Luciano Gallino Le domande senza risposta
La TAV in Val di Susa fa discutere. Speriamo che la discussione continui, e risponda positivamente a tutte le esigenze. Da la Repubblica del 30 novembre 2005
Sono tendenzialmente favorevole a un rilevante trasferimento del traffico merci dalla strada alla rotaia. Potrei quindi essere etichettato come un potenziale pro Tav, per inclinazione e per gli studi fatti sulle conseguenze dello sviluppo industriale. La massa delle merci in viaggio per l’Europa è formata in effetti o da materie prime o semilavorati o componenti destinati all’industria, oppure da beni prodotti dall’industria. Il mezzo più efficiente per trasportarli, dal punto di vista energetico, e il meno oneroso per l’ambiente, è certo la ferrovia. Ben vengano dunque i progetti intesi a trasferire sui treni alcuni milioni di tonnellate di merci l’anno.
Nel caso della Val di Susa, in quanto tendenziale pro Tav, sono rimasto però – almeno fino ad ora – alquanto deluso. Mi attendevo che i politici, gli amministratori, i dirigenti d’impresa, gli esperti rispondessero con argomenti circostanziati alle perplessità di ordine tecnico ed economico sollevate da varie parti sulla grande opera che dovrebbe attraversare, per il lungo, tutta la valle. Ora è certo possibile che mi sia perso qualche articolo o discorso super-documentato. Resta il fatto che gli argomenti pro Tav in Val di Susa avanzati negli ultimi mesi mi paiono rientrare prevalentemente nella categoria "ce lo chiede l’Europa", ovvero "non si può bloccare il progresso", o, ancora, "non si può cedere alla demagogia". Un po’ poco, per uno che è sì pro Tav, ma che vorrebbe vedere la sua causa difesa con ragioni compiutamente argomentate. Proverò a riassumere in alcuni punti le domande che mi pare non abbiano ricevuto finora, dal fronte pro Tav, risposte approfondite.
1) Sarebbe utile sapere quali analisi economiche sono state fatte, ovvero quali strumenti legislativi si pensa di introdurre, per assicurare che una volta compiuta la grande opera il traffico merci si sposti realmente, in misura tale da giustificare i costi economici e sociali dell’opera, dalla strada alla rotaia. Tale quesito è stato sollevato da un economista liberale, Mario Deaglio (La Stampa, 11/11/2005). I binari non sono dotati di un’attrazione magnetica tale per cui si possa essere certi che, una volta posati, fiumi di merci lasceranno la strada per affluire su di essi. Sarebbe drammatico se, dopo 15-20 venti di lavoro, trasformazioni radicali, sociali economiche e ambientali, di un’intera valle, e 15 miliardi di euro (che potrebbero facilmente diventare 18 o 20) le merci continuassero a correre sui tir.
2) Altri studiosi di economia, nemmeno essi estremisti, hanno osservato che il potenziamento della linea esistente, quella del Frejus, e una appropriata politica tariffaria pro-ferrovia e moderatamente anti-Tir, la domanda ferroviaria per Modane potrebbe arrivare a quasi 17 milioni di tonnellate/anno. Con la realizzazione della Tav in Val di Susa la domanda potrebbe arrivare – ma non è certo, perché la composizione delle merci cambia – a poco più di 21 milioni di tonnellate l’anno (Andrea Boitani, la voce.info, 23/11/2005). Su un piatto, dunque, ci sono forse quattro milioni di tonnellate in più sui treni; sull’altro, un traforo di 52,7 chilometri, più uno di dieci, con 15 miliardi di spesa e oltre. Sarebbe gratificante, per chi crede nell’importanza del passaggio alla rotaia, capire come si pensa di equilibrare i due piatti della bilancia.
3) Gli svizzeri sono molto avanti con il raddoppio del Gottardo ferroviario e con la costruzione del nuovo tunnel del Loethchberg, dalle parti del Sempione. Pare ovvio che nei prossimi anni gran parte del traffico merci del milanese e di gran parte della Lombardia prenderà tale direttrice per andare sia a Nord che a Nord-Ovest. E’ possibile vedere, e serenamente discutere, qualche studio che mostri in qual modo tale novità, che diventerà operativa molto prima dell’eventuale Tav in Val di Susa, verrà ad incidere sulla convenienza di quest’ultima opera? Se mai un simile studio fosse in giro, un pro Tav tendenziale come chi scrive lo vedrebbe volentieri accompagnato da qualche studio comparato che dimostrasse razionalmente la convenienza, a livello nazionale, dell’opera valsusina rispetto a varie alternative. Quali, ad esempio, il raddoppio del Brennero, o il potenziamento della linea da Torino a Nizza, o della stessa linea preesistente del Frejus.
Ho lasciato da ultimo, ovviamente, la domanda delle domande. Anche nel caso in cui si dimostrasse con cifre e argomenti ben fondati che la Tav in Val di Susa è, dal punto di visto economico, e a lungo termine, superiore a tutte le alternative possibili, e garantisce con elevata probabilità il passaggio di grandi volumi di merci dalla gomma alla ferrovia, bisogna chiedersi come si pensa di mantenere in valle un megacantiere della durata di 15-20 anni, che produrrà e dovrà poi trattare e trasportare alcuni milioni di tonnellate di materiali di scavo, contro la volontà di tutta una popolazione. Certo, impiegando un paio di migliaia di poliziotti e carabinieri al giorno, per tutto quel periodo, si potrebbe anche farcela. Ma con costi sociali e politici sin troppo facilmente immaginabili.
A questo punto la domanda non può che essere girata a Romano Prodi. Perché come economista che punta al governo, ha certamente le carte in regola per chiedere che, prima di avviare i macchinari degli scavi, i pro Tav della regione e del paese diano risposte tecnicamente esaurienti alle osservazioni critiche sollevate finora. Ma soprattutto perché la questione è diventata per intero politica, come sono tutte le grandi questioni economiche non appena si scavi un poco sotto le loro apparenze tecniche. La loro sostanza è sempre la stessa: si tratta di distribuire con equità i costi e i benefici tra le popolazioni, gli strati sociali e i territori coinvolti in innovazioni radicali. Nella vicenda della Val di Susa parrebbe, al momento, che i costi gravino prevalentemente su una parte sola. Vorremmo capire come Prodi pensa di ridurre tale squilibrio, o magari se non medita di impostare uno scenario affatto inedito, che preveda più benefici che costi per tutti gli interessati.
Le recenti esternazioni che propongono la realizzazione di un campo da golf nel parco di Bagnoli sono soltanto l’ultima di una serie di preoccupanti esternazioni che denotano - a dir poco - un misto di improvvisazione, leggerezza e autolesionismo di una parte della classe dirigente di questa città. Provo a spiegare perché. Il progetto di riconversione dell’area ex siderurgica di Bagnoli è stata l’iniziativa di punta della manovra urbanistica delle amministrazioni di centro sinistra dell’ultimo decennio. Bagnoli è stata presentata come il simbolo del riscatto, del rinascimento della città.
Qual è il succo della proposta urbanistica? Un grande parco pubblico nell’area una volta occupata da acciaieria e altiforni; un parco che insieme alla spiaggia ricostituita deve rappresentare il riscatto del quartiere di Bagnoli, che ha patito cento anni di inquinamento e costituisce, al tempo stesso, una grande attrezzatura ambientale per l’intera area metropolitana. Un parco intorno al quale realizzare un nuovo insediamento, a bassa intensità edilizia, fatto di alberghi, case e moderne attività produttive. Parco e spiaggia miglioreranno la qualità della vita degli abitanti e faranno crescere il valore immobiliare delle nuove costruzioni. I guadagni procurati dalla vendita a prezzi di mercato di case, alberghi e volumi per la produzione - così valorizzati - possono compensare - ci ha detto il Comune fin dall’inizio - i costi per la realizzazione di parco, spiaggia e altre attrezzature pubbliche. Ricordo che Bassolino sindaco definì a suo tempo - con una felice espressione - questo equilibrio economico virtuoso come economia della bellezza. La gestione di questo complesso e ambizioso processo è stato affidato a una società appositamente costituita, la Bagnolifutura spa. Un prestigioso istituito come il Cresme e una rinomata società come Rothschild hanno successivamente confermato questa ipotesi, senza che nessuno li abbia fino a ora smentiti, per quanto mi risulta: il bilancio economico-finanziario del piano urbanistico attuativo di Bagnoli, come approvato dal consiglio comunale, può essere vantaggioso per i potenziali investitori e quindi pienamente realizzabile, anche in questo periodo di crisi della finanza pubblica.
Chi ha vissuto quel periodo, anche dall’esterno, ma con passione civile e politica, con le lunghe discussioni in consiglio comunale e nei quartieri, non può non ricordare con quanta attenzione e serietà sono state ponderate innumerevoli soluzioni alternative, compresa quella del campo da golf, prima di assumere la decisione finale, ritenuta meglio corrispondente all’interesse generale. Chi oggi vuole mettere in discussione quella decisione è forse in possesso di valutazioni economico-finanziarie che contraddicono gli autorevoli studi che ho ricordato, tanto da privare il quartiere di Bagnoli e l’intera città di quel risarcimento ambientale che il parco pubblico rappresenta? Oppure, come a me pare, si esprime con preoccupante improvvisazione? In questi anni abbiamo imparato che la realizzazione di Bagnoli avviene sotto i riflettori di tutta Italia e forse del mondo intero. Questo è un bene, non fosse altro perché attira molti investitori che sono indispensabili. Ma essere al centro di questa attenzione ci carica anche di responsabilità, perché chi valuta l’opportunità di investire nella nostra città teme soprattutto l’instabilità, la volatilità direi, delle decisioni politico - amministrative. Ecco perché questo continuo mettere in discussione, senza validi motivi, le decisioni appena assunte è un atteggiamento irresponsabile che sfiora l’autolesionismo. Crea sfiducia negli investitori, indebolisce l’azione di Bagnolifutura spa, già messa a dura prova dall’atteggiamento di strisciante e spesso palese ostilità del governo. In democrazia c’è un tempo della discussione - a cui tutti devono partecipare con serietà e possibilmente con passione - e c’è un tempo per realizzare le decisioni democraticamente assunte. Una società che non è capace di rispettare questa regola elementare è una società litigiosa e senza prospettive di progresso. Napoli sta correndo il rischio di cadere in questo terribile errore.
Alcuni documenti sul PRG di Napoli e sui rischi che già si paventavano all'approvazione
Sulla vicenda del piano di Bagnoli anche l'appello del marzo 2004
Ancora una volta si propone di utilizzare l’emergenza per favorire operazioni immobiliari, contro gli interessi collettivi. A Napoli, con il pretesto della candidatura a ospitare la Coppa America, c’è chi propone di modificare il piano urbanistico di Bagnoli, da tempo approvato dal consiglio comunale, grazie al quale è possibile restituire ai napoletani - in sostituzione dello stabilimento Italsider in abbandono da oltre dieci anni - una magnifica spiaggia e un grande parco pubblico. Questa soluzione fu assunta dopo un appassionato dibattito, che coinvolse l’intera città, e dopo aver respinto uno scellerato disegno di speculazione fondiaria, ispirato al modello di Montecarlo.
I sottoscritti, allarmati dalle notizie che circolano in proposito, chiedono al Sindaco di Napoli al Presidente della Regione Campania di impegnarsi a non avallare interventi che mettano in discussione le scelte già democraticamente assunte. In particolare, i sottoscritti chiedono:
- di non consentire il ricorso a strumenti impropri (accordi di programma e simili), funzionali allo stravolgimento delle regole e delle responsabilità istituzionali;
- di non ammettere alcuna ipotesi di conservazione della piattaforma industriale di 20 ettari e dei molti fabbricati che intasano la fascia costiera - di cui va invece confermata la demolizione - per riconfigurare la linea di costa e restituire una spiaggia di un chilometro e mezzo ai cittadini;
- di evitare che, per sistemare alberghi e case di lusso in riva al mare, si possa rinunciare al grande e compatto parco costiero che – insieme alla spiaggia - è la vera grande risorsa per lo sviluppo della nuova Bagnoli;
- di respingere, insomma, il miraggio della “grande occasione” che potrebbe causare a Napoli incalcolabili danni ambientali e un arretramento della coscienza civile e morale.
Napoli, 19 giugno 2003
Edo Ronchi; Salvatore Settis; Alda Croce; Desideria Pasolini dall'Onda, presidente Italia Nostra; Gaia Pallottino, segretario Italia Nostra; Vittorio Emiliani, presidente comitato per la bellezza; Bernardo Rossi Doria, urbanista; Pier Luigi Cervellati urbanista; Vezio De Lucia, urbanista; Edoardo Salzano, urbanista; Aldo Masullo, professore emerito di filosofia morale “Federico II”; Piero Craveri, preside della Facoltà di L ettere del Suor Orsola Benincasa; Guido Donatone, presidente Italia Nostra Napoli; Aldo De Chiara, magistrato; Luigi Scano, segretario Associazione POLIS; Marco Parini, consigliere nazionale Italia Nostra; Francesco Canestrini, consigliere nazionale Italia Nostra; Paolo Ferloni, consigliere nazionale Italia Nostra; Menuccia Fontana, consigliere nazionale Italia Nostra; Mirella Belvisi consigliere nazionale Italia Nostra; Maurizio Sebastiani; Gaetano Palumbo; Sandra Pinto; Maria Antonietta Di Bene; Antonio Verlato,; Elvira D'Amicone (direttore egittologo Museo Egizio Torino); Maria Rosaria Iacono, Italia Nostra; Graziella Beni, urbanista; Mauro Baioni, urbanista; Claudio Bertolini, urbanista,; Pier Giorgio Lucco Borlera, architetto; Teresa Cannarozzo, urbanista; Giovanni Caudo, urbanista; Antonio di Gennaro, agronomo; Carlo Iannello, fondazione per la tutela del paesaggio; Dario Franchini, urbanista; Tommaso Giura Longo, architetto; Marco Guerzoni, urbanista; Massimo Ferrini, ingegnere; Raffaele Radicioni, urbanista; Rodolfo Sabelli, architetto; Dusana Valecich, urbanista; Maria Rosa Vittadini, architetto; Maurizio Sebastiani; Gaetano Palumbo; Sandra Pinto; Maria Antonietta Di Bene; Antonio Verlato
Il fatto nell’articolo di Craveri
Il piano nel sito del Comune di Napoli (Casa della città):
http://www.comune.napoli.it/urbanistica/Notiziario/html/pue_bagnoli/doc_puebagn/relazione_puebagnoli/immagini_rel_puebagn/album_pue.htm
«Se il ponte di Messina è concepito solo come un ponte, una cattedrale nel deserto, senza grandi infrastrutture, collegamenti e reti stradali, siamo contrari. Se, invece, è inserito in una strategia di sviluppo complessivo è un'altra cosa». Con queste parole, pronunciate a Taormina (Messina) poco prima di partecipare a un convegno di Confindustria Sicilia, il segretario dei Ds Piero Fassino ha dato un sostanziale via libera alla mega-opera contestata dagli ecologisti e dalle sinistre di entrambe le sponde dello Stretto. Quando Fassino è salito sul ponte mancavano meno di due ore alla chiusura dei seggi per le comunali di Messina, il capoluogo a 50 chilometri da Taormina. Lì tutto il centrosinistra è schierato contro il ponte mentre le destre sono a favore: Silvio Berlusconi è intervenuto personalmente nella campagna elettorale messinese per promettere 15 mila nuovi posti di lavoro, turismo compreso, se si realizzerà il grande appalto.
Napoli è un grande cantiere. Si scava in piazza Municipio, in piazza della Borsa, in piazza Nicola Amore, si scaverà in piazza Garibaldi e altrove. Vede la luce una rete di metropolitana che dovrebbe condurre la città simbolo di un traffico paralizzante verso un futuro diverso, fatto di meno macchine e di più spazi pedonali. Una metropolitana vuol dire anche stazioni: perché limitarsi a soluzioni puramente ingegneristiche e non trasformare questi luoghi in oggetti architettonici di pregio, con sistemazioni urbane di qualità e che invoglino a usare sempre di più il mezzo pubblico su ferro eliminando il profilo dimesso, punitivo che spesso comunicano tunnel, scale mobili e piattaforme? Perché non arricchire di valori estetici un grande servizio pubblico, coniugando funzionalità e cordialità? Sono state queste le domande che, più si andava avanti con la pianificazione della rete di trasporti, ci si è posti negli uffici dell’amministrazione comunale. Ed è così che sono nate le stazioni dell’arte che sono il perno di un’esposizione allestita in un padiglione della Mostra d’Oltremare. La rassegna si intitola Al futuro. Architetture e infrastrutture per lo sviluppo a Napoli e in Campania, è promossa da Regione e Comune ed è curata dalla Fondazione Annali dell’Architettura, da Benedetto Gravagnuolo, Alberto Ferlenga e Fiammetta Adriani (il catalogo è un allegato del numero di ottobre di Casabella).
La buona architettura non può prescindere mai da una buona urbanistica, si è spesso detto, e si è talvolta praticato (a Bilbao, per esempio). E in effetti immaginare la trama profonda di una pianificazione avviata nel 1994 con la prima giunta di Antonio Bassolino, assessore Vezio De Lucia, è indispensabile per capire il senso di questi progetti, commissionati dal Comune (responsabile del piano dei trasporti è Elena Camerlingo) e affidati ad architetti italiani e stranieri (da Gae Aulenti a Michele Capobianco, da Alessandro Mendini a Domenico Orlacchio, fino ad Alvaro Siza e Dominique Perrault). Occorre innanzitutto guardare cosa corre sotto terra (un reticolo che, a progetto ultimato, prevede quasi 90 chilometri di binari, 98 stazioni, 18 nodi di interscambio) per afferrare il valore di architetture che lasciano un segno in contesti difficili (Materdei o Salvator Rosa) oppure si innestano su scenari già spettacolari, come piazza Dante o il Museo Nazionale. Ovunque sbuchino, le stazioni hanno anche il compito di offrire spazi pubblici, luoghi di incontro e di socialità in quartieri che ne soffrono l’assenza. A Monte Sant’Angelo, ai bordi del Rione Traiano, storica periferia disagiata, sorgerà non una stazione dell’arte, ma una vera stazione d’arte: una grande struttura d’acciaio a forma di bocca, realizzata dallo scultore Anish Kapoor. La rete metropolitana si incarica dunque anche di ricucire il tessuto della città, dal centro alle periferie, quelle dell’abusivismo di Pianura e quelle degli insediamenti pubblici di Scampìa, allargandosi poi a tutto il territorio provinciale e quindi dilatandosi verso quello regionale. Sono tutti elementi di una "cura del ferro" senza la quale le stazioni non avrebbero avuto il significato che hanno.
La mostra si concentra però esclusivamente sulle architetture, affiancando a quelle della metropolitana, altre stazioni, a cominciare da quella della Tav, firmata da Zaha Hadid, la cui ultimazione è prevista per il 2008. L’architetta anglo-irachena sigla anche la nuova stazione marittima di Salerno, mentre a David Chipperfield è affidato il palazzo di Giustizia della stessa città: entrambi questi progetti sono esposti, mentre tuttora prosegue il dibattito sul piano regolatore della città, opera di Oriol Bohigas, un piano ispirato a principi di spinta deregulation, eppure accettato con tante riserve dalla stessa amministrazione comunale, che avrebbe voluto consentire molte operazioni giudicate di pura valorizzazione immobiliare.
Fra gli altri progetti esposti anche alcuni non legati a infrastrutture, come quello di Renzo Piano per il Cis di Nola (in corso di realizzazione) e quello di Vittorio Gregotti per il Centro Nazionale di Protezione Civile che dovrebbe sorgere a Scampìa (ma per questo insediamento non ci sono previsioni). Figurano poi il restauro del Tempio Duomo al Rione Terra di Pozzuoli (opera di Marco Dezzi Bardeschi), o gli allestimenti del Madre, il Museo d’arte a Donnaregina (Alvaro Siza) e del Pan, il Palazzo delle Arti in via dei Mille (Di Stefano, Defez, Guida). Un singolare effetto, poi verificabile dal vivo, producono i plastici di strutture presenti nella Mostra d’Oltremare - la Piscina olimpionica, l’Arena Flegrea e l’immensa Fontana dell’Esedra - che furono opera della migliore architettura napoletana dei primi anni Quaranta (Carlo Cocchia, Giulio De Luca e Luigi Piccinato) e che sono stati sottoposti a un prezioso restauro, coordinato da Marisa Zuccaro (De Luca ha progettato il recupero della "sua" Arena).
