GValentini L’"oro nero" di Noto
Per cercare l’"oro nero" che (forse) è nascosto nelle viscere della terra, si rischia di perdere quello che già luccica in superficie. Mentre l’umanità si prepara a uscire in un prossimo futuro dall’era del petrolio per far fronte all’esaurimento delle riserve naturali, privilegiare le fonti energetiche rinnovabili e combattere così l’inquinamento che incombe sul pianeta, la Sicilia è minacciata da un’invasione di trivelle Usa. E mentre qualcuno ipotizza di vendere le spiagge per rilanciare il turismo al Sud, nel forziere della Val di Noto che custodisce i gioielli architettonici del barocco una società texana viene autorizzata a scavare al centro di quello che l’Unesco ha dichiarato "patrimonio dell’umanità".
Un’altra storia del Malpaese, un altro delitto contro l’ambiente e contro il paesaggio, si sta consumando nell’estremo lembo meridionale dell’isola, a cavallo fra le province di Siracusa, Ragusa e Catania, le terre dove si coltivano il prelibato pomodoro "pachino" e l’uva di qualità per il rinomato Nero d’Avola. E tutto ciò in forza d’un provvedimento che, al colmo del paradosso, non è stato neppure approvato dalla giunta regionale. Fu un decreto dell’ex assessore all’Industria, Marina Noè, ad assegnare un anno fa la concessione alla Panther, secondo una legge che liberalizza la ricerca energetica in Sicilia. Ma nei prossimi giorni sarà esaminata e discussa la richiesta di revoca presentata dall’assessore al Turismo, Fabio Granata, già ai Beni culturali, esponente di An. Anche se in un caso così intricato sul piano giuridico e burocratico l’amministrazione regionale può temere un’azione di rivalsa da parte della società texana, legalmente autorizzata ormai a iniziare gli scavi a giugno, la mobilitazione generale dei sindaci della zona potrebbe bloccare l’assalto al tesoro di Noto. L’iniziativa dell’assessore Granata punta a un’immediata sospensione e alla revoca definitiva della concessione. Qui il bene da salvare nell’interesse generale è il patrimonio del barocco, le chiese e i palazzi che appartengono all’intera umanità, per difendere anche la nostra industria del turismo.
Al di là del suo ambito territoriale, il caso di Noto può essere considerato un paradigma di quella cultura di governo che in un Paese come il nostro deve privilegiare la tutela ambientale rispetto ad altri obiettivi di ordine economico, finanziario o imprenditoriale. Si tratta di stabilire quanto "vale" la conservazione del barocco in una scala gerarchica di priorità, se vale più del petrolio o del metano, più di qualsiasi profitto che possa derivare dal loro sfruttamento. Ed è un fatto positivo, a conferma della trasversalità d’una tale cultura, che questa battaglia sia guidata da un assessore di destra all’interno di una giunta di centrodestra, d’intesa con un esponente dei Ds come il presidente della Provincia di Siracusa, Bruno Marziano. Sotto il tetto della Casa delle libertà, anche in Sicilia non tutti la pensano come Tremonti che vorrebbe privatizzare le coste, magari per partorire poi qualche altro condono, fare cassa e sanare gli abusi edilizi.
La vicenda di Noto è emblematica anche perché racchiude in un unico caso la salvaguardia dell’ambiente, dell’arte e della cultura, in una politica organica del territorio e del turismo. Probabilmente, in una terra ancora contaminata dalla Mafia Spa, dai traffici clandestini e dal riciclaggio di denaro sporco, quella d’aprire una catena di casinò non sarebbe proprio l’idea migliore. Ma può aver ragione invece il neoministro dello Sviluppo e della Coesione, Miccichè, quando dice che al Mezzogiorno servono più campi da golf, scuole di vela e porti turistici, per allungare la stagione oltre il periodo tradizionale dei 2 o 3 mesi estivi. Questa è la strada d’una modernizzazione compatibile con il rispetto dell’ambiente e del paesaggio. Non c’è bisogno né di vendere le spiagge né di scavare sottoterra, per trovare l’oro che la nostra storia e la nostra civiltà hanno lasciato in eredità alle generazioni successive.
Nei giorni scorsi, Romano Prodi, concludendo un incontro su trasporti e territorio, ha affermato che si deve ricostruire il territorio del nostro paese, si deve rimettere mano alle regole urbanistiche. Secondo me, è una novità storica. Dovremmo tornare agli anni mitici del primo centrosinistra per trovare un uomo politico di rango che utilizza appropriatamente la parola urbanistica e la riferisce a un programma di governo. Da quasi un quarto di secolo quella parola era obliterata, screditata, trattata con diffidenza. È stato così da quando hanno cominciato a soffiare i venti della deregulation e del privato è bello. Da allora si è a mano a mano consumata la separazione fra la politica progressista e l'urbanistica. Per fortuna, non senza eccezioni.
Non sono mancate esperienze locali in controtendenza: molte in Toscana; la recente e convinta determinazione di Renato Soru per salvare le coste della Sardegna; e mi permetto anche di citare Napoli. Ma, di norma, il primato del governo pubblico del territorio è stato sempre insidiato dalle presunte scorciatoie della contrattazione con la rendita fondiaria, apprezzato motore delle trasformazioni urbane.
La destra ha goduto dell'agonia dell'urbanistica e ha cercato, sta ancora cercando, di sferrare il colpo di grazia. Non è ancora scongiurato il rischio che sia approvato un terrificante disegno di legge, di cui ha trattato su queste pagine Vittorio Emiliani. Un disegno di legge - bisogna dirlo, ben poco contrastato dal centro sinistra - che smantella il principio stesso del governo pubblico del territorio, sostituito da “atti negoziali” con la proprietà immobiliare. Altri due inauditi contenuti della proposta sono la cancellazione dei cosiddetti standard urbanistici e lo scorporo della tutela dalla pianificazione. Tutti sanno che gli standard urbanistici sono le quantità minime di spazi destinati a verde e a servizi, un vero e proprio diritto alla vivibilità, conquistato dopo memorabili vertenze negli anni Sessanta. Se è vero che in alcune parti d'Italia la disponibilità di spazi per attrezzature è ormai quasi sempre garantita, non è così in molte altre parti, soprattutto nei comuni del Mezzogiorno, dove adeguate disponibilità di verde pubblico e servizi sono ancora un miraggio. Lo scorporo della tutela dall'ordinaria attività di pianificazione è un inverosimile rigurgito di centralismo che contraddice principi mai messi in discussione dall'Unità d'Italia. Se avesse operato in passato una norma del genere, l'Appia Antica sarebbe come Casal Palocco; le colline di Bologna e di Firenze sarebbero come il Vomero; non ci sarebbe il parco delle Mura di Ferrara; non sarebbe salva la costa della Maremma livornese, e così di seguito.
La più vistosa conseguenza di tanti anni di sostanziale accantonamento della pianificazione è il patologico ritmo di crescita delle aree periferiche, che non ha alcuna giustificazione di natura economica o sociale. Il vantaggio è solo per la rendita fondiaria: e voglio ricordare che più risorse vanno alla rendita meno ne vanno agli impieghi produttivi. In tutte le aree urbane del nostro Paese si assiste al paradosso di una vertiginosa diminuzione di abitanti, soprattutto nelle aree centrali, e di una contemporanea, spropositata espansione del territorio urbanizzato. Alle lottizzazioni residenziali e ai centri commerciali si è aggiunto il decentramento dei luoghi di divertimento e dei servizi. Aumentano l'inquinamento, lo stress, il rumore, il costo della casa, che obbligano a cercare in campagna, o in città minori, condizioni di vita sostenibili. Il problema non è solo italiano. Secondo la Commissione europea - presidente Romano Prodi -, la proliferazione urbana è il problema più urgente per le città europee. “La proliferazione urbana aumenta la necessità di spostamento e la dipendenza dal trasporto privato, che a sua volta provoca una maggiore congestione del traffico, un più elevato consumo di energia e l'aumento delle emissioni inquinanti”.
In altri paesi europei, specialmente in Germania, in Inghilterra, in Francia, la pianificazione del territorio non è una cenerentola. Il contenimento delle aree urbanizzate è oggetto di apposite e rigorose politiche governative che massimamente favoriscono il riutilizzo sistematico delle aree dismesse o sottoutilizzate. Il governo italiano ignora invece il problema. È interessato solo ad agevolare la rendita. In verità, nessun altro precedente governo aveva avuto cura della condizione urbana in Italia.
L'anno prossimo la scena potrebbe finalmente cambiare.
Titolo originale: Entertaining Development – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini[nota: tra gli altri il termine lifestyle , che significa letteralmente e ovviamente “stile di vita”, è qui utilizzato dall’autore anche a definire una tipologia insediativa commerciale nuova (lifestyle center ), descritta dai glossari specializzati come complesso su arteria urbana formato da molti esercizi di non grandi dimensioni, privo di anchor , con negozi di un certo livello, ristoranti, attrazioni varie per il tempo libero, organizzato in forma aperta su circa 30.000 metri quadrati di superficie commerciale] (f.b.)
Negli anni Novanta si è assistito all’introduzione delle attività per il tempo libero come nuova tipologia di insediamento commerciale. Ma come accade spesso con i nuovi tipi commerciali, sperimentazione e realtà del mercato hanno prodotti risultati inattesi. Se pure si realizzano centri di carattere commerciale e per il tempo libero stand-alone entro contesti urbani (o falsi simil-urbani), essi non hanno certo i centri commerciali tradizionali nel modo originariamente previsto d alcuni. Invece, l’impatto è stato più sottile e diffuso. Anche la terminologia usata per descrivere l’insediamento per il tempo libero è cambiata. Quelli che una volta erano chiamati insediamenti urbani per il tempo libero, ora spesso sono definiti complessi retail/entertainment, o centri lifestyle entertainment, o ancora destination developments, o ambienti commerciali entertainment-enhanced. In alcuni casi, anche se le attività per il tempo libero sono presenti, si danno per scontate, e non sono neppure menzionate.Cosa più importante, la trasformazione terminologica riflette un ripensamento del modo in cui le attività per il tempo libero hanno aggiunto valore a un’ampia gamma di insediamenti commerciali e multifunzione, rendendoli più gradevoli e più in tono con gli stili di vita del consumatore contemporaneo. Emerge che sono i complessi per il tempo libero ad aver compiuto il primo passo, che ha portato all’evoluzione dei centri commerciali in ambienti lifestyle retail.
Questi ambienti, la versione contemporanea del retail/entertainment, vengono proposti, integrati, mantenuti, come componente essenziale di una gamma straordinariamente ampia di tipi di insediamento: centri multiuso a scala di quartiere o di città; fasce commerciali riorganizzate e centri commerciali regionali; progetti di rivitalizzazione dell’arteria commerciale centrale e nuovi complessi urbani; impianti sportivi, musei, casino; aree storiche e culturali; e poi zone per uffici (urbane e suburbane), waterfronts, distretti commerciali locali. Di conseguenza, l’impatto del tempo libero sul modo del commercio è, nei fatti, molto maggiore di quanto ci si immaginava all’inizio.Il successo di alcuni complessi per il divertimento di prima generazione dimostrava chiaramente la forza di mercato per gli insediamenti dotati di strutture per il tempo libero di scala locale e regionale. Ma alcuni progetti faticavano perché, a ben vedere, molti dei concetti produttivi originali erano limitati: basati su modelli economici adatti solo per condizioni particolari in ambiti di mercato molto forti. All’epoca, gli shopping centers iniziavano a ricercare nuove interessanti attività per riempire gli spazi lasciati disponibili dai grandi magazzini in crisi, ad aggiungere vivacità all’esperienza degli acquisti, e per attirare nuovi clienti in un mondo commerciale sovraccarico. Gli anchors del tempo libero sembravano adatti allo scopo. Ma dal punto di vista economico molti di loro avevano bisogno di un alto flusso di clientela per sostenere i notevoli investimenti necessari a crearli e gestirli, e tale flusso semplicemente non si poteva ottenere nella maggior parte dei casi. La constatazione di questo limite si rivelò una benedizione sotto mentite spoglie, obbligando le imprese a riorientare le energie creative alla ricerca di nuovi modelli che funzionassero in una più ampia varietà di situazioni e luoghi.Oggi, un complesso retail/entertainment dipende molto poco dall’aggiunta di specifiche attrazioni per il divertimento, e molto invece da quanto è in grado di creare una molteplicità di esperienze attraenti per gli stili di vita di consumatori sempre più impegnati, agiati, internazionali. Quelle che seguono sono le principali tendenze nell’insediamento commerciale e per il tempo libero contemporaneo.
Il retail/entertainment in contesti urbani e simil-urbani sta creando nuovi centri di carattere sociale e culturale.I contesti urbani e simil-urbani sono favorevoli agli insediamenti a funzioni miste che comprendono attività di divertimento, perché sia i baby boomers che la Generazione Y [i nati dopo il 1980 n.d.T.] hanno riscoperto lo stimolo della città come luogo di vita e divertimento; gli operatori commerciali apprezzano i grandi flussi di traffico, la visibilità, l’accessibilità offerte da questo tipo di localizzazioni; le città sono ben liete di associarsi in varie forme a queste iniziative per sostenere il proprio sviluppo economico, valorizzando i propri gioielli civici, culturali, architettonici, storici. Al giorno d’oggi, baby boomers e generazione Y, che rappresentano i maggiori gruppi demografici a livello nazionale, sono probabilmente i più ricercati clienti di shopping center. Costituiscono le estremità opposte dello spettro demografico, ma secondo molti aspetti esprimono preferenze simili: entrambi hanno denaro, inclinazione alla spesa, e cercano qualcosa di stimolante da fare, entro ambienti urbani pieni di energia. Entrambi i gruppi amano il sottofondo cosmopolita della città, cercano nuove esperienze e tecnologie stimolanti, desiderano un ambiente integrato di vita e acquisti che sia più comodo, divertente, diversificato. Dato che d’abitudine nessuno dei due gruppi è limitato dalla responsabilità di bambini in famiglia, possono accudire a sé stessi.I progetti per i complessi urbani e le strade principali sono concepiti come insediamenti infill per la città esistente, e come nuovi centri città nei contesti simil-urbani del suburbio, che non hanno mai posseduto spazi del genere. Il complesso Victoria Gardens fornisce un esempio di nuovo centro di grandi dimensioni su molti isolati, a Rancho Cucamonga, California. Comprende 130.000 metri quadrati di spazio divertimenti e lifestyle organizzato su una griglia stradale, giardini pubblici, un centro culturale, cinema multisala, centro giochi per famiglie, biblioteca, sala feste, e un’offerta di spazi che va da varie forme in affitto lifestyle, uffici, complessi ad appartamenti. Desert Ridge Marketplace, a un nuovo colorito lifestyle entertainment center nella zona nord di Phoenix, si organizza su cinque distinte aree pedonali che comprendono divertimenti, lifestyle, negozi per piccoli servizi quotidiani, negozi a prezzo scontato, un centro commerciale tradizionale, il tutto in un ambiente urbano neotradizionale.Si stanno costruendo collaborazioni pubblico-privato a coordinare la creazione di questi complessi, a causa delle dimensioni e della complessità richiesta. A Los Angeles, la Grand Avenue Authority riunisce il comune e la contea di Los Angeles a varie associazioni senza scopo di lucro, fondazioni, interessi economici, per rivitalizzare Bunker Hill, il cuore culturale della città, creando un polo di attrazione commerciale e di divertimento che leghi tutte le strutture culturali del distretto, a costituire un solo spazio di riferimento per l’intera regione.Dopo anni di studio e progettazione, lo scorso autunno la Western Development ha inaugurato Gallery Place, un nuovo complesso a funzioni miste commerciali e di tempo libero parzialmente finanziato dall’aumento del gettito fiscale, nel cuore del centro di Washington, D.C., l’emergente distretto commerciale lungo il tratto nord-ovest della Seventh Street. Collegata allo MCI Center, principale arena sportiva della città, Gallery Place ospita 30.000 metri quadrati di ristoranti, commercio qualificato, cinema multisala a 15 schermi alla base di un condominio residenziale e per uffici servito direttamente da tre linee di metropolitana.
L’intreccio di cultura, divertimento, istruzioneL’insediamento commerciale e per il tempo libero si combina con successo alle strutture culturali e per l’istruzione. Musei e centri per le esposizioni artistiche tentano di rispondere alla diminuzione delle risorse pubbliche e alle forti pressioni competitive indotte dall’evoluzione sociale. I complessi per il divertimento commerciale offrono a queste istituzioni un’opportunità per ampliare la propria utenza e competere in modo più efficace per attirare tempo e attenzione del consumatore nel contesto di uno spazio di mercato affollato. A loro volta, le entità culturali e per l’istruzione agiscono come importanti anchors per le strutture commerciali e di divertimento, offrendo un carattere locale tipico, un contesto culturale, gli aspetti educativi essenziali ad un successo di lungo periodo per gli insediamenti.Due esempi possono chiarire meglio questa tendenza, uno di scala nazionale e uno di rilievo regionale. Lo scorso anno, Jazz at Lincoln Center ha inaugurato la sua nuova sala concerti nei 210.000 metri quadri del Time Warner Center a New York. Questo stesso mese, il Gala Hispanic Theatre si è trasferito nel restaurato complesso teatrale di Tivoli Square, entro un piccolo insediamento commerciale a funzioni miste a Washington, D.C., nel quartiere di Columbia Heights in rapida rivitalizzazione.Anche le Università iniziano a riconoscere il potenziale di creare insiemi commerciali e per il tempo libero per aumentare la propria attrattività verso i potenziali studenti, offrire i necessari servizi commerciali, e migliorare i collegamenti fra i propri campus e i quartieri urbani circostanti. La University of Pennsylvania di Filadelfia ha realizzato di recente uno dei migliori esempi, 40th@Walnut Street. Si tratta di un progetto che comprende un modernissimo Bridge Cinema Delux, una chiesa storica restaurata ora adibita a centro artistico di esposizione per il campus e la città, una pure restaurata e riaperta sede della biblioteca pubblica cittadina, un negozio di specialità alimentari, e altre funzioni commerciali che servono sia l’università che la cittadinanza.
