L’Italia produce annualmente oltre 46 milioni di tonnellate di cemento. Sono circa 800 kg pro capite (nel 2005 erano 831 kg a testa nel Nord, 792 nel Centro, 747 nel Sud e 746 delle Isole), il doppio della Germania.
La regione del Nord che, in proporzione agli abitanti, ne produce di più è il Friuli Venezia Giulia, con 1.247 kg pro capite (quasi 1.500.000 tonnellate in totale).
C’è poi un imprenditore veneto del settore estrattivo e dei materiali da costruzione, tale Grigolin, che vuol produrre anche cemento. Già proprietario di alcune cave in Friuli Venezia Giulia, pensa bene di impiantare qui un nuovo cementificio. Dove? A Torviscosa, dentro il grande complesso industriale dell’ex Snia Viscosa (ora “Caffaro”), oggi parzialmente inutilizzato. La capacità produttiva del nuovo impianto sarebbe, a regime, di 1.200.000 tonnellate all’anno, quasi raddoppiando quindi la produzione attuale in regione.
Il progetto dev’essere sottoposto preventivamente a VIA (valutazione di impatto ambientale), di competenza della Regione. Una procedura che prevede la consultazione dei Comuni circostanti il sito dello stabilimento, vari pareri tecnici (ARPA, Azienda Sanitaria, vari uffici regionali, ecc.) e le osservazioni dei cittadini. Segue un parere della Commissione VIA, presieduta dall’assessore all’ambiente (Moretton) e composta da vari funzionari regionali, un rappresentante dell’ARPA, due docenti universitari e due rappresentanti di associazioni ambientaliste. In base a questo parere, una delibera della Giunta regionale conclude il tutto.
Emergono subito, nell’istruttoria tecnica del Servizio VIA regionale, seri problemi ambientali. A Torviscosa i dati delle centraline per il monitoraggio della qualità dell’aria mostrano infatti una situazione critica, che peggiorerà – verosimilmente – con il contributo della nuova centrale elettrica a ciclo combinato “Edison” (entrata in funzione nel dicembre 2006 e sita anch’essa nel comprensorio ex Snia Viscosa), da 800 MW di potenza.
Preoccupano soprattutto le polveri fini PM10, che già negli anni scorsi a Torviscosa hanno superato spesso il limite giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo: nel 2010 entreranno in vigore nuovi limiti e la media annuale non dovrà superare i 20 microgrammi (oggi è di 40), un valore che – pur senza centrale “Edison” e senza cementificio – è stato superato negli anni scorsi. Il cementificio aggiungerebbe a sua volta emissioni rilevanti di polveri e 1.800 tonnellate annue di ossidi di azoto (più della centrale “Edison”), che a loro volta danno origine a polveri “secondarie”.
Ci sono poi problemi per la movimentazione delle materie prime (calcare, soprattutto) e del cemento prodotto. Il progetto di Grigolin prevede l’utilizzo anche della via d’acqua e della ferrovia, ma il canale Banduzzi che dovrebbe servire per l’attracco delle chiatte, è sotto sequestro perchè fortemente inquinato da mercurio (eredità della storica attività chimica della Snia Viscosa) e non è chiaro quando e da chi potrà essere bonificato. Anche l’effettivo utilizzo della ferrovia è incerto. Risultato: a regime 356 autocarri – con le relative ulteriori emissioni inquinanti - si riverserebbero ogni giorno sulla rete viaria, la quale è già “in sofferenza” per i volumi di traffico attuali e per la presenza di alcune strettoie (in particolare l’attraversamento dell’abitato di Porpetto).
Dulcis in fundo, il processo produttivo comporta anche l’emissione di grandi quantità di anidride carbonica (CO2), il principale dei “gas serra”: a regime oltre 825 mila tonnellate all’anno (per ciascuno dei 50 anni di vita utile prevista dell’impianto), cioè più del 7 per cento della CO2 emessa nel 2000 nell’intero Friuli Venezia Giulia, il 28 per cento di quella emessa dal settore industriale.
Non male davvero, nel momento in cui i cambiamenti climatici sono il principale problema ambientale e la diminuzione – non l’aumento! - delle emissioni di CO2 è (o dovrebbe essere), la priorità n. 1 per tutti.
Conclusione del Servizio VIA regionale: giudizio negativo sull’impatto ambientale del progetto.
Negativi anche i pareri dell’Azienda Sanitaria, della Provincia di Udine e dei Comuni interpellati, salvo Torviscosa e S. Giorgio di Nogaro (quest’ultimo forse per solidarietà: nella sua zona industriale a ridosso della laguna è in progetto una grande vetreria, con impatti ambientali analoghi a quelli del cementificio Grigolin).
Si arriva così alla seduta della Commissione VIA, convocata per il 7 febbraio scorso, che viene però annullata per mancanza del numero legale (assenti Moretton, l’ARPA, i docenti universitari e alcuni funzionari regionali).
La seduta viene riconvocata il 28 febbraio, ma nel frattempo è cambiato l’orientamento del Servizio VIA. L’iniziale giudizio negativo sul progetto è infatti scomparso, ma nessuno chiarisce perchè.
La Commissione esprime così un giudizio positivo sull’impatto ambientale del progetto, sia pure accompagnato da “prescrizioni”. Favorevoli tutti i presenti, tranne gli ambientalisti, Fabio Gemiti del WWF e Dario Gasparo del CAI, che protestano vibratamente per il colpo di mano.
Pare che al recente congresso regionale dei DS il presidente Illy, rivendicando i meriti della propria Giunta nell’attirare nuovi investimenti industriali in Friuli Venezia Giulia, abbia citato anche il cementificio di Torviscosa tra i successi conseguiti. Il che probabilmente spiega come mai la VIA regionale si sia conclusa nel modo sopra descritto.
Del resto, il progetto di Grigolin menziona esplicitamente la realizzazione di grandi opere ed infrastrutture (per esempio la TAV), che necessitano di tanto cemento e si sa quanto Illy tenga a tutto ciò. Per lo “sviluppo”, naturalmente.
Chissà come saranno contenti i cittadini della bassa friulana, che hanno votato centrosinistra alle ultime elezioni regionali….
Cose che succedono quando si affida un ente pubblico alle mani dei referenti di Confindustria.
Messina Gli elementi per la più classica delle tangentopoli siciliane ci sono tutti: un collaboratore di giustizia, la speculazione edilizia sulle colline e un apparato politico-amministrativo compiacente. Così Messina ha «riscoperto» l'illegalità con l'inchiesta Oro Grigio condotta dagli agenti della Mobile dei pubblici ministeri Giuseppe Farinella e Angelo Cavallo: 9 su 14 indagati, le persone finite in carcere per le tangenti intascate e offerte per ottenere la variante urbanistica che ha portato alla realizzazione del complesso abitativo «Green Park» sul torrente Trapani di Messina.
In carcere nomi di spicco della politica e non. Umberto Bonanno, già ex presidente del consiglio comunale nato «politicamente» con il garofano e fedelissimo dell'ex viceministro nel governo Berlusconi, Nanni Ricevuto, entrambi oggi in Forza Italia. Giuseppe Fortino, l'avvocato che avrebbe avuto il «compito di individuare le operazioni immobiliari di rilevante valore da compiersi nella città», mediando con politici e funzionari pubblici incaricati a vario titolo di «condizionare» gli iter amministrativi. Antonino Ponzio, funzionario addetto alle politiche del territorio del comune di Messina, Antonio Gierotto, funzionario amministrativo della facoltà di scienze della formazione all'Università di Messina. Questi sarebbero stati al vertice del «gruppo di potere» che organizzava consulenze tecniche e legali, compravendite di immobili, individuava i gruppi imprenditoriali che avrebbero dovuto realizzare le lottizzazioni immobiliari. Nell'operazione Oro Grigio, inoltre, sono finiti in manette anche gli imprenditori Giovanni e Salvatore Arlotta, rappresentanti della Ar.Ge.Mo srl, società che sta curando insieme alla Samm Costruzioni srl la realizzazione del complesso abitativo «Green Park». Di quest'ultima società fanno parte gli altri tre arrestati, a cui sono stati concessi i domiciliari, Santi e Giovanni Magazzù e Antonino Smedile.
Il gip Mariangela Nastasi non ha concesso la custodia cautelare per tre funzionari regionali dell'assessorato al Territorio e Ambiente (Rosa Anna Liggio, Giuseppe Giacalone - già presidente del comitato regionale per l'Urbanistica all'epoca dell'esame del Prg di Messina - e Cesare Antonino Capitti). I tre sarebbero stati l'altro terminale nella pubblica amministrazione regionale incaricati di accelerare i tempi di approvazione dei progetti autorizzativi. Tra gli indagati ci sono anche altri due funzionari comunali di Messina, Manlio Minutoli, direttore del dipartimento politiche del territorio del Municipio, che ha ammesso di aver ricevuto pressioni sia da Bonanno che da Fortino, e Raffaele Cucinotta, direttore della sezione Prg di Palazzo Zanca. A svelare i retroscena dell'«affaire Green Park», che prevedeva una tangente complessiva di un milione e 550 mila euro da spartire tra i vari protagonisti e la cessione di vari appartamenti in fase di costruzione, con la sottoscrizione dei relativi contratti preliminari, è stato Antonino Giuliano, il «pentito alfa», un imprenditore edile vittima degli usurai che dal dicembre del 2004 collabora con la giustizia ed ha contribuito significativamente all'inchiesta madre della Procura della Repubblica sul piano regolatore generale della città. L'indagine madre da cui discende lo stralcio dell'operazione Oro grigio, che già nello scorso mese di settembre aveva prodotto una lista di indagati che contava almeno una settantina di personalità anche illustri. Fra cui lo stesso sindaco di Messina, esponente della Margherita Francantonio Genovese, scivolato nell'inchiesta per un presunto interessamento nella ricerca di voti in una tornata elettorale in cui non figurava neppure come candidato. O lo stesso governatore della Regione, Totò Cuffaro di cui il «pentito alfa» avrebbe parlato in quanto «interessato» insieme all'imprenditore della sanità Michele Aiello negli affari per la realizzazione di cliniche mediche nella zona nord della città. Aspetti dell'inchiesta che, come ha assicurato il procuratore capo di Messina Luigi Croce, non solo non hanno nulla a che fare con l'operazione Oro grigio ma che in alcuni casi (come per Cuffaro) sarebbero anche in una fase conclusiva senza rilievi penali.
«Voto Casson perché sono di sinistra». Così il famoso urbanista Edoardo Salzano, veneziano d'adozione, risponde alla domanda che ossessiona la laguna dal 4 aprile: chi preferisci nella poltrona di sindaco, Cacciari o Casson? Eppure Salzano dice, e chiaramente, che al primo turno non ha votato né per l'uno né per l'altro. «Un voto di protesta», scrive nel sito personale che cura da quattro anni, www. eddyburg. it, dove incolla i suoi godibilissimi "eddytoriali" sulla politica, il costume e sulla passione e il mestiere di una vita, l'urbanistica. Consigliere comunale di Venezia per 15 anni e consigliere regionale per il Veneto, Salzano conosce Cacciari da sempre: militavano nello stesso partito, il Pci. «Che non è quello di Folena!», scherza. Ma al filosofo veneziano Edoardo «per gli amici Eddy» non ne risparmia una: «Non voterò Cacciari, perché è lui che ha avviato la linea che critico, perché è lui che ha abbandonato il campo a metà legislatura, perché è lui che ha nominato Costa (il sindaco uscente della Margherita, ndr) suo erede». A Liberazione l'urbanista spiega ulteriormente la sua avversione per il rivale di Casson: «Cacciari ha inaugurato un tipo di amministrazione aperta alla mercantilizzazione di Venezia», dice riferendosi alle due giunte Cacciari dal 1993 al 2000. E Casson, invece, «è un esempio di integrità e devozione agli interessi generali dei veneziani». Perché Venezia, insiste Salzano, non è una città come le altre e non può subire l'assalto della modernità - metro sublagunari, dighe gigantesche, turismo forsennato -che caratterizza la metropoli occidentale dei nostri tempi.
Professor Salzano, Lei critica molto Cacciari e ciò che la sua giunta ha fatto a Venezia dal 1993 al 2000. Perché?
Quando Massimo Cacciari divenne sindaco c'è stata una svolta profonda nella politica della città. Si sono affermate con lui due posizioni, molto pericolose, sintetizzabili con lo slogan «privato è bello». Questo ha portato alla cancellazione dei vincoli alla trasformazione e alla modifica della città: le residenze sono diventate alberghi, gli esercizi commerciali fast food e così via. Fino ad allora la sinistra aveva frenato la mercantilizzazione di Venezia. Il secondo elemento cacciariano riguarda la politica della casa: fino ad allora vigeva la regola «nessuna nuova abitazione se non pubblica e destinata ai veneziani». Da allora invece è cominciato il via libera ai privati.
Lo scopo era solo quello di vendere ai privati?
No, ma con Cacciari la sinistra si è arresa alle proposte della destra. Quindi le critiche che Cacciari fa a Costa sono giuste, ma dimentica che le politiche di Costa sono un'estremizzazione di ciò che lui stesso ha iniziato. Non è un caso che Costa sia il delfino di Cacciari.
Perché alla prima tornata ha deciso di non votare né per Casson, né per Cacciari?
Per pura protesta. Ora che siamo arrivati al ballottaggio invece scelgo Casson perché ha due meriti: è l'uomo nuovo, quindi c'è la possibilità che lavori meglio del filosofo. In secondo luogo, ha una storia di rigore su una serie di questioni rilevanti. Ha sempre difeso gli interessi generali di Venezia: il caso contro la Montedison, ad esempio.
So che l'ambientalismo le sta molto a cuore...
Venezia è una città che vive sul rapporto equilibrato con l'ambiente, un traguardo che si è raggiunto dopo mille anni, ma che adesso si sta sfasciando.
Si sta sfasciando per la cattiva amministrazione?
Si sta privilegiando la crescita e il progresso a qualunque costo, senza rendersi conto che il rapporto ambiente-città a Venezia è delicatissimo. L'ultimo esempio è la metropolitana sublagunare, un progetto che non ha nessun significato, e sul quale sia Cacciari che Casson stanno prendendo tempo. Eppure nessuno osa bocciarla in toto. E' stato un assessore di Cacciari, D'Agostino, a proporla e a portarla avanti.
Chi conosce Venezia sa che è una delle pochissime città occidentali che resiste alle brutture della modernità, come la fretta. La dimensione cittadina obbliga il veneziano o il turista a piegarsi ai suoi ritmi, alla sua lentezza. Sono privilegi da salvaguardare? O Venezia deve essere per forza efficiente?
Sono perfettamente d'accordo. Il tempo a Venezia ha una qualità diversa dalle altre città, che non è misurabile quantitativamente, ma qualitativamente. Il tempo passato nei trasporti pubblici a Roma, ad esempio, è un tempo di soffrenza, mentre a Venezia è un tempo di gioia. Ecco perché la sublagunare per me è una follia, e non servirebbe realmente ai veneziani, che solitamente non vanno all'aeroporto o a Murano. Chi ci va invece sono i turisti.
Come risolveresti il turismo di massa?
Da consigliere comunale proposi un «razionamento programmato dell'offerta turistica». Cioé scoraggiare il turismo mordi e fuggi, e incoraggiare quello a lungo periodo, per dare il tempo di conoscere la città nella sua vera essenza.
I commercianti non sarebbero d'accordo, non crede?
Penso che non sarebbero contenti i venditori di Coca cola e panini. Ne sarebbero felici, ad esempio, i rilegatori di libri e tutti quegli artigiani tipici di Venezia che negli anni stanno scomparendo. Preferisco, insomma, un buon made in Venice piuttosto ad un made in Hong Kong.
Torniamo al dilemma Cacciari - Casson. Sui temi appena accennati come li vedi? Per lei pari sono?
No. Su Casson ripongo le speranze, su Cacciari no. Casson credo che starà molto attento a certe questioni, che per il filosofo sono ormai puramente marginali. Io ho fiducia nell'uomo Casson, nella sua integrità e nella sua storia professionale.
E il Mose?
E' un opera sicuramente dannosa. Secondo molti studiosi di calibro è oltretutto inutile. Certamente costosissima e che ha provocato una completa traformazione dei poteri a Venezia. E poi la complessità lagunare non la risolvi solo con un'opera ingegneristica, per quanto avveniristica. Il problema è come governare un ambiente che a Venezia è molto naturale.
Casson, come del resto anche Cacciari, ha promesso che si prenderà carico delle problematiche di Porto Marghera. Cosa pensi che si dovrebbe fare?
Porto Marghera andrebbe ripensata. Il ciclo del cloro è pericolosissimo. Il problema centrale è: che cosa può vendere Venezia al mondo? Può vendere chimica? Automobili? Non credo. Venezia ha una specificità che le deriva da mille anni di storia, possiede una cultura e un know-how incredibili. Venezia ha risolto un problema, quello del rapporto tra uomo e ambiente, in un modo che le altre metropoli si sognano. Le Corbusier diceva che Venezia ha risolto il principale problema urbano dei nostri tempi, la separazione dello spazio del pedone da quello delle macchine.
VENEZIA. Il professor Gherardo Ortalli è un uomo che non le manda a dire. Infatti preferisce dirle lui, anche se sono nude e un po’ crudette, spolverando le parole con quel che resta di un accento emiliano che lo ha seguito nei 30 anni di intensa vita in laguna, dentro l’Università, nella biblioteca dell’Istituto veneto di Scienze Lettere e Arti e sui bastioni di Italia Nostra.
Arrivato a Venezia nel 1973 per insegnare Storia medioevale a San Sebastiano, Ortalli ha fatto sentire la sua voce spesso e sempre fuori dal coro, lontano dai salotti e immune dai piagnistei. Dall’altana del suo appartamento (senza ascensore) in calle lunga San Barnaba vede un sacco di cose: il campanile di San Marco, il nuovo Molino Stucky diventato Hilton e anche qualcosa che gli piace infinitamente meno, anzi, che lo fa impazzire di rabbia, ed è l’agonia della sua città, a cominciare da un turismo che se la sta divorando a morsi.
Professore, la città non ce la fa più.
«Guardi, io credo che la prima cosa da capire sia il punto critico oltre il quale una risorsa diventa un problema. E così è per il turismo. Credo anche che il problema andava affrontato quindici anni fa e non ora, quando ormai è difficle, se non impossibile, porvi rimedio».
Chi ha sbagliato?
«C’è una responsabilità politico-amministrativa molto forte. Rarissimamente la classe dirigente veneziana ha tentato progetti per essere all’altezza della città. Ci hanno provato Visentini e Casellati e, molti anni fa, Cacciari. Ma è finito tutto nel nulla. E poi c’è la colpa dei veneziani».
Sarebbe?
«La colpa dei veneziani è di non aver percepito che c’è stato un mucchio di santi laici che ha cercato di fare i salti mortali per questa città».
A chi pensa?
«Penso, primo tra tutti, a Pino Rosa Salva, al suo impegno, alla sua forza e al suo coraggio. Se dovessi fare un monumento in città lo farei a lui».
Gli altri si offenderanno.
«Dico Rosa Salva perché è fuori gara».
E Cacciari? Di fronte ai 25 milioni di turisti in arrivo, ad esempio, qualcuno dice che si è arreso.
«E’ il Paese intero che si è arreso. Oggi non si sta decidendo per forza di interessi legittimi ma personali e individuali che hanno il sopravvento su quelli collettivi. Basti pensare alle navi».
Le navi?
«Le grandi navi arrivano e sbarcano migliaia di passeggeri quando, invece, non ci vorrebbe molto per mettere un porto a mare e impedire ai turisti di entrare a Venezia su grattacieli di dicotto piani. Certo, una scelta del genere significherebbe scontrarsi con interessi enormi».
Scelte faticose.
«Scelte faticose a fronte di una debolezza che ormai va dal Consiglio di quartiere alla Presidenza del Consiglio. E la nostra amministrazione comunale non è solo debole, ma è anche contradditoria».
Contradditoria?
«Guardi, qui vendono i palazzi e poi dicono: abbiamo fatto un affare. Ma questo è un ragionamento bassissimo. Si sta vendendo quello che resta, e ormai restano solo i muri».
E il turismo.
«Il problema, anche per il turismo, è decidere se Venezia è una città o no. Oggi Venezia è diventata un quartiere e come tale è un pezzo di un organismo urbano in cui le diverse parti hanno una funzione. Ridotta a quartiere, Venezia diventa indifendibile e la sua funzione si riduce a essere quella turistico-museale. Quindi o si fa un salto di cultura amministrativa e si considera Venezia una città o non c’è salvezza».
Secondo lei come andrà?
«In genere sono ottimista e non mi stanco mai, ma quello che vedo mi sembra realmente molto grave. E la cosa peggiore è che tutto ciò sta accadendo senza che nemmeno sia stato deciso».
Un’agonia inconsapevole.
«Un’agonia che non è stata decisa perché qui manca qualsiasi progetto e si rincorre quello che capita».
Quindi?
«Quindi l’orda dei turisti non la fermi perché è sbagliato il punto di partenza».
Le proposte di Ca’ Farsetti per accogliere i flussi sono più servizi e più vaporetti.
«Sono solo delle pezze che non porteranno a nessuna inversione di tendenza. E invece bisognerebbe invertirla questa perfida tendenza».
Secondo lei, siamo mai arrivati così in basso?
«Credo che questo sia un percorso inevitabile iniziato molti anni fa che nessuno ha saputo e voluto fermare. Il risultato è che Venezia è una città di meno di 60 mila abitanti, con un’età media alta, fatta di gente stanca. Una città, insomma, che non è più in grado di difendersi».
