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Quintili, le ultime meraviglie

Magnifiche rovine avvolte in prati verdi a perdita d´occhio, questa è oggi Villa dei Quintili. Ma ai tempi degli imperatori era un'altra Roma: una distesa infinita di colonne e marmi bianchi, intonaci tinti di rosso "morellone", mosaici policromi, riquadri fatti da pietre preziose e lapislazzuli color del cielo, ma anche giardini disegnati come fossero architetture tutt'intorno a quelle vere che comprendevano saloni di rappresentanza e spazi per i giochi gladiatori. E l'estensione architettonica di questo luogo degli ozi - voluto dalla famiglia dei Quintili e talmente desiderato da Commodo da indurlo a sterminare i padroni di casa pur di avere il loro paradiso affacciato sull'Appia - sta venendo chiaramente alla luce grazie alle novità degli scavi iniziati l'11 ottobre 2007. Ma la felicità per la scoperta è guastata dalla notizia che sono finiti i 250mila euro stanziati. Così, ieri, gli operai hanno spento le ruspe e fatto le valige.

Con gli archeologi Riccardo Frontoni e Giuliana Galli - che, diretti da Rita Paris, hanno scavato per conto della Soprintendenza archeologica - in appena quattro mesi di lavoro gli uomini hanno trovato i muri e il perimetro di 52 stanze (che s'affacciano su una grande esedra del diametro di 40 metri, utilizzata probabilmente per gli allenamenti) che servivano per i massaggi degli atleti o per irrobustirli attraverso i pesi; un porticato lungo mezzo chilometro: che permetteva ai pensatori di filosofare camminando e ai podisti di allenarsi correndo; oppure, ancora, un tappeto musivo colorato da minuscoli fiori geometrici; e, all'interno di una rotonda dal raggio di 5 metri, un vecchio, arrugginito, piccolo pezzo di ferro: ma di fondamentale importanza perché appartenne a uno scultore romano. «Fuori da Pompei, è rarissimo il ritrovamento di uno scalpello. L'abbiamo rinvenuto nello strato più basso di questo ambiente circolare e appartiene probabilmente al tempo di Commodo, quando gli scalpellini smontarono i pannelli marmorei per crearne di nuovi», spiega Frontoni.

Per i giovani archeologi che da più di dieci anni lavorano alla villa costruita sull'altopiano lavico di Capo di Bove - belvedere da cui i padroni di casa potevano contemplare il paesaggio fino a Tivoli e gareggiare in bellezza con la villa di Adriano - la frustrazione di questi giorni è come quella di un cercatore d´oro che ha trovato un filone ma non può scavarlo. Del mosaico floreale che rivestiva il corridoio collegato al frigidarium, è stata portata alla luce solo la parte iniziale. I restanti 20 metri sono sotto il cumulo di terra depositata per secoli sulle vestigia sepolte. Dalla parte pulita, sono venuti fuori lo zoccolo di marmo in "greco scritto", l´intonaco rosso, molte tesserine di pasta vitrea della volta tinta d'azzurro e collassata sul pavimento. Ma, oltre a questo caleidoscopio, è comparso «anche il muro di un forno usato in epoca altomedievale per riciclare il vetro, e decine sono i frammenti di vetro antico squagliato che abbiamo trovato nella terra» spiega la Galli.

Gli archeologi avrebbero potuto limitarsi a scavare solo questo corridoio delle meraviglie. Oppure riportare alla luce esclusivamente la rotonda che, nel saggio di scavo, ha restituito decine di frammenti di marmi giunti dall'Asia e dall'Africa: fior di pesco, serpentino, rosa e giallo antico, prezioso alabastro. E avrebbero aggiunto così altre attrazioni al sito aperto al pubblico dal 2000. Ai piaceri dell'occhio, la Soprintendenza ha preferito però la sostanza delle forme. E ha riportato alla luce tutto il perimetro degli edifici scoperti dove si pensava ci fossero giardini. Per sapere se la rotonda era coperta con una volta come il Pantheon e se c'erano colonne sulla fronte dell´esedra, c'è solo da trovare altri fondi. E rimuovere quel paio di metri di terra che soffocano marmi, mosaici e storia.


"Ancora vandali e abusi edilizi sull´Appia antica"

intervista a Rita Paris

Novità dall´Appia antica, direttrice?

«Cattive purtroppo: i vandali sono entrati nuovamente a Santa Maria Nova e hanno rotto muri e marmi. Per fortuna, i mosaici con i cavalli e i gladiatori, deturpati durante il blitz dell´anno scorso, li avevamo messi in salvo», spiega l´archeologa della Soprintendenza responsabile dell´Appia e del Museo nazionale a palazzo Massimo.

Come siete intervenuti?

«Abbiamo sporto immediatamente denuncia. E denunciato ancora una volta come in questo sito, che era di pertinenza della villa dei Quintili, un pastore continui a portare il suo gregge e i suoi cani».

Altre denunce la Soprintendenza le ha fatte per gli abusi edilizi.

«Sì, e nonostante le nostre denunce, dal Comune continuano le concessioni in sanatoria per ristrutturazioni e ampliamenti senza che la Soprintendenza sia stata consultata».

Cosa rispondereste?

«Siamo in un parco archeologico: non si può fare neanche un gazebo, figuriamoci un edificio».

A Villa dei Quintili però sono venuti alla luce nuovi e importanti ambienti. Buone notizie, quindi.

«È una grande scoperta, fatta utilizzando i 250mila euro dei nostri fondi ordinari. Ma non bastano per andare avanti».

Di quanto avreste bisogno?

«Con un milione di euro l'anno finiremmo scavi e restauri ai Quintili e a Santa Maria Nova. Invece è la cifra che abbiamo per tutta l'Appia antica: per la manutenzione dei mausolei e delle tombe ma anche per le lampadine e la carta negli uffici».

