Con la fine della stagione estiva l’Italia esce da una grave emergenza ambientale dovuta alla recrudescenza degli incendi che hanno prodotto gravi danni a cose e persone percorrendo migliaia ettari di territorio. All’argomento hanno dedicato ampio spazio tutti i mezzi di informazione, con una crescita esponenziale della tensione mediatica e prese di posizione che andavano dal catastrofismo ambientale, ormai diventato prassi corrente, fino alla “taglia” per i piromani proposta dal Prof. Sartori sul Corriere della Sera. Sembra quindi giunto il momento di riportare il dibattito su un livello accettabile di sobrietà e di correttezza dell’informazione, prendendo anche spunto da quanto affermato in questi giorni dal Presidente della Repubblica, che ha invitato ad evitare la continua esasperazione dei toni che avviene ormai sui più vari argomenti della vita nazionale.
Fatta questa premessa, osserviamo che nel corrente anno sono bruciati circa 127.000 ettari di territorio, un dato che inverte la tendenza degli ultimi anni. La massima estensione degli incendi registrata dagli anni ’60 ad oggi si è verificata infatti nell’anno 1993, con circa 210.000 ettari, mentre da allora ad oggi vi è stata una riduzione quasi continua, sia della superficie percorsa dal fuoco, sia del numero degli incendi. La diminuzione è senz’altro da addebitarsi anche all’aumentata efficienza dei servizi antincendio, che hanno visto un notevole incremento sia dei mezzi che degli uomini impiegati, con una contemporanea crescita dei costi economici degli incendi. Il fenomeno deve essere però analizzato più nel dettaglio. Infatti, solo la metà degli incendi riguarda i boschi, mentre il resto interessa quasi interamente terreni agricoli e pascoli, negli ultimi anni sono bruciati in media fra i 25.000 e i 50.000 ettari di boschi all’anno. Detto questo, dobbiamo tenere presente che il bosco cresce in Italia di circa 72.000 ettari all’anno, fenomeno dovuto soprattutto alla sua continua avanzata sui pascoli e i terreni agricoli in abbandono, che sommata alle attività di rimboschimento ha portato ad aumentare la sua estensione di quasi tre volte nell’ultimo secolo. Senza sottovalutare i gravi danni e lo sconvolgimento del territorio che gli incendi boschivi causano, soprattutto in certe aree del paese particolarmente critiche dal punto di vista ambientale, non bisogna quindi temere per la consistenza del nostro patrimonio forestale, il quale non appare seriamente minacciato ne da processi di desertificazione o riscaldamento climatico, ne dagli incendi, che sono soprattutto un pericolo per l’uomo.
Al di là dei semplici dati di estensione è però importante analizzare anche l’origine degli incendi. Nel 2005, un dossier prodotto dal Corpo Forestale dello Stato mostrava che fra le cause accertate gli incendi colposi per circa il 43% erano dovuti alla eliminazione degli scarti delle lavorazioni agricole, per il 16% alla bruciatura delle stoppie e per il 9% alla ripulitura della vegetazione infestante. Al contrario, gli incendi classificati come dolosi, con una distinzione per la verità abbastanza sottile, venivano per la maggior parte attribuiti a pastori, che usano il fuoco per rinnovare o espandere i pascoli, collocando il fenomeno al terzo posto come causa degli incendi. Seguono, molto distanziati, gli incendi appiccati dai “volontari” che dovrebbero invece spegnerli, i conflitti sociali locali, gli atti diretti contro il Corpo Forestale dello Stato.
Appare evidente che la cause degli incendi non sono dovute ad attività associabili alla criminalità organizzata, come proposto da molti organi di informazione, ma soprattutto a pratiche, certamente incaute nella loro esecuzione, ma legate a 5000 anni di storia del paesaggio mediterraneo, e della mancata comprensione che il fuoco, oltre ad un fattore di rischio ambientale, è anche un fattore ecologico, che fa parte della vita degli ecosistemi terrestri da sempre. E’ noto ad esempio che alcune specie vegetali si rigenerano, o addirittura germinano, solo con le alte temperature prodotte dal fuoco e che la rinnovazione naturale di molte specie vegetali può avvenire solo dopo il passaggio di un fuoco, o in conseguenza di eventi catastrofici che ugualmente eliminano la vegetazione preesistente. Lo sviluppo dell’agricoltura, così come quello della pastorizia, è avvenuto tramite l’incendio delle selvagge ed inospitali foreste che un tempo ricoprivano le montagne e le pianure, consentendo la costruzione di un paesaggio in cui il mantenimento dell’equilibrio fra spazi aperti e spazi chiusi, spazi coltivati e spazi boscati è fondamentale, dal punto di vista economico, culturale e biologico.
Come osservato in una recente ricerca sulle trasformazioni del paesaggio in toscana negli ultimi due secoli, non solo i pascoli si sono ridotti quasi dell’80%, ma sono fondamentali per la biodiversità, come affermano anche gli indirizzi di conservazione di molte aree protette italiane. Sembra però difficile trovare un mezzo economicamente e legalmente sostenibile, per recuperare le superfici pascolive interessate da una riduzione che va di pari passo con quella dell’agricoltura. Negli ultimi 80 anni abbiamo infatti perso circa 16.000.000 di ettari di terreni coltivati con un danno evidente alla qualità del paesaggio italiano, e per la cui conservazione il Piano Strategico Nazionale 2007-2013 ha destinato ingenti risorse economiche ora a disposizione delle regioni.
Se quindi, per una volta, vogliamo uscire dalla retorica e da paradigmi ideologici, dovremmo cercare di risolvere semplici questioni, quali la modalità di ripulitura dei campi dalle stoppie, l’eliminazione dei resti delle potature, la ripulitura dei pascoli dalla vegetazione infestante, piuttosto che proporre “taglie” e altre iniziative di tipo repressivo che tendono a criminalizzare soprattutto contadini e pastori. I nostri cugini francesi, sui Pirenei, usano ormai regolarmente i “fuochi controllati” per mantenere e rinnovare il paesaggio dei pascoli, facendo tesoro di quei saperi tradizionali, risultato di un secolare adattamento delle popolazioni locali alle caratteristiche ambientali, e utilizzando le moderne tecnologie per evitare rischi di incendi incontrollati su vaste superfici. La raccolta delle stoppie potrebbe invece essere organizzata localmente e destinata alla produzione di biomasse a scopo combustibile. Ciò potrebbe risolvere il problema dei residui delle colture agricole, che certamente non possono essere trattati come rifiuti speciali, tassando gli agricoltori per il loro smaltimento. Si tratta di non scoraggiare ulteriormente la presenza dell’uomo nel territorio rurale, facilitando le colture agricole tradizionali e limitando i processi di degrado ed omogeneizzazione che interessano ciò che resta del paesaggio italiano, stretto fra la morsa di politiche inadeguate, paradigmi ambientali e molta disinformazione.
Mauro Agnoletti, ordinario alla vacoltà di Agraria di Firenze, è coordinatore della Commissione paesaggio per il Piano strategico nazionale 2007-2013 e vice presidente della Società europea di storia ambientale
Sull'argomento si veda anche la lettera dal Gargano
Una fotocopia del testo della Legge Speciale del 1973. Che per risollevare Venezia dopo l’alluvione del 4 novembre 1966 ne decideva la tutela fisica e la difesa dalle acque, ma anche la salvaguardia «socio-economica». Iniziativa ironica e per certi versi clamorosa, quella assunta dall’assessore alla Casa e ai Lavori pubblici del Comune Mara Rumiz. Placati i boatos elettorali del Partito democratico, l’assessore ha preso carta e penna e inviato una dura lettera al ministro per l’Economia Tomaso Padoa Schioppa, ai ministri Rutelli e Di Pietro e ai presidenti delle commissioni Ambiente e Bilancio di Camera e Senato, Ermete Realacci, Duilio Lino, Enrico Morando e Anna Donati. «Se si continuerà, come si è fatto in questi anni, a dirottare tutte le risorse dello Stato al Mose», scrive la Rumiz, «sarà del tutto compromessa la salvaguardia della città, dei suoi beni storici artistici, di un ambiente lagunare unico al mondo, di gente che vive, lavora e va a scuola». Il tema è la prossima Finanziaria, dove ancora una volta i fondi destinati alla salvaguardia della città sono ridotti all’osso. Mentre alla grande opera sono andati altri 170 milioni di eruo.
Drammatica l’emergenza a cui va incontro la città d’acqua, secondo la Rumiz, se non si volterà pagina. «In una città così particolare, immersa nell’acqua», dice l’assessore, «gli interventi di manutenzione degli edifici non si possono fare una volta per sempre, ma devono avere garantita la continuità dei finanziamenti». Invece, denuncia l’assessore, negli ultimi anni si è interrotto il flusso dei fondi destinato al risanamento e al restauro diffuso: scavo dei rii, consolidamento di rive e fondamenta, interventi strutturali nei palazzi, restauro dei monumenti, sostegno alla residenza». «Se si riuscirà, forse, ad evitare l’acqua alta eccezionale», scrive l’assessore, «Venezia non ci sarà più». Difficile andarlo a spiegare ai comitati privati, in larga parte stranieri, che da quarant’anni si fanno carico del restauro di monumenti.
«Lo Stato non può essere distante, e nemmeno distratto rispetto a un problema che la legge stabilisce di preminente interesse nazionale», continua l’assessore. Ed ecco la proposta: di destinare con la Finanziaria in discussione in Parlamento qualcosa in più delle cifre finora stanziate. «Nel testo ci sono 170 milioni per il Mose e 20 per la rete antincendio e le sirene di Marghera», sottolinea l’assessore, «questo è positivo e necessario, ma non risolve il problema della salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale, né di quello della salvaguardia socio economica della città». «Sono certa», conclude la Rumiz, «che dopo anni in cui l’attenzione e le risorse sono state dirette esclusivamente verso la grande opera alle bocche di porto, si saprà tornare a quel concetto di salvaguardia così bene definito dalla Legge Speciale».
Ed ecco la fotocopia, per rinfrescare la memoria a chi di salvaguardia «complessiva» non ha mai sentito parlare, associando la difesa di Venezia solo ed esclusivamente al progetto Mose. In realtà, denuncia il Comune, gli interventi di salvaguardia e i contributi per i restauri rischiano la paralisi se non saranno garantiti per i prossimi anni fondi adeguati. Anche gli sforzi per contenere l’emergenza casa possono essere vanificati «se non si interviene con politiche d’urgenza».
Negli ultimi anni sono rimasti fermi anche gli interventi di restauro e acquisizione di nuovi alloggi. Un’emergenza sfratti che non si ferma, segnala il Comune, a cui si aggiunge anche la difficoltà di trovar casa per il ceto medio, le nuove famiglie ei giovani che certo non possono competere con le società e gli speculatori sui prezzi di mercato delle case, a volte superiori ai 10 mila euro a metri quadrato. «Se vogliamo che Venezia resti una città normale è necessario che non scenda sotto l’attuale numero di abitanti», dice l’assessore. Il provvedimento annunciato - forse fuori tempo massimo - è quello di frenare la trasformazione di alloggi dei residenti in attività turistiche.
La prima ragione per cui il MoSE è un disastro per Venezia è la sua stessa concezione, come i frequentatori di eddyburg.it sanno. L'assessora Mara Rumiz mette in evidenza l'altra ragione: le opere inutili e dannose del MoSE succhiano tutti i soldi che la collettività destina a Venezia
Ci sarà sempre meno verde nell’hinterland milanese. Quanto saranno sviluppati tutti i piani di governo del territorio nei comuni, l’area urbanizzata schizzerà dal 34 al 42,7 per cento. La soglia di sostenibilità del 45 per cento. «Oltre quel dato i terreni non garantiscono più la rigenerazione ambientale» spiega Maria Cristina Treu, docente del Politecnico che ha curato lo studio insieme alla Provincia. Di questo passo, la città infinita divorerà i campi e l’ambiente. Ma ci sono comuni che si ribellano. E nascono comitati che dicono no.
Paolo vive da cinque anni ad Abbiategrasso. «Ho scelto di vivere qui perché Milano era diventata impossibile. Ma ora tutt’intorno a me stanno sorgendo nuovi cantieri. E il traffico si è quintuplicato. La pace che cercavo non c’è più». L’area del Milanese ormai è satura. Il punto è che non è affatto finita qui: «In provincia rischiamo ormai di superare la soglia tollerabile di consumo di suolo», spiega Maria Cristina Treu, docente del Politecnico. Dallo studio che ha curato insieme alla Provincia si ricava che quando saranno sviluppati tutti i piani di governo del territorio vigenti, nei comuni dell’hinterland la percentuale dell’area urbanizzata schizzerà dal 34 al 42,7 per cento. La soglia di sostenibilità definita dal piano territoriale di coordinamento provinciale è del 45 per cento, in linea con i valori definiti da tutta la letteratura scientifica sul tema. «Oltre quel dato, i terreni non garantiscono più la rigenerazione ambientale».
Ma in molte aree il livello minimo è stato già abbondantemente superato. Non solo nella prima cintura urbana di Milano, dove si è già al 70%: nella Brianza delle Groane - l’area tra Varedo e Lentate - è del 66%, l’area del Sempione - tra Rescaldina e Rho - è intorno al 60 per cento. E ci sono comuni come Cusano Milanino e Sesto San Giovanni dove ci si avvicina pericolosamente al 100 per cento. Ad abbassare la media provinciale è la zona sud-sudovest: il comune meno urbanizzato è Morimondo, seguito da Besate e Nosate e al di sotto del 20 per cento si colloca, per ora, anche Abbiategrasso. Ma è proprio in queste aree che sta esplodendo il conflitto tra urbanizzazione e bisogno di ambiente: chi è fuggito dalla giungla metropolitana ora si ritrova di nuovo assediato dal cemento e non ne può più. A contenere l’espansione della città resta il Parco agricolo sud - urbanizzazione pari al 19% - ma proprio lì si concentrano le mire dei grandi gruppi di costruttori. D’altronde le stime del Cresme - il centro di ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio - valutano che entro il 2016 ci sarà una domanda di «Costruire significa, per i comuni, incamerare oneri di urbanizzazione», spiega Damiano Di Simine, di Legambiente, che sta organizzando, per il 7 novembre, un convegno sul consumo di suolo in provincia. Una sorta di "business del suolo" che Pietro Mezzi, assessore provinciale al territorio in quota Verdi, vuole tentare di governare: «La crisi della finanza locale, stretta tra patto di stabilità e riduzione dei trasferimenti, sta portando molti piccoli paesi dell’hinterland a utilizzare gli oneri di urbanizzazione, sempre meno vincolati alla creazione di aree verdi, per alimentare i servizi comunali». Che questo poi determini l’anarchia, non lo dice un ambientalista ma Mario Breglia, presidente dell’istituto di ricerche "Scenari immobiliari": «Non esiste una programmazione integrata del territorio, ogni comune va per conto suo. Il risultato è che ormai i milanesi non si spostano più a Monza, dove per costruire si pagano 5-6mila euro al metro quadro, o a Rho, dove i valori sono tra i 4 e i 5mila, ma direttamente fuori regione, nel Piacentino o nel Novarese, dove il costo della casa scende a 2000 euro a metro quadrato».
