle tecnologie e nelle architetture per farne i centri più belli dei quartieri, aperti giorno e sera, non solo per l'istruzione dei figli, ma anche dei genitori. Sarebbero i luoghi dell'apprendimento e del riconoscimento: spazi per la libera espressione dei linguaggi giovanili; strutture per l'alternanza scuola lavoro nelle filiere creative; laboratori civili per la riconversione ecologica, porte aperte per i bambini e gli adulti migranti.

Su un muro di Roma è apparsa una scritta paradossale: basta fatti, vogliamo promesse. A prima vista mi è sembrata sbagliata; come ex-amministratore conosco il valore dei risultati e quante soluzioni oggi si attendano i cittadini. Ma la retorica dei fatti nasconde molti inganni: risolve tutto un uomo solo, si risponde sempre a un'emergenza, sembra già stabilito e certo il da farsi. Non è cosi. Fare le riforme non significa promulgare un editto, ma aiutare i riformatori che stanno già realizzando il cambiamento, che si danno il tempo necessario, che inventano insieme le soluzioni. La promessa è diventata una brutta parola nella politica mediatica. Ma è tempo di darci nuove promesse come comunità sociale e politica che prepara il futuro, per realizzare i fatti che non abbiamo ancora immaginato.

Rivolgo un augurio ai giovani: fate irruzione nei partiti, scansate i notabili che se ne sono impadroniti, aprite le porte verso la società e la cultura. Ai militanti del mio Pd una raccomandazione ulteriore: non bastiamo a noi stessi, cerchiamo ancora nella società romana i protagonisti del cambiamento. A indicare le tracce saranno le parole da riscoprire, come Ironia, Riconoscimento e Promessa.


Intervento alla convention Puoi dirlo forte organizzata da Tobia Zevi e da tanti altri giovani appassionati di Roma, alla Galleria Colonna il 28-1-2016.

PS - Per aiutare uno sguardo curioso sulla città rinvio alla bibliografia che abbiamo raccolto come CRS sugli studi e le ricerche degli ultimi anni. Si tratta di contributi eterogenei per argomento e per approccio, ma offrono tante piste di approfondimento. Purtroppo circolano poco nel dibattito pubblico ormai dominato dalle angustie mediatiche. Aiutateci a perfezionare e ad arricchire la raccolta di analisi e progetti per Roma.

Guardando nelle pieghe della vita della città si possono scoprire i germi della città di domani: una citta che sarà migliore per tutti se questi germi non rimarranno solo tali. Comune.info, newsletter, 4 gennaio 2015

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Autorganizzazione, appropriazione dei luoghi e produzione di urbanità»


Le città sembrano essere intensamente attraversate, in questa fase storica, da processi e pratiche di appropriazione e ri-appropriazione dei luoghi, dei propri contesti di vita. Si tratta, in realtà, di esperienze molto diverse tra loro: dagli orti urbani alle forme di autogestione della città informale e autocostruita, dalparkour alle occupazioni a scopo abitativo, dagli spazi verdi autogestiti alle recenti occupazioni dei luoghi di produzione culturale (cinema, teatri, ecc.), dagli usi temporanei di spazi abbandonati all’utilizzazione degli spazi pubblici per attività collettive organizzate, ecc.

In questa varietà di situazioni, emergono alcune motivazioni, a diversi livelli: “di necessità”, di carattere politico e di carattere personale. Queste tre dimensioni sono in realtà inscindibili e si influenzano reciprocamente. Anzi, sono un elemento innovatore: ad esempio, l’azione e il pensiero politici sono ripensati anche in considerazione di una relazionalità profonda e di un rapporto con la vita quotidiana; così come le risposte ai bisogni sociali sono cercate all’interno di idee diverse di città e di pratiche alternative di convivenza.

Il lavoro sul campo evidenzia, però, un’altra motivazione, che emerge non solo nelle persone, ma nei collettivi, spesso nella dimensione sociale della convivenza locale, e cioè un bisogno di urbanità e di qualità di vita urbana. È un bisogno che non risponde soltanto a giuste necessità basilari, ma che si radica anche nel bisogno di una qualità dell’abitare, intesa in termini di possibilità di plasmare e qualificare il luogo in cui si vive, di sentirlo come proprio, di ricostruire un rapporto costruttivo con la città (e non semplicemente di subirlo), di parteciparee di sentirsi corresponsabile delle scelte che riguardano il proprio contesto di vita, di creare condizioni per una socialità reale e profonda, di non subire modelli eterodiretti e condizionati soltanto dalle logiche economiciste dell’interesse e del profitto, di decolonizzare l’immaginario collettivo dai modelli imposti di abitare, di dare valore alla memoria e alla bellezza, di prestare attenzione alle storie degli abitanti e alla dimensione della quotidianità, di dare forma ad una progettualità collettiva. Si tratta di dimensioni che l’attuale sviluppo della città sembra aver cancellato, e su cui converge un’attenzione che travalica le differenze sociali o culturali, perché va a interessare la persona nella sua essenza. E allo stesso tempo, quello dell’urbanità è un bisogno costitutivo dell’idea stessa di appropriazione dei luoghi e di autorganizzazione, che altrimenti non potrebbero sussistere.

Conflitti e territori

Anche la dimensione del conflitto assume caratteri diversi. Sembra assumere forme che non sono più quelle del confronto frontale sulle politiche, sostenuto da una diffusa mobilitazione sociale. Per questo motivo, in alcuni casi il conflitto sembra perdere la sua valenza politica e la sua forza euristica e costruttiva. D’altra parte, questo cambiamento può essere interpretato diversamente, e l’evoluzione del conflitto può anche rappresentare l’affermarsi di modi diversi dell’azione politica e l’esprimersi di energie innovative.

In alcune esperienze si rinuncia ad un conflitto diretto nel senso tradizionale del termine, pur mantenendo ovviamente un clima di conflittualità, per lavorare invece sulla costruzione di un’alternativa che è prima di tutto culturale e poi politica, attraverso la sua sperimentazione diretta nella pratica della propria organizzazione, attraverso la costruzione di relazioni con i propri territori di riferimento o di reti territoriali a livello cittadino e sovralocale, e – in alcuni casi – anche attraverso la ricerca di un riconoscimento istituzionale, preparato tramite un grande lavoro in campo culturale. È su questo terreno, quello dell’elaborazione culturale, ovvero dell’elaborazione di possibili innovative categorie interpretative della politica e delle istituzioni, interpretata in un senso non egemonico, ma inclusivo, che si gioca l’affermazione di un’innovazione e di un’autonomia al di fuori dei tradizionali spazi del conflitto e del confronto politico, ritenuti inadeguati e di fatto colonizzati dalla prevalenza dell’economico sul politico.

Ripensare la politica

Alcune esperienze pongono direttamente ed esplicitamente diversi interrogativi sui modi di produzione della politica e delle istituzioni, inserendosi in un vasto dibattito e diventando spesso protagonisti di una specifica elaborazione culturale. D’altronde anche le esperienze che non lo fanno esplicitamente, di fatto sollevano indirettamente il problema.

In primo luogo, un aspetto caratterizzante è la dimensione dell’azione, l’idea di costruire e realizzare la politica attraverso l’azione e la pratica. La politica si elabora e si rielabora nel farsi dell’azione.

In secondo luogo, sembra rilevante l’obiettivo di ricostruzione di uno ‘spazio pubblico’ (concetto abusato e spesso trasformato in slogan), non più come categoria astratta della modernità e luogo logoro del dibattito politico tradizionale, ma come luogo di produzione della politica che affondi le radici nelle esperienze e nelle domande della quotidianità e della convivenza, e diventi la costruzione libera di idee a partire dal confronto e dalla condivisione sulle situazioni di vita e non da ideologie precostituite. Uno ‘spazio pubblico’ quindi che si radica nelle esigenze e nelle domande delle persone nella vita di ogni giorno, che a quelle cerca risposte, che si confronta con le ragioni dell’altro, dove non è il prevalere di una posizione che importa o interessa ma il percorso del consenso, il processo che porta alla costruzione di una posizione condivisa e che risponde alle esigenze espresse e messe in comune.

In terzo luogo, mirano quindi a spostare i luoghi di produzione della politica e a ripensarne le modalità, rispetto a quelli tradizionali. Queste esperienzesviluppano quindi il tentativo di ricostruire il politico, non più come categoria autonoma con sue regole specifiche, ma come in-between, a partire cioè dal ‘sociale’, come attributo del sociale, del vivere in relazione, in una sua forma che si potrebbe considerare più “basale”.

In conseguenza di questo approccio, ed è questo un quarto punto di particolare attenzione, le esperienze di autorganizzazione pongono il problema delripensamento delle istituzioni.

Questo processo ricostruttivo che riparte dalle persone e dalle narrazioni trova la sua centralità nel territorio, come luogo della vita quotidiana, come luogo della presa diretta con i vissuti, con le esigenze personali che diventano sociali, come luogo della concretezza, dell’empatia e della convivenza. Come già molti hanno affermato, perché la politica recuperi un significato è necessario che riparta dai territori; non come localismo ma come luogo della ricostruzione di senso. Vi è la necessità di un re-incanto della politica. Il ‘territorio’, come proprio ‘contesto di vita’, rappresenta proprio il luogo e il medium di un tale re-incantamento.

Le ragioni di fondo del movimento ecologista e il suo contributo a una nuova cultura della città e della campagna nella premessa al libro di Ilaria Agostini, Il diritto alla campagna. Rinascita rurale e rifondazione urbana . Con postilla

Premessa a Ilaria Agostini, Il diritto alla città. Rinascita rurale e rifondazione urbana, Ediesse, Roma, 2015

Il maggiore contributo del movimento ecologista è stata la messa a fuoco della consapevolezza che non esiste separazione tra mente e corpo, tra esseri umani e natura. L’ecologismo ci ha costretto a riconoscere assonanze e dissonanze delle nostre interazioni con la natura.

Fin dalle sue origini il movimento ecologista ha affrontato la necessità di rafforzare i diritti collettivi sulle risorse naturali. La cancellazione dei diritti collettivi sulle risorse naturali è stata essenziale per rifornire l’industria di materie prime. È stato necessario privatizzare i mezzi di sostentamento delle popolazioni per alimentare la macchina del progresso industriale e dell’accumulazione capitalistica a livello globale.

La globalizzazione si è rivelata, più che interazione tra culture, imposizione di una cultura su tutte le altre, prevalenza della monocultura sulla varietà culturale. E anche prevalenza della cultura meccanicista sulle forme di pensiero che considerano la natura come vita. Per queste, il sacro è visto come presente nella natura e ogni manifestazione naturale è sua espressione diretta. Per le culture meccanicistiche, invece, il sacro è al di fuori della creazione e assume il ruolo di ingegnere supremo. Le prime rispettano la molteplicità e la diversità della natura, e riconoscono che tutte le creature crescono e si sviluppano per propria forza intrinseca. Nel pensiero meccanicista, invece, le forme della natura appaiono come qualcosa di compiuto, come parti intercambiabili di una grande macchina.

La natura diventa una macchina, l’agricoltura industriale perde le connessione con la vita, il territorio e la città diventano il supporto inerte per l’economia finanziarizzata.

La monocoltura della mente riduce le diverse economie a un’economia unica: quella globale del mercato in cui scompaiono le economie naturali o di autosussistenza. L’autosussistenza è vista come una deficienza economica. Il modello di produzione monoculturale svaluta il lavoro delle donne e il lavoro condotto nelle economie parallele al mercato globale. La separazione della produzione dalla riproduzione, la caratterizzazione della prima come economica e della seconda come biologica, è un assunto reputato “naturale”. In realtà è stato costruito ad arte nella sfera sociale e politica.

Il contributo creativo offerto dalle donne, dai contadini e dai nativi, consiste prima di tutto nel rigenerare la vita, e nel conservare le capacità di rigenerarla. Nella visione patriarcale capitalista – che considera l’impegno di donne e contadini come un’attività biologica ripetitiva e priva di pensiero – rigenerare non corrisponde a creare, bensì a ripetere. Ma ciò è falso. E anche l’idea che la creazione si riduca alla novità è falsa, così come essa non è pura replica. La rigenerazione comporta diversità, mentre l’ingegneria genetica produce uniformità. In realtà la rigenerazione si identifica con il modo in cui la diversità è prodotta e rinnovata.

La globalizzazione trasforma la diversità in malattia e carenza, perché non riesce a tenerla sotto controllo. L’omogeneizzazione e le monoculture introducono la violenza a molti livelli. La globalizzazione produce infatti monoculture controllate con la coercizione. La diversità è intimamente legata alla facoltà delle comunità di autorganizzarsi e di evolvere secondo i propri bisogni, competenze, strutture e priorità. Solo le comunità policentriche e autorganizzate, e il controllo democratico locale, possono produrre diversità culturale e biologica.

L’intolleranza nei confronti della diversità ha imposto un ordine violento.

In un mondo caratterizzato naturalmente dalla diversità biologica e antropologica, la globalizzazione si può realizzare solo annullando il carattere variegato delle comunità e la loro capacità di rigenerarsi, di autorganizzarsi e autogovernarsi. Oggi, uno degli slogan dell’ambientalismo di base in India è “Nate na raj”, ossia “le nostre norme nel nostro villaggio”. È la rivendicazione della sovranità locale; le risorse naturali di un villaggio appartengono a quel villaggio. Ma la sovranità locale è messa in pericolo: la recinzione delle terre comuni si intensifica; brevetti sui semi e sulle forme di vita trasformano la proprietà comune biologica in una merce genetica; la privatizzazione dell’acqua rende i fiumi e le acque sotterranee merci da vendere in bottiglie di plastica o attraverso una rete urbana privatizzata.

Con la rottura delle connessioni tra mente e natura, le campagne si desertificano. Oggi almeno la metà della popolazione mondiale vive in città e l’inurbamento è inarrestabile e fuori controllo. Cinque secoli di pensiero coloniale sul suolo extra-europeo come terra nullius, e un centinaio di anni di agricoltura industriale, hanno espulso dalla terra i contadini, che si ammassano negli slums.

L’urbanizzazione divora enormi quantità di energia ed è una delle principali cause dei cambiamenti climatici. È perciò essenziale un cambio di paradigma economico: dall’economia lineare e di rapina, all’economia circolare. Dall’estrazione, alla restituzione.

Il recupero delle terre comuni, dei diritti naturali, dei diritti collettivi sul suolo, è alla base del recupero ecologico, della creazione del benessere economico e della realizzazione di una vera democrazia.

L’esperienza narrata nel libro – la Fierucola del pane – va in questo senso: l’originale e precoce elaborazione e messa in atto di idee ecologiste in un “collettivo” di contadini e cittadini che coltiva la diversità come risposta nonviolenta ai soprusi della globalizzazione, dell’omogeneizzazione e delle monoculture. Stretti in un’alleanza contro gli imperativi del mercato, contadini e cittadini pongono la resistenza nonviolenta (sathyagraha), la sapienza popolare e la rigenerazione (swadeshi) e l’autorganizzazione (swaraj) alla base della produzione del cibo e, in sintesi, degli stili di vita.

Anche questa esperienza ci insegna che è necessario un nuovo patto col pianeta e col suolo. Un patto che riconosca che noi siamo il suolo, che dal suolo proveniamo e traiamo nutrimento.

Questa è la nuova rinascita, è la consapevolezza che il suolo è vivo e che prendersene cura è il lavoro più importante svolto dai contadini. Dalla cura del pianeta, obbiettivo primario, discende il cibo buono. Cibo nutriente da suoli sani. Quando sarà riconosciuto il ruolo fondamentale dei contadini nella salute umana e nella fertilità dei suoli, l’agricoltura cesserà di essere terra di conquista da parte di industrializzazione e urbanizzazione. I contadini, remunerati per il loro ruolo ecologico e sociale, rimarranno sulla terra e non si trasferiranno come profughi nelle aree urbane.

Una riconciliazione tra città e campagna scaturirà dal nuovo patto con il suolo.

postilla

Il testo dell’autorevole esponentedella cultura ecologista internazionale si conclude con una frase che contieneun’affermazione e un auspicio. Non mi sento di accogliere pienamentel’affermazione (forse il “nuovo patto con il suolo” non è l’unico “nuovo patto”che bisogna stabilire) ma condivido pienamente l’auspicio: “una riconciliazionetra città e campagna”.

La città è nata storicamente come opposizione allacampagna. Nei secoli più recenti ha occupato la campagna e la staseppellendo sotto la «repellente crosta di cemento e asfalto» (Cederna). Macontemporaneamente il concetto stesso di città si sta evolvendo. Si è faticosamenteriusciti a comprendere che la città non è solo un insieme di elementi materialiconcentrati in determinate porzioni del territorio ma è un sistema complessonel quale abita un insieme di persone e attività legate da intense relazioni: «lacittà non è un aggregato di case ma è lacasa di una società» (Salzano). Più recentemente abbiamo compreso che lacondizione urbana (ossia la possibilità di godere di tutti i requisiti positiviche l’avventura urbana ha concesso ai suoi fruitori) non deve essere garantitosolo agli abitanti di determinati insiemi di aree caratterizzate dallaprevalenza di trasformazioni profonde e irreversibili del suolo naturale, mache è - deve essere- diritto degli abitanti dell’insieme della superficie dellaTerra. Ecco allora che si è passati dal termine città a quello di «habitatdell’uomo» (Bevilacqua). Ecco allora che, alla condizione urbana bisogna aggiungere un’analoga “condizionerurale”, ossia la garanzia di fruire di tutti gli elementi propri di unmaggiore e più diretto rapporto con la natura, sia quella selvatica che quellaaddomesticata dei paesaggi agrari. Illibro di Ilaria Agostini è una utile raccolta di stimoli e di esperienze offerti achi ritiene che percorrere la strada di una “riconciliazione tra città ecampagna” sia necessario e possibile. È una visione utopistica? Può darsi; non a caso riecheggiaparole d’ordine degli utopisti del XIX secolo. Ma senza sconfinare nell’utopia è difficile immaginare un futurodavvero migliore di quello che ci aspetta se ci abbandoniamo al mainstream, o se ci ubriachiamo nei fumi della nostalgia.