La fine del governo nazionale di centro-sinistra ha evidenti riflessi nella politica sui beni culturali, dati alcuni aspetti che riepilogo per punti: 1. la Regione Autonoma della Sardegna impegnata nella richiesta del passaggio di competenze sui beni culturali; 2.Il ridimensionamento degli Uffici di Tutela; 3. la recente sentenza della Corte Costituzionale sulle competenze in materia di paesaggio; 4. le modifiche del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio operate in Consiglio dei Ministri prima della crisi. Mentre i recenti spostamenti dei Direttori del Ministero fanno percepire tensioni fra i partiti dell’ex-Unione e, anche da noi, fra senso dello stato e radicalismo regionalista, a sinistra ( e dintorni) serve un nuovo approfondimento della questione.

Dopo oltre mezzo secolo di fitta discussione sulla natura pubblica dei beni culturali, non possiamo dare tale natura per scontata, neppure per legge: le generazioni nate tra gli anni ‘20 e gli anni ‘50 e formatesi su questi temi sanno quanto sia complesso (e probabilmente dovrebbero/dovremmo farlo assai meglio e di più) comunicare alle nuove generazioni per quale motivo ‘la testimonianza avente valore di civiltà’ vada tutelata, perché ciò abbia senso.

Il concetto non è affatto scontato né di immediata o innata formazione, anche se la disponibilità di almeno parte delle generazioni giovanili al bene comune è più alta di quanto sembrano farci credere i coatti del Grande Fratello o delle platee di Maria de Filippi. Conservare opportunamente i beni culturali (non in scantinati o assurde vetrine senz’anima, ma cognitivamente in senso pieno) è una delle risposte più efficaci all’alienazione di una società molto più unidimensionale di quella raccontata da Herbert Marcuse, rendendo l’esistenza umana più ricca e profonda.

Dal punto di vista storico e politico vi è la natura devastante di una crisi che vede la frammentazione dei popoli italiani come segno attualizzato di un processo nazionale nato male e mai concluso, quasi sempre - tranne rari bagliori temporali come la Resistenza e la fine degli anni Sessanta - condotto e modellato da aree e interessi forti.

Questa tendenza si contrasta anche potenziando nel campo della cultura i valori del bene comune e le politiche nazionali conseguenti, con un sistema nazionale unitario della tutela dei beni culturali (e del paesaggio), contributo alla soluzione del dramma mai risolto della questione meridionale nel processo di unità nazionale.

L’indebolimento della tutela si sente particolarmente nel Mezzogiorno d’Italia e in Sardegna, nelle aree urbane ma soprattutto in quelle non urbanizzate dove permangono reti di documenti storici, archeologici e non, ai quali lo Stato deve un impegno maggiore, che significa una forma non secondaria di riconoscimento pieno della stessa ‘questione meridionale’.

Se nella Sardegna i territori restituiscono dense testimonianze reticolari (si veda, sul Manifesto Sardo, “Sito, monumento, paesaggio”), che dire delle altre reti diffuse, se vogliamo più fragili ma ugualmente preziose, nelle aree lucane, pugliesi, calabresi, siciliane, nei territori vasti della Campania e del Lazio, e dovunque la modernizzazione agricola e industriale nei secoli non abbia piallato le testimonianze storiche ed archeologiche e annichilito le culture orali? Il nostro paese, considerato un modello di tutela all’avanguardia, è in forte affanno concettuale. Un esempio: il processo politico e legislativo italiano, dalla legge 1089 del 1939 all’attuale Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio non ha ancora avuto la capacità di riconoscere vera dignità al patrimonio delle tradizioni popolari, non istituendo Soprintendenze né Direzioni apposite (solo miste, e da pochissimi anni). Verrebbe da dire, sapendo che le leggi vengono promulgate dai vincitori, che vi sia rappresentata la vittoria delle società a cultura scritta su quelle a cultura orale.

Ma il ministro Rutelli promuove, assieme a Maurizio Costanzo, lo spettacolo dell’etnografia con una selezione di 20 eccellenze fra le tradizioni popolari. Considerazioni che necessiterebbero di altri approfondimenti.

Torniamo perciò al dato immediato, con il quale dovremo velocemente misurarci in maniera drammatizzata grazie alla crisi politica: nell’attuale fase storica con il passaggio della titolarità alla Regione faremmo un grave danno ed errore politico, perchè la tutela è un dovere morale e finanziario dello Stato; faremmo un regalo ai teorici del contenimento della spesa pubblica colpendo la comunità nazionale. Ad essa servono i beni culturali e paesaggistici di un mezzogiorno nuragico, indigeno, italico, magnogreco, meridiano, per aumentare il benessere materiale e morale; per apprendere che una tutela non può limitarsi a pochi grandi episodi artistici e architettonici (di rarità e pregio selezionava l’ottica idealistica, mai abbandonata, di Bottai) ma a tutta la storia del territorio, senza cesure.

Battaglia indifferibile, tanto più che dagli anni ’90 si stanno affermando nuove e forti spinte alla rottura della natura pubblica dei beni culturali e del paesaggio, con responsabili di ogni provenienza politica; sembra che esista solo una ‘malintesa’ valorizzazione. La privatizzazione di una patrimonio in teoria indisponibile (ricordate il grave progetto delle cartolarizzazioni per fare cassa in direzione delle grandi opere, su tutte il Ponte sullo Stretto di Messina), ebbe antecedenti nei ministri di sinistra – oggi nel Partito Democratico - che precedettero ai ‘beni culturali’ l’ondata tremontiana basata sulle strutturazioni del poi ministro Siniscalco. Ed anche dopo: da noi in Sardegna c’è stato a sinistra il grave tentativo di vendita di un patrimonio culturale come quello minerario, sventato e infine corretto, e il profilarsi di un modello di gestione dei beni culturali e paesaggistici il cui impianto, migliorativo rispetto ai silenzi del passato, non manca di forti criticità. Ne parleremo nel prossimo numero, ma ora è necessaria una profonda riflessione, e sicuramente una battaglia affinché questi beni pubblici non siano indeboliti e frazionati in ‘gabbie culturali’ (come quelle ‘salariali’), e possano diventare bene comune di un territorio vasto e articolato, che non è composto solo dalle città d’arte, dalle coste pregiate dalle grandi mostre. Dal bene che è pubblico, classica condizione necessaria ma non sufficiente, dobbiamo andare verso l’obiettivo del bene comune, in modo che la coscienza lo difenda meglio delle leggi; che la pregnante origine economica della parola ‘bene’ perda, attraverso la natura ‘comune’, le sue connotazioni economicistiche conducendo finalmente alla comunità.