Il peccato originale di Milano, spiega Treu, è la sua dimensione: troppo piccola. Questo fa sì che sia al primo posto, in Italia, per indice di occupazione del suolo. E così il conflitto si sposta verso la prima fascia e il cemento punta a erodere parchi e giardini. «Ormai qui siamo arrivati alla saturazione - attacca Biagio Latino, del comitato di Segrate - non possiamo più andare avanti».
Per Claudio De Albertis, presidente dell’associazione costruttori di Milano, «una certa intelligente edificazione si potrebbe anche pensare in certe aree del parco sud, al di qua della tangenziale. Bisogna capire se il parco ha questa volontà». Milano ha perso il 16 per cento della popolazione negli ultimi vent’anni, spiega, anche se negli ultimi due c’è un’inversione di tendenza: «L’mmigrazione certo, ma c’è anche qualche segnale di ritorno da parte dei milanesi che erano andati a vivere nella prima o seconda fascia. Secondo noi l’unica soluzione è demolire e ricostruire quartieri periferici in abbandono, ricomporre i margini della città». In alternativa, gli imprenditori cercano aree tra Rozzano e Milano, ad Appiano Gentile, a Settimo Milanese. Oppure ambiscono ad aree come il parco del Grugnotorto, polmone verde tra Cinisello Balsamo, Muggiò e Paderno Dugnano, avviando interminabili contenziosi amministrativi.
Ma sono gli stessi comuni a sentirsi stretti nei vincoli dei parchi. «Su venti chilometri quadrati del nostro territorio, 18 sono in area parco - protesta Franco Toscano, vicesindaco di Rosate - questo significa che non abbiamo più possibilità di espansione. Noi non vogliamo ridiscutere il parco, vogliamo però verificare la possibilità di individuare una crescita minima che consenta alle nuove coppie di non andare fuori città e alle aziende del posto di evitare la delocalizzazione».
Dai campi di Segrate al parco Sud la rivolta di chi non vuole le ruspe
Biagio Latino calcola che fino a dieci anni fa ci fossero sette agricoltori a Segrate. Ora hanno smesso di lavorare la terra. «Perché i proprietari terrieri hanno lasciato deperire i campi per renderli poi edificabili. Eppure oggi, con l´impennata dei prezzi del granturco, un valore economico ci sarebbe, nell’agricoltura, anche qui». Latino, consigliere comunale dei Verdi, è alla testa del comitato cittadino che si batte contro il nuovo centro commerciale. Ma non si batte tanto per il ritorno all’agricoltura a Segrate quanto per lo stop alla costruzione di nuovi quartieri residenziali in un centro già congestionato. «La prossima battaglia riguarda il centroparco - spiega Latino - ci è stata presentata come un’area verde, in realtà è un nuovo insediamento». Segrate è uno dei centri dell’hinterland dove da anni cova il conflitto ambientale: petizioni, manifestazioni di protesta, ricorsi amministrativi. Tutto va bene per impedire la nuova cementificazione.
A Vaprio d’Adda, ai confini tra la provincia di Milano e quella di Bergamo, è nato un comitato che propone un referendum contro il piano di governo del territorio proposto dall’amministrazione. A Milano, invece, sono in mobilitazione i comitati che cercano di difendere il parco agricolo sud minacciato, dice Roberto Prina, della rete dei comitati "verde, aria, acqua". Proprio oggi ci sarà una festa in una cascina in zona Barona. «In quell’area bisogna resistere alle speculazioni di grossi gruppi edilizi che minacciano l’integrità del parco, in primis Ligresti», spiega Damiano Di Simine, di Legambiente. A Viboldone, frazione di San Giuliano, è agguerritissima l’azione di un comitato capeggiato da Paolo Rausa contro l’abbattimento di un borgo agricolo. «Abbiamo coinvolto anche il ministero dei Beni ambientali - spiega - per noi è una battaglia decisiva». Anche la Provincia ha presentato un ricorso contro il Comune nel quale si richiama il vincolo che riconosce «le caratteristiche di grande valore ambientale» dell’abitato di Viboldone in quanto «il territorio che lo circonda ha mantenuto a tutt’oggi significative caratteristiche dell’iniziale modificazione sul paesaggio operata dagli Umiliati che ebbero qui sede dal 1187 nell’abbazia omonima».
Uno scontro tra esigenze di edificazione e difesa dell’ambiente è in corso anche a Pozzuolo Martesana. Anche lì si è formato il comitato cittadino "Primo marzo" che contesta il piano di governo del territorio: sono previsti duecentomila metri quadri di lottizzazione destinati alla logistica. E anche in quel caso la Provincia ha proposto un suo ricorso contro l’amministrazione comunale. Tra le vertenze ambientali più spinose anche quella di Cernusco sul Naviglio, dove si vuol rendere edificabile un’area tra l’Ikea - che però è in territorio di Carugate - e il Carrefour. Altre battaglie sono in corso a Desio, dove la Regione ha nominato due anni fa un commissario ad acta per uno scontro tra Provincia e Comune, e a Corsico, dove si contesta il raddoppio della linea ferroviaria. Senza parlare delle proteste contro la Brebemi e contro la tangenziale esterna Est che rischia di "urbanizzare" tutti i comuni attraversati.
Forse al lettore frettoloso può essere sfuggita l’osservazione, incolpevolmente riportata dal giornalista: “Per Claudio De Albertis, presidente dell’associazione costruttori di Milano, una certa intelligente edificazione si potrebbe anche pensare in certe aree del parco sud”. Proprio qualche giorno fa in un intervento di non particolare rilievo, un noto architetto milanese lamentava sulle pagine dello stesso quotidiano l’assenza di una politica della greenbelt metropolitana. De Albertis ecco che ne offre una, naturalmente con “intelligente edificazione” magari pure dietro qualche slogan “comunità sostenibili” o simili, chiamando paesaggisti, o qualche firma di prestigio internazionale new urbanism, ecc. Con quanto successo nel dibattito britannico sul medesimo tema, nel medesimo quadro di destra rampante e ex sinistra votata a “riformarsi” comunque e quantunque, i presupposti ci sono tutti, per ripetere quanto sta accadendo oltre Manica. Ovvero si crea un’emergenza (l’Expo potrebbe funzionare benissimo, mescolata di sponda a qualche altra cosa) con relativa grossa campagna di stampa, in fondo basta copiare la serie di articoli che ad esempio il Guardian ha dedicato al tema in questi anni, e il gioco è quasi fatto. Ne consiglio la lettura, di questi articoli: stanno quasi tutti nella cartella Spazi della Dispersione di eddyburg_MALL sia tradotti in italiano che in originale, per chi volesse (f.b.)
ROMA - Nell’Unione nessuno vuole il Ponte di Messina eppure continua ad essere motivo di litigio nella maggioranza. A rievocare il fantasma del progetto accantonato è l’emendamento al decreto collegato alla mette in liquidazione la Società Stretto di Messina spa. Per il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro la scelta della liquidazione presentata dai Verdi e già approvata in commissione al Senato è una mossa «Da talebani, a quelli non piacevano i Budda e li hanno buttati giù. Quell’emendamento rischia di mandare in fumo 500 milioni di euro».
Il calcolo del ministro somma i 150 milioni già spesi per il progetto preliminare e la realizzazione di tre gare d’appalto e i 300 milioni di penali da pagare alle società aggiudicatrici. «I vincitori avranno brindato a champagne, senza muovere un muratore né una cazzuola di cemento intascano un guadagno pulito del 10% senza pagarci neanche le tasse», ha ironizzato Di Pietro sull’inusuale alleanza creatasi tra costruttori e ambientalisti.
La proposta del ministro invece punta a riutilizzare i fondi destinati al Ponte per opere in Calabria e Sicilia: la SS Jonica, le metropolitane di Palermo, Catania, Messina, l’autostrada agrigentina. L’idea riscuote consensi anche nella sinistra radicale, ma non per la parte che prevede il mantenimento in vita della Stretto spa e un progetto definitivo del ponte al costo di circa 60 milioni. Di Pietro vorrebbe bloccare poi tutto al momento dell’approvazione obbligatoria del Cipe perché una bocciatura a quel punto non comporterebbe penali.
Però seguendo questa via il progetto-ponte non verrebbe interrotto e il governo che si trovasse a decidere tra qualche anno potrebbe dare al Cipe indicazioni diverse. Un rischio che nell’Unione vogliono correre in pochi, visto che il no all’opera era uno dei punti qualificanti del programma di governo. Lo conferma anche la posizione di Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti: «Condivido pienamente l’emendamento - ha dichiarato - accantonato finalmente il progetto dell’inutile ponte sullo Stretto, la società non ha più ragione di essere». Bianchi non vede neanche il rischio di uno spreco di risorse: «Si tratta di timori infondati. Finora gli unici impegni si sono limitati alla progettazione preliminare. Ci siamo fermati in tempo». Anche più duro il capogruppo alla Camera dei Verdi Angelo Bonelli: «Il 10% di penale non esiste perché non c’è il progetto definitivo del ponte sullo Stretto, mancano l’approvazione Cipe e la verifica di ottemperanza. Inoltre sul ponte vi è una procedura d’infrazione da parte dell’Ue. Di Pietro ancora una volta si pone contro il suo governo, esca dall’ambiguità e la smetta di attuare le politiche infrastrutturali della Cdl». Ecco che anche l’accordo sul rifiuto al megaprogetto da 6 miliardi di euro diventa invece l’occasione di accuse reciproche con Di Pietro che critica chi «nella sua maggioranza, per puro furore antagonistico blocca le infrastrutture».
(l.i.)
Forse non è dato trovare, nella storia della cultura italiana, una figura così profondamente divisa come quella di Emilio Sereni. Da una parte il dirigente politico, il combattente non privo, talora, di durezze dottrinarie. Dall’altra lo studioso d’alto rango, l’indagatore infaticabile, dotato di immensa e ineguagliabile erudizione, lo storico che ha lasciato studi fondamentali alla cultura italiana. Quelle due personalità hanno dato vita a due mondi diversi e talora lontanissimi, ancorché tenuti insieme da un filo tenace. Difficilmente oggi il lettore poco informato sulla biografia di Sereni, potrebbe indovinare dei nessi tra opere come Comunità rurali nell’Italia antica (1945) o Città e campagne nell’Italia preromana (1966) oppure ancora La circolazione etnica e culturale nella steppa eurasiatica. Le tecniche e la nomenclatura del cavallo (1967), e il dirigente del Partito comunista. Ma la comune matrice marxista, dello studioso e del militante, si articolava in spazi e territori diversi, così che le durezze dottrinarie potevano stemperarsi nello storico di mondi vasti e lontani, mentre continuavano a ispirare l’azione politica del dirigente.
Una cospicua messe di ricerche di storia antica – dispersa in tanti saggi talora incompiuti – mostrano un Sereni capace di padroneggiare una molteplicità stupefacente di fonti. E in questo «gran spaziare nei territori costituitivi della storia dell’umanità» - come ha scritto Renato Zangheri - lo studioso è andato disegnando i frammenti di una vasta e mai compiuta storia universale dell´agricoltura, lasciando agli studiosi repertori fecondi di fonti e di interpretazioni.
Si farebbe tuttavia torto a Sereni e alla sua dottrina, se si volesse interpretare il suo marxismo come un ostacolo a una moderna e profonda comprensione della storia. Benché appesantito qua e là da forzature è al suo marxismo che dobbiamo quella che è la prima grande storia delle campagne italiane. Il capitalismo nelle campagne (1947), in effetti, costituisce una geniale interpretazione dei "caratteri originali" del capitalismo italiano. Quel testo coglieva a mio avviso un carattere costitutivo della storia italiana, destinato condizionare la futura evoluzione del nostro Paese: il peso spropositato della rendita fondiaria sull´impresa agricola e soprattutto sul lavoro contadino. Quell’elemento originario pesa ancora oggi nella cultura nazionale sotto la forma dell’indifferenza diffusa degli italiani nei confronti dell´ambiente e dei suoi problemi. I proprietari terrieri, redditieri abitanti in città, non hanno mai guardato alla natura, cioè alla campagna, se non a un luogo da cui cavare beni e danaro. Mentre le varie generazioni di contadini, una volta inurbate, hanno guardato al loro passato agricolo, come una vicenda di feroce sfruttamento e miseria, da cancellare nel cemento della città.
Il marxismo non ha impedito a Sereni di comporre la Storia del paesaggio agrario italiano (1961). Grazie a quella ricostruzione si può dire che per la prima volta le campagne italiane hanno perduto la loro indeterminatezza di luogo neutro della produzione agricola per assumere le forme del paesaggio, un ambito dotato di linguaggi e di singolari valori estetici. Il giardino mediterraneo, la piantata padana, l’alberata tosco-umbro-marchigiana, sono diventati quadri peculiari del territorio agrario. Un paesaggio, quello italiano, segnato da una infinita varietà di forme, degradanti, tra innumerevoli habitat, dalle valli alpine sino terre subtropicali della Sicilia. Sereni ha ricostruito questa "seconda natura" - come Goethe definiva la strutturazione del territorio operata dai romani - in modo singolare, privilegiando le fonti iconografiche. Come in un raffinato divertissement egli ha voluto rappresentare le forme artistiche delle nostre campagne – frutto del genio anonimo dei contadini – attraverso le testimonianze dei grandi pittori italiani. Quasi a voler sottolineare la sacralità storica del nostro paesaggio, immenso patrimonio di un’arte irripetibile che oggi è in mano ad eredi dissipatori e vandalici.
Milano è la città favorita ad ospitare l’Expo 2015. La decisione sarà a marzo 2008. Il sito scelto è adiacente alla Fiera tra i comuni di Milano, Bollate, Rho e Pero. Sarà un affare enorme, un grande evento commerciale simbolo dell’economia globalizzata, e del prevalere dei mercati sulla politica e la società:
- 4 miliardi di euro d’investimenti (1,4mld di _ pubblici)
- milioni di mq di nuove aree cementificate
- 160.000 visitatori attesi al giorno per 180 giorni
- realizzazione del Tav e di nuove autostrade (Brebemi, Pedemontana, 2 nuove tangenziali a Milano, Broni-Casale e Boffalora-Malpensa)
- terzo teminal a Malpensa
- alberghi, parcheggi, poli logistici di servizio
Una macroregione che va da Torino a Verona, già oggi tra le più inquinate e congestionate al mondo, alterata in maniera irreversibile. Sarà un gran business per le speculazioni sulle aree, la costruzione e la gestione dell’evento; un affare per i soliti pochi noti (Fiera, immobiliari, multinazionali, imprese di costruzioni); un guadagno effimero, precario, magari in nero per chi vi lavorerà. Un territorio sacrificato all’utopia di rilanciare il prestigio di Milano nel mondo con un grande evento, che finirà per essere fine a se stesso, non affrontando i problemi di chi vive, lavora, studia su un territorio così vasto.
Tutto questo senza consultare i territori, nell’unanimismo più totale delle istituzioni e nella disinformazione più completa nei confronti di chi pagherà per sempre le conseguenze di tutto questo.
E il tema proposto per l’evento (Nutrire il Pianeta, energia per la vita) resta un titolo vuoto senza critica al modello agro-alimentare imposto dalla globalizzazione neoliberista, fatto di Ogm, monocolture, sementi ibride, cibi massificati e plastificati; un modello che affama i tre quarti del pianeta, inquina e distrugge la bio-diversità ed arricchisce solo le grandi aziende del settore. Nessun accenno al fallimento delle politiche e delle campagne alimentari degli organismi internazionali.
L’Expo non è ciò che serve ad un territorio già sfruttato, inquinato, cementificato. Non è ciò che chiedono le persone che vivono in questa situazione e che semmai rivendicano città più vivibili a misura dei soggetti più deboli; che immaginano un modello sociale di convivenza costruito sulla relazione e non sullo scambio di merci; che vogliono una città ricca di differenze e non povera nella sua esclusività e uniformità culturale e sociale; che vedono nel territorio un bene comune da difendere; che chiedono cultura, servizi, verde, diritti, un’altra mobilità e non autostrade, alberghi e investimenti per eventi effimeri.
Info e adesioni:
info@noexpo.it ;
noexpo@libero.it; www.noexpo.it
Prime adesioni:
Piero Maestri, Basilio Rizzo, Luca Guerra,Mario Agostinelli, Luciano Muhlbauer, Giorgio Riolo, Augusto Rocchi, Daniele Farina,Vittorio Agnoletto, Paolo Cagna Ninchi, Osvaldo Lamperti, Giorgio Schultze, Emilio Molinari, José Luis Del Roio,Marco Bersani, Maria Carla Baroni, Gigi Sullo,Marco Revelli, Bebo Storti, Dario Lesmo.
«QUARTIERI-GHETTO», «quartieri sensibili» o altri «quartieri d’esilio» sono, da una ventina d’anni, oggetto di articoli allarmistici o sensazionalistici (1). Ma è solo questa la cosa su cui dobbiamo riflettere e preoccuparci? Perché queste categorie territoriali, che emergono in Francia dagli anni 1985-95, non sono un semplice «riflesso», per quanto deformato, della realtà sociale; non si tratta soltanto di esagerazione o di menzogne. È in gioco anche e soprattutto una nuova maniera di guardare alla povertà urbana e di riflettere su di essa che, paradossalmente, insistendo sulla gravità del «problema», ha come caratteristica principale quella di occultare l’origine della dominazione sociale, economica o razzista.
Come si è arrivati a questo punto?
Per capirlo, conviene distogliere lo sguardo – almeno per un momento – da quegli eterni oggetti d’indagine, i «quartieri sensibili» e i loro abitanti, per interessarsi al modo in cui il «problema delle periferie» è stato definito negli anni 1985-1995. È a quell’epoca infatti che una nuova politica pubblica è stata messa in atto in 500 quartieri di edilizia popolare. Questa focalizzazione ha avuto un doppio effetto. I dispositivi della cosiddetta politica «della città» hanno permesso di rinnovare numerose zone della parte vecchia della città ( cité), offrendo un sostegno messo in campo a livello locale da professionisti dello sviluppo sociale. Nello stesso tempo, i finanziamenti supplementari ottenuti e spesi non hanno mai preso la forma di una ridistribuzione sociale e spaziale delle ricchezze, suscettibile di arginare il fossato delle disuguaglianze economiche.
Malgrado i numerosi appelli al «piano Marshall per le periferie», i finanziamenti sono stati limitati. D’altra parte, dei tagli severi erano nello stesso tempo stati inflitti alle politiche sociali in materia di educazione o di sanità, in quegli stessi quartieri popolari.
Inoltre, la focalizzazione sui «quartieri sensibili» non riguarda che determinati aspetti. La diagnosi sulla quale si è appoggiata la politica della città non si è limitata al fabbricato; la riabilitazione dei vecchi quartieri degradati è stata condotta sulla base di una nuova parola d’ordine: la partecipazione degli abitanti. Per iniziativa degli attori locali, si sono allora sviluppate riunioni di concertazione sulla riabilitazione delle cité, picnic collettivi e consigli di quartiere in cui questi abitanti dovrebbero porre le loro domande perché vengano più ascoltate.
Simili procedure sono necessarie.
Ma, mentre si insisteva su questo, passavano in secondo piano realtà economiche, come la disoccupazione, che gli abitanti di quei quartieri, per buona parte operai e/o immigrati, subiscono in pieno. I «quartieri» hanno attirato l’attenzione dei poteri pubblici, ma al prezzo di un altro riposizionamento delle «difficoltà». Le griglie territoriali, che sono state massicciamente utilizzate per ripensare la povertà, hanno giocato un ruolo paradossale, funzionando come eufemismi per designare gli abitanti non più in riferimento allo status sociale, ma in funzione della loro «origine» nazionale, culturale o «etnica ». Questa etnicizzazione della questione sociale (che affonda le radici molto indietro nella politica della città) ha avuto l’effetto di presentare le cosiddette origini «etniche» come problemi – cioè come minacce – per la società, e non come problemi per le persone vittime di razzismo.
«Cittadinanza», «partecipazione degli abitanti», «progetti», «valorizzazione della «prossimità« e del «locale », «trasversalità» e «concertazione» tra «partner»: è difficile interrogarsi su queste parole d’ordine tanto sono diventate familiari. L’indagine è tanto più difficile in quanto quel vocabolario ci sembra ormai umanista e progressista, in un contesto politico in cui la retorica dell’insicurezza, della «feccia» e delle «zone senza diritto» è prevalente.
Eppure, la partecipazione degli abitanti, quando è diventata la panacea per curare il «male delle periferie», è stata definita in maniera singolarmente restrittiva: occultamento delle condizioni di vita materiali in favore del «dialogo » e della «comunicazione»; psicologizzazione e dunque depoliticizzazione dei problemi sociali, alimentate da una rappresentazione del quartiere come spazio neutro e pacificatore; valorizzazione della buona volontà individuale così come delle soluzioni modeste e puntuali, svalorizzazione concomitante della conflittualità e delle rivendicazioni troppo «politiche».
Una serie di libri e di manuali destinati ai nuovi professionisti dello sviluppo sociale spiegano per esempio come trasformare le «rivendicazioni in proposte », le «domande di assistenza in progetto di sviluppo» e, soprattutto, secondo la formula consacrata dall’uso, come insegnare agli abitanti a «pescare il pesce » piuttosto che riceverlo. Si vede così in che modo la politica della città ha partecipato alla ridefinizione delle politiche sociali come interventi individualizzanti e «responsabilizzanti», intimando agli abitanti di «prendere in mano» le trasformazioni necessarie.
Inoltre, la svolta repressiva che ha luogo a partire del 1997 ha un rapporto con la maniera in cui è stato definito il problema dei quartieri dal 1985 al ’95. Poggia sulle stesse categorie territoriali e apparirà tanto più legittima in quanto, già da dieci anni, la povertà viene presentata come una questione innanzitutto psicologica e locale, e che gli individui che la subiscono sono invitati a riformare se stessi piuttosto che puntare il dito sui meccanismi strutturali che li condizionano.
La storia di questa depoliticizzazione presenta tuttavia degli aspetti sorprendenti. Affonda infatti le sue radici in un forte movimento di protesta. Durante gli anni ‘60, urbanisti, lavoratori sociali, militanti e ricercatori hanno denunciato l’approccio autoritario e tecnocratico dello stato pianificatore per promuovere, in nome del «quadro di vita», un’azione definita «globale» di riabilitazione delle cité, che coinvolgesse le collettività locali, e funzionasse sulla base di una maggiore concertazione con gli abitanti. Un movimento particolarmente importante si è sviluppato, in Francia come in altri paesi europei o americani, contro l’urbanismo delle torri, delle barre e delle autostrade, e contro le operazioni brutali di rinnovamento nel centro città. I principi fondanti delle politiche della casa dal dopo guerra (la pianificazione urbana e l’affermazione dello stato, rappresentante e promotore dell’interesse generale) subiscono negli anni ’70 una carica supplementare, anche se l’ispirazione ideologica è tutt’altra, con l’avanzata dei dogmi neoliberisti.
La crisi profonda che ne segue apre allora la strada ad altri modi di fare e di pensare i problemi urbani. La politica della città è il risultato di questi movimenti riformatori, ma le sue manifestazioni concrete si comprendono solo in rapporto al contesto in cui essa s’è istituzionalizzata. Negli anni ’80, la sinistra al potere si decise a compiere la svolta detta «del rigore».
Provenienti, per la maggior parte, dall’ambiente dell’associazionismo e del parapubblico, ma anche da tutto il movimento critico e contestatore del dopo- maggio ’68, i promotori dello sviluppo sociale dei quartieri occupano posizioni marginali nell’amministrazione. La politica della città, per la quale cercheranno di consolidare le esperienze condotte nei quartieri a insediamento sociale, offre loro una riclassificazione professionale e un luogo di riconversione militante (2).
Ma questo è possibile solo a prezzo dell’adesione al reinquadramento di bilancio e alla ridefinizione delle politiche sociali, concepite ormai non più come politiche di ridistribuzione ma come la messa in campo locale e minimale di una rete di sicurezza per i meno favoriti.
Il termine «quartiere», prima «di habitat sociale», poi «in difficoltà» e infine «sensibile», si carica di connotazioni negative: si descrivono questi territori come zone che hanno più bisogno dell’intervento di terapeuti che dello sviluppo di un’azione autonoma. In modo che la dimensione di protesta, molto presente nell’appello alla mobilitazione degli abitanti, si eclissa per far posto a un’azione pubblica razionalizzata, con produzioni statistiche e sviluppo di un nuovo settore professionale: lo sviluppo sociale urbano.
Non soltanto gli attori della politica della città si sottomettono a questo nuovo quadro politico, ma alcuni di loro, desiderosi di riformare lo stato e non soltanto i quartieri disagiati, adotteranno in egual musura la tematica della «modernizzazione dei servizi pubblici» che, nelle versioni liberali dominanti, si riduce spesso a un semplice arretramento (3). Si vedono così degli ex militanti (provenienti dal movimento maoista, per esempio) mostrare una diffidenza crescente verso gli abitanti accusati di compiacersi dell’assistenzialismo, e soprattutto verso lo stato in quanto tale, sospettato di incoraggiare questo assistenzialismo e di non generare che disfunzioni e rigidità.
Oltre le traiettorie dei promotori di un’azione sui «quartieri» e le scelte della sinistra governativa, gli intellettuali hanno giocato un ruolo-chiave. Nelle università come nei ministeri, la questione delle periferie genera una vasta produzione letteraria, che non si limita a un’analisi dei problemi sociali ed economici. Diversi intellettuali hanno maturato l’idea che quei territori segnino o incarnino l’avvento di una nuova questione sociale.
Ora, questa griglia interpretativa, ripresa dai media e utilizzata dagli attori della politica della città, postula che i problemi sociali mettano ormai in gioco degli «esclusi» e degli «inclusi» e siano unicamente legate alla città. Un certo numero di lavori, strettamente connessi al concetto di esclusione, sono perciò venuti a legittimare l’arretramento delle questioni legate al lavoro. Queste ultime apparterrebbero a un periodo che si vorrebbe passato, e bisognerebbe adesso rivolgersi verso le periferie, territori percepiti come «tagliati fuori» o «relegati», e venire in aiuto a delle popolazioni descritte come «dimenticate» e non più «sfruttate» o «dominate» (4).
Ultimo elemento-chiave: l’atteggiamento dei municipi, in primo luogo quelli gestiti dalla sinistra, in cui si trova la maggior parte dei quartieri d’habitat sociale. Dalla fine degli anni ’80, questi municipi hanno adottato la tematica dell’«esclusione» nei «quartieri » e ne hanno ratificato la dimensione spoliticizzante. La politica della città ha conferito credito e, soprattutto è apparsa all’inizo degli anni ’90 come portatrice di soluzioni nuove per inquadrare la gioventù degli strati popolari (evitando così le «rivolte»). Ben più a lungo, la «democrazia locale» ha suscitato la speranza di colmare il fossato che si è aperto tra la classe politica e i cittadini, segnatamente quelli delle classi popolari (5).
La «spazializzazione dei problemi sociali» (6) ha per effetto quello di rendere invisibile tutto quello che la situazione dei quartieri più poveri deve a quel che succede negli altri universi, come i «bei quartieri», meno mediatizzati ma altrettanto chiusi, o ancora il mondo del lavoro in cui si disfa e si ricompone la «condizione operaia» (7).
Ma bisogna insistere sulle battaglie simboliche dagli effetti decisivi che si giocano nei ministeri, gli uffici degli esperti, i media... e anche presso gli intellettuali, e il cui esito da diversi decenni porta a far dimenticare l’impatto delle politiche macroeconomiche, la rimessa in causa della funzione ridistritutrice e protettrice dello stato sociale, o ancora l’ampiezza e l’impunità delle sue discriminazioni.
(1) Loïc Wacquant, Parias urbains. Ghetto. Banlieues. Etat, La Découverte, Parigi, 2006.
(2) Cfr. Reconversions militantes, Presses universitaires de Limoges, 2006.
(3) Yasmine Siblot, Faire valoir ses droits au quotidien. Les services publics dans les quartiers populaires, Presses de Sciences Po, Parigi, 2006.
(4) François Dubet e Didier Lapeyronnie, Les Quartiers d’exil, Seuil, Parigi, 1992.
(5) Michel Koebel, Le Pouvoir local ou la démocratie improbable, Editions du Croquant, Bellecombe-en-Bauges, 2006.
(6) Sylvie Tissot et Franck Poupeau, «La spatialisation des problèmes sociaux », Actes de larecherche en sciences sociales, n. 159, Parigi, settembre 2005, p. 5-9.
(7) Michel Pinçon e Monique Pinçon-Charlot, Grandes Fortunes. Dynasties familiales etformes de richesse en France, Payot, Parigi, 2006 ; Stéphane Beaud e Michel Pialoux, Retour sur la condition ouvrière. Enquêteaux usines Peugeot de Sochaux, Fayard, Parigi, 2005.
(Traduzione di E.G.)
Nota: Sylvie Tissot è ricercatrice in scienze sociali all’università Marc Bloch di Strasburgo, autrice di L’Etatet les Quartiers. Genèse d’une catégorie del’action publique, Seuil, Parigi, 2007; un percorso del tutto divergente da quello descritto è quello antagonista che conduce ad esempio ai centri sociali autogestiti italiani in quanto Conflitti emergenti dal territorio così come descritto in questo saggio deli anni '70 (f.b.)
TARANTO — «Le aree militari sono preziose per programmare interventi di riqualificazione urbana, soprattutto a Taranto che è una città slabbrata».
Angela Barbanente, l'assessore regionale all'Urbanistica, conosce il capoluogo jonico, ne segue le vicende, è in grado di indicare una delle strade da seguire pur, ovviamente, lasciando la totale autonomia di scelta ai tarantini. E' al corrente del tentativo della città di riconquistare aree della Marina situate in posizione strategica, di ottenere beni militari utili allo sviluppo, di liberarsi della schiavitù di due muraglioni che la soffocano per chilometri. E' una grande opportunità per Taranto rientrare in possesso di beni oggi ancora nella disponibilità della Marina ma non più utili ai fini militari. Molti tra questi sono anche abbandonati da anni e inutilizzati. Sono terreni, edifici, strutture, isole, beni immobili sui quali la città può fare leva per disegnarsi un futuro migliore. Di sdemanializzazione si parla da anni, un protocollo d'intesa fu firmato quindici anni fa, ai tarantini sembrava di poter già pensare a un museo galleggiante alla stazione torpediniere utilizzando l'incrociatore Vittorio Veneto e a un acquario realizzato in quell'area in disuso da quando la flotta s'è trasferita in mar Grande. Tutto è ritornato incerto perché la Marina ritiene quelle aree ancora utili ai suoi scopi.
Assessore, Taranto cerca di recuperare aree militari che ritiene indispensabili per il suo futuro. Il rapporto con la Marina, però non segue un percorso lineare.
«Questo capita in tutte le città che intrattengono rapporti con enti militari e che cercano di acquisire le aree strategiche dismesse o da dismettere. Non solo Taranto, ma anche tante altre città in Italia sono alle prese con questo tipo di problematica. Un dato che sembrava acquisito può non esserlo più in seguito. Molte città sono impegnate in negoziazioni intense con il ministero della Difesa per recuperare aree spesso situate in posizioni tali da risultare molto utili allo sviluppo urbanistico. Taranto non è un caso così singolare ».
Al di là dei siti della Marina, i tarantini vorrebbero liberarsi anche dei muraglioni che circondano per ettari insediamenti militari.
«Comprendo. I muri servono a separare, io sono per la ricomposizione».
Di cosa, urbanisticamente parlando, ha bisogno Taranto?
«Taranto ha bisogno, innanzi tutto, di interventi di riqualificazione urbana perché è una città fatta di tante isole tra loro separate».
Si riferisce ai quartieri che sorgono a chilometri di distanza dal centro della città e tra di loro?
«Sì. La città s'è dispersa, i quartieri sono separati. Per questa ragione le opportunità che si aprono con le aree della marina militare devono essere colte subito e nel migliore dei modi. Quelle aree possono servire anche a ricucire tra loro parti di città oggi sconnesse e nascoste ».
Come si può fare?
«Le aree militari vanno innanzi tutto censite per vedere quali sono realmente disponibili. Poi devono essere impiegate per un'operazione intensa di riqualificazione urbana sulla quale i tarantini sono perfettamente in grado di scegliere per migliorare il volto e la funzionalità della propria città».
Quindi serve una nuova progettazione urbana?
«Ne sono convinta. Secondo me la progettazione urbana può imboccare anche la direzione nella ricucitura tra le varie parti della città. I muraglioni che ci sono a Taranto non rendono permeabili le diverse zone, separano ciò che dovrebbe essere riunito».
La Regione in che modo può far parte di questo discorso?
«Com'è consuetudine, la Regione svolge un'opera di accompagnamento e orientamento sui singoli Comuni. Il rapporto è di grande collaborazione, di continuo affiancamento non solo per sostenere le iniziative comunali orientate alla riqualificazione, ma per collaborare a trovare la strada più idonea all'interesse della città. Con la Regione non c'è più un rapporto gerarchico ma di copianificazione».
«In questo settore, la Regione non dispone, ma condivide le scelte e gli orientamenti delle singole amministrazioni comunali. Queste sono completamente libere, le decisioni appartengono all'autonomia delle città, noi mettiamo il peso dell'amministrazione regionale molto volentieri per sostenere lo sviluppo anche urbanistico delle varie realtà comunali».
Abbiamo segnalato in molte rubriche quali siano stati gli effetti dell’aver affidato al solo mercato il governo delle città. Il caso che raccontiamo questa volta potrà in tal senso sembrare meno scandaloso. Si tratta di un atteggiamento da ancien regime da parte delle elites al potere. La sua gravità risiede nel fatto che segnali cambiamenti profondi nel funzionamento dello Stato: ad alcuni è ormai permesso tutto e diritti che sembravano universali si differenziano in relazione alla capacità economica.
Raccontiamola così, un gruppo di facoltosi amici e sodali vuol festeggiare il compleanno di attività di uno del gruppo. Avrebbero a disposizione luoghi esclusivi e inaccessibili agli sguardi indiscreti. Palazzi e giardini dove festeggiare nella discrezione. Ma a costoro è venuta in mente un’idea esclusiva: festeggiare all’interno del Foro romano, tra le rovine che tanto colpiscono l’immaginario collettivo. L’attenzione si è posata del tempio di Venere e Roma voluto da Adriano su uno spalto che domina il Colosseo. L’imperatore l’aveva voluto decastilo corinzio, e cioè formato da 10 x 9 colonne. Ai creativi della moda viene così in mente di ripristinare un tempio intero, sullo stesso luogo che le ospitava in origine. Una location mozzafiato, altro che la ricostruzione negli studi del Circo massimo per le scene di Ben Hur. E per sottolineare la propria classe e il fatto che non si bada a spese, il gruppo dei simpaticoni ha pensato bene di far ricostruire il tempio da un grande artista, Dante Ferretti, premio Oscar per la scenografia.
Ma lo Stato ha le sue regole e, come noto, alcuni edifici sono tutelati per consentirne la conservazione, per tramandarli alle future generazioni. Una di quelle fissazioni burocratiche, di quegli intollerabili lacci e laccioli inventati dallo stato liberale, devono aver pensato i sodali. Così la Soprintendenza archeologica di Roma dopo il primo scandalizzato rifiuto a concedere quel luogo è venuta a più miti consigli, ci dicono, per l’intervento dei potenti politici di turno. Segno appunto che lo Stato è finalmente diventato più moderno, più sensibile e più attento alle ragioni dell’economia. La presenza di Francesco Rutelli a capo del dicastero sembra dare i primi buoni frutti, l’esperienza dello scempio dell’Ara Pacis ha evidentemente insegnato qualcosa.
Così, come nelle più belle favole, all’allegra brigata è riuscito un colpo da manuale: festeggiare i quarantacinque anni della carriera dello stilista Valentino all’interno di un tempio e il Colosseo davanti agli occhi. La sera del sei luglio 2007, trecentocinquanta esponenti “della prima fila” tra cui spiccavano Carolina di Monaco, Claudia Schiffer, Anne Wintour, direttrice di Vogue america, solo per fare alcuni esempi, e tanti altri, ad iniziare dall’incontenibile delegazione dei politici di turno, potevano godere di un luogo da sempre chiuso al pubblico. Le esigenze del mercato consentono di poter disporre di tutto, di ogni cosa, di ogni luogo. Se chiedete perché sia stato concesso di far svolgere una festa privata in un luogo tutelato, vi spiegheranno infatti che il ritorno d’immagine dei video che invaderanno il mondo porterà colossali fortune al popolo romano.
A cento metri dal luogo del misfatto, il piano terra del Colosseo è chiuso da decenni da vecchi e ossidati tubi innocenti il cui unico merito è quello di consentire il passaggio della blasonata colonia felina. Ma sono vergognosamente brutti. Eppure il Colosseo è meta di interminabili code di visitatori, in media 3 milioni e mezzo all’anno, per un introito di almeno 21 milioni di euro. Una parte di questo tesoretto poteva essere almeno utilizzata per realizzare una chiusura dignitosa, ma forse quei soldi sono serviti a finanziare le imprese. E se il comparto pubblico è stato messo in condizione di non fare nulla, all’iniziativa privata non si deve frapporre alcun limite. I furbetti del tempio di Venere hanno vinto. Del resto, i problemi delle città non esistono più, si limitano soltanto la fastidiosa presenza di lavavetri e accattoni. Tutto il resto va benissimo.
Sull'argomento vedi anche Pecunia non olet e Valentino & monumenti.
Privati, sponsor attivi di cultura
Andrea Casalegno -Il Sole 24 ore, 13 ottobre 2007
«Torino, che sa fare sistema, è un modello da imitare» ha detto ieri Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria e della Fiat, alla giornata di studi sul «Finanziamento privato dei beni culturali» che celebrava vent'anni di attività della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali torinesi, presieduta da Lodovico Passerin d'Entrèves. «L'Italia da dieci anni cresce meno di ogni altro Paese europeo - ha proseguito -, riceve solo il 2% degli investimenti extra Ue, contro il 7% della Francia e il 9% di Gran Bretagna e Spagna, non attrae gli studenti stranieri e persino nel turismo, dopo essere stata la prima al mondo all'inizio degli anni 70, oggi sta scivolando al settimo posto, benché possieda il 50% del patrimonio artistico mondiale. Ma oggi parlerò del bicchiere "mezzo pieno ". Finalmente si torna a discutere di semplificazione burocratica, di "meno tasse, meno spese e più investimenti", di energia nucleare. Anche il patrimonio artistico è un atout per il Paese; ma solo se, invece di ridursi a mera rendita di posizione, diventa un fattore di promozione del territorio, prezioso in particolare per le piccole imprese. Per valorizzarlo però, senza gravare sulla spesa pubblica, è essenziale l'apporto dei privati».
Inventata da sei imprenditori torinesi, tra i quali Passerin d'Entrèves, la Consulta ha realizzato il modello di "sponsor attivo" richiamato ieri, in chiusura dei lavori, da Maurizio Costa, amministratore delegato della Mondadori e presidente della commissione Cultura di Confindustria. «Oggi - ha concluso Costa - siamo impegnati, insieme al ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli, nella creazione di un Osservatorio sulla cultura d'impresa e sul patrimonio storico-culturale che analizzerà quantità, qualità e tipologie di tutti gli interventi degli imprenditori».
Invece di sponsorizzare singole iniziative, secondo la vecchia formula del mecenatismo, la Consulta, alla quale partecipano, tra le altre imprese, Fiat e Skf, Ferrero, Lavazza e Martini & Rossi, Pirelli e Telecom, Toro e Vittoria Assicurazioni, IntesaSanpaolo e Crt, oltre all'Unione industriale e alla Camera di commercio di Torino, si richiama alla grande tradizione torinese di Riccardo Gualino, che creava cultura. La Consulta non si limita a finanziare restauri, ma recupera e valorizza, d'intesa con gli enti locali e la Soprintendenza per i beni artistici, i simboli del passato, consolidando il senso d'identità e di appartenenza. E ce n'era bisogno. «Vent'anni fa - ha ricordato Passerin d'Entrèves - visitare il centro con ospiti stranieri era imbarazzante per il degrado». In vent'anni la Consulta ha speso 16 milioni di euro per un milione di ore di lavoro divise in 20 progetti, tra cui il Parlamento subalpino (dal 1861 primo Parlamento italiano), il monumento a Vittorio Emanuele II («Sono particolarmente affezionato a quell'iniziativa - ha detto il sindaco Sergio Chiamparino - perché è legata alla mia prima uscita pubblica come sindaco»), le statue della Venaria (ieri c'è stata anche l'inaugurazione della Reggia), il complesso monumentale, con giardino settecentesco, della Villa della Regina, le statue del Po e della Dora in via Roma, le due chiese di piazza San Carlo e, non ultime, due cancellate monumentali: a Palazzo Reale e al Teatro Regio. I progetti continueranno con la Biblioteca Reale, la Galleria Sabauda e una grande mostra storica sulla fabbrica Lenci.
Per il finanziamento privato dei beni artistici l'attività della Consulta e, in generale, il modello Torino sono apparsi esemplari. Louis Godart, consulente del Quirinale per i beni culturali, ha lodato il nuovo allestimento delle statue del Museo Egizio («Nessuno le aveva mai viste così») e Mario Turetta, direttore generale per il Bilancio e le risorse umane del ministero per i Beni culturali, ha rivelato i numeri del successo: «II turismo italiano perde colpi ma quello nelle città d'arte, composto per il 57,7% da stranieri, è in crescita. E’ rispetto al dato generale (+6% nel 2005), il risultato del Piemonte è eccezionale (+63% contro il +12% della Lombardia). A Torino le presenze aumentano, dalla Fiera del libro al Salone del gusto e al turismo; al Museo Egizio si raddoppia addirittura: +93%», «Un successo - commenta il presidente della Fondazione Museo Egizio Alain Elkann - cui hanno contribuito vari fattori, dall'allestimento innovativo della statuaria all'intensa attività di comunicazione. E persino gesti semplici come la collocazione di una guardia giurata nell'atrio del Museo, per impedire l'accesso ai venditori abusivi che prima vi bivaccavano indisturbati».
«Pompei? Ai privati» II piano delle imprese
Raffaella Polato - Corriere della Sera, 13 ottobre 2007
Sergio Chiamparino, il sindaco di una città che da Olimpiadi e patrimonio culturale ha costruito la propria rinascita, lo chiama «nuovo mecenatismo: e non è fatto di questue ma di vera collaborazione pubblico-privato». Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria che del circuito arte-cultura-storia-turismo parla da sempre come di «un asset trascurato, ed è un delitto perché dopo l'industria potrebbe essere il secondo grande fattore di crescita per il Paese», ovviamente sottoscrive. E rilancia.
Esempi ne avrebbe mille. Però, per dire, «pensate a Pompei». Non fa il nome (ma dev'essere Tony Blair) dell'«importante ex premier straniero» che, dopo una visita agli scavi, «era alquanto stupito, ed è un eufemismo, di quel che ha visto intorno. Non un albergo, non un negozio, non una grande libreria: erbacce e carta».
Morale: «Usciamo dalla demagogia del "pubblico". Perché sé poi il pubblico non ce la fa, allora si passi la mano ai privati. Con tutti i controlli e le regole, ovvio. Ma abbiamo patrimoni enormi che, soprattutto al Sud, sono totalmente abbandonati a se stessi. E non è possibile». Tanto meno accettabile.
L'«esempio virtuoso» può essere proprio Torino, quella collaborazione pubblico-privato che ha usato il volano delle Olimpiadi ma ieri, per esempio, ha finalmente riportato allo splendore che merita la Reggia di Venaria. E da vent'anni — con enti e imprese raggruppate nella Consulta presieduta da Ludovico Passerin d'Entrèves — «adotta» e restaura beni storico-artistici.
Una visione di sistema che, dice Montezemolo, dimostra «quali siano poi le ricadute anche sull'economia e sull'occupazione». Ci aspettiamo turisti, «ci aspettiamo cinesi e indiani?». Se li vogliamo, diamo loro strutture e infrastrutture: «Rendiamoci conto che anche il patrimonio culturale ne fa parte. E non ci è costato nulla: è un'enorme risorsa che abbiamo ereditato, è la storia del nostro Paese», insiste al convegno organizzato per il ventennale della Consulta.
Poi certo, a una frecciata il presidente di Confindustria non rinuncia: «Vogliamo i turisti, ma non abbiamo una compagnia aerea in grado di portarli. E noi che abbiamo ricevuto tante lezioni dallo Stato su come gestire le nostre imprese...». Però non è giorno di polemiche, al di là delle battute «mai come oggi occorre sottolineare le cose positive che comunque il nostro Paese ha». «Spirito costruttivo», insomma, che si traduce nella proposta «formalizzata» per Confindustria da Maurizio Costa (numero uno Mondadori e presidente della Commissione cultura di Viale dell'Astronomia) : «Noi siamo già passati dalla fase del mecenatismo a quella delle strategie aziendali. Il passo avanti, la chiave di sviluppo auspicabile per il futuro, sarebbe una vera e propria partnership tra il pubblico e il privato».
Piace a Francesco Rutelli la proposta di Confindustria. «Montezemolo ha assolutamente ragione», sottolinea il ministro dei Beni Culturali. E qualcosa si muove. «Nella Finanziaria ci sono già innovazioni importanti», ricorda il vicepremier che aggiunge: ora servono incentivi.
Sull'economia si discute, si polemizza, ci si accapiglia costantemente; e non potrebbe andare diversamente, tanto è diventata centrale quest'ultima rispetto alla politica, anzi ormai dominante essendone la funzione pubblica del tutto subordinata. Linea di comando pressoché assoluta da cui far discendere scelte e decisioni, così come modelli di civiltà e perfino emozioni e immaginario. Esito del vittorioso passaggio capitalistico di fine secolo che tutto ha globalizzato e uniformato.
Ma tra i tanti e anche inediti filamenti con cui l'economia si palesa e si sviluppa, ce n'è uno su cui incombe invece un'opaca reticenza. L'immobiliarismo. Quell'oscura palude in cui sguazzano innumerevoli gli interessi finanziari, nel passato secondari rispetto al ciclo edilizio ma oggi completamente sovrastanti. Una folla di «operatori» compete e si affanna per ritagliarsi il proprio segmento di utile nel cosiddetto mercato immobiliare, che di conseguenza dilata allo stremo i suoi costi, i suoi prezzi e soprattutto i suoi profitti. E ciò smarrendo progressivamente l'elemento originario di tanto sviluppo, il prodotto sporco, quello fatto con i mattoni: quasi un accessorio di un gorgo inestricabile di intermediazioni e stratificazioni finanziarie.
Su tutto questo poco si sa, poco si dice. E non perché tanta speculazione crei un qualche imbarazzo: il rossore non fa parte della tavolozza del sistema economico. Ma perché sui patrimoni immobiliari si regge buona parte della filiera bancaria
Non sfuggirà che quando si parla di sistema bancario si allude a un ambito assolutamente predominante, in grado di condizionare non soltanto la ritmica dell'economia ma la stessa decisione politica.
Capite bene che, di fronte a un potere così esteso e ramificato, il bisogno sociale del bene casa è un ricciolo di polvere che fastidiosamente si annida in un angoletto.
Cosa volete che contino i tanti povericristi che non hanno dove abitare, variabile del tutto secondaria perché refrattaria alla logica di un mercato inaccessibile? Milioni di persone che in questo paese soffrono e penano, accucciati nelle auto o nelle baracche o sotto i ponti; anziani che muoiono prima per paura di essere sfrattati, bambini che crescono con l'angoscia dell'ufficiale giudiziario, ogni scampanellata alla porta un batticuore, giovani donne, ragazzi con una prospettiva di vita già compromessa, famiglie dolenti con un nonno malato, con un figlio disabile. Ma ormai anche chi ha un reddito dignitoso eppure insufficiente per affittare un appartamento o accendere un mutuo.
Come si fa a nascondersi che questo è un problema grave?
E' che da noi la politica non vuol fare ciò che dovrebbe, ciò che normalmente si fa negli altri paesi: intervenire nel mercato immobiliare, per attenuarne le ferocia. Edificare case popolari, ai costi reali, per offrire un accesso sostenibile all'abitare. Cioè essere competitivi con l'ingordigia: basta poco per eliminare la bolla parassitaria che si frappone tra la domanda e l'offerta, e depurare così il sistema. Un po' di keynesismo, mica la rivoluzione.
Ps. Nella finanziaria del prossimo anno ci sono 550 milioni di euro per l'emergenza casa, e l'offerta abitativa pubblica, se tutto va bene, comincerà a rendersi disponibile nel 2009. Ma da dopodomani termina l'efficacia del blocco degli sfratti. C'è un frattempo che non torna. Qualcuno ci sta pensando?
Titolo originale: Bridge’s Private Ownership Raises Concerns – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
DETROIT — Quasi due chilometri di acciaio verniciato di azzurro sul fiume Detroit, uno dei tanti ponti, ma serve alle migliaia di camion e ai milioni di dollari di merci che ci rombano sopra ogni giorno fra Stati Uniti e Canada.
E questo normalissimo ponte a quarto corsie è il confine commerciale più trafficato del Nord America, con un terzo di tutti gli scambi via strada — ovvero oltre 122 miliardi di valore in merci l’anno — tra i due paesi.
Però la struttura, l’Ambassador Bridge, non è di proprietà di nessuno dei due stati, né delle città di Detroit o di Windsor, la corrispondente canadese di Detroit, né di nessuna agenzia pubblica responsabile per i ponti. La proprietà è di un signore, e della sua privata compagnia.
Secondo una procedura degna di nota, trattandosi di un passaggio così importante, è Manuel J. Moroun, miliardario molto riservato dell’area suburbana di Detroit che controlla un impero dei trasporti in camion, il proprietario del ponte, uno dei due soli casi sul confine settentrionale degli Stati Uniti, e di gran lunga il più significativo dal punto di vista economico a gestione privata del paese.
Ora, con tanti scambi commerciali che dipendono da una singola struttura, ci si è cominciato a chiedere cosa accadrebbe se fosse attaccato dai terroristi, o se l’Ambassador Bridge, che si avvicina agli 80 anni, dovesse cedere.
E così è partita una gara per realizzare un altro ponte da 1 miliardo di dollari.
In una convergenza di interessi vari che coinvolge sicurezza nazionale, affidabilità del sistema delle infrastrutture, crisi economica dello stato del Michigan, la particolare situazione locale ha posto una semplice domanda: chi sarà, il proprietario?
Inaugurato nel 1929, l’Ambassador Bridge era stato realizzato in forma private da Joseph Bower, finanziere di New York. Anche durante la sua costruzione, infuriò una lotta – animata soprattutto dal sindaco di Detroit – su chi dovesse poi gestire il ponte, se una compagnia privata o un ente pubblico.
All’epoca, abbondavano i ponti di proprietà privata, anche se presto la tendenza generale si allontano dal modello. Poi Moroun iniziò ad acquisire quote azionarie dalla proprietà del ponte, la Detroit International Bridge Company, raggiungendo il controllo della compagnia circa trent’anni fa.
Fra i 24 ponti e gallerie stradali che collegano Canada e Stati Uniti, solo l’Ambassador e l’attraversamento fra International Falls, Minnesota, e Fort Francis, Ontario, sono privati.
I sostenitori di un collegamento di proprietà pubblica qui dicono che si tratta dell’unica scelta saggia, la sola che consenta coordinamento e regolamentazione. Sono molto preoccupati, dicono, di lasciar continuare un solo uomo nel suo regno pluridecennale su un collegamento vitale fra nazioni.
“Quell’uomo guadagna miliardi di dollari dal ponte” spiega Raymond E. Basham, senatore Democratico dello stato del Michigan, e aggiunge che soltanto un ponte di proprietà pubblica potrebbe assicurare i controlli strutturali e di sicurezza interna necessari. “Quando si arriva agli spiccioli, dal suo punto di vista ci sono mille incentivi per non avvertirci se qualcosa non va. Noi abbiamo degli obblighi risotto alla sicurezza delle persone”.
Ma Moroun, conosciuto dai più col soprannome di Matty, vuole costruirsi da solo un altro ponte. I rappresentanti della sua compagnia affermano che realizzeranno un attraversamento su sei corsie in sostituzione dell’Ambassador, e quest’ultimo potrà anche essere sistemato ed eventualmente riaperto se quello nuovo dovesse avere qualunque difficoltà. La compagnia ha già acquisito e sgomberato decine di edifici, per far posto al gemello privato dell’Ambassador.
Per un certo verso, l’offerta di Moroun sembra una tentazione, in particolare su questa sponda del confine. L’economia industriale della regione, totalmente auto-centrica, è in caduta libera, e i legislatori di Lansing, la capitale dello stato, hanno evitato per un pelo la crisi di tutti i servizi pubblici il primo di ottobre, dopo un blocco dovuto alla necessità di trovare 1,75 miliardi di dollari per coprire un previsto buco di bilancio statale.
“É solo una pazzia per i contribuenti del Michigan e del Canada farsi carico del conto di questo ponte” giudica Alan Cropsey, senatore statale Repubblicano favorevole all’attraversamento privato. “Perché sentono la necessità di costruire un ponte e far concorrenza al settore privato? Perché ora?”
Ciascuno dei due progetti – quello pubblico e quello private – costa circa un miliardo. Ciascuno ha bisogno di parecchie autorizzazioni da parte degli uffici pubblici di entrambi i lati del confine. E per ciascuno alla fine si dovrà pagare, in termini di pedaggi di attraversamento per gli utenti, rispondono i sostenitori del progetto pubblico.
Alcuni abitanti di Detroit e Windsor, in particolare chi vive vicino alle rampe dell’Ambassador Bridge, mette in discussione la necessità di qualunque nuovo ponte. Nel 2000, hanno attraversato oltre 12 milioni di auto, camion e autobus, calcolano i funzionari dei trasporti del Michigan. Nel 2006, i veicoli sono stati meno di 10 milioni, nonostante la quantità di camion sia rimasta invariata.
“Chi ha bisogno di un altro ponte?” chiede Victor Abla, le cui finestre nel quartiere sud-occidentale di Detroit di Hubbard Farms guardano sull’Ambassador. “Con tutti quei camion in fila che già ci sono, l’inquinamento è orribile nel quartiere, i livelli di asma sono alle stelle”.
Ma alcuni studi sul traffico del ponte mostrano che verrà raggiunta la capacità massima entro il 2015, spiega Mark Butler, portavoce di Transport Canada, ufficio governativo. Altri affermano che ci vorrà di più. Per ora, resta una domanda: quale ponte verrà realizzato?
I sostenitori del ponte pubblico lamentano che i progetti di Moroun saranno guardati con attenzione particolare dai decisori, grazie alla lunga storia di contributi per le campagne elettorali. E in realtà i registri dei contributi politici, rivelano anni di donazioni, da parte sua e della famiglia, a una ampia serie di personaggi e gruppi di entrambi gli schieramenti.
Attraverso Dan Stamper, presidente della Detroit International Bridge Company, Moroun ha rifiutato un’intervista in tempo utile per il presente articolo. La cosa si farà forse “circa fra un mese” ha precisato Stamper.
Per parte sua Stamper si schiera a favore del ponte privato. Liquida la questione dei rapporti di Moroun coi politici, e giudica inutili le preoccupazioni per la sicurezza: la compagnia ha assunto guardie private per controllare il ponte dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre.
Stamper aggiunge anche che all’Ambassador vengono effettuati controlli sulla struttura ogni anno, da ditte private, e che i risultati di ciascuna vengono resi disponibili alle autorità dei trasporti di Michigan e Canada, anche se non direttamente al pubblico. Gli uffici responsabili per il Michigan rispondono che hanno potuto vedere un rapporto di ispezione completo solo nel 2005, nel quadro di un accordo di ampliamento stradale.
Stamper li contesta, affermando che la compagnia del ponte ha sempre condiviso le informazioni, sia con lo stato che coi funzionari canadesi.
“A chi non è a suo agio per il fatto che siamo dei privati, rispondo: la nostra storia è quella di un successo”.
Gli alti responsabili del settore automobilistico, che dipende dal ponte per il trasporto dei componenti fra le varie fabbriche su entrambe le sponde, sostengono gli studi per un attraversamento di proprietà pubblica.
Frederick W. Hoffman, direttore dei rapporti con lo stato per la Chrysler, spiega “La nostra preoccupazione principale, è che ci possano essere più proprietà, e quindi più concorrenza sulle tariffe”.
I pedaggi sul ponte attuale sono di 3,75 dollari per le macchine, mentre i camion (circa 12.000 al giorno nei momenti più trafficati della settimana) pagano a seconda del carico, con una media che secondo Stamper è di 12 dollari.
Alla fin fine, nessuno esclude la possibilità di costruirli tutti e due, i ponti.
COME UN EDITTO MEDIEVALE, ne dà lettura pubblica l’araldo di Action: «Il presidente vista la grave situazione di emergenza sociale in materia abitativa...», scandisce al megafono il responsabile dell’Agenzia dei diritti, Andrea Alzetta, detto Tarzan,
che legge una dopo l’altra le cinque pagine di ordinanza firmate dal mini-sindaco del decimo municipio Sandro Medici fino al punto finale: «Il presidente ordina con effetto immediato la requisizione degli alloggi attualmente in uso agli inquilini...». «Si tratta di un prolungamento coattivo dell’attuale contratto», spiega Medici, già assolto dalla Cassazione per le requisizioni vere e proprie a cui era già ricorso in passato. Gli inquilini continueranno a pagare affitto e penale d’occupazione. Applaude la piccola folla radunata davanti al 33 di via Statilio Ottato, traversa di via Tuscolana. Uno degli stabili dove sono scattate le 244 «requisizioni» targate Rifondazione: «Strumento estremo», dicono i presidenti del Prc, Susi Fantino, del IX municipio, e Andrea Catarci, dell’XI, che, a pochi giorni dalla scadenza del blocco degli sfratti e in assenza di nuova proroga, hanno firmato ordinanze simili a quelle di Medici, che da solo ne ha firmate 8 per un totale di 212 requisizioni. «Anche ad altri livelli potrebbero prendere in considerazione questo esempio», rilancia il segretario romano Massimiliano Smeriglio.
«Appartamenti requisiti dal presidente del X municipio», recita lo stendardo che campeggia sulla facciata di via Ottato. Una palazzina con le veneziane ai balconi e i panni stesi. Appesi qua e là cartelli che invocano il passaggio da «casa a casa», promesso dalla legge 9 del febbraio scorso (che finalmente ha rimesso in campo un piano per la casa) e poi di nuovo dal decreto fiscale del 2 ottobre che a questo scopo ha stanziato 550 milioni di euro (il piano straordinario). Ma le «garanzie» rischiano di restare lettera morta. L’ultimo stop agli sfratti deciso 8 mesi fa scade infatti il 14 ottobre e da lunedì a Roma circa 3 mila sfrattati, considerati particolarmente fragili perché anziani, disabili, con basso reddito, potrebbero ritrovarsi con l’ufficiale giudiziaro alla porta. Mentre il «piano staordinario» per dare loro un’altra casa è ancora «in itinere».
Per il Lazio ci sono 55 milioni di euro. Si tratta di fondi straordinari, da impiegare subito (o mai più) per approntare misure d’emergenza. E la Regione, che ancora non ha provveduto a farlo, dovrà indicare entro il 22 ottobre ai ministeri delle Infrastrutture e della Solidarietà sociale come intende spenderli. Oggi l’assessore Minelli farà partire una lettera in cui indicherà le priorità del Campidoglio: acquisto di case dagli enti, cambi di destinazione d’uso, centri d’assistenza. Ma i tempi sono stretti.
«C’è un solo modo per evitare che la requisizione diventi paradossalmente l’unico strumento d’intervento», spiegano gli assessori di nove città tra cui Roma. E lo stesso sindaco Walter Veltroni invoca la «proroga» in una lettera indirizzata al prefetto Mosca, a cui il sindaco chiede di «promuovere presso il Governo» un ulteriore stop agli sfratti.
Tullio Cambruzzi, rappresentante del Comune in Salvaguardia, si dissocia dal voto preso a maggioranza - con il parere contrario di Soprintendenza, Comune e ministero per l’Ambiente - che ha dato il via libera al deposito delle paratoie del Mose nei bacini di Carenaggio dell’Arsenale. Decisione presa dalla commissione di Salvaguardia, l’organismo creato dalla Legge Speciale a tutela del paesaggio, con 11 voti contro 5. Sempre a maggioranza i membri della commissione hanno respinto anche la richiesta della Soprintendenza di aggiornare la seduta per consentire un esame approfondito del progetto. Una «forzatura» su cui ora il Comune sta pensando seriamente di fare ricorso. Perché il parere ufficiale di Ca’ Farsetti, inviato alla commissione dal sindaco un anno fa, è stato saltato a pie’ pari grazie a un accordo tra il Magistrato alle Acque e la Regione. «Il Piano urbanistico prevede in quei luoghi cantieristica e non attività di quel tipo», sostiene il Comune. Per la Regione e il Magistrato alle Acque, invece, va tutto bene. Una decisione, quella dell’altro giorno, che non è nuova nelle sue modalità. Anche per approvare il progetto definitivo Mose, e più di recente per dare il via libera al cantiere per la costruzione degli enormi cassoni di calcestruzzo sulla spiaggia di Santa Maria del Mare, la commissione aveva votato a maggioranza tra le polemiche, senza nemmeno esaminare nei dettagli il progetto presentato. Ma stavolta la bufera non si placa. «Decisione illegittima, i piani attuativi li deve fare il Comune, non la Regione», protesta Stefano Boato rappresentante per il ministero dell’Ambiente. Fa discutere anche che si sia ignorato il parere contrario dell’ente preposto alla tutela del paesaggio, cioè la Soprintendenza.
Intanto il progetto va avanti, nonostante dubbi e contestazioni anche sull’impatto dei singoli cantieri. «Non ci hanno dato nemmeno il modo di valutare di che progetto si tratta», continua Cambruzzi. A ridosso delle storiche mura del vecchio Arsenale e in piena laguna saranno presto costruiti enormi capannoni e in un prossimo futuro avviate attività inquinanti come la sabbiatura e la verniciatura di enormi superfici metalliche destinate a rimanere sott’acqua. Ma né i vigili del fuoco né l’Asl hanno avuto nulla da ridire. Hanno votato a favore, oltre al rappresentante del Comune di Jesolo Giorgio Rizzi e ai tre della Regione anche il Magistrato alle Acque e due del Comune, gli architetti Gatto e Zanatta, che non hanno rispettato l’indicazione del sindaco.
Un nuovo scossone agita gli scavi di Pompei. Il ministero per i Beni culturali ha designato il direttore amministrativo della Soprintendenza archeologica, il city-manager che dovrebbe governare i custodi e tutti gli altri dipendenti, facendo funzionare una delle macchine più imponenti e anche più arrugginite dell´intero patrimonio artistico italiano, inceppata da incrostazioni clientelari e da inefficienze - dai cani randagi che razzolano fra i ruderi alla conflittualità esasperata, agli scioperi e alle assemblee che impediscono ai visitatori di entrare. Il nuovo direttore amministrativo si chiama Antonio De Simone. È un archeologo, qualifica che appare appropriata se non fosse, come fa notare qualcuno, che il direttore amministrativo deve occuparsi di conti e di gestione del personale e non deve decidere cosa scavare e cosa restaurare.
La nomina ha colto di sorpresa il soprintendente di Pompei, Pietro Giovanni Guzzo. Guzzo ha scritto una lettera al ministero in cui contesta la scelta, che appare come una duplicazione del suo incarico, una specie di soprintendente-ombra. De Simone, docente universitario, ha in corso vari scavi a Pompei ed ha collaborato strettamente con Baldassarre Conticello, che a Pompei fu il primo soprintendente, e dai cui metodi di ricerca Guzzo si è distaccato con nettezza. La nomina di De Simone sarebbe stata fortemente sostenuta dal vescovo di Pompei, monsignor Carlo Liberati, che, caso piuttosto irrituale, appena saputo della designazione, ha scritto alla Soprintendenza un vibrante telegramma di plauso. I vescovi di Pompei sono sempre molto sensibili alle vicende degli scavi, e tanto più ora che un grande edificio di proprietà della Curia verrà ristrutturato con i soldi della Regione Campania (12 milioni di euro) e ospiterà un complesso museale e di assistenza ai turisti, i cui ricavati dovrebbero andare, in parte, alla Curia stessa.
Nel dicembre scorso Guzzo aveva presentato le sue dimissioni al ministro Rutelli per una vicenda che ha molte analogie con quella di questi giorni. Rutelli aveva infatti confermato al suo posto di direttore amministrativo Luigi Crimaco, archeologo anche lui, ex direttore del Museo civico di Mondragone, vicino, si è sempre detto, ad Alleanza nazionale. Cambiato il governo, a molti sembrò naturale sostituire Crimaco, che invece alla fine del 2006 si vide confermato il contratto fino al luglio successivo.
A favore di Guzzo si erano mobilitati archeologi italiani e stranieri, oltreché funzionari della Soprintendenza pompeiana. Prima di arrivare a Pompei, nel 1994, Guzzo aveva diretto il Museo Nazionale Romano e il Colosseo. Ad accrescere la sua autorevolezza una ricchissima bibliografia, sia sui temi specifici dell´archeologia sia sulla tutela e l´organizzazione dei beni culturali. Un lungo colloquio con Francesco Rutelli aveva poi indotto Guzzo a ritirare le dimissioni. Crimaco sarebbe rimasto al suo posto, ma a fine estate sarebbe stato rivisto l´assetto dell´intera Soprintendenza pompeiana.
E in effetti qualcosa si è mosso. Crimaco è andato via a fine luglio. Inoltre, nel progetto di riorganizzazione complessiva del ministero, approvato da Rutelli, è stato previsto che la Soprintendenza di Pompei e quella archeologica di Napoli si unificassero e che venisse abolita la figura del direttore amministrativo. Contemporaneamente, però, uno strano cortocircuito ha portato a designare un archeologo per un posto che ha caratteristiche prettamente amministrative e che, per di più, sta per essere abrogato. E per Pompei si è aperta l´ennesima fase di incertezza.
Titolo originale: Italy resorts to telethon to protect antiquities – tradotto da Maria Pia Guermandi
Gravato dall'onere di restaurare e salvaguardare centinaia di siti archeologici e culturali in rovina, il governo italiano, in penuria di cassa, ha fatto ricorso ad un appello diretto agli italiani perchè offrano contributi attraverso una tre giorni televisiva di telethon. Con l'obiettivo di raccogliere tre milioni e mezzo di euro nel corso del week-end, cantanti lirici, attori e conduttori italiani sono stati arruolati per perorare elargizioni durante una kermesse sulla rete televisiva pubblica, la RAI, in cui si susseguivano gli annunci e i richiami sulle disastrose conseguenze degli eventuali mancati restauri in siti come la casa dell'imperatore Augusto sul colle Palatino.
Giovedì scorso, lanciando la maratona di raccolta dei fondi, il ministro della cultura Francesco Rutelli, ha raccontato al pubblico televisivo i pericoli derivanti dalla mancata protezione contro i tombaroli di scavi e monumenti, in un paese che ospita 41 siti segnalati dall'Unesco, ma che può stanziare solo 300 dei 700 milioni necessari per la loro manutenzione annuale.
Col sottofondo vibrante della musica di Ennio Morricone, sette siti sono stati reclamizzati in comunicati televisivi a rotazione, compresa la villa di Augusto dove affreschi e pavimentazioni stanno andando in rovina, la necropoli punica di Sulky in Sardegna, risalente al quarto secolo a.c. e una fortezza normanna abbandonata vicino a Cosenza.
Gli organizzatori hanno dato spazio anche a siti di epoche più recenti come il giardino reale di Racconigi nel cuneese, dove l'intervento di restauro è necessario per salvare le serre del diciannovesimo secolo dove sono cresciuti i primi ananas italiani. Fra i beneficiari è inserito anche il centro di restauro di antichi strumenti musicali a Cremona, così come una vecchia linea ferroviaria del diciannovesimo secolo che collega i centri siciliani barocchi di Siracusa, Modica e Ragusa. Se i telespettatori sganceranno, il treno sarà trasformato in un museo viaggiante per i visitatori.
Il sito più moderno fra i candidati è stato sostenuto dal cantante lirico Andrea Bocelli: un museo per non vedenti ad Ancona dove i visitatori possono toccare le riproduzioni di sculture e reperti archeologici.
Il ministro della cultura italiano ha evidenziato che gli italiani hanno donato nel 2006 solo 42 milioni di euro per la tutela del loro patrimonio culturale, a confronto con i 350 milioni elargiti dai francesi.
Mentre la maratona si avvia alla conclusione, le donazioni stanno raggiungendo l'ammontare auspicato, anche se 300.000 euro dell'insieme provengono da una fondazione americana.
Il telethon arriva in un momento di crescente risentimento, in Italia, nei confronti delle costose consuetudini e dei privilegi della classe politica.
Nel tentativo di fornire un esempio di onesta impresa da parte dei politici, Rutelli ha mostrato alcune delle opere d'arte che l'Italia ha reclamato in quanto frutto di furti e contrabbando dai suoi territori ottenendone, attraverso i tribunali, la restituzione dal Getty Museum di Los Angeles.
Rutelli ha dichiarato che le opere saranno esposte in una mostra gratuita a Roma, al Quirinale, l'esteso palazzo presidenziale che si è ritrovato nel mezzo della protesta contro gli sperperi dei politici dopo che è stato reso noto come i costi del mantenimento del presidente e del suo esercito di corazzieri, giardinieri e lucidatori di argenti è più alto di quello di Buckingham Palace.
UDINE. «Solo illazioni sulla Regione Friuli Venezia Giulia». Sdegno e irritazione sono palpabili. All’indomani della pubblicazione delle intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta sulla tangentopoli lignanese, dalla giunta regionale del Friuli replicano gli assessori citati nelle conversazioni «ascoltate» dagli inquirenti. Il vicepresidente Gianfranco Moretton e l’assessore alle attività produttive Enrico Bertossi in testa.
Non ci stanno e denunciano la completa estraneità alla vicenda, ripetendo di non avere mai conosciuto né incontrato i quattro intercettati. Vale a dire l’avvocato Massimo Carlin, agli arresti domiciliari, il direttore tecnico del Comune di Lignano, Andrea Mariotti, tuttora in carcere. Così come l’avvocato Fulvio Lorigiola e Sandro Fasulo, collaboratore della Stefanel. «Apprendo dalla stampa odierna di essere citato, assieme ad altri assessori regionali, in un colloquio registrato tra indagati per fatti a me assolutamente estranei», ha detto ieri mattina l’assessore regionale alle Attività produttive Enrico Bertossi. «Preciso - ha continuato - che non ho mai incontrato, mai conosciuto e mai sentito parlare di questi signori. Non conosco nemmeno il progetto oggetto dell’inchiesta. Altrettanto vale per i miei uffici. Il mondo è pieno di millantatori e faccendieri, che da me non vengono mai né ricevuti né ascoltati. Per il resto possiamo solo rimetterci alla correttezza e alla responsabilità di chi consegna ai giornali i testi delle intercettazioni e a quella dei giornali che li pubblicano. Naturalmente provvederò a immediate querele nei confronti di chi illecitamente utilizza il mio nome per fini a me totalmente estranei», ha tagliato corto l’assessore.
Dello stesso tenore sono anche le poche parole rilasciate dal vicepresidente della Giunta regionale Gianfranco Moretton: «Non conosco queste persone, non le ho mai incontrate, nè conosco il progetto di cui si parla. Ho dato incarico al mio avvocato di adire alle vie legali se ci sono gli estremi».
L’obiettivo del gruppo erano dunque gli assessori chiave della Regione. Forse per millantare amicizie, o per convincere qualcuno che servivano spinte per portare a compimento l’operazione Stefania, la trasformazione dell’area di 88 ettari di proprietà della Stefanel, alle porte di Lignano, in area edificabile; e l’ampliamento del campo da golf. I «signori» ai quali fa riferimento l’assessore Bertossi sono i protagonisti della registrazione fatta dagli inquirenti nello studio dell’avvocato di Portogruaro Massimo Carlin, ex consulente del Comune di Lignano, finito agli arresti domiciliari per la bufera delle presunte tangenti; con lui in ufficio ci sono pure il collega di foro Fulvio Lorigiola e i consulenti della Stefanel Sandro Fasulo e Rino Guzzo. Venerdì, nella riunione della Giunta regionale, un altro assessore, Lodovico Sonego, responsabile di infrastrutture e viabilità, pure tirato in ballo in questi giorni, ha spiegato di aver ricevuto nel suo ufficio Fasulo prima delle vacanze estive. Sonego ha precisato di averlo ricevuto come fa sempre, e cioè con le porte aperte. Ha ascoltato la richieste - «l’ospite ha esordito dicendo che il suo mandante desidera ampliare il campo da golf che già possiede in adiacenza all’area, ma che il programma è impedito da una previsione urbanistica che prescrive una strada che starebbe nel mezzo» -, in particolare la volontà di sottoscrivere un accordo di programma urbanistico con la Regione «finalizzato allo spostamento del tracciato della strada». Ma seppur concordando sull’ampliamento del golf, l’assessore ha spiegato che modifiche urbanistiche del genere competono al Comune, e ha negato l’accordo di programma, «perchè la Regione ha l’abitudine di non fare mai intese di tale natura su proposta di privati», ma esclusivamente «su iniziativa di soggetti pubblici».
VENEZIA. Ipotesi di reato: danno erariale. Su questo sta lavorando il magistrato istruttore della Corte dei Conti Antonio Mezzera, che ha aperto un’indagine sullo stato di avanzamento dei lavori del Mose. Agli enti interessati sono arrivate richieste di documentazione integrativa.
Un’inchiesta a tutto campo quella aperta dal magistrato contabile romano. Che due mesi ha inviato al Magistrato alle Acque e per conoscenza a tutti gli altri enti interessati alla salvaguardia 57 «capi d’accusa» in cui chiede chiarimenti sul progetto e la gestione dei lavori, i costi, le verifiche e i rapporti tra controllore (lo Stato) e controllato (Consorzio Venezia Nuova). A metà settembre dalla laguna sono state spedite due casse di documenti. «Era tutto già noto alle autorità», dice la presidente del Magistrato Maria Giovanna Piva. Un voluminoso dossier è stato inviato anche dal Comune, con allegate le osservazioni e gli studi alternativi di cui il Comitatone non ha mai tenuto conto.
Adesso l’indagine è giunta a un punto critico. Il magistrato dovrà esaminare i documenti che gli sono arrivati e decidere anche sulla base delle integrazioni richieste se le risposte siano soddisfacenti oppure no. In caso contrario potrebbe inviare l’intero incartamento alla Procura della Corte dei Conti per avviare azioni di risarcimento.
Un caso delicato, di cui ha parlato più volte anche il ministro per l’Economia Tomaso Padoa Schioppa. «Un fatto di cui non si può non tener conto», ha commentato al momento di concedere l’ultima tranche di finanziamenti (243 milioni di euro, più 170 inseriti nell’ultima Finanziaria).
E’ la prima volta, dopo i rilievi fatti nel 1996 - che avevano provocato un’inchiesta penale poi archiviata - che la Corte dei Conti si occupa in maniera così dettagliata dell’operato del Consorzio Venezia Nuova e del progetto Mose. Nei 57 punti di contestazione sollevati dal magistrato romano si chiede conto ad esempio del grande aumento dei costti registrato (dai 1540 milioni di euro del progetto di massima ai 4271 milioni di euro del progetto a prezzo chiuso), e poi degli oneri che vanno al concessionario (il 12 per cento del totale) quando la normativa prevede al massimo il 10 per cento. E poi le autorizzazioni e il mancato rispetto di risoluzioni votate lo scorso anno da Parlamento che invitavano a sospendere i lavori e modificare il progetto, delle contestazioni avanzate dal Comune, dall’Unione Europea e dal ministero per l’Ambiente. Secondo la Corte di Cassazione le opere costruite su territori soggetti a vincolo ambientale, anche se provvisorie, necessitano dell’autorizzazione ambientale, in questo caso mancante per i cantieri sulla spiaggia di Santa Maria del Mare. La prima fase dell’inchiesta dovrebbe concludersi entro i primi mesi del 2008.
TORINO - Sulla Tav Bruxelles frena l’impazienza italiana. E rintuzza il presidente del Consiglio facendo nascere un caso diplomatico. Prodi ieri, a Torino, si era lasciato scappare: «Ho chiamato Bruxelles e mi hanno detto che i finanziamenti per la Torino-Lione ci sono». «Non c’è ancora nulla di deciso, si vedrà a metà novembre», ha risposto il portavoce del commissario europeo, Jacques Barrot. Aggiungendo con sarcasmo: «La nostra posizione non cambia: che sia il presidente del Consiglio o il sindaco di Torino a esprimersi».
A settembre l’Italia ha presentato il dossier sulle opere prioritarie che dovranno essere finanziate dall’Europa. Nell’elenco c’erano due progetti principali: il traforo ferroviario del Brennero e la Torino-Lione. Da qualche settimana i tecnici di una commissione indipendente stanno valutando gli incartamenti. A fine ottobre esprimeranno le loro valutazioni e a metà novembre toccherà ai vertici politici degli stati europei decidere quali opere finanziarie per il periodo 2007-2013. Dunque, come spiega il presidente dell’Osservatorio, Mario Virano, «siamo ancora alle fasi preliminari. Come dire, mezzo mattone nella costruzione di una casa».
Nonostante l’iter sia ancora lungo, il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha dato il là al tam tam nei giorni scorsi, parlando a Repubblica tv di «buone notizie da Bruxelles» e ieri di «indiscrezioni da fonti molto attendibili di addetti ai lavori dell’Unione». Indiscrezioni che si sono trasformate in quasi certezza ieri quando Prodi ha confermato: «Mi è stato confermato questa mattina da Bruxelles il finanziamento. Anch’io ho le mie informazioni». È a questo punto che i vertici della Ue hanno deciso di intervenire. Il portavoce del commissario Barrot, Michele Cercone, ha dichiarato che «la fase di analisi del progetto da parte dei nostri servizi è ancora in corso e i risultati sono attesi tra la metà e la fine di novembre». E le certezze di Prodi e Barrot? «Questa è la nostra posizione. Che sia il presidente del Consiglio o il sindaco di Torino a esprimersi per noi non fa differenza». Una smentita secca che ha provocato nel pomeriggio una mezza retromarcia di Prodi: «Sull’esito della domanda sono fiducioso. Ma ancora nulla è deciso. Abbiamo lavorato bene in questi mesi con l’Osservatorio di Virano».
Indiscrezioni e smentite hanno sortito l’effetto di rendere caldo il clima in Val di Susa: «Non accettiamo questo balletto continuo - ha commentato il presidente della Comunità montana della valle, Antonio Ferrentino - e chiederemo che i soldi eurpei non vengano usati per il tunnel di base ma per iniziare i lavori partendo dal nodo ferroviario di Torino». E critiche a Prodi sono arrivate da Rifondazione. «Il presidente ha accelerato troppo, nel metodo e nel merito», si legge in una nota dei capigruppo di Prc.
Molti articoli in questa cartella dimostrano che il TAV è una truffa. Per esempio, Che siate pro o contro la TAV, forse volete sapere chi la paga, oppure volete sapere perchè L'analisi costi-benefici boccia la Torino - Lione, oppure volete sentire il parere del prof. Marco Ponti che vi racconta perchà I costi dell'alta velocità corrono più dei treni
I funzionari e i sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali sono tra gli impiegati statali meno pagati in Italia. Vengono disprezzati dai costruttori, che spesso cercano di corromperli, e dalle amministrazioni comunali e regionali, che li giudicano superflui. Ma dobbiamo quasi soltanto a loro se, in questi ultimi trent´anni, le chiese, i palazzi, le strade e i paesaggi sono stati conservati, non sempre, nel migliore dei modi.
Se non ci fossero i sovrintendenti, è probabile che la Villa romana di Piazza Armerina, coi suoi meravigliosi mosaici del quarto secolo, verrebbe trasformata in un condominio con abitazioni di tre camere e doppi servizi: ognuna con un frammento del mosaico romano, ora in salotto, ora nella camera da letto, ora davanti allo specchio del bagno, ora splendidamente in cucina.
Le regioni a statuto speciale, o una parte di esse (la Sicilia, il Trentino e il Sudtirolo) non obbediscono in nessun modo (per legge) ai pareri dei sovrintendenti e del Ministero dei Beni Culturali. In queste tre regioni (conosco meno bene la situazione in Val d´Aosta e nel Friuli-Venezia Giulia), le giunte comunali, gli assessori e i sindaci possono fare tutto quello che vogliono: abbattere chiese e palazzi, stravolgere piazze e strade, violare paesaggi. In fondo, questo è il desiderio di tutte le regioni italiane, che vorrebbero trasformare le città e i paesi a loro capriccio, senza ascoltare i pareri (ritenuti conservatori e pedanteschi) delle autorità centrali.
Tutti sanno quello che è accaduto in Sicilia, attorno alla zona archeologica di Agrigento. Lo stesso avviene in regioni che sembrerebbero più attente al proprio passato. Due anni fa, il sindaco di Monguelfo, nel Sudtirolo, ha fatto abbattere la pretura, ambientata in un edificio del quindicesimo e sedicesimo secolo, malgrado il parere del tribunale di Bolzano. La vicenda di Monguelfo si ripete in questi giorni a Trento. Le vecchie, eleganti carceri sono state costruite tra il 1876 e il 1890 dall´architetto Karl Schaden in quello stile che ancora oggi, se andiamo a Vienna, o a Praga, o a Zagabria, o a Lubiana, o a Dubrovnik, ci fa sentire il profumo dell´Austria-Ungheria: il luogo, diceva Joseph Roth, dove "quello che era straniero diventava domestico senza perdere il suo colore, e la patria aveva l´eterno incanto dell´estero". Ora, il comune di Trento ha deciso di demolire le vecchie carceri, sebbene, come suggerisce la delegazione del FAI, esse potrebbero venire trasformate in un edificio a destinazione pubblica o privata.
Non so come si concluderà la storia delle carceri di Trento: probabilmente nel peggiore dei modi, malgrado l´opposizione dei cittadini. Le regioni a statuto speciale ricordano appassionatamente di appartenere allo Stato italiano, quando ne incassano i finanziamenti troppo grandiosi. Negli ultimi mesi abbiamo assistito allo spettacolo grottesco di Cortina d´Ampezzo, che ha deciso di trasmigrare nel Sudtirolo, sebbene non abbia nulla a che fare col Sudtirolo, per prendere parte al gioioso festino. Ma queste regioni dimenticano all´improvviso di essere italiane, quando desiderano distruggere edifici antichi, o rovinare paesaggi, contro il parere del Ministero dei Beni Culturali, che non ha il potere giuridico di intervenire. Questa situazione non può durare più a lungo. Lo Stato deve imporre la propria volontà, modificando leggi e consuetudini, in modo che una stessa legge difenda tutto il nostro territorio dai suoi distruttori.
VENEZIA. Tangenti a Nordest, obiettivo Regione nell’operazione Stefania. Nel mirino dei due «principi del foro» Fulvio Lorigiola e Massimo Carlin e dei consulenti della Stefanel Sandro Fasulo e Rino Guzzo c’è anche la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia. «...io in Regione avevo attivato tutti e poi arrivo e scopro che manca questa», dice Fasulo riferendosi del mancato invio della delibera comunale di Lignano riguardante l’intervento dell’operazione Stefania.
La circostanza è la «riunione strategica» avvenuta nello studio dell’avvocato Massimo Carlin in agosto. E’ la riunione che serve a pianificare la strategia per accelerare e far approvare, prima della Pasqua del 2008, il progetto relativo all’area della società Stefania a Lignano.
Attivare la Regione. I quattro parlano liberamente, non sanno di essere intercettati dai carabinieri. Dice Fasulo riferendosi a Carlin e Lorigiola: «...non è che vi metto sul banco degli imputati, sia chiaro, siccome avevamo attivato tutti i canali possibili ed immaginabili in Regione, a partire dal Presidente della Regione, voglio dire... e mi scoccia arrivare lì e scoprire...». Alle rimostranze di Fasulo, l’avvocato Carlin risponde mostrando di condividere che la situazione deve essere rissolta al più presto. Precisa l’avvocato: «Lei ha ragione, anche perchè devo dire che la particolare attenzione e condivisione che ha questa giunta..., su questo intervento, è da cavalcare e cavalcare alla grande». A sostegno di quanto afferma il collega interviene Lorigiola che osserva: «Anche perchè in politica il vento qualche volta cambia e quindi bisogna aprofittare di questo...bisogna prevedere...». Ed ecco allora che Carlin fa il quadro su cui loro sono convinti di contare in Regione. «.... però il fatto che in fin dei conti Sonego (Lodovico Sonego, assessore regionale alla Pianificazione Territoriale ndr), è assessore dei Ds, non è mica assessore dell’Udc, voglio dire, e quindi uno si tira giù a Roma... qua invece c’è Moretton (Gianfranco Moretton, vice presidente della Regione della Margherita ndr), che dà una mano, c’è coso... quello che diventerà, che tenterà di diventare ma diventerà sindaco di Udine... come si chiama... l’ex presidente della camera di commercio... che è assessore regionale adesso, che dà una mano, perchè ha bisogno degli appoggi per diventare sindaco di Udine...». Il riferimento è al trasversale Enrico Bertossi. Intanto ieri l’assessore regionale del Friuli Lodovico Sonego ha confermato di aver incontrato Sandro Fasulo che gli ha spiegato l’intervento della Stefanel a Lignano. Ma se per l’ampliamento del campo da golf la linea della Regione era favorevole, per quanto concerne la realizzazione di un albergo e di seconde case per un volume di duecentomila metri cubi sarebbe stato un intervento che politicamente non sarebbe mai passato.
Il riconoscimento alla persona giusta. E’ sempre Carlin a parlare: «Il ruolo che sta svolgendo, che può svolgere e che svolgerà la persona che sappiamo, sappiamo, è un ruolo non dico decisivo, perchè nessuno è decisivo, ma estremamente importante per voi, per noi, per tutti dentro l’operazione!». Per questo ci vuole un riconoscimento per la persona che non è difficile individuare in Andrea Mariotti, il tecnico del comune di Lignano arrestato mentre incassa 10mila euro da Carlin. «...perchè la vicenda della strada si era un po’ imbambolata e poi lui l’ha incanalata, allora adesso... già all’epoca ma in questi ultimi tempi in maniera più insistente, mi dice... io riterrei che, senza grandi pretese, insomma, un riconoscimento personale vorrei averlo», continua Carlin che aggiunge: «...non amo parlare col portafoglio altrui... rispetto all’entità della partita è un’indicazione contenuta....». A quel punto s’inserisce Fasulo che è convinto che Mariotti sia già stato pagato: «Come avevo un po’ accennato anche a te Fulvio ieri... che io ero convintissimo e questo in realtà è testimoniato voglio dire anche da voi, che determinati interventi fatti andavano anche a beneficio di questo signore».
L’imbarazzo di parlare della mazzetta. «Personalmente devo dire che non... non mi sembra che abbiamo mai detto né con lei né con altri una cosa del genere...», spiega Carlin. Gli fa eco Lorigiola: «... diciamo che questo è stato un argomento sempre toccato, passatemi il termine, di striscio». Perchè stando a Carlin: «E’ sempre delicato parlarne e imbarazzante».
Poi Lorigiola spiega di aver mandato una mail a Guzzo, Nel quale precisa i compensi per sé e per Carlin: 250mila euro a testa. Che Guzzo crede siano comprensivi di tutti gli interventi. Mail data da Guzzo anche a Tito Berna. Sentito dagli inquirenti Berna, ad della Stefanel, avrebbe confermato di essre stato a conoscenza del pagamento di mazzette. E chissà se anche Giuseppe Stefanel ha confermato questo.
Quella volta di Caorle. Vecchi amici Carlin, Lorigiola e Guzzo. Infatti lavorarono insieme anni addietro in occasione dei «comparti centrali». Parla sempre Carlin: «... mi facesti un ragionamento... partendo da Caorle, dai comparti centrali... dove il signor Guzzo era tra i protagonisti... e mi dicesti... c’erano delle cose là... erano altri anni, c’era anche una divisa diversa... e portato alla divisa di adesso, agli anni di adesso le tue... potrebbero arrivare a due e cinquanta...».
In questa occasione che Carlin riconosce a Lorigiola il copyright del «rito padovano» introdotto anche nel Veneziano. Era il 1997 e secondo Carlin Lorigiola doveva chiedere di più proprio per il copyright. Durante la chiaccherata Carlin afferma di aver creduto che i «politici» del Comune fossero controllati dalla società. Nella discussione che nasce sull’operato di Mariotti, Fasulo sostiene che ha il «braccino corto», che rallenta il lavoro. Tutti convengono che è «burocratizzato».
Accelerare perchè dopo «se magna». Fasulo ha la necessità di velocizzare l’operazione. Tutta la documentazione deve essere pronta prima della Pasqua 2008. Bisogna prendere l’esempio dell’intervento per la realizzazione, tre anni fa, di una piscina e di un palasport, sempre a Lignano, in occasione di Eiof, i giochi europei della gioventù. A questo punto interviene Guzzo che dice: «perchè lei abbia dei step... sarebbe opportuno che avvocato allora...dieci adesso e il resto all’obiettivo». E Carlin aggiunge: «alla fine si fa...la fine è la delibera della Giunta regionale che approva l’accordo di programma». E Fasullo chiosa: «Dividiamo il pollo». Al che l’avvocato Lorigiola compiaciuto commenta: «E dopo se magna!».
Due giorni fitti di dibattito in consiglio regionale e ben 1.800 emendamenti presentati dall’opposizione di centrosinistra alla fine hanno convinto la Casa della libertà in Regione a fare un mezzo passo indietro sulla nuova modifica della legge regionale urbanistica, per dare più tempo al consiglio comunale di Monza di raccogliere le osservazioni sul proprio piano generale del territorio (pgt, ex piano regolatore). Un escamotage per spianare nuovamente la strada al progetto di Paolo Berlusconi di costruire un nuovo maxi-quartiere residenziale alla Cascinazza, uno degli ultimi polmoni verdi della Brianza, a due passi dal parco della Villa Reale. Dopo il blitz della settimana scorsa, quando il centrodestra compatto in commissione Territorio aveva tenuto duro chiedendo una proroga di addirittura 270 giorni (nove mesi) per poi scendere a 180 (sei mesi). Ieri l’assessore lombardo al Territorio leghista Davide Boni, con un emendamento a sorpresa, si è accontentato di 150 giorni. In pratica, al netto dei termini già previsti, Monza, che da maggio è amministrata di nuovo dal centrodestra, avrà 60 giorni in più per approvare il nuovo pgt. E in teoria Berlusconi ha quindi modo di ripresentare il suo piano (300 mila metri cubi su 700mila metri quadrati) alla giunta "amica", dopo che quella di centrosinistra lo aveva bloccato.
Tutta l’Unione ha votato contro. «Un regalo a Paolo Berlusconi e soci - denunciano i verdi Carlo Monguzzi e Marcello Saponaro - . Ora possono aumentare le pressioni per ottenere un incremento delle volumetrie da realizzare sull’area della Cascinazza». «Come ogni anno arriva la leggina ad personam per Monza - aggiunge Pippo Civati dell’Ulivo - . La stagione delle leggi vergogna prosegue anche in Lombardia». «Vince ancora una volta il partito degli affari» insiste Luciano Muhlbauer di Rifondazione comunista. Di tutt’altro avviso i commenti del centrodestra. «Le modifiche introdotte - spiega l’assessore Boni - servono a migliorarne l’applicabilità, dando tempistiche certe che non mettano in difficoltà i comuni. Troppo spesso molte amministrazioni introducono nuove disposizioni a pochi mesi dalle elezioni, facendo così ricadere su quelle successive le decisioni in materia urbanistica».
La giunta dell’ex sindaco Michele Faglia, infatti, aveva osteggiato in tutti i modi il progetto di Paolo Berlusconi. Nel frattempo, il nuovo assessore all’Urbanistica è diventato il berlusconiano Paolo Romani, ex coordinatore regionale di Forza Italia. «Il nostro voto favorevole al provvedimento è un voto di responsabilità - si giustifica il capogruppo di An in Regione Roberto Alboni - . Soprattutto se si considera la difficoltà che molti comuni stanno incontrando nell’approvare in tempi stretti il pgt». Dalla società di Paolo Berlusconi nessun commento ufficiale.
Durante il dibattito c’è stato un duro botta e risposta tra l’ex assessore Alessandro Cè e i suoi ex compagni della Lega. «C’è molta gente qui che non si può più guardare allo specchio - ha esordito lui - . Le porcherie non si fanno e non si deve obbedire a nessun padrone, si abbandona il proprio partito piuttosto». Secca la replica dell’assessore Boni: «Dovevi uscire prima dalla Lega».
Nota: l'affaire Cascinazza, in quanto emblema di un certo rapporto col territorio e la cosa pubblica del centrodestra nostrano, è stato ampiamente trattato su queste pagine. A partire ad esempio dall'intervento dell'assessore all'urbanistica della ex giunta di centrosinistra Alfredo Viganò; o ai tentativi che sembravano riusciti della medesima ex giunta di bloccare per sempre il progetto, all'intervento su questo tema di Eddyburg per Carta; alla descrizione di quanto l'atteggiamento della "classe dirigente" berlusconiana consideri l'elettorato (e il territorio) un vero e proprio parco buoi. E molti altri: si possono cercare, con un po' di pazienza, digitando la parola chiave "cascinazza" nel motore di ricerca interno di Eddyburg (f.b.)
Se c’è un settore, in ambito culturale, in cui l’Italia gode di indiscusso prestigio internazionale per il livello di conoscenze acquisito negli anni, esercitato sui mille cantieri nazionali ed esteri di salvataggio e recupero del patrimonio culturale, consolidato e sistematizzato attraverso il magistero dell’Istituto Centrale del Restauro, fondato da Cesare Brandi, è proprio quello del restauro: davvero rarissimo caso di esportazione di sapere in un paese in cui, come noto, innovazione e ricerca sono la cenerentola ipocritamente blandita in ogni programma politico e regolarmente negletta al momento della spartizione delle risorse. Sulla capacità e competenza dei nostri restauratori e sulla qualità complessiva dei loro interventi, quindi, è davvero ingeneroso sollevare critiche generalizzate. E inoltre, sia detto en passant, si tratta di un settore di altissima specializzazione tecnica su cui la critica dovrebbe essere esercitata, in primis, da “addetti ai lavori”.
Certo è vero che qualche incidente di percorso, negli anni, si è verificato e che, purtroppo, in questo campo, quasi sempre il ripristino dello status quo antea è, per natura stessa dell’intervento, impossibile; e altrettanto vero è che l’impressione che si respira al momento dell’inaugurazione di ogni nuova mostra è ormai ricorrente, questa essendo una delle occasioni principali in cui, in presenza di risorse esterne – gli sponsors – curatori e soprintendenti possono mettere in cantiere restauri anche importanti: i quadri rifulgono nei loro colori brillanti, creando un effetto complessivo di omologazione che più di una critica ha sollevato. Annettere questo effetto, dovuto soprattutto alla compresenza di molte opere restaurate e, per scelta espositiva, legate per contiguità stilistica alle pressioni dei finanziatori che spingerebbero, per tornaconto mediatico, per ottenere effetti “shock”, significa però sminuire fortemente, e ingiustamente, il ruolo di elaborazione scientifica che i funzionari competenti del Ministero per i Beni Culturali esercitano in interventi di questo tipo. Ogni operazione di restauro è esito finale di un’istruttoria compiuta da storici dell’arte, archeologi, architetti che, sulla base delle rispettive competenze, programmano e decidono necessità e priorità di tutela e quindi di restauro del nostro patrimonio: può evidentemente accadere che le uniche risorse economiche per procedere a interventi di recupero siano preferibilmente elargite in talune direzioni (è inevitabile che il finanziatore preferisca legare il proprio nome a Raffaello piuttosto che a Cagnacci) e che quindi siano le opere più “famose” a ricevere le prime cure, ma è davvero eccessivo e in certa misura denigratorio, ritenere che alcuni quadri siano sottoposti a restauri non necessari solo per rincorrere i desideri degli sponsors. Il problema non sono i restauri che si fanno, ma quelli, tantissimi, che non si fanno per mancanza sistemica di risorse. Mancanza che costringe, per l’appunto, i curatori del nostro patrimonio culturale, a drastiche selezioni, in cui l’elemento esterno rappresentato dalla disponibilità di un finanziamento agisce, caso mai, in seconda battuta, quando cioè si debba scegliere fra opere tutte ugualmente bisognose di interventi conservativi.
Questo modo di procedere determinato dalle condizioni ormai sempre più consolidate di emergenza perenne in cui le nostre soprintendenze sono costrette a muoversi, naturalmente è ben lontano da quel principio di “conservazione programmata” che Salvatore Settis e Carlo Ginzburg ricordavano come sintesi del pensiero di uno dei maestri del restauro, Giovanni Urbani; nella stessa direzione e ancor più drasticamente, Manfredo Tafuri affermava che "il restauro si fa quando la conservazione è fallita". Come non essere d’accordo? Certo, in tempi in cui la parola “pianificazione” ha ormai assunto solo un risvolto sinistro di vetero sovietismo, l’espressione “conservazione programmata” pare riservata ai territori inattingibili dell’utopia. Eppure certo, anche in questo caso, un’efficace operazione di tutela può essere raggiunta solo dove si proceda ad una programmazione scientificamente mirata. Ma se questo non succede e se il nostro patrimonio culturale è ancora così fragile e così esposto ai rischi del degrado e l’opera di chi è preposto a salvaguardarlo resa sempre più difficile e complessa da un convergere di elementi negativi che vanno dalla asfissia di mezzi e risorse alle pressioni sempre più forti di interessi di parte, ciò non si deve certo all’ “eccesso di cura” rappresentato da pratiche generalizzate di restauri impropri.
Alquanto apodittica appare quindi questa richiesta di moratoria incondizionata propugnata da Settis e Ginzburg e soprattutto lontana dalle reali emergenze cui si trovano esposti i nostri beni culturali. E fors’anche un po’ antistorica: ogni epoca stabilisce il proprio rapporto con il patrimonio artistico tramandatoci, e in questo rapporto, anche un atteggiamento nei confronti della conservazione che si esprime in un complesso di regole e di pratiche. Può anche darsi che il nostro modello conservativo non sia il migliore possibile in assoluto e che quindi venga superato in un futuro anche prossimo, ma se, come nel caso italiano, è il frutto più avanzato delle nostre conoscenze attuali, abbiamo il dovere-diritto di utilizzarlo per realizzare l’obiettivo, comunque condiviso, di trasmettere questo patrimonio alle generazioni future.
* vicedirettore di Eddyburg
Nell'ultimo quarto di secolo la fisionomia di opere capitali, che appartengono al patrimonio artistico non dell'Italia soltanto ma dell'umanità, è cambiata profondamente. Al restauro del soffitto della Cappella Sistina e del Giudizio di Michelangelo, preceduti da quello della Camera degli sposi affrescata da Mantegna a Mantova, sono seguiti i restauri dei cicli di Masaccio e Masolino a Santa Maria del Carmine, di Giotto a Padova, di Piero della Francesca ad Arezzo: un lungo elenco che potrebbe continuare, includendo tavole e tele altrettanto importanti conservate in chiese e musei.
Si è trattato di restauri diversi per natura e per risultati. Essi sono stati discussi, e continueranno ad esserlo, da parte degli addetti ai lavori. Ma il fenomeno ha richiamato da tempo un'attenzione più vasta da parte dell'opinione pubblica internazionale. Come cittadini vogliamo esprimere una profonda preoccupazione. Chiediamo una pausa di riflessione, che nasce dalle seguenti considerazioni.
1) Il concentrarsi dei restauri su opere celeberrime come quelle citate, riprodotte in tutti i manuali di storia dell'arte, non ha bisogno di spiegazioni.
I gruppi industriali o finanziari che appoggiano quei restauri investono ingenti somme di denaro in cambio di pubblicità: chiedono risultati visibili, possibilmente clamorosi; all'eliminazione di ciò che può aver prodotto il degrado sono meno interessati. Una conseguenza inevitabile è che opere meno note, ma altrettanto o più bisognose di restauro, vengono spesso ignorate. Una conseguenza possibile (ma tutt'altro che irrealistica) è che opere notissime vengano sottoposte a restauri non urgenti che le rendano ancora più fragili. L'incuria e l'accanimento terapeutico sono due facce della stessa medaglia.
2) Ogni restauro costituisce un'interpretazione storica, anche quando si nasconde dietro l'alibi di una presunta scientificità «asettica» e senza tempo. Ma l'interpretazione di un testo scritto (una cronaca, un atto notarile ecc.) non è irreversibile; un restauro in molti casi lo è. Togliere una velatura da una tavola, un ritocco a secco da un affresco, un elemento che fa parte della stratificazione storica dell'opera, equivale a bruciare la pagina di un testo che ci è arrivato in un unico manoscritto. Quella tavola, quell'affresco non torneranno mai più quello che erano: e d'altra parte la restituzione dell'opera al suo stato originario, quando uscì dalle mani dell'artista, è per definizione inattingibile. E' giusto che una generazione si arroghi il diritto di intervenire drasticamente, trasformandola in maniera irreversibile, su una parte così cospicua, qualitativamente e quantitativamente, della tradizione artistica italiana, sulla base di una cultura figurativa specifica - la nostra, modellata dalle fotografie a colori e dai faretti, dalle sciabolate di luce elettrica che trasformano il gioco delle luci e delle ombre in carte da gioco? E' giusto correre un rischio del genere?
Come l'ambiente naturale, anche l'ambiente artistico è diventato estremamente fragile. In entrambi i casi la riflessione arriva forse troppo tardi, in una situazione ormai compromessa. Ma come il proverbio ci ricorda amaramente, il peggio non è mai morto. Dobbiamo chiederci quale patrimonio artistico ci apprestiamo a lasciare alle generazioni future, e in quali condizioni. Non dobbiamo dimenticare che, quando era direttore dell'Istituto Centrale per il Restauro, Giovanni Urbani propose di sostituire alla strategia del restauro come terapia d'urto quella della «conservazione programmata»: un continuo, capillare, diffuso monitoraggio delle opere d'arte teso a impedirne o rallentarne il degrado.
E' un'indicazione preziosa, a patto che si tenga presente, al di là della lettera, lo spirito che l'ha dettata. Una pausa di riflessione, una discussione ampia e non convenzionale su questi temi sono necessarie. Chiediamo una sospensione di tutti i restauri ad eccezione di quelli a fini di mera conservazione. Una moratoria è necessaria.