A cominciare da chi è corso in procura a consegnare l’esposto per gli scontrini, intravedendo nella classica buccia di banana giudiziaria l’occasione ghiotta di un bel bottino elettorale, non essendo riusciti a scalzarlo con le armi proprie della politica. Proseguendo con il presidente-segretario che, per interposti assessori, gli ha ritirato una fiducia che non era nella sua disponibilità dargli, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, di tenere in nessuna considerazione il voto dei cittadini. Fino ai monsignori che, seguendo l’imprimatur papale, lo avevano scomunicato bocciandone la sindacatura con dichiarazioni roboanti sulle macerie romane.
E senza dimenticare gli autori della forsennata campagna mediatica che pochi prima di lui avevano avuto l’onore di ricevere, un’offensiva all’insegna del vibrante slogan «vogliamo un sindaco che tappi le buche di Roma». Il ritorno del dimissionario in Campidoglio effettivamente sarebbe un vero colpo di scena in una trama che sembrava ormai destinata a seguire un copione coerente con il trionfo dei terrestri contro il marziano.
La possibilità di un ritiro delle dimissioni l’ha fatta intravedere lo stesso Marino nella conferenza stampa convocata all’indomani del dettagliato resoconto offerto ai giudici sulla storia degli scontrini («se ho scritto che volevo prendere tempo per valutare, significa che lo pensavo e lo penso ancora»). Nell’incontro con i giornalisti il marziano ha respinto al mittente le accuse di aver rubato soldi pubblici bollandole come una violenta speculazione delle opposizioni (Fratelli d’Italia e 5Stelle) a corto di altri argomenti. Poi ha confermato che le sue dimissioni sono state motivate dal rispetto verso la magistratura chiamata ad accertare i fatti.
E mentre la sua ex maggioranza (Pd e Sel) ora si ritrova tra le mani la patata bollente, alle finestre di palazzo Chigi potrebbe arrivare l’eco delle mobilitazioni che la rete di sostegno (“Marino ripensaci”) minaccia di replicare sotto il cavallo di Marco Aurelio.
In fondo Marino era pur sempre salito al Campidoglio con il 64 per cento dei consensi dopo aver vinto le primarie del Pd. Per quanto i romani siano abituati alle millenarie scorrerie del potere, toglierlo di mezzo con un colpetto di palazzo potrebbe averne risvegliato l’anima irriverente. I famosi venti giorni di tempo per ripensarci scadono il 2 di novembre. Sufficienti a scatenare una nuova commedia romana.
». Un’intervista cdi Ernesto Milanesi a Salvatore Settis. Il manifesto, 17 ottobre 2015
Una scomoda verità rimossa e la difesa costituzionale dei beni comuni. Salvatore Settis, 74 anni, archeologo e storico dell’arte, ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali (da cui si dimise nel 2009 in polemica con il ministro Bondi), offre il suo «segnavia» alla Fondazione Cariparo, che ha dedicato un appuntamento a «Beni culturali e mercato: missione (im)possibile?» al centro culturale San Gaetano di Padova.
«Le risorse per musei e siti, ricerca, scuola, università e cultura? È inutile nascondersi dietro un dito: l’Italia, in base ad una recente indagine dell’Unione europea, è seconda dietro all’Estonia nell’evasione fiscale fra gettito Iva previsto e quello incassato nel 2013 rispetto all’anno precedente. Si tratta, sempre secondo Bruxelles, di una somma pari a 47,5 miliardi di euro. Ecco dove i governi devono trovare i soldi!» sbotta fra gli applausi.
Per Settis fa fede sempre l’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione»). Ma stride rispetto alla realtà: «Abbiamo 377 storici dell’arte nell’organico: 240 nei musei e 137 nelle Soprintendenze. Numeri che parlano da soli, soprattutto nel caso delle Soprintendenze che in un territorio capillarmente pieno di beni culturali si ritrovano con personale perfino minore di qualche museo americano e comunque con un’età media più vicina ai 60 che ai 50 anni, dunque vicina al pensionamento», evidenzia senza tanti complimenti.
Nel Nord Est il paesaggio è vittima dell’urbanistica senza scrupoli e dell’economia del cemento. Un’«emergenza» che stava a cuore ad Andrea Zanzotto e che continua ad impegnare comitati, associazioni, singoli. Che ne pensa?
«Il Veneto è una delle regioni più belle non solo d’Italia ma del mondo: possiede una civiltà, una tradizione culturale, architettonica e paesaggistica di prim’ordine. Ho l’impressione che una parte dei veneti la stiano dimenticando, in particolare quelli che poi finiscono a governare la regione e comuni molto importanti come Venezia. Negli ultimi decenni c’è stata una scandalosa «invasione» delle campagne: lo spargersi delle città come una marmellata che sta invadendo la campagna a dispetto del paesaggio. È molto doloroso dover constatare una scarsa reazione civica, anche perché si tratta di un gesto autolesionistico. Il Veneto ha una pianura fra le più fertili del pianeta, ma ha il primato dei capannoni costruiti anche se vuoti perché non c’è più industria. Una sciagurata scelta che ha finito per logorare l’attenzione, la sensibilità, il gusto e il senso civico».
Lei è stato in prima fila nella difesa degli affreschi di Giotto minacciati dal progetto di auditorium (ora definitivamente archiviato) dell’allora sindaco Flavio Zanonato. Qual è la distonia fra «cultori della materia» e pubblici amministratori?
«Solo chi non si fa troppi scrupoli né riflette abbastanza può immaginare qualcosa che metta a rischio la Cappella degli Scrovegni, un gioiello senza paragoni e patrimonio dell’umanità. Noto con grande preoccupazione che a tutti gli appelli in difesa di Giotto si reagisce sempre in modo tranquillizzante. La cripta della Cappella invasa dall’acqua? Il Comune di Padova dice di non preoccuparsi. Un fulmine colpisce l’edificio? Di nuovo: va tutto bene. Dobbiamo restare tranquilli finché non casca tutto? Credo che sia necessario, invece, tornare a uno straordinario rigore nella salvaguardia dei beni artistici e culturali: bisogna esagerare nella loro tutela proprio per essere sicuri di preservarli».
Il suo ultimo saggio è dedicato a Venezia: il «caso Mose» ha dimostrato la reale traduzione della salvaguardia?
«È un grande episodio di corruzione, davvero paradigmatico, che va ben al di là di disattenzione o errori. Nella vicenda Mose è rimasto coinvolto anche l’allora sindaco Orsoni, mentre Galan (ex ministro dei beni culturali) è ancora presidente della commissione cultura della Camera nonostante con il patteggiamento abbia ammesso le sue responsabilità. Ecco: Mose, Expo 2015 o Roma Capitale, dimostrano come, in un paese in cui l’attenzione civile è ridotta al lumicino attraverso «leggi speciali», la corruzione si installa in modo fisso e puntuale. Ciò spinge ad una riflessione ulteriore: con il moltiplicarsi dei comitati che si preoccupano del territorio, mi auguro che la coscienza della cittadinanza attiva riesca ad imporre più rigore a chi fa politica per mestiere».
Gestione dei beni culturali: una sfida sempre più ostica?
«ono un vero e proprio problema nazionale. Soltanto oggi si comprendono fino in fondo gli effetti della criminosa e irresponsabile decisione del governo Berlusconi nel 2008. Il dimezzamento dei fondi al ministero l’ho denunciato all’epoca per primo dalle colonne del Sole24Ore. Adesso chiunque si rende conto delle conseguenze. Senza dimenticare l’atteggiamento degli amministratori locali: il sindaco di Verona vuol mettere il tetto all’Arena come se fosse un circo equestre di plastica. E non è la prima volta che manifesta questa strampalata idea. All’inizio, tutti ci hanno riso sopra. Ma il sindaco ci riprova. E può essere che a furia di insistere, magari, alla fine ce la faccia.
Può valutare la strategia del ministro Franceschini? Qual è, secondo lei, la via migliore da perseguire nel «governo» dei beni culturali?
«Non so qual è il disegno che ha in mente il ministro. Tuttavia, proviamo ad essere ottimisti. La sua prima mossa è stata nei confronti dei musei. Lasciamo stare se i venti direttori siano le persone veramente adatte. Come pure i criteri per le nomine. Ma il governo, non solo Franceschini, deve far seguire immediatamente una seconda mossa: rafforzare davvero le Soprintendenze. Cioè dotarle di personale, farle funzionare e dimostrarne il ruolo cruciale. È il vero banco di prova. La più urgente necessità è far funzionare le istituzioni culturali mediante le persone. Comunque non basta: servono più risorse, ma anche uno stretto collegamento fra musei e soprintendenze. La peculiarità maggiore dell’Italia sono proprio le collezioni museali, espressione dei nostri territori.
«La Galleria dell’Accademia di Venezia non è un museo d’arte universale come il Louvre, ma riflette fondamentalmente la storia di quella città che non mi pare certo secondaria. Ed è lo stesso ovunque, da Parma a Lecce. Mi sento di aggiungere un’altra considerazione: non è che il «modello museale» italiano sia arretrato rispetto a quello degli Stati Uniti che rappresenterebbe la punta più avanzata. Se uno va in giro per New York vede tante belle cose, ma non troverà mai la Cappella degli Scrovegni. E c’è una ragione perché non la trova. A Padova, invece, ci sono i Musei Civici e Giotto. Il punto è mettere insieme il patrimonio di proprietà pubblica (statale o comunale) e privata in un disegno generale di tutela, valorizzazione e fruizione pubblica. Altrimenti, non solo mancheremmo alla nostra tradizione e missione, ma anche a ciò che dice la legge. E per la nostra Costituzione, Giotto appartiene a un siciliano tanto quanto ad un cittadino di Padova».
La premessa perché lo spazio aperto urbano possa configurarsi (non solo su una teorica mappa) come una rete e una infrastruttura, è la conoscenza. La Repubblica Milano, 17 ottobre 2015, postilla (f.b.)
Dare suggerimenti pratici. Ma anche fare rete e agevolare la vita di chi vuole il suo pezzo di terra da coltivare ma non sa bene se può farlo e come farlo. Nasce in Comune l’ufficio Orti, con esperti del settore Verde pronti a rispondere al milanese che vuole dedicarsi alla zappa urbana. Il responsabile della nuova iniziativa è un funzionario dal pollice molto verde che si chiama, nomen omen, BortoloFurloni.
I contadini urbani sono un fenomeno in forte crescita in città. In particolare in questo momento c’è una forte domanda da parte di privati che vogliono trasformare parte del proprio terreno agricolo, appunto, in un fazzoletto da zappare e irrigare. Il punto è che la maggior parte di questi terreni si trova nel Parco agricolo Sud, dal Forlanini al parco delle Risaie e serve comunque un via libera da parte dell’ente parco per poter avviare la pratica. L’ufficio ad hoc creato dal Comune nasce anche per agevolare i cittadini in questa pratica. «Noi facciamo da facilitatori con gli aspiranti contadini — spiega Furloni — e puntiamo anche a far emergere tutti gli appezzamenti coltivati che sono sommersi». In città sono 2.500 gli orti che Palazzo Marino ha mappato. E sono di vario genere.
Ci sono le coltivazioni delle zone assegnate in base al reddito, che crescono ogni anno e per i quali l’amministrazione sta pensando a nuovi criteri per aprire di più ai giovani e ai disoccupati. Ci sono poi quelli nelle scuole, con i nonni di quartiere che se ne prendono cura d’estate: l’anno scorso nella sola zona 5 ne sono nati 20 grazie all’idea del signor Menasce, un pensionato anche consigliere di Zona che ha messo insieme tutor di istituti di agraria, sponsor privati come Brico e Danone, Fondazione Cariplo e il Comune per creare un modello che funziona. Sono in crescita anche gli orti condivisi, strumento di coesione sociale ma anche di lavoro, come nel caso dell’Orto comunitario Niguarda, dove lavora da tre mesi un ragazzo del Mali da poco arrivato in Italia. Ci sono poi gli orti nelle cascine, come a Cascina Sant’Ambrogio, ravvivato dai ragazzi dell’associazione Cascinet con mercatini e feste. E poi ci sono gli orti spontanei, dove cittadini coltivano da anni pezzi di terra abbandonati che l’amministrazione ora punta a far emergere. E l’ufficio (oggi solo telefonico 02/88454127 ma presto con un sito e una mail) servirà anche a questo.
Essendo l’orto riconosciuto nel Piano di governo del territorio come un servizio stanno per essere approvati i criteri con i quali un privato può convenzionare i propri orti con l’amministrazione, prevedendone una quota a tariffe sociali. L’assessore al Verde, Chiara Bisconti: «Così riconosciamo la forte domanda di ritorno alla coltivazione della terra che sentiamo nella nostra città, soprattutto da chi prova piacere a ritrovare rapporto diretto con la terra e il cibo che consuma, anche alla luce della Food Policy appena promossa dal Comune. L’ufficio promuoverà azioni dirette per nuovi orti, ma sarà anche a disposizione per risolvere i problemi. Coltivare un orto — aggiunge — serve a riscoprire la città e i concittadini».
postilla
Forse non si coglie sul serio la potenzialità di questa anagrafe degli orti, se non si torna un istante sull'idea di rete urbana degli spazi aperti, coltivati o non coltivati che siano, e del ruolo che può svolgere in quelle per ora benintenzionate ma abbastanza fumose strategie di sostenibilità e riduzione degli impatti. Hanno un peso non trascurabile, e se si quanto pesano, quantitativamente e qualitativamente, queste superfici sull'insieme della produzione alimentare locale a chilometro zero? La rete che formano è solo virtuale, di rapporti potenziali fra soggetti, oppure si configura chiaramente un sistema fisico tangibile, il cui ruolo può diventare complementarmente chiave in un futuro di maggiore sfruttamento a scopi infrastrutturali degli spazi aperti? Sono solo due delle tantissime domande a cui questo tutto sommato piccolo progetto può rispondere, se riuscirà a decollare dall'attuale fase di «telefono amico del pensionato coltivatore», a quella urbano sociale di infrastruttura verde propriamente detta (f.b.)
