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Chissà se una parte consistente di quel 64 per cento che ha votato per lui ha compreso dove sta la causa s della rottamazione di Roma? Sarebbe già un buon risultato. Il manifesto, 21 ottobre 2015
Altro che il dream-team imma­gi­nato dal pre­si­dente del con­si­glio. Se Marino riu­scirà a evi­tare l’avviso di garan­zia, e dopo il lungo col­lo­quio con i magi­strati la pro­cura non avesse motivo di inda­garlo, il sin­daco potrebbe riti­rare le dimis­sioni e rive­larsi un mici­diale boo­me­rang per tutti quelli che gli ave­vano già fatto il funerale.

A comin­ciare da chi è corso in pro­cura a con­se­gnare l’esposto per gli scon­trini, intra­ve­dendo nella clas­sica buc­cia di banana giu­di­zia­ria l’occasione ghiotta di un bel bot­tino elet­to­rale, non essendo riu­sciti a scal­zarlo con le armi pro­prie della poli­tica. Pro­se­guendo con il presidente-segretario che, per inter­po­sti asses­sori, gli ha riti­rato una fidu­cia che non era nella sua dispo­ni­bi­lità dar­gli, dimo­strando, se ancora ce ne fosse biso­gno, di tenere in nes­suna con­si­de­ra­zione il voto dei cit­ta­dini. Fino ai mon­si­gnori che, seguendo l’impri­ma­tur papale, lo ave­vano sco­mu­ni­cato boc­cian­done la sin­da­ca­tura con dichia­ra­zioni roboanti sulle mace­rie romane.

E senza dimen­ti­care gli autori della for­sen­nata cam­pa­gna media­tica che pochi prima di lui ave­vano avuto l’onore di rice­vere, un’offensiva all’insegna del vibrante slo­gan «vogliamo un sin­daco che tappi le buche di Roma». Il ritorno del dimis­sio­na­rio in Cam­pi­do­glio effet­ti­va­mente sarebbe un vero colpo di scena in una trama che sem­brava ormai desti­nata a seguire un copione coe­rente con il trionfo dei ter­re­stri con­tro il marziano.

La pos­si­bi­lità di un ritiro delle dimis­sioni l’ha fatta intra­ve­dere lo stesso Marino nella con­fe­renza stampa con­vo­cata all’indomani del det­ta­gliato reso­conto offerto ai giu­dici sulla sto­ria degli scon­trini («se ho scritto che volevo pren­dere tempo per valu­tare, signi­fica che lo pen­savo e lo penso ancora»). Nell’incontro con i gior­na­li­sti il mar­ziano ha respinto al mit­tente le accuse di aver rubato soldi pub­blici bol­lan­dole come una vio­lenta spe­cu­la­zione delle oppo­si­zioni (Fra­telli d’Italia e 5Stelle) a corto di altri argo­menti. Poi ha con­fer­mato che le sue dimis­sioni sono state moti­vate dal rispetto verso la magi­stra­tura chia­mata ad accer­tare i fatti.

E men­tre la sua ex mag­gio­ranza (Pd e Sel) ora si ritrova tra le mani la patata bol­lente, alle fine­stre di palazzo Chigi potrebbe arri­vare l’eco delle mobi­li­ta­zioni che la rete di soste­gno (“Marino ripen­saci”) minac­cia di repli­care sotto il cavallo di Marco Aurelio.

In fondo Marino era pur sem­pre salito al Cam­pi­do­glio con il 64 per cento dei con­sensi dopo aver vinto le pri­ma­rie del Pd. Per quanto i romani siano abi­tuati alle mil­le­na­rie scor­re­rie del potere, toglierlo di mezzo con un col­petto di palazzo potrebbe averne risve­gliato l’anima irri­ve­rente. I famosi venti giorni di tempo per ripen­sarci sca­dono il 2 di novem­bre. Suf­fi­cienti a sca­te­nare una nuova com­me­dia romana.

». Un’intervista cdi Ernesto Milanesi a Salvatore Settis. Il manifesto, 17 ottobre 2015
Una sco­moda verità rimossa e la difesa costi­tu­zio­nale dei beni comuni. Sal­va­tore Set­tis, 74 anni, archeo­logo e sto­rico dell’arte, ex pre­si­dente del Con­si­glio supe­riore dei beni cul­tu­rali (da cui si dimise nel 2009 in pole­mica con il mini­stro Bondi), offre il suo «segna­via» alla Fon­da­zione Cari­paro, che ha dedi­cato un appun­ta­mento a «Beni cul­tu­rali e mer­cato: mis­sione (im)possibile?» al cen­tro cul­tu­rale San Gae­tano di Padova.

«Le risorse per musei e siti, ricerca, scuola, uni­ver­sità e cul­tura? È inu­tile nascon­dersi die­tro un dito: l’Italia, in base ad una recente inda­gine dell’Unione euro­pea, è seconda die­tro all’Estonia nell’evasione fiscale fra get­tito Iva pre­vi­sto e quello incas­sato nel 2013 rispetto all’anno pre­ce­dente. Si tratta, sem­pre secondo Bru­xel­les, di una somma pari a 47,5 miliardi di euro. Ecco dove i governi devono tro­vare i soldi!» sbotta fra gli applausi.

Per Set­tis fa fede sem­pre l’articolo 9 della Costi­tu­zione («La Repub­blica pro­muove lo svi­luppo della cul­tura e la ricerca scien­ti­fica e tec­nica, tutela il pae­sag­gio e il patri­mo­nio sto­rico e arti­stico della nazione»). Ma stride rispetto alla realtà: «Abbiamo 377 sto­rici dell’arte nell’organico: 240 nei musei e 137 nelle Soprin­ten­denze. Numeri che par­lano da soli, soprat­tutto nel caso delle Soprin­ten­denze che in un ter­ri­to­rio capil­lar­mente pieno di beni cul­tu­rali si ritro­vano con per­so­nale per­fino minore di qual­che museo ame­ri­cano e comun­que con un’età media più vicina ai 60 che ai 50 anni, dun­que vicina al pen­sio­na­mento», evi­den­zia senza tanti complimenti.

Nel Nord Est il pae­sag­gio è vit­tima dell’urbanistica senza scru­poli e dell’economia del cemento. Un’«emergenza» che stava a cuore ad Andrea Zan­zotto e che con­ti­nua ad impe­gnare comi­tati, asso­cia­zioni, sin­goli. Che ne pensa?
«Il Veneto è una delle regioni più belle non solo d’Italia ma del mondo: pos­siede una civiltà, una tra­di­zione cul­tu­rale, archi­tet­to­nica e pae­sag­gi­stica di prim’ordine. Ho l’impressione che una parte dei veneti la stiano dimen­ti­cando, in par­ti­co­lare quelli che poi fini­scono a gover­nare la regione e comuni molto impor­tanti come Vene­zia. Negli ultimi decenni c’è stata una scan­da­losa «inva­sione» delle cam­pa­gne: lo spar­gersi delle città come una mar­mel­lata che sta inva­dendo la cam­pa­gna a dispetto del pae­sag­gio. È molto dolo­roso dover con­sta­tare una scarsa rea­zione civica, anche per­ché si tratta di un gesto auto­le­sio­ni­stico. Il Veneto ha una pia­nura fra le più fer­tili del pia­neta, ma ha il pri­mato dei capan­noni costruiti anche se vuoti per­ché non c’è più indu­stria. Una scia­gu­rata scelta che ha finito per logo­rare l’attenzione, la sen­si­bi­lità, il gusto e il senso civico».

Lei è stato in prima fila nella difesa degli affre­schi di Giotto minac­ciati dal pro­getto di audi­to­rium (ora defi­ni­ti­va­mente archi­viato) dell’allora sin­daco Fla­vio Zano­nato. Qual è la disto­nia fra «cul­tori della mate­ria» e pub­blici amministratori?
«Solo chi non si fa troppi scru­poli né riflette abba­stanza può imma­gi­nare qual­cosa che metta a rischio la Cap­pella degli Scro­ve­gni, un gio­iello senza para­goni e patri­mo­nio dell’umanità. Noto con grande pre­oc­cu­pa­zione che a tutti gli appelli in difesa di Giotto si rea­gi­sce sem­pre in modo tran­quil­liz­zante. La cripta della Cap­pella invasa dall’acqua? Il Comune di Padova dice di non pre­oc­cu­parsi. Un ful­mine col­pi­sce l’edificio? Di nuovo: va tutto bene. Dob­biamo restare tran­quilli fin­ché non casca tutto? Credo che sia neces­sa­rio, invece, tor­nare a uno straor­di­na­rio rigore nella sal­va­guar­dia dei beni arti­stici e cul­tu­rali: biso­gna esa­ge­rare nella loro tutela pro­prio per essere sicuri di preservarli».

Il suo ultimo sag­gio è dedi­cato a Vene­zia: il «caso Mose» ha dimo­strato la reale tra­du­zione della salvaguardia?
«È un grande epi­so­dio di cor­ru­zione, dav­vero para­dig­ma­tico, che va ben al di là di disat­ten­zione o errori. Nella vicenda Mose è rima­sto coin­volto anche l’allora sin­daco Orsoni, men­tre Galan (ex mini­stro dei beni cul­tu­rali) è ancora pre­si­dente della com­mis­sione cul­tura della Camera nono­stante con il pat­teg­gia­mento abbia ammesso le sue respon­sa­bi­lità. Ecco: Mose, Expo 2015 o Roma Capi­tale, dimo­strano come, in un paese in cui l’attenzione civile è ridotta al lumi­cino attra­verso «leggi spe­ciali», la cor­ru­zione si installa in modo fisso e pun­tuale. Ciò spinge ad una rifles­sione ulte­riore: con il mol­ti­pli­carsi dei comi­tati che si pre­oc­cu­pano del ter­ri­to­rio, mi auguro che la coscienza della cit­ta­di­nanza attiva rie­sca ad imporre più rigore a chi fa poli­tica per mestiere».

Gestione dei beni cul­tu­rali: una sfida sem­pre più ostica?
«ono un vero e pro­prio pro­blema nazio­nale. Sol­tanto oggi si com­pren­dono fino in fondo gli effetti della cri­mi­nosa e irre­spon­sa­bile deci­sione del governo Ber­lu­sconi nel 2008. Il dimez­za­mento dei fondi al mini­stero l’ho denun­ciato all’epoca per primo dalle colonne del Sole24Ore. Adesso chiun­que si rende conto delle con­se­guenze. Senza dimen­ti­care l’atteggiamento degli ammi­ni­stra­tori locali: il sin­daco di Verona vuol met­tere il tetto all’Arena come se fosse un circo eque­stre di pla­stica. E non è la prima volta che mani­fe­sta que­sta stram­pa­lata idea. All’inizio, tutti ci hanno riso sopra. Ma il sin­daco ci riprova. E può essere che a furia di insi­stere, magari, alla fine ce la faccia.

Può valu­tare la stra­te­gia del mini­stro Fran­ce­schini? Qual è, secondo lei, la via migliore da per­se­guire nel «governo» dei beni culturali?
«Non so qual è il dise­gno che ha in mente il mini­stro. Tut­ta­via, pro­viamo ad essere otti­mi­sti. La sua prima mossa è stata nei con­fronti dei musei. Lasciamo stare se i venti diret­tori siano le per­sone vera­mente adatte. Come pure i cri­teri per le nomine. Ma il governo, non solo Fran­ce­schini, deve far seguire imme­dia­ta­mente una seconda mossa: raf­for­zare dav­vero le Soprin­ten­denze. Cioè dotarle di per­so­nale, farle fun­zio­nare e dimo­strarne il ruolo cru­ciale. È il vero banco di prova. La più urgente neces­sità è far fun­zio­nare le isti­tu­zioni cul­tu­rali mediante le per­sone. Comun­que non basta: ser­vono più risorse, ma anche uno stretto col­le­ga­mento fra musei e soprin­ten­denze. La pecu­lia­rità mag­giore dell’Italia sono pro­prio le col­le­zioni museali, espres­sione dei nostri territori.
«La Gal­le­ria dell’Accademia di Vene­zia non è un museo d’arte uni­ver­sale come il Lou­vre, ma riflette fon­da­men­tal­mente la sto­ria di quella città che non mi pare certo secon­da­ria. Ed è lo stesso ovun­que, da Parma a Lecce. Mi sento di aggiun­gere un’altra con­si­de­ra­zione: non è che il «modello museale» ita­liano sia arre­trato rispetto a quello degli Stati Uniti che rap­pre­sen­te­rebbe la punta più avan­zata. Se uno va in giro per New York vede tante belle cose, ma non tro­verà mai la Cap­pella degli Scro­ve­gni. E c’è una ragione per­ché non la trova. A Padova, invece, ci sono i Musei Civici e Giotto. Il punto è met­tere insieme il patri­mo­nio di pro­prietà pub­blica (sta­tale o comu­nale) e pri­vata in un dise­gno gene­rale di tutela, valo­riz­za­zione e frui­zione pub­blica. Altri­menti, non solo man­che­remmo alla nostra tra­di­zione e mis­sione, ma anche a ciò che dice la legge. E per la nostra Costi­tu­zione, Giotto appar­tiene a un sici­liano tanto quanto ad un cit­ta­dino di Padova».

La premessa perché lo spazio aperto urbano possa configurarsi (non solo su una teorica mappa) come una rete e una infrastruttura, è la conoscenza. La Repubblica Milano, 17 ottobre 2015, postilla (f.b.)

Dare suggerimenti pratici. Ma anche fare rete e agevolare la vita di chi vuole il suo pezzo di terra da coltivare ma non sa bene se può farlo e come farlo. Nasce in Comune l’ufficio Orti, con esperti del settore Verde pronti a rispondere al milanese che vuole dedicarsi alla zappa urbana. Il responsabile della nuova iniziativa è un funzionario dal pollice molto verde che si chiama, nomen omen, BortoloFurloni.

I contadini urbani sono un fenomeno in forte crescita in città. In particolare in questo momento c’è una forte domanda da parte di privati che vogliono trasformare parte del proprio terreno agricolo, appunto, in un fazzoletto da zappare e irrigare. Il punto è che la maggior parte di questi terreni si trova nel Parco agricolo Sud, dal Forlanini al parco delle Risaie e serve comunque un via libera da parte dell’ente parco per poter avviare la pratica. L’ufficio ad hoc creato dal Comune nasce anche per agevolare i cittadini in questa pratica. «Noi facciamo da facilitatori con gli aspiranti contadini — spiega Furloni — e puntiamo anche a far emergere tutti gli appezzamenti coltivati che sono sommersi». In città sono 2.500 gli orti che Palazzo Marino ha mappato. E sono di vario genere.

Ci sono le coltivazioni delle zone assegnate in base al reddito, che crescono ogni anno e per i quali l’amministrazione sta pensando a nuovi criteri per aprire di più ai giovani e ai disoccupati. Ci sono poi quelli nelle scuole, con i nonni di quartiere che se ne prendono cura d’estate: l’anno scorso nella sola zona 5 ne sono nati 20 grazie all’idea del signor Menasce, un pensionato anche consigliere di Zona che ha messo insieme tutor di istituti di agraria, sponsor privati come Brico e Danone, Fondazione Cariplo e il Comune per creare un modello che funziona. Sono in crescita anche gli orti condivisi, strumento di coesione sociale ma anche di lavoro, come nel caso dell’Orto comunitario Niguarda, dove lavora da tre mesi un ragazzo del Mali da poco arrivato in Italia. Ci sono poi gli orti nelle cascine, come a Cascina Sant’Ambrogio, ravvivato dai ragazzi dell’associazione Cascinet con mercatini e feste. E poi ci sono gli orti spontanei, dove cittadini coltivano da anni pezzi di terra abbandonati che l’amministrazione ora punta a far emergere. E l’ufficio (oggi solo telefonico 02/88454127 ma presto con un sito e una mail) servirà anche a questo.

Essendo l’orto riconosciuto nel Piano di governo del territorio come un servizio stanno per essere approvati i criteri con i quali un privato può convenzionare i propri orti con l’amministrazione, prevedendone una quota a tariffe sociali. L’assessore al Verde, Chiara Bisconti: «Così riconosciamo la forte domanda di ritorno alla coltivazione della terra che sentiamo nella nostra città, soprattutto da chi prova piacere a ritrovare rapporto diretto con la terra e il cibo che consuma, anche alla luce della Food Policy appena promossa dal Comune. L’ufficio promuoverà azioni dirette per nuovi orti, ma sarà anche a disposizione per risolvere i problemi. Coltivare un orto — aggiunge — serve a riscoprire la città e i concittadini».

postilla
Forse non si coglie sul serio la potenzialità di questa anagrafe degli orti, se non si torna un istante sull'idea di rete urbana degli spazi aperti, coltivati o non coltivati che siano, e del ruolo che può svolgere in quelle per ora benintenzionate ma abbastanza fumose strategie di sostenibilità e riduzione degli impatti. Hanno un peso non trascurabile, e se si quanto pesano, quantitativamente e qualitativamente, queste superfici sull'insieme della produzione alimentare locale a chilometro zero? La rete che formano è solo virtuale, di rapporti potenziali fra soggetti, oppure si configura chiaramente un sistema fisico tangibile, il cui ruolo può diventare complementarmente chiave in un futuro di maggiore sfruttamento a scopi infrastrutturali degli spazi aperti? Sono solo due delle tantissime domande a cui questo tutto sommato piccolo progetto può rispondere, se riuscirà a decollare dall'attuale fase di «telefono amico del pensionato coltivatore», a quella urbano sociale di infrastruttura verde propriamente detta (f.b.)