Sì, ma qualche soluzione ci sarà.
«Esistono meccanismi che contengono i flussi come, ad esempio, il sistema delle prenotazioni e non capisco perché qui non si riesca ad applicarlo. Non capisco perché i gruppi, le scolaresche, i passeggeri delle navi non possano prenotare prima di venire a Venezia».
Qual è, secondo lei, il tetto di capienza della città?
«Ci sono persone pagate per studiare queste cose e per dircelo».
Però non ce lo dicono.
«Allora io dico che tanto vale rivolgersi a Disneyland. In realtà noi stiamo già facendo Disneyland però senza la capacità programmatica del parco divertimenti. Siamo ormai un gran bazar però senza le regole del gran bazar. Terribile, no?».
Molti veneziani sono diventati insofferenti ai turisti.
«La città sta diventando sempre più scortese. Ci sono edicole che espongono cartelli con la scritta: non si danno informazioni. Oppure basta andare sul ponte dell’Accademia per vedere il peggioramento dei comportamenti. I turisti si fanno la foto da una parte all’altra del ponte e i veneziani ci passano in mezzo».
Scusi, ma lei cosa fa?
«Ci passo anch’io, se non resto lì tutto il giorno».
Alcuni degli articoli in eddyburg sul medesimo argomento: di Luigi Scano del novembre 2004 e del marzo 2007, di Edoardo Salzano su Liberazione e su Carta, e articoli di Francesco Erbani, di Alberto Vitucci, di Jan van der Borg, e del Gazzettino, con postille di eddyburg.
Qui alla postilla.
Corriere della Sera, ed. Roma, 3 maggio 2007
«Troppa ostilità verso i Verdi» Bonelli contro il Pd regionale
di Alessandro Capponi
La vicenda di Colle della Strega s'è risolta - articolo 11 di Laurentino 38 approvato con una memoria di Giunta che impegna Marrazzo a trovare una delocalizzazione per i settantamila metri cubi previsti in quell'area che sarà inserita nell'ampliamento del Parco dell'Appia Antica - ma l'«insofferenza» rimane. I Verdi, per voce di Angelo Bonelli, capogruppo alla Camera ed ex assessore all'Ambiente del Lazio, adesso dicono chiaramente che «Marrazzo e la sua Giunta devono recuperare il ruolo di sintesi che avevano all'inizio, noi Verdi siamo stati sempre responsabili ma non possono chiederci di modificare il nostro dna, di rinunciare alla nostra identità». Manda messaggi a Marrazzo, al nascente Partito democratico, a quelle forze di governo regionale che hanno i numeri per governare «solo grazie al trasformismo politico, ai tanti che dal centrodestra sono passati di qua». In sintesi: in regione, «c'è un problema politico serio».
Bonelli, cosa c'è che non va nella coalizione che sostiene Marrazzo?
«L'impressione è che quello che possiamo ormai chiamare Partito democratico abbia come strategia la marginalizzazione della coscienza critica ambientalista. Anche se, ufficialemente, il Pd si dice ambientalista...Nei fatti, però, come nel caso di Colle della Strega, sembra il contrario. Anche se arrivasse al 28 per cento dei voti, l'altro 22 come lo ottiene?
Ecco, il Partito democratico farebbe bene ad avere un atteggiamento meno egemonico e più attento».
C'è un presidente a garanzia della sintesi della coalizione, no?
«Questo Marrazzo e la sua Giunta l'hanno fatto all'inizio, adesso devono recuperare quello spirito, appunto: quel ruolo di sintesi. Non si può chiedere ai Verdi di rinunciare a tutto, anche perché sui temi e sui valori che noi difendiamo altre forze politico si mettono continuamente di traverso...».
Bonelli: quali forze? A quali provvedimenti si oppongono?
«Solo per fare un esempio: la Margherita sulla legge per difendersi dall'Elettrosmog. Anzi, registriamo l'ostilità, diciamo così, di ampie aree del Partito democratico. Si tratta di provvedimenti ambientali che sono lì, in giacenza, in commissione. Per non parlare dell'allargamento del Parco dell'Appia Antica, che è stata una vicenda inaccettabile e quasi incomprensibile. Per non parlare dei riufiuti, tema del quale ci limiteremo a dire che l'interesse economico è molto forte. Ecco, il punto è che noi Verdi non abbiamo poltrone o posti o interessi da difendere: noi difendiamo solo valori, non ci chiedano di rinnegarli, perché noi ci consideriamo sì i migliori alleati di Marrazzo e l'abbiamo dimostrato con un atteggiamento responsabile, però...».
Però siete pronti a uscire dalla Giunta?
«Sono formule, quelle minacciose, che non ci appartengono. Noi diciamo una cosa più semplice: se sarà rispettata la nostra identità, faremo ancora molta strada con questa coalizione..In Regione è possibile fare a meno di noi e Rc solo grazie al trasformismo politico di tanti che dal centrodestra sono passati di qua»
Corriere della Sera, ed. Roma, 4 maggio 2007
Milana ai Verdi: «I vostri no fanno crescere il cemento»
di Alessandro Capponi
«I Verdi dei Municipi, quelli al Comune e quelli alla Regione dicono tre cose diverse sullo stesso argomento. E ovviamente i Verdi del Lazio dicono anche cose diverse dai Verdi della Toscana. Il loro ambientalismo serve a fare favori agli amici ma poi moltiplica le cubature in giro per la città. Scaricano sulla coalizione l'impossibilità di fare sintesi delle loro diverse posizioni, e la paralizzano. Ma su questioni come l'urbanistica, Marrazzo deve tenere la barra a dritta». Il segretario romano della Margherita, Riccardo Milana, torna sull'intervista al capogruppo dei Verdi alla Camera, Angelo Bonelli, pubblicata ieri dal Corriere. Dl e Verdi si sono ritrovati distanti sulla vicenda di Colle della Strega, e da quella, ieri, Bonelli è partito per criticare l'atteggiamento «che mira all'egemonia del Pd, della Margherita che blocca alcuni provvedimenti ambientalisti».
Alleati, dunque, almeno ufficialmente, perché a sentirli parlare non si direbbe.
Milana, Bonelli ha parlato espressamente della Margherita, dice che bloccate alcuni provvedimenti ambientalisti.
«Oltre che fuori luogo, le sue dichiarazioni mi sono sembrate incomprensibili. Su Colle della Strega, per cominciare: la Regione, ieri, ha di fatto votato l'edificazione di quei settantamila metri cubi; poi, sempre la Regione, ha votato un atto di indirizzo politico con il quale si impegna Marrazzo a delocalizzarli. Sapete cosa significa? Che quei metri cubi diventeranno duecentomila, in un'altra zona. Evidentemente, c'era qualche amico dei Verdi che non gradiva quelle edificazioni, e così adesso, in nome di questa politica pseudoambientalista, lo spazio per i costruttori sarà triplicato in un altro quartiere. È stato così anche in passato: invece di costruire un milione di metri cubi a Tor Marancia, ne costruiremo tre e mezzo altro. E questo sarebbe il loro ambientalismo?».
Veniamo a ciò che diceva Bonelli: la Margherita alla Regione lascia in giacenza la legge contro l'elettrosmog.
«Non mi risulta, ma siamo disponibili a parlarne. Il punto, però, è che discutere con i Verdi non è semplice: nei Municipi dicono una cosa, al Comune un'altra, in Regione un'altra ancora. Il problema è che sono preda di spinte localistiche, di amici e comitati ora di un quartiere ora di un altro: e così non hanno una linea comune. Ma in politica non bisogna salvare il proprio orticello...».
In verità, Milana, Bonelli sostiene che è il Partito democratico a puntare all'egemonia, a voler marginalizzare i Verdi e le altre forze non espressione del riformismo.
«I Verdi non fanno bene né a loro stessi, né al centrosinistra, né alla città né alla Regione: sono attenti agli amici invece che agli interessi generali. E siccome il Pd è il partito del fare, dell'agire, non rimanda questioni per decenni, allora, guardandola da questo punto di vista, è normale che i Verdi siano preoccupati».
Ma è vero o no che in ambito regionale i Verdi rischiano di essere marginalizzati?
«No, è falso. Anzi, su questioni importanti come l'urbanistica, invito Marrazzo e l'assessore Pompili a tenere la barra a dritta».
Vuol dire: non ascoltare le spinte ambientaliste?
«Ma quale ambientalismo è quello che triplica le cubature ad ogni delocalizzazione? Un ambientalismo che sta consegnando pezzi di città alla speculazione, questo è. Noi ci atteniamo a ciò che è scritto, preferiamo fare settantamila metri cubi a Colle della Strega piuttosto che duecentomila chissà dove. Ma una cosa è certa: quando sarà individuata l'area dove costruire, arriverà un altro comitato di quartiere dei Verdi che chiederà di spostare tutto un'altra volta. Ecco, voglio dirlo chiaramente: basta con questo finto ambientalismo, i Verdi siano una forza coerente, si sporchino le mani, e siano, come noi, attenti agli interessi generali e non a quelli degli amici...».
Il breve botta e risposta tra gli onorevoli Bonelli e Milana sopra riportato evidenzia meglio di tanti ragionamenti il baratro in cui è caduta l’urbanistica (si fa per dire) romana. L’argomentazione con cui Milana risponde alle sacrosante esigenze di tutela del territorio e dell’ambiente di Bonelli, è infatti inoppugnabile. “Delocalizzare settantamila metri cubi a Colle della Strega significa che diventeranno duecentomila in altre zone”.
E’ vero, lo stiamo inutilmente denunciando da anni, la “compensazione urbanistica” è un istituto che incrementa la dissipazione del territorio. Triplica le cubature da realizzare perché avviene sulla base di una sotterranea trattativa rigorosamente privata. Il fatto scandaloso è che si vuol far credere che siano le ragioni della tutela a provocare la devastazione del territorio. E’ chi resiste agli energumeni del cemento a causare scempi!
Come si è arrivati a questa vergognoso ribaltamento della realtà è presto detto: l’urbanistica romana ha stabilito che esistono “diritti edificatori” a prescindere dalle leggi e di una prassi pluridecennale. Qualsiasi previsione di piano, anche la più immotivata e arbitraria come quella di Colle della Strega diventa un “diritto” da trasferire nel caso che non venga realizzata.
E proprio il caso di Colle della Strega è la più scandalosa denuncia a carico dell’involuzione culturale dell’urbanistica capitolina. Lo straordinario comitato di quartiere ha infatti dimostrato con atti inoppugnabili che la previsione edificatoria introdotta con uno dei tanti strumenti dell’urbanistica contrattata -formalizzata ovviamente attraverso accordo di programma- ricadeva su aree vincolate ai sensi della tutela paesistica.
Anche gli azzecacarbugli sanno che le previsioni edificatorie su aree vincolate non danno luogo ad alcun diritto. Ma a Roma vige un’altra legge e quelle previsioni illegittime diventano tre volte più grandi. E’ il sacco urbanistico.(P.B.)
VENEZIA. Rutelli non s’è visto. Prodi è scappato in fretta e furia con il suo sottosegretario Enrico Letta. Ma il sindaco Cacciari ha ottenuto la mezza promessa che sui tanti «punti oscuri» del Mose si convocherà una riunione ad hoc del Comitatone. E ha ribadito la richiesta che il progetto attuale, molto diverso da quello del 1991, sia esaminato anche dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici.
Non si doveva parlare del contestato progetto, ieri a palazzo Chigi. Ma alla fine il sindaco si è intrattenuto per un quarto d’ora con il ministro per la Ricerca scientifica Fabio Mussi. Sollecitandogli l’impegno dei «controlli super partes» ai cantieri e alle loro conseguenze sull’ambiente. E ha consegnato a Prodi e agli altri ministri un corposo dossier, completo di fotografie e due memorie sui «punti critici». Archiviata forse con troppa fretta dal governo la questione delle alternative e delle possibili modifiche al progetto Mose, il Comune ha giocato ieri una nuova carta. Nessuna polemica, questo era l’accordo stretto alla viglia tra Cacciari e il sottosegretario alla presidenza Enrico Letta. Così i finanziamenti sono stati ripartiti. Ma certo non si poteva ignorare quello che sta succedendo in laguna. Dopo il via libera deciso nell’ultima seduta, i lavori per la grande opera hanno subìto un’accelerazione. E sono spuntati nuovi e impattanti cantieri. Alcuni, come l’enorme piattaforma in cemento costruita sulla spiaggia di Santa Maria del Mare, anche senza autorizzazione della Soprintendenza. Così nei giorni scorsi il sindaco ha sollecitato i suoi uffici a intervenire. E ieri ha chiesto «una assunzione di responsabilità» da parte della Presidenza del Consiglio. Insomma, il punto centrale è quello del monitoraggio. Chi controlla che i lavori siano regolari e soprattutto quali sono i loro effetti sull’ambiente lagunare, sulle correnti, sul paesaggio?
Nelle due memorie consegnate ieri al governo, destinate a riaprire una questione che qualcuno considerava forse archiviata, si contestano el affermazioni rese dal ministro Di Pietro in Comitatone. «Il progetto attuale è molto diverso da quello del 1991», scrive Cacciari, «ed è stato approvato soltanto dal Comitato tecnico di Magistratura a Venezia». Secondo contestazione, il «monitoraggio degli affetti dei lavori». «Abbiamo atteso pazientemente per 5 mesi e non è successo nulla», scrive Cacciari nella memoria consegnata a Prodi. Ricordando come il Comitatone avesse approvato, a margine della accesa seduta che aveva dato il via libera al Mose (nonostante il parere contrario del Comune e dei due ministeri dell’Ambiente e della Ricerca scientifica) anche un ordine del giorno per stabilire i monitoraggi e i controlli. «Quanto deciso dal Comitato resta del tutto inattuato», conclude il sindaco, «mentre con ogni evidenza, ogni giorno di più, appare necessaria proprio quella azione di attento e scrupoloso monitoraggio degli effetti di tutti gli interventi che in laguna si attuano, condotta da un soggetto terzo». Proposta finale, un Comitatone a questo scopo. Si riaccendono dunque i riflettori sui lavori del Mose. Che nel frattempo hanno trasformato mezza laguna, scavando nuovi canali al Lido e a Malamocco e costruendo cantieri ritenuti «illegittimi» da Soprintendenza, Comune e ministero per l’Ambiente.
La maxi opera in costruzione
VENEZIA. Ieri assente dal tavolo del Comitatone, il protagonista è sempre lui. Il progetto Mose assorbe la gran parte delle risorse e dei finanziamenti per Venezia. Un’opera enorme, del costo stimato di 4270 milioni di euro, manutenzione e gestione escluse. Di questi un terzo sono già stati assegnati al Consorzio Venezia Nuova. Circa un terzo (il 30 per cento) anche i lavori già realizzati, le opere preliminari, i porti rifugio e le conche, gli scavi e i cantieri per i cassoni. Il Mose consiste in 79 paratoie in acciaio di 30 metri per 30, alti cinque, poggiati su cassoni in calcestruzzo. Dovrebbero sollevarsi se riempite d’aria in caso di acqua alta. Per costruire il Mose occorrerà gettare in laguna 8 milioni di metri cubi di cemento. (a.v.)
Vedi anche l' eddytoriale 103
Le parole e le cose, si sa, possono divorziare. Perciò nell’immemore Macondo di Cent’anni di solitudine Aureliano Buendia «con uno stecco segnò ogni cosa col suo nome: tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola, vacca, capra, porco, gallina, manioca, banano». Perciò il protagonista dei recentissimi Viaggi nello scriptorium di Paul Auster (Einaudi) vive in una stanza dove «sul comodino c’è scritto COMODINO, sulla lampada c’è la parola LAMPADA, sul muro c’è una striscia di nastro con scritto MURO».
Più facile ancora è la perdita di memoria se si tratta di concetti, di termini astratti. Per esempio, i principi della Costituzione. Prima al mondo, la nostra Costituzione pose la tutela dei beni culturali e del paesaggio fra i principi fondamentali dello Stato: culmine e compimento di una secolare cultura italiana della conservazione che nelle leggi del 1939 aveva trovato organica espressione. Perciò l’art. 9 («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») è connesso allo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, e più in generale al «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3). Ma, come a Macondo, qualche colonnello di Palazzo Chigi lo ha dimenticato. In un dilettantesco "Albero del Programma per l’attuazione del Programma di Governo" visibile nel sito della Presidenza del Consiglio, "Valorizzare il nostro patrimonio di beni culturali e paesistici" è indicato fra le priorità di una "rinascita culturale come strategia per la crescita". D’accordo, ma come? Semplice, risponde l’Albero: "Consolidare l’organizzazione statale della tutela", "Incrementare la capacità operativa delle Soprintendenze" e persino "Rafforzare i poteri e l’autorevolezza dei Soprintendenti", ma contemporaneamente "Estendere le funzioni di tutela ai governi territoriali, lasciando allo Stato le funzioni di alta garanzia generale". Insomma: le Soprintendenze si potenziano e si consolidano togliendo loro tutto quello che fanno (la tutela) per affidarlo a comuni, province, regioni. Che questa ipotesi sia anticostituzionale, l’estensore dell’Albero non giunge a sospettare. Qualcuno ci spiegherà, c’è da scommetterlo, che si è trattato di un infortunio, tanto più che questa concezione della tutela è l’opposto di quella sostenuta dal ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli, in particolare con riferimento al paesaggio.
Sarà un infortunio, sarà un colonnello che inciampa nelle parole. Ma è nel sito di Palazzo Chigi, e questo è un dato politico che obbliga a interrogarsi sul perché di tanta sciatteria. Il cerchiobottismo "tutto allo Stato, tutto alle regioni" rispecchia infatti un problema assai serio, quello del ruolo rispettivo di Stato, regioni ed enti locali rispetto al patrimonio culturale. La riforma del Titolo V della Costituzione (2001) tentò una soluzione salomonica, attribuendo in via esclusiva allo Stato la tutela dei beni culturali, la valorizzazione alle regioni «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali», riservata allo Stato (art. 116). Poiché le migliori pratiche internazionali e il giudizio degli esperti impongono di concepire come un continuum tutela, gestione e valorizzazione dei beni culturali, la rigida distinzione fra tutela e valorizzazione, che produce il frazionamento dell’azione amministrativa e la dispersione delle responsabilità, ha ben poco senso (lo mostrano i continui conflitti di competenza Stato-regioni davanti alla Corte Costituzionale); tanto più che la stessa parola "valorizzazione" è assai ambigua, e può essere interpretata in senso meramente economico. Il Codice dei Beni culturali, in particolare con la revisione del 2006 (governo Berlusconi), si è sforzato di metter ordine in questo ginepraio, specificando che la valorizzazione va intesa solo «al fine di promuovere lo sviluppo della cultura» (art. 6), dunque non autorizza svendite: inutile sforzo, se il comma 259 della Finanziaria 2007 (governo Prodi) reintroduce l’idea della «valorizzazione a fini economici» del patrimonio culturale.
Crescono intanto le pressioni delle regioni che (contro la Costituzione) rivendicano per sé le funzioni di tutela: così la Lombardia, con delibera dello scorso 4 aprile, così il Veneto (due delibere del 2006), così il Piemonte e l’Emilia-Romagna, così qualche anno fa la Toscana. La motivazione della Lombardia è esplicita: «per ricondurre a unità tutela, valorizzazione e gestione dei beni culturali». Si riconosce in tal modo che scindere tutela e valorizzazione è pernicioso, ma si individua nella regione, e non nello Stato, il luogo della ricomposizione: senza notare che in tal modo si arriverebbe a venti diverse concezioni della tutela, una per ogni regione, violando l’esigenza di unitarietà nazionale inscritta nella Costituzione.
E’ dunque evidente che la valorizzazione è la porta di servizio attraverso la quale le regioni intendono impossessarsi della tutela, capovolgendo nei fatti l’art. 9 della Costituzione. Per poi magari sub-delegarla ai Comuni, con le conseguenze che già si vedono dappertutto sul martoriato paesaggio italiano (Monticchiello insegni). Perciò è necessario prestare più attenzione a tutti i meccanismi di "valorizzazione", per esempio le Fondazioni in via di costituzione. Per citare un esempio, in quella per Aquileia, area archeologica di proprietà statale, la bozza di statuto prevede, contro l’art. 112 del Codice dei beni culturali, la presenza paritetica di Stato, regione Friuli, provincia e comune; il presidente della Fondazione è designato d’intesa fra regione e comune, il direttore è nominato dalla regione e per giunta il "Comitato rappresentativo" ha solo rappresentanti di comune, provincia e regione, e il Soprintendente può intervenire alle riunioni solo su invito. Insomma, la Fondazione è il cavallo di Troia per passare dallo Stato alla regione (in cambio di 160.000 euro l’anno) un’area di enorme importanza come quella di Aquileia. L’esatto contrario di quanto stabilito in un’importante sentenza della Corte Costituzionale (26/2004), secondo cui la valorizzazione deve far capo all’ente proprietario del bene (nell’area di Aquileia, lo Stato).
La materia della valorizzazione è stata profondamente innovata dal Codice nella revisione del 2006, dando assai maggior risalto alle esigenze della tutela e prevedendo meccanismi di azione concertata Stato-regioni, che nell’esempio appena citato appaiono disattesi. Ma all’appuntamento con le regioni la struttura ministeriale si presenta impreparata e debole, come è evidente dall’esempio delle Fondazioni (Egizio di Torino, Aquileia). Essa è ancora calibrata su funzioni, esperienze e competenze anteriori all’introduzione della "valorizzazione" come principio giuridico (magari pessimo, ma ineludibile perché inserito nella Costituzione). Direzioni generali, soprintendenze regionali e di settore sono "tagliate" sulle cose oggetto della tutela, dall’archeologia agli archivi; mentre per affrontare con decisione i temi della valorizzazione occorre un approccio necessariamente "trasversale", non commissioni consultive bensì una struttura centrale dedicata che possa affrontare con decisione e con visione unitaria il tema della cooperazione con le regioni e gli enti locali, dovunque e in qualsiasi forma esso si presenti. La (blanda) riorganizzazione del Ministero in corso potrebbe essere l’occasione buona.