Le cinque stazioni dell’arte sono state realizzate fra il 2001 e il 2003 e sono state esposte alla Biennale di Venezia. Alcune di esse, a via Salvator Rosa, a Materdei e in via Cilea, si sono trasformate in contenitori d’arte contemporanea, sotto la regia di Achille Bonito Oliva, e ora ospitano opere, fra gli altri, di Renato Barisani, Enzo Cucchi, Sergio Fermariello, Nino Longobardi, Mimmo Paladino, Gianni Pisani, Mimmo Rotella ed Ernesto Tatafiore.
Al Museo Nazionale ha lavorato Gae Aulenti, riempiendo gli spazi con sculture e calchi provenienti dalla collezione archeologica. Assolutamente innovativa è in genere la collaborazione con la Soprintendenza archeologica. Le opere pubbliche, e in particolare gli scavi per le metropolitane, hanno sempre vissuto l’indagine sui reperti antichi come un fastidioso ostacolo. Nel caso napoletano le due competenze si sono intrecciate ed hanno prodotto fondamentali conoscenze storiche sulle dimensioni della città greco-romana, per esempio in piazza Municipio, dove il progetto di Alvaro Siza produrrà, scrive Benedetto Gravagnuolo, un «irripetibile connubio tra antichità e contemporaneità».
Chiude il catalogo l’assai discusso progetto di Auditorium a Ravello, firmato da Oscar Niemeyer, ma poi portato a termine dagli uffici del Comune amalfitano. L’intervento ha diviso architetti e urbanisti ed è stato duramente contestato da alcune associazioni ambientaliste (altre lo hanno difeso), che hanno ottenuto dal Tar il suo annullamento, perché in contrasto con il piano paesistico della Costiera. Poi il Consiglio di Stato, per un vizio di procedura, ha dato il via libera al progetto. L’Auditorium figura nel catalogo, ma non nella mostra. «Non ci sono arrivati i disegni», è la spiegazione ufficiale.
Che cos'è il piano dei trasporti di Napoli
Un articolato dibattito internazionale e nazionale sui meccanismi che presiedono l’adozione delle politiche pubbliche per il territorio reclama una partecipazione della società civile nell’elaborazione dei processi decisionali maggiore rispetto a quella prevista e consentita dalle politiche urbanistiche di tipo tradizionale. Si auspica in altre parole la ricerca di forme di elaborazione politica bottom up attraverso pratiche negoziali e di contrattazione, da integrare con quelle top down criticate come scarsamente partecipative e fortemente centraliste e dirigiste.
Ma se questa letteratura si fa portatrice di istanze volte a legittimare nella configurazione e nel governo degli spazi e dei luoghi gli interessi di coloro che vi risiedono (la comunità, lo sviluppo locale etc.), sembra tuttavia sottovalutare la funzione sociale e collettiva del territorio urbano nella sua componente eminentemente naturale. Una funzione che non può essere soddisfatta attraverso la sommatoria di interessi compositi anche se legittimi e rilevanti. Le esigenze che tale carattere implica – per esempio non si può negoziare su alcuni interventi di tipo ambientale - ha in qualche modo sotteso ed ispirato l’intera tradizione urbanistica europea fin dalle sue origini. E, d’altra parte, l’esigenza di un funzionamento corretto e non distruttivo dei meccanismi che regolano la città come realtà ecosistemica complessa è implicita nella materia urbanistica, e ciò è vero anche prima dell’affermazione dei movimenti e delle associazioni ambientaliste così come le conosciamo oggi.
Il sorgere di una serie di atteggiamenti critici nei confronti delle politiche urbanistiche di tipo tradizionale, d’altra parte, nasce in gran parte dalle forme che esse hanno assunto nelle principali città italiane nel corso degli ultimi decenni. Vezio De Lucia ha a questo proposito introdotto la definizione di urbanistica sostenibile ed urbanistica non sostenibile, intendendo con la prima espressione il controllo pubblico delle trasformazioni territoriali attraverso la pianificazione ordinaria, e con la seconda, invece, la pratica diffusamente accettata in alcune amministrazione comunali – Milano e Roma ad esempio - di adattare o modificare il piano a seconda delle istanze e dei progetti privati attraverso norme in deroga. Il contributo che l’analisi storica può fornire a questo dibattito è quello di inidividuare quando e come le politiche urbanistiche hanno garantito i meccanismi di riproducibilità delle risorse naturali producendo ricadute positive su un’intera realtà urbana.
Nonostante il ruolo marginale che le tematiche ambientali hanno svolto in Italia all’interno della pratica urbanistica almeno fino ai primi anni ottanta - anche quando gli urbanisti italiani hanno frequentato scuole ed autori stranieri maggiormente sensibili ad esse, hanno assunto prevalentemente aspetti diversi da quelli ecologici - non sono mancati esempi che risalgono agli anni sessanta e settanta che mostrano una attenzione da parte della cultura urbanistica alla qualità del territorio, sebbene limitata ad alcuni elementi: i centri storici, le adiacenze dei centri storici, le colline e il paesaggio agrario. A tale proposito basti qui ricordare: le battaglie culturali e politiche in difesa per impedire gli sventramenti dei centri storici, la pianificazione del centro storico di Siena e delle sue pendici naturali ad opera di Ranuccio Bandinelli e Luigi Piccinato; la difesa delle colline di Firenze e Bologna con i piani, rispettivamente, di Edoardo Detti, urbanista e assessore, e di Giuseppe Campos Venuti; il piano regolatore di Assisi di Giovanni Astengo; il piano per il centro storico di Bologna di Pier Luigi Cervellati. A ciò si aggiungano il piano di recupero del centro storico di Matera, il piano comprensoriale di Venezia, il progetto Fori a Roma.
Ma la di là del ruolo e dell’importanza che la tutela ambientale ha assunto nell’ambito di piani e di progetti, occorre capire in che misura le politiche urbanistiche hanno prodotto effetti concreti positivi sul piano ambientale e cioè in termini di riduzione del consumo del suolo, di miglioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, di interruzione di processi abusivi di uso delle risorse e di salvaguardia del verde. Certo nessuno è in grado oggi di mostrare che cosa sarebbe accaduto al nostro territorio se anche i vincoli e le norme definiti dalle politiche pubbliche fossero stati rimossi. Non esistono dati calcolati sulla base di indicatori precisi per valutare la loro ricaduta reale. E’ possibile, tuttavia, individuare attraverso una disamina più approssimativa alcuni effetti concreti di tutela ambientale di lungo periodo che tuttora sopravvivono. A tale proposito il caso di Napoli si è venuto configurando come caso di successo e come tale è ritenuto da una parte autorevole della letteratura territorialista italiana.
In controtendenza con i casi di altre grandi città italiane, Napoli vede l’approvazione nel luglio del 2004 di un piano regolatore che lungi dall’ispirarsi ad un principio di espansione regolata della città, si fonda invece sulla tutela dell’integrità fisica del territorio. Il piano rappresenta l’esito finale di un processo più lungo e complesso che prende avvio nei decenni precedenti dall’adozione di un modello di pianificazione fondato su una concezione della città che attribuiva una grande importanza al carattere produttivo della natura ed alla sua intima e profonda attività sinergica con la società. E, d’altra parte, a Napoli la questione ambientale si era venuta configurando fin dagli anni settanta in una maniera più drammatica rispetto ad altre città italiane per l’alto livello di inquinamento atmosferico e marino, per la scarsa quantità di aree verdi, per la quasi totale copertura e cementificazione del territorio comunale, per i frequenti fenomeni di dissesto idrogeologico etc. In quest’area la questione ambientale si era venuta ponendo come una questione di sviluppo equilibrato tra attività umane e risorse naturali.
Articolata in momenti diversi la fase storica che ha condotto all’adozione del piano regolatore si riconnette all’elaborazione del “piano delle periferie” (1978-1980) che trovava attuazione durante i primi anni della ricostruzione seguita al terremoto del novembre del 1980. La continuità che caratterizza il percorso che dalla fine degli anni settanta giunge fino ad oggi è essenzialmente una continuità di gruppo: molti sono i protagonisti dei precedenti interventi ancora presenti nel pool degli urbanisti che prestano la loro opera per il Comune. Nel corso degli anni ottanta furono dunque ricostruiti e riqualificati più di 13.000 alloggi situati in dieci comuni dell’hinterland napoletano secondo una serie di intervento volti a fornire una soluzione non solo al problema della casa in senso stretto, ma ad una più generale esigenza di miglioramento delle condizioni abitative e della qualità della vita. L’operazione urbanistica consisteva sia nella ristrutturazione dei centri storici e nel mantenimento delle comunità preesistenti nei luoghi di nascita, che nell’istituzione di parchi, asili e scuole.
Ma se durante la seconda metà degli anni ottanta si assisteva ad un restringimento degli spazi politici che avevano consentito la realizzazione del piano delle periferie, essi si riaprivano durante i primi anni del decennio successivo. I valori ed i principi che avevao ispirato il piano delle periferie e la sua attuazione vengono ripresi e rafforzati in una modello di intervento urbanistico che trovava la sua compiuta espressione negli Indirizzi di pianificazione redatti nel 1993 dall’allora assessore all’Urbanistica Vezio De Lucia nella fase iniziale della prima giunta diretta dal sindaco Antonio Bassolino. Nel loro complesso gli Indirizzi predisponevano una riorganizzazione ecologica della città che si proponeva di affrontare non solamente il problema della riabilitazione e della riqualificazione urbana, ma anche più in generale, quello della qualità dell’ambiente e dell’integrità fisica del territorio: l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, dei suoli, la gestione delle risorse, il trattamento dei rifiuti, il controllo del dissesto idrogeologico.
Gli Indirizzi trovavano nel corso degli anni successivi due concrete realizzazioni con l’adozione della Variante di Salvaguardia e della Variante alla zona nord-occidentale (o variante per Bagnoli) al piano regolatore del 1972. Per ciò che riguarda gli aspetti più propriamente ambientali ambedue le politiche predisponevano l’adozione di provvedimenti volti da una parte a ridurre il consumo del suolo e la cementificazione del territorio comunale, e dall’altra a favorire la mobilità interna per abbassare il tasso di motorizzazione e l’uso del trasporto urbano.
La vera innovazione consisteva nel vincolare sine die i residui del territorio rimasti inedificati: 4000 ettari di aree agricole, incolte a naturali. Per la prima volta nella storia dell’urbanistica italiana si progettava di migliorare le qualità abitative senza ricorrere a progetti di accrescimento e di espansione della parte edificata della città. Nel vincolare queste aree si prevedeva la costituzione di una serie di parchi. Tra i principali si ricordi qui l’istituzione del parco metropolitano delle colline di Napoli che copre un’area di 2.215 ettari e costituisce il 20% del territorio cittadino. Le finalità dell’istituzione del parco non sono solo volte a preservare i valori ambientali, naturalistici e paesaggistici di queste zone, ma anche a garantire un regolare funzionamento dei meccanismi ecologici per l’intera area metropolitana. Nell’ambito di una concezione di riabilitazione della città diretta a garantire le condizioni di sostenibilità urbana senza accrescere le parti costruite rientra anche quanto predisposto per le sue zone più antiche.
Per il centro storico infatti non si sono previsti sventramenti e spostamenti della popolazione, bensì una serie di interventi (anche immediati qualora i privati lo avessero voluto) di restauro volti a recuperare e conservare le sue parti sia materiali che sociali, e cioè abitazioni, monumenti, spazi pubblici, tradizioni commerciali ed artigianali. Nell’area deindustrializzata di Bagnoli nella zona nord-occidentale, inoltre, ex sede di uno dei principali complessi siderurgici italiani, il territorio viene vincolato alla istituzione di due parchi che corrispondono a circa i due terzi del territorio interessato dalla variante ed alla restituzione alla fascia di territorio bagnata dal mare delle sue condizioni normali di balneabilità.
Per ciò che riguarda, invece, gli interventi sulla mobilità nel 1997 fu adottato il Piano comunale dei trasporti come era previsto e predisposto dalla Variante di Salvaguardia volto a incrementare un sistema di trasporti su ferro basato su 5 interscanbi ad uno formato da 18 luoghi di interscambio e 16 nodi intermodali tra strade e ferro. Già negli Indirizzi di pianificazione i problemi della mobilità a Napoli sono concepiti come un problema fondamentalmente urbanistico. Lo sono nella misura in cui riguardano le insufficienze strutturali relative alla dotazione delle reti di trasporto pubblico con particolare riguardo a quelle su ferro. E’ stato infatti calcolato che nel corso degli anni novanta il 70% dell’inquinamento atmosferico in ambito urbano era provocato dal traffico veicolare.
I caratteri specifici delle politiche pubbliche per la città adottate a Napoli dalla fine degli anni settanta ad oggi derivano dalla presenza di una combinazione di fattori che ha consentito il configurarsi di un contesto favorevole all’adozione di interventi per il territorio che si possono definire sostenibili: l’esistenza di un gruppo di professionisti legati a quel pezzo della cultura nazionale che fin dagli anni sessanta si era andata opponendo ad una concezione della crescita urbana ad oltranza, un movimento di lotta per la casa che fondava le proprie istanze sulla qualità della vità e del territorio, la nascita nell’ambito del dibattito culturale e politico nazionale di una “questione ambientale” a Napoli, l’apertura di spazi politici all’interno dei quali trovare sostegno nella realizzazione di un controllo pubblico delle trasformazioni territoriali.
Barbanente Angela, Sviluppo locale, nuova programmazione e pianificazione territoriale, in corso di stampa per “Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali”, n.50, 2004;
De Lucia Vezio, Urbanistica e ambientalism, in “I frutti di demetra. Bollettino di storia e ambiente, n.1, 2004;
De Lucia Vezio, Urbanistica sostenibile e non sostenibile. Un confronto tra città, in “Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali”, n.42, 2001, pp.45-52;
Corona Gabriella, La sostenibilità urbana a Napoli. Caratteri strutturali e dinamiche storiche, in “Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali”, n.42, 2001, pp.45-52;
Dispoto Giovanni, Il parco metropolitano delle colline di Napoli, in “I frutti di demetra. Bollettino di storia e ambiente”, n.3, 2004, pp.59-62;
Sullo P.(a cura di), La democrazia possibile. Il Cantiere del Nuovo Municipio e le nuove forme di partecipazione da Porto Alegre al Vecchio Continente, Intra Moenia, Napoli 2002;
Salzano Edoardo, Fondamenti di Urbanistica, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998.
Richard Carson, La dittatura della Maggioranza Urbana, Planum, ottobre 2005; Titolo originale: Tyranny of the Urban Majority– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Sono stato di recente a un incontro pubblico dove un consigliere eletto poneva a un gruppo di urbanisti una domanda retorica: “Cos’è lo sprawl?”. La risposta di uno degli urbanisti è stata che lo sprawl si verifica quando una zona rurale viene suddivisa in lotti di grandi dimensioni per realizzare le cosiddette “ McMansions”. La replica del consigliere è stata: “Sareste più contenti se la gente invece mettesse lì case mobili per abitazioni a basso reddito?”.
Il dialogo mi ha turbato. Perché gli animatori delle tendenze urbanistiche più recenti – come la smart growth e il New Urbanism – per attirarsi sostegni finanziari e sostegno degli elettori, usano etichette denigratorie come sprawl, big-box, o McMansion. Per demonizzare lo sprawl c’è bisogno di un demonio. Coltivatori di campi e boschi non possono essere denigrati, perché si suppone che i pianificatori conservino queste risorse per il loro uso. E non è politically correct parlar male delle famiglie a basso reddito che vivono in case mobili. E così, chi si trova come capro espiatorio? I ricchi e McDonald’s sono obiettivi facili, e allora: Ricchi + McDonald’s = McMansion.
Questo doppio senso orwelliano è stato utilizzato dai suoi inventori per diffondere un programma politico che attacca un’istituzione tradizionale americana: lo schema insediativo di una cultura dominata dall’automobile e dalle lottizzazioni edilizie a basso costo del dopoguerra. La loro agenda sociale sfrutta paura e classismo per sostenere la causa: a spese delle convinzioni socioeconomiche e del benessere di altri.
Un pregiudizio schizofrenico
In America, termini come sprawl o McMansion risuonano tra noi almeno in parte a causa dei nostri schizofrenici pregiudizi personali: vogliamo essere ricchi ma non possiamo perché non riusciamo a smettere di comprare cose; beviamo, fumiamo, mangiamo porcherie, ma sappiamo che ci fa male. Ci sentiamo in colpa per il nostro spudorato, ossessivo consumismo. Ci sentiamo indifesi e usati dai volponi di Wall Street e Madison Avenue. E abbiamo la sensazione di aver venduto l’anima (e la libertà) al migliore offerente.
Peraltro, sospettiamo esistano persone che non hanno venduto l’anima, e anche questo ci scoccia. Fra questi, ci sono agricoltori indipendenti e forestali, che vivono della terra. Gli abitanti delle città nel loro subconscio sono irritati da questa apparente libertà.
E questa mancanza di empatia ha portato ad una nuova “dittatura della maggioranza” degli interessi non-rurali. I nostri meccanismi costituzionali di controllo ed equilibrio non sono riusciti a proteggere il proprietario di terreni rurali. Le iniziative connesse alla smart growth hanno tracciato margini di sviluppo urbano [ urban-growth boundaries] e poi ridotto le possibilità insediative delle proprietà rurali. Queste misure sono intese a contenere lo sprawl, ci hanno detto, ma esse aiutano anche a creare “riserve” urbane, che impediscono alla popolazione così addensata di distruggere l’ambiente naturale.
Avidità e risarcimenti
Quando gli urbani – no, gli urbanisti – si scontrano coi proprietari rurali, il risultato è sempre lo stesso: la gente di campagna perde. Tornati a casa, gli urbanisti vogliono i loro bar col caffè espresso, le boutiques, i drive-throughs, ma vogliono che le zone rurali restino un museo di terre pastorali, a conservarsi per le loro visite sui fuoristrada.
Il fatto è che gli urbanisti sono implicati nell’eliminazione di molte più specie della controparte rurale, a causa della loro avidità. Visto che l’80% dell’America abita nelle aree metropolitane, non sono colpevoli almeno all’80%? Non dovrebbero, gli urbanisti, rimediare a questa ingiustizia economica, e ripagare in dollari? Sì, perché altri – specificamente: proprietari rurali, costruttori, grandi operatori – devono pagare per i loro spropositati appetiti urbani.
Se volgiamo davvero migliorare la qualità della vita sia all’umanità che agli animali, cerchiamo di essere intellettualmente onesti sui costi sociali per tutti i cittadini: non di usare la propaganda partigiana degli urbanisti contro una minoranza di cittadini. È tempo che la maggioranza urbana paghi la sua parte. O almeno che discuta di come risarcire economicamente l’America rurale.
Nota: il testo originale al sito di Planum (f.b.)
Quello che è stato bloccato dalla partecipazione popolare vorrebbero reintrodurlo. Vorrebbe reintrodurlo un assessore regionale dei diesse. Il soggetto? La possibilità di edificare migliaia e migliaia di metri cubi. La possibilità, per la rendita immobiliare, per gli speculatori di continuare ad inventarsi case, supermercati, interi quartieri. A Roma, nelle zone periferiche di Roma. I giornali in questi giorni, soprattutto nelle pagine locali, sono pieni di titoli e notizie sulle difficoltà che su questo tema stanno incontrando le maggioranze dell’Unione che governano la capitale, la sua Provincia e il Lazio. Qualcuno ha anche scritto che Rifondazione sarebbe stata ad un passo dal ritirare i propri assessori.
Comunque sia, Rifondazione ha deciso di puntare i piedi. Ed ecco perché. Tutto comincia nel 2002, con l’avvio dell’iter legislativo sul nuovo piano regolatore di Roma. Rifondazione, assieme ad altri pezzi della sinistra ma soprattutto assieme ai movimenti e alle organizzazioni di base, riesce ad imporre che quel documento sia discusso davvero nella città e dalla città. Ed è un metodo che paga. Perché la partecipazione delle persone e delle associazioni riesce a modificare il progetto di crescita della città. Per capire: viene cancellato dal piano regolatore quel meccanismo che si chiama della «compensazione».