«Prima che le sue dimissioni diventino effettive, il 2 novembre prossimo, Ignazio Marino vuole completare il progetto che fu di Petroselli e Cederna. Il sindaco dimissionario lavora alla pedonalizzazione totale della via. Arresti per tangenti a un funzionario comunale». Il manifesto, 15 ottobre 2015, con postilla

«Il pro­getto del Comune sulla pedo­na­liz­za­zione di via dei Fori è un com­pro­messo, ed è molto lon­tano dall’idea del grande parco archeo­lo­gico di Luigi Petro­selli e Anto­nio Cederna». A dirlo non è Igna­zio Marino che pure prima che le sue dimis­sioni diven­tino defi­ni­tive ha deciso di coro­nare il sogno che fu innan­zi­tutto dei comu­ni­sti e degli ambien­ta­li­sti più illu­mi­nati della sto­ria recente della capi­tale. La frase vir­go­let­tata fu pro­nun­ciata nel marzo 1999 dall’urbanista Vezio De Lucia che allora chie­deva più corag­gio alla giunta Rutelli che aveva messo in pro­getto — mai rea­liz­zato — il divieto par­ziale di tran­sito auto­mo­bi­li­stico su via dei Fori Imperiali.

Marino ieri ha acce­le­rato i lavori per rea­liz­zare, con una deli­bera di giunta che non dovrà essere sot­to­po­sta al voto dell’Assemblea capi­to­lina, uno degli obiet­tivi pro­messi fin dalla cam­pa­gna elet­to­rale: la pre­clu­sione totale dei vei­coli, taxi e auto­bus com­presi, dalla strada che attra­versa l’area archeo­lo­gica cen­trale di Roma, con­cen­tran­dosi sull’ostacolo più grande da supe­rare: la rior­ga­niz­za­zione del tra­sporto pub­blico. E lo fa nel giorno in cui scop­pia il caso di cor­ru­zione di un fun­zio­na­rio del comune addetto agli appalti della manu­ten­zione stra­dale della Grande Via­bi­lità romana.

La pro­cura accende così un pic­colo rag­gio di luce sul grande mistero delle buche perenni sulle strade della capi­tale: ieri ha dispo­sto gli arre­sti domi­ci­liari per due impren­di­tori, Luigi Mar­tella e Ales­sio Fer­rari, e un dipen­dente del dipar­ti­mento Svi­luppo infra­strut­ture e manu­ten­zione urbana, Ercole Lalli, accu­sati di cor­ru­zione e tur­bata libertà degli incanti. I due impre­sari, infatti, secondo i cara­bi­nieri che hanno effet­tuato le inda­gini, avreb­bero pagato il 27 set­tem­bre scorso una tan­gente di due mila euro al dipen­dente comu­nale per otte­nere in cam­bio infor­ma­zioni riser­vate sulle imprese con­cor­renti. Mar­tella e Fer­rari, secondo il gip, «desi­de­ra­vano cono­scere anzi­tempo in quale o quali lotti erano state invi­tate» alcune imprese par­ti­co­lar­mente temute, «in modo da pre­sen­tare offerte più aggressive».

Secondo le ordi­nanze, i due impren­di­tori com­men­ta­vano così, in una tele­fo­nata inter­cet­tata, i det­tali otte­nuti da Lalli: «Se noi c’avemo quelli sta­volta so’ morti tutti!». Par­ti­co­lari che avreb­bero potuto aiu­tare le imprese ad aggiu­di­carsi le gare per otto lotti di manu­ten­zione stra­dale dal valore di circa un milione di euro cia­scuna. E già mar­tedì l’Autorità anti­cor­ru­zione pre­sie­duta da Can­tone aveva bloc­cato una gara riguar­dante, que­sta volta, alcuni inter­venti di restauro dei per­corsi giu­bi­lari alla quale ave­vano par­te­ci­pato due società ricon­du­ci­bili a Fer­rari e Mar­tella, gli impren­di­tori arre­stati ieri.

«Li avevo denun­ciati tutti ad aprile. E per oggi li ave­vamo con­vo­cati per esclu­derli dalla gara del Giu­bi­leo», ha rive­lato ieri, subito dopo gli arre­sti, l’assessore alla Lega­lità Alfonso Sabella. Infatti, mal­grado i due impren­di­tori arre­stati ieri aves­sero, secondo l’accusa, creato una sorta di “car­tello” occulto per aggiu­di­carsi gli appalti, l’escamotage non sarebbe sfug­gito al Sistema infor­ma­tico per le pro­ce­dure nego­ziate (Sipro­neg) messo a punto da Sabella e dall’assessore ai Lavori Pub­blici, Mau­ri­zio Pucci, pro­prio per garan­tire la tra­spa­renza e la leale con­cor­renza. «La vicenda odierna è la prova ine­qui­vo­ca­bile che i nuovi sistemi di con­trollo interno di cui si è dotata Roma Capi­tale, per ini­zia­tiva innan­zi­tutto del sin­daco, e la stretta col­la­bo­ra­zione con Anac e con l’autorità giu­di­zia­ria, fun­zio­nano — dichia­rano in una nota con­giunta i due asses­sori — Ave­vamo imme­dia­ta­mente riscon­trato ano­ma­lie nelle offerte della gara degli otto lotti, che è stata sospesa. A Roma non c’è più spa­zio per le vec­chie logi­che spar­ti­to­rie e per ille­cite distor­sioni delle pub­bli­che pro­ce­dure in favore di inte­ressi pri­vati».

Gli inte­ressi però non sono solo pri­vati: a volte ad osta­co­lare lo svi­luppo della città con­cor­rono anche quelli poli­tici. E così, il pro­getto di pedo­na­liz­za­zione totale dei Fori impe­riali che Marino vuole por­tare a ter­mine entro il 2 novem­bre trova freni ancora una volta pro­prio nel Pd. Il capo­gruppo capi­to­lino dem, Fabri­zio Pane­caldo, pur appog­giando l’idea del sin­daco dimis­sio­na­rio gli sug­ge­ri­sce di «coin­vol­gere anche le forze eco­no­mi­che che gra­vi­tano intorno alla via», per tenere buoni i com­mer­cianti che si sono lamen­tati fin dalla prima limi­ta­zione al traf­fico, impo­sta da Marino due mesi dopo la sua ele­zione. Ma è l’assessore ai Tra­sporti voluto da Renzi, Ste­fano Espo­sito, a ten­tare lo stop: «Sarebbe straor­di­na­rio, ma serve un qua­dro pre­ciso di come rior­ga­niz­zare la per­cor­ri­bi­lità col­la­te­rale». Per­ciò sug­ge­ri­sce al sin­daco uscente di far scat­tare l’operazione Fori dal 1 dicem­bre pros­simo, «in modo da dare tempo al com­mis­sa­rio di pen­sare alla que­stione viabilità».

postilla

Il "progetto Fori" promosso da Adriano La Regina, tenacemente sostenuto da Antonio Cederna e avviato dal grande sindaco (rara avis) Luigi Petroselli era ben altro della pedonalizzazione di una strada. Prevedeva, tra l'altro la completa ablazione di quel manufatto mussoliniano. Ma questa è un'altra storia. Per conoscerla sono utili molti articoli raccolti in eddyburg. Per cominciare l'articolo di Vittorio Gregotti del l'ottobre 2013, "Un progetto unitario per i Fori Imperiali", il testo della relazione tenuta da Vezio De Lucia nel giugno 2007, "Cederna e il progetto Fori", l'articolo di De Lucia nell'agosto 2013, all'inizia della sindacatura Marino, "Una prima riflessione sul progetto Fori". Altri articoli li trovate digitando il lemma "progetto fori" nella casella sensibile in cima a ogni pagina del sito.

Una sintesi chiara e convincente del "caso Marino": «Un caso di banditismo politico unito a uno straordinario esempio di insipienza politica». Micromega, 9 ottobre 2015, con postilla

Un caso di banditismo politico unito a uno straordinario esempio di insipienza politica: ecco il “caso Marino”. Sarà da scrivere, con calma e sulla base di informazioni certe, la vicenda a suo modo esemplare di questo chirurgo tentato dalla politica, paracadutato nella capitale, prima come senatore della Repubblica (imposto, chissà perché, in Piemonte), quindi, a mandato in corso, come primo cittadino della capitale. Una parte del PD lo sostenne, contro l’altra parte, quella che stava prendendo però il potere guidato dal disinvolto Matteo, ormai in fase di irresistibile ascesa.

E ben presto costui scopre che Marino è ingovernabile: innanzi tutto non è un renziano, e in secondo luogo perché è una sorta di Forrest Gump, che vive in una condizione di separatezza dalla realtà. Ha un mondo suo, Ignazio Marino, e, pur essendo uomo, a mia conoscenza, e impressione, di specchiata onestà, in quanto primo cittadino della prima città italiana, della ex capitale dell’Impero Romano, della capitale del cattolicesimo, della capitale mondiale delle opere d’arte, e così via, il buon Ignazio perde la testa, o detto altrimenti comincia a montarsela, preso da una specie di delirio di onnipotenza. Cambia assessori, perde via via collaboratori e amici, e si trova un po’ per volta solo in un fortino assediato da sodali divenuti avversari, mentre il “capo supremo” gli mette alle calcagna un suo uomo forte, l’Orfini, che diventa un sindaco-ombra, e poi come se non bastasse, in absentia, affida al prefetto (Gabrielli, noto per la sua imperturbabilità davanti alle catastrofi “naturali”) il ruolo di Lord protettore, battezzato a furor di popolo “badante”.

L’assenza del sindaco in quei giorni, dovuta alle sue peraltro legittime vacanze negli Stati Uniti, divenne un capo d’accusa: erano i giorni del funerale più mediatizzato della storia recente (quello dei Casamonica), uno spettacolare diversivo dai problemi della capitale, una manna per i Brunovespa e per i rotocalchi scandalistici. Un ridicolo caso montato che finiva per far obliterare il vero “scandalo” quello di “Mafia capitale”. Si trattava di una vicenda che aveva mostrato come l’intero ceto politico “storico” di Roma fosse un sistema integrato di affarismo e corruzione, che attraversava tutte le giunte succedutesi nel corso degli ultimi decenni, tra centrosinistra e centrodestra: il centro, appunto, era il nodo corruttivo a unire in una solidale colleganza postfascisti, postcomunisti, immarcescibili liberali ed eterni democristiani. E intorno a questo ceto politico turbe di clienti, a loro volta vassalli e valvassori in tanti piccoli e grandi feudi, dalle municipalizzate ai taxi, dai palazzinari ai preti, dai bancarellai ai “pizzardoni”, alias vigili urbani. Piccola e infima borghesia famelica, i cui insaziabili appetiti favorivano in fondo un sistema economico parallelo, tra il sommerso e il criminale, appunto: mafioso.

Marino fu posto sotto accusa, sia da coloro che lo avevano preceduto, specialmente l’ultimo (il “sistema Alemanno”, e, ricordiamolo, in combinato disposto con gli scempi della signora Polverini alla Regione, è stato il punto più basso toccato nella plurimillenaria vicenda della “caput mundi”), sia dall’opposizione degli homines novi, il movimento 5 Stelle, con una notevole superficialità, che è proseguita, in una paradossale “alleanza di fatto” con le truppe renziane, ormai scatenate contro il fortilizio in cui un sempre più smarrito e inconsapevole Marino aveva scelto la strada della resistenza ad oltranza, sentendosi in qualche modo protetto dalle buone cose che aveva comunque saputo fare, sin dall’esordio della sua azione amministrativa. Non rendendosi conto, invece, che erano precisamente quelle buone cose ad averlo messo in difficoltà: come si può pensare di scalzare un sistema di potere perdurante da decenni, per non dire da sempre, combattendo praticamente da solo, essendo ormai stato vistosamente abbandonato dal suo partito? L’inserimento in Giunta di un magistrato – di grande energia e competenza come Alfonso Sabella – per il controllo della legalità appariva un altro paradosso: consci della intrinseca disonestà del ceto politico si esplicitava il bisogno di un’auctoritas che ricordasse che “certe cose”, tipo corrompere i pubblici funzionari o farsi da essi corrompere) non si possono fare. Mentre risultava grottesco (a dir poco) la cooptazione (decisa da chi?) di un figuro come il senatore Esposito, volgarissimo pasdaran del TAV in Val di Susa, come assessore ai Trasporti.

Ma quali sono le colpe di Marino, posto che le cene e i pranzi per i quali è stato crocifisso (a cominciare dal papa, che nei confronti del sindaco della città di cui egli, il pontefice, risulta essere “vescovo”) sono al più peccati venialissimi? Qualche pranzo, qualche bugia, qualche goffaggine. Roba di cui manco occorrerebbe parlare, in un Paese serio. E invece sono diventati strumenti della campagna, pesantissima e concentrica, contro il sindaco, dalla Repubblica (ormai organo renziano: soltanto appare più allineata, al punto di risultare stucchevolissima e illeggibile) al Corriere, da Libero al Giornale. Aggiungi la varia stampa cittadina, praticamente tutta in mano alla destra, e la cosiddetta “satira” televisiva: ne uccide più Crozza che la spada, com’è noto. Anche questo è il segno di una società che brancola in un indistinto mucillaginoso.

Dicevo, le “colpe” vere del sindaco di Roma: eccole (secondo Huffington Post, e io personalmente sottoscrivo): 1) Aver pedonalizzato i Fori imperiali; 2) aver bloccato la cementificazione del litorale di Ostia; 3) aver rotto il turpe monopolio dei venditori ambulanti al Colosseo o a Piazza Navona; 4) Aver gettato l’occhio là dove nessun sindaco aveva guardato, gli affitti risibili della casta locale; 5) aver spezzato il sistema occulto degli appalti della raccolta rifiuti, e indetto, per la prima volta, una regolare gara di appalto; 6) aver sfidato le gerarchie ecclesiastiche e il Vaticano sui diritti dei non sposati e sulla fecondazione assistita eterologa; 7) aver partecipato al Gay Pride ultimo, nella città; 8) aver introdotto la scheda elettronica (badge) per i lavoratori della Metropolitana (afflitta da assenteismo cronico); 9) aver cominciato a fare pulizia nella dirigenza dell’ATAC (un motto che circola a Roma che dopo la “cura Alemanno” all’Azienda Trasporti v’erano più dirigenti che autisti; come nell’azienda rifiuti scarseggiavano gli spazzini ma sovrabbondavano i dirigenti!); 10) aver chiuso l’infernale discarica di Malagrotta.

Sono tutti titoli di merito. Marino forse non ha saputo valorizzarli. E ora per meno di 20.000 euro di spese di rappresentanza (una cifra ridicola per il sindaco di una capitale, e che capitale! Ne spende venti volte di più il rettore di un medio ateneo italiano!) diventa lo zimbello universale. Filippo Ceccarelli ha il coraggio di paragonare le tangenti agli scontrini. E il M5S finisce per aderire alla campagna della destra estrema, trovandosi, come accennavo, in buona compagnia con l’odiato Renzi. Il quale è, ancora una volta, il vero regista dell’operazione: uccidete il soldato Marino, è stato l’ordine di scuderia. E come un sol uomo tutti hanno obbedito. Ha alzato di giorno in giorno l’asticella, come in passato aveva fatto con D’Alema, poi con Bersani, quindi con Letta. E ora con Marino. Alza fino a stancare l’avversario: lo fa sentire isolato, non “protetto”, fin tanto che egli, stremato, non getta la spugna.

Ora Marino lo ha fatto. Renzi può segnare un’altra tacca al suo fucile, ma non è che un antipasto. Ora dopo la caduta comincerà la resa dei conti con la minoranza interna. Il premier intende “asfaltarli” come ripete volentieri con il suo lessico da bulletto di provincia. E lo farà. E costoro, tutti costoro, che faranno? Aspetteranno che il carroarmato renziano li schiacci? Forse sarà il caso di ricordare loro che Renzi non fa prigionieri né feriti. Ha imparato la prima lezione del suo grande concittadino Machiavelli: “i nemici bisogna spegnerli”.

Ieri sera, qui a Roma, davanti al Campidoglio, che pena vedere i militanti “grillini” accanto ai neofascisti di Casa Pound e ai diversamente fascisti della signora Meloni: che, prontamente, l’inclito Matteo Salvini candida al Campidoglio. Ha assolutamente ragione il sindaco uscente quando nel suo messaggio di dimissioni (ancora revocabili) afferma: “…non nascondo di nutrire un serio timore che immediatamente tornino a governare le logiche del passato, quelle della speculazione, degli illeciti interessi privati, del consociativismo e del meccanismo corruttivo-mafioso che purtroppo ha toccato anche parti del Pd e che senza di me avrebbe travolto non solo l’intero Partito democratico ma tutto il Campidoglio”.

All’indomani delle dimissioni, un quotidiano ha sparato sull’intera prima pagina questo titolo: “Roma liberata”. Si tratta del Giornale, ossia dell’organo di stampa e propaganda che aveva sostenuto in modo sistematico e rumoroso la candidatura di Gianni Alemanno, il peggior sindaco che la lunga storia della capitale ricordi. Fosse anche solo per questa ragione, occorrerebbe sostenere ancora Ignazio Marino.

postilla

Condividiamo, con qualche aggiunta: (1) tra i meriti della giunta Marino nessuno ricorda i 25 milioni di metri cubi prervisti dalle regole e dagli accordi delle giunte Veltroni e Alemanno, e neppure la cancellazione dell'accordo per la cessione della gestione dell'edilizia abitativa comunale al signor Romeo, stipulata da Veltroni.
(2) nessuno sottolinea che se a Roma i problemi erano tali da richiedere, come ha scritto per esempio Alberto Asor Rosa,«la tempra di un condottiero», i responsabili di quella situazione sono stati i sindaci che hanno preceduto Marino: Rutelli, Veltroni, Alemanno.
D'Orsi fa risaltare con chiarezza quale fosse la posta in gioco nella presenza o meno di Marino al Campidoglio: non erano né gli scontrini né l'inadeguatezza del personaggio. La sua colpa era la discontinuità che ha creato con il periodo che lo ha preceduto È tutto questo che va difeso dal gioco sporco del bulldozer Renzi, a prescindere dai difetti e dalle colpe del sindaco Marino: tanti, troppi, ma nessuno riconducibile al perverso intreccio di interessi che paralizza la capitale e il paese. Se è così, l'insipienza politica cui d'Orsi si riferisce nel suo articolo non è solo quella di Marino, ma anche di quelli che non l'anno compreso.