Il colonnello di Palazzo Chigi a cui si deve l’"Albero del Programma di Governo" ha dato, è vero, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma la sua contraddittoria ambiguità riflette quella del governo, incerto e ondivago sul fronte "caldo" del federalismo. Ma quale sarà la vera azione di governo? Si vorranno fortificare le soprintendenze e la tutela come ripete il ministro Rutelli e come dice una parte dell’Albero? O si vorrà smantellare la macchina statale della tutela e cedere tutto alle regioni, come dice un’altra parte dello stesso Albero seguendo Lombardia, Piemonte e Veneto? E in tal caso, basterà dimenticarsi dell’art. 9 della Costituzione, o si avrà l’onestà (etica e politica) di proporne la cancellazione? Insomma: Palazzo Chigi è a Roma o a Macondo?
Qualcosa si muove. Nell’Italia del cemento e dell’asfalto c’è chi comincia ad aprire gli occhi sul saccheggio del paesaggio, lo considera una vera e propria emergenza nazionale e corre ai ripari.
Ci prova il ministro Rutelli, dichiarando guerra agli ecomostri e intanto facendo muovere la magistratura che mette i sigilli ai cantieri di di Monticchiello. Ma anche rivitalizzando quell’organo in apnea che era il Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici ed affidandone la presidenza a Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, professore ordinario di Storia dell’arte e dell’archeologia classica, un Don Chisciotte della bellezza che da anni, a suon di denunce e in compagnia di poche altre voci, combatte contro i “vandali”.
Professore, finalmente il Consiglio si è messo in moto...
«Il Consiglio superiore era completamente atrofizzato. Negli ultimi cinque-sei anni si era riunito quattro o cinque volte, con un tasso di una riunione l’anno. Il ministro Rutelli ci tiene molto a che funzioni e ha voluto rivitalizzarlo: c’è voluto più tempo del previsto, ma l’importante è che sia avvenuto. Il Consiglio si è già riunito due volte, pronunciandosi su una bozza di riforma del ministero, e ha in calendario da qui a dicembre una decina di riunioni».
Cosa si aspetta da questo lavoro?
«Di dare buoni consigli al ministro».
Ci spieghi. Nell’ambito delle competenze del Consiglio ci sono anche i rapporti con le Sovrintendenze?
«No, il Consiglio superiore non è un organo che decide. Qualcuno mi ha chiesto come mai abbiamo deciso di mandare in prestito l’Annunciazione a Tokyo... E negli ultimi mesi ho ricevuto almeno 200 richieste, compresa quella di una signora che mi chiedeva perché non ci occupassimo della magnolia che stavano abbattendo nel cortile sotto la sua casa. Vorrei fosse chiaro che il nostro è un organo consultivo che si pronuncia solo sui temi su cui il ministro decide di interrogarci».
Rutelli vi ha chiesto aiuto anche per quanto riguarda l’emergenza paesaggio?
«Per il momento non c’è nulla all’esame del Consiglio. C’è invece un’altra partita aperta. Il ministro ha appena istituito una commissione, ancora presieduta da me, per i ritocchi al codice dei beni culturali. E nell’insediarla ci ha dato come compito primario quello di rivedere con attenzione la parte che riguarda il paesaggio: il mandato è quello di alzare le garanzie di protezione del paesaggio, combinando tutte le istanze possibili, dello Stato e delle Regioni, delle Province e dei Comuni».
Insieme al presidente Napolitano e al ministro Rutelli, è tra i destinatari di un appello del “Comitato per la bellezza” che fa un quadro drammatico dell’emergenza paesaggio in Italia. Lei cosa ne pensa?
«In questo il mio giudizio coincide con quello del ministro Rutelli. L’emergenza paesaggio esiste. C’è un vuoto di normativa, e quella che c’è è stata interpretata in modo non rigoroso. Di fatto lo Stato ha ceduto troppo alle Regioni le quali, in genere, hanno fatto poco o nulla. Una cosa però l’hanno fatta, hanno delegato ai Comuni. Subdelegare ai Comuni ha, a mio avviso, conseguenze negative. I Comuni piccoli, che sono la grande maggioranza e amministrano di fatto una parte enorme del territorio nazionale, non possono avere delle competenze locali di paesaggistica. Non si può pretendere, tanto per citare sempre il famoso caso di Monticchiello - come se fosse l’unico, ma ce ne sono di molto piu gravi - che il comune di Pienza abbia un paesaggista. Non dico che Pienza non debba dire la sua sul territorio del Comune, sarebbe ridicolo. Però occorre che il Comune faccia la sua parte, la Provincia la sua, la Regione e lo Stato la loro. È chiaro che questi ruoli, nel loro rapporto reciproco, non sono ancora ben definiti e lo devono essere, a livello di normativa e di prassi. Credo però che le “buone pratiche” si potrebbero istituire anche con la normativa che c’è, in attesa di migliorarla».
Ma intanto il saccheggio continua...
«Ho raccontato al ministro una mia esperienza recente. Ero a Berna, ad un convegno internazionale della Società nazionale svizzera per la protezione del patrimonio culturale. C’erano tutti i paesi confinanti e di italiani c’ero io. Mi avevano chiesto di fare una sessione plenaria e ho parlato delle normative italiane. Nella discussione che è seguita mi sono state rivolte una ventina di domande e almeno la metà erano di questo tono: “Ma cosa state facendo, perché rovinate l’Italia e proprio le zone più belle?”. Ognuno citava il posto che conosceva meglio, molti la Toscana, molti l’Umbria, altri Sicilia e Veneto. Quindi che ci sia l’emergenza paesaggio lo sanno tutti. A volte siamo noi che chiudiamo gli occhi perché non vogliamo vederla».
Quando si parla di emergenza paesaggio ci si riferisce quasi sempre a scenari naturali. E le città? Non subiscono gli stessi sfregi?
«È una preoccupazione che trovo molto giusta e che invece è stata respinta al margine. Una delle persone più intelligenti che mai si siano occupate di queste tematiche in Italia è Giovanni Urbani, direttore dell’Istituto centrale per il restauro, scomparso nel 1995. Questi problemi lui li aveva visti con grande anticipo. Per misteriose ragioni, diceva Urbani, noi ci siamo convinti che in Italia esista un oggetto che si chiama paesaggio, un altro che si chiama ambiente ed un altro ancora che si chiama governo del territorio. Ma queste tre cose sono una sola. Invece abbiamo creato degli ingorghi burocratici, una situazione in cui il territorio è di competenza degli enti locali e manca una visione complessiva. In questa disgregazione a rimetterci sono precisamente il paesaggio, l’ambiente, la città. Non c’è dubbio che il tema del paesaggio includa il drammatico problema delle periferie, delle orripilanti periferie che l’Italia ha saputo costruire distruggendo mille anni della propria storia, per non dire tremila, nel secondo dopoguerra. Questo però è un problema che non si risolve con una politica di vincoli, non limitandosi a dire quell’edificio non si tocca o lì non si costruisce. I vincoli ci vogliono ma serve soprattutto la capacità di progettare che non abbiamo. E per costruirla ci vuole un grande sforzo».
Da dove si comincia?
«Faccio una piccola riflessione, banale, elementare, che però tutte le volte suscita, nell’ambito di conferenze o altro, il più grande stupore. Perché nelle scuole italiane un po’ di storia dell’arte per il rotto della cuffia si fa, ma di paesaggio non si parla mai? C’è una ragione per cui dobbiamo far finta che non sia un tema? Chi l’ha detto? E come mai, visto che questa cosa è sotto gli occhi di tutti, nessun ministro, in nessuna riforma, ha nemmeno progettato che nei programmi di storia dell’arte ci sia spazio per il paesaggio? Questo è un deficit culturale che stiamo pagando e che i nostri figli e nipoti pagheranno ancora di più. Perché avranno un’Italia meno bella di quella che abbiamo visto noi».
Cosa risponde a chi sostiene che il paesaggio, soprattutto in Toscana, è frutto dell’azione dell’uomo, che i casali li hanno costruiti i contadini?
«Io non risponderei nulla, è giusto, chi può obbiettare qualcosa?».
E se i contadini di oggi invece del fienile vogliono fare il capannone di lamiera?
«Il capannone di lamiera non lo possono fare perché nella tradizione toscana non c’è. A Siena, ma in tutte le città comunali italiane, ci sono norme che limitano l’arbitrio del privato sin dal Medioevo. Ci sono state sempre ed in certe città ancora valgono. A Modena è ancora valida nei regolamenti comunali una norma secondo cui nulla può essere più alto della Ghirlandina. In tutto il territorio comunale, anche nei punti da cui la Ghirlandina non si vede. La tradizione italiana è quella. Non è vero che in passato ognuno costruiva quello che voleva e che oggi c’è qualche personaggio molto cattivo che per misteriose ragioni vuole imporre vincoli. Se l’Italia è diventata quel paradiso del paesaggio, dell’equilibrio uomo-natura, tutti sanno che è proprio per questa ragione. Perché lo sviluppo del paesaggio è stato armonico e governato.
Mentre ora noi vogliamo che non lo sia più, fingendo che lo sia. L’altro punto, non meno importante, è che una volta, in un momento che si può collocare tra le due guerre mondiali, c’era una cultura generale che inglobava tutto e che le vecchie generazioni ancora hanno. In realtà era altamente improbabile che una costruzione, anche abusiva, fatta da un contadino analfabeta, non fosse bella».
26 aprile 2007
Rapporto sul cemento che soffoca la Liguria
L’intervista di Marco Preve al Soprintendente Giorgio Rossini
Dalle villette di Recco al golf di Bonassola, passando per i parcheggi di Genova, i grattacieli di Albenga e Savona. Sono tanti, forse troppi i "punti di criticità" ambientale enunciati dal Soprintendente Giorgio Rossini nella sua relazione annuale sul monitoraggio del paesaggio inviata da poco al Ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli.
Le emergenze riguardano il verde urbano di Genova dove «le previsioni edificatorie hanno raggiunto il livello di saturazione», e in primis l’uliveto murato di Quarto, e poi i piani urbanistici comunali di varie località rivierasche, e anche una perla come San Fruttuoso di Camogli dove sopravvivono baracche frutto di abusi.
Se fosse una pagella, l’alunno non potrebbe che essere bocciato. Tutt’al più rimandato in materie fondamentali come il paesaggio, la conservazione del verde e del patrimonio rurale, la cementificazione.
Le sei pagine di "Monitoraggio del paesaggio", ovvero la relazione annuale con cui il Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, Giorgio Rossini, informa il ministro dei Beni culturali della situazione del suo territorio, sono una radiografia severa della Liguria, un voto insufficiente per i suoi sindaci e amministratori provinciali e regionali. Un dossier che per Legambiente e Italia Nostra che lo hanno letto, è diventato una sorta di vangelo, e che arriva in un momento chiave, visto che la Regione sta aggiornando il Piano Paesistico. Senza dimenticare che si attende che, dopo Sardegna e Toscana, sia proprio la Liguria a firmare quell’accordo con il ministero dei Beni culturali che, di fatto, attraverso la condivisione, dovrebbe rendere più difficili le abituali operazioni di scavalcamento dei vincoli, quelle che consentono al cemento di contaminare anche gli ultimi paradisi storico naturali. Un progetto al quale il ministro Francesco Rutelli sta dedicando grandi sforzi e che prevedono anche la creazione di un nucleo "carabinieri del paesaggio".
Ce n’è per tutti, a iniziare dal capoluogo, per continuare con il Puc di Recco che mette a rischio la collina di Megli, e poi con Framura, Alassio, Albenga e così via. Rossini elenca le "criticità", parla del Puc in vigore a Genova e spiega che «la consistente antropizzazione ha indotto spesso il declassamento ad ambiti di trasformazione di aree verdi di pregio tutelate sotto il profilo paesistico. Un capitolo significativo è rappresentato dall’aggressione al verde urbano del levante. Albaro, San Martino, Quarto, Quinto, Sant’Ilario». I riferimenti a box e palazzine (alcuni interrotti da decisioni del consiglio comunale o del Tar) riguardano gli ex uliveti di via Semeria e via Palloa, e poi le aree verdi di villa Gambaro, via Donato Somma, l’area Campostano, viale Quartara, via Sacchi, via Giordano Bruno, via Puggia, e i fienili di Sant’Ilario che si trasformano in villette. E ancora «le previsioni edificatorie hanno raggiunto il livello di saturazione...si ritiene indispensabile dichiarare la previsione di conservazione per le zone paesistiche di pregio...al contrario ipotesi di nuova espansione edilizia innescano una perversa involuzione territoriale...una irreversibile perdita di valori pubblici...». L’architetto Rossini stigmatizza poi la "prassi", da parte di Regione e Provincia, di convocare la Soprintendenza nella fase di previsione degli strumenti urbanistici e «il ricorrente mancato confronto ministeriale» nella fase di formazione degli stessi.
L’elenco delle criticità del paesaggio - termine che raccoglie vari contenuti, ambientale, storico, socio-economico, urbanistico, perfettamente analizzati dal geografo genovese Massimo Quaini nel suo libro "L’ombra del paesaggio" - è lungo. Secondo Rossini «la maggiore aggressione edilizia al territorio si incontra nel tratto di costa e relativo entroterra tra Arenzano e il Monte di Portofino». Il paragrafo più lungo è dedicato al Puc di Recco, ancora da approvare a causa di incompatibilità interne alla maggioranza di centodestra. Un piano che prevede una colata di cemento sulla collina di Megli «in zone di pregio paesaggistico, a rischio archeologico e idrogeologico, già pesantemente interessate da pressione edilizia». Altri Puc contestati per la riclassificazione di zone di mantenimento, quelli di Alassio e Framura, per i quali sono scattati degli annullamenti della Soprintendenza. Rossini evidenzia anche alcune note positive: «Nella logica di collaborazione con la Regione è stata ripensata la consistenza del progetto del nuovo porto di Ventimiglia per 20 ettari, 572 posti barca e volumi residenziali». Il Soprintendente prosegue con 15 criticità, 8 nel savonese e 7 nello spezzino. A Ponente gli oltre 200mila metri cubi di residenziale previsti a Pietra Ligure, poi il progetto di quattro grattacieli a ridosso del centro storico di Albenga, altra manifestazione di "celolunghismo" che ha contagiato la città ingauna come Savona (ulteriore criticità per la Soprintendenza), Varazze e Vado Ligure, impegnate in una gara a chi arriva più in alto. Ma Rossini segue anche con attenzione la sorte della provincia più incontaminata, quella de La Spezia. I progetti del Villaggio Europa alle Cinque Terre e di un campo da golf e seconde case a Bonassola. Dove? Naturalmente in una «zona di pregio paesistico».
28 aprile 2007
"Contro il cemento, tolleranza zero"
di Marco Preve
«Il territorio ligure è fragile ed ha già subito aggressioni così forti negli anni ‘60 e ‘70 da non poter tollerare altro cemento. La collaborazione con la soprintendenza per tutelare il paesaggio è fondamentale e dà buoni frutti, nonostante ci siano a volte posizioni discordanti. Ma solo con la presa di coscienza da parte dei comuni ci può essere una svolta. E’ inutile avere buoni piani paesistici se poi con strumenti speciali diventati abituali, penso alle conferenze dei servizi, si aggirano i divieti».
Franco Zunino, assessore regionale all’Ambiente ha letto su Repubblica l’articolo riguardante il dossier "monitoraggio sul paesaggio" che il soprintendente Giorgio Rossini ha inviato nei giorni scorsi al ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli. Una relazione che elenca una serie di "criticità" tutte legate al business delle costruzioni.
«E’ vero - dice Zunino - c’è una serie di interventi progettati o programmati sui quali ci sono opinioni diverse. Il progetto porticciolo più grattacielo di Fuksas a Savona è emblematico. Io sono contrario, altri favorevoli (come l’assessore all’Urbanistica Ruggeri, e lo stesso Rossini lo giudica con favore anche se ritiene necessario un ridimensionamento, ndr). Poi ci sono interventi che devono ancora essere approvati. Il caso delle 4 torri grattacielo di cui si parla ad Albenga. Non conosco la vicenda in maniera approfondita ma mi sembra un progetto fuori scala in rapporto alla tutela del paesaggio, della storia e della cultura ingauna».
Le criticità evidenziate dal Soprintendente coprono tutto l’arco ligure.
«La nostra regione ha bisogno di salvaguardare la qualità del suo territorio, sia per l’ambiente che per puntare davvero a quel turismo di qualità che cerca servizi, ma soprattutto rispetto della natura e del paesaggio. Ma ci vuole più responsabilità da parte dei comuni. Con gli strumenti speciali come le conferenze dei servizi si è persa di vista la pianificazione provinciale e regionale».
Una serie di progetti "pesanti" sono previsti nel ponente savonese, Pietra Ligure e Finale Ligure, con seconde case al posto di ex cantieri navali e aerei o di cave abbandonate.
«Questo aspetto riguarda le aree industriali dismesse. Posso anche capire che si debbano trovare risorse. Ma alcune volumetrie, come era il caso di Finale, sono state giustamente ridimensionate dalla Regione, anche se forse non in maniera ancora sufficiente. D’altra parte, anche qui ci troviamo di fronte a scelte locali, forse discutibili, prese in passato anche da amministrazioni di centrosinistra».
A cosa si riferisce?
«Penso alle cave Ghigliazza di Finale. C’è stato chi ha sfruttato quella cava, poi il fallimento, gli operai a casa. Spesso chi ha deturpato poi riesce in qualche modo ad essere beneficiato, perché per ripristinare ottiene la possibilità di costruire delle case. E’ un meccanismo perverso. Chi fa una cava deve ripristinare l’ambiente a suo carico, non può pensare che la comunità debba farsene carico regalando volumetrie».
L’attenzione internazionale è concentrata su come ridurre il consumo di risorse naturali e conservare l’ambiente. In riviera si pensa a centinaia di miglia di metri cubi, che riscaldano ulteriormente l’ambiente e che provocano ulteriore consumo di energia e di acqua.
«Credo che la politica sulle seconde case dovrebbe essere accantonata definitivamente. Ci vuole un patto tra amministrazioni e aziende. La Liguria ha bisogno di conservazione e ristrutturazione, non di nuove costruzioni».
In conclusione, l’allarme per il paesaggio ligure arriva da più parti, cosa ne pensa?
«Credo che alcuni attacchi siano esagerati ma c’è un elemento di fondo su cui bisogna ragionare. La Liguria ha subito o rischia di subire ferite al suo territorio che non derivano dalle politiche degli anni 60-70. Mi rendo conto che esistono pressioni e interessi molto forti che vanno in senso contrario. Con la soprintendenza c’è una collaborazione efficace, e potrebbe bene testimoniarlo il mio collega Carlo Ruggeri, titolare dell’urbanistica. A volte ci sono delle frizioni, dei pareri divergenti, ma fa parte della dialettica».
28 aprile 2007
Il Soprintendente precisa "Non facciamo i gendarmi"
di Giorgio Rossini
Faccio seguito all’articolo apparso sul vostro giornale del 26 aprile 2007 dal titolo: "Box, palazzine & Co. Scacco al verde", a firma di Marco Preve.
Premetto che non ho rilasciato io alcuna intervista al giornalista, né ho dato alcuna autorizzazione a pubblicare parti di una relazione che abbiamo inviato al ministero per i Beni e le Attività Culturali e che lo stesso periodicamente richiede al fine di aggiornare il monitoraggio sulla situazione paesistica.
La pubblicazione di alcune parti di tale relazione rappresenta un atto di estrema gravità, in quanto essa è un documento interno all’amministrazione e pertanto ha carattere riservato.
Per questo motivo farò eseguire gli opportuni accertamenti alla ricerca di eventuali responsabilità da parte di chi ha divulgato o consentito la divulgazione di tali notizie.
Lo scopo della relazione che il ministero ci ha chiesto è quello di evidenziare i problemi del territorio, nei quali la Soprintendenza è stata coinvolta, spesso con esito positivo, talvolta senza ottenere i successi sperati. La relazione è stata mio parere utilizzata solo in una direzione, evidenziando, cioè, gli aspetti più critici della tutela. Questo aspetto, forse voluto (non certamente dal sottoscritto) tende a conferire alla Soprintendenza l’immagine di un "gendarme" nei confronti di Regione, province e comuni inadempienti.
Sono enti che, a vario titolo, si occupano della gestione del territorio e, pertanto, risultano essere gli attori principali della tutela del paesaggio.
Non è così che si contribuisce alla tutela. Sappiamo bene che il paesaggio non può essere congelato ed oggetto di conservazione tout court.
La Convenzione Europea sul Paesaggio, sottoscritta a Firenze nel 2000 dagli stati aderenti all’Unione Europea, ce lo indica: non solo tutela ma valorizzazione e pianificazione orientata ad una migliore fruizione del territorio da parte dell’uomo che vi abita. Spesso un atteggiamento eccessivamente rigido porta a delegittimare le azioni positive, che si stanno conducendo in sintonia con gli enti locali, con i quali si dialoga e si collabora.
L’evidenziazione degli aspetti critici vuole rappresentare un contributo alla risoluzione dei problemi. Nelle premesse della relazione, che l’articolo non ha voluto evidenziare, sono contenuti gli aspetti maggiormente positivi che sono maturati in diversi anni di collaborazione tra ministero e Regione Liguria.