«Prima che le sue dimissioni diventino effettive, il 2 novembre prossimo, Ignazio Marino vuole completare il progetto che fu di Petroselli e Cederna. Il sindaco dimissionario lavora alla pedonalizzazione totale della via. Arresti per tangenti a un funzionario comunale». Il manifesto, 15 ottobre 2015, con postilla
«Il progetto del Comune sulla pedonalizzazione di via dei Fori è un compromesso, ed è molto lontano dall’idea del grande parco archeologico di Luigi Petroselli e Antonio Cederna». A dirlo non è Ignazio Marino che pure prima che le sue dimissioni diventino definitive ha deciso di coronare il sogno che fu innanzitutto dei comunisti e degli ambientalisti più illuminati della storia recente della capitale. La frase virgolettata fu pronunciata nel marzo 1999 dall’urbanista Vezio De Lucia che allora chiedeva più coraggio alla giunta Rutelli che aveva messo in progetto — mai realizzato — il divieto parziale di transito automobilistico su via dei Fori Imperiali.
Marino ieri ha accelerato i lavori per realizzare, con una delibera di giunta che non dovrà essere sottoposta al voto dell’Assemblea capitolina, uno degli obiettivi promessi fin dalla campagna elettorale: la preclusione totale dei veicoli, taxi e autobus compresi, dalla strada che attraversa l’area archeologica centrale di Roma, concentrandosi sull’ostacolo più grande da superare: la riorganizzazione del trasporto pubblico. E lo fa nel giorno in cui scoppia il caso di corruzione di un funzionario del comune addetto agli appalti della manutenzione stradale della Grande Viabilità romana.
La procura accende così un piccolo raggio di luce sul grande mistero delle buche perenni sulle strade della capitale: ieri ha disposto gli arresti domiciliari per due imprenditori, Luigi Martella e Alessio Ferrari, e un dipendente del dipartimento Sviluppo infrastrutture e manutenzione urbana, Ercole Lalli, accusati di corruzione e turbata libertà degli incanti. I due impresari, infatti, secondo i carabinieri che hanno effettuato le indagini, avrebbero pagato il 27 settembre scorso una tangente di due mila euro al dipendente comunale per ottenere in cambio informazioni riservate sulle imprese concorrenti. Martella e Ferrari, secondo il gip, «desideravano conoscere anzitempo in quale o quali lotti erano state invitate» alcune imprese particolarmente temute, «in modo da presentare offerte più aggressive».
Secondo le ordinanze, i due imprenditori commentavano così, in una telefonata intercettata, i dettali ottenuti da Lalli: «Se noi c’avemo quelli stavolta so’ morti tutti!». Particolari che avrebbero potuto aiutare le imprese ad aggiudicarsi le gare per otto lotti di manutenzione stradale dal valore di circa un milione di euro ciascuna. E già martedì l’Autorità anticorruzione presieduta da Cantone aveva bloccato una gara riguardante, questa volta, alcuni interventi di restauro dei percorsi giubilari alla quale avevano partecipato due società riconducibili a Ferrari e Martella, gli imprenditori arrestati ieri.
«Li avevo denunciati tutti ad aprile. E per oggi li avevamo convocati per escluderli dalla gara del Giubileo», ha rivelato ieri, subito dopo gli arresti, l’assessore alla Legalità Alfonso Sabella. Infatti, malgrado i due imprenditori arrestati ieri avessero, secondo l’accusa, creato una sorta di “cartello” occulto per aggiudicarsi gli appalti, l’escamotage non sarebbe sfuggito al Sistema informatico per le procedure negoziate (Siproneg) messo a punto da Sabella e dall’assessore ai Lavori Pubblici, Maurizio Pucci, proprio per garantire la trasparenza e la leale concorrenza. «La vicenda odierna è la prova inequivocabile che i nuovi sistemi di controllo interno di cui si è dotata Roma Capitale, per iniziativa innanzitutto del sindaco, e la stretta collaborazione con Anac e con l’autorità giudiziaria, funzionano — dichiarano in una nota congiunta i due assessori — Avevamo immediatamente riscontrato anomalie nelle offerte della gara degli otto lotti, che è stata sospesa. A Roma non c’è più spazio per le vecchie logiche spartitorie e per illecite distorsioni delle pubbliche procedure in favore di interessi privati».
Gli interessi però non sono solo privati: a volte ad ostacolare lo sviluppo della città concorrono anche quelli politici. E così, il progetto di pedonalizzazione totale dei Fori imperiali che Marino vuole portare a termine entro il 2 novembre trova freni ancora una volta proprio nel Pd. Il capogruppo capitolino dem, Fabrizio Panecaldo, pur appoggiando l’idea del sindaco dimissionario gli suggerisce di «coinvolgere anche le forze economiche che gravitano intorno alla via», per tenere buoni i commercianti che si sono lamentati fin dalla prima limitazione al traffico, imposta da Marino due mesi dopo la sua elezione. Ma è l’assessore ai Trasporti voluto da Renzi, Stefano Esposito, a tentare lo stop: «Sarebbe straordinario, ma serve un quadro preciso di come riorganizzare la percorribilità collaterale». Perciò suggerisce al sindaco uscente di far scattare l’operazione Fori dal 1 dicembre prossimo, «in modo da dare tempo al commissario di pensare alla questione viabilità».
postilla
Il "progetto Fori" promosso da Adriano La Regina, tenacemente sostenuto da Antonio Cederna e avviato dal grande sindaco (rara avis) Luigi Petroselli era ben altro della pedonalizzazione di una strada. Prevedeva, tra l'altro la completa ablazione di quel manufatto mussoliniano. Ma questa è un'altra storia. Per conoscerla sono utili molti articoli raccolti in eddyburg. Per cominciare l'articolo di Vittorio Gregotti del l'ottobre 2013, "Un progetto unitario per i Fori Imperiali", il testo della relazione tenuta da Vezio De Lucia nel giugno 2007, "Cederna e il progetto Fori", l'articolo di De Lucia nell'agosto 2013, all'inizia della sindacatura Marino, "Una prima riflessione sul progetto Fori". Altri articoli li trovate digitando il lemma "progetto fori" nella casella sensibile in cima a ogni pagina del sito.
Una sintesi chiara e convincente del "caso Marino": «Un caso di banditismo politico unito a uno straordinario esempio di insipienza politica». Micromega, 9 ottobre 2015, con postilla
Un caso di banditismo politico unito a uno straordinario esempio di insipienza politica: ecco il “caso Marino”. Sarà da scrivere, con calma e sulla base di informazioni certe, la vicenda a suo modo esemplare di questo chirurgo tentato dalla politica, paracadutato nella capitale, prima come senatore della Repubblica (imposto, chissà perché, in Piemonte), quindi, a mandato in corso, come primo cittadino della capitale. Una parte del PD lo sostenne, contro l’altra parte, quella che stava prendendo però il potere guidato dal disinvolto Matteo, ormai in fase di irresistibile ascesa.
E ben presto costui scopre che Marino è ingovernabile: innanzi tutto non è un renziano, e in secondo luogo perché è una sorta di Forrest Gump, che vive in una condizione di separatezza dalla realtà. Ha un mondo suo, Ignazio Marino, e, pur essendo uomo, a mia conoscenza, e impressione, di specchiata onestà, in quanto primo cittadino della prima città italiana, della ex capitale dell’Impero Romano, della capitale del cattolicesimo, della capitale mondiale delle opere d’arte, e così via, il buon Ignazio perde la testa, o detto altrimenti comincia a montarsela, preso da una specie di delirio di onnipotenza. Cambia assessori, perde via via collaboratori e amici, e si trova un po’ per volta solo in un fortino assediato da sodali divenuti avversari, mentre il “capo supremo” gli mette alle calcagna un suo uomo forte, l’Orfini, che diventa un sindaco-ombra, e poi come se non bastasse, in absentia, affida al prefetto (Gabrielli, noto per la sua imperturbabilità davanti alle catastrofi “naturali”) il ruolo di Lord protettore, battezzato a furor di popolo “badante”.
L’assenza del sindaco in quei giorni, dovuta alle sue peraltro legittime vacanze negli Stati Uniti, divenne un capo d’accusa: erano i giorni del funerale più mediatizzato della storia recente (quello dei Casamonica), uno spettacolare diversivo dai problemi della capitale, una manna per i Brunovespa e per i rotocalchi scandalistici. Un ridicolo caso montato che finiva per far obliterare il vero “scandalo” quello di “Mafia capitale”. Si trattava di una vicenda che aveva mostrato come l’intero ceto politico “storico” di Roma fosse un sistema integrato di affarismo e corruzione, che attraversava tutte le giunte succedutesi nel corso degli ultimi decenni, tra centrosinistra e centrodestra: il centro, appunto, era il nodo corruttivo a unire in una solidale colleganza postfascisti, postcomunisti, immarcescibili liberali ed eterni democristiani. E intorno a questo ceto politico turbe di clienti, a loro volta vassalli e valvassori in tanti piccoli e grandi feudi, dalle municipalizzate ai taxi, dai palazzinari ai preti, dai bancarellai ai “pizzardoni”, alias vigili urbani. Piccola e infima borghesia famelica, i cui insaziabili appetiti favorivano in fondo un sistema economico parallelo, tra il sommerso e il criminale, appunto: mafioso.
Marino fu posto sotto accusa, sia da coloro che lo avevano preceduto, specialmente l’ultimo (il “sistema Alemanno”, e, ricordiamolo, in combinato disposto con gli scempi della signora Polverini alla Regione, è stato il punto più basso toccato nella plurimillenaria vicenda della “caput mundi”), sia dall’opposizione degli homines novi, il movimento 5 Stelle, con una notevole superficialità, che è proseguita, in una paradossale “alleanza di fatto” con le truppe renziane, ormai scatenate contro il fortilizio in cui un sempre più smarrito e inconsapevole Marino aveva scelto la strada della resistenza ad oltranza, sentendosi in qualche modo protetto dalle buone cose che aveva comunque saputo fare, sin dall’esordio della sua azione amministrativa. Non rendendosi conto, invece, che erano precisamente quelle buone cose ad averlo messo in difficoltà: come si può pensare di scalzare un sistema di potere perdurante da decenni, per non dire da sempre, combattendo praticamente da solo, essendo ormai stato vistosamente abbandonato dal suo partito? L’inserimento in Giunta di un magistrato – di grande energia e competenza come Alfonso Sabella – per il controllo della legalità appariva un altro paradosso: consci della intrinseca disonestà del ceto politico si esplicitava il bisogno di un’auctoritas che ricordasse che “certe cose”, tipo corrompere i pubblici funzionari o farsi da essi corrompere) non si possono fare. Mentre risultava grottesco (a dir poco) la cooptazione (decisa da chi?) di un figuro come il senatore Esposito, volgarissimo pasdaran del TAV in Val di Susa, come assessore ai Trasporti.
Ma quali sono le colpe di Marino, posto che le cene e i pranzi per i quali è stato crocifisso (a cominciare dal papa, che nei confronti del sindaco della città di cui egli, il pontefice, risulta essere “vescovo”) sono al più peccati venialissimi? Qualche pranzo, qualche bugia, qualche goffaggine. Roba di cui manco occorrerebbe parlare, in un Paese serio. E invece sono diventati strumenti della campagna, pesantissima e concentrica, contro il sindaco, dalla Repubblica (ormai organo renziano: soltanto appare più allineata, al punto di risultare stucchevolissima e illeggibile) al Corriere, da Libero al Giornale. Aggiungi la varia stampa cittadina, praticamente tutta in mano alla destra, e la cosiddetta “satira” televisiva: ne uccide più Crozza che la spada, com’è noto. Anche questo è il segno di una società che brancola in un indistinto mucillaginoso.
Dicevo, le “colpe” vere del sindaco di Roma: eccole (secondo Huffington Post, e io personalmente sottoscrivo): 1) Aver pedonalizzato i Fori imperiali; 2) aver bloccato la cementificazione del litorale di Ostia; 3) aver rotto il turpe monopolio dei venditori ambulanti al Colosseo o a Piazza Navona; 4) Aver gettato l’occhio là dove nessun sindaco aveva guardato, gli affitti risibili della casta locale; 5) aver spezzato il sistema occulto degli appalti della raccolta rifiuti, e indetto, per la prima volta, una regolare gara di appalto; 6) aver sfidato le gerarchie ecclesiastiche e il Vaticano sui diritti dei non sposati e sulla fecondazione assistita eterologa; 7) aver partecipato al Gay Pride ultimo, nella città; 8) aver introdotto la scheda elettronica (badge) per i lavoratori della Metropolitana (afflitta da assenteismo cronico); 9) aver cominciato a fare pulizia nella dirigenza dell’ATAC (un motto che circola a Roma che dopo la “cura Alemanno” all’Azienda Trasporti v’erano più dirigenti che autisti; come nell’azienda rifiuti scarseggiavano gli spazzini ma sovrabbondavano i dirigenti!); 10) aver chiuso l’infernale discarica di Malagrotta.