La Nuova Venezia, 10 ottobre 2015 (m.p.r.)

Venezia. Per Philippe Daverio è «una pura balla» e un progetto irrealizzabile, a meno di non svendere i capolavori di Klimt e di Chagall a un decimo del loro valore reale. Per Vittorio Sgarbi, invece, quella di Brugnaro è «un’idea sconcertante, ma a suo modo geniale perché è meglio vendere opere di Klimt e Chagall che non hanno un rapporto diretto con Venezia, che quelle conservate nei depositi dei Musei Civici, che sono invece di artisti che hanno un legame con il territorio e la sua storia».

I due famosi critici d’arte, i più “mediatici” d’Italia, commentano così l’idea del sindaco di mettere in vendita alcune delle opere d’arte dei Musei Civici, tra cui appunto quelle di Klimt e Chagall, per azzerare il deficit del bilancio del Comune.

«L’idea del sindaco è una pura balla», insiste Daverio, «perché non riuscirà mai a ottenere dal ministero dei Beni Culturali l’autorizzazione a vendere quelle opere sul mercato estero. La “Giuditta II” di Klimt, ad esempio, venduta a Londra o a New York da Christie’s o Sotheby’s, può valere anche molto di più dei 70 milioni di euro stimati dal Comune. Ma siccome non potrà mai lasciare il territorio italiano, sul mercato interno nessuno la pagherebbe più di un decimo del suo valore reale, a meno che non scenda in campo qualche fondazione bancaria. Mi sembra inoltre assurdo pensare di sanare i buchi di bilancio vendendo le opere dei musei, ma anche un grave errore contabile. Il sindaco - e anche Renzi, se davvero gli ha dato una sorta di placet preventivo all’operazione - saprebbero con corso di diritto amministrativo, perché non è possibile utilizzare una voce del conto capitale, come le opere d’arte possedute dai Musei Civici, per “sanare” i buchi di spesa corrente. Al massimo, con quei soldi, Brugnaro potrebbe costruire una scuola, o un ospedale».

Diversa e, come sempre, controcorrente, la valutazione di Vittorio Sgarbi. «Il primo impulso è dire che l’idea del sindaco è un’idiozia», commenta Sgarbi, «ma invece, ripensandoci, è, a suo modo, geniale. Personalmente ho sempre pensato che sia una sciocchezza cedere le opere dei depositi dei musei, non solo per il loro valore limitato, ma perché sono generalmente espressione di artisti del territorio, con una preciso legame con la loro città. Dipinti come la “Giuditta II” di Klimt o il “Rabbino di Vitebsk” di Chagall - artista peraltro sopravvalutato - non hanno alcun legame diretto con Venezia, al di là delle circostanze per i quali sono stati acquisiti da Ca’ Pesaro e dell’influenza che possono aver esercitato su artisti anche veneziani e potrebbero essere pertanto esposti in qualsiasi museo del mondo.

Venezia è una città cosmopolita che può ospitare opere di tutti i tipi e che è sede anche di una collezione americana come la Guggenheim. Perché allora non cedere le opere di Klimt e Chagall - che potranno, poi, essere sostituite da nuove acquisizioni - se questo serve a riportare in equilibrio il bilancio del Comune? Ho però dubbi che il ministero dei Beni Culturali consentirà l’esportazione all’estero, per essere vendute, di opere come queste, a meno che Brugnaro non sia così bravo da convincere Renzi, Franceschini e prima ancora il Soprintendente veneziano che dovrebbe autorizzare la vendita».

Un grande progetto urbano, epitome di una stagione felice travolta dal renzusconismo, vive ancora nelle speranze, e nelle battaglie, di oggi. Corriere del Mezzogiorno, 9 ottobre 2015

Il ritorno di Vezio De Lucia a Bagnoli non è meno significativo di quello assai probabile di Bassolino in politica. In fondo, è un altro cerchio che si chiude. De Lucia è infatti il padre della variante per la zona occidentale di Napoli approvata nel 1998, poi inclusa nel nuovo piano regolatore. È l’urbanista che per primo ha tratteggiato il profilo di una città senza più l’Italsider, «liberata — sono parole sue — dagli scheletri dell’industria pesante e dalle costruzioni, bonificata e restituita alla balneazione, con un parco di 120 ettari e una spiaggia lunga due chilometri e larga cento». Nessuno meglio di lui incarna l’idea di una Bagnoli, e quindi di una Napoli, completamente rottamata e rigenerata nel segno «del verde, del sapere e del loisir». Sul fronte opposto c’è invece l’idea di città sottesa al commissariamento voluto da Renzi; l’idea di una Bagnoli meno utopica e più organicamente inserita in un progetto di modernizzazione capitalistica.
Non a caso De Lucia torna a Bagnoli per partecipare alla cabina di regia ombra voluta dai «movimenti» per contrastare quella prevista da Renzi. E appena sceso in campo, cosa dice? Questo: «Sono qui per stanare sia de Magistris, sia Bassolino». Il senso di una simile uscita non può che essere uno solo: incoraggiare la radicalizzazione dello scontro politico e puntare a completare l’equazione da cui può dipendere il futuro di Napoli. Vuol dire che se Renzi ha scelto Salvo Nastasi come commissario per Bagnoli, De Lucia si offre come l’anticommissario; e che se Nastasi ha il governo che gli guarda le spalle, De Lucia vuol sapere chi guarderà le sue.

Insomma, Nastasi sta a De Lucia come Renzi sta a «x». Ecco l’equazione. E De Lucia non vede che due soli nomi con cui risolvere il problema dell’incognita: o quello di de Magistris o quello di Bassolino, il sindaco uscente e lo sfidante più probabile. È a loro, dunque, che si rivolge. A Bassolino per sapere se è ancora del parere che sia quello del 1998 il progetto del futuro. A de Magistris per verificare se i nuovi indirizzi urbanistici proposti dalla giunta arancione, e già approvati dal Consiglio comunale, sono coerenti con l’utopia bagnolese oppure no.

Di Bassolino, De Lucia non si fida più come una volta. Fu lui, mentre tutta la stampa nazionale indicava come esemplare il progetto del grande parco a Bagnoli, a comprometterne la realizzazione con l’accordo di programma che permise la realizzazione di Città della Scienza e la conseguente interruzione della linea di costa. Di de Magistris si fida forse di più, ma anche lui ha ridisegnato l’area e si tratta ora di verificare quanto e come. Inoltre, de Magistris, come De Lucia, è convinto dell’incostituzionalità del commissariamento, che «scippa» al Comune le competenze urbanistiche. Bassolino, invece, pur avendo espresso perplessità sulla decisione di Renzi non ha ancora detto nulla sul cosa convenga ora fare.

Anche grazie a De Lucia, Bagnoli comincia dunque a diventare il tema centrale della prossima campagna elettorale, che per definizione è divisiva e radicale. Sarebbe stato di certo meglio tenerla fuori dallo scontro. Ma così non è stato. Poteva essere accolta, ad esempio, la proposta dell’assessore Carmine Piscopo tesa a ridurre gli effetti dirompenti del commissariamento sottoponendone le decisioni ultime al voto del Consiglio comunale. Ma neanche questa idea è piaciuta a Renzi. Peccato.

Riferimenti

Vedi in proposito, su questo sito, Bagnoli negata, di Vezio de Lucia, La strada in salita della partecipazione, di Massimo Di Dato, Lo sblocca Italia contro Bagnoli, di Giovanni di Savio.

Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2015 (m.p.r.)

«Sta venendo giù Venezia». Il sindaco Luigi Brugnaro si aspetta eventi alluvionali. No, il meteo non c'entra. A Venezia piovono debiti così torrenziali che il neosindaco, con un annuncio choc, ha deciso di mettere all'asta le opere d'arte esposte nei suoi musei più prestigiosi, tra le quali un quadro di Klimt, il celeberrimo Judith II Salomè, e un'altra opera di Chagall. Brugnaro ne parlava con accenti gravi già durante la campagna elettorale: sforato ripetutamente il patto di stabilità (64 milioni nel 2015), la legge speciale a secco da almeno una decina d'anni e il «dramma incombente di non poter più finanziare neppure gli asili» aggiunge adesso con voce afflitta.

Se la metafora climatica ha un senso, si può proseguire con il Casinò municipale di Ca' Vendramin, che dieci anni fa sommergeva il Comune di liquidità (oltre 100 milioni di euro) e ora, a malapena, alimenta un rigagnolo di una decina di milioni. Il mondo è cambiato anche per la città più amata dai turisti del globo terracqueo. Completata la cessione dei palazzi nobiliari, i cosiddetti gioielli di famiglia della gestione Orsoni (l'ex Pilsen, Ca' Corner della Regina a Prada e il cambio di destinazione d'uso del Fontego dei tedeschi finito ai Benetton), il neosindaco ha deciso di affrontare il rosso strutturale dei conti con misure eccezionali.

Tanto che il dossier con le singole opere d'arte in vendita (per un valore di base d'asta di 400 milioni, con il Klimt che da solo ne vale 70) è sulla scrivania del sindaco dall'indomani del suo insediamento a Ca' Farsetti. «Si tratta di opere che non hanno nulla a che vedere con la storia artistica e culturale di Venezia» precisano i collaboratori del sindaco. Come dire: i Canaletto e i Giovanni Bellini non si toccano. Un atto di contrizione ma pure una prova di realismo. L'imprenditore Brugnaro su questi temi è secco: «Inutile fingere che il debito pubblico italiano non esista. Se lo tagliassimo, la ripresa potrebbe essere ben più robusta e sgraveremmo di una zavorra micidiale il futuro dei nostri figli. Ecco, Venezia è pronta a inaugurare una prassi che potrebbe essere seguita anche da altre città».

Nel dossier che lunedì scorso il sindaco ha consegnato ai parlamentari veneziani ci sono altre misure sempre ventilate ma mai attuate. Una tra tutte: il biglietto d'ingresso per i turisti che si accingono a varcare l'area marciana o la zona di Rialto, un provvedimento che avrebbe bisogno di una legge nazionale ad hoc. Spiega Brugnaro: «Io non voglio cavarmela tassando i turisti, non fa parte della mia cultura. Ma una città irripetibile come la nostra non può fronteggiare da sola problemi di tale portata». Di questo e di altro il sindaco parlerà nei prossimi giorni con il sottosegretario del premier Claudio De Vincenti.

Alcune richieste, almeno le più urgenti, Brugnaro vorrebbe fossero inserite nella legge di stabilità. Mancano all'appello 40 milioni per la manutenzione dei palazzi e la pulizia dei rii. L'assessore al Bilancio, Michele Zuin, fa la radiografia del cash: «Per la conservazione di un immenso patrimonio immobiliare abbiamo in cassa solo 200mila euro». Alla vendita di opere d'arte e ticket d'ingresso per i turisti si sommano la richiesta di una zona franca e la cancellazione dello status di sito d'interesse nazionale per l'area industriale di Marghera, una mossa che semplificherebbe l'attrazione di nuovi investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro.
A sparare bordate sulla situazione finanziaria è anche l'assessore ai Lavori pubblici, Renato Boraso: «Da aprile abbiamo smesso di pagare i fornitori. Nella capitale del mitico Nordest fare impresa è diventata un'impresa». La sua è la sintesi efficace di un pacchetto di proposte che sotto sotto rivendica una sorta di statuto speciale a misura di città-stato. Brugnaro è secco: «Da soli non ce la facciamo, questo è chiaro. Ripetere tutto va bene madama la marchesa credo sia privo di senso. Di una cosa sono certo: se ce la fa Venezia, ce la farà anche l'Italia».

«Basta rive­dere lo “spet­ta­colo” offerto da Roma negli ultimi anni: da una parte i poteri eco­no­mici e poli­tici (ammesso che una tale distin­zione abbia ancora senso), dall’altro un per­so­nag­gio un po’ nar­ciso, mal­de­stro». Il manifesto, 9 ottobre 2015

A Roma i mar­ziani durano poco. E que­sta volta non serve la fan­ta­sia di Fla­iano per capire cosa acca­drà. Alla fine, come nel cele­bre rac­conto, l’extraterrestre dovrà tor­nare a casa,e magari a pen­sare alla salute. Il sin­daco mar­ziano, diver­sa­mente dal per­so­nag­gio let­te­ra­rio accolto con curio­sità e sim­pa­tia, è rima­sto subito sullo sto­maco a larga parte del Pd. Non a caso è stato il suo stesso par­tito a dimis­sio­narlo, con la “mozione di sfi­du­cia” dei tre asses­sori indi­cati dal pre­si­dente del con­si­glio, Renzi. La pres­sione è stata for­tis­sima, e Marino ieri si è dovuto arren­dere, lasciando la guida del Cam­pi­do­glio. Chissà se gli è venuta in mente la famosa bat­tuta reci­tata da Vit­to­rio Gass­man: «M’hanno rima­sto solo…».

Si pos­sono met­tere in fila le con­ti­nue gaf­fes e le bucce di banana — ultima la più fasti­diosa: gli scon­trini — che hanno offerto l’ex sin­daco come una cilie­gina sulla torta al vasto schie­ra­mento che aveva ini­ziato a cuci­narlo a fuoco lento da tempo.

Basta rive­dere lo “spet­ta­colo” offerto da Roma negli ultimi anni: da una parte i poteri eco­no­mici e poli­tici (ammesso che una tale distin­zione abbia ancora senso), dall’altro un per­so­nag­gio un po’ nar­ciso, mal­de­stro. Per­ché è indub­bio che il sin­daco Marino ci abbia messo del suo fin dall’inizio, quando 28 mesi fa osò sfi­dare l’apparato del Pd romano, quello di mafia capi­tale. Per­ciò dovreb­bero ver­go­gnarsi un po’ le per­sone e le forze poli­ti­che che met­tono Marino nel cal­de­rone del più grande scan­dalo avve­nuto a Roma negli ultimi anni. E dovreb­bero riflet­tere anche tutti quelli che ieri sera festeg­gia­vano l’annuncio delle dimissioni.

Va ricor­dato che alle pri­ma­rie vinse con­tro i can­di­dati uffi­ciali del par­tito, Paolo Gen­ti­loni e Davide Sas­soli, annun­ciando il pro­gramma («Ora dob­biamo libe­rare il Cam­pi­do­glio da una poli­tica oscura»). Ere­di­tava infatti una città affo­gata nei debiti e ridotta a suc­cur­sale di mafie, malaf­fare, corruzione.

E così ini­ziava la sua bat­ta­glia col­pendo per­so­naggi e lobby che i suoi pre­de­ces­sori nep­pure osa­vano nomi­nare. Chiude la disca­rica di Mala­grotta met­tendo i fari addosso al busi­ness dei rifiuti; mette mano allo snodo urba­ni­stico dei Fori Impe­riali scon­tran­dosi con la potente lobby dei com­mer­cianti; sba­racca il gotha dell’Acea, l’azienda di gestione delle risorse idri­che e dell’energia, pestando i piedi a impren­di­tori e finan­zieri; rimette in discus­sione tutta la gestione dell’Atac. Solo per ricor­dare le più impor­tanti que­stioni, senza citare quelle meno appa­ri­scenti come togliere il mono­po­lio alla potente fami­glia di Tre­di­cine, mono­po­li­sti degli ambu­lanti in tutto il cen­tro sto­rico, con­tra­stare l’abusivismo commerciale…

Tutto prima che scop­piasse il bub­bone di mafia-Capitale, e sic­come nes­suno è pro­feta in patria il sin­daco ci gua­da­gnò una dura cam­pa­gna media­tica dei grandi gruppi edi­to­riali della città.

La verità è che Marino era stato dimesso a mezzo stampa già da tempo, molto prima delle vicende degli scon­trini (più che spese pazze, spese con­fuse), usati per far­gli pagare il conto non del risto­rante ma dei grandi affari in cui ha messo il naso.

Oltre­tutto l’ex sin­daco non solo si è mosso con la deli­ca­tezza di un ele­fante nei palazzi romani, per­ché non ha avuto riguardi nem­meno per i sacri por­toni vati­cani. Lo ave­vano appena inco­ro­nato che già si pro­nun­ciava a favore della fecon­da­zione assi­stita (ete­ro­loga per giunta), che già alle­stiva ceri­mo­nie uffi­ciali e in pompa magna per le cop­pie gay, met­ten­dosi in prima fila al gay-Pride.

Un vero mar­ziano nella città Santa.

Non stu­pi­sce la vita dif­fi­cile della sua giunta, rim­pa­stata più volte e sem­pre sull’orlo di una crisi di governo. Con il par­tito di rife­ri­mento spia­nato dalle inchie­ste giu­di­zia­rie, con una destra pronta a sven­to­lare le ban­diere nere sul Cam­pi­do­glio, con un’opposizione a 5Stelle pre­sente nelle periferie.