Gli shopping centers si stanno riorganizzando con strutture per il divertimento e complessi lifestyleL’obsolescenza e sovrabbondanza sembrano i caratteri dominanti degli spazi commerciali tradizionali. Il National Research Bureau stima che esistano al momento più di 2 metri quadrati di superficie commerciale a persona negli Stati Uniti: un picco storico. Di conseguenza, si è rallentato il ritmo delle nuove costruzioni, da più di 1.800 nuovi centri ogni anno a metà del decennio ’90, a meno di 400 oggi. Col rallentamento delle nuove realizzazioni, tutti gli operatori principali del settore riconoscono di avere un’enorme opportunità nel redevelopment, e nel trovare nuovi inquilini per il propri gruppi di ben localizzati complessi, riflettendo la domanda dei consumatori del 21° secolo. Sempre più i proprietari dei complessi edilizi di shopping center tendono a incorporare divertimento e strutture lifestyle che trasformino i propri centri tradizionali in spazi multifunzionali a riflettere le particolarità della domanda locale, mescolare organizzazione commerciale chiusa e su spazi aperti, offrire luoghi di aggregazione, ristoranti, caffè all’aperto, in generale rispondere a qualcosa di più del semplice bisogno di commercio, in un insediamento multifunzionale.Lo Alderwood Mall, una ventina di chilometri a nord di Seattle, ha da poco completato la realizzazione di un ambiente complesso commerciale e per il tempo libero aprendo due aree esterne di shopping e ristorazione con 40 nuovi punti vendita e una multisala da 15 schermi, collegati direttamente al centro commerciale esistente di tipo chiuso. Su un lato il Village comprende quattro isolati irregolari progettati a ttorno a unsa serie di ambienti stradali all’aperto; sull’altro lato le Terraces ospitano quattro ristoranti attorno ad una piazza multilivello verso le nuove strutture per il parcheggio.Queste operazioni di repositioning stanno diventando abituali in tutti i formati commerciali, ovvero dai centri di quartiere, a quelli di scala urbana, ai complessi discount, ai malls tradizionali. Con sempre più elementi e strutture di divertimento che si aggiungono ai centri commerciali, la distinzione fra questi e quelli retail/entertainment si è notevolmente annacquata, e scomparirà gradualmente del tutto nei prossimi anni.
Il retail/entertainment di oggi è più un fatto di ambienti e attrazioni neo-tradizionali, che non roboanti nuove tecnologie.La difficoltà di proporre nuove e dispendiose idee e prototipi di intrattenimento ad alta tecnologia ha limitato il loro impatto sul mercato. È emerso che la gente non bada tanto a quanto sia sofisticata la tecnica. La cosa più importante è il divertimento, la comodità, l’utilizzabilità, l’adattabilità e novità, che colpiscono il cliente e lo spingono a tornare; quanto l’ambiente risponde davvero agli stili di viat del consumatore, alle sue aspirazioni e valori. Ma è difficile ottenere questa combinazione ideale di caratteristiche, ed è fondamentale l’atenzione a tutti i dettagli, per essere sicuri che l’esperienza per l’utente sia abbastanza significativa da farlo ritornare più volte. Ciò riguarda tutti gli aspetti di un centro: il verde, i giochi d’acqua, i parcheggi, l’illuminaizone, musica, servizi, attività programmate, eventi speciali. L’abilità di raggiungere segmenti di utenza facilmente ignorabili (come le donne, appartenenti alle generazioni X e Y, o anche i baby boomers, che diventano più vecchi, ma non “invecchiano”) determinerà il successo o meno degli insediamenti retail/entertainment dei prossimi anni
Il marchio è un potente strumento di generazione di affari e fidelizzazione del cliente del retail/entertainment.In un’epoca di forte competizione e rapida evoluzione nel settore commerciale e di intrattenimento, il marchio si è confermato un importante generatore di attività. Le principali imprese di settore comprendono l’importanza della propria immagine per aumentare la penetrazione nei vari mercati e crearne dei nuovi. Promozioni, interazioni, pubblicità, eventi collegati, formazione personalizzata, cross-marketing, ora vengono tutti strategicamente coordinati non solo dagli operatori delle attività commerciali, ma anche dai gestori degli immobili, o dai quartieri e città dove si collocano i centri.I casi più significativi di “marchio urbano” si sono sperimentati nelle località turistiche principali come Times Square o la Las Vegas Strip, che rappresentano casi a sé, ma molti imprenditori, shopping centers, e città ora stanno sviluppando un’immagine identitaria riguardo sia agli aspetti fisici che a quelli immateriali. La divisione marchi della Simon sta tentando di trasformare i propri centri commerciali in luoghi dove il consumatore possa costruire un rapporto personalizzato con grandi imprese come Coca-Cola, Ford, Microsoft, Visa. Lo scopo, ambizioso, è di indurre il cliente a un’esperienza nuova e memorabile, usando la rete degli shopping centers, su piattaforme multimediali e reciproche di comunicazione. Sempre di più la varietà delle caratteristiche, degli ambienti, delle relazioni del cliente che caratterizzano il retail/entertainment potranno essere determinate sia dall’immagine del marchio di impresa, sia da quella della località dove si colloca il centro, nello stesso modo in cui lo sono dal marchio nazionale del prodotto nello spazio del negozio.
I cinema di nuova generazione sono solo uno dei molti nuovi anchor per gli insediamenti commerciali e del tempo liberoNon molto tempo fa tutti i cinema degli shopping centers sembravano uguali: schermi piccoli, ambienti spogli, sale isolate in mezzo ai parcheggi, lontano dalla zona degli acquisti. Ma è un’attività che si è trasformata. Dopo la diffusa crisi dell’industria cinematografica al passaggio tra i due secoli, sono emersi nuovi tipi di multisala modernissimi, “ artplexes”, o club cinemas come elemento di attrazione negli insediamenti commerciali e di divertimento. Attirando grandi folle di persone che alimentano altre attività, essi hanno ricevuto una posizione d’onore nell’ambiente commerciale, come accadeva ai vecchi tempi dei grandi palazzi del cinema.Comunque oggi i cinema non sono i soli anchors degli ambienti commerciali. I ristoranti in gruppi, che offrono servizio al tavolo di alta qualità, specialità gastronomiche e etniche, sia al chiuso che all’aperto in contesti lifestyle, sono molto alla moda, così come gli informali e rapidi ristoranti Baja Fresh o Chipotle. Questi tipi di raggruppamenti di solito mescolano noti esercizi locali e marchi nazionali. Anche se alcuni seguono uno stile altamente progettato, non si tratta dei trucchetti di ristorante tematico del passato, con poco interesse per la qualità del cibo e del servizio. Questi nuovi locali praticano prezzi moderati, servono piatti popolari, si rivolgono alla clientela locale più che ai turisti, e mirano ad una alta fedeltà di clientela regolare. Di conseguenza, non sono percepiti come luoghi dove andare quando arrivano visitatori da fuori città. Con questo tipo di organizzazione e prezzi, funzionano meglio in aree demograficamente stabili che nei grandi mercati metropolitani, e sono più adattabili a diversi tipi di spazi commerciali e per il tempo libero; come risultato, sono diffusi con successo in tutto il paese.
Altri anchors di tipo commerciale comprendono i gruppi di negozi in complessi lifestyle che possiedono forte identità individuale e che collettivamente creano forte attrazione attraverso l’immagine del marchio, la copertura pubblicitaria nazionale, la capacità di rivolgersi a piccoli gruppi ben individuati di clienti, con le ultimissime offerte di moda e stili. Naturalmente ciò presenta il pericolo della prevedibilità e uniformità, che già si può vedere crescere lenta in alcuni complessi commerciali e di tempo libero. L’antidoto è presentare una miscela di forti marchi locali, oltre che nazionali, ma è cosa più facile a dirsi che a farsi.Queste nuove categorie retail/entertainment non sono i tipi di negozio dove andrebbe nostro padre (o madre). Riflettono tanto chi compra quanto cosa compra:- Abitazione - passatempi da casa, arredamento, elettronica;- Salute e bellezza – centri di estetica, health club, cosmetici;- Divertimento e tempo libero – sport interattivi, bar, caffetterie, caffè all’aperto, sale biliardo, bowling, giochi vari;- Istruzione – caffè/libreria, negozio di libri catena nazionale, strutture collegate all’università;- Aspetto personale – abbigliamento speciale e accessori;- Piccoli vizi – pasticceria, gelati, dolciumi;- Finanza personalizzata – consulenza investimenti, agenzia di cambio, servizi bancari.
L’ambito pubblico pone l’insediamento retail/entertainment su un piano diverso rispetto alla concorrenzaLo spazio pubblico negli insediamenti commerciali e di tempo libero è un genere di anchor tanto importante quanto lo sono multisala, gruppi di ristoranti, ambienti lifestyle o grandi magazzini. La qualità dei percorsi pedonali pubblici, piazze, giardini, fronti commerciali, propone un tipo di ambiente che è cruciale al successo del centro. Tutti i particolari contano, perché formano il tipo di esperienza del cliente, e lo fanno sentire a casa sua, in uno spazio progettato per lui. Nella stessa misura dei negozi, è l’alta qualità dell’ambiente pubblico e il suo modo di proporre vita e cultura locale, a portare la gente verso gli spazi del commercio le strutture per il tempo libero, anche quando non hanno intenzione di comprare, perché sono comodi, vivaci, belli.Il termine che spesso si usa a descrivere questo tipo di ambito pubblico, è “spazio scritto,” che si riferisce a parecchi diversi aspetti dell’idea di complesso: il tipo di itinerari percorsi dai visitatori all’interno; le esperienze spaziali che attraversano; le attività di intrattenimento proposte negli spazi pubblici; gli elementi progettuali con cui si entra in contatto, come fontane, spazi verdi, architetture, il sistema dei collegamenti ad altre funzioni e attività; l’interazione fra i vari esercizi e lo spazio pubblico. Il Grove, complesso adiacente allo storico Farmers Market a Los Angeles, è un esempio di tendenza.Le bellezze urbane possono assumere qualità particolari se diventano parte della miscela funzionale. La South Lake Town Square, un grosso insediamento multiuso fuori da Dallas, è organizzato attorno a un vasto parco centrale che la comunità utilizza come luogo di manifestazioni pubbliche, feste con fuochi d’artificio, picnic, semplici passeggiate a guardare la folla. Delimitato su un lato dal palazzo municipale, lo spazio pubblico di questo complesso ha assunto un ruolo urbano tradizionale che nel passato si trovava solo nelle città più vecchie.
Concludendo: città, stile di vita, divertimento, sono le chiavi del successo nel mondo commerciale di oggiI luoghi del commercio e del divertimento che avranno più successo nel futuro saranno quelli che mettono insieme varie funzioni commerciali, per il tempo libero, ristoranti e altro in un ambiente vivace e aperto, adeguatamente legato alla vita quotidiana del consumatore e a quella della città circostante. In molti casi non ci saranno “attrazioni” per il divertimento high-tech, ma non si tratta di una cosa importante. Quello che conta è se l’ambiente commerciale corrisponda a stili di vita e aspettative dei gruppi di consumatori che oggi fanno tendenza. Se i complessi retail/entertainment vogliono continuare a fiorire, dovranno essere creati più spazi di questo tipo, a tono con le culture locali, mescolati ad altre funzioni, specie quella residenziale.Gli insediamenti per il divertimento hanno superato le aspettative apparentemente esagerate che li avevano ispirati nei tardi anni ‘90: se ne sta sviluppando una nuova e dinamica forma. Ma invece di produrre centri urbani isolati dedicati al tempo libero, l’impresa retail/entertainment ha proseguito nel creare ampie e complesse tipologie per adattarsi alle condizioni locali dei mercati. È chiaro che il divertimento, in tutte le sue manifestazioni, si è inserito in tutte le forme e pratiche di progettazione urbana, al punto che si sono aperte innumerevoli opportunità di realizzazioni nuove e trasformazione di complessi esistenti, impensabili, o impossibili, prima. È anche diventato più difficile individuare la differenza fra i centri per il commercio tradizionali e quelli che si autodefiniscono retail entertainment centers.La conclusione è che questo tipo di centri ha avuto successo perché è diventato flessibile abbastanza per soddisfare un’ampio ambito di domande del mercato. L’impresa edilizia commerciale ora ha nuove e convenienti opportunità per rivitalizzare i complessi invecchiati e realizzarne dei nuovi, le città hanno nuovi metodi per cercare uno sviluppo sostenibile, e i residenti che aspirano a divertirsi di più quando escono, hanno a disposizione ambienti commerciali ed esperienze più a contatto con la loro vita quotidiana, che offrono una sensazione di maggior identità e appartenenza.
Nota: qui il testo originale al sito dello Urban Land Institute (f.b.)
Titolo originale:Seaside Sprawl: Who Will Learn From the Tsunami Catastrophe? – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
I disastri naturali producono qualcosa di più che morte e distruzione. Ci sanno delle lezioni. Ma per quanto riguarda le devastazioni delle coste a causa dei ricorrenti uragani che colpiscono le fasce costiere di USA e Caraibi, e ora lo tsunami epocale nell’Oceano Indiano, non pare che governi e interessi economici stiano imparando dall’esperienza passata. In Tahilandia, colpita duramente dallo tsunami, ci sono tutti i segnali che l’edificazione turistica sarà ricollocata nelle stesse aree costiere. E negli USA su sponde pure duramente colpite, come quella della Florida recentemente da parecchi uragani, si è manifestata l’identica sindrome del distruggi-ricostruisci-distruggi. La gente sembra incapace di calmare il proprio desiderio di vivere e far vacanza il più possibile vicino all’oceano. E gli interessi economici, con il sostegno degli enti pubblici, mettono il profitto al di sopra della sicurezza.
Scrivendo sul Washington Post a proposito del recente disastro dello tsunami, il giornalista tahilandese Joshua Kurlantzick ha osservato che “Il governo Thai ha imposto troppi pochi controlli sullo sviluppo turistico; c’erano regole urbanistiche del tutto casuali per l’edificazione, e alcuni insediamenti evidentemente facevano ricchi importanti uomini politici. Il 26 dicembre, la Thailandia ha pagato il prezzo di questa mancata pianificazione”. Si potrebbe dire lo stesso per quanto riguarda gli effetti degli uragani sugli insediamenti costieri USA, con la differenza che non si tratta solo di economia turistica, ma di interessi nell’edilizia residenziale che sembrano completamente ciechi.
Poche sembrano capire che la minaccia delle catastrofi naturali si trasforma in disastro quando è l’ambiente costruito ad intrecciarsi con eventi estremi. La prevenzione dei disastri non si fa collocando persone e case sul percorso delle grandi forze naturali, come uragani, tsunami o alluvioni. Negli USA, le aree costiere ospitano più della metà della popolazione, anche se rappresentano solo il 13% della superficie totale. L’edificazione sulle coste dell’Atlantico e del Golfo è stata notevole, con incrementi di popolazione del 100%, dai 26 milioni del 1950 ai 53 milioni del 2000. Nel 1998, sono state realizzate più di 50.000 abitazioni su isole barriera fra il Maine e il Texas: il doppio del 1992. La densità di popolazione sulle coste si è impennata. Nel 1960 era di 72 persone al chilometro quadrato, salite a 105 nel 1994, e si prevede un aumento fino a 126 per il 2015, secondo i calcoli della National Oceanic and Atmospheric Administration. La media densità di popolazione per il territorio nazionale è di soli 29 abitanti per chilometro quadrato.
Non ci si può sbagliare. I costruttori dello sprawl costiero trasformano i rischi naturali in disastri, e la cosa ci riguarda tutti. Le file di “ McMansions” che occupano prepotentemente tante linee di costa americane offrono un gran panorama ai loro occupanti. Ma l’insediamento costiero uccide il paesaggio disponibile per tutti gli altri, dall’entroterra e dalla spiaggia. La dimensione delle case continua ad aumentare, perché cresce il mercato degli affitti. Nel North Carolina, è stata costruita una casa di mille metri quadri con 16 stanze da letto, come abitazione unifamiliare, per evitare alcuni vincoli urbanistici; si affitterà per circa 20.000 dollari la settimana. Sulle coste della North Carolina i lotti edificabili costano da 500.000 a un milione di dollari.
Uno studio della University of North Carolina osserva: “Le attività umane d’abitudine si collocano in modo da creare seri pericoli sia per noi che per molte risorse e funzioni naturali, molte delle quali utili all’uomo, e di valore in se stesse e in quanto parte di un complesso sistema ecologico”. In verità, l’ambiente costruito non è per nulla resistente o in grado di recuperare quanto quello naturale. L’edificazione inevitabilmente acuisce all’estremo gli effetti sulla natura e sulle persone degli eventi calamitosi, e in alcuni casi genera disastri. In Thailandia come altrove, l’insediamento costiero ha provocato distruzione di mangrovie e barriere coralline al largo, il che ha aumentato il potere distruttivo delle ondate. I controlli di tipo ingegneristico, come quelli per le alluvioni o i moli per evitare l’erosione delle spiagge, spesso sono inefficaci o si limitano a spostare il danno.