Sono tutti titoli di merito. Marino forse non ha saputo valorizzarli. E ora per meno di 20.000 euro di spese di rappresentanza (una cifra ridicola per il sindaco di una capitale, e che capitale! Ne spende venti volte di più il rettore di un medio ateneo italiano!) diventa lo zimbello universale. Filippo Ceccarelli ha il coraggio di paragonare le tangenti agli scontrini. E il M5S finisce per aderire alla campagna della destra estrema, trovandosi, come accennavo, in buona compagnia con l’odiato Renzi. Il quale è, ancora una volta, il vero regista dell’operazione: uccidete il soldato Marino, è stato l’ordine di scuderia. E come un sol uomo tutti hanno obbedito. Ha alzato di giorno in giorno l’asticella, come in passato aveva fatto con D’Alema, poi con Bersani, quindi con Letta. E ora con Marino. Alza fino a stancare l’avversario: lo fa sentire isolato, non “protetto”, fin tanto che egli, stremato, non getta la spugna.
Ora Marino lo ha fatto. Renzi può segnare un’altra tacca al suo fucile, ma non è che un antipasto. Ora dopo la caduta comincerà la resa dei conti con la minoranza interna. Il premier intende “asfaltarli” come ripete volentieri con il suo lessico da bulletto di provincia. E lo farà. E costoro, tutti costoro, che faranno? Aspetteranno che il carroarmato renziano li schiacci? Forse sarà il caso di ricordare loro che Renzi non fa prigionieri né feriti. Ha imparato la prima lezione del suo grande concittadino Machiavelli: “i nemici bisogna spegnerli”.
Ieri sera, qui a Roma, davanti al Campidoglio, che pena vedere i militanti “grillini” accanto ai neofascisti di Casa Pound e ai diversamente fascisti della signora Meloni: che, prontamente, l’inclito Matteo Salvini candida al Campidoglio. Ha assolutamente ragione il sindaco uscente quando nel suo messaggio di dimissioni (ancora revocabili) afferma: “…non nascondo di nutrire un serio timore che immediatamente tornino a governare le logiche del passato, quelle della speculazione, degli illeciti interessi privati, del consociativismo e del meccanismo corruttivo-mafioso che purtroppo ha toccato anche parti del Pd e che senza di me avrebbe travolto non solo l’intero Partito democratico ma tutto il Campidoglio”.
All’indomani delle dimissioni, un quotidiano ha sparato sull’intera prima pagina questo titolo: “Roma liberata”. Si tratta del Giornale, ossia dell’organo di stampa e propaganda che aveva sostenuto in modo sistematico e rumoroso la candidatura di Gianni Alemanno, il peggior sindaco che la lunga storia della capitale ricordi. Fosse anche solo per questa ragione, occorrerebbe sostenere ancora Ignazio Marino.
La Nuova Venezia, 10 ottobre 2015 (m.p.r.)
Venezia. Per Philippe Daverio è «una pura balla» e un progetto irrealizzabile, a meno di non svendere i capolavori di Klimt e di Chagall a un decimo del loro valore reale. Per Vittorio Sgarbi, invece, quella di Brugnaro è «un’idea sconcertante, ma a suo modo geniale perché è meglio vendere opere di Klimt e Chagall che non hanno un rapporto diretto con Venezia, che quelle conservate nei depositi dei Musei Civici, che sono invece di artisti che hanno un legame con il territorio e la sua storia».
I due famosi critici d’arte, i più “mediatici” d’Italia, commentano così l’idea del sindaco di mettere in vendita alcune delle opere d’arte dei Musei Civici, tra cui appunto quelle di Klimt e Chagall, per azzerare il deficit del bilancio del Comune.
«L’idea del sindaco è una pura balla», insiste Daverio, «perché non riuscirà mai a ottenere dal ministero dei Beni Culturali l’autorizzazione a vendere quelle opere sul mercato estero. La “Giuditta II” di Klimt, ad esempio, venduta a Londra o a New York da Christie’s o Sotheby’s, può valere anche molto di più dei 70 milioni di euro stimati dal Comune. Ma siccome non potrà mai lasciare il territorio italiano, sul mercato interno nessuno la pagherebbe più di un decimo del suo valore reale, a meno che non scenda in campo qualche fondazione bancaria. Mi sembra inoltre assurdo pensare di sanare i buchi di bilancio vendendo le opere dei musei, ma anche un grave errore contabile. Il sindaco - e anche Renzi, se davvero gli ha dato una sorta di placet preventivo all’operazione - saprebbero con corso di diritto amministrativo, perché non è possibile utilizzare una voce del conto capitale, come le opere d’arte possedute dai Musei Civici, per “sanare” i buchi di spesa corrente. Al massimo, con quei soldi, Brugnaro potrebbe costruire una scuola, o un ospedale».
Diversa e, come sempre, controcorrente, la valutazione di Vittorio Sgarbi. «Il primo impulso è dire che l’idea del sindaco è un’idiozia», commenta Sgarbi, «ma invece, ripensandoci, è, a suo modo, geniale. Personalmente ho sempre pensato che sia una sciocchezza cedere le opere dei depositi dei musei, non solo per il loro valore limitato, ma perché sono generalmente espressione di artisti del territorio, con una preciso legame con la loro città. Dipinti come la “Giuditta II” di Klimt o il “Rabbino di Vitebsk” di Chagall - artista peraltro sopravvalutato - non hanno alcun legame diretto con Venezia, al di là delle circostanze per i quali sono stati acquisiti da Ca’ Pesaro e dell’influenza che possono aver esercitato su artisti anche veneziani e potrebbero essere pertanto esposti in qualsiasi museo del mondo.
Un grande progetto urbano, epitome di una stagione felice travolta dal renzusconismo, vive ancora nelle speranze, e nelle battaglie, di oggi. Corriere del Mezzogiorno, 9 ottobre 2015
Insomma, Nastasi sta a De Lucia come Renzi sta a «x». Ecco l’equazione. E De Lucia non vede che due soli nomi con cui risolvere il problema dell’incognita: o quello di de Magistris o quello di Bassolino, il sindaco uscente e lo sfidante più probabile. È a loro, dunque, che si rivolge. A Bassolino per sapere se è ancora del parere che sia quello del 1998 il progetto del futuro. A de Magistris per verificare se i nuovi indirizzi urbanistici proposti dalla giunta arancione, e già approvati dal Consiglio comunale, sono coerenti con l’utopia bagnolese oppure no.
Di Bassolino, De Lucia non si fida più come una volta. Fu lui, mentre tutta la stampa nazionale indicava come esemplare il progetto del grande parco a Bagnoli, a comprometterne la realizzazione con l’accordo di programma che permise la realizzazione di Città della Scienza e la conseguente interruzione della linea di costa. Di de Magistris si fida forse di più, ma anche lui ha ridisegnato l’area e si tratta ora di verificare quanto e come. Inoltre, de Magistris, come De Lucia, è convinto dell’incostituzionalità del commissariamento, che «scippa» al Comune le competenze urbanistiche. Bassolino, invece, pur avendo espresso perplessità sulla decisione di Renzi non ha ancora detto nulla sul cosa convenga ora fare.
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2015 (m.p.r.)
«Sta venendo giù Venezia». Il sindaco Luigi Brugnaro si aspetta eventi alluvionali. No, il meteo non c'entra. A Venezia piovono debiti così torrenziali che il neosindaco, con un annuncio choc, ha deciso di mettere all'asta le opere d'arte esposte nei suoi musei più prestigiosi, tra le quali un quadro di Klimt, il celeberrimo Judith II Salomè, e un'altra opera di Chagall. Brugnaro ne parlava con accenti gravi già durante la campagna elettorale: sforato ripetutamente il patto di stabilità (64 milioni nel 2015), la legge speciale a secco da almeno una decina d'anni e il «dramma incombente di non poter più finanziare neppure gli asili» aggiunge adesso con voce afflitta.
Se la metafora climatica ha un senso, si può proseguire con il Casinò municipale di Ca' Vendramin, che dieci anni fa sommergeva il Comune di liquidità (oltre 100 milioni di euro) e ora, a malapena, alimenta un rigagnolo di una decina di milioni. Il mondo è cambiato anche per la città più amata dai turisti del globo terracqueo. Completata la cessione dei palazzi nobiliari, i cosiddetti gioielli di famiglia della gestione Orsoni (l'ex Pilsen, Ca' Corner della Regina a Prada e il cambio di destinazione d'uso del Fontego dei tedeschi finito ai Benetton), il neosindaco ha deciso di affrontare il rosso strutturale dei conti con misure eccezionali.
Nel dossier che lunedì scorso il sindaco ha consegnato ai parlamentari veneziani ci sono altre misure sempre ventilate ma mai attuate. Una tra tutte: il biglietto d'ingresso per i turisti che si accingono a varcare l'area marciana o la zona di Rialto, un provvedimento che avrebbe bisogno di una legge nazionale ad hoc. Spiega Brugnaro: «Io non voglio cavarmela tassando i turisti, non fa parte della mia cultura. Ma una città irripetibile come la nostra non può fronteggiare da sola problemi di tale portata». Di questo e di altro il sindaco parlerà nei prossimi giorni con il sottosegretario del premier Claudio De Vincenti.
«Basta rivedere lo “spettacolo” offerto da Roma negli ultimi anni: da una parte i poteri economici e politici (ammesso che una tale distinzione abbia ancora senso), dall’altro un personaggio un po’ narciso, maldestro». Il manifesto, 9 ottobre 2015
Si possono mettere in fila le continue gaffes e le bucce di banana — ultima la più fastidiosa: gli scontrini — che hanno offerto l’ex sindaco come una ciliegina sulla torta al vasto schieramento che aveva iniziato a cucinarlo a fuoco lento da tempo.
Basta rivedere lo “spettacolo” offerto da Roma negli ultimi anni: da una parte i poteri economici e politici (ammesso che una tale distinzione abbia ancora senso), dall’altro un personaggio un po’ narciso, maldestro. Perché è indubbio che il sindaco Marino ci abbia messo del suo fin dall’inizio, quando 28 mesi fa osò sfidare l’apparato del Pd romano, quello di mafia capitale. Perciò dovrebbero vergognarsi un po’ le persone e le forze politiche che mettono Marino nel calderone del più grande scandalo avvenuto a Roma negli ultimi anni. E dovrebbero riflettere anche tutti quelli che ieri sera festeggiavano l’annuncio delle dimissioni.
Va ricordato che alle primarie vinse contro i candidati ufficiali del partito, Paolo Gentiloni e Davide Sassoli, annunciando il programma («Ora dobbiamo liberare il Campidoglio da una politica oscura»). Ereditava infatti una città affogata nei debiti e ridotta a succursale di mafie, malaffare, corruzione.
E così iniziava la sua battaglia colpendo personaggi e lobby che i suoi predecessori neppure osavano nominare. Chiude la discarica di Malagrotta mettendo i fari addosso al business dei rifiuti; mette mano allo snodo urbanistico dei Fori Imperiali scontrandosi con la potente lobby dei commercianti; sbaracca il gotha dell’Acea, l’azienda di gestione delle risorse idriche e dell’energia, pestando i piedi a imprenditori e finanzieri; rimette in discussione tutta la gestione dell’Atac. Solo per ricordare le più importanti questioni, senza citare quelle meno appariscenti come togliere il monopolio alla potente famiglia di Tredicine, monopolisti degli ambulanti in tutto il centro storico, contrastare l’abusivismo commerciale…
Tutto prima che scoppiasse il bubbone di mafia-Capitale, e siccome nessuno è profeta in patria il sindaco ci guadagnò una dura campagna mediatica dei grandi gruppi editoriali della città.
La verità è che Marino era stato dimesso a mezzo stampa già da tempo, molto prima delle vicende degli scontrini (più che spese pazze, spese confuse), usati per fargli pagare il conto non del ristorante ma dei grandi affari in cui ha messo il naso.
Oltretutto l’ex sindaco non solo si è mosso con la delicatezza di un elefante nei palazzi romani, perché non ha avuto riguardi nemmeno per i sacri portoni vaticani. Lo avevano appena incoronato che già si pronunciava a favore della fecondazione assistita (eterologa per giunta), che già allestiva cerimonie ufficiali e in pompa magna per le coppie gay, mettendosi in prima fila al gay-Pride.
Un vero marziano nella città Santa.
Non stupisce la vita difficile della sua giunta, rimpastata più volte e sempre sull’orlo di una crisi di governo. Con il partito di riferimento spianato dalle inchieste giudiziarie, con una destra pronta a sventolare le bandiere nere sul Campidoglio, con un’opposizione a 5Stelle presente nelle periferie.
L’anomala avventura portava dentro di sé il virus di una fine prematura.
Adesso la città viene consegnata a prefetti e commissari per la prossima manna del Giubileo. I tecnici prenderanno il governo della capitale, distribuiranno pani e pesci, cercheranno di riavvicinare le due sponde del Tevere per preparare il terreno alle elezioni di primavera. Magari per il candidato del partito della nazione. Un esito, tuttavia, assai improbabile.
Perché questo non è solo il caso Marino: è la crisi di un partito romano profondamente inquinato e logorato.
La Repubblica, 9 ottobre 2015
Possibile, perché l’affitto a privati del patrimonio storico e artistico della nazione è totalmente deregolato: ogni direttore fa come gli pare.
