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Nella scorsa settimana si sono svolti a Milano due eventi rilevanti, anche se di peso assai differente.
Il primo: la manifestazione nazionale “People. Prima le persone” del 2 maggio che ha visto 250.000 persone sfilare unite contro il razzismo dilagante nel nostro paese, in una grande festa multietnica piena di musica e colori. Fra i protagonisti dell’evento il sindaco Giuseppe Sala che si è autocandidato - ed è stato ampiamente accreditato in questo senso dalla stampa - come leader diverso per una città diversa, accogliente e inclusiva. Sala, prendendo la parola di fronte a una folla sterminata che aveva saturato piazza del Duomo, ha dichiarato: “non posso fare a meno di dire grazie di essere qui, la politica si fa in tanti modi, ma non lasciatela solo ai politici, fatela voi”.
Il secondo, immediatamente precedente alla manifestazione del 2 maggio: il convegno del 28 febbraio sul tema “Milano. Una città per tutti? Il futuro di Città Studi si chiama Università” che si è tenuto in un auditorium affollato di residenti del quartiere, studenti e ricercatori; un incontro, promosso da Progetto Lambrate - uno dei componenti dell’Assemblea Città Studi che raccoglie le associazioni e i gruppi che si battono contro lo spostamento delle facoltà scientifiche della Statale nell’area exExpo - per discutere delle politiche urbanistiche milanesi e, in particolare del futuro di Città Studi, con alcuni relatori prestigiosi: Salvatore Settis, Paolo Berdini e Serena Vicari Haddock.
In questa seconda occasione, il Sindaco - e, in particolare, le sue politiche urbanistiche- non ne sono usciti altrettanto bene.

Salvatore Settis ha criticato con convincenti argomentazioni la "sindrome da campus" che presiede alla legittimazione del progetto di decentramento di parte di Città Studi, sottolineando come, nel rapporto tra città e università, almeno nella migliore tradizione europea, siano proprio la ‘commistione’ e la interazione profonda e continua fra tessuto urbano e istituzioni dedicate alla formazione culturale e alla ricerca scientifica avanzata che producono i risultati migliori in termini di eccellenza e di urbanità. La deportazione delle Facoltà Scientifiche nell’area exEXPO, il loro sradicamento da un contesto storicamente vocato a realizzare sinergie fra attività scientifiche e di ricerca (Università Statale/Politecnico/poli ospedalieri di eccellenza) costituirebbe una decisione gravissima: equivarrebbe, per Settis, al trasferimento della Scala o di Brera! Ed effettivamente il paragone non è stato affatto azzardato; anzi, Settis ha colto, come sempre, nel segno: nessuno di noi milanesi ‘informati’ dimentica che uno degli espedienti per legittimare il progetto Tecnocity Bicocca, fu la realizzazione, a costo elevato per la collettività, del teatro degli Arcimboldi, usato come sede provvisoria del Teatro alla Scala per il tempo dei lavori di ristrutturazione e, naturalmente, oggi ampiamente sottoutilizzato. Ma l’esempio è stato ben scelto anche perché il ‘modello Bicocca’ ha costituito il primo segnale di una transizione inesorabile da ‘Milano spa’ a ‘Milano real estate’: ha insomma fatto scuola per tutti i successivi progetti di riuso di grandi aree dismesse che hanno spesso sbandierato funzioni avanzate opportunisticamente proposte e subito abbandonate, hanno privilegiato un forte investimento in comunicazione per poi realizzare funzioni finanziate con denaro pubblico o interventi edilizi meramente speculativi.

Sempre Settis ha evocato con passione l’Articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”), sottolineando come sia rilevante che la legge fondamentale dello Stato utilizzi proprio il termine Nazione accostato alla funzione culturale e tecnico-scientifica. Non vi è una ragione strategica che giustifichi lo svuotamento, sia pur parziale, di Città Studi; anzi, la decisione appare dettata da motivi del tutto estranei agli obiettivi dell’Articolo 9, poiché non vi è alcun indizio che se ne avvantaggeranno qualità dell’insegnamento e della ricerca, né qualità della vita (sia per i futuri ‘deportati’ in quell’area negletta, che per la vivibilità di Citta degli Studi); e men che meno l’intero paese.

A proposito della deportazione della Statale da Città Studi, vorrei ricordare in rapida sequenza quante volte sono state scomodate le funzioni tecnologiche e scientifiche, dopo il già citato progetto Pirelli Bicocca, per il loro fascino evocativo di modernità, innovazione e miglioramento del “posizionamento competitivo” di Milano. Ad esse si è fatto ricorso per proporre, sempre su aree di proprietà privata, e con la promessa di cospicui finanziamenti pubblici, poli scientifici in campo medico come il CERBA (Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata), doverosamente sospeso dalla giunta Pisapia perché localizzato in un’area inserita nel Parco Agricolo Sud Milano; la “Città della Salute” che, purtroppo, prima o poi sarà realizzata sulle aree dismesse ex-Falk a Sesto San Giovanni (un’area di proprietà privata e poco accessibile della periferia metropolitana dove verrà trasferito l’intero sistema ospedaliero di eccellenza di Città Studi - Istituto Neurologico Besta e Istituto dei Tumori) e, buon ultimo, il progetto MIND (Milano Innovation District) promosso da AREXPO (la società a prevalente capitale pubblico partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, dalla Fondazione Fiera Milano, dalla Città Metropolitana di Milano e dal Comune di Rho) in cui dovrebbero convivere in una felice integrazione Human Technopole e il Campus dei Dipartimenti Scientifici della Statale. In questo caso l’obiettivo consisterebbe nel garantire il riuso ‘qualificato’ delle aree dismesse di EXPO2015 che non hanno trovato per molto tempo alcun operatore privato disposto ad acquistarle. Ma con l’arrivo di Lendlease disposto a realizzare il Campus (e tutto quello che si potrà costruirvi attorno) il problema sembra finalmente superato!
Che vi siano disponibili vaste aree inutilizzate di proprietà pubblica immediatamente adiacenti a Città Studi, come ad esempio lo scalo ferroviario di Lambrate, e grandi aree derelitte come quella ex Innocenti Maserati, sembra a chi ci amministra assolutamente ininfluente, come ha sottolineato, negli interventi successivi alle relazioni, un professore di Matematica, Massimo Tarallo, ironicamente autodefinitosi una “testa calda”.

Paolo Berdini, in perfetta continuità con quanto affermato da Settis, è entrato nel merito delle cause del questionabile successo di Milano: purtroppo tutto da ascrivere alla finanza immobiliare. Ha citato, a conferma, i risultati di una ricerca recentissima del CRESME sull’andamento dei valori immobiliari, dalla quale risulta che si sono ridotti quasi a zero nelle aree interne e nelle città minori; mentre per le grandi città le cose stanno andando diversamente. In particolare, Milano spicca come capitale dell’immobiliare e luogo di eccellenza per l’investimento delle grandi società finanziarie internazionali.
Vale qui la pena di sottolineare, a sostegno della riflessione di Berdini, che già nel 2015 un rapporto sugli investimenti immobiliari esteri in Europa (“Emerging Trends in Real Estate”) aveva segnalato la presenza di Milano, unica città italiana, fra le 10 maggiori piazze europee. Il rapporto aveva suscitato qualche campanilistico entusiasmo nelle pagine locali dei maggiori quotidiani. Ma una lettura più attenta dei fattori attrattivi puntuali relativi alle città inserite nella classifica appariva ben più interessante di quelli relativi ai miliardi investiti nel real estate. Berlino, la più attrattiva della graduatoria, veniva giudicata tale per il suo potenziale di sviluppo nelle tecnologie avanzate, per il capitale cognitivo, per una forte immigrazione di giovani con formazione di alto livello, per la abbondanza di offerta abitativa in affitto a basso prezzo. Anche per tutte le altre città predilette dagli investimenti immobiliari venivano evidenziati alcuni elementi economici e urbanistici favorevoli. Per Milano invece non una parola sui vantaggi localizzativi offerti dalla città, ma soltanto la citazione degli acquisti immobiliari recenti di alcuni grandi investitori internazionali.
I tempi sono davvero cambiati, ha continuato Berdini, rispetto alla prima metà del secolo scorso quando alcuni grandi imprenditori lungimiranti (da Pirelli a Olivetti) investirono in progetti per migliorare la qualità della vita dei lavoratori; o, ancora prima, quando Luigi Luzzatti, fondatore della Banca Popolare di Milano, in qualità di Ministro del Tesoro del secondo governo Giolitti, portò ad approvazione la legge 251/1903 che istituì l’Istituto Autonomo Case Popolari il cui operato ha dato alle città italiane progetti abitativi che costituiscono ancora oggi una risorsa importante dal punto di vista architettonico, della vivibilità e della equità sociale: anche a Città degli Studi.
Il baratro in cui la città è precipitata appare responsabilità preminente di una classe dirigente inadeguata che sta vendendo pezzo a pezzo alle multinazionali le grandi occasioni di rigenerazione urbana; e non estraneo alla perdita di vivibilità è anche l’utilizzo fuorviante della cosiddetta partecipazione che spesso altro non è che marketing cosmetico.

Serena Vicari Haddock ha ragionato sugli effetti sociali delle trasformazioni in atto a Milano, sulla rilevanza degli investitori internazionali che condizionano il mercato immobiliare (più di10 miliardi di euro di investimenti fra il 2007 e il 2013), sull’indebolimento delle risorse regolative in mano all’amministrazione e sulla assenza totale di strumenti di cattura del valore da parte del pubblico.

Sono poi intervenuti, fra gli altri, il già citato Prof. Massimo Tarallo del dipartimento di Matematica, che ha spiegato che il dipartimento perderebbe gran parte dei suoi studenti e che non sono previsti spazi per lo studio individuale (nel progetto Campus è prevista solo la presenza di 2.000 studenti sui 20.000 attualmente iscritti in Città Studi e le aule studio sono sostitute da spazi nei corridoi – definiti “socializing corridors”!) e Marina Romanò dell'Assemblea Città Studi a nome degli agguerriti comitati di cittadini che contrastano il progetto.

L’opposizione dei residenti e di molti Dipartimenti universitari alla spoliazione di Città Studi continua. Ma sperare che vi sia un ripensamento da parte di una amministrazione che ha realizzato EXPO nell’assoluta mancanza di un progetto per il dopo EXPO appare improbabile, data anche la deregolamentazione urbanistica imperante nel contesto lombardo (e milanese). Nella città che svetta inossidabile nelle graduatorie sulla ‘qualità della vita’ grazie al fatto di essere una delle poche città italiane con una (comunque limitata) presenza di start-up innovative e di avere una gestione efficiente dei trasporti pubblici urbani, la pianificazione urbanistica è stata annullata e sostituita dalla cultura delle deroghe e dei diritti edificatori; e ogni scelta insediativa è diventata totalmente discrezionale e affidata al libero gioco del mercato finanziario immobiliare.
Quanto alla partecipazione e al coinvolgimento dei cittadini: non solo è considerata rischiosa, ma anche inutile; più facile contrabbandare per partecipazione le mostre di rendering progettuali ammiccanti in cui si promette l’impossibile; o convincere dell’interesse collettivo di progetti che avvantaggeranno soltanto i privati attraverso il supporto di comitati tecnico-scientifici costituiti da zelanti e servili accademici.

Arrivo al titolo di questa breve nota. Il sindaco che invita 250.000 manifestanti, riuniti a Milano per protestare contro il razzismo, a “non lasciar fare la politica solo ai politici” appare come il simbolo paradigmatico della schizofrenia di una amministrazione che sfrutta a proprio vantaggio la maturità espressa dalla parte migliore dei cittadini nel nome dei quali amministra.
Verrebbe voglia di rispondere al sindaco: “siamo d’accordo…e non vogliamo lasciare fare la politica urbanistica alle Ferrovie dello Stato, né a Lendlease!”

Catturato con il padre mentre cercava di raggiungere la Terra Promessa dopo il lunghissimo viaggio dal suo paese agli Stati Uniti, Felipe Alonzo-Gomez è stato trasferito in quattro luoghi diversi di detenzione in poche ore, ed è morto per cause ancora ignote.

L’ultima vittima del dramma dell’emigrazione dal Centro America è Felipe Alonzo-Gomez: un bambino guatemalteco di 8 anni, catturato con il padre mentre cercava di raggiungere la 'Terra Promessa' dopo il lunghissimo viaggio dal suo paese agli Stati Uniti. Trasferito in quattro luoghi diversi di detenzione in poche ore, è morto per cause ancora ignote.

Ma anche il dramma dei bambini separati dalle famiglie e incarcerati non appena attraversato il confine sta assumendo proporzioni bibliche. Negli USA, da decenni era stata abbandonata la politica di segregazione dei bimbi senza genitori in grandi orfanotrofi, per via dei gravissimi danni psichici che ne erano derivati. Ma per i figli dei migranti non c’è alcuna pietà: si calcola che oggi siano almeno 14.300 i bambini separati dalla famiglia e i minori non accompagnati che il governo federale ha ammassato e segregato in centri di detenzione.

Chi presiede al controllo dell’immigrazione è il Department of Homeland Security: istituito dopo l’11 settembre da George W. Bush, accorpa attualmente in un unico ministero tutte le istituzioni e agenzie federali che si occupano della sicurezza interna (molte iniziative persecutorie promosse dal DHS, ad esempio quelle dirette alla identificazione dei ‘dreamer’ - i giovani emigrati da bambini negli Stati Uniti che Trump si prefiggeva di espellere - sono state efficacemente contrastate dagli stati e dalle città “santuario”, vedi su eddyburg.it)

La attuale responsabile dell’Homeland Security (purtroppo una donna) ha scaricato la responsabilità dell’atroce destino di Felipe su “i contrabbandieri, i trafficanti, i genitori che mettono a rischio i minori imbarcandosi in questo viaggio difficile e pericoloso verso Nord”.

Un vero e caritatevole ‘pensiero di Natale’ da parte di un’emula di Erode!

Il quartiere di Città degli Studi è sotto attacco speculativo e a rischio di declino.
Il rischio maggiore risiede nelle sedicenti "scelte strategiche" dell’attuale amministrazione (e del governo regionale) a favore del decentramento delle Facoltà Scientifiche della Università Statale nelle aree ex EXPO. Ma anche il principio dell’"indifferenza funzionale", che presiede alle trasformazioni puntuali del tessuto insediativo, non è da sottovalutare, poiché tende a indebolire la vocazione storica del quartiere a favore di una banale residenzialità. In entrambi leggiamo lo stesso disegno di sudditanza agli interessi dei proprietari di aree e degli operatori finanziario-immobiliari che condiziona le decisioni in materia urbanistica dell’amministrazione locale. Milano si conferma la "mecca del real estate": anche nelle piccole trasformazioni. (m.c.g.)
Qualche anno fa scrissi per la rivista Meridiana una riflessione sulle vicende urbanistiche milanesi dalla deindustrializzazione degli anni ’70 in poi, dal titolo “Milano: da metropoli fordista a mecca del real estate[1]. Sottolineavo che, da almeno tre decenni, si stavano realizzando, in un contesto di regole sempre più flessibili e adattabili, grandi progetti ad alto contenuto comunicativo e modesto contenuto funzionale, e una complessiva radicale perdita di mixité e crescente gentrificazione della città consolidata. Milano, così facendo, stava esaurendo o compromettendo le sue preziosissime risorse territoriali e di patrimonio costruito più centrali rese disponibili dalla deindustrializzazione (quelle che i francesi avevano opportunamente denominato jachères, a sottolinearne la irriproducibilità e quindi la necessità di gestirle attraverso progetti di rigenerazione con Società di Economia Mista di esclusiva regia pubblica e sottoposte a un formalizzato controllo di conformità da parte dell’amministrazione locale). Milano, sposando un modello neo-liberista, con una continuità indifferente al mutare delle maggioranze politiche che hanno amministrato la città, trascurava il tema degli urban commons (esternalità positive, beni pubblici, common-pool resources); di fatto, poneva una pesante ipoteca anche sulle sue prospettive future di sviluppo economico e di vivibilità.