Due parole per spiegarlo, anche se il termine tecnico già fa intuire di che si tratta. Esistono casi - e in una città come Roma ne esistono innumerevoli - nei quali una zona viene vincolata: a verde, a servizi, eccetera. I proprietari di quei terreni «vincolati» potrebbero però vantare dei diritti a costruire. Ad edificare. Si ricorre così - meglio: si ricorreva - alla «compensazione »: i titolari delle zone in questione rinunciano alle loro pretese, in cambio della possibilità di costruire altrove.
Una pratica che ha permesso di governare l’emergenza urbanistica, che ha anche permesso di garantire una crescita della qualità abitativa ma che certo non può essere il metodo del futuro. Proprio per questo, la discusssione partecipata del piano regolatore ha imposto lo stop alla logica della «compensazione ». Si disse che da allora in poi a quello scambio non si sarebbe più fatto ricorso. Qualora fosse stato necessario si sarebbero utilizzati i normali strumenti previsti dalle leggi, a cominciare dall’esproprio. Fu questo l’impegno preso da tutte le forze della coalizione. Si fissò un tetto (e non piccolo): sessanta milioni di metri cubi. Oltre quella cifra, non si sarebbe più potuto edificare nulla nella capitale: nè una casa, nè un hotel, nè un garage.
Qualcuno - nella città di Caltagirone - la prese a male. E non si rassegnò. E si arriva così a qualche settimana fa. Quando l’assessore all’urbanistica, e vice presidente della giunta regionale, Massimo Pompili, diessino, annuncia in una conferenza stampa, che sarà reintrodotto il metodo della «compensazione ». Quello scambio, insomma, che offre ai palazzinari la possibilità di continuare a costruire. Il tutto, viene presentato dentro un pacchetto di norme che un po’ pomposamente viene chiamato «poteri speciali per Roma ». Ma che in realtà si occupa quasi solo di urbanistica, di leggi urbanistiche. E dentro questo progetto, fatto precedere da un lungo ragionamento sulla necessità di velocizzare le procedure per la discussione e l’applicazione dei piani regolatori, ecco quello che ormai tutti conoscono come il «famigerato articolo 3». Nè più, nè meno che ciò che la consultazione popolare era riuscito a cacciare: la possibilità per i costruttori di accedere alla «compensazione». Attenzione anche alla scelta dei tempi. Il Comune proprio in queste settimane sta discutendo delle «controdeduzioni» - come si chiamano - delle varie critiche e controproposte al piano regolatore della città (lo prevede l’iter per la definitiva approvazione). E un progetto come quello del vice di Marrazzo ha subito riaperto il cuore alla speranza di chi vuole continuare ad edificare. Perché quell’articolo si tradurrebbe concretamente nella possibilità di costruire altri milioni di metri cubi.
Il tutto, lo si diceva, presentato in conferenza stampa. Senza che Pompili ne avesse informato i partiti alleati. Sicuramente non Rifondazione. Da qui, i toni duri, aspri dei giorni scorsi. Che comunque, un risultato l’hanno raggiunto. Chi sa delle vicende amministrative di Roma e dintorni dice che gli stessi diessini sono alla ricerca di una via d’uscita e che comunque quel testo non sarà presentato così alla giunta regionale.
Ma resta lo «strappo». «E sia chiaro - dice Patrizia Sentinelli, capogruppo di Rifondazione in Campidoglio - ci possiamo anche trovare d’accordo sulla necessità di snellire le procedure. Ma altra storia è quell’articolo 3. Quello riaprirebbe la corsa alla stagione dell’urbanistica “contrattata” che negli anni scorsi ha favorito solo le speculazioni edilizie e le rendite finanziarie». Che è esattamente lo stesso obiettivo che, su più larga scala, si è proposta la destra al governo del paese, con l’altrettanto famigerata legge Lupi. E vanno fermate l’una e l’altra.
s. b.
Nell’articolo si afferma, riportando un’opinione corrente, che i proprietari vincolati “potrebbero però vantare dei diritti a costruire” se il precedente PRG glielo avesse consentito. E’ una balla, diffusa dai redattori e dai propagandisti del PRG. Qualunque giurista serio (o solo informato) sa che non è vero. A meno che non siano stati rilasciati atti abilitativi (concessioni edilizie o simili) nessuna previsione di edificabilità prevista da un piano regolatore generale, e perfino da un piaino di lottizzazione già convenzionato, comporta oneri per il comune in caso che, motivatamente, la modifichi con un piano successivo. Proprio in occasione del PRG di Roma feci una piccola ricerca, che autorevoli giuristi hano convalidato e che nessuno ha contestato: eccola qui.
Qui il documento che ha aperto le critiche (e le correzioni) al PRG di Roma. E qui altri documenti sul recente PRG di Roma
I disordini a Parigi hanno una causa ben precisa. E il nome e il cognome di questa causa è Jacques Chirac. È questo il parere di Sir Peter Hall, esperto di sviluppo urbano dell'University College di Londra. A Berna, dove gli è stato conferito il prestigioso Premio Balzan 2005 dalla omonima Fondazione italo-svizzera, ha cercato di spiegare che cosa sta succedendo alle periferie francesi in rivolta. Il premio, di 650mila euro, andrà metà al ricercatore e metà a nuovi progetti di ricerca che sta mettendo in atto. Oltre a Hall, sono stati premiati anche Peter e Rosemary Grant per i loro studi sull'evoluzione, Lothar Ledderose, storico dell'arte cinese e giapponese, e Russel J. Hemley e Ho kwang Mao per lo studio della fisica dei minerali.
Professor Hall, perché Parigi è in fiamme?
«Il problema affonda le sue radici negli anni Settanta, quando Jacques Chirac era il sindaco della capitale francese. In quel periodo, è stata seguita una politica in un certo senso opposta alla linea di sviluppo delle metropoli. Grazie alla rivoluzione nei trasporti le città si sono infatti diffuse sul territorio. E non necessariamente i sobborghi o le periferie sono diventate aree depresse, basti pensare a quanto successo ai sobborghi delle città americane diventati dimora della classe media. Le politiche messe in atto da Chirac invece hanno concentrato nei quartieri centrali di Parigi la classe media, respingendo in casermoni progettati negli anni Sessanta gli immigrati».
Si tratta di una politica che è stata seguita anche da altri paesi?
«In un certo senso sì e questo mi preoccupa un po'. In molte città europee, o quasi in tutte, si assiste a questo processo di “centrificazione”, cioè di concentrazione nei cuori urbani storici delle classi medie o di quelle a reddito più elevato. Del resto, molti amministratori hanno investito sul miglioramento dei centri storici, lasciando da parte le periferie. E questo, ripeto, andando contro un trend di sviluppo delle città che a partire dalla rivoluzione industriale punta decisamente a ridurre la loro densità abitativa, determinando una diffusione della popolazione su un vasto territorio».
Ritiene che questo possa essere anche un problema italiano?
«Per rispondere a questa domanda devo anzitutto premettere che non ho affrontato specificatamente lo studio dell'evoluzione delle città italiane, per quanto me ne dispiaccia molto. Però credo che quanto successo in Francia possa diventare un problema un po' dappertutto. E il motivo è molto semplice: si tratta di un problema di integrazione delle popolazioni immigrate che in gran parte sono di religione islamica. Si tratta di persone che generalmente hanno un background culturale di tipo contadino e quindi integrarle in città è particolarmente difficile. Il problema poi è di matrice socio-economica. Queste persone hanno la capacità di svolgere dei lavori dove è richiesto un basso livello di istruzione, lavori che possiamo definire in un certo senso muscolari. Un po' come quando gli immigrati italiani andavano in America e lavoravano alla costruzione delle infrastrutture. Buona parte della metropolitana di New York è stata scavata da loro. Oggi però nelle economie post-industriali questo tipo di lavoro trova sempre meno sbocchi. Viviamo in una società dominata dall'informazione. Quindi i muscoli contano meno di quello che contavano una volta e il lavoro di queste persone non solo conta poco, ma anche trova ben pochi sbocchi. Mentre gli immigrati di seconda generazione potrebbero autoghettizzarsi, visto che vivere in centro è spesso al di sopra delle loro possibilità. Si tratta di un problema anche italiano».
Quindi come possiamo risolvere il problema della loro integrazione?
«Molto semplicemente attraverso l'istruzione. Si tratta di un'arma molto potente che consentirebbe a questi immigrati di acquisire le capacità necessarie per inserirsi a pieno titolo nella nostra società. E chiaramente bisogna evitare di ghettizzarli in certe zone urbane specifiche».
Che cosa c'è nel futuro delle città europee?
«È quello che voglio studiare con i soldi del premio Balzan. C'è soprattutto un punto che intendo esplorare a fondo e cioè perché alcune città diventano motore di sviluppo per un'intera regione urbana (ad esempio Londra nel Sud Est dell'Inghilterra) e perché altre, come Parigi, si chiudono su loro stesse. Credo che il futuro delle città europee possa andare nella direzione di Londra, ma sto cercando ancora di capire quali possano essere i meccanismi che favoriscono un tipo di evoluzione piuttosto che un altro».
Incomprensibili, secondo WWF e Italia Nostra, le motivazioni della recente sentenza del TAR Friuli Venezia Giulia, che ha respinto il ricorso delle due associazioni contro l’autorizzazione paesaggistica regionale e la concessione edilizia comunale per il “modellamento” della cava di Sistiana. Gli ambientalisti sottolineano come il TAR, inspiegabilmente, abbia assunto un atteggiamento diametralmente opposto, rispetto a quanto accaduto l’anno scorso, quando la precedente autorizzazione paesaggistica e la concessione edilizia per il “modellamento” della cava erano state annullate, sempre a seguito di un ricorso di WWF e Italia Nostra che evidenziava i medesimi profili di illegittimità. E ciò, aggiungono gli ambientalisti, benché il progetto presentato dalla “Immobiliare Santi Gervasio e Protasio” sia rimasto esattamente lo stesso, con 780 mila metri cubi di roccia da scavare (per quasi metà già scavati), parziale distruzione del SIC “Falesie di Duino” compresa. Eppure, stavolta il TAR ha giudicato legittime l’autorizzazione e la concessione edilizia, sostenendo trattarsi di un intervento “autonomo” dal piano particolareggiato della Baia di Sistiana,. Quest’ultimo prevedeva la realizzazione di una serie di opere (villaggio turistico, darsena artificiale, ecc.), rispetto ai quali l’escavazione era allora ed è tutt’oggi la premessa necessaria ed indispensabile.
Nel 2004, in effetti, lo stesso TAR aveva giudicato l’intervento di “modellamento” funzionale (com’è peraltro espressamente dichiarato nel progetto della “Gervasio e Protasio”) alla realizzazione delle opere previste nel piano particolareggiato. Piano che nell’aprile 2004, sempre a seguito di un ricorso di WWF e Italia Nostra, era stato peraltro annullato, da cui il conseguente annullamento delle autorizzazioni al “modellamento” della cava, che ormai mancavano di un indispensabile presupposto. Gli ambientalisti esprimono anche sconcerto per il rigetto, nella sentenza recente del TAR, del motivo di ricorso che si riferiva alla mancata comunicazione alle due associazioni, dell’avvio dei procedimenti per il rilascio delle autorizzazioni. Ciò è previsto dalla legge 241/1990 sulla trasparenza degli atti amministrativi. E’ evidente, sostengono WWF e Italia Nostra, che – essendo stati accolti ben due volte dal TAR Friuli Venezia Giulia i ricorsi degli ambientalisti relativi ad atti concernenti la baia di Sistiana – era certamente agevole individuare chi poteva “ricevere un pregiudizio negativo” (come sancisce la legge 241/1990) dal rilascio delle nuove autorizzazioni. Da ciò discendeva l’obbligo di comunicare ufficialmente a WWF e Italia Nostra l’avvio dei nuovi procedimenti, cosa che però né la Regione, né il Comune di Duino-Auisina hanno fatto.
La recente notizia ufficiale, secondo cui quanto estratto dalla Baia viene ceduto per la costruzione delle opere del MOSE veneziano, dimostra infine la fondatezza anche di un altro motivo di ricorso sbrigativamente respinto dal TAR, e cioè che ci troviamo in presenza di una vera e propria cava, con utilizzazione del materiale a scopo industriale ed edilizio.
Il TAR dovrà comunque pronunciarsi anche su un ulteriore ricorso di WWF e Italia Nostra : quello contro la variante 21 al piano regolatore di Duino-Aurisina, riapprovata a fine 2004. Si tratta di uno strumento urbanistico predisposto anch’esso in funzione del progetto di “valorizzazione turistica” della Baia di Sistiana : la precedente versione della variante era stata anch’essa annullata dal TAR nell’aprile 2004 (insieme al piano particolareggiato della Baia) su ricorso degli ambientalisti, con la sentenza sopra ricordata. Contro la nuova variante WWF e Italia Nostra erano ricorsi al Presidente della Repubblica, ricorso ora trasposto al TAR Friuli Venezia Giulia.
Postilla
Le vicende di Baia Sistiana e del MOSE si intrecciano per più di una ragione. L'incapacità di instaurare - durante la formazione dei piani e dei progetti - un serio dibattito sui pro e sui contro delle decisioni sposta il conflitto dalle aule dei consigli (dove i progetti incontrano un favore pressoché unanime) a quelle dei tribunali oppure generano altre forme di protesta ( Scanzano, Val di Susa, Inceneritore ad Acerra) a cui devono ricorrere tutti coloro che vogliono esprimere il proprio dissenso. Poiché le ragioni degli ambientalisti e degli oppositori alle grandi opere appaiono quasi sempre molto sensate, bisognerebbe chiedersi perchè le procedure ordinarie non funzionino correttamente e si debba afferrare sempre i problemi dalla coda anziché dalla testa. (m.b.)
Il tema della logistica non è solo un problema di traffico o di ambiente, ma di gestione di un sistema socio-economico complesso che va affrontato coinvolgendo le parti interessate: produttori, importatori, esporta tori e; operatori specializzati del settore.
Il trasporto, fattore base dell’economia, aggiunge ai prodotti un’utilità di tempo e di luogo oltre a rendere possibile la competizione. Nessuna città può, infatti, vivere senza un trasporto merci e la sua competitività è legata anche al costo di far arrivare le merci ai punti di consumo urbani e far uscire ciò che essa produce.
Il commercio e i trasporti rendono disponibili i beni nel luogo e nel mo mento in cui il cliente li richiede. Il prodotto viene fabbricato con la sua funzione d’uso e di forma solitamente in un luogo e tempo diversi da quello che vuole il consumatore finale. La logistica è il processo che conferisce al prodotto un ulteriore valore attraverso due operazioni: il magazzinaggio che lo rende fruibile in un tempo diverso da quello di produzione e il trasporto, che lo rende utilizzabile in un luogo diverso da quello della produzione.
Il valore complessivo della logistica si attesta oggi sui 180 miliardi di euro (circa 1’11-12% del Pil). Il processo comprende lo spostamento delle merci da miniere e fabbriche fino ad arrivare ai magazzini dove si accumulano i prodotti finiti, da dove ripartono per raggiungere i consumatori. In Italia per ogni giorno e per ogni cittadino vengono trasportati su terra circa 60 chilogrammi di merce, se consideriamo che un cittadino medio consuma dai 6 agli 8 chilogrammi al giorno (che vuole trovare in tanti punti diversi: negozi, edicole, supermarket distributori di benzina, presso la sua abitazione, ecc.) significa che la merce viene trasportata quasi 10 volte e questo è dovuto a fattori consolidati della nostra economia, come la specializzazione delle unità produttive, le economie di scala e la struttura della distribuzione fisica. Il processo comincia dalle risorse naturali, che in un primo stabilimento diventano materie prime e in altri diventano parti, gruppi e semilavorati che confluiscono poi nell’assemblaggio del prodotto finito. La fabbrica alimenta un magazzino centrale che può consegnare ai punti di resa sia direttamente che attraverso dei depositi locali. Dai punti di consumo (casa, ristorante, ecc.) escono solo “rifiuti”o prodotti a fine vita che però in futuro rappresenteranno una “miniera” per la produzione di nuovi prodotti o energia.
”Mentre il trasporto dei passeggeri cresce meno del Pil anche per i fattori che riducono la mobilità (come il telelavoro), per quanto riguarda il traffico merci” ci racconta Giovanni Leonida, ingegnere, presidente Centro Studi Confetra e vice presidente Assologistica “la dematerializzazione interessa pochi prodotti (come biglietteria, musica, video) e il trasporto dei beni fisici aumenta in misura maggiore del Pil (1-1/7% più del Pil) per vari motivi:
l. La specializzazione delle fabbriche: prima in un’azienda si passava dalle materie prime a] prodotto finito, ora si effettua il solo assemblaggio finale, facendo arrivare il componenti/gruppi da tante altre fabbriche anche lontane e distribuendo poi il prodotto in tutto il mondo.
2. La riduzione del costo dei prodotti che ha portato a un maggior consumo di beni fisici.
3. La delocalizzazione di alcuni segmenti della produzione (soprattutto verso paesi dell’Est) che ha portato a trasportare su strada ciò che prima si trasportava da un reparto all’altro di una fabbrica.
4. La trasformazione dei gusti dei consumatori più orientato al consumo di prodotti “esotici” o comunque “fuori stagione” (uva a Natale, che arriva dal Cile; pere in primavera, che arrivano dall’Argentina, ecc.).
5. La riduzione del costo del trasporto (marittimo e aereo) che è rimasto uguale a 30 anni fa.
6. La globalizzazione che ha portato sempre più a un unico mercato con l’abbattimento delle barriere doganali e quote d’importazione.
In quest’ottica il trasporto aumenta e dovrà aumentare ancora di più, nono stante gli ambientalisti siano nemici dei trasporti. Con le nuove direttive UE sui prodotti a fine vita molte cose che oggi buttiamo in discarica dovranno essere raccolte ordinatamente e trasportate anche lontano per smontarle e recuperare materiali/parti/gruppi coi quali costruire nuovi prodotti. Dunque per far bene all’ambiente bi sogna trasportare di più”.
Gli USA che parrebbero il paese più automobilista del mondo trasportano per ferrovia il 43% in peso delle merci (disponendo di treni lenti, lunghi e a due piani) su strada il 30%, per fiume/canale il 10%, per oleodotto il 17%.
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Quali rischi per la mancanza di una pianificazione logistica
In Italia la mancanza di una pianificazione logistica seria fa sì che i magazzini vengano ubicati senza seguire un vero criterio funzionale (generalmente le città non vogliono sacrificare il territorio a favore di una pianificazione logistica) con la conseguenza che le non scelte urbanistiche pesano sulla pianificazione dei flussi delle merci. Spesso i magazzini si costruiscono in zone lontane e poco abitate, dove il costo del terreno è basso, col risultato di intasare ancora di più le tangenziali e le strade di accesso, situazione già critica per effetto del trasporto di persone.
”Far arrivare in città le merci per il consumo e farne uscire i manufatti costituisce da sempre un problema” sostiene Giovanni Leonida “che però viene spesso posto in modo errato. In fatti non ci si dovrebbe domandare “ come possiamo limitare il traffico merci in città?” ma piuttosto “dato che la città per vivere ha bisogno di un certo flusso di beni fisici in ingresso e in uscita, qual è il modo migliore per realizzarlo sotto il profilo economico e ambientale?”.