Noleggiare gli Uffizi per una cena di cento persone costa 15.000 euro, mangiare ai piedi del David di Michelangelo, all’Accademia, ne costa 20.000.
A Napoli, il Salone delle Feste di Capodimonte lo si prende per 25.000 euro, mentre «le manifestazioni che prevedono il lancio commerciale di un prodotto nel museo sono soggette a trattativa riservata». E per una cena a Castel Sant’Elmo possono bastare 1.000 euro.
Per il cortile del Museo Civico Medievale di Bologna sono sufficienti 2.000 euro per l’intera giornata; al Tempio di Segesta in Sicilia così come alla Pinacoteca di Brera a Milano non si arriva a 5.000; per cenare nell’Anfiteatro di Pompei uno se la cava con 15.000, mentre a Roma il Salone di Pietro da Cortona di Palazzo Barberini ne vale al massimo 20.000.
Prima domanda: è giusto che cenare in gruppo nei luoghi più belli e famosi del mondo costi quanto un tavolo per pochissimi al Billionaire?
E non è un problema di inettitudine dei soprintendenti: anche i politici non se la sono cavata molto meglio. Il Ponte Vecchio concesso da Renzi sindaco alla Ferrari fruttò una cifra ridicola rispetto al valore simbolico e al disagio dei cittadini (60.000 euro), e il suo successore Dario Nardella ha permesso alla banca d’affari Morgan Stanley di cenare in una chiesa medievale (il Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella) per 20.000 euro, poi elevati a 40.000 nel fuoco delle polemiche.
Seconda domanda: è giusto che, per preparare questi eventi privati, i musei e i monumenti chiudano al pubblico? Il caso di Torino (la Villa negata per un’intera giornata) è estremo, ma sabato scorso la reggia di Venaria è stata sbarrata con tre ore di anticipo per organizzare l’imbarazzante Nuite Royale (una festa in costume settecentesco: che ha fruttato solo 20.000 euro, benché ci fossero 1.500 partecipanti), e qualche mese fa la sala di lettura della Biblioteca Nazionale di Firenze fu chiusa a causa di una sfilata di moda (con gli studenti che issavano cartelli con scritto: «Vogliamo studiare!»). Il Codice dei Beni culturali prevede che i siti pubblici si possano affittare ai privati, ma solo «per finalità compatibili con la loro destinazione culturale»: il che sembra non solo vietarne la chiusura, ma anche impedirne usi bizzarri, come le sessioni di step coreografico, zumba e totalbody sotto gli affreschi medievali del complesso di Santa Maria della Scala a Siena (è successo l’anno scorso), «un corso di pilates nella bellissima atmosfera del Museo Diocesano di Milano» (un’offerta tuttora in corso) e, appunto, un banchetto di banchieri internazionali sotto le volte di una chiesa di un ordine mendicante.
Personalmente, credo che far passare l’idea che col denaro si può comprare anche l’uso privato di un monumento pubblico sia un errore culturale. La nostra Costituzione ha connesso fortemente la tutela pubblica del patrimonio (art. 9) e la costruzione dell’uguaglianza per il pieno sviluppo della persona umana (art. 3). Ma perfino negli Stati Uniti infuria il dibattito sui limiti della mercificazione. Uno scrittore come Jonathan Franzen ha scritto che «un autentico spazio pubblico è un luogo dove ogni cittadino è il benvenuto, e dove la sfera puramente privata è esclusa o limitata. Il motivo per cui negli ultimi anni i musei d’arte hanno registrato un forte aumento di visitatori è che i musei rappresentano ancora quel genere di spazio pubblico. Com’è piacevole l’obbligo del decoro e del silenzio, la mancanza di consumismo sfacciato». E il filosofo della politica Michael Sandel ha fatto notare che «se trasformate in merci, alcune delle cose buone della vita vengono corrotte e degradate. Dunque, per stabilire dove va collocato il mercato e a che distanza andrebbe tenuto, dobbiamo decidere come valutare i beni in questione». Per queste ragioni credo sia un errore finanziare il patrimonio artistico snaturandone la funzione, e il limpido libro dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli (“La lista della spesa”, uscito per Feltrinelli) indica con dovizia di particolari in quali sacrosanti risparmi si potrebbero trovare i soldi.
Tuttavia, so bene che la maggioranza degli italiani non vede niente di male nel trattare gli Uffizi come un articolo di lusso. Ma allora, almeno, stabiliamo che gli eventi privati si facciano fuori dagli orari di apertura. E fissiamo delle tariffe decorose e uniformi: perché concedere un monumento ad una banca è discutibile, ma farlo gratis è pazzesco. Scagliandosi contro Verre, Cicerone scrive che le città siciliane non solo erano state costrette a vendergli i propri monumenti, ma erano pure state umiliate a farlo «parvo pretio», cioè a svenderli. Era il 70 avanti Cristo, ma non sembra che le cose siano cambiate.
«È davvero incredibile che, nello sfascio rivelato da Mafia capitale, ci si accanisca su poche decine di euro spese da un Sindaco per motivi di rappresentanza. Ma il gesto di Ignazio Marino, è un duro colpo alla città». Carte in Regola, 8 ottobre 2015 (m.p.r.)
Mentre sul web si diffonde la voce di imminenti dimissioni del Sindaco, voglio fare alcune considerazioni – a titolo personale – sulle ultime vicende, che spero possano aprire un dibattito non solo interno a Carteinregola.
Lo dico senza giri di parole: le dichiarazioni del Sindaco di regalare a Roma i soldi delle sue spese di rappresentanza, umiliano ulteriormente la città.
Una città sempre più abbandonata e preda di quelli (della maggioranza e dell’opposizione) che, nello smarrimento del disastro scoperchiato da Mafia capitale, si stanno costruendo le future fortune elettorali o le future carriere, o entrambe. Come i parenti di un malato grave che anzichè darsi da fare per curarlo si scannano per accaparrarsi l’eredità. E le prospettive di un dopo Marino sono assai cupe, tra un Giubileo che scoppierà in una città impreparata e un probabile periodo commissariale in cui si stempereranno le poche indignazioni per le vicende giudiziarie e si cancelleranno le tante rivendicazioni dei cittadini, privati di interlocutori politici. E alla fine arriverà una campagna elettorale in cui i partiti tradizionali si ripresenteranno senza alcun ricambio della classe politica, perchè nessun partito, tantomeno il PD, ha messo in discussione il sistema che ha portato alla degenerazione scoperta con Mafia capitale. E una vittoria del Movimento Cinquestelle non è così scontata …
Bisogna dire che è davvero incredibile che, nello sfascio rivelato da Mafia capitale, ci si accanisca su poche decine di euro spese da un Sindaco per motivi di rappresentanza, andando a rimestare tra gli scontrini come nella spazzatura. Ma il gesto di Ignazio Marino, di regalare a Roma i soldi spesi con fondi destinati a fini istituzionali è un duro colpo alla città. Il parlare di un Sindaco deve essere sì sì no no. Se ha gestito i soldi pubblici con correttezza, non deve regalare niente. Se invece li ha usati per spese personali deve spiegarlo ai cittadini e prendersene la responsabilità. Dire “regalo alla città i ventimila euro” sottintende che se si restituiscono i soldi nessuno possa più eccepire sul tuo comportamento. Ma un Sindaco, per quanto provato, non può cercare scorciatoie.
E se dovesse emergere che in varie occasioni Ignazio Marino ha utilizzato disinvoltamente i fondi istituzionali, lo ritengo un motivo sufficiente per le dimissioni. E’ un fatto di rispetto delle regole e di rispetto dei propri cittadini. Ma questo non cancella il fatto che Marino sia stato vittima di una campagna spietata, per lo più ingiusta o sporporzionata, che l’ha trasformato nel perfetto capro espiatorio di una classe politica che spera di farla franca senza mettersi in discussione. Quello che voglio dire è che questo fuoco di fila sull’uomo Ignazio Marino, anzichè sul Sindaco Marino e sulle scelte (o le omissioni) del suo governo della città, ha finito con il cancellare tutte le responsabilità della maggioranza che lo sostiene, e, più in generale, dei partiti coinvolti nelle indagini, spostando l’attenzione dell’opinione pubblica dai guasti, dalle mafie e dalla corruzione al gossip meschino degli scontrini, come era già accaduto per le famose otto multe. Un numero come quello dei prestidigitatori che distraggono il pubblico sventolando fazzoletti con una mano mentre con l’altra mettono in atto i loro trucchi. Un capolavoro politico, certamente non pianificato, a cui ha ampiamente contribuito Marino stesso, con una sovraesposizione mediatica che gli ha regalato più ostilità che consensi.
E stupisce che questo ragionamento non l’abbiano fatto i partiti di opposizione, almeno quelli che non appartengono al sistema preesistente (anche se Alfio Marchini, dopo aver condotto una campagna elettorale smarcandosi dai guasti della partitocrazia ha appena – letteralmente – abbracciato al Convegno di Fiuggi il centrodestra di Berlusconi), che avendo concentrato i loro attacchi più sul piano personale che su quello politico, potrebbero trovarsi di fronte ad un agguerrito candidato del centrosinistra, ben confezionato come “il nuovo” e l'”antimarino”, e magari “l’uomo della provvidenza”.
E se il confronto elettorale avvenisse, non nella prossima primavera, ma un po’ più in là, con la giustificazione (fondata) che non si possono affrontare le elezioni durante un periodo difficile come il Giubileo, passato un certo intrvaello di gestione commissariale, in cui l’opposizione (come noi comitati) non avrà più nessuna controparte a cui opporsi, e in cui la gente avrà tempo di dimenticarsi di tutte le vicende giudiziarie (o magari, al contrario, ne avrà viste talmente tante da arrivare all’astensionismo da senso di impotenza), il rischio che tutto torni come prima è molto forte.
Magari con un elettorato ai minimi termini, diviso tra i soliti voti delle solite lobbies e un voto di protesta dalle variabili poco prevedibili.
Roma non si meritava questo.
«Il centro storico che si svuota di residenti. Il territorio di Roma Città metropolitana che arriva a registrare 40 grandi centri commerciali. Consumo di suolo, abusivismo. In questo contesto, le politiche “del rammendo”, tentate per le periferie, appaiono inadeguate. Qualche motivo di speranza, ma ancora fragile, arriva dal basso, dalla presenza di forze sociali che esprimono uno sforzo di riappropriazione della città e dei luoghi di vita». Comune-info, 5 ottobre 2015
La questione delle periferie rimane una questione centrale per le città, e in particolare per una città come Roma. Le amministrazioni, ad ogni nuovo mandato e a ogni nuova elezione, proclamano di volta in volta il loro impegno per la riqualificazione o il recupero o la rigenerazione (i termini cambiano col tempo) delle periferie romane, ma nonostante tali proclami la situazione pare non cambiare minimamente, le politiche appaiono insufficienti, inadeguate o addirittura inesistenti. Manca in alcuni casi addirittura la conoscenza diretta da parte delle amministrazioni dei contesti concreti in cui le persone vivono, la situazione reale delle periferie romane. Colpisce che il sindaco Ignazio Marino abbia conosciuto il quartiere di Tor Sapienza (leggi Perché Tor Sapienza) e ci sia andato di persona soltanto dopo gli avvenimenti dell’autunno 2014. Né è sicuro che vi sia più tornato.
Manca una conoscenza reale e profonda della periferia, e della periferia romana in particolare. Manca un rapporto diretto con gli abitanti di questi luoghi
È questo un fatto emblematico di un processo più ampio, ovvero di quanto le istituzioni siano distanti dalle periferie, di quanto si siano progressivamente allontanate; e oggi si misura una distanza difficilmente colmabile. Qui si misura anche il fallimento della politica (di un certo tipo di politica) di svolgere quel ruolo di mediazione, che ha caratterizzato tutto il ‘900, tra i territori e le esigenze degli abitanti (o, in termini, più categoriali, dei cittadini) da una parte e le scelte di governo dall’altra. Non solo sono scomparse le sezioni di partito sui territori, e quindi una presenza concreta e attiva, ma è venuta meno proprio l’elaborazione politica e culturale che, a partire dai contesti urbani, dalle esigenze espresse e dai processi in corso, costruisce politiche, iniziative e percorsi di attuazione. Si registra, in alcuni partiti, un lavorio che è piuttosto un’intermediazione di interessi sui territori.
La stessa definizione dell’“interesse pubblico” appare sempre più ambigua e incerta, tanto si avvicina ad una combinazione di interessi privati (di cui l’“urbanistica negoziata” è una espressione emblematica), che poco ha a che vedere con un ragionamento sui problemi complessivi di una collettività e sul modello di sviluppo urbano.
La periferia di Roma costituisce una parte sostanziale della città. Tale è stato il suo sviluppo negli ultimi quindici-venti anni che oggi costituisce la parte preponderante della città. Se si considera che il centro storico si sta progressivamente svuotando di abitanti residenti e si sta trasformando in un distretto del turismo e del commercio, e se si considerano i processi di gentrification che caratterizzano la città consolidata, anche nelle sue parti storicamente considerate degradate (pensiamo al Pigneto), la periferia diventa veramente la parte più consistente della città. Roma è la sua periferia.