Ma oltre alla dimensione nazionale, nella drammatica crisi attuale, vi è il più vasto scenario del mondo globale, la dimensione europea e planetaria. Grandi battaglie da condurre per rispondere all’Europa capitalistica con la nostra ricchezza culturale, contrastando la forza delle legislazioni liberiste di molti paesi, non orientate verso il bene comune e di fatto conniventi col traffico internazionale dei manufatti archeologici ed artistici. Vi è ‘semplicemente’ da impostare una politica mondiale sulla tutela. Una sinistra europea che non si misuri su questi temi è destinata alla sconfitta, poiché l’assenza di un pensiero politico condiviso e sviluppato nella materia è spia di un economicismo speculare a quello capitalistico, definito anche dalla maniera con la quale si intende e si ‘tratta’ il patrimonio culturale, e che non vede i nessi con le nuove irrompenti forme del lavoro culturale.

Lo spazio della questione è affascinante, da coniugare con le moltitudini che credono in un mondo diverso, sostenibile, senza guerre, dove le tematiche di liberazione e coscienza proprie del lavoro cognitivo possono intrecciarsi con la difesa, lo sviluppo e l’uso di quel bene comune che sono i cosiddetti beni culturali.

il manifesto sardo è raggiungibile qui

È oramai accantonata definitivamente la possibilità di indire il referendum sul Piano paesaggistico regionale almeno fino al 2010. Anche l'ultimo ostacolo del tribunale è stato superato dalla Regione. Alla domanda di un giornalista che chiedeva ulteriori alternative l'assessore dell'Urbanistica Sanna ha risposto ironicamente sotendendo che al deputato Pili e ai suoi compagni referendari, non resta altra strada se non quella del tribunale internazionale per i diritti dell'uomo.

Il tribunale civile di Cagliari ha quindi rigettato il reclamo contro la decisione del giudice che aveva negato la possibilita' di fissare in via urgente il referendum abrogativo del Piano paesaggistico regionale, come chiesto la scorsa settimana dal comitato dei referendari.

L'istanza del Comitato referendario era finalizzato ad imporre all'Ufficio regionale del referendum di contare le firme raccolte dal deputato di Forza Italia Mauro Pili, per poi trasmettere gli atti al presidente della Regione in modo che potesse indire la consultazione entro il 30 gennaio.

Secondo il Collegio, presidente Giangiacomo Pisotti, il Ppr è materia non omogenea, e di conseguenza non si può sottoporre ad un unico quesito referendario. Il Tar Sardegna invece aveva accolto il ricorso del Comitato guidato da Pili presentato contro l'ufficio regionale per il referendum, che il 15 marzo 2007, aveva dichiarato illegittima la consultazione. Successivamente, su ricorso della Regione, il Consiglio di Stato aveva sospeso la sentenza del TAR. I referendari si erano appellati al giudice ordinario contro le decisioni della giustizia amministrativa.

Polemiche, come sempre, sono state le dichiarazioni espresse dal deputato Pili che ha sottolineato come la sentenza sia di fatto l'esatto contrario di quanto deciso dal Tar Sardegna. Per Pili questa giustizia lascia davvero perplessi.

L'assessore regionale dell'urbanistica Gian Valerio Sanna nel corso di una conferenza stampa ha commentato la sentenza del tribunale: "le valutazioni del Tribunale civile di Cagliari sono andate decisamente al di là delle nostre aspettative" - ha spiegato Gian Valerio Sanna - si è conclusa una parte del lungo iter relativo al contenzioso sul referendum. Leggendo l'ordinanza, ci sono alcune cose da dire. Innanzi tutto, è stato precisato che l'Ufficio del referendum è da considerarsi in parità nei confronti dei promotori. Il Tribunale ha detto che dobbiamo consentire all'elettore di esprimersi su un argomento che riguarda l'interesse pubblico, e non l'interesse per fini politici e di parte. Per ottenere questo, il referendum deve avere il suo oggetto specifico. A detta dei magistrati, il referendum così definito toglieva la libertà di scelta agli elettori. Dunque, è stata impedita la volontà di condizionare gli elettori. Altro che imbavagliarli - come viene sostenuto dai promotori del referendum. L'argomento - ha aggiunto l'assessore Sanna - è talmente eterogeneo e complesso che si sviluppa in 114 articoli suddivisi in tre sezioni. Perciò sarebbe difficile pronunciarsi in merito. L'ordinanza dice testualmente che ‘il quesito proposto dai referendari non è chiaro' e che le varie disposizioni del Piano paesaggistico non sono sostanzialmente omogenee. D'altronde, la cancellazione totale di questo provvedimento metterebbe la Regione in condizione di vaghezza".

Ora il Consiglio di Stato dovrà pronunciarsi in merito al ricorso della Regione sulla sospensiva del Piano.

A chi appartiene il paesaggio? Chi è il legittimo “proprietario” del territorio, cioè di quel patrimonio costituito nel tempo dalla natura e dalla storia? Le popolazioni che lo abitano oppure l’intera nazione?

Di fronte allo scempio del Belpaese, consumato dalla distruzione dell’ambiente, dalla cementificazione selvaggia, dagli abusi edilizi, dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua, la tutela del paesaggio assume un valore culturale determinante per la difesa della nostra identità collettiva. E nel pieno dell’emergenza rifiuti che sta deturpando agli occhi del mondo l’immagine di Napoli, della Campania e purtroppo di tutta l’Italia, diventa una priorità nazionale per salvaguardare – oltre alla salute pubblica – anche gli interessi sociali ed economici dei cittadini, delle generazioni presenti e di quelle future.