Il traffico in città è invece destinato ad aumentare per effetto delle normative sull’ambiente di cui si è già detto: le città sono dei grandi produttori di “beni a fine vita”, dagli elettrodomestici della casa alle apparecchiature d’ufficio. Molti prodotti, che oggi so no catalogati genericamente come “rifiuti”, dovranno essere raccolti con molta cura e trasportati più lontano, in centri specializzati per lo smontaggio ed il recupero di gruppi e parti funzionali. Anche il riutilizzo degli imballi porta vantaggi ambientali enormi. Una città è un ecosistema che dipende dall’esterno per la sua sopravvivenza e ha bisogno di un flusso costante di merci in ingresso e in uscita, non può vivere di sole informazioni e non può gestire la sua logistica senza la collaborazione del suo hinterland. Qualunque intervento che penalizzi questo flusso ha ripercussioni sulla sua competitività e vivibilità. Trattare la distribuzione come un puro problema di traffico o un tema isolabile dal contesto socioeconomico è di fatto ignorare la realtà. “Il nostro gap infrastrutturale, soprattutto strade e autostrade, è enorme: negli ultimi 30 anni siamo rimasti fermi mentre la media UE è aumentata di oltre il 50%”. Ci informa l’ingegner Leonida. “L’operatore logistico ha poi bisogno di suoi nodi (magazzini) la cui collocazione ideale dipende dal tipo di lavoro, ma la soluzione ideale consiste nel dedicare alle merci una zona specifica, sacrificando una parte di territorio per realizzare un interporto o piattaforma logistica o meglio una zona logistica periurbana nella quale si possono localizzare tutti gli operatori”. Se la localizzazione è buona, gli operatori vi si insediano, con vantaggi economici ed ambientali. Si tratta della strada maestra, che minimizza sia il costo per gli operatori che l’impatto ambientale, ma perseguibile solo con una pianificazione del territorio che tenga conto davvero delle esigenze della logistica. La mancanza di una politica seria per la localizzazione delle attività logistiche fa sì che gli impianti nascano un po’ ovunque, senza nessuna razionalità apparente. Considerando che i grandi flussi di accesso alla città dei mezzi commerciali dipendono dalla localizzazione degli impianti, si perde l’occasione di indirizzarli sulle vie di penetrazione meno usate dal traffico passeggeri.
Quasi nessuno dei piani regionali affronta il tema delle merci in modo integrato e si limita a cercare di modificare gli effetti senza intervenire sulle cause. Non ci sono alternative, nella misura in cui si sacrifica in modo pianificato una parte del territorio per qualunque infrastruttura occorre sacrificarne una parte per gli impianti delle merci. In assenza di pianificazione si avrà maggior consumo di territorio ed un traffico più elevato e meno governabile. Una corretta politica per gli insediamenti logistici avrebbe effetti rapidi, vista la tendenza attuale degli operatori a spostarsi in strutture nuove e razionali. La produttività dei mezzi in distribuzione urbana è molto bassa, ma si tratta di una media che ha poco significato perché è prevalente il conto proprio, i professionisti hanno già una produttività molto elevata.
L’introduzione di una piattaforma urbana per la distribuzione congiunta fra più operatori salvo eccezioni non è una soluzione praticabile perché non cambia questa situazione e introduce costi e complessità inutili.
Una volta, all’inizio, la città era un dispositivo simbolico che serviva a tenere insieme il cielo e la terra, a proiettare la regola celeste su quella terrestre, e i suoi abitanti potevano sentirsi intimamente inseriti nel cosmo, perché sempre in grado di decifrarne il significato: gli antichi latini ancora orientavano ad esempio le due principali vie urbane, fra loro ortogonali, in modo da essere parallele l’una all’asse intorno a cui ruotava il sole e l’altra al cammino di quest’ultimo, sicché passeggiando ne seguivano il corso, ne riprendevano consapevolmente il moto. Così la città, prodotto del rito, traduceva il metafisico in fisico, e poiché la sua struttura era il riflesso di qualcosa che la sovrastava, la distinzione tra centro e periferia era assolutamente secondaria e riguardava il suo funzionamento, non la coscienza di chi la popolava. La religione (che appunto significa tenere insieme) agiva in senso orizzontale oltre che verticale, assicurando solidarietà all’intero corpo urbano. Tale città non esiste più da un pezzo, e proprio mentre nei giorni scorsi Parigi andava a fuoco, a Ginevra (e non si tratta di un caso) l’Unione Internazionale delle Comunicazioni discuteva se voltare definitivamente le spalle al cosmo e al suo ordine, se passare dal tempo astronomico a quello atomico, se cioè continuare a scandire il tempo in base alla rotazione terrestre oppure in base alle più precise ma molto più astratte frenetiche vibrazioni degli atomi del cesio, seguendo le quali tra due o tre migliaia d’anni potremmo vedere il sole tramontare quando adesso è mezzogiorno. Difficile immaginare un cambiamento più letteralmente epocale di quello appena richiamato. Per chi (come i giovani delle banlieues) non è direttamente coinvolto nello sviluppo delle telecomunicazioni e dei satelliti, nella crescita delle transazioni finanziarie e delle reti energetiche, esso si configura come un autentico esproprio del tempo e del fondamentale rapporto con tutto quel che ci circonda: una sorta di alienazione antropologica primaria, sulle cui conseguenze nessuno è in grado di avanzare previsioni, ma il cui inconsapevole riflesso è forse già presente in quel che sta accadendo, nella violenza di cui le città sono attualmente teatro.
Alla città del sole succede quella degli uomini, che dal VI secolo a. C. in poi inizia ad organizzarsi secondo la geometria, in funzione di un’unica interna misura, al cui orizzonte si staglia l’equivalenza tra città e immagine cartografica della città. Per Platone la città giusta è quella che realizza il modello dell’uguaglianza geometrica, in cui le abitazioni e i campi di ogni singolo cittadino sono complessivamente disposti in maniera da trovarsi esattamente alla stessa distanza media dal centro rispetto a quella delle abitazioni e dei campi di tutti gli altri. Attenti: la giustizia qui ha un significato politico, non sociale. La società, con tutte le due diseguaglianze, restava quella che era: le donne, gli schiavi, gli stranieri erano esclusi dall’assemblea degli uguali, dei detentori dei diritti politici. Ma accanto alla società nasceva un altro livello, ad essa sovrapposto, al cui interno la dipendenza dai vincoli sociali era eliminata, e i nobili e i semplici cittadini (maschi ed abbienti) erano per la prima volta tutti uguali, a dispetto della loro diseguaglianza. Come ha spiegato Hannah Arendt, nel recarsi dalla propria abitazione alla piazza, luogo dell’esercizio dei diritti connessi alla cittadinanza, gli ateniesi dovevano ogni volta valicare un abisso, sebbene il cammino fosse assolutamente piano: essi dovevano in realtà salire e ridiscendere, pur restando la stessa persona, l’incolmabile dislivello tra differenza sociale e uguaglianza politica. Da Aristotele, allievo di Platone, fino a Giovanni Botero che nel 1588 avvia la moderna riflessione teorica sulla natura urbana, la città resta comunque, con le parole di quest’ultimo, «una ragunanza di huomini, ridotti insieme per vivere felicemente»: essa non è mai considerata una cosa ma un complesso di relazioni interpersonali indirizzate verso un fine collettivamente condiviso, ed è proprio tale generale condivisione a garantirne l’omogeneità.
Tra Sei e Settecento il senso dell’apparato cittadino però cambia, e alla città degli uomini succede fino in fondo quella della mappa. Si apra l’ Encyclopédie degli illuministi: la città è definita come un «insieme di più case disposte lungo le strade e circondate da un elemento comune che di norma sono mura e fossati», anzi essa è, più precisamente, «una cinta muraria che racchiude quartieri, strade, piazze pubbliche e altri edifici». Per la prima volta la città diventa per tal verso una cosa, composta da un complesso di oggetti: gli abitanti spariscono, come se evacuati, ed essa si riduce soltanto a quel che di essa può rappresentarsi su una carta geografica, a ciò che di essa resta come immagine topografica. Ne consegue che il principio dell’uguaglianza geometrica diventa al suo interno onnipervasivo, sicché non riguarda più soltanto il piano politico, come già nella polis classica, ma si estende (in forma di rivoluzione) anche a quello sociale. Insomma: l’ egalité dei cittadini rivendicata a suo tempo con la presa della Bastiglia è esattamente quella dei punti all’interno di una estensione geometrica, deriva da essa.
È proprio la rivendicazione di tale uguaglianza ad infiammare adesso i sobborghi delle città francesi, assumendo la forma geometrica dell’opposizione tra centro e periferia, la stessa indotta dalla moderna riduzione della formazione urbana (e del suo concetto) a puro meccanismo spaziale, regolato cioè soltanto da una logica metrica lineare standard. Già Gramsci spiegava, dal carcere, come il fordismo si fondasse sull’inclusione della città, e in particolare del suo sistema di trasporti, all’interno della produzione stessa. E più di recente David Harvey ha mostrato come difficilmente nel dopoguerra il capitalismo avrebbe potuto sopravvivere senza l’intervento dello stato nella gestione delle politiche fiscali e monetarie in grado di incentivare l’urbanizzazione dal lato della domanda, e risolvere così il problema della disoccupazione. Di qui la smisurata crescita delle periferie, che ha trasformato la costruzione della città in un gigantesco artefatto per la redistribuzione dei redditi. A farvi caso spazio e moneta agiscono alla stessa maniera: ambedue funzionano come un’astrazione concreta, impongono esterne e omogenee misure di valore su tutti gli aspetti della vita umana, riducono l’infinita diversità del reale ad un’unica comparabile dimensione e mascherano la natura soggettiva delle relazioni umane con l’oggettività delle leggi (di mercato la moneta, geometriche lo spazio). Lo spazio è perciò la forma territoriale della moneta, e i recentissimi tumulti francesi proprio questo alla fine segnalano: la crisi della spazializzazione del territorio, delle politiche di gestione fondate sulla riduzione dei valori locali sotto il segno dell’equivalenza generale. È esattamente questo, a farvi caso, il significato autentico dell’utopia di Moro: il sogno di un paese in cui tra luogo e spazio sia possibile la conciliazione, la coesistenza, e in cui perciò il contrasto tra periferia e centro non si conosce.
Utopia è rimasta un sogno ma, come su questo giornale l’altro giorno spiegava Peter Hall, le periferie non sono tutte uguali. Cominciamo dunque a riconoscerle, a tentare di spiegarne le differenze, a distinguerle e a dar loro un senso autentico, come verso la fine della sua vita Foucault voleva. Trent’anni fa Henri Lefebvre ha spiegato La produzione sociale dello spazio. Si tratta adesso di fare i conti con la produzione spaziale della società.
L’appello a Romano Prodi pubblicato qui accanto ha raccolto, in pochi giorni, trecento firme, fra le quali quelle di Giulia Maria Crespi, Desideria Pasolini dall'Onda, Arturo Osio, Giuseppe Chiarante, soci fondatori, rispettivamente, del FAI, di Italia Nostra, del Wwf Italia, dell’associazione Bianchi Bandinelli. Hanno firmato anche alcuni ex ministri – Giovanna Melandri, Paolo Baratta, Willer Bordon, Edo Ronchi – illustri storici dell’arte, archeologi, sovrintendenti, urbanisti, studiosi e docenti universitari. Promotore dell’iniziativa è il giornalista e scrittore Vittorio Emiliani, già direttore del Messaggero e consigliere d’amministrazione della Rai, da sempre impegnato nella tutela del patrimonio artistico e ambientale del nostro paese, in prima linea contro i disastri del governo Berlusconi. L’11 novembre, Emiliani ha organizzato una giornata nazionale di protesta con la parola d’ordine: “Cultura, Beni Culturali e Ambiente, un’Italia da rifare”. L’obiettivo è il medesimo che persegue l’appello a Prodi: far capire agli italiani che nell’ultimo quadriennio è stata scardinata l’idea stessa della prevalenza dell’interesse pubblico, sostituita da una pioggia di condoni e di sanatorie, di mance e di premi a favore di chi, invece, persegue esclusivamente i propri interessi a danno del Paese e della sua storia.
L’altra idea scardinata dall’attuale governo e dai suoi lacché è quella della inalienabilità dei beni culturali e ambientali di proprietà pubblica. Un principio in vigore da secoli, fin dalle leggi medicee e pontificie; salvo eccezioni stabilite dagli organi di tutela. Il governo di centro destra ha operato invece un vero e proprio ribaltamento, tutti i beni culturali e ambientali pubblici diventano vendibili, salvo eccezioni. E’ la logica della Patrimonio Spa e simili, desinate a finanziare opere pubbliche devastanti, a fare cassa con pezzi di patrimonio pubblico.
Mi interessa qui soprattutto riprendere e sviluppare il riferimento dell’appello al progetto di legge sul governo del territorio in discussione al Senato. Per due ragioni: perché il territorio è il contenitore di ogni altro bene culturale e perciò il suo buon governo è determinante per la conservazione dell’intero patrimonio pubblico; e perché il disegno di legge è stato già approvato dalla Camera alla fine del giugno scorso ed è urgente mobilitarci per impedirne l’approvazione definitiva. Sapendo che il testo ha goduto del sostanziale consenso di importanti settori del centro sinistra (ben 32 deputati dell’opposizione hanno votato a favore), dell’Istituto nazionale di urbanistica (ormai collaterale al centro destra) e del fragoroso silenzio della stampa (salvo Liberazione e poche altre pregiate eccezioni). Il disegno di legge prende il nome dal suo principale artefice, Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia, negli anni passati assessore del comune di Milano, ispiratore dell’urbanistica contrattata “di rito ambrosiano”. A Milano le regole urbanistiche sono una lontana memoria. Progetti e programmi pubblici e privati non sono tenuti a uniformarsi alle prescrizioni del piano regolatore ma, al contrario, è il piano regolatore che si deve adeguare ai progetti, diventando una specie di catasto dove si registrano le trasformazioni edilizie contrattate e concordate.
Con il disegno di legge Lupi, l’impostazione milanese viene estesa a tutta l’Italia. Mi fermo solo su tre funesti contenuti. La norma più grave è quella che cancella il principio stesso del governo pubblico del territorio, sostituendo gli atti cosiddetti “autoritativi”, vale a dire quelli propri del potere pubblico, con “atti negoziali”, assunti d’accordo con la proprietà immobiliare. La legge in discussione al Senato cancella poi gli standard urbanistici, che sono le quantità minime di spazi destinate a verde e a servizi garantite a tutti i cittadini, un vero e proprio diritto alla vivibilità, conquistato nell’ormai lontano 1968. E’ la stessa filosofia della devolution, i diritti possono non essere uguali per tutti. Se quasi ovunque nel Mezzogiorno adeguate disponibilità di verde pubblico e servizi sono ancora un miraggio, si provveda allora a ridurre gli obblighi di legge rispetto al centro nord. Il terzo insensato contenuto della proposta riguardal’indiscriminata incentivazione del consumo del suolo. Invece di imporre la preservazione di quanto resta di territorio non urbanizzato, come stanno facendo Francia, Germania, Inghilterra, e come richiede l’Unione europea, se ne legittima la dissipazione. Se avesse operato in passato una norma del genere, l’Appia Antica sarebbe come Casalpalocco, le colline di Bologna e di Firenze sarebbero come Posillipo, non ci sarebbe il parco delle Mura di Ferrara, non sarebbe stata salvata la costa della Maremma livornese, e così di seguito.
Pochissimi gli osservatori che hanno posto in relazione il disegno di legge Lupi con le spericolate avventure dei cosiddetti immobiliaristi che spadroneggiano nella finanza italiana, con la copertura delle autorità monetarie e politiche, e hanno contribuito a fare della rendita il motore dell’economia nazionale. La questione della rendita è strettamente legata all’urbanistica. Negli anni Sessanta e Settanta, l’impegno della cultura di sinistra per la riforma urbanistica era tutt’uno con il più generale impegno per contrastare, contenere e ridurre i privilegi della rendita immobiliare e finanziaria. Il patto fra i produttori, l’alleanza fra salario e profitto contro la rendita, furono efficacissime parole d’ordine e direzioni di marcia che nessuno ricorda. Fra i pochi soggetti che hanno messo in evidenza il primato, nell’Italia di oggi, della rendita sul profitto e sul salario, e della speculazione sull’impresa e sul lavoro, mi limito a ricordare il sito Eddyburg (di cui raccomando la quotidiana frequentazione).
Accanto alla rovinosa politica urbanistica del centro destra, l’appello ricorda le norme devastanti della legge delega sull’ambiente, l’umiliazione di tanta parte della dirigenza pubblica a causa del ricorso brutale allo spoil sytem, il paesaggio agrario ferito a morte, il disordine urbano, la crisi dei trasporti: ragioni tutte che impongono di “rifare l’Italia”, chiedendo a Romani Prodi di impegnarsi in tal senso. Concludo, riprendendo le conclusioni di Vittorio Emiliani alla giornata di protesta dell’11 novembre. In materia di beni culturali, le tesi esposte da Prodi in vista delle primarie non bastano, e la latitanza (o peggio) del centro sinistra nella vicenda della legge Lupi è molto preoccupante. Ci vuol altro: si tratta davvero di rifare, di ricostruire l’Italia migliore, che è stata ferita, macchiata, manomessa e violentata. Nel corpo e nelle leggi. Un compito di per sé immane, da realizzare anzitutto nelle coscienze, sperando che troppe di esse non siano state contagiate e corrotte. Un compito al quale le forze della cultura debbono dedicarsi con forza, ben al di là dei tagli alla Finanziaria, incalzando la politica e i politici sul piano strutturale, reclamando con forza di concorrere a un progetto Italia, a una sorta di New Deal della cultura e dell’arte da porre alla base della ripresa del nostro Paese, bello e infelice.
L'imponente manifestazione di mercoledì in val Susa per dire no alla Tav non ha impressionato la presidente della regione Mercedes Bresso. «Il progetto dell'alta velocità c'è, è quello e potrà essere modificato sulla base dei sondaggi. Ma il progetto va avanti, non è in discussione».
Presidente, i settantamila di mercoledì chiedevano ascolto.
Mah, avrei dei dubbi su questo. Dicendo no a priori è difficile dialogare. Se invece si dice: lavoriamo a migliorare il progetto, a minimizzare gli impatti locali e a valorizzare al massimo risorse che possono essere messe a disposizione della valle per un progetto di rinaturalizzazione, allora possiamo discutere.
I cittadini e gli amministratori della valle mettono in discussione l'utilità dell'opera.
Mi scusi, ma non tocca agli abitanti della val Susa metterla in discussione. L'Unione europea, lo stato italiano, lo stato francese, la regione Piemonte la pensano diversamente. Se il tema è che hanno deciso loro che l'opera è inutile, mi spiace ma tocca ad altri decidere. Mettiamo pure che abbiamo torto, comunque tocca a chi risponde a territori più vasti, ad esigenze economiche più vaste prendere decisioni. L'economia va sempre più avanti sulla logistica. Si producono servizi, cioè modificazioni di beni che arrivano dall'estremo oriente, dall'India, dall'Africa, confezionamenti, montaggi. Inoltre il Mediterraneo è lì, dalla Cina, dall'Africa, dall'India si verrà sempre di più attraverso il Mediterraneo: il porto di Genova, Barcellona, Marsiglia, Trieste. Il corridoio 5 è il grande asse di ridistribuzione delle merci al di sotto delle Alpi. Uno può dire che non gliene frega niente, però l'analisi che fa l'Europa, che facciamo noi, è diversa. Se non sono d'accordo, non tocca comunque a loro decidere, e neppure al primo che passa per la valle che non conosce il progetto e che in valle ci va solo per protestare.
Ma perché non prendere in considerazione l'alternativa proposta dalla valle, di riaggiustamento della linea storica?
Quello è in realtà un progetto complementare. La linea esistente è già in rimodernamento. Il traforo del Frejus ha 135 anni ed è in corso di rimodellazione per allargarlo, con cautela, naturalmente, in modo da consentire il passaggio dei treni con tir montati o rimorchi. Sono interventi necessari perché la Torino-Lyon sarà realizzata fra 10-15 anni. Se si parla di fare tunnel di base e poi andare al quadruplicamento in asse, allora si parla di un altro progetto che è già stato valutato e bocciato. A me sembra difficile allo stato attuale della progettazione tornare indietro. Abbiamo già il preliminare approvato e si sta facendo il definitivo: il tracciato è già stato deciso. In opere di questo genere, tornare indietro significa sì buttare soldi pubblici. Quando uno parla da lontano, senza mai aver guardato una carta, studiato la valle - perché quelli sono andati giusto a fare la manifestazione e hanno cominciato a parlare prima della manifestazione - può dire qualunque cosa. Io ho sempre detto agli amministratori della valle che sarebbe stato meglio sedersi sul serio attorno ai tavoli, cioè trattare. Perché meno si tratta e si dice no e basta, più le cose vanno avanti senza di te.