Oggi è sottoposto alla minaccia della speculazione finanziario-immobiliare il quartiere di Città Studi, storicamente vocato alla funzione universitaria: con l’inaccettabile progetto di decentramento / ‘deportazione’ di tutte le Facoltà Scientifiche dell’Università Statale nell’area ex EXPO.
Ma non è di questo progetto indesiderabile che voglio trattare in questa breve nota (anche se eddyburg continuerà a seguirne con attenzione critica le vicende: perché se venisse realizzato, non abbiamo difficoltà ad affermare che si potrebbe tradurre - citando il compianto Peter Hall - in un “great planning disaster”).
La mia riflessione si concentra invece su un tema di apparente minore impatto: su un intervento puntuale di sostituzione edilizia che sembra però configurarsi come un caso di scuola dell’urbanistica neoliberista milanese. Il principio che lo presiede è l’indifferenza funzionale: inventato dalla giunta Moratti di centro-destra, ma legittimato dal Piano di Governo del Territorio approvato dalla giunta Pisapia ed ereditato senza ripensamento alcuno dall’attuale amministrazione. Il caso è interessante perché riguarda un intervento di sostituzione funzionale nel cuore di Città Studi, promosso da un’imprenditoria dinamica e ‘moderna’; e perché sembra annunciare quanto potrebbe accadere in futuro nella rigenerazione del quartiere, una volta rimosso l’ingombro della Facoltà Scientifiche e dei grandi ospedali specializzati (Istituto dei Tumori e Besta): e cioè la messa a disposizione di grandi risorse territoriali all’interno del tessuto consolidato della città abbandonate al gioco del libero mercato quanto alle funzioni da ospitare.
Il progetto intende sostituire, con un banale intervento di edilizia residenziale, l’edificio dell’Istituto Rizzoli per l’insegnamento delle Arti Grafiche, fondato nel 1951 da Angelo Rizzoli per la formazione professionale di tecnici per il settore editoriale. Si tratta di un edificio di chiara impronta razionalista che, una volta trasferita altrove la sede della scuola, avrebbe meritato, a parere di molti, un intervento conservativo; certamente non la demolizione[2]. Come ben si sa, la rigenerazione ‘alla milanese’ (che ormai è imitata in tutto il paese) ha per prima privilegiato, con i Piani di Governo del Territorio, il binomio demolizione/ricostruzione rafforzato attraverso cospicui premi volumetrici. In genere, con contropartite assai modeste, quando non inesistenti, per la collettività.
Il progetto attuale per l’edificio Rizzoli, il solito immobile destinato a edilizia residenziale di ‘pregio’, sostituisce un inqualificabile progetto precedente approvato durante il governo Moratti (assessore Masseroli) che aveva suscitato la mobilitazione indignata dei residenti nelle vie finitime caratterizzate da un tessuto di edifici bassi sul modello “città giardino” intercalati da dipartimenti universitari. Si trattava allora di un vero e proprio “ecomostro”, come fu immediatamente definito dai residenti: un palazzo, alto 65 metri, con 600 unità abitative fittiziamente destinate a studentato, quattro piani di parcheggi interrati per 170 auto (rampa d’accesso in via Giuseppe Colombo) e vari negozi. Un progetto che aveva comunque non solo ottenuto il via libera dell’amministrazione comunale, ma anche il sostegno entusiasta dell’allora Rettore del Politecnico. Fallita la società proprietaria dell’edificio e rivenduta la proprietà alla società Armoniae srl, il nuovo progetto sembra procedere in maniera speditiva verso l’approvazione, malgrado le osservazioni critiche e le richieste di riduzione della volumetria avanzate dai residenti.
Un aspetto, abbastanza inusuale nei progetti di trasformazione milanesi, sembra costituire il punto di forza della proposta avanzata dai nuovi proprietari (attualmente rappresentati dal consigliere Mirko Paletti): l’impegno della società a procedere immediatamente al pagamento degli oneri richiesti dal Comune, fra cui rientrerà anche la realizzazione di opere di urbanizzazione secondaria a scomputo per la riqualificazione del Centro Balneare Romano di via Ponzio: in particolare della vasca della piscina antistante il Politecnico di Milano, ormai totalmente degradata, che costituisce una risorsa importante, e sottoutilizzata, per gli abitanti di Città Studi.
È un aspetto indubbiamente positivo: a Milano, il pagamento degli oneri o la realizzazione delle opere a scomputo arrivano sempre con grandissimo ritardo rispetto alla realizzazione dellevolumetrie destinate al mercato (bastino, a puro titolo di esempio negativo, i grandi progetti di trasformazione di Porta Nuova e City Life; per non parlare dei veri e propri scandali come il progetto di Porta Vittoria).
In questo caso, sembrerebbe che il cronoprogramma delle opere si sia finalmente invertito, come avviene in tutte le grandi città civili; ma, inutile sottolinearlo, con significativi vantaggi aggiuntivi per l’operatore. In primo luogo, il cambiamento di destinazione d’uso (cosa che non avviene invece nelle grandi città civili dove desterebbe scalpore il principio dell’indifferenza funzionale); e inoltre, incrementi volumetrici rilevanti ottenuti attraverso la possibilità di trasformare la superficie dell’auditorium sotterraneo del Rizzoli (2.000 mq di slp) in ulteriori appartamenti ai piani alti.
L’Istituto Rizzoli occupava 7.000 mq,: però con due piani sotterranei, e 5 piani fuori terra; il progetto attuale prevede invece la destinazione a parcheggio dell’interrato e del piano terra (che non costituiscono slp), mentre i piani fuori terra diventeranno 10! Ma trasformare gli interrati in ampliamenti generalizzati che, come in questo caso, non sono stati adeguatamente valutati in termini di carico urbanistico e di tutto quello che ne consegue dal punto di vista ambientale, appare totalmente inaccettabile.
Le lettere inviate ufficialmente dal comitato residenti per contestare alcuni aspetti cruciali del progetto e ottenere ascolto non hanno ricevuto sinora alcuna risposta. La cosa non desta stupore, anche se l’indignazione rimane. La voce dei cittadini stenta a trovare dei canali formali di espressione e di attenzione, perché la partecipazione è ingrediente sempre declamato dall’amministrazione milanese, ma, in realtà, sempre ostacolato e marginalizzato.
La prospettiva futura di smantellamento di tutti o gran parte degli edifici delle Facoltà Scientifiche per trovare un qualche destino alle aree ex EXPO, dopo che l’asta era stata disertata dagli operatori privati, incombe minacciosa su questo quartiere storico della città. Come si intenderà operare su Città Studi? Facendo un passo indietro, sulla scorta del parere negativo espresso da molte Facoltà Scientifiche, molti lavoratori dell’università, studenti e residenti del quartiere? Oppure, come ormai appare più probabile, procedendo in un progetto inaccettabile perché indifferente al patrimonio storico architettonico accumulato nel tempo e alla vocazione pubblica di eccellenza di questo quartiere (che richiederebbe invece decisi interventi di potenziamento della vivibilità attraverso servizi di qualità fruibili sia dalla popolazione universitaria che dai residenti)?
Questo grande interrogativo fornisce una ragione in più per continuare a contrastare anche le trasformazioni puntuali quando provochino dissonanza, distruzione del patrimonio architettonico storico e perdita di identità.
oggi
domani
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[1] Gibelli M. C. (2016), in Meridiana, n. 85.
[2] Ricordo bene la reazione indignata di Marco Dezzi Bardeschi quando, camminando lungo via Giuseppe Colombo, gli mostrai l’edificio dell’Istituto annunciandone la demolizione!

Anche le tragedie, nel nostro paese, vengono utilizzate come strumenti per la privatizzazione di parti importanti di città. Una tragedia della mancata accoglienza dei migranti in Sicilia viene trasformata in un affare immobiliare a Milano. (m.p.r.) con riferimenti

Nell’articolo pubblicato sulle pagine milanesi de la Repubblica, "Barcone a Milano, progetto a rischio", 30 aprile 2018, sempre acritiche quando si tratta di commentare i grandi progetti urbanistici, si manifesta una certa preoccupazione: forse il “Barcone dei migranti” non arriverà nel cortile della ex Facoltà di Veterinaria.

Quella tragedia rimane incancellabile nella nostra memoria: 700 vittime annegate nel 2015, intrappolate nella stiva di una carretta del mare affondata nelle acque antistanti Augusta. Mancava poco al salvataggio, reso vano dalla criminale disattenzione di un comandante ubriaco.

Il recupero del relitto è stato guidato da una task force della Marina Militare e quello delle salme da una équipe medico-scientifica che è stata capace di dare un nome alle vittime per affidarle al dolore dei parenti e a una sepoltura degna.

Quando questo terribile evento, che era stato affrontato con la pietas dovuta, ha cominciato a perdere il suo significato profondo? Quando si è pensato di utilizzarlo a supporto del progetto di trasferimento delle Facoltà Scientifiche dell'Università Statale dal quartiere di Città Studi nell’area exEXPO e della valorizzazione immobiliare delle aree liberate. Il Barcone dovrebbe infatti essere collocato nel cortile della ex Facoltà di Veterinaria come prima testimonianza di un futuro “Museo dei diritti umani”.

La decisione appare chiaramente strumentale e criticabile; una critica da non confondere, ovviamente, con le reazioni ostili dei leghisti e dei razzisti dei quali brulica la città.

Che ci sia un ampio disaccordo nel merito del progetto fra coloro che subiranno le conseguenze del trasferimento da Città Studi (studenti, ricercatori e professori delle Facoltà Scientifiche e residenti del quartiere) è a tutti ormai noto. Che il governo Gentiloni abbia destinato 500.000 euro per il viaggio di trasferimento a Milano del Barcone forse è meno noto ai non milanesi: un cinico espediente per sviare l’attenzione da un ennesimo progetto fortemente desiderato soltanto dai proprietari di un’area, quella dove si è svolta EXPO; che non è attrattiva per il mercato [1].

Ma il viaggio del Barcone sembra in forse. Il sindaco Sala, si riferisce nell’articolo, dopo aver incontrato il sindaco di Augusta nel cui mare sono annegati i migranti (e che ha ripetutamente chiesto di realizzare un “museo della memoria” dedicato a tutti i migranti annegati nel Mediterraneo), ci sta ripensando. Anzi, meglio: ‘si cava fuori’ e scarica sulla Università Statale, e in particolare sul Rettore e il Senato Accademico, la responsabilità della decisione finale; anche perchè il sostegno finanziario al progetto, promesso dal governo in carica prima delle elezioni politiche, è diventato completamente aleatorio.

Giuseppe Sala è d'altra parte sempre stato convinto che siano altri, e non il governo locale, a potere/dovere decidere in ultima istanza dell’urbanistica milanese; è da decenni un convinto sostenitore del ‘mercato’: degli standard qualitativi, della contrattazione pubblico/privato senza valutazione ex ante e senza regole di trasparenza, dei Programmi Integrati di Intervento, della perequazione estesa, del 'mix flessibile'. Da quando è stato eletto sindaco, ha proceduto senza incertezze in questa direzione ormai consolidata dai sindaci che lo avevano preceduto: in primis, con l’ADP sugli Scali Ferroviari, successivamente con il progetto di svuotamento del quartiere storico vocato alla scienza più importante della città, per citare soltanto i due casi più rilevanti.

Ingannano il suo garbo, la sua propensione al sorriso, la sua buone educazione, una certa, sempre più inusuale fra i sindaci del nostro paese, attenzione al linguaggio della solidarietà? Ma Sala bifronte è comunque un più che fedele sostenitore della ricetta urbanistica di Lupi che tanti danni ha prodotto al tessuto sociale della città. Così come lo è il suo assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran.

Purtroppo, oggi più che mai, a Milano non sono soltanto i privati speculatori che ragionano (ovviamente) da privati speculatori e gli amministratori locali che ragionano da privati speculatori, ma anche parte cospicua della ‘lobby universitaria’: della quale fanno parte certamente il Rettore della Statale Vago (che non sembra essere un grande ‘visionario’) e, soprattutto, i più che navigati urbanisti del Politecnico che, da Pisapia in poi, hanno sempre garantito il supporto tecnico-scientifico alle peggiori operazioni di privatizzazione della città. Sono loro che hanno ricevuto dal Comune l’incarico per la “definizione di nuovi scenari urbani nell’ambito di Città Studi”. Inutile dire che la scelta dei collaboratori, anche in questo caso come in tutti i precedenti, non è avvenuta sulla base dei requisiti scientifici, ma della ‘fedeltà alla linea’. Chi ha intelletto per capire, occhi per vedere e, soprattutto, attenzione alla tutela delle vocazioni storiche dei quartieri milanesi e alla vivibilità della città, non ci sta. Chi ha a cuore il destino dei migranti, si indigna una volta di più.

[1] Le quote di AREXPO S.p.A risultano così ripartite: Regione Lombardia, 34,67%; Comune di Milano, 34,67%; Fondazione Fiera Milano, 27,66%; Provincia di Milano, 2,0%, Comune di Rho: 1%.


riferimenti

Sul trasferimento delle Facoltà Scientifiche di Città Studi nell’area ex Expo si vedano su eddyburg gli articoli di Marina Romano Milano Città Studi. Cittadini che non si rassegnano, di Giorgio Origlia Città studi: si dirà che il trapianto è riuscito ma il donatore è morto?, di Ennio Galante Città degli Studi: 3 domande a lorsignori, l'appello del gruppo cittadinanza attiva e comitato FAI Che ne sarà di città degli studi?, di Giancarlo Consonni Che azzardo l’università sui terreni dell’Expo, uno sguardo d'insieme delle trasformazioni in corso a Milano di Gianni Barbacetto e Marco Maroni Ancora grattacieli e cemento, il nuovo sacco di Milano

Mentre in Italia si congela a tempo indeterminato il disegno di legge sullo Jus soli, Trump è in difficoltà: forse i “dreamer” non verranno deportati. Manifestazioni popolari, contromisure adottate a livello locale e statale, preoccupazioni espresse dalle università e dalle grandi imprese globalizzate stanno affossando la sua iniziativa per cancellare DACA, la misura di protezione dei giovani figli di immigrati introdotta da Obama. Un bell’avvertimento per il governo italiano e, in particolare, per il suo Ministro degli Esteri!

Il presidente americano, con l’usuale feroce cinismo che lo caratterizza, in settembre ha invitato il Congresso ad abolire DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), il programma adottato durante la presidenza Obama che consentiva a 800.000 giovani, immigrati illegalmente nell’infanzia con la loro famiglia e cresciuti negli USA ma ancora privi di documenti, di vivere, studiare, lavorare, accedere ai servizi sanitari, ottenere la patente di guida, etc. Il programma riguarda i cosiddetti dreamer: i giovani che, grazie a DACA, hanno potuto uscire dall’illegalità, anche se ancora in attesa di una legge per il pieno riconoscimento di cittadinanza (un diritto di cui gode invece chi nasce in America, a differenza dell’Italia). I dreamer sono una frazione insignificante degli 11 milioni di emigrati illegali che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Ma anche su di loro Trump ha voluto accanirsi: respingendo i giovani nei paesi di origine delle loro famiglie, si affabulava in campagna elettorale, si sarebbero liberati posti di lavoro e si sarebbe attenuata la disoccupazione per i ‘veri americani’.

Il progetto di abolizione di DACA, pienamente coerente con il programma elettorale e l’evidente accento razzista dell’ideologia presidenziale, ha però già incontrato notevoli ostacoli: e infatti non è ancora stato approvato dal Congresso e, probabilmente, sarà abbandonato.

Sottostanti a questa ennesima probabile sconfitta del presidente ci sono diversi motivi. Il primo, e principale, è rappresentato dall’opposizione manifestata dalla maggioranza della popolazione di molte grandi città: da tutte le cosiddette “città santuario” e, soprattutto, dalle grandi città nelle quali la presenza di dreamer è cospicua - in primis le grandi città californiane dove risiede almeno un quarto degli 800.000 giovani presi di mira e dove la solidarietà espressa nelle molte manifestazioni popolari è stata imponente.

Ci sono poi le contromisure adottate o proposte dalle amministrazioni locali. Ad esempio, San Francisco, prima fra le città santuario - che sono ormai centinaia in tutto il paese - ha immediatamente cancellato l’accesso al suo sistema informativo per tutti i dati relativi agli immigrati illegali residenti. Il Consiglio comunale di Los Angeles, una città abitata per il 46% da popolazione di origine ispanica e che ospita più del 30% dei dreamer della California, sta discutendo su come costituirsi in città santuario proprio in risposta all’abolizione di DACA.
Fra le proposte in discussione: fare della città una “Dreamer Arrest-Free Zone”(un luogo nel quale è proibito arrestare i dreamer); preparazione di una lettera personale di presentazione scritta da avvocati incaricati dalla amministrazione e da esibire in occasione di qualsiasi contatto dei giovani DACA con gli agenti federali dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement); sostegno legale gratuito e, come a San Francisco, blindatura delle informazioni sui residenti illegali.

Anche gli Stati stanno reagendo: già 15 hanno avviato un procedimento legale contro Trump e, in particolare, alcuni si sono recentemente autoproclamati “Stati Santuario”. Di nuovo, lo Stato della California è in prima linea: il Parlamento ha approvato un disegno di legge che vieta di fornire informazioni sullo status degli immigrati e blocca l’accesso ai database statali; e il 13 settembre è stata adottata la legge AB-291 (Housing: immigration) che vieta ai proprietari di case in affitto di fornire informazioni sui loro inquilini alle autorità federali che si occupano di immigrazione, e di sottoporre gli inquilini a ricatti e intimidazioni: pena multe elevatissime.
Ma l'opposizione nei confronti delle politiche disumane di Trump sta diventando bipartisan: anche il governatore repubblicano dello stato dell'Illinois ha approvato recentemente un disegno di legge che protegge dal rischio di venire incarcerati semplicemente perchè immigrati.

E infine ci sono le università e i business leader. Di nuovo, in particolare in California, uno stato che deve la sua formidabile ricchezza alla presenza di università di eccellenza in campo scientifico e tecnologico che sfornano laureati di altissima competenza, a un settore industriale molto avanzato e a un mercato del lavoro flessibile - è il modello ‘Silicon Valley’, fondato sulla presenza non soltanto di un vasto bacino di laureati di qualità, ma anche di manodopera a basso costo e non sindacalizzata costituita prevalentemente da latinos -, le università si sono tutte schierate a sostegno di DACA. La presidente delle università della California ha denunciato una misura che “distruggerebbe il futuro di alcuni dei più brillanti studenti del paese” - migliaia di studenti universitari e di laureati – e annunciato il rafforzamento delle misure di sostegno economico e protezione degli studenti. Infine, le grandi imprese globalizzate high tech si sono tutte schierate contro l’abolizione di DACA: in particolare, apponendo la loro firma a una lettera inviata a Trump dai CEO delle 400 più importanti imprese americane.

Non sono dunque soltanto la grande solidarietà “dal basso” e la risposta a tutela dei diritti di cittadinanza da parte di alcune amministrazioni locali e statali, ma anche la forte pressione esercitata dalle grandi imprese globalizzate ad alto contenuto di conoscenza a militare a favore dell’apertura e della multietnicità.

Trump sarà costretto a rimangiarsi il suo progetto? Pare di sì, anche se la promessa di "liberarsi degli immigrati illegali" fatta in campagna elettorale gli ha garantito il voto della destra xenofoba e dei lavoratori dei settori dell’industria più tradizionale e in inesorabile declino: e i suoi elettori più entusiasti sono delusi e lo stanno ricoprendo di insulti.

Per arginare i danni di immagine prodotti dalla ennesima sconfitta, il presidente sembra orientato a rilanciare, con il solito linguaggio sopra le righe, il blocco delle opportunità migratorie annunciando un “massive border security upgrade” (un imponente potenziamento della protezione dei confini) e riproponendo come priorità il progetto del famigerato muro che dovrebbe essere costruito lungo tutto il confine fra gli Stati Uniti e il Messico. Ma anche la costruzione del muro, malgrado l'inquietante valore simbolico che gli è stato attribuito dalla amministrazione Trump, non sarà facile. Perché, rapidamente abbandonata la provocatoria, e assurda, pretesa di farlo pagare al Messico, dovrebbe essere il governo americano a finanziarlo con costi elevatissimi. E anche perché si dovrà affrontare un ulteriore, e spinoso, problema: soltanto un terzo dei terreni coinvolti nel progetto di un muro lungo 2.000 miglia è attualmente di proprietà pubblica. L’esproprio dei terreni di proprietà privata che si renderebbe necessario per poterlo realizzare sta già suscitando molte opposizioni (in particolare in Texas, da parte dei proprietari di grandi aziende agricole e campi da golf - questi ultimi, fra l'altro, costituiscono una lucrosa attività anche del presidente in carica e della sua famiglia!): una decisione che sembra incompatibile con il programma di un governo che fa della tutela della proprietà privata un dogma e che potrebbe di nuovo scontentare il suo elettorato.