L’anomala avventura portava dentro di sé il virus di una fine prematura.

Adesso la città viene con­se­gnata a pre­fetti e com­mis­sari per la pros­sima manna del Giu­bi­leo. I tec­nici pren­de­ranno il governo della capi­tale, distri­bui­ranno pani e pesci, cer­che­ranno di riav­vi­ci­nare le due sponde del Tevere per pre­pa­rare il ter­reno alle ele­zioni di pri­ma­vera. Magari per il can­di­dato del par­tito della nazione. Un esito, tut­ta­via, assai improbabile.

Per­ché que­sto non è solo il caso Marino: è la crisi di un par­tito romano pro­fon­da­mente inqui­nato e logorato.

La Repubblica, 9 ottobre 2015

GIOVEDÌ scorso i turisti sono rimasti fuori dalla Villa della Regina, a Torino, importantissimo monumento barocco e sito Unesco. Un cartello informava che la villa e il parco progettati per Maurizio di Savoia nel 1615 sarebbero rimasti chiusi perché ospitavano «i giovani manager del programma di formazione Uniquest di Unicredit». I futuri capitani del capitale «collaborano alla semina di un prato fiorito... in un’ideale restituzione di risorse non solo economiche dalla banca al territorio». Tradotto: Unicredit prende in esclusiva un monumento nazionale, chiudendolo al pubblico per un’intera giornata e senza sborsare un euro. Possibile?

Possibile, perché l’affitto a privati del patrimonio storico e artistico della nazione è totalmente deregolato: ogni direttore fa come gli pare.

Noleggiare gli Uffizi per una cena di cento persone costa 15.000 euro, mangiare ai piedi del David di Michelangelo, all’Accademia, ne costa 20.000.

A Napoli, il Salone delle Feste di Capodimonte lo si prende per 25.000 euro, mentre «le manifestazioni che prevedono il lancio commerciale di un prodotto nel museo sono soggette a trattativa riservata». E per una cena a Castel Sant’Elmo possono bastare 1.000 euro.

Per il cortile del Museo Civico Medievale di Bologna sono sufficienti 2.000 euro per l’intera giornata; al Tempio di Segesta in Sicilia così come alla Pinacoteca di Brera a Milano non si arriva a 5.000; per cenare nell’Anfiteatro di Pompei uno se la cava con 15.000, mentre a Roma il Salone di Pietro da Cortona di Palazzo Barberini ne vale al massimo 20.000.

Prima domanda: è giusto che cenare in gruppo nei luoghi più belli e famosi del mondo costi quanto un tavolo per pochissimi al Billionaire?

E non è un problema di inettitudine dei soprintendenti: anche i politici non se la sono cavata molto meglio. Il Ponte Vecchio concesso da Renzi sindaco alla Ferrari fruttò una cifra ridicola rispetto al valore simbolico e al disagio dei cittadini (60.000 euro), e il suo successore Dario Nardella ha permesso alla banca d’affari Morgan Stanley di cenare in una chiesa medievale (il Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella) per 20.000 euro, poi elevati a 40.000 nel fuoco delle polemiche.

Seconda domanda: è giusto che, per preparare questi eventi privati, i musei e i monumenti chiudano al pubblico? Il caso di Torino (la Villa negata per un’intera giornata) è estremo, ma sabato scorso la reggia di Venaria è stata sbarrata con tre ore di anticipo per organizzare l’imbarazzante Nuite Royale (una festa in costume settecentesco: che ha fruttato solo 20.000 euro, benché ci fossero 1.500 partecipanti), e qualche mese fa la sala di lettura della Biblioteca Nazionale di Firenze fu chiusa a causa di una sfilata di moda (con gli studenti che issavano cartelli con scritto: «Vogliamo studiare!»). Il Codice dei Beni culturali prevede che i siti pubblici si possano affittare ai privati, ma solo «per finalità compatibili con la loro destinazione culturale»: il che sembra non solo vietarne la chiusura, ma anche impedirne usi bizzarri, come le sessioni di step coreografico, zumba e totalbody sotto gli affreschi medievali del complesso di Santa Maria della Scala a Siena (è successo l’anno scorso), «un corso di pilates nella bellissima atmosfera del Museo Diocesano di Milano» (un’offerta tuttora in corso) e, appunto, un banchetto di banchieri internazionali sotto le volte di una chiesa di un ordine mendicante.

Personalmente, credo che far passare l’idea che col denaro si può comprare anche l’uso privato di un monumento pubblico sia un errore culturale. La nostra Costituzione ha connesso fortemente la tutela pubblica del patrimonio (art. 9) e la costruzione dell’uguaglianza per il pieno sviluppo della persona umana (art. 3). Ma perfino negli Stati Uniti infuria il dibattito sui limiti della mercificazione. Uno scrittore come Jonathan Franzen ha scritto che «un autentico spazio pubblico è un luogo dove ogni cittadino è il benvenuto, e dove la sfera puramente privata è esclusa o limitata. Il motivo per cui negli ultimi anni i musei d’arte hanno registrato un forte aumento di visitatori è che i musei rappresentano ancora quel genere di spazio pubblico. Com’è piacevole l’obbligo del decoro e del silenzio, la mancanza di consumismo sfacciato». E il filosofo della politica Michael Sandel ha fatto notare che «se trasformate in merci, alcune delle cose buone della vita vengono corrotte e degradate. Dunque, per stabilire dove va collocato il mercato e a che distanza andrebbe tenuto, dobbiamo decidere come valutare i beni in questione». Per queste ragioni credo sia un errore finanziare il patrimonio artistico snaturandone la funzione, e il limpido libro dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli (“La lista della spesa”, uscito per Feltrinelli) indica con dovizia di particolari in quali sacrosanti risparmi si potrebbero trovare i soldi.

Tuttavia, so bene che la maggioranza degli italiani non vede niente di male nel trattare gli Uffizi come un articolo di lusso. Ma allora, almeno, stabiliamo che gli eventi privati si facciano fuori dagli orari di apertura. E fissiamo delle tariffe decorose e uniformi: perché concedere un monumento ad una banca è discutibile, ma farlo gratis è pazzesco. Scagliandosi contro Verre, Cicerone scrive che le città siciliane non solo erano state costrette a vendergli i propri monumenti, ma erano pure state umiliate a farlo «parvo pretio», cioè a svenderli. Era il 70 avanti Cristo, ma non sembra che le cose siano cambiate.

«È davvero incredibile che, nello sfascio rivelato da Mafia capitale, ci si accanisca su poche decine di euro spese da un Sindaco per motivi di rappresentanza. Ma il gesto di Ignazio Marino, è un duro colpo alla città». Carte in Regola, 8 ottobre 2015 (m.p.r.)

Mentre sul web si diffonde la voce di imminenti dimissioni del Sindaco, voglio fare alcune considerazioni – a titolo personale – sulle ultime vicende, che spero possano aprire un dibattito non solo interno a Carteinregola.

Lo dico senza giri di parole: le dichiarazioni del Sindaco di regalare a Roma i soldi delle sue spese di rappresentanza, umiliano ulteriormente la città.

Una città sempre più abbandonata e preda di quelli (della maggioranza e dell’opposizione) che, nello smarrimento del disastro scoperchiato da Mafia capitale, si stanno costruendo le future fortune elettorali o le future carriere, o entrambe. Come i parenti di un malato grave che anzichè darsi da fare per curarlo si scannano per accaparrarsi l’eredità. E le prospettive di un dopo Marino sono assai cupe, tra un Giubileo che scoppierà in una città impreparata e un probabile periodo commissariale in cui si stempereranno le poche indignazioni per le vicende giudiziarie e si cancelleranno le tante rivendicazioni dei cittadini, privati di interlocutori politici. E alla fine arriverà una campagna elettorale in cui i partiti tradizionali si ripresenteranno senza alcun ricambio della classe politica, perchè nessun partito, tantomeno il PD, ha messo in discussione il sistema che ha portato alla degenerazione scoperta con Mafia capitale. E una vittoria del Movimento Cinquestelle non è così scontata …

Bisogna dire che è davvero incredibile che, nello sfascio rivelato da Mafia capitale, ci si accanisca su poche decine di euro spese da un Sindaco per motivi di rappresentanza, andando a rimestare tra gli scontrini come nella spazzatura. Ma il gesto di Ignazio Marino, di regalare a Roma i soldi spesi con fondi destinati a fini istituzionali è un duro colpo alla città. Il parlare di un Sindaco deve essere sì sì no no. Se ha gestito i soldi pubblici con correttezza, non deve regalare niente. Se invece li ha usati per spese personali deve spiegarlo ai cittadini e prendersene la responsabilità. Dire “regalo alla città i ventimila euro” sottintende che se si restituiscono i soldi nessuno possa più eccepire sul tuo comportamento. Ma un Sindaco, per quanto provato, non può cercare scorciatoie.

E se dovesse emergere che in varie occasioni Ignazio Marino ha utilizzato disinvoltamente i fondi istituzionali, lo ritengo un motivo sufficiente per le dimissioni. E’ un fatto di rispetto delle regole e di rispetto dei propri cittadini. Ma questo non cancella il fatto che Marino sia stato vittima di una campagna spietata, per lo più ingiusta o sporporzionata, che l’ha trasformato nel perfetto capro espiatorio di una classe politica che spera di farla franca senza mettersi in discussione. Quello che voglio dire è che questo fuoco di fila sull’uomo Ignazio Marino, anzichè sul Sindaco Marino e sulle scelte (o le omissioni) del suo governo della città, ha finito con il cancellare tutte le responsabilità della maggioranza che lo sostiene, e, più in generale, dei partiti coinvolti nelle indagini, spostando l’attenzione dell’opinione pubblica dai guasti, dalle mafie e dalla corruzione al gossip meschino degli scontrini, come era già accaduto per le famose otto multe. Un numero come quello dei prestidigitatori che distraggono il pubblico sventolando fazzoletti con una mano mentre con l’altra mettono in atto i loro trucchi. Un capolavoro politico, certamente non pianificato, a cui ha ampiamente contribuito Marino stesso, con una sovraesposizione mediatica che gli ha regalato più ostilità che consensi.

E stupisce che questo ragionamento non l’abbiano fatto i partiti di opposizione, almeno quelli che non appartengono al sistema preesistente (anche se Alfio Marchini, dopo aver condotto una campagna elettorale smarcandosi dai guasti della partitocrazia ha appena – letteralmente – abbracciato al Convegno di Fiuggi il centrodestra di Berlusconi), che avendo concentrato i loro attacchi più sul piano personale che su quello politico, potrebbero trovarsi di fronte ad un agguerrito candidato del centrosinistra, ben confezionato come “il nuovo” e l'”antimarino”, e magari “l’uomo della provvidenza”.

E se il confronto elettorale avvenisse, non nella prossima primavera, ma un po’ più in là, con la giustificazione (fondata) che non si possono affrontare le elezioni durante un periodo difficile come il Giubileo, passato un certo intrvaello di gestione commissariale, in cui l’opposizione (come noi comitati) non avrà più nessuna controparte a cui opporsi, e in cui la gente avrà tempo di dimenticarsi di tutte le vicende giudiziarie (o magari, al contrario, ne avrà viste talmente tante da arrivare all’astensionismo da senso di impotenza), il rischio che tutto torni come prima è molto forte.

Magari con un elettorato ai minimi termini, diviso tra i soliti voti delle solite lobbies e un voto di protesta dalle variabili poco prevedibili.

Roma non si meritava questo.

«Il centro storico che si svuota di residenti. Il territorio di Roma Città metropolitana che arriva a registrare 40 grandi centri commerciali. Consumo di suolo, abusivismo. In questo contesto, le politiche “del rammendo”, tentate per le periferie, appaiono inadeguate. Qualche motivo di speranza, ma ancora fragile, arriva dal basso, dalla presenza di forze sociali che esprimono uno sforzo di riappropriazione della città e dei luoghi di vita». Comune-info, 5 ottobre 2015

La questione delle periferie rimane una questione centrale per le città, e in particolare per una città come Roma. Le amministrazioni, ad ogni nuovo mandato e a ogni nuova elezione, proclamano di volta in volta il loro impegno per la riqualificazione o il recupero o la rigenerazione (i termini cambiano col tempo) delle periferie romane, ma nonostante tali proclami la situazione pare non cambiare minimamente, le politiche appaiono insufficienti, inadeguate o addirittura inesistenti. Manca in alcuni casi addirittura la conoscenza diretta da parte delle amministrazioni dei contesti concreti in cui le persone vivono, la situazione reale delle periferie romane. Colpisce che il sindaco Ignazio Marino abbia conosciuto il quartiere di Tor Sapienza (leggi Perché Tor Sapienza) e ci sia andato di persona soltanto dopo gli avvenimenti dell’autunno 2014. Né è sicuro che vi sia più tornato.

Manca una conoscenza reale e profonda della periferia, e della periferia romana in particolare. Manca un rapporto diretto con gli abitanti di questi luoghi

È questo un fatto emblematico di un processo più ampio, ovvero di quanto le istituzioni siano distanti dalle periferie, di quanto si siano progressivamente allontanate; e oggi si misura una distanza difficilmente colmabile. Qui si misura anche il fallimento della politica (di un certo tipo di politica) di svolgere quel ruolo di mediazione, che ha caratterizzato tutto il ‘900, tra i territori e le esigenze degli abitanti (o, in termini, più categoriali, dei cittadini) da una parte e le scelte di governo dall’altra. Non solo sono scomparse le sezioni di partito sui territori, e quindi una presenza concreta e attiva, ma è venuta meno proprio l’elaborazione politica e culturale che, a partire dai contesti urbani, dalle esigenze espresse e dai processi in corso, costruisce politiche, iniziative e percorsi di attuazione. Si registra, in alcuni partiti, un lavorio che è piuttosto un’intermediazione di interessi sui territori.

La stessa definizione dell’“interesse pubblico” appare sempre più ambigua e incerta, tanto si avvicina ad una combinazione di interessi privati (di cui l’“urbanistica negoziata” è una espressione emblematica), che poco ha a che vedere con un ragionamento sui problemi complessivi di una collettività e sul modello di sviluppo urbano.

La periferia di Roma costituisce una parte sostanziale della città. Tale è stato il suo sviluppo negli ultimi quindici-venti anni che oggi costituisce la parte preponderante della città. Se si considera che il centro storico si sta progressivamente svuotando di abitanti residenti e si sta trasformando in un distretto del turismo e del commercio, e se si considerano i processi di gentrification che caratterizzano la città consolidata, anche nelle sue parti storicamente considerate degradate (pensiamo al Pigneto), la periferia diventa veramente la parte più consistente della città. Roma è la sua periferia.

Periferie in trasformazione

Si tratta peraltro di una periferia in rapida trasformazione. Il 23 per cento della popolazione del Comune di Roma vive oggi al di fuori del Grande Raccordo Anularee in queste aree l’incremento degli abitanti negli ultimi dieci anni è stato del 26 per cento, a fronte del fatto che dentro il Gra (Grande raccordo anulare) la popolazione invece diminuisce. Non si tratta soltanto di un grande fenomeno di sprawl urbano, a tutto danno di ciò che resta dell’agro romano – il consumo di suolo a Roma è tra i più alti in Italia -, ma di un cambiamento complessivo nei modi di vita degli abitanti e nell’organizzazione della vita quotidiana. Uno dei fenomeni più importanti caratterizzanti lo sviluppo insediativo del Comune di Roma negli ultimi quindici-venti anni è, ad esempio, lo sviluppo delle grandi polarità commerciali e dell’entertainment.

Oggi sono presenti più di 28 grandi centri commerciali nel territorio del Comune di Roma (e altri sono in costruzione). Si tratta di un fenomeno che è stato esportato nel territorio metropolitano: nella Provincia di Roma – ora Città metropolitana – si registrano complessivamente 40 grandi centri commerciali. Questo fenomeno si lega strettamente alla politica delle grandi “centralità” prevista dal nuovo Piano Regolatore Generale approvato nel 2008. Pensate come capisaldi di un nuovo policentrismo, con un importante obiettivo di riqualificazione della periferia circostante, soprattutto attraverso la realizzazione di funzioni pregiate, come il direzionale o i servizi, nel tempo hanno visto progressivamente aumentare (nella maggior parte dei casi) le funzioni residenziale e commerciale (per la precisione, un incremento del 49,5 per cento del residenziale rispetto ai valori assoluti iniziali previsti per questa funzione, e un incremento del 68 per cento del commerciale).

Le funzioni pregiate e il direzionale sono rimaste in poche centralità di iniziativa pubblica, come Pietralata, o come Ostiense e Tor Vergata, che concentrano le funzioni dell’università e della ricerca. Insieme a tali “centralità” sono stati costruiti nuovi agglomerati residenziali per lo più collocati a ridosso delle grandi infrastrutture stradali (Gra e autostrade), sebbene dovevano essere raggiunte dal

“ferro”. Si tratta di strutture e complessi che ragionano ad un livello sovralocale. Il centro commerciale di Bufalotta – Porta di Roma registra 16 milioni e mezzo di visitatori l’anno (più dei visitatori del Colosseo).

Anche lo sviluppo demografico e insediativo assume caratteri sovralocali. La popolazione si sposta a vivere fino a Orte (a 50 chilometri di distanza) e pendola quotidianamente su Roma. Alcuni Comuni a nord di Roma (ma anche Ardea) sono tra i 30 Comuni con il maggior incremento di popolazione in tutta Italia negli ultimi dieci anni. La periferia ha assunto una dimensione metropolitana.