In molte delle zone devastate dal recente tsunami, le enormi quantità di aiuti stranieri probabilmente ignoreranno il saggio principio di contenere la riedificazione sulle coste, nello stesso modo in cui gli americani si rifiutano di imparare dalle esperienze con gli uragani. I proprietari di case USA si aspettano sempre che il governo li risarcisca quando la calamità colpisce. La maggior parte dei tentativi di contenere l’edificazione nelle aree costiere minacciate da uragani, sono falliti. Il Federal Coastal Barrier Resources Act del 1982, per esempio, rifiuta finanziamenti federali per strade, servizi, aiuti per calamità e possibilità di assicurazione, per alcune zone costiere classificate come ambientalmente fragili, e ancora inedificate all’epoca della legge. Questo non ferma i costruttori, che proseguono spesso col sostegno delle amministrazioni locali e statali. Per esempio a North Topsail Beach, North Carolina, nel bel mezzo di un’area federale, sono state costruite 960 case e condomini, e il comune non ha osservato le norme federali. Il sindaco lavora nel settore immobiliare.
Ci dovrebbero essere più persone ed enti pubblici preoccupati per l’innalzamento del livello del mare a causa del riscaldamento globale. Gli agenti immobiliari dicono che “non si fanno più terreni”. Hanno ragione. In verità, i livelli crescenti del mare e una cattiva gestione delle coste hanno causato la perdita di numerose superfici, e si prevedono altre perdite per il futuro. Lungo la costa della Louisiana ogni mezz’ora sparisce l’equivalente di campo da football, e si sono già persi migliaia di chilometri quadrati. Si prevede che il livello della Chesapeake Bay salga da dieci a trenta centimetri per il 2030. Comprare una casa vicino alla linea di costa o nei pressi delle zone umide di sponda è poco preveggente, e costruire nuove abitazioni è pura follia.
Il rapporto del 2003 della Pew Oceans Commission sottolinea molti degli effetti negativi dello sprawl sullo stato delle coste, e sull’economia e la società americana. Se c’è un posto dove si rende urgentemente necessario uno sviluppo più sostenibile, è nelle zone costiere, che al contrario di quanto pensano i conservatori favorevoli allo sprawl, sono una risorsa limitata. Chi desidera vivere sulla costa, probabilmente non vedrà l’abitare in Missouri o South Dakota egualmente affascinante. Se persone e costruttori si rifiutano di riconoscere la follia di abitare sul bordo dell’acqua, allora deve intervenire il potere pubblico, a proteggerli da se stessi, e a proteggere la natura dall’uomo.
Nota: qui il testo originale sul sito Planetizen ; su Eddyburg, un articolo correlato, scritto dopo lo “tsunami di Natale”,
Titolo originale: The blame game – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
L’evacuazione di New Orleans si sta avvicinando al completamento, martedì 5 settembre, sei giorni dopo la rottura degli argini della città bassa a causa dell’uragano Katrina. Uomini della Guardia Nazionale, truppe regolari e forze dei marshals federali – molte delle quali attivate la scorsa settimana dopo le critiche alla lentezza delle operazioni di soccorso – sono arrivate nelle zone più colpite e stanno conducendo ricerche casa per casa dei sopravvissuti. Alcuni residenti, comunque, insistono nel voler rimanere sulle loro proprietà.
Con la maggior parte dei sopravvissuti soccorsa, ora il punto centrale si sposta verso i morti a causa della tempesta e dell’alluvione conseguente. Il calcolo ufficiale nei tre stati più colpiti – Louisiana, Mississippi e Alabama – resta ancora ad alcune centinaia. Ma il bilancio finale potrebbe essere di parecchie migliaia. Molti corpi sono affondati nell’acqua, che ancora copre quattro quinti di New Orleans. Ad alcuni soccorritori è stato detto di contrassegnare i corpi sommersi con una boa, e proseguire nelle operazioni. Potrebbero passare molti mesi prima che le acque defluiscano, e anche un anno prima che la città sia pronta ad accogliere chi se ne è andato.
Forse 100.000 persone non hanno potuto o voluto lasciare New Orleans, una volta avvisate prima che Katrina colpisse. Decine di migliaia sono finite al rifugio ufficiale dello stadio Superdome, restandoci per giorni, e trasformandolo in un catino di caldo, puzzo e sofferenza. Non molto lontano, altre persone senza casa hanno trovato la strada del centro congressi, diventato rapidamente un secondo rifugio gigante. Entro il fine settimana, questi sfollati sono stati trasportati via in autobus. Circa 20 stati si sono offerti di ospitarli temporaneamente. Ma si sta già verificando tensione negli stati confinanti. In Texas, dove ora si trova la metà circa dei rifugiati da New Orleans, i funzionari dicono di aver difficoltà a reggere.
Se il mondo è rimasto addolorato dalle devastazioni di Katrina, è stato poi scioccato dalla crisi di legge e ordine che ne è seguita. I saccheggiatori giravano liberamente per le strade rubando cibo e acqua per la disperazione, ma anche computers, articoli sportivi o armi, per vantaggio personale. Si è parlato di rapine di auto e aggressioni, e ci sono stati aspri scontri fra alcune bande e i pochi proprietari di case e negozi rimasti. Alcuni hanno visto elementi razziali nella tensione sociale, dato che la maggior parte di chi è rimasto era povero, e nero.
Anche se New Orleans è stata allagata martedì della scorsa settimana, si è dovuti arrivare a venerdì perché i soccorsi entrassero a regime, con l’arrivo di migliaia di uomini della Guardia Nazionale. Kathleen Blanco, governatore della Louisiana, ha ricordato che essi “sanno sparare per uccidere”, ed entro il fine settimana si era ripristinato l’ordine nella maggior parte della città. Ma tutto il personale addetto ai soccorsi è sottoposto ad una enorme pressione, con molti che lavorano 24 ore su 24; il New York Times cita Edwin Compass, sovrintendente di polizia a New Orleans, che avrebbe dichiarato che almeno 200 dei suoi 1.500 agenti avevano rifiutato di lavorare il sabato.
Chi avrebbe dovuto pensarci?
Anche se Katrina era una tempesta potente, la quantità di caos e sofferenza che si lascia alle spalle è comunque sorprendente. L’America ha già avuto a che fare con uragani feroci, e la vulnerabilità di New Orleans era ben nota. Così ora molti puntano il dito sia alla risposta di breve periodo che al fallimento delle politiche di lungo termine.
Ray Nagin, sindaco di New Orleans, ha mostrato frustrazione crescente nel fine settimana, in particolare nei confronti del governo federale e delle sue conferenze stampa: “Stanno raccontando alla gente una fila di stronzate, divagano e la gente qui sta morendo ... Muovete le chiappe e facciamo qualcosa”. Un presidente George Bush teso ha criticato venerdì il lavoro dei soccorsi, definendolo “inaccettabile”, prima di prendere l’aereo verso la zona colpita a visitare i danni. Più tardi, ha ipotizzato che le amministrazioni locali avessero compiuto errori. Questo gli è valso la minaccia di un pugno sul naso da parte della senatrice della Louisiana Mary Landrieu.
Molte delle difficoltà immediate sono comprensibili. Come sottolinea Michael Chertoff, segretario per la sicurezza interna, ci sono stati due disastri. I venti dell’uragano hanno colpito le abitazioni sulla costa del Golfo del Messico, e poco dopo le piogge hanno rotto gli argini, creando così una situazione “dinamica” mentre le autorità reagivano solo al primo problema. Chiudere un buco largo cento metri in un argine con l’acqua che ci passa attraverso è una sfida enorme, per gli ingegneri.
Nondimeno, molti americani stanno dando la colpa all’uomo nel posto più alto. Bush avrebbe dovuto recarsi nella regione più in fretta, sostengono i critici (si prevede un secondo viaggio lunedì). Alcuni sostenitori di Bush sono preoccupati perché i problemi coi soccorsi potrebbero danneggiare il presidente in un momento in cui la sua popolarità è già bassa, per via dei problemi con l’Iraq: comunque un sondaggio del Washington Post/ABC, venerdì, ha rilevato che il paese è spaccato in due, col 46% a dire che Bush ha gestito bene la crisi, e il 47% che ha lavorato male.
Alcuni incolpano Bush sulla base del fatto che sono alcune delle sue decisioni di lungo periodo ad aver reso più difficile reagire al disastro. La guerra in Iraq, è stato notato, ha diminuito di un terzo la disponibilità di uomini della Guardia Nazionale in Louisiana, Mississippi e Alabama; molti di coloro che sono stanziati in Iraq sono addestrati agli interventi di emergenza. Altri accusano che la guerra ha ristretto il bilancio, causando un rinvio agli anni futuri dei progetti per migliorare gli argini: anche se non è chiaro, se questi progetti avrebbero potuto essere completati in tempo per fermare l’inondazione dopo Katrina.
Anche se molti degli errori possono essere attribuiti all’amministrazione Bush, il motivo principale per gli effetti devastanti di Katrina può essere anche cercato in decisioni precedenti, come quella di Jean Baptiste le Moyne de Bienville del 1718, di collocare la città in una posizione tanto precaria, o nei più recenti “miglioramenti” alla navigazione marittima dell’area che hanno danneggiato le zone umide della Louisiana sud-orientale. Per la gran parte del XX secolo il governo federale ha interferito col Mississippi, per la navigazione e – ironicamente – per prevenire le inondazioni. Per farlo ha distrutto ampie fasce di acquitrini costieri attorno a New Orleans: una cosa molto gradita ai costruttori di case, ma che ha sottratto alla città gran parte della protezione dalle alluvioni. Ora potrebbe aumentare il consenso per un piano multimiliardario di ripristino delle zone umide, anche se un progetto simile ha incontrato difficoltà in Florida.
Ed è preoccupante, che milioni di americani abbiano scelto di vivere in zone rischiose per questo tipo di calamità. Anche se il Congresso ha autorizzato immediatamente un pacchetto da 10,5 miliardi per la ricostruzione, Denny Hastert, portavoce della House of Representatives, ha espresso un dubbio sull’opportunità di spendere grosse quantità di denaro per località esposte come New Orleans (anche se poi ha ritirato quanto detto). Resta comunque da fare una domanda importante, al governo federale e a quelli locali, sugli errori che hanno portato alle distruzioni e al caos di Katrina. Si è dimostrato un’altra volta che le decisioni prese senza dovuta attenzione alle conseguenze si pagano, prima o poi.
Nota: il testo originale al sito dell’Economist; su Eddyburg numerosi altri contributi, a partire da uno studio scientifico diMark Fischetti e altri, soprattutto nella sezione Città e Territorio/Il Nostro Pianeta (f.b.)
Titolo originale: Malls, alfresco – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Nell’ultima incarnazione del centro commerciale, si passeggia tra filari di alberi. Gli edifici sono alti uno o due piani, progettati per apparire caratteristici. La gente si siede per uno spuntino, sui tavolini sotto gli ombrelloni. Qualcuno può anche raggiungere casa solo passeggiando attraverso il prato.
Questi villaggi contengono negozi di classe, e sono pensati per attirare clienti ad alto reddito in cerca sia di acquisti che, dicono i costruttori, di sense of place comunitario.
Soprannominati “ lifestyle centers” da qualcuno, questi insediamenti stanno prendendo piede nel suburbio, come alternativa sia al tradizionale vecchio centro di acquisti in città, sia ai giganteschi centri commerciali al chiuso. E ora ci sono parecchi di questi progetti in corso di perfezionamento per le aree a ovest di Boston.
C’è una proposta del genere, per una miscela di negozi, ristoranti, residenza e qualche ufficio, in edifici bassi e con parco pubblico, in corso di discussione pubblica a Westborough. E progetti simili si stanno discutendo a Wayland e Berlin.
I lifestyle centers, che possono proporre più o meno gli stessi negozi di un mall tradizionale, sono pensati per essere invitanti al pedone, zone che favoriscono gli incontri tra le famiglie o i vicini.
”Credo che la gente sia in cerca dei bei vecchi tempi” dice Robert Demmons, architetto della Gorman Richardson Architects Inc. di Hopkinton, che sta progettando il complesso Westborough Centre. Racconta che è la residenza ad assicurare uno spazio vivo anche quando i negozi sono chiusi.
“Ci deve essere un’attività costante” dice. “Non devono esserci zone morte”.
Questi lifestyle centers sono l’ultima generazione in un albero genealogico che comprende sia il centro commerciale chiuso che i “ power centers” grandi spazi all’aria aperta che contengono negozi “ big-box” come Home Depot, popolari negli anni ‘90.
Secondo lo International Council of Shopping Centers, ci sono circa 130 lifestyle centers nel paese, come quelli di Acton, Hingham, o Millbury, e altri 40 circa in arrivo.
Le caratteristiche che li distinguono sono di solito la miscela di negozi – catene di livello superiore come Williams-Sonoma o Pottery Barn, nessun grande magazzino o big box – e la forma di insediamento all’aria aperta.
Ma Patrice Duker, portavoce dello ICSC, dice che si tratta di una formula fluida che può comprendere elementi quali residenza e intrattenimento. Alcuni centri contengono anche commercio alimentare o altre funzioni anchor.
I costruttori sostengono che l’idea è di creare una shopping experience che induca il visitatore a trascorrere più tempo nel centro. “Quello che si realizza è una specie di ambiente” dice Lou Petra, project manager per il complesso del Westborough Centre.
Costruttori e operatori riconoscono che il tentativo di costruire ambienti pittoreschi può apparire un po’ forzato a prima vista, dato che questi centri sono nuovi. Ma Alison Moore, portavoce per i responsabili del Wayland Town Center, afferma che i progettisti in quel caso conoscono bene lo stile New England, e anche se gli edifici appariranno nuovi in un primo tempo, alla fine sembreranno “autentici”.
Joe Laydon, urbanista a Wayland, dice che i funzionari comunali erano preoccupati per l’assenza di gettito fiscale degli edifici esistenti (un complesso a uffici inutilizzato).
Un insediamento che unisce commercio, spazi per uffici e residenza, dice, sarà in grado di sostenere meglio gli alti e bassi dell’economia. L’Ufficio Urbanistica sta esaminando la variante al piano necessaria a concedere l’autorizzazione.
Ma non tutti sono contenti di quanto stanno vedendo. Contro il Wayland Center è nato un gruppo detto Citizens Against Reckless Development. Teme che il progetto sia troppo grande per la città.
”Non è un centro di città” dice Alan Mandl, membro del gruppo. “È un centro commerciale”.
A Berlin, il costruttore Jon Delli Priscoli ha rivisto i suoi piani per uno shopping center convenzionale, che era stato respinto all’inizio dell’anno.
Ora sta pensando a un progetto che descrive come “più simile a una replica di downtown” con verde, negozi di lusso, architetture attraenti, e una miscela di case e appartamenti.
Jed Hayes, uno dei soci di SullivanHayes, le cui proposte per un lifestyle center a cavallo dei confini circoscrizionali Berlin-Hudson sono pure state affondate dagli elettori di Berlin quest’anno, dice che questo tipo di centri possono essere più “adattati alla comunità” di quanto non avvenga per il solito mall.
Hayes, che definisce il lifestyle center come un progetto solo commerciale, dice che proverà a Hudson con una nuova proposta; non fornisce alcun particolare del progetto.
Uno dei primi lifestyle centers dello stato, Derby Street Shoppes a Hingham, offre negozi come Gap, Crate and Barrel, Barnes & Noble, o Whole Foods Market. Sono sistemati attorno a un’area di parcheggio, in edifici di varie dimensioni, forme e colori.
Un complesso a Millbury costruito dalla stessa impresa, la W.S. Development Associates di Newton, comprende anche un cinema.
Terry Shook, socio di Shook Kelley, studio di architettura che rileva le percezioni del consumatore per utilizzarle a scopo di sviluppo progetti, afferma che la gente non trascorre più molto tempo nei giganteschi malls cresciuti nel paese a partire dagli anni ‘50.
”Il mall per noi non è più conveniente” dice. Allo stesso tempo, il consumatore vuole ambienti che offrano esperienze interessanti dal punto di vista sociale e dell’intrattenimento. Shook, che era a Cambridge la scorsa settimana per una lezione alla Harvard Design School, interpreta la tendenza dei lifestyle center come segno che “il suburbio sta iniziando a reinventarsi”. Crede che il modello si evolverà, a comprendere più abitazioni e spazi pubblici.
A Wellesley, i costruttori sperano di rifare la zona commerciale di Linden Street con nuovi negozi, ristoranti, uffici, e case. Rifiutano l’etichetta del lifestyle-center perché i negozi sono più di servizio.
Jim Lamp della Eastern Development, che sta dietro al progetto per Linden Street, dice che non si intende mettere in concorrenza la zona con la vicina Central Street. Una striscia commerciale che vanta il tipo di negozi di livello superiore e ristoranti, insieme all’ambiente pedestrian-friendly, che tentano di costruire tanti lifestyle centers.
Nota: il testo originale al sito del Boston Globe (f.b.)
Fino a ieri mattina, ore 11, ero incerto se dedicare questa rubrica al problema dell'urbanistica romana o al problema dell'urbanistica concentrazionaria dei Centri di permanenza temporanea. Il primo problema è un effetto collaterale della epopea che Marco Revelli, Edoardo Salzano e altri narrano nel primo numero del nostro nuovo mensile, Carta Etc., ossia come la mano invisibile del mercato neoliberista stia riuscendo in un'impresa inedita nella storia dell'umanità: città in cui gli abitanti siano sostituiti da commerci, servizi ed eventi attira-turisti come le Olimpiadi. A Roma, come ha dettagliatamente documentato Antonello Sotgia su Carta Etc., il Piano regolatore, il primo da mezzo secolo, viene rosicchiato da giganteschi tarli prima ancora di essere approvato formalmente. I tarli sono i costruttori, eterni eroi dell'economia romana (e ormai nazionale). I buchi nel Piano si chiamano «osservazioni». Quelle fatte dai palazzinari vogliono ovviamente aumentare le «cubature», ossia la roba da costruire (su Tor Pagnotta si stanno abbattendo un milione e duecentomila di metri cubi di cemento). E la giunta, per errore (dice), accoglie quelle «osservazioni» prima ancora che il consiglio ne discuta e tralasciando di fornire la documentazione al consigliere comunale più vicino ai movimenti per la casa, Nunzio D'Erme: «Ah, è anche lui della maggioranza?», chiede candido l'assessore competente.