La riforma del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio predisposta dal ministro Francesco Rutelli e varata in extremis dal governo uscente, a quattro anni dalla legge-delega dell’ex ministro Giuliano Urbani, rappresenta perciò un’occasione decisiva per segnare una svolta nella vita della nostra collettività. Può essere, insomma, l’inizio di una rifondazione ecologica del Paese, la prima pietra di una “nuova Italia”, più ordinata, più pulita e dunque più vivibile. Se le Commissioni parlamentari a cui spetta ratificare entro tre mesi i 184 articoli del decreto legislativo avranno la capacità di approvarlo integralmente, magari al di là della logica degli schieramenti contrapposti, forse potrà partire proprio da qui un moderno “rinascimento” civile o quantomeno una fase virtuosa nella gestione dell’ambiente, inteso nel senso più largo come sistema di relazioni con la natura e con il prossimo.

Fondato sull’articolo 9 della Costituzione, in cui si sancisce in modo solenne che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, il Codice interviene opportunamente sul nodo dei rapporti tra governo centrale ed enti locali, per riportare questa responsabilità nell’ambito di una visione più generale. Si riduce così un eccesso di delega che, in questo come in altri campi, ha prodotto una sovrapposizione e frammentazione di poteri decisionali tra Regioni, Province e Comuni, spesso a danno della trasparenza, della legalità e soprattutto dell’interesse collettivo. Se la salvaguardia del lago di Garda coinvolge contemporaneamente la Lombardia, il Veneto e il Trentino; o quella del lago Trasimeno riguarda la Toscana e l’Umbria; se l’infausto progetto dell’autostrada della Maremma attraversa (speriamo solo sulla carta) la Toscana e il Lazio; se la difesa della Sila, del Pollino o delle Murge chiama in causa la Calabria, la Basilicata e la Puglia, evidentemente l’unica autorità in grado di provvedere adeguatamente è proprio quella statale come punto di riferimento e di mediazione.

Al contrario, un malinteso federalismo può solo alimentare gli egoismi e i particolarismi, disgregando ulteriormente il territorio, il paesaggio e il tessuto civile del Paese. Dall’ambiente al fisco, passando per la scuola, la sanità e la spazzatura, l’autonomia delle amministrazioni locali non deve confliggere con una politica organica di programmazione e di solidarietà. Il federalismo, d’altronde, nasce storicamente per unire e non per dividere, serve per crescere e non per regredire.

Elaborata da una commissione speciale che ha lavorato per un anno e due mesi, sotto l’autorevole presidenza del professor Salvatore Settis, la riscrittura del Codice è stata avallata in corso d’opera dalla stessa Corte costituzionale, con un’importante sentenza del novembre scorso (n.367/2007). La tutela del paesaggio, come ha ribadito la Consulta, costituisce un valore primario e assoluto. E perciò, rientra nella competenza “esclusiva” dello Stato, precedendo e limitando il governo del territorio attribuito agli enti locali.

Da qui, appunto, l’obbligo di elaborare i piani paesaggistici con una pianificazione congiunta fra Stato e Regioni. In questo iter amministrativo, è previsto poi il parere vincolante delle Sovrintendenze su qualsiasi intervento urbanistico o paesaggistico che incida su territori vincolati. Mentre la sub-delega dalle Regioni ai Comuni, per i piani e le licenze edilizie, è subordinata all’istituzione di uffici con competenze specifiche.

Un’altra rilevante novità contenuta nel Codice riguarda il potere attribuito al ministero dei Beni e delle Attività culturali di apporre vincoli paesaggistici “ex novo”. Al momento, il territorio italiano è già protetto per il 47% dell’estensione complessiva. Ma la sua particolare configurazione, prodotta storicamente dall’intreccio fra la natura e la mano dell’uomo, richiede in effetti un’ulteriore tutela per salvaguardarne la straordinaria identità: con ottomila nuclei storici, il nostro è – come si dice in linguaggio tecnico – il Paese più “antropizzato” del mondo. Sono numerosi e frequenti, tuttavia, i casi in cui l’urbanizzazione provoca un “consumo del territorio” senza incorrere formalmente nell’abusivismo, producendo costruzioni legali con tanto di autorizzazioni e licenze edilizie in quelle che Rutelli definisce le “aree grigie”. E a parte alcune iniziative esemplari, come quella che ha ridimensionato in corso d’opera la “villettopoli” di Monticchiello in Val d’Orcia, gli interventi postumi risultano comunque più limitati e laboriosi. Carte bollate alla mano, non sempre si riesce ad abbattere gli ecomostri che proliferano da Nord a Sud, sull’esempio di quello che s’è fatto a Punta Perotti, sul lungomare di Bari.

Il paesaggio appartiene dunque a tutti. Non è né di destra né di sinistra. È una grande risorsa collettiva, ambientale e anche economica, da cui dipendono la salute dei cittadini, lo sviluppo del turismo e la stessa occupazione del settore, oltre all’identità e all’immagine del Paese. C’è da auspicare perciò che, nonostante le convulsioni della politica nazionale, la riforma del Codice venga approvata in tempo utile, quale che sia il governo in carica e la maggioranza parlamentare che lo sostiene.

Molte cose sono cambiate in positivo, in questi anni, sul versante dell'antimafia.

Quel che non cambia o che cambia troppo poco è la politica, o perlomeno certa politica. Preliminarmente vorrei fissare alcuni punti.

Primo punto. Larga parte della politica oggi (anche trasversalmente, purtroppo) considera troppa giustizia e troppa legalità come un fastidio. Gli viene l'orticaria. Non si identifica con l'Italia delle regole quanto piuttosto con l'Italia dei furbi, degli affaristi o degli impuniti.

Secondo punto: io sono assolutamente convinto (non lo dico retoricamente) del primato della politica. Spetta alla politica, soltanto alla politica, operare le scelte di governo nell'interesse - si spera - di tutti. Non spetta a nessun altro, meno che mai ai giudici (la storia del governo dei giudici è bieca propaganda). Ma proprio perché sono seriamente convinto del primato della politica sono altrettanto convinto che la politica questo primato lo deve vivere ed interpretare nella consapevolezza della sua importanza effettiva, non con attenzione alla sola facciata. Allora, se ci sono delle inchieste giudiziarie che rivelano fatti dando indicazioni preziose in tema di corruzione e collusione fra mafia e politica, ecco che la politica dovrebbe - secondo me - esercitare il suo primato intervenendo con nuove leggi, con controlli più adeguati. E invece di tutto questo abbiamo avuto ben poco dal '90 ad oggi. Molte volte invece sembra di avvertire una certa tendenza (trasversale) a mal concepire il primato della politica come pretesa di sottrazione dei politici ai controlli, alla legge che dovrebbe essere uguale per tutti. Ecco allora che la giustizia nel nostro paese non funziona, ma invece di chiedere più giustizia si chiede meno giustizia, tutte le volte che la giustizia incrocia determinati interessi. Ecco allora che alla magistratura si chiede di fare un passo indietro, invece di potenziarne gli strumenti e le possibilità di risolvere - nelle sue competenze istituzionali - questo o quell'altro problema.

Terzo ed ultimo punto preliminare. Usa dire che l'antimafia e l'anticorruzione non portano voti. Non è vero, secondo me, ma sta di fatto che antimafia e anticorruzione nell'agenda politica, quando ci sono, sono in posizioni non primarie. Per quanto riguarda la mafia ciò accade a partire dal 1996, con vari sussulti successivi di tipo emergenziale e quindi effimero. Nel senso che soltanto dopo un fatto clamoroso che ci sveglia, troviamo tempo e modo di occuparci di queste cose, ma con una forte tendenza a dimenticarle presto e rimetterle ai margini dell'agenda.

Allora, se questo è lo scenario di fondo, non stupisce che tanti uomini politici, amministratori, imprenditori, operatori economici, professionisti (con frequente predilezione nel settore della sanità), non stupisce che tanti, troppi soggetti ancora oggi intrattengano rapporti di affari o di scambio con mafiosi o paramafiosi. Ancora oggi, dopo le terribili stragi del 92 e del 93, ancora oggi ci sono personaggi che vivono e operano nel mondo legale, talora con responsabilità istituzionali di altissimo rilievo, che sono disposti a trescare, a trattare con mafiosi o paramafiosi come se nulla fosse, come se fosse cosa assolutamente normale. Questa è una totale vergogna, che dovrebbe fare drizzare i capelli in testa a tutti. Invece quelli che si indignano sono sempre di meno. E chi viene colto con le mani nel sacco può sempre contare sulla solidarietà dei propri capi cordata, sia locali che nazionali. E allora ecco che invece dell'indignazione o della giusta tensione abbiamo la passività e la rassegnazione. Ci si convince che così va il modo, che c'è poco o nulla da fare. La questione morale e la responsabilità politica diventano reperti archeologici. Favole per i gonzi e la mafia obiettivamente e inesorabilmente cresce. Mentre è sempre più difficile agganciare i giovani con discorsi credibili in termini di impegno per la legalità.

Io ho un' impressione, sempre più forte: che la buona politica sia stata soppiantata o rischi di essere sempre più soppiantata da una politica che va facendosi sempre meno compatibile con la verità. Politica e verità stanno imboccando sempre più strade diverse. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale, oltre a trasformare il confronto in perenne rissa ideologica) costruisce verità virtuali per conservare e consolidare il suo potere. Nasce anche di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte della politica, anche quando sono evidenti ed indiscutibili clamorose responsabilità, se non giudiziare, certamente politiche. La strada maestra ormai è confondere deliberatamente assoluzione con prescrizione. Non sono la stessa cosa, anche se confonderle ormai è la regola. Se una sentenza - magari una sentenza definitiva di cassazione - elenca come provati e commessi fatti gravissimi (scambi di favori con mafiosi; incontri con boss per discutere di fatti criminali gravissimi, compresi omicidi; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale: il riferimento è al "caso Andreotti"), se tutto questo - in quella sentenza - si dice che è stato commesso fino a una certa data e che costituisce reato, non punibile ancorché commesso sol perché prescritto, questa non è assoluzione! E' un'altra cosa. Confondere la prescrizione di un reato provato come effettivamente commesso con l'assoluzione è prima di tutto un errore tecnico. Ma non solo. E' anche, è soprattutto un grave errore politico. Perché se io dico che c'è stata assoluzione, a fronte di fatti gravissimi accertati in una sentenza, io questi fatti li cancello, io questi fatti li sbianchetto. Ma cancellando questi fatti, io legittimo un certo modo di fare politica, che contempla anche rapporti organici con la mafia. E questo modo di fare politica lo legittimo per il passato, per il presente e anche per il futuro. Tutto ciò è di una gravità inaudita : si cancella il confine tra lecito ed illecito, tra morale ed immorale. Ma se cade questo confine, non c'è convivenza civile al mondo che possa reggere più di tanto. Prima o poi si va a sbattere. Tutti. E tutti ci si può ritrovare sotto un bel cumulo di macerie. Oppure si va alla deriva e si finisce chissà dove. E' l'eclissi della questione morale, quando la questione morale è la premessa fondamentale di ogni buona politica.

E allora si capiscono tante cose, a partire dalla mancanza di continuità. L'antimafia "militare" bene o male ormai procede costante (come prova la sequenza di arresti: da Riina e soci a Provenzano ai Lo Piccolo). Non così l'antimafia che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le cosiddette relazioni esterne, le complicità, le collusioni, le coperture. Su questo versante, si riesce a rimanere ad un certo livello - quando lo si raggiunge - per non più di due anni tre anni. Poi stop. Allora si capisce come la nostra antimafia sia quella del giorno dopo: se non succede qualcosa che ci costringe ad intervenire e finalmente ci sveglia dal nostro torpore, non ce ne occupiamo. Allora si capisce perché quel punto nevralgico dell'antimafia che è la gestione efficiente, razionale, incisiva dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo -lentamente ma inesorabilmente - vischiosità ed inceppamenti che rischiano di svuotare e rendere sempre meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi. Allora si capiscono le amnesie: per esempio l'anagrafe dei conti bancari, una legge del '93 che non è mai stata attuata. Sterilizzata fino ad oggi, con qualche recentissimo segnale di novità ancora tutto da verificare. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi le praticano.

E attenzione, che questo quadro insieme comporta delle scelte disastrose. Una recente ricerca della Svimez, e prima ancora una ricerca del Censis, dimostrano lo zavorramento dell'economia delle aree meridionali ad opera delle mafie. Zavorramento che significa 180 mila posti di lavoro perduti ogni anno; zavorramento che significa produzione di ricchezza in meno pari a 7,5 miliardi di euro ogni anno; zavorramento che significa (secondo il Censis) che senza le mafie il PIL pro-capite del mezzogiorno sostanzialmente sarebbe identico a quello del centro-nord. Ma non basta. Il Censis ha anche denunciato che il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando radicalmente il mercato e la concorrenza in paraventi, simulacri, scatole vuote. Perché l'imprenditore mafioso - rispetto a quello onesto - gode di vantaggi enormi: capitali a costo zero (il mafioso è ricco di suo, grazie al denaro illecito che continuamente riempie le sue tasche); possibilità, proprio perché già immensamente ricco di suo, di offrire prezzi molto più bassi, non avendo come obiettivo immediato quello del profitto. E infine, se ci sono dei problemi l'imprenditore mafioso, rispetto all'imprenditore normale ha il vantaggio di poterli risolvere - questi problemi - coi sistemi che sono nel suo DNA di mafioso: la corruzione, la suggestione, l'intimidazione e la violenza. Vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai prestanome dei mafiosi di impadronirsi di quelle attività.

Così, il libero mercato e la legale competizione economica diventano scatole sempre più vuote e la situazione è tale che bisogna soltanto sperare che Francesco De Gregori, quando cantava: "legalizzare la mafia sarà la regola del 2000", non fosse - mentre faceva della intelligente ironia - un profeta.

Caro direttore, sono stata una moderata, non certo per la forza della mia passione civile, quanto per i modi in cui ho fatto politica e i luoghi della mia collocazione politica: ho sempre militato nella Dc e di quel partito sono stata a lungo parlamentare.

Mi rivolgo pertanto a quei moderati che hanno a cuore come me le sorti dell’Italia, che rispettano le istituzioni e le regole democratiche e che sovente ho sentito dichiararsi discepoli di Alcide De Gasperi.

Non metto in dubbio la loro buona fede allorché li vedo non solo chiedere a gran voce, con la forza del loro potere di parlamentari, elezioni subito; ma li vedo già scendere in campagna elettorale in un momento tanto delicato, in cui gli stessi presidenti del Senato e della Camera hanno ribadito che questo è il tempo della riflessione, del silenzio, del lavoro del capo dello Stato.

Mi rendo conto – pur con un notevole sforzo di immaginazione e andando contro quello che è il mio modo di intendere la politica e di considerare gli avversari mai nemici e mai indegni di rispetto – che solo il loro desiderio di mettersi al più presto al servizio del Paese, di tornare a governare per "salvare" l’Italia, li abbia portati a brindare in Senato alla fine di un governo, pur sempre eletto democraticamente dalla maggioranza dei cittadini e delle cittadine di cui faccio parte anch’io.

Tuttavia, da moderata e da cattolica – educata negli ideali di Dossetti e di De Gasperi a rispettare, a difendere la laicità dello Stato e a legare strettamente l’onestà dei comportamenti all’operato politico – mi rivolgo ai tanti che ho visto maturare e crescere nelle file del mio partito, e a tutte le donne e agli uomini di buona volontà che vorranno ascoltare le mie parole. E, aggiungo, da partigiana.

Come potrei non fare riferimento a quella mia intensa, dolorosa, forte, esperienza, di giovane staffetta partigiana, in questi giorni del 2008, in cui si celebrano i sessant’anni della nostra Carta Costituzionale? Permettetemi di ricordarvi, quale testimone di quei lontani anni del primo dopoguerra, che rispettare la Costituzione non vuol dire solo rispettarne i contenuti, ma rendere omaggio ai tanti che hanno concorso a elaborarla, a quelle donne e a quegli uomini, quegli italiani, che sacrificarono la loro vita per la democrazia. Vuol dire non dimenticare le tante vittime civili, i tanti giovani e meno giovani morti in una guerra scatenata dalla follia di onnipotenza della Germania di Hitler e delle tante nazioni, tra cui ahimé l’Italia fascista di Mussolini, che combatterono al suo fianco.

Purtroppo ciò che ho visto, ho analizzato, ho capito, durante gli anni del mio lavoro quale presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli, mi spinge a vedere nella attuale crisi politica una grave situazione di emergenza democratica. Mi rendo conto che gli anni di Gelli e dei suoi compagni oggi appaiano lontani, ma quanto lontani?

Ebbene, insisto, e aggiungo che la parte del progetto di Gelli legato al discredito delle istituzioni democratiche, attuato dall’interno delle medesime e dalla loro esasperata conflittualità – che molti ultimi avvenimenti testimoniano – rischia di giungere all’atto conclusivo.

Immaginate quali guasti potrebbe arrecare al tessuto connettivo del nostro Paese una campagna elettorale – e ne abbiamo già visto un anticipo – vissuta all’insegna della selvaggia contrapposizione tra i due poli, della violenza verbale, degli insulti, di altro fango gettato sulle nostre istituzioni.

Anch’io ho vissuto la stagione infelice di tangentopoli, e in quegli anni mi sono battuta a viso scoperto perché non si cadesse nel facile qualunquismo del: così fan tutti.

Vorrei pregare le persone per bene di ribellarsi a questo luogo comune scellerato: chi ha le mani pulite, chi ha la coscienza a posto, pretende, ottiene, i distinguo. Concludo con una frase di Jacques Maritain: «Non si può costruire una democrazia se non c’è amicizia».

I conti pubblici sono a posto, le imprese da due anni «sgavazzano» con la riduzione dell'Irpeg e dell'Irap. Ora doveva essere il turno dei lavoratori dipendenti ai quali - l'aveva promesso Prodi - doveva essere destinato tutto l'extra gettiti, per cercare di recuperare un po' del potere d'acquisto perso negli ultimi anni. Dal 2000 al 2006 - ci ha detto ieri Bankitalia - il reddito netto delle famiglie il cui capofamiglia è lavoratori dipendenti è cresciuto solo dello 0,3%, mentre per i lavoratori autonomi sono stati anni di vacche grassissime: i loro redditi sono aumentati del 13,1%. Ma c'è di più: i dati Bankitalia ci dicono che il 10% dei ricchi posseggono il 45% di tutte le ricchezze nazionali, mentre il «rimanente» 90% si spartisce il 55% e nella ricchezza è compresa anche la casa di proprietà. Forse è giunto il momento di rilanciare l'idea di una imposta patrimoniale per cercare di rendere un po' meno disumano il paese per renderlo un po' meno «stato libero di Bananas».

Dal 2000 al 2006 ci sono stati due avvenimenti particolari: l'arrivo dell'euro e il governo Berlusconi. «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani», era stato il fortunato slogan di Berlusconi e Tremonti. Purtroppo ai lavoratori dipendenti è stato rubato il portafoglio, mentre a chi non lavora sotto padrone è stato concesso tutto: condoni fiscali tombali, diritto di sfruttare e precarizzare grazie alla legge battezzata Biagi.

Per capirlo basta guardare con attenzione i dati di Bankitalia: negli ultimi due anni i redditi dei lavoratori dipendenti sono cresciuti più di quelli dei lavoratori autonomi. Purtroppo è solo parzialmente vero. Nelle famiglie italiane è cresciuto il numero dei percettori di reddito da lavoro, ma il salario percepito (spesso frutto di abuso di part-time) è stato appena sufficiente a bilanciare l'immobilità dei salari. Quanto ai redditi da lavoro autonomo, Bankitalia fa una ammissione molto onesta: attenti - ci dice - il lavoro autonomo ha varie forme. E così scopriamo che bottegai e artigiani seguitano a spassarsela, mentre altri autonomi vedono il loro reddito diminuire. Il trucco è che non si tratta di veri autonomi, ma di lavoratori atipici il cui numero sta crescendo in maniera esponenziale, direttamente proporzionale al loro basso livello retributivo.

Visco - il ministro più odiato dagli italiani evasori - ha fatto un grande sforzo per stanare chi non pagava le tasse. Un grande sforzo è stato fatto, come negli anni '90, allora per non perdere il treno dell'euro - per sanare i conti pubblici. Il risultato, purtroppo, è negativo: forse il risanamento andava fatto, ma doveva essere accompagnato da una politica di redistribuzione dei redditi ovviamente di segno opposto a quella di classe dei tempi di Berlusconi. Insomma, serviva una politica di rientro più soft e non una politica dei due tempi. Anche perché c'è il rischio che con Berlusconi il secondo tempo si trasformi in un primo tempo bis con nuovi benefici per le imprese (in nome della competitività), riduzioni fiscali spalmate su tutti e lavoro ancora più flessibile e precario.

Intendiamo esprimere e motivare, con il presente documento, il punto di vista dei cittadini dell'area urbana e periurbana di Milano contrari al progetto di candidatura per ospitare l'esposizione universale del 2015.

Riteniamo che la candidatura di Milano, al di là della retorica dei buoni propositi e delle pompose dichiarazioni di pura immagine contenute nel dossier circa il tema della manifestazione, risponda in realtà essenzialmente ad interessi ed affari privati, ben poco solenni, che peggioreranno la sitazione ambientale e sociale già compromessa di un vasto territorio, proseguendo una linea di scelte politiche che negli ultimi anni non abbiamo potuto condividere.

Amiamo la nostra città e ovviamente non siamo contrari ad interventi strutturali che garantiscano un miglioramento della qualità della vita dei suoi abitanti, ma proprio per questo crediamo che si debba guardare al progetto Expo per quello che sarà, non come alla vetrina scintillante, la Milano-Disneyworld fantasiosamente disegnata dal sindaco Moratti nel dossier ufficiale. Crediamo che non sarà l’Expo a risolvere i problemi della città di Milano e che non saranno i milanesi a trarne benefici.

Oltre al lato ambientale ed economico della questione, crediamo che la candidatura di Milano costituisca innanzitutto un grave esempio di pessima amministrazione democratica delle problematiche del nostro territorio. Sappiamo infatti che la candidatura di Milano ad un evento di tale portata è di fatto una decisione imposta direttamente in sedi isituzionali senza consultazione dei territori e senza l'opportuna partecipazione da parte di un adeguato numero di cittadini sufficientemente informati (dove sono le decine di migliaia di volontari che dovrebbero partecipare all'evento?). Il Governo ha proposto Milano come candidatura italiana; Regione Lombadia, Provincia e Comune hanno accettato entusiasti; ma nessun organo elettivo è stato consultato e nessun Ente Locale interessato dalle opere ha potuto preventivamente pronunciarsi.

Ancora una volta grandi progetti e grandi opere vengono portati avanti senza chiedere nulla ai milioni di uomini e donne coinvolti dalle loro conseguenze, mentre viene rigorosamene curato il beneficio di pochi soggetti economici in grado di trarne profitti e benefici a lunga distanza. Pensiamo invece che la logica di un’amministrazione pubblica rchieda di agire in direzione di una tutela dei beni comuni (a cominciare da aria, acqua, suolo, energia) nell’interesse della cittadinanza. La candidatura all’Expo 2015 e il progetto presentato confermano invece che sempre più a Milano la politica rinuncia ad avere un piano di controllo, procedendo piuttosto per singoli progetti, separati e derivanti dalle proposte di forti poteri contrattuali in vista di grandi interessi privati. Si prevede che l’intervento verrà attuato con l’adozione del General Contractor, un sistema di Appalto regolato dalla L. 443/01, la Legge Obiettivo introdotta da Lunardi, che presuppone l’individuazione di un Concessionario – il Contraente generale – cui sono delegati tutti i compiti di vigilanza, controllo, collaudo, contabilità e subappalto, proprio mentre il decreto Bersani ha revocato le concessioni sulla TAV e la Corte dei Conti (sezione controllo sulle pubbliche amministrazioni) evidenziando un “caos contabile” nelle Grandi Opere che non consente di avere idee chiare sul loro stato di avanzamento. Sappiamo già che non è da escludere una richiesta di poteri speciali conferiti al sindaco Moratti per portare avanti i lavori, il che ci pare l'ennesima coltellata al processo democratico, alle norme di salvaguardia ambientale, al sistema dei controlli e delle garanzie.

Se guardiamo al processo decisionale, agli operatori coinvolti, agli sponsor dell’operazione, emerge una prima verità: l’Expo sarà l’occasione per attirare concentrare e spartire decine di miliardi di euro (si parla di un volume complessivo di 34 mld di business vari), consolidando quel sistema affaristico e di potere che da qualche anno sta coprendo Milano e provincia di quartieri esclusivi, centri commerciali e operazioni immobiliari varie che niente hanno a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio. Un sistema trasversale agli schieramenti politici, che detta lo sviluppo urbanistico della metropoli suddividendosi gli interventi relativi a tutte le grandi trasformazioni urbanistiche che stanno interessando la città sulle ex aree industriali e sui terreni agricoli della cintura metropolitana. Esempi di nomi dei protagonisti? Ente Fiera, LegaCoop, gruppi della Grande Distribuzione, Cabassi, Pirelli, Zunino, Caltagirone, le grandi banche, Ligresti, Compagnia delle Opere, Assolombarda, Camera di Commercio. Ognuno di questi attori, coinvolto a vario titolo nell’operazione Expo, è parte di una nuova mappa del potere, di una nuova stratificazione sociale, culturale, economica, che porta avanti il disegno di un nuovo modello di città fuzionale a logiche di profitto finanziario anzichè a valutazioni di impatto ambientale, sociale o lavorativo.

E dove non bastano gli affari ci pensa la politica: rinunciando ad un ruolo del pubblico nei grandi progetti sulle aree dismesse, emanando provvedimenti che hanno favorito la speculazione e il proliferare di centri commerciali, preparando una nuova legge urbanistica per la Regione Lombardia che permetterà di costruire senza freno anche nei parchi regionali. Forse soltanto chi è sull’orlo della bancarotta (come Zunino) o dispone della proprietà di padiglioni inutilizzati (Fiera) potrà tirare un sospiro di sollievo: ma che ne sarà del patrimonio lasciato ai cittadini alla fine dell'evento?

Se l'interesse del BIE è "to lead, promote and foster Universal Exhibitions for the benefit of the citizens of the international community", attraverso la proposta World’s Fairs come "unique global gathering places for living participation fostering education through experimentation, participation through cooperation, development through innovation", pensiamo che sia opportuno valutare le proposte nei termini della loro reale utilità sociale, dal momento che, come si è visto in passato, non tutte le manifestazioni sinora svolte sono state un esempio di successo in questi termini. Pensiamo che occorra dare una valutazione del reale impatto sul territorio delle proposte se non si vuole squalificare l'operato stesso dell'organizzazione e il suo prestigio futuro. Da più parti sentiamo dichiarare, da parte delle istituzioni che hanno proposto l'evento, in alleanza con gli interessi di cui si è detto, che l'Expo a Milano si presenterebbe come una grande "opportunità" di sviluppo per il territorio. Nient'altro. Ma "opportunità" è una parola vuota finchè non si entra nel merito dei fini che ci si propone di conseguire: l'idea di "opportunità" segnala qualcosa di strumentale, una dimensione di utilità, funzionalità, potenzialità, un mezzo per conseguire degli obiettivi. Ma non serve a nulla inseguire ciecamente un'opportunità finchè non è chiara la direzione in cui ci muoviamo. Un conflitto internazionale è forse un'opportunità per esportare un sistema istituzionale? La proliferazione di cantieri edili e grandi opere di discutibile senso è forse un'opportunità di lavoro per pochi (facilmente sfruttabili)?

Pensiamo che la logica di esercizio di una politica che preveda un controllo democratico del territorio debba passare primariamente attraverso la discussione dei fini che vogliamo raggiungere, prima di discutere dei mezzi e delle opportunità, prima di stanziare fondi e inviare da qualche parte documenti di candidatura per grandi eventi: rinunciare a questo spazio di dialogo significa già consegnare le decisioni che contano agli interessi econimici di pochi a svantaggio della comunità.

Ma non certo è compito di questo documento avanzare le istanze di un progetto alternativo del territorio: crediamo che un simile "progetto" non possa neppure essere concepito in sede "architettonica" prima di emergere dal tessuto vivente e dalle pratiche stesse che coinvolgono il territorio. La città non può essere disegnata nelle aule prima di essere vissuta, tantomeno può essere disegnata dai piani affaristici dei grandi proprietari immobiliari e delle imprese edilizie, o magari dalla pesante eredità lasciata da un grande evento espositivo dominato da zone d'ombra come quello presentato dalla città di Milano. Una città sostenibile e a livello d'uomo può emergere solo da un confronto reale che avviene in uno spazio di esercizio di partecipazione democratica.

Quale scenario si configura invece con l'attuale proposta di candidatura?

Proviamo ad immaginare Milano tra una decina d'anni? Maggio 2015: viene finalmente inaugurata l’Esposizione Universale più attesa della storia. Enorme il lavoro preparatorio: migliaia di cittadini hanno portato idee e proposte in centinaia di assemblee locali. Finalmente tutto questo ha dato i suoi frutti. L’Expo milanese è il primo esempio ad impatto zero nella storia: nessuna speculazione, nessuna nuova edificazione, ma un grande lavoro di recupero, riutilizzo e valorizzