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Dal 1982 in Francia è obbligatoria la redazione di un’analisi costi-benefici per la valutazione della fattibilità dei progetti infrastrutturali, che però nella maggior parte dei casi non è stata condotta. Questo mio articolo non ha la pretesa di rappresentare l’ultima parola sulla questione della linea ferroviaria alta velocità tra Torino e Lione, tuttavia tenta di proporre un’analisi basata su dati di partenza interamente esplicitati e che possono essere criticati e, se del caso, modificati. (1)

Il traffico

Oggi, il traffico passeggeri fra Torino e Lione che si distribuisce fra i tunnel stradali del Monte Bianco e del Fréjus e quello ferroviario del Moncenisio è pari a circa 2,5 milioni di persone l’anno. Il traffico merci assomma a 37 milioni di tonnellate e avviene prevalentemente su strada (1,5 milioni di mezzi pesanti per anno a fronte di un traffico ferroviario pari a 220mila vagoni). Negli ultimi dieci anni il traffico su strada è rimasto invariato, quello ferroviario è diminuito del 25 per cento.

Quale potrebbe essere il traffico della linea alta velocità nei prossimi trent’anni? Dipende da numerosi fattori: dalla crescita economica di Francia e Italia, dalla relazione fra crescita e domanda di trasporto, dal prezzo degli spostamenti e da altre condizioni di contorno.

Ipotizziamo che, per quanto riguarda i passeggeri, la nuova linea attragga il 50 per cento del traffico esistente e che faccia emergere un "traffico indotto" pari al 30 per cento di quello attuale: si determina così un traffico di 2 milioni di passeggeri all’anno. Per quanto concerne le merci, ipotizziamo che la linea Av attragga un quarto del traffico attuale e generi un traffico aggiuntivo pari al 10 per cento di quello esistente: si avrebbe così un flusso di 13 milioni di tonnellate. Si tratta di una stima generosa: in Francia il Tgv è un concorrente temibile dell’aereo, ma non dell’auto e non si danno casi di nuove linee ferroviarie che abbiano attratto quote significative di trasporto merci su gomma. Ipotizzando un tasso di crescita del 2 per cento all’anno, a 25 anni dall’apertura della linea Av si avrebbero 3,3 milioni di passeggeri e 21,3 milioni di tonnellate di merci.

I benefici per gli utenti

Il risparmio di tempo per i passeggeri con la linea Av può essere stimato pari a 2 ore, equivalenti a 4 milioni di ore per anno. Assumendo pari a 17 euro il valore di un’ora, si determina un beneficio annuo di 59,5 milioni di euro. Per il trasporto merci, ipotizzando un analogo risparmio di 2 ore per transito e un valore del tempo di 31 euro per ora, si stima un beneficio annuo di 28,7 milioni. Considerando anche il surplus del traffico indotto si ha un beneficio economico complessivo pari a 106,7 milioni di euro l’anno.

Le esternalità

Per quanto concerne l’inquinamento atmosferico, il costo ufficiale delle esternalità è pari a 0,1 euro per 100 auto-km e a 0,6 per 100 veicoli pesanti-km. Ipotizzando, assai generosamente, che la percorrenza su strada evitata sia pari a mille km per veicolo si determina una riduzione dei costi esterni pari a 1,35 milioni di euro per le auto e a 2,78 milioni per i veicoli pesanti. Tali valori vengono incrementati rispettivamente del 10 e del 110 per cento per la tratta (circa 100 km) percorsa nelle vallate alpine. Il beneficio in termini di riduzione di inquinamento atmosferico è quindi di 4,4 milioni di euro per anno.

Facendo ancora riferimento ai dati ufficiali, si può inoltre stimare un beneficio di circa 10 milioni di euro per la riduzione delle emissioni di Co2. Il beneficio in termini di riduzione degli incidenti stradali è dell’ordine dei 16 milioni di euro.

Oltre a tali ricadute positive in termini di impatto ambientale e di sicurezza occorre considerare la riduzione della congestione stradale? La risposta è negativa. L’attuale livello di traffico nei tunnel del Fréjus e del Monte Bianco è largamente inferiore alla capacità, si può dunque prevedere che anche in presenza di una sua crescita del 2 per cento nei prossimi venticinque anni, il traffico nei trafori continuerà a svolgersi con un buon livello di fluidità.

Stima dei costi e dei benefici

Sulla base dei dati sopra descritti, si possono stimare benefici complessivi pari a 136,7 milioni di euro per il primo anno di esercizio, di cui 106,7 rappresentano risparmi di tempo e i restanti 30 milioni sono da correlarsi al minor impatto ambientale e alla riduzione di incidenti nel trasporto su strada. S’ipotizza che tali benefici aumentino, proporzionalmente alla crescita traffico, del 2 per cento per anno nei quarant’anni seguenti.

Per quanto concerne i costi, poiché l’opera sarà realizzata totalmente a carico della finanza pubblica, occorre moltiplicare l’investimento (16 miliardi di euro che s’ipotizza, senza averne la certezza, comprensivo del materiale rotabile) per il costo opportunità dei fondi pubblici, stimato in Francia pari al 30 per cento. Si giunge così a un costo complessivo di 20,8 milioni. Per analogia con la linea del Tgv nord, s’ipotizza un costo di esercizio annuo pari al 2,67 per cento dell’investimento, ossia 427 milioni di euro per anno (i dati sono riassunti nella Tabella 1).

Debito e disavanzi per molti anni

Adottando un tasso di attualizzazione pari al 4 per cento, si determina un valore attuale netto del progetto negativo, pari a -25 miliardi di euro. I costi superano i benefici per ciascun anno di vita utile del progetto. Non è dunque possibile quindi un saggio di rendimento interno che eguagli costi e benefici.

Il bilancio appare dunque disastroso: un Van di -25 miliardi di euro significa uno sperpero di risorse della stessa entità. I benefici del progetto sono tali da non compensare neppure i costi di esercizio.

Dunque, non solo il debito aggregato degli Stati italiano e francese aumenterà di 16 miliardi, ma la gestione dell’opera andrà ad accrescere il loro deficit per i successivi quaranta anni.

Tabella 1 – Benefici e costi per l’anno di apertura all’esercizio della linea (Milioni di €)

Benefici socio-economici:

Risparmio di tempo: +88

Surplus per il traffico indotto: +18

Benefici esterni

Minor inquinamento atmosferico: +4

Minori emissioni di Co2: +10

Minore incidentalità stradale: +15

Costo d’esercizio: -427

(1) Per tutte le assunzioni si rimanda alla versione integrale dell’analisi contenuta nell’allegato.

Voilà qui est Rémy Prud'Homme

«Il Consorzio Venezia Nuova è un concessionario unico che è il controllore di se stesso. Un monopolio che non ha più ragione di esistere, che rischia di portare a gravi illiceità. E il Magistrato alle Acque sembra ormai lo zerbino del Consorzio». Il senatore Felice Casson interroga il suo ex collega magistrato, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. Ponendogli in termini piuttosto duri la questione della concessione unica. Abolita dalla legge 109 del 1994 e poi dalla 206 del 1995. Ma per il Mose ancora valida.

Un testo piuttosto duro, quello depositato ieri a Palazzo Madama dall’ex pm veneziano. Che di procedure se ne intende, e ora chiede ai ministri Antonio Di Pietro (Infrastrutture), dell’Ambiente (Alfonso Pecoraro Scanio) e dell’Università (Fabio Mussi) di rispondere urgentemente in aula alle sue domande. «La concessione unica al Consorzio Venezia Nuova», scrive Casson, insieme alla presidente della commissione Ambiente del Senato Anna Donati e al senatore dei Ds Edo Ronchi, «dovrebbe ritenerei revocata per effetto della legge 206 del 1995». L’articolo 6 bis di quella legge prescriveva infatti l’abrogazione dei due commi della Legge Speciale (il terzo e quarto dell’articolo 3 della legge speciale del 1984), ritenendo salvi gli atti adottati e gli effetti prodottisi».

«Ma la legge è stata aggirata», accusa l’ex magistrato, che da pm aveva anche indagato sul Consorzio, «tramite la stipula di nuove convenzioni, surretiziamente formalizzate come atti aggiuntivi all’originaria concessione del 1991». Questo nonostante siano mutati i componenti e le imprese del Consorzio, con la capofila Impregilo che ha ceduto le sue quote alla padovana Mantovani. Contro questa situazione venne presentato un reclamo di Italia Nostra, ma il richiamo è stato archiviato. E intanto «il Consorzio resta nella sua posizione di monopolio, creando tutte le condizioni per essere il controllore di se stesso». Non basta, perché secondo il senatore, «in questa situazione vengono condizionate le istituzioni dello Stato come ad esempio il Magistrato alle Acque, ridotto a pochissime unità attive, oltre che il mondo produttivo e quello dellea ricerca, nonché le forze socili e amministrative».

Insomma, una situazione, continua Casson «ormai messa al bando da ogni ordinamento del mondo occidentale perché contrasta con i più elementari principi di trasparenza. Situazione non più accettabile perché genera un vulnus gravbissimo nell’ambito della concorrenza e del rispetto della legalità». E’ necessaria dunque una separazione tra controllori e controllati, soprattutto nell’attività di monitoraggio e controllo.

Una tesi sostenuta anche dal sindaco Massimo Cacciari all’ultimo Comitatone. Ieri sera ospite della trasmissione di Beppe Severgnini a Sky, Cacciari ha ribadito la sua contrarietà al progetto Mose. «Costa 4 miliardi e 200 milioni di euro, e ha assorbito tutte le energie per la salvaguardia», ha detto, rilanciando l’ipotesi delle alternative e delle modifiche al progetto. Alternative che erano state bocciate dopo una valutazione negativa del Magistrato alle Acque e del suo concessionario unico, il Consorzio Venezia Nuova.

Qualcuno lo predica da anni. Si veda, ad esempio, Luigi Scano 1985 , eddyburg 2004, eddyburg 2006 , Luigi Scano 2006 .

Testo elaborato per il Seminario "Area metropolitana milanese: criticità sociali e alternative possibili per una nuova dimensione civile", tenutosi a Milano il 5 maggio 2007 per iniziativa della Federazione milanese del Partito della rifondazione comunista.

La ricerca procede per domande. Così ho pensato di articolare l'argomentazione a partire da domande, sperando che la mia curiosità scientifica incontri la vostra e che le risposte, in questa sorta di autointervista, siano all’altezza dei quesiti.

Il termine metropoli è di origine greca. Che differenza corre fra la metropoli antica e quella contemporanea?

Prima dell'età contemporanea sussisteva un limite: una soglia dimensionale percepita come misura necessaria, prima ancora che fosse imposta dalla realtà.

Nella Grecia antica l'espressione metropoli significa letteralmente «madre di città». A promuovere la nascita di nuovi organismi urbani è appunto il concetto di limite: una soglia dimensionale volta essenzialmente a conservare i rapporti comunitari, ovvero la ragione costitutiva dell'organismo urbano: ciò che Aristotele chiama «amicizia» come «scelta deliberata di vita comune» [1], condizione per «una vita pienamente realizzata e indipendente» [2]. Ippodamo da Mileto fissa la dimensione ideale a 10.000 cittadini, mentre per Platone il limite da non superare è ancora più basso: 5.040, un numero ritenuto «abbastanza grande per mettere la Città in condizione di difendersi dai suoi vicini o di aiutarli in caso di bisogno ma abbastanza ristretto perché potessero conoscersi tra loro e scegliere con cognizione di causa i magistrati» [3].

Una logica non diversa è seguita dalla libera associazione delle città-stato etrusche che Carlo Cattaneo definisce «vivajo di città» [4].

Non mancano, è pur vero, in età antica come in quella moderna, realtà che, nel segno della potenza, inseguono l’accrescimento dell'aggregato urbano. Giovanni Botero nel suo Delle cause della grandezza e magnificenza delle città (1588) non può non fare riferimento al caso di Roma. I Romani, egli sostiene, «stimando che la potenza (senza la quale una città non si può lungamente mantenere) consiste in gran parte nella moltitudine della gente, fecero ogni cosa per aggrandire, e per appopolar la patria loro» [5]. I fatti diedero loro ragione, dice Botero: è la maggiore grandezza demografica a consentire a Roma di riprendersi dopo pesanti sconfitte in battaglia. Ma lo stesso autore della Ragion di stato, richiamati anche altri casi di notevole accrescimento delle «communanze d’uomini», arriva alla conclusione che esiste un momento in cui la crescita si arresta [6]

Spaziando su un ampio quadro storico, Botero passa in rassegna i fattori che concorrono alla crescita delle città: l’autorità; la forza; il piacere offerto dalla bellezza del sito e dall’arte, a cominciare da quella del costruire; la «commodità» e la salubrità; la «virtù nutritiva» della campagna; la facile accessibilità e il ruolo cardinale negli scambi commerciali; l’estensione del dominio politico; la religione; la possibilità di «poter più comodamente e allegramente attender a gli studi»; la presenza delle istituzioni di governo e dell’«amministrazione della giustizia»; l’esistenza di un’industria florida; la «franchezza dalle gabelle»; e, infine, l’essere luogo di «residenza della nobiltà» e ancor più del principe. Un elenco assai esteso e apparentemente senza gerarchia da cui il consigliere di Carlo Borromeo trae però una sintesi: decisivi nell'accrescimento delle città sono, a suo dire, «la virtù attrattiva» (data da quella che oggi chiameremmo la qualità del vivere) e la disponibilità di «nutrimento e sostegno» ottenuta «o dal contado […] o da paesi altrui» [7]: una valutazione che oggi verrebbe collocata sotto il criterio della sostenibilità.

Ed è appunto qui che la contemporaneità segna una rottura. Come il modo di produzione capitalistico di cui è espressione e da cui è inscindibile, la metropoli contemporanea nasce all’insegna del superamento di ciò che precedentemente vincolava e limitava gli organismi urbani, compresi quei fattori che potevano portare a drastici ridimensionamenti, quando non alla morte della città. La metropoli è un organismo più resistente perché si alimenta delle differenze producendone di nuove [8], a cominciare dalle diversificate opportunità di investimento e di valorizzazione del capitale. Opportunità che, quando non possono essere fornite dal territorio su cui la città ha storicamente esercitato la sua influenza, vengono reperite altrove estendendo vieppiù le trame relazionali, visibili e invisibili.

Nei rapporti fra contesti ciò si traduce in nuovi legami di dominanza e dipendenza, mentre il riprodursi e l'estendersi delle disparità investe inevitabilmente la topografia sociale, ovvero la dislocazione spaziale dei ceti che compongono la società.

Quando prende avvio la vicenda della metropoli contemporanea?

Nel caso milanese i primi semi sono gettati già a metà seicento quando la campagna a nord della linea dei fontanili inizia a fare concorrenza alla città, bloccata dal dominio delle corporazioni. Fra sette e ottocento, quando ormai il capitalismo si afferma come modo di produzione dominante, quei semi cominciano a dare frutti consistenti, anche se inizialmente poco vistosi: il diffondersi capillare di un lavoro a domicilio nella tessitura per produzioni destinate al mercato; il sorgere di filande per la lavorazione della seta in ogni villaggio e infine la comparsa delle prime industrie concentrate lungo i corsi d'acqua (a cominciare dalle filature del cotone, integrate in seguito dalle tessiture; con sviluppi analoghi, anche se minori, in altri comparti tessili) [9].

La prima differenza a essere messa a frutto in modo nuovo è dunque quella fra città e campagna. Da statici, i rapporti fra le due realtà si fanno dinamici: un susseguirsi di azione e reazione in una nuova divisione del lavoro e con inedite assunzioni di ruolo sia da parte della campagna della piccola affittanza che da parte della città: processi destinati a cambiare i caratteri di entrambe.

Si tratta pur sempre della somma di città e campagna. Dove sta la novità?

Come la pila voltiana produce energia elettrica da due metalli (per es., rame e zinco) mediante l'aggiunta di un conduttore umido, così la metropoli contemporanea non è riducibile alla semplice sommatoria di città e campagna: è una realtà nuova che nasce dalla messa a frutto della diversità di potenziale dei due contesti, a cominciare dai diversi costi di riproduzione della forza lavoro. In questo caso il “conduttore umido” è, ça va sans dire, il mercato.

Le rivoluzioni nei trasporti e nella velocità fanno ovviamente la loro parte nel favorire l'intensificarsi e l’estendersi delle nuove relazioni.

Da allora quali sviluppi ha conosciuto il nuovo organismo?

La necessità di nutrirsi di differenze ha portato ad ampliare il raggio di azione e di influenza dei fulcri metropolitani. Lo sviluppo si è fatto travolgente arrivando a configurare il mondo intero come un reticolo gerarchico di metropoli fra loro in competizione.

Che conseguenze sui modi di concepire l’abitare e di configurare l’habitat?

Nella metropoli matura la mobilità dei fattori della produzione e le relazioni asimmetriche regolate dal mercato finiscono per avere la prevalenza sui legami verticali: le relazioni terra-cielo (il legame religioso) e il radicamento alla terra, che fino ad allora avevano contrassegnato il modo di abitare e di trasformare il mondo.

Se i vincoli regolatori indicati da Botero sono saltati, che ne è delle idee di organicità e di equilibrio?

Riferito agli aggregati insediativi, il termine organico può bene indicare i caratteri degli insediamenti – città, borghi, villaggi – strutturati e dimensionati su relazioni comunitarie. Dante Alighieri nel Convivio indica quattro livelli di organizzazione del convivere tra loro necessariamente concatenati: la famiglia, la vicinanza (la contrada, il quartiere), la città e lo stato [10]. La triade casa, quartiere, città è lo schema ordinatore della convivenza civile negli aggregati urbani in Europa fino a quando la metropoli matura non mette in discussione il principio organico con il disgregarsi delle relazioni storiche e le inedite manifestazioni fisiche che la caratterizzano (conurbazioni e slabbramenti degli abitati). Fino ad allora le relazioni comunitarie e l'identità condivisa si sono strutturate secondo due livelli integrati: il quartiere (o sestiere) e la città. È da questa duplice struttura relazionale che la città cristiana ha preso corpo e forma.

Che ne è dell'equilibrio a scala territoriale?

Su questo è interessante seguire Carlo Cattaneo. Il grande studioso coglie nel segno quando, per il caso italiano, mette l'accento sull’«intima unione [della città] col suo territorio» [11]. È meno convincente quando attribuisce a tale unione la prerogativa di «persona politica» [12] e di « stato elementare, permanente e indissolubile» [13] facendone il riferimento cardinale del suo progetto politico federale.

Eppure – si obbietterà – il Cattaneo è uno dei pochi che, ai suoi tempi, sa interpretare aspetti rilevanti delle radicali trasformazioni di cui è spettatore. È vero; ma l'autore della Città come principio ideale non vede, o ignora volutamente, come già ai suoi tempi le nuove relazioni economiche e territoriali abbiano l'effetto di scardinare un assetto consolidato da secoli, se non da millenni: un sovvertimento dei quadri relazionali che rende già allora impraticabile il suo progetto di una nazione costruita dal basso, attraverso un mosaico «equabile» di «stati elementari» [14]. Già nei primi decenni dell’ottocento, oltre al già richiamato cambiamento di segno dei rapporti città campagna, a travolgere gli equilibri precapitalistici interviene l'instaurarsi di un nuovo rapporto gerarchico fra le città.

Solitamente quando si dice metropoli si intende “grande città” e comunque raramente il termine viene usato in riferimento a un periodo antecedente al novecento. Ciò che lei e Graziella Tonon sostenete nei vostri scritti esce da tale uso comune del termine metropoli…

È questione di intendersi sulle definizioni, evitando soprattutto di cadere nelle trappole che si nascondono nelle ambiguità terminologiche.

L’assunzione di un metro quantitativo – in particolare la crescita dell'edificato – ha portato più di uno studioso a identificare nel secondo dopoguerra del novecento il periodo in cui in Italia fa la sua comparsa la metropoli [15]. Si tratta di un errore non meno grossolano di quello che colloca la rivoluzione industriale in Italia a partire dal periodo giolittiano.

Identificare la metropoli contemporanea con la “grande città” o con la cosiddetta “megalopoli” facendo riferimento ai soli aspetti fisici e funzionali– il gigantismo, le conurbazioni, la selezione delle funzioni – oscura il tratto distintivo del nuovo organismo: i suoi caratteri relazionali. Per capirci: ci possono essere città relativamente piccole che pure si pongono precocemente come fulcri di relazioni metropolitane estese (è il caso di Milano), e città di dimensioni assai maggiori la cui trama di relazioni metropolitane è al confronto più debole. In più di un caso il gigantismo urbano nasce dalla debolezza dell’hinterland. E questo accade non solo nel cosiddetto “terzo mondo”.

In che rapporto stanno allora città e metropoli?

Considerare città e metropoli come sinonimi finisce per avvalorare un uso improprio del termine città. Poco male se ciò non concorresse a rimuovere un problema cruciale. E cioè che la metropoli contemporanea tende a porsi contro la città. Nel senso che tende a un superamento della città per quanto concerne non solo i tratti fisico-funzionali ma anche le sue stesse ragioni costitutive. I processi molecolari alla base del fenomeno metropolitano tendono infatti a mettere in discussione il carattere peculiare dell'organismo urbano: il suo essere – per usare parole di Giandomenico Romagnosi, il maestro di Carlo Cattaneo – «una vera persona morale, avente una cert’anima con un certo corpo, mossa da particolari circostanze di un dato tempo, di un dato luogo, e con determinate esterne relazioni» [16].

Va anche detto, a scanso di equivoci, che non si tratta di un processo inevitabile: il carattere di «persona morale» degli aggregati insediativi può essere fatto rivivere mettendo in atto forti contromisure di rilancio dell’urbanità, come da diversi anni le municipalità più accorte stanno facendo in Europa.

Allo stesso tempo si parla molto di “città contemporanea”, di “città diffusa”…

Mai come negli ultimi decenni la parola città è stata usata in modo improprio. Non si è però potuto fare a meno di affiancarla con un aggettivo, come appunto nell'espressione "città diffusa", o in quella più recente di "città infinita"; locuzioni dove, a ben guardare, l’aggettivo nega il sostantivo. Siamo di fronte a una delle tante operazione di edulcorazione a cui ci ha abituato il mondo d’oggi e che servono a mascherare la realtà.

Che cosa si nasconde in questo caso?

L'assenza di qualità urbana. In tanta ricchezza individuale è venuta avanti una nuova povertà sociale sia nei caratteri architettonici dei luoghi sia nei quadri relazionali.

Cosa possiamo intendere per qualità urbana degli insediamenti e delle relazioni?

Facendoci anche qui aiutare dal Romagnosi, possiamo definire tale qualità come «spirito di socialità civile» [17] che si fa tangibile tanto nella civitas (il corpo sociale) quanto nell' urbs (la città fisica). Uno spirito che, perché venga mantenuto, richiede di essere continuamente rinnovato.

Perché è utile attivare uno sguardo di lungo periodo sulle vicende della città e della metropoli?

La prospettiva di lungo periodo può aiutare a capire meglio tratti persistenti della società, dell'ethos e delle mentalità, come anche il permanere di alcune linee di forza che agiscono nelle trasformazioni di cui siamo spettatori.

Per rimanere al contesto lombardo, c'è una relazione fra la dimensione relativamente piccola di una città come Milano – per non dire delle altre città lombarde – e il percorso compiuto dalla Lombardia fino ad agganciare le regioni più industrializzate. Tale percorso si distingue per un elevato grado di ruralità della forza lavoro industriale mantenuto su un lungo arco storico. Nella fascia intermedia della regione la popolazione della campagna più densamente popolata d'Europa è stata mobilitata su scala vastissima da una molteplicità di soggetti imprenditoriali che hanno accollato i costi di formazione dell'armatura industriale all'ambiente rurale.

La traiettoria seguita, certamente lunga e tortuosa, si è rivelata appropriata alle sfavorevoli condizioni di partenza (scarsa disponibilità di materie prime e di fonti energetiche; grave ritardo sul terreno tecnologico; debolezza finanziaria e imprenditoriale, aggravata dalla propensione redditiera del ceto possidente). Ruotando parassitariamente attorno alla famiglia-azienda della piccola affittanza dell’altopiano, si è dapprima potuto dare vita a un esteso basamento produttivo nel campo tessile (seta e cotone in primo luogo); quindi, quando grandi e medie industrie si sono addensate nelle immediate periferie urbane, è ancora l'altopiano – ormai non più definibile come semplice “campagna” – a dare un apporto decisivo con la sua vasta riserva di forza lavoro.

Si possono a questo punto elencare le peculiarità della metropoli milanese sul lungo periodo:

- il consolidarsi nei membri della famiglia-azienda rurale di un’idea dell'abitare come radicamento e orgogliosa indipendenza. È una conseguenza del fatto che l'habitat rurale dell'altopiano ha potuto essere percepito come centrale rispetto a molteplici opportunità di lavoro, almeno per tutto il percorso che va dalla condizione contadino-industriale a quella industriale-contadina, a quella decisamente industriale (con sbocchi significativi anche verso il lavoro indipendente),

- il relativo contenimento delle migrazioni interne e dell’urbanesimo. È un carattere legato al radicamento di cui si diceva: senza di esso, vista la forte concentrazione di attività industriali, l'inurbamento sarebbe stato assai maggiore;

- il precoce e intenso sviluppo del pendolarismo imperniato sull’area centrale della metropoli. Si tratta di un fenomeno che non ha l'eguale per ampiezza non solo in Italia ma nemmeno in Europa;

- il freno posto alla rendita immobiliare per una lunga fase. È un effetto dei tre caratteri prima richiamati. Una tale limitazione è andata a tutto vantaggio di uno sviluppo produttivo ad alta intensità di lavoro [18]: un modello che a lungo andare mostrerà tutti i suoi limiti;

- la complessità dell’apparato produttivo e delle relazioni. A questo si lega un tratto identitario di Milano-città venuto in particolare evidenza negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso: il suo carattere aperto e sincretico, la sua capacità di assimilare e metabolizzare.

C’è infine una peculiarità del quadro regionale: sia pure con il prevalere del contesto milanese, processi di tipo metropolitano hanno interessato anche i poli urbani di corona (Varese, Como, Lecco, Bergamo e Brescia). Da cui il configurarsi di un sistema originale di metropoli a grappolo[19].

Molti insistono sul policentrismo lombardo. È una definizione adeguata a definire i caratteri insediativi della regione?

L’elevatissimo addensamento di popolazione e attività della fascia intermedia rende la realtà lombarda più complessa di quanto non dica la formula che vuole la regione come un sistema policentrico. Se storicamente la fitta presenza di città e di borghi assume le caratteristiche di un reticolo policentrico, non si può ignorare che questa trama è a sua volta 'annegata' in un sistema insediativo precocemente diffusivo, cresciuto poi a dismisura con l'espansione travolgente del dopoguerra.

Il boom del trasporto su gomma e l'estendersi massiccio della rete stradale hanno favorito un processo espansivo/diffusivo che è andato ad aggiungersi e spesso a travolgere la già fitta struttura insediativa rurale. A partire dai primi anni settanta del novecento, l'espulsione di oltre mezzo milione di abitanti da Milano (a cui si sono aggiunti quelli fuoriusciti dalle piccole e medie città) ha favorito oltremodo questa tendenza, alimentando un sprawl di vastissime proporzioni che non sembra affatto essersi placato.

Se questo è a grandi linee il quadro, il riferimento al "policentrismo" appare più l’esplicitazione di un’intenzione progettuale: un obiettivo condivisibile in linea di principio, ma che, se portato avanti senza fare i conti con processi ormai consolidati, rischia di essere sterile, come ogni fuoriuscita dalla realtà. Con lo slogan del "policentrismo" proposto ad ogni piè sospinto, in verità, si 'cacciano sotto il tappeto' gli effetti devastanti dello sprawl: il fatto che si è venuta costituendo un’immensa periferia metropolitana, sia pure mitigata dal resistere in parte della trama policentrica storica.

Fra i sedimenti di questo modello insediativo e strutturale ce ne sono anche di natura politica?

Spicca, su tutti, il permanere, lungo lo sviluppo della metropoli, di una relativa ‘invisibilità’ di consistenti componenti operaie: prima le forze lavorative polverizzate nei villaggi e nelle cascine; poi, con il decollo della città industriale, gli operai pendolari [20]; infine quel vasto comparto di lavoratori che nella situazione attuale subisce tutti gli effetti di un'atomizzazione e di una precarietà che ricordano, per certi aspetti, quelli della lunga fase di decollo. Una condizione che, ben diversamente dal modello delle banlieu parigine, favorisce lo stemperarsi dei conflitti sindacali e sociali. Poco male o addirittura bene (a seconda dei punti di vista), se una tale condizione non impedisse a un’importante componente della società di autorappresentarsi e di vedere riconosciuto il suo apporto alla produzione di ricchezza.

Che caratteri presenta la “periferia metropolitana” nel contesto milanese?

Nell’ultimo mezzo secolo è rilevabile un legame strutturale fra due periferizzazioni: quella della residenza e quella dei posti di lavori nel secondario. L’una appare funzionale all'altra: il decentramento di popolazione ha determinato un'offerta di forza lavoro a cui la piccola industria e l’artigianato hanno potuto agevolmente attingere (con l’effetto di un sistema di rapporti casa-lavoro in larghissima misura affidati al mezzo di trasporto privato). Un circolo vizioso in cui il "piccolo è bello" mostra tutti i suoi limiti nel contesto internazionale.

A ciò si aggiunge l'alto costo individuale e sociale di un modello insediativo e relazionale dove gli elementi negativi superano, e di molto, quelli positivi di un tempo.

Un cenno merita infine il decentramento per poli che ha caratterizzato il terziario: un fenomeno insediativo i cui difetti maggiori stanno nell'essere affidato pressoché esclusivamente al mezzo di trasporto privato, con pesanti conseguenze sulla congestione del traffico che una accorta programmazione avrebbe potuto evitare.

Facciamo un passo indietro. Come si è reso possibile per Milano il passaggio alla condizione di città industriale?

Per spiegare il «grande scatto» che si determina fra la fine dell'ottocento e il primo decennio del novecento, più di uno storico ha messo l'accento sugli importanti elementi di rottura: il costituirsi della banca mista; l'affermarsi nella siderurgia della produzione a ciclo continuo e integrato; la disponibilità di una nuova fonte energetica, l'idroelettrica, che per la prima volta non vede l'Italia svantaggiata; l'ingresso nelle produzioni nuove (elettromeccanica e automobilistica); il raggiungimento di nuove economie di scala ecc. Se l'importanza di questi fattori è tale da avallare la tesi che «[...] i primi anni del nuovo secolo [furono] una vera e propria fase di “rivoluzione”» [21], ciò non deve impedire di vedere le due rivoluzioni che l'hanno preceduta e che sono rilevabili non solo e tanto attraverso misurazioni macroeconomiche, ma anche tenendo conto di diversi altri processi, a partire da quelli molecolari, e da quelli non meno decisivi sul terreno delle infrastrutture e delle strutture commerciali e finanziarie. Si possono richiamare brevemente (in parte li abbiamo già visti):

1. la penetrazione del mercato anche nei più isolati casolari (Carlo Cattaneo);

2. la capacità del capitale di dar vita a mercati del lavoro anche sotto il permanere formale di un lavoro indipendente;

3. il mutamento dei comportamenti demografici della famiglia-azienda della piccola affittanza, portata a riprodurre in abbondanza forza lavoro per il mercato;

4. il radicarsi di una cultura industriale e il costituirsi di vivai imprenditoriali e di propensioni all'investimento nell'industria;

5. l’apporto fornito dall'infrastrutturazione territoriale, in particolare da una rete di trasporti su ferro notevole sia a scala regionale (una fitta rete di ferrovie e tramvie) sia a livello internazionale [22];

6. infine tutto ciò che, con i trasporti, ha concorso a fare di Milano una piazza di mercato e un centro finanziario di primaria importanza, quantomeno in Italia.

Della prima rivoluzione – la formazione di una fitta intelaiatura produttiva nelle campagne – si è già detto. Quanto alla seconda – il superamento dell’impossibilità di far attecchire in città le attività industriali – un apporto rilevante è venuto da un incentivo fiscale: l'esenzione del circondario esterno dai dazi sui beni di consumo. È infatti il determinarsi della condizione che Carlo Cattaneo ha definito di «porto franco» [23] a favorire il concentrarsi, a stretto contatto con la città storica, di opifici, magazzini e popolazione (una compagine umana composita, alimentata sia dai ceti deboli espulsi a ondate successive dal cuore della città sia da masse crescenti delle famiglie di giornalieri e braccianti provenienti dalle campagne della Bassa irrigua, altra grande riserva di forza lavoro).

Come si ridisegna il quadro insediativo con il «grande scatto»?

Le maggiori concentrazioni industriali si appoggiano per lo più al sistema policentrico delle città a cui fa capo la rete ferroviaria principale. In pochi altri casi – Legnano, Sesto San Giovanni, Saronno ecc. – è l'industria stessa a precedere la formazione di insediamenti urbani, cambiando radicalmente il quadro di vita di borghi o villaggi agricoli. Il sistema ferroviario rimane comunque il supporto obbligato per le successive espansioni del metalmeccanico e del chimico, fino a che il mezzo privato su gomma e le spinte al decentramento non sono intervenuti a cambiare in senso diffusivo le opportunità localizzative.

A un certo punto la riserva di forza lavoro delle campagne della provincia e della regione non basta più. Quando si verifica il coinvolgimento massiccio di altri territori?

Già tra le due guerre si ha un primo ricorso a immigrazioni dal Veneto e dal Meridione. Ma, com'è noto, sono gli anni del miracolo economico (1956-62) a segnare una vera e propria rottura degli argini con le immigrazioni che hanno per origine privilegiata il Meridione. A rompersi è ovviamente anche il delicato equilibrio che aveva consentito a Milano di rimanere una città relativamente piccola rispetto alla notevole quantità di energie umane e materiali che utilizzava e metteva in moto.

Se il boom delle produzioni dei beni di consumo di massa (auto, elettrodomestici ecc.) ha portato a una sostanziale riconferma dell'armatura industriale formata dalla prima industrializzazione “pesante” (sia pure con nuove ramificazioni), la maggiore novità nel quadro insediativo è data dal riprodursi della periferia metropolitana: una urbanizzazione quasi totale delle campagne a nord di Milano, con tracimazioni verso le altre direzioni.

Il processo è stato esaltato da due fatti: 1) la nuova immigrazione si è configurata come trasferimento stabile di interi nuclei famigliari; 2) gli immigrati attivi non hanno occupato solo nuovi posti lavoro ma hanno innescato una vasta funzione sostitutiva delle forze di lavoro già presenti nella produzione.

Nel giro di meno di un decennio, dalla metà degli anni settanta alla metà del decennio successivo, la città industriale conosce un collasso verticale. Come si spiega un fenomeno di tale portata che nessuno ha saputo prevedere?

La ragione di fondo è semplice: nel giro di pochi lustri si sono annullate le differenze nei costi di riproduzione della forza lavoro che avevano costituito il motore della metropoli. A produrre tale annullamento l’innalzamento dei valori della rendita fondiaria anche nell’hinterland, esito del dilagare della colata di cemento e della infrastrutturazione stradale capillare.

Allo stesso tempo il balzo in avanti della rendita ha messo drasticamente in discussione la localizzazione urbana di molti complessi industriali (peraltro ormai scarsamente competitivi), con un vasto processo di chiusura o di decentramento di molte unità produttive nelle aree periferiche della metropoli e al di fuori di esse. Ne sono venute sintesi geografiche nuove con il persistere di alcune teste di ponte direzionali e finanziarie nella città e il dispiegarsi di molti cicli produttivi (auto, elettronica, chimica ecc.) su scala mondiale.

Negli ultimi decenni il decentramento a lungo raggio (in particolare verso i paesi dell’Est-Europa) ha investito diversi altri comparti, in una logica che vede quelle regioni occupare il posto un tempo riservato alle campagne della regione: un coinvolgimento di natura prettamente metropolitana.

Tutto questo non ha però portato affatto alla sparizione della produzione industriale dalla Lombardia. Si è al contrario verificato il proliferare di unità produttive polverizzate a cui lo sprawl insediativo ha fornito un humus ideale.

Torniamo a Milano. Attraverso quali trasformazioni è passato l'organismo urbano lungo la fase di avvio e sviluppo delle metropoli contemporanea?

Semplificando si possono individuare cinque fasi:

1.l’ascesa della città borghese. È l'epoca che Carlo Cattaneo ha chiamato della «magnificenza civile» [24]. La scelta della borghesia di eleggere il contesto urbano a teatro in cui legittimare anche sul piano culturale la propria egemonia fa del bene alla città. In questo Milano è al passo dei migliori processi riqualificazione urbana che interessano l'Europa;

2.la formazione della città duale. Con la crescita della città industriale si delinea una chiara distinzione, insieme funzionale e sociale, fra la città interna alle mura spagnole e il circondario esterno. La borghesia a questo punto sogna un modello insediativo e relazionale in cui «La grande industria fa sentire alla città i suoi benefici effetti, ma non è localizzata nella città stessa» [25]. Nel contempo vive la realtà del circondario come una minaccia alla sicurezza e appronta progetti urbanistici per rompere quello che considera un assedio.

La “città duale” è però anche il terreno di crescita di una dialettica politica inedita fra le componenti sociali e ciò contribuisce a fare di Milano un laboratorio politico della moderna democrazia nel nostro Paese;

3.l’affermarsi della città corporativa. È il risultato del perseguimento di una rigida struttura piramidale nella società e nella topografia sociale: una gerarchia classista che trova il suo culmine nel fascismo, i cui interventi di ingegneria sociale, realizzati attraverso pesanti operazioni sul corpo urbano, lasciano il segno;

4.il passaggio dal completamento del disegno corporativo alla dissoluzione della città industriale. Gli elementi distintivi di questa fase si possono schematicamente così riassumere: l'inasprirsi e poi il ridursi progressivo della dialettica sociale; l'avvio di un gigantesco esodo di popolazione; infine, la perdita di identità urbana, mal nascosta dal fiorire di vacui slogan (la "Milano da bere", MiTo ecc.);

5.la fase attuale, dominata dallo strapotere immobiliarista e che vede Milano in ritardo sul terreno del rinascimento urbano. C’è un divario abissale fra quello che si fa a Milano e i migliori esempi di rilancio della qualità urbana che da tempo interessano importanti città europee (Barcellona, Parigi, Madrid ecc.). Né i progetti in cantiere si dimostrano all’altezza di questo delicato passaggio storico.

Per concludere: quali problemi travagliano la metropoli milanese e quali proposte si possono avanzare per un miglioramento delle condizioni di vita?

La metropoli matura sembra la puntuale dimostrazione di quanto, già nei primi anni trenta del novecento, Robert Musil aveva intravisto: «c’è un aumento di potenza che sbocca in un progressivo aumento d’impotenza […]» [26].

Il contesto milanese è particolarmente segnato da patologie sia sul fronte della sostenibilità ecologica sia su quello della sostenibilità sociale. Ne indico tre, su cui rilevanti paiono le responsabilità della pubblica amministrazione (a tutti i livelli):

1.l’elevato consumo di suolo. Il carattere strutturale dello sprawl appare ulteriormente sancito dal fatto che la maggior parte delle amministrazioni locali ha nel consumo di suolo una fonte di finanziamento che consente di far quadrare i bilanci (disastrati anche da sprechi e inefficienze). Si è stabilito un nefasto meccanismo fiscale che rende gli enti locali cointeressati alla distruzione del paesaggio. È un legame che va tagliato, uscendo dalle dichiarazioni di principio di cui sono pieni i documenti di pianificazione territoriale a tutti i livelli;

2.la dissipazione di energie legate allo sprawl e a inefficienze nel sistema della mobilità, con pesanti conseguenze in termini di costi sociali e di competitività del sistema economico. A dispetto della prospettiva che, un secolo fa, con la conquista delle otto ore sembrava a portata di mano, non siamo diventati più ricchi, se per ricchezza intendiamo il tempo a disposizione per coltivarci. Ci ha pensato la metropoli contemporanea, con il suo assetto spaziale e relazionale, a occupare una parte crescente delle ore assegnate sulla carta al loisir. Abitare è diventato un lavoro: le economie di scala delle grandi concentrazioni di attività in logiche extra e anti-urbane – commercio, divertimento, lavoro – sono pagate dall' homo metropolitanus in termini di tempo. Lo stesso vale per l'altra faccia della medaglia: la dispersione della residenza. Si è istituito un baratto tacito e obbligato: io ti do delle opportunità - sconti sui prezzi dei beni di consumo e della casa - e tu, per goderne, ci metti il bene più prezioso di cui disponi: il tempo. Il prezzo, manco a dirlo, è pagato in modo inversamente proporzionale al reddito.

Che fare? Le scelte urbanistiche devono porre un alt alla dispersione. Allo stesso tempo vanno compiuti interventi incisivi volti a ridurre la mobilità obbligata e comunque il tempo bruciato dall'inefficienza della macchina metropolitana;

3.crisi della qualità urbana dei luoghi e delle relazioni sociali e il parallelo esplodere dei problemi della sicurezza. Il prezzo più alto è la rinuncia alla città. A pagarlo, in prospettiva, sono tutti i ceti sociali. Per una massa crescente di persone abitare equivale ormai a usufruire di una rete trasportistica che connette contenitori di funzioni. Il tra - lo spazio fra i contenitori - quando non è occupato dalla rete o custodito da quel che rimane dell'agricoltura è terra di nessuno. Ancora mezzo secolo fa il mondo umanizzato era fatto di luoghi e di paesaggi concepiti per accogliere la vita individuale e sociale: teatri che avevano il carattere di interni a cielo aperto. Questa condizione è ora progressivamente erosa. E, per mitigare l'inospitalità dei contesti metropolitani, si predispongono dei simil-luoghi e delle simil-città: quel che basta per dare una parvenza di libertà alla simil-vita.

Contro questo processo urge il rilancio dell’ urbis coltura (oltre che dell'agri coltura). L'esistenza della città è particolarmente minacciata da fenomeni di segmentazione e ghettizzazione sociale che conoscono una nuova virulenza. È la strada su cui tragicamente si sono incamminate le "città" del Sud-America: la disgregazione delle gated communities, ormai vere e proprie isole armate. Occorre che ci opponiamo con tutte le forze al realizzarsi di una simile prospettiva.

[1] Aristotele, Politica, III, 9, 1280 b, in Aristotele, Opere, vol. IX,Politica, Trattato sull’economia, Laterza, Roma-Bari 1991, p 88.

[2] Ivi, III, 9, 1281 a, Aristotele, Politica cit., pp. 88-89.

[3] G. Glotz, La Cité grecque, Michel, Paris 1928, trad. it. La città greca, Einaudi, Torino 1955, p. 39.

[4] C. Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lombardia, Milano 1844, ora anche in Id., Notizie naturali e civili su la Lombardia - La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, a cura di F. Livorsi e R. Ghiringhelli, introduzione di M. Talamona, presentazione di E. A. Albertoni, Mondadori, Milano 2001 (a cui nel séguito si riferiscono le citazioni), p. 65.

[5] G. Botero, Delle cause della grandezza e magnificenza delle città, Roma 1588, ora in Id., Della ragion di Stato - Delle cause della grandezza delle città, a cura di C. Morandi, Cappelli, Bologna, p. 375.

[6] «Non si creda alcuno [...] ch’una città vada senza fine crescendo. Egli è in vero cosa degna di considerazione, onde nasca che le città giunte a certo segno di grandezza, e di potenza, non passino oltre; ma, o si fermino in quel segno, o ritornino indietro». Ivi, p. 376.

[7] Botero, Delle cause cit., passim.

[8] Cfr. G. Consonni, G. Tonon, La fabbrica delle differenze. Note su genesi e sviluppo della metropoli contemporanea, in «Q.D. Quaderni del Dipartimento di Progettazione dell’architettura», a. III, n. 3, settembre 1985, pp. 11-14.

[9] Un quadro sintetico di questi processi è tracciato in G. Consonni, G. Tonon, La terra degli ossimori. Caratteri del territorio e del paesaggio della Lombardia contemporanea, in Aa. Vv., Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Lombardia, a cura di D. Bigazzi e M. Meriggi, Einaudi, Torino 2001, pp. 51-187. Cfr., inoltre, Id., Alle origini della metropoli contemporanea, in Aa. Vv., Lombardia. Il territorio, l’ambiente, il paesaggio, vol. IV, Electa, Milano 1984, pp. 89-164.

[10] «a la [vita felice] nullo per sé è sufficiente a venire sanza l’aiutorio d’alcuno, con ciò sia cosa che l’uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non può. E però dice lo Filosofo [Aristotele] che l’uomo naturalmente è compagnevole animale. E sì come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, così una casa a sua sufficienza richiede una vicinanza [quartiere o sestiere]: altrimenti molti difetti sosterebbe che sarebbero impedimento di felicitade. E però che una vicinanza [a] sé non può in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e fratellanza con le circonvicine cittadi; e però fu fatto lo regno». Dante Alighieri, Convivio [1304-1307] IV, IV.

[11] C. Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, in «Il Crepuscolo», a. IX, nei fasc.: 42, 17 ottobre 1858, pp. 657-659; 44, 31 ottobre 1858, pp. 689-693; 50, 12 dicembre1858, pp. 785-790; 52, 26 dicembre 1858, pp. 817-821, ora anche in Id., Notizie naturali cit., p. 239.

[12] Ivi, p. 198.

[13] Ibidem.

[14] È un paradosso che, con Graziella Tonon, ho già messo in rilievo in riferimento agli scritti del Cattaneo sulla Lombardia. Vedi Consonni, Tonon, La terra degli ossimori cit. (in part. il capitolo Lo squilibrio microfisico ovvero l’ingannevole equilibrio della Lombardia cattaneana, pp. 72-92). Cfr. inoltre il mio La città di Carlo Cattaneo, in «Contemporanea. Rivista di storia dell’Ottocento e del Novecento», a. VI, n. 2, aprile 2003, pp. 383-387.

[15] Si tratta di una opinione divenuta “senso comune” in un largo settore della pubblicistica prodotta da architetti e urbanisti italiani in questo dopoguerra, parallelamente alla “scoperta” della dimensione intercomunale della pianificazione. Nel convegno sul tema La nuova dimensione della città. La città regione, tenutosi a Stresa il 19-21 gennaio 1962 (Ilses, Milano 1962), Carlo Aymonino, ad esempio, sostenne che in Italia tra le due guerre «[...] la dimensione della città era ben lontana dall'assumere proporzioni metropolitane [...]» (Da una sintesi dell'intervento ad opera di Giancarlo De Carlo, ivi, pag. l82); ma di citazioni analoghe di potrebbe riempire un volume.

[16] G. Romagnosi, Della ragione civile delle acque nella rurale economia […] , in Id., Della condotta delle acque e della ragione civile delle acque. Trattati di Giandomenico Romagnosi riordinati da Alessandro De Giorgi, vol. V, Perelli e Mariani, Milano 1842-1843, p. 1200.

[17] Ivi, p. 1201.

[18] Cfr. G. Consonni, G. Tonon, Casa e lavoro nell’area milanese. Dalla fine dell’Ottocento al fascismo, in «Classe», a. IX, n. 14, ottobre 1977, pp. 165-259 e Id., Milano: classe e metropoli tra due economie di guerra, in Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Anno Ventesimo, 1979-1980, Feltrinelli, Milano 1981, pp. 405-510.

[19] Cfr. Id., La terra degli ossimori cit., in part. le pp. 162-171.

[20] Rinvio al mio Dalla città alla metropoli. La classe invisibile, in Aa. Vv., Milano operaia dall’800 a oggi, a cura di M. Antonioli, M. Bergamaschi, L. Ganapini, Cariplo-Laterza, Milano 1993, vol. I, pp. 19-36.

[21]L. Cafagna, La formazione di una “base industriale” fra il 1896 e il 1914, in Aa. Vv., La formazione dell'Italia industriale, a cura di A. Caracciolo, Laterza, Bari, 1977 (1969), p. 124

[22] Il capoluogo lombardo può assurgere a un ruolo di caposaldo logistico dei flussi commerciali fra l’Italia e il Centro Europa grazie alle scelte operate sui trafori ferroviari: dapprima quello del Gottardo (1882), scelto in alternativa ai tracciati per il Lucomagno e per lo Spluga, e poi quello del Sempione (1906) che, scelto, a sua volta, in alternativa al Monte Bianco, privilegia ulteriormente Milano rispetto a Torino negli scambi con la Francia.

[23]C. Cattaneo, Sui dazi suburbani di Milano. Lettera (III), ne «Il Diritto», 7 settembre 1863, ora anche in Id, Scritti sulla Lombardia, a cura di G. Anceschi e G. Armani, Ceschina, Milano 1971, vol. I, p. 440.

[24] C. Cattaneo, Sul progetto d’una piazza pel Duomo di Milano, ne «Il Politecnico», a. I, fasc. III, marzo 1839, ora in Id., Scrittisulla Lombardia cit., vol. II, p. 653.

[25] G. Colombo, Milano industriale, in Mediolanum, Vallardi, Milano, 1881, vol. III, p. 51. Cfr. V. Hunecke, Cultura liberale e industrialismo nell'Italia dell'Ottocento, in “Studi Storici”, a. XVIII, n. 4, ottobre-dicembre 1977, pp. 23-32. Cfr. Consonni, Tonon, La terra degli ossimori cit., in part. le pp. 118-127

[26] R. Musil , Der Mann ohne Eigenschaften, vol. I, Rowohlt Verlag, Berlin 1933, trad. it.: L’uomo senza qualità, vol. I, Einaudi, Torino 1982 (1a ed. 1957), p. 147.

Premiano la rendita al di là di ogni aspettativa

Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, nelle dichiarazioni alla stampa (Sole/24 ore, 21.3.07; Repubblica/Affari e finanza, 26.3.07) seguite all’accordo con il Comune di Milano sulle prospettive di riutilizzo edificatorio degli scali ferroviari in dismissione (circa 1.500.000 metri quadri) stima che i proventi dell’operazione vadano dai 600 agli 800 milioni di euro. “Non è possibile indicare la cifra esatta – egli sostiene – perché dipenderà dai parametri minimi e massimi di edificabilità che saranno assegnati a ciascuna area”.

Tuttavia, nel luglio 2005 i rispettivi predecessori al vertice di FS e del Comune, Elio Catania e Gabriele Albertini, in un protocollo d’intesa antesignano dell’attuale accordo, dichiaravano che avrebbero applicato a quelle aree il modello utilizzato per il riuso dell’area dell’ex Fiera di Milano: bene, se c’è qualcosa che quel modello ci ha chiaramente insegnato è che non si possono utilizzare le aspettative di reddito dei proprietari fondiari per determinare le volumetrie edificabili nel riuso delle aree in dismissione.

Nel riutilizzo dell’ex Fiera (circa 250.000 mq), la Fondazione proprietaria dell’area, per sua stessa dichiarazione, puntava a realizzare 250 milioni di euro, ciò che, ai prezzi usuali con cui veniva remunerata la rendita fondiaria a Milano (300 euro/mc ossia 900 euro al mq edificabile), richiedeva l’edificabilità di circa 800-900 mila mc, cioè una quantità circa doppia di quella ammessa dall’indice attribuito dal Comune alle altre aree in dismissione (0,65 mq/mq).

Infatti, la Variante che il Comune ha graziosamente concesso a Fondazione Fiera (notoriamente monopolizzata nei suoi vertici dalle nomine di osservanza ciellina fatte dalla Regione) ha attribuito, senza nessun criterio ragionevolmente giustificabile, un indice di edificabilità quasi doppio (1,15 mq/mq) di quello di tutte le altre proprietà fondiarie in riuso.

La cosa più stupefacente è che quando, nell’offerta pubblica di vendita condotta da Fondazione Fiera, gli aspiranti acquirenti hanno offerto più del doppio (523 Milioni di euro) di quanto la proprietà fondiaria dichiarava di aspettarsi, il Comune ha ritenuto che quell’assurda ed ingiustificata quantità edificatoria fosse comunque un diritto ormai acquisito dalla proprietà, la quale si è tenuta ben stretto il surplus realizzato a scapito della qualità insediativa dell’ambito urbano.

Si possono dimezzare gli indici

Vi è, tuttavia, un insegnamento positivo da trarre da questa brutta vicenda, caratterizzata dall’atteggiamento di sudditanza del Comune verso Fondazione Fiera e l’organizzazione che la dirige (non così i cittadini, che continuano a difendere da sé i propri diritti con i ricorsi amministrativi in atto) ed è che essa costituisce la prova provata che nelle trasformazioni urbane di grande dimensione e lungo periodo i grandi investitori finanziari sono disposti a remunerare la rendita fondiaria circa il doppio che negli interventi a breve e di più modesta dimensione (probabilmente non credendo affatto ai ventilati allarmi di sgonfiamento della cosiddetta bolla speculativa immobiliare).

Stando così le cose, l’aspettativa di FS di realizzare circa 700 milioni di Euro dalla cessione ai promotori immobiliari di circa 1 milione di mq di scali ferroviari in dismissione, sulla base di una remunerazione di circa 600 euro/mc (pari a 1.800 euro al mq edificabile), potrà essere soddisfatta con un indice edificatorio non superiore a 0,50 mq/mq. pari a non più di 1.500.000 mc. di edificazione (e non gli oltre 3,500.000 mc che deriverebbero dall’uso ingiustificato dell’indice 1,15 mq/mq).

Si tratta certo di discutere dove localizzarli, quanto concentrarli più opportunamente e quali rapporti promuovere tra funzioni, tipologie edilizie e spazi pubblici: compito che non può che spettare alla pubblica decisione e non al promotore immobiliare, alla ricerca di una facile ed effimera immagine-spettacolo, come è accaduto nel caso dell’area ex Fiera.

Chi sono i veri egoisti nella Chinatown story

Basti pensare alla notizia, apparsa ripetutamente nelle cronache milanesi di questi giorni, che per far fronte agli episodi di turbativa dell’ordine pubblico verificatisi nelle scorse settimane nella zona di via Paolo Sarpi dove si concentrano gran parte delle attività di commercio all’ingrosso gestite da operatori cinesi, la Sindaca di Milano, Letizia Moratti,e il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, propongono di trasferirle nell’hinterland all’ex Alfa Romeo di Arese, in totale difformità dall’Accordo di programma tra Regione, Provincia e comunità locali, che ne prevede la reindustrializzazione con produzioni legate alla mobilità sostenibile.

Le giuste e comprensibili resistenze avanzate dai rappresentanti delle comunità locali all’improvvisato cambio di programma sono state bollate da Regione e Comune di Milano come espressione di egoismo localistico ed incapacità di farsi carico di problemi generali.

Il Comune di Milano, però, si dimentica di dire che nel Protocollo d’intesa con FS del 20 marzo scorso per il riutilizzo degli scali ferroviari in dismissione rientra anche lo scalo Farini, di circa 500.000 metri quadri, vicinissimo a Paolo Sarpi, per il quale si indicano solo ipotesi di massima valorizzazione immobiliare con case ed uffici. Né il Comune né FS hanno pensato minimamente alla rilocalizzazione del commercio all’ingrosso di via Paolo Sarpi, puntando solo alla massima valorizzazione immobiliare

Chi sono, dunque, i veri egoisti ? Non sarebbe opportuno, invece, prevedere una STU (Società di Trasformazione Urbana) tra Comune, FS e commercianti cinesi che gestisca la vendita degli immobili usati impropriamente in via Paolo Sarpi e il reinvestimento in nuove e più adeguate edificazioni sulle aree ex scalo Farini, trovando le opportune leve finanziarie che facilitino il buon esito dell’operazione ed evitino ogni rischio speculativo ?

Senza un piano urbano e metropolitano che dia senso generale e di medio-lungo periodo alle scelte localizzative che si vanno operando è inevitabile che a prevalere nell’uso della città sia la speculazione immobiliare a breve, di cui il Comune finisce per essere succube, anziché svolgere un ruolo anticongiunturale e di tutela degli interessi collettivi.

Postilla

Non solo regalano ai privati un valore economico che è frutto della collettività, non solo affidano loro la progettazione della città, non solo aiutano gli industriali a spostare risorse della produzione (salari e profitti, innovazione, ricerca) alla rendita parassitaria, ma non sanno neppure fare bene i conti. Naturalmente, sbagliano a danno della collettività che rappresentano.

Copiate, riproducete, citate l'articolo all'unica condizione di citare l'autore e la fonte: scrivete che è tratto dal sito eddyburg.it

Anni fa, leggere Mike Davis e le sue "ecologie della paura" delle metropoli statunitensi era un'esperienza lisergica. Tra le righe del sociologo-camionista che ha studiato le periferie e gli slum di mezzo mondo, si trovavano le utopie negative di George Orwell e Jack London, la fantascienza paranoica e inquietante di James Ballard e Phili K. Dick.

Sgranavamo gli occhi, perché sapevamo che non si trattava di fiction: era tutto vero. I confini immateriali e le barriere di cemento armato, le guardie private e l'urbanistica del controllo che Mike Davis ci faceva scoprire ricostruendo i Piani regolatori della tolleranza zero, raccontavano l'evolversi della società statunitense, l'esplodere delle fobie di una società che andava impoverendosi ma preferiva prendersela con i più deboli invece che puntare il dito verso l'alto. Pensavamo che vivere in Europa, il continente del welfare state e delle garanzie sociali, fosse ancora una fortuna.

Adesso scopriamo che il tema della sicurezza, in tempi di insicurezza sociale e crisi della politica, è il tratto distintivo dello stile flessibile e ambiguo della governance. Per paradosso, come ha fatto notare qualche giorno fa Massimo Ilardi, anche chi governa deve "fare società", costruire un blocco sociale per garantirsi il consenso, deve "stabilire gerarchie, poteri ed esclusioni".

Per questo i sindaci gridano all'emergenza. Ovviamente lo fanno quelli di destra, in fondo è il loro mestiere. Non è stata forse Letizia Moratti, con la sua marcia per la sicurezza del 26 marzo scorso, a sollevare per prima il problema? Ma sbraitano anche quelli di sinistra. La lista è lunga. Walter Veltroni, il leader in pectore del Partito democratico organizza i "villaggi della solidarietà", cioè i campi rom fuori dal Raccordo anulare a Roma. Il sindaco di Bologna Sergio Cofferati intima ai centri sociali di non vendere bibite perché "non hanno l'autorizzazione". Qualcuno dei suoi collaboratori dovrebbe spiegargli che è la stessa scusa che usava negli anni cinquanta il ministro democristiano Mario "Manganello-facile" Scelba, per sgomberare le case del popolo. Lo stesso Cofferati beneficia di una pagina intera del secondo quotidiano nazionale per affermare genericamente che "c'è un clima di consenso" attorno al terrorismo ri-nascente, e il vice-direttore di quel quotidiano non ha il buonsenso di chiedere "Mi scusi, signor sindaco, può spiegarci a chi si riferisce, precisamente?". Così, il delirio di onnipotenza di un manipolo di rivoluzionari da operetta diventa la scusa per lanciare anatemi generici e ingiustificati a chi disturba il manovratore alla luce del sole. Il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, dopo aver costruito un muro e dei check-point attorno a un isolato "a rischio", ha deciso che il problema principale della città che amministra sono le prostitute. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha affermato a chiare lettere che è ora di "ammettere che chi si droga compie un reato", gettando nel panico parte del parlamento italiano e magari le migliaia di coltivatori di cannabis, di sicuro non impensierendo la mafia e i narcotrafficanti.

Il governo asseconda questa paura, questo clima immotivato e alimentato ad arte dai mass-media, come ha riconosciuto lo stesso capo della polizia Gianni De Gennaro nella voluminosa relazione sulla sicurezza che ha consegnato al parlamento qualche mese fa. Il ministro dell'interno Giuliano Amato decide di conferire poteri straordinari ai prefetti, crea "forze d'intervento speciale" per controllare le strade delle nostre città, come se fossero davvero in balia di mostri urbani assetati di sangue, ambulanti che spacciano portafogli di cartone o ragazzini dalla bomboletta facile. Sono i Patti per la sicurezza, di cui ci occupiamo nel numero di Carta in edicola da sabato 26 maggio.

Viene voglia di dire, per una volta dando ragione a De Gennaro, che non c'è nessuna "emergenza". I reati sono stabili e la stragrande maggioranza dei migranti presenti sul sacro suolo italico lavorano in silenzio, contribuendo al Pil, e vivono la loro vita normalmente, nonostante le paghe da fame e i soldi da mandare a casa. Giornali e televisioni stanno giocando col fuoco. Lo fanno per pigrizia mentale, assuefazione allo scalpore e sottomissione alle esigenze della politica in crisi di legittimità, che in questi casi sembra il pugile suonato che mena fendenti a casaccio per mostrare di avere ancora il polso della situazione. Grande è la confusione sotto il cielo, insomma. E questa volta, al contrario di quanto afferma la vecchia massima rivoluzionaria, la situazione non pare eccellente.

MONZA - Ha fondato dal nulla il maggior partito italiano, ha fatto per due volte il presidente del Consiglio, possiede nell’anima e nei beni un gran pezzo d’Italia, è uno degli uomini più ricchi dell’orbe terracqueo, invoca ad ogni pie’ sospinto la cacciata di Romano Prodi da Palazzo Chigi, magari per tornarci lui. Ma il vero piccolo-grande sogno nel cassetto di Silvio Berlusconi è custodito a Monza nel capoluogo della nuova Provincia della Brianza. E’ qui, tra il Lambro e il Lambretto, che, nella sua perfezione, si dovrà chiudere la triade che farà impallidire il ricordo stesso del re dei Longobardi Autari e della di lui sposa Teodolinda.

In principio, fu Milano 2 in quel di Segrate, il quartiere a immagine e somiglianza di un pezzo d’Olanda che il giovane Berlusconi, allora ciuffo nero sulla fronte e giacche doppiopetto marrone, vendeva sulla carta alle amiche di mamma Rosa («Qui c’è la loggia, qui il garage») e alla media borghesia spaventata delle prime facce da «negher» che circolavano in città; poi venne Milano 3 per la borghesia appena un po’ più piccola, rassicurata dai vigilantes armati, dal laghetto coi cigni, dagli attici ceduti in comodato ai primi presentatori del Biscione e alle nonne delle odierne veline.

Sono passati un po’ di anni, proficuamente impegnati nella televisione e nel governo del paese, e adesso finalmente si spalancano destini luminosi per Milano 4, il gioiello prossimo venturo della Provincia di Monza e della Brianza. Se solo domenica prossima i monzesi chiamati ad eleggere il nuovo sindaco ricacceranno indietro i «rossi» che per cinque anni - la prima volta dai tempi di Teodolinda, salvo uno sbaglio di sette mesi negli anni Settanta - hanno «inquinato» la città con il sindaco Michele Faglia, per mettere al suo posto il leghista della prima ora Marco Maria Mariani, padano assai ben disposto ad oscurare le glorie longobarde in favore di quelle berlusconiane.

La perla di Milano 4, che non facendo giustizia alla raffinatezza dei progetti berlusconiani è denominata «Cascinazza», è a bagnomaria da un sacco di tempo, ma negli ultimi due anni Paolo Berlusconi, fratello del leader e titolare delle imprese ansiose di intraprendere la grande opera di cementificazione, ha fatto un lavoro sopraffino con il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e con il suo assessore leghista Davide Boni, tanto che una legge, la «12-2005», articolo 25, comma 2, ha preso il nome di «berluschina» o di «monzina», stabilendo che solo due comuni nel mondo, Monza e Campione d’Italia, oltreconfine, non possono procedere con varianti al piano regolatore.

Una legge ad Berlusconem? Sappiamo che il tema delle leggi ad personam purtroppo annoia gli italiani, soprattutto tutti quelli che le leggi ad hoc vorrebbero farsele, ma la vicenda è talmente grottesca da sembrare un soggetto dell’assurdo di Feydeau: porte che si aprono, porte che si chiudono, porte che sbattono. Perciò cercheremo di raccontarvela in pillole.

Atto primo: Berlusconi (Silvio) compra un’area alla periferia est della città di Monza, 723.467 metri quadri, grande quasi come il parco reale. Sulla proprietà, detta «Cascinazza», che arriva fino a Brugherio e che era della famiglia Ramazzotti, quella dell’amaro, vuole costruire, sulla base di una convenzione del 1962, epoca democristiana ben precedente a «Mani Pulite», quasi 400 mila metri cubi, circa 60 palazzi per contenere una popolazione di alcune decine di migliaia di persone, un’altra Milano 2 o Milano 3, realizzazioni per le quali in epoca craxiana Berlusconi riuscì persino a far modificare le rotte degli aerei diretti all’aeroporto di Linate.

Tra alterne vicende, negli ultimi anni Novanta, con le amministrazioni di destra, il progetto «Cascinazza» viene salvato più volte con doppi salti mortali, nonostante il piano regolatore firmato Leonardo Benevolo. Atto secondo: il sindaco «rosso» Faglia e il suo assessore all’Urbanistica, l’architetto Alfredo Viganò, incidenti della storia in una città moderata e di destra come Monza, varano il nuovo piano regolatore generale, che prevede l’inserimento della «Cascinazza» nel Parco del Medio Lambro. «Cascinazza» così è blindata, non si costruisce più. Atto terzo: Paolo Berlusconi fa una pioggia di ricorsi legali, perde, ma Formigoni gli dà una mano con la «berluschina», altrimenti detta la «monzina», che blocca le varianti. Faglia e Viganò sono messi all’angolo.

Ma la storia non finisce qui, dal momento che il Lambro, con il suo socio Lambretto, sono un po’ birichini, secondo l’aggettivo che l’ex premier usa per se stesso, spesso esondano e la «Cascinazza» finisce sott’acqua. Tanto che il Pai, Piano di assetto idrogeologico, delimita l’area della «Cascinazza» come zona di assoluta inedificabilità. Che volete che sia. Il problema si può risolvere, basta fare un Canale scolmatore, un by-pass dalla settecentesca Villa Mirabello, più o meno delle dimensioni del Canale Villoresi, che attraversi la città di Monza, con ponti, ponticelli, svincoli e sovrappassi. E passa la paura.

Berlusconi (Silvio) nel 2004 siede a Palazzo Chigi e quando si prendono decisioni che riguardano gli interessi suoi e della sua famiglia, correttamente va a chiudersi nel salottino vicino a prendere il tè con Gianni Letta. Dev’essere stato allora, durante il tè, che il governo, a sua insaputa, ha favorito la progettazione del mega-canale scolmatore, anzi forse neanche glielo ha detto Berlusconi (Paolo), suo fratello. Costo iniziale dell’opera, già moltiplicato causa «aggiornamento costi», 168.294.491 euro, 300 miliardi di ex lire, o giù di lì.

Alfredo Viganò, architetto, assessore uscente della giunta di centrosinistra, mentre c’è lì a piazza Roma Walter Veltroni a spendersi per il sindaco Faglia, sostenendo che le città hanno un’anima, come diceva l’antico sindaco democristiano di Firenze Giorgio La Pira, ghigna amaro: «Pensavo che il Ponte di Messina fosse in Sicilia, ora so invece che comincia qui da noi in Brianza. E’ un lungo, infinito ponte che arriva da qui a unire Scilla e Cariddi. Con i soldi del canale scolmatore si restaurerebbe la Villa Reale e si farebbe la metropolitana. Perché hanno pagato l’assurdo studio di fattibilità? Ovviamente per ridurre la fascia di inedificabilità lungo il fiume e permettere di costruire alla "Cascinazza". Per gli interessi di chi? Faccia lei». Quali flussi, oltre a quello dell’acqua del Lambro, sono corsi? Viganò non lo dice, il sindaco Faglia meno che meno. Ma al comitato elettorale dello sfidante leghista chi comanda? Il boss è Fabio Saldini, responsabile delle politiche urbanistiche di Forza Italia e soprattutto coautore del piano di lottizzazione della «Cascinazza», per conto di Berlusconi (Paolo).

Berlusconi (Silvio) è venuto qui a piazza Trento e Trieste un sacco di volte prima del malore dell’Aquila. Il fratello (Paolo) deve avergli detto che, tutto sommato, è meglio che non venga, meglio Gianfranco Fini con le sue banalità sulla sicurezza da garantire contro immigrati e puttane, perché una delle ultime volte che era qui l’ex premier si è alienato in un colpo tutti gli elettori gay, con una delle solite battute: «A me Marco Mariani piace anche perché ha come secondo nome Maria, il che dimostra che ha un intuito femminile, simile a quello delle signore. Ma i gay sono tutti dall’altra parte». «Magari», gli ha risposto Franco Grillini. Mentre quella signora monzese che si è presentata sfidando le body-guard come «Maria» e che ha avuto come risposta «Vergine?» ha deciso che, facendosi violenza, voterà il candidato «rosso».

Marco Maria Mariani, medico, è un leghista atipico, che Umberto Bossi nel 2003 ha sospeso dal partito per otto mesi, come fosse uno scolaretto. Da giovane insegnava catechismo in parrocchia e ha fatto già il sindaco di Monza per un breve periodo tra il 1995 e il 1997, quando la Lega considerava Berlusconi (Silvio) un «bandito» e la speculazione di «Cascinazza» una vergogna. Ma il bello è come Mariani arrivò alla poltrona. Un capitolo gustoso della commedia monzese e di tutta la nuova, grande provincia brianzola, che comincia a insediarsi con i suoi palazzi, i suoi impiegati, i suoi poteri, che già costano una sessantina di milioni di euro. In breve, è sindaco Aldo Moltifiori, un leghista che si dichiarava ex vice di Achille Occhetto alla Federazione Giovanile Comunista. Moltifiori aveva il vizietto del vigile, cioè si metteva sotto il palazzo comunale con la sua auto rossa e multava personalmente tutti quelli che posteggiavano in divieto.

Un giorno è lì a fare la sua ronda, quando si ferma una macchina che parcheggia in divieto e lui scatta a multare i reprobi. Ma sono due carabinieri in borghese e in servizio, che lo denunciano per abuso d’ufficio. Condanna a 40 giorni, convertiti in tre milioni di multa e decadenza dalla carica. Destituito dal prefetto. Così arriva nella poltrona di sindaco Marco Maria, leghista tutto «cassoeula», quello che ora sfida l’architetto di buona famiglia e di centrosinistra.

Berlusconi, Fini, Bossi, quando arrivano qui all’ombra dell’Arengario parlano soprattutto della sicurezza, ma mai un accenno alla «Cascinazza», la perla della provincia di Monza e della Brianza, di cui, per la verità, nessuno conosce bene gli originari confini. L’Adda e il Seveso a Est e a Ovest e l’intero triangolo Lariano? Boh. Allarga oggi, allarga domani, nessuno sa più bene cos’è questa brianzolità. Ma tanti deputatini, tanti uffici, tanti soldi, tanto potere, piacciono a tutti. Fatta la grande provincia, domenica si decide se la famiglia Berlusconi (Silvio e Paolo) brinderà a champagne con Bossi per Milano 4, o se per la «Cascinazza» dovrà ingurgitare l’amaro Ramazzotti servito dal sindaco di centrosinistra Michele Faglia.

Sull'affare Cascinazza si veda e altri documenti nella cartella Padania

Una nota di Fabrizio Bottini, da Megachip

Che la “questione sicurezza”, soprattutto quella immaginaria o comunque percepita, venga sbandierata in modo strumentale, nessun dubbio. Nella sua declinazione urbana, si accompagna in modo classico e quasi automatico a vari processi, più o meno legati alla speculazione edilizia e/o a un’idea generale di città espressa dai ceti dominanti.

È abbastanza noto come fra i vari motivi degli sventramenti ottocenteschi ci fosse la possibilità per la polizia di spostarsi rapidamente (per l’attacco o la ritirata) lungo i larghi boulevards. E anche quando il nemico è più subdolo come il colera di Napoli nell’Italia postunitaria, le campagne giornalistiche, le decisioni politiche, le conseguenti trasformazioni urbanistiche, portano sempre lo stesso marchio: la sicurezza (dalla malattia, dal crimine, dal degrado variamente inteso) usata come leva per imporre in punta di ruspa un’idea di città.

Passano gli anni, alle cariche a cavallo e alle ruspe si sostituiscono – a volte - altre cose, ma la sostanza sembra non cambiare di molto. Nel caso specifico del “problema Chinatown” a Milano, al centro di tutto c’è proprio l’idea di città, o meglio di metropoli, espressa storicamente dalla destra, e non necessariamente da quella politicamente targata così. Che si riassume in una forma piuttosto rozza di segregazione e speculazione, dove ognuno deve stare al suo posto: i quartieri terziari, la cosiddetta downtown, anche se non ha (ancora) i grattacieli; una fascia di quartieri ad alto valore immobiliare, magari con i divertimentifici alla happy hour e assimilati; poi la periferia in attesa di prossima promozione e valorizzazione, e ancora più fuori la città diffusa, parcheggio di tutto quanto non trova posto (ovvero non si vuole) nel proprio orticello.

La zona cosiddetta “Chinatown” è invece piuttosto eversiva rispetto a questo modello. È una di quelle zone che sarebbero piaciute alla studiosa americana di fatti urbani Jane Jacobs, scomparsa quest’inverno dopo mezzo secolo di lotte e libri famosi, tutti attorno ad un unico tema: la città come organismo complesso, ovvero non fatto di compartimenti stagni. La Jacobs contestava già negli anni Cinquanta le devastanti prospettive con cui osannati (allora e oggi) grandi architetti si volevano sostituire alla storia e alla società, dicendo solo: ma guardate! Guardate come funziona davvero un quartiere vitale, dove si abita, si lavora, si gioca, ci si incontra, si passeggia per strada e ci si conosce. Macché: il grande stratega degli spazi, e con lui il politico/amministratore che lo sostiene, di solito ha un proprio modello in testa.

Che nel caso del “quartiere cinese” non ci vuole molta immaginazione a prefigurarsi: basta passeggiare ad esempio verso la zona di Corso Como, non lontana, dove un’arteria storica su cui si affacciano dei cortili è stata totalmente prosciugata, e “valorizzata”. La questione quindi non è di composizione etnica, e neppure di generica efficienza urbanistica, ma di eliminare una pericolosa sacca di città vera e vitale, dove appunto si fanno tutte le cose della vita. A volte si potrebbero far meglio, ma non sta qui il punto. Un collega urbanista, Luca Tamini, ha fatto uno studio piuttosto interessante su quella zona, concludendo come ha dichiarato in una intervista al Giorno che qui sta nascosta “un’alternativa all’odierno quadrilatero di Montenapoleone”. Una ipotesi intelligente e lungimirante, che però forse non fa i conti col modello della Grande Milano accennato sopra: dove finirà tutto il resto, tutto quello che non ci azzecca con stilisti, modelle, mogli degli evasori e compagnia bella?

La risposta tecnica è già emersa: le attività all’ingrosso deportate in un polo specializzato nell’area metropolitana. Sempre per citare gli americani, che ahimè sono sempre più avanti di noi anche nelle porcherie, c’è un acronimo significativo: LULU. Che sta per Locally Unwanted Land Use, un uso dello spazio che non si vuole, e che va “altrove”, di solito dove lo si può imporre. In punta di ruspa, come negli antichi sventramenti, e magari anche con l’intervento della forza pubblica. E la cosa vale per tutte le altre attività unwanted, compresa ad esempio la residenza non ricca. Insomma, quanto ha ragione Filippo Azimonti, a dire che la sicurezza c’entra come i cavoli a merenda! Salvo, che come scusa per l’operazione di sgombero strisciante su larga scala. Nome in codice: LULU.

Nota: sul tema del "quartiere cinese" di Milano, vari articoli sia su Eddyburg Città Oggi / Milano, che su Mall Spazi del Consumo. Un "contributo" particolare quello di Franco Mancuso

Filippo Azimonti, Ma non è un problema di sicurezza, la Repubblica/Milano, 20 maggio 2007



Perché la comunità cinese di Milano è finita nel «patto sulla sicurezza» firmato venerdì dal sindaco Letizia Moratti e dal viceministro dell´Interno Marco Minniti? Si direbbe per la rivolta di Chinatown, per quelle bandiere della Repubblica popolare sventolate su un quartiere presidiato per la protesta contro il pugno di ferro usato dai vigili contro i traffici che vi si svolgono quotidianamente. Che l´amministrazione, evidentemente, interpreta come un attentato alla sicurezza della città. Declinando l´allarme del ministro Amato sul pericolo rappresentato dalle comunità ad etnia unica rispetto all´orizzonte multietnico che si impone per rendere efficaci le politiche di integrazione, in una salsa ambrosiana francamente imbarazzante.

Perché i cinesi in via Paolo Sarpi ci sono dal 1920: la più antica comunità d´immigrazione nella storia italiana; perché i cinesi la loro Chinatown se la sono comprata mattone per mattone dagli italiani che gradivano il pagamento in nero e in contanti di case ed officine; perché i cinesi non aggrediscono le vecchiette per strada. E allora è perché i cinesi bloccano il traffico con le loro mercanzie, fanno concorrenza sleale agli italiani (che Milano però l´hanno abbandonata da tempo); o forse perché denunciano il razzismo strisciante dei loro vicini di casa e cominciano a contestare i loro – i nostri – amministratori. E così che la protesta, l´orgoglio etnico, la capacità imprenditoriale si trasforma in un problema di sicurezza? Che si affronta come se la comunità cinese fosse quella Rom: allontaniamoli dalla città, non facciamoli più vedere, cacciamoli ad Arese, e facciamoli pure pagare, perché i cinesi, al contrario dei sinti, i soldi li hanno. Li hanno, ma sanno anche usarli.

Essendo loro degli imprenditori con alle spalle 4mila anni di affari e commerci, ci hanno già pensato da soli. E infatti stanno colonizzando altre aree della città con gli stessi metodi, sul filo della legalità, sperimentati con successo in Paolo Sarpi: viale Padova, viale Monza via Mac Mahon, Affori. Che hanno scelto in base a prospettive di investimento, logistiche, piani di sviluppo che ci sono ignoti ma che difficilmente baratteranno con un´area industriale dismessa offerta per di più a caro prezzo da una qualsiasi amministrazione. Perché loro navigano nel mercato, spregiudicatamente; l´amministrazione nel pregiudizio.

Chinatown non è il folklore multietnico della romana Piazza Vittorio. Non avrà un´orchestra di successo, ma coltiva affari di successo. E con gli affari, lavoro nero, immigrazione clandestina, ricatti e sfruttamento su un modello non troppo lontano da quello del caporalato edile della Bergamasca. Hanno imparato da noi come si fa impresa, aggirano come noi le leggi dello Stato, accumulano come noi fondi neri, sfruttano come noi la manodopera immigrata. E non per questo vengono sanzionati, ma per i furgoni in seconda fila. Uno strano criterio di legalità. E di sanzione.

E allora bisognerebbe dire la verità: che Chinatown è un luogo dell´investimento estero in Italia, quello che ci piace se è targato Olanda (ma non ci piace neanche quello perché minaccia l´"italianità" e poi loro sono protestanti) ma molto meno se si fa in maglietta spingendo 100 kg di borse molto probabilmente contraffatte bloccando il traffico in una strada che non è più italiana da almeno 20 anni. L´illusione è normalizzare la situazione dimenticando che quella che era una comunità di "profughi" dalla Cina comunista oggi ha riallacciato i rapporti con la madrepatria. Che non è la Romania ma la terza potenza mondiale. Che potrebbe dispiacersi apprendendo che i suoi cittadini vengono trattati come delinquenti. E a chi non è sordo l´ha già fatto capire.

Al polo fieristico di Rho Pero, un seminario su “L’emergere delle nuove città dalla trasformazione delle aree industriali dismesse” ha inaugurato il 22 maggio Expo Italia Real Estate, la principale fiera italiana dedicata allo sviluppo immobiliare; in programma, interventi di Federico Oliva, Roberto D’Agostino, Lanfranco Sen, Joan Busquets, William Kistler e una tavola rotonda (“le Città a confronto”) cui partecipano una fitta schiera di sindaci (Milano, Roma, Venezia, Bari, Barcellona, Lione, Francoforte, Toronto,..) e il Presidente della Provincia di Milano. Conclude il Presidente della Regione Lombardia, mentre il saluto di apertura spetta al Presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti.

La Rete dei Comitati Milanesi sottoscrive nei giorni precedenti all’evento un appello, rivolto al Presidente della Camera, dove denuncia in maniera circostanziata la rovinosa cementificazione in atto a Milano. Ma partecipare al seminario costa caro: 200 euro. E, come sempre nelle iniziative ufficiali milanesi, la partecipazione della società civile è rigidamente bandita.

In una mattina assolata, il Presidente della Camera prima di recarsi in Fiera decide, “per ragioni non personali, ma perché il compito delle istituzioni è anche di mettersi in ascolto delle popolazioni”, di incontrare la Rete dei Comitati nel giardino di via Confalonieri: uno spazio di verde pubblico di prossimità molto frequentato dagli abitanti dello storico quartiere Isola. Sono già in corso gli scavi per la costruzione dell’ennesimo parcheggio sotterraneo; il primo atto della realizzazione del Piano Integrato di Intervento Isola Lunetta progettato da Stefano Boeri su incarico del gruppo Hines Italia: un progetto che, malgrado i rendering seduttivi e la retorica partecipativa, ha ricevuto critiche severe dai cittadini e dalle loro associazioni (Fig. 1 e 2)

Sullo sfondo si staglia la Stecca degli Artigiani, già per metà demolita dopo il blitz salvifico della polizia contro gli spacciatori di cui si sono occupate le cronache milanesi delle ultime settimane, evidenziandone in particolare la tempistica molto favorevole all’avvio dei cantieri (Fig. 3).

Nel definire le strategie di riuso delle aree dismesse, occorre un progetto pubblico per la città che valorizzi la partecipazione delle popolazioni, i veri “esperti per esperienza”, sottolinea il Presidente della Camera: un progetto che salvaguardi le identità locali e ponga al centro il tema della inclusione sociale.

Questi temi sono stati probabilmente anche al centro degli interventi di molti sindaci di città europee invitati alla tavola rotonda in Fiera. Ma dopo l’ormai rituale evento internazionale, in Fiera si attendono i fatti: nuovi finanziatori per le formidabili opportunità di sviluppo del mercato immobiliare che le amministrazioni locali, grazie alla deregulation urbanistica in atto nel nostro paese, stanno mettendo a disposizione a piene mani.

Le parole del Presidente della Camera suonano come una generoso auspicio al quale si spera facciano seguito molto presto decisioni fattive da parte del governo in carica: in particolare, la rapida approvazione di una legge urbanistica che ricostituisca un quadro di regole ancorate al bene comune e ad una corretta applicazione del principio di sussidiarietà, e la istituzione delle Città Metropolitane.

Ma a quell’auspicio si contrappone a tutt’oggi, soprattutto a Milano e in Lombardia, una visione miope e municipalistica dell’azione pubblica che sta determinando una inesorabile e inarrestabile corsa alla cementificazione di risorse territoriali preziose e irriproducibili.

Nota: per chi vuole saperne di più sul declino di Milano, si consiglia un bel libro sull’imbarbarimento, anche urbanistico, dell’ ex capitale morale: Luigi Offeddu, Ferruccio Sansa, Milano da morire, Milano, Rizzoli, 2007; di seguito un articolo con la cronaca della visita di Bertinotti e poi scaricabile il Comunicato dei Comitati (m.c.g.)

Stefano Rossi, Bertinotti fra gli abitanti dell’Isola: “la politica deve ascoltare la gente”, la Repubblica cronaca milanese, 23 maggio 2007

Il presidente della Camera può stare seduto a un tavolo in mezzo a un giardinetto alle nove e mezza di mattina, a parlare con la gente senza formalità. Un quadretto da democrazia scandinava divenuto realtà ieri all´Isola, dove Fausto Bertinotti ha incontrato i cittadini a fianco della Stecca semidistrutta. Ha ascoltato molto e preso parecchi appunti con la sua Mont Blanc, prima di dire la sua. I rappresentanti dei comitati, dai quali era partito l´invito, hanno illustrato il loro cahiers de doléances: l´Isola, la trasformazione del recinto urbano della Fiera, un senso di scollamento fra cittadinanza e istituzioni per cui cento comitati milanesi in lotta denunciano l´insufficienza della politica.

Bertinotti ha affrontato il tema appena l´altroieri e la sua diagnosi non è diversa da quella dei cento milanesi che lo circondano in via Confalonieri. La politica non sa dare risposte alle necessità della gente, aveva detto a Roma. All´Isola esordisce così: «Il compito di chi rappresenta le istituzioni è ascoltare la popolazione». Non entra nel merito delle singole questioni urbanistiche, però ha un ricordo di Milano: «Ho visto mia madre allegra come non mai quando ci portarono l´acqua corrente nella nostra casa di ringhiera in periferia». E dunque, «non ho personale nostalgia per la città di ieri».

Nulla da dire nemmeno sulla necessità di fare spazio agli operatori privati («il loro ruolo è rilevante»), tuttavia la «crisi di identità» di Milano è certa e trova la sua causa («me lo dicono persone certo non di sinistra»), nella scomparsa della classe operaia. Questo malessere si riflette nell´aspetto di questa come di altre città: «È fallita l´urbanistica contrattata con la politica. E la progettazione ambiziosa e coraggiosa degli anni Sessanta ha subito grossi smacchi, costruendo quartieri nei quali gli abitanti, al posto del paradiso, hanno trovato un brutto purgatorio».

Dopo «troppi anni di prevaricazione del mercato sulla politica», il modello di sviluppo deve cambiare nel segno della «coesione e inclusione sociale» e del contributo di «comunità scientifiche allargate». Composte di esperti, certo, ma dati i precedenti poco incoraggianti, anche di persone «con l´esperienza di vivere» nel loro quartiere. «Non sono un assolutista - è la conclusione di Bertinotti - la qualità del vivere sia non il solo ma uno dei parametri. Fatemi vedere come vivono i bambini, se possono giocare insieme il progetto è buono».

Il presidente se ne va dal giardinetto appena finito dalla Hines. Intorno si vedono i cantieri della Hines, con la quale dieci associazioni su undici e gli otto artigiani della Stecca hanno trovato un accordo per trasferirsi in zona. Hines ha modificato il progetto e presentato al consiglio di Zona il piano per il verde: «Non si può dire che non dialoghiamo con il quartiere, qualche irriducibile ci sarà sempre». All´Expo Italia Real Estate della Fiera a Pero-Rho, dove Bertinotti dice le stesse cose, l´assessore all´Urbanistica Masseroli risponde così: «Sviluppo condiviso con la cittadinanza? È quanto stiamo facendo».

Comunicato dei Comitati

Nel quadro dei lavori e delle iniziative per l’adeguamento alla legge regionale 12/2005 del PTCP vigente, l’Assessorato al Territorio della Provincia di Milano ha promosso recentemente una interessante giornata di lavoro organizzata in due sessioni: una prima sul tema "Sviluppo territoriale e consumo di suolo. L'esperienza europea e lo scenario milanese"; una seconda su "Il processo di partecipazione per l'adeguamento del Piano territoriale di coordinamento provinciale" (si veda Pietro Mezzi in eddyburg.it).

Nella prima sessione è stato presentato da Vincent Fouchier, coordinatore del piano presso lo IAURIF (Institut d’Aménagement et d’Urbanisme de la Region d’Ile-de-France), il nuovo Schéma Directeur, approvato con delibera del Consiglio Regionale il 15 febbraio 2007[1].

Nella storia della pianificazione urbanistica e territoriale francese, la regione parigina ha giocato con continuità un ruolo eminente. L’ha giocato in particolare introno alla metà degli anni ‘60, in un’epoca di forte centralizzazione statale, grazie allo SDRIF promosso da un “urbanista demiurgo”, Paul Delouvrier: un piano ancorato ad un principio forte (il policentrismo) e realizzato attraverso alcuni progetti di grande rilevanza metropolitana (la realizzazione delle rete ferroviaria regionale/RER e le Villes Nouvelles); vuole tornare a giocarlo oggi, in epoca di decentramento, dandosi come obiettivo la sostenibilità di lungo periodo e proponendosi, a questo scopo, di applicare con coerenza il principio di sussidiarietà, in ciò avvantaggiata dal fatto che, in quanto regione capitale in cui risiedono 11.400.000 abitanti e in cui si localizza una quota cospicua delle attività economiche “di punta” del paese, la regione Ile-de-France gode di una competenza speciale: lo Sdrif è infatti “opposable” agli strumenti urbanistici locali: sia ai piani di inquadramento sopracomunale (SCOT) che ai piani urbanistici comunali (PLU).

Il piano per l’area metropolitana è costituito da tre elementi:

- un rapporto che evidenzia le sfide, gli obiettivi di lungo periodo e le modalità di realizzazione degli obiettivi;

- una cartografia generale che sintetizza i grandi orientamenti di compattamento urbano, di posizionamento competitivo in ambito internazionale e di protezione dell’ambiente naturale;

- un rapporto di valutazione ambientale che verifica la coerenza dello SDRIF con i piani di settore di scala regionale.

L’approvazione del piano è stata comunque preceduta da un lungo e capillare processo di concertazione con i diversi attori istituzionali, con le amministrazioni locali e con la popolazione, attraverso l’inserimento continuo in Internet, forum, atelier, conferenze interregionali e intercomunali, allo scopo di costruire un consenso preliminare sulle sfide da affrontare nel lungo periodo (2030) che sono state sintetizzate in tre principali obiettivi:

1. “promuovere una città più compatta e più densa per rispondere alla sfida abitativa e all’aggravamento delle problematiche energetiche e climatiche”,

2. “sviluppare l’offerta urbana e la qualità della vita in Ile-de-France, rafforzare il potenziale economico e l’attrattività internazionale,

3. “proteggere la biodiversità, valorizzare gli spazi agricoli e naturali, e garantire la coerenza del sistema degli spazi aperti”.

Entrando nel merito degli indirizzi e delle scelte prioritarie di politica territoriale ed urbanistica, Fouchier si è soffermato su alcuni temi cruciali, che appaiono tali anche per il territorio dell’agglomerazione milanese.

In particolare, il piano si dà l’obiettivo di realizzare 60.000 nuovi alloggi all’anno attraverso la densificazione di aree già urbanizzate: localizzandoli in aree ben connesse al sistema di trasporto pubblico; distribuendo in maniera più equilibrata l’edilizia sociale sull’intero territorio metropolitano; promuovendo maggior diversificazione funzionale locale (in particolare, la parola d’ordine è il riequilibrio habitat/emploi).

Un altro tema cui è stata dedicata una attenzione cruciale (ad esempio rispetto allo SDRIF del 1994) è la salvaguardia degli spazi aperti e del territorio agricolo: non soltanto tutela perenne dei parchi naturali regionali e dei parchi urbani, ma anche messa in rete dei territori da proteggere (cintura verde, corridoi ecologici, protezione dell’agricoltura periurbana,…).

Anche sui trasporti si vuole innovare, per governare in primo luogo la dispersione insediativa. La strategia consisterà nel migliorare le connessioni con il sistema ferroviario regionale, anziché estenderlo; nel ridurre drasticamente i progetti per nuove infrastrutture stradali previsti dallo SDRIF del 1994; nel realizzare una rete estesissima di piste ciclabili; nel raddoppiare le linee di TGV, realizzando nuove stazioni per decongestionare le stazioni parigine.

Quanto potrà essere efficace un piano che si applica ad un territorio così esteso, sul quale esercitano competenze decisionali in materia di uso dei suoli e di aménagement ben 1800 comuni e 4 Dipartimenti? La scelta dello IAURIF, che deriva anche dalla frammentazione amministrativa appena evocata, sembra una scelta intelligente, anche se per taluni aspetti di compromesso.

La cartografia di piano è molto precisa e detta regole cogenti per quanto attiene alla tutela degli spazi aperti, del territorio agricolo e dei corridoi ecologici (prioritario è, nelle parole perentorie degli estensori, “pérenniser l’espace agricole”).

La cartografia appare più di indirizzo, e quindi più flessibile, per quanto riguarda le opportunità di nuove urbanizzazioni: si indicano infatti dei “settori preferenziali di densificazione”, vale a dire delle aree estese all’interno delle quali le amministrazioni comunali potranno delimitare con maggiore precisione attraverso i piani urbanistici le zone di addensamento edilizio, comunque dando priorità al riuso di aree dismesse ben accessibili dal trasporto pubblico.

Due considerazioni, di prima reazione alla presentazione di Fouchier. La prima riguarda la differenza/distanza con il contesto milanese/lombardo. La tutela delle risorse territoriali agricole e degli spazi aperti (che, vale la pena di sottolinearlo, costituiscono attualmente l’80% del territorio dell’Ile-de-France; mentre, ad esempio, nelle quattro sub-aree del nord milanese, la quota di superfici occupate dall’urbanizzato e dall’urbanizzabile supera abbondantemente il 50% del territorio e raggiunge, nel caso dell’area Nord-Milano, l’83%) costituisce una priorità strategica dello SDRIF cui si accompagnano disposizioni molto cogenti.

Il tema costituisce una priorità anche nei lavori per l’adeguamento del PTC avviati dalla Provincia di Milano fra i cui obiettivi troviamo enunciati la compatibilità ecologico-paesistica delle trasformazioni, il contenimento dei consumi di suolo e il compattamento delle espansioni, la valenza paesistico-ambientale e di presidio al consumo di suolo degli ambiti agricoli cui si attribuisce la triplice valenza produttiva, naturalistica e paesaggistica. Tuttavia, le opportunità di successo in questo secondo caso appaiono molto più labili, perchè la legislazione urbanistica regionale lombarda si sta muovendo in tutt’altra direzione. Se, come è peraltro assai probabile dati i rapporti di forze in seno al Consiglio Regionale, sarà approvato il Progetto di legge n. 207 “Ulteriori modifiche e integrazioni alle legge urbanistica regionale 12/2005”, il PTCP potrà perimetrare soltanto le aree agricole di “interesse strategico”, sulla scorta di eventuali proposte dei Comuni ed attenendosi a criteri per la definizione di tali aree che saranno deliberati dalla Giunta Regionale. Si indebolirà dunque ulteriormente la pianificazione di inquadramento territoriale togliendo alle Provincia una competenza forte di cui ancora gode in materia di perimetrazione e tutela delle aree agricole, e si aprirà di fatto la strada ad un ulteriore incremento dei consumi di suolo.

Un elemento di preoccupazione può essere invece avanzato relativamente alla effettiva possibilità di realizzare gli obiettivi di compattamento urbano enunciati dal nuovo SDRIF, a fronte del risultato della recenti elezioni presidenziali francesi. Come sarà possibile arginare la dispersione insediativa, controllare i consumi di suolo e, soprattutto, garantire la mixité sociale, se il neo-eletto presidente Sarkozy, certamente un convinto fautore del “liberalismo attivo”, manterrà la promessa fatta nel suo programma elettorale, e più volte ribadita, di “garantire l’accesso alla casa in proprietà a tutti (e soltanto) i cittadini francesi”?