L'Espresso degli anni cinquanta fece la sua fortuna con lo slogan «capitale corrotta, nazione infetta», e con una serie di inchieste sull'urbanistica dell'accumulo (di capitali e clientele) allora diretta da Giulio Andreotti, dal Vaticano, dai comunisti Marchini e dal nonno di Caltagirone, non ancora così potente. Non dico che siamo a quel punto, ma le distrazioni e gli errori di Veltroni sono allamanti. Specie se si pensa che il vasto movimento per l'abitare, che del Piano regolatore ha discusso insieme a mezza città, sta finendo in carcere. I nostri amici di Action sono giudicati da un certo giudice una «associazione per delinquere», e cinque di loro vengono assegnati ad arresti domiciliari che assomigliano tremendamente al confino di polizia. Fossimo in un paese non «infetto», le «associazioni a delinquere» si scoprirebbero ai piani alti dei palazzi padronali.
Il secondo problema sul quale avrei voluto scrivere è quello dei Cpt. Bisogna ringraziare calorosamente Luca Fazio per aver fatto l'intervista che ha fatto (sul manifesto di ieri) alla ex ministra, e dignitaria dei Democratici di sinistra, Livia Turco. Impressionante. Vi si poteva apprezzare la totale vacuità della politica fatta sui giornali e in tv, quella per cui «la lotta ai clandestini deve essere di sinistra». Già, come la guerra alla Serbia era «umanitaria» e le privatizzazioni della gestione degli acquedotti salvaguardano la «proprietà pubblica». Filippo Miraglia, dell'Arci, ha lanciato un appello per sostenere e sospingere i presidenti di Regione che lunedì si riuniranno a Bari per chiedere la chiusura dei Cpt (e Carta settimanale dedica a questo la sua copertina, pubblicando una rara testimonianza dall'interno di un Cpt, di una persona che ha lavorato in quello di Bologna). L'indirizzo per aderire è miraglia@arci.it.
Bene, pensavo a queste alternative, per la rubrica, quando sono arrivate le notizie da Londra, e mi ha preso un grande sconforto, dopo le buone proteste contro il G8. Ho pensato che un mondo diseguale e ingiusto è un alibi perfetto, per gli assassini di massa. E gli assassini di massa sono un alibi perfetto, per chi vuole far sì, con la guerra, che il mondo resti diseguale e ingiusto.
Titolo originale: Build new homes on fields, urges government guru– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il consigliere del governo e guru della pianificazione, Sir Peter Hall, oggi ha chiesto che i terreni agricoli in eccesso siano messi a disposizione per nuovi insediamenti, ad affrontare la crisi delle abitazioni.
In un nuovo rapporto per la Town and Country Planning Association, Sir Peter ha sottolineato che il 9% delle superfici gricole nel congestionato sud-est riceve fondi europei per il “ set aside”, ed è lasciato incolto per impedire una sovraproduzione.
Sir Peter, membro della task force governativa sui problemi urbani, afferma che questi terreni offrirebbero spazio più che sufficiente per risolvere la carenza di spazi economicamente accessibili per nuove abitazioni.
”La semplice conclusione è che abbiamo terre in abbondanza per costruire, quasi ovunque vogliamo”.
E aggiunge: “C’è bisogno di un altro programma di new towns, stavolta non per costruire nuove Harlow o Stevenage o Milton Keynes, ma piccoli gruppi di comunità lungo le spine del trasporto pubblico”.
Nel rapporto, provocatoriamente intitolato Land Fetish, Sir Peter lancia anche un fulminante attacco alla lobby di resistenza all’edificazione delle campagne.
”La lobby delle campagne è riuscita a persuadere tutti che la terra ha valori tanto insostituibili che dovremmo fare qualunque sforzo, pagare qualunque prezzo, per evitare di costruirci sopra” ha detto.
Lamenta che gli attivisti per le campagne abbiano suscitato disordine mentale collettivo sull’uso delle terre in Inghilterra: “Abbiamo fatto della terra un feticcio, senza considerare davvero a cosa ci serve” aggiunge.
Sir Peter mette in discussione anche l’ampiamente sostenuta promozione delle alte densità urbane proposta dal presidente della task force, Lord Rogers.
Sir Peter sottolinea che in questa ricerca di densità più alte, le nuove case risultano troppo rumorose, troppo affollate, costruite troppo vicine a strade trafficate. Dice: “Dovremmo preoccuparci seriamente per il fatto che stiamo costruendo in luoghi non adeguati, inadatti per le persone che ci devono abitare, inadatti soprattutto per i loro figli, se ne hanno”.
Raccomanda invece densità residenziali moderate, che richiedono superfici urbanizzate maggiori.
Sir Peter dice che le previsioni del governo mostrano che sarà necessario trovar casa ad altri 3,8 milioni di famiglie entro il 2021. Aggiunge che è stato “agire da Canuto” [ leggendario Re di Inghilterra che voleva fermare la marea col suo solo potere sovrano, n.d.T.] ritenere che questa tendenza potesse essere contenuta.
”Non non si trovano soluzioni, il risultato sarà che aumenteranno i prezzi delle case, tutti ne soffriranno, ma come al solito i poveri ne soffriranno di più”, dice.
Nota: il testo originale al sito del Guardian (f.b.)
Sulla liquidazione di un prestigioso servizio pubblico
L’Agenzia di stampa DIRE sulla liquidazione dell’Ufficio del Piano territoriale provinciale, denunciato da Eddyburg, lanci del 24 maggio 2005
(ER) URBANISTICA BOLOGNA. PROVINCIA CONGEDA CAVALCOLI, E' BUFERA= URBANISTI E DL: PTCP NEL MIRINO; VENTURI: SONO SOLO DELLE TEORIE - (DIRE) - BOLOGNA-
Minaccia bufera sull'urbanistica bolognese. La Provincia di Bologna si appresta a sostituire Piero Cavalcoli, il dirigente capo della pianificazione territoriale, nonche' l'uomo del Ptcp, il piano territoriale di coordinamento provinciale. Nei giorni scorsi l'indiscrezione era stata commentata con toni durissimi in un'editoriale comparso sul sito internet www.eddyburg.it (portale che rappresenta una sorta di comunità telematica degli urbanisti italiani), curato da Edoardo Salzano, già professore di Architettura all'università di Venezia (articolo fatto circolare in rete dalla Compagnia dei Celestini, associazione bolognese di urbanisti). "La decisione di smantellare l'ufficio sarebbe partita qualche mese dai Ds- si legge nell'editoriale- e avrebbe colto di sorpresa la Margherita. Ne sarebbero state liete le imprese immobiliari, tra cui quelle della Legacoop, i cui interessi non avrebbero potuto espandersi se si fosse consolidata la politica di contenimento del consumo di suolo promossa dal Ptcp". Parole che l'assessore provinciale ai Trasporti e alla Pianificazione territoriale della Provincia, Giacomo Venturi, dei Ds, bolla come "teorie" a cui bisognerebbe "contrapporre i fatti"; critiche, pero', che trovano il parziale consenso di Andrea De Pasquale, consigliere provinciale della Margherita e presidente della commissione Urbanistica della Provincia: "Purtroppo- dice il diellino- mi trovo a condividere molte delle preoccupazioni espresse in questo articolo". L'unica cosa certa e' l'avvicendamento imminente di Cavalcoli. Il diretto interessato, che pure precisa di non voler entrare nella questione che lo riguarda, dice: "Non ho ancora ricevuto nessuna comunicazione formale al riguardo, ma mi e' stato comunicato dall'assessore provinciale alla Pianificazione che non godo piu' della sua fiducia". (Oro/Mac/ segue)
(ER) URBANISTICA BOLOGNA. PROVINCIA CONGEDA CAVALCOLI, E' BUFERA(2) (DIRE) - BOLOGNA-
Venturi conferma l'avvicendamento di Cavalcoli: "Abbiamo avviato un percorso concertato di ricambio che era fisiologico. Vogliamo reperire nuove energie e continuare l'importante lavoro svolto fino a qui, un lavoro di grande qualità realizzato in collaborazione con tutti i Comuni". Nell'editoriale di Eddyburg si scrive ancora: "Ridurre il peso dell'ufficio e burocratizzarlo eliminerebbe un elemento di confronto politico e culturale, rischioso per alcune scelte municipaliste che starebbe assumendo il governo Cofferati". Venturi, pero', respinge al mittente le accuse: "Si tratta di teorie, inviterei tutti a valutare i contenuti e i fatti che abbiamo prodotto". L'imminente avvicendamento di Cavalcoli ha fatto venire il mal di pancia anche alla Compagnia dei Celestini di Bologna, che pero', ufficialmente, non vuole intervenire sulla vicenda per una sorta di conflitto di interesse (alcuni suoi componenti sono dipendenti della Provincia di Bologna). Interviene invece De Pasquale: "Quanto visto in questi mesi mi preoccupa. Non vorrei che i segnali emersi rappresentassero una cattiva premessa per la nuova fase dei piani strutturali comunali". Nel comitato consultivo che affianca l'assessorato alla Pianificazione territoriale della Provincia, continua De Pasquale, "noto da alcuni mesi una tendenza che non condivido". (Oro/Mac/ Dire)
(ER) URBANISTICA BOLOGNA. PROVINCIA CONGEDA CAVALCOLI, E' BUFERA(3)= (DIRE) - BOLOGNA-
"Vedo che sindaci e assessori al momento di presentare le loro richieste di costruire o di prevedere un'espansione tendono ad argomentare in questo modo: 'Sappiamo che il Ptcp, il documento che stabilisce i criteri generali e gli indirizzi dello sviluppo territoriale dei vari comuni, direbbe che questa nostra richiesta non e' accoglibile, ma vi chiediamo di fare un'eccezzione e di interpretarlo con elasticità". In sintesi, chiude De Pasquale, "il Ptcp, ottima bandiera della sinistra attenta all'equilibrio e alla sostenibilità quando era contrapposta a Guazzaloca, viene spesso citato dagli amministratori dei comuni con l'uso del condizionale". Anche su questo fronte Venturi e' convintissimo nel respingere le critiche: "Non solo il Ptcp non e' in discussione, ma ci vogliamo attrezzare al meglio per un progetto di dimensione metropolitana". (Oro/Mac/ Dire) (ER) PROVINCIA BOLOGNA. AN: CAVALCOLI FUORI, VACILLA IL PTCP= GUIDOTTI: COMANDA SOLO COFFERATI, SOLUZIONE PROBLEMI LONTANA - (DIRE) - BOLOGNA-
"Dopo Cavalcoli non e' irragionevole pensare che cominci a vacillare anche il Ptcp", e che quindi venga rimesso in discussione anche "il Passante nord". Sergio Guidotti, capogruppo di An in Consiglio provinciale, interviene cosi' dopo la notizia che la Provincia ha deciso di sostituire Piero Cavalcoli, dirigente della pianificazione territoriale e "padre" del Piano territoriale di coordinamento provinciale, il principale strumento urbanistico di Palazzo Malvezzi. "I boatos che da tempo davano per esautorato l'architetto Cavalcoli sono improvvisamente esplosi, a ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo affermato, anche in una nostra recente interpellanza sul battibecco Merola-De Pasquale, circa gli insanabili e ormai ingestibili conflitti politici all'interno delle locali maggioranze di centrosinistra e istituzionali tra la Provincia ed il Comune di Bologna", afferma Guidotti. Secondo il finiano, "dopo Cavalcoli non e' irragionevole pensare che cominci a vacillare anche il Ptcp (almeno nella rigida interpretazione Rabboni-Cavalcoli) e conseguentemente che si debba riparlare del Passante nord, a tutto danno dell'urgenza della soluzione di uno dei problemi del trasporto bolognese". Tutte domande "ovvie, a cui mancano le risposte, o meglio a cui si puo' dare una sola risposta: il carrozzone elettorale prodiano, prima ancora di presentarsi alle elezioni politiche, fa già acqua persino nelle consolidate amministrazioni bolognesi, dove oggi c'e' un uomo solo al comando (riferimento al sindaco Sergio Cofferati, ndr)- chiude Guidotti- e per il resto tutti sono contro tutti e soprattutto tutti (compreso l'uomo solo) sono contro la buona amministrazione". (Com/Red/ Dire)
Titolo originale: China’s chichi suburbs – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
A venti minuti d’auto dal centro della città trovate file di casette a parallelepipedo. Alcune sono dipinte a colori pastello e in stile italiano o spagnolo, altre più verso il Georgian Revival. Prati curati e edifici dei circoli di ritrovo caratterizzano il paesaggio. Ogni tanto, un campo da golf. I quartieri sono recintati e portano nomi come Lago Leman, Capital Paradise, Yosemite, River Garden. Suona familiare?
Siamo a Pechino, l’antica capitale della Cina dove il “centro” è la storica Città Proibita, il complesso murato che è stata la sede degli imperatori cinesi per secoli.
Negli scorsi anni, sono spuntate parecchie lottizzazioni recintate fuori dalle due grandi città cinesi continentali, Pechino e Shanghai; e la tendenza si sta diffondendo ad altre città, come Tianjin o Shenzhen.
La cosa più notevole è che la maggior parte di questi quartieri, dal punto di vista architettonico e di aspetto, sembrano quelli di San Jose o della Orange County. Sono modellati direttamente sulle tract homes che hannos egnato la crescita suburbana in America negli ultimi 30 anni.
La maggior parte conservano pochissime o nessuna traccia dell’Asia nel progetto, organizzazione generale, decorazioni. Le prime case sono state costruite per espatriati, come i diplomatici o i dirigenti delle sedi locali di imprese multinazionali.
”Per offrire strutture abitative agli stranieri (che corrispondano) a standard stranieri, si sono copiati stili e caratteristiche occidentali” dice Billie Chau, direttore dell’ufficio di Pechino della FPD Savills, impresa britannica che gestisce alcuni di questi quartieri. “Ecco perché sembrano e vengono avvertiti come tanto occidentali”.
Ma ora ne sono stati costruiti molti altri, e molti ancora sono in serbo, perché un crescente numero di cinesi che possono permetterselo tentano di uscire dall’affollato e sporco milieu della città cinese contemporanea. Molti acquistano anche a scopo di investimento.
Con l’economia cinese che continua la sua traiettoria in salita a rotta di collo, con veloce crescita e suburbanizzazione che accade in tutte le città principali come Pechino e Shanghai, gli abitanti più agiati e i lavoratori white-collar di queste città mostrano una preferenza per l’acquisto di ville o case localizzate nelle fasce suburbane esterne” dice Andrew Ness, direttore operativo delle ricerche per l’Asia alla CB Richard Ellis. Questa compagnia immobiliare globale sta facendo molti affari nella vendita e affitto di questo tipo di proprietà.
”In più, dato che la quantità delle automobili private nelle principali città è in crescita, questi nuovi abitanti suburbani mostrano una preferenza a spostarsi coi propri veicoli” continua Ness.
La Cine sembra aver imboccato la strada dello sprawl, e con questa i prevedibili problemi che sperimentiamo qui negli Stati Uniti: più traffico, più inquinamento, minacce ambientali alle zone rurali, e poi esclusione sociale, alienazione, divisioni.
Ma la cosa forse più caratteristica di questi insediamenti non è lo sprawl in sé, ma il suo modo di presentarsi.
Vancouver Forest, per esempio, è una nuova lottizzazione di case che imitano un quartiere tipico della British Columbia. È stata realizzata da architetti canadesi, utilizzando materiali canadesi, per creare un mini-Canada.
”Vancouver Forest è un campionario di capacità canadesi in Cina”, recita fiero un titolo recente sulla newsletter dell’ambasciata del Canada.
Volete vivere in Australia? Gli abitanti di Pechino possono comrpare una casa a Sydney Coast, una lottizzazione che offre ai residenti “una vita in villa Astralian-style sette giorni la settimana”.
” Progettato da esperti australiani, il quartiere propone uno stile di vita semplice e nuovo” recita una brochure pubblicitaria del quartiere. “ Fate una passeggiata lungo le strade di Sydney Coast, e avrete la sensazione della vera Australia”.
Sydney Coast è realizzato dalla Beijing Capital Land, una società mista a cui partecipa anche il comune di Pechino. La stessa compagnia sta costruendo anche Upper East Side, un grosso gruppo di case ad appartamenti nella zona nord-orientale di Pechino.
Per chi preferisce vivere in California i pechinesi sono stati capaci di metter su anche la lottizzazione Yosemite.
Ora c’è anche l’opzione aggiuntiva di trasferirsi a Napa Valley, un nuovo quartiere in costruzione cinquanta chilometri fuori da Pechino. Napa Valley tenta di cogliere uno stile di vita Californiano/Mediterraneo, di riposo in poltrona sotto una veranda.
”Si usa ampiamente la pietra rustica, con ricchi colori per l’intonaco, insieme a persiane in legno e finiture in ferro battuto, per creare una dimensione intima e l’atmosfera del villaggio”, secondo gli architetti e urbanisti di Napa Valley, che stanno a Palm Springs e Newport Beach (Orange County).
Per chi freme dalla voglia di ricreare la vita della Francia del XVII secolo, c’è Chateau Regalia, sulla fascia esterna nord di Pechino. Qui i potenziali acquirenti possono scegliere fra parecchi diversi modelli di case:la Duca I, la Duca II, la Marchese, la Conte e la Visconte. Sia nelle forme che nelle decorazioni, le case di Chateau Regalia sono un eccentrico amalgama di barocco francese e architettura neoclassica.
La frenesia ha preso piede anche a Shanghai, dove ci sono parecchi quartieri realizzati in stili stranieri. I funzionari locali recentemente hanno annunciato piani per costruire gruppi di insediamenti satellite realizzati in vari stili nazionali fuori Shanghai.
Ci saranno una città francese, una italiana, una inglese, e così via. Ciascuna avrà il proprio centro commerciale.
Questi luoghi sono il risultato diretto dellos viluppo economico senza soste della Cina, e della sua scoperta delle tentazioni del libero mercato.
Dopo decenni di isolamento – un periodo la cui architettura residenziale consisteva principalmente di grigiastri blocchi ad appartamenti in stile staliniano – i nouveaux riches cinesi sono storditi dall’eccitazione e decisi a ricreare gli stili di vita dei paesi sviluppati che hanno a lungo guardato da lontano.
Tra i settori più agiati delle nuove classi professionali della Cine, possedere una casa unifamiliare è diventato un importante segno di posizione e status. Dato che la maggior parte delle città cinesi sono dense e fitte di appartamenti o edifici a corte, l’unica possibilità è di costruire nuove case nelle fasce suburbane.
“Con la Cina che diventa sempre più una società capitalistica, le norme sociali si evolvono in varie direzioni e modi” dice Ness. “Una casa costosa è considerata un grande simbolo di status per tutti”.
Questo desiderio di posizione sociale spesso va per mano ad una profonda sfiducia fra i nuovi ricchi nella cultura e tradizione cinese.
Ora che ne hanno i mezzi, le élites cinesi sfuggono l’antica tradizione di eleganza e capacità creativa nazionale, scegliendo invece una piatta versione del modo dei sogni occidentale.
Queste lottizzazioni sono una fantasiosa rappresentazione dell’attuale psicosi cinese: fantasie materialiste dopo decenni di tempo perduto.
La prima volta che sono entrato in un sobborgo cinese, ho avuto la sensazione di entrare in un altro mondo, più in Florida che in Cina.
Con tanta ricerca e divulgazione a spiegare gli effetti collaterali dello stile di vita da villette, molti americani hanno cominciato a mettere in dubbio la saggezza di una vita suburbana nello sprawl.
Nonostante queste scoperte, gli errori americani sono replicati in Cina. Questi quartieri mancano di qualunque legame col luogo. Sembrano goffi e fuori posto, nel panorama cinese.
Molti sostengono che lo sprawl in Cina è inevitabile; che è l’ovvio prodotto collaterale del successo economico. Perché il bisogno di queste comunità sparpagliate sia tanto inevitabile resta poco chiaro, ma se lo accettiamo per buono, i nuovi sobborghi cinesi devono proprio essere una fantasyland straniera? Perché non possono avere caratteristiche cinesi?
Può suonare una domanda strana, ma: cosa c’è di sbagliato in una normale strada cinese?
Nota: qui il testo originale al sito del San Francisco Chronicle; per qualche informazione economica in più, può essere utile visitare anche il sito della Beijing Capital Land, quella con partecipazione della municipalità di Pechino per costruire suburbi all’australiana (f.b.)
Maurizio Giuffrè Metropoli europee sotto effetto sprawl
Da il manifesto del 25 marzo 2005 un commento ai temi trattati nell’evento “Esplosione delle città”. Temi e posizioni sulle quali il dibattito prosegue, a cominciare da una domanda: è giusto considerare fisiologica la patologia della “città esplosa”?
Èsempre meno frequente imbattersi in esposizioni come quella che si tiene in questi giorni a Bologna, nelle sale di San Giorgio in Poggiale, che ha per tema i «territori urbani» e, più esattamente, la «metropolizzazione» nelle regioni urbane dell'Europa meridionale. Vi si trova rappresentata l'analisi e la messa in mostra di quella serie di fenomeni che, negli ultimi decenni, hanno riguardato la dispersione, in aree già densamente urbanizzate, di popolazioni, attività economiche e infrastrutture secondo modelli e processi del tutto nuovi rispetto a trent'anni fa. L'esplosione della città - questo il titolo della mostra bolognese - ordina e spiega, concentrandosi su una serie di casi esemplari e ricorrendo a una originale «tassonomia urbana», i più recenti concetti intervenuti a modificare l'idea classica di città. Rispetto ad altri studi sul paesaggio urbano, orientati più alla descrizione delle «strutture spaziali» che al contesto geografico e sociale, l'esposizione bolognese ha il merito di rivolgere lo sguardo alla materialità dei fenomeni che hanno contraddistinto la crescita e l'espandersi delle città europee. Frutto dell'iniziativa delle catalane Càtedra d'Urbanistíca dell'Escola d'Arquitectura del Vallès e dell'Universitat Politècnica de Catalunya l'esposizione - presentata lo scorso anno a Barcellona in occasione del Fòrum Universal de les Cultures - è il più aggiornato prodotto sulle trasformazioni territoriali nei sistemi metropolitani. Si deve all'urbanista Francesco Indovina il merito di averla fatta arrivare in Italia e di avere lavorato per tre anni insieme ad Antonio Font e Nuno Portas per coordinare i tredici gruppi di urbanisti di altrettante università di Francia, Italia, Portogallo e Spagna. Le città o le regioni metropolitane prese in esame sono per dimensioni e problemi affrontati tutte diverse tra loro, ma la finalità della ricerca non era tanto quella di individuare una «logica comune», quanto quella di intraprendere nuove strategie cognitive e progettuali per l'urbanistica riprendendo, con strumenti aggiornati, la riflessione sulla politica del piano. Dall'elenco delle città prese in esame - Barcellona, Madrid, Valencia, Lisbona , Porto, Marsiglia, Montpellier, Donosta-Bayonne, Bologna, Genova, Milano, Napoli e il Veneto centrale - si comprende bene come sia il territorio a fungere da «contenitore di tutto», «e non più la città»: dove per tutto si intende l'insieme delle plurime funzioni che governano le attività economiche, politiche e sociali, non più collocate in un «centro» bensì distribuite, integrate, addensate in «altre città», in un rapporto di concorrenza o complementarietà con la città principale.
Funzionano così Marsiglia, Barcellona, Milano e Valencia ma in alcuni casi la struttura urbana monocentrica domina i nuclei della sua periferia la cui crescita è avvenuta in modo concentrato (Madrid) o disperso (Lisbona). In altre situazioni ancora il centro principale metropolitano, per limiti naturali e geografici, ha visto l' «esplosione» urbana rimanere compatta - lungo la costa come a Genova - oppure disseminarsi, per esempio verso la pianura e il golfo, come a Napoli.
Ci sono, inoltre, i casi denominati «città diffusa» (Veneto centrale) oppure «struttura lineare» (regione trasfrontaliera basca di Donostia-Bayonne) in cui il processo di «metropolizzazione» è avvenuto lungo infrastrutture storiche viarie e di trasporto. Per tutte le città studiate il corredo di illustrazioni e cartografie - raccolte nei tredici box che compongono il percorso espositivo all'interno della navata centrale della chiesa di San Giorgio - descrive un territorio in continua evoluzione, che oggi appare già modificato rispetto a com'era nel 2000, anno di inizio della ricerca. È proprio il progressivo evolversi della dispersione che genera la «metropolizzazione» ed è questo processo di «allungamento» del territorio l'elemento che evita, come ha scritto Indovina, l'«impoverimento» della vita sociale; anzi, diviene, a certe condizioni, fattore generatore di crescita economica e di sviluppo. Infatti, è proprio lo sprawl, (termine americano in uso negli anni `60 per indicare la crescita urbana), che pur contenendo in sé tensioni e conflitti, configura nuove strutture spaziali, forme inedite di aggregazione della vita sociale, aspetti originali di organizzazione del lavoro e dell'economia.
In questa prospettiva l' «esplosione» della città non ha nulla di tragico. «Nella rovina dell'ambiente causata dallo sprawl germoglia il progetto moderno» - ha scritto Richard Ingersoll ( Sprawltown, Meltemi 2004) e ha aggiunto: « Sprawltown è un progetto per dar vita a una nuova coscienza urbana nelle vaste zone di indifferenza che ci circondano». Anche i curatori dell'esposizione bolognese sostengono la stessa tesi. Dalla città «compatta», che la tradizione urbana ci ha tramandato nei due secoli precedenti, al territorio «metropolizzato» la città non si dissolve bensì si «salva». I processi in atto, pieni di ostacoli, hanno solo altri contenuti, ad esempio fanno riferimento all'integrazione e all'identità: due termini che rimandano alle molteplici forme con cui si esprime la socialità nella «città infinita» che non ha più né centro né una periferia bensì «strutture spaziali», più o meno dense, che si «deformano» e si modificano nel tempo. Nei confronti della complessità delle relazioni che presenta la «metropolizzazione del territorio», ogni spazio che definisce, delimita o confina la «vita post-metropolitana» risulta inadeguato. In modo esemplare Massimo Cacciari ha colto quanto sia «intollerabile» la «retorica del contenitore», dell'edificio che intende innalzarsi nella «città generica», a confronto con la contemporaneità che si esprime nella polivalenza dei diversi «corpi» edilizi e tessuti urbani in perenne stato di interazione e aperti alla «modificabilità» e alla «adattabilità».
Tra gli elementi messi in evidenza dalla esposizione bolognese, inoltre, c'è la dimostrazione efficace di quanto sia urgente individuare una più adeguata strategia di governo pubblico capace di dirigere e organizzare il «territorio metropolizzato». Gestire la complessità rinnovando gli strumenti di analisi è un primo passo necessario per dare senso al progetto urbanistico; e per dimostrare che misurarsi con i problemi della città equivale a confrontarsi con una gerarchia di valori non astratti, bensì reali e utili per ordinare un discorso che ne superi le contraddizioni.
Lo smog affascina e intorpidisce. Non conosciamo con esattezza la composizione chimica della melma che respiriamo al posto dell´aria. Neppure sappiamo valutare tutti gli effetti sulla salute umana. Sappiamo però da molti anni che oltre un certo limite non possiamo permetterci di respirarla. Nel 2008 il limite diventerà ancora più ristretto. Assisteremo allora a invenzioni ancor più strampalate di quelle escogitate in questi anni. Stratagemmi inutili e dannosi. Prese in giro clamorose. Dalle targhe pari nei giorni dispari alle auto scure nei giorni chiari. E viceversa. O come domenica scorsa a Bologna che fino a metà mattina ero d´obbligo star fermi (per non morire prima) e nel pomeriggio si poteva andare dove si voleva. Allo stadio c´era la partita. Se non c´è la partita c´è sempre un altro motivo per continuare a inquinare.
Sulla simbolicità dell´auto si é esercitata una schiera di poligrafi. Essa é nello stesso tempo velocità e audacia, ma anche protezione e riparo. Chiusura di uno spazio intimo e apertura, allargamento e divoramento di spazi esterni. Nelle principali potenze industriali, l´auto é una «formidabile concentrazione di capitali e masse operaie». È un´industria chiave. Assorbe capitali pubblici per ristrutturarsi, per adeguarsi. Ma né i raggruppamenti, né i licenziamenti (possono) limitare la sovrapproduzione. Gli stati inventano dei piccoli o grandi incentivi per sferzare il consumo definito "rottamazione". E le industrie diventano sempre più incalzanti. Producono modelli sfavillanti. I motori non smettono di aumentare la loro potenza.
Gli amministratori con il conforto dei tecnici, elaborano strategie tese a limitare e a incentivare contestualmente la libertà e la "modernità" insita nell´auto individuale. All´inizio, alle soglie del mito, sacrificarono pezzi interi di città. Allargarono storiche strade. Per farlo si dovette aumentare la capacità insediativa delle case che le delimitavano. I risultati furono presto fallimentari. Si fece allora ricorso a regole coercitive. Divieto di sosta. Divieto di svolta. Limite di velocità. Niente. Neppure i semafori sincronizzati riuscirono a impedire congestione, rumore, smog. Si fecero nuove strade. Tangenziali e assi attrezzati. Strade sopraelevate e/o interrate. Si esaltò il machismo (insito nel possesso dell´auto) con "assi di penetrazione". La quantità di interventi, di piani e di regole diventò così consistente da far ritenere che qualunque possessore di auto fosse in grado di organizzare il traffico motorizzato. Urbano e extraurbano. Ecco allora sindaci, al pari di automobilisti e urbanisti, che programmarono e in alcuni casi realizzarono alcuni parcheggi, interrati o di superficie, per dare definitiva e "positiva" risposta al grande problema. Ancora risultati disastrosi. La crisi aumentava giorno dopo giorno. Come la trasformazione dell´aria in melma.
Alcuni tecnici sostennero (e sostengono ancora) con fermezza la supremazia del traffico pubblico. Difficile da realizzare, ma indispensabile; se e in quanto lo spostamento di merci e persone avviene con mezzi motorizzati. Le statistiche purtroppo dimostrano il crescente abbandono degli utenti di mezzi di trasporto pubblico. La loro inadeguatezza è cronaca di tutti i giorni. Pur di sembrare ecologisti non pochi amministratori hanno tracciato - in genere con colore giallo - piste riservati alle biciclette. Riservate per modo di dire. Fra "corsie" autobussistiche e zone di parcheggio - in genere colorate di blu - e corsie di marcia per automobili, i ciclisti sotto sforzo sono costretti a respirare più "melma". La bici adesso è stata sostituita con il motorino, tranne che nei gironi di chiusura del traffico. Erano gli anni ?50, quando le Vespe o le Lambrette dettero avvio alla motorizzazione privata. In quegli anni di miseria diffusa, di poche case e per giunta in affitto, in attesa di possedere un´auto di piccola o minima cilindrata, il motorino poteva forse costituire un giusto equilibrio con i mezzi di trasporto pubblico, allora sovraffollati quanto antiquati. La crescente motorizzazione automobilistica ha rimesso in crisi la produzione dei motorini. Cicli e ricicli storici. Il possesso della seconda e terza auto - in sintonia con la proprietà della seconda e terza casa - ha rilanciato l´uso delle motociclette. Al caos dei provvedimenti si somma la crisi determinata da una sovrapproduzione che non può cessare. È palese a tutti ma lo si deve tenere nascosto. Il traffico non é un problema risolvibile con l´ingegneria dei trasporti. Autostrade e super strade, parcheggi e corsie riservate, giorni alterni e targhe palindrome, non possono fare fronte a un problema che mette in causa la nostra stessa capacità psichica e fisica. Qualsiasi provvedimento é inadatto a assorbire una mobilità formata da un numero crescente di mezzi di locomozione individuale. Il traffico è un problema urbanistico di assetto urbano e territoriale. Di mezzi di trasporto pubblico efficienti e dominanti. Soprattutto di pianificazione. E non di compromessi e inutili prese in giro.
Titolo originale: The Eventual Atlantic Mega-Tsunami – Gee-Gees – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il fianco occidentale del vulcano Cumbre Vieja, sull’isola La Palma nelle Canarie, un giorno scivolerà nell’Atlantico: una frattura diagonale l’ha già separato dal corpo principale del vulcano, e solo l’attrito lo tiene ancora al suo posto. “Quel giorno, probabilmente collasserà in 90 secondi” ci dice il Professor Bill McGuire, direttore del Benfield Grieg Hazard Research Centre allo University College di Londra.
E quando succederà, probabilmente durante un’eruzione, l’impatto sull’acqua provocherà un mega-tsunami che attraverserà l’intero Atlantico, sommergendo le linee di costa.
Per fortuna la costa più vicina alle Canarie, dove le onde arriveranno alte circa 100 metri al momento dell’impatto, è l’area poco popolata del Sahara Occidentale. Comunque sopravviveranno poche delle persone sulle coste del Marocco, nel sud-ovest di Spagna e Portogallo, ma le onde diminuiranno in altezza durante il viaggio. Le sponde dell’Irlanda meridionale e dell’Inghilterra sud-occidentale riceveranno pure un colpo, ma per allora l’onda sarà scesa a un’altezza di 10 metri.
Il vero massacro ci sarà sul lato occidentale dell’Atlantico, dalla provincia settentrionale del Newfoundland, giù per la costa orientale del Canada e degli Stati Uniti, fino a Cuba, Hispaniola, le Antille Minori e il Brasile nord-orientale.
In corsa libera attraverso l’Atlantico, il muro d’acqua sarà ancora alto fra i 20 e i 50 metri nel momento dell’impatto sui margini orientali del Nord America, e continuerà a colpire per dieci-quindici minuti.
I punti più deboli saranno baie ed estuari, che incanalano le onde verso l’entroterra: addio Halifax, Boston, New York, Filadelfia, Baltimora e Washington, DC. Miami e l’Avana andranno quasi completamente sotto, insieme alle isole più basse, come le Bahamas e le Barbados. Perdita di vite umane, in mancanza di evacuazione di massa preventiva? Cento milioni di persone, con un’oscillazione del cinquanta per cento.
L’ultima volta che il vulcano ha eruttato, nel 1949, l’intero fianco occidentale è scivolato in giù di 4 metri verso il mare, e anche adesso, molto lentamente, sta ancora andando verso il basso. Viste le dimensioni della catastrofe nel caso la montagna si schiantasse nell’acqua, il Dr. McGuire is è furioso perché ci sono troppe poche apparecchiature di rilevamento a La Palma, per dare l’allarme anticipato. “Il governo USA deve essere consapevole della minaccia di La Palma. Devono di sicuro preoccuparsi, e insieme a loro gli stati-isola nei Caraibi, che subiranno tutto il peso del crollo. Ora non lo stanno prendendo sul serio” conclude McGuire. “I governi cambiano ogni quattro o cinque anni, e in genere non sono interessati a queste cose”.
È uno scenario classico, che si ripete in ogni film sulle catastrofi naturali: scienziati militanti che invocano governi inetti ad agire, politicanti squallidi che ignorano l’appello, i giornalisti scientifici che non vedono l’ora di veder stampati i propri articoli.
Ma, aspettate un momento: non abbiamo già sentito parlare prima, di questa minaccia?
Cosa c’è di nuovo, stavolta? Niente, salvo che non c’è stata nessuna corsa a tappezzare La Palma di sismografi. E perché, pensate voi?
Supponiamo che i governi le cui linee di costa sono a rischio, dal Marocco agli USA, siano avvertiti che il Cumbre Vieja si sta risvegliando.
Cosa se ne farebbero, dell’avvertimento? Evacuare per un tempo indefinito cento o duecento milioni di persone dalle aree a quota più bassa?
Non sanno se ci sarà davvero un’eruzione (la sismologia non è così tanto precisa), o quanto grande sarà, o se sarà davvero quella destinata a scuotere e liberare in modo definitivo i fianchi della montagna. Questo potrebbe succedere in un’altra eruzione, più tardi, ma potrebbe anche non succedere per mille anni a venire.
Nessun leader nazionale ha voglia di evacuare l’intera area costiera per un periodo indefinito di tempo, provocando una crisi economica e di profughi altrettanto indefinita, delle dimensioni di una guerra mondiale, per quello che potrebbe rivelarsi un falso allarme. Ma nessuno vuole ignorare del tutto il preavviso, ed essere magari responsabile di decine di milioni di morti. Dal punto di vista politico, è meglio non avere nessun preavviso.
Le catastrofi naturali che possono riguardare tutto il pianeta sono chiamate dagli scienziati “ global geophysical events”, o gee-gees in breve, e sono di due tipi: quelle per cui si può fare qualcosa di utile, e quelle per cui non si può far niente. Quando i governi si trovano di fronte quelle del primo tipo, possono anche reagire in modo sensibile.
Da quando abbiamo scoperto vent’anni fa che asteroidi e comete schiantandosi sulla Terra hanno causato parecchie estinzioni di massa, un programma governativo USA ha iniziato a identificare e seguire circa 3.000 “oggetti vicini alla Terra”, le cui orbite li rendono potenzialmente pericolosi. Nel tempo di una generazione, potremo anche essere capaci di deviare quelli che si trovano su una rotta di collisione: se esiste un gee-gee che si vuole evitare sopra tutti gli altri, è proprio questo. Ma non si vede per ora all’orizzonte nessuna soluzione per vulcani, o terremoti, o gli tsunami che possono provocare. Possiamo, solo, incrociare le dita.
Nota: il testo originale, sul sito di Planetizen; su Eddyburg, un articolo correlato, scritto dopo lo “tsunami di Natale”, sui temi del territorio (f.b.)
Attaccano il campo da golf con ristorante sui colli—votato lunedì tra le polemiche in consiglio comunale — non tanto perché si tratta di uno sport per ricchi, ma perché questa concessione apre la strada a «speculazioni edilizie» e alla«privatizzazione del verde». Sono firme illustri quelle che accusano la giunta di «interventi sconsiderati». Sono l'ex assessore regionale all'Urbanistica Felicia Bottino, la docente di Geografia della comunicazione Paola Bonora, l'ex sindaco Guido Fanti, l'ex direttore della Pinacoteca Andrea Emiliani e l'urbanista ed ex assessore (con Renato Zangheri) Pierluigi Cervellati. Hanno scritto una nota durissima.
«Con la salvaguardia della collina bolognese— è il testo— il Comune alla fine degli anni '60 ha fatto della pianificazione il baluardo della sua politica. Oggi l'integrità della collina è minacciata da sconsiderati interventi. E' di pochi mesi fa la decisione di sostituire le ex Officine Rizzoli, da considerare opera di archeologia industriale, con villette a schiera. Di questi giorni la scelta di costruire un campo da golf. Interventi che si ritengono di non rilevante dimensione. Al contrario sono la premessa per sconvolgere il verde collinare— parte integrante della qualità della vita bolognese — per far breccia all'ulteriore speculazione edilizia». Cervellati spiega così il senso dell'iniziativa.
«E' una questione di pianificazione. Non si può dire che si sta facendo la variante per la tutela della collina e poi nel quotidiano si fanno scelte diverse — dice Cervellati — a fatica negli anni '60-‘70 noi "vecchi" cercammo di far passare questo concetto: la collina andava considerata un bene collettivo e quindi salvaguardata. Costruire un ristorante, costruire delle villette è un modo per far aumentare il valore di quell'area col risultato di "privatizzare" quel bene che doveva essere di tutti. Così si stravolge tutto. Pensiamo ai nostri centri storici trasformati in "Store" con la gente che preferisce affittare e andare ad abitare altrove. Vogliamo questo anche per i colli?». Lunedì è stata approvata in consiglio comunale la delibera per la realizzazione in via Siepelunga di un campo scuola da golf (una buca sola) di 4000 metri quadrati, un ristorante da 570 metri quadrati e relativi parcheggi.
Il progetto è stato approvato con i voti decisivi dei Ds e per la Margherita del solo capogruppo Giovanni Maria Mazzanti. Si sono astenuti la Tua Bologna e Alleanza nazionale (il campo da golf è"figlio" della giunta Guaz-zaloca e solo in seguito è stato ridimensionato da Sergio Cofferati), contrari Prc, Verdi, Cantiere e Forza Italia. A parlare di «speculazione» erano stati per primi Verdi e Cantiere, mentre il capogruppo di Rifondazione comunista Roberto Sconciaforni aveva detto: «Non si tratta di stabilire se il golf sia sport di destra o di sinistra. Si tratta di opporsi alla costruzione di un ristorante in un'area verde». «Ho sottovalutato il campo da golf in termini di informazioni — aveva ammesso l'assessore ds all'Urbanistica Virginio Merola — sulla variante collinare ci saranno passaggi in maggioranza prima di arrivare in consiglio comunale».
La nostra Camera del Lavoro, con questa giornata di studio e di approfondimento, intende avviare un percorso volto ad elaborare un nostro autonomo punto di vista sulla qualità dello sviluppo della nostra provincia, a partire da una lettura critica del documento preliminare del piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp). L’obiettivo è quello di costruire insieme una nostra proposta, tesa a concorrere alla formazione del piano provinciale.
Il contributo di conoscenza e di esperienza di chi vive nelle diverse realtà territoriali, è decisivo. Si tratta infatti di ragionare sulla qualità dell’abitare, degli insediamenti produttivi, dei servizi, della mobilità delle merci e delle persone.
Il seminario del 24 maggio si avvale di qualificati contributi esterni che risulteranno particolarmente utili in relazione agli approfondimenti che, successivamente, saranno programmati zona per zona con l’obiettivo di aprire un cantiere finalizzato all’apertura della contrattazione sociale territoriale.
La qualità urbana insieme alla qualità sociale costituiscono infatti un pezzo rilevante della strategia che abbiamo definito nel nostro recente congresso.
Non ci sfugge come declino industriale e boom del mattone siano processi strettamente correlati.
VICENZA PREDA DEL CEMENTO
Di fronte ai problemi posti dalla ineludibile riconversione industriale molti hanno scoperto il business degli investimenti immobiliari: Tronchetti Provera e Benetton sono i nomi più noti, quelli vicentini non sono pronunciabili ma solo sussurrabili.
Ma il boom del cemento a Vicenza ha origini meno recenti. Esso è connesso allo sviluppo disordinato che abbiamo conosciuto che ha “slabbrato” e paralizzato il tradizionale assetto policentrico della nostra provincia e determinato il collasso
della viabilità. La fabbrica post fordista esternalizza, nasce l’impresa rete, il lavoro si disperde nel territorio e così nascono come i funghi i capannoni in mezzo alla campagna e nei nuovi “Pip” della Tremonti concepiti come siti a minor costo. La fabbrica just in time elimina il magazzino perchè esso viaggia sulle nostre strade congestionate che a loro volta attirano attività commerciali, il tutto genera una mobilità multidirezionale delle merci e delle persone, quasi sempre su mezzi privati che congestiona il traffico e soffoca la nostra esistenza.
Sono le strade mercato: la Statale 11 tra Vicenza e Montecchio, Cornedo, Thiene-Zanè, Torri di Quartesolo-Settecà, il Bassanese.
Il colpo d’occhio ci rimanda a una sequenza di case, ville, villette, capannoni, depositi, piazzali e svincoli che hanno consumato il territorio con una crescita urbana senza forma, che ha impermeabilizzato il territorio, rallentato la ricarica delle falde e nel contempo provoca frequenti esondazioni dei corsi d’acqua.
CITTÀ SPALMATE COME MARMELLATA
Si tratta della dispersione insediativa per la quale gli americani negli anni ’60 coniarono il termine di “sprawl town” letteralmente città sdraiata sguaiatamente. In sostanza un ambiente urbano a marmellata sempre più privo di forma e memoria dei luoghi e vissuto come alienante dalle nuove generazioni.
A questi problemi la classe dirigente vicentina risponde in modo vecchio e settoriale.
Se c’è un problema di traffico la risposta è semplice: facciamo una nuova strada, una nuova bretella, meglio se un’autostrada. Di mezzo c’è un territorio agricolo? Meglio. Così non ci sono ostacoli. C’è una falda? “Noi ci occupiamo delle merci che devono transitare”, ci siamo sentiti rispondere.
Non è così che si progetta la “Vicenza del Terzo Millennio”.
Occorre invece pensare ad una riorganizzazione complessiva, sistemica e organica del nostro territorio, che riduca la dispersione delle attività produttive, residenziali e commerciali, attraverso il metodo della pianificazione urbanistica, mettendo al bando la sciagurata pratica dell’urbanistica contrattata che, per altro, è terreno fertile per lo sviluppo di rapporti non sempre trasparenti tra affari e politica. L’idea che proponiamo è quella di una città amica.
Significa eliminare la congestione, restituire alle piazze la loro funzione originaria di luogo di incontro, di scambio di esperienze, significa rendere accessibile per i deboli, come per i forti, i luoghi della vita collettiva.
Significa fare della città il luogo nel quale i differenti ceti, i differenti mestieri, funzioni sociali, differenti etnie, abitudini, culture si mescolano e si scambiano reciproci insegnamenti.
Occorre inoltre puntare sul trasporto pubblico e soluzioni logistiche adeguate anche per favorire la competitività delle imprese. Il tutto va connesso con una idea di sviluppo più qualificato, capace di competere nella fascia alta e innovativa delle produzioni, in grado di generare lavoro qualificato, di sostenere più elevati livelli salariali e migliori condizioni di lavoro.
LA CONTRATTAZIONE SOCIALE TERRITORIALE
Ma oggi dobbiamo fare i conti con una struttura produttiva frammentata, con un lavoro precarizzato e con tutte le conseguenze che ciò produce in termini di minor rappresentatività del sindacato.
È per noi dunque vitale riprendere il controllo sull’intero ciclo produttivo ovvero l’intera filiera di fabbricazione di un prodotto o erogazione di un servizio spesso dispersa nel territorio.
COME RIPENSARE IL LAVORO
Il controllo dei rapporti di lavoro,dell’ organizzazione del lavoro, dalle qualifiche agli orari, alla tutela della salute, dovrà essere al centro del nostro impegno futuro. Ma non si controlla il processo lavorativo se l’azione sindacale non ricomprende tutta la filiera degli appalti, delle terziarizzazioni, delle esternalizzazioni, se cioè non ridefinisce il perimetro della catena lunga e diffusa della produzione di una merce o di un servizio.
Noi vogliamo riunificare ciò che l’impresa divide e frammenta. E’ un compito arduo ma assolutamente necessario. È un salto culturale, politico e organizzativo quello che noi proponiamo: la saldatura tra la contrattazione di secondo livello e la contrattazione nel territorio.
Il territorio in quanto spazio fisico sempre più strettamente interconnesso con le dinamiche produttive diventa decisivo sia per riprendere il controllo della filiera sia perchè la contrattazione di luogo di lavoro possa disporre di una iniziativa esterna in materia di formazione, ricerca, politica industriale.
Oppure, per l’importanza di accompagnare la contrattazione del salario con una contrattazione sociale in grado di ottenere risultati su materie come gli asili nido, i servizi di assistenza, la sanità, la casa, i trasporti, i beni comuni prodotti dai servizi pubblici locali (acqua, ambiente e energia), l’integrazione dei migranti, la vivibilità urbana.
Temi questi ultimi che non possiamo delegare all’azione generosa ma inevitabilmente insufficiente del nostro Sindacato Pensionati o all’azione delle singole categorie di volta in volta interessate. Essi vanno assunti a livello confederale.
È questa una proposta di allargamento del campo d’azione del nostro lavoro sindacale per tenere insieme il luogo di lavoro e la sua inscindibile relazione con il contesto territoriale, nei suoi diversi aspetti di organizzazione e pianificazione dello spazio urbano, di equilibrio ambientale, di qualità ed efficacia del welfare locale.
Oscar Mancini è segretario generale Cgil di Vicenza
La Camera del lavoro di Vicenza è una delle organizzazioni sindacali che aderirono, nel 2004, al seminario "La nuova proposta di sei sindacati territoriali della CGIL - Vertenze locali per reinventare città e democrazia"; i materiali furono pubblicati su un numero speciale della rivista Carta (vedi su Eddyburg l’intervista a Guglielmo Epifani e l’eddytoriale n.55.). Da allora la Cgil di Vicenza ha continuato a lavorare sul territorio come poche altre organizzazioni. Adesso ha organizzato una giornata di studio sul PTCP di Vicenza, preceduto da un lavoro di analisi, documentazione e dibattito sull’assetto del territorio provinciale, i suoi problemi, le sue prospettive, senza disdegnare l’attenzione per gli strumenti della pianificazione territoriale e, anzi, attribuendo ad essi l’importanza che meritano quando diventano materia d’interesse politico e sociale.
All’argomento è dedicato anche un numero della rivista della Cgil, Vicenza lavoro , da cui è tratto l’articolo di Oscar Mancini. Nella versione integrale della rivista, scaricabile qui sotto, trovate anche il programma della giornata di studio (che si terrà il 24 maggio), un articolo di Gian Antonio Stella sul territorio vicentino (tratto dal Corriere della sera ), un gustoso scritto su “architetti e geometri” dello scrittore Vitaliano Trevisan e una “Guida per conoscere il PTCP”.
D: Le banliues parigine, con i loro sommovimenti e le loro proteste, hanno evidenziato un aspetto specifico della crisi contemporanea della città. Qual è, secondo te, la lezione di carattere generale che si può ricavare da questi eventi così clamorosi?
R: Secondo me, l’esperienza francese è in larga misura diversa da quella italiana. Il caso francese dimostra che non sempre è sufficiente il “buon governo urbanistico” per avere risultati socialmente positivi. In generale, la periferia francese è figlia di una impostazione urbanisticamente all’avanguardia, che ha rappresentato un modello. Si pensi alle villes nouvelles. Si sarebbe potuto pensare che, da quell’impostazione, doveva derivare una buona ed alta qualità di insediamento e di vita. Invece, non è stato così, anzi! Il decentramento nelle periferie di attività commerciali e produttive di buona qualità, “l’effetto-città”, pur accuratamente progettato, una formidabile rete di trasporti su ferro: tutto ciò non ha salvato l’esperienza francese dalle vicende alle quali facevi riferimento. Probabilmente perché in Francia sono state dominanti ragioni che derivano dalla natura dell’immigrazione, in larga misura composta dalla seconda o terza generazione di immigrati dal Nord Africa. Un vasto strato sociale che non è mai stato veramente accolto dal resto della popolazione e dalla cultura francese.
D: Quindi si tratta un problema specifico di cultura della convivenza…
R: Penso di sì. In altre parole, in riferimento alla situazione francese, non credo che debba mettersi in discussione il tema delle periferie in senso strettamente e “tecnicamente” urbanistico. Ma si debba riflettere sul fatto che non è nata una vera cultura della convivenza. Bisogna insomma evitare di fare confusione tra queste ragioni sociali molto serie, molto profonde, con la crisi della città come modello spaziale. Né credo che si possano fare confronti con la situazione italiana. Da noi, per certi versi, c’è di peggio, vi sono fenomeni di degrado inauditi. Si pensi alla malavita concentrata nel quartiere Scampia, a Napoli, allo scandalo della estesa solidarietà manifestata nei confronti degli esponenti della delinquenza.
D: Hai anticipato la seconda questione che ti vorrei porre, con un riferimento specifico alla previsione che qualcuno aveva fatto, per cui sarebbero deflagrate anche le nostre periferie. E’ sempre difficile fare previsioni, ma è prevedibile una qualche precipitazione della crisi delle nostre periferie e delle nostre città?
R: Io non credo. Fenomeni di insofferenza per il degrado ci sono e ci sono stati, e non si può certamente escludere che, in qualche luogo, possano esplodere in forma violenta. Per esempio, intorno a questioni relative alle discariche o ai trasporti. Ma non mi pare possibile una reazione contemporanea e omogenea delle periferie italiane intorno a temi di natura sociale. Questo per ragioni riconducibili alle grandissime differenze tra le città, e soprattutto tra le periferie delle città, del nostro Paese. Prendiamo il caso di Roma. La periferia di Roma è in larghissima misura abitata da cittadini che non possono accedere al mercato degli alloggi nelle aree centrali, e sono costretti a vivere in luoghi sempre di più lontani. Ma è una periferia dai connotati molto diversi da quelli francesi, e anche dalle periferie disperate di altre città italiane come Scampia a Napoli o lo Zen a Palermo. La grande periferia di Roma è sterminata, informe, ma non esplosiva. Si tratta comunque di una realtà sociale non animata dal “rancore sociale”, “di classe”, si sarebbe detto una volta, presente in Francia.
D: In generale, sul tema della trasformazione della struttura e della configurazione della città - e quindi anche della crisi del modello di città – ormai è un luogo comune rilevare che non esiste più la città compatta, che c’è la “città di città”, l’”arcipelago” di città, un accentuato policentrismo delle dimensioni della città. Come è possibile andare a un’accezione positiva, a una pratica positiva, a una sperimentazione positiva di questo policentrismo che ormai è un dato di fatto nella città contemporanea?