La legislazione urbana si è molto ampliata negli ultimi dieci anni, mentre lo spazio pubblico diminuisce e i nostri diritti sulla città si sono ridotti. Molte ordinanze limitano la libertà di circolazione o proibiscono pratiche secolari. Eppure la costruzione di un quadro legale può essere una maniera diversa di occupare la città, un gesto di creatività politica piuttosto audace. Comune-Info, 2 ottobre 2015

Negli ultimi anni cittadini e abitanti dei quartieri hanno occupato lo spazio pubblico urbano, riformulando in questo processo la nostra maniera di prendere parte alla città. Da una parte all’altra proliferano orti che rinverdiscono terreni sterili, progetti di vicinato che liberano edifici abbandonati e iniziative che arredano vuoti urbani. Di fronte alla città ufficiale e statica, l’iniziativa del vicinato reinventa la nostra relazione con l’urbe, e allo stesso tempo mette in pratica una politica diversa.

Ciò accade in modi diversi in città come Malaga, Barcellona, Bilbao e Madrid, tra le altre. Qui faccio riferimento solo a quest’ultima, poiché conosco le sue esperienze in maniera diretta. Le iniziative che si sono sforzate per condizionare materialmente i nuovi edifici della città si stanno ora concentrando sugli aspetti legali. Una rete emergente di spazi madrileni si sta affannando da mesi per disegnare un quadro comune che dia sostegno alla cessione di spazi e che offra sicurezza legale ai progetti di vicinato che in essi si sviluppano.

Ridisegnare la città intervenendo nel suo spazio legale ha un precedente eccezionale nella “okupación”, dove la trasgressione della legge ha permesso di evidenziare gli abusi della speculazione immobiliare. La costruzione di un quadro legale per la cessione di spazi è una maniera diversa di occupare la città, riabilitando la sua architettura legale: si tratta di esercizi che disegnano sfumature diverse del pubblico, intervenendo sugli spazi normativi. La discussione legale potrebbe sembrare un tema minore, ma è invece un gesto di creatività politica piuttosto audace nella città.

Un precedente importante che ci ha mostrato come hackerare la legge permetta la costruzione di nuove condizioni per la collaborazione, è quello del software libero, una delle eccezionali tecnologie di internet che dà corpo ad alcune delle sue strutture chiave. Una delle invenzioni più sofisticate del software libero è stata lo sviluppo di un’infrastruttura legale che ha invertito il regime convenzionale della proprietà intellettuale. Attraverso un sistema di licenze, il software libero risponde alla logica escludente dei diritti d’autore, dispiegando un impulso includente che espande le possibilità dell’invenzione tecnologica e della creatività organizzativa.

La legislazione urbana è cresciuta durante gli ultimi dieci anni, mentre i nostri diritti sulla città si sono parallelamente ridotti. Il processo di atrofia regolatrice è simile a ciò che è accaduto nel copyright, con il suo l’ampliamento eccessivo che limita la creatività cittadina a favore dell’iniziativa d’impresa e insiste sul diritto d’autore. Tradotto nell’ambito della città, ci troviamo di fronte a ordinanze che proibiscono pratiche secolari come mettere una sedia per strada, norme che proibiscono di giocare in piazza e leggi che limitano la libertà di circolazione. Lo spazio pubblico urbano rimpicciolisce, mentre la legge si ingrandisce.

Alla maniera del software libero, forse la forma di espandere la città è quella di intervenire sulle condizioni legali dello spazio pubblico, invertire e capovolgere la logica della riduzione legale per espandere nuove condizioni dell’urbano. Da anni i governi municipali di tutti il mondo sono coscienti della loro incapacità di rispondere alla complessità crescente delle città. Il tropo della partecipazione è un riconoscimento della necessità di aprire il disegno e la progettazione della città alla partecipazione dei suoi abitanti. Ma a differenza di altre forme convenzionali, dove la partecipazione ai temi cittadini si veicola attraverso la consultazione o la richiesta diretta, gli spazi cittadini costituiscono luoghi dove la partecipazione si reinventa, un’altra politica prende forma e il diritto alla città si equipaggia con nuove infrastrutture. Attraverso altri modi di abitare l’urbano questi esercizi di creatività cittadina sperimentano nuove forme di governo della città. Gli interventi sullo spazio urbano stanno reinventando le forme di organizzazione vicinale, sperimentando altri modi di interloquire con l’amministrazione ed esplorando i limiti della proprietà pubblica.

Viviamo in città sempre più complesse che ci richiedono un enorme esercizio di re-immaginazione per poterle governare in un modo equo ed espandere le possibilità di abitarle. Questi piccoli spazi dove si espande la creatività cittadina contengono dentro di essi la forma di una città diversa: sono la sineddoche di un nuovo governo urbano. In gran parte sono iniziative che condividono sensibilità urbana e aspirazioni politiche con alcuni dei governi municipali sorti nelle ultime elezioni. Per questi governi municipali, così come per altri, la sfida è quella di essere capaci di sostenere gli spazi che ci permettono di immaginare in modo singolare una città diversa. La partecipazione non dipende dall’invito ufficiale, è l’effetto dell’invenzione cittadina. Confidiamo che i nuovi governi municipali siano all’altezza dei tempi che corrono e degli spazi che si dispiegano.