[di seguito scaricabili il pdf con la carta delle destinazioni generali e un file con tre carte distribuite nelle conferenze di presentazione del piano, non disponibili sul sito ufficiale http://www.sdrif.com/ dove comunque si trovano molte altre informazioni e documenti]

[1] Vincent Fouchier è peraltro ben noto a chi si occupa di consumi di suolo e sviluppo sostenibile: infatti, è sua una delle più approfondite analisi empiriche sulla relazione fra densità insediativa e trasporti relativa all’area metropolitana parigina pubblicata nel 1997 quando era Chargé de Mission pour l’Urbanisme presso il Secrétariat Général du groupe Central des Villes Nouvelles. Si veda: Fouchier V. (1997), Les densités urbaines et le développement durable. Le cas de l’Ile-de-France et des ville nouvelles, Paris, Edition du SGVN

La pubblicazione dell'articolo è consentita alla condizione di citare l'autore e inserire la dizione "“tratto dal sito web eddyburg.it”.

SDRIF fig 1-2-3

SDRIF fig 1-2-3

«Spero che le leggi dello Stato italiano valgano anche a Venezia. I cantieri per la prefabbricazione del Mose che sono stati aperti negli ultimi mesi in laguna non sono mai stati autorizzati e per questo il Ministero dell’Ambiente, con il suo direttore generale, si è già attivato scrivendo al Magistrato alle Acque. Di quei progetti non si è mai discusso nemmeno nell’ultimo Comitatone e su di essi è necessaria la Valutazione d’impatto ambientale». Parole del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio che annunciano una “bomba” destinata a scoppiare in laguna.

La lettera del Ministero è già partita e arriverà tra qualche giorno, ma segue le azioni già avviate dal Comune e la lettera scritta dalla stessa Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici. L’oggetto sono gli enormi cantieri aperti a Santa Maria del Mare, tra la spiaggia e quel che resta del molo sud. Una piattaforma in cemento di quasi 200 mila metri quadrati che dovrebbe servire a costruire i cassoni in calcestruzzo da mettere sui fondali delle tre bocche porto per sostenere le paratoie. Un cantiere per cui da mesi Comune e Soprintendenza discutono. Manca l’autorizzazione paesaggistica, obbligatoria per legge, dal momento che il progetto attuale non era inserito in quello approvato nel 2003 dalla commissione di Salvaguardia. Niente permessi e niente verifica di impatto ambientale nazionale per una struttura gigantesca, sorta in pochi mesi in un’area delicata e tutelata dalle normative europee, che dovrà ospitare la betoniera più grande d’Europa. Una situazione segnalata più volte anche alla Procura. La linea del Magistrato alle Acque è sempre stata quella che si tratta di cantieri provvisori e che, come tali, non necessitano della Via, ma la Commissione di Salvaguardia, circa un mese fa, ha respinto al mittente il progetto per la costruzione nella zona di un villaggio per circa 400 operai impegnati nei cantieri proprio perché fa riferimento a un’opera - quella dei cassoni prefabbricati - per cui non è stata chiesta nessuna autorizzazione.

«Che quei cantieri non siano mai stati autorizzati è ormai noto - commenta il sindaco Massimo Cacciari - noi lo abbiamo detto, facendo i nostri passi e la Soprintendenza lo ha scritto. Ora si è mosso ufficialmente il Ministero dell’Ambiente e speriamo che qualcuno si decida ad andare in sopralluogo a controllare», In questo caso, a fronte della mancanza di autorizzazioni, potrebbe scattare anche il blocco dei cantieri e la lettera del Ministero dell’Ambiente chiede al Magistrato alle Acque di fermarsi in assenza di autorizzazioni. Ma Pecoraro Scanio è tornato anche sul problema del controllo dei cantieri del Mose, per il quale si chiede da tempo un organismo terzo. «Spero che il Ministero della Ricerca Scientifica - ha detto ieri il titolare dell’Ambiente - si attivi finalmente in questo senso. Sono per spendere bene i soldi dei contribuenti: il Mose fa parte della categoria delle cose fatte male. Gli scienziati, con i mutamenti climatici in corso, confermano che si vuole insistere su un progetto vecchio mentre ci sono tante altre alternative valide. Il Ministero dell’Ambietne proporrà che sino all’ultimo momento, si possa tornare indietro su scelte sbagliate».

l'Unità

45mila sfratti l’anno, un’odissea chiamata casa

di Mariagrazia Gerina

In Francia nel 2005 si sono costruite 300 mila case, di queste 120 mila erano alloggi sociali. In Italia nello stesso periodo si sono costruite più abitazioni, 350 mila in tutto, e solo 1.500 alloggi popolari. Le case, in Italia, ci sono. Anzi, a fronte di 22,8 milioni di famiglie, sono 28,3 milioni. Eppure il disagio abitativo è in aumento. Un dato, fornito dal ministero dell’Interno lo racconta meglio di altri: in un anno (il 2005), ci sono stati 33.200 sfratti per morosità. In gran parte si tratta di persone che a fine mese non hanno abbastanza soldi per pagare il canone. Come suggerisce un altro dato decisamente significativo: su 4,3 milioni di famiglie che si rivolgono al mercato dell’affitto, il 75% vive con meno di 20 mila euro l’anno. Più o meno il reddito richiesto per accedere alle graduatorie per l’assegnazione di alloggi popolari, che però sono appena il 6% del patrimonio abitativo nazionale, in Europa la media è del 16%.

È in questi numeri, prodotti soprattutto nel grandi aree metropolitane del paese, la ragione dell’allarme sollevato dal sindaco di Roma Walter Veltroni con una lettera che, inviata mercoledì scorso, fa appello a nove ministri per lanciare il «patto sulle questioni sociali». La casa, prima di tutto. Perché l'«aumento del bisogno alloggiativo che si registra a Roma e nelle altre aree metropolitane» chiede risposte immediate. E perché la maggior parte del reddito familiare se ne va per la casa.

La metà delle famiglie italiane vive con meno di 1800 euro al mese. Mentre, secondo i dati Anci Cresme, nelle grandi città gli affitti sono aumentati negli ultimi anni dell’85%. A Roma i nuovi contratti impongono un canone medio di 1400 euro al mese, a Napoli a 1100, a Milano a 1600. Il 40% dei giovani compresi tra i 25 e i 34 anni fatica ad andarsene di casa. La spesa media per l’affitto nel 2006, secondo un’indagine Censis-Sunia-Cgil, ha raggiunto in Italia i 440 euro al mese (contro i 387 del 2003), che salgono a 600 nelle aree metropolitane.

Su 131 mila domande presentate in un anno per ottenere un alloggio popolare - dati Anci-Cresme -, solo 10.457 sono state soddisfatte dai Comuni. In totale, in Italia gli alloggi popolari sono poco più di 800 mila. Gli altri sono costretti a stare al passo con il mercato. Ma spesso non ce la fanno.

In tutto, nel 2005, sono state emesse 44.988 sentenze di sfratto, di queste 10.953 per finita locazione, solo 835 per necessità del locatore, il resto per morosità. Sono appunto le 33.200 famiglie sfrattate perché non pagano l’affitto. Sempre nel 2005, gli sfratti eseguiti dalla forza pubblica sono stati 25.369, mentre le richieste di esecuzione di sfratto sono state 104.940, con un aumento del 35.32% rispetto all'anno precedente. Di queste, 10.225 a Roma, 37.883 a Milano, 6.643 a Napoli. Numeri che, sommati, nel quinquennio 2001-5 fanno: 210.437 sentenze di sfratto, 455.878 richieste di esecuzione, 114.554 sfratti eseguiti.

Analizziamo un altro dato, che riduce l’enfasi sulle famiglie (l’80%) proprietarie di una casa. L’indebitamento di quanti si sono rivolte a istituti di credito per contrarre un mutuo è stimato in 240 miliardi di euro solo nel 2006 (fonti Cresme ed Eurispes).

Lo Stato invece spende molto poco per le politiche abitative. Dal 1978 al 1998, i prelievi sulla busta paga dei lavoratori dipendenti garantivano un finanziamento di 3-4 miliardi di vecchie lire l’anno per i piani di edilizia residenziale. Chiuse quelle entrate nel 1998, una fonte alternativa non è stata individuata. Secondo l’Eurispes la spesa sociale per la casa ammonta appena a 3,3 euro pro capite contro i 53,5 euro della Germania e i 214 euro della Francia. I trasferimenti per le Regioni nel 2004 non superavano lo 0,10% del Pil. I contributi per l’affitto, in particolare, non superano lo 0,07% del Pil, mentre in Francia arrivano all’1,9%. Investimenti gravemente insufficienti secondo il Tavolo di concertazione sulle politiche abitative, che ha appena consegnato al governo alcune indicazioni per varare entro luglio dovranno tradursi un nuovo piano casa nazionale. «Ne discuteremo già nel prossimo Consiglio dei ministri», ha annunciato ieri Romano Prodi. Obiettivo, rilanciare un piano di nuova edilizia popolare per contenere la precarietà abitativa. Fondi necessari, secondo il tavolo: 1,5 miliardi l’anno, più 500 milioni di euro da spendere in contributi all’affitto. Mentre per incidere sul mercato degli affitti, la via indicata è quella degli sgravi Ici e delle detrazioni fiscali che incentivino i contratti a canone concordato e diano impulso anche ai Fondi immobiliari etici. Contemporaneamente, si ipotizzano oneri concessori ridotti per spingere anche le grandi aziende a promuovere nuovi piani edilizi per i dipendenti. Altra risorsa individuata dal tavolo sono le caserme e in generale il demanio. Oltre al patrimonio abitativo degli enti previdenziali, che i Comuni chiedono di censire per poter acquistare gli appartamenti non occupati con le stesse agevolazioni previste per gli inquilini.

Infine, nel caso in cui il governo dovesse decidere di cancellare l’Ici per la prima casa, il tavolo e l’Anci chiedono di individuare nuove fonti di finanziamento per i Comuni.

la Repubblica

Due miliardi per aiutare chi è in affitto

di Luisa Grion

ROMA - Meno tasse e sconti sull´Ici per chi decide di affittare la propria casa a canone agevolato; un miliardo e mezzo di euro l´anno - almeno - a vantaggio dell´edilizia sociale; un fondo di 500 milioni ai comuni per aiutare gli inquilini più poveri. L´emergenza casa arriva al Consiglio dei ministri: mercoledì prossimo il governo discuterà del piano elaborato da ministro delle Infrastrutture Di Pietro con le parti sociali. L´obiettivo è quello di inserire nel prossimo Dpef un capitolo di rilancio della politica abitativa, questione fondamentale visto che - nel paese delle case di proprietà - ci sono pur sempre oltre 4 milioni di famiglie che vivono in affitto.

«Si parte da un rifinanziamento della politica edilizia sociale che rimetta sul piatto almeno il miliardo e mezzo di euro che veniva garantito dal canale degli ex fondi Gescal - dice il ministro - e dal fondo di 500 milioni da destinare agli aiuti per gli affitti. Ma il piano si basa soprattutto su agevolazioni fiscali e soluzioni per affrontare l´emergenza».

Fra queste c´è la mappatura del patrimonio pubblico disponibile e la ristrutturazione di 20 mila appartamenti oggi in disuso. C´è l´idea di concedere detrazioni fiscali alle aziende che mettono in atto piani abitativi per i dipendenti e quella di riedificare le ex aree militari.

Per quanto riguarda l´aspetto fiscale, invece, vi è soprattutto il piano di agevolazioni previsto per chi affetterà la propria casa a canone agevolato. La possibilità è prevista già oggi, ma a metterla in pratica sono pochissimi. Ora per invogliare i proprietari ad utilizzarla, il piano nato dal tavolo aperto dal governo con le parti sociali (una ottantina di soggetti fra associazioni, sindacati ed enti locali) prevede un innalzamento dal 30 al 50 per cento le detrazioni aggiuntive sul reddito dei proprietari più l´azzeramento, e l´azzeramento o la forte riduzione dell´Ici.

Accanto a questo progetto che si appresta a portare in dote 2 miliardi a favore di chi non ha casa e vive in affitto, va affiancata la partita destinata ad agevolare chi invece vive in una abitazione di proprietà. Anche qui si parla di tagli all´Ici. L´idea - sulla quale ci sarebbe un accordo dell´Ulivo - è quella di esentare il pagamento sulla prima casa per una quota che potrebbe oscillare fra i 200 e i 500 milioni. Misura che potrebbe essere attivata per il 2008 e inserita - attraverso un emendamento - al disegno di legge sulle rendite finanziarie in discussione alla Camera. Ma il fatto che lo stesso Prodi abbia annunciato di voler parlare sia dell´Ici che delle proposte sulla revisione del catasto, ha in qualche modo fatto sì che si riapra uno spiraglio per chi vorrebbe intervenire subito. Magari sul saldo Ici che si versa a dicembre. Vincenzo Visco, viceministro delle Finanze, frena: «Le proposte saranno valutate in base alle risorse», ma certo - ha ammesso - «bisogna tener conto che l´80 per cento degli italiani ha una casa d´abitazione e un intervento sull´Ici ha un impatto redistributivo di qualche rilevanza».

Postilla

Tempestiva la proposta di Romano Prodi alla “ scoperta” di Walter Veltroni. Positivo il segnale dato dal riferimento all’utilizzo delle caserme. Qualche perplessità sul fatto che si continua a dimenticare il peso della rendita fondiaria sul costo dell’abitazione, e sul fatto che le politiche seguite negkli ultimi anni (dai governi nazionali, dai cmuni e dalle banche) hanno contribuito poderosamente ad aumentarne l’incidenza e a pagarle sia con l’indebitamento delle famiglie sia con le agevolazioni pubbliche.

Per trovare il Po, quello vivo, con le lanche e i pescatori, le anguille, gli storioni e l´acqua che si stendeva fuori dall´alveo fra dune e salici, bisogna guardare in alto, sugli alberi. Qui a Luzzara, in riva al fiume, gli «Amici del Po» hanno appeso su pioppi e ontani decine di quadri naif, con i cani e cacciatori di Barilon, lo storione di Ivonne Melli, le barche di Luigi Bagnoli.

Un museo all´aperto per ricordare il fiume che non esiste più. Anche dentro gli argini maestri sono arrivate le ruspe che hanno spianato le dune, ed ora ci sono i pioppi messi in riga come soldati, i campi di granoturco e di soia ed anche i filari di vite. Il Po, quello vivo, è stato rubato. «Divieto di accesso», annuncia un cartello sull´argine. «Autorizzazione Aipo 589/003 Regione Lombardia. Esclusi i concessionari».

Provi a entrare comunque. C´è un bosco fra i campi di granturco. In mezzo al bosco, una lanca con anatre che volano e pesci che saltano. «Acque private. Pesca riservata. Attenti al cane e al padrone»... Nella palazzina dell´Arni (Agenzia regionale navigazione interna) c´è una mappa recente, del 1970. «Trentasette anni fa - dice Edgardo Azzi, che sul Po ha scritto cinque libri - qui di fronte a Boretto c´era ancora la lanca. I pesci ci andavano a depositare le uova, i pescatori a raccogliere branzini e carpe. La lanca era un ramo del Po che girava dietro l´isola Umberto I°. Quando c´era la piena, l´acqua usciva dalla lanca e copriva anche le dune. Ma da molti anni l´acqua del fiume non riesce più a salire nella golena perché questa è diventata troppo alta». Bisogna partire da qui, dalla golena chiamata anche «Mai finita» perché era tanto grande da sembrare infinita, per capire come e perché il Po è stato rubato. Si vedono ancora, in riva all´alveo centrale, i sassi dei «pennelli», le opere costruite prima durante il fascismo poi fino agli anni ‘60, per regolare la corrente e permettere la navigazione fluviale. Quando il Po è in magra, sovrastano l´acqua di due o tre metri. «Ma bastava una piccola piena - dice l´ingegnere Ivano Galvani, direttore dell´Arni - per superare i sassi dei pennelli. L´acqua poteva così entrare in golena, portando la vita. Dava forza agli acquitrini e si depurava naturalmente, depositando sabbia e limo». L´acqua non entra più in golena perché, sopra i pennelli, ora ci sono almeno quattro metri di terra, portata da fiume. Quelli che avevano la concessione per le golene non avevano certo interesse a rimuovere questa terra. E così i concessionari di paludi e dune - un paesaggio bellissimo, ma poco redditizio - in pochi anni si sono ritrovati proprietari terrieri. «Io sostengo da anni - dice Ivano Galvani - che per il Po serve un piano regolatore che permetta di ripristinare le golene. Dopo la piena, il fiume, tornando nell´alveo, potrebbe rimettere circolo parte del materiale che aveva portato. L´alveo di magra, in questi trent´anni, causa le escavazioni di sabbia si è abbassato di almeno quattro metri. Il Po non può diventare un canale, in caso di piena si vendicherebbe. Ho fatto anche un´altra proposta: i concessionari dei pioppeti, dopo il taglio, dovrebbero togliere parte del terreno abbassandolo di tre metri. Il materiale potrebbe essere venduto al posto della sabbia presa dall´alveo. Non ho mai ricevuto risposte».

La plancia di comando del grande fiume è a Parma, nella sede dell´ex Magistrato del Po. Qui ci sono l´Autorità di bacino e l´Aipo, l´azienda interregionale (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto) per il fiume Po. «Il nostro compito - dice Franco Cerchia, ingegnere che dirige il servizio di piena - è esprimere pareri idraulici, verificando se l´opera o la concessione richieste siano compatibili con la vita del fiume. Per i pioppeti, ad esempio, c´è un commissione nazionale fin dagli anni´60, ci sono le commissioni provinciali. Stabiliamo che i pioppi debbono essere piantati 6 metri uno dall´altro, perché in caso di piena non provochino intasamenti di materiali. Certo, l´abbassamento del fiume ha messo in maggiore sicurezza le golene e dopo i pioppi sono state chieste concessioni per le colture basse, come il mais e l´erba medica. In caso di piena verrebbero sradicate senza creare danni. Abbiamo detto no a piante come i meli, perché richiedono antiparassitari inquinanti, e vigneti che, sradicati dal fiume, ostruirebbero le arcate dei ponti». Ma basta andare sull´argine di Gualtieri per vedere, dentro le golene, lunghissimi filari di viti per il lambrusco. Più a valle, a Gaiba, Calto, Stienta ci sono poi chilometri di frutteti. Da Torino al delta - questi i dati Aipo - nel Po ci sono 72.290 ettari di golene. Il 17,4% sono golene chiuse (protette da argini interni, oltre che da quello maestro) e queste sono tutte private. È ormai privato anche il 70% dell´intera area golenale. Quasi impossibile conoscere il numero delle concessioni. Solo nel parmense, negli ultimi 16 anni, sono state esaminate 800 pratiche. Non costa molto, «comprare il Po» e i furbi possono farla franca fra leggi e autorità che cambiano continuamente. Un tempo, a controllare tutto, c´erano il Genio civile (per gli affluenti) e il Magistrato del Po. Dopo la nascita delle Regioni, sono nati i Servizi tecnici di bacino (Stb) che hanno preso il posto del Genio. Questi autorizzavano le concessioni e l´Intendenza di finanza incassava il denaro. Da quattro anni tutto è cambiato nuovamente. Sciolta l´Intendenza anche l´incarico di stabilire i canoni è stato affidato ai Servizi di bacino. Il parere tecnico sulle concessioni del Po è rimasto invece all´Aipo. «L´Intendenza - dice Raffaella Basenghi, ingegnere che dirige l´Stb di Reggio Emilia - ci ha messo anni, a consegnarci le pratiche, nemmeno fossero oro. E quando le abbiamo aperte, abbiamo trovato lasorpresa: tante erano vuote. Nome, cognome e indirizzo del concessionario e basta. Sopra c´era scritto: «canone extracontrattuale», con relativo importo, proprio perché il contratto non era più agli atti. Stiamo cercando di mettere ordine, ma è dura. C´è chi non paga da anni, chi ha venduto, chi è morto. Certo, non è che parli di cifre esose: un ettaro di pioppeto costava al concessionario 76.500 lire nel 1993 e 100.124 lire nel 1996. Cercheremo di recuperare i crediti e già oggi, per ogni pratica nuova o rinnovata, mettiamo ogni dato nel computer. Ma siamo solo agli inizi».

Nelle golene asciutte, le radici dei pioppi non arrivano più alla falda. Hanno bisogno di irrigazione, in quella che fino a pochi anni era una palude. Se l´acqua sollevata dalle idrovore non arriva, i pioppi si abbattono al suolo, come soldati sfiniti.

L’altro ieri era una casa colonica, con stalle, fienili e qualche baracca. Oggi sono 55 appartamenti divisi in dieci fabbricati. Una lottizzazione molto ampia quella che si è riusciti ad attuare in zona San Severo, nel comune di Casole d’Elsa. Sulla quale però il sostituto procuratore della Repubblica di Siena Mario Formisano ha voluto vederci chiaro. Da quando qualche mese fa un privato cittadino aveva presentato un esposto ritenendo ci che vedeva crescere nella zona una struttura troppo ampia rispetto ai volumi iniziali degli immobili preesistenti. Il magistrato ha quindi affidato gli accertamenti sul campo al Corpo forestale dello stato e ai carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria. Risultato: ieri mattina gli uomini della forestale si sono presentati nella zona di San Severo ed hanno proceduto al sequestro dell’intera lottizzazione (operazione Monopoli). In totale 30 mila metri quadrati di territorio, per 10 milioni di euro di valore. Inoltre ci sarebbero anche sei avvisi di garanzia inviati ad altrettante persone di cui non si conoscono i nomi.

I reati che si ipotizzano per questo ennesimo e preoccupante episodio riguardante la gestione dell’appetibile ma delicato territorio senese (la vicenda di borgo di Monticchiello è ancora fresca) sono quelli di lottizzazione abusiva, uso di rifiuti speciali, modifica morfologica dei terreni, realizzazione di un invaso da 20 mila metri cubi d’acqua che sarebbe stato realizzato secondo il corpo forestale dello Stato senza le necessarie autorizzazioni. «Con il potenziale rischio - si sottolinea in una nota - che eccezionali eventi atmosferici possano far sondare le acque dallo sbarramento con pericoli per la pubblica utilità».

Ai 55 appartamenti al posto della casa colonica e annessi, per i quali la legge consente il recupero ma rispettandone le volumetrie di partenza, secondo le indagini si sarebbe arrivati aumentando appunto i volumi delle strutture che di notte sarebbero state tutte demolite. «Forse - ipotizza la Forestale - a mascherare l’operazione immobiliare non tanto legittima. E così vengono forniti alla pubblica amministrazione dati molto presumibilmente gonfiati». Però risulta dalle indagini che alcune concessioni edilizie siano state approvate in tutta fretta il che ha portato al «completo stravolgimento quello che era una vecchia cascina e un paesaggio invidiabile». Fin qui la storia. Le reazioni non si sono fatte attendere.«Occorre alzare la soglia dei controlli sulle speculazioni a danno del territorio toscano» rileva in una nota Legambiente «Gli speculatori immobiliari - dicono Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente e Fausto Ferruzza, direttore di Legambiente Toscana - devono tenere giù le mani dalla regione. Questo nuovo importante sequestro, che segue di pochi mesi quello di Monticchiello in Val d’Orcia, deve servire a porre fine all’azione dissennata di chi cerca di arricchirsi a danno di un patrimonio inestimabile, sia dal punto di vista ambientale, sia paesaggistico ed economico, come quello della campagna senese e di tutta la Toscana».

Prende posizione con una breve dichiarazione il sindaco di Casole Valetina Feti nella quale, mentre conferma fiducia nelle indagini della magistratura, si augura che «venga fatta presto chiarezza sulle presunte irregolarità riscontrate per l’intervento edilizio attuato a San Severo. Confermo inoltre l’assoluto interesse di questa amministrazione affinché lo svolgimento delle indagini possa contribuire a ripristinare quello stato di certezza che occorre per ben gestire la cosa pubblica, garantendo così il buongoverno di questo territorio».