I passaggi principali di tale premessa riguardano, ad esempio, la strumentazione paesistica vigente nella nostra regione, certamente una delle più avanzate d’Italia anche se, ad oltre vent’anni dalla sua elaborazione (il piano territoriale di coordinamento paesistico è stato, infatti, adottato nel 1986), mostra limiti che la Regione stessa sta cercando di superare, anche con la collaborazione della nostra amministrazione.
Non possono passare inosservati alcuni momenti di questa collaborazione come ad esempio, il protocollo d’intesa Regione Liguria - ministero per i Beni e le Attività Culturali del novembre 1999, o il documento congiunto Regione - Soprintendenza per la corretta interpretazione e l’applicazione delle norme del piano paesistico, sempre del 1999.
Non possono passare neppure inosservati i contenuti del nuovo codice Urbani dei beni culturali e del paesaggio, che prevede ulteriori forme di collaborazione tra regioni e ministero per la redazione e/o la revisione dei piani paesistici. Le criticità evidenziate si configurano pertanto come gli aspetti sui quali occorre orientare l’attenzione di tutti. Ci attendiamo che da tali orientamenti nasca un prodotto comune di qualità, teso non a sopravvalutare il lavoro di pochi a detrimento di quello di molti, ma nell’ottica della tutela del pubblico interesse, che è patrimonio di tutti.
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Il falso mito della disciplina urbanistica
di Carlo Lottieri
C’è qualcosa di sorprendente nell'ultimo saggio di Stefano Moroni, La città del liberalismo attivo, visto che si tratta di un volume sull'urbanistica che sposa una prospettiva liberale. Un dato caratteristico del nostro tempo, infatti, è il permanere in ambito urbanistico del mito del «piano», miseramente fallito in economia e anche nelle altre scienze sociali. Mentre oggi farebbe sorridere proporre piani di produzione quinquennali come quelli della Russia di Lenin o di Stalin, in larga parte dell'Occidente continuiamo a subire piani territoriali o paesaggistici comunque destinati a definire la gestione dei suoli: come se nulla fosse successo nell'ultimo secolo e come se il crollo delle società costruite dall'alto non avesse avuto luogo.
La forza della ricerca di Moroni muove dal suo voler essere un urbanista consapevole della complessità delle interazioni sociali. E non a caso nella sua riflessione egli riserva tanta attenzione a un economista come Friedrich von Hayek e a un filosofo del diritto come Bruno Leoni: entrambi assai netti nel rilevare che la vita produttiva e le relazioni sociali hanno certo bisogno di regole, ma che esse non devono essere il prodotto di una decisione calata dall'alto. Perché questo è l'argomento cruciale di chi, da liberale, si sforza di persuadere il proprio interlocutore della necessità di abbandonare le pretese totalitarie di quanti vogliono «governare la città» dimenticando che essa è veramente tale - lo spazio delle libertà e degli scambi - solo se non è governata da un sovrano o da un tecnocrate. Moroni non propone di abolire i piani regolatori, importando dagli Usa la cultura di quelle città americane (Houston è la più nota, ma ve ne sono molte altre) che non hanno mai accettato la logica della «zonizzazione». Eppure egli riformula la pianificazione delimitandone rigidamente i confini e, in sostanza, affermando che essa può servire «solo per realizzare qualcosa di particolare (servizi o infrastrutture) in un ambito o settore circoscritto, creando obblighi per l'amministrazione stessa piuttosto che per i cittadini». Essa dovrebbe quindi rinunciare alla pretesa di operare come una gabbia «nei confronti delle attività private, focalizzando la propria attenzione soprattutto sulla disciplina delle azioni pubbliche».
Tale riflessione nasce dalla frequentazione degli autori della cosiddetta «scuola austriaca» (da Menger a von Mises, a von Hayek) e dalla convinzione che la rappresentazione del mercato che ancora oggi prevale - quella neoclassica, basata sulla nozione di concorrenza «pura e perfetta» - sia assai deficitaria, soprattutto perché ignora il carattere dinamico (mai prevedibile e per nulla meccanicistico) delle relazioni che hanno luogo nei processi di adattamento spontaneo e interazione volontaria.
In un noto saggio degli anni '40, von Hayek rilevò che la dispersione delle conoscenze, a partire da quelle più «fattuali», è tale da rendere assai spericolato il progetto di una gestione centralizzata della vita economica. È interessante rilevare che oggi Moroni ci dice che esattamente la stessa cosa vale di fronte alle questioni urbanistiche.
Stefano Moroni, La città del liberalismo attivo (CittàStudiEdizioni, pagg. 208, euro 16).
«Liberiamo la città dai piani regolatori»
di Domizia Carafoli
Quello della pianificazione urbana è uno dei dogmi ereditati dal '900. Intaccabile. La metropoli moderna va pianificata, dall'alto, in una concezione che vede predominante la funzione pubblica, preposta a incanalare tutte le forze attive e le componenti economiche della società verso una meta predefinita e astratta che configura la «città ideale». Il risultato è sotto gli occhi: le metropoli pianificate, lungi dall'essere ideali sono in realtà organismi ipertrofici e disomogenei, comprendono sacche di povertà ed emarginazione, sono farraginose e faticose. Oltre che brutte. Ma la maggior parte degli urbanisti insiste-, o la pianificazione o il caos.
E se provassimo a scegliere il caos? Stefano Moroni, urbanista e docente al Politecnico di Milano e all'Università di Pavia, butta lì la sua provocazione in un libretto smilzo ma esplosivo nel contenuto, La città del liberalismo attivo: «Attenti a pianificare - dice l'insegnante di Etica e Territorio - siamo già in difficoltà a pianificare le nostre vite, figuriamoci se riusciamo a pianificare una città...».
Ma viviamo già nel disordine edilizio, con i risultati che tutti conosciamo. Se aboliamo anche le regole...
«Non ho detto di abolire le regole. Mi esprimo contro un sistema di norme per guidare i comportamenti e le attività dei cittadini in una direzione predeterminata. I piani regolatori tradizionali nascono immaginando uno stato finale sulla base di previsioni: aumento o diminuzione del numero di abitanti, sviluppo di determinate attività economi-che e così via. Ma poi la realtà urbana evolve in tutt'altro modo. Ecco perché i piani regolatori nascono vecchi e necessitano di continue varianti, generando confusione e incertezza. L'Italia è piena di piani regolatori e di relative varianti, in una ressa di norme illeggibili dai cittadini, ma leggibilissime dagli "specialisti", vedi gli speculatori. Aggiungo che i molti tentativi recenti di rendere la pianificazione più flessibile non migliorano affatto la situazione, anzi aumentano la discrezionalità del potere pubblico e gli spazi speculativi. Non si tratta di innovare il piano, ma di metterlo definitivamente in discussione».
La sua città, secondo il titolo del libro, è quella «del liberalismo attivo». Che cosa significa?
«È un'evoluzione del liberalismo classico che, come noto, pone l'individuo al centro come un fine in sé, senza attribuire alcun valore intrinseco a gruppi, collettivi, comunità. In questa prospettiva solo gli individui contano e ogni individuo conta. Fra gli elementi costitutivi del liberalismo attivo, uno, fondamentale, è la ripresa della più netta distinzione tra la sfera del giusto e la sfera del bene. Diciamo che la sfera del giusto riguarda le regole di base universali, imposte dalle istituzioni, dallo Stato; la sfera del bene riguarda invece le insindacabili concezioni individuali relative a cosa sia una vita buona o desiderabile. Ciò che devono fare le istituzioni è garantire, attraverso le regole di base, le più ampie libertà individuali, perché ciascuno possa scegliere o. perseguire la concezione della vita buona che preferisce senza ledere pari diritti altrui. Il pluralismo delle concezioni del bene è provvidenziale per la società e la città».
Però le regole ci vogliono... «Certo, e chiare. Una delle basi del liberalismo attivo è l'ideale della rule of law che potremmo tradurre con l'espressione "supremazia del diritto" e che implica l'imparzialità più rigorosa delle norme nei confronti dei destina-tari e la certezza complessiva del sistema giuridico. Questo vale anche per la città. Poche regole, le più astratte e generali possibile, che stabiliscano soprattutto che cosa non si deve fare, affinchè non siano lesi i diritti di alcuno. Il resto sia lasciato alla libera iniziativa dei cittadini e alla benefica, provvidenziale azione del mercato. Non il mercato falsato che conosciamo, ma realmente concorrenziale».
Sì, ma vorrei tornare alla speculazione edilizia. Se non interviene la mano pubblica a stabilire dove e come costruire, dove non farlo, forse non avremmo nemmeno un giardinetto. A questo servono i piani regolatori.
«Le periferie più brutte sono figlie dei più bei piani regolatori. Non è detto che i piani d'uso del suolo, tradizionali o rinnovati, siano l'unica forma di regolazione dello sviluppo di una città. Non è detto che una maggiore libertà e concorrenza non potrebbe migliorare la città, una volta stabilite le già menzionate e inderogabili regole di base. Sa perché da noi leggi e regole non sono rispettate? Perché sono troppe, poco chiare e cambiano in continuazione. Il rispetto per il diritto è diminuito per il modo in cui i soggetti pubblici se ne sono serviti, ossia come strumento sempre modificabile al servizio della maggioranza del momento».
Una proposta concreta? «Un'ipotesi che potrebbe meritare attenzione è quella dell'indice unico di edificabilità».
Sarebbe?
«I piani regolatori tradizionalmente differenziano gli indici da area ad area e indicano appunto dove e come costruire o non costruire, e quanto. Ne consegue, tra l'altro, che molti cercano di influire sulle istituzioni pubbliche per ottenere un indice più alto; premono perché i loro terreni ottengano un trattamento privilegiato, si avvalgono della politica. Se invece si attribuisce un indice unico a tutti e si consente di scambiare liberamente le quote edificatorie - ossia di acquistare e vendere tali quote sul mercato - verrebbe a cadere uno dei motivi di corruzione, da cui nasce la speculazione edilizia. Inoltre l'edificazione si sposterebbe - stanti le regole di base da rispettare - ove di volta in volta più richiesta. Ovviamente l'applicazione concreta dell'indice unico richiederebbe vari correttivi e adeguamenti, ma il punto importante è se si è pronti ad accogliere l'idea dell'uguale trattamento di tutti i cittadini e a rinunciare all'assurda convinzione che qualcuno sia in grado di stabilire a priori, dove, come e quanto si debba costruire».
Ma se il pubblico collabora col privato, non si potrebbe avere una città migliore?
«Ritengo la commistione tra pubblico e privato uno dei mali del nostro tempo. Le amministrazioni svolgano il loro compito che è quello di garantire ai cittadini uguali condizioni di base. E basta. Il pubblico, cioè, badi alle regole e il privato lavori, costruisca, guadagni, se e quando ne è capace, senza chiedere continuamente al pubblico interventi di sostegno. In quest'ottica, se certe iniziative private - ad esempio certe trasformazioni urbane - sono possibili solo con la compartecipazione del pubblico, allora significa che non sono affatto richieste, altrimenti si sosterrebbero da sole».
Resta il fatto che, a parte qualche città medio-piccola o città del nord Europa, i grandi agglomerati urbani appaiono tutti infelici, sia dal punto di vista estetico, sia da quello della vivibilità. La città è in crisi.
«La città resta comunque il luogo dove la maggior parte delle persone vuole vivere e forse riusciremmo a renderla migliore se smettessimo di considerarla un insieme di edifici, strade e attrezzature da coordinare diligentemente tramite un disegno unitario che solo il pubblico dovrebbe essere in grado di concepire e garantire. La città è invece, prima di tutto, un insieme variegato e dinamico di individui, ossia di aspirazioni, competenze, iniziative, diritti, proprietà. È una realtà socio-economica viva, in continuo e imprevedibile mutamento. Le possiamo imporre una cornice giuridica, non una forma urbanistica. Una città desiderabile è quella formata da un insieme di persone con le più diverse concezioni di vita buona e con le più diverse idee su come liberamente ottenerle. L'unica cosa su cui possiamo cercare la convergenza collettiva è un "codice urbano", un elenco di regole di base che definiscano un'idea di giusta convivenza e stabiliscano solo la disciplina dell'uso dei mezzi, senza pretendere di stabilire anche i fini. Regole a cui eventualmente aggiungere pochi strumenti di "pianificazione di servizio" che vincolino la stessa amministrazione nella realizzazione di ben definite infrastrutture. Detto in una battuta: se proprio l'amministrazione vuole pianificare, pianifichi le proprie attività, non quelle dei cittadini».
In Italia, il mercato dell’affitto riguarda il 20% degli alloggi occupati, valore tra i più bassi in Europa, al di sotto del quale troviamo solamente quelli riferiti all’Irlanda, alla Grecia e alla Spagna . L’esigua percentuale stimata denota e conferma un carattere consolidato nella storia italiana ovvero la generale tendenza a privilegiare la proprietà della casa anche come bene di investimento familiare. Negli ultimi trenta anni (censimento 1971-2001) lo stock di abitazioni in affitto si è più che dimezzato passando dal 44,2% al 20,0% sul totale delle abitazioni occupate. Per contro, l’80% delle famiglie vive in case di proprietà.
Questi dati sembrano rafforzare la convinzione di una progressiva marginalità del mercato dell’affitto testimoniata anche dalla scarsa rilevanza delle politiche a sostegno delle locazioni emanate negli anni dalle stesse Istituzioni. La debolezza del mercato degli affitti è legata ad aspetti quantitativi ed aspetti qualitativi. Innanzi tutto, bisogna sottolineare la progressiva riduzione dell’offerta pubblica di abitazioni in affitto dovuta, da una parte, alla dismissione del patrimonio pubblico e dall’altra, alla sensibile riduzione dell’intervento diretto ovvero delle nuove costruzioni di edilizia pubblica. Alla riduzione dell’offerta pubblica di alloggi in locazione si aggiunge quella dell’offerta da parte degli Enti previdenziali che hanno, dal 1998, avviato un processo di cartolarizzazione del loro patrimonio immobiliare assecondando la generale convinzione di cui sopra, ovvero della necessità del possesso del bene casa.
Altro aspetto quantitativo determinante la debolezza dell’offerta locativa è, come detto, la crescente insostenibilità dei canoni di affitto per le famiglie a reddito medio-basso come conseguenza dei processi di finanziarizzazione che caratterizzano il mercato immobiliare. A tutto ciò, vanno aggiunti altri fattori, questa volta qualitativi, che sono rappresentati dalla frammentazione della domanda prodotta da differenti trasformazioni di carattere socio-economico. In primis, l’aumento del numero delle famiglie (soprattutto di quelle monopersonali), le trasformazioni intervenute nel mondo del lavoro (aumento della mobilità e della flessibilità) ed, ancora, l’aumento del numero degli immigrati (crescita dei ricongiungimenti familiari). Da non trascurare, infine, soprattutto per le metropoli come Roma e Milano, la domanda di alloggi in locazione temporanea ad uso turistico.
Il caso Roma. A Roma, l’offerta di alloggi in locazione avviene quasi totalmente sul mercato libero (il 76% degli alloggi in affitto è di proprietà di persone fisiche). L’offerta di alloggi a canone sociale, quella delle case popolari, è in realtà una non-offerta per una duplice ragione: per il progressivo processo di dismissione del patrimonio e per l’assoluta rigidità nel suo uso. Oltre il 60% dei contratti di affitto che durano da più di 16 anni è costituito da canoni pubblici. Il doppio canale di offerta, pubblico e privato, è dunque solo teorico. L’unica possibilità concreta risulta essere l’affitto a prezzi di mercato. A ciò si aggiunge la rigidità nella distribuzione territoriale. Ad esempio, nelle aree centrali di Roma solo 2 alloggi su 10 in affitto sono pubblici: un dato che, con le recenti dismissioni, è già sceso ed è destinato a scendere ulteriormente. Ne consegue che, nel centro storico, l’affitto è solo in regime di libero mercato. Per comprendere l’impossibilità di accesso all’abitazione in questa area, basta ricordare che lì il rapporto tra il canone medio ed un reddito, ad esempio di 30 mila euro/anno, è pari al 70%. Pertanto, la sola soluzione per abitarvi è l’attivazione di forme di coabitazione, alle quali ricorrono sempre più spesso i non residenti. In Italia le case per i non residenti - studenti e lavoratori in trasferta - limitatamente ai grandi comuni, ammontano a 441 mila, circa il 10,7% dello stock residenziale. A Roma, secondo l’Istat, sono 136 mila le unità abitative occupate dai non residenti. Un dato già ampio ma che quasi sicuramente risulta inferiore a quello reale.
La domanda di case che proviene dai non residenti è una domanda di città e di integrazione con essa, è una domanda che si soddisfa sempre più attraverso forme di abitare che devono contemperare il bisogno di città e l’incidenza del canone di affitto sul reddito. Infine, si tratta di una domanda d’uso del bene casa destinata ad aumentare per la crescente mobilità nel mondo del lavoro. Una domanda che, come si è detto, risulta però disattesa e che rischia di diventare un punto debole per Roma nella competizione con le altre metropoli poiché manca il mercato dell’affitto rivolto a chi considera la casa alla stregua di un bene d’uso.
L’abitare temporaneo. Alla domanda tradizionale di alloggi in locazione si é aggiunta negli ultimi anni la domanda espressa dai non residenti che per motivi diversi abitano a Roma per periodi medio-lunghi. Sono coloro che per la crescente mobilità richiesta dal mondo del lavoro si trovano costretti a spostarsi, preferibilmente nelle grandi metropoli: sono i lavoratori precari e in trasferta, i giovani interessati ad esperienze di formazione e di lavoro che si muovono nel circuito delle città globali portando esperienze e valore aggiunto nella produzione e nei lavori; sono gli artisti, quelli impegnati nelle professioni di frontiera collegate ai centri di ricerca o alla sperimentazione di nuove tecnologie, al mondo del volontariato e, ancora, a tutte quelle professioni che oggi non hanno un nome ma che stanno nascendo attorno alla frammentazione del welfare urbano. L’uso del bene casa, e quindi l’alloggio in locazione, risponde al crescente dinamismo della vita sociale e lavorativa odierna.
“Scegliere” di comprare casa. La riforma degli affitti, introdotta con la legge 431 nel 1998 non ha prodotto effetti virtuosi e di calmieramento del mercato ma l’esatto opposto: una crescita incontrollata dei valori dei canoni. Da una indagine del Sunia risulta che una famiglia con un reddito di 30 mila euro/anno non può permettersi un affitto in una zona centrale della città di Roma dove l’incidenza del canone sul reddito supera il 70%, ma neanche in semiperiferia dove l’incidenza scende ma è ancora del 46% ed è invece al 37% per una casa in periferia. Un incremento che ha comportato l’avvicinamento del valore del canone di affitto con la rata del mutuo inducendo le famiglie ad indebitarsi per l’acquisto della casa. Nel 2002 a Roma i mutui erogati per importi compresi tra 150-200 mila euro erano l’8,4% del totale nel 2005 rappresentavano il 19%. I mutui superiori a 200 mila euro sono passati dal 2,5% all’11,3%. Per contro, i mutui compresi tra 50 e 100 mila euro sono scesi dal 46,8% al 28,5%. In sostanza, le famiglie “proprietarie” di case si sono indebitate per cifre maggiori e per un tempo più lungo. Infatti, i mutui di durata di 25 anni sono passati dal 2,6% al 13,6% e quelli compresi tra 30 e 40 anni dal 2,2% al 23,8%. Quasi il 66% dei mutui sono stati contratti con tassi variabili, leggermente più bassi di quelli a tasso fisso ma soggetti a fluttuazioni. Il 6% delle famiglie che ha contratto un mutuo (il dato è solo nazionale) dichiara di avere degli arretrati nel pagamento delle rate.
Gli archeologi della Soprintendenza al Ministro Rutelli: "salviamo la campagna romana"
Francesco Erbani – la Repubblica, 24 aprile 2007
Un appello a Francesco Rutelli perché sia tutelato il paesaggio dell´agro romano. In una lunga lettera al ministro dei Beni culturali, un centinaio di funzionari della Soprintendenza archeologica della capitale chiede che sia salvaguardato il patrimonio storico illustrato da schiere di vedutisti e celebrato da Goethe, Stendhal e Chateaubriand. Quel paesaggio, che racchiude ricchissime testimonianze antiche, è ora oggetto di «appetiti speculativi», scrivono archeologi come Rita Paris, che dirige Palazzo Massimo e tutta l´Appia antica, Maria Antonietta Tomei, che ha la responsabilità del Museo delle Terme, Matilde De Angelis e Alessandra Capodiferro, che guidano Palazzo Altemps, Livia Irene Iacopi, cui spetta la tutela dei Fori e del Palatino, e Roberto Egidi, che cura il Suburbio. Nell´appello, sottoscritto anche da architetti e assistenti di scavo, si sostiene che la campagna intorno a Roma «appare oggi quasi completamente cancellata nei suoi originari caratteri, deturpata e svilita da un´urbanizzazione incontrollata e sparsa a macchia d´olio».
Il nuovo Piano regolatore della città, scrivono i funzionari della Soprintendenza, poteva essere un´occasione per porre rimedio a questo consumo di suolo pregiato. E invece esso «riduce ulteriormente l´agro romano e porta la superficie urbanizzata da 41 mila a 56 mila ettari circa». A Rutelli si chiede di intervenire «per rafforzare la competenza dello Stato per la tutela del paesaggio e in particolare del paesaggio archeologico, rendendo obbligatorio e vincolante il parere delle Soprintendenze».