È una vicenda, quella dei numerosi fallimenti di un presidente razzista, impreparato e narcisista, che dimostra come la negazione dei diritti di cittadinanza nei confronti di coloro che hanno ormai profonde radici nel paese nel quale vivono, studiano e lavorano non paga.

È un segnale importante anche per il nostro paese dove ieri, 26 febbraio, l’ineffabile Ministro degli Esteri ha dichiarato che occorre congelare il disegno di legge sullo ius soli che, è bene ricordarlo, riguarda anche i figli nati in Italia da genitori immigrati, e non soltanto i dreamer come negli Stati Uniti. Come ci ha insegnato Hanna Arendt: «il diritto ad avere diritti, o il diritto di ogni individuo all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa»: umanità alla quale non sembra appartenere Angelino Alfano.

big, beautiful, powerful”), vale a dire il muro...(segue)

big, beautiful, powerful”), vale a dire il muro che separerà il Messico dagli Stati USA confinanti, sta provocando un crescente attivismo nelle amministrazioni locali, ben intenzionate a ostacolarne la realizzazione: soprattutto in California, ma anche altrove. Fra le misure adottate, la ‘lista nera’ delle imprese di costruzione: se parteciperanno alle gare d’appalto per il muro, non otterranno più alcun incarico dalle amministrazioni locali.

Fra i grands travaux sbandierati da Trump, quello a più alto valore simbolico, poiché materializza in un manufatto fisico lungo la metà della Grande Muraglia Cinese la sua ideologia reazionaria e razzista, è certamente il muro che dovrebbe essere costruito lungo tutto il confine fra gli Stati Uniti e il Messico: 2.000 miglia, una altezza di almeno 5 metri e mezzo e una profondità al suolo di 2 metri per impedire lo scavo di tunnel sotterranei. Costo preventivato: 21 miliardi dollari; una cifra colossale destinata ad attirare frotte di imprese di costruzione e di cementieri.

Ma in California, e non solo, l’iniziativa di Trump non è gradita a molte amministrazioni locali che stanno reagendo con decisione e ostacolando, con iniziative legislative mirate, la realizzazione di un’opera probabilmente inutile, ma, soprattutto, inaccettabile per il suo valore simbolico di chiusura del paese nei confronti della popolazioni che si ammassano al confine meridionale della California e che hanno invece costituito, nella lunga durata, l’imponente esercito di forza lavoro a basso costo che ha garantito la crescita esponenziale dell’economia dello Stato più ricco degli USA.

Fra pochi giorni (esattamente il 28 marzo 2017) dovrebbe essere approvato dal consiglio municipale di San Francisco, e dalla omonima Contea, una norma, proposta da due membri del Board of Supervisors1), Hillary Ronen e Aaron Peskin, che impedirà alle imprese che parteciperanno alle gare d’appalto per la realizzazione del muro di concorrere in futuro per l’aggiudicazione di appalti per lavori pubblici commissionati dall’amministrazione locale.

San Francisco non è nuova a queste iniziative orientate alla tutela dei valori progressisti e democratici che la caratterizzano da sempre. Recentemente il sindaco Ed Lee ha proibito tutti i viaggi non essenziali degli impiegati della municipalità nel North Carolina, per protestare contro le politiche discriminatorie esercitate da quello Stato nei confronti della comunità LGBT; lo stesso ha fatto per i viaggi in Indiana dove l’allora governatore (e attuale vicepresidente) Mike Pence aveva fatto approvare una legge sulla ‘libertà religiosa’ apertamente discriminatoria nei confronti di gay e lesbiche; anche il vice-governatore della California Gavin Newson ha preso una decisione analoga nei confronti dell’Arizona, in risposta alle disumane politiche anti-immigrazione approvate in quello Stato nel 2010 (Arizona Senate Bill 1070).

Più in generale, è tutta l’area metropolitana di San Francisco la capofila di queste iniziative anti-muro: il consiglio municipale di Berkeley ha già approvato da pochi giorni una ordinanza analoga a quella in via di approvazione a San Francisco; e lo stesso ha fatto quello di Oakland. Ma analoghe misure sono state proposte anche per lo Stato e la città di New York.

Il Parlamento della California si sta a sua volta muovendo: il 20 marzo è stata presentata in Parlamento una proposta di legge (Assembly Bill 946) che si fregia dell’eloquente titolo “Resist the Wall Act”: la legge vieterà ai fondi pensione di investire nelle imprese coinvolte nella costruzione del muro, “di investire nei valori pieni di odio rappresentati dal muro di Trump”.

Sembra che già 640 imprese, in prevalenza americane, abbiano manifestato il loro interesse a partecipare alla costruzione del “muro della vergogna” (come viene definito in California); fra queste, due grandi imprese (una di Oakland e una di Los Angeles) che hanno recentemente ottenuto grandi contratti pubblici a San Francisco. Anche queste imprese verranno escluse da future gare pubbliche locali se parteciperanno ai bandi per la costruzione del muro.

A due mesi dall’inizio del mandato presidenziale, le ordinanze locali anti-Trump adottate negli USA sono già molteplici e significative; sono l’indicatore di un grande attivismo locale e di una capacità di elaborazione propositiva coraggiosa e lungimirante. Si è cominciato subito dopo le elezioni presidenziali con le iniziative per la tutela della popolazione ‘illegale’ già residente (le cosiddette Sanctuary Cities); si procede oggi con nuove ordinanze prescrittive finalizzate a rendere più arduo il percorso per l’ aggiudicazione dei ricchi appalti per la costruzione del Muro della vergogna.

Probabilmente le ‘liste nere’ avranno un effetto relativamente limitato. E, nel caso avessero effetto, arriveranno immediatamente a sostituire le imprese locali quelle internazionali, attratte dal ghiotto boccone rappresentato dalla colossale opera pubblica. Ma la mobilitazione contro il progetto odioso di Trump, e la capacità di ‘comando e controllo’ manifestata dai governi locali nei confronti delle grandi imprese di costruzione (il divieto al quale ho fatto cenno si estenderebbe anche alle imprese subappaltanti) costituiscono comunque delle esperienze virtuose, ancorate a un modello di cittadinanza aperta e multiculturale.

Insomma, viste dal nostro paese queste esperienze appaiono davvero sideralmente distanti. Quando mai in Italia i governi locali hanno ‘discriminato’ sulla base di motivazioni etico-politiche le grandi imprese di costruzione? Tutt'al più, lo hanno fatto a seguito di interventi della magistratura inquirente. In un paese dove i ‘furbetti del quartierino’ hanno rappresentato soltanto la parte emergente (per sguaiataggine e cinismo) dell’iceberg – purtroppo inattaccabile dal riscaldamento globale - della collusione fra politica e settore immobiliare/finanziario; in un paese nel quale, a livello generalizzato e senza eccezioni, i costruttori e le loro lobby politiche di sostegno continuano a spadroneggiare in totale libertà (e spesso opacità) nella trasformazione urbana e nel saccheggio del territorio, la battaglia di San Francisco e delle altre città americane ci attrae poichè ci propone strategie e azioni di buon governo. Certo, l’opera contro la quale si stanno mobilitando le autorità locali appare particolarmente odiosa; ma la risposta che quest'ultime stanno dando costituisce un esempio di Buona Pratica che occorrerebbe saper imitare anche nel nostro paese: un paese nel quale la politica (tutta) appare oltre che completamente asservita alle logiche immobiliari anche particolarmente imbelle e senza fantasia.

1) Il Board of Supervisors è costituito da 11 membri eletti dai Distretti e garantisce il supporto giuridico per le decisioni dell’amministrazione locale.

Sono decenni che il governo americano elabora visioni, strategie e progetti per la realizzazione di un rete di ferrovie ad alta velocità dedicata a collegare le maggiori città degli Stati Uniti....(segue)

Sono decenni che il governo americano elabora visioni, strategie e progetti per la realizzazione di una rete ferroviaria ad alta velocità dedicata a collegare le maggiori città degli Stati Uniti. Ma, fino ad oggi, con scarso successo. L’ultima iniziativa: il documento strategico proposto dalla amministrazione Obama nel 2009 dal titolo “High-Sped Rail Strategic Plan” che ipotizza la realizzazione in 25 anni di “corridoi di alta velocità ferroviaria” accessibili all’80% dei cittadini americani

Fino ad oggi l’ambizioso progetto è rimasto sulla carta: per i costi elevatissimi, lo scarso entusiasmo di molti Stati ad impegnare risorse pubbliche ingenti, le resistenze della lobby delle autostrade e le abitudini più che consolidate nello stile di vita della popolazione che è completamente auto-dipendente. L’unica, per ora, eccezione è rappresentata dalla California.

La California, oltre a costituire una delle aree a più alto livello di sviluppo economico-tecnologico al mondo, è anche una delle più congestionate e inquinate, appunto per via della totale dipendenza dal trasporto su gomma. I dati sono impressionanti: 170.000 miglia di autostrade che sono, comunque, le più congestionate degli Stati Uniti; una perdita economica, calcolata in 18,7 miliardi di dollari all’anno, per il tempo speso negli spostamenti casa/lavoro e nel consumo di benzina; un aumento del traffico a un ritmo 5 volte più elevato della costruzione di nuove strade o corsie autostradali; un elevatissimo consumo del trasporto aereo anche sulle medie distanze: nella sola tratta fra San Francisco e Los Angeles, 5 milioni di passeggeri annui, con un ritardo di un’ora o più per 1 vettore su 4.

Le previsioni di crescita sono ancora più preoccupanti. Nei prossimi 30-40 anni, agli attuali 38 milioni di residenti si aggiungerà una popolazione pari a quella dell’intero stato di New York, raggiungendo una dimensione demografica alla quale non si può più pensare di continuare a rispondere con una offerta trasportistica “more of the same”.

Nel 2008, i cittadini della California, chiamati alle urne, hanno approvato il progetto della ferrovia ad alta velocità che collegherà San Francisco con Los Angeles. A oggi, si tratta dell’unico in corso di realizzazione, fra i 5 corridoi di alta velocità previsti per le maggiori aree metropolitane statunitensi. Consentirà di connettere le due grandi metropoli in 3 ore, con treni che viaggeranno alla velocità di 200 miglia (circa 320 km) all’ora. La ferrovia dovrebbe essere completata entro il 2029 e si prevede, in prospettiva, la sua estensione anche a Sacramento e San Diego, per una lunghezza complessiva di 800 miglia (con 24 stazioni). L’Agenzia incaricata della gestione del progetto (CHSRA) sta inoltre collaborando con gli altri attori locali per realizzare un piano di modernizzazione dell’intera rete ferroviaria statale.

Ma l’alta velocità è un progetto sul quale si è cominciato a riflettere in California già dagli anni ’80 dello scorso secolo. L’attuale governatore Jerry Brown, che aveva già rivestito questa carica dal 1975 al 1983, ne è stato, e continua ad esserne, il più convinto sostenitore.

In estrema sintesi, i principali passaggi decisionali che hanno portato al decollo del progetto sono stati i seguenti.

Nel 1992, a livello federale, la inclusione del corridoio ferroviario ad alta velocità fra San Francisco e Los Angeles fra i progetti cofinanziati con ISTEA (Intermodal Surface Transportation Efficiency Act ). ISTEA è stata un provvedimento legislativo, fra i più innovativi per l’epoca, dedicato al finanziamento di progetti integrati di pianificazione territoriale e pianificazione dei trasporti pubblici. Finalizzato esclusivamente alla realizzazione di trasporti pubblici su ferro, è stata approvato durante la presidenza Clinton, grazie al deciso impegno ambientalista dell’allora vicepresidente Al Gore. Nel 1993, la costituzione della Intercity High-Speed Rail Commission alla quale è stato affidato il compito di realizzare i primi studi di fattibilità della rete. Infine, nel 1996, la istituzione della California High-Speed Rail Authority (CHSRA) con compiti formali di redazione del progetto e di gestione delle opere: un progetto da sottoporre comunque a referendum popolare, obbligatorio per tutti i grandi interventi di rilevanza sopralocale.

Nei fatti, il referendum popolare, che doveva svolgersi nel 2004, è stato rinviato al 2008 quando, in corrispondenza con le elezioni statali, il 52,7% dei votanti si è espresso a favore della Proposition 1A (Safe, Reliable High-Speed Passenger Train Bond Act for the 21st Century) e della emissione di obbligazioni per 9 miliardi di dollari.

I lavori per la realizzazione della rete ad alta velocità sono effettivamente iniziati soltanto nel 2013 e, malgrado gli altissimi, e crescenti, costi, e la decisa opposizione manifestata dai gruppi di interesse strettamente collegati alla ‘lobby autostradale’, hanno continuato a procedere.

L’articolo del San Francisco Chronicle, riportato nel NYT del 13 febbraio , descrive l’andamento dei lavori e il fervore dei cantieri, ma anche la preoccupazione che alle inevitabili opposizioni locali venga ad aggiungersi una opposizione che potrebbe, quella sì, rappresentare un colpo mortale per il destino del progetto.

Riuscirà Trump a bloccare i lavori in corso della prima linea di alta velocità ferroviaria negli Stati Uniti? Gli basterebbe sospendere i finanziamenti del governo federale nei confronti di uno Stato, la California, che il neo-eletto ‘presidente/dittatore’, portatore degli interessi e delle aspirazioni dell’estrema destra più reazionaria, ha già più volte definito, con il suo garbo istituzionale, “fuori controllo”.

Sul futuro urbanistico di Milano e della sua area metropolitana si addensano nubi nere; ma il temporale era già annunciato dalle scelte della Giunta Pisapia... (continua la lettura)

Sul futuro urbanistico di Milano e della sua area metropolitana si addensano nubi nere; ma il temporale era già annunciato dalle scelte della Giunta Pisapia. Recentemente ho avuto l’occasione di analizzare e commentare i dati sull’andamento demografico e occupazionale di Milano e Provincia negli ultimi due decenni 1991-2001 e 2001-2011 (in un saggio che ho intitolato Milano: da metropoli fordista a Mecca del real estate)[1]. I risultati della mia analisi sono preoccupanti: evidenziano l’emergere, nell’ultimo decennio considerato, di una tendenza a un dualismo produttivo-residenziale che divide il centro dall'hinterland metropolitano, generando crescenti movimenti pendolari. Tutto lo sviluppo demografico si è localizzato nell'hinterland, mentre tutto lo sviluppo occupazionale si è localizzato esclusivamente nel comune di Milano: indice quest'ultimo (+9,17% e +0,17% rispettivamente nel comune centrale e nell'hinterland) di una cesura gravissima nell'integrazione produttiva che aveva caratterizzato la regione urbana in tutto il periodo dal boom economico alla fine del secolo.

Il titolo, che può apparire enfatico, vuole dunque sottolineare una specificità drammaticamente negativa del capoluogo lombardo: lo strapotere esercitato da almeno 20 anni dalla finanza immobiliare; una specificità che non sembra destare alcuna preoccupazione nei due candidati maggiori alle prossime elezioni comunali: né, ovviamente, in quello del centro-destra (Stefano Parisi), né, e questo è molto più preoccupante, in quello del centro-sinistra (Giuseppe Sala). E infatti, nel merito i loro programmi sono purtroppo molto simili. Entrambi hanno già affermato che l’Accordo di Programma sugli Scali Ferroviari verrà onorato, malgrado l’incidente di percorso che ha visto finalmente emergere un dissenso all’interno della maggioranza uscente. Entrambi, da manager quali sono, hanno lodato l’urbanistica milanese, quella della deregulation, quella del PGT rimediale e meramente quantitativo, come un modello da perseguire e irrobustire. Entrambi perseverano nell’elogio sperticato dei grandi progetti realizzati a Milano e nel sottolineare il formidabile successo di EXPO2015 (e il conseguente brillante posizionamento competitivo di Milano nel mondo, assolutamente indimostrato e indimostrabile).

Effettivamente a Milano si è costruito molto.

I dati sugli addetti al settore delle costruzioni lo confermano. Se nel passato, e anche nel decennio 1991-2001, lo sviluppo dell'occupazione aveva evidenziato una crescita dell'attività edilizia esclusivamente nell'hinterland e una caduta nel centro urbano, del tutto in linea con le tendenze demografiche, nell'ultimo decennio si è verificato invece un vero e proprio ribaltamento. I dati evidenziano infatti una sorta di boom edilizio nel centro metropolitano, con una crescita degli addetti pari a oltre il 16%: circa il doppio del tasso di crescita registrato nell'hinterland e cinque volte superiore al tasso di crescita medio nazionale. Un simile indicatore di crescita quantitativa, una crescita peraltro ben visibile nella città, confligge tuttavia con le tendenze rilevate sul fronte demografico che segnalano una ulteriore perdita di popolazione a Milano (-4,26%) e una crescita robusta dell’hinterland (+8,99%).

Per quale tipo di popolazione si è costruito recentemente? All'evidenza, non si è manifestata quella tendenza al ritorno di popolazione verso il centro metropolitano, superficialmente attesa da tanti sostenitori dello sviluppo edilizio quantitativo concesso dai Piani di Governo del Territorio delle amministrazioni di centro-destra (ma anche, sia pure in misura inferiore, dal governo di sinistra), né (fortunatamente) il temibile obiettivo di riportare Milano agli ‘splendori’ degli 1,8 milioni di abitanti della fine degli anni ‘60, sbandierati dall’assessore all’urbanistica della giunta Moratti. Evidentemente, il differenziale di prezzo milanese rispetto alle cinture esterne non ha controbilanciato il limitato, e in alcuni casi anche nullo, differenziale di qualità urbana offerto dal polo centrale alle classi medie e medio basse.

Si è costruito nel cuore metropolitano per una domanda internazionale a carattere prevalentemente finanziario, che certamente fin qui si è manifestata ma le cui aspettative potrebbero facilmente cambiare non appena si avvedesse dei limiti dell'offerta immobiliare milanese. Si tratta di limiti che riguardano la qualità, sia edilizia che urbanistica, e il rapporto qualità/prezzo - come si dice senza giri di parole nel settore, il value for money. Una domanda internazionale che comunque non è sufficiente per colmare un'offerta, oggi largamente sovradimensionata, che si risolve in una montagna di appartamenti costosissimi in vendita o sfitti, mentre il disagio abitativo si fa sempre più drammatico.

In assenza di una visione condivisa e di precisi impegni per una sua coerente realizzazione, si sono negli ultimi 20 anni inventate effimere grandi funzioni urbane per legittimare, anche attraverso i concorsi internazionali di architettura, una trasformazione delle aree più centrali o accessibili dettata da pure logiche di mercato. Né le varie amministrazioni che si sono alternate alla guida del Comune si sono sentite obbligate a renderne conto alla città, in quanto l’accountability è stata considerata con continuità un inutile orpello.