Però la valle è compatta nel suo no alla Tav.
Non mi pare proprio ci sia un fronte compatto. Gli amministratori sono ostaggio di quelli che, essendo contro, li tengono sotto tiro, non fisico ma morale. L'ultimo sondaggio di Repubblica realizzato in valle dà il 51% a favore della Tav, malgrado la disinformazione totale. Perché ormai è impossibile andare in valle a fare informazione. Lo apro domani il centro informazione in val Susa se non me lo vanno a bruciare. Adesso lo apriremo a porta Nuova, dove comunque la gente della valle potrà andare ad informarsi. In Piemonte la media di favorevoli è il 70%. Siamo dunque in presenza di una minoranza robusta e rumorosa. Come sempre le minoranze fanno questo. Se tutti ti dicono che morirai, diventi contro. Il problema è che non morirà nessuno lì, nessuno è mai morto di un treno. I lavori avverranno in sicurezza. L'Arpa ci dice che dove passa il tunnel di base non c'è amianto e le quantità possibili di uranio sono irrisorie e di nessun pericolo. E l'Arpa è più affidabile di chi da lontano parla a vanvera di queste cose.
I finanziamenti europei ci sono o no?
Sì, ci sono finanziamenti europei per fare i progetti e che, assieme a quelli dei due stati, servono tra l'altro per la galleria di Venaus. Quando sarà approvato il progetto ci sarà il finanziamento per il tratto internazionale, che ancora deve essere deciso ma che può essere tra il 20 e il 50% dei costi definitivi di quella tratta.
A giorni potrebbero partire i lavori del tunnel di Venaus. Sindaci, cittadini e comitati hanno già detto che non lasceranno che i lavori comincino.
La sua posizione?
La cosa è già decisa. Venaus è appaltata. L'azienda sta aspettando di fare i lavori, si stanno pagando le penali. Non c'è nulla da decidere, c'è solo da fare. L'unica cosa che si potrà fare è quella di sospendere eventualmente i lavori nel periodo olimpico per evitare tensioni.
Berlusconi e la casa Da Fanfani a Milano Quattro
A volte negli articoli sui problemi di oggi c’è la consapevolezza dello spessore dei problemi. Come in questo, da il manifesto del 13 novembre 2005
Zero virgola due. La nuova linea ridens del «più case per tutti» si infrange subito su un numero piccolo, piccolissimo: 0,2%, la percentuale sul Pil della spesa pubblica italiana per gli alloggi sociali. La media europea è del 3,8 per cento. Ma a Berlusconi i parametri europei, si sa, non piacciono molto. Meglio allora fare il confronto con quelli dell'amico Blair: 7%. I dati non sono però recentissimi. Risalgono al '99, piena era dell'Ulivo, e vengono da lontano. Così come sono storici i dati dell'altra anomalia italiana: 71,4 famiglie su 100 proprietarie della casa in cui vivono contro 28,6 in affitto «o altro». Che lo slogan di Berlusconi - «diventa anche tu proprietario» - sia stato di fatto il pilastro della non-politica della casa in Italia dagli anni Ottanta è questione vecchia. La novità, fiutata da Berlusconi che ci si è fiondato sopra con l'abituale mix di populismo e marketing, è che quel 28-30% di «affitto o altro» non ce la fa più. Sta per esplodere, e proprio sotto elezioni. Il boom dei valori immobiliari, quello delle nuove famiglie, gli arrivi dall'estero, i cambiamenti delle città stanno creando un mix insostenibile. I segnali della tempesta imminente vengono da ogni dove: dal presidente dell'XI Municipio di Roma, il nostro Sandro Medici, che avvia le requisizioni delle case sfitte come dalle pagine confindustriali del Sole 24 ore, dove è apparsa un'evocazione-rimpianto del piano-case di Fanfani, a firma dello storico Valerio Castronovo.
Dunque, in archivio il «meno tasse», arriva il «più case». Come, quando, perché e per chi, (non) ce lo diranno i prossimi mesi. I cinquantadue mesi di governo Berlusconi già passati invece ci possono dire cosa è stato fatto finora.
Nei primi cento giorni del governo Berlusconi II, oltre alle urgenze personali (rogatorie, falsi in bilancio, etc), qualcosa sulla casa c'è. Da un lato, le case che sono nei grandi patrimoni che passano da una generazione all'altra vengono - insieme a tutti gli altri elementi del grande patrimonio - esentate da quel piccolo residuo di imposta di successione che c'era. Dall'altro, si avvia la grande cartolarizzazione degli immobili degli enti previdenziali pubblici: 27.251 unità immobiliari subito con Scip 1, più altre 62.880 che arriveranno poi con Scip 2. La vendita delle case degli enti continua nel solco della politica «tutti proprietari» (anche se parecchi degli inquilini non possono permettersi di diventarlo e migliaia di famiglie entrano in emergenza) e riduce ulteriormente il patrimonio abitativo pubblico, che già dal '91 al 2001 era sceso da 1.135.000 a 973.000 unità. Non parliamo di quello dell'edilizia sociale e popolare - gli ex-Iacp - anch'essa in crollo; ma di quello delle case che gli enti pubblici dovevano detenere come riserva tecnica di garanzia e che davano in affitto a prezzi più o meno calmierati, con procedure più o meno trasparenti. Insomma, un piccolo cuscinetto d'affitto che adesso è spezzettato in tante proprietà individuali. Nel frattempo sono arrivate sul mercato della proprietà anche altre migliaia di abitazioni in affitto: quelle delle assicurazioni, delle banche, di casse di categoria, con gli inquilini ancor meno garantiti di quelli della Scip.
Negli stessi anni, altra traccia di politica per la casa non c'è, se si toglie il graduale e crescente taglio delle risorse ai comuni, in virtù del quale le grandi città hanno a loro volta tagliato i fondi di sostegno alle famiglie in affitto. Ma nel mondo e in Europa si gonfia la bolla immobiliare, che da noi non ha niente da invidiare agli altri: 69% di aumento di valori (reali) immobiliari in sette anni, compravendite che marciano a passo di carica (erano 690mila all'anno nel 2000, sono state 804mila nel 2004, solo per il settore residenziale). Comprano e vendono tutti, in molti indebitandosi fino al collo: già al settembre 2003 l'importo dei mutui-casa concessi dalle banche è a 151.721 milioni di euro, a metà 2004 è di 176.000 e rotti. L'Europa dà una mano: con il calo dei tassi di interesse, pochissimo usato dalle imprese per investire ma moltissimo usato (da famiglie e imprese) per comprare immobili. E Tremonti dà un'altra mano, con lo scudo fiscale che fa rientrare i capitali illecitamente detenuti all'estero, la gran parte dei quali va a finire nel mattone.
Una redistribuzione imponente avviene in Italia, mentre il parlamento esamina una riforma urbanistica che dà ai proprietari fondiari e ai palazzinari il diritto di sedersi al tavolo dove si scrivono i piani regolatori delle città. Sul trionfo della rendita emerge anche una nuova classe, diciamo così, «dirigente», la punta dell'iceberg dei miracolati del mattone: sono i nuovi poteri, che si mettono poi nei guai con le note vicende delle scalate a banche e assicurazioni e giornali. Ma questa è un'altra storia, che con Berlusconi non c'entra niente (se non per il tramite di Livolsi, suo grand commis). Mentre quel che resta della bolla sono i prezzi: delle case in proprietà, inaccessibili per «i poveri», ossia chi vive solo del suo normale reddito e non ha patrimoni alle spalle; e di quelle in affitto, altrettanto inaccessibili. Ma restano anche fior di patrimoni accumulati in cerca di nuovi affari: magari una Milano Quattro per poveracci, una bella banlieue.
È in corso la redazione del Piano paesaggistico regionale (PPR) della Sardegna. Al piano è affidato, tra l’altro, la definizione di una disciplina delle aree costiere, tutelate provvisoriamente con una legge di salvaguardia che impedisce le trasformazioni per una fascia di 2mila metri di profondità. Tra le strutture che collaborano alla redazione del piano è stato costituito un Comitato scientifico. Ecco (dai miei frettolosi appunti) alcune delle parole che il Presidente della Regione autonoma ha pronunciato nell’introdurre i lavori del Comitato. il 27 aprile 2005.
Abbiamo deciso di redigere il piano all’interno delle nostre strutture, utilizzando tutte le risorse umane e organizzative di cui la Regione dispone, anziché affidarci a studi professionali esterni. Abbiamo costituito il comitato scientifico, con tutte le competenze che ci sono apparse necessarie (e che siamo pronti a integrare, se lo si riterrà opportuno), sia per avere il supporto scientifico necessario, sia perché ci aiuti a crescere.
Che cosa vorremmo ottenere con il PPR? Innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna; la “valorizzazione” non ci interessa affatto. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola. Siamo interessati a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo: non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale.
Perché vogliamo questo? Intanto perché pensiamo che va fatto, ma anche perchè pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico. La Sardegna non vuole competere con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Carabi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre.
Dopo gli interventi dei membri della Giunta regionale e di quelli del Comitato scientifico Renato Soru è intervenuto di nuovo a proposito del documento “Linee guida per il Piano paesaggistico regionale invitando i membri del comitato a esprimere pareri ed emendamenti e affermando tra l’altro:
Bisogna che siano chiari i principi che sono alla base delle Linee guida. Il primo principio è: non tocchiamo nulla di ciò che è venuto bene. Poi ripuliamo e correggiamo quello che non va bene. Rendiamoci conto degli effetti degli interventi sbagliati: abbiamo costruito nuovi villaggi e abbiamo svuotato i paesi che c’erano: abbiamo costruito villaggi fantasmi, e abbiamo resi fantasmi i villaggi vivi. Dobbiamo sapere che facciamo un investimento per il futuro. Dovremo calcolare gli effetti economici della conservazione e della ripulitura. Oggi si costruisce importando da fuori componenti ed elementi, il moltiplicatore dell’attività edilizia si è drasticamente abbassato. Lo aumenteremo di nuovo se sapremo riutilizzare le tecniche tradizionali, i materiali tradizionali, i saperi tradizionali per conservare e ripulire. Dobbiamo essere capaci di far comprendere che tipo di Sardegna abbiamo in mente.
Si veda anche: Il Presidente Soru parla ai sindaci della costa
Nota: questo testo è la versione pubblicata nel volume collettivo La Grande Ricostruzione, Donzelli 2001, a cura di Paola Di Biagi. Una versione più lunga, che copre anche alcuni temi del secondo settennio del Piano, è stata pubblicata su Storia Urbana, n. 90, 2000. Qui, per ovvi motivi di spazio, ho omesso note e riferimenti bibliografici (f.b.)
Origini
Nel 1930 un gruppo di studenti di economia dell’Università Cattolica di Milano sta sperimentando un curioso metodo di ricerca sul campo, che coniuga felicemente carità cristiana e rigore scientifico. Coordinati da un assistente poco più anziano di loro, i giovani visitano le abitazioni dei poveri assistiti dall’opera San Vincenzo De’ Paoli, e oltre ad offrire aiuto chiedono informazioni sulla famiglia, il reddito, la salute, lo stato dell’abitazione, l’affollamento delle stanze. E’ un’indagine questionaria accurata, e i dati raccolti ed elaborati saranno presentati l’anno successivo come relazione al Congresso internazionale di demografia di Roma. Il relatore è l’appena ventitreenne assistente della Cattolica che aveva coordinato la ricerca: Amintore Fanfani. I risultati dello studio indicano che “causa precipua dell'affollamento è la miseria, la quale deriva dalla sproporzione fra entrate familiari - sia pure integrate dal periodico soccorso delle Opere di Carità - ed uscite, sulle quali non poco gravano la pigione di casa e le malattie”.
Studi come questo si collocano coerentemente nel dibattito degli anni trenta sulla casa economica e le politiche sociali. Anche se la produzione di case è ben al di sotto del fabbisogno, si sta instaurando un circolo virtuoso tra la cultura degli architetti e l’azione degli Istituti case popolari, presieduti spesso da personalità di grande rilievo politico e culturale, come Giuseppe Gorla a Milano, o Alberto Calza Bini a Roma. Sarà proprio Calza Bini, dopo l’approvazione del Testo Unico sull’edilizia popolare del 1938, a proporre una sostanziale innovazione nel settore, considerando “ormai maturo l’intervento delle classi lavoratrici e dei datori di lavoro per il finanziamento della casa popolare”. E’, in nuce, il principio alla base del piano Ina-Casa.
Ormai affermato professore di economia, nel 1942 Amintore Fanfani pubblica un volumetto di riflessioni sul problema della povertà, dove torna la centralità della questione abitativa: come momento di riconoscibilità del nucleo familiare, come potenziale luogo di letizia e fede, pronto però a trasformarsi in focolaio di malattie e immoralità quando la miseria irrompe nella vita quotidiana. Che fare? Fanfani non ha dubbi: la carità cristiana dovrà sempre essere alla base di qualunque azione, individuale o sociale, ma può essere molto aiutata da grandi piani di azione, che sappiano ad esempio coniugare interventi sul reddito, sulla salute, sulla casa: “Quando osservo le belle case moderne tutte dotate di servizi meravigliosi, spesso doppi e tripli [...] vedo in ciò un progresso che mi piacerebbe universalizzato; ma non posso restare dal domandarmi se chi ha pensato tanto bene ai propri comodi ha in parte provveduto [[...]] alle necessità di chi non ha casa”.
Il tema della casa popolare è, ancora al centro del dibattito al Convegno nazionale sulla ricostruzione edilizia nel 1945 come intreccio di: carenza di vani pregressa; arretratezza del settore edilizio; stasi della produzione; edifici distrutti dai bombardamenti; carenza di materie prime; crisi economica. Un piano di edilizia sociale dovrebbe programmare la costruzione di 18.000.000 di vani all’interno di un piano economico, urbanistico e in definitiva di una grande scelta di mutamento politico, che comprenda decisioni ad esempio sulla questione dei suoli, o della politica industriale.
Piero Bottoni presenta un piano per dare La casa a chi lavora, superando la logica degli Istituti delle case popolari di epoca fascista, in un quadro di nazionalizzazione e collettivizzazione: “come i lavoratori tendono a diventare compartecipi degli utili, ma non comproprietari delle aziende nazionalizzate, così essi devono divenire utenti, ma non proprietari delle case socializzate”. Dal punto di vista economico, il piano dovrebbe poggiare su un Istituto di Assicurazione sociale per la casa; ogni lavoratore vedrebbe costituita una assicurazione per la casa, con un contributo analogo a quella per gli infortuni; organizzativamente, la struttura dovrebbe basarsi su una entità centrale gestore dei fondi, e su strutture tecniche decentrate per la progettazione e realizzazione.
Oltre la questione edilizia, emerge anche quella urbanistica. Francesco Vito, economista cattolico, maestro e collega all’Università di Amintore Fanfani, interviene sul tema della demanializzazione delle aree fabbricabili. In dissenso con alcune ipotesi “di sinistra”, Vito si propone però come possibile mediatore verso le posizioni più radicalmente liberiste: “la demanializzazione di tutte le aree fabbricabili deve essere eliminata, anzi deve al più presto essere assicurato il pubblico che a piani di questo genere non si vuole pensare, d’altra parte [...] Io vorrei invitare i sostenitori dell’iniziativa privata [...] a non voler irrigidirsi nella loro posizione, ed a voler riconoscere la necessità dell’orientamento sociale”.
Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, Amintore Fanfani è confermato Ministro del lavoro nel terzo governo De Gasperi. Le elezioni non erano state vinte con un programma semplicemente conservatore, e “le riforme rimasero un momento fondamentale del dibattito politico”. Per Fanfani questo clima è ideale per lanciare il suo piano: “non una politica del lavoro di ampio respiro, [...] ma perlomeno una iniziativa concreta: un piano per la costruzione di case per i lavoratori”. A poche settimane dalla vittoria elettorale si avviano parallelamente l’ iter parlamentare di quello che è già il più visibile dei progetti governativi.
Nella seduta del 12 luglio alla Camera, Fanfani presenta i Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori, un programma settennale in cui si legano interventi atti a una politica di piena occupazione, interventi tesi ad alleviare la crisi degli alloggi, e contemporaneamente a rivitalizzare per un certo periodo e con continuità l’intero sistema economico nazionale. Dato che solo una piccola parte dei lavoratori beneficerà degli alloggi così realizzati, si prevede allo scadere del settennio un piano venticinquennale di restituzione dei buoni-casa ai non assegnatari. All’articolo 10 il disegno di legge recita “Le estrazioni avranno luogo [...] nella ricorrenza della festa del lavoro. La consegna degli alloggi avverrà normalmente nella ricorrenza della festa della Repubblica”.
Proprio sul criterio di sorteggio, si focalizza subito il dibattito in Commissione, con il relatore di maggioranza Mariano Rumor favorevole, contrapposto al relatore di minoranza, Giuseppe Di Vittorio. L’opposizione ritiene anche che debbano essere cercate fonti di finanziamento alternative a quella della trattenuta obbligatoria, ma soprattutto chiede una assegnazione “ secondo criteri valutativi delle condizioni del bisogno familiare”. Nel passaggio al Senato, dicembre 1948, sarà abolita la logica del sorteggio, e si ridurrà al 50% la quota degli alloggi da assegnare in proprietà.
Parallelamente all’ iter istituzionale, sul Piano Fanfani si sviluppa un ampio dibattito. Favorevole naturalmente il mondo vicino alla Democrazia cristiana, come “Operare”, rivista dei quadri dirigenti e imprenditoriali cattolici, che sostiene l’inserimento del piano in un più vasto programma di rilancio industriale, e curiosamente suggerisce di “iniziare la costruzione delle case prima della raccolta dei contributi, per creare in anticipo una atmosfera di maggior consenso e fiducia”. Emerge, evidente, la questione dell’immagine, del consenso, del forte ruolo di azione dimostrativa già assunto dal piano in fase di elaborazione. Del resto anche dai commenti favorevoli emerge l’obiettiva inadeguatezza del programma ad avviare davvero a soluzione i problemi dell’occupazione e della casa: bene il piano Fanfani, ma “non si devono ad oggi escludere altre forme di intervento statale dirette ad affrontare il problema della casa con visione realistica e con mezzi adeguati”.
Ci si chiede anche quale possa essere la reazione di un lavoratore che vede il proprio magro salario sottoposto a prelievo forzoso, con la prospettiva nel migliore dei casi “di riscuoterne il cumulo forsanche a sessantatre anni o dal miraggio di diventare, tra sessantatre e settanta anni, proprietario d’un ignoto alloggio a Girgenti mentr’egli vive a Torino”. Continuerà, questo lavoratore, a sostenere il governo e le sue politiche? Forse sarebbe meglio lasciare la costruzione di case all’iniziativa privata, con un risparmio non più forzoso ma volontario, tenendo conto anche del fatto che alla nuova occupazione creata dalle trattenute, si contrapporrebbe comunque la nuova disoccupazione generata dalla conseguente contrazione dei consumi. In definitiva “non è col piano Fanfani che viene risolta la suprema esigenza postulata da milioni e milioni di italiani, che anelano quattro mura proprie per sottrarsi a speculazioni ignobili e ritrovare la pace e la serenità domestica”, ma attraverso un intervento dello Stato che metta in condizione la libera impresa e il libero risparmio di realizzare abitazioni a prezzo accessibile. In conclusione “ognuno dovrebbe sentire la dignità e l’orgoglio di provvedere alla costruzione della propria casa [...] senza pretendere a aspettare interventi governativi, che applicati alla generalità sarebbero disastrosi per le finanze dello Stato”.
Padre Agostino Gemelli invita a pregare per la riuscita del piano, e Francesco Vito più concretamente liquida le proposte alternative della sinistra, per una ricostruzione programmata: “piuttosto che baloccarsi con progetti utopistici, meglio valeva affrontare subito il problema, incoraggiando in tutti i modi le costruzioni”.
Sarcastico il commento dell’opposizione comunista di fronte all’“incredibile parto della fantasia del prof. Fanfani”. Fingere di promuovere l’occupazione e la costruzione di case è operazione “socialdemagogica”, che produrrà al massimo un “grosso e dispendiosissimo carrozzone parastatale finanziato dal risparmio forzoso dei lavoratori”.
Nel febbraio del 1949 il piano conclude l’ iter parlamentare, con tre importanti modifiche rispetto al progetto originario: la quota del 50% di alloggi in affitto; il criterio di assegnazione non più a sorteggio ma secondo graduatorie di merito; il piano di finanziamento e le relative quote di contributi. L’opposizione riconosce i miglioramenti, ma richiede alcune modifiche strutturali, comunque respinte. Il tono del dibattito è ben riassunto da una battuta: “Questo disegno di legge [...] è controproducente; viene ad interferire come un corpo estraneo in tutto il problema delle costruzioni edilizie [...] Di rospi ve ne sono di due categorie: vi sono quelli che si mettono verticalmente - e sono facili ad ingoiare - e vi sono quelli che si mettono di traverso nell’esofago, sicché diventa una cosa impossibile trangugiarli. Il piano in esame è di questa seconda categoria: è un rospo difficilmente trangugiabile! Una voce al centro. Ma noi abbiamo lo stomaco buono!”. Il relatore di maggioranza, Mariano Rumor, ricorda a chi non se ne fosse accorto che la fine di febbraio è anche la fine dell’inverno: “Ormai la stagione delle costruzioni è alle porte, il bisogno c’è [[...]] E’ per questo che noi invitiamo l’opposizione a farsi comprensiva e ad aiutarci a fare di questa legge uno strumento di lavoro per i lavoratori italiani ( applausi al centro e a destra)”.
Operatività
La “macchina” del piano Fanfani inizia subito a marciare a pieno regime. In poche settimane, dopo l’approvazione, si costituiscono i due enti deliberante ed operativo - Il Comitato di attuazione e la Gestione Ina-Casa - si emanano i regolamenti, si articolano i rapporti con le stazioni appaltanti e con il mondo professionale preposto alla redazione dei progetti. Il primo cartello segnalante l’apertura di un cantiere Ina-Casa, con un investimento di 36 milioni per 18 alloggi, è alzato a Colleferro, in provincia di Roma, già nel luglio 1949: è solo la punta di un iceberg programmatorio e attuativo, che a partire da una struttura centrale leggera riesce a coordinare il sistema a rete decentrato, sfruttando al meglio le peculiarità italiane dell’impresa artigianale, dello studio professionale, anziché creare ex novo grandi apparati. Riemergono elementi alla base delle riflessioni di Fanfani nei Colloqui sui poveri: piani tecnicamente ineccepibili, ma nello stesso tempo in grado di dialogare personalmente con tutti i soggetti coinvolti. Gli architetti chiamati a redigere i progetti dovranno soddisfare i “bisogni spirituali e materiali dell’uomo, dell’uomo reale e non di un essere astratto: dell’uomo, cioè, che non ama e non comprende le ripetizioni infinite e monotone dello stesso tipo di abitazione fra le quali non distingue la propria”. E’ l’esatto opposto di quanto l’immaginario collettivo identifica nell’accezione di “casa popolare”: un oggetto d’uso, un servizio, ma sempre molto lontano da qualcosa in cui la famiglia italiana, di radice e cultura contadina, possa identificarsi. Nemmeno le opinioni correnti dei ceti medi e della borghesia (il cui consenso pure è ricercato da Fanfani) sembrano scostarsi molto da questa idea. Ne L’Orologio di Carlo Levi, il quartiere Garbatella è descritto come “architettura [...] fatta con boria e disprezzo, per un popolo considerato inferiore [[...] perché ci viva dentro tutte le sue povere ore, nel modo più scomodo e doloroso”. A ricomporre questa frattura tra architetti e immaginario collettivo, i progettisti dell’Ina-Casa sono invitati implicitamente ad un approccio, per dirla con il Fanfani del 1942, di Colloquio con la committenza.
I critici individuano abbastanza chiaramente come il piano somigli molto ad un puro programma di creazione del consenso, di cui l’enorme aspettativa di proprietà della casa costituiscono il cuore, e l’incremento occupazionale, e la costruzione di case, solo la facciata. Di più. Il governo si sta creando con il denaro di tutti i contribuenti una base di piccoli proprietari: “ La metà del piano Fanfani, così come stato approvato, costituisce un fortissimo regalo non necessario fatto a una minoranza, e non la più bisognosa, coi denari di tutti, e quindi con danno della generalità”.
Anche commentatori non pregiudizialmente critici iniziano a porsi alcune questioni sulla sua natura e i suoi obiettivi reali: ha al centro l’occupazione, oppure la costruzione di case? “combattere la disoccupazione costruendo case là dove queste sono meno necessarie [...] avrebbe sì risolto la crisi delle abitazioni in alcuni comuni, ma avrebbe ritardato la risoluzione del problema in tutto il paese. La lotta quindi alla disoccupazione [...] non costituisce il motivo principale del piano ma piuttosto una sua conseguenza. Se così è, la finalità principale del piano è la costruzione di case”. Si stigmatizza come la portata del piano sia stata gonfiata nel periodo antecedente l’approvazione, sia sul versante dei posti di lavoro che su quello della costruzione di case, mettendo in ombra l’attività del Ministero dei Lavori pubblici, sede competente per gli interventi nel settore. Dal canto suo l’opposizione di sinistra, ottenendo il 50% degli alloggi in locazione, non riesce a modificare l’idea di fondo della legge, e la sua capacità di entrare in sinergia con le aspettative della maggioranza dei lavoratori italiani, e men che meno “ad inquadrare l’intervento dell’Ina-Casa in un processo di programmazione dell’offerta pubblica e di controllo dell’espansione urbana”. Il piano si inserisce nei programmi governativi: riforma agraria, provvedimenti per il Mezzogiorno, vari interventi di tipo sociale “per la verità assai frammentari, ma legati ad una dimensione ben presente nell’ideologia democratico-cristiana - il solidarismo - che ispirò quei provvedimenti e altri presi successivamente”. L’Ina-Casa, coinvolge ampi strati di borghesia legata alle professioni. Inizia, soprattutto al sud, l’epoca in cui all’ombra degli investimenti pubblici “Ingegneri, architetti, avvocati e ragionieri, purchè collegati ai nuovi padrini delle città, poterono guardare con gioia ad anni di attività lucrose e di posizioni influenti [...] Per la classe operaia la storia fu naturalmente abbastanza diversa”. Inizia, anche, il “miracolo” italiano, con i suoi costi in termini di migrazioni, squilibri, crisi dell’agricoltura, congestione, sottrazione di risorse ai servizi per investimenti in autostrade. In questo complesso, il piano Fanfani si inserisce senza problemi, con le sue dichiarazioni di praticato localismo, centralità della famiglia e della comunità, di valorizzazione dell’impresa artigiana e dello studio professionale contro la tipizzazione dell’industria e dei think tanks.
Amintore Fanfani, anche se ha quasi subito abbandonato il Ministero del lavoro per altri incarichi, continua a pensare al piano come ad una propria creatura, foriera di immagine pubblica e di consenso. Per la Pasqua dell’Anno Santo 1950, gli viene affidata una “conversazione” radiofonica sul tema quaresimale Opere di misericordia corporale, e ci si può immaginare che molti dei possessori di apparecchi radiofonici, quella sera siano in ascolto, se non altro in assenza di meglio. Il tema scelto da Fanfani è Alloggiare i pellegrini, e dopo qualche divagazione storica, quasi fatalmente, il ministro proponente il piano Ina-Casa si chiede davanti alla vasta platea: chi sono, i pellegrini di oggi? Risposta: i senza casa, le vittime del sovraffollamento, delle distruzioni belliche, della promiscuità forzata. Opera di misericordia corporale, nella società contemporanea, è di conseguenza contribuire all’attuazione del piano Ina-Casa, la cui “idea ispiratrice [...] ed il modo con il quale da tutti sono versati i fondi [...] consente di dire che esso fa accogliere dalla comunità italiana nel suo complesso l’invito cristiano di alloggiare i pellegrini”. Si ricordino allora, che “son [...] avvisati del merito soprannaturale ed aggiuntivo che possono procurarsi ideatori, amministratori, architetti, ingegneri, operai, contribuenti che collaborano alla riuscita di questo piano”. Non è la certezza del Paradiso, ma ci manca poco.
Ancora nel 1950 Fanfani tratta su Operare il tema del rapporto fra disoccupazione, stabilità sociale, intervento pubblico nell’economia. Emerge, l’idea che la lotta alla disoccupazione non possa essere affrontata con politiche di lavori pubblici tradizionali, se essi non sono tesi a ricostruire un tessuto senza il quale “il disoccupato fatalmente è candidato alla sovversione. Fatalmente”. Tra i vari rimedi citati a questo proposito dal professor Fanfani, quello sperimentato in una impresa privata, che con incentivi economici convince le lavoratrici a tornare casalinghe, liberando posti di lavoro che saranno occupati da capifamiglia maschi. Come non paragonare, questo singolare esempio di incremento occupazione operaia maschile e rafforzamento del focolare domestico, con il circuito virtuoso lavoro-casa-famiglia-società alla base del piano Ina-Casa?
Un circuito virtuoso che, anche cifre alla mano, sembra funzionare: nel dicembre 1949, a soli sei mesi dall’approvazione della legge, inizia a scendere il numero dei disoccupati, da 2.226.290 a 2.055.606. Una variazione lieve, ma a parere di alcuni commentatori significativa dell’inversione di tendenza indotta.
Di diverso avviso l’opposizione di sinistra, che con il Piano del lavoro proposto nel 1950 dalla Cgil indica di nuovo i limiti “strategici” del Piano incremento occupazione operaia: essere un’azione in qualche modo positiva, ma non commisurata alla portata dei problemi aperti, e votata più alla visibilità che alla sostanza. La relazione sul tema specifico della casa nel quadro del Piano del lavoro, è affidata a Irenio Diotallevi e Franco Marescotti, che sin dagli anni trenta con Ordine e destino della casa popolare, si erano imposti come punta avanzata della ricerca e della divulgazione in materia di edilizia economica. L’architettura della loro proposta prende il via dalle considerazioni statistiche di un dei più benevoli critici dell’Ina-Casa, e inquadra i temi del fabbisogno generale, pregresso e futuro definendo una struttura organizzativa entro cui “vengono chiamati direttamente in causa lo Stato, per l’impegno finanziario, la Regione, come specifico organo direttivo, e l’Ente locale come proprietario ed esecutore dei lavori: organismi che per la loro natura ed importanza, si possono considerare come i più atti ad impossessarsi del problema ed a risolverlo, a dare cioè ad ogni famiglia italiana una casa conforme ai suoi bisogni ed al suo libero e pacifico sviluppo”.
E’, quello della Cgil, un ambizioso programma di politica economica per conseguire la piena occupazione, lasciando i ricchi un po’ meno ricchi ma ancora decisamente ricchi, come conclude tra le risate dei presenti Giuseppe Di Vittorio: tanto più ambizioso quanto irrealizzabile, portatore di un progetto di società ben diverso da quello incarnato da Fanfani. Più che un “contropiano”, dunque, un manifesto, un tentativo della sinistra di uscire dall’isolamento politico dopo la sconfitta del 1948.
Alle grandi affermazioni di principio del Piano del lavoro, si contrappone la concretezza e visibilità dell’ormai avviatissimo piano Fanfani: alloggi consegnati, quartieri terminati, e avvio della riflessione da parte degli architetti. Il giudizio dei progettisti in questa prima fase sembra orientato all’ottimismo, e Renato Bonelli si fa portavoce di questo clima sostenendo la scelta del Comitato di attuazione di evitare la progettazione d’ufficio, rivolgendosi alla libera professione, più attenta alle particolarità locali e ai bisogni delle famiglie: “ciò rappresenta [...] rivalutazione della loro figura professionale sotto l’aspetto sociale e tecnico”. Saverio Muratori sottolinea invece la capacità del piano di utilizzare al meglio le potenzialità della cultura architettonica italiana, sia dal punto di vista tecnico-progettuale che nell’organizzazione produttiva e articolazione territoriale. Da un lato, quindi, la Gestione Ina-Casa come organo di coordinamento, garanzia, controllo, stimolo e divulgazione. Dall’altra la rete della libera professione, con la sua capacità di fungere da tramite fra bisogni reali della società e organi istituzionali. In più, “è merito della Gestione avere, contro il malinteso industrialismo del nostro tempo esaltante l’aspetto quantitativo su quello qualitativo”. In definitiva, il ricorso ai liberi professionisti ha portato nei progetti Ina-Casa “elementi che sono essenziali del nostro spirito latino, ossia l’impronta personale del progettista in ogni fabbricato e il carattere ambientale”.
Al 1951 è stata avviata la costruzione di 96.000 alloggi, di cui il 30% terminati, e la metà di questi già abitati, distribuiti in quasi 2.500 comuni, molti di piccole dimensioni, con una capillarità di presenza mai riscontrata in Italia. Questa diluizione territoriale delle realizzazioni, insieme al loro essere un “manifesto” del nuovo modo di abitare, ne enfatizza la visibilità: tutti iniziano a conoscere e riconoscere le "case Fanfani", il loro modo di “offrire ai lavoratori le condizioni per sentirsi veramente a casa propria”. Anche gli emigrati in Europa o in America, sul periodico a loro dedicato, “Italiani nel mondo”, possono leggere di una nazione molto diversa da quella che hanno forzatamente abbandonato, dove ora si può vivere in abitazioni “con caratteristiche architettoniche e funzionali di tono elevato, tali da favorire un elevamento del livello sociale dei locatari”. Oltre le celebrazioni, parlano comunque le cifre. Solo nel 1950-51 cantieri Ina-Casa hanno assorbito 10 milioni di giornate lavorative, corrispondenti in media all’occupazione continuativa di 50.000 operai. Ancora più ragguardevole, anche se difficile da stimare, l’effetto sull’occupazione delle industrie correlate.
Ma ci sono altre cifre. Al 1951 risultano in Italia 10.630.000 abitazioni, occupate da 11.374.000 famiglie, di cui 219.000 “improprie”: grotte, baracche, barche, botteghe e magazzini. Con questi presupposti, si chiede qualcuno, ha senso investire risorse in direzione della casa da cedere in proprietà, come nel caso del Piano Fanfani? L’investimento pubblico in questa direzione “congela” risorse edilizie, anziché metterle a disposizione di chi è effettivamente bisognoso. In altre parole alla cessazione dello stato di bisogno dovrebbe cessare il beneficio della casa a buon mercato, e ciò non è certo possibile cedendo in proprietà gli alloggi. Un altro fronte aperto è la riduzione dei costi attraverso studi e ricerche che dovranno comprendere tutto il ciclo dall’identificazione dei bisogni, alla progettazione urbanistica e reperimento delle aree, alla sperimentazione di nuove tecniche costruttive, di organizzazione del cantiere e degli studi di progettazione. Si indica il prototipo di questa sperimentazione nel QT8 di Milano e in parte, a livello nazionale, negli alti standards residenziali perseguiti dalle case Fanfani, con tipologie che “hanno incontrato il favore del pubblico e si vanno ora diffondendo ad opera dell’iniziativa privata”.
Un’occasione per riflettere sui temi sociali e progettuali del piano, è il volume in occasione del Congresso dell'Istituto nazionale di urbanistica di Venezia del 1952, che ne presenta le realizzazioni. Adriano Olivetti nella prefazione loda la scelta di realizzare quartieri, anziché interventi singoli. Bruno Zevi ne ripercorre le vicende, a partire dal febbraio 1949, in cui con l’approvazione della legge finiva “un inverno duro per gli architetti e nebbioso per le prospettive edilizie. [...] Gli architetti, nella nuova società democratica che emergeva dalle immani distruzioni belliche [...] erano alla ricerca di una nuova clientela, più vasta della precedente che era allora economicamente sconfitta”. Ancora il ruolo chiave della libera professione, dunque, che però Zevi declina secondo modalità nuove, indicando nell’Ina-Casa il trait d‘union fra i lavoratori e gli architetti, forze sociali vive, complementari, ma sinora estranee. Per mantenere e rinsaldare questo nuovo patto occorre mantenere vivo lo spirito iniziale, evitando la burocratizzazione organizzativa e l’appiattimento tecnico, per realizzare “nuove abitazioni veramente capaci di contribuire ad elevare il tono di vita materiale e morale della classi lavoratrici”.
Evoluzione
Con il consolidamento e l’inizio di evoluzione del piano nei primi anni cinquanta, si dileguano definitivamente le perplessità sul prelievo forzoso, che nelle discussioni parlamentari aveva suscitato tante polemiche: l’avvio della ripresa economica rende accettabile l’idea di perdere lo 0,6% del proprio stipendio. Risolta la questione del prelievo obbligatorio, ne restano aperte molte altre, tra cui quella dei criteri di assegnazione: situazioni di emergenza abitativa create ad hoc per guadagnare punti, corrispondente esclusione di famiglie aventi diritto, ed infine collocazione “fuori mercato” dei fitti e delle quote di riscatto (anche rispetto all’edilizia popolare non Ina-Casa), rendono improcrastinabile una riforma dei criteri di assegnazione. Mentre si intravede la certezza di proroga dell’Ina-Casa per un secondo settennio, le proposte di riforma riguardano un maggior legame con il territorio (più lunga presenza in loco del lavoratore contribuente/assegnatario), e con il piano (più lunga serie di trattenute, invece dell’unica mensilità richiesta dal programma originario). Altro miglioramento auspicato, è quello del rapporto tra Ina-Casa ed enti locali, che l’evoluzione materiale del programma in direzione della “politica dei quartieri” aveva di fatto reso molto più stretto: “Il piano [...] ha dovuto riconoscere il quartiere come elemento ultimo per il suo investimento: non la casa singola. Ed è per questo che il piano ha avuto bisogno del comune, per concretarsi, e ha finito per potenziarne la funzione urbanistica. E’ probabilmente lungo questa direttrice che bisognerà progredire”.
Al tema del quartiere si lega strettamente l’indagine campionaria sulle preferenze degli assegnatari, con l’esordio degli assistenti/animatori sociali. Recuperando lo spirito con cui nel 1930 il giovane Fanfani entrava nelle case dei poveri, ora i nuovi operatori verificano quanto il trait d’union teorizzato da Bruno Zevi sia effettivamente operante. Il rapporto finale della ricerca si focalizza su due punti: il piano dove è collocato l’alloggio, e il ruolo della cucina nel contesto dell’abitazione. In sintesi, l’insieme delle risposte si riassume in un atteggiamento ostile alla maggior parte delle innovazioni introdotte dai progettisti, e delinea aspirazioni a una vita familiare vicina nell’immaginario collettivo a quella borghese, quanto lontana dalle promiscuità popolaresche dei quartieri storici e dell’edilizia rurale che avevano influenzato parte della ricerca progettuale. Un conservatorismo degli assegnatari che ben si coniuga con l’idea - forte e vincente - del piano come veicolo di graduale modernizzazione senza fratture della società italiana, in grado di mettere in comunicazione l’ambiente culturale delle città e delle professioni, con quello diffuso delle campagne e dei notabili locali. Il tutto, con un’attenzione particolare alla massima attenuazione dei conflitti: da quelli sull’entità del prelievo forzoso, a quelli sull’inaccettabilità socio-familiare dell’alloggio.
Non è certo un caso se, alla vigilia di scadenza del primo settennio, viene attivato il Servizio sociale, a riempire un vuoto che la politica in tema di case popolari del fascismo aveva totalmente trascurato: l’enorme iato tra individuo/famiglia di tradizione contadina e società complessa nel quadro dell’insediamento urbano. L’attivazione del servizio sociale, di fatto, sanziona il passaggio dal progetto al processo: gli spazi di alloggio e di quartiere non saranno più terreno di caccia esclusivo per architetti e/o burocrati, ma luogo di interazione e partecipazione. Il percorso è lungo, e di fatto attraverserà un importante periodo della storia italiana recente, ma un dato è incontestabile: la creazione dei nuovi alloggi e quartieri finanziati dal piano Ina-Casa, con il coinvolgimento di molte forze sociali e professionali, rappresenta un percorso di modernizzazione organico.
In questo, oltre le idee di società solidale cattolica alla base del piano, sta la forza di un programma i cui risultati sono ancora visibili ed eloquenti. Anche al turista più distratto appena uscito dal centro storico.