Periferie in trasformazione
Si tratta peraltro di una periferia in rapida trasformazione. Il 23 per cento della popolazione del Comune di Roma vive oggi al di fuori del Grande Raccordo Anularee in queste aree l’incremento degli abitanti negli ultimi dieci anni è stato del 26 per cento, a fronte del fatto che dentro il Gra (Grande raccordo anulare) la popolazione invece diminuisce. Non si tratta soltanto di un grande fenomeno di sprawl urbano, a tutto danno di ciò che resta dell’agro romano – il consumo di suolo a Roma è tra i più alti in Italia -, ma di un cambiamento complessivo nei modi di vita degli abitanti e nell’organizzazione della vita quotidiana. Uno dei fenomeni più importanti caratterizzanti lo sviluppo insediativo del Comune di Roma negli ultimi quindici-venti anni è, ad esempio, lo sviluppo delle grandi polarità commerciali e dell’entertainment.
Oggi sono presenti più di 28 grandi centri commerciali nel territorio del Comune di Roma (e altri sono in costruzione). Si tratta di un fenomeno che è stato esportato nel territorio metropolitano: nella Provincia di Roma – ora Città metropolitana – si registrano complessivamente 40 grandi centri commerciali. Questo fenomeno si lega strettamente alla politica delle grandi “centralità” prevista dal nuovo Piano Regolatore Generale approvato nel 2008. Pensate come capisaldi di un nuovo policentrismo, con un importante obiettivo di riqualificazione della periferia circostante, soprattutto attraverso la realizzazione di funzioni pregiate, come il direzionale o i servizi, nel tempo hanno visto progressivamente aumentare (nella maggior parte dei casi) le funzioni residenziale e commerciale (per la precisione, un incremento del 49,5 per cento del residenziale rispetto ai valori assoluti iniziali previsti per questa funzione, e un incremento del 68 per cento del commerciale).
Le funzioni pregiate e il direzionale sono rimaste in poche centralità di iniziativa pubblica, come Pietralata, o come Ostiense e Tor Vergata, che concentrano le funzioni dell’università e della ricerca. Insieme a tali “centralità” sono stati costruiti nuovi agglomerati residenziali per lo più collocati a ridosso delle grandi infrastrutture stradali (Gra e autostrade), sebbene dovevano essere raggiunte dal
“ferro”. Si tratta di strutture e complessi che ragionano ad un livello sovralocale. Il centro commerciale di Bufalotta – Porta di Roma registra 16 milioni e mezzo di visitatori l’anno (più dei visitatori del Colosseo).
Anche lo sviluppo demografico e insediativo assume caratteri sovralocali. La popolazione si sposta a vivere fino a Orte (a 50 chilometri di distanza) e pendola quotidianamente su Roma. Alcuni Comuni a nord di Roma (ma anche Ardea) sono tra i 30 Comuni con il maggior incremento di popolazione in tutta Italia negli ultimi dieci anni. La periferia ha assunto una dimensione metropolitana.
Gli altri due grandi processi insediativi che caratterizzano la periferia romana, l’edilizia residenziale pubblica e l’abusivismo, sono storicamente consolidati, ma non per questo meno importanti. Roma è la città con la maggior quantità di edilizia economica e popolare realizzata in Italia; un patrimonio grande e importante che però si trova in una condizione di degrado veramente preoccupante. Sono di fatto territori abbandonati.
Non meno problematica la situazione della città abusiva. Il fenomeno è andato calando nel tempo, ma tuttora è consistente, anche se ha profondamente cambiato natura. La sua rilevanza è testimoniata dalle quantità: il 37 per cento del tessuto urbano residenziale è di origine abusiva e il 40 per cento della popolazione vive in aree nate come abusive. Si tratta di pezzi di città che, per le condizioni in cui si sono formati, sono difficilmente recuperabili.
Quali politiche
In questo contesto, le politiche “del rammendo” appaiono inadeguate. Un senatore della Repubblica e noto architetto di valore internazionale (e sicuramente persona di grande valore e competenza) ha investito il suo stipendio di parlamentare a sostegno dell’elaborazione di politiche e progetti per il recupero delle periferie. Si tratta di microprogetti che riqualificano alcuni angoli degradati e dismessi, e che dovrebbero ricucire i pezzi delle periferie. Gli esiti sono ben lontani dagli obiettivi e dalle eventuali aspettative. Le politiche “del rammendo” appaiono del tutto inadeguate e insufficienti. Ma si può anche dire di più. Tale è la situazione delle periferie, non solo per i problemi urbanistici ed edilizi, ma anche e soprattutto per quelli sociali, che si può affermare come siano “non rammendabili”.
Le periferie, e quelle romane in particolare, sono esiti di processi complessivi, e ora globali, che le producono e le riproducono. Le periferie sono funzionali ad un certo modello di sviluppo, insediativo ma anche socio-economico. In questo senso le “ricuciture” ed i “rammendi” sono micro-palliativi. Il problema è piuttosto impegnarsi in politiche che intercettino ed esprimano un’alternativa al modello di sviluppo mainstream. Un obiettivo su cui, aldilà delle volontà politiche, le stesse amministrazioni pubbliche locali avrebbero difficoltà ad impegnarsi, private come sono di una capacità di azione al confronto delle forze economiche che attraversano i territori, tanto che si può dire che stanno perdendo anche (parte della) la sovranità sui propri contesti governati.
Allo stesso tempo, le periferie sono anche luoghi vitali, dove una presenza di forze sociali esprime uno sforzo di riappropriazione della città e dei luoghi di vita. Questo protagonismo sociale è molto forte ed esprime una grande azione sui territori. Ha difficoltà però a costituire un movimento comune di mobilitazione e di costruzione di politiche alternative. Ma è su questi terreni e su queste sfide che si gioca un possibile futuro delle periferie romane.
Carlo Cellamare è docente di urbanistica alla facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza. Svolge attività di ricerca sui processi di progettazione urbana e territoriale e sulla partecipazione (con particolare attenzioni alle trasformazioni dei quartieri e alle politiche urbane per le periferie).
Da leggere Pigneto, mon amour. Un territorio resiste Fucina 62, Gli angeli non abitano più la periferia Dottorato Dicea, Riscoprire il senso delle periferie Enzo Scandurra, Tor Sapienza, la periferia fatta da noi Riccardo Troisi, Ripartiamo dalle città Giovanni Caudo
La Repubblica, ed. Milano, 7 ottobre 2015
Lo scandalo dei diesel riguarda la salute, la nocività dell’aria che respiriamo nelle città e comunque nelle aree coinvolte dal traffico motorizzato. È una banalità, ma occorre ricordarlo perché finora né la Lombardia né Milano, che sono state capostipiti e che sono in gran parte le capitali italiane della lotta allo smog, hanno dato segni di reazione. Come se si trattasse di una questione lontana, un inciampo tedesco. Il diesel fa male, e i miglioramenti vantati dalla case automobilistiche, in particolare con gli Euro 5, ma non solo, sono in gran parte fittizi : questo ci insegna lo scandalo dei diesel.
Una questione che riguarda dunque tutti i possessori di polmoni, non solo chi ha prenotato gli ultimi modelli di auto. Perlomeno la Regione Emilia ha anticipato - e ha già in corso da qualche giorno- lo stop diurno agli Euro 3 diesel nell’ambito dei provvedimenti annuali antismog che rimangono in vigore da ottobre a fine marzo. Da noi invece la Regione Lombardia ha spostato questo fermo all’autunno 2016 e non sembra volerne ridiscutere. Nell’epicentro della conurbazione, nell’Area C di Milano, gli Euro 3 diesel non possono entrare. Ma tutt’attorno possono circolare liberamente, per la gioia dei polmoni meno centrali. Non parliamo poi degli Euro 4 e degli Euro 5 : e invece quanto emerso dal cosiddetto “affare Volkswagen” suggerirebbe di sottoporre il più possibile i veicoli circolanti a nuovi esami.
In Francia, dopo aver a luglio resistito alla pressione ecologista di parificare il prezzo al dettaglio della benzina e quello del gasolio per i diesel, ora la ministra dell’Ambiente Segolene Royal ha promesso di farlo, se non del tutto immediatamente, almeno gradualmente. In Gran Bretagna già da anni il gasolio non costa meno della benzina. Probabilmente agendo sulla sovratassa regionale, la Lombardia potrebbe far alzare il costo del carburante per i diesel, se si ricordasse di voler essere la “California italiana” come aveva detto il predecessore di Maroni. Certo dovrebbe coordinare questa misura con le Regioni limitrofe, ma non sarebbe impossibile: oltetutto sarebbero introiti per le casse pubbliche.
Il recente studio Viias (sull’impatto dell’inquinamento sulla salute) riconosce che c’è stato un miglioramento tra il 2005 e il 2010, ma il numero dei morti attribuibili principalmente all’inquinamento da micropolveri e biossido di azoto resta di decine di migliaia all’anno in Italia.
Tra il 2010 e il 2020 si potrà avere un abbattimento solo con politiche attive, non accontentandosi di fattori climatici e del calo congiunturale del traffico dovuto alla recessione (e quindi reversibile). Bisogna uscire dall’epoca dell’auto privata in città, e soprattutto dall’epoca dei combustibili fossili egemonizzati dai motori diesel. Farli veramente puliti costa troppo: questo emergerà alla fine dallo scandalo Volkswagen. Se a Parigi, dove si respira aria migliore di quella padana, stanno cominciando a fare le domeniche a piedi, perché dismetterle a Milano? E per restare su misure più ristrette: se l’Emilia ferma almeno gli Euro 3, perché la giunta lombarda dice che deve valutare la delicatezza della questione in relazione alla crisi economica? Siamo più poveri degli emiliani?
Dal ministero delle Infrastrutture giunge una notizia di un certo rilievo, anche se in qualche modo attesa: l’abrogazione della legge Obiettivo sulle grandi opere. Nell’emendamento governativo al Codice degli appalti che inizia l’iter alla Camera, dopo l’approvazione del Senato, si inserisce un comma che dispone «la soppressione della Legge 443/2001», per l’appunto la famigerata norma suddetta; uno dei capisaldi delle politiche berlusconiane.
L’atto era piuttosto scontato, specie dopo che Raffaele Cantone aveva definito la stessa legge Obiettivo «criminogena»; e dopo l’inchiesta della Procura di Firenze — avviatasi con l’indagine sullo strampalato sottoattraversamento ferroviario del suo centro storico — che ne sta dimostrando le distorsioni.
Intendiamoci: non è che Renzi e Delrio si siano convertiti improvvisamente alla pianificazione ambientale e alla mobilità sostenibile. Hanno semplicemente preso atto dei problemi e del clamoroso fallimento di una norma e di un programma, dimostrato dai numeri: in 15 anni di operatività sono stati realizzati poco più del 15% delle opere previste e meno di 1/3 degli investimenti programmati.
Sprechi e corruzione non sono agevolmente parametrabili, ma ne costituiscono sicuramente la cifra principale. Peraltro, una serie di pericolose «semplificazioni» sopravviveranno, già recuperate nello Sblocca Italia. Mentre il quadro di opere da realizzare si è ridotto, nell’allegato Infrastrutture del Def, a un terzo, con la cancellazione di opere tra le più inutili, dannose e bizzarre.
Le semplificazioni della legge Obiettivo con la figura del contraente generale, gruppo di imprese appaltanti che poteva scegliersi addirittura il direttore dei lavori (controllando così se stesso) facevano sì che attorno alle relazioni con il concessionario per conto dello Stato o dell’ente pubblico, si creasse una «macchina» sempre più grande e potente in grado di attrarre ingenti risorse, spenderne e sprecarne, spesso condizionando, anche con la corruttela, i decisori coinvolti.
Attorno a questi meccanismi si è creato quell’enorme arcipelago di società piccole e grandi — per la gran parte inutili passacarte dedite in realtà ad attività di lobbing — ruotante attorno a opere pubbliche e project financing che, secondo gli studiosi del settore come Ivan Cicconi, ammontano oggi a più di ventimila.
La normativa prevedeva la negazione completa delle istanze sociali interessate e anche delle rappresentanze istituzionali del territorio. Solo le regioni — e dopo apposito ricorso alla Corte Costituzionale — avevano potuto interferire nelle interazioni governo-impresa. La valutazione ambientale non era completamente cancellata, ma molto ridimensionata: la pianificazione urbanistica poteva essere ignorata. Come ormai noto, tale meccanismo non ha semplificato alcunché, spostando i conflitti dai consigli comunali ai tribunali, o direttamente sul terreno come in Val di Susa.
Con gli esiti complessivamente fallimentari ricordati all’inizio. Gli enormi problemi del programma erano stati puntualmente denunciati da moltissimo tempo da ambientalisti, comitati e tecnici; oltre che dagli attori costituitisi direttamente a contrasto : dapprima il Coordinamento contro le grandi opere (promosso nel 2006 da No Tav, No Mose, No Ponte e dalla rivista Carta, con la forte presenza del compianto Osvaldo Pieroni, decano di Sociologia Ambientale e già direttore del Des dell’Università della Calabria), confluito poi nel Patto di Mutuo Soccorso (tra i territori aggrediti dalle mega infrastrutture) e oggi nel Forum anti Goii (Grandi opere inutili e imposte), divenuto realtà anche euro mediterranea. Soggetti cui spesso questo giornale ha fornito supporto, tra l’altro con i tanti articoli di Guglielmo Ragozzino.
La storia della Legge Obiettivo dimostra come, smarrite razionalità programmatica e utilità sociale, le opere di trasformazione del territorio diventino — oltre che sprechi economici e ambientali inaccettabili — facilmente penetrabili da speculazione, corruzione, criminalità organizzata. E come spesso non basti individuare e sostituire i titolari responsabili, in quanto l’unico meccanismo di contrasto efficace si rivela l’interruzione dei flussi di danaro, cioè del contratto di appalto. Specie quando è la corruzione stessa che ha determinato la natura delle operazioni (Mose). Cantone invece ha accettato di usare l’arma — che può rivelarsi spuntata — del controllo, correzione e modifica, fino al commissariamento, della gestione. Ma spesso le distorsioni in essere possono proseguire con l’operazione.