Gli altri due grandi processi insediativi che caratterizzano la periferia romana, l’edilizia residenziale pubblica e l’abusivismo, sono storicamente consolidati, ma non per questo meno importanti. Roma è la città con la maggior quantità di edilizia economica e popolare realizzata in Italia; un patrimonio grande e importante che però si trova in una condizione di degrado veramente preoccupante. Sono di fatto territori abbandonati.

Non meno problematica la situazione della città abusiva. Il fenomeno è andato calando nel tempo, ma tuttora è consistente, anche se ha profondamente cambiato natura. La sua rilevanza è testimoniata dalle quantità: il 37 per cento del tessuto urbano residenziale è di origine abusiva e il 40 per cento della popolazione vive in aree nate come abusive. Si tratta di pezzi di città che, per le condizioni in cui si sono formati, sono difficilmente recuperabili.

Quali politiche

In questo contesto, le politiche “del rammendo” appaiono inadeguate. Un senatore della Repubblica e noto architetto di valore internazionale (e sicuramente persona di grande valore e competenza) ha investito il suo stipendio di parlamentare a sostegno dell’elaborazione di politiche e progetti per il recupero delle periferie. Si tratta di microprogetti che riqualificano alcuni angoli degradati e dismessi, e che dovrebbero ricucire i pezzi delle periferie. Gli esiti sono ben lontani dagli obiettivi e dalle eventuali aspettative. Le politiche “del rammendo” appaiono del tutto inadeguate e insufficienti. Ma si può anche dire di più. Tale è la situazione delle periferie, non solo per i problemi urbanistici ed edilizi, ma anche e soprattutto per quelli sociali, che si può affermare come siano “non rammendabili”.

Le periferie, e quelle romane in particolare, sono esiti di processi complessivi, e ora globali, che le producono e le riproducono. Le periferie sono funzionali ad un certo modello di sviluppo, insediativo ma anche socio-economico. In questo senso le “ricuciture” ed i “rammendi” sono micro-palliativi. Il problema è piuttosto impegnarsi in politiche che intercettino ed esprimano un’alternativa al modello di sviluppo mainstream. Un obiettivo su cui, aldilà delle volontà politiche, le stesse amministrazioni pubbliche locali avrebbero difficoltà ad impegnarsi, private come sono di una capacità di azione al confronto delle forze economiche che attraversano i territori, tanto che si può dire che stanno perdendo anche (parte della) la sovranità sui propri contesti governati.

Allo stesso tempo, le periferie sono anche luoghi vitali, dove una presenza di forze sociali esprime uno sforzo di riappropriazione della città e dei luoghi di vita. Questo protagonismo sociale è molto forte ed esprime una grande azione sui territori. Ha difficoltà però a costituire un movimento comune di mobilitazione e di costruzione di politiche alternative. Ma è su questi terreni e su queste sfide che si gioca un possibile futuro delle periferie romane.

Carlo Cellamare è docente di urbanistica alla facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza. Svolge attività di ricerca sui processi di progettazione urbana e territoriale e sulla partecipazione (con particolare attenzioni alle trasformazioni dei quartieri e alle politiche urbane per le periferie).

Da leggere Pigneto, mon amour. Un territorio resiste Fucina 62, Gli angeli non abitano più la periferia Dottorato Dicea, Riscoprire il senso delle periferie Enzo Scandurra, Tor Sapienza, la periferia fatta da noi Riccardo Troisi, Ripartiamo dalle città Giovanni Caudo

La Repubblica, ed. Milano, 7 ottobre 2015

Lo scandalo dei diesel riguarda la salute, la nocività dell’aria che respiriamo nelle città e comunque nelle aree coinvolte dal traffico motorizzato. È una banalità, ma occorre ricordarlo perché finora né la Lombardia né Milano, che sono state capostipiti e che sono in gran parte le capitali italiane della lotta allo smog, hanno dato segni di reazione. Come se si trattasse di una questione lontana, un inciampo tedesco. Il diesel fa male, e i miglioramenti vantati dalla case automobilistiche, in particolare con gli Euro 5, ma non solo, sono in gran parte fittizi : questo ci insegna lo scandalo dei diesel.

Una questione che riguarda dunque tutti i possessori di polmoni, non solo chi ha prenotato gli ultimi modelli di auto. Perlomeno la Regione Emilia ha anticipato - e ha già in corso da qualche giorno- lo stop diurno agli Euro 3 diesel nell’ambito dei provvedimenti annuali antismog che rimangono in vigore da ottobre a fine marzo. Da noi invece la Regione Lombardia ha spostato questo fermo all’autunno 2016 e non sembra volerne ridiscutere. Nell’epicentro della conurbazione, nell’Area C di Milano, gli Euro 3 diesel non possono entrare. Ma tutt’attorno possono circolare liberamente, per la gioia dei polmoni meno centrali. Non parliamo poi degli Euro 4 e degli Euro 5 : e invece quanto emerso dal cosiddetto “affare Volkswagen” suggerirebbe di sottoporre il più possibile i veicoli circolanti a nuovi esami.

In Francia, dopo aver a luglio resistito alla pressione ecologista di parificare il prezzo al dettaglio della benzina e quello del gasolio per i diesel, ora la ministra dell’Ambiente Segolene Royal ha promesso di farlo, se non del tutto immediatamente, almeno gradualmente. In Gran Bretagna già da anni il gasolio non costa meno della benzina. Probabilmente agendo sulla sovratassa regionale, la Lombardia potrebbe far alzare il costo del carburante per i diesel, se si ricordasse di voler essere la “California italiana” come aveva detto il predecessore di Maroni. Certo dovrebbe coordinare questa misura con le Regioni limitrofe, ma non sarebbe impossibile: oltetutto sarebbero introiti per le casse pubbliche.

Il recente studio Viias (sull’impatto dell’inquinamento sulla salute) riconosce che c’è stato un miglioramento tra il 2005 e il 2010, ma il numero dei morti attribuibili principalmente all’inquinamento da micropolveri e biossido di azoto resta di decine di migliaia all’anno in Italia.

Tra il 2010 e il 2020 si potrà avere un abbattimento solo con politiche attive, non accontentandosi di fattori climatici e del calo congiunturale del traffico dovuto alla recessione (e quindi reversibile). Bisogna uscire dall’epoca dell’auto privata in città, e soprattutto dall’epoca dei combustibili fossili egemonizzati dai motori diesel. Farli veramente puliti costa troppo: questo emergerà alla fine dallo scandalo Volkswagen. Se a Parigi, dove si respira aria migliore di quella padana, stanno cominciando a fare le domeniche a piedi, perché dismetterle a Milano? E per restare su misure più ristrette: se l’Emilia ferma almeno gli Euro 3, perché la giunta lombarda dice che deve valutare la delicatezza della questione in relazione alla crisi economica? Siamo più poveri degli emiliani?

Dal mini­stero delle Infra­strut­ture giunge una noti­zia di un certo rilievo, anche se in qual­che modo attesa: l’abrogazione della legge Obiet­tivo sulle grandi opere. Nell’emendamento gover­na­tivo al Codice degli appalti che ini­zia l’iter alla Camera, dopo l’approvazione del Senato, si inse­ri­sce un comma che dispone «la sop­pres­sione della Legge 443/2001», per l’appunto la fami­ge­rata norma sud­detta; uno dei capi­saldi delle poli­ti­che berlusconiane.

L’atto era piut­to­sto scon­tato, spe­cie dopo che Raf­faele Can­tone aveva defi­nito la stessa legge Obiet­tivo «cri­mi­no­gena»; e dopo l’inchiesta della Pro­cura di Firenze — avvia­tasi con l’indagine sullo stram­pa­lato sot­toat­tra­ver­sa­mento fer­ro­via­rio del suo cen­tro sto­rico — che ne sta dimo­strando le distorsioni.

Inten­dia­moci: non è che Renzi e Del­rio si siano con­ver­titi improv­vi­sa­mente alla pia­ni­fi­ca­zione ambien­tale e alla mobi­lità soste­ni­bile. Hanno sem­pli­ce­mente preso atto dei pro­blemi e del cla­mo­roso fal­li­mento di una norma e di un pro­gramma, dimo­strato dai numeri: in 15 anni di ope­ra­ti­vità sono stati rea­liz­zati poco più del 15% delle opere pre­vi­ste e meno di 1/3 degli inve­sti­menti programmati.

Spre­chi e cor­ru­zione non sono age­vol­mente para­me­tra­bili, ma ne costi­tui­scono sicu­ra­mente la cifra prin­ci­pale. Peral­tro, una serie di peri­co­lose «sem­pli­fi­ca­zioni» soprav­vi­ve­ranno, già recu­pe­rate nello Sblocca Ita­lia. Men­tre il qua­dro di opere da rea­liz­zare si è ridotto, nell’allegato Infra­strut­ture del Def, a un terzo, con la can­cel­la­zione di opere tra le più inu­tili, dan­nose e bizzarre.

Le sem­pli­fi­ca­zioni della legge Obiet­tivo con la figura del con­traente gene­rale, gruppo di imprese appal­tanti che poteva sce­gliersi addi­rit­tura il diret­tore dei lavori (con­trol­lando così se stesso) face­vano sì che attorno alle rela­zioni con il con­ces­sio­na­rio per conto dello Stato o dell’ente pub­blico, si creasse una «mac­china» sem­pre più grande e potente in grado di attrarre ingenti risorse, spen­derne e spre­carne, spesso con­di­zio­nando, anche con la cor­rut­tela, i deci­sori coinvolti.

Attorno a que­sti mec­ca­ni­smi si è creato quell’enorme arci­pe­lago di società pic­cole e grandi — per la gran parte inu­tili pas­sa­carte dedite in realtà ad atti­vità di lob­bing — ruo­tante attorno a opere pub­bli­che e pro­ject finan­cing che, secondo gli stu­diosi del set­tore come Ivan Cic­coni, ammon­tano oggi a più di ventimila.

La nor­ma­tiva pre­ve­deva la nega­zione com­pleta delle istanze sociali inte­res­sate e anche delle rap­pre­sen­tanze isti­tu­zio­nali del ter­ri­to­rio. Solo le regioni — e dopo appo­sito ricorso alla Corte Costi­tu­zio­nale — ave­vano potuto inter­fe­rire nelle inte­ra­zioni governo-impresa. La valu­ta­zione ambien­tale non era com­ple­ta­mente can­cel­lata, ma molto ridi­men­sio­nata: la pia­ni­fi­ca­zione urba­ni­stica poteva essere igno­rata. Come ormai noto, tale mec­ca­ni­smo non ha sem­pli­fi­cato alcun­ché, spo­stando i con­flitti dai con­si­gli comu­nali ai tri­bu­nali, o diret­ta­mente sul ter­reno come in Val di Susa.

Con gli esiti com­ples­si­va­mente fal­li­men­tari ricor­dati all’inizio. Gli enormi pro­blemi del pro­gramma erano stati pun­tual­mente denun­ciati da mol­tis­simo tempo da ambien­ta­li­sti, comi­tati e tec­nici; oltre che dagli attori costi­tui­tisi diret­ta­mente a con­tra­sto : dap­prima il Coor­di­na­mento con­tro le grandi opere (pro­mosso nel 2006 da No Tav, No Mose, No Ponte e dalla rivi­sta Carta, con la forte pre­senza del com­pianto Osvaldo Pie­roni, decano di Socio­lo­gia Ambien­tale e già diret­tore del Des dell’Università della Cala­bria), con­fluito poi nel Patto di Mutuo Soc­corso (tra i ter­ri­tori aggre­diti dalle mega infra­strut­ture) e oggi nel Forum anti Goii (Grandi opere inu­tili e impo­ste), dive­nuto realtà anche euro medi­ter­ra­nea. Sog­getti cui spesso que­sto gior­nale ha for­nito sup­porto, tra l’altro con i tanti arti­coli di Guglielmo Ragozzino.

La sto­ria della Legge Obiet­tivo dimo­stra come, smar­rite razio­na­lità pro­gram­ma­tica e uti­lità sociale, le opere di tra­sfor­ma­zione del ter­ri­to­rio diven­tino — oltre che spre­chi eco­no­mici e ambien­tali inac­cet­ta­bili — facil­mente pene­tra­bili da spe­cu­la­zione, cor­ru­zione, cri­mi­na­lità orga­niz­zata. E come spesso non basti indi­vi­duare e sosti­tuire i tito­lari respon­sa­bili, in quanto l’unico mec­ca­ni­smo di con­tra­sto effi­cace si rivela l’interruzione dei flussi di danaro, cioè del con­tratto di appalto. Spe­cie quando è la cor­ru­zione stessa che ha deter­mi­nato la natura delle ope­ra­zioni (Mose). Can­tone invece ha accet­tato di usare l’arma — che può rive­larsi spun­tata — del con­trollo, cor­re­zione e modi­fica, fino al com­mis­sa­ria­mento, della gestione. Ma spesso le distor­sioni in essere pos­sono pro­se­guire con l’operazione.

Con il Codice biso­gna tor­nare a pro­ce­dure più votate all’ordinarietà, in cui con­tino di nuovo gli enti locali e riac­qui­stino il giu­sto peso ambiente, urba­ni­stica e pae­sag­gio. Ma soprat­tutto la lezione del fal­li­mento della legge Obiet­tivo signi­fica che è assai pro­ble­ma­tico, quasi impos­si­bile, inter­ve­nire su un ter­ri­to­rio con­tro la volontà dei suoi abi­tanti. Si torni allora alla pia­ni­fi­ca­zione par­te­ci­pata, anche di mobi­lità e trasporti.

«L’Associazione “This is art” a forza di collette, concorsi e solidarietà, ha realizzato un monumento, un mosaico e un video tridimensionale». Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2015 (m.p.r.)
Il ponte del Castello di Lucera è illuminato. Il castello invece no. Bisogna partire da queste 12 lampade sospese sul fossato per trovare la ricetta del risveglio del sud. Le piccole luci accese sono state pagate dai privati mentre le grandi luci spente che dovrebbero illuminare le mura, sono state pagate dall’Enel. I vandali le hanno rotte molti anni fa e nessuno le ha riparate. I faretti del ponte sono merito invece di un trentenne di Lucera. Si chiama Giuseppe Toziano e ha chiesto ai candidati alle ultime elezioni comunali di mettere mano al portafoglio per pagare un faretto a testa. La storia di Toziano dimostra che il sud deve smettere di aspettare l’Enel, lo Stato o Renzi: se vuole la luce deve provare a riaccendersi da solo. In due anni questo trentenne con il diploma da geometra, lo sguardo furbo e il ciuffo alla Cassano è riuscito a dare la sveglia alla cittadina pugliese di trentamila abitanti. I suoi coetanei sono in fuga verso il nord e lui invece è tornato per guadagnarsi sul campo il soprannome di “rompiballe”.