Titolo originale:The Case for Paleo-Urbanism– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Circa venticinque anni fa, un costruttore e una coppia di architetti decisero di mettersi insieme per realizzare una cittadina che avrebbe radicalmente messo in discussione il senso comune dei costruttori contemporanei, e violato le convenzionali norme di zoning della maggior parte delle città del Nord America. A differenza di qualunque altro insediamento di quell’anno, pensarono lo spazio pubblico di quella città mettendo prima di tutto al centro il verde, da cui si irraggiavano le strade, culminanti in punti focali di interesse architettonico. Erano strade strette e fiancheggiate da ampi marciapiedi, a dimostrare che i pedoni avevano tanto diritto di star lì quanto le auto. Le case erano costruite vicine le une alle altre, e abbastanza vicino al marciapiede da poter tenere una conversazione dal portico con chi passava senza alzare la voce. Invece del solito mare di saracinesche da garage, sul fronte delle case c’erano basse recinzioni e porte per esseri umani a dare il benvenuto. Non era proibito l’accesso alle auto, ma si richiedeva si usare per tutte le case un vicolo sul retro per entrare nei garages. Anche se si trattava di un complesso di soli tre ettari, esso comprendeva una serie di funzioni (commercio, edifici pubblici, residenza) e insieme una miscela di tipi di abitazioni (casette isolate, appartamenti, abitazioni sopra i negozi).
A parte la rete irraggiante di strade, questa nuova cittadina “rivoluzionaria” non era tanto diversa dal tipo di piccolo centro o quartiere che si era costruito per decenni in tutto il Nord America sino a prima della seconda guerra mondiale. Ma nonostante ciò, la maggior parte degli operatori del settore pensavano che Seaside, Florida, avrebbe fallito. Non andò così. A dire il vero ebbe tanto successo che i valori immobiliari lì superarono quelli degli altri complessi nella zona dieci a uno. Negli anni seguenti, furono iniziati parecchi complessi di questo tipo “neo-tradizionale”. Undici anni dopo, architetti e costruttori di questi complessi collaborarono alla nascita del movimento diventato noto come New Urbanism. Ora esistono circa 650 insediamenti New Urbanist in vari stadi di sviluppo in tutto il Nord America. La maggior parte funziona molto bene nel libero mercato. Negli ambienti governativi ai vari livelli, molti urbanisti che dieci anni fa avrebbero solo visto una trasgressione alle norme di zoning, in queste strade strette e quartieri a funzioni miste, sono fra i più decisi sostenitori del New Urbanism o del suo movimento parallelo, la Smart Growth.
Non tutti sono convinti del successo economico dei New Urbanists e della loro accettazione da parte della gilda dei pianificatori. Il geografo David Harvey vede il pericolo che essi compiano alcuni degli stessi errori dei modernisti che criticano. Una delle preoccupazioni sollevate da Harvey nel suo articolo “The New Urbanism and the Communitarian Trap” (Harvard Design Magazine, 1997: 1- disponibile anche qui su Eddyburg), è la questione implicita in tutte le forme di utopismo. Precisamente, Harvey mette in guardia riguardo alla convinzione che cambiando l’ambiente si cambiano i comportamenti: “il movimento non riconosce che le difficoltà fondamentale col modernismo era la sua persistente abitudine di privilegiare le forme spaziali rispetto ai processi sociali”. Anche se si tratta di un avvertimento legittimo per qualunque movimento che si concentri sull’ambiente costruito, questo non è necessariamente il fato del New Urbanism. Chi sta al di fuori vede i piani di queste nuove città, ma quello che non vede è il processo a molti strati che sta dietro ai piani. I nuovi urbanisti hanno messo a punto un processo di charrette in cui i soggetti interessati, gli esperti, e in generale la comunità si riuniscono per fissare priorità e stendere i progetti. A differenza della classica “assemblea pubblica” che è di solito concepita per sciogliere critiche e resistenze rispetto a un progetto già esistente, in una charrette i partecipanti costruiscono il piano dalle fondamenta, e vedono le proprie idee messe in pratica.
Un’altra critica nei confronti del New Urbanism è il suo sottile storicismo e pervasiva qualità nostalgica. Dopo l’invito del governatore del Mississippi che chiamava 100 personalità New Urbanist a un consulto sulla ricostruzione delle città costiere distrutte dall’uragano Katrina, Eric Owen Moss, Direttore del Southern California Institute of Architecture, ha commentato che i nuovi urbanisti avrebbero offerto una “soluzione in scatola” per ricostruire la costa del Mississippi. Che la loro progettazione tradizionale avrebbe ricordato “un tipo di Mississippi anacronistico che anela ai bei vecchi giorni dello Old South tanto lenti ed equilibrati, piacevoli e ariosi, quando ogni persona sapeva stare al proprio posto” (Blair Kamin, “Mississippi Rocks the Boat with Bold Coastal Designs”, Chicago Tribune, 18 ottobre 2005). Se molti costruttori dell’area New Urbanist sono caduti nell’abitudine di offrire ai propri clienti una scelta piuttosto ristretta di tipologie storiche fra cui scegliere, si tratta di una risposta diretta a una domanda di mercato, e non di una base del movimento. I critici dell’architettura di solito mancano di comprendere l’importante distinzione fra architettura e urbanistica quando sparano certe bordate ai tentativi New Urbanist. I nuovi urbanisti sono molto più preoccupati di fare buona urbanistica – come gli edifici si rapportano con la strada e l’uno con l’altro, come funziona l’ambiente pubblico – di quanto non si interessino a qualunque particolare stile architettonico. Anche il paradigmatico intervento di Seaside contiene di tutto, dal colonial all’avanguardia, nella progettazione architettonica.
E infine, il New Urbanism è accusato di servire una specifica ed esclusiva categoria demografica: “Il new urbanism è essenzialmente un movimento bianco ed elitario - sostiene il teologo Glenn Smith, professore di teologia urbana alla McGill University di Montreal” (K. Connie Kang, “New Urban Model Becomes Article of Faith”, Los Angeles Times, 25 giugno 2005 - disponibile anche su Eddyburg). Non conta che la stessa accusa possa essere rivolta – come raramente avviene – anche contro il movimento ambientalista. Una critica del genere rappresenta una sfida significativa al senso di lungo termine del New Urbanism. Non credo che elitarismo e esclusività stiano nelle intenzioni dei sostenitori del movimento, ma i New Urbanists sono diventati vittime del proprio stesso successo. Ci sono così tante brutte, convenzionali, lottizzazioni suburbane che si costruiscono e, per contro, tanti pochi interventi realizzati con un po’ di buona urbanistica, che la domanda per una buona pianificazione tende a scappare verso i quartieri New Urbanist appena si rendono disponibili sul mercato.
Comunque, anche se il mercato inizia a correggersi e le abitazioni in un complesso New Urban diventano competitive con quelle in una lottizzazione suburbana, il problema dell’esclusività non è stato affrontato adeguatamente. Solo una piccola percentuale della popolazione nordamericana ricade nella categoria del nuovo acquirente di case. In più, molti americani vivono in appartamenti o case nelle parti vecchie delle città. Per la maggior parte di queste persone la percentuale di nuove case orientate al New Urbanism e lontane dal modo suburbano avrà pochi effetti sulla qualità della vita. Per fortuna, parecchi dei vecchi quartieri e centri urbani, dove vivono molte persone, hanno carattere urbano tradizionale anziché suburbano.
Questi quartieri sotto osservazione nelle città e cittadine costituiscono la scorta paleo-urbanistica del nord America. Sono stato introdotto al termine “ paleo-urbanistico” con Howard Ahmanson durante un convegno a Seaside, Florida, nel 2002. Molti di questi quartieri hanno bisogno di investimenti privati, aggiustamenti delle infrastrutture, scuole migliori. Ma hanno “buone ossa” in una prospettiva urbanistica. Il successo del New Urbanism si misurerà non da quanti nuovi interventi si riusciranno a realizzare entro un particolare periodo, ma da come la spinta generata da questi interventi saprà diffondersi nel tessuto urbano esistente del Nord America. D’altra parte, l’esperienza urbana collettiva di chi vive e forma questi insediamenti storici conferisce legittimità a progetti New Urban vulnerabili alle accuse di utopismo e nostalgia. Col paleo-urbanism che comincia ad apparire più nuovo e il new urbanism che inizia a mostrarsi un po’ più vecchio, credo si possa recuperare il senso positivo della forza vitale della buona urbanistica.
Come pastore, mi piace paragonare questo processo al ruolo dei movimenti di riforma interni alla chiesa. Sono il primo ad ammettere che la chiesa locale solidamente radicata nella tradizione storica sia piuttosto lontana dall’essere perfetta. Cosa più importante, queste chiese sono spesso sorde alle critiche e lente a cambiare. È raro che un vero cambiamento avvenga dall’interno della chiesa. Ma, nel corso della storia, sono emersi movimenti di riforma contro questi limiti. Molti dall’interno vedevano i movimento come una minaccia e li criticavano aspramente di voler togliere fedeli alla chiesa. Ma in generale vedo in questi movimenti un aiuto profetico alle chiese per riconoscere i propri limiti e operare i necessari cambiamenti. Nonostante questo giudizio positivo generale, riconosco anche che questi movimenti aiutano le riforme, ma non sostituiscono il ministero della chiesa locale.
Lo stesso mi pare per il New Urbanism nei confronti delle comunità paleo-urbanist. Le città, cittadine e quartieri con radici storiche costituiscono le forme e ambienti specifici dove devono essere vissute le nostre esistenze collettive. Fra cinquant’anni, qualche complesso New Urbanist diverrà storicamente radicato. Per adesso, li si comprende meglio in quanto movimenti di riforma. Il loro successo deve essere valutato non in base al mercato o al numero delle realizzazioni, ma piuttosto su come la loro esistenza migliora la qualità degli ambienti urbani tradizionali. Possiamo già dire che il loro effetto è stato positivo. In molte vecchie città, cittadine e quartieri si ripensano le norme di zoning, le larghezze stradali, gli standards dei parcheggi, secondo modalità New Urbanist. E vediamo tornare l’ambiente pubblico in molte comunità urbane. Nella misura in cui di queste trasformazioni si debba dar credito ai pionieri del New Urbanism, io applaudo i New Urbanists. Senza un collegamento vitale con la vita civica in senso ampio, il movimento potrebbe davvero essere a rischio di utopismo, nostalgia, ed elitarismo. Se il New Urbanism vuole evitare questo destino, deve considerare seriamente prospettive ed esperienze di chi vive negli ambienti paleo-urbani.
Nota: il testo originale di questo assai più originale, stravagante, assertivo articolo al sito di Comment Magazine ; forse a qualcuno potrà anche interessare la mia recensione del libro di Jacobsen, I Marciapiedi del Cielo (f.b.)
Il ministero contro se stesso. Lo Stato che rinuncia a difendersi. E che abbandona al loro destino i vincoli che aveva emesso per meglio tutelare un patrimonio naturale, ma anche storico e archeologico come il promontorio del Conero, nelle Marche, rischiando pure di dover pagare un sacco di soldi. È il paradossale esito di una vicenda che si trascina da un paio di anni e che, salvo sussulti dell’ultim’ora, dovrebbe concludersi oggi, quando scade il termine entro il quale l’Avvocatura dello Stato potrà costituirsi in giudizio presso il Consiglio di Stato contro alcuni Comuni e un gruppo di costruttori, un’associazione industriale e diversi ordini professionali i quali vorrebbero annullare il vincolo posto dalla Soprintendenza marchigiana. Vincolo che arrivò dopo un prezioso lavoro di salvaguardia: comprendeva un’estensione molto vasta, e questa venne considerata un’anomalia, ma non lo era, perché rispettava una consuetudine antica quanto il ministero e risalente a Giovanni Spadolini, il quale prese un provvedimento che copriva quasi per intero il lago di Bolsena. Il termine sta per scadere, ma dai vertici dei Beni culturali non giunge nessun segnale. Anzi ne arrivano in direzione contraria: non è un mistero, infatti, che diversi uffici centrali del Ministero hanno manifestato più volte la propria opposizione a quel vincolo, ribadita persino in una serie di lettere all’Avvocatura dello Stato.
La vicenda ha inizio nel settembre del 2003 quando le Soprintendenze (oltre quella regionale, anche quelle territoriali) raccolsero in un unico provvedimento la grande quantità di vincoli che da tempo tutelavano il Conero. Un vincolo paesaggistico esisteva già, ma ad avviso dei soprintendenti, non dava sufficienti garanzie per proteggere il promontorio dagli appetiti edificatori. Infatti quel genere di salvaguardia, centrato sugli aspetti naturalistici, era stato fortemente indebolito dal fatto che a custodirli fossero stati chiamati i Comuni, cioè gli enti locali che erogano le concessioni edilizie e che più sono oggetto delle lusinghe di chi costruisce (gran confusione ha poi creato il nuovo Codice promosso da Urbani). Inoltre, questo il ragionamento delle Soprintendenze, il Conero è un territorio di pregio per mille motivi. È vero che si tratta dell’unica emergenza montuosa (572 metri) in un territorio tutto pianeggiante, la lunga striscia di costa che va dal Gargano a Trieste. Ma è anche vero che questa posizione a picco sul mare ne ha fatto nei secoli luogo di avvistamento, una specie di faro in mezzo alle onde, dove dall’antichità sono sorti templi e poi chiese, eremi e monasteri. Nel verde della macchia mediterranea si trova, per esempio, la chiesa romanica di Santa Maria di Portonovo. Gli scavi hanno portato alla luce una necropoli usata fin dal mille a. C.. E l’importanza storica di tutto il sito è documentata dalla raffigurazione del Conero sulla Colonna Traiana a Roma e in un affresco nel Duomo di Siena.
Il Conero si è salvato dagli assalti speculativi degli anni Sessanta e Settanta. Nel 1987 è stato istituito un parco regionale, che ha contribuito a proteggerlo, anche se negli anni successivi si è cominciata a sentire la pressione di quella "città diffusa" che si espandeva lungo la pianura a ridosso dell’Adriatico.
Dopo il 2000 si scatena l’assalto. I Comuni che abbracciano il promontorio - Ancona, in primo luogo, e poi Sirolo e Numana - hanno preso a concedere licenze edilizie, faticosamente contrastate dalle varie Soprintendenze che si facevano scudo del solo vincolo paesaggistico. Nel settembre 2003, appunto, si è deciso di alzare una barriera protettiva più resistente: un vincolo in base alla legge 1089 del 1939, che tutelava il Conero in quanto bene di valore storico, artistico e archeologico. Ma al solo annuncio del provvedimento si è scatenata l’offensiva dei Comuni (Ancona, Sirolo, Numana e Porto Recanati) e delle associazioni dei costruttori, che insieme hanno presentato ricorso al Tar. Dopo una serie di giudizi, in un primo momento favorevoli alla Soprintendenza (a fianco della quale si erano schierate Italia Nostra e un’associazione anconetana), il Tar delle Marche ha dato ragione ai quattro Comuni e ai costruttori, ma non nel merito, bensì per un cavillo procedurale: difetto di notifica.
Ora la parola spetta al Consiglio di Stato, il quale si trova a decidere senza che il ministero per i Beni culturali faccia valere le proprie ragioni, anzi mostrando chiaramente che del problema di quei vincoli non vuol proprio saperne. L’attuale direttore regionale, Mario Lolli Ghetti, ha avanzato una proposta: difendiamoci in giudizio e, se vinciamo, dichiariamoci disponibili a rivedere il vincolo. L’idea è stata trasmessa al Ministero, che però non l’ha girata all’Avvocatura e non ha neanche risposto a chi l’aveva formulata. Italia Nostra spera in un ripensamento del ministro Rocco Buttiglione, che pure ha espresso tutta la sua contrarietà ai tagli che la Finanziaria prevede per il patrimonio storico-artistico. Altrimenti, addio vincolo. E non solo: i costruttori, vedendo l’arrendevolezza dello Stato, hanno anche chiesto un risarcimento danni per i mancati guadagni provocati dal vincolo. Se vinceranno, costruiranno e poi passeranno pure a incassare.
L’«ermo colle» dell' Infinito, tanto caro a Giacomo Leopardi, non sarà più protetto dal vincolo della Soprintendenza? È possibile, anzi probabile. Il ricorso, abbastanza anomalo, alla Presidenza della Repubblica di una signora recanatese - che vorrebbe costruire un albergo nei pressi - ha purtroppo avuto un avallo, per irregolarità formali, dalla IV Sezione del Consiglio di Stato, in sede consulente. Parere favorevole alla eliminazione del vincolo, che rischia di giovare pure ad altri ricorsi marchigiani: per esempio, a quelli inoltrati da quattro Comuni su cinque del Parco del Conero (e cioè Ancona, Sirolo, Numana e Porto Recanati).
Un vincolo che era stato formalizzato nell'aprile 2004 per ragioni non soltanto paesistiche, ma anche storico-monumentali. La VI Sezione del Consiglio di Stato (Sezione giudicante), presso la quale pendono i ricorsi dei quattro Comuni nonché quelli soliti degli Ordini dei geometri, degli ingegneri, dei geologi, e via elencando, potrebbe essere influenzata, in senso negativo, da quell'avallo della IV Sezione. Un grimaldello. Ma, si obietterà, il promontorio del Conero non è già protetto da un Parco? Sì, ma, coi tempi bui sopravvenuti grazie al governo Berlusconi, si tratta ormai di un mini-ombrello. Negli ultimi anni la tutela naturalistica è stata molto indebolita dalle sub-deleghe delle Regioni ai Comuni in materia paesaggistica (così i peggiori sono indotti a fare come gli pare) e dal Codice Urbani il quale prevedeva l'insediamento di apposite commissioni paesistiche sin qui mai insediate (dovevano funzionare dal maggio scorso). Quindi, se un Comune vuoi "valorizzare" il Parco del Conero con alberghi e palazzine, lo può fare. A meno che non intervenga un altro tipo di vincolo. Quello, per l'appunto, di carattere storico-monumentale apposto con queste motivazioni: il Conero è stato scalo dorico, approdo di coloni provenienti da Siracusa, era sovrastato dal tempio di Venere, è luogo sacro a più religioni con le chiese millenarie di San Ciriaco e di Santa Maria di Portonuovo, con gli eremi, col cosiddetto "campo degli Ebrei" (la comunità anconetana è ancora importante), con scavi significativi come quello della Tomba della Regina. Insomma, oltre alle ragioni paesaggistiche, vi sono sacrosanti motivi di natura storica, archeologica, culturale, religiosa per salvaguardare l'intero promontorio, davvero unico nell'Adriatico.
Ma già il Tar delle Marche ha bocciato questo vincolo su richiesta di Comuni, privati e associazioni professionali. "Italia Nostra" regionale, allora, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato. Ma, intanto, le costruzioni si stanno diffondendo sul Conero. E nessuno può fermarle se il Consiglio di Stato non ripristina i vincoli bocciati dal Tar. Il direttore regionale del Ministero, architetto Mario Lolli Ghetti, si era detto disposto a riesaminare i vincoli stessi, ma da posizioni di forza, cioè difendendo l'operato dell'Amministrazione. Purtroppo la sua proposta si è subito arenata nelle sabbie mobili di un Ministero sempre più impantanato e latitante. Essa non è stata neppure trasmessa all'Avvocatura di Stato, né ha ricevuto una qualche risposta. Del resto, alle ultime udienze della causa, la.stessa Avvocatura di Stato non si è neppure costituita, spingendo i ricorrenti (privati e Comuni) ad osare di più, cioè a chiedere pure il risarcimento danni per non aver potuto cementificare il Conero. O meglio, per averlo potuto cementificare... con qualche ritardo. Sull'intera materia la stessa Commissione regionale marchigiana per i Beni e le Attività culturali (Stato-Regione) ha espresso, non a caso, una allarmata valutazione.
Il ministro Rocco Buttiglione ha detto più volte di non voler accettare la scure della Finanziaria sulla cultura, sulla tutela e sullo spettacolo. Lo aspettiamo alla prova dei fatti. Anche questi del Colle dell'Infinito e del Conero sono fatti. Altro che se lo sono.