R: Io di positivo ci vedo molto poco negli attuali processi di trasformazione delle città. Mi pare anche improprio parlare di policentrismo, almeno in riferimento alla situazione italiana. Come stavo dicendo prima a proposito della città di Roma, siamo di fronte a un’espansione sterminata, fatta prevalentemente di lottizzazioni abitative, alle quali si aggiungono attività commerciali e, più recentemente, attrezzature di divertimento e alcuni servizi. Gli abitanti della periferia continuano ad andare ogni giorno verso il centro della città, dove si concentrano le attività di lavoro. E’ questo il connotato patologico della situazione, certamente non solo italiana. Non è vero che è finita la dialettica centro-periferia. Il centro continua ad attrarre in forma anomala e patologica chi vive nelle periferie. Altro che policentrismo. Siamo di fronte al mancato decentramento dei fattori di qualità urbana. Qui è mancata l’azione di governo. Non mancano spregiudicati teorici, sociologi e urbanisti che vedono in tutto ciò elementi positivi. Io non li vedo.
D: È possibile, in una situazione come questa, rilanciare un’azione e una cultura di governo delle trasformazioni della città?
R: È una banalità se dico che la “questione urbana” è, più che mai, una questione politica. Cioè, non è un problema settoriale. Vi è stata, in Italia, una stagione irripetibile in questo senso: quella del primo centrosinistra. Quando si è provato seriamente ad affrontare il tema della condizione urbana. Si respirava un clima particolare, a livello nazionale e nelle città. Tu mi parli da Firenze. Pensa che cosa hanno significato a Firenze l’amministrazione di Giorgio La Pira e l’urbanistica di Edoardo Detti. C’era attenzione e interesse autentici per la città, sentita come un banco di prova decisivo per la politica in generale. Dopo di allora certamente ci sono stati episodi di buon governo, ma sono mancati un’attenzione, un’elaborazione, una filosofia, un interesse complessivi.
Adesso siamo all’avvio di una fase di svolta governativa, e spero che un dibattito e un’iniziativa su questi temi possano ripartire. Ricordo che proprio durante la presidenza Prodi nell’Unione Europea sono state messe a punto raccomandazioni comunitarie che riguardano la necessità di porre un freno allo sprawl urbano. Non nascondo, però, che ho tante perplessità. La teorizzazione e la pratica di un’urbanistica priva di regole e di vincoli sono molto radicate. Per fortuna si è chiusa l’esperienza del governo Berlusconi senza l’approvazione di quella micidiale proposta nota come legge Lupi (con molti sostegni anche nel centrosinistra), che sanciva in via definitiva la privatizzazione dell’urbanistica. L’opposizione a questa proposta è stata limitata a pochissimi settori del centrosinistra. L’argomento è stato ignorato dalla grande stampa e nei dibattiti pubblici. Abbiamo dovuto faticare veramente tanto per riuscire alla fine a farlo accantonare. Auguriamoci comunque che adesso il vento cambi.
D: Finiamo con due questioni di carattere generale. Siamo, per quello che riguarda la questione città – come tante volte viene sottolineato – a uno snodo storico, perchè in questi anni, per la prima volta nella storia umana, la popolazione urbana tende a pareggiare o addirittura a superare la popolazione rurale. Simbolicamente e culturalmente cosa rappresenta, secondo te, questo passaggio? Che tipo di universo sembra delinearsi nella vita e nelle relazioni umane?
R: Osservato dal nostro punto di vista europeo, questo passaggio storico rappresenta comunque, secondo me, un tendenziale miglioramento. Non condivido le analisi e le rappresentazioni apocalittiche che in merito vengono proposte. Sono analisi implicitamente nostalgiche e regressive dal punto di vista culturale ed antropologico. Non penso che questa forte spinta all’urbanizzazione debba necessariamente essere un fattore così terribile, come spesso si dice. Credo che continui a essere vero che “l’aria della città rende liberi”. Si va a vivere in città per migliorare le proprie condizioni, per avere nuove opportunità. La campagna è spesso sinonimo di immobilità e di passiva accettazione di condizioni disumane. Naturalmente, so bene che le megalopoli asiatiche hanno ben poco a che fare con la nostra storia e la nostra cultura europea della città. C’è la “città illegale”, ci sono sacche spaventose di povertà e devastanti sperequazioni. Perché la condizione urbana diventi accettabile, si devono fare sforzi smisurati e deve essere accelerata la messa a punto di strumenti e di misure di carattere organizzativo, finanziario e sociale (si pensi alla condizione sanitaria negli agglomerati del “terzo mondo”) per combattere la miseria e l’emarginazione. Con tutto questo, il “fattore città” in espansione ed in crescita non riesco davvero a vederlo come fatalmente negativo.
D: Il tema della città è questione veramente di portata enorme dal punto di vista culturale ed è al centro di un grande dibattito, oggi, tra sociologi, antropologi e urbanisti. C’è chi dice che nell’età delle megalopoli, nell’età in cui le città sembrano non avere più un centro, in cui la città tende a non avere più una dimensione definita, la cultura della città così come si è storicamente formata, sia arrivata al capolinea. Tu concordi con quest’analisi così drastica ?
R: Non so se si possano dare definizioni a senso unico, valide su scala planetaria. Secondo me non è possibile. In Europa è innegabile il peso positivo dei fattori urbani tradizionali. E penso che sarà sempre così. In questa parte del mondo, secondo me, nonostante le trasformazioni in corso, non vale l’ipotesi catastrofica e definitiva che dichiara conclusa l’”epoca delle città”. In certe regioni dell’Asia o del Sudamerica, dove, tra l’altro, il peso delle città è stato diverso rispetto all’Europa, si vivono sicuramente problematiche diverse.
Quando tredicimila cittadini chiedono di poter dire la loro su di un tema fondamentale per la nostra città, nessuno può arrogarsi il diritto di rispondere negativamente. In ogni ordinamento (statale o locale) esistono tanti modi per poter consentire alla gente di partecipare alle decisioni politiche, soprattutto quando lo chiede con ragionata e consapevole insistenza. La questione della «chimica del cloro» a Porto Marghera è uno degli esempi più emblematici. Lo statuto e il regolamento comunali veneziani in materia di referendum sono fatti proprio male, anche dal punto di vista della tecnica normativa (e tutti lo riconoscono): ma di ciò nessuna colpa hanno il comitato promotore del referendum sulla chimica e i tredicimila cittadini che hanno firmato. Costoro si sono semplicemente fidati della segreteria generale del Comune e della precedente amministrazione, che hanno anche formalmente dato il via libera alla raccolta delle firme referendarie, così dando un primo tacito parere di ammissibilità.
Ora, di fronte all’imminenza di questa consultazione, amanti dello status quo e portatori di interessi di una parte dei cittadini, forse timorosi di una sconfitta, anziché affrontare la questione a viso aperto, preferiscono ricorrere alle pandette e ad avvocati. Quella della sopravvivenza della chimica a Marghera è una grande questione, economica tecnologica sociale culturale politica. E sotto tali punti di vista andrebbe affrontata. Invece, fa specie (per usare un eufemismo) vedere una piccola parte del sindacato (non la Cgil nel suo insieme, non i chimici della Uil né la Uil, non i chimici della Cisl né la Cisl) ricorrere a carte bollate e avvocati per diffidare (diffidare!) con minacce di ulteriori ricorsi il sindaco, gli assessori e i massimi dirigenti del Comune di Venezia, al fine di impedire l’effettuazione del referendum, senza alcun senso del limite o del ridicolo. Non mi pare una bella pagina di lotta sindacale.
Nessuno vuole nascondere la delicatezza del momento e l’importanza di una decisione in materia di chimica a Marghera, soprattutto dal punto di vista occupazionale. Come nessuno può nascondere che è dal lontano 1972 che a Marghera si assiste a un trend occupazionale costantemente negativo. Come nessuno può tacere del fatto che a determinare queste diminuzioni sono sempre state le imprese, anche di recente, in piena autonomia, seguendo esclusivamente la loro logica, alla faccia e in barba ai sindacati, al mondo della politica e soprattutto ai lavoratori. Sarebbe ora che i cittadini e la politica si riappropriassero del loro diritto di decidere. Come sarebbe ora che i politici veneziani ascoltassero un po’ di più e si facessero consigliare dai cittadini, soprattutto in una materia così fortemente sentita come quella della tutela della salute di tutti noi e delle generazioni a venire.
Non possiamo lasciare la decisione a giudici e avvocati, tanto più che - essendo illogiche e contraddittorie le norme - non esiste uniformità di interpretazione giuridica sulla ammissibilità di questo referendum. Basterebbe citare una ordinanza del Tar del Lazio del 2002, di cui molti si dimenticano.
E allora, al di là di codici e codicilli, che in questa materia non dicono nulla di concludente, va trovata la strada e individuata la forma per consentire alla gente e quindi a tutti noi di intervenire, apertamente e democraticamente, senza minacce e ritorsioni... anche perché sul futuro della chimica a Porto Marghera sembra non ci siano ancora le idee chiare.
E allora ben venga una consultazione popolare, nella forma ritenuta più opportuna, sulla base del quesito sottoscritto da tredicimila cittadini, che servirà pure a tastare realmente il polso alla gente e contribuirà alla decisione sul futuro di questa chimica a Marghera.
Felice Casson, ex magistrato, è oggi senatore dei Ds
L'immagine è tratta dal documentario "Porto Marghera -. Ultimi fuochi", di Manuela Pellarin
VILLASIMIUS. Il nuovo acquedotto della Costa sudorientale non è più una certezza. L’assessorato regionale all’Ambiente ha detto che il mega progetto dovrà essere sottoposto alla Valtuazione d’impatto ambientale se il ministero dirà: "È un’opera autonoma rispetto alla diga di Monte Perdosu sul Flumendosa", come sostiene l’Eaf, che ha finanziato l’acquedotto.
"Si tratta - dice Stefano Deliperi, portavoce del gruppo di Intervento giuridico e degli Amici della Terra di un deciso stop ad un progetto che è sembrava ormai cosa fatta nel silenzio generale". Il progetto costerà sessanta milioni di euro ed è compreso nel primo programma di opere di interesse nazionale (la cosiddetta legge obiettivo) approvato dal Comitato per la programmazione economica. "Il complesso delle opere - sottolinea Stefano Deliperi - appare dal forte impatto ambientale sia durante l’esecuzione che una volta ultimato. Prevede, tra l’altro, alcuni grandi scavi in zone rocciose di grande importanza naturalistica, oppure la costruzione di condotte per settanta chilometri, e ancora dodici grandi serbatoio in calcestruzzo sulle altura lungo la costa tra Muravera e Villasimius in vicinanza del mare. Davvero troppo".
Le due associazioni ecologiste sostengono che parte delle opere ricadono all’interno di aree tutelate e nei siti di importanza comunitaria dei Sette Fratelli e della foce del Flumendosa Sa Praia. "L’acquedotto in progetto - dice Deliperi - non avrà una fonte idrica diretta, in quanto la diga di Monte Perdosu da cui l’acquedotto dovrebbe dipendere, non è stata ancora realizzata e nè finanziata. Quest’opera - conclude Deliperi - potrebbe pertanto non essere mai realizzata viste anche l’opposizione dei comuni del Gerrei e delle popolazioni interessate, e quindi l’acquedotto resterebbe di fatto senz’acqua". Per le due associazioni ecologiste, inoltre, la Regione fa bene a difendere il Flumendosa, che, a causa di troppi sbarramenti, porterebbe alla salinizzazione della falda. La costruzione della condotta potrebbe inoltre causare l’interruzione della circolazione sotterranea della falda e danni gravissimi ai pozzi che sono la fonte potabile del Sarrabus. Durante la crisi idrica che ha colpito la Sardegna alla fine degli anni ’90 e nei primi due anni del 2000, Muravera, San Vito, Villaputzu, Castiadas e loro località turistiche non hanno patito la siccità proprio grazie a quei pozzi oggi in pericolo. "Questo progetto - dice Stefano Deliperi - ha posto e continua a porre moltissimi interrogativi che soltanto il procedimento di valutazione di impatto ambientale potrebbe far considerare nelle dovute prospettive. Tutto dev’essere valutato attentamente, perché tutta la mega struttura potrebbe costare cara alla collettività sul piano ambientale ed economico- sociale". Il Via è stato richiesto anche dal senatore di Rifondazione Francesco Martone, con un’interrogazione al ministro dell’Ambiente presentata alla fine della scorsa legislatura, mentre gli ambientalisti hanno già ricorso alla Commissione Europea.
«Ritirate quel progetto». Il sindaco Massimo Cacciari ha scritto ieri una lettera alla presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Chiedendo a nome dell’amministrazione di abbandonare l’ipotesi di costruire «protezioni» in pietra per le barene in laguna nord. «Alla luce delle perplessità e dei dissensi diffusi sia in città sia all’interno dell’amministrazione comunale», scrive Cacciari, «si devono evitare forzature e spaccature su un tema fondamentale come il ripristino della morfologìa lagunare». Dunque, stop al progetto? «Siamo disposti a discutere sulle modalità», risponde l’ingegnere Piva, «e ad accettare prescrizioni dalla Salvaguardia. Ma per la ricostruzione morfologica abbiamo un mandato dal Comitatone».
La progettazione dunque non si ferma. E le proteste aumentano. Perché secondo gli ambientalisti i nuovi progetti del Consorzio Venezia Nuova prevedono di depositare in laguna almeno 2 milioni di metri cubi di fanghi. E nei bassi fondali sarebbero costruiti veri e propri scalini di pietra fissi, da meno venti a 50 centimetri sul medio mare. Per «proteggere» le barene saranno riversate in laguna centinaia di tonnellate di massi. Una devastazione irreversibile, secondo gli ambientalisti. Si vorrebero ridurre gli effetti del moto ondoso «murando» le barene, e ricostruendole anche dove non sono mai esistite. «Occorre invece», hanno scritto in un documento le associazioni, «attuare davvero il riequilibrio previsto dalla legge. Riducendo il livello di moto ondoso e recuperando i sedimenti». Per colpa dell’arginamento delle valli da pesca e lo scavo di grandi canali verso il mare (che continua per i lavori del Mose) la quantità di sedimenti che forma le barene ha subito una drastica riduzione. L’erosione fa il resto, e ogni anno un milione di metri cubi di sedimenti se ne vanno in mare. Ma non è possibile ricostuire le barene artificialmente, spostando in laguna milioni di metri cubi di fanghi e proteggendole poi con le «burghe» piene di sassi. «Vogliono portare qui i fanghi scavati dalla bocca di Lido per il Mose e i sassi dell’Istria», accusano gli ambientalisti. L’idea delle «autostrade protette» in mezzo alla laguna non piace nemmeno ai tecnici di Ca’ Farsetti, e così il sindaco ha preso l’iniziativa. «Gli interventi che riguardano la salvaguardia», dice Cacciari, «dovranno essere ridiscussi intorno a un tavolo con il nuovo governo».
Ma Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova vanno avanti. Il governo ha stanziato con le ultime Finanziarie quasi due miliardi di euro per i lavori del Mose e del «riequilibrio». E i progetti vengono sfornati numerosi. Così giovedì la sottocommissione di Salvaguardia riprenderà la discussione (e la battaglia). E dovrà fare i conti con la volontà del Magistrato alle Acque di andare avanti e la richiesta del sindaco di ridiscutere. Due anni fa la stessa Salvaguardia aveva autorizzato un intervento sperimentale a Burano con alcune prescrizioni e l’indicazione della provvisorietà. Che non sarebbero mai state attuate.
Un milione e trecentomila metri cubi di fanghi da scaricare in laguna, tra le Vignole, Sant’Erasmo e le Fondamente Nuove. Tonnellate di pietrame per creare nuovi canali «a prova di moto ondoso». Sta sollevando furiose polemiche l’ultimo progetto presentato dal Consorzio Venezia Nuova alla commissione di Salvaguardia. Si propone di creare nuove «autostrade» d’acqua con barriere ai lati. I tecnici del Consorzio le chiamano «burghe», in sostanza argini in pietra e fango. Il materiale dovrebbe essere prelevato dai fondali delle bocche di porto con gli scavi del Mose. I massi trasportati dall’Istria, dove per creare le nuove dighe a mare è stata sventrata un’intera montagna.
«Un’assurdità», replica l’associazione Vas, Verdi Ambiente e Società. «Siamo fermamente contrari alla cementificazione della laguna», scrive il presidente nazionale di Vas Guido Pollice, «e in questo modo si proclama la resa totale al fenomeno del moto ondoso e agli interessi economici». «Il Magistrato alle Acque», continua l’associazione, «dovrebbe essere l’istituto che vigila sulla laguna, e non può consentire interventi che sono contrari allo spirito originario della Legge Speciale. Invece di lavorare per il riequilibrio della laguna si cerca di stravolgerne l’unicità».
«Non si affrontano le cause dei fenomeni e si cerca di limitarne gli effetti stravolgendo il paesaggio lagunare», replica Pax in Aqua, l’associazione che raccoglie migliaia di aderenti alle società di canottaggio, vela al terzo e voga alla veneta.
Un «no» secco viene anche dal Comune. «Non possiamo autorizzare autostrade di pietre in laguna», dice il vicesindaco Michele Vianello, «interventi di questo tipo dovranno per forza coinvolgere il Comune e il commissario contro il moto ondoso».
Il 23 settembre del 2004 la Salvaguardia aveva autorizzato un intervento sperimentale di «protezione» delle barene intorno a Burano, fornendo diverse prescrizioni. E autorizzando le pietre solo «in via transitoria». Ma adesso il Consorzio intende applicare quel sistema all’intera laguna. Il progetto sarà presentato la prossima settimana, per andare al voto il 16 maggio. E la battaglia è certa. Secondo gli ambientalisti e alcuni commissari si tratta di un intervento che «non rispetta la Legge speciale». (a.v.)
ITALIA NOSTRA
PRONTE 10 MEGA TORRI EOLICHE
DA 110 METRI
Altro che sindrome Nimby (not in my backyard-non nel mio giardino). La guerra all’eolico ormai diffusa in tutta Italia con decine di comitati locali è, al contrario, una battaglia in difesa degli interessi nazionali.