Fonte: Diagonal Periodico Traduzione: Michela Giovannini

«L’egemonia occidentale non persuade più: nemmeno gli occidentali. C’è voluto più di un secolo per capire che il mondo costruito non era né il migliore, né il solo possibile». Comune.info, newsletter 3 febbraio 2015

Gli occidentali ritenevano che una “Grande Partizione” separasse natura e cultura, anima e corpo, umani e animali, coloro che sanno e coloro che credono. Così, per oltre quattro secoli abbiamo creduto che il nostro mondo, la nostra conoscenza e il nostro modo di vivere fossero superiori agli altri e che tutti, prima o poi, sarebbero diventati come noi. Un’idea insolente, che ha giustificato la spoliazione e il sistematico sterminio delle “culture altre”, extraoccidentali o interne ai nostri confini che fossero: dagli indigeni alle streghe, dai pogrom contro i migranti agli ebrei dell’Europa nazista, dalla schiavitù coloniale alle civiltà contadine. Oggi l’egemonia occidentale non persuade più nessuno: nemmeno gli occidentali. C’è voluto più di un secolo per capire che il mondo che avevamo costruito non era né il migliore, né il solo possibile. L’ultima grande stagione mondiale di lotte ha detto che se ne può fare un altro. Dacché un altro mondo è possibile, un altro mondo vogliamo: gli umani sono capaci di costruirne un numero infinito e molti di questi già popolano il pianeta. Ed è solo perché molti mondi diversi dal nostro sono già reali, che altri mondi possibili sono immaginabili. L’orizzonte chiuso e soffocante del capitalismo, quest’impressione di destino segnato che oggi ci fa accettare l’inaccettabile, non è che un’illusione ottica. Dobbiamo tornare all’idea di inventare “qualcosa di meglio per tutti”, a una rivoluzione tutta da ripensare

UNO Che odore ha l’aria di un mondo in cui le piante danno insegnamenti agli umani? Quali spigoli e inciampi trova sulla sua strada chi voglia diventare guaritore, là dove le malattie sono causate da cattive intenzioni? Come ci si sente ad appartenere alla stessa categoria ontologica del tucano? Quali paure e quali estasi s’incontrano nelle iniziazioni? A cavallo del millennio, l’ultima grande stagione mondiale di lotte ha dichiarato con forza che un altro mondo è possibile. Contro tutti i richiami all’ordine e a un sedicente principio di realtà (i vari “fa schifo, ma è così”), quel grido era al contempo constatazione di un dato di fatto e manifestazione di un’esigenza: dacché un altro mondo è possibile, un altro mondo vogliamo. Attorno a quella possibilità molti hanno ritrovato un senso, dopo la tragedia politica e antropologica del ventennio precedente. Oggi – dopo che tantissima acqua avvelenata è di nuovo passata sotto i ponti: l’11/09, Abu Ghraib, l’estensione incontrastata del neoliberismo, la crisi finanziaria e ora anche i fatti parigini – per mantenersi fedeli a quel grido è necessario fare un giro lungo.

DUE Vediamo, per cominciare, come siamo arrivati fin qui. Nel periodo della modernità gli occidentali ritenevano che una “Grande Partizione” separasse natura e cultura, anima e corpo, umani e animali, coloro che sanno e coloro che credono. In base a ciò, per oltre quattro secoli abbiamo creduto che il nostro mondo, la nostra conoscenza e il nostro modo di vivere fossero superiori a qualsiasi altro e che tutti, alla lunga, sarebbero diventati come noi. E poiché, oltre all’arroganza, non ci mancavano neppure le buone intenzioni, eravamo anche convinti di dover portare a tutti i nostri lumi, quel progresso di cui andavamo tanto fieri e che avrebbe portato a tutti ricchezza e benessere. Pensavamo dunque, nella modernità, che ci fossero un unico Essere, un unico Bene, un unico Vero: i nostri. Idea insolente, non c’è che dire: eppure, è quella che ha giustificato la spoliazione eil sistematico sterminio di tutte le “culture altre”, che fossero extraoccidentali o interne ai nostri confini: dagli indios d’America alle streghe, dai pogrom contro i migranti durante la “conquista del West” agli ebrei d’Europa durante il nazismo, dalla schiavitù coloniale alle civiltà contadine.

TRE Oggi l’egemonia occidentale non persuade più nessuno: nemmeno gli occidentali. Ci è voluto più di un secolo per convincerci che il mondo che avevamo costruito non era né il migliore, né l’unico possibile: un secolo fatto di totalitarismi, di guerre che ammazzano i civili a decine di milioni, di campi di sterminio, di confini militarizzati, di profughi, di disastri ecologici, di crisi economiche, di polverizzazione esterna e interna dei soggetti, di sacralizzazione della competizione. Ma fattoanche – è bene ricordarlo – di sperimentazioni politiche e conoscitive fra le più belle di ogni tempo: dalle evoluzioni fantasmagoriche della fisica e della matematica alle riflessioni sul potere, dall’ecologia come scienza delle connessioni fra ciò che vive ai femminismi, dalla liberazione sessuale ai subaltern studies. È questo secondo versante del secolo che abbiamo alle spalle che dobbiamo ostinarci ad abitare: col suo richiamo alla complessità e alla molteplicità e con la sua esigenza di rivoluzione – ovvero, di “qualcosa di meglio per tutti”.

QUATTRO. In questi anni qualcosa di nuovo sta crescendo nelle pieghe dell’antropologia, nella zona che confina a nord con la filosofia e a sud con la politica. Sciolte le ambiguità di una disciplina nata nel periodo coloniale come “scienza che fornisce ai civilizzati dati oggettivi sui non civilizzati”, alcuni antropologi hanno deciso di saltare infine oltre la grande partizione e prendere gli altri sul serio. Questo significa partire dall’idea che ogni cultura umana ha la stessa dignità di tutte le altre perché tutte si trovano di fronte un medesimo problema: quello di dare forma a un mondo abitabile e a un’umanità che lo sappia abitare. Poco importa, allora, se il linguaggio che si parla è l’italiano o il dogon; se l’alimento più consumato è la pasta o il miglio; se si crede nel Dio unico creatore dei cieli e della terra o in una fantasmagoria di anime potenzialmente presenti in ogni cosa: il denominatore comune a ogni cultura è la necessità di immettere i soggetti in una storia sempre particolare e in divenire, entro un mondo umano specifico che, come i linguaggi che si parlano sulla terra, è sempre estremamente complesso e sapiente.