Così lo chiamano i concittadini che inventano percorsi tortuosi per evitare i suoi banchetti e le sue continue richieste di denaro a fin di bene. La sua associazione “This is art”, a forza di collette, concorsi e gare di solidarietà, ha realizzato un monumento, una serie di murales, un mosaico, un video tridimensionale e ha in programma tante iniziative da riempire un libro. Con l’appoggio della società civile di Lucera e con i consigli del decano dei giornalisti locali, Silvio di Pasqua, Toziano è riuscito nelle sue imprese senza chiedere un euro di finanziamento pubblico.
Come i suoi familiari vive di agricoltura ma vorrebbe diventare una guida turistica. Da anni attende un concorso e intanto i monumenti lui non li spiega ma li crea. La sua ex fidanzata austriaca, nipote di un’importante esperta d’arte, lo ha introdotto al mondo delle mostre poi è andato a Londra a fare il cameriere da Cipriani e nel tempo libero vagava tra mostre e musei gratuiti. «Un giorno ho visto una mostra dedicata alla Vespa e ho pensato che Lucera è piena di Vespe e di molte altre cose –spiega Toziano – il problema è che non conosciamo il nostro potenziale e non sappiamo spiegare e vendere le nostre bellezze».
Il castello di Lucera è stato la sua prima palestra. Il maniero è tra i più grandi del sud Italia eppure i visitatori paganti faticavano a comprenderne la storia nascosta tra le mura cadenti. Spesso andavano via delusi, magari inseguiti dai cani randagi che incrociano nella zona. Finché un giorno Toziano ne parla al bar con un giovane “cervello in fuga” della sua città: Luca Malvizzi, un esperto di grafica 3d che guadagna bene a Vancouver realizzando video per gli studi di architettura canadesi. Malvizzi ha appena realizzato il video in 3d che ricostruisce la storia del castello svevo di Sannicandro, in provincia di Bari e si fa scappare: «per Lucera lo farei gratis».
Toziano raccoglie la sfida e sollecita il campanilismo dei suoi concittadini. Il titolare di una società di elettronica, Pasquale Minafra, dona uno schermo 40 pollici; il fabbro Antonio Carbone realizza la cornice in ferro battuto adatta per la torre. Malvizzi, con l’aiuto della madre, Felicetta Iorio, esperta di storia, realizza il video. Resta il passaggio più duro: il permesso della Sovrintendenza per piazzare una tv nella torre sveva. «Gli ho detto che se non firmavano - racconta ridendo Toziano - sarei rimasto a Bari a dormire a casa loro». Il visto è arrivato subito e ora i turisti finiscono tutti a naso all’insù nella torre a guardare il video in 3d. La ricostruzione si apre con la situazione attuale: il fossato e la cinta che chiude un pianoro brullo cosparso di muri sbrecciati e fondamenta.
Nel video ogni pietra si alza e ruota acquistando senso grazie alla ricostruzione tridimensionale. Ecco il fortino ideato da Federico II. Ecco i cambiamenti degli angioini. Ecco cosa era quel rettangolo a sinistra: la fabbrica d’armi e quell’altro a destra: la chiesa con il campanile. E poi le caserme dei militari angioini con tanto di cannoni e palle. I più giovani, stremati dalla ricostruzione barbosa delle audioguide del castello di Trani, si risvegliano e finalmente capiscono di essere finiti al centro di una storia che non ha nulla da invidiare all’ultima saga medievale vista al cinema.
Inutile cercare il video sul web. Malvizzi lo ha donato a Lucera non a Youtube. Chi vuole vederlo deve entrare nella torre del suo castello. L’associazione di Toziano, This is art, ha trasformato anche la strada che porta al castello. Al posto delle scritte offensive ora ci sono decine di murales che restituiscono la storia passata e recente di Lucera. Grazie a un concorso di opere giunto alla seconda edizione, la strada è diventata una sorta di luogo dell’immaginario collettivo lucerino. Il più bello è il ritratto di Massimo Troisi eseguito da Raffo Art - un writer venuto da Napoli per ritrarre il suo regista preferito nel luogo in cui girò nel 1986 Le vie del signore sono finite. Gli fa compagnia Bud Spencer, ritratto nei panni del Soldato di ventura, girato quaranta anni fa nel castello. Il disegnatore è Manuele La Cava di Lucera, campione di areografie su automobili che ora disegna sulle Lamborghini per gli sceicchi. Un altro murales ritrae la scultura l’Uomo della pace di un artista lucerino, Franco Scepi, amata da Gorbaciov.
Toziano ha chiesto a Scepi di realizzare una copia della sua opera per la sua città. Insieme sono andati in tv a lanciare l’ennesima sottoscrizione per pagare il bronzo e le spese di fusione. Grazie anche all’appoggio della Diocesi sono stati raccolti 5 mila euro e il monumento alla pace e alla testardaggine del “rompiballe” troneggia davanti alla villa comunale. L’ultima sfida è la realizzazione di 12 mosaici. «Lucera vanta una dozzina tra santi e beati», spiega Toziano. «Le reliquie sono state trafugate dalle città rivali dopo le guerre ma la mia idea è quella di convincere i turisti che vanno a Pietrelcina e San Giovanni Rotondo per Padre Pio a deviare su Lucera per vedere i nostri santi».
Scartata l’idea di una nuova guerra con Termoli per riportare San Basso “in ossa” nella sua Puglia, Toziano ha ripiegato sull’effige. Il primo mosaico dedicato a San Basso è stato inaugurato dal vescovo di Lucera l’8 agosto. Sempre senza un euro di spesa pubblica. Grazie a Giusy Valente, un’artista locale che lo ha realizzato gratis. «Le ho promesso che le avrei commissionato altre opere quando arriveranno gli sponsor». Ma arriveranno? «Certo, giura Toziano, Basta che la gente veda che si realizza davvero e i soldi poi arrivano». Tra i murales sulla strada per il castello di Lucera ce n’è uno con due scritte. “Se il Signore avesse conosciuto questa piana di Puglia luce dei miei occhi si sarebbe fermato a vivere qui”. È attribuita a Federico II. Sotto c’è un secondo pensiero dedicato a Lucera: “Se ami davvero la tua città cerca di cambiarla in meglio con tutte le tue forze”. La firma non c’è. Non serve.

Il Manifesto, 1 ottobre 2015 (m.p.r.)

Non vogliamo il Paese delle tri­velle. E così ieri i dele­gati di dieci Con­si­gli regio­nali – Basi­li­cata, come capo­fila; e poi Mar­che, Puglia, Sar­de­gna, Abruzzo, Veneto, Cala­bria, Ligu­ria, Cam­pa­nia e Molise - hanno depo­si­tato in Cas­sa­zione sei que­siti refe­ren­dari con­tro l’invasione delle piat­ta­forme petro­li­fere. Con essi si chiede l’abrogazione dell’articolo 38 dello Sblocca Ita­lia e di vari suoi commi e dell’articolo 35 del Decreto svi­luppo. «Vogliamo che non ci siano pozzi entro le 12 miglia e che siano ripri­sti­nati i poteri delle Regioni e degli enti locali, met­tendo inol­tre i cit­ta­dini al riparo dalla limi­ta­zione del loro diritto di pro­prietà rispetto alle società estrat­trici», spiega il pre­si­dente del Con­si­glio regio­nale della Basi­li­cata, Piero Lacorazza.

Il refe­ren­dum, sulla cui ammis­si­bi­lità dovrà ad anno nuovo pro­nun­ciarsi la Corte Costi­tu­zio­nale, porta la firma e l’intuizione del coor­di­na­mento nazio­nale No Triv e di altre 200 asso­cia­zioni. «Con que­sta con­sul­ta­zione – afferma Enrico Gagliano, No Triv – si resti­tui­sce ai cit­ta­dini il diritto di deci­dere di se stessi e del futuro del pro­prio ter­ri­to­rio. Si tratta di un fatto straor­di­na­rio ed unico nella sto­ria dell’Italia repub­bli­cana, il cui signi­fi­cato va ben oltre la pur impor­tante dimen­sione ener­ge­tica». «Sul piano isti­tu­zio­nale, - aggiunge Enzo Di Sal­va­tore, No Triv - il governo dovrà fare i conti con una mutata realtà e con mutati rap­porti di forza nel Paese. Quanto alle scelte ener­ge­ti­che, l’esercizio dell’opzione refe­ren­da­ria con­sen­tirà di ria­prire una par­tita che sem­brava già persa all’indomani del varo della Stra­te­gia Ener­ge­tica Nazio­nale: i que­siti sull’articolo 38 rimet­tono in discus­sione il sistema di gover­nance che finora ci è stato impo­sto a suon di leggi e decreti (Sblocca Ita­lia su tutti); quello «secco» sull’articolo 35 punta ad inflig­gere un duro colpo alle mire delle com­pa­gnie petro­li­fere, a sal­va­guar­dare i nostri mari e a pre­ve­nire qual­siasi ten­ta­tivo di ritorno al pas­sato (abo­li­zione del limite delle 12 miglia o sua ridu­zione a 5) da parte di un governo aper­ta­mente schie­rato sul fronte delle ener­gie fossili».

Un’iniziativa che viene defi­nita «una delle poche note liete in una lunga e tri­ste sta­gione color nero-petrolio». «E’ la prima volta che dei que­siti refe­ren­dari soste­nuti dai Con­si­gli regio­nali ven­gono pre­sen­tati da dieci Regioni, che rap­pre­sen­tano il dop­pio del quo­rum richie­sto -, riprende Laco­razza -. In Basi­li­cata, una delle realtà più mar­to­riate, con­tiamo già la pre­senza di 70 impianti di tri­vel­la­zione: non siamo affetti dal ’nimby’, ossia non vogliamo non ’spor­care il nostro giar­dino’ e spo­stare il pro­blema in quello degli altri, ma cre­diamo che la poli­tica ener­ge­tica dell’Italia debba rac­cor­darsi con l’Unione euro­pea, che non può sol­tanto occu­parsi di moneta e buro­cra­zia». «Dieci Regioni – evi­den­zia Fabri­zia Arduini, refe­rente Ener­gia Wwf Abruzzo - sono un mes­sag­gio gra­ni­tico a Renzi. I que­siti refe­ren­dari par­lano chiaro e una rile­vante parte del Paese ha capito che l’Italia non può riper­cor­rere gli stessi modelli di svi­luppo che hanno pro­dotto una delle peg­giori crisi eco­no­mi­che mai vis­sute. Un modello di spre­chi e disu­gua­glianze, inso­ste­ni­bile per la nostra fra­gi­lis­sima e bella nazione, ma anche per il pia­neta intero.

Il costo ambien­tale di que­ste atti­vità è davanti gli occhi di tutti: i cam­bia­menti cli­ma­tici sono un vero fla­gello. A Parigi, nella COP21 (Con­fe­renza sul clima) di dicem­bre, gli Stati dovranno con­clu­dere un accordo glo­bale per agire in fretta, in modo effi­cace ed equo per stop­pare le alte­ra­zioni cli­ma­ti­che. Che dirà il pre­mier? Che l’Italia punta sulle sue risi­bili pro­du­zioni di idro­car­buri sino all’ultima goccia?

Nell’attesa che la Cas­sa­zione si pro­nunci sul refe­ren­dum, - con­ti­nua Arduini - con­ti­nue­ranno le azioni di mobi­li­ta­zione per fer­mare pro­getti petro­li­feri off shore recen­te­mente sdo­ga­nati, a comin­ciare da “Ombrina Mare”, la piat­ta­forma con raf­fi­ne­ria gal­leg­giante, che dovrebbe sor­gere a poche miglia dalla costa della pro­vin­cia di Chieti e di cui si discu­terà il pros­simo 14 otto­bre al mini­stero dello Svi­luppo eco­no­mico in una con­fe­renza dei servizi».

«E poi – fa eco Vit­to­rio Cogliati Dezza, pre­si­dente nazio­nale di Legam­biente – biso­gna bloc­care “Vega B, piat­ta­forma pre­vi­sta nel Canale di Sici­lia, al largo del lito­rale ragu­sano, che da poco ha rice­vuto il nulla osta ambien­tale e su cui pen­dono già ricorsi al Tar». «Occorre abban­do­nare il petro­lio – afferma Luzio Nelli, Legam­biente Abruzzo – e ripar­tire dalle fonti rin­no­va­bili e soste­ni­bili, garan­tendo la qua­lità del ter­ri­to­rio e il benes­sere delle popo­la­zioni, non gli inte­ressi delle mul­ti­na­zio­nali del greggio».

«Governo nel caos. Democrack alla Camera, la maggioranza approva mozione dell’Ncd che chiede di valutare il progetto per la ferrovia. E il ministro Delrio si infastidisce: Altre le priorità». Ma la questione è tutt'altro che chiusa. I padrini delle Grandi opere inutili non disarmano mai, finché la politica è questa. Il manifesto, 30 settembre 2015

«Non vedo ragioni per cui non si debba più par­lare del Ponte sullo Stretto – aveva detto Ange­lino Alfano, qual­che giorno fa– e noi in Par­la­mento pre­sen­te­remo una pro­po­sta di legge per rea­liz­zarlo. So che la sini­stra si opporrà. Ma acca­drà come con la riforma dell’articolo 18: dice­vano che ave­vamo lan­ciato un dibat­tito fer­ra­go­stano, e tutti sanno com’è andata a finire». Detto, fatto e i foschi pre­sagi del mini­stro sem­brano, d’un tratto, avve­rarsi. Ina­spet­ta­ta­mente il governo ritira fuori dal cilin­dro un pro­getto, cesti­nato da tempo, come quello sul ponte di Messina.

È stata una gior­nata con­vulsa in aula ieri a Montecitorio.

«Il Ponte sullo Stretto di Mes­sina deve essere con­si­de­rato un capi­tolo chiuso per l’attuale governo. Piut­to­sto si pro­ceda ad avviare ogni ini­zia­tiva volta all’ammodernamento e al poten­zia­mento del sistema dei tra­sporti cala­brese alli­nean­dolo con quello degli altri ter­ri­tori euro­pei». Que­ste le sol­le­ci­ta­zioni con­te­nute in una mozione pre­sen­tata alla Camera da Sel (primo fir­ma­ta­rio Franco Bordo) che doveva essere messa ai voti.

Sen­non­ché il rap­pre­sen­tante del governo, Umberto Del Basso De Caro, sot­to­se­gre­ta­rio alle Infra­strut­ture, invece di espri­mere parere favo­re­vole sugli impe­gni della mozione pre­sen­tata da Sel, e con­fer­mare che la rea­liz­za­zione del Ponte rap­pre­senta real­mente una pagina chiusa per il governo Renzi, cosa fa? Chiede ini­zial­mente a tutti i gruppi par­la­men­tari di espun­gere dalle loro mozioni gli impe­gni rela­tivi alla rea­liz­za­zione del Ponte, «trat­tan­dosi di argo­mento tal­mente com­plesso su cui rispon­dere che si deve neces­sa­ria­mente rin­viare ad altra data per capire qual­cosa. Biso­gna svol­gere i neces­sari appro­fon­di­menti». E poi sug­ge­ri­sce la rifor­mu­la­zione di un’analoga (ma di segno con­tra­rio) mozione di Ncd (prima fir­ma­ta­ria Dorina Bianchi).

Nel nuovo testo sug­ge­rito da Del Basso De Caro, il Governo si impe­gna a «valu­tare l’opportunità di una ricon­si­de­ra­zione del pro­getto del Ponte sullo Stretto come infra­strut­tura fer­ro­via­ria pre­via valu­ta­zione e ana­lisi rigo­rosa del rap­porto costi-benefici, come pos­si­bile ele­mento di una stra­te­gia di riam­ma­glia­tura del sistema infra­strut­tu­rale del mezzogiorno».

Con que­sta mozione dei cen­tri­sti (che passa con 289 voti favo­re­voli e 98 con­trari, 21 aste­nuti) il governo ria­pre, così, il dos­sier e, da un giorno all’altro, pre­co­nizza file di treni che attra­ver­sano que­sto imma­gi­ni­fico ponte. Con­tro ogni logica e, soprat­tutto, con­tro natura per chiun­que ram­menti i tanti studi tec­nici dove sono sve­late le cause geo­lo­gi­che della natura sismica dell’area.

Il vol­ta­fac­cia del governo sca­tena la netta oppo­si­zione di Sel. «Non ci posso cre­dere: dalle parti di Palazzo Chigi vogliono con­ti­nuare a gin­gil­larsi con il ponte sullo Stretto. Un’opera inu­tile, dan­nosa, deli­rante. Un giorno un favore a Ver­dini e ai suoi seguaci, il giorno suc­ces­sivo un favore ad Alfano e ai suoi. Dav­vero un cam­biar verso…», twitta Nichi Vendola.

Men­tre il capo­gruppo, Arturo Scotto, parla di «un colpo di scena degno di un thril­ler. Invece di impe­gnarsi per finire la A3 e per ammo­der­nare il sistema via­rio cala­brese, il Pd pre­fe­ri­sce asse­con­dare il mini­stro dell’Interno Alfano, e il suo par­tito Ncd, spon­sor di que­sta opera inu­tile per lo svi­luppo del mez­zo­giorno. Siamo alla farsa e alla presa in giro degli ita­liani. Ma Renzi lo sa?».

In effetti, la rete infra­strut­tu­rale in Cala­bria è da terzo mondo. Dopo 49 anni, «il can­tiere più lungo di tutta Europa», come viene defi­nita la Salerno-Reggio, è ancora in fase di rea­liz­za­zione con tratti ancora da can­tie­riz­zare o in fase di ammo­der­na­mento. Per­cor­ren­dola ci si imbatte in ben 32 «lavori tem­po­ra­nei» e da Cosenza in giù la segna­le­tica sull’asfalto è ine­si­stente e le gal­le­rie sono senza illuminazione.

Per non par­lare del tra­sporto fer­ro­via­rio sul tratto jonico, carat­te­riz­zato da un unico bina­rio non elet­tri­fi­cato, con corse ope­rate su base regio­nale. E, poi, strade che crol­lano, ponti che si sbriciolano.

E men­tre il movi­mento No Ponte annun­cia bat­ta­glia e Alfano esulta per il «suc­cesso straor­di­na­rio», inter­viene in serata il mini­stro Del Rio che da Palermo rein­ter­preta le mosse del suo vice: «Il sot­to­se­gre­ta­rio Del Basso De Caro ha sem­pli­ce­mente accolto l’invito fatto al governo di valu­tare, se lo vor­remo, l’opportunità di riguar­dare i costi e bene­fici di quel pro­getto. Dovremo valu­tare ma in que­sto momento il dos­sier non è sul mio tavolo, abbiamo dos­sier più urgenti».

Riferimenti

Numerosi articoli sul Pontone li trsavate nell'archivio del vecchio eddyburg, e precisamente qui

Nuova Venezia, Italianostravenezia.org, 25 settembre 2015 (m.p.r.)

Venezia «Qui comando io, quel progetto è una puttanata gigantesca, a Venezia nessuno lo vuole e per questo oggi lo bocciamo in Consiglio comunale». In un Consiglio acceso e in forte contrapposizione con tutte le opposizioni - e uno scontro personale, in particolare con il consigliere della Lista Casson Nicola Pellicani - il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro giovedì ha «forzato» sull’esame del progetto Venis Cruise (presentato da Duferco e Dp Consulting di Cesare De Piccoli) che prevede la realizzazione di un nuovo terminal crocieristico alla bocca di porto di Lido per evitare il passaggio delle Grandi Navi in Bacino di San Marco.

E invece di limitarsi con la Giunta e il Consiglio a prendere atto e approvare le Osservazioni al progetto - pur molto critiche - della commissione di tecnici comunali che l’ha esaminato, inviandole a Roma, alla Commissione di Valutazione d’impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente che sta esaminando il progetto, ha deciso di «bocciarlo», trasformando la valutazione tecnica in un voto politico.

Uno “strappo” che le opposizioni per una volta compatte - Partito Democratico, Lista Casson e Movimento Cinque Stelle - non hanno accettato, decidendo di non partecipare al voto, proprio in dissenso con la forzatura del sindaco. Che ha polemizzato, in particolare, con Pellicani, quando gli ha ricordato che tutti i progetti alternativi al passaggio delle Grandi Navi in Bacino di San Marco devono essere valutati a Roma dalla Commissione Via.

«Non accetto che si dica che Roma deve dare un giudizio, hai le idee un po’ confuse - ha detto Brugnaro a Pellicani - decide Venezia, quando in ballo ci sono anche 5 mila posti di lavoro della portualità. La città con il voto ha detto che per le Grandi Navi si deve passare da lì (riferendosi al progetto Tresse Est, con lo scavo del canale Vittorio Emanuele, da lui sostenuto ndr) e di lì si va». «Se è convinto veramente che con il voto i veneziani abbiano detto questo, indica un referendum consultivo», gli ha ribattuto il capogruppo del Movimento Cinque Stelle Davide Scano. E sia il capogruppo del Pd Andrea Ferrazzi (con la consigliera Monica Sambo), sia Pellicani, gli hanno ricordato come esistano le leggi e il progetto debba comunque superare il giudizio della Commissione Via. «Rispetteremo le leggi - ha ribattuto Brugnaro - ma la decisione finale sul progetto delle Grandi Navi deve essere politica e spettare alla città». Compatta la sua maggioranza nel sostenerlo. Intanto sul progetto Venise Cruise restano le Osservazioni dei tecnici comunali, molto critiche sul suo impatto ambientale, su quello relativo al funzionamento del Mose, sul traffico acqueo per il trasbordo dei passeggeri dal terminal in mare alla Marittima, sugli effetti negativo sulla pesca. Il comune chiede anche di essere ammesso alla sedute della Commissione Via sui progetti alternativi.

"A tre anni dal decreto Clini-Passera, Venis Cruise 2.0 è l'unico rimasto all'esame della Via e abbiamo inviato al ministero tutte le risposte alle osservazioni contrarie. Chi continua ad avversare in modo pregiudizialela nostra proposta dovrebbe riflettere seriamente». Così avevano puntualizzato alla vigilia del dibattito in un comunicato Duferco e Dp consulting, le società che hanno presentato il progetto per la realizzazione di uno scalo passeggeri per le grandi navi in bocca di porto al Lido. Il riferimento è anche all'amministrazione Brugnaro, che ha una sua soluzione alternativa: far arrivare le grandi navi passeggeri in Marittima dal canale dei Petroli, voltando (e scavando) per le Tresse e il Vittorio Emanuele. «Il ministero non ha accolto l'ennesima contestazione dell'Autorità portuale sulla sussistenza del pubblico interesse dell'opera», insistono i proponenti, «e ha confermato che Venis
Cruise 2.0 rientra negli interventi compresi nel programma infrastrutture strategiche approvato dal Cipe e pertanto incardinato nelle norme della legge obiettivo».

Commento di Italia Nostra Venezia
Durante la riunione del consiglio comunale che doveva esprimersi sulle osservazioni dei tecnici comunali riguardo al progetto Duferco-De Piccoli per le grandi navi da crociera (la creazione di un un terminal al Cavallino, fuori dalle barriere del Mose) il sindaco Brugnaro si è lasciato andare a parole e azioni che sembrano dettate da un concetto di democrazia quantomeno bizzarro. Anzitutto, di fronte alle molte argomentazioni critiche presentate dai tecnici riguardo al progetto Duferco, ha deciso non di prenderne atto assieme al consiglio, ma di far votare il consiglio stesso contro la validità del progetto esprimendo parere negativo. Le opposizioni, denunciando la forzatura, non hanno partecipato al voto; la maggioranza invece ha votato “compatta” (citiamo dalla Nuova Venezia) a sostegno del sindaco.
Nella polemica il sindaco si sarebbe espresso con frasi quanto meno sconcertanti: “A Venezia comando io” avrebbe detto secondo la Nuova Venezia, continuando: “Quel progetto è una puttanata gigantesca, a Venezia nessuno lo vuole”. Al consigliere Pellicani (pd) avrebbe ripetuto le affermazioni che da tempo sostiene: gli elettori avrebbero con il loro voto “detto che le grandi navi devono passare per il canale Vittorio Emanuele”. Questi fatti sembrano sottolineare quanto sia importante un sistema di contrappesi locali e nazionali specialmente su grandi questioni come quelle della salvaguardia di laguna e di qualità della vita.
Ricordiamo che la Venezia insulare non ha dato la maggioranza dei voti a Brugnaro e che ogni progetto dev’essere sottoposto a una Valutazione d’impatto ambientale da parte del governo nazionale, forse proprio per impedire che gruppi di potere locali possano realizzare progetti devastanti per il territorio. Sull’argomento delle crociere riferiamo in un altro post l’intervento di un assiduo e competente giornalista veneziano, Silvio Testa, che rimette a posto le varie tessere del mosaico presentando una sostanzialmente corretta esposizione del problema.

La Repubblica, 24 settembre 2015 (m.p.r.)

Il ministro per i Beni culturali ha annunciato ieri un piano per tutelare il tracciato della strada e per percorrere i cinquecento chilometri che da Roma portano a Brindisi

Il viaggio di andata di Paolo Rumiz lungo le antiche basole dell’Appia Antica è servito a riscoprire la diagonale che attraversa l’Italia del Sud e il paesaggio dimenticato di questa strada che dal 312 a.C. unisce Roma a Brindisi. Ma è stato nel viaggio di ritorno che il giornalista ha potuto «raccogliere ciò che avevo seminato con gli articoli su Repubblica: un mandato da parte del popolo dell’Appia perché le venga restituita la dignità del titolo di Regina Viarum». La camminata di Rumiz e dei suoi quattro compagni ha avuto un primo, buon esito. Ieri il ministro dei Beni culturali e del turismo, Dario Franceschini - «rumiziano da sempre», ha confessato - ha annunciato il progetto per un “Cammino dell’Appia Antica”. E lo ha fatto nella sede dell’Archivio Antonio Cederna, il centro di Capo di Bove della Soprintendenza archeologica di Roma che raccoglie l’opera del giornalista e archeologo che nel 1953 iniziò a denunciare lo scempio edilizio dei Gangster dell’Appia Antica.

I tecnici del ministero hanno messo a punto un piano che prevede la pulizia dei tratti di strada supertistiti, il ripristino dei segmenti sepolti, la creazione di un logo e di una app perché sia riconoscibile il tracciato per i “pellegrini laici” disposti a riscoprire quei 533 chilometri di storia maltrattati dal sacco cementizio. «Metteremo a disposizione i beni demaniali che si trovano lungo l’Appia», ha spiegato Franceschini: «Stazioni abbandonate, case cantoniere in disuso, i fari non più operativi potranno diventare ostelli, ristoranti, officine per bici e moto».
Rumiz ha intrapreso un «viaggio d’andata monstre di 30 giorni, di quelli che i giornalisti non fanno più, armato di umiltà e di quello spirito indispensabile che chiede di andare, guardare e raccontare», ha sottolineato il direttore di Repubblica, Ezio Mauro. Il reportage ha messo in luce, anche attraverso il documentario in tre puntate realizzato con Alessandro Scillitani, lo stato di abbandono dell’Appia Antica: mausolei trasformati in pollai, cisterne cementificate, basole trasportate nelle ville, interi tratti interrati, abusi edilizi addosso ai resti, palazzi che sbarrano la strada. Ma anche «interi tratti di mura medievali del Castrum Caetani che, pur essendo dello Stato, si trovano in terreni privati, quindi invisibili come altri antichi sepolcri», ha detto l’archeologa Rita Paris, responsabile dell’area.
La competenza del cartografo Riccardo Carnovalini ha permesso a Rumiz di rintracciare la “retta via” smarrita. «Tre quarti dell’Appia Antica sono scomparsi, e pensare che nelle carte degli anni Cinquanta il percorso era praticamente integro. Eppure - aggiunge Rumiz - dietro a ogni scempio c’è una meraviglia da scoprire. «Oltre il mostro dell’Ilva, che a Taranto ha sommerso l’Appia, c’è il mare stupendo e uno dei musei archeologici più belli d’Europa».
Franceschini, che il 14 ottobre vedrà i presidenti delle quattro Regioni attraversate dall’Appia, punta sull’Art Bonus e «sui “Fondi di sviluppo e coesione” per il restauro dei beni archeologici e la riqualificazione delle strutture per l’accoglienza dei turisti». Uno degli interventi annunciati dal segretario generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia, oltre «all’anfiteatro di Capua, la città di Spartaco», è il molo del porto di Brindisi. Una delle due colonne nel punto in cui l’Appia si getta in Adriatico è sparita.
Riferimenti
Si vedano su eddyburg alcuni passi del reportage di Paolo Rumiz Io legionario tra Roma e Brindisi, alla ricerca dell'Appia perduta, Al bancone del bar che interrompe la via millenaria, Un uomo da marciapiede su quell’asse tra città e poderi

Il Fatto Quotidiano, 24 settembre 2015 (m.p.r.)

Basilicata, Marche,Puglia e Molise. Eieri anche la Sardegna:il consiglio regionaleha votato in favoredel referendum controle trivellazioni per la ricercae l’estrazione di idrocarburinel sottosuoloe in mare, previstenel decreto Sblocca Italia.Con la Sardegna èstato quindi raggiunto ilnumero necessario perpresentare la richiestadel referendum: «Il 30settembre sarà depositatain Cassazione –spiega al Fatto QuotidianoEnzo Di Salvatore,docente di Dirittocostituzionaledell’UniversitàdiTeramo ecofondatoredel movimentoNoTriv - Ci sarà il controlloformale della richiesta etra il 20 gennaio e il 10febbraio si dovrebbe decideresulla sua ammissibilità.Se ammissibile,cinque giorni dopo ci saràil decreto del presidentedella Repubblica,previa deliberazione delConsiglio dei ministriche indirà il referendum.Insomma, seguendotutto l’iter, il voto dovrebbeesserci tra il 15 aprilee il 15 giugno».

Lo Sblocca Italia, difatto, esautora le regionidalle decisioni in materiadi energia, rende la ricercae le trivellazioni operazionistrategiche enon tiene conto dell'opinionedelle Regioni. Propriocome per gli inceneritori.Oggi, però, dovrebberoesprimersi infavore del referendumanche altri consigli regionali:Abruzzo, Veneto,Liguria. Solo la Sicilia,ieri, ha votato contro,inaspettatamente, perotto voti. Secondo i movimentiNo Triv, il consigliosi era detto inizialmented’accordo. Poi èarrivato il no del Pd e dellostesso governatoreRosario Crocetta. «È importante che ilreferendum si facciaquanto prima – spiegaancora Di Salvatore –perché le trivelle sono ritenutestrutture strategichee allo Sblocca Italiafa riferimento granparte delle richieste di esplorazione.Che potrebberoessere approvateanche nel giro di unanno”

Dopo alcune generazioni sembra vedere la luce almeno l'inizio di una riqualificazione urbana fondamentale per gli effetti su tutta l'area metropolitana e i suoi assetti futuri. La Repubblica Milano, 23 settembre 2015

La giunta di Palazzo Marino dà il via libera all’accordo con Regione e Ferrovie dello Stato per la riqualificazione degli scali dismessi. Una città nella città che si estende complessivamente per un milione e 250mila metri quadrati. Sono sette le aree (da Lambrate a Porta Genova, da Farini a Romana) destinate a cambiare volto. «Questo - dice l’assessore all’Urbanistica Alessandro Balducci - è uno dei più grandi progetti di rigenerazione urbana presentati a Milano e in Italia da molti anni», che permetterà di ricucire parti della città «senza il consumo di suolo». Della superficie a disposizione, 525mila metri quadrati saranno destinati a verde, con 10 chilometri di piste ciclabili e pedonali. Si potrà costruire fino a un massimo di 674mila metri quadrati (meno del milione previsto nel precedente Piano di governo del territorio) e le nuove strutture includeranno 2.600 appartamenti di edilizia residenziale sociale. E poi negozi, case di lusso, attività produttive e servizi. In base all’intesa, 50 milioni di euro serviranno per fare interventi ferroviari, migliorare la rete e il collegamento con la zona metropolitana. Nelle zona di Lambrate, Rogoredo e Greco-Breda la funzione principale sarà soprattutto quella di edilizia sociale, mentre a Porta Genova, in considerazione della posizione, la priorità è data a funzioni legate a moda e design. A San Cristoforo un parco attrezzato.

Sono una città nella città che si estende per un milione e 250mila metri quadrati. Le ultime grande aree da ridisegnare insieme alle caserme. Sette scali ferroviari dismessi o che lo diventeranno presto, che abbracciano tutta Milano e sono destinati a trasformarsi in altrettanti nuovi quartieri con case, negozi, uffici, parchi. Perché è questo quello che prevede l’accordo di programma a tre (oltre al proprietario delle aree, Ferrovie dello Stato, l’altro protagonista è la Regione) che la giunta di Palazzo Marino ha approvato. Un primo via libera a quello che l’assessore all’Urbanistica Alessandro Balducci definisce «uno dei più grandi progetti di rigenerazione urbana presentati a Milano e in Italia da molti anni», che verrà realizzato «senza consumare suolo, attraverso il riuso e la riqualificazione di parti importanti del territorio con verde, servizi ed edilizia sociale». È così che riparte l’operazione scali. Dopo un primo tentativo fatto nel 2007 dalla giunta Moratti. E un nuovo percorso avviato dall’amministrazione Pisapia.

Adesso, dopo quasi quattro anni di lavoro seguiti dalla ex vicesindaco Ada Lucia De Cesaris, si arriva a un accordo. Prossimo passaggio: l’approvazione di Palazzo Lombardia. Poi inizierà la fase dei progetti che prevederanno anche concorsi. Una partita gigantesca che permetterà, secondo il Comune, di ricucire pezzi di città tagliati dai binari e di avere diversi benefici. Oltre ai cosiddetti oneri di urbanizzazione che verranno incassati da Palazzo Marino (le stime parlano di 130 milioni), 50 milioni saranno investiti da Fs per migliorare il sistema ferroviario e il collegamento metropolitano. Una cifra a cui si aggiungerà il 50 per cento delle pluslavenze delle dismissioni, 60 milioni per interventi di riqualificazione della zona attorno a Farini e 20 per Porta Romana. Su quel milione e 200mila metri quadrati si potrà costruire fino a un massimo di 674mila metri quadrati (il precedente Pgt ne prevedeva un milione); di questi 156mila saranno destinati a edilizia sociale con 2.600 alloggi a basso costo. E poi 590mila metri quadrati di spazi pubblici, di cui 525mila di verde e dieci chilometri di piste ciclabili e pedonali.

Al posto dei binari un mix di verde, case di lusso e low cost

Da sola, vale quasi la metà di tutte le aree che dovranno cambiare volto: oltre 500mila metri quadrati di binari abbandonati diventati sempre più strategici perché si snodano lì, all’ombra dei grattacieli di Porta Nuova. Ed è questo il futuro che potrebbe essere immaginato per lo Scalo Farini: un quartiere da far crescere anche puntando al cielo per garantire quel parco che si dovrà estendere per almeno la metà della superficie. Un altro skyline. E poi case di lusso, uffici, vetrine. Perché se un progetto preciso ancora non c’è e saranno il mercato e gli investitori a delineare il destino di questa zona, le linee guida dettate dal Pgt ci sono. E sono altrettanto precise. È lì che si potrà realizzare il mix di funzioni urbanistiche più completo tra tutte quelle possibili. Quello che accadrà anche per un altro pezzo di città sempre più centrale come lo Scalo Romana. Un’altra area in attesa di un futuro composito, con altre residenze, altri uffici, altri negozi. Che anche la vicinanza con l’arte della Fondazione Prada, però, potrebbe influenzare.

Sono tutti diversi, gli scali da riprogettare. E ognuno, ancora prima che gli architetti comincino a tradurre in disegni ed edifici i piani, ha una propria vocazione. C’è chi ha già scritto nella sua storia e nella parte di città che occupa il proprio destino. Come San Cristoforo che, con l’arrivo della metropolitana 4 sarà sempre più collegato: diventerà un parco attrezzato, ancora più unito ai Navigli. In questa parte non si costruirà. Per zone come Lambrate, Rogoredo e Greco-Breda, invece, la maggior parte delle nuove strutture saranno case di edilizia sociale e solo una percentuale minima si trasformerà in negozi e servizi per i nuovi quartieri. Un altro viaggio, si cambia scenario. Perché per Porta Genova è il ponte che oggi divide la stazione dalla Zona Tortona a fare la differenza: impossibile non prevedere un prolungamento naturale di quel polo della creatività e spazi - tra le poche case possibili - per la moda e il design. Con un effetto traino ulteriore. Perché tutti, dall’amministrazione agli esperti di Fs, concordano: l’apertura tra le mura abbandonate del Mercato metropolitano è riuscita a imprimere una spinta sulla strada già tracciata. Solo il nuovo acquirente dell’area, però, potrà decidere se locali e food truck potranno rimanere.

È un’operazione gigantesca, quella di trasformazione degli scali. Solo la parte immobiliare e quei 500mila metri quadrati di nuove costruzioni (al netto delle case low cost) secondo alcuni operatori del settore potrebbe valere 500 milioni di euro: quasi mille euro a metro quadrato. Non solo. Qualsiasi forma prenderanno Farini e Romana, nei quartieri dovranno essere progettate opere di “cucitura” con il resto della città e di riqualificazione dell’aspetto paesaggistico. Con un sogno che è stato accarezzato in passato e chis-sà se mai diventerà realtà: utilizzare parte dei binari tra Romana e San Cristoforo per fare una strada verde in stile High Line di New York. Un’oasi da riempire di vita e attività culturali, magari.