Un allarme sulla sorte della campagna romana (un territorio vastissimo: il Comune di Roma è grande 129 mila ettari) viene anche da un convegno di Italia Nostra dedicato ad Antonio Cederna. L´associazione chiede che si crei «un fondo nazionale per l´acquisizione al demanio indisponibile delle aree della campagna romana a rischio». Al convegno è intervenuto Walter Veltroni, che ha difeso l´operato della sua giunta. «Roma», ha detto il sindaco, «è una città che cresce ma non stravolge se stessa. In questi anni la capitale si è trasformata da città semi-morta dei ministeri a città viva. Tutto questo investendo sul bello, sul ritorno dell´architettura contemporanea e insieme mantenendo l´intensità che le deriva dalla sua storia».
Pincio, Veltroni al contrattacco "Il parcheggio verrà realizzato"
Carlo Alberto Bucci - la Repubblica, ed. Roma, 24 aprile 2007
In nome di Antonio Cederna, non un dibattito accademico a dieci anni dalla morte del grande ambientalista che combatté contro il sacco di Roma. Ma - ieri, ai musei Capitolini - uno confronto schietto, uno scontro aperto, tra "Italia nostra" e il sindaco Walter Veltroni. Il parcheggio del Pincio e il Museo del giocattolo a villa Ada, i punti caldi del contendere. Con la cronaca della lotta dei cittadini di Colle della Strega per fermare il via alla cementificazione che irrompe nella sala Pietro da Cortona. E con, come corollario al dibattito, le richieste del Comune al governo di finanziare il proseguimento della Metro C sulla Cassia e fino al Gra; e l´appello, per voce di Oreste Rutigliano, vicepresidente dell´associazione ambientalista fondata nel 1955 da Cederna e altri, di creare un fondo nazionale per salvare torri, ponti, casali in rovina dell´Agro romano.
«Seguire l´insegnamento di Antonio Cederna vuol dire anche essere scomodi» ha rivendicato Annalisa Cipriani aprendo i lavori della giornata su La legge per Roma Capitale, l´articolo 1, organizzata da "Italia nostra". Che, nel presentare il documento d´intenti in cui si punta a rivitalizzare la legge del 1990, ha ribadito il suo «no» sul Pincio, a causa delle «alterazioni che sicuramente quel sito storico subirà per i lavori del parcheggio sotterraneo». Immediata la replica di Veltroni, secondo relatore del convegno, che, dopo aver tratteggiato il profilo di Cederna «ambientalista moderno perché capace di coniugare tutela e crescita economica», ha bollato come «conservatrici» le richieste di stop al progetto sul Pincio. «È l´operazione più importante della storia urbanistica di Roma perché consentirà di togliere le auto dal Tridente e da Villa Borghese. Certe posizioni conservatrici - ha sottolineato - finiscono per condurre la città al degrado e io le contesterò». Decisa anche la difesa di Veltroni dell´ipotesi di un museo nelle «scuderie abbandonate di Villa Ada», dalle critiche di chi «vorrebbe restasse tutto così» (ma secondo Adriana Spera, capogruppo di Prc in Campidoglio, «il primo progetto si limitava giustamente a recuperare le scuderie mentre quello attuale prevede la grave costruzione di nuove cubature nella villa storica»).
La richiesta del sindaco al governo «di finanziare la Metro C sotto la Cassia» (un costo, in 10 anni, di 1230 milioni, 4 dei quali messi dal Comune), ha trovato d´accordo il deputato diessino Walter Tocci: «Ci si deve pensare assolutamente, fin dalla prossima Finanziaria». Più scettico il viceministro all´Economia, Vincenzo Visco («i fondi sono pochi, le richieste tante, il problema è decidere le priorità ...»), interessato soprattutto alle potenzialità delle dismesse caserme romane: «Castro Pretorio potrebbe diventare il campus della Sapienza».
Infine, Colle della Strega. Lo sciopero della fame dei residenti è stato applaudito da "Italia nostra". E in serata è arrivato l´appello dei Verdi. La senatrice Loredana De Petris e il portavoce alla Camera Angelo Bonelli hanno chiesto di stralciare l´edificazione dell´area verde dal piano di recupero urbano del Laurentino, oggi in approvazione alla Regione.
Il commissario Montalbano contro i texani. Il rude e intraprendente poliziotto, partorito dalla fantasia dello scrittore Andrea Camilleri, alla scoperta dell´oro nero e dei traffici più o meno leciti che si svolgono nella terra in cui sono ambientate le riprese televisive delle sue gesta, riproposte da un tour operator locale in un itinerario di cinque giorni. Dalla fantasia alla realtà, servirebbe proprio un paladino come lui per fermare la dissennata ricerca del petrolio che minaccia di sconvolgere la Sicilia sud-orientale, l´equilibrio naturale del suo territorio, la sua vocazione turistica e culturale.
Le trivelle, fortunatamente, ancora non si vedono. Ma per grazia ricevuta i capolavori del Barocco si possono vedere e ammirare in tutto il Val di Noto - al maschile, da vallo - più o meno come furono costruiti, o meglio ricostruiti, dopo il terremoto del 1693. Sono lì da tre secoli, incastonati come gioielli in un´area pari a un terzo di tutta l´isola, distribuiti dalle prodighe mani dell´arte e della storia in un arco di otto Comuni: da Catania a Noto, Ragusa, Caltagirone, Militello, Modica, Scicli e Palazzolo Acreide. Un tesoro unico al mondo, irripetibile e inestimabile, dichiarato dall'Unesco patrimonio mondiale dell´umanità.
Oggi i palazzi e i monumenti del tardo Barocco siciliano non tremano per i movimenti della terra, ma per la minaccia delle ricerche petrolifere sottoterra che la società americana "Panther Eureka" è stata autorizzata a effettuare dalla Regione. O per l´esattezza, dall´ex assessore all´Industria, Marina Noè, in aperto conflitto con i suoi interessi imprenditoriali nei cantieri navali di Augusta, il porto del Petrolchimico. E il pericolo incombe nonostante che successivamente la stessa Giunta regionale, presieduta dal discusso governatore Totò Cuffaro, abbia deciso il 20 maggio 2005 di sospendere il rilascio dei permessi, su proposta dell´ex assessore ai Beni culturali, Fabio Granata, esponente di quella "nuova destra" che cresce sotto le insegne di Alleanza nazionale. Impugnata davanti al Tar, la delibera è stata poi annullata per un paradosso giudiziario, perché non recava la firma dell´assessore che aveva rilasciato "motu proprio" i permessi.
Eppure, il documento della Giunta regionale non lascia dubbi di sorta. Si parla, testualmente, di «straordinaria rilevanza del patrimonio ambientale, paesaggistico e monumentale» e per contro di «alto rischio che i progetti di prospezione, ricerca e sfruttamento degli idrocarburi possano arrecare danni irreversibili». La delibera ricorda inoltre che l´Unesco, per concedere il suo riconoscimento, ha chiesto come condizione imprescindibile un «piano di gestione» che vincoli il territorio e il suo sviluppo a «un uso compatibile e sostenibile». E infine, viene sancito esplicitamente che tutto ciò non è compatibile con lo «sfruttamento di eventuali giacimenti di idrocarburi liquidi e gassosi».
Respinti con voto segreto da un inedito asse trasversale Forza Italia-Ds i due articoli con cui Granata tendeva in extremis a vietare le trivellazioni petrolifere, durante un rimpasto della Giunta lo scomodo ex assessore ai Beni culturali venne trasferito - "promoveatur ut amoveatur", come si dice in linguaggio curiale - al Turismo e qui reso praticamente inoffensivo. Poi, pur avendo raccolto circa novemila preferenze alle ultime regionali, una maligna compilazione delle liste lo ha privato a sorpresa della rielezione. E così, Gianfranco Fini gli ha affidato la responsabilità del settore culturale di Alleanza nazionale, chiamandolo a Roma, dove si divide con l´incarico di vice-sindaco di Siracusa, la città di Archimede e del Teatro Greco.
Il fatto è che questa "guerra di Noto", per dire la contrapposizione fra chi vuol difendere le antiche ricchezze del Barocco in superficie e chi vuole cercarne invece altre nel sottosuolo, scaturisce da un´infausta legge regionale approvata nel 2000, sotto la presidenza di Angelo Capodicasa, oggi viceministro delle Infrastrutture, deputato dell´Ulivo. Fu quel provvedimento a liberalizzare le trivellazioni gas - petrolifere in nome della «pubblica utilità», aprendo la strada all´assalto del territorio in spregio alla normativa ambientale, nazionale e comunitaria. Tant´è che a luglio il ministro dell´Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ha dovuto inviare un altolà all´attuale presidente della Regione siciliana per ricordargli che, in base alla "Direttiva Habitat", è lo Stato a rispondere di eventuali violazioni. E il 12 marzo scorso il Wwf ha chiesto ufficialmente al ministro la revoca delle autorizzazioni, perché prive di Valutazione di impatto ambientale e Valutazione di incidenza.
Al colmo del paradosso, come ricorda sconfortato l´ex assessore regionale Granata, c´è il dato che - tra il 2001 e il 2006 - l´Unione europea ha investito 380 milioni di euro in quest´area, per promuoverne la valorizzazione turistica e culturale. Un mare di soldi che ora rischia di essere inquinato dal petrolio, ammesso poi che si trovi veramente. Nel frattempo, il danno economico e d´immagine sarebbe comunque gravissimo: le trivelle e i pozzi di petrolio respingerebbero un flusso turistico in ripresa, invertirebbero una tendenza in atto e condannerebbero definitivamente questa parte della Sicilia a un destino estraneo alla sua storia e alla sua tradizione.
Poi - avverte il presidente del circolo locale di Legambiente, Nuccio Tiberi - c´è anche il problema dell´assetto idrogeologico. «Le perforazioni del terreno minacciano di inquinare le falde freatiche. E senz´acqua, i contadini abbandonerebbero presto le campagne, aumenterebbero i rischi di incendio e il degrado sarebbe inevitabile». Per quanto apocalittica possa apparire, non è certamente una prospettiva da trascurare.
È per tutte queste ragioni che, sabato 17 marzo, duemila persone sono scese in piazza armate di striscioni, bandiere, palloncini e tamburi, nel tentativo di mobilitare l´opinione pubblica locale contro l´invasione dei texani. Si chiama "No-Triv", per assonanza con il fronte "No-Tav" della Val di Susa, si chiama il comitato popolare guidato dal battagliero Vincenzo Moscuzza. Ma forse, come ha auspicato durante la manifestazione il vescovo di Noto, monsignor Giuseppe Malandrino, sarebbe meglio ribattezzarlo "Pro-Svil", cioè a favore dello sviluppo. O meglio ancora, "Sì-Cult", a favore della cultura, dell´ambiente e del turismo.
«A volte - confida Corrado Valvo, sindaco di Noto per Alleanza nazionale - abbiamo la sensazione di fare i donchisciotte. Ma questa non è una battaglia politica, va al di là degli schieramenti. È nell´interesse di tutta la popolazione». E perciò ha concesso uno spazio per un banchetto del comitato "No-Triv" nell´ingresso del Municipio, lo storico palazzo Ducezio, proprio di fronte alla maestosa Cattedrale che sta per essere riaperta al pubblico dopo un lungo restauro.
Certo, l´opposizione popolare è importante e può avere i suoi effetti. Ma evidentemente non basta per fermare l´avanzata delle trivelle: anche perché qui si tratta di un caso che travalica l´ambito locale, un caso d´interesse nazionale o addirittura internazionale, se è vero che la Sicilia è la regione con la più alta concentrazione di siti inseriti nella World Heritage List dell´Unesco, il più grande giacimento culturale dell´intero pianeta.
«A questo punto - sollecita Granata - spetta alle Sovrintendenze di Siracusa e di Ragusa intervenire per porre un vincolo paesaggistico». Poi, la partita passerà nelle mani del nuovo assessore ai Beni culturali, Nicola Leanza, esponente del movimento autonomista. E se la Sicilia non riesce a rivendicare e a salvaguardare la propria autonomia su questo fronte, non si vede proprio su quale altro potrà più difenderla.
Gianfranco Bettin, Una Porto Marghera diffusa nel territorio, il manifesto, 19 aprile 2007
Una densa, grossa colonna di fumo, portata dal vento in alto nel cielo e che poi, nera e grigia, si sviluppa in un enorme serpentone alato. Una strana bestia che infine, come in una spaventosa metamorfosi, si muta in una specie di grande manta che, invece che negli abissi, si allarga nell'aria, la stessa aria che respiriamo, e sopra le nostre teste, sulle quali ricade ciò che il vento e il fumo diffondono: diossine, acidi clorurati e tutto il resto che può sprigionarsi da un incendio come quello scoppiato ieri pomeriggio alla De Longhi di Treviso. Era questo, visibile a decine di chilometri di distanza, lo spettacolo che ha dominato la scena nel cuore della Marca e ha coinvolto in parte le stesse province di Venezia e di Padova.
La De Longhi produce elettrodomestici, occupa un migliaio di dipendenti - che ora temono per il proprio lavoro - ed è una delle più note aziende della galassia produttiva veneta, che si configura come un modello alternativo a quello «a polo», tipo Porto Marghera, anche se le immagini di ieri sembrano venire direttamente dai dintorni del Petrolchimico.
La contraddizione, in realtà, è solo apparente. Il modello produttivo veneto, del nordest in generale, è uno dei più nocivi e pericolosi, specialmente laddove si è realizzato senza regole, senza vincoli, senza cura per l'impatto ambientale, con tassi di sfruttamento e di auto-sfruttamento (per la vasta presenza di aziende a conduzione familiare). Un quadro inquietante della situazione è stato recentemente pubblicato in un libro i cui autori ed editori hanno subito più di una intimidazione: «Il grigio oltre le siepi», a cura di Francesco Vallerani e Mauro Varotto (nuova dimensione editore). Stanco di vedere questo degrado, a 85 anni di età, il grande poeta trevigiano Andrea Zanzotto ha spesso alzato in questi mesi la sua voce. Ovunque, sono attivi comitati e gruppi di cittadini che reagiscono a difesa di aria, terra e acqua.
Sul fronte degli incidenti sul lavoro, il quadro è ugualmente drammatico. Il Rapporto Inail appena pubblicato segnala nel Veneto, per il 2006, 116 morti (18 in più che nel 2005) e 114 mila infortuni. A fronte di ciò, risultano del tutto sottodimensionate le risorse dello Spisal, delle Ulss e degli ispettori del lavoro. Nel contempo, da parte degli enti locali non si intende cambiare strada rispetto all'industrializzazione selvaggia che ha stravolto il paesaggio veneto. L'incidente alla De Longhi è, per tanti versi, esemplare. Segnala, in modo cupamente spettacolare, che c'è una Porto Marghera diffusa sul territorio, proprio mentre quella originale sta cercando faticosamente di entrare in una nuova era. Dimostra che di questa pericolosità non c'è vera consapevolezza: è infatti incredibile che un incendio di questa portata sia potuto svilupparsi così facilmente in un'azienda così nota e ricca. Ancora, viste alcune reazioni di autorità locali, si conferma che, tra troppi amministratori e tra i loro referenti nei servizi e nelle stesse autorità sanitarie (da essi nominate), dopo i primissimi momenti di emozione, la tendenza prevalente è alla minimizzazione. Così, ieri, a sera inoltrata, mentre si sentivano vigili del fuoco e carabinieri esprimere serie preoccupazioni, mentre si invitava la gente a non mangiare la verdura raccolta in zona e si disponeva perché gli alunni oggi non venissero fatti uscire da scuola, si diceva tuttavia che dall'incendio non è uscito niente di troppo cattivo. Insomma, passata la paura, torniamo al solito andazzo. Bisognerà invece tener desta l'attenzione, perché dopo l'incendio è proprio quello che resta nell'ambiente a dover preoccupare di più. Ed è proprio adesso, invece, che rischiano di prevalere gli interessati custodi del grigio che sta dietro le siepi.
BRINZIO (Varese) — Che cos'è un parco? Un luogo da tenere sotto la proverbiale campana di vetro, dove l'uomo è una sorta di intruso per sua innata indole portato a far danni, o qualcosa dove è possibile immaginare anche attività economiche, persino industriali purché compatibili con lo stato di grazia dei luoghi?
La domanda che fino a poco tempo fa sarebbe stata solo retorica si è trasformata in qualcosa di molto concreto (dunque che esige una risposta) per il comune di Brinzio, centro del Varesotto interamente compreso nell'area protetta del Campo dei Fiori. All'ufficio di Sergio Vanini, sindaco del paese, si è presentato il rappresentante di un'azienda di software che ha depositato sul tavolo la seguente carta: la costruzione di un'azienda di programmazione informatica a Brinzio, nel cuore del parco, ad alta tecnologia, ma a impatto ambientale zero. Una cosa alla quale nessuno prima aveva mai pensato e soprattutto nessuno aveva mai formulato. Spunta dunque una fabbrica nel parco: la proposta «rivoluzionaria» è partita dalla Areaweb, gruppo informatico in rapido sviluppo su molti mercati mondiali ma che ha la sua casa madre a Binago, nel Comasco. La Areaweb si limita a confermare in termini generici la proposta, senza entrare nei dettagli. Dettagli, per la verità, che non sono stati al momento illustrati nemmeno al sindaco di Brinzio.
«Le persone con cui abbiamo parlato — racconta Vanini — non ci hanno presentato un progetto, si sono limitate a sondare il terreno, a valutare la nostra disponibilità. Ma come si fa a dare una risposta in assenza di dati concreti sulle volumetrie, sul tipo di produzione da insediare? Siamo in attesa di maggiori dettagli».
Qualche dettaglio, però, trapela già: la Areaweb avrebbe messo gli occhi, a Brinzio, su quel che rimane di una vecchia filanda attiva ai margini del paese nei primi decenni del '900. La zona è piuttosto isolata, abbandonata, ormai del tutto avvolta dalla vegetazione cresciuta in quasi un secolo di oblìo. L'idea di fondo sarebbe quella di far lavorare i «cervelloni» che programmano i computer in un ambiente rilassante. Particolare che rende la proposta ancor più innovativa: l'impianto sarebbe alimentato al cento per cento da fonti di energia rinnovabili, in sintonia con i vincoli del parco. Se il progetto andrà in porto a Brinzio, tanto meglio; altrimenti, par di capire, Areaweb si rivolgerà ad altre aree verdi.
L'interrogativo in attesa di risposta è però ancora quello di partenza: un parco è compatibile con attività umane diverse da agricoltura e allevamento?
Se il sindaco di Brinzio resta dubbioso sulla proposta che si è visto sottoporre, più risoluto appare Giovanni Castelli, presidente dell'ente che amministra il Parco di Campo dei Fiori: «Le norme di tutela furono scritte 20 anni fa, quando si pensava di dover mettere tutto sotto chiave. Molte previsioni, per fortuna, si sono rivelate infondate. Per quel che ci riguarda in quell'area un'azienda di software potrebbe pure starci, basta che sia di dimensioni sostenibili per le risorse, ad esempio l'acqua, disponibili. Si tratta in buona sostanza di una produzione intellettuale, non vedo in questo un attentato all'ambiente: anzi, ospitare chi vuole lavorare nel parco, purché nel rispetto dell'ambiente sarebbe la quadratura del cerchio. la gente lo frequenta nei fine settimana per svago, potrebbe farlo anche durante gli altri giorni. Sempre nel rispetto della natura».
Corrado Poli, Progresso e qualità della vita in un nuovo patto con la natura (id.)
La notizia che il direttore di un parco naturale è a favore della collocazione di un'impresa di software su un territorio protetto fa scalpore. La contraddizione potrebbe essere solo apparente, ma è densa di significati. L'azienda restaurerebbe un'antica filanda, sita nel Parco del Campo dei Fiori), pur di consentire ai suoi programmatori di lavorare in un ambiente rilassante che invita alla concentrazione. Viene proposto come un discorso di pura efficienza. Invece potrebbe nascondere un atteggiamento sociale ed etico, forse giustamente colto dal direttore del parco.
Oggi, lo spartiacque tra progresso e conservazione si dovrebbe riferire al diverso rapporto con l'ambiente. In America si parla dei cosiddetti «Cultural Creatives» i quali costituirebbero fino a un sesto della popolazione. Un mercato vasto, ma politicamente inesistente perché diviso sui vecchi fronti della politica. Queste persone sono pronte ad adottare modelli di vita alternativi, sia pure con diversa intensità, che vanno dal mangiare vegetariano a non usare la macchina, dal considerare un dovere morale riciclare i rifiuti al vivere in campagna.
Non sappiamo quanti siano in Italia i potenziali «Cultural Creatives», ma potrebbero rientrare tra di essi il direttore del parco e gli imprenditori che vogliono restaurare la filanda. Si tratta di nuovi gusti e di diversi status symbols. Nelle città del Nordovest americano si è sviluppato un gusto per le architetture e persino un'arte impregnata di valori ambientali. Queste città sono considerate per molti versi avanguardie culturali. È nei nostri geni essere attratti dalla natura e solo un compromesso ci fa amare la confusione e l'inquinamento delle città.
Chi non si sente inspiegabilmente attratto da un ruscello che scorre tra gli alberi? Chi non soffre tra il cemento polveroso? Per molti il compromesso oggi è diventato inutile poiché può godere di un benessere elevato pur evitando i mali della congestione, dell' inquinamento e della cementificazione del mondo.
Sta evidenziandosi una profonda contraddizione. Da una parte si pone l'industria tradizionale, dall'altra le nuove tecnologie. Il conflitto culturale tra le due parti si propone anche nell'elaborazione di nuovi modelli di vita e di pensiero. Ma è evidente che il progresso sta dalla parte di coloro che ricercano un nuovo negoziato con una natura da due secoli almeno bistrattata.