Con il Codice bisogna tornare a procedure più votate all’ordinarietà, in cui contino di nuovo gli enti locali e riacquistino il giusto peso ambiente, urbanistica e paesaggio. Ma soprattutto la lezione del fallimento della legge Obiettivo significa che è assai problematico, quasi impossibile, intervenire su un territorio contro la volontà dei suoi abitanti. Si torni allora alla pianificazione partecipata, anche di mobilità e trasporti.
«L’Associazione “This is art” a forza di collette, concorsi e solidarietà, ha realizzato un monumento, un mosaico e un video tridimensionale». Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2015 (m.p.r.)
Il ponte del Castello di Lucera è illuminato. Il castello invece no. Bisogna partire da queste 12 lampade sospese sul fossato per trovare la ricetta del risveglio del sud. Le piccole luci accese sono state pagate dai privati mentre le grandi luci spente che dovrebbero illuminare le mura, sono state pagate dall’Enel. I vandali le hanno rotte molti anni fa e nessuno le ha riparate. I faretti del ponte sono merito invece di un trentenne di Lucera. Si chiama Giuseppe Toziano e ha chiesto ai candidati alle ultime elezioni comunali di mettere mano al portafoglio per pagare un faretto a testa. La storia di Toziano dimostra che il sud deve smettere di aspettare l’Enel, lo Stato o Renzi: se vuole la luce deve provare a riaccendersi da solo. In due anni questo trentenne con il diploma da geometra, lo sguardo furbo e il ciuffo alla Cassano è riuscito a dare la sveglia alla cittadina pugliese di trentamila abitanti. I suoi coetanei sono in fuga verso il nord e lui invece è tornato per guadagnarsi sul campo il soprannome di “rompiballe”.
Il Manifesto, 1 ottobre 2015 (m.p.r.)
Non vogliamo il Paese delle trivelle. E così ieri i delegati di dieci Consigli regionali – Basilicata, come capofila; e poi Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise - hanno depositato in Cassazione sei quesiti referendari contro l’invasione delle piattaforme petrolifere. Con essi si chiede l’abrogazione dell’articolo 38 dello Sblocca Italia e di vari suoi commi e dell’articolo 35 del Decreto sviluppo. «Vogliamo che non ci siano pozzi entro le 12 miglia e che siano ripristinati i poteri delle Regioni e degli enti locali, mettendo inoltre i cittadini al riparo dalla limitazione del loro diritto di proprietà rispetto alle società estrattrici», spiega il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Piero Lacorazza.
Il referendum, sulla cui ammissibilità dovrà ad anno nuovo pronunciarsi la Corte Costituzionale, porta la firma e l’intuizione del coordinamento nazionale No Triv e di altre 200 associazioni. «Con questa consultazione – afferma Enrico Gagliano, No Triv – si restituisce ai cittadini il diritto di decidere di se stessi e del futuro del proprio territorio. Si tratta di un fatto straordinario ed unico nella storia dell’Italia repubblicana, il cui significato va ben oltre la pur importante dimensione energetica». «Sul piano istituzionale, - aggiunge Enzo Di Salvatore, No Triv - il governo dovrà fare i conti con una mutata realtà e con mutati rapporti di forza nel Paese. Quanto alle scelte energetiche, l’esercizio dell’opzione referendaria consentirà di riaprire una partita che sembrava già persa all’indomani del varo della Strategia Energetica Nazionale: i quesiti sull’articolo 38 rimettono in discussione il sistema di governance che finora ci è stato imposto a suon di leggi e decreti (Sblocca Italia su tutti); quello «secco» sull’articolo 35 punta ad infliggere un duro colpo alle mire delle compagnie petrolifere, a salvaguardare i nostri mari e a prevenire qualsiasi tentativo di ritorno al passato (abolizione del limite delle 12 miglia o sua riduzione a 5) da parte di un governo apertamente schierato sul fronte delle energie fossili».
Un’iniziativa che viene definita «una delle poche note liete in una lunga e triste stagione color nero-petrolio». «E’ la prima volta che dei quesiti referendari sostenuti dai Consigli regionali vengono presentati da dieci Regioni, che rappresentano il doppio del quorum richiesto -, riprende Lacorazza -. In Basilicata, una delle realtà più martoriate, contiamo già la presenza di 70 impianti di trivellazione: non siamo affetti dal ’nimby’, ossia non vogliamo non ’sporcare il nostro giardino’ e spostare il problema in quello degli altri, ma crediamo che la politica energetica dell’Italia debba raccordarsi con l’Unione europea, che non può soltanto occuparsi di moneta e burocrazia». «Dieci Regioni – evidenzia Fabrizia Arduini, referente Energia Wwf Abruzzo - sono un messaggio granitico a Renzi. I quesiti referendari parlano chiaro e una rilevante parte del Paese ha capito che l’Italia non può ripercorrere gli stessi modelli di sviluppo che hanno prodotto una delle peggiori crisi economiche mai vissute. Un modello di sprechi e disuguaglianze, insostenibile per la nostra fragilissima e bella nazione, ma anche per il pianeta intero.
Il costo ambientale di queste attività è davanti gli occhi di tutti: i cambiamenti climatici sono un vero flagello. A Parigi, nella COP21 (Conferenza sul clima) di dicembre, gli Stati dovranno concludere un accordo globale per agire in fretta, in modo efficace ed equo per stoppare le alterazioni climatiche. Che dirà il premier? Che l’Italia punta sulle sue risibili produzioni di idrocarburi sino all’ultima goccia?
Nell’attesa che la Cassazione si pronunci sul referendum, - continua Arduini - continueranno le azioni di mobilitazione per fermare progetti petroliferi off shore recentemente sdoganati, a cominciare da “Ombrina Mare”, la piattaforma con raffineria galleggiante, che dovrebbe sorgere a poche miglia dalla costa della provincia di Chieti e di cui si discuterà il prossimo 14 ottobre al ministero dello Sviluppo economico in una conferenza dei servizi».
«E poi – fa eco Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – bisogna bloccare “Vega B, piattaforma prevista nel Canale di Sicilia, al largo del litorale ragusano, che da poco ha ricevuto il nulla osta ambientale e su cui pendono già ricorsi al Tar». «Occorre abbandonare il petrolio – afferma Luzio Nelli, Legambiente Abruzzo – e ripartire dalle fonti rinnovabili e sostenibili, garantendo la qualità del territorio e il benessere delle popolazioni, non gli interessi delle multinazionali del greggio».
«Governo nel caos. Democrack alla Camera, la maggioranza approva mozione dell’Ncd che chiede di valutare il progetto per la ferrovia. E il ministro Delrio si infastidisce: Altre le priorità». Ma la questione è tutt'altro che chiusa. I padrini delle Grandi opere inutili non disarmano mai, finché la politica è questa. Il manifesto, 30 settembre 2015
È stata una giornata convulsa in aula ieri a Montecitorio.
«Il Ponte sullo Stretto di Messina deve essere considerato un capitolo chiuso per l’attuale governo. Piuttosto si proceda ad avviare ogni iniziativa volta all’ammodernamento e al potenziamento del sistema dei trasporti calabrese allineandolo con quello degli altri territori europei». Queste le sollecitazioni contenute in una mozione presentata alla Camera da Sel (primo firmatario Franco Bordo) che doveva essere messa ai voti.
Sennonché il rappresentante del governo, Umberto Del Basso De Caro, sottosegretario alle Infrastrutture, invece di esprimere parere favorevole sugli impegni della mozione presentata da Sel, e confermare che la realizzazione del Ponte rappresenta realmente una pagina chiusa per il governo Renzi, cosa fa? Chiede inizialmente a tutti i gruppi parlamentari di espungere dalle loro mozioni gli impegni relativi alla realizzazione del Ponte, «trattandosi di argomento talmente complesso su cui rispondere che si deve necessariamente rinviare ad altra data per capire qualcosa. Bisogna svolgere i necessari approfondimenti». E poi suggerisce la riformulazione di un’analoga (ma di segno contrario) mozione di Ncd (prima firmataria Dorina Bianchi).
Nel nuovo testo suggerito da Del Basso De Caro, il Governo si impegna a «valutare l’opportunità di una riconsiderazione del progetto del Ponte sullo Stretto come infrastruttura ferroviaria previa valutazione e analisi rigorosa del rapporto costi-benefici, come possibile elemento di una strategia di riammagliatura del sistema infrastrutturale del mezzogiorno».
Con questa mozione dei centristi (che passa con 289 voti favorevoli e 98 contrari, 21 astenuti) il governo riapre, così, il dossier e, da un giorno all’altro, preconizza file di treni che attraversano questo immaginifico ponte. Contro ogni logica e, soprattutto, contro natura per chiunque rammenti i tanti studi tecnici dove sono svelate le cause geologiche della natura sismica dell’area.
Il voltafaccia del governo scatena la netta opposizione di Sel. «Non ci posso credere: dalle parti di Palazzo Chigi vogliono continuare a gingillarsi con il ponte sullo Stretto. Un’opera inutile, dannosa, delirante. Un giorno un favore a Verdini e ai suoi seguaci, il giorno successivo un favore ad Alfano e ai suoi. Davvero un cambiar verso…», twitta Nichi Vendola.
Mentre il capogruppo, Arturo Scotto, parla di «un colpo di scena degno di un thriller. Invece di impegnarsi per finire la A3 e per ammodernare il sistema viario calabrese, il Pd preferisce assecondare il ministro dell’Interno Alfano, e il suo partito Ncd, sponsor di questa opera inutile per lo sviluppo del mezzogiorno. Siamo alla farsa e alla presa in giro degli italiani. Ma Renzi lo sa?».
In effetti, la rete infrastrutturale in Calabria è da terzo mondo. Dopo 49 anni, «il cantiere più lungo di tutta Europa», come viene definita la Salerno-Reggio, è ancora in fase di realizzazione con tratti ancora da cantierizzare o in fase di ammodernamento. Percorrendola ci si imbatte in ben 32 «lavori temporanei» e da Cosenza in giù la segnaletica sull’asfalto è inesistente e le gallerie sono senza illuminazione.
Per non parlare del trasporto ferroviario sul tratto jonico, caratterizzato da un unico binario non elettrificato, con corse operate su base regionale. E, poi, strade che crollano, ponti che si sbriciolano.
E mentre il movimento No Ponte annuncia battaglia e Alfano esulta per il «successo straordinario», interviene in serata il ministro Del Rio che da Palermo reinterpreta le mosse del suo vice: «Il sottosegretario Del Basso De Caro ha semplicemente accolto l’invito fatto al governo di valutare, se lo vorremo, l’opportunità di riguardare i costi e benefici di quel progetto. Dovremo valutare ma in questo momento il dossier non è sul mio tavolo, abbiamo dossier più urgenti».
Riferimenti
Numerosi articoli sul Pontone li trsavate nell'archivio del vecchio eddyburg, e precisamente qui
Nuova Venezia, Italianostravenezia.org, 25 settembre 2015 (m.p.r.)
Venezia «Qui comando io, quel progetto è una puttanata gigantesca, a Venezia nessuno lo vuole e per questo oggi lo bocciamo in Consiglio comunale». In un Consiglio acceso e in forte contrapposizione con tutte le opposizioni - e uno scontro personale, in particolare con il consigliere della Lista Casson Nicola Pellicani - il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro giovedì ha «forzato» sull’esame del progetto Venis Cruise (presentato da Duferco e Dp Consulting di Cesare De Piccoli) che prevede la realizzazione di un nuovo terminal crocieristico alla bocca di porto di Lido per evitare il passaggio delle Grandi Navi in Bacino di San Marco.
E invece di limitarsi con la Giunta e il Consiglio a prendere atto e approvare le Osservazioni al progetto - pur molto critiche - della commissione di tecnici comunali che l’ha esaminato, inviandole a Roma, alla Commissione di Valutazione d’impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente che sta esaminando il progetto, ha deciso di «bocciarlo», trasformando la valutazione tecnica in un voto politico.
Uno “strappo” che le opposizioni per una volta compatte - Partito Democratico, Lista Casson e Movimento Cinque Stelle - non hanno accettato, decidendo di non partecipare al voto, proprio in dissenso con la forzatura del sindaco. Che ha polemizzato, in particolare, con Pellicani, quando gli ha ricordato che tutti i progetti alternativi al passaggio delle Grandi Navi in Bacino di San Marco devono essere valutati a Roma dalla Commissione Via.
«Non accetto che si dica che Roma deve dare un giudizio, hai le idee un po’ confuse - ha detto Brugnaro a Pellicani - decide Venezia, quando in ballo ci sono anche 5 mila posti di lavoro della portualità. La città con il voto ha detto che per le Grandi Navi si deve passare da lì (riferendosi al progetto Tresse Est, con lo scavo del canale Vittorio Emanuele, da lui sostenuto ndr) e di lì si va». «Se è convinto veramente che con il voto i veneziani abbiano detto questo, indica un referendum consultivo», gli ha ribattuto il capogruppo del Movimento Cinque Stelle Davide Scano. E sia il capogruppo del Pd Andrea Ferrazzi (con la consigliera Monica Sambo), sia Pellicani, gli hanno ricordato come esistano le leggi e il progetto debba comunque superare il giudizio della Commissione Via. «Rispetteremo le leggi - ha ribattuto Brugnaro - ma la decisione finale sul progetto delle Grandi Navi deve essere politica e spettare alla città». Compatta la sua maggioranza nel sostenerlo. Intanto sul progetto Venise Cruise restano le Osservazioni dei tecnici comunali, molto critiche sul suo impatto ambientale, su quello relativo al funzionamento del Mose, sul traffico acqueo per il trasbordo dei passeggeri dal terminal in mare alla Marittima, sugli effetti negativo sulla pesca. Il comune chiede anche di essere ammesso alla sedute della Commissione Via sui progetti alternativi.