Per l'occasione, rileggetevi la bella poesia di Leopardi
Nel lunghissimo elenco delle grandi opere del Cavaliere è esattamente definita “asse viario Marche Umbria e quadrilatero di penetrazione interna”. Il valore complessivo messo in gara è di 2.094 milioni di euro. Per la sua realizzazione, ci saranno due contraenti generali per la scelta dei quali sono in corso le gare: una con un importo di 1.296 milioni e una di 798. È stata la prima grande opera presentata, come “progetto pilota”, con una conferenza stampa, addirittura prima dell’emanazione del decreto legislativo 190 del 2002 con il quale si è data attuazione alla cosiddetta legge obiettivo (443/2001).
Il quadrilatero è però una grande opera solo dal punto di vista virtuale. Si compone in realtà di una serie di strade umbro-marchigiane sulle quali sono previsti interventi di completamento, integrazione e riqualificazione. Quella sulla quale è previsto l'intervento di riqualificazione più lungo, 42 chilometri, è la SS 77 che collega Foligno a Civitanova Marche. Nel programma delle due regioni interessate le priorità erano altre, ma proprio questa è la strada che attraversa il collegio elettorale nel quale è stato candidato il viceministro dell’economia Mario Baldassarri. Il secondo intervento, parallelo al primo, è quello sull’asse Perugia-Ancona (SS 76 E SS 318) con lavori per una lunghezza di 31 chilometri. Oltre che su questi due assi paralleli sono previsti un’altra decina di piccoli interventi, fra i quali due collegamenti trasversali che vanno a comporre una sorta di quadrilatero. Dunque l’esigenza era molto semplice: riqualificare e completare strade, e solo strade, per uno sviluppo complessivo di 158,50 km. Eppure su questa semplice esigenza si è costruita un’architettura contrattuale e finanziaria che solo la mente contorta di qualche cultore della complicazione poteva immaginare. Lo studio prevede un finanziamento diretto dello Stato, e in parte delle Regioni Umbria e Marche, che dovrebbe coprire circa l’84 per cento del costo. La “novità finanziaria” della Public-Private Partnership dovrebbe garantire il restante 16 per cento, composto da circa il 15 per cento di apporto in termini di equity (capitale di rischio della società incaricata della realizzazione) e per l’11 per cento dalla “cattura del valore” prodotto sul territorio dagli interventi. A gestire il tutto sarà un soggetto unico che, come per il Ponte sullo Stretto e come per l’alta velocità, sarà una società di diritto privato, una Spa, denominata “Quadrilatero Marche-Umbria Spa”, con capitale posseduto tutto e solo da soci pubblici: 51 per cento Anas Spa, il 49 per cento da Sviluppo Italia Spa.
Il soggetto attuatore, oltre a realizzare le strade con i contraenti generali, gestirà per trent’anni un “Piano di area vasta” (Pav) del quadrilatero con il quale dovrebbe garantire appunto i cosiddetti “ricavi da cattura del valore”. Il Pav coinvolge ben 58 comuni, sul territorio dei quali verranno individuate le “aree leader” (previste dallo studio in numero di sette per una superficie complessiva di 700-800mila metri quadri e per un volume edificabile di 1,9-2 milioni di metri cubi) e le “aree produttive industriali, artigianali e terziarie” interessate e valorizzate dalle nuove infrastrutture. I ricavi provenienti dalla “cattura del valore” dovrebbero essere prodotti da due azioni distinte. Una è la realizzazione delle “aree leader”, l’altra, coinvolge in modo diffuso tutto il territorio ed è quella che dovrebbe catturare ed attualizzare il “valore futuro” prodotto dalle nuove infrastrutture. L’apporto finanziario derivante da un complicato ed oneroso impegno dei comuni e delle camere di commercio (ergo dei cittadini attraverso l’Ici e delle piccole imprese locali per la maggiorazione della tassa di iscrizione), potrebbe però diventare addirittura insignificante. La percentuale dell’11 per cento, derivante dalla cattura del valore, è stata calcolata in base ad uno studio di fattibilità del 2001 che stimava il costo complessivo in 1.399 milioni di euro. Il costo stimato per le stesse opere dal governo, con il Dpef 2003-2005, era di 1.808 milioni. Con la delibera del Cipe del dicembre 2003 il costo è salito ancora fino a toccare i 2.157 milioni. Con il Dpef 2005-2008 il costo è stimato in 2.322 milioni di euro. E i cantieri ancora devono essere aperti. Quadrilatero Spa, con l’affidamento della progettazione e la realizzazione delle opere ai contraenti generali, assumerà degli impegni contrattuali sulla base di progetti non esecutivi e con una relazione contrattuale che produrrà una inevitabile lievitazione dei costi, come dimostra la storia ultradecennale della Tav, e che porterà la cosiddetta cattura del valore a coprire al massimo il 3-4 per cento dei costi. Un risultato davvero straordinario per un “progetto pilota” di finanza di progetto innovativa.
E che dire dell’impatto sulla struttura imprenditoriale locale? Che senso ha fare due maxi-gare, aggregando artificiosamente degli interventi su tratti di strade distinti e di dimensioni limitate (fra i quali, due di 3 km, uno di 8 km), in due regioni prive di grandi imprese, anzi caratterizzate da un tessuto di piccole e medie? Perché intervenire con due maxi-gare per i pochissimi e noti contraenti generali, anziché con più gare di appalto alle quali potrebbero partecipare centinaia di imprese anche umbro-marchigiane? E che dire del significato dirompente del Pav nei confronti della pianificazione urbanistica e territoriale degli enti locali, del ribaltamento dei ruoli tra amministrazioni pubbliche – garanti dell’interesse comune – esautorate della loro potestà pianificatoria, che viene data in mano ad una società di diritto privato, che ha il solo compito di garantire un’architettura finanziaria fatta tutta e solo di risorse pubbliche dirette e indirette? Vale la pena il “sacco” del territorio delle due regioni in cambio di ulteriori e certi debiti futuri?
La risposta è anche in una domanda, posta ai ministri competenti con una interpellanza, dai senatori Anna Donati, Paolo Brutti e Tana De Zulueta, nella quale rilevavano che “il vice ministro Mario Baldassarri è stato candidato alle elezioni politiche del 2001 nel collegio n° 4 di Macerata, senza essere stato eletto deputato; tale collegio è interessato dalla infrastruttura denominata Quadrilatero”, e chiedevano “se non ritengano che il vice ministro Mario Baldassarri utilizzi il suo ruolo di segretario del Cipe per servirsi della promozione del progetto Quadrilatero come propaganda elettorale a fini personali e di parte”.
A Roma, nella periferia sud, in fondo a via Gerocarne, oltre gli argini del Tevere, nel canneto una donna e un uomo abitano insieme. Vengono dalla Romania. Poco lontano, stesi sul prato, ci sono i loro vestiti ad asciugare. La riva del fiume è lì davanti, un passo oltre e sei nell’acqua. Pochi metri più in là, un sentiero tra la vegetazione rivela una roulotte, una tettoia, qualche sedia, una doccia arrangiata con il bidone in alto. Tra le canne, una sedia bianca in plastica, opportunamente modificata, è il bagno. Ancora oltre, fili per stendere i panni rivelano altre presenze umane. Presenze precarie ma anche luoghi “arredati” in un modo che ti sorprende, nel senso che non ci avresti mai pensato che si poteva ri-dare senso a tante di quelle cose che buttiamo.
Poco prima, proprio sull’argine del fiume, Giorgio, rumeno anche lui, ha messo insieme una roulotte, qualche tettoia, divani, mobili, sedie, ha anche un letto per il figlio che la domenica lo viene a trovare. Non ha mai parlato con la donna e con l’uomo rumeni che vivono nel canneto. Lui non si nasconde anzi, la sua baracca è visibile da tutti e lui vede la borgata ex abusiva, gli abitanti lo conoscono e ha un buon rapporto con loro. Una baracca sull’argine del fiume, una bicicletta per muoversi sono molto meglio di quell’appartamento a Ostia vicino al Todis dove abitavano in ventuno con un solo bagno. Qui lui ha anche la doccia.
Se si risale verso Magliana, dove il fiume piega un po’, si trova una vera e propria baraccopoli come quelle delle metropoli dell’altro mondo, ma anche come i tuguri degli anni ’60. Anche qui rumeni, qualche giorno fa un incendio, per il momento solo una baracca bruciata. Risali il fiume e in centro, in pieno centro, sotto i ponti e lungo le sponde del Tevere una presenza continua e diffusa di un abitare precario che va avanti da tempo. Più a nord, verso Tor di Quinto e, ancora, nella zona oltre l’aeroporto dell’urbe altre presenze di un abitare sul “bordo”.
Che tipo di periferia è questa che attraversa il centro e che ci sta davanti mentre svolgiamo le nostre attività quotidiane? O, piuttosto, di che “cosa” è periferia? Cos’è quello che sta attorno a quello che semplicemente indichiamo come periferia? Dov'è il centro di questa periferia, quel luogo da cui secondo un movimento centrifugo giungono fino a qui queste tracce?
La periferia messa a fuoco e fiamme non illumina il degrado sociale e fisico dei quartieri ma tradisce la rimozione di un pensiero sulla città, su cosa è diventata la città, sulle disuguaglianze prodotte, qui e altrove, dal modello economico neoliberista.
E’ vero o non è vero che da tempo le città non sono più nell’agenda politica pubblica? E’ vero o non è vero che la sicurezza urbana è il modo, ormai prevalente, con cui le città entrano nei dibattiti, nelle agende della politica (ma ne escono presto, quanti si ricordano ancora oggi delle polemiche estive del 2003 attorno agli omicidi avvenuti nella periferia Milanese, a Rozzano?).
Si può cambiare rotta? Possiamo tornare a guardare le città come a luoghi dell’innovazione, della crescita e della giustizia sociale? La risposta deve essere si, e bisogna fare in modo che le città (non solo le periferie) tornino ad essere un tema centrale nel momento in cui ci si appresta a formulare il programma di governo.
I dati positivi sulla crescita del Pil, come dei posti di lavoro, registrati dalle principali città italiane, non bastano e, anzi, ci nascondono una crisi che si trascina, si radicalizza e che modifica strutturalmente il carattere delle città. La crescita degli indicatori economici, registrata dalle statistiche, non ci dice nulla sulle persone che sono dovute andare via dalla città, in provincia, in cerca di casa, su dove portano i figli a scuola, su dove trovano spazi di socialità e di solidarietà. L’emergenza ambientale registrata nelle grandi città italiane è solo la manifestazione ultima di una sofferenza sociale, di disagi di uomini, di donne, di ragazzi e ragazze, di bambini e anziani. La manifestazione del bisogno di spazi dell’abitare, di possibilità di spostamento, di cultura e di opportunità di socialità. Per questo non basta la tecnologia pulita applicata all’automobile, il problema è di natura diversa. Oggi, spostarsi dentro le città è più difficile di ieri, lo si fa più lentamente. Le proteste dei pendolari che viaggiano sui treni regionali sono la spia accesa sulla carenza dei treni ma, anche, sulla difficoltà più generale di vivere e lavorare in città. Non sono anche queste storie di periferia?
Le periferie di Parigi sono a fuoco e fiamme ma in pochi hanno accennato qualche perché, qualche ragione. Pare che anche in questo caso si avanzi la giustificazione di rito, l’integralismo islamico, e si costruisce così il velo che nasconde le nostre contraddizioni. Ad esempio, c’entra o non c’entra l’emergenza casa? C’entra o non c’entra che anche in Francia non si costruiscono più case popolari e che i municipi quelle che hanno le vendono? C’entra o non c’entra che non ti basta uno stipendio per avere in affitto un bilocale? C’entra o non c’entra che su 340 mila richiedenti un alloggio nell’area parigina non c’è alcuna disponibilità di alloggi? C’entra o non c’entra la corsa senza fine del mercato immobiliare, canoni e valori degli immobili cresciuti a dismisura. Il più lungo ciclo immobiliare di segno positivo, cominciato già nel 1996, molto prima della bolla della new economy e delle torri gemelle. C’entra o non c’entra la redistribuzione della ricchezza che sta producendo una sempre più accentuata polarizzazione tra ricchi e poveri. C’entra o non c’entra che circa 6 milioni di persone in Francia sono relegati in quartieri-ghetto delle grandi città dalle quali sono stati esclusi fisicamente e socialmente. Siamo sicuri che non c'entra nulla il nostro passato e come nell’ultimo film di Haneke non abbiamo “Niente da nascondere”?
Il problema non è nel degrado delle periferie, nei bassi livelli di vita e di vivibilità dei quartieri, questi sono solo i risultati più evidenti di un malessere.
Solidarietà e partecipazione si stanno diffondendo e attraversano le città non solo più nelle periferie. In molti casi queste forme rappresentano l’unico modo per soddisfare bisogni essenziali: realizzare un parco, costruire un asilo, una casa o una struttura per ospitare gli immigrati. Le esperienze cooperative e del volontariato sono oggi una risorsa importante per rispondere nei contesti urbani ai bisogni primari (forse è anche per questo che da noi la situazione è meno incandescente). Ma sono anche la misura della febbre del crescente disagio sociale provocato dall’arretramento delle politiche pubbliche di welfare.
E’ per questo che sempre più forte e urgente si fa il bisogno di un nuovo progetto politico con valenza strategica e di interesse nazionale che colga la sfida di collegare lo sviluppo economico e le aree urbane secondo principi di equità e di giustizia. Per questo il soggetto pubblico deve recuperare autorevolezza e tornare a fare la regia dei processi di trasformazione urbana. Non si può essere fraintesi se si afferma che oggi la carenza principale del soggetto pubblico non sta nelle risorse economiche ma nella capacità di formulare con chiarezza politiche pubbliche. Abbiamo bisogno di più mercato ma il mercato ha bisogno di più pubblico, e se guardiamo alle città comprendiamo quanto questa esigenza non si possa più rinviare oltre.
Le città sono cresciute, la campagna si è fatta metropoli senza passare per la città. Ciò che abbiamo davanti non è stabile, non è definitivo è, ancora, “disordine, precarietà tanto più grave e pericoloso perché si presenta sotto forma di agio, di meno peggio – mentre tutto, invece, sarebbe ancora da cominciare”. Cominciare, appunto, chiedendosi: Periferie si, ma di cosa?
Uno dei cardini del programma dell'attuale governo sono stati, e sono tuttora, i grandi progetti infrastrutturali, quasi tutti di trasporto. Per accelerarne l'iter, è poi stata varata la "Legge Obiettivo".
Grandi, costose e inutili
Le risorse finanziarie pubbliche disponibili sono apparse da subito largamente insufficienti, quindi si è molto puntato sul ruolo dei privati ("Project Financing"). Ma anche su questo versante sono sorti immediatamente gravi problemi, poiché i traffici (reali) previsti sono risultati modesti.
Si è ricorso allora a "privati" che tali non sono, come Fs o Fintecna, e ad ampie garanzie pubbliche per gli investitori, garanzie che di fatto rappresentano una spesa pubblica "mascherata". Oppure si sono tassati in modo occulto tutti gli utenti, come nel caso degli investimenti di Autostrade per l'Italia, attraverso il rialzo generalizzato delle tariffe su tutta la rete.
Che in tutto il mondo i "grandi progetti" cari ai politici abbiano generato risultati economici generalmente disastrosi, è d'altronde cosa nota agli studiosi del settore. (1)
Tuttavia, nessuno nel governo ha preso spunto da queste vicende per mettere in dubbio la necessità di molte di queste opere (pur essendo lo scarso traffico un forte segnale in tal senso). Gianfranco Miccichè, viceministro per il Mezzogiorno, è stato l'eccezione quando ha dichiarato alla stampa che "(...) il ponte sullo stretto di Messina non è prioritario (…)", ma solo per il breve spazio di un mattino.
Alcune Regioni, come Umbria e Toscana, non vogliono le opere che le riguardano, perché le giudicano inutili. Le ferrovie hanno tentato invano di proporre al Cipe una soluzione meno costosa del prolungamento dell'alta velocità fino alla Sicilia, perché ritengono che non ci sarà mai abbastanza domanda.
I francesi hanno acconsentito a partecipare alla linea alta velocità Torino-Lione solo dopo che l'Italia, molto generosamente, si è accollata il 63 per cento dei costi (hanno valutato insufficiente il traffico). L'Europa ha accettato di includere il ponte sullo Stretto tra le opere prioritarie solo dopo straordinarie pressioni politiche. Il motivo del diniego era ancora una volta il traffico insufficiente.
Alcuni studi indipendenti fatti dal Politecnico e dall'Università Cattolica hanno dimostrato che per molte opere il rapporto tra costi e benefici è fortemente negativo. Una recente indagine tra gli imprenditori del Mezzogiorno ha confermato il loro scarso interesse per le grandi infrastrutture.
Negli ultimi tempi, però, al governo si è affiancata Confindustria, richiedendo che per le grandi opere non valgano i vincoli di Maastricht (la cosiddetta "golden rule"). Incredibilmente anche l'Ulivo si è unito al coro: per bocca dell'ex ministro dei Trasporti, Pier Luigi Bersani, ha tacciato di inefficienza il governo, e ha promesso molte più grandi opere in caso di vittoria.
Una tentazione irresistibile
La tentazione del cemento si dimostra irresistibile non solo in Italia: la Commissione Van Miert ha presentato uno studio "rigoroso", da cui risulta che qualsiasi opera è giustificata purché piaccia ai promotori politici.
Perché la tentazione del cemento è così irresistibile? Cerchiamo di capirlo.
· Nessuno saprà che l'opera è uno spreco di preziose risorse: ci vogliono anni a finirla, poi si inaugurerà, e qualcuno la userà (magari il governo è cambiato eccetera). Cioè: visibilità politica immediata, e problemi di efficienza occultati o comunque dilazionati nel tempo. Basta definire "strategica" qualsiasi sciocchezza tecnica.
· Anche i politici locali in genere son contenti (le eccezioni citate confermano la regola). E così le banche che costruiscono i programmi finanziari garantiti, e ovviamente le imprese di costruzione, spesso "vicine" ai politici locali (il settore non è "foot loose", non si possono acquistare ferrovie o strade già pronte).
· Gli utenti sono comunque contenti (anche se sono troppo pochi per giustificare la spesa).
· Il settore è uno dei pochissimi rimasti in cui si possono spendere molti soldi per il consenso politico, senza incappare in quei noiosi vincoli europei agli aiuti di Stato.
Ma è poi così grave costruire un po' di opere di dubbia utilità? Prima o poi serviranno comunque. Non sarebbe grave se i soldi pubblici fossero abbondanti, o non vi fossero destinazioni alternative della spesa. O se questa spesa avesse un importante impatto anticiclico, oppure incentivasse straordinariamente il progresso tecnologico del paese, o ne valorizzasse le preziose risorse ambientali.
Ma non esiste nessuna di queste condizioni. I soldi sono scarsissimi, le destinazioni alternative molto più promettenti anche in termini strettamente economici (ricerca, patrimonio artistico-ambientale, e così via). I "picchi" di spesa e di occupazione arriveranno tra molti anni (quando, si spera, il ciclo non continuerà a essere negativo). Il settore delle opere civili è tecnologicamente maturo, molte grandi opere hanno impatti ambientali perlomeno discutibili.
C'è infine il rischio di cantieri aperti con fondi insufficienti a finire le opere con devastanti "stop and go" (cantieri chiusi e riaperti) per anni a venire.
La distruzione di ricchezza realizzata da opere di scarsa utilità economica vanifica ogni contenuto reale di eventuali ricorsi alla "golden rule".
Ma nessuno lo saprà. L'opposizione apra almeno un confronto serio sulle priorità di spesa e sui modi per valutarle, invece di riproporsi in sciagurati "inseguimenti".
(1) Vedi per esempio due recenti ricerche, una tedesca di Werner Rothengatter e una americana di Alan Altshuler. Ma le stesse traversie finanziarie del tunnel della Manica, fallito di fatto due volte per traffico insufficiente, sono un caso emblematico
Dal dossier Il tunnel della discordia del sito lavoce.info
Se andate a questo indirizzo e cliccate su Ascolta potete scaricare il file sonoro. Dopo una dozzina di minuti sentirete discutere, per la conduzione di Fabio Pagan, sulla Laguna e il MoSE. Un po' frustrante la tirannia del tempo.