Quando sento ancora parlare di progresso associato alla costruzione di megastrade e ferrovie mi sembra di tornare nel XIX secolo. E mi sembra così vecchio chi ancora si esalta per il grattacielo più alto del mondo! Il progresso lo si deve cercare, invece, in questo riconoscimento dei valori ambientali che portano con sé una nuova sensibilità e un'eleganza culturalmente raffinata, vicine alla naturalità dell' esistenza umana. Se ci sarà ancora progresso, la direzione non può che essere questa.
18 aprile 2007
Stop della Salvaguardia al villaggio Mose
di Enrico Tantucci
PELLESTRINA. La Commissione di Salvaguardia blocca il progetto di realizzazione di un villaggio per 400 persone a Santa Maria del Mare, destinato agli operai chiamati a lavorare sui cantieri di prefabbricazione dei cassoni del Mose. Il progetto inviato in Commissione dal Magistrato alle Acque è stato immediatamente fermato - senza neppure passare al suo esame dettagliato - perché si riferisce a un intervento su cui alla Salvaguardia non è mai stata chiesta alcuna autorizzazione. Una questione particolarmente sofferta, questa, che aveva indotto anche il sovrintendente ai Beni Ambientali e Architettonici Renata Codello a scrivere di recente al sindaco di Venezia Massimo Cacciari e agli altri due sindaci dei Comuni di gronda, invitandoli in pratica a verificare la legittimità di quei cantieri visto che le autorizzazioni in materia paesaggistica sono di competenza della Commissione di Salvaguardia. Ma alla Commissione, il presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, i progetti sui cantieri del Mose non li ha mai inviati, sostenendo, in pratica, che si tratta di cantieri provvisori che hanno già avuto sia la Valutazione di impatto ambientale, soa quella di incidenza ambientale. Tuttavia, un qualche effetto l’iniziativa della Soprintendenza l’aveva subito prodotto, perché il Magistrato alle Acque aveva deciso di inviare i progetti, ma non alla Salvaguardia, ma alla Direzione Urbanistica e Beni ambientali della Regione per un parere paesaggistico. E’ prevista, tra l’altro, la realizzazione di una piattaforma di calcestruzzo di circa mezzo chilometro in mare, di fronte alla spiaggia di Pellestrina, in area Sic, di pregio ambientale, per la realizzazione dei 79 cassoni, di 150 metri per trenta ognuno. Ma per la realizzazione del villaggio degli operai dei cantieri - inizialmente previsto in Sardegna - il Magistrato alle Acque non ha potuto fare a meno di inviare il progetto alla Salvaguardia, che l’ha subito fermato, proprio perché relativo a interventi che non ha mai autorizzato. Sui cantieri «spostati» dalla Sardegna alle aree protette di Santa Maria del Mare sono stati presentati alla Procura quattro esposti, due dell’Ecoistituto, uno della Lipu e uno del Wwf. Come risulta dalle contestazioni del ministero, ma anche del Comune e della Soprintendenza, il progetto dei cantieri risulta infatti «difforme» da quello approvato tra grandi polemiche dalla commissione di Salvaguardia nella seduta del 20 gennaio 2004.
Anche il villaggio verrebbe a sorgere in un’area di pregio ambientale e prevede in una spianata a Santa Maria del Mare la realizzazione di prefabbricati dove andrebbero a vivere per alcuni anni gli operai del Mose, sino a lavori conclusi. Un villaggio che dovrebbe anche essere dotato di acquedotto, sistema fognario e impianto di depurazione. Ma ora il progetto è stato fermato e la palla torna al Magistrato alle Acque che dovrà decidere cosa fare. Il parere paesaggistico sui progetti dei cantieri da parte della Regione è di dubbia legittimità e per avere quello sul villaggio dalla Salvaguardia, il Magistrato dovrebbe tornare sui suoi passi, a cantieri già aperti.
19 aprile 2007
Iniziati i lavori per la «betoniera gigante»
Produrrà milioni di tonnellate di cemento per le dighe mobili
di Alberto Vitucci
I lavori per fabbricare «il mostro» come lo chiamano pescatori e ambientalisti, sono già cominciati. E Ca’ Roman e Santa Maria del Mare hanno cambiato volto.
Il «mostro» è la più grande betoniera d’Europa che dovrà produrre milioni di tonnellate di calcestruzzo per fabbricare i cosiddetti «cassoNI», cioè le basi in cemento del Mose da mettere sul fondo delle tre bocche di porto. Enormi blocchi in calcestruzzo di 150 metri per 30, alti venti metri che secondo Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova devono essere fabbricate sulla spiaggia di Ca’ Roman e di Santa Maria del Mare, luoghi di interesse ambientale tutelati dalla normativa europea. E i lavori sono già partiti, nonostante le accese polemiche sulla mancanza di autorizzazioni per i cantieri, inizialmente previsti a Cagliari.
Polemiche rilanciate ora dalla commissione di salvaguardia che ha bloccato l’altro giorno un nuovo progetto presentato dal Magistrato alle Acque che prevede la costruzione a Santa Maria del Mare - nell’area dove sorgeva la comunità della Caritas - di un vero e proprio villaggio con depuratori, fognature, servizi, acquedotto, capace di ospitare 400 operai. La Salvaguardia non l’ha nemmeno esaminato, perché si riferiva a un progetto che non ha avuto mai alcuna autorizzazione dalla stessa Salvaguardia. Proprio su questo punto sono incentrate le polemiche, e i numerosi esposti presentati dalle associazioni ambientaliste che hanno provocato l’apertura di un’inchiesta, peraltro ferma da due anni. Nei giorni scorsi Soprintendenza e Comune hanno convenuto sullo stato dei fatti. Cioè che i cantieri siano «sprovvisti» di autorizzazione paesistica, che doveva essere rilasciata dalla Salvaguardia. Ma non è ancora chiaro chi debbe intervenire. Accuse di illegittimità sono state lanciate anche dal ministero per l’Ambiente, ma nulla è successo. «Si tratta di opere provvisorie», dice la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, «non c’è bisogno di autorizzazione ma comunque la manderemo alla Regione». Un groviglio che si complica. Intanto, anche senza autorizzazioni, i lavori del «mostro» procedono veloci. E la polemica continua. Anche sulla congruità del progetto. «Le previsioni fatte da organi terzi e internazionali sull’aumento del livello dei mari», scrivono gli ingegneri Vincenzo Di Tella, Gaetano sebastiani e Paolo Vielmo in una lettera aperta al ministro Di Pietro, «dimostrano che le previsioni fatte per il Mose erano completamente errate. E il progetto non rispetta i requisiti di legge della reversibilità». Un dibattito che gli studiosi considerano non concluso. Invitando il ministro Di Pietro a studiare i loro progetti alternativi, «troppo frettolosamente accantonati» come ha detto il ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio.
Braccio di ferro sul terminal per i cereali
Dopo i cantieri del Mose, un altro fronte caldo rischia di essere riaperto in commissione di Salvaguardia. Il ministero per l’Ambiente ha infatti annunciato azioni legali contro il provvedimento che autorizza il nuovo terminal cerealicolo per le grandi navi, progettato a San Leonardo. Banchine giganti, pensate per accogliere navi lunghe 300 metri e con oltre 150 mila tonnellate di stazza, più grandi della superpetroliere. La diffida inviata alla commissione di salvaguardia dal direttore generale Bruno Agricola non è stata nemmeno considerata, e la commissione ha approvato un mese fa, a stretta maggioranza (9 voti favorevoli, 4 contrari, 3 astenuti) il progetto dell’Autorità portuale. Ma adesso la vicenda rischia di essere riaperta. secondo il ministero era necessaria infatti la Valutazione di Impatto ambientale nazionale, che in questa caso è stata saltata a pie’ pari. Al suo posto, in calce al parere, è stata consigliata la Vinca, Valutazione di Incidenza ambientale. E’ la atsessa cosa? «Proprio no», dice il rappresentante del ministero in commissione, l’urbanista Stefano Boato, «perché la Via è pubblica e tutti ne possono prendere visione e presentare osservazioni, la Vinca la fanno gli uffici in via riservata». E in ogni caso, ribadiscono dal ministero, la normativa prevede un’altra cosa e quel progetto contrasta con il palav. Una versione che l’Avvocatura regionale non condivide. E la vicenda rischia ora di approdare davanti a un Tar, se il ministero non deciderà, com’è nelle sue facoltà, di bloccare il progetto e far intervenire i Noe, i carabinieri del Nucleo ecologico. (a.v.)
20 aprile 2007
Mose, è scontro sui controlli
L’Ambiente: «La vigilanza tocca a noi per legge»
di Alberto Vitucci
Chi controlla i controllati? Un nuovo fronte si apre sulla vicenda Mose. Riguarda la vigilanza sui lavori e sui loro effetti sul delicato equilibrio lagunare. Ieri il direttore generale del ministero per l’Ambiente Gianfranco Mascazzini ha rotto gli indugi: «Il monitoraggio spetta a noi», dice, «lo facciamo su tutto il Mediterraneo per l’Unione europea, perché non dovremmo farlo in laguna?»
Si riapre dunque la polemica, peraltro mai sopita, sul «monitoraggio» dei ciclopici interventi in corso in laguna per realizzare il Mose. Il Comune aveva chiesto e ottenuto, all’ultimo Comitatone di novembre, il varo di un «organismo terzo e indipendente» per il monitoraggio dei cantieri. Ma in sei mesi non è successo nulla. Il sindaco Massimo Cacciari ha scritto l’ennesima lettera al ministro per la Ricerca scientifica Fabio Mussi. Che ha passato la palla al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta. «Non spetta a noi», ha detto in sostanza Mussi. Dunque, si rimette in discussione il ruolo del Corila, il Consorzio Ricerca laguna che dipende proprio dal ministero di Mussi, a cui sono stati affidati dal Consorzio Venezia Nuova gli studi del Mose e ora il controllo dei cantieri. Chi controlla? Secondo il Magistrato alle Acque dovrebbe essere l’Ufficio di Piano a esprimere un parere. Un organismo creato due anni fa dal governo Berlusconi, dove la maggioranza è favorevole al Mose, e le uniche voci dissidenti sono quelle del Comune e del ministero per l’Ambiente. Che adesso ha deciso di passare all’azione. Un’offensiva che potrebbe avere presto clamorosi sviluppi. «Abbiamo fatto fatica anche a leggere le carte del Mose», ha ammesso il ministro Alfonso Pecoraro Scanio in un’intervista televisiva, «per vedere i progetti abbiamo dovuto mandare i carabinieri del Noe. Ma intendiamo far valere il ruolo che la legge ci affida». Un ruolo di vigilanza, ribadisce il direttore Mascazzini, «con il controllo preventivo dei cantieri». Vale per tutti i lavori in laguna. Dovrebbe valere a maggior ragione per la più grande opera in corso nel paese. Quattro miliardi e trecento milioni di investimenti, di cui un miliardo e mezzo già affidati al Consorzio Venezia Nuova. decine di cantieri aperti - alcuni molto impattanti, altri senza autorizzazione come quelli di Santa Maria del Mare e Ca’ Roman - rapporti che girano da un ufficio all’altro. Ma nessuno interviene. I lavori in sostanza procedono senza controlli, che non siano quelli delle imprese e del Magistrato alle Acque, cioè il committente. Una situazione che ora Comune e ministero per l’Ambiente sono intenzionati a chiarire. Occasione potrebbe essere il Comitatone che Letta e Cacciari hanno concordato di convocare entro i primi giorni di maggio a Roma. Si dovrà parlòare di soldi, e della divisione dei fondi messi a disposizione dalla Finanziaria 2007. Ma si dovrà anche prlare dei mancati adempimenti dell’ultimo Comitatone. Che aveva votato una delibera - quella sui controlli - mai attuata. In sei mesi intanto i lavori sono andati avanti, e il Consorzio si prepara ad avviare la seconda fase, quella dello scavo e della produzione dei cassoni. Bestioni in calcestruzzo da 150 metri per 30, alti 20, che dovrebbero essere fabbricati sulla spiaggia di Santa Maria del Mare, addirittura con un nuovo villaggio per ospitare i 400 operai. Un cantiere che non ha mai avuto le autorizzazioni né dalla Soprintendenza né dalla Salvaguardia. Una situazione di «illegittimità» segnalata anche per iscritto dalla Soprintendenza, dal Comune e dal ministero per l’Ambiente. Che fino ad oggi nessuno ha raccolto. Secondo il Magistrato alle Acque, non c’è bisogno di nulla perché si tratta di «interventi provvisori» e dunque basta il via libera della Regione.
Sul fronte del paesaggio, di continuo aggredito da cemento & asfalto, ci sono notizie buone e meno buone. A Mantova, dove il sindaco ds Fiorenza Brioni, è riuscita con grande fermezza e capacità amministrativa a cancellare una sciagurata lottizzazione da 200 villette, più due torri condominiali, in riva ai laghi virgiliani, la direzione regionale lombarda dei Beni culturali è intervenuta efficacemente: il direttore regionale Carla Di Francesco, affiancata dal soprintendente di settore, Luca Rinaldi, ha infatti proposto un vincolo generale sui laghi a loro futura tutela. Provvedimento che salva uno dei paesaggi “storici” più strepitosi: la zona preservata infatti è in faccia al Castello di San Giorgio e rappresenta la porta di ingresso della splendida città dei Gonzaga da est, cioè da Ferrara. Un ingresso che, vi assicuro, vale da solo un viaggio.
C’è voluta tuttavia una grande determinazione da parte del sindaco Fiorenza Brioni, venuta apposta al convegno di Monticchiello del 28 ottobre scorso a denunciare le minacce che stava subendo e la necessità di fare di quell’alt a “villettopoli” sui laghi virgiliani una questione nazionale. Operazione nella quale ha messo passione, competenza e amore («La bellezza del paesaggio è un bene di cui devono poter godere, un diritto quotidiano di cittadinanza», ha esultato il sindaco anti-cemento alla notizia del vincolo). L’ingegneria idraulica che ha così conformato il paesaggio e l’ambiente mantovano risale al 1190 e si è conservata nei secoli, malgrado gli insediamenti industriali degli anni del “boom” e l’interramento del quarto lago. La misura ora studiata e proposta dalle Soprintendenze e dalla loro direzione regionale va nella giusta direzione, grazie ad un sindaco (raro ormai) che non considera il passato una ingombrante anticaglia, né cemento&asfalto «la modernità con cui convivere», inesorabilmente. Essa realizza in pieno - alla fine di «un processo di governo virtuoso» (sono ancora parole del sindaco) - il dettato dell’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». La Repubblica, cioè Stato, Regioni, Province e Comuni, armonicamente cooperanti, e non i soli Comuni o le sole Regioni come vorrebbe qualche governatore e qualche suo assessore (neppure leghista peraltro). Con un preciso, ineludibile ruolo tecnico-scientifico, quindi, delle Soprintendenze, come ha riaffermato, di recente, il ministro Rutelli. Non possono essere i Comuni ad avere «l’ultima parola» in proposito di edilizia e paesaggio. Anche perché dal “boom” edilizio, tutto speculativo, essi traggono nell’immediato fondi più che cospicui. Non sono quindi per niente neutrali rispetto alla domanda inesausta dei costruttori, che sta divorando l’Italia e che ci è costata in mezzo secolo la cementificazione e l’asfaltatura di una dozzina di milioni di ettari di suoli liberi, una superficie enorme, grande come tutta l’Italia del Nord. Una follia che nessuno riesce ad arrestare e che vicino a Mantova ha, per esempio, ricoperto di cemento le colline del Garda, un tempo stupende. Cemento tutto legale, in teoria, tirato su nell’ambito dei piani regolatori (e loro varianti, naturalmente).
In questi giorni dunque Mantova splende di luce viva in un panorama nazionale per lo più grigio o buio. Ha ragione il suo preveggente sindaco a rivolgere un ringraziamento e una riconoscenza “senza confini” agli organismi della tutela dove si lavora in condizioni pressoché disperate: 13-14 tecnici appena nelle due Soprintendenze lombarde ai Beni architettonici per 30-35.000 progetti di trasformazione nelle sole zone già vincolate, vale a dire 2.500 pratiche a testa all’anno, e quindi una dozzina per ogni giornata lavorativa. Una lotta disperata contro lobby potenti e protette. Anche perché se il Pil, negli anni del berlusconismo, non ha avuto un segno negativo, lo si deve, nella sostanza, all’edilizia. La quale, ripeto, è quasi tutta di mercato e di speculazione, con le giovani coppie indotte, dalla mancanza di affitti abbordabili (e anche dai tassi di interesse ridotti), a svenarsi per comprare casa ed ora non più in grado di pagare le rate dei mutui. Con le grandi città dove è scoppiata - nonostante le mille e mille gru alzate - una vera e propria emergenza-alloggi. Si parla di oltre 800mila immigrati senza casa o con un tetto assolutamente precario, e poi ci si lamenta delle loro difficoltà ad integrarsi...
Una buona notizia è, in tanto dramma sociale, la crescente consapevolezza che stiamo saccheggiando definitivamente la risorsa primaria (di tutti, e anche del turismo più duraturo) del paesaggio a vantaggio di una minoranza di cementificatori e che, malgrado questo “boom” di cantieri, quella delle abitazioni sta ridiventando una questione nazionale. Una buona, anche se tardiva, notizia è pure il sequestro dei cantieri di Monticchiello (Pienza) da parte della magistratura per alcune difformità rispetto alle concessioni. La lottizzazione è lì, ischeletrita, più brutta che mai rispetto al delizioso borgo murato. Si poteva evitarla? Certamente sì, se Regione e Comune avessero pensato, alla maniera del sindaco di Mantova, che non c’è nulla che equivalga un “governo virtuoso” del paesaggio e del territorio. E se la Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici di Siena non avesse chiuso entrambi gli occhi - come ha fatto per l'orrendo e per lo più vuoto mega-parcheggio sotto le mura medioevali di Capalbio - davanti a quella scadente progettazione. Basta una lottizzazione così a sfregiare tutto un panorama o una intera valle. Come sta accadendo, per esempio, a Casole d’Elsa o a Magliano in Toscana.
Non so se sia una buona notizia, ma in Toscana i comitati locali che denunciano scempi già realizzati, in arrivo o soltanto minacciati sono ormai 75 e quasi tutti pongono problemi assai gravi. L’assessore regionale all’urbanistica Riccardo Conti - che lanciò un anno fa una sua campagna non proprio fortunata «per la buona urbanistica» - ha parlato di questi sconci come di altrettanti «episodi sgradevoli». Sgradevoli, forse, è un po’ poco. Episodi, anche meno, visto che si è superata la settantina di casi e spesso si tratta di lottizzazioni per centinaia di alloggi, seconde e terze case per lo più. O di massicci interventi - in atto da anni disgraziatamente - nel cuore delle piazze storiche, come quella che sorge sul foro etrusco e poi romano di Fiesole. Del resto, ha aggiunto, è il prezzo che si paga “alla modernità”. Ne siamo proprio consolati e confortati.
Anche a Milano associazioni e comitati si sono mobilitati per difendere dalla distruzione l’ultimo lembo dei Navigli dove l’amministrazione di centrodestra, ieri Albertini, oggi Moratti, progetta di creare, sotto la Darsena, un vastissimo parcheggio in modo da continuare a convogliare sul centro della città la massa del traffico automobilistico. Una scelta ancora una volta distruttiva, da ogni punto di vista. Milano - anche qui la direttrice regionale Carla Di Francesco ascolti, almeno lei, la voce dei comitati e degli intellettuali - non può perdere un altro pezzo essenziale dell’identità (poca) che le è rimasta.
Giorgio Fiorentini, Abitare a Milano, Il Corriere della Sera ed. Milano, 18 aprile 2007
Si può abitare a Milano in vari modi. Stefano Boeri, nel suo libro «Milano. Cronache dell'abitare», li elenca in modo caleidoscopico: abitare in una baraccopoli, in un letto per migranti, in una casa per anziani, per studenti, in un centro d'accoglienza e via via fino alle isole residenziali e ai «ghetti di lusso» dove tutti i servizi sono «su misura». Su questi modi di abitare si possono fare due considerazioni: difficilmente creano coesione e inclusione sociale e i prezzi delle case (e degli affitti) sono troppo cari.
Per risolvere il primo problema bisognerebbe superare le diversità che creano separazioni. Penso che la Milano dell'Expo 2015 debba investire fortemente nello spalmare le diverse etnicità nel tessuto connettivo di tutta la città. Tentando di rompere i ghetti o le aree monoetniche; magari creando una miscellanea di offerta di servizi in sintonia con le varie diversità e già orientati alla prospettiva delle seconde generazioni degli immigrati. Altrimenti si creerà una forza centrifuga che espellerà i meno abbienti salvo piccole enclave di abitazioni di sussidiarietà e di badantismo per la popolazione anziana.
Ma il «caro prezzi d'acquisto» delle case e il «caro affitti» sono l'altra realtà socialmente dirompente per Milano. Anche questa ostacolo alla coesione e all'inclusione sociale. A Milano dal 2001 al 2005 i prezzi delle case sono aumentati circa del 50%. Queste barriere di prezzo rischiano di ridimensionare la progettualità virtuosa per un welfare equamente distribuito. Una via, parziale ma concreta, per superare il caro prezzi è rappresentata dal modello di «autocostruzione assistita»: cooperative e non profit svolgono azioni di autocostruzione e autoriabilitazione in nuove aree edificabili e ad immobili degradati. Sono cantieri autogestiti e assistititi tecnicamente in modo sussidiario da ong, associazioni, cooperative. Cittadini in team solidale costruiscono reciprocamente le proprie case lavorando nel weekend, durante le ferie e in altri periodi con un risparmio fino al 70% dei costi di costruzione.