Duecentomila anziani in condizione di fragilità economica o sociale. Quarantamila di loro ormai non sono più, in parte o del tutto, autosufficienti. Più di quattromila minori stranieri non accompagnati censiti tra il 2004 e il 2006. Decine di migliaia di persone che vivono sotto l’incubo dell’emergenza abitativa: tredicimila quelli accolti in residence o strutture del Comune, 4.290 in villaggi rom attrezzati, 42.500 destinatari di un sostegno all’abitare. E centinaia di migliaia di immigrati, di cui 230 mila solo quelli regolarmente residenti nel Comune di Roma. Numeri di una grande città, che «come e più di altre aree metropolitane» si trova «ad affrontare problematiche sociali che si manifestano spesso in modalità e dimensioni particolari», racconta il sindaco Veltroni nella sua lettera ai ministri. Inviata a nove ministri per proporre, a partire da Roma, un «patto sulle questioni sociali simile a quello concordato, sui temi della legalità, con il Ministro dell’Interno». A suggerirla le emergenze del paese riflesse nei problemi quotidiani di una città in cui i servizi del Comune raggiungono 150 mila anziani, ma che conta 577.973 abitanti sopra ai 65 anni e almeno 200 mila in condizioni di fragilità. Affetti da alzheimer o da forme di demenza - circa 22 mila -, in condizioni di precarietà abitativa - 3 mila, secondo le stime del Comune, sono sotto sfratto o convivono forzatamente con altri familiari -, circa 30 mila vivono con una pensione minima. Mentre 36 mila sono i minori che hanno bisogno di sostegno e che sono stati raggiunti in qualche modo dal Comune.

A Roma in dieci anni sono state emesse 40 mila sentenze di sfratto per morosità. Un numero che dà l’idea di quanti non riescono a pagare l’affitto. Molti di loro però non hanno accesso alla graduatoria per le case popolari che conta tra i 31 mila in attesa 2.787 già sfrattati e 3.379 con sfratto esecutivo, tutti con un reddito inferiore ai 20 mila euro. Solo nel 2005, le richieste di esecuzione di sfratto sono state più di 10 mila e gli sfratti eseguiti con la forza pubblica 2.872.

Numeri che Caritas e Comunità di Sant’Egidio conoscono bene. E per questo appoggiano la proposta del «patto sociale» che piace anche alla sinistra radicale. «Ora spetta al governo rispondere adeguatamente a questa sollecitazione», plaude a Veltroni anche il segretario cittadino del Prc, Smeriglio.

Postilla

Durerà un po' più dello spazio d'un mattino le denuncia/proposta del Sindaco di Roma e candidato alla leadership dell'Ulivo? Speriamo di si. E speriamo magari che qualcuno si ricordi del modo e delle ragioni per cui furono smantellati gli strumenti costiituiti quando al welfare state nella città e nel territorio ci si credeva, quando il ruolo dello stato (della Repubblica, Res Publica) era ritenuto essenziale e centrale per risolvere i problemi che il mercato continuava ad aggravare, quando si formò (certo faticosamente, certo incompletamente, certo drammaticamente, tra scioperi generali e iniziative legislative a sinistra e bombe a destra) quel complessso di strumenti per la costruzione di alloggi nuovi depurati dalla rendita (il Peep), per il recupero guidato del patrimonio abitativo esistente, per il controllo dell'offerta privata con l'equo canone. Strumenti che avvicinavano alla realtà il principio della "casa come servizio sociale" o, come meglio diremmo oggi, come diritto comune che a tutti deve essere garantito.

Non ha probabilmente senso oggi riproporre quegli strumenti. Ma certo ha senso riproporre i principi che erano alla loro base: principi che l'egemonia del neoliberismo ha incrinato dove non ha potuto distruggere. E ha senso domandarsi quanto siano compatibili con quei principi le politiche di favore alla rendita immobiliare che la stragrande maggiorabza delle città italiane stanno allegramente praticando . A cominciare - non possiamo tacerlo - dalla Capitale.

«Almeno il 40% di spazi ai privati». «Nessuna spartizione. E comunque la quota di edificazione non può andare oltre il 33% delle aree». Prime schermaglie tra costruttori e Comune sul futuro dei 12 immobili militari appena passati al Demanio, che li darà in concessione a palazzo d’Accursio o privati. E lo scontro si allarga subito all’altra grande operazione immobiliare in vista nel futuro di Bologna, quella all’ex Mercato Fioravanti: «Un’impresa che partecipasse al bando del Comune andrebbe in perdita» attacca il direttore del Collegio costruttori Carmine Preziosi. In concreto: «A fronte di un investimento di 55-60 milioni si rischia una perdita di 5 milioni, non recuperabili nè attraverso la vendita né attraverso la locazione», spiega Preziosi. Insomma «le imprese stanno valutando se presentarsi solo per senso del dovere». O se non presentarsi del tutto. Sulle aree militari poi l’impegno non sarebbe da meno: lo stesso Comune stima che per recuperare la sola Staveco occorreranno oltre 40 milioni.

Il doppio affondo dei costruttori segue un unico filo conduttore, e prende spunto dalle aree fino a due settimane fa di proprietà del ministero della Difesa a Bologna: ben 600 mila metri quadri, ricchi di verde, anche in zone di assoluto pregio ai bordi della collina. Tra queste gioielli come la Staveco e la caserma S.Mamolo, ex convento francescano, e poi l’enorme appezzamento dei Prati di Caprara che la giunta ha già detto di voler trasformare nel secondo grande polo del verde cittadino dopo i giardini Margherita. Quanto alla Staveco, l’assessore all’Urbanistica Virginio Merola ha subito messo in chiaro: lì «niente villette» ma scuole o impianti sportivi come chiesto dal quartiere S.Stefano. E in generale, la destinazione a uso pubblico sarà prevalente.

Subito realtà importanti come ateneo, procura e questura si sono fatte avanti rivendicando l’esigenza di nuovi spazi. È questo il quadro in cui nasce il vivace scambio di battute tra Merola e Preziosi, ieri ai microfoni di Radio Città del Capo. Un confronto che poi Preziosi ha voluto allargare anche al delicatissimo comparto dell’ex mercato. «Il problema è quello dell’equilibrio tra costi e ricavi, sulle aree ex militari vedo solo proposte con un forte consenso sociale ma sbilanciate sui costi», ragiona Preziosi riferendosi sia all’impostazione data dal Comune, sia alle richieste arrivate da diversi enti.

Il ragionamento è chiaro: impossibile attuare interventi così consistenti senza fondi privati. Ma è altrettanto impossibile che un privato possa farsi avanti senza un guadagno, «la differenza tra costi e ricavi deve essere almeno del 30%», spiega Preziosi. Ecco allora che il Collegio invita l’assessore a essere «molto realista» e a riconoscere come «imprescindibile» la destinazione residenziale. Con tanto di indicazione su come suddividere la riqualificazione delle 12 aree: con un 60% di uso pubblico e un 40% a gestione privata. Merola chiude subito la porta, «impossibile stabilire ora delle percentuali, ci vogliono sei mesi per gli studi di fattibilità, qui si mettono le mani avanti prima del tempo», detta alla vigilia del primo incontro tecnico sul tema, oggi a Roma. E comunque «il coinvolgimento dei privati non lo vediamo solo nella costruzione di alloggi, possono realizzare anche parchi o altre strutture». Unica concessione, quella sui Prati di Caprara: qui ai potrebbe seguire il “modello” del Parco dei Cedri, «realizzato permettendo l’edificazione di alloggi ai suoi margini».

Preziosi insiste. «Il 33% ci può anche andare bene, purché si faccia un ragionamento complessivo sulle 12 aree, se i Prati di Caprara saranno verde al 100% da qualche altra parte i privati dovranno avere anche più del 40%». Un’impostazione che Merola respinge al mittente. «Mai detto che pensiamo di fare a meno dei privati - sbotta - ma devono lavorare attenendosi a quello che dice il Comune, come è sempre stato». Intanto l’assessore annuncia che presto il Comune chiederà allo Stato anche la caserma dei carabinieri di viale Panzacchi, collocata tra le due aree da riqualificare di Staveco e S.Mamolo: «Così potremmo creare un unico grande complesso di accesso alla collina».

Eddyburg aveva scritto per Carta...

Per l´autostrada della discordia, la scia d´asfalto che sembrava ormai destinata a divorare i boschi e i vigneti della Maremma, il progetto torna alla casella di partenza. Tutto è di nuovo appeso alla Valutazione d´impatto ambientale. Lo ha comunicato, in una lettera, il presidente della Commissione speciale Via, Bruno Agricola: «Il percorso autorizzativo è solo nella fase iniziale e sarà comunque necessario, sulla base delle prescrizioni espresse, adeguare il progetto che dovrà essere oggetto di una nuova ripubblicazione e di un nuovo pronunciamento da parte della Commissione speciale Via».

In sostanza è stato annullato il blitz di fine legislatura del governo Berlusconi che aveva ottenuto semaforo verde per la Civitavecchia - Livorno. Determinante era stato il parere favorevole della Regione Toscana che, dopo una lunga fase d´incertezza, aveva optato per un sì condizionato alla definizione di un percorso vicino alla costa, in modo da evitare il disastro paesaggistico nelle aree interne. Ma anche il nuovo tracciato aveva suscitato grandi perplessità per l´impatto prodotto da un ennesimo cordolo d´asfalto parallelo all´Aurelia, alla ferrovia e alle vie minori. Perplessità che hanno portato all´accumularsi di una serie di ritardi e ripensamenti. La Regione Lazio, contraria alla costruzione di altre 6 corsie che si aggiungerebbero alle 4 esistenti per buona parte del tracciato, ha disertato le riunioni di valutazione degli aspetti operativi. Il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) non si è ancora espresso. E le 84 prescrizioni imposte dalla commissione Via nel marzo 2006 si sono rivelate un handicap così pesante da costringere a riscrivere il progetto. Una mutazione tanto drastica da aver spinto il presidente della Commissione a chiedere un nuovo giudizio complessivo sull´autostrada proposta in una delle aree più incontaminate d´Italia.

«Interventi di mitigazione, opere di raccordo con i porti e la viabilità locale, studio dell´impatto sulle aree protette e sui 13 siti di interesse comunitario attraversati: quelle 84 prescrizioni hanno imposto una riscrittura totale e così oggi siamo di fronte a un progetto che di fatto non ha valutazione d´impatto ambientale», spiega la senatrice verde Anna Donati. «Alcune di queste prescrizioni sono poi decisamente bizzarre. Ad esempio si obbliga l´amministrazione pubblica a distruggere, a spese dei cittadini, 2 delle 4 corsie esistenti. La ragione è al tempo stesso logica e folle: se l´Aurelia resta una via comoda e gratuita, l´autostrada fa pochi profitti. Dunque per aumentare il fatturato dei privati bisogna distruggere un bene pubblico».

In realtà dei 120 chilometri del tratto tra Grosseto e Civitavecchia, che costituiscono il nodo del contendere, ben 95 sono già a 4 corsie: all´appello mancano solo 25 chilometri. Completare l´ampliamento dell´Aurelia e metterla in sicurezza costerebbe circa 800 milioni di euro. Il progetto autostradale, senza contare i maggiori costi derivanti dalle prescrizioni obbligatorie, viaggia invece a quota 2,5 miliardi.

Il nuovo stop al progetto cade in un momento particolarmente critico, alla vigilia del passaggio alla fase operativa del progetto. «In queste condizioni», continua Anna Donati, «sarebbe insensato proseguire nella fuga in avanti iniziata dalle società interessate e passare alla firma della convenzione con la concessionaria Sat già annunciata dal ministro Di Pietro».

L’incubo del mattone senza regole

di Maurizio Bono,

Sarà che dopo quarant’anni il risveglio è brusco, ma sembra un incubo il modo in cui Milano, la grande città europea più incapace dalla fine del dopoguerra di mettere all’ordine del giorno il proprio rinnovamento urbano, adesso rischia di trasformarsi in un unico sfrenato cantiere. La proposta della società proprietaria dell’ippodromo di San Siro di lottizzare piste, trotto e scuderie, nella sua disarmante franchezza ha un pregio: non tira neppure in ballo (per adesso) il fascino dei grattacieli e della crescita metropolitana nel terzo millennio, si limita a fare quattro conti. L’ippica e le scommesse non vanno più bene come una volta? Pazienza, si cambia ramo. E se vuoi vendere 155 ettari di verde in piena città a chi offre di più, scartata la tentazione proibita delle coltivazioni di oppio, non ci vuole un genio per pensare al mercato del mattone. A questo punto, però, a qualunque latitudine abitata gli amministratori pubblici porrebbero un problema. E sarebbe bello poter essere certi che presto succederà anche da noi.

Gli argomenti per scartare anche la sola ipotesi (anziché buttare lì un "vedremo" che non può che far crescere le preoccupazioni) sono tanti e seri. Il primo è quello generale - ma vero - che a Milano il verde manca più dello spazio per costruire nuove case, e che è da folli distruggere il poco che c’è prima di aver risanato tutte le aree dismesse, le zone ancora piene di macerie, gli angoli da bonificare dal pattume delle vecchie industrie. Dove, in ogni caso (perfino nei più discussi tra i tanti cantieri già aperti, Varesine, Garibaldi, Fiera, Isola, Montecity...) il rapporto tra cubature di cemento e nuovo verde messo a disposizione della collettività resta il criterio universalmente accettato in occidente per stabilire la qualità di un progetto.

Ma prima ancora, e senza limitarsi al valore senza prezzo del verde, un freno alla tumultuosa ed entusiasta conversione dell’intera Milano in una gigantesca area di residenze e uffici dovrebbe venire dalla consapevolezza che una città non è fatta solo di condomini e palazzi.

Il cahier des doleances su tutto ciò di cui Milano ha urbanisticamente bisogno e che non ha, è così noto che potrebbe sottoscriverlo tanto i partecipanti alla fiaccolata del sindaco che i centri sociali: parchi, piscine, impianti sportivi, piste ciclabili, ma anche case popolari a basso prezzo per evitare lo scandalo dei subaffitti capestro ai poveracci, case per gli studenti in modo da attirarli in quella che si vorrebbe capitale dell’innovazione. E magari spazi adatti ai commerci all’ingrosso (dei carrellini cinesi ci si è già scordati?), un ortomercato gestibile (ci si è già scordati anche degli arresti?), zone nuove accettabili per il divertimento e un risanamento radicale, con la riduzione della concentrazione spontanea dei locali, in quelle super congestionate dei navigli e del centro dove la notte nessun dorme.

Cosa c’entra tutto ciò con i grandi cantieri della trasformazione urbana? Pochissimo, e il problema è proprio questo. Perché man mano che le fabbriche dei grattacieli prendono l’abbrivio e ad esse si aggiungono addirittura idee assurde come lottizzare i galoppatoi, è sempre più evidente che agli interessi-guida (in sé spesso legittimi) di speculatori e sviluppatori immobiliari non fa da contrasto nessuna capacità dell’amministrazione pubblica di ottenere in cambio di meditate e ragionevoli autorizzazioni ciò che alla città serve davvero. Fino al paradosso di ricevere dagli immobiliaristi, naturalmente a scomputo degli oneri, scintillanti musei griffati, auditorium ed eleganti show room che diventano fonte di imbarazzo per assessori che non sanno che farne, non avendo comunque in bilancio neppure i fondi per tenerli aperti. Ma si sa, fare i difficili coi buoni affari è antipatico, tagliare molti nastri è un piacere.

Torna a rischio il verde di San Siro

diGiuseppina Piano

Un grande parco e dei palazzi residenziali al posto di scuderie e ippodromo. La Snai, la proprietaria di tutta l’area ippica di San Siro, torna alla carica con il suo progetto di sempre: traslocare corse del trotto e cavalli e vendere un milione di metri quadrati, che messi dove sono valgono oro. Un progetto mai andato in porto, perché il Comune non ha mai concesso la variante al piano regolatore che darebbe via libera all’edificazione di case. La Snai ci riprova. E da Palazzo Marino l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli apre alla trattativa: «Pronti a discutere. Ma con un punto fermo: qualsiasi operazione deve avere un preminente interesse pubblico».

Non un sì. Ma neppure un no. E basta parlarne che dall’Unione la risposta è la trincea: «Mobilitazione» contro la «ripresa di forti pressioni speculative sulle aree», promettono subito i Verdi con Enrico Fedrighini. Che al sindaco e alla giunta manda a dire: «Hanno uno strumento semplice per mettere a tacere qualunque illazione: porre un vincolo urbanistico sull’intera area». «Non sappiamo se ci sarà un nuovo Piano regolatore che possa permetterci l’intervento. Se dovesse avvenire saremo pronti a trasferirci», riapre intanto il pressing sul Comune la Snai con il presidente Maurizio Ughi. In Comune in realtà il progetto proposto per quel milione di metri quadrati non è ancora arrivato, e l’assessore Masseroli avverte che «quello è un polmone verde fondamentale su cui bisognerà ragionare con grande attenzione». La trattativa per arrivare a un futuro diverso però si può fare.

Ma che cosa vorrebbe Snai? Tenersi solo un terzo del milione e mezzo di metri quadrati che ha oggi a San Siro, tenersi l’ippodromo del galoppo che è vincolato come monumento storico e che dunque non si potrà mai abbattere. E vendere il resto: l’ippodromo del trotto a fianco del Meazza, le scuderie, le piste di allenamento. La società ippica ha già dato un’opzione di cinque anni sull’acquisto alla società immobiliare Varo, la stessa che come advisor adesso tratterà con il Comune per ottenere il necessario via libera urbanistico a un’operazione che potrebbe valere oltre 300 milioni di euro. Per farci cosa? Già nel 2005 la società fece elaborare un progetto di riqualificazione dell’area all’architetto Stefano Boeri. Prevedeva di creare un grande parco al posto dell’Ippodromo del trotto ma anche delle abitazioni lungo il perimetro, un albergo e altri servizi di supporto al Meazza e agli appassionati di calcio (ristoranti e bar, negozi di merchandising). Il progetto, adesso, sarà rivisto ma resterà la sostanza: parco e verde, case, servizi per lo stadio.

Lo scoglio invalicabile da superare è il piano regolatore che prevede lì verde e attività sportive. Ma il piano regolatore, se il Comune volesse, si può cambiare. C’è da convincere Palazzo Marino, dunque. E lì non c’è solo l’assessore Masseroli che vuole andare a vedere le carte. Anche il collega Giovanni Terzi, assessore allo Sport, guarda con cauto interesse a un progetto che potrebbe influire sulla sempre rimandata vendita del Meazza a Milan e Inter: «Stiamo ragionando sul futuro dell’area e sulla cessione dello stadio. Valuteremo anche questa proposta».

Premessa: cronaca dell’incontro

Il documento che presentiamo è stato discusso l’11 maggio scorso, nell’ambito di un interessante incontro sul Piano d’inquadramento territoriale della Toscana. Si è trattato di un confronto tra un gruppo di docenti della Corso di laurea in Urbanistica e pianificazione territoriale e ambientale di Firenze, che aveva preparato un documento critico sul PIT, e l’assessore Riccardo Conti, accompagnato da funzionari ed esperti della Regione.

L’incontro è iniziato con un intervento di Alberto Magnaghi, che ha ampiamente illustrato il documento preparato - a conclusione di un’attività seminariale che aveva visto partecipare numerosi docenti della facoltà - da lui stesso e da Paolo Baldeschi (il documento è scaricabile utilizzando il link in calce). Nel documento erano espresse numerose critiche al PIT e alcune proposte alternative, sulle quali ci si aspettava una puntuale replica degli interlocutori regionali. Questi (Marco Gamberini, riccardo Baracco e Massimo Morisi) si sono limitati a ribadire le tesi e gli argomenti del PIT evitando di entrare nel merito delle proposte avanzate nel documento Magnaghi-Baldeschi. Le critiche al PIT sono state ribadite e accentuate negli interventi di altri docenti (Pardi Pizziolo, Sgrelli, Ventura).

Il dibattito veniva a questo punto riassunto da Paolo Baldeschi, il quale presentava un documento nel quale, a partire dalla critica sulla tutela dei beni paesaggistici, si propone di rendere operativi ed immediatamente efficaci alcuni articoli della Disciplina del PIT riguardanti le invarianti strutturali “patrimonio collinare” e “patrimonio costiero”. Si tratta dei territori più interessati dalle ‘aspettative e le conseguenti iniziative di valorizzazione finanziaria nel mercato immobiliare’, aspettative che il PIT si propone di disincentivare mediante una revisione degli strumenti urbanistici, rinviando però l’efficacia di questa espressa intenzione a un tempo indeterminato.

Intervenendo con molta durezza l’assessore Conti, pur dichiarandosi aperto al confronto per una revisione a lungo termine delle posizioni, delle scelte e delle procedure espresse nel PIT, ha ribadito con forza la validità dell’impostazione del PIT. Ha tratteggiato la linea politica regionale come caratterizzata da una forte regia pubblica (diversamente che in Lombardia, in Toscana si rivendica un primato della politica sull'impresa), una forte differenziazione dei ruoli (la regione usa la leva finanziaria-programmatoria, i comuni decidono l'uso del territorio), la scelta di una collaborazione invece che di un riscontro di conformità. Nessun ripensamento quindi, nessuna disponibilità a correggere il PIT, nessuna intenzione di porre limiti certi (condizioni, tutele, statuti) alle pratiche di concertazione istituzionale.

In particolare, Conti ha affermato che il PIT non può né vuole delimitare alcun ambito e quindi eventuali norme di salvaguardia sono impossibili (se non per i “beni paesistici” già perimetrati da atti amministrativi pregressi). Rovesciando il senso di una importante acquisizione culturale in merito alla tutela ha proposto di sostituire il termine “invariante strutturale” con l’espressione “capacità o potenzialità dei suoli” (sic). Infine, ha suscitato lo stupore degli urbanisti presenti affermando che in nessuna parte di Europa le trasformazioni territoriali sono il risultato di piani di area vasta, ma ovunque decidono i piani, comunali dimostrando di ignorare che in tutt’Europa (per non parlare delle esperienze degli anni Quaranta del secolo scorso, si sta individuando da oltre un decennio nella pianificazione sovracomunale uno strumento essenziale per la lotta al consumo di suolo e il controllo della diffusione urbana. Ultimo caso: il nuovo Schema directeur de la région Ile-de-France, che perimetra rigorosamente le aree rurali, rendendo efficace (opposable alla pianificazione comunale comunale) la direttiva“pérenniser l’espace agricole” (si veda l’articolo di Maria Cristina Gibelli per eddyburg)

UNA PROPOSTA PER RENDERE IMMEDIATAMENTE OPERATIVE ALCUNE NORME DEL PIT RELATIVE ALLA TUTELA DEL PAESAGGIO

La proposta che qui viene avanzata è integrativa di quella già formulata dal Corso di laurea in Pianificazione urbanistica territoriale e ambientale e dal Corso di laurea in Progettazione e pianificazione della città e del territorio con il titolo “Note sul Piano di Indirizzo Territoriale della Regione Toscana”. Mentre quest’ultima proposta ha un carattere strutturale e richiede un processo dialogico che porti alla revisione contestuale di parti del PIT e della LR 1/2005, il presente documento ne anticipa alcuni contenuti in forma di salvaguardia. E’ ovvio che, data la forma negativa delle prescrizioni di salvaguardia, esse dovranno essere superate in un arco ragionevole di tempo da disposizioni di tipo positivo nell’ambito del processo di revisione cui si è fatto cenno.