Comune e Regione, però, hanno individuato con Ferrovie anche le priorità per il trasporto ferroviario di tutta l’area metropolitana. I treni che non passeranno più da Porta Genova, ad esempio, prevedono alcuni passaggi già previsti dal progetto di raddoppio della linea Milano- Mortara e nuove fermate (i fondi sono extra rispetto ai 50 milioni dell’accordo) a Tibaldi e Romana. Anche la stazione di San Cristoforo sarà riqualificata e unita alla linea 4 del metrò. Qui si immaginano sottopassi e percorsi di accesso ai quartieri a Sud del Naviglio. Perché alcune stazioni, appunto, non saranno totalmente dismesse. Continueranno a funzionare in forma ridotta, liberando gli spazi. Accadrà anche a Greco, ad esempio. Altre tappe, invece, verranno create per altrettanti nuovi pezzi di Milano. Un esempio? Nascerà una fermata tra Certosa e Rho-Fiera per servire gli abitanti di Cascina Merlata e soprattutto i futuri frequentatori dell’area di Expo una volta che i padiglioni verranno abbattuti.

“Il futuro di Farini una seconda Porta Nuova” (intervista al dirigente Ferrovie)

Dice che per ripensare quelle aree, che rappresentano anche i pezzi più «pregiati del loro portafoglio», si sono mossi da tempo. E l’interesse del mercato, soprattutto per zone come Scalo Farini e Porta Romana c’è. Con un valore aggiunto: Milano. «Soprattutto in questo momento operazioni simili su Milano vengono guardate con un’attenzione sempre maggiore sia in Italia sia all’estero», spiega Carlo De Vito, l’amministratore delegato di Fs Sistemi Urbani, la società di Ferrovie che si occupa della valorizzazione del patrimonio immobiliare del gruppo.

Lei segue da anni questa partita. Quali sono i tempi di un’operazione del genere?
«All’inizio del 2016 l’accordo sarà effettivo e potremo partire con i primi masterplan per le aree più importanti come Farini, Romana e Genova. È un percorso che proseguirà in parallelo con la ricerca dei partner e dei futuri sviluppatori immobiliari. Tutto il prossimo anno sarà dedicato ai piani di intervento urbanistico e alla scelta di chi dovrà realizzarli. In ogni caso parliamo di un processo che guarda a un’orizzonte che supera i prossimi dieci anni».

Che cosa accadrà a questi pezzi di città?«Pensiamo a modelli diversi a seconda delle aree. Per quelle più piccole cercheremo di venderle direttamente, per quelle più grandi potrebbero essere create nuove società di sviluppo o i terreni con i relativi diritti edificatori potrebbero essere affidati a un fondo. Adesso dovranno essere i nostri Cda a decidere. Per la parte di housing sociale, invece, e in particolare per Rogoredo, Lambrate e Greco, utilizzeremo un accordo con Cassa depositi e prestiti che può garantirci finanziamenti e condizioni particolari».

Chi potrebbe prendere in mano e gestire la nascita di un nuovo quartiere così vasto come Farini?
«Abbiamo presentato in anticipo le operazioni al mercato e posso assicurarle che l’interesse di investitori italiani e internazionali è consistente e non solo di facciata. Parliamo di realtà europee, ma anche americane, orientali e australiane».

A differenza di altri scali, lì il futuro non è stato ancora disegnato: che cosa potrebbe diventare?«Sarà l’operazione più completa, quella con le maggiori costruzioni. Abbiamo preferito non prevedere niente di preciso per parlarne con i futuri operatori e per seguire le ultime tendenze del mercato. È una zona importante, collegata sia a Porta Nuova e alla stazione Garibaldi sia alla parte residenziale di via Valtellina. Potremmo prevedere un vero mix, che comprenda abitazioni, uffici, servizi e verde. Se ci saranno grattacieli? Sicuramente si può pensare a uno sviluppo verticale come ideale continuazione di piazza Gae Aulenti».

Quali sono le priorità che seguirete come gruppo Fs?«Trasformare queste aree con l’impegno che abbiamo assunto, abbastanza gravoso, di potenziare il sistema ferroviario della città. E sfruttare bene questi asset per tradurli in risorse finanziarie importanti per il gruppo».

La Repubblica, 20 settembre 2015

Di fronte all’enorme spirale di polemiche innescata da una breve chiusura del Colosseo è urgente porsi alcune domande.
Perché si ritiene inaccettabile che un monumento chiuda a causa di un’assemblea sindacale (regolare e regolarmente annunciata) e si trova normale che la stessa cosa accada per una cena privata di milionari (si rammenti il caso di Ponte Vecchio, chiuso dall’allora sindaco Renzi per un’intera notte), o per una manifestazione commerciale (la sala di lettura della Nazionale di Firenze chiuse per una sfilata di moda nel gennaio 2014)? I diritti del mercato ci appaiono evidentemente più importanti dei diritti dei lavoratori.

Ma in Europa non è così. L’anno scorso la Tour Eiffel chiuse per ben tre giorni, e la National Gallery di Londra è aperta a singhiozzo da mesi per una dura lotta sindacale: nessuno ha gridato che la Francia o l’Inghilterra sono ostaggio dei sindacati.

Il ministro Dario Franceschini ha detto che mentre i lavoratori erano in assemblea egli era impegnato al ministero dell’Economia proprio per riuscire a sbloccare il pagamento dei loro straordinari. E uno si chiede: ma l’Italia è ostaggio di coloro che, guadagnando circa 1000 euro al mese, chiedono di non aspettare mesi o anni per la retribuzione degli straordinari (che permettono le aperture domenicali e notturne), o è ostaggio della burocrazia che ha fatto sì che Franceschini non sia riuscito a risolvere il problema in un anno e mezzo di governo? E perché il decreto d’urgenza adottato venerdì non ha riguardato il pagamento dei lavoratori, ma invece il regime degli scioperi? Un noto documento programmatico della banca d’affari americana JP Morgan (giugno 2013) additava tra i problemi «dei sistemi politici della periferia meridionale dell’Europa» il fatto che «le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste »: bisognava dunque rimuovere, tra l’altro, le «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori » e «la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo». Ebbene, crediamo davvero che sia questa la linea capace di far ripartire il Paese?

Non c’è alcun dubbio sul fatto che anche i sindacati abbiano le loro responsabilità nel pessimo funzionamento del ministero per i Beni culturali. Ma è davvero caricaturale dire che in Italia il diritto alla cultura sia negato per colpa dei sindacati. Le biblioteche e gli archivi sono in punto di morte a causa della mancanza di fondi ordinari e di personale, d’estate i grandi musei chiudono perché non c’è l’aria condizionata, nel centro di Napoli duecento chiese storiche sono chiuse dal 1980, due giorni fa è caduto per incuria il tetto della mirabile chiesa di San Francesco a Pisa, dov’era sepolto il Conte Ugolino... E si potrebbe continuare per pagine e pagine.

Questo immane sfascio non è colpa dei sindacati: ma dei governi degli ultimi trent’anni, nessuno escluso (neanche il presente, che ha appena tagliato di un terzo il personale del Mibact, già alla canna del gas).

Se davvero vogliamo che la cultura (e non solo il turismo più blockbuster) diventi un servizio essenziale, come vorrebbe la Costituzione, allora non c’è che una strada: investire, in termini di capitali finanziari e umani. Quando gli italiani potranno davvero entrare nelle loro chiese, nei loro musei e nelle loro biblioteche (magari gratuitamente, o pagando secondo il reddito), e quando chi ci lavora avrà una retribuzione equa e puntuale, allora avremo costruito un servizio pubblico essenziale. Un traguardo che pare molto lontano, impantanati come siamo in questo maledetto storytelling, che invece di cambiare la realtà, preferisce manipolare l’immaginario collettivo.

Riferimenti

Avete visto il padiglione di eatitaly alla Expo milanese e l'idea di cultura che la pervade? Lì c'è la cultura del renzismo. Guardate questo filmato su youtube:https://www.youtube.com/watch?v=u6Wf95pbG5Y


Il Tirreno, 19 settembre 2015

Le assemblee sindacali durante le ore di servizio - a cominciare da quelle storiche del personale di volo Alitalia - non sono mai state molto popolari. Giustamente. Quella tenutasi per due ore e mezza al Colosseo e in altri luoghi strategici del turismo di massa a Roma, pur essendo stata annunciata con cartelli non invisibili, si è attirata l'ira del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, e del premier Matteo Renzi: è uno scandalo che deve finire, bisogna inserire i servizi museali fra quelli "essenziali", anzi lo faremo subito con decreto legge. Che peraltro non potrà vietare le assemblee regolarmente indette.

Ora, non v'è dubbio che qualunque chiusura, anche temporanea, di un monumento visitato al giorno da 6.000 persone e più, provochi malumori e proteste. E' successo nei giorni scorsi a Pompei, altro sito dei più visitati. "Facciamo la solita figuraccia con gli stranieri...", è il primo commento indignato che affiora alle labbra. Tuttavia occorre anche predisporre gli uomini e i mezzi necessari per poter garantire la fruizione di musei, aree di scavo, monumenti, ecc.

L'assemblea di Pompei come quella di ieri al Colosseo non aveva tuttavia motivazioni campate in aria. Difatti erano presenti anche funzionari e dirigenti della Soprintendenza: a pochi mesi dall'inizio del Giubileo nella enorme struttura romana dove ogni giorno entrano e sostano migliaia di turisti vi sono appena 27 custodi su tre turni. Il giorno che sono entrati, gratis, 9.000 visitatori, si sono corsi rischi molto seri sul piano della sicurezza. Ma è così in tutta Italia, la riduzione di personale di custodia è stata così incisiva negli ultimi anni che, ad esempio, nel polo museale statale fra Bologna e Ferrara da un'ottantina di custodi si è vertiginosamente scesi a meno di venti. Per la Pinacoteca Nazionale di Bologna ci sono appena tre custodi per turno, per cui la galleria apre a mezze giornate, e il pubblico assicurato da una compagnia aerea low cost rimane a guardare il portone chiuso. Lì come al vicino ed oggi ben allestito Musei dell'Università, la più antica del mondo.

Per ovviare a questa rarefazione di personale - che, va ricordato, guadagna mensilmente circa 1100 euro - si sono effettuate ore e ore di straordinari, anche per fare bella figura nelle aperture serali e nelle domeniche al museo. Purtroppo questi straordinari, che incrementano di un terzo circa i magri guadagni, da nove lunghi mesi non vengono pagati suscitando un malcontento crescente. I disagi sarebbe stati minori se anche i tour operator avessero provveduto ad avvertire i loro clienti e l'annuncio dei sindacati fosse stato più anticipato e meglio diffuso. E' innegabile.

Ma cosa si prevede per il personale? Alla Biblioteca Nazionale di Firenze (lo denunciano due interrogazioni parlamentari, una dell'ex ministro Maria Chiara Carrozza, citate da Tomaso Montanari su Repubblica) quello "addetto alla distribuzione e al funzionamento si è ridotto a 165 unità, mentre la pianta organica ne prevedrebbe 334". Ma sono le nuove piante organiche a sanzionare questi tagli devastanti. Secondo dati sindacali, i dipendenti del Ministero Beni Culturali e Turismo erano ad agosto 25.175. Con la pianta organica firmata da Franceschini in quel mese, devono scendere a 19.050. Se si vuole considerare Arte & Cultura un "servizio essenziale" a fini sindacali, bisogna che lo sia anche a fini economici: col governo Prodi 2006 l'incidenza della Cultura nel bilancio dello Stato era pari allo 0,40 % (ed eravamo ben sotto Francia e Spagna), ma alla fine dei governi Berlusconi essa era precipitata alla miseria dello 0,19 %. In tutta Italia ci sono appena 343 archeologi dello Stato, mediamente anziani, per oltre 700 siti e musei. Al concorso del 2008 per trenta posti si sono presentati 5.551 giovani archeologi. Più essenziali di così si muore. Magari di inedia.

Il Fatto quotidiano online, 18 settembre 2015

La politica inveisce contro l'ennesimo "sciopero selvaggio". Un documento dimostra che in realtà l'assemblea era stata comunicata da una settimana e poi regolarmente autorizzata. Ma l'equivoco alimenta l'attacco frontale alla rappresentanza sindacale, anche se è la soprintendenza stessa a rivendicare la piena regolarità della riunione. Forse i fax e le affissioni in loco non bastano più.

E’ un copione che si ripete. La manifestazione che oggi al Colosseo ha lasciato una fila di turisti allibiti davanti a un cartello di chiusura era stata notificata per tempo e regolarmente autorizzata. Eppure i turisti sono rimasti spiazzati. E tanto è bastato alla politica per lanciare l’attacco frontale alla rappresentanza sindacale. Si ripete così la vicenda di Pompei che a luglio tenne banco per giorni, con l’assemblea spacciata per “selvaggia” quando non lo era affatto. A rivelare come sono andate le cose è la convocazione dell’assemblea (leggi il testo delle Rsu) che è stata diffusa e trasmessa all’amministrazione il 16 settembre scorso, due giorni prima che si svolgesse (come vuole la legge). In calce anche l’indicazione dell’avvenuta comunicazione, a termine di legge, già l’11 settembre, e cioé una settimana prima che l’assemblea si svolgesse. Ma bastano l’equivoco e le foto dei turisti in coda per prestare il fianco al “licenziamoli tutti” (pronunciato dalle fila di un partito che di nome fa Scelta Civica) al “la misura è colma”, detto dal ministro Franceschini che è poi il primo destinatario della protesta dei suoi dipendenti, cui non viene versato il salario accessorio da gennaio. Fino a Renzi, che ha sferrato un attacco frontale ai “sindacalisti contro l’Italia”. Resta allora la domanda, cosa non ha funzionato?

1) L’assemblea improvvisa e selvaggia? Era autorizzata e il Ministero sapeva (da una settimana)
“Le Rappresentanze Sindacali Unitarie della SS-COL comunicano che in data 18 settembre p.v. dalle ore 8.30 alle 11, nella sala conferenze di Palazzo Massimo è stata indetta (secondo le norme contrattuali e regolarmente comunicata all’Amministrazione in data 11/09 u.s.)”.

Questa la comunicazione che taglia la testa al toro sulla bufala della “protesta selvaggia”. Il ministero sapeva e da una settimana, non lo ha scoperto all’ultimo. “Si certamente”, spiega il coordinatore nazionale della Uil Beni Culturali Enzo Feliciani, sigla che appoggia la giornata assembleare che non si è svolta solo al Colosseo. Ad autorizzare quella romana è stato proprio il funzionario della Soprintendenza speciale per il Colosseo e l’area Archeologica, che non poteva fare altrimenti.
Non a caso egli stesso ha poi tentato di ridimensionare la polemica, ormai fuori controllo: “Non si è trattato di chiusure ma di aperture ritardate”, precisano dagli uffici romani, “come previsto alle 11.30 hanno riaperto”. Di più. Lo stesso soprintendente di Roma, Francesco Prosperetti, precisa che “tutto si è svolto regolarmente l’assemblea non aveva come oggetto il Colosseo, il problema è nazionale e riguarda il mancato rinnovo del contratto e il mancato pagamento del salario accessorio: non ci sono rivendicazioni nei confronti della soprintendenza, ma del datore di lavoro generale che è Mibact”.

2) Perché farla proprio oggi e non in un’altra data?
“Ci era stato chiesto – spiega ancora Feliciani – di non fare assemblee nel periodo di luglio e agosto perché a maggior afflusso di turisti e così abbiamo fatto. Una volta terminato questo periodo e non ricevendo risposte ai problemi che abbiamo rappresentato in ogni sede l’abbiamo convocata, rispettando tutti i termini di legge”. Insomma, le due parti in causa concordano: nulla di illecito o di improvvisato. E’ solo la politica a parlare di “protesta scandalo” e di “danno irreparabile”.

3) Non si poteva svolgere in un orario extralavorativo

“No – risponde Feliciani – le norme stabiliscono che si possano fare massimo 12 ore di assemblea ma sempre in orario di lavoro. Al mattino o al pomeriggio, quindi a inizio o fine turno. Abbiamo optato per l’inizio perché era la soluzione più indolore, altrimenti avremmo dovuto far entrare i visitatori e farli uscire e sarebbe stato molto peggio”. Lo conferma il soprintendente: “Tutto si è svolto regolarmente”.

4) Chi ha l’obbligo di dar comunicazione della chisura?
“Sempre i funzionari della Soprintendenza. Non le rappresentanze sindacali che comunque lo fanno, coi loro mezzi e cioè cartelli e affissioni. Ma se i canali di comunicazione istituzionale delle Soprintendenze non sono efficaci nel raggiungere turisti e cittadini non è certo da imputare ai lavoratori che non possono farsi carico anche di questo”.

5) E allora, cosa non ha funzionato? Cosa bisognerebbe cambiare?
Tocca capire perché ci si stupisce. Perché quei turisti stavano in coda apprendendo solo da un cartello, ormai giunti ai piedi dell’anfiteatro, della chiusura in corso. Il soprintendente dice di aver diffuso la comunicazione, come prevede la legge, 24 ore prima che l’assemblea si svolgesse, perché l’informazione viaggiasse sugli organi di stampa. Farlo prima del resto non si può, perché l’assemblea comunicata con largo anticipo potrebbe essere anche sconvocata, innescando un falso allarme che manda deserti i musei. Nello specifico, su Repubblica Roma e altri quotidiani la notizia è stata riportata. E tuttavia si vede che non basta, perché va da sé che un turista tedesco non legga le pagine locali di un quotidiano. I cartelli non sono stati posizionati con giorni di anticipo, non sono stati attrezzati info-point, non c’è stato alcun avvertimento sui siti ufficiali, se non a ridosso dell’assemblea. Tutto affidato a un servizio di informazione in loco il giorno prima dell’assemblea.
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