Nel prossimo futuro Milano rischia di sprecare anche l’ultima cruciale occasione per realizzare un autentico policentrismo: quella relativa al riuso degli scali ferroviari dismessi. Anziché utilizzare, trattandosi di aree ad alta accessibilità pubblica, rigorosi criteri di localizzazione di nuove funzioni di irraggiamento metropolitano, una Bozza di Accordo di Programma fra Comune e Ferrovie dello Stato ha proposto nel 2015 di spalmare in maniera pressoché indifferenziata 670.000 mq di superficie di pavimento, prevalentemente a destinazione residenziale[2].

Da questo modello di urbanistica Milano ha guadagnato davvero in attrattività, così come sbandierato quotidianamente dai candidati sindaci, dai loro partiti di riferimento, nonché da Renzi e compagni?
Può essere utile, anche se certamente non entusiasmante, scorrere per intero l’ultimo rapporto sugli investimenti immobiliari esteri in Europa nel 2015 “Emerging Trends in Real Estate”. Il rapporto ha suscitato qualche campanilistico entusiasmo nelle pagine locali dei quotidiani milanesi, poiché ha segnalato la presenza del capoluogo lombardo, unica città italiana, fra le 10 maggiori “piazze” europee, con 4 miliardi di euro di investimenti nel 2014-2015. Ma uno sguardo ai commenti più puntuali relativi alle città inserite nella classifica appare molto più interessante di quelli relativi ai miliardi investiti. Berlino, la più attrattiva in prospettiva, viene giudicata tale per il suo potenziale di sviluppo nelle tecnologie avanzate, per il capitale cognitivo, per una forte immigrazione di giovani con formazione di alto livello, per la abbondanza di offerta abitativa in affitto a basso prezzo (e quindi, con ampi margini di aumento (sic!)). Anche per tutte le altre città predilette dagli investimenti immobiliari vengono evidenziati alcuni elementi di qualità urbana e di progettualità pubblica. Per Milano invece non una parola sui vantaggi localizzativi offerti dalla città, ma soltanto la citazione degli acquisti immobiliari recenti di due grandi investitori internazionali, nonché una estrapolazione sul futuro di questi acquisti che pare, come ho già sottolineato, azzardata[3].

Che ne è dell’hinterland, nel modello neoliberista trionfante in area milanese? È il grande sacrificato poiché, in assenza di un disegno strategico metropolitano, continueranno a prevalere i localismi competitivi fra comuni e i processi imitativi delle pratiche milanesi, inevitabilmente ‘al ribasso’: infatti Milano ha fatto scuola anche per gran parte dei comuni dell’area metropolitana[4]. Né questo protratta, e “mostruosa” direbbe Mario De Gaspari, alleanza fra amministrazione locale e interessi della finanza immobiliare sembra poter trovare nel governo metropolitano un autorevole attore, capace di rimettere in discussione le regole del gioco: ad esempio attraverso un piano strategico davvero di scala e ambizione metropolitana; e, soprattutto, attraverso una profonda revisione dei criteri che presiedono al negoziato pubblico/privato.

La Città Metropolitana di Milano appare infatti evanescente come un ectoplasma; così come totalmente evanescente appare il Piano Strategico recentemente presentato con il solito stucchevole trionfalismo. Sorge il sospetto che i Comuni, in primis Milano, abbiano assecondato, se non addirittura gradito, un’istituzione metropolitana così debole come è quella scaturita dalla legge regionale n. 92/2015[5] (si veda Grand Lyon Métropole e Città Metropolitana Milanese: un confronto impari), allo scopo di mantenere un controllo saldo ed esclusivo sulle proprie competenze.

La Giunta Pisapia ha perso l’occasione di promuovere una svolta davvero radicale in materia di politiche urbanistiche: ha adottato, nella revisione del PGT, una strategia “rimediale” meramente quantitativa; ha lasciato i rapporti di forza pubblico/privato immutati; ci ha regalato come grande innovazione del PGT il concetto di indifferenza funzionale che autorizza il “mix funzionale libero” (un vero e proprio ossimoro urbanistico con cui si è consentita al privato piena libertà di intervento su tutto il tessuto consolidato della città: esemplare per la sua indesiderabilità, ma simile a molti altri, il progetto per lo stadio del Milan al Portello, in pieno centro, saltato soltanto per il mancato accordo fra l’ente Fiera e il Milan); ha trascurato il tema, cruciale in un contesto decisionale ampiamente deregolato, della trasparenza. Nelle buone pratiche internazionali, i risultati degli accordi negoziali per quanto concerne il vantaggio pubblico e il vantaggio privato sono accessibili in Internet; dove c’è opacità si apre la strada a scelte sub-ottimali, quando non a progetti inaccettabili o a fenomeni corruttivi.

In estrema sintesi, a Milano si è rinunciato a qualsivoglia regia pubblica nelle politiche urbanistiche.
E le prossime elezioni del sindaco di Milano non sembrano riservare sorprese liete: anzi, un futuro ancora peggiore… se è possibile.

note
[1] In via di publicazione sul prossimo numero di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali.
[2] Si tratta di 7 scali ferroviari con una superficie in dismissione di ben 1.100.000 mq. La bozza di Accordo di Programma, a cui si lavorava dal 2005 nelle segrete stanze del potere, è decaduta nel dicembre 2015 per l’ostruzionismo non solo dell’opposizione, ma anche di parte della maggioranza, evidenziando, nella fase conclusiva del mandato del sindaco Pisapia, una dialettica politica inattesa, ma destinata probabilmente a costituire un’eccezione date le prospettive elettorali. Si vedano G. Goggi, “Solo un frammento del problema urbanistico: gli scali ferroviari”, in arcipelagomilano.org, 16 dicembre 2015; M. Monte, “Scali ferroviari: oltre l’approccio immobiliare”, in arcipelagomilano.org, 26 aprile 2016.
[3] A proposito di Milano si scrive soltanto: «Overseas investors are pouring capital into the city: Qatar Holding consolidated its interest in Milan’s new Porta Nuova project, while China's Fosun group spent €345 million on its first Italian purchase, UniCredit’s former headquarters, the historic Palazzo Broggi, and Partners Group acquired two prime office properties in the centre of Milan for €233 millionı (PricewaterhouseCoopers(PwC), Urban Land Institute: Emerging Trends in Real Estate® Beyond the capital Europe 2016: 39).
[4] Nei PGT dei comuni dell’hinterland, le rilevanti previsioni edificatorie segnalano una inesauribile, e insostenibile, propensione per un’espansione residenziale destinata a produrre ulteriori consumi di suolo agricolo; nel riuso di grandi aree dismesse, domina invece incontrastato lo shopping mall con il corredo di multisale, residenze, alberghi, nuove infrastrutture stradali o ampliamento di quelle esistenti: un vero affare per la lobby del cemento e del movimento terra. I più importanti, recenti, e contrastati dalla popolazione e dai piccoli commercianti: l'Arese Shopping Center, da poco inaugurato, sull’area ex Alfa Romeo a Nord Ovest del capoluogo lombardo (120.000 mq. di pavimento sui quali si insedieranno anche i giganti dell’abbigliamento low-cost) e lo “Westfield Milan”, di futura realizzazione sull’area, prossima all’aeroporto di Linate, dell’ex dogana di Segrate di proprietà delle Ferrovie italiane (pubblicizzato come lo “shopping mall di lusso più grande d’Italia”: 235.000 mq e l’arrivo, annunciato trionfalmente, delle Galeries Lafayette).
[5] La Regione Lombardia ha ulteriormente ridimensionato le già deboli competenze delegate dalla legge Delrio alle Città Metropolitane, riaccentrando tutte le funzioni precedentemente esercitate dalla Provincia di Milano. Si tratta di competenze che dovrebbero costituire ambiti fondamentali per la sostenibilità economica, ambientale e sociale del territorio metropolitano: l’agricoltura, la cultura, l’ambiente e l’energia.



Una riflessione documentata che evidenzia lo iato incolmabile fra le innovazioni in atto nel governo e nella pianificazione dell’area metropolitana lionese e i modestissimi risultati finora conseguiti nel percorso di istituzione e attribuzione di competenze alle nostre Città Metropolitane: in particolare a quella milanese.

Il 17 e 18 settembre scorsi la scuola di eddyburg si è strasferita a Lione per due giorni di fitti incontri con amministratori e tecnici del Grand Lyon e dell’Agence d’Urbanisme de l’Agglomération Lyonnaise. Queste mia note sono dedicate a mettere in evidenza, sia pure per cenni sintetici, lo iato incolmabile fra le innovazioni in atto nel governo e nella pianificazione dell’area metropolitana lionese e i modestissimi risultati finora conseguiti nel percorso di istituzione e attribuzione di competenze alle nostre Città Metropolitane (CM), in particolare a quella milanese.

Dal gennaio 2015 a Lione è attivo un ente di governo metropolitano a ‘statuto particolare’, grazie alla entrata in vigore nel 2015 della “Loi de modernisation de l’action publique territoriale et d’affirmation des métropoles” (MAPAM) la quale, a differenza della coeva ma dannosa legge Delrio[1], ha istituito città metropolitane con competenze molto estese, pur riconoscendo e legittimando percorsi istituzionali differenziati sulla base delle caratteristiche delle singole agglomerazioni metropolitane e dello stato di avanzamento dei processi locali di governance di area vasta. La Communauté Urbaine de Lyon, che partiva avvantaggiata grazie alla sua lunga e positiva tradizione di concertazione intercomunale, è stata considerata ‘matura’ per un passaggio immediato allo statuto di “collectivité territoriale unique[2].

La legge istituisce due altre collettività territoriali a statuto particolare: la Métropole du Gran Paris che entrerà in vigore nel 2016 raggruppando la capitale e i dipartimenti della petite couronne (Hauts-de-Seine, Seine-Saint-Denis et Val-de-Marne), con compiti di pianificazione territoriale e ambientale e di politica abitativa (mentre i trasporti continueranno ad essere in capo alla regione Ile-de-France); e la Métropole di Aix-Marseille Provence che a partire dal gennaio 2016 si sostituirà alle sei associazioni intercomunali esistenti sul territorio. La legge autorizza il passaggio volontario al governo metropolitano delle altre 10 Communautés Urbaines (Tolosa, Lille, Bordeaux, Nantes, Strasburgo, Rennes, Rouen, Grenoble, Montpellier e Brest). I tempi sono in questo caso flessibili ma, per sollecitarne l’istituzione, a legge approvata François Hollande ha immediatamente sottolineato che le dotazioni finanziarie erogate dallo Stato avrebbero potuto “variare in funzione dell’impegno delle amministrazione locali”. Risultato: tutte le potenziali Métropoles si sono rapidamente adeguate e hanno avviato il percorso istituzionale previsto dalla legge.

Da sottolineare poi che tutte le Métropoles sono istituzioni locali a fiscalità propria: una riforma federalista con la quale la nostra legge sulle CM non ha alcun elemento in comune.

La istituzione dei governi metropolitani non è che un passaggio (anche se certamente importante) di una più ampia riforma delle amministrazioni locali che ha già ridimensionato il numero delle Regioni[3] e che, sempre nel 2015, ha ridisegnato la struttura amministrativa del paese attraverso la Legge n. 991 del 7 agosto 2015 “portant nouvelle organisation territoriale de la République” (NOTRe): una legge che razionalizza e semplifica un sistema plurilivello, troppo articolato e frammentato, reso inefficiente dalle molteplici sovrapposizioni di competenze e divoratore di risorse pubbliche, che i francesi definiscono icasticamente "millefeuille territorial”.

Le competenze attribuite al neonato governo metropolitano lionese sono amplissime, e gli sono state obbligatoriamente trasferite (così come per tutte le istituende Métropoles) sia dal basso che dall’alto. Si aggiungono infatti a quelle già esercitate dalla Communauté urbaine de Lyon, ulteriori competenze precedentemente in capo ai comuni. Ma, soprattutto, a Lione si anticipa la riforma complessiva prevista dalla legge NOTRe: sul suo territorio essa esercita oggi anche le competenze spettanti al Département du Rhône, fra le quali quella fondamentale dei servizi alla persona. In questo modo, il governo metropolitano ha aumentato il numero di dipendenti (7.500) e portato il suo budget a 3,5 miliardi di euro. Insomma, Lione ha fatto di nuovo da apripista alle altre agglomerazioni urbane, e ha oggi a disposizione poteri e strumenti rilevanti per perseguire i suoi obiettivi ambiziosi e, come vedremo, non solo retorici: migliorare il ‘posizionamento competitivo’ di Lione; rendere più efficace e comprensibile l’azione pubblica; rispondere ai bisogni dei cittadini.

Quali sono oggi le competenze esclusive di Lyon Métropole? Ne faccio solo l’elenco. A quelle precedentemente in capo alla Communauté Urbaine (pianificazione territoriale, ambiente, politica abitativa, sviluppo sostenibile ed energia, trasporti e mobilità, sviluppo economico, relazioni internazionali, gestione dei rifiuti, gestione delle risorse idriche, strade, turismo e agricoltura), si aggiungono quelle precedentemente in capo al Département du Rhône (inserimento lavorativo, anziani, portatori di handicap, famiglia, istruzione superiore, infanzia, cultura, sport e turismo) e, infine, quelle previste dalla legge MAPAM (creazione e gestione dei servizi per la cultura - musei, teatri, biblioteche,…-, costruzione e gestione delle reti di climatizzazione e delle reti a banda larga ad alta velocità, prevenzione dalle inondazioni, prevenzione della delinquenza e accesso ai diritti, partecipazione alla governance delle stazioni ferroviarie, copilotaggio dei pôles de competitivité, gestione del parco alloggi, costruzione e gestione dei servizi per i veicoli elettrici, servizi antincendio, igiene e salute).

Voglio soffermarmi più in dettaglio sulle competenze di pianificazione territoriale e urbanistica, anche per evidenziarne la distanza siderale dai modesti obiettivi della legge Delrio e dalle iniziative sinora avviate nel contesto lombardo/milanese.

Oltre che del piano di area vasta (SCOT) già di sua competenza, il governo metropolitano diventa l’unico responsabile dei piani di destinazione d’uso dei suoli. Spetta infatti all’Agence d’Urbanisme de la Métropole la elaborazione del PLU (Plan Local d’Urbanisme) dell’intero territorio metropolitano - ovviamente in concertazione con i singoli Comuni-. Un PLU che oggi a Lione si sta trasformando (è in revisione) in PLU-H (Plan Local d’Urbanisme-Habitat), poiché anche tutta la politica abitativa è in capo al Grand Lyon e soggetta alla sua approvazione.

Nel PLU del Grand Lyon sono state introdotte delle modifiche sostanziali ad alcuni articoli delle norme tecniche di attuazione per consentire la messa in opera, sul territorio metropolitano, del dispositivo contenuto all’art.55 della legge urbanistica (SRU) del 2000 dedicato a ridurre l’emergenza e la segregazione abitativa dei soggetti più deboli[4]. In ogni progetto locale destinato nel piano a edilizia residenziale devono essere previsti i “secteurs de mixité sociale”; sono cioè prescritte quote non negoziabili di edilizia economico-popolare. In particolare, devono essere obbligatoriamente realizzate quote di alloggi in affitto articolate in PLAI (Prêt Locatif Aidé d’Intégration: riservato alle persone in situazione di grave precarietà), in PLUS (Prêt Locatif à Usage Social: l’HLM tradizionale) e in PLI (Prêt Locatif Intermédiaire): destinati a famiglie i cui redditi sono più elevati di quelli ordinari dell’HLM ma insufficienti per accedere al mercato privato. L’obiettivo per la metropoli è oggi di raggiungere una quota percentuale del 25% del patrimonio abitativo. E’ l’amministrazione metropolitana che definisce le modalità di intervento sia per gli aménageurs pubblici che per gli operatori privati. Ciò vale in particolare per i grandi progetti di rigenerazione urbana o di riuso di aree dismesse: ricorrendo a seconda dei casi al meccanismo delle ZAC (Zones d'Aménagement Concerté), alla formula del Projet Urbain Partenarial o al Permis d'Aménager attribuito al developer o di iniziativa pubblica.

Per contrastare la doppia velocità urbana, si utilizzano i Contrats urbains de cohésion sociale (CUCS) attraverso i quali i finanziamenti dello Stato vengono concentrati su 63 quartieri difficili appartenenti a 25 Comuni della Métropole. Si tratta di contratti che attivano misure per favorire l’accesso alla istruzione e all’impiego dei gruppi sociali emarginati, promuovere l’accesso ai diritti e alla socialità. I CUCS sono spesso di accompagnamento a progetti di rigenerazione fisica dei quartieri. La Métropole ha infatti un ambizioso programma di “renouvellement urbain” (ricostruzione della città su sé stessa): una prima tranche di finanziamenti su 12 siti ha investito 1,8 miliardi di euro per demolizione, ricostruzione, creazione di servizi e spazi pubblici.

Nei grandi progetti recenti di rigenerazione urbana si stanno realizzando densità molto elevate. Ma si tratta di mera densificazione o di intensificazione? La recente legge ALUR (n. 366 del 24 marzo 2014 “pour l'accès au logement et un urbanisme rénové”), oltre ad affrontare il problema del disagio abitativo e della crisi degli alloggi con l’intento di “favorire l’accesso di tutti a un alloggio accessibile” attraverso una serie di misure molto dettagliate sia cogenti che incentivanti, introduce anche norme per valorizzare la qualità urbana e degli spazi pubblici e, simmetricamente, per la tutela ambientale e il controllo di consumo di suolo agricolo, come esplicitamente statuito dalle Grenelle 2 sull’ambiente[5]. Infatti, contrasta la dispersione urbana attraverso nuovi strumenti di politica fondiaria affidati alle collettività locali, e con il progressivo trasferimento a tutte le associazioni intercomunali (non soltanto le Métropoles quindi) delle competenze, oggi comunali, in materia di elaborazione dei piani urbanistici d’uso dei suolo.

Inoltre, proprio per ottemperare agli imperativi della Grenelle 2, si è costituito volontariamente un innovativo coordinamento partenariale fra tre Agenzie di Pianificazione territorialmente contigue della Regione Rhône Alpes: l’Agence d’urbanisme de la région grenobloise, l’Agence d’urbanisme de la région stéphanoise e, naturalmente, l’Agence d’urbanisme de l’agglomération lyonnaise): “un partenariato su misura, di lungo periodo, dedicato alla coerenza e qualità dei progetti di territorio” che pone al centro la moderazione del consumo di suolo e il contrasto all’urbanizzazione a bassa densità.

Fra i grandi obiettivi strategici del governo metropolitano lionese primeggia dunque la lotta al consumo di suolo e la tutela perenne delle aree agricole e di pregio ambientale. E’ in questo quadro (metropolitano, non comunale) che vanno valutate le densità elevate che si registrano in alcuni nuovi grandi progetti di rigenerazione urbana realizzati o in corso di completamento (il più grande è Lyon Confluence); e anche alla luce di questi nuovi territori a geometria variabile costituiti da reti volontarie finalizzate a combattere lo sprawl insediativo.

Insomma, una mera comparazione con le densità di alcuni progetti milanesi (peraltro spesso orribili, come City Life), completamente affidati a logiche speculative e comunali, rischia a mio avviso di banalizzare il problema. Lyon Confluence può suscitare perplessità: ma soprattutto per alcuni aspetti relativi alla qualità della progettazione architettonica (che ha suscitato perplessità anche in molti “eddyburghiani”…). Ma il criterio della mera comparazione delle densità rischia di oscurare altri aspetti in cui le differenze con i progetti milanesi sono evidentissime: ad esempio per quanto riguarda il mix funzionale realizzato, la elevata offerta di HLM (il 25% della nuova offerta abitativa), la formidabile accessibilità pubblica, la dotazione di servizi di rilevanza locale e sopralocale e, soprattutto, il simmetrico arresto dell’espansione insediativa in aree di cintura metropolitana a elevato valore ambientale e agricolo[6].

Ulteriori elementi differenziano in maniera sostanziale il modello di governo metropolitano all’opera a Lione da quello che si prospetta per le nostre CM. Nel Grand Lyon la fiscalità urbanistica è di competenza metropolitana (dal 2012 si tratta, per le agglomerazioni francesi, di due tasse: “taxe locale d’aménagement” - 1/8 delle entrate ottenute viene riversato ai comuni- e “versement pour sous-densité”). È l’amministrazione metropolitana che definisce gli oneri urbanistici a partire dalle destinazioni d’uso del PLU di area vasta. E ancora, è il Grand Lyon che, su richiesta di molti Comuni (soprattutto i più piccoli), istruisce le procedure relative alle concessioni edilizie. Ad oggi, sono 22 i Comuni che si affidano all’amministrazione metropolitana: in particolare all’ADS (pôle Autorisation du Droit des Sols) che istruisce i dossier, dà supporto tecnico e operativo, suggerisce ai sindaci le decisioni da prendere, lasciando loro la decisione finale e la firma dell’autorizzazione. E questo aspetto non soltanto garantisce probabilmente scelte tecniche più efficaci, ma certamente anche una migliore coerenza con il progetto cha sostanzia il piano urbanistico generale di scala metropolitana.

Non è qui possibile entrare nel merito del sistema di perequazione territoriale introdotto per le associazioni intercomunali francesi all’inizio di questo secolo grazie a una legge votata nel 1999. Si può solo sottolineare che, anche se sono state modificate nel corso del tempo le fonti di prelievo a sostegno della perequazione intercomunale[7], essa continua a trasferire alle Métropoles e a tutte le associazioni volontarie intercomunali mediamente il 40% delle entrate fiscali locali. I comuni ricevono dallo stato una compensazione proporzionale alla rilevanza e numerosità delle competenze trasferite all’ente intercomunale. Si tratta di un modello di grande successo che più volte abbiamo richiamato come buona pratica e del quale non troviamo traccia nella nostra legislazione nazionale (né in molte leggi regionali…tantomeno in quelle della Regione Lombardia). Ma è proprio questo modello di solidarietà fiscale in ambito metropolitano che ha arginato le propensioni autonomistiche e individualistiche delle amministrazioni comunali; che ha consentito di porre un argine alla loro propensione a fare cassa attraverso la “zecca immobiliare” a scapito della tutela del territorio non urbanizzato.

Anche le politiche e gli strumenti messi in campo per la concertazione con gli attori e il coinvolgimento dei cittadini sono potenti ed istituzionalizzati. Li cito soltanto, senza entrare nel merito, poiché scopi e aggiornamento delle attività sono reperibili in internet: il Conseil de développement, la Commission consultative des services publics locaux, la Commission Intercommunale d'Accessibilité e la interessantissima Charte de la Participation Citoyenne già in vigore dal 2003 e approfondita nel 2011 per i Contrat Urbain de Cohésion Sociale relativi ai progetti di riqualificazione urbana.

Quest’anno, per effetto dei tagli alla spesa pubblica effettuati a livello nazionale, dopo un periodo di stabilità Grand Lyon sarà costretto (come già da alcuni anni sta avvenendo nelle altre grandi agglomerazioni urbane francesi) ad aumentare le tasse sulla casa: aumenteranno infatti sia la Taxe Foncière (la tassa che si applica sulla proprietà degli immobili) che la Taxe d’Habitation che è dovuta dal soggetto che abita l’immobile a qualunque titolo. Naturalmente qualsiasi riferimento all’ipotesi di abolizione di IMU e TASI caldeggiata da Matteo Renzi è puramente casuale…

E Milano?

Alla luce di quanto sommariamente evidenziato sull’attività riformatrice del governo francese in materia di legislazione urbanistica e di riforma amministrativa, che dire del modesto esercizio riformatore della legge Delrio e, in particolare, delle vicende esitanti della CM milanese e del disinteresse manifesto dell’amministrazione del capoluogo? Che certamente i nostri ‘policy maker’ nazionali e i nostri amministratori locali poco conoscono, e comunque assai poco si interessano, delle buone pratiche in ambito metropolitano all’opera nelle città europee. Non sono certamente consapevoli che le buone pratiche di concertazione intercomunale hanno funzionato in Francia come un formidabile acceleratore di innovazione economica, sociale e ambientale sia a livello centrale che locale[8].

Ma Milano e la Lombardia sono più che disattente.

Il 29 settembre 2015 è stata approvata dal Consiglio Regionale, con l’inaccettabile astensione del centro-sinistra e con il solo voto contrario dei 5Stelle, la legge 92 che definisce le competenze attribuite alla Città Metropolitana[9]. Si tratta di una legge pessima. E anche se le aspettative erano modeste viste le propensioni mercatistiche di un governo regionale in mano alla Lega e ai suoi sodali, decimati da quotidiane vicende di corruzione, una volta di più si è persa una occasione di pensare al futuro dell’area metropolitana ‘più metropolitana’ d’Italia. Altro che “locomotiva d’Europa”! Uno slogan ormai vecchio di 30 anni che continua ad essere rispolverato da chi amministra la regione e la città, e che dovrebbe essere sostituito da immagini ben più consapevoli e problematiche, poiché Milano e il suo territorio rischiano, come ho argomentato recentemente e in maniera approfondita, un vero e proprio ‘decadimento urbano [10].

Con la legge 92, la Regione accentra tutte le funzioni precedentemente esercitate dalla Provincia di Milano, soprattutto quelle che dovrebbero costituire ambiti fondamentali per la sostenibilità economica, ambientale e sociale del territorio metropolitano: l’agricoltura, la cultura, l’ambiente e l’energia[11]. Inoltre, la Regione si è attribuita un ruolo di controllo (in realtà una vera e propria invasione di campo, una interferenza inaccettabile che impedirà eventuali e auspicabili innovazioni che potrebbero scaturire ‘dal basso’ sul territorio metropolitano): mi riferisco alla decisione di istituire una Conferenza Permanente tra Regione e Città Metropolitana che potrebbe trasformarsi in un meccanismo di controllo occhiuto e probabilmente paralizzante da parte del governo regionale. E ancora: il PTM (il Piano Territoriale Metropolitano: in pratica, il vecchio Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale senza alcuna nuova competenza se non quella relativa al retorico, letterario ed effimero “piano strategico” della durata di 3 anni e aggiornabile ogni anno!) è subordinato al Piano Territoriale Regionale. Insomma, per avviare la Città Metropolitana milanese si rafforza un modello gerarchico e ‘a cannocchiale’ da decenni vituperato a parole dai tanti sostenitori della governance multilivello i quali, però, in occasione della discussione e approvazione di questa legge miserabile, sono stati silenti o distratti[12].

Né la giunta milanese, né il neonato governo metropolitano, né l’opposizione in Regione hanno espresso sostanziali rilievi critici. Men che meno la stampa: neanche quella locale, impegnata a sottolineare quotidianamente, e ossessivamente, i successi di EXPO2015 e del suo Commissario Straordinario Giuseppe Sala (un ulteriore viatico per la sua elezione a sindaco di Milano?).

Meglio continuare a nascondere il vuoto di idee e di lungimiranza della ‘sinistra’ con dichiarazioni trionfalistiche e autoreferenziali…basti dire che, recentemente, partecipando a Milano alla presentazione della Carta dei Valori in vista delle primarie milanesi del 7 febbraio 2016, in una Casa della Cultura completamente deserta se si eccettuano giornalisti e reti televisive, il sindaco Pisapia, evocando il trionfo di EXPO, ha collocato Milano addirittura ai vertici della gerarchia mondiale delle città (sic!).

Tanti auguri alla Città Metropolitana Milanese: ma, visti da Lione, i primi passi sono davvero scoraggianti.

[1] Ho evidenziato le principali criticità della legge Delrio alla scuola di eddyburg del 2013: Gibelli M. C. (2013), Intercomunalità in ambito metropolitano”, eddyburg.it, 13 novembre.
[2] Di grand Lyon fanno parte 59 comuni e 1.281.971 “grand Lyonnais”.
[3] Legge n. 29 del 16 gennaio 2015 “relative à la délimitation des régions, aux élections régionales et départementales et modifiant le calendrier électoral”: le Regioni a partire dal primo gennaio 2016 passeranno da 22 a 13.
[4] La legge urbanistica (Legge 2000-1208 del 13 dicembre “relative à la solidarité et au renouvellement urbains”) all’art. 55 recita: “Si obbligano i comuni di più di 3.500 abitanti (1.500 in Ile-de-France) che facciano parte di una agglomerazione di più di 50.000 abitanti comprendente un comune di più di 1.500 abitanti, a realizzare un numero di alloggi sociali in affitto superiore al 20% del totale del patrimonio abitativo comunale. I comuni dove la quota è inferiore al 20% vengono sottoposti a un prelievo sulle loro risorse fiscali. Questo prelievo è utilizzato per sostenere la costruzione di alloggi”.
[5] Legge n. 788 del 12 luglio 2010 “portant engagement national pour l'environnement “.
[6] Baioni M. (2015)“Lyon Confluence: un quartiere nato due volte”, in eddyburg.it, 28 settembre.

[7] La CET(Contribution Économique Territoriale) dal 2010 ha sostituito la TPU (Taxe Professionnelle Unique); è costituita da quote delle entrate fiscali locali derivanti dalle attività produttive, dalle abitazioni in proprietà e dalle tasse sulle proprietà fondiarie, sia edificate che non edificate.

[8] Si vedano le mie riflessioni a proposito della vicenda milanese pubblicate sul numero monografico di Meridiana dedicato alla Città Metropolitana: Gibelli M. C. (2014), “Milano città metropolitana fra deregolazione e nuova progettualità”, Meridiana, n. 80.

[9] Disposizioni per la valorizzazione del ruolo istituzionale della Città metropolitana di Milano e modifiche alla legge regionale 8 luglio 2015, n. 19 (Riforma del sistema delle autonomie della Regione e disposizioni per il riconoscimento della specificità dei Territori montani in attuazione della legge 7 aprile 2014, n. 56 'Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di comuni'

[10] Gibelli M. C. (2015), “Urban crisis or urban decay? Italian cities facing the effects of a long wave towards privatization of urban policies and planning”, in Eckardt F., Sanchez J. V. (a cura di), City of crisis. The multiple contestation of Southern European Cities, Blelefeld, transcript Verlag.

[11] Proprio mentre all’EXPO2015 si continuano ad agitare questi temi come cruciali per il futuro delle grandi città e del pianeta.

[12]Altrove le cose, viste le premesse legislative della Delrio, non vanno molto meglio, ma quanto meno nella legislazione dell’Emilia Romagna e della Toscana è prevista la ‘possibilità’ di realizzare il piano strutturale metropolitano.

Per i molti cittadini che avevano votato Pisapia, attendendosi anche una svolta radicale rispetto al modello neoliberista e mercatistico...>>>


Per i molti cittadini che avevano votato Pisapia, attendendosi anche una svolta radicale rispetto al modello neoliberista e mercatistico dell’urbanistica milanese inventato da Maurizio Lupi quando era assessore allo Sviluppo del Territorio, quelli del suo governo sono stati anni deludenti. Il capitale di speranza e di fiducia costruito attraverso una campagna elettorale lungimirante e partecipata è stato in parte sperperato, se non dal Sindaco dalla sua Giunta. Certamente delusione c’è stata per quanto riguarda le promesse riformatrici non mantenute in materia di pianificazione e di messa sotto controllo della rendita immobiliare/finanziaria.

La prima disillusione è arrivata con la mancata discontinuità con il Piano urbanistico approvato dall’amministrazione di Letizia Moratti. Si è preferito approvare e adottare in tutta fretta un Piano di Governo del Territorio, e soprattutto un Piano delle Regole, del tutto simile a quello firmato Moratti/Masseroli, preferendo un processo decisionale per molti aspetti opaco e non partecipato, e una sostanziale conferma dello status quo nelle scelte di fondo. Ma anche la capacità di regia e negoziazione nelle decisioni in merito ai contenuti funzionali dei ‘grandi progetti urbani’ è stata debole: la finanza immobiliare ha continuato a dettar legge.

La seconda delusione l’ha suscitata la sostanziale inerzia, l’adattività del governo milanese rispetto alla sedicente macchina da guerra predisposta in ambito regionale per la realizzazione dell’effimera EXPO 2015. Totalmente abbandonato nella mani del governo lombardo e dei suoi affaristi, il progetto ha, come ben noto, dato luogo all’ennesimo intreccio di interessi illeciti e di atti corruttivi arginati soltanto dall’intervento della magistratura. E questi eventi hanno sicuramente gettato un’ombra, sia pure di riflesso, anche sull’immagine di Milano e del governo municipale.

E ancora, deludente e inspiegabile è stato il protratto silenzio dell’amministrazione milanese nella fase di dibattito relativa alla istituzione della Città Metropolitana: debole l’ascolto e l’interazione con i comuni della cintura; poche le idee su come rafforzare lo Statuto Metropolitano all’interno di una legge (la Delrio) banale e senza coraggio; e, soprattutto, nessuna iniziativa volta a sollecitare e scuotere il governo regionale da una apatia e un interesse manifestamente antimetropolitano.

Altra promessa mancata, su un tema specifico ma non meno rilevante: la realizzazione della Grande Moschea, ai primi posti nel programma elettorale del Sindaco in quanto doveroso esercizio di repubblicana non discriminazione religiosa in una città sempre più multietnica. La decisione, dilazionata fuori tempo massimo politicamente accettabile, è oggi ulteriormente indebolita e procrastinata da una legge lombarda che irride alla Costituzione.

A completare questo bilancio pieno di ombre (oltre che di alcune luci, ad esempio in materia di contenimento del traffico e di politiche sociali) è arrivato, proprio nella fase di avvio del nuovo ente di governo metropolitano, quando occorrerà grande capacità di visione strategica oltre che lungimirante innovazione amministrativa, il gran rifiuto a ricandidarsi.

Pisapia rinuncia di fatto alla opportunità di promuovere, finalmente, strategie e politiche più determinate e coerenti con il suo programma elettorale quando, con un secondo mandato che avrebbe consentito maggiori spazi di autonomia e di iniziativa, sarebbe stato più agevole farlo. Un secondo mandato che, con tutta probabilità, i cittadini gli avrebbero confermato, soprattutto per la fiducia nella persona più che nei risultati ottenuti fin qui.

I cittadini di Milano e della sua area metropolitana possono da oggi attendersi un anno di navigazione a vista con un Sindaco che si è auto-delegittimato e indebolito, mentre si addensano sulla metropoli i rischi di un flop di EXPO, malgrado i “camouflages” dell’ultima ora.

Ma anche se andasse tutto liscio, rimane la totale incertezza sul dopo EXPO. Le esperienze internazionali relative ai cosiddetti ‘grandi eventi’ ci insegnano che le (poche) storie di successo sono state quelle in cui era ben chiaro sin dall’inizio il progetto relativo al ‘che fare’ a festa terminata; in cui le aree sono state acquisite al pubblico pagandone un giusto prezzo (a valore agricolo, se tale era la loro destinazione precedente). Alcuni di noi avevano segnalato, ancor prima che la candidatura di Milano vincesse su quella di Smirne, che questi erano i problemi e le sfide cruciali. Le cose sono andate in altra direzione e a tutt’oggi rimane aleatorio il contenuto funzionale del progetto per il riuso del sito dell’evento: perché le aree di Cabassi e Fondazione Fiera sono state strapagate da Arexpo, grazie alla edificabilità comunque concessa a favore della proprietà dalla allora sindaca Moratti e perché i costi sono enormemente lievitati. In questa situazione di incertezza, nella quale gli enti pubblici vogliono a tutti i costi rientrare dallo scriteriato investimento e il rischio è l’ennesima cementificazione senza qualità (peraltro in una situazione di stallo del mercato edilizio), la voce di Pisapia avrebbe forse finalmente potuto esprimersi con maggiore coerenza e forza.

Chi sarà il nuovo Sindaco?

Forse (ma il ‘forse’ nel nostro paese è sempre una cautela realistica), una candidatura temibile del centrodestra - quella di Maurizio Lupi, del quale abbiamo sempre criticato l’ascesa sin dalla sua iniziale esperienza milanese - non sarà più sostenibile, dopo la gestione disinvolta del Ministero delle Infrastrutture. Ma, purtroppo, all’orizzonte si profilano molti lupacchiotti pronti a conquistare Milano e a distruggere ciò che di buono è stato realizzato dalla giunta arancione. C’è solo da sperare che la risposta della sinistra sia all’altezza.

Bye bye Pisapia, con grande disillusione e probabile futuro rimpianto da parte dei cittadini onesti.

Siamo nel 2015, dichiarato dall’ONU “Anno internazionale del suolo”. Cosa sta per propinarci la fertile e instancabile attività di innovazione legislativa dell’attuale maggioranza?...>>>

Siamo nel 2015, dichiarato dall’ONU “Anno internazionale del suolo”. Ma cosa sta per propinarci la fertile e instancabile attività di innovazione legislativa dell’attuale maggioranza? Un disegno di legge su “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato”( C. 2039 Governo) il cui testo base più recente, adottato il 20 gennaio scorso dalle Commissioni riunite VIII (Ambiente, territorio e lavori pubblici) e XIII (Agricoltura), contiene una temibile ulteriore occasione per l’aggressione delle campagne e degli spazi aperti: i “compendi neorurali periurbani”.