CINQUE «Prender gli altri sul serio» è qualcosa che suona bene sulla carta perché politicamente corretto, ma che, se fatto davvero, ha i suoi pericoli: si tratta, nientemeno, di uscire dalla nostra presunzione di superiorità, abbandonando lo sguardo sempre un po’ paternalista che gettiamo sulle culture altrui. Il che può causare straniamento, una specie di “mal di mare” etico e conoscitivo. Quando si dà credito a ciò che gli altri (i “primitivi”, i “selvaggi”, i “sottosviluppati”: i non occidentali) ci dicono, quando si ammettono le loro cosmovisioni come tanto valide quanto la nostra, si spalanca un panorama sorprendente e vertiginoso, composto di una molteplicità di mondi umani organizzati secondo linee assai diverse da quelle che percorrono il nostro. Ci sono contesti nei quali è possibile imbattersi nelle divinità o negli spiriti degli antenati; dove il contatto con l’immateriale, la trasformazione in spirito e la conversazione coi rappresentanti di specie vegetali e animali sono attivamente cercati; dove la trance, la possessione o il colloquio onirico con un dio non sono anomalie a cui porre rimedio, ma piste di conoscenza; dove molti enti non-umani del mondo hanno lo statuto di persona; dove il soggetto non è pensato come un’anima individuale dentro un corpo, ma come un insieme di relazioni. È una fantasmagoria che può stordire ma che, se ben praticata, apre squarci irresistibili che, letteralmente, aprono gli occhi. Un solo esempio: nell’Africa subsahariana coloro che si muovono nel mondo secondo i criteri che per noi occidentali sono i più elementari e scontati (badando al proprio vantaggio, accumulando ricchezza e in un’ottica competitiva) sono reputati stregoni. Stregone è dunque chi mette al lavoro gli altri prelevandone i frutti – ovvero, chiunque agisca il meccanismo-base della creazione capitalista di plusvalore. Più chiaro di così…

SEI Non solo, dunque, un altro mondo è possibile: gli umani sono capaci di innumerevoli mondi e molti di questi già popolano il pianeta. Ed è solo perché molti mondi diversi dal nostro sono già reali, che altri mondi possibili sono immaginabili. L’orizzonte chiuso e soffocante del capitalismo, quest’impressione di destino segnato che oggi ci fa accettare l’inaccettabile, non è che un’illusione ottica, il trucco con cui uno stregone malevolo ci ammalia. Torniamo così all’idea di “qualcosa di meglio per tutti”: a una rivoluzione tutta da ripensare, ma tutt’altro che impossibile. I mondi umani non ammettono gerarchie: ciascuno di essi è valutabile solo dal suo interno e secondo i suoi propri principi. Inoltre, se il nostro Bene non è più l’unico bene, allora che cosa sia meglio per gli altri non è cosa che possiamo decidere noi (non più di quanto io possa decidere come il mio vicino di casa debba arredare il suo salotto). Bisognerà dunque sedersi e parlare, inventare gli istituti di una democrazia finalmente radicale in cui ciascun gruppo umano possa decidere come far convivere i propri bisogni, le proprie esigenze e le proprie piste con quelle di tutti gli altri. Luoghi dove rendere fra loro compatibili i diversi mondi, e dove pensarne di ancora inediti. Bisognerà imparare l’umiltà e tornare a praticare la diplomazia: perché è chiaro che il mondo fra tutti meno compatibile, quello che continuamente torna a imporre il proprio dio geloso come unico dio possibile per tutti, è proprio il nostro.

Note
- Le implicazioni dell’insolenza di cui si parla, e i rischi della buona educazione, sono analizzati in un brillante articolo di Bruno Latour intitolato “Guerre di mondi – offerte di pace”. Lo trovate qui: www.ec-aiss.it.
– Per un’introduzione generale, v. Mondi multipli vol. 1: Oltre la Grande partizione e Mondi multipli vol. 2: Lo splendore dei mondi, a cura di S. Consigliere, Kaiak editore. Più informazioni, tanto sulle pubblicazioni quanto sul gruppo di ricerca, si trovano all’indirizzo www.mondimultipli.sdf.unige.it
(email: mondimultipli@gmail.com).

Rigenerazione urbana: «Ex strutture pubbliche recuperate, un museo nel centro commerciale e un quartiere rimesso a nuovo». Linkiesta.it, 2 giugno 2014 (m.p.r.)

Simile nell’aspetto e nella sostanza a Napoli e Genova, Marsiglia è stata identificata per anni con la criminalità organizzata (il famoso clan dei marsigliesi, ricordate?), lo spaccio di droga e i problemi di sicurezza. Divisa tra un Nord povero e un Sud ricco, con il mare di fronte e il resto della Francia alle spalle, dal 1995 la città è stata “travolta” dal progetto di riqualificazione Euromediterranée, un’operazione collettiva di Stato, Comune e Regione Provenza che pian piano sta mettendo in atto la rinascita dell’intera città con un’operazione da oltre 7 miliardi di euro.

Marsiglia è un vivace melting pot etnico e sociale. Basta fare una passeggiata sulla Canebière, la strada che divide in due la città, per accorgersene. Nel 2009 il reddito medio della città era di 16.128 euro, il 24,8% dei cittadini si era fermato all’istruzione media, la disoccupazione aveva raggiunto il 12,8 per cento. Ma le differenze sociali sono evidenti: per cinque arrondissement su 16, i redditi scendono a 10.400 euro, i senza diploma al 36% e i disoccupati al 25 per cento. E il problema sicurezza resta. Solo nel 2012 nella regione sono stati registrati 24 omicidi e in tanti hanno più volte chiesto addirittura l’intervento dell’esercito. Sì, proprio come è accaduto in alcune nostre città, da Napoli a Palermo. Marsiglia non è molto diversa dalle metropoli della nostra penisola.

Al di là della cronaca, la città tenta di rinascere, come in realtà è già avvenuto più volte nella storia di questa metropoli da 860mila abitanti. Ma stavolta lo fa attraverso la riqualificazione urbana e non radendo tutto al suolo. Tanto che nel 2013, anno in cui Marsiglia è stata capitale europea della cultura, il New York Times la indicava come seconda destinazione del mondo da visitare dopo Rio de Janeiro. E in occasione degli europei di calcio del 2016, con lo stadio Vélodrome in fase di rinnovamento, sarà anche una delle principali città a ospitare la competizione.