La proposta mira a rendere operativi ed immediatamente efficaci alcuni articoli della Disciplina del PIT riguardanti le invarianti strutturali “patrimonio collinare” (art.20 e sg.) e “patrimonio costiero” (art. 26 e sg.). Si tratta dei territori più interessati dalle ‘aspettative e le conseguenti iniziative di valorizzazione finanziaria nel mercato immobiliare’, aspettative che il PIT si propone di disincentivare mediante una revisione degli strumenti urbanistici (si veda: Disciplina del PIT, art. 21 comma 2, art. 27, comma 4)

Lo Statuto territoriale del PIT ha formulato una serie di prescrizioni volte alla tutela di tali invarianti strutturali, prescrizioni che tuttavia postulano (salvo pochissime eccezioni) un adeguamento degli strumenti urbanistici di Province e Comuni. Alcune di queste prescrizioni sono integrate o riformulate come “obiettivi di qualità” nelle schede del PIT riferite agli “ambiti paesaggistici” e tuttavia anche in questo caso gli obiettivi sono espressi come direttive o indirizzi agli enti locali con la formula “gli strumenti di pianificazione territoriale assicurano il perseguimento dei seguenti obiettivi .... ”, senza alcuna efficacia immediatamente cogente. Il rischio, ma si potrebbe dire la certezza, è che, una volta portato a termine il complesso iter di adeguamento degli strumenti urbanistici, buona parte del patrimonio territoriale che si vuole tutelare attraverso il piano paesaggistico sarà irrimediabilmente compromesso. Anzi, lo stesso piano paesaggistico può dare un’accelerazione alle operazioni speculative per i suoi effetti di tutela procrastinata.

La necessità e opportunità di rendere immediatamente operative alcune norme contenute nel PIT, in modo tale che esse assumano una funzione di salvaguardia rispetto alle previsioni degli strumenti urbanistici vigenti è supportata da solide ragioni sia di natura sostanziale sia di natura normativa.

Si è già accennato alle questioni di merito e, d’altra parte, è sufficiente prendere atto delle numerose “iniziative di valorizzazione immobiliare” in corso, per lo più costituite da lottizzazioni a villette destinate a seconde e terze case e comunque non rispondenti ad alcun fabbisogno abitativo solvibile. Le ragioni per cui i Comuni sono a parole virtuosi nei Piani Strutturali e nei fatti promotori o acquiescenti alla speculazione edilizia nei Regolamenti Urbanistici sono state ampiamente analizzate e qui sono date per acquisite. E’ tuttavia opportuno sottolineare che i Comuni hanno una debole capacità di resistenza rispetto ad un blocco di interessi che vede coinvolti capitali finanziari, imprese ed operatori edili, proprietari fondiari e come, in tali circostanze, assuma un’importanza vitale la “protezione” di un supporto normativo e pianificatorio meno sensibile alle pressioni locali.

Da un punto di vista giuridico norme di “salvaguardia” di immediata efficacia sono previste dal Codice dei beni culturali e del paesaggio e pertanto giustificate dal fatto che lo Statuto territoriale del PIT ha valore di Piano paesaggistico, contenendo l’individuazione delle invarianti strutturali e la formulazione delle prescrizioni correlate.

Si ricorda a tale proposito che ‘le disposizioni del Piano paesaggistico possono avere efficacia sia immediatamente precettiva e direttamente operativa che efficacia di direttive necessitanti[1], per trovare applicazione, della mediazione di uno strumento di pianificazione sottordinato[2]. Si veda a questo proposito l’art. 3 dell’Intesa tra il Ministero per i beni e le attività culturali e la Regione Toscana siglata il 23 gennaio 2007[3] . Particolarmente significativo in questo senso (cioè relativamente alla possibile immediata efficacia precettiva di punti cruciali della disciplina del PIT), l’art. 48, comma 4d della LR 1/2005 che recita: ‘Ai fini di cui al comma 3, il piano di indirizzo territoriale stabilisce: (....)

d) le misure di salvaguardia immediatamente efficaci, pena di nullità, di qualsiasi atto con esse contrastanti, sino all’adeguamento degli strumenti della pianificazione territoriale e degli atti di governo del territorio di comuni e province allo statuto del territorio.

Le norme di immediato valore precettivo

Riportiamo dalla Disciplina del PIT le norme di cui si propone un’immediata efficacia.

Articolo 20 – Il patrimonio “collinare” della Toscana quale terza invariante strutturale dello Statuto.

Definizione tematica.

2. Il lemma “patrimonio collinare” - di cui al paragrafo 6.3.3 (con riferimento al primo obiettivo conseguente ivi contemplato) del Documento di Piano - designa ogni ambito o contesto territoriale - quale che ne sia la specifica struttura e articolazione orografica (collinare, montana, di pianura prospiciente alla collina ovvero di valle) - con una configurazione paesaggistica, rurale o naturale o a vario grado di antropizzazione o con testimonianze storiche o artistiche o con insediamenti che nerendono riconoscibile il valore identitario per la comunità regionale nella sua evoluzione sociale o anche per il valore culturale che esso assume per la nazione e per la comunità internazionale.

Articolo 21 – Il patrimonio “collinare” della Toscana come agenda di applicazione dello statuto. Direttive ai fini della conservazione attiva del suo valore.

7. Nelle aree di cui all’art. 20 sono comunque da evitare le tipologie insediative riferibili alle lottizzazioni a scopo edificatorio destinate alla residenza urbana.

8. Nelle more degli adempimenti comunali recanti l’adozione di una disciplina diretta ad impedire usi impropri o contrari al valore identitario di cui al comma 2 dell’art. 20, sono da consentire, fatte salve ulteriori limitazioni stabilite dagli strumenti della pianificazione territoriale o dagli atti del governo del territorio, solo interventi di manutenzione, restauro e risanamento conservativo, nonché di ristrutturazione edilizia senza cambiamento di destinazione d’uso (ns corsivo).

Articolo 27 – Il patrimonio “costiero” della Toscana come agenda di applicazione dello statuto. Direttive ai fini della conservazione attiva del suo valore.

2. Il lemma “patrimonio costiero” - di cui al suddetto paragrafo 6.3.3 (sottoparagrafo 2) del Documento di Piano - designa il valore paesaggistico e funzionale del territorio - urbano ed extraurbano - che dipende dal mare e dalle relazioni organiche che con esso intrattengono le comunità e le attività umane insediate sul litorale toscano e nelle sue città, insieme alle testimonianze storico-culturali e alle specifiche funzioni portuali, ricettive e infrastrutturali che quelle comunità e quelle attività identificano e qualificano nell’insieme del territorio regionale sia per il passato sia per il futuro.

3. Sono da evitare nuovi interventi insediativi ed edificatorî su territori litoranei a fini residenziali e di ricettività turistica, se non in ottemperanza alla direttiva anticipata nel sottoparagrafo 2 del paragrafo 6.3.3 del Documento di Piano. (ns corsivo).

In sintesi, per ciò che riguarda il patrimonio collinare la disciplina del PIT prevede che nel tempo occorrente affinché gli strumenti urbanistici si adeguino alle sue direttive di tutela paesaggistica, siano permesse solo operazioni relative all’edilizia esistente (escludendo peraltro la ristrutturazione urbanistica). Si propone perciò di integrare l’agenda con una uguale disposizione riguardante il patrimonio costiero, tenendo conto delle analogie esistenti fra le due invarianti strutturali rispetto agli interventi di “valorizzazione immobiliare” e, conseguentemente, della necessità di simmetriche misure di salvaguardia.

Conclusioni

Rendere immediatamente efficaci le disposizioni precedentemente indicate non comporta alcuna modifica di poteri e competenze, né richiede varianti al PIT adottato se non per un comma che ripeta nell’art. 27, relativamente al patrimonio costiero, quanto già previsto dal comma 8 dell’art. 21 per il patrimonio collinare. Per rendere operative le norme di salvaguardia di colline e coste tuttavia è operazione essenziale e sostanziale definirne con precisione gli ambiti di applicazione, cioè quali siano i confini delpatrimonio collinare e dei territori litoranei. Si tratta di un compito che può essere svolto dagli organismi competenti della Regione (con l’eventuale collaborazione di istituti universitari) in un arco di tempo relativamente breve e tale da assicurare con la necessaria tempestività la tutela paesaggistica delle parti di territorio più soggette a pressioni speculative.

Allegato

Documento par 6.3.3 punto 2

Mutatis mutandis, anche per le coste la Regione adotta un indirizzo preciso. Che si può sintetizzare come segue: salvo che per i porti, …non si urbanizza a mare. Contestualmente, la Regione intende superare il “piano della portualità turistica” così come oggi configurato, e privilegiare una portualità in cui l’offerta turistico-diportistica adotti una nuova selettività: sia sul piano della qualità che della quantità degli interventi modificativi. Una selettività, in particolare, che sia comunque ancorata alla filiera cantieristica e manutentiva della industria nautica toscana e alle sue dislocazioni territoriali. Così, come per il patrimonio “collinare” e rurale della Toscana, anche per le coste la Regione ritiene necessario interrompere il proliferare di attività meramente orientate alla valorizzazione immobiliare e alla conseguente speculazione di breve periodo. Vogliamo privilegiare - invece - chiari e innovativi disegni imprenditoriali, capaci di far sistema con un’offerta turistica organizzata e integrata nella chiave di servizi plurimodali e coordinati. E che, al centro della sua attrattività, abbia un paesaggio costiero integro e pienamente riconoscibile nella varietà dei suoi fattori estetici, storici e funzionali. E’ a tali condizioni che la stessa offerta turistica costiera può ben avvalersi della liberalizzazione degli ormeggi. Mentre, più in generale - e sempre nel rispetto dei suddetti indirizzi -sono da incoraggiare le potenzialità attrattive connesse allo sviluppo di un armonioso waterfront che investa l’insieme del patrimonio costiero toscano e, mediante attente progettualità coordinate di conservazione attiva e di neoqualificazione funzionale, colleghi il fascino delle città e dei borghi di toscani, la suggestione dei porti, nelle loro infrastrutture demaniali così come nelle loro passeggiate a mare, entro una trama unitaria ove centri urbani ed entroterra costiero acquisiscano una nuova vitalità nell’abitare e nell’intraprendere18.

Ma la tutela e la valorizzazione del patrimonio costiero toscano ha anche il volto di una grande e specifica politica pubblica che persegue l’innovazione profonda del patrimonio territoriale della nostra Regione e delle sue potenzialità competitive e attrattive. Si tratta di quella “piattaforma logistica costiera” che occupa uno spazio cruciale nell’agenda del Piano regionale di sviluppo19 e nelle strategie regionali di sostegno alla dinamicità del sistema economico toscano, ma anche italiano e comunitario. E che riveste una posizione eminente nell’agenda delle opzioni strategiche di questo Piano20 e in quel “Quadro strategico regionale” con cui la Toscana ha contribuito alla definizione del Quadro nazionale ove si situano le principali linee di investimento europeo. E’ un disegno infrastrutturale decisivo che conferisce alla Toscana una posizione cruciale nel sistema nazionale della mobilità e nella progettualità nazionale ed europea in materia di reti portuali e logistiche, e di connessioni ferroviarie e viarie tra le sponde del Mediterraneo e i grandi snodi del trasporto internazionale. Perché investe anche la stessa collocazione funzionale della Toscana nella distribuzione internazionale dell’offerta organizzata di mobilità e di logistica per persone, merci e informazioni. E tutto ciò, proprio a far leva sulla sua costa e sulla capacità delle sue città marine e del loro entroterra di far sistema: sia tra sé che con l’insieme del territorio toscano. Ma proprio per questo consideriamo la piattaforma logistica costiera qualcosa “di più” di una pur grande politica infrastrutturale. E la riteniamo, ai fini di questo Piano, essa stessa una parte saliente dei nostri metaobiettivi.

[1] Articolo 142, comma 2, articolo 145, commi 3, 4 e 5, del "Codice dei beni culturali e del paesaggio".

[2] Scano L., “La tutela dei “beni paesaggistici” nel “Codice” e nei provvedimenti legislativi e pianificatori della Regione Toscana”

[3]Intesa tra il Ministero per i beni e le attività culturali e la Regione Toscana del 23 gennaio 2007

Articolo 3

1. La disciplina paesaggistica regionale, ai differenti livelli di pianificazione territoriale, si estrinseca nelle prescrizioni di tutela dei beni paesaggistici e negli indirizzi per la valorizzazione e gestione dei paesaggi della Toscana. Essa si esprime attraverso le prescrizioni in attuazione del Codice ed attraverso azioni mirate alla tutela, alla conoscenza, alla divulgazione e alla didattica sul paesaggio, nonché, ove necessario, volte a indirizzare le trasformazioni del territorio verso obiettivi di qualità.

3.La valorizzazione del paesaggio è perseguita in modo specifico attraverso misure di riqualificazione delle aree rurali e urbane in condizioni di degrado ambientale, funzionale e relativo alla qualità edilizia.

4. L’elaborazione della pianificazione paesaggistica si adegua al dettato dell’art. 135 e si articola nelle fasi indicate dall’art. 143.

5.Tutti i soggetti istituzionali hanno il compito di tutelare il sistema dei beni paesaggistici al fine di garantirne la conservazione dei valori. Gli statuti degli strumenti di pianificazione provinciali e comunali dettano una specifica disciplina relativa ai beni paesaggistici, integrativa della disciplina paesaggistica contenuta nel piano di indirizzo territoriale regionale.

Diventano patrimonio dello Stato 201 ex caserme per un valore di 1 miliardo di euro. Lo prevede il primo decreto per il trasferimento di immobili siglato da Agenzia del Demanio e ministero della Difesa. Il provvedimento e' in corso di registrazione alla Corte dei Conti e sara' successivamente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Il decreto, che rientra nelle disposizioni previste dalla Finanziaria 2007, e' il primo di quattro che sanciscono il passaggio di immobili dagli usi militari al patrimonio disponibile dello Stato.

L' operazione di trasferimento degli immobili ex Difesa si concludera' entro luglio 2008, quando l' ultimo decreto completera' l' individuazione dei beni da trasferire all' Agenzia del Demanio, per un valore complessivo di 4 miliardi di euro. I 201 immobili, oggetto di questo primo decreto, saranno consegnati all' Agenzia del Demanio entro il 30 giugno 2007.

E' prevista per luglio 2007 una seconda lista di beni per il valore di 1 miliardo di euro con consegna entro fine 2007. Con identiche modalita' verranno poi consegnati, entro il 2008, beni immobili per un valore di altri 2 miliardi di euro.

L' Agenzia del Demanio avviera' sui beni ex Difesa progetti di valorizzazione e di eventuale dismissione, condividendo con i Comuni interessati iniziative in linea con i fabbisogni del contesto urbano e sociale nel quale gli immobili sono inseriti. Spesso situati nel centro delle principali citta' italiane, sottolinea l'Agenzia del Demanio, questi beni (caserme, arsenali, poligoni, terreni) rappresentano un' opportunita' di sviluppo e di innovazione nella gestione del patrimonio immobiliare pubblico e nella pianificazione degli assetti territoriali.

In un'intervista al settimanale 'Economy' il direttore dell'Agenzia del Demanio, Elisabetta Spitz, sottolinea come in alcuni casi, la dismissione dei beni di proprieta' della Difesa possa ''cambiare il volto delle citta''.

Spitz cita l'esempio di Piacenza, dove ''il 50% del territorio e' interessato da beni militari che ora potranno lasciare il posto a iniziative pubbliche, come ospedali, centri di ricerca e teatri''.

Per la valorizzazione del patrimonio ex militare, il direttore del Demanio spiega che ''stiamo aprendo tavoli permanenti di confronto con l'Anci, la Conferenza Stato-regioni e con tutti i singoli comuni interessati, per valutare i loro fabbisogni e definire insieme un piano di riconversione.

Spitz precisa poi che la proprieta' del bene restera' allo Stato: ai privati verra' ceduta la loro gestione. L'ente locale, spiega, ''stabilisce la destinazione d'uso e l'Agenzia redige i bandi di gara per i privati''.

Riprendiamo dal sito sosPatrimonio la nota, diramata dal sito Demanio Real Estate. Il piano presentato dall'Agenzia del Demanio è pubblicato qui

Postilla

Nell’utilizzare questa possibilità i governanti dei comuni dimostreranno le loro reali volontà e capacità, e il modo in cui intendono il termini “valorizzazione”.

Se vorranno guadagnare qualche soldo svendendo ingenti beni comuni, tratteranno col miglior offerente promettendo, in cambio di molti euro, destinazioni d’uso lucrose per i nuovi possessori. Se faranno così, rimarranno senza risposta ingenti fabbisogni sociali, i quali diventeranno l’occasione per occupare nuove porzioni di terreno extraurbano.

Se invece vorranno utilizzare questi immobili pubblici per soddisfare le necessità di attrezzature pubbliche e d’uso pubblico, di verde, di edilizia sociale, evitando così di urbanizzare nuove aree rurali, allora cercheranno il consenso dei cittadini sulla base di progetti urbanistici basati un rigoroso calcolo dei fabbisogni insoddisfatti.

Saremo grati ai nostri collaboratori e lettori se ci informeranno di ciò che accade in giro per le città italiane.

«La strada Fiorentina-Ghiaccioni non serve assolutamente alla viabilità ma apre il pascolo alle edificazioni sulle colline». Il severo giudizio non viene da un signore qualunque ma dall’architetto Vezio De Lucia, quello stesso urbanista di fama internazionale che ha firmato il piano strutturale dei tre comuni della Val di Cornia. De Lucia fu scelto sulla base del suo indiscutibile prestigio professionale. Autore di un centinaio di saggi sull’urbanistica, insegna alle Università di Roma e Palermo. Ha firmato diversi piani urbanistici di alcune delle più importanti città italiane, tra cui quello del comprensorio di Venezia. Ma soprattutto ha vissuto, come assessore all’urbanistica di Napoli, il processo di riconversione di Bagnoli dopo le dismissioni dello stabilimento siderurgico.

A Piombino ha fatto un lavoro che nel luglio dell’anno scorso, al momento dell’adozione del piano, non solo raccolse l’apprezzamento della maggioranza, ma anche quello di Rifondazione e Verdi. Tuttavia il rapporto tra il progettista e i tre Comuni (Piombino, Campiglia e San Vincenzo) s’interruppe bruscamente subito il primo voto in consiglio comunale.

Perché, chiediamo all’architetto De Lucia, questa improvvisa separazione?

«Formalmente scadeva l’incarico con l’adozione, non c’è stata nessun’interruzione forzata. L’eventuale proseguimento del lavoro poteva avvenire con un nuovo incarico, anche per procedere al riallineamento dei piani di San Vincenzo e Sassetta con quello degli altri Comuni. Questa seconda fase non c’è stata. È chiaro che nella sostanza affioravano però problemi. Il clima non era di intesa assoluta come in queste circostanze è indispensabile. Alla fine era stato un po’ complicato intendersi sulle scelte».

Durante il suo lavoro ha ricevuto pressioni?

«Nella fase iniziale tutto sembrava andar bene, con un’intesa che definirei totale. Naturalmente il piano adottato lo condivido fino in fondo. Però nell’ultima fase c’erano state discussioni che rendevano problematico, per quanto mi riguarda, continuare. L’urbanistica non si può fare in un clima di conflittualità, ci deve essere piena intesa tra chi opera e i politici. C’è sembrato opportuno, di comune accordo, sospendere il rapporto».

E quali sono stati gli elementi di maggior contrasto?

«Uno riguardava sicuramente la portualità, sia turistica che commerciale. Soprattutto l’eventuale utilizzazione dell’area palustre a Sud della fabbrica per l’espansione del porto commerciale, in una zona di circa 70 ettari rimasta miracolosamente intatta e sopravvissuta alle bonifiche. Mi sembrava una previsione eccessiva, anche rispetto alle reali esigenze di espansione del porto. Poi la portualità turistica, che per fortuna mi pare sia stata ridimesionata, ma che in quel momento era eccessiva».

E sulla Fiorentina-Ghiaccioni come è andata la discussione?

«Io ero assolutamente contrario. La strada non serve assolutamente ai fini della viabilità. Il compromesso trovato era quello di prenderla in esame dopo aver realizzato, non semplicemente progettato, i due tracciati della 398, quello che attraversa la fabbrica e quello più urbano per congiungere il Gagno col centro urbano. Solo allora, se ci fossero stati ancora problemi sul traffico si sarebbe preso in considerazione la Fiorentina-Ghiaccioni».

Sa che è stata accolta un’osservazione di partiti della maggioranza che elimina questa subordinazione della Fiorentina-Ghiaccioni alla 398?

«Lo ho appreso dalla stampa, perché quelle osservazioni e le controdeduzione non le conosco, nessuno me le ha mai fatte vedere».

Ma è normale che l’urbanista che ha progettato il piano non segua le osservazioni e cessi il suo lavoro tra l’adozione e la sua approvazione definitiva?

«Certo in linea generale è un’eccezione. Se avessero chiesto il mio parere sulle osservazioni lo avrei dato senza la pretesa di ricevere per questo un incarico».

Torniamo alla Fiorentina-Ghiaccioni. Se la strada non serve alla viabilità, a che serve allora?

«Secondo me apre i pascoli all’edificazione e a questo punto tutto può succedere. Insieme all’eliminazione del confine urbano, si stanno ponendo le premesse per scelte che contraddicono decenni di rigore urbanistico, soprattutto sul territorio collinare, che caratterizza la tradizione del territorio di Piombino e della Val di Cornia. In questo quadro credo sia legittimo preoccuparsi. E anche parecchio. Del resto la stessa Regione Toscana ha assunto normative per la tutela delle colline. Se si scardina questo, crolla uno dei punti fondamentali del sistema. Lei ricorderà la storia urbanistica di territorio. Tutto iniziò negli anni Settanta, quando il ministero dei Lavori pubblici e poi il Comune respinsero il tentativo di edificare un milione e mezzo di metri cubi sul promontorio. Quella divenne una specie di linea del Piave».

Sì però una strada non significa esattamente che ci si debba costruire intorno. Attraverserà una zona naturale protetta (Ampil) e ci sono molti vincoli da superare.

«Guardi, tutto si può mettere in discussione. Posso dirle che abbiamo un’esperienza in materia, c’è sempre una ragione in queste cose. Se ci fosse una reale esigenza di accessibilità alla città, potremo anche essere d’accordo, ma siccome non c’è...».

Ma c’è chi si domanda dove mettere la previsione di 1.200 nuovi alloggi previsti dal piano strutturale e che sostiene che, in fondo, meglio costruirli in una zona panoramica che vicino ai fumi della fabbrica.

«Ripeto, non conosco in modo preciso le osservazioni, ma se le cose stanno così mi sembra che tutto diventi più trasparente. Beninteso, tutto è assolutamente legittimo. L’indirizzo assunto nel piano strutturale nella fase di adozione era quello di non edificare sulle colline. Poi certo si può cambiare idea. L’hanno cambiata, benissimo, basta dirlo. Le previsioni di nuove costruzioni, non poche per la verità a Piombino, sono fatte per un lungo periodo. Una soglia da usare, come prevede la stessa Regione sulla base di almeno tre regolamenti urbanistici. Spero che non si realizzino in blocco le previsioni in attuazione del primo regolamento urbanistico, altrimenti si va verso un’accelerazione del suolo che sarebbe difficile da sostenere».

.Pietro Mezzi è Assessore alla politica del territorio e parchi della Provincia di Milano

Si è svolta oggi la giornata di lavoro organizzata dall'Assessorato al territorio della Provincia di Milano, articolata in due sessioni: la prima "Sviluppo territoriale e consumo di suolo. L'esperienza europea e lo scenario milanese"; la seconda "Il processo di partecipazione per l'adeguamento del Piano territoriale di coordinamento provinciale".

La prima parte ha affrontato il tema dell'espansione degli spazi urbanizzati e della crescita della città diffusa, un fenomeno che in Italia assume dimensioni spesso notevoli, ma che coinvolge qualsiasi altro Paese. L'Agenzia per l'Ambiente dell'Unione europea ha rilevato che nel solo decennio tra il 1990 e il 2000 in Europa sono stati urbanizzati oltre 800 mila ettari di suolo: più di tre volte la superficie del Lussemburgo. Con questo ritmo in cento anni la superficie urbanizzata si raddoppierà.

Alcuni Paesi hanno affrontato il problema, stabilendo limiti quantitativi annui di suolo da urbanizzare e definendo una contrattazione economica che premi l'ente locale. Su questo tema sono stati significativi gli interventi del prof. Roberto Camagni (Politecnico di Milano) e di due esperti esteri: Marjo Kasanko (European Commission, Joint Research Centre) e Vincent Fouchier (Institut d'aménagement Ile de France). In Italia, invece, la continua espansione urbanistica dei singoli Comuni riduce in misura consistente gli spazi naturali e le aree dedicate all'agricoltura. Le amministrazioni non sembrano avere alternative per fare fronte alle esigenze di recuperare risorse finanziarie, ma la risorsa territorio non è infinita e, una volta attuata la trasformazione, la compromissione diventa irreversibile.

È quindi necessario sensibilizzare gli amministratori e i cittadini su questo rischio e suscitare un approfondito dibattito per l'individuazione di soluzioni che permettano uno sviluppo compatibile con il gettito fiscale per gli enti locali.

La Provincia di Milano ha assunto il tema del consumo di suolo come fattore alla base della propria elaborazione per una pianificazione territoriale che abbia come punto di riferimento la sostenibilità. Nel territorio provinciale milanese il 42,3 per cento della superficie è urbanizzata - comprese le previsioni contenute negli strumenti di pianificazione - ma si tratta di un dato medio, non è omogeneo. Se Milano esprime un valore del 70,8 per cento, questi sono i dati delle diverse aree: Brianza 54,1, Nord Milano 83,3, Rhodense 58,6, Legnanese 58, Castanese 27,8, Magentino 30,8, Abbiatense-Binaschino 13,1, Sud Milano 42,4, Sud Est Milano 27,7, Adda Martesana 35,5 per cento.

Il tema del consumo di suolo è propedeutico alla definizione di una pianificazione partecipata e sostenibile. E questo è l'obiettivo che la Provincia di Milano si è data quando ha messo mano al processo di adeguamento del proprio Piano territoriale di coordinamento.

Dopo la fase dei seminari tematici di lavoro che hanno visto confrontarsi con l'amministrazione numerose realtà presenti sul territorio, si va concludendo anche il secondo ciclo di incontri della Provincia con i Comuni raggruppati negli ambiti locali omogenei, i tavoli interistituzionali. Ora si entra nel merito dei contenuti dell'adeguamento del Piano territoriale, nel cuore del confronto politico sulle proposte da condividere con i Comuni: per arrivare entro l'estate alla formulazione definitiva della proposta di Piano che andrà all'approvazione del Consiglio provinciale nel prossimo autunno.

L'incontro di oggi è un momento essenziale per trarre alcuni elementi di bilancio, ma soprattutto per puntualizzare gli obiettivi che abbiamo di fronte. Uno dei quali è certamente la definizione dei contenuti di sostenibilità ambientale del Piano territoriale, attraverso i passaggi già definiti - in specifico con la procedura di Valutazione ambientale strategica - e la redazione del Rapporto ambientale.

Abbiamo alle spalle un lavoro importante, che costituisce una base decisiva per i prossimi passaggi. Con le positive premesse che sono oggi disponibili possiamo lavorare con slancio per dotare i cittadini della provincia milanese di un Piano realmente rappresentativo delle esigenze di uno sviluppo sostenibile.

Dal sito MilanoMet

Nelle intenzioni dell’Amministrazione vi era probabilmente la volontà, dopo le recenti polemiche, di utilizzare il convegno quale autorevole tribuna a difesa ed a giustificazione delle scelte operate con l’ultima Variante urbanistica, che – attraverso meccanismi perequativi – ha notevolmente aumentato le potenzialità edificatorie del Piano Regolatore Generale, compromettendo gravemente le previsioni di un organico sistema del verde urbano suggerite dal piano Piccinato degli anni Cinquanta e dai più recenti studi di Giovanni Abrami e Roberto Gambino. Se queste erano le intenzioni, non vi è dubbio che le relazioni ed il dibattito che hanno caratterizzato il convegno hanno fornito argomentazioni ed indicazioni del tutto opposte.

In primo luogo tutti i relatori hanno convenuto sul fatto che il diritto all’edificazione non è connaturato alla proprietà dei suoli bensì deriva da una concessione pubblica. Il che smentisce la tesi secondo cui la nuova edificazione connessa alla Variante di PRG approvata a Padova sarebbe stata una soluzione obbligata, imposta dalla prossima scadenza dei vincoli urbanistici posti a tutela del verde: una tesi adombrata da molti interventi pubblici dei nostri amministratori, non ultima la risposta fornita dal Sindaco in Consiglio Comunale ad una interrogazione della consigliera Giuliana Beltrame ( «… in Italia per la Costituzione al diritto di proprietà delle aree corrisponde anche un diritto ad edificarle» ed ancora «… l’ipotesi di cui stiamo parlando sarebbe un’ipotesi che contraddice alcuni principi fondamentali e cioè il diritto a costruire nelle aree di proprietà, diritto che possiamo regolamentare ma non proibire» - dal resoconto stenografico dell’intervento).

In secondo luogo – come ben hanno illustrato soprattutto le eccellenti relazioni di Andreas Kipar e di Carlo Alberto Barbieri – la perequazione non può essere considerata il fine della pianificazione urbanistica, bensì un semplice strumento: uno tra i possibili strumenti, da applicarsi al sistema insediativo e non a tutto il territorio, per l’attuazione di un chiaro e condiviso progetto di città pubblica e di infrastrutture ecologiche. Gli esempi più significativi citati dalle relazioni (il parco Nord di Milano, la cintura verde di Francoforte, il Thyssenkrupp Quartier di Essen, i sistemi del verde di Ravenna, Jesi, Vercelli, …) vanno tutti in questa direzione. Prioritario è sempre il disegno urbano, ed in particolare il disegno della rete ecologica a scala urbana e territoriale, ed è in funzione di questo disegno che – situazione per situazione – può tornare utile un accordo perequativo con i privati. Un accordo che in generale prevede la salvaguardia integrale degli spazi a più elevata valenza ambientale ed il trasferimento dei “diritti edificatori” concessi in altro ambito urbano (preferibilmente in aree dismesse, ove effettuare interventi di recupero edilizio ed urbanistico). Non solo. Secondo Barbieri sarebbe altresì opportuno stabilire, con una apposita riforma legislativa, che – per analogia con i limiti posti ai vincoli espropriativi dalle sentenze della Corte Costituzionale – anche i diritti edificatori concessi ai privati, essendo funzionali alla costruzione della “città pubblica”, avessero un preciso termine temporale, prevedendone la decadenza in caso di inerzia del proprietario.

E’ questa una visione decisamente antitetica rispetto a quella sin qui sostenuta dai nostri amministratori (con singolare unanimità di voti in Consiglio Comunale, fatta eccezione per i consiglieri di Rifondazione e dei Verdi), che con l’ultima Variante hanno semplicemente trasformato oltre 4.700.000 mq di aree già destinate a verde pubblico in aree di perequazione urbanistica, delegando ai privati la progettazione dei nuovi insediamenti, senza prevedere alcun meccanismo di trasferimento e delocalizzazione delle volumetrie (dalle aree più sensibili, dal punto di vista ambientale ed ai fini di un disegno strategico di trasformazione urbana, ad aree di recupero e riqualificazione urbana) e consentendone la frammentazione in lotti di superficie eccessivamente limitata (20.000 mq). E’ vero che i privati per utilizzare la nuova edificabilità loro concessa debbono cedere al Comune una consistente quota delle aree di proprietà, ma il risultato complessivo – come stiamo verificando in questi giorni – è uno spezzatino di aree verdi, forse quantitativamente significativo per le statistiche sugli standard, ma quasi sempre del tutto insignificante da un punto di vista qualitativo ed ecosistemico, oltre che ingestibile – per evidenti ragioni economiche – da parte del Comune. Un meccanismo di perequazione diffusa ed indiscriminata che – in virtù dei bassi indici edificatori – favorirà una ulteriore crescita a macchia d’olio della città e la realizzazione di villette e “residence nel parco”, ovvero di un’edilizia di lusso di elevato valore commerciale che è proprio quella di cui non si sente bisogno a Padova, dove l’unica reale emergenza abitativa è espressa dalle famiglie a basso reddito e dagli immigrati.

Ha affermato giustamente, a conclusione del suo intervento, Carlo Alberto Barbieri che la perequazione è un’arma a doppio taglio, destinata a generare il fallimento di ogni politica urbana se il Comune non si pone come soggetto attivo, come protagonista diretto della progettazione e della gestione delle trasformazioni urbane, non limitando la propria funzione a quella di certificatore delle iniziative private.

Nel chiedere che venga reso pubblico il testo dei diversi interventi, ci auguriamo che l’Amministrazione sappia far tesoro delle indicazioni emerse dal convegno non solo per la costruzione del nuovo PAT, ma anche per un’inversione di tendenza nella gestione quotidiana delle politiche urbanistiche.

L'antefatto in Perequazione a Padova, su Carta ed eddyburg

«Il Mose, con le dovute, cautele va avanti. E qui mi fermo, perché il resto lo deve dire chi ne ha la compentenza». Oggi arriva in laguna la commissione europea per le Petizioni, per aprire un’istruttoria sulla grande opera. Ma il ministro Rutelli ribadisce: «L’opera non si ferma».

Con molta prudenza, il vipremier ha ribadito ieri a Ca’ Farsetti che l’iter del Mose è stato approvato dal governo. Nonostante il parere contrario del Comune e del sindaco Cacciari. Un tema su cui le opinioni sono molto diverse. In campagna elettorale Rutelli aveva garantito: «Sul Mose faremo come dice Cacciari». Poi le cose sono andate diversamente. E il Comitatone (Rutelli assente) ha approvato la mozione proposta da Prodi, con il voto contrario del Comune e dei ministeri della Ricerca scientifica e dell’Ambiente.

Adesso lo scontro si è spostato sui controlli. Chi fa i monitoraggi dei cantieri e delle opere realizzate? Insomma, chi va a verificare che i progetti esecutivi siano in reagola e che i lavori corrispondano ai progetti esecutivi? E poi chi verifica le conseguenze sull’ambiente di interventi che hanno già modificato le correnti, oltre che il paesaggio e l’equilibrio lagunare? Ecco la richiesta ribadita dal sindaco all’ultimo Comitatone presieduto da Enrico Letta. Ed ecco la richiesta di verifiche più puntuali sula legittimità dei cantieri aperti. Tre in particolare - quelli di Santa Maria del Mare, Ca’ Roman e Alberoni - non risultano avere il permesso della Sorpintendenza e della commissione di Salvaguardia. A Santa Maria del Mare un’isola - Il Consorzio sostiene che si tratta doltanto di sabbia e di una struttura rimovibile - di quasi 200 mila metri quadrati, dove sorgerà presto l’impianto per la produzione del cemento più grande d’Europa. Una realtà contro cui l’Assemblea No Mose comincerà oggi a distribuire volantinio a Pellestrina. «Finora avevano scherzato», si legge nei volantini, «adesso sta per arrivare la cemetificazione totale dei fondali della laguna». Una realtà in ebollizione, su cui mentre il governo prende tempo prova a far luce l’Unione europea. Arriva oggi in laguna una delegazione ufficiale della commissione europea per le Petizioni. Che accogliendo l’invito dei comitati e dello stesso sindaco Cacciari intende far luce sulla legittimità dell’opera e sui suoi impatti, sulla regolarità delle procedure e su eventuali punti oscuri dei lavori. A Bruxelles è già stata aperta una procedura di infrazione contro l’Italia per non aver rispettato con i cantiei del Mose i vincoli imposti dalle normative comunitarie sulle aree Sic.

I parlamentari europei raccoglieranno oggi materiale, domani si incontreranno con il sindaco Cacciari. Sui cantieri del Mose «irregolari» Italia Nostra ha inviato una diffida al governo, invitando a «ripristinare la legalità».

Titolo originale: The world goes to town – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Che pensiate che la storia umana inizi nei giardini di Mesopotamia chiamati Eden, o più prosaicamente nelle attuali savane dell’Africa orientale, è chiaro che l’ Homo sapiens non ha iniziato la sua esistenza come creatura urbana. L’ habitat umano delle origini era dominato dalla necessità di trovare cibo, e caccia e raccolta sono cose da spazi aperti. Non fu sino alla fine dell’ultima era glaciale, circa 11.000 anni fa, che iniziammo a costruire qualcosa che si potrebbe definire un villaggio, e a quell’epoca l’uomo esisteva già da 120.000 anni. Ce ne vollero altri seimila per arrivare all’epoca classica, e alle città per svilupparsi fino a raggiungere i 100.000 abitanti e oltre. Ancora nel 1800 c’era solo il 3% della popolazione mondiale a vivere in città. In un qualche momento dei prossimi mesi, però, quella quota supererà la soglia del 50%, se non è già successo. Con saggezza o meno, l’ Homo sapiens è diventato Homo urbanus.

In termini di storia umana, questo potrebbe apparire uno sviluppo positivo. Certo sarebbe molto discutibile affermare che dalla campagna nono è mai venuto niente di buono. Presumibilmente, la ruota è un’invenzione dell’ambiente rurale. E anche gli abitanti delle città hanno bisogno del panem, oltre che dei circenses. Se il Dottor Johnson e Shelley erano nel giusto quando affermavano che i veri legislatori dell’umanità sono i poeti, allora bisogna di sicuro dare merito a colline, laghi e altre delizie rurali per averli ispirati.

Ma i contributi della campagna al progresso umano sembrano poca cosa, se paragonati a quelli urbani. Sviluppo della città è sinonimo di sviluppo umano. Coi primi villaggi è emersa l’agricoltura, l’addomesticamento degli animali: non si doveva più vagare per la caccia e la raccolta, ma si poteva invece riunirsi negli insediamenti, consentendo ad alcuni di sviluppare abilità particolari, e a tutti di vivere più sicuri dai predatori. Dopo un certo periodo i contadini riuscirono a produrre più di quanto si consumava, almeno nelle annate buone, e i vari prodotti dei villaggi- cereali, carne, stoffe, terraglie – si potevano scambiare. Attorno al 2000 a.C. si iniziarono a produrre gettoni di metallo, antenati delle monete, a titolo di ricevuta per le quantità di cereali depositate nei granai. Contemporaneamente, le città iniziavano a prendere forma.

Lo fecero a partire dalla Mezzaluna Fertile, striscia di terre produttive fra gli attuali Iraq, Siria, Giordania e Palestina, da cui emergeranno Gerico, Ur, Ninive e Babilonia. Col tempo vennero altre città in altri luoghi: Harappa e Mohenjodaro nella valle dell’Indo, Menfi e Tebe in Egitto, Yin e Shang in Cina, Micene in Grecia, Cnosso a Creta, Ugarit in Siria e, la più spettacolare, Roma, prima grande metropoli, che poteva vantare, al suo culmine nel III secolo a.C., una popolazione di oltre un milione di abitanti.

Abitare insieme significava sicurezza. Ma le persone si radunavano anche per via dei vantaggi pratici di stare tutti nel medesimo posto: vicino a un fiume o a una sorgente, su un’altura o penisole difendibile, vicino a un estuario o a una fonte di cibo. Era anche importante, ci insegnano gli storici, la capacità di un insediamento di attirare le persone in quanto luogo di incontro, spesso a scopi spirituali o sacri. Tombe, boschetti, anche caverne, potevano diventare luoghi sacri per cerimonie o rituali, verso cui la gente si dirigeva in pellegrinaggi. L’uomo non vive di solo pane.

Comunque il pane, in senso lato, era importante. Le persone arrivavano in città a pregare, ma anche per scambiare – il tempio era spesso anche il mercato – e i beni portati e venduti non erano solo prodotti dei campi, ma anche il frutto dell’opera di artigiani urbani e altri lavoratori qualificati. La città divenne centro di scambio, sia dei prodotti che delle idee, e quindi centro di apprendimento, innovazione, sofisticazione.

Non solo nella Mezzaluna Fertile, ma nei secoli anche a Alessandria e Amsterdam, Cambay e Costantinopoli, Londra e Lisbona, Teotihuacán e Tenochtitlán. É nelle città che l’uomo si libera dalla tirannia della terra, e riesce a sviluppare capacità, a imparare dagli altri, a studiare, insegnare, costruire le capacità sociali che poi fanno sembrare i campagnoli degli zotici. L’homo urbanus non è solo un uomo che vive nella città: è la città stessa.

Le città sono state naturalmente molto più di tutto questo, e non erano tutte uguali. Nel corso del loro sviluppo, alcune si distinguevano per il ruolo religioso (la Roma del secondo periodo), come il centro di un impero (Costantinopoli, Vijayanagara), nuclei amministrativi (Pechino), laboratori politici (Firenze), luoghi dell’apprendimento (Bologna, Fez), del commercio (Amburgo) o di lavorazioni particolari (Toledo). Alcune fiorirono, altre tramontarono, la longevità dipendente da vari fattori come conquiste, epidemie, malgoverno, collasso economico.

La tecnica si dimostra imparziale

Qualunque sia il contesto particolare in cui si sviluppa una città, comunque, il suo vigore molto probabilmente sarà influenzato dall’evoluzione tecnologica. Nello stesso modo in cui è la sovraproduzione agricola a rendere possibili i primi insediamenti stabili, sono le innovazioni nei trasporti a indurre lo sviluppo degli scambi da cui dipende la ricchezza di tante città. Ci sono altri sviluppi tecnologici che rendono possibile la sopravvivenza urbana. I romani, ad esempio, costruiscono gli acquedotti per portare acqua pulita in città, e fogne per renderla più salubre.

Ma se ne avvantaggiano solo i ricchi. La maggioranza dei romani, e degli abitanti delle città nel corso della storia, vivono nello squallore, molti ne muoiono. Le città sono affollate e malsane; le persone malnutrite; la malattia si diffonde rapidamente. Le città crescono in dimensioni e numero di abitanti per lunghi periodi, ma possono declinare e scomparire. Tra l’anno 1000 e il 1300 la popolazione urbana d’Europa si raddoppia, fino a raggiungere circa i 70 milioni (grazie anche in parte a un nuovo sistema di rotazione delle colture, reso possibile da nuovi attrezzi). Poi, con la Morte Nera, si riduce a un quarto. Muore anche la gente di campagna, a sono I cittadini ad essere particolarmente vulnerabili. La loro salute dipende soprattutto da acqua pulita e impianti sanitari, che pochi possiedono, e da sapone e medicine a buon mercato, che devono ancora essere inventati.

Non sorprende che il successivo grande sviluppo urbano derive ancora da un salto tecnologico: l’invenzione dei motori e delle macchine per la produzione. La Rivoluzione Industriale in un primo tempo fa assai poco per rendere migliore la vita urbana, ma offre posti di lavoro: parecchi posti di lavoro. Dalle fabbriche dell’era industriale iniziata alla fine del XVIII secolo nasce un’epoca urbana interamente nuova. I contadini abbandonano le terre a moltitudini per spostarsi nelle città, prima nel nord dell’Inghilterra, poi in tutta l’Europa e in nord America. Nel 1900, il 13% di tutta la popolazione mondiale era diventata urbana.

L’ultimo salto, da quel 13% al 50% in soli 107 anni, deve ancora qualcosa alla scienza e alla tecnologia: avanzamenti della medicina, insieme alle conoscenze sui modi di evitare le malattie, consentono a sempre più persone di abitare insieme senza soccombere, come accadeva un tempo, per la diarrea, la tubercolosi, il colera e altre epidemie. Ma i medesimi sviluppi, hanno allungato la vita anche nelle campagne, portando a enormi incrementi della popolazione rurale. L’ingegno umano non è riuscito a produrre nelle campagne una ricchezza corrispondente a tale crescita. Di conseguenza, molti abitanti di villaggi sono andati a cercare una vita migliore in città.

Le sole proporzioni e velocità dell’attuale espansione urbana, rendono improbabile qualunque grande cambiamento, del tipo di quelli che hanno segnato sinora la storia urbana. Si tratta soprattutto di poveri migranti, in quantità che non hanno precedenti, che producono bambini pure a ritmi senza precedenti. Si tratta dunque in gran parte di un fenomeno dei paesi poveri o poco ricchi; il mondo sviluppato si è lasciato alle spalle gran parte della sua urbanizzazione.

Ma nei paesi poveri si tratta di una tendenza che continuerà. Le Nazioni Unite prevedono che l’attuale popolazione urbana, di 3,2 miliardi di persone, aumenterà sino a quasi 5 miliardi entro il 2030, quando tre persone su cinque vivranno nelle città. L’incremento sarà particolarmente drammatico nelle regioni più povere e meno urbanizzate, in Asia e in Africa. Si tratta delle zone meno in grado di misurarsi col problema. C’è già il 90% della popolazione urbana di Etiopia, Malawi e Uganda, tre dei paesi più rurali del mondo, che vive negli slum.

Nel giro di dieci anni al mondo ci saranno quasi 500 città con oltre un milione di abitanti. Gran parte di questi nuovi cittadini sarà assorbita da metropoli di oltre 5 milioni. E alcuni staranno anche nelle megacittà, ovvero quelle da 10 milioni e oltre di abitanti. Nel 1950 solo New York e Tokyo potevano dire di essere così grandi, ma nel 2020, dice l’ONU, ci saranno nove città - Delhi, Dacca, Giacarta, Lagos, Città del Messico, Mumbai, New York, San Paolo e Tokyo – con oltre 20 milioni di persone. L’area metropolitana di Tokyo già ne contiene 35 milioni, più dell’intera popolazione del Canada.

La Megalopoli del mondo antico stava in Arcadia, parte della Grecia cantata da Virgilio come modello di semplice e lieta vita rurale. Le città che indica ora quel generico nome sono tuttaltro che arcadiche. Per quanto riusciti questi luoghi possano essere, se il successo si misura in termini di crescita di popolazione. Ma la gran parte si trova in paesi poveri, e molti degli abitanti, quando non la maggioranza, abita nello slum.

Invece nel mondo ricco la città sta attraversando cambiamenti di genere molto diverso. Molti dei nuovi centri fioriti nel corso della Rivoluzione Industriale e dell’epoca della manifattura ad essa seguita hanno perso popolazione. Anche New York, tanto a lungo epitome di sofisticazione urbana, ha attraversato un brutto momento negli anni ‘70. Alcune città mantengono un proprio ruolo come centri amministrativi, grazie alle condizioni politiche. Alcune sono ancora centri di scambio, grazie alla posizione geografica. Alcune tengono semplicemente perché hanno raggiunto un certo equilibrio. Altre però sono in difficoltà.

Fra i motivi tradizionali del vivere in città, molti (la presenza del luogo sacro, la vicinanza del cibo) hanno perso importanza. Alcune delle cose un tempo offerte dalla città (fabbriche, negozi) ora si possono trovare nei centri commerciali o zone industriali suburbane. La sicurezza, un tempo fra i motivi principali della concentrazione umana, spesso è questione sfuggente, più nelle vie della droga della metropoli che nell’ambiente dell’esurbio. La tecnologia, che storicamente ha favorito il progresso urbano, ora consente alle persone di lavorare nell’idillio rurale grazie al computer domestico. Nessuna meraviglia che molte città per continuare a prosperare debbano reinventarsi.

Quasi tutti i centri dei paesi ricchi, che siano stabili o in declino, si preoccupano di trasporti, inquinamento, energia, sacche di povertà eccetera. Ed esistono problemi in abbondanza. Ma si tratta di problemi di ordine differente rispetto a quelli affrontati dalle città dei paesi poveri, di gran lunga più drammatici e a fronte di risorse molto più scarse. Se i centri ricchi si preoccupano per flussi in aumento o calo relativamente modesti di popolazione, quelli poveri si confrontano con vere ondate di marea di migranti.

Dunque la storia delle città è giunta a un bivio.

Nota: la conclusione piuttosto brusca del testo si deve al fatto che sono state tagliate le frasi conclusive, che introducevano il successivo articolo sul tema dell’urbanizzazione mondiale proposto dall’Economist una audio intervista a Johnny Grimmond, a cui ovviamente rinvio, oltre che alla versione originale di questo estratto su Mall_int e qui su Eddyburg agli articoli relativi al Rapporto WorldWatch 2007 (f.b.)

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