"A tre anni dal decreto Clini-Passera, Venis Cruise 2.0 è l'unico rimasto all'esame della Via e abbiamo inviato al ministero tutte le risposte alle osservazioni contrarie. Chi continua ad avversare in modo pregiudizialela nostra proposta dovrebbe riflettere seriamente». Così avevano puntualizzato alla vigilia del dibattito in un comunicato Duferco e Dp consulting, le società che hanno presentato il progetto per la realizzazione di uno scalo passeggeri per le grandi navi in bocca di porto al Lido. Il riferimento è anche all'amministrazione Brugnaro, che ha una sua soluzione alternativa: far arrivare le grandi navi passeggeri in Marittima dal canale dei Petroli, voltando (e scavando) per le Tresse e il Vittorio Emanuele. «Il ministero non ha accolto l'ennesima contestazione dell'Autorità portuale sulla sussistenza del pubblico interesse dell'opera», insistono i proponenti, «e ha confermato che Venis
Cruise 2.0 rientra negli interventi compresi nel programma infrastrutture strategiche approvato dal Cipe e pertanto incardinato nelle norme della legge obiettivo».
La Repubblica, 24 settembre 2015 (m.p.r.)
Il ministro per i Beni culturali ha annunciato ieri un piano per tutelare il tracciato della strada e per percorrere i cinquecento chilometri che da Roma portano a Brindisi
Il viaggio di andata di Paolo Rumiz lungo le antiche basole dell’Appia Antica è servito a riscoprire la diagonale che attraversa l’Italia del Sud e il paesaggio dimenticato di questa strada che dal 312 a.C. unisce Roma a Brindisi. Ma è stato nel viaggio di ritorno che il giornalista ha potuto «raccogliere ciò che avevo seminato con gli articoli su Repubblica: un mandato da parte del popolo dell’Appia perché le venga restituita la dignità del titolo di Regina Viarum». La camminata di Rumiz e dei suoi quattro compagni ha avuto un primo, buon esito. Ieri il ministro dei Beni culturali e del turismo, Dario Franceschini - «rumiziano da sempre», ha confessato - ha annunciato il progetto per un “Cammino dell’Appia Antica”. E lo ha fatto nella sede dell’Archivio Antonio Cederna, il centro di Capo di Bove della Soprintendenza archeologica di Roma che raccoglie l’opera del giornalista e archeologo che nel 1953 iniziò a denunciare lo scempio edilizio dei Gangster dell’Appia Antica.
Il Fatto Quotidiano, 24 settembre 2015 (m.p.r.)
Basilicata, Marche,Puglia e Molise. Eieri anche la Sardegna:il consiglio regionaleha votato in favoredel referendum controle trivellazioni per la ricercae l’estrazione di idrocarburinel sottosuoloe in mare, previstenel decreto Sblocca Italia.Con la Sardegna èstato quindi raggiunto ilnumero necessario perpresentare la richiestadel referendum: «Il 30settembre sarà depositatain Cassazione –spiega al Fatto QuotidianoEnzo Di Salvatore,docente di Dirittocostituzionaledell’UniversitàdiTeramo ecofondatoredel movimentoNoTriv - Ci sarà il controlloformale della richiesta etra il 20 gennaio e il 10febbraio si dovrebbe decideresulla sua ammissibilità.Se ammissibile,cinque giorni dopo ci saràil decreto del presidentedella Repubblica,previa deliberazione delConsiglio dei ministriche indirà il referendum.Insomma, seguendotutto l’iter, il voto dovrebbeesserci tra il 15 aprilee il 15 giugno».
Lo Sblocca Italia, difatto, esautora le regionidalle decisioni in materiadi energia, rende la ricercae le trivellazioni operazionistrategiche enon tiene conto dell'opinionedelle Regioni. Propriocome per gli inceneritori.Oggi, però, dovrebberoesprimersi infavore del referendumanche altri consigli regionali:Abruzzo, Veneto,Liguria. Solo la Sicilia,ieri, ha votato contro,inaspettatamente, perotto voti. Secondo i movimentiNo Triv, il consigliosi era detto inizialmented’accordo. Poi èarrivato il no del Pd e dellostesso governatoreRosario Crocetta. «È importante che ilreferendum si facciaquanto prima – spiegaancora Di Salvatore –perché le trivelle sono ritenutestrutture strategichee allo Sblocca Italiafa riferimento granparte delle richieste di esplorazione.Che potrebberoessere approvateanche nel giro di unanno”
Dopo alcune generazioni sembra vedere la luce almeno l'inizio di una riqualificazione urbana fondamentale per gli effetti su tutta l'area metropolitana e i suoi assetti futuri. La Repubblica Milano, 23 settembre 2015
La giunta di Palazzo Marino dà il via libera all’accordo con Regione e Ferrovie dello Stato per la riqualificazione degli scali dismessi. Una città nella città che si estende complessivamente per un milione e 250mila metri quadrati. Sono sette le aree (da Lambrate a Porta Genova, da Farini a Romana) destinate a cambiare volto. «Questo - dice l’assessore all’Urbanistica Alessandro Balducci - è uno dei più grandi progetti di rigenerazione urbana presentati a Milano e in Italia da molti anni», che permetterà di ricucire parti della città «senza il consumo di suolo». Della superficie a disposizione, 525mila metri quadrati saranno destinati a verde, con 10 chilometri di piste ciclabili e pedonali. Si potrà costruire fino a un massimo di 674mila metri quadrati (meno del milione previsto nel precedente Piano di governo del territorio) e le nuove strutture includeranno 2.600 appartamenti di edilizia residenziale sociale. E poi negozi, case di lusso, attività produttive e servizi. In base all’intesa, 50 milioni di euro serviranno per fare interventi ferroviari, migliorare la rete e il collegamento con la zona metropolitana. Nelle zona di Lambrate, Rogoredo e Greco-Breda la funzione principale sarà soprattutto quella di edilizia sociale, mentre a Porta Genova, in considerazione della posizione, la priorità è data a funzioni legate a moda e design. A San Cristoforo un parco attrezzato.
Sono una città nella città che si estende per un milione e 250mila metri quadrati. Le ultime grande aree da ridisegnare insieme alle caserme. Sette scali ferroviari dismessi o che lo diventeranno presto, che abbracciano tutta Milano e sono destinati a trasformarsi in altrettanti nuovi quartieri con case, negozi, uffici, parchi. Perché è questo quello che prevede l’accordo di programma a tre (oltre al proprietario delle aree, Ferrovie dello Stato, l’altro protagonista è la Regione) che la giunta di Palazzo Marino ha approvato. Un primo via libera a quello che l’assessore all’Urbanistica Alessandro Balducci definisce «uno dei più grandi progetti di rigenerazione urbana presentati a Milano e in Italia da molti anni», che verrà realizzato «senza consumare suolo, attraverso il riuso e la riqualificazione di parti importanti del territorio con verde, servizi ed edilizia sociale». È così che riparte l’operazione scali. Dopo un primo tentativo fatto nel 2007 dalla giunta Moratti. E un nuovo percorso avviato dall’amministrazione Pisapia.
Adesso, dopo quasi quattro anni di lavoro seguiti dalla ex vicesindaco Ada Lucia De Cesaris, si arriva a un accordo. Prossimo passaggio: l’approvazione di Palazzo Lombardia. Poi inizierà la fase dei progetti che prevederanno anche concorsi. Una partita gigantesca che permetterà, secondo il Comune, di ricucire pezzi di città tagliati dai binari e di avere diversi benefici. Oltre ai cosiddetti oneri di urbanizzazione che verranno incassati da Palazzo Marino (le stime parlano di 130 milioni), 50 milioni saranno investiti da Fs per migliorare il sistema ferroviario e il collegamento metropolitano. Una cifra a cui si aggiungerà il 50 per cento delle pluslavenze delle dismissioni, 60 milioni per interventi di riqualificazione della zona attorno a Farini e 20 per Porta Romana. Su quel milione e 200mila metri quadrati si potrà costruire fino a un massimo di 674mila metri quadrati (il precedente Pgt ne prevedeva un milione); di questi 156mila saranno destinati a edilizia sociale con 2.600 alloggi a basso costo. E poi 590mila metri quadrati di spazi pubblici, di cui 525mila di verde e dieci chilometri di piste ciclabili e pedonali.
Al posto dei binari un mix di verde, case di lusso e low cost
Da sola, vale quasi la metà di tutte le aree che dovranno cambiare volto: oltre 500mila metri quadrati di binari abbandonati diventati sempre più strategici perché si snodano lì, all’ombra dei grattacieli di Porta Nuova. Ed è questo il futuro che potrebbe essere immaginato per lo Scalo Farini: un quartiere da far crescere anche puntando al cielo per garantire quel parco che si dovrà estendere per almeno la metà della superficie. Un altro skyline. E poi case di lusso, uffici, vetrine. Perché se un progetto preciso ancora non c’è e saranno il mercato e gli investitori a delineare il destino di questa zona, le linee guida dettate dal Pgt ci sono. E sono altrettanto precise. È lì che si potrà realizzare il mix di funzioni urbanistiche più completo tra tutte quelle possibili. Quello che accadrà anche per un altro pezzo di città sempre più centrale come lo Scalo Romana. Un’altra area in attesa di un futuro composito, con altre residenze, altri uffici, altri negozi. Che anche la vicinanza con l’arte della Fondazione Prada, però, potrebbe influenzare.
Sono tutti diversi, gli scali da riprogettare. E ognuno, ancora prima che gli architetti comincino a tradurre in disegni ed edifici i piani, ha una propria vocazione. C’è chi ha già scritto nella sua storia e nella parte di città che occupa il proprio destino. Come San Cristoforo che, con l’arrivo della metropolitana 4 sarà sempre più collegato: diventerà un parco attrezzato, ancora più unito ai Navigli. In questa parte non si costruirà. Per zone come Lambrate, Rogoredo e Greco-Breda, invece, la maggior parte delle nuove strutture saranno case di edilizia sociale e solo una percentuale minima si trasformerà in negozi e servizi per i nuovi quartieri. Un altro viaggio, si cambia scenario. Perché per Porta Genova è il ponte che oggi divide la stazione dalla Zona Tortona a fare la differenza: impossibile non prevedere un prolungamento naturale di quel polo della creatività e spazi - tra le poche case possibili - per la moda e il design. Con un effetto traino ulteriore. Perché tutti, dall’amministrazione agli esperti di Fs, concordano: l’apertura tra le mura abbandonate del Mercato metropolitano è riuscita a imprimere una spinta sulla strada già tracciata. Solo il nuovo acquirente dell’area, però, potrà decidere se locali e food truck potranno rimanere.
È un’operazione gigantesca, quella di trasformazione degli scali. Solo la parte immobiliare e quei 500mila metri quadrati di nuove costruzioni (al netto delle case low cost) secondo alcuni operatori del settore potrebbe valere 500 milioni di euro: quasi mille euro a metro quadrato. Non solo. Qualsiasi forma prenderanno Farini e Romana, nei quartieri dovranno essere progettate opere di “cucitura” con il resto della città e di riqualificazione dell’aspetto paesaggistico. Con un sogno che è stato accarezzato in passato e chis-sà se mai diventerà realtà: utilizzare parte dei binari tra Romana e San Cristoforo per fare una strada verde in stile High Line di New York. Un’oasi da riempire di vita e attività culturali, magari.
Comune e Regione, però, hanno individuato con Ferrovie anche le priorità per il trasporto ferroviario di tutta l’area metropolitana. I treni che non passeranno più da Porta Genova, ad esempio, prevedono alcuni passaggi già previsti dal progetto di raddoppio della linea Milano- Mortara e nuove fermate (i fondi sono extra rispetto ai 50 milioni dell’accordo) a Tibaldi e Romana. Anche la stazione di San Cristoforo sarà riqualificata e unita alla linea 4 del metrò. Qui si immaginano sottopassi e percorsi di accesso ai quartieri a Sud del Naviglio. Perché alcune stazioni, appunto, non saranno totalmente dismesse. Continueranno a funzionare in forma ridotta, liberando gli spazi. Accadrà anche a Greco, ad esempio. Altre tappe, invece, verranno create per altrettanti nuovi pezzi di Milano. Un esempio? Nascerà una fermata tra Certosa e Rho-Fiera per servire gli abitanti di Cascina Merlata e soprattutto i futuri frequentatori dell’area di Expo una volta che i padiglioni verranno abbattuti.
“Il futuro di Farini una seconda Porta Nuova” (intervista al dirigente Ferrovie)
Dice che per ripensare quelle aree, che rappresentano anche i pezzi più «pregiati del loro portafoglio», si sono mossi da tempo. E l’interesse del mercato, soprattutto per zone come Scalo Farini e Porta Romana c’è. Con un valore aggiunto: Milano. «Soprattutto in questo momento operazioni simili su Milano vengono guardate con un’attenzione sempre maggiore sia in Italia sia all’estero», spiega Carlo De Vito, l’amministratore delegato di Fs Sistemi Urbani, la società di Ferrovie che si occupa della valorizzazione del patrimonio immobiliare del gruppo.
Lei segue da anni questa partita. Quali sono i tempi di un’operazione del genere?
«All’inizio del 2016 l’accordo sarà effettivo e potremo partire con i primi masterplan per le aree più importanti come Farini, Romana e Genova. È un percorso che proseguirà in parallelo con la ricerca dei partner e dei futuri sviluppatori immobiliari. Tutto il prossimo anno sarà dedicato ai piani di intervento urbanistico e alla scelta di chi dovrà realizzarli. In ogni caso parliamo di un processo che guarda a un’orizzonte che supera i prossimi dieci anni».
Che cosa accadrà a questi pezzi di città?«Pensiamo a modelli diversi a seconda delle aree. Per quelle più piccole cercheremo di venderle direttamente, per quelle più grandi potrebbero essere create nuove società di sviluppo o i terreni con i relativi diritti edificatori potrebbero essere affidati a un fondo. Adesso dovranno essere i nostri Cda a decidere. Per la parte di housing sociale, invece, e in particolare per Rogoredo, Lambrate e Greco, utilizzeremo un accordo con Cassa depositi e prestiti che può garantirci finanziamenti e condizioni particolari».
Chi potrebbe prendere in mano e gestire la nascita di un nuovo quartiere così vasto come Farini?
«Abbiamo presentato in anticipo le operazioni al mercato e posso assicurarle che l’interesse di investitori italiani e internazionali è consistente e non solo di facciata. Parliamo di realtà europee, ma anche americane, orientali e australiane».
A differenza di altri scali, lì il futuro non è stato ancora disegnato: che cosa potrebbe diventare?«Sarà l’operazione più completa, quella con le maggiori costruzioni. Abbiamo preferito non prevedere niente di preciso per parlarne con i futuri operatori e per seguire le ultime tendenze del mercato. È una zona importante, collegata sia a Porta Nuova e alla stazione Garibaldi sia alla parte residenziale di via Valtellina. Potremmo prevedere un vero mix, che comprenda abitazioni, uffici, servizi e verde. Se ci saranno grattacieli? Sicuramente si può pensare a uno sviluppo verticale come ideale continuazione di piazza Gae Aulenti».
Quali sono le priorità che seguirete come gruppo Fs?«Trasformare queste aree con l’impegno che abbiamo assunto, abbastanza gravoso, di potenziare il sistema ferroviario della città. E sfruttare bene questi asset per tradurli in risorse finanziarie importanti per il gruppo».

La Repubblica, 20 settembre 2015
Ma in Europa non è così. L’anno scorso la Tour Eiffel chiuse per ben tre giorni, e la National Gallery di Londra è aperta a singhiozzo da mesi per una dura lotta sindacale: nessuno ha gridato che la Francia o l’Inghilterra sono ostaggio dei sindacati.
Il ministro Dario Franceschini ha detto che mentre i lavoratori erano in assemblea egli era impegnato al ministero dell’Economia proprio per riuscire a sbloccare il pagamento dei loro straordinari. E uno si chiede: ma l’Italia è ostaggio di coloro che, guadagnando circa 1000 euro al mese, chiedono di non aspettare mesi o anni per la retribuzione degli straordinari (che permettono le aperture domenicali e notturne), o è ostaggio della burocrazia che ha fatto sì che Franceschini non sia riuscito a risolvere il problema in un anno e mezzo di governo? E perché il decreto d’urgenza adottato venerdì non ha riguardato il pagamento dei lavoratori, ma invece il regime degli scioperi? Un noto documento programmatico della banca d’affari americana JP Morgan (giugno 2013) additava tra i problemi «dei sistemi politici della periferia meridionale dell’Europa» il fatto che «le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste »: bisognava dunque rimuovere, tra l’altro, le «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori » e «la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo». Ebbene, crediamo davvero che sia questa la linea capace di far ripartire il Paese?
Non c’è alcun dubbio sul fatto che anche i sindacati abbiano le loro responsabilità nel pessimo funzionamento del ministero per i Beni culturali. Ma è davvero caricaturale dire che in Italia il diritto alla cultura sia negato per colpa dei sindacati. Le biblioteche e gli archivi sono in punto di morte a causa della mancanza di fondi ordinari e di personale, d’estate i grandi musei chiudono perché non c’è l’aria condizionata, nel centro di Napoli duecento chiese storiche sono chiuse dal 1980, due giorni fa è caduto per incuria il tetto della mirabile chiesa di San Francesco a Pisa, dov’era sepolto il Conte Ugolino... E si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Questo immane sfascio non è colpa dei sindacati: ma dei governi degli ultimi trent’anni, nessuno escluso (neanche il presente, che ha appena tagliato di un terzo il personale del Mibact, già alla canna del gas).
Se davvero vogliamo che la cultura (e non solo il turismo più blockbuster) diventi un servizio essenziale, come vorrebbe la Costituzione, allora non c’è che una strada: investire, in termini di capitali finanziari e umani. Quando gli italiani potranno davvero entrare nelle loro chiese, nei loro musei e nelle loro biblioteche (magari gratuitamente, o pagando secondo il reddito), e quando chi ci lavora avrà una retribuzione equa e puntuale, allora avremo costruito un servizio pubblico essenziale. Un traguardo che pare molto lontano, impantanati come siamo in questo maledetto storytelling, che invece di cambiare la realtà, preferisce manipolare l’immaginario collettivo.
Riferimenti
Avete visto il padiglione di eatitaly alla Expo milanese e l'idea di cultura che la pervade? Lì c'è la cultura del renzismo. Guardate questo filmato su youtube:https://www.youtube.com/watch?v=u6Wf95pbG5Y
Il Tirreno, 19 settembre 2015
Le assemblee sindacali durante le ore di servizio - a cominciare da quelle storiche del personale di volo Alitalia - non sono mai state molto popolari. Giustamente. Quella tenutasi per due ore e mezza al Colosseo e in altri luoghi strategici del turismo di massa a Roma, pur essendo stata annunciata con cartelli non invisibili, si è attirata l'ira del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, e del premier Matteo Renzi: è uno scandalo che deve finire, bisogna inserire i servizi museali fra quelli "essenziali", anzi lo faremo subito con decreto legge. Che peraltro non potrà vietare le assemblee regolarmente indette.
Ora, non v'è dubbio che qualunque chiusura, anche temporanea, di un monumento visitato al giorno da 6.000 persone e più, provochi malumori e proteste. E' successo nei giorni scorsi a Pompei, altro sito dei più visitati. "Facciamo la solita figuraccia con gli stranieri...", è il primo commento indignato che affiora alle labbra. Tuttavia occorre anche predisporre gli uomini e i mezzi necessari per poter garantire la fruizione di musei, aree di scavo, monumenti, ecc.
L'assemblea di Pompei come quella di ieri al Colosseo non aveva tuttavia motivazioni campate in aria. Difatti erano presenti anche funzionari e dirigenti della Soprintendenza: a pochi mesi dall'inizio del Giubileo nella enorme struttura romana dove ogni giorno entrano e sostano migliaia di turisti vi sono appena 27 custodi su tre turni. Il giorno che sono entrati, gratis, 9.000 visitatori, si sono corsi rischi molto seri sul piano della sicurezza. Ma è così in tutta Italia, la riduzione di personale di custodia è stata così incisiva negli ultimi anni che, ad esempio, nel polo museale statale fra Bologna e Ferrara da un'ottantina di custodi si è vertiginosamente scesi a meno di venti. Per la Pinacoteca Nazionale di Bologna ci sono appena tre custodi per turno, per cui la galleria apre a mezze giornate, e il pubblico assicurato da una compagnia aerea low cost rimane a guardare il portone chiuso. Lì come al vicino ed oggi ben allestito Musei dell'Università, la più antica del mondo.
Per ovviare a questa rarefazione di personale - che, va ricordato, guadagna mensilmente circa 1100 euro - si sono effettuate ore e ore di straordinari, anche per fare bella figura nelle aperture serali e nelle domeniche al museo. Purtroppo questi straordinari, che incrementano di un terzo circa i magri guadagni, da nove lunghi mesi non vengono pagati suscitando un malcontento crescente. I disagi sarebbe stati minori se anche i tour operator avessero provveduto ad avvertire i loro clienti e l'annuncio dei sindacati fosse stato più anticipato e meglio diffuso. E' innegabile.
Ma cosa si prevede per il personale? Alla Biblioteca Nazionale di Firenze (lo denunciano due interrogazioni parlamentari, una dell'ex ministro Maria Chiara Carrozza, citate da Tomaso Montanari su Repubblica) quello "addetto alla distribuzione e al funzionamento si è ridotto a 165 unità, mentre la pianta organica ne prevedrebbe 334". Ma sono le nuove piante organiche a sanzionare questi tagli devastanti. Secondo dati sindacali, i dipendenti del Ministero Beni Culturali e Turismo erano ad agosto 25.175. Con la pianta organica firmata da Franceschini in quel mese, devono scendere a 19.050. Se si vuole considerare Arte & Cultura un "servizio essenziale" a fini sindacali, bisogna che lo sia anche a fini economici: col governo Prodi 2006 l'incidenza della Cultura nel bilancio dello Stato era pari allo 0,40 % (ed eravamo ben sotto Francia e Spagna), ma alla fine dei governi Berlusconi essa era precipitata alla miseria dello 0,19 %. In tutta Italia ci sono appena 343 archeologi dello Stato, mediamente anziani, per oltre 700 siti e musei. Al concorso del 2008 per trenta posti si sono presentati 5.551 giovani archeologi. Più essenziali di così si muore. Magari di inedia.
Il Fatto quotidiano online, 18 settembre 2015
La politica inveisce contro l'ennesimo "sciopero selvaggio". Un documento dimostra che in realtà l'assemblea era stata comunicata da una settimana e poi regolarmente autorizzata. Ma l'equivoco alimenta l'attacco frontale alla rappresentanza sindacale, anche se è la soprintendenza stessa a rivendicare la piena regolarità della riunione. Forse i fax e le affissioni in loco non bastano più.
E’ un copione che si ripete. La manifestazione che oggi al Colosseo ha lasciato una fila di turisti allibiti davanti a un cartello di chiusura era stata notificata per tempo e regolarmente autorizzata. Eppure i turisti sono rimasti spiazzati. E tanto è bastato alla politica per lanciare l’attacco frontale alla rappresentanza sindacale. Si ripete così la vicenda di Pompei che a luglio tenne banco per giorni, con l’assemblea spacciata per “selvaggia” quando non lo era affatto. A rivelare come sono andate le cose è la convocazione dell’assemblea (leggi il testo delle Rsu) che è stata diffusa e trasmessa all’amministrazione il 16 settembre scorso, due giorni prima che si svolgesse (come vuole la legge). In calce anche l’indicazione dell’avvenuta comunicazione, a termine di legge, già l’11 settembre, e cioé una settimana prima che l’assemblea si svolgesse. Ma bastano l’equivoco e le foto dei turisti in coda per prestare il fianco al “licenziamoli tutti” (pronunciato dalle fila di un partito che di nome fa Scelta Civica) al “la misura è colma”, detto dal ministro Franceschini che è poi il primo destinatario della protesta dei suoi dipendenti, cui non viene versato il salario accessorio da gennaio. Fino a Renzi, che ha sferrato un attacco frontale ai “sindacalisti contro l’Italia”. Resta allora la domanda, cosa non ha funzionato?
1) L’assemblea improvvisa e selvaggia? Era autorizzata e il Ministero sapeva (da una settimana)
“Le Rappresentanze Sindacali Unitarie della SS-COL comunicano che in data 18 settembre p.v. dalle ore 8.30 alle 11, nella sala conferenze di Palazzo Massimo è stata indetta (secondo le norme contrattuali e regolarmente comunicata all’Amministrazione in data 11/09 u.s.)”.
2) Perché farla proprio oggi e non in un’altra data?
“Ci era stato chiesto – spiega ancora Feliciani – di non fare assemblee nel periodo di luglio e agosto perché a maggior afflusso di turisti e così abbiamo fatto. Una volta terminato questo periodo e non ricevendo risposte ai problemi che abbiamo rappresentato in ogni sede l’abbiamo convocata, rispettando tutti i termini di legge”. Insomma, le due parti in causa concordano: nulla di illecito o di improvvisato. E’ solo la politica a parlare di “protesta scandalo” e di “danno irreparabile”.
3) Non si poteva svolgere in un orario extralavorativo
“No – risponde Feliciani – le norme stabiliscono che si possano fare massimo 12 ore di assemblea ma sempre in orario di lavoro. Al mattino o al pomeriggio, quindi a inizio o fine turno. Abbiamo optato per l’inizio perché era la soluzione più indolore, altrimenti avremmo dovuto far entrare i visitatori e farli uscire e sarebbe stato molto peggio”. Lo conferma il soprintendente: “Tutto si è svolto regolarmente”.
4) Chi ha l’obbligo di dar comunicazione della chisura?
“Sempre i funzionari della Soprintendenza. Non le rappresentanze sindacali che comunque lo fanno, coi loro mezzi e cioè cartelli e affissioni. Ma se i canali di comunicazione istituzionale delle Soprintendenze non sono efficaci nel raggiungere turisti e cittadini non è certo da imputare ai lavoratori che non possono farsi carico anche di questo”.