«Promuovere la rigenerazione dovrebbe essere un cardine della strategia economica nazionale, garantendo la sicurezza e la salute degli italiani, ridisegnando le periferie urbane creando condizioni indispensabili di inclusione sociale, intervenendo sugli spazi pubblici espropriandoli dalle auto per ridarli ai cittadini», ha scritto Leopoldo Freyrie, presidente del consiglio nazionale degli architetti sulla rivista L’architetto. E che di scelte innovative come quelle realizzate a Marsiglia abbiano bisogno pure le nostre città lo sostengono anche gli imprenditori edili dell’Ance, che insieme al Consiglio nazionale degli architetti hanno realizzato un viaggio-studio nella capitale della Provenza. «Un vero e proprio prototipo di rigenerazione urbana a tutto campo», ha scritto Paolo Buzzetti, presidente Ance, «da prendere come esempio anche in casa nostra».

La Friche Belle de Mai, il centro sociale che non è un centro sociale. Partiamo dal tabacco. Nel terzo arrondissement di Marsiglia, un’antica manifattura di tabacchi ha salvato un intero quartiere. È accaduto alla Belle de Mai, luogo di destinazione di molti operai immigrati italiani. Dopo quasi un secolo di storia, nel 1990 la tabaccheria trasferisce la produzione a Vitrolles: l’intero quartiere ne risente, i negozi chiudono e gli edifici vengono abbandonati. Ma nel 1992 un gruppo di artisti organizzati si attiva per il recupero di una parte della struttura dell’antica Manifattura, dove promuove un progetto culturale per il quartiere: la Friche Belle de Mai.

La parola friche identifica proprio gli scarti industriali, da cui il quartiere è ripartito. Non un centro sociale occupato, ma 45mila metri quadri dedicati alla creazione e alla sperimentazione artistica contemporanea con il permesso e sotto la gestione economica della Ville de Marseille. Che non elargisce soldi a pioggia agli artisti, ma affitta gli i atelier a un prezzo medio di 9 euro al metro quadro al mese comprese le spese energetiche, che comunque restano basse, visto che gli spazi sono stati ristrutturati e isolati termicamente. La mano pubblica interviene nei costi della ristrutturazione delle strutture, ma non nella progettazione e nella organizzazione culturale. Quella si autosostiene, altrimenti avanti un altro. «La Friche afferma la cultura come un’“economia” e non come “un’eccezione”», si legge sul sito web. «Per questo la cultura è necessariamente un fattore di sviluppo economico e sociale: economico perché la cultura è un mercato nel quale si può vendere e comprare secondo una logica non produttivistica ma economica. E sociale perché la cultura è uno spazio nel quale vengono poste oggi le questioni essenziali della nostra società».

Cinque piani, settanta atelier, tra teatri, laboratori artistici e musicali, sale d’esposizione, e anche un ristorante e una biblioteca ricavati tramite un intervento architettonico quasi invisibile. «L’architettura più riuscita è quella che sparisce», spiega Matthieu Poitevin, autore del recupero architettonico. Sulla grande terrazza in alto, con una vista panoramica della città, la gente si raggruppa prima di andare a teatro o ad ascoltare un concerto. Gli atelier a un primo colpo d’occhio non si vedono neanche. «È una cosa tipica di Marsiglia», dice Matthieu, «la bellezza resta sempre nascosta». Nella stessa struttura sono stati già avviati i lavori per una scuola di teatro e una scuola materna di quartiere. E alcuni stanno pure pensando di ricavare nella struttura una scuola elementare.

La Friche ormai è diventato un posto alla moda della movida marsigliese. Ogni anno 500mila persone calpestano i corridoi di queste strutture industriali ingombranti e massicce. «Il centro città è per i turisti», dice Matthieu Poitevin, «i margini per i creativi». E tutto intorno il quartiere è rinato. Dal 2004, nell’ambito del progetto Euromediterranée, gli antichi edifici della fabbrica sono stati trasformati e riutilizzati, e oggi ospitano, oltre agli archivi del Mucem (altra struttura strabiliante), un media center, uno studio cinematografico e televisivo. Nel 2005, poi, la piazza Bernard Cadenat, al centro dell’area, è stata completamente rinnovata. Sulla piazza si affacciano numerosi negozi e un mercato giornaliero. All’orizzonte si vedono diverse gru. Laddove tanti avevano abbandonato gli appartamenti, ora il mercato immobiliare sta rinascendo. Così questo spazio schiacciato tra la ferrovia Saint-Charles e le fabbriche sta tornando ad avere valore immobiliare. Dove si concentrava disagio sociale, riparte il tessuto sociale. Non grazie a un centro sociale occupato, come i molti che costellano le città italiane, ma grazie a un polo culturale che fa girare l’economia, fa pagare le tasse e riduce i costi della sicurezza, visto che dopo la rinascita il quartiere è anche diventato più sicuro.

L’Hangar J1, l’arsenale diventato galleria d’arte. Il J1 è un arsenale situato su uno dei due moli del porto di Marsiglia, tra l’Espanade J4 (con le strutture di Rudy Ricciotti, Stefano Boeri e il Fort Saint Jean) e l’ex quartiere industriale La Joliette. L’enorme arsenale ormai dismesso, come uno dei tanti che si possono trovare nelle nostre città portuali, è stato messo a disposizione dei cittadini dalle autorità in occasione di “Marsiglia capitale europea della cultura” del 2013. Riallestito e riprogettato al suo interno, è diventato un luogo di attività e di incontro nel cuore del porto turistico-commerciale. Ogni giorno le grandi navi accostano al fianco di questa struttura, raggiungendo spesso la stessa altezza.Al livello superiore, su una piattaforma coperta di 6mila metri quadri, si trovano uno spazio d’esposizione di 2.500 metri quadri, un atelier con tre gallerie d’esposizione, uno spazio per giovani e uno dedicato a eventi artistici e culturali, un punto d’informazione, una libreria e un bar caffetteria con una magnifica vista sul mare aperto.


Il Museo della storia di Marsiglia tra un parcheggio e un centro commerciale. A due passi dal vecchio porto di Marsiglia, un museo racconta la fondazione della città. L’impianto di 3.500 metri quadri di spazi espositivi abbraccia a sua volta un altro museo a cielo aperto. Nel giardino delle Vestigia di Marsiglia, ai piedi di una facciata in vetro serigrafato, si vedono i resti di quello che in epoca greca fu il bacino portuale ormai prosciugato. Il porto è stato rinvenuto solo nel 1967 durante i lavori per la costruzione del Centre Bourse, principale centro commerciale della città. Una volta trovati i resti durante gli scavi, dopo diverse pressioni dal governo centrale l’allora sindaco Gaston Defferre dovette accettare di conservare le vestigia della città, e in cambio ottenne un museo, che ha una forma a ferro di cavallo. «Come fa un gioielliere attorno a una pietra preziosa», raccontaRoland Carta, uno dei principali architetti artefici della rinascita di Marsiglia, che ha rinnovato e ampliato la struttura aperta al pubblico nel 2013. «L’edificio è aperta solo da un lato, verso la città, perché per essere bisogna essere stati», dice Carta. Così il centro commerciale è stato fatto. E attorno ai grossi pilastri a vista di quello che era un parcheggio delle auto, si espande il museo, tra i resti delle imbarcazioni dei “focesi” che si fermarono a Marsiglia diretti in Irlanda alla ricerca di stagno. E dal museo si passa direttamente al centro commerciale, senza separazione alcuna. «Chi fa shopping può entrare nel museo e chi va al museo poi può andare a fare shopping». Senza troppi snobismi. «All’inizio qui ci doveva venire un parcheggio», dice Carta. «Ci sono riuscito a fare di un parcheggio un bel museo?».
Le Silo, dal grano agli spettacoli. Anche la rinascita di questo silo per lo stoccaggio di cereali si deve a Roland Carta. Costruito nel 1927 all’epoca dei grandi commerci internazionali nel Mediterraneo, la struttura sul molo portuale de l’Arenc rivoluzionò il funzionamento del carico, scarico e stoccaggio di cereali. Dopo più di 50 anni di servizio, è stato abbandonato ed è rimasto inutilizzato per circa 20 anni. Nel 2001 la città di Marsiglia ha comprato l’intero complesso, trasformandolo in una sala spettacoli pluridisciplinare. Nel 2007 sono iniziati i lavori di ristrutturazione durati quattro anni e nel 2011 il Silo ha riaperto le sue porte. L’enorme edificio di cemento armato rettangolare all’esterno è rimasto tale e quale, con tanto di montacarichi oggi riutilizzato per far salire i materiali delle scenografie. Ma gli interni sono stati rivoluzionati: ci sono uffici, un grande auditorium per la musica, spazi per mostre temporaneee e un ristorante panoramico. All’interno dei cilindri che ospitavano il grano, Carta ha ricavato i ballatoi, rimasti visibili anche nel salone di ingresso dove una serie di coni sembrano perforare il soffitto. Nel 2004 la struttura è stata inserita nel catalogo del patrimonio architettonico del ventesimo secolo.

Quartiere Centre Nord, dal degrado al lavoro edile. Al confine tra il centro storico di Marsiglia, il vecchio porto e il progetto Euromediterranée, Centre Nord «è la vera Marsiglia», tra negozi di abiti usati, di dolci e di spezie dei tanti immigrati residenti e i calzini stesi alle finestre. Un vecchio quartiere degradato, come ce ne sono tante nei centri storici delle città italiane, con scarsa istruzione e bassi redditi, rimasto per tanti anni ai margini del tessuto urbano.

La zona rientra nell’ambito del programma nazionale di riqualificazione urbana avviato in Francia nel 2003, che a Marsiglia ha coinvolto 14 quartieri con circa 1,1 miliardi di euro di finanziamenti. Il progetto di riqualificazione del Centre Nord è stato finanziato nel 2010 con 137,2 milioni di euro, coinvolgendo 23 partner tra cui lo Stato, l’Agenzia nazionale di riqualificazione urbana (Anru), la Regione, la Provincia, il Comune, Marseille Rénovation Urbaine, la Caisse des dépots, Euromediterranée e l’Ater locale.

La proprietà immobiliare nel quartiere è frammentata e in gran parte privata. Molti edifici sono abbandonati. La riqualificazione urbana, quindi, ha puntato soprattutto nel sostituire gli alloggi degradati con alloggi sociali. Le strutture insalubri vengono espropriate, demolite e costruite, o ristrutturate. Nel frattempo, gli abitanti vengono alloggiati in edifici pubblici. E una volta rinnovati gli appartamenti, ritornano negli edifici di partenza. Il tutto grazie a una serie di incentivi fiscali per i privati che vogliono ristrutturare.

Gli alloggi privati degradati da rinnovare sono in totale 481, 176 gli alloggi sociali già esistenti da ristrutturare. La scommessa è stata anche riportare nel quartiere alcuni servizi pubblici, come l’asilo o l’Università. Il Comune, sui manifesti pubblici, informa e coinvolge i cittadini sui successivi interventi di riqualificazione urbana. Tra un incrocio e l’altro, si vedono i cantieri avviati e quelli già conclusi del progetto Euromediterranée. E ritorna il tema del parcheggio: dove i marsigliesi parcheggiavano le loro auto, al Centre Nord ora sono stati ricavati settanta alloggi.

Ma la rinascita di un quartiere non si ferma agli edifici. E questo a Marsiglia lo sanno. Oltre alle gru, l’Anru al Centre Nord ha portato anche il lavoro: il 5% delle ore lavorate nel quartiere è riservato ai residenti della zona. A beneficiarne, è chiaro, sono anche gli imprenditori edili. Cosa di cui, in Italia, avremmo bisogno, visto che tra il 2006 e il 2013 il valore degli investimenti nelle costruzioni tradizionali si è ridotto del 32 per cento, mentre il peso del dell’attività di recupero dell’esistente è cresciuto di 11 punti percentuali.

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