Il disegno di legge riparte nel suo impianto generale da due DDL formulati da precedenti governi, peraltro non approvati: la “legge Catania” e il successivo DDL del governo Letta. Dei due disegni di legge eddyburg ha già a suo tempo sottolineato alcune fragilità, riconoscendo comunque al ministro dell’Agricoltura del governo Monti il merito di avere per la prima volta affrontato una questione cruciale lungamente disattesa dalla politica e dalla cultura urbanistica mainstream; e al governo Letta l’altrettanto importante merito di avere bloccato altre ben più criticabili proposte legislative presentate in Parlamento e di aver proposto una norma transitoria coraggiosa di efficacia immediata: il blocco triennale del consumo di suolo.

L’attuale governo disponeva insomma di una buona piattaforma da cui ripartire, per affrontare finalmente - anche se con un ritardo assolutamente censurabile rispetto ad altri paesi europei - e con strumenti normativi adeguati l’inarrestabile consumo di suolo che affligge il nostro territorio.

Cosa intende invece proporre, nell’anno della difesa del Suolo, il ddl in questione? Non solo non fa propria la norma transitoria proposta a suo tempo dal governo Letta, che sarebbe stata davvero opportuna a fronte dei dati più che allarmanti sui ritmi di consumo di suolo e sulle continue calamità ‘naturali’ che colpiscono il paese grazie al dissesto idrogeologico determinato dalla incessante impermeabilizzazione dei suoli; ma propone una pericolosa novità che può delegittimarne l’intera struttura.

Nella testo base, all’articolo 5, introduce infatti, sposando un lessico - che appartiene a tutt’altro filone di pensiero, di iniziative legislative e di politiche urbanistiche locali oggi assai diffuse in ambito internazionale - i sedicenti “compendi neorurali periurbani”: una locuzione accattivante cui fa seguito un contenuto temibile e controintuitivo. Leggendo il titolo dell’articolo 5, il pensiero infatti corre subito ai territori di frangia urbana/metropolitana in cui il ‘neoruralismo’ si traduce, o potrebbe tradursi, in piani e progetti di suolo coerenti con un principio di tutela degli spazi aperti: uno scambio virtuoso fra città e campagna che garantisce l’accesso a prodotti di qualità da parte dei consumatori urbani, e valorizza le filiere corte con prospettive positive per il reddito agricolo e l’economia.

Ma non è così, perché di tutt’altre funzioni sono ricettacolo i “compendi neorurali” del disegno di legge.

Al comma 1 si scrive che «Al fine di favorire lo sviluppo economico sostenibile del territorio, anche attraverso la riqualificazione degli insediamenti rurali locali, le regioni e i comuni, nell’ambito degli strumenti urbanistici di propria competenza, possono prevedere la possibilità di qualificare i predetti insediamenti rurali come compendi agricoli neorurali periurbani. Presupposto dell’attribuzione di tale destinazione urbanistica è il recupero edilizio, inclusa la ricostruzione, unitamente al recupero del patrimonio agricolo e ambientale».

Già il termine “compendio” impensierisce, poiché evoca una sommatoria, una sinossi e non un criterio di unitarietà degli interventi rispetto a uno scopo ambizioso ben identificato. Il termine è infatti già oggi utilizzato per alcuni progetti di recupero di edifici e spazi abbandonati dalla produzione agricola nella campagne lombarde, per lo più riutilizzati per la realizzazione di uffici che svolgono attività in settori che nulla hanno a che vedere con il contesto rurale.

In secondo luogo, in assenza di una definizione statistica nazionale (quale è ad esempio quella adottata dall’INSEE in Francia), manca totalmente nella legge una precisa identificazione del territorio ‘periurbano’. Se, come si evince dal comma 1, sono da ritenersi come tali tutti i territori extraurbani di tutti i comuni, l’uso del termine appare del tutto inappropriato e generico; anzi inaccettabile. Se invece, a titolo di esempio, periurbane fossero da considerarsi soltanto le prime corone di città di notevole dimensione (ad esempio, le nostre Città Metropolitane), che sono peraltro quelle più aggredite dallo sprawl che letteralmente sta divorando gli ultimi e residuali territori agricoli, sarebbe opportuno stabilire che siano i governi metropolitani ad esprimere un parere di compatibilità sulle destinazioni d’uso nei “compendi”; nei contesti urbani policentrici, potrebbero essere le Unioni di Comuni.

Ma, soprattutto, è il termine “neorurale” che viene completamente travisato e interpretato in maniera davvero fluida, per non dire ipocrita. Tralasciando la letteratura sociologica, il termine neorurale viene oggi utilizzato, in ambito di politiche agricole innovative (ma anche di politiche urbanistiche e di tutela ambientale), per identificare le nuove forme di produzione agricola di alta qualità strettamente integrate al mercato urbano che possono costituire un formidabile presidio contro la urbanizzazione estensiva e contro il modello liberistico che autorizza e perpetua lo sprawl insediativo. È questa l’esperienza di molti paesi europei, ma anche di alcune aree metropolitane nordamericane.

E’ di queste forme di produzione e riproduzione del territorio agricolo che si occupa l’Articolo 5? Niente affatto, perché al di là dei creativi neologismi in libertà, basta scorrere il testo dell’articolato per indignarsi. Dall’elenco delle destinazioni d’uso ammesse nei compendi neorurali si apprende che nel territorio periurbano sarebbero ammesse prioritariamente e indiscriminatamente destinazioni d’uso tipicamente urbane, di fatto consentendo l’ulteriore espulsione di attività deboli (in primis ovviamente le produzioni agricole) e mettendo ulteriormente a rischio la naturalità residua.

Si legge infatti al Comma 5: “ I compendi agricoli neorurali periurbani, in conformità alle disposizioni degli strumenti urbanistici, possono avere le seguenti destinazioni d’uso (NB: si noti anche l’ordine prescelto nell’elencazione):

a) attività amministrative e direzionali;
b) servizi ludico-ricreativi;
c) servizi turistico-ricettivi;
d) servizi dedicati all’istruzione;
e) servizi medici e di cura;
f) servizi sociali;
g) attività di vendita diretta dei prodotti agricoli od ambientali locali
h) altre attività non comprese nell’elenco ma considerate rilevanti per lo sviluppo economico sostenibile del territorio.

Al Comma 6 si escludono invece le seguenti destinazioni d’uso:

a) residenziale, ad esclusione delle necessità abitative connesse alle attività lavorative svolte nel compendio agricolo;
b) produttiva di tipo industriale o artigianale.

Per tutte le attività ammesse sarebbe dunque possibile, se la legge venisse approvata in questa stesura, ottenere titoli edilizi abilitativi attraverso rigenerazione o demolizione e ricostruzione di fabbricati agricoli esistenti; e, di fatto, realizzare anche quote di residenziale per le funzioni previste nell’elenco. Da notare inoltre che, rispetto alla versione immediatamente precedente del testo, che era del 22 dicembre 2014, sono state eliminate “le attività che completano la filiera della produzione e distribuzione agricola” che avrebbe invece avuto senso mantenere in una prospettiva di rilancio qualificato dell’agricoltura.

Tralasciamo ogni commento al comma 4, dove si invita a ricostruire sui fabbricati agricoli dismessi e demoliti realizzando “tipologie, morfologie e scelte materiche ed estetiche tali da consentire un inserimento paesaggistico adeguato e migliorativo rispetto al contesto dell’intervento”. Si vuole suggerire di piazzare vecchi carretti e aratri davanti a stalle e fienili trasformati in “rural offices”? Gli esempi già non mancano nella campagna lombarda.

Insomma: all’insegna del contenimento del consumo di suolo e della rigenerazione, si offriranno nuove opportunità all’insediamento di funzioni tipicamente urbane nei territori agricoli di frangia già pesantemente aggrediti e sfigurati da un’urbanizzazione estensiva che ne ha drammaticamente compromesso funzione produttiva e naturalità?

È così che il governo Renzi si prepara a festeggiare l’anno del suolo…en attendant la ‘legge Lupi’ per celebrarlo ancora meglio?

A proposito del commento entusiastico sulla Legge Lupi del neo direttore di Urbanistica, Federico Oliva, vorrei a mia volta osservare…>>>

A proposito del commento entusiastico sulla Legge Lupi del neo direttore di Urbanistica, Federico Oliva (vedi il testo in allegato), vorrei a mia volta osservare che a parere non solo mio, ma dei 400 firmatari dell’appello di eddyburg, e di numerosissimi altri firmatari di analoghi documenti, il nuovo DDL è più pericoloso del precedente disegno di legge «Principi in materia di governo del territorio» che lo stesso Lupi, allora parlamentare di Forza Italia, aveva proposto nel 2005.

Nel testo del 2005 si affermava infatti, all’art. 5, comma 4, che «Le funzioni amministrative sono esercitate in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti negoziali in luogo di atti autoritativi». Eliminato l’avverbio e abbandonata ogni cautela, l’unico e assertivo principio esplicitamente e ripetutamente richiamato nella nuova Legge Lupi consiste nel cancellare la titolarità pubblica della pianificazione. Infatti, si garantisce all’Art.1 che “ai proprietari degli immobili è riconosciuto, nei procedimenti di pianificazione, il diritto di iniziativa e di partecipazione, anche al fine di garantire il valore della proprietà”. Un principio di dubbia costituzionalità e di traballante giustificazione scientifica, economica e territoriale, ulteriormente ribadito all’Art.8.

Anche il titolo della legge, che recita «Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana», appare manifestamente e scandalosamente fuorviante, poiché di fatto il privato, se la legge venisse approvata, diventerebbe attore e co-protagonista nei processi decisionali in materia di pianificazione urbanistica e territoriale. Ma è tutto l’articolato che smentisce il titolo e conferma le preoccupanti, anzi inaccettabili, caratteristiche del disegno di legge: una legge a sostegno della rendita e della proprietà immobiliare che sembra scritta dall’ufficio studi dell’associazione dei costruttori.

Il nuovo e influente direttore della rivista Urbanistica, già Presidente dell’INU dal 2005 al 2013, non la pensa così. Anzi, proprio aggrappandosi allo scoglio salvifico rappresentato dal titolo menzognero della legge, scrive su Urbanistica Informazioni n. 253-254 un breve commento entusiastico, e davvero fuorviante.

Federico Oliva capovolge infatti la realtà e, dimenticandosi che il DDL del 2005 aveva ottenuto un voto favorevole, purtroppo ampiamente bipartisan, alla Camera e che non era passato al Senato per il rotto della cuffia - grazie anche a una tempestiva azione di sensibilizzazione di eddyburg -, prende le distanze dalla prima legge Lupi al solo scopo di legittimare l’ennesimo tentativo, dell’allora parlamentare di Forza Italia e oggi Ministro del governo Renzi, di scardinare il governo pubblico del territorio concedendo ampia discrezionalità al privato. La nuova legge, secondo il neodirettore di Urbanistica, farebbe piazza pulita dei «passaggi più inaccettabili del testo del 2005, come quelli che attribuivano anche ai privati la responsabilità della pianificazione negandone la fondamentale competenza pubblica». Ma, invece, è proprio ciò che la nuova legge ‘di principi’ autorizza: anzi, con maggiore determinazione.

Oliva si domanda in conclusione, con discutibile sense of humor, se Lupi è migliorato o è lui che è peggiorato. E conclude che a Lupi ha fatto bene la vicinanza al «nostro attivissimo Presidente del Consiglio» al quale aveva già tributato all’inizio del breve articolo un elogio sperticato, evocando il «brillante scenario riformista aperto dall’attuale Governo».

Che dire? Che Lupi certamente non è cambiato, e che Oliva forse è un po’ confuso.

Riferimenti
Qui di seguito l'articolo di Federico Oliva

Urbanistica informazioni, 253-254 Gennaio-Febbraio, Marzo-Aprile
Lupus in fabula

di Federico Oliva

Nel brillante scenario riformista aperto dall’attuale Governo sembra esserci anche un piccolo spazio per la riforma urbanistica, tema negletto e marginale ma che agli urbanisti e all’Inu, tutto sommato, interessa ancora. Improvvisamente, mentre un valoroso deputato del centro sinistra si adopera faticosamente e in perfetta solitudine a mettere insieme un testo unificato delle varie proposte giacenti da anni in Commissione, senza sapere però se il suo encomiabile lavoro avrà o meno uno sbocco, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti esce un testo titolato “Principi in materia di politiche pubbliche territoriali e trasformazione urbana”, un testo curato dalla Segreteria Tecnica del Ministro che presenta due notizie positive e rilevanti.

La prima notizia riguarda i contenuti della proposta, una vera e propria legge sui principi generali del Governo del Territorio, per tanti anni invocata dall’Inu e la cui assenza ha pesantemente condizionato la qualità delle diverse leggi regionali e ha impedito il completamento della riforma. Ebbene, nonostante alcuni limiti, anche rilevanti ma facilmente rimediabili, come la scarsa correlazione con la “legge Delrio” o l’imperfetta definizione dei diritti edificatori non differenziati dalle semplici previsioni, si tratta di un buon testo, equilibrato e scritto in manie-ra comprensibile, che riprende tutti i temi per i quali l’Inu si è speso con poco successo negli ultimi vent’anni, se si eccettuano alcune leggi regionali.

La seconda notizia è che il Ministro responsabile è l’on. Lupi, nel passato spesso associato alle peggiori pratiche urbanistiche, sia quando da Assessore al Comune di Milano promuoveva la “deregulation per progetti” contro il piano, sia quando da deputato del centro destra firmava nel 2005 il testo di “legge di principi” che più si è avvicinato all’approvazione finale con la prima lettura da parte della Camera; un testo considerato da molti urbanisti (e anche dall’Inu, seppure con qualche distinguo), come molto vicino al male assoluto.

Oggi, rileggendo i passaggi più inaccettabili del testo del 2005, come quelli che attribuiano anche ai privati la responsabilità della pianificazione negandone la fondamentale competenza pubblica, un passaggio palesemente contraddetto dallo stesso Titolo della nuova proposta, mi sono posto una semplice domanda: ma è Lupi che è migliorato o sono io peggiorato? Poiché un rapido esame di coscienza mi ha rassicurato sulle mie posizioni, ne ho dedotto che la sola vicinanza al nostro attivissimo Presidente del Consiglio gli ha fatto bene.

Serviranno i drammatici eventi degli ultimi giorni non solo a riavviare il progetto Expo ... >>>

Serviranno i drammatici eventi degli ultimi giorni non solo a riavviare il progetto Expo su binari di recuperata legalità, ma anche a far cambiare rotta sui progetti per il dopo EXPO? Gli eventi di questi ultimi giorni relativi all’EXPO testimoniano di una sorta di drammatico, e a quanto pare ineluttabile, déjà vu e, una volta di più, dell’inarrestabile decadenza della ‘capitale morale’ d’Italia. Ma questa è solo una parte del problema, di per sé già gravissimo.

In attesa di vedere come si uscirà (se ci si riuscirà) dall’intreccio di interessi opachi fra costruttori, amministratori, tecnici e politici che la magistratura sta portando alla luce, per completare il quadro preoccupante che si prospetta, vale la pena di soffermarsi anche su alcune proposte recenti avanzate in ambito politico e tecnico in merito al riutilizzo delle aree dedicate al ‘grande evento’. Perché anche queste sono preoccupanti.

Nel novembre 2013, in un incontro a Palazzo Reale, presenti Maroni, Pisapia e l’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, è stato presentato dalla società Arexpo SpA (che ha come azionisti di maggioranza Regione Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Fiera, Comune di Rho e Provincia di Milano) il ‘master plan’ per la gestione del dopo EXPO che dovrebbe individuare linee guida e indirizzi urbanistici che saranno attuati concretamente attraverso un Programma Integrato di Intervento (PII): uno strumento tutto negoziale e flessibile. Si tratta di un master plan “molto essenziale”, come l’ha definito il coordinatore Paolo Galuzzi; in realtà molto aperto a qualsivoglia futura trasformazione. Qualche cifra (probabilmente provvisoria): 44 dei 110 ettari dell’area EXPO saranno dedicati alla realizzazione di un “parco multitematico”; si prevedono inoltre nuove edificazioni per 489.000 mq. + 30.000 mq. dedicati all’housing sociale.

Fra le proposte progettuali presentate ad Arexpo di recente, alcune dedicate alla “città della moda e del lusso” e alla ristorazione, e provenienti soprattutto dal real estate, spicca quello della “Cittadella dello Sport” che, grazie alla "Legge sugli stadi” (due commi nascosti nelle pieghe di un emendamento alla Legge di Stabilità – n.147/2013 -), potrebbe essere approvato a tappe forzate e con il corredo di bar, ristoranti, musei dello sport, alberghi, centri commerciali, multisale e quant’altro[1]. Con il Milan come sempre più probabile protagonista dell’operazione.

Risultano evidenti, al di là delle solite retoriche e degli improbabili auspici, i limiti generali dell’intero programma di riuso dell’area EXPO: limiti che vengono da lontano.

L’iniziale volontà della precedente giunta comunale milanese di centro-destra di rendere urbanizzabili le aree agricole destinate all’EXPO, anche nel caso che l’esposizione non fosse assegnata a Milano; la sciagurata conseguenza di incremento di valore delle aree stesse pagate dalla Regione a caro prezzo (mentre in genere le amministrazioni avvedute prima acquistano e poi cambiano la destinazione d’uso); la attuale necessità di rientrare dall’investimento effettuato, inevitabilmente consentendo sviluppi immobiliari; la rilevantissima dimensione di questi ultimi, data la tradizionale bassa tassazione locale delle trasformazioni immobiliari, nonché grazie alle leggi e ai regolamenti lombardi che non computano come superficie edificata gli immobili destinati a servizi pubblici o a servizi privati in convenzione[2].

Ma c’è di più.

La proposta più preoccupante sul che fare dell’area EXPO è successiva alla presentazione del master plan. In un incontro, questa volta promosso dal PD, svoltosi il 31 marzo presso il Comune di Milano[3] all’insegna dello slogan “via le briglie a Milano”, davvero infelice alla luce delle indagini in corso da parte della Magistratura, si è lanciato il “City Act Milano 2020” che suggerisce di trasformare l’area dell’EXPO in una sorta di enterprise zone del secondo millennio.

Nel resoconto dell’incontro a cura del segretario metropolitano del PD[4] si annuncia una vera e propria svolta strategica nel governo della regione urbana milanese a partire da una visione di lungo termine capace di valorizzare innovazione, competenze avanzate, ambiente e via di seguito con tutte le retoriche ormai usurate sulle magnifiche sorti e progressive del capoluogo lombardo e del suo hinterland (“anticipare i cambiamenti”, “discutere di visione”,...).

Si inizia con la domanda “E se i sindaci governassero il mondo?” citando Benjamin Barber, uno scienziato della politica americano esperto di diritti civili, di partecipazione civica e di studi di genere[5], il cui lavoro (o meglio, il titolo del suo ultimo libro) riscuote evidentemente molto successo in un paese come il nostro dove è sempre più esteso il potere dei sindaci (dai municipi alle città metropolitane al probabile controllo del Senato).

Si prosegue nel solco trionfalistico già tracciato mille volte: richiami alla formidabile eccellenza dell’area metropolitana milanese, alla necessità di potenziarne il ruolo di locomotiva economica del paese etc., etc….e nessuna proposta innovativa in materia di governance metropolitana.

Finalmente, una proposta operativa la troviamo nelle ultime righe, dove viene evocata la grande occasione del dopo EXPO che secondo il PD dovrebbe essere colta facendone una sorta di zona franca che “mantenendo legami economici con i Paesi in via di sviluppo, consenta di istituire aree a burocrazia e tassazione zero al fine di attrarre attività d’impresa innovative, in grado di rilanciare Milano come hub internazionale del mercato italiano”.

Insomma, anche la sinistra propone un mercato deregolato, quello sì davvero ‘a briglie sciolte’, come unico, salvifico strumento di modernizzazione urbana.

Voglio porre al proposito alcune domande, non provocatorie ma di buon senso.

Perché mai si dovrebbero istituire aree a burocrazia e tassazione zero a Milano che è la prima città in Italia per reddito pro capite?

Perché si dovrebbe pensare all’area EXPO come a una zona franca, se si tratta di un’area che (in teoria) costituirà un’eccellenza nell’hinterland metropolitano, immediatamente attigua al polo fieristico, accessibile (forse) dal mondo? Un’area per la quale occorrerebbe (in realtà occorreva fin da subito e contestualmente alla elaborazione del progetto EXPO) prevedere un riuso qualificato e una diversificazione funzionale molto ricca: anche a titolo di compensazione alla collettività per la sottrazione di un’area agricola di frangia urbana?

Ma, ancor prima, di cosa si sta parlando?

Le zone franche sono in genere aree portuali o territori frontalieri dove si godono alcuni benefici quali il non pagare i dazi di importazione.

Le ‘zone franche urbane’ sono state realizzate in quartieri poveri, con problematiche economiche, sociali e ambientali gravissime (infatti, ovunque in Europa e in Italia sono state proposte per aree di evidente urban deprivation): di queste caratteristiche nulla è ravvisabile nell’area milanese.

Forse ai dirigenti del PD è capitato di leggere un interessante, ma molto controverso, intervento del 1977 di sir Peter Hall - grande intellettuale e docente di pianificazione a Londra – alla Fabian Society. Hall proponeva in quell’occasione una sostanziale ritirata dello stato da alcune aree di declino assoluto nelle periferie delle città inglesi di antica industrializzazione. Proponeva un esperimento di deregolazione radicale su alcuni (pochi) quartieri derelitti per attirare attività innovative e nuova imprenditorialità, anche internazionale: avendo davanti agli occhi (all’epoca insegnava a Berkeley/CA) il successo della Silicon Valley, supportato anche da un mercato del lavoro di immigrazione, flessibile e a basso costo. Nacque da qui l’idea delle enterprise zones: zone del tessuto periferico degradato in cui norme e regolamenti (urbanistici, edilizi, relativi al costo del lavoro e alle tutele sindacali) avrebbero potuto essere provvisoriamente sospesi e cospicui incentivi fiscali avrebbero potuto essere concessi a nuove imprese, per rivitalizzare un tessuto economico distrutto e per rimediare alla povertà e alla emarginazione sociale dilagante.

Quella proposta fu molto criticata dal Partito Laburista di cui Peter Hall era membro insigne; mentre se ne appropriò immediatamente Margaret Thatcher quando, vinte le elezioni nel 1979, la utilizzò per legittimare il più esteso programma di privatizzazione delle politiche urbane mai sperimentato dal secondo dopoguerra; e, successivamente, la imitò Ronald Reagan, smantellando il programma di politiche sociali urbane previsto da Carter per le città in grave declino industriale.

Ma il contesto storico in cui Peter Hall aveva formulato la sua ipotesi di zone franche urbane era completamente diverso da quello attuale; così come lo erano i luoghi in cui la Lady di ferro portò a compimento la sua Inner City Policy. E si deve dire anche che le enterprise zones portarono sì nuove attività nei quartieri della disperazione, ma si trattò prevalentemente di attività banali e di routine spesso rilocalizzatesi all’interno della stessa regione urbana per i vantaggi fiscali offerti nei quartieri rigenerati.

Comunque, le zone franche urbane di 30 anni fa nulla hanno a che vedere con il problema del che fare dell’area dell’EXPO; perché oggi le prospettive di sviluppo delle regioni urbane avanzate sono strettamente legate a strategie e progetti che abbiano come obiettivi la tutela dei beni comuni, l’aumento del capitale fisso sociale, la realizzazione di un ambiente che possa essere sì attrattivo, ma per attività di rango metropolitano e non per speculazioni edilizie banali, sostenute da interessi opachi (quando non illegali).

Diversamente sembrano pensarla i gruppi di interesse milanesi, e in particolare la Confcommercio che, già nel gennaio 2014, ha chiesto che, a partire dal novembre 2014 fino al novembre 2015, sia “istituita una zona franca a ‘semplificazione totale’ dell’Area Metropolitana di Milano: con un fortissimo snellimento burocratico delle pratiche legate all’attività imprenditoriale (rifiuti, occupazione di suolo pubblico, fiscalità locale ecc.) e una tassazione agevolata sperimentale”.[6] Diversamente sembra pensarla anche il PD milanese e metropolitano.

I nuovi, gravissimi episodi su cui sta indagando la magistratura suggeriscono di cestinare al più presto l’idea di una ex EXPO zona franca, perché il mercato a briglia sciolta può produrre solo attività di basso livello, attentati ai beni comuni, perdita di vivibilità e competitività e, soprattutto, ulteriore corruzione.

Note

[1] Si veda: Baldeschi P. (2014), “La legge sugli stadi in un paese normale”, in eddyburg.it, 8 maggio.

[2] Per agevolare le manifestazioni di interesse, AREXPO ha predisposto un elenco di risposte a una serie di quesiti che potrebbero essere formulati da parte degli operatori privati. Le risposte sono tutte molto rassicuranti per gli immobiliaristi: ulteriori opportunità edificatorie sia nell’area che in territori contermini; libertà per quanto attiene alle nuove funzioni insediabili; possibilità di tracciare ulteriori attraversamenti carrabili del canale previsto dal contestatissimo progetto delle Vie d’Acqua, etc. etc. Si veda il documento qui allegato: AREXPO Risposte ai quesiti (di cui si sconsiglia la lettura della versione in inglese, tradotta evidentemente in automatico e piena di refusi… tanto per valorizzare una volta di più l’immagine internazionale di EXPO).

[3] Gruppo Consiliare PD (2013), “City Act, verso la Milano 2020", Milano, Sala Alessi a Palazzo Marino, 31 marzo.

[4] Bussolati P. (2014), “City Act, via le briglie a Milano” in Europa, 1 aprile.

[5] Barber ha pubblicato nel 2013 un libro dal titolo If Mayors Ruled the World: Dysfunctional Nations, Rising Cities.

[6] Confcommercio milanese al Tavolo dello Sviluppo (Comune): attrattività prioritaria. Milano? Pensiamo in Grande. Le imprese lo fanno già. Expo 2015: da novembre proposta di zona franca di “semplificazione totale” per l’Area Metropolitana, 31 gennaio 2014.

Il DDL Delrio è legge dello Stato: una legge improvvisata, inadeguata,...>>>

Il DDL Delrio è legge dello Stato (Legge 7 aprile 2014, n. 56): una legge improvvisata, inadeguata, scaturita da obiettivi incongrui, potenzialmente dannosa che potrebbe comunque essere reinterpretata a livello locale in una dimensione di vera coesione territoriale. Come si sta attrezzando la istituendo Città Metropolitana milanese? Si sta lavorando a uno Statuto metropolitano ambizioso che, come obiettivo strategico di fondo, dovrebbe aspirare a correggere il pernicioso modello di deregolazione che ha prodotto sul territorio milanese frutti così avvelenati? Non sembra proprio.

Il DDL n. 1542 “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni” è stato definitivamente approvato ed è oggi legge dello Stato (Legge 7 aprile 2014, n. 56) . Come numerose riflessioni critiche pubblicate su eddyburg hanno già evidenziato, si tratta di una legge inadeguata, scaturita da obiettivi incongrui, potenzialmente dannosa.

Una delle sue principali debolezze risiede nelle modeste competenze trasferite dai comuni alle CM. Nella pianificazione territoriale non si innova rispetto alla pianificazione di coordinamento territoriale provinciale, già debole quando si trattava di enti elettivi e che risulterà ulteriormente indebolita dal passaggio a ente di secondo grado. Le altre nuove competenze previste nel disegno di legge sono asfittiche. Ad esempio, i compiti di promozione dello sviluppo economico con risorse nulle appaiono una mera retorica; sulla pianificazione strategica, uno strumento assai vago per di più se di durata triennale e aggiornabile annualmente, non pare necessario legiferare: si tratta infatti di un processo che, per essere realizzato al meglio e, di nuovo, non in una dimensione meramente retorica e di pura produzione di immagini di mercato, non può che svilupparsi per iniziativa dal basso e su una dimensione temporale che abbracci il medio-lungo periodo[1]. La legge avrebbe inoltre potuto ragionare su un modello di attribuzione delle competenze a geometria variabile, considerando che le istituende CM si confronteranno con sfide e, soprattutto, con problemi sedimentati nel corso del tempo, molto differenti e che richiederebbero ricette d’intervento su misura.

Ma ora i tempi sono strettissimi: la conferenza statutaria presieduta dal sindaco del comune capoluogo dovrà terminare i suoi lavori trasmettendo al consiglio metropolitano la proposta di statuto entro il 30 settembre 2014 (!). E il Consiglio metropolitano, nel frattempo eletto, dovrà approvare lo Statuto entro il 31 dicembre 2014. Ed è proprio nella elaborazione degli Statuti metropolitani che si potrebbero introdurre elementi di innovazione a partire dalle specificità e criticità locali.

A che punto è Milano? In preoccupante ritardo. Ad oggi l’amministrazione del capoluogo ha prodotto una serie di accurate analisi specifiche sul territorio metropolitano, curate dal Centro Studi PIM; e ha ragionato, suggerendo diverse alternative possibili, sullo scorporo del comune capoluogo, previsto dalla legge 1542 come condizione per passare al suffragio universale nelle CM con popolazione superiore a 3 milioni di abitanti - un tema comunque poco urgente, dati i tempi lunghi relativi alla definizione, con successiva legge statale, del sistema elettorale e l’obbligo di referendum popolare.

Ma se si visita il sito web predisposto dal Comune di Milano[2], la preoccupazione che ho espresso appare del tutto giustificata: il link “Appuntamenti, iniziative, incontri, eventi sulla città metropolitana” segnala inesorabilmente da lungo tempo: “nessun evento in programma”. Si sta insomma manifestando da parte dell’amministrazione milanese una preoccupante inerzia nel promuovere iniziative di concertazione con i comuni dell’hinterland e di confronto serrato con i principali attori economici e sociali. Progettualità e concertazione stentano a decollare anche se lo Statuto costituirà l’unica vera occasione, da cogliere con tempestività, per riempire di contenuti innovativi una legge modesta.

Quali temi dovrebbero essere immediatamente posti al centro di una riflessione lungimirante sulla futura ‘Grande Milano’? Ne propongo un ambizioso anche se sintetico elenco, che ho meglio approfondito in un articolo per la rivista Meridiana che dedicherà al tema delle CM il numero in uscita prima dell’estate: un elenco su cui avrebbero già da tempo dovuto impegnarsi le amministrazioni locali a tutti i livelli, a partire da quello regionale e che, come questione di fondo, dovrebbe aspirare a correggere il pernicioso modello di deregolazione che ha prodotto sul territorio milanese frutti così avvelenati.

Lo Statuto potrebbe attribuire alla CM:
- competenze in materia di elaborazione di una vero e proprio piano strutturale[3] con precisi elementi prescrittivi in ambiti che si legittimano per la rilevanza etica di lungo periodo in termini di sostenibilità e di solidarietà; fra questi, prioritario il compito di regia strategica e messa in coerenza dei progetti di riuso/rigenerazione urbana proposti dai singoli Comuni, o da reti di Comuni: la CM dovrebbe poter esprimere su di essi un parere dirimente di compatibilità

- competenze per la amministrazione e gestione avveduta delle risorse territoriali agricole e delle risorse ambientali, in particolare applicando un principio di azzeramento del consumo di suolo in aree esterne al territorio urbanizzato per quanto riguarda le destinazioni residenziali quale è quello recentemente introdotto dalla proposta di legge 282 dell’8/10/2013 “Norme per il governo del territorio” della Regione Toscana, per ora approvata dalla giunta regionale (e naturalmente osteggiata dai comuni e dall’ANCI)[4];
- competenze in materia di fiscalità urbanistica ordinaria e di fiscalità orientata alla realizzazione di un buon mercato: definizione unificata degli oneri urbanistici e degli oneri aggiuntivi per sotto-densità, al fine non soltanto di elevarli sensibilmente, ma anche di tutelare il territorio da competizioni egoistiche fra comuni;
- compiti di regia strategica, in stretta interazione con i comuni dell’area metropolitana, in materia di associazionismo intercomunale. Sulla intercomunalità, che costituisce una formidabile opportunità per fare pianificazione urbanistica locale alla scala pertinente, la legge Delrio appare di nuovo asfittica e punitiva nei confronti dei piccoli comuni[5]. L’esempio della istituenda Métropole di Parigi con i suoi Territoires[6], dovrebbe essere presa in seria considerazione nella elaborazione dello Statuto della CM milanese: naturalmente ascoltando il territorio;

- promuovere una “fiscalità di agglomerazione” alla francese destinando alla CM parte degli oneri di urbanizzazione: ad esempio, almeno una quota di quelli relativi a funzioni/progetti di rilevanza metropolitana. E occorrerebbe utilizzare una quota delle risorse così accumulate per promuovere e incentivare i comuni virtuosi che realizzino progetti integrati e sostenibili di scala intercomunale.

- garantire la comunicazione continua e trasparente nei confronti dei ‘cittadini metropolitani’.

In ultimo, tutto il capitolo della fiscalità straordinaria associata ai progetti privati di trasformazione urbana dovrebbe essere affidato a una regia strategica metropolitana. Solo così la “mostruosa fratellanza” fra rendita, speculazione immobiliare, finanza e pubblica amministrazione potrebbe essere contrastata alla scala pertinente: ad esempio, attraverso un protocollo metropolitano sui grandi progetti negoziati di trasformazione urbana che potrebbe definire, sia pure con margini di flessibilità, le quote medie rispettive di vantaggio pubblico e privato estraibili dall’incremento di valore realizzato. Tutto questo è strettamente collegato a un problema cruciale per l’area milanese, quello della trasparenza degli accordi pubblico/privato: certificazione ex ante delle rendite e dei costi per tutti i progetti di rilevanza metropolitana e monitoraggio continuo e trasparente delle realizzazioni dovrebbero essere affidati al governo metropolitano.

A fronte dell’inerzia del comune capoluogo, è importante rilevare che le (per ora poche) iniziative che stanno configurandosi sono ad oggi ‘dal basso’: in particolare da parte di alcuni comuni dell’hinterland che si stanno organizzando per rispondere al disegno punitivo di intercomunalità contenuto nella legge con un approccio di più ampio respiro, che apra su alleanze di rete su territori pertinenti. E’ il caso del Coordinamento dei Sindaci di 23 Comuni dell’Adda-Martesana, localizzati nell’Est milanese, che già nel luglio 2013 hanno inviato una lettera aperta al sindaco di Milano sollecitandolo a convocare immediatamente l’Assemblea dei Sindaci della Provincia di Milano per la costituzione di una cabina di regia; a istituire gruppi di lavoro sui temi della pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali, del coordinamento della gestione dei servizi pubblici locali, della mobilità e viabilità, della promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, ma anche del welfare locale; a istituire un gruppo ristretto tecnico/politico per mettere a fuoco le problematiche del nuovo Statuto.

Nessuna risposta è finora arrivata da Milano alle lettera dei sindaci. Ma a livello locale si sta continuando a riflettere sulla possibilità di costituire Unioni di Comuni di dimensione ampia per affrontare in maniera cooperativa e integrata le problematiche del territorio. E altre iniziative analoghe si stanno annunciando in altri territori dell’hinterland, proprio guardando al dinamismo propositivo dell’Est milanese.

Sul fronte delle rappresentanze degli interessi economici, perplessità sulla legge sono state espresse dal Presidente della Confindustria che, in un recente convegno organizzato sul tema a Firenze[7], ha criticato la modestia delle competenze delegate. Mentre Assolombarda, in attesa dell’EXPO e della Città Metropolitana, si è data un piano strategico 2014-2016 articolato in 50 progetti affidato allo slogan “Far volare Milano per far volare l’Italia” e appare in prima linea fra le associazioni imprenditoriali metropolitane nel considerare l’occasione delle CM cruciale per il paese.

Riuscirà la metropoli milanese a uscire dal circolo vizioso dell’incrementalismo e dell’adattatività attraverso una nuova visione e strategie al passo con le altre aree metropolitane europee?

Anche se la considerazione sembra ovvia, occorrerebbe in primo luogo ri-legittimare in ambito politico e culturale la pianificazione urbanistica e di area vasta. Occorrerebbe in particolare porre argine alle procedure perequative ‘estese’; porre argine alla flessibilità delle destinazioni d’uso e, sopratutto, porre argine alla inarrestabile concessione da parte dei comuni di diritti edificatori amplissimi e indifferenti a qualsiasi stima sulla domanda effettiva; occorrerebbe, anzi, revocarne molti elargiti in passato, come è nei poteri delle amministrazioni locali.

Sono tutti aspetti che richiederebbero, come ho sottolineato, un adeguato inquadramento territoriale; che dovrebbero costituire competenza cruciale della istituenda CM, in termini di definizione di regole di area vasta e di esercizio di compiti di controllo, valutazione, monitoraggio; e in termini più ampi di elaborazione di visioni strategiche di lungo periodo a cui ancorare direttive coerenti e conseguenti.

Sono tutti aspetti che richiederebbero altresì di ripensare gli hinterland metropolitani come luoghi di innovazione nella governance; in cui Unioni di Comuni costruite su territori davvero pertinenti siano incentivate a elaborare piani integrati, utilizzando lo strumento della perequazione territoriale per garantire vantaggi equi a tutte le comunità insediate.

A brevissimo termine comunque, una condizione necessaria sarà il cambiamento di passo del comune capoluogo: se la risposta della maggioranza che regge Milano, e soprattutto del Sindaco, e futuro Sindaco della Grande Milano, sarà di nuovo “rimediale”, come è avvenuto con il Piano di Governo del Territorio, si sarà persa una ulteriore occasione di affrancare la metropoli lombarda e il suo territorio dal torpore, ma forse meglio sarebbe dire dai sintomi di decadenza che ne stanno compromettendo il futuro.

Potrebbero essere i Comuni dell’hinterland i protagonisti di una nuova stagione di innovazione nel governo del territorio? Sembra una proposta controintuitiva, ma potrebbe costituire una grande occasione di riscossa: da cogliere, da parte delle amministrazioni locali, allargando lo sguardo e soprattutto guardando lontano.

E tutti abbandonando definitivamente, nell’interesse comune, l’idea che il mercato costituisca l’unico principio ordinatore e generatore dello spazio.

[1] R. Camagni, Città metropolitane? No, solo province indebolite, in “lavoce.info”, 2014, 18 febbraio.
[2] www.milanocittàmetropolitana.org.
[3] Nel caso lombardo occorrerebbe por mano alla riforma della legge di governo del territorio; e alcuni segnali in questa direzione sembra si stiano manifestando, sia da parte delle opposizioni che della maggioranza in Regione.
[4] La legge prevede altresì che “limitati impegni di suolo per destinazioni diverse da quella residenziale siano in ogni caso assoggettati al parere obbligatorio della conferenza di copianificazione d'area vasta, chiamata a verificare puntualmente, oltre alla conformità al PIT (Piano di Indirizzo Territoriale), che non sussistano alternative di riutilizzazione o riorganizzazione di insediamenti e infrastrutture esistenti”. V. A. Marson, Newsletter, 2013, n.3 in regione toscana.it.
[5] P. Dallasta, S. Righini, La cooperazione intercomunale nella legge Delrio. Grandi speranze e attese deluse, in eddyburg.it, 2014, 31 marzo.
[6] Saranno i territori della concertazione intercomunale e ospiteranno almeno 300.000 abitanti. I Presidenti dei Territoires saranno di diritto Vicepresidenti nel Consiglio metropolitano. Non saranno quindi i singoli comuni, ma associazioni intercomunali di dimensione demografica cospicua su territori integrati gli attori locali di riferimento delle più complessive strategie e politiche metropolitane.
[7] Confindustria, Convegno Le Città Metropolitane: una riforma per il rilancio del Paese, Firenze, 2014, 6 febbraio.

Nell’agenda del presidente del consiglio Renzi la questione urbana e territoriale appare drammaticamente assente. .>>>

Nell’agenda del presidente del consiglio Renzi la questione urbana e territoriale appare drammaticamente assente. Uniche occasioni conosciute: a breve, il Senato potrebbe approvare il DDL Delrio sui limiti del quale, se non verrà drasticamente emendato in Senato, eddyburg ha già ampiamente ragionato criticamente, in particolare durante l’ultima scuola estiva tenutasi a Sezano nel settembre 2013[1]; sul controllo del consumo di suolo giace in Parlamento un disegno di legge per molti aspetti modesto e forse condannato all’oblio. Su altre questioni rilevanti, ad esempio sulla drammatica emergenza abitativa, soprattutto nelle maggiori aree urbane; sul controllo della rendita; su possibili innovazioni amministrative ‘dal basso’ (ad esempio in materia di un rafforzamento, vero e non punitivo, dell’intercomunalità come dimensione appropriata per un rilancio della pianificazione di area vasta) e, da non dimenticare anche se scomparsa dal dibattito politico, tecnico e culturale, sulla riforma delle legge urbanistica nazionale, non si annuncia alcuna iniziativa di ampio respiro.

A titolo di sconfortante paragone, può essere utile aggiornare i lettori di eddyburg sulle leggi in materia di riforma della pianificazione urbanistica e del più complessivo sistema di governance territoriale che il Parlamento francese sta approvando a ritmi incessanti: sotto la presidenza di Hollande.Sono tre le leggi (due già approvate e una in fase avanzata di discussione) che evidenziano lo iato, apparentemente incolmabile, fra il programma di riforme avviato in Francia e l’inerzia dei governi italiani dopo Berlusconi (sia del governo Monti che di quelli successivi; incluso il governo Renzi, attivissimo sul piano comunicativo, ma totalmente afasico sulle questioni urbane e territoriali).

La prima legge, già da me brevemente commentata alla Scuola di eddyburg del 2013, ha istituito i governi metropolitani. Si tratta della “Loi de modernisation de l’action publique territoriale et d’affirmation des métropoles”: presentata al Consiglio dei Ministri il 10 aprile 2013, dopo due passaggi davvero rapidi rispetto ai tempi italiani all’ Assemblée nationale e al Senato, e dopo aver superato con parere favorevole il ricorso alla Corte Costituzionale presentato da alcuni deputati, è già entrata in vigore nel gennaio scorso.

una legge molto complessa e articolata i cui contenuti sono ben lontani dal ‘modello Delrio’. Nei primi Capitoli si è compiuta una svolta rilevantissima: la legge restituisce infatti a Dipartimenti e Regioni le competenze loro sottratte dalla legge 2010-1563[2] approvata sotto la Presidenza Sarkozy che si configurava come un vero e proprio atto di ‘macelleria istituzionale’ – una legge paragonabile negli intenti alla abolizione delle nostre Province, anche se ancora più distruttiva; istituisce inoltre soltanto 3 Métropoles (Métropole de Paris, Métropole de Lyon, Métropole d’Aix-Marseille-Provence); delinea infine le condizioni per il passaggio futuro, e volontario, allo statuto di Métropole delle altre agglomerazioni metropolitane.

La legge dunque dà il via a Métropoles a statuto particolare, anziché proporre un modello unico per aree metropolitane tutt’affatto differenti; è flessibile, poiché consente, nel rispetto di precise condizioni, un ampliamento dei perimetri statuiti dalla legge (che sono nel caso di Parigi la Proche Couronne, nel caso delle altre due metropoli i perimetri delle Communautés Urbaines/CU), confermando l’approccio a ‘geometria variabile’ già ben consolidato nella tradizione francese di intercomunalità volontaria. Anche sul tema della rappresentanza, il modello è differenziato: elezione di secondo grado nel caso di Parigi, dove il sindaco è anche Presidente della Métropole; mentre a Lione, che vanta una consolidata ed eccellente tradizione di governance di area vasta, per la prima volta si sperimenterà la grande innovazione (auspicata per decenni da Delouvrier e anche dall’ ex-sindaco stratega di Lione Raymond Barre per le CU): il Consiglio metropolitano sarà eletto a suffragio universale e il Presidente a scrutinio segreto e a maggioranza assoluta dal Consiglio. Alle Métropoles spettano estese competenze esclusive (nel caso di Lione, anche il piano d’uso dei suoli) sotratte ai Comuni e risorse finanziarie adeguate: proprio l’opposto delle nostre Città Metropolitane).

La seconda legge, promulgata il 21 febbraio 2014, è altrettanto importante. Si tratta della « Loi de programmation pour la ville et la cohésion urbaine” che rappresenta una nuova tappa della “Politique de la ville” avviata dal 1990 in Francia con l’istituzione del Ministère de la Ville. Nata per ridurre la doppia velocità urbana intervenendo sui tessuti più degradati, la Politique de la ville ha destinato negli anni cospicui fondi statali per la riqualificazione dei quartieri con alto disagio economico e sociale (le cosiddette ZUS/Zones Urbaines Sensibles) attraverso i contratti Stato/città[3]. La legge stabilisce criteri rinnovati per l’identificazione dei “quartieri prioritari” che sostituiranno le ZUS correggendone alcuni difetti, sintetizzabili nella locuzione, in Italia peraltro abusata, di ‘eccesso di centralismo e assistenzialismo’. Si introducono infatti disposizioni atte a favorire un maggiore coinvolgimento delle amministrazioni locali nella analisi e nell’individuazione dei quartieri di intervento prioritario; si introduce una riforma fiscale che obbliga le associazioni intercomunali firmatarie di contrats de ville a istituire un fondo di perequazione per il rafforzamento della solidarietà alla scala territoriale pertinente - la firma del contratto sarà condizionata dalla presenza di questo patto di solidarietà; infine, la legge sancisce l’estinzione, entro il 2014, delle Zone Franche Urbane: i quartieri più in crisi ai quali sono stati dedicati incentivi fiscali ed economici straordinari al fine di attrarre imprese e ridurre la disoccupazione.

Di nuovo, come nel primo caso, la legge, nel suo ampio articolato, entra molto in dettaglio anche nel merito di questioni sociali (e urbanistiche) rilevanti: ad esempio, in materia di non discriminazione di cittadini extracomunitari per quanto attiene all’accesso agli alloggi sociali realizzati con i Contratti finanziati dallo Stato; di non discriminazione relativa agli orientamenti sessuali; di ridefinizione ancora più articolata e fine del significato (e degli specifici contenuti funzionali) di mixité nei progetti di riqualificazione che riguarderanno i “quartieri prioritari”.

Infine, la terza legge, attualmente ancora in discussione, “Projet de loi pour l'accès au logement et un urbanisme rénové”, affronta il problema del disagio abitativo e della crisi degli alloggi con l’intento di “favoriser l'accès de tous à un logement abordable”. Essa prevede in estrema sintesi misure di regolazione degli affitti al fine di proteggere i locatari, e misure per indennizzare i proprietari privati nel caso di inquilini morosi, al fine di prevenire gli sfratti; misure per garantire l’alloggio ai senza casa; e una riforma del sistema di accesso all’edilizia economico popolare, più trasparente ed equo.
Sembrerebbe una legge ‘di settore’ dunque, relativa all’emergenza casa: ma estremamente interessante è il Titolo IV (articoli dal 58 all’84), dove la questione abitativa viene contestualizzata nel tema più generale del miglioramento della città pubblica e del controllo del consumo di risorse territoriali. Come recita anche il titolo della legge, l’obiettivo della ‘casa per tutti’ si inserisce in un disegno ben più ampio di rinnovamento dell’urbanistica - “urbanisme rénové”- e si propone inoltre una “transizione ecologica dei territori” da realizzare attraverso misure importanti e prescrittive: l’obbligo alla copertura del territorio nazionale con i piani di area vasta intercomunali (Schéma de Cohérence Territoriale/SCOT), ancora non pienamente realizzata; il trasferimento alle associazioni intercomunali delle competenze, oggi comunali, in materia di elaborazione dei piani urbanistici d’uso dei suoli: (Plan Local d’Urbanisme/PLU) (sic!); il rafforzamento della lotta al consumo di suolo attraverso nuovi strumenti di politica fondiaria affidati alle collettività locali; e infine l’obbligo al coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni in materia urbanistica.

Anche senza entrare in dettagli, siamo molto lontani, per capacità di visione e per coerenza, dalle poche, e modestissime, proposte di legge che nel nostro paese, da più di un ventennio, sono sempre settoriali ; non incrociano mai i temi del territorio, della città e della giustizia sociale; sono appiattite sulle dimensione, asfittica e di breve periodo, del risparmio di spesa, della semplificazione, del rilancio dell’edilizia privata; sono sempre alla ricerca di capri espiatori cui attribuire le responsabilità di un dissesto delle pubbliche finanze che dipende invece da inefficienze, disprezzo dei beni comuni, sfiducia nella pianificazione, fiducia pressochè esclusiva nel mercato: tutti elementi che spiegano anche la dilagante, incoercibile corruzione pubblica.

Restiamo in attesa di rapide proposte e decisioni, paragonabili a quelle del governo francese sotto Hollande, da parte del nuovo presidente del consiglio. Ma nell’alluvione di parole e promesse di Renzi non vi è traccia di consapevolezza della necessità di fermare l’assalto ai beni comuni consentito, e anzi promosso, a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo dalle ‘riforme’ urbanistiche nazionali e di molte regioni, né il suo passato di sindaco di Firenze autorizza alcun ottimismo.

[1]

Anche il prossimo numero di Meridiana sarà dedicato al tema delle Città Metropolitane e, in particolare, ospiterà anche alcune riflessioni più mirate sui casi di Milano, Napoli e Roma.

[2] Si tratta della “Loi de réforme des collectivités territoriales” del 16 dicembre 2010, i cui previsti tempi lunghi di attuazione ne hanno scongiurato l’attuazione prima della sconfitta elettorale di Sarkozy.

[3] Il Plan National de Renovation Urbaine (2004-2013) promosso e finanziato dal Ministère de la Ville ha stanziato 14 miliardi di euro, realizzato 375 progetti di riqualificazione, coinvolto 3 milioni di abitanti . Fonte: Comité d’évaluation et de suivi de l’Agence Nationale de la Rénovation Urbaine (ANRU), La rénovation urbaine à l’épreuve des faits. Rapport 2009 d’évaluation, La documentationa francaise, Paris, 2010.

Da dove ho tratto la mezza paginetta qua sotto che parla di ‘mix funzionale libero’?>>>
Da dove ho tratto la mezza paginetta qua sotto che parla di ‘mix funzionale libero’?
Le risposte possibili sono:
A. è uno scherzo di Carnevale
B. è il sogno di un immobiliarista che lo ha subito scritto al risveglio, perché altrimenti se lo dimenticava
C. era la ricetta della signora Tatcher per le Enterprise Zones (destinate alle periferie più sfigate delle città di antica industrializzazione nell’epoca del loro drammatico declino): peraltro mai applicata in maniera così radicale
D. è un incubo: tutti li facciamo quando ‘abbiamo esagerato’; i miei hanno spesso a che vedere con città orrende e quartieri dormitorio in cui non si incontra nessuno o si fanno incontri spiacevoli (una Esselunga aperta di notte), o non si riesce a orientarsi….e ci si perde
E. oppure?

Ecco la mezza paginetta, in corsivo:
«Rispetto a altre esperienze (…) di piano che hanno sperimentato soluzioni diverse da quella presentata in questo volume (…) il superamento dello zoning (…) viene reso ancora più estremo con l’abolizione della disciplina funzionale su tutto il territorio urbano consolidato (TUC), condizionata esclusivamente al rispetto delle compatibilità igieniche e ambientali di contesto, nonché alla verifica delle qualità dei suoli su cui si determinano le trasformazioni. Un atteggiamento che, da una parte, presenta una netta presa di posizione rispetto alla inefficacia dei piani urbanistici (…) nel governare e regolare in modo appropriato l’assetto degli usi dei suoli e degli immobili; dall’altra, rendendo totalmente libera la potenziale localizzazione delle destinazioni d’uso, sembra auspicare la spontanea generazione di mix funzionali articolati, difficilmente prevedibili o generalizzabili ex ante.

«Attraverso il criterio generalizzato dell’indifferenza funzionale si intendono, così, assicurare larghe opportunità di intervento ai soggetti interessati allo sviluppo dei progetti di rigenerazione urbana, senza arbitrariamente prefigurarne i contenuti funzionali e ponendo come unica raccomandazione generale che i futuri piani urbanistici attuativi verifichino una significativa qualificazione del mix funzionale, non meglio identificata, né rapportata a precisi obiettivi di contesto. Questa flessibilità, definibile come mix funzionale libero, costituisce un aspetto che non trova applicazione solo ai progetti di trasformazione urbana riconosciuti strategici, ma viene esteso e generalizzato alla disciplina delle destinazioni d’uso di tutti gli immobili della città consolidata, la cui regolazione è affidata al Piano delle Regole (PDR). Infatti, in tutta la città disciplinata dal PDR, la scelta delle destinazioni d’uso viene liberalizzata e gli interventi possono valutare senza alcuna restrizione quale destinazione attribuire agli immobili oggetto di intervento.».

Siete pigri e volete subito la risposta al quiz? Scaricate e leggete la versione e-book del 'nuovo' PGT di Milano scritta dal "comitato tecnico-scientifico" che ha supportato la strategia 'rimediale' del nuovo PGT milanese...

Post scriptum: brevi citazioni dedicate agli “urbanisti con l’anima”:
Mixed-use mandatory inclusionary zoning:

«In urban design, diversity implies more mixed, inclusive, and integrated communities. Human scale in community design, means a walkable neighborhood focus and an environment that encourages everyday face-to-face interaction. In its most concrete expression, human scale is the stoop of a townhouse or the front porch of a home rather then the stairwell of an apartment or the garage door of a tract home; it is a walkable city block rather then autodominated superblock; it is local and decentralized services and nearby destinations rather then remote public and private institutions – it is the fine grain of great urban places» (Peter Calthorpe, 2011)

Mixité des usages et des activités:
«Cette notion se définit par la présence de plusieurs fonctions au sein d’un même espace : qu’il s’agisse d’un quartier, d’une rue ou d’un immeuble. C’est l’un des premiers facteurs de mise en place d’un urbanisme de proximité. Cet urbanisme des courtes distances favorise la marche à pied et le vélo, et réaffirme le sentiment du bien vivre ensemble. Il permet aussi de rendre les quartiers vivants à toute heure de la journée, à tout moment de la semaine. Malgré son intérêt, la mixité fonctionnelle est confrontée à une forte réticence de la part même des habitants qui craignent de subir des nuisances. S’il ne faut pas nier le risque de conflits d’usage, la mixité fonctionnelle peut s’organiser et faire consensus au regard des services qu’elle apporte.».

Mixofobia e mixofilia:

«… si può fare qualcosa per influire sulle proporzioni in cui mixofilia e mixofobia si combinano, in modo da ridurre il disorientante, ansioso-tormentoso impatto della mixofobia. In verità sembra che gli architetti e i pianificatori urbani possano far molto per favorire la crescita della mixofilia e ridurre le occasioni di reazioni mixofobiche alle sfide della vita urbana. Ma, a quanto sembra, possono far molto – e in realtà lo stanno facendo – anche per favorire l’effetto opposto». (Zygmunt Bauman, 2005)
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