E' interessante notare che le famiglie che hanno fatto domanda di autocostruzione sono al 60% autoctone e 40% di origine straniera. Per dirla con con Luca Doninelli nei suoi «Scritti insurrezionali su Milano»: dove c'è Milano c'è casa.
Tommaso De Berlanga, La casa comincia con un tavolo, il manifesto, 18 aprile 2007
Il problema della casa si presenta in carne e ossa fuori dalla sala dove si svolge il primo incontro del Tavolo di concertazione sulle politiche abitative. Curiosamente, tra tutti i soggetti invitati (ministri di infrastrutture, solidarietà sociale, economia, politiche giovanili, per la famiglia; presidenti di regioni, province autonome, Anci, Federcasa, sindacati e costruttori) mancavano proprio i rappresentanti di inquilini, sfrattati, senza casa, occupanti e chi più ne sa di cosa voglia dire vivere senza un tetto sicuro sulla testa.
Così oltre 2.000 persone hanno raccolto l'invito delle associazioni storiche romane (Asia-RdB, Coordinamento di lotta, Sunia, Action, Comitato obiettivo casa, ecc) «assediando» pacificamente l'Istituto San Michele a Ripa, in piena Trastevere. Il ministro Paolo Ferrero ha quindi accolto una delegazione di manifestanti, a nome del governo, per ascoltare le loro proposte e invitarli, in risposta, a partecipare a «un tavolo parallelo» da cui criticare e in qualche modo «controllare» i lavori della sede istituzionale.
Ma i problemi fondamentali, apparsi subito chiari, sono due: risorse scarse e assenza di una visione di politiche abitative che risponda alla dimensione del malessere sociale. Lo stesso Ferrero ha ammesso che «servirebbero 10 miliardi», ma che bisognerà accontentarsi di molto meno («briciole», ha riassunto Angelo Fascetti dell'Asia). Soprattutto, all'interno del governo prevale un'impostazione assolutamente «mercatista», che recalcitra di fronte all'intervento pubblico per avviare una politica della casa diversa dall'attuale. Il massimo che si riesce a concepire è infatti il «recupero degli alloggi pubblici sfitti (pochissimi, ndr), autorizzazione ai comuni di acquisire alloggi da mettere sul mercato, verificare il complesso delle proprietà del Demanio, utilizzare gli immobili sequestrati alla mafia, rendere disponibili alloggi degli enti previdenziali». Nessuna intenzione invece di mettere in discussione la legge 431 (quella che abolì l'equo canone, scatenando la corsa verso il cielo degli affitti), né di rimpinguare un patrimonio pubblico massacrato da dismissioni e cartolarizzazioni. Nessuna risposta nemmeno alle proposte del Sunia: «introdurre la detraibilità dell'affitto dal reddito», per creare un «conflitto di interessi tra locatario e affittuario», e la «tracciabilità del pagamento», con l'obbligo di effettuarlo per assegno o bonifico (si azzererebbe o quasi il fenomeno dell'affitto «in nero»).
«Servirebbe un milione di alloggi», spiegano i comitati di movimento. Meno dei contratti di locazione che scadranno entro quest'anno, mettendo altrettante famiglie di fronte all'alternativa tra consegnare la propria busta paga al padrone di casa oppure lanciarsi nel «mercato delle occupazioni». Probabile perciò una manifestazione nazionale a maggio.
Le politiche seguite negli ultimi 20 anni hanno infatti privilegiato l'acquisto privato sul libero mercato, creando una quota enorme di popolazione indebitata con i mutui. Per chi è rimasto in affitto, il canone può arrivare a incidere fino al 60-70% dello stipendio. Una ricerca del Cresme - condotta per conto di Legacoop e Ancab - pubblicata proprio ieri, dimostra l'entità del fenomeno e il livello abnorme di redditività dell'investimento immobiliare in alcune aree (in certe città un nuovo immobile può rendere fino al 290%), visto che i costi di costruzione sono invece relativamente omogenei su tutto il territorio nazionale. Delude, in questo caso, la proposta: da ricercare «facendo i conti con il mercato», ma chiedendo alle amministrazioni locali di «far reinvestire» parte di questa redditività in aree e immobili da destinare all'emergenza abitativa.
Su eddyburg, il riferimento immediato è ai contributi più recenti diGiovanni Caudosul tema (f.b.)
PELLESTRINA. La Commissione di Salvaguardia blocca il progetto di realizzazione di un villaggio per 400 persone a Santa Maria del Mare, destinato agli operai chiamati a lavorare sui cantieri di prefabbricazione dei cassoni del Mose. Il progetto inviato in Commissione dal Magistrato alle Acque è stato immediatamente fermato - senza neppure passare al suo esame dettagliato - perché si riferisce a un intervento su cui alla Salvaguardia non è mai stata chiesta alcuna autorizzazione. Una questione particolarmente sofferta, questa, che aveva indotto anche il sovrintendente ai Beni Ambiwentali e Architettonici Renata Codello a scrivere di recente al sindaco di Venezia Massimo Cacciari e agli altri due sindaci dei Comuni di gronda, invitandoli in pratica a verificare la legittimità di quei cantieri visto che le autorizzazioni in materia paesaggistica sono di competenza della Commissione di Salvaguardia. Ma alla Commissione, il presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, i progetti sui cantieri del Mose non li ha mai inviati, sostenendo, in pratica, che si tratta di cantieri provvisori che hanno già avuto sia la Valutazione di impatto ambientale, soa quella di incidenza ambientale. Tuttavia, un qualche effetto l’iniziativa della Soprintendenza l’aveva subito prodotto, perché il Magistrato alle Acque aveva deciso di inviare i progetti, ma non alla Salvaguardia, ma alla Direzione Urbanistica e Beni ambientali della Regione per un parere paesaggistico. E’ prevista, tra l’altro, la realizzazione di una piattaforma di calcestruzzo di circa mezzo chilometro in mare, di fronte alla spiaggia di Pellestrina, in area Sic, di pregio ambientale, per la realizzazione dei 79 cassoni, di 150 metri per trenta ognuno. Ma per la realizzazione del villaggio degli operai dei cantieri - inizialmente previsto in Sardegna - il Magistrato alle Acque non ha potuto fare a meno di inviare il progetto alla Salvaguardia, che l’ha subito fermato, proprio perché relativo a interventi che non ha mai autorizzato. Sui cantieri «spostati» dalla Sardegna alle aree protette di Santa Maria del Mare sono stati presentati alla Procura quattro esposti, due dell’Ecoistituto, uno della Lipu e uno del Wwf. Come risulta dalle contestazioni del ministero, ma anche del Comune e della Soprintendenza, il progetto dei cantieri risulta infatti «difforme» da quello approvato tra grandi polemiche dalla commissione di Salvaguardia nella seduta del 20 gennaio 2004.
Anche il villaggio verrebbe a sorgere in un’area di pregio ambientale e prevede in una spianata a Santa Maria del Mare la realizzazione di prefabbricati dove andrebbero a vivere per alcuni anni gli operai del Mose, sino a lavori conclusi. Un villaggio che dovrebbe anche essere dotato di acquedotto, sistema fognario e impianto di depurazione. Ma ora il progetto è stato fermato e la palla torna al Magistrato alle Acque che dovrà decidere cosa fare. Il parere paesaggistico sui progetti dei cantieri da parte della Regione è di dubbia legittimità e per avere quello sul villaggio dalla Salvaguardia, il Magistrato dovrebbe tornare sui suoi passi, a cantieri già aperti.
Il villaggio è la premessa per la realizzazione dei cassoni di base del MoSE, la cui rfealizzazione è uno degli interventi devastanti nella Laguna deninciati da eddyburg
Non sarà più la città della Torre perché di torri ce ne saranno almeno quattro. E neppure la città del campanile pendente: tra un mese, nel quartiere di Ospedaletto, inizieranno i lavori per costruirne un altro ex novo, alto 57 metri e 60 centimetri, proprio come il capolavoro di Piazza dei Miracoli. Non avrà campane, questo clone postmoderno, e il baricentro sarà regolare e bilanciato. Eppure sarà «virtualmente storto» e grazie a un gioco architettonico di luci ed ombre l'osservatore lo vedrà pendere in un mix di realtà virtuale e miraggio metropolitano. Le altre due torri, da 45 metri ciascuna e senza alcuna analogia con il campanile del Bonanno, sorgeranno nel quartiere di Pisanova.
Insomma, tra meno di un lustro e con un investimento di 180 milioni di euro, Pisa cambierà look. I cantieri stanno per aprire e il costruttore siciliano Andrea Bulgarella parla di una rivoluzione. «Costruiremo appartamenti e torri in due quartieri — dice — e lo faremo con grandissima qualità come gli antichi costruttori. Abbiamo cercato i migliori progettisti al mondo. Ringrazio sindaco e comune per avermi dato questa possibilità».
La «Torre pendente 2» è stata firmata da Dante Oscar Benini, 60 anni, allievo di Carlo Scarpa, tra i più importanti architetti al mondo. Sorgerà a cinque chilometri a sud est da Piazza dei Miracoli e sarà il fulcro di Piazza del terzo Millennio.
«I primi due piani della torre saranno raggiungibili con una grande rampa a piani inclinati — spiega Benini — dove cittadini e turisti potranno passeggiare. Poi un ascensore porterà chiunque lo vuole sulla terrazza panoramica. E da qui sarà possibile vedere Piazza dei Miracoli e il campanile del Bonanno. Allegoria e realtà unite in un solo sguardo».
Secondo il progetto da 70 milioni di euro la nuova piazza dovrà assumere una connotazione commerciale. Nel nome dell'ecologia, però. «Per i due edifici da otto piani che saranno costruiti insieme alla torre, abbiamo scelto cementi fotocatalitici capaci di assorbire l'ossido di carbonio degli scarichi delle auto per trasformarlo in ossigeno — continua Benini —. Le facciate ottimizzeranno l'energia e in qualche modo produrranno caldo d'inverno e freddo d'estate. In tutti gli edifici saranno installate pompe di calore ecologiche che non emetteranno emissioni nocive».
Il tutto sarà coperto da una sorta di tendone di cristallo di cinquemila metri quadrati dalla doppia funzione: riparare le persone dalla pioggia e raccogliere l'acqua piovana in appositi pozzi per poi essere riutilizzata per gli scarichi sanitarie l'irrigazione del giardino.
Eppure, nonostante gli accorgimenti ecologici, c'è chi lancia accuse di scempio e di presunzione urbanistica. «Forse qualcuno ha avuto qualche colpo di sole e invece di Pisa ha creduto di trovarsi a San Gimignano o a Bologna dove le torri abbondano — ironizza Gioacchino Chiarini, preside di facoltà all'università di Siena e direttore del Laboratorio sul paesaggio del Centro Warburg Italia —. Progetti di questo tipo servono solo a distruggere l'identità di una città. Pisa e il campanile pendente vivono da secoli in osmosi, sono l'essenza della città. Sarebbe come costruire a Siena un'altra Piazza del Campo, oppure un altro Ponte Vecchio a Firenze. Se non fosse vero sembrerebbe una barzelletta». Preoccupato Fabio Roggiolani, consigliere regionale e leader dei Verdi toscani: «Quando ho visto il progetto mi è venuta in mente la Torre di Babele che sfida il divino. Come si fa solo a ipotizzare una somiglianza allegorica con Piazza dei Miracoli? Non solo è un capolavoro ma, lo dico da laico, è anche un simbolo religioso».
Il sindaco di Pisa, Paolo Fontanelli: «Piazza del Terzo Millennio è un progetto di grande qualità. Un'area artigianale e produttiva, come è quella di Ospedaletto, può allargare la dimensione e puntare anche ai servizi e all'attrazione».
Io ve l'avevo detto qualche settimana fa. S.O.S. da Milano, venite a salvarci. E voi: niente. Se volete ve lo dico in cinese!
Uno. Può seriamente Milano candidarsi all'Expo, scintillante vetrina del mondo, se non sa dove mettere 15 mila cinesi? Nel dubbio, raccoglie soldi con le multe ai cinesi.
Due. Il problema, a quanto pare, è spostare i cinesi che si ostinano ad avere i magazzini in una zona a ridosso del centro. La deportazione dei cinesi. Bisogna trovare un'area per l'ingrosso dei cinesi: qualcuno a Milano ha già gli occhi a forma di dollaro, e non è cinese per niente.
Tre. Generosamente il comune di Milano si offrirebbe di fornire l'area, ovviamente con «un introito alle casse dell'amministrazione». In cinese si legge così: ti rompo i coglioni finché non mi dai dei soldi.
Quattro. La città non è nuova alle deportazioni di massa. Dal centro alle periferie quando si è terziarizzato il centro. Poi il quartiere Garibaldi ha cacciato i poveri e si è fatto fighetto: una finta Parigi come può immaginarsela un cumenda milanese. La stessa pulizia etnica su base di reddito è prevista all'Isola, quartiere popolare che sarà grattacielizzato. Favelas e baraccopoli sono in aumento.
Cinque. Interessante risvolto mediatico: appena i cinesi si sono incazzati per una multa, i giornali si sono riempiti di Dragoni, Triadi, affari loschi, mafia cinese e spaventosi reati. Non so in Cina, non so a casa Moratti, ma a casa mia (Milano) questo si chiama criminalizzare.
Sei. I cinesi hanno valorizzato una zona che cadeva a pezzi pagando tanto e facendo lievitare i valori immobiliari. Ora non servono più: il metroquadro decinesizzato varrebbe il doppio.
Sette. Nonostante Milano sia saldamente in mano alla peggior destra da quattordici anni, per veder sventolare una bandiera rossa abbiamo dovuto aspettare qualche bottegaio cinese.
Allora, venite a salvarci o no? (e non dai cinesi).
Nota: qualche altro dato, su questo stesso problema, dal Sole 24 Ore, e le " origini storiche" della questione
Qui una cava. Lì un parcheggio. Lì una strada. E poi, appena fuori dei suoi confini, una lottizzazione. Sono molte le nubi addensate sui Parchi della Val di Cornia, un sistema di sei parchi gestiti da un’unica società nell’alta Maremma toscana, trecentosessanta chilometri quadrati di testimonianze archeologiche, musei, sopravvivenze minerarie e poi boschi e dune sabbiose che scorrono fra le colline e il mare, di fronte all’Elba. Ma a render le nubi più minacciose ecco che si avvicina l’uscita di scena del presidente dei parchi, Massimo Zucconi, architetto di Piombino, che guida la struttura da quando essa è nata, nel 1993. Negli ultimi anni Zucconi ha denunciato le scelte di alcuni Comuni, che pure furono gli artefici dei parchi e tuttora ne sono gli azionisti al novanta per cento.
La Val di Cornia ha sperimentato una formula unica in Italia: è gestita da una società mista, pubblico e privato, che dà lavoro a settanta persone alimentando un’industria turistica che accumula profitti e offre un’alternativa alla crisi della siderurgia abbattutasi negli anni Ottanta. Infine, altro dato unico, nel 2006 la società ha raggiunto il pareggio di bilancio, con un fatturato di 2 milioni di euro. Però, nonostante questo rosario di successi, Zucconi andrà via. Lo stabilisce una norma, approvata dai Comuni nel 2004, che limita a tre i mandati per i presidenti di questo tipo di aziende. Ma c’è chi vi scorge l’ombra della rimozione.
Zucconi critica una caduta d’attenzione sui temi della tutela. O, meglio, il tentativo di far convivere la tutela con interessi tanto pressanti quanto poco compatibili con un parco. Il Comune di Piombino, per esempio, vuole ampliare il parcheggio per la spiaggia della Sterpaia. Ma il parcheggio ampliato, spiega l’architetto, significa tanti più bagnanti e tanti più bagnanti mettono in pericolo il sistema dunale e la sua vegetazione. Sono stati investiti finora 25 milioni di euro, ma i Comuni con una mano spendono tantissimo per il parco, con l’altra - succede a Campiglia marittima - consentono che prosegua e anzi si intensifichi l’attività di una cava che incombe sui luoghi protetti. Nel 2006 ci sono stati due incidenti gravi: è esplosa una mina che ha proiettato pietre in aree nelle quali passeggiavano i turisti. Poco dopo un camion che trasportava un carico di mille quintali è uscito di strada ed è precipitato dentro il parco, provocando la morte del guidatore. La cava dovrebbe chiudere nel 2018, ma intanto sono state chiuse alcune parti del parco per motivi di sicurezza. Il sindaco di Campiglia, Silvia Velo, deputata ds, assicura che «la cava è a termine e che fino ad allora parco e cava possono convivere». Per Zucconi, invece, «il fronte della cava da decenni si sta ampliando». In un primo tempo la cava serviva solo lo stabilimento siderurgico di Piombino. Da qualche anno, però, i materiali possono essere anche venduti all’esterno. Il presidente della società privata che gestisce la cava è l’ex sindaco diessino di Campiglia. Un altro progetto preoccupa Zucconi, quello di una strada che transiterebbe dietro il promontorio di Piombino in un’area boscata e protetta. Una strada in quella posizione scatena, teme Zucconi, la crescita dei valori fondiari e quindi appetiti edificatori.
«Per Zucconi non si tratta di rimozione», replica Silvia Velo, «abbiamo deciso che quel tipo di incarichi deve avere un limite: vale per lui, ma anche per altri». E aggiunge che Campiglia, Piombino e Suvereto hanno appena adottato un piano regolatore comune «che rafforza il sistema dei parchi». «Voglio tranquillizzare tutti», insiste Gianni Anselmi, primo cittadino di Piombino, «non sono arrivati dei barbari che vogliono chiudere la Società dei Parchi. Ma non possiamo accettare il messaggio che si vuol far passare, cioè che tutto il bene sia nella Parchi e tutto il male nei Comuni». Ma le preoccupazioni di Zucconi sono condivise da Legambiente, Wwf e Italia Nostra e da alcuni dei progettisti del parco, come il geologo Giuseppe Tanelli e Riccardo Francovich, l’archeologo morto due settimane fa precipitando in un burrone vicino a Fiesole. La sua morte ha suscitato una fortissima emozione. Francovich è stato il promotore del parco archeo-minerario di San Silvestro minacciato dalla cava. Nel 1984 portò alla luce un villaggio medievale, la Rocca di San Silvestro, abitato da minatori e fonditori. Le sue ricerche hanno poi individuato una rete di pozzi scavati fin dall’età etrusca e dai quali veniva estratto un prezioso minerale. La scoperta indusse il comune di Campiglia a prendere una decisione coraggiosa: venne annullata la concessione di numerose cave e fu acquisita un’area di 250 ettari da destinare a parco.
Arrivarono finanziamenti europei. Ma il punto di svolta fu un altro. Negli anni precedenti Piombino e San Vincenzo avevano scelto di tutelare i loro territori, cancellando previsioni edificatorie imponenti. A Piombino saltarono due milioni di metri cubi nel bosco della Sterpaia. E quando sorsero duemila villette abusive, il sindaco, Paolo Benesperi e Zucconi, allora dirigente comunale, le fecero demolire. A San Vincenzo vennero cassati edifici per trecentomila metri cubi lungo la costa, consentendo la nascita del Parco di Rimigliano, progettato da Italo Insolera e Luigi Gazzola. Nel frattempo Carlo Melograni realizzò un piano regolatore comune per Piombino, Campiglia, San Vincenzo e Suvereto.
Erano anni di violenta aggressione contro le coste italiane. Ma in questo lembo di Maremma si scelse la tutela di un patrimonio naturale come occasione alternativa alla siderurgia in crisi. Nel ‘93 nacque la Società Parchi Val di Cornia: molti albergatori, ristoratori, gestori di stabilimenti sono diventati azionisti del parco e sono sorte nuove attività (circa una trentina, con un fatturato di 4 milioni di euro). Nel 2006 ottantacinquemila persone hanno visitato i parchi, il museo archeologico, il sito di Populonia (che in questi giorni ha ingrandito il suo territorio: qui ha scavato a lungo Francovich).
Ma negli anni sono cresciute le tensioni fra Zucconi e i Comuni. Un altro fronte polemico si è aperto a Rimigliano, nella tenuta di settecento ettari di proprietà privata non gestita dalla Società Parchi, ma confinante con il suo territorio. Qui fino al 1998 era previsto un albergo di cinquantamila metri cubi. Poi il progetto fallì. Ma il Comune ritiene comunque sia nel diritto della proprietà di costruire qualcosa: al posto dell’hotel potrebbero sorgere residenze sparse. E questo nonostante un parere contrario della Soprintendenza. «Il guaio dell’Italia di oggi è che quando una previsione edificatoria è in un piano regolatore nessuno riesce più a eliminarla, anche se la si ritiene sbagliata», lamenta Zucconi. «Una previsione non è una concessione edilizia, quello sì che è un diritto acquisito. Appena qualche decennio fa in questa parte della Toscana sono state stralciate fior di lottizzazioni. Ma ormai anche qui l’interesse immobiliare è enorme, i valori sono cresciuti a dismisura. E le resistenze si sono affievolite».
Sui Parchi della Val di Cornia vedi questa nota e i file collegati. Sul desiderio dei comuni di "liberarsi" di Zucconi vedi questo appello. E sui “diritti acquisiti" leggi questo documento.
Era noto, molte famiglie italiane se ne erano accorte: in Italia chi vive in affitto vive male. Ora un’indagine del Censis condotta per il Sunia e la Cgil e svolta con il metodo del campione telefonico a 5 mila famiglie in affitto, aggiorna e definisce anche il quadro socioeconomico di questo disagio.
1. I dati sulla consistenza confermano che nel mercato immobiliare italiano quello dell’affitto é un mercato marginale. Le famiglie in affitto rappresentano il 18,7%. Con valori più bassi ci sono l’Irlanda, la Spagna, la Slovenia, l’Ungheria. In Europa mediamente il mercato dell’affitto costituisce il 35-40% degli alloggi, il dato italiano si attesta, quindi, più o meno alla metà. Marginale é anche la quota degli affitti sociali, appena il 4,5%, qui la media europea é 4 volte tanto, il 21%.
2. Il forte incremento registrato dai canoni di affitto negli ultimi 7 anni: più 112,4% nelle città italiane con oltre 250 mila abitanti che diventa un +128,1% nelle sole città del Centro Italia. Incremento che, relativamente allo stesso contesto, misurato per il triennio 2003-2006 è del +25,9%. Si registra quindi un notevole incremento dei canoni che si é ulteriormente accentuato negli ultimi tre anni. In scadenza quest’anno ci sono altre decine di migliaia di contratti di affitto e il rischio é che, in assenza di interventi di calmieramento, questo trend sia destinato a crescere ancora di più.
3. La composizione socio economica delle 4 milioni 180 mila famiglie in affitto. Il 66% di queste famiglie sono monoreddito (la media nazionale é del 49%), il 76% ha un reddito fino a 20 mila euro. La composizione delle famiglie in affitto é per il 70,4% di 2/4 persone, ma c’é anche un 19,2% di famiglie monopersonali. Quasi un terzo dei capifamiglia ha come fonte di reddito la propria pensione (32,9%), mentre sono operai poco meno di 4 su 10 capifamiglia (39,6%). Infine, un quarto (25,1%) dei capifamiglia sono donne.
4. Incidenza del canone. Le famiglie con un reddito fino a 15 mila euro devono dare per l’affitto il 48% del reddito. Ma la spesa complessiva per la casa, ovvero il canone di affitto e le spese per le bollette, e il condominio, ammonta a 615 euro/mese (media nazionale) che sale a 760 euro/mese nelle città con oltre 250 mila abitanti. Pertanto l’incidenza della spesa per la casa sul reddito diventa per le famiglie con reddito fino a 10 mila euro, rispettivamente come dato medio nazionale e come dato medio relativo solo alle grandi città, del 62% e dell’86%. Per le famiglie con un reddito di 25 mila euro/anno l’incidenza del canone sul reddito é, se si vive in una grande città, di poco al di sotto del 40% (38,3%).
Il costo della casa al 2006, confrontato con i rilevamenti precedenti come quello dell’indagine Istat sui consumi delle famiglie (473 euro, dato 2003), registra un incremento che in tre anni é di circa il 30%.
Gli incrementi dei canoni di affitto se rapportati alla composizione sociale delle famiglie evidenziano come negli ultimi anni si sia prodotto un crescente squilibrio sociale, una erosione reale di reddito dalle fasce più deboli verso i ceti sociali più abbienti. Un travaso dai più poveri verso i più ricchi.
Una delle prime privatizzazioni é stata quella degli affitti, nel dicembre 1998 con la legge 431, governo d’Alema, fu abolito l’equo canone ma anche il regime dei patti in deroga. La convinzione era che liberalizzando i canoni il mercato si sarebbe autoregolato e avremmo avuto più offerta di alloggi in affitto e quindi più competizione e quindi più vantaggi per gli affittuari. Le cose come si vede dai dati sono andati in modo diverso (+112,4% di incremento in 7 anni).
Il prossimo 17 aprile si insedia il tavolo governativo sulla casa, composto da 5 ministeri e da un numero consistente di rappresentanze sindacali, associazioni di categoria, proprietà e imprese. Alcune associazioni di categoria, come il Sunia suggeriscono di ripartire proprio da qui: abolire la 431 e l’utopia del mercato libero e affermare invece il principio di porre un tetto ai canoni di mercato.
Con questo slogan beffardo si è scelto d'inaugurare lo scorso 31 marzo uno dei più grandi shopping center d'Italia. Una nuova cattedrale del consumo innalzata per ospitare 220 negozi, un cinema multisala, vari punti ristoro delle più famose catene multinazionali, un ipermercato e 7.000 parcheggi.
Nel disegno urbanistico concepito dall'amministrazione Veltroni esso dovrebbe svolgere una funzione di centralità metropolitana finalizzata alla riqualificazione della periferia, analogamente a quanto accadrebbe o starebbe per accadere in decine di aree disseminate nell'hinterland cittadino. Nel caso specifico la riqualificazione passa attraverso il consumo di 136.000 metri quadri di suolo sottratto al proprio contesto storico-culturale ed alla biodiversità, nonché attraverso la polarizzazione quotidiana di circa 40.000 persone, che si sposteranno lungo direttrici di traffico sprovviste di adeguato trasporto pubblico su ferro, quindi quasi esclusivamente sull'automobile.
Che cosa ci sia di ri-qualificante rispetto alla condizione precedente non è dato saperlo, ma tale è la mistificazione lessicale con cui il Comune di Roma conferisce pubblico decoro a scelte urbanistiche rispondenti solo a mere speculazioni private. Evidentemente in questi anni chi ha amministrato la città deve aver capito che il marketing pubblicitario applicato alla comunicazione politica può condizionare a lungo le opinioni ed il consenso della cittadinanza. E allora mediante un'instancabile opera di persuasione appoggiata dalle grandi testate giornalistiche della Capitale (di destra e di sinistra), si è creata un'immagine istituzionale idilliaca e buonista in cui concetti antitetici come crescita e solidarietà vanno a braccetto, dove la cultura è dispensata dai grandi eventi benedetti dalla Camera di Commercio, dove si approva un piano regolatore che si dice tuteli l'ambiente, mentre 15.000 ettari di territorio comunale vengono ricoperti di cemento. Un laboratorio politico ove si formano coalizioni vincenti che annoverano tra le loro fila ex fascisti fuoriusciti da An e Forza Italia (riuniti nella lista "moderati per Veltroni") insieme a tutto il centro sinistra fino a Rifondazione Comunista e ai movimentisti della lista Arcobaleno.
Un idillio che comincia a mostrare le sue falle man mano che, pezzo dopo pezzo, si porta a compimento l'espansione della città. Città il cui dissenso è stato finora confinato in sacche marginali prive di risonanza mediatica e di rappresentanza politica, costituite da associazioni e comitati di cittadini che resistono per difendere gli spazi verdi ad uso pubblico dalla cementificazione. Dove le periferie si dilatano consolidandosi come "non luoghi" i cui conflitti, privi di attenzioni istituzionali e giornalistiche, sfociano in vandalismo piromane e per dirla con Joseph Rickwert (urbanista polacco), in "violenza non mirata, generica, contro la noia della condizione suburbana".
Quali strade dunque portano a Roma Est? Se lo cominciano a chiedere schernite le decine di migliaia di cittadini andati a resiedere nei quartieri sorti accanto alle "centralità periferiche" dei mega store e rimasti intrappolati a causa dell'invasione automobilistica destinata a perpetuarsi ogni fine settimana. Coloro che stanno tempestando di mail le redazioni dei giornali, i quali li hanno prima sedotti con le pubblicità immobiliari, invitanti all'acquisto in complessi periferici "immersi nel verde", e poi abbandonati con la mancata realizzazione delle opere minime di urbanizzazione e mobilità da parte degli editori e finanziatori degli stessi (come prevede l'ubanistica contrattata tra Comune e costruttori).
Se lo è chiesto addirittura il sindacato dei vigili urbani che ha denunciato pubblicamente di esser stato costretto ad un lavoro improbo, sorvolando per un giorno intero con gli elicotteri il collasso automobilistico in cui si è trovato un intero quadrante urbano. Perfino il Consiglio del municipio ove ricade l'opera (l'ottavo) si è rammentato, ancorché una settimana prima dell'inaugurazione, di chiedere alla Giunta Comunale un rinvio dell'evento fino alla realizzazione di una dozzina di opere stradali (previste per un migliore e massiccio utilizzo dell'automobile) ancora non iniziate. La Giunta ha rassicurato che quei rimedi previsti dal piano regolatore e giustamente invocati dal consiglio municipale sarebbero stati in parte operativi per la data stabilita.
Così non è stato, ma si dovrà pur riconoscere alla classe politica capitolina di essersi dimostrata coerentemente inadeguata tanto nell'elaborazione, quanto nella realizzazione pratica delle proprie ricette.
Nota: qui il sito ufficiale dello shopping center Roma Est (f.b.)
A UN CERTO punto mi assale l´angoscia dell´infortunio, e non mi mollerà più. Paura di finire schiacciato sotto un blocco di tavole di ferro, quelle imbracate da una corda consunta che dal cortile vedo piombare giù dal settimo piano del ponteggio, e se perdi l´attimo, o ti distrai, o se una di quelle lastre che devi afferrare prima che tocchino terra si ribella alla morsa del moschettone, rimani sotto. Il terrore di venire travolto da una betoniera. Stritolato da un cavo d´acciaio. Che le braccia cedano, o semplicemente di scivolare dall´impalcatura dove mi fanno arrampicare anche se sono nuovo del mestiere.
Anche se calzo dei banali scarponi da montagna. Niente a che vedere con quelli antinfortunio, obbligatori. Non indosso nemmeno il casco. Un caporale, un calabrese duro e silenzioso, mi dice di tenerlo a portata di mano: «Magari arriva qualche ispettore, ma stai tranquillo, non ti guarda nemmeno». Lascio riposare il guscio in cima a una pila di assi di legno. Dovrò caricarle su un camion, assieme a quintali di altro materiale.
Da buon manovale bado solo a lavorare, a guadagnarmi, in nero, i miei 3 o 4 euro l´ora. Per dieci ore fanno 30-40 euro. Pagamento dopo 50 giorni. La prima settimana di prova, spesso, è gratis. Inizi in cantiere alle sette dal mattino, finisci, sfatto, alle cinque, sei del pomeriggio. Un massacro. Niente documenti, sicurezza zero. Alla fine del mese devi pure pagare la mazzetta: 300 euro al caporale che ti ha dato lavoro. Per mantenere il posto. A Milano, in una settimana da operaio abusivo, caporali e capomastri conoscono a malapena il mio nome. In un caso solo perché me lo chiede un collega marocchino. Sulla trentina, magro, sdentato, quasi sempre alterato dall´alcol. Amil è uno dei pochi che in sette giorni si prenderà il disturbo di farmi coraggio. «Non è il massimo, ma è sempre meglio che rubare o spacciare», biascica in un italiano incerto mentre a bordo di un furgone raggiungiamo un cantiere alla periferia di Novara. Ne ho conosciuti tanti come Amil. Schiavi. Con loro ho condiviso e subìto il ricatto dei caporali. Gente spietata che nei cantieri della Lombardia spreme migliaia di braccia. In barba a ogni regola e a ogni diritto.
A Milano e provincia, dei 120 mila operai edili (il 42,3 per cento sono immigrati stranieri, nel 2000 erano solo il 7,1), 60 mila sono in nero: la metà. Tutti gestiti dai caporali. È manodopera fantasma, soprattutto straniera e clandestina. Ricattabile. Chi non è in regola col permesso di soggiorno, si deve accontentare. Fa cose da bestia, che gli italiani rifiutano. Sono albanesi, egiziani, marocchini, romeni, tunisini. E sudamericani. Italiani pochi: stanno quasi sempre in cima alla piramide. Impresari. O, appunto, mercanti di braccia. Ti reclutano all´alba e ti scaricano nei cantieri dove rischi la vita per pochi spiccioli, e se ti fai male ti lasciano lì in strada. Mai visto, mai conosciuto. Nemmeno al pronto soccorso puoi andare. Altrimenti metti nei guai chi ti ha assunto. E perdi il posto. «Tra il manovale e il caporale c´è un rapporto esclusivo. Tu devi parlare solo con lui, non fare domande sul dove e il come e per conto di quale impresa dovrai lavorare - spiega Marco Di Girolamo, della Fillea, il sindacato edile della Cgil - a fine mese gli devi dare la mazzetta, da 200 a 300 euro. La consegna del denaro avviene a cielo aperto. Oppure, in base all´accordo tra ditte e caporalato, il pizzo è trattenuto alla fonte: fai 250 ore, e te ne pagano solo 200».
Il mercato degli uomini inizia quando il sole sta ancora sotto la linea dell´orizzonte. Alle 5 del mattino siamo già tutti qui, in piazzale Lotto. Schiavi e padroni. Chi cerca lavoro nero, e chi lo offre. I primi sciamano sul prato, aspettano seduti sulle panchine, sotto le pensiline degli autobus. I volti stropicciati dal sonno, zainetti e sporte di plastica con dentro il rancio: pane egiziano, formaggi cremosi da spalmare, riso, kebab in scatola, bibite dolciastre, molto gassate, birra, bocconi di carne speziata. Gli scarponi induriti dalla calce, i camicioni larghi di lana, gli invisibili dell´edilizia attendono l´arrivo dei caporali. Piazzale Lotto è uno dei luoghi dove tutte le mattine all´alba si svolge la contrattazione per una giornata di lavoro in cantiere. Le altre filiali sono piazzale Corvetto, piazzale Maciacchini, piazzale Loreto, le fermate della metropolitana di Bisceglie, Famagosta, Inganni. La stazione Centrale, quella di Sesto Marelli. Per essere qui alle 5 centinaia di uomini scendono dal letto anche due ore prima. Sono giovani immigrati che l´inedia spinge a elemosinare un lavoro massacrante. Il contratto nazionale di categoria prevede 173 ore al mese, 8 ore al giorno per 5 giorni settimanali. I caporali te ne fanno fare in media 250, sabato compreso. Tutelato da niente e da nessuno.
Inserirsi nella filiera del caporalato non è difficile: bastano una modesta prova di recitazione, un paio di scarponi, jeans sdruciti, giubbotto e un cappellino con visiera. Ecco i primi gruppetti intorno all´edicola di piazzale Lotto. «Cerco lavoro, a chi posso chiedere?» Mi dirottano prima su un egiziano, poi su un marocchino, un albanese, infine un ucraino. Italiani, a quest´ora, neanche l´ombra. Arrivano più tardi, al volante di mezzi di ogni tipo. Utilitarie, station wagon, pick-up, monovolume. Vecchi e nuovi furgoni. L´unico sveglio è l´autista. «Fino a un mese fa facevo il magazziniere, poi la ditta ha chiuso. Chi è il capo?": mi faccio coraggio fendendo un cerchio umano a due passi dalla fermata della 91. «Intanto vai da quello là con il giaccone nero». È un calabrese, sulla quarantina. Viene da Buccinasco. Lancia Ypsilon sporca di fango. «Da dove vieni?». «Bergamo. Però vivo qui, a Bonola». «Che cosa fai?» «Magazziniere, qualche trasloco, ma adesso sono fermo». «Edilizia, mai?» «Mai». «Oggi ti va bene, ho uno malato che è rimasto a casa. Però ti dico subito... Lavorare duro senza fare storie, la paga è di 3,50 euro all´ora, finiamo alle cinque, e se succede qualcosa, affari tuoi». Il contratto si chiude con una pacca sulle spalle.
Un´ora dopo siamo a Monza. Lo scheletro ponteggiato di una palazzina. Salvatore ci scarica lì. Sta incollato al telefonino. Controlla. «Un lavoratore regolare per l´impresa ha un costo di 22 euro l´ora. La metà rimane tra l´impresa appaltatrice e quella subappaltante. La parte restante la intasca il caporale - spiega ancora Di Girolamo - La quantità di evasione fiscale contributiva ammonta a 6 miliardi di euro all´anno». Una bella fetta di Finanziaria.
Nel cantiere monzese ci sono nove operai: cinque noi (due soli in regola), quattro di un´altra squadra. Mentre all´ultimo piano un giovanissimo muratore albanese getta il calcestruzzo nelle casseforme e un collega marocchino lo assesta con un pestello, io ne trasporto dell´altro. Prima con una carriola, poi in secchi stracolmi, facendo acrobazie tra i correnti del ponteggio. Un piano è sprovvisto di parapiedi. Mancano anche le "mantovane", le barriere anti caduta sassi. Una pioggerella sottile ha reso scivolose le pedane d´acciaio e il rischio di cadere nel vuoto è altissimo. «Veloce! Veloce!», grida il caposquadra. Esige il minimo (per lui) rendimento. Che a me sembra l´impossibile. Alle 17, esausto, chiedo a Salvatore se per favore può anticiparmi la paga giornaliera. Lui temporeggia. Si capisce che la richiesta è inusuale. Eppure sono solo 35 euro, per dieci ore di lavoro. «Soldi? Fra 50 giorni - mi gela - nell´edilizia funziona così, bellooo!».
In Italia il settore edile dà lavoro a 1 milione e 200 mila operai. 600 mila sono regolari o mezzi regolari (in "grigio": su 250 ore mensili solo 80 vengono messe in busta paga); gli altri 600 mila sono in nero. Provo rabbia. Lo sfruttamento lo senti prima nella mente, poi nei muscoli. Vorresti scappare. Prima di scivolare da un´impalcatura e spaccarti la testa. Secondo le stime ufficiali Inail nel 2006 nei cantieri italiani sono morti 258 operai (la Lombardia conserva il triste primato con 46 vittime), il 35 per cento in più rispetto al 2005. Gli infortuni sono stati 98 mila. Ma il sommerso è enorme. I manovali clandestini, i "fantasmi", si fanno quasi sempre male in silenzio. Persino quando perdono la vita.
Ogni giorno della settimana, con il caporale prendo appuntamento per il giorno dopo. E puntualmente lo disattendo. Ricevo telefonate da altri a cui ho lasciato un numero di cellulare. «Allora ci vediamo domani alle 6 a Famagosta». «Porta guanti e tenaglia, alle 6.15 in piazzale Loreto». Lavoro ce n´è. Il secondo e il terzo giorno sono sotto un egiziano. Ponteggi. Cantiere tra Milano e Pavia. Freddo cane. Un collega tunisino, Aziz, è appena guarito dopo un ferita alla testa. «Mi hanno detto che se andavo in ospedale non dovevo farmi più vedere». Arriviamo in autobus in corso Lodi. Ci aspetta la monovolume del capo. Rashid, un marcantonio del Cairo. «Ti dò 3 euro, 4 se sei svelto.... « è la prima cosa che dice. Fino a qualche anno fa il caporalato edile era appannaggio esclusivo degli italiani. Oggi è diverso. Egiziani, albanesi, romeni stanno riproducendo tale e quale il meccanismo dello sfruttamento. Da schiavi sono diventati padroni. Godono tutti di una sostanziale impunità. In Italia lo schiavismo sui cantieri non è (ancora) reato. Il 16 novembre scorso il Consiglio dei ministri ha presentato un disegno di legge, che ora dovrà essere discusso da Camera e Senato, che introduce il reato di caporalato.
A giudicare dall´esito delle due giornate di cottimo a Rashid credo di non essergli sembrato troppo svelto. Non mi paga, se voglio continuare, lo farà, pure lui, tra cinquanta giorni. Eppure la mia parte l´ho fatta. Tre piani di ponteggio smontati. Tra cavalletti, tavole, botole, correnti di ogni foggia e dimensione, sono in tre, lassù, in cima all´edificio. Sgobbano come muli. Mi fanno scivolare giù la roba con corde e carrucole. A ritmo incessante. Il tempo di sganciare il materiale dall´imbracatura, impilarlo sul camion, e altro carico precipita dai piani alti. «Così non va», mi rimprovera il capo squadra, anche lui egiziano. Sa che sono un novizio. «Vai su, sgancia quei correnti e passali a lui». 17 anni, boliviano, le guance segnate dalla prima peluria. Niente casco, niente guanti. A quest´ora dovrebbe essere a scuola, invece è qui a giocarsi la vita per 40 euro. Non fiata, esegue. A mezzogiorno consumiamo un pranzo frugale dentro una baracca di lamiere. Riscaldata, per fortuna, da una stufa elettrica. Una bottiglia d´acqua passa di bocca in bocca. Poi ognuno addenta il suo rancio. «Un mese fa - racconta Aziz - mi è caduto un corrente del ponteggio sulla testa, sono sceso dal ponteggio tutto insanguinato. Ha visto anche la gente del palazzo. Adesso sto bene», sorride.
Mezz´ora e siamo di nuovo con la schiena piegata sulle passatoie di ferro. Sono le quattro del pomeriggio, ho già la mente all´alba del giorno dopo. Altro sfruttatore, altro viaggio, altro sudore, altri soldi che non vedrò mai. Altri clandestini che si spaccano le braccia per ingrossare il conto corrente dei caporali e delle imprese lombarde che vogliono tutto, e subito. Calpesterò fango a Lissone, a Novara, infine in quella valle Seriana nella bergamasca dove un tempo l´edilizia era considerata un´eccellenza. Tutto sarà uguale al primo giorno di lavoro. Anzi peggio. L´edilizia, oggi, è diventata terra di predoni e di oppressi ridotti in cattività. A volte lasciati morire in silenzio. Come scrive Andrea Camilleri ne "La Vampa d´agosto". «... è caduto dall´impalcatura del terzo piano... Alla fine del lavoro non si è visto, perciò hanno pensato che se n´era già andato via. Ce ne siamo accorti il lunedì, quando il cantiere ha ripreso il lavoro... Forse, pinsò Montalbano, abbisognerebbe fari un gran monumento, come il Vittoriano a Roma dedicato al Milite Ignoto, in memoria dei lavoratori clandestini ignorati morti sul lavoro per un tozzo di pane».