L’arrivo dei padroni del vento con la multinazionale spagnola Gamesa in Maremma, è il sintomo più grave di un attacco generalizzato al patrimonio paesaggistico italiano. A Scansano(Gr), così come a Campobasso, si progettano centrali eoliche che vanno a turbare monumenti di valore nazionale, il cui valore è in larga parte determinato dall’essere ancora immersi nel contesto ambientale originario nel quale sono nati.
In Molise, 16 torri eoliche di 126 metri minacciano gli scavi archeologici dell’antica città di Saepinum, posta a cavallo del tratturo più famoso d’Italia (Pescasseroli - Candela), con effetti disastrosi pur essendo a sei chilometri e mezzo di distanza. E se ne è accorta anche la Regione Molise che su questo caso ha decretato una moratoria dell’eolico.
A Scansano, invece, la distanza tra il Castello di Montepò e i più grandi apparati industriali mai costruiti dall’uomo, sarebbe di soli due chilometri e mezzo.
Non a caso, in questo comprensorio, il PTC (Piano Territoriale di Cordinamento) della Regione Toscana, prescrive che gli stessi interventi “legati all’attività agrituristica e alla valorizzazione della produzione vinicola saranno realizzati secondo criteri di rigorosa compatibilità con l’integrità del contesto ambientale[...]”.
“Se perfino in Maremma, fino ad oggi luogo esemplare di gestione del paesaggio italiano”, ha dichiarato Oreste Rutigliano, Coordinatore del Comitato Nazionale del Paesaggio “dovesse passare questa aberrazione, vuol dire realmente che siamo di fronte ad una emergenza nazionale. La Regione Toscana, bloccando questo insediamento ci riconfermi che vuole essere ancora un punto di riferimento di buon agire culturale”.
LEGAMBIENTE CONTRO ITALIA NOSTRA
SI' A EOLICO SCANSANO (AGI)
Legambiente si costituira' "ad adiuvandum" della Provincia di Siena - nonche' del comune di Scansano, della Regione Toscana e della Sopraintendenza di Siena - in difesa del parco eolico di Scansano, per ottenere che sia respinto il ricorso presentato da Italia Nostra che, se accolto, bloccherebbe la realizzazione dell'impianto. Come spiegano in una dichiarazione il presidente nazionale di Legambiente Roberto Della Seta e Fausto Ferruzza, segretario di Legambiente Toscana, questa scelta ha un obiettivo pratico e un significato simbolico: "Le dieci pale eoliche di Scansano - sottolineano i dirigenti di Legambiente - sorgeranno dove ci sono gia' i tralicci, di analoga altezza, di un grande elettrodotto, dunque il loro impatto paesaggistico sara' molto limitato. D'altra parte, esse consentiranno di approvvigionare con energia pulita quasi 50 mila persone, per un significativo risparmio di emissioni inquinanti". Per tutto questo, aggiunge Legambiente, battersi contro un intervento cosi' vuol dire negare le ragioni stesse dell'ambientalismo: "Dire no all'eolico, come alle metropolitane o agli impianti di compostaggio dei rifiuti - affermano Della Seta e Ferruzza -, e' ostacolare una vera riconversione ecologica dell'energia, dei trasporti, in generale dell'economia e della societa'. Nel caso di Scansano, dire no al parco eolico significa ostacolare 'la Maremma che vogliamo': senza nuova autostrada, con un'Aurelia finalmente sicura, ma anche con un modello di produzione e consumo di energia meno legato ai combustibili fossili e di piu' alle fonti pulite".
Chi non conosce il territorio pensa che se una soluzione tecnica buona lo è indifferentemente dappertutto. I pannelli solari sono buoni? Allora installiamoli anche sul Colosseo, e magari sotto i portici di San Pietro. Le torri eoliche sono buone? E allora fottiamocene del paesaggio, magari anche dove il vento è poco.
Che dire poi dell’affermazione “le dieci paleeoliche sorgeranno dove ci sono già i tralicci”? Ricordo che Chicco Testa, quando non era più presidente di Legambiente ma lo era dell’ENEL si propose di eliminare i tralicci dove disturbavano il paesaggio…
Nota: Qui su Eddyburg, per metodologie non arbitrarie di decisione riguardo al territorio e nuove tecnologie energetiche, anche due contributi recenti nei casi dell'Australia e del Regno Unito ; su Mall/Piani, anche alcune linee guida alla progettazione sostenibile (non solo per l'eolico) della East of England Regional Assembly (f.b.)
No, l’abusivismo di necessità no. L’abusivismo di necessità è morto da tempo. Era quello dell’immediato dopoguerra, quando, soprattutto a Roma, gli immigrati dal Sud che lavoravano nei cantieri edili, senza casa e senza residenza (vigeva ancora la legge fascista contro l’urbanesimo che non consentiva l’iscrizione anagrafica nei grandi comuni), si costruivano le “casette della domenica”. Furono chiamate così perché solo la domenica e i giorni festivi manovali e muratori, potevano tirar su, con le proprie mani, le loro povere abitazioni, con spirito mutualistico e con pratiche poi definite di autocostruzione. I nuclei del primo abusivismo si concentrarono inizialmente a ridosso dei borghetti dov’erano stati deportati gli abitanti del centro storico cacciati a seguito degli sventramenti mussoliniani e intorno ai quali si è in seguito formata la sterminata periferia della capitale.
Quello era l’abusivismo di necessità. Che fu compattamente difeso dal Pci e dalla cultura di sinistra, all’incirca fino all’inizio degli anni Ottanta. Dopo, fra la sinistra e l’abusivismo c’è stato un graduale distacco, non senza residui di tolleranza. Il direttore di questo giornale sicuramente ricorda le polemiche che si svilupparono in via delle Botteghe Oscure e su l’Unità con una franchezza allora inconsueta.
Intanto, a mano a mano, l’abusivismo ha cambiato i propri connotati, è stato sfruttato dai grandi proprietari terrieri per favorire l’urbanizzazione dei loro patrimoni. Si è un po’ alla volta trasformato in industria edilizia illegale, illegale sotto ogni punto di vista: alla mancanza del permesso di costruzione si è aggiunto il mancato rispetto delle norme igieniche, di sicurezza, assicurative e previdenziali. Alla fine, è entrato nell’orbita della malavita organizzata. Da Roma in giù, in alcuni luoghi ha raggiunto livelli di produzione superiori a quelli dell’edilizia legale, grazie anche alle successive leggi di condono, tre in diciotto anni (ricordiamone gli autori: 1985, governo Craxi; 1994, governo Berlusconi; 1993, ancora governo Berlusconi). E la Campania, ha scritto il 1° maggio su l’UnitàVittorio Emiliani, “vanta da decenni un primato nazionale in fatto di concentrazione della illegalità edilizia e ambientale, con una vistosa presenza del racket camorristico che controlla le forniture di materiali e di manovalanza”.
Queste cose non possono non saperle gli amministratori di Ischia – e addirittura il presidente della regione Campania – che irresponsabilmente hanno resuscitato l’abusivismo di necessità. Operazione pericolosissima, perché oggi torna a essere grave, in molti casi drammaticamente grave, il problema della casa, e l’abusivismo non può essere una risposta. Se oltre l’80 per cento delle famiglie italiane vive in casa propria, quasi tutto il restante 20 per cento vive in condizioni abitative sempre più precarie. Sono giovani, immigrati, studenti, anziani che regrediscono verso la povertà e sono costretti a vendere il proprio alloggio. Un problema, reso acuto dalla progressiva riduzione delle risorse per l’edilizia pubblica, che dovrebbe tornare in primo piano nelle politiche locali. È questo uno, e non certo l’ultimo, dei compiti che il nuovo governo dovrà affrontare con competenza e determinazione. Insieme alla ripresa dell’impegno per il risanamento idrogeologico. Dopo i morti di Sarno del 1998, il tema aveva assunto un riconoscimento prioritario nell’azione di governo e sembrava che potesse finire l’incubo di una frana devastante dopo ogni pioggia prolungata. Ma Berlusconi alla manutenzione del territorio ha sostituito le grandi opere. La tragedia di Ischia riporta la difesa del suolo in testa all’ordine del giorno.
Altro che grandi opere, altro che tolleranza per l’abusivismo.
Un Paese fradicio, senza più manutenzione, che casca a pezzi alle prime piogge insistenti. Poche settimane fa un grande smottamento di un’area denudata dal disboscamento sopra la cabinovia di San Vigilio in Marebbe (Bolzano). Per fortuna senza vittime. Ora la tragedia di Ischia con una gigantesca colata di fango che ha provocato morti e feriti in una zona con abitazioni abusive in attesa di condono edilizio. «Abbiamo abusato del nostro territorio», afferma il responsabile della Protezione Civile, Bertolaso.
Sciaguratamente i governi Berlusconi hanno imboccato la strada elettoralistica delle cosiddette grandi opere (senza valutazione di impatto ambientale) ed abbandonato, o quasi, quella del risanamento idro-geologico percorsa con fatica dai governi dell’Ulivo dopo le tragedia di Sarno e di Soverato. Di più e di peggio: il centrodestra ha varato due devastanti condoni, uno edilizio e l’altro ambientale il cui solo annuncio ha accelerato in modo suicida, per il territorio e per chi lo abita, la corsa a nuove costruzioni illegali in zone vincolate, in aree palesemente a rischio idro-geologico, negli alvei stessi di fiumi, torrenti e fiumare. Laddove la colata di fango o l’alluvione improvvisa sono sempre in agguato con esiti mortali. Specie da quando il riscaldamento del pianeta ha reso più violente piogge e temporali, in ogni stagione.
In tale corsa all’abusivismo - al quale invano si sono opposti Comuni e Regioni contestando i condoni governativi - la Campania vanta da decenni un primato nazionale in fatto di concentrazione della illegalità edilizia e ambientale, con una vistosa presenza del racket camorristico che controlla le forniture di materiali e di manovalanza, tutto «in nero», da ogni punto di vista. L’isola di Ischia fa parte di questo sistema purtroppo, come, del resto, la stessa Capri.
Chi gira l’Italia in questi mesi vede le gru dei cantieri edili alzarsi quasi ovunque, a decine, a centinaia. Il mattone è stato la sola attività a «tirare» in mesi e mesi di stagnazione economica, sottraendo capitali e risparmi ad attività imprenditoriali vere e durevoli, destinate ad irrobustire un sistema di industrie e di servizi divenuto sempre più anemico. Da vecchio immobiliarista, Silvio Berlusconi non si è forse vantato di aver fatto aumentare nell’ultimo quinquennio il valore degli immobili italiani? Chi non è proprietario di case, è trattato alla stregua di un pezzente. Chi è in affitto, viene abbandonato alle follie del mercato speculativo. Un’autentica anomalia rispetto alla media dei Paesi europei più avanzati. E poi si teme sempre che scoppi la bolla speculativa...
La valanga di asfalto e di cemento, quest’ultimo spesso abusivo, ha reso ancor più fragile, dunque, più soggetto a frane e a smottamenti questo Paese antico, intensamente abitato da migliaia di anni, la cui montagna ed alta collina (due terzi dell’Italia) hanno conosciuto in passato uno spopolamento biblico, col conseguente abbandono dei boschi, dei pascoli, del sistema plurisecolare dei canali e delle canalette di scolo, dei torrenti stessi. Mentre, per contro, le zone ad alto sfruttamento turistico (da Ischia a San Vigilio in Marebbe) si costipavano di altre seconde e terze case, con strade di ogni tipo, tutte asfaltate. Tale fenomeno si è verificato, magari, in regioni anche a forte rischio sismico: in Campania, soltanto un 12-13 per cento del territorio non risulta infatti a rischio sismico alto o medio. Ma quali e quanti investimenti sono stati dedicati dalle «magiche» Finanziarie di Berlusconi-Tremonti alla manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo italiano? Sempre pochi. Anzi sempre meno. In compenso uno dei primi alti dirigenti colpiti dallo spoil-system è stato proprio il bravissimo direttore del servizio antisismico nazionale Roberto De Marco, un tecnico di autentico livello internazionale, rimosso per ragioni squisitamente politiche e mandato, se non erro, a vendere computer alle scuole. Poteva, del resto, un «comunista» continuare a reggere un simile ufficio tecnico strategico?
Al futuro governo viene quindi lasciata un’Italia ancor più vittima di frane, smottamenti, alluvioni, ancor più povera di misure preventive contro le colate di fango (autentico problema nazionale) e contro i movimenti tellurici. Si tratta di riavviare, per altro in tempi di finanza statale dissestata, una autentica «ricostruzione» del Paese partendo da una aggiornata mappa dei rischi. Altrimenti avremo altre vittime, altri senzatetto, altri ambienti feriti a morte e inabitabili per decenni. Molto tempo fa, Antonio Cederna - di cui ricorrono quest’anno i dieci anni dalla scomparsa - ripeteva una sorta di suo sarcastico slogan: quando piove l’Italia viene giù. Dopo gli ultimi cinque anni berlusconiani va anche peggio. Per non spendere qualche miliardo in più nella prevenzione, ne spendiamo e ne spenderemo decine a disastri avvenuti.
Nelle polemiche che hanno accompagnato il nuovo museo dell'Ara Pacis (la più scriteriata è quella del candidato a sindaco di Roma Gianni Alemanno, il quale vorrebbe spostare il nuovo edificio in periferia) ciò che rischia di restare nell'ombra è proprio l'altare decretato dal Senato di Roma nel 13 a.C. e inaugurato nel 9 in onore di Augusto. Finora l'attenzione è stata polarizzata dall'edificio di Richard Meier e dal suo impatto sulla piazza, ma poco ci si è chiesti se il museo abbia assolto la sua funzione primaria: cioè l'esposizione adeguata del monumento, in confronto alla precedente sistemazione. Siamo informati del fatto che la teca di Ballio Morpurgo era ormai inadeguata e quindi era necessario trovare una nuova soluzione per il monumento. Ci si chiede, una volta stabilito di rimuovere il vecchio edificio, perché mantenere l'altare nello stesso posto e non musealizzarlo altrove?
La decisione di ricomporre i frammenti dell'altare accanto al Mausoleo di Augusto era - e rimane - arbitraria, dato che essi furono ritrovati altrove, nelle fondazioni di un palazzo a fronte della chiesa di S. Lorenzo in Lucina. Tuttavia, decidendo di fare rimanere l'altare laddove era stata collocata nel 1938, sarebbe stato saggio prevedere un concorso architettonico - che fin da allora comprendesse tutta la piazza - invece di imporre il nome di Richard Meier. A ben guardare, dietro quella decisione sembra esserci un atto di provincialismo culturale che ha condotto a ritenere adeguato al compito un architetto all'apice della fama, dopo il completamento del gigantesco complesso espositivo del Getty Center. Se questo è stato il criterio, la committenza poteva investire anche altri, a partire da Frank Gehry, che avrebbe collocato una delle sue architettura decostruttiviste sulle rive del Tevere: in fondo meglio la provocazione che l'inadeguatezza. L'edificio di Meier non è sgradevole di per sé: il nitore delle pareti, i suoi angoli taglienti, la combinazione del travertino con il vetro sono il risultato di un disegno elegante e pulito, seppur con delle cadute di tono, come l'inserimento della parete in travertino scabro, sul lato del Lungotevere; sembra bugnato, ma il bugnato ha negli edifici una sua funzione visiva e strutturale, mentre qui sembra un vezzo, dunque stona. Ma le critiche maggiori riguardano il contesto e la funzionalità: la teca precedente era modesta e non invasiva, mentre l'edificio di Meier sembra una nave spaziale posatasi su una terra straniera, che fa violenza all'eleganza della Chiesa di San Rocco, frutto di un moderato intervento urbanistico di Valadier. Ma anche il dialogo con il resto della piazza, tutt'altro che ispirata alla moderazione, resta difficile da immaginare. All'interno la sensazione non muta: certo le vetrate sono ampie, e belle le vedute su entrambi i lati, tanto sui resti della tomba di Augusto quanto sul viale alberato del Lungotevere. Ma cosa ne ha guadagnato il monumento per cui questo ingombrante edificio è stato edificato? Francamente non molto.
Eliminate le pedane laterali, la processione del fregio superiore risulta meno visibile di un tempo e tutto l'altare appare come schiacciato sotto il peso di pesanti lacunari, collocato com'è al centro di una architettura che immiserisce l'oggetto esposto richiamando, piuttosto, l'attenzione su stesso. L'edificio non è ancora completo ma dubito che la fontana prevista cambierà di molto l'impatto urbanistico, né credo che tutte le facilities previste negli interni aiutino molto la fruizione del monumento. Ancora una volta - come succede nella maggior parte degli esempi di architettura museale - il contenitore prevale sul contenuto, e l'architetto dimentica che bisognerebbe partire dall'oggetto da esporre piuttosto che dal proprio ego. In definitiva, il problema del nuovo museo è un problema di contesto. A Tor Tre Teste, infatti, nella periferia est di Roma, Meier ha realizzato una bellissima chiesa, connotata da tre vele; l'edificio si inserisce in un luogo di non-architettura, dominato da una edilizia periferica priva di carattere, e contribuisce a riqualificarlo.
Piazza Augusto Imperatore è dotata di una stratificazione architettonica che avrebbe richiesto un intervento più rispettoso del suo polimorfism. Lasciando l'edificio di Meier mi sono girato più volte verso l'ingresso, cercando di comprendere che cosa mi ricordassero quelle superfici candide, quelle linee nette, quelle colonne (la citazione dozzinale, all'ingresso, dovrebbe richiamare lo gnomone dell'orologio augusteo), quel vetro del museo: e ciò che mi è venuto in mente è la razionalità dell'architettura di Le Corbusier, le ville californiane dipinte nei quadri di David Hockney, forse per tutto quel bianco, così estraneo ai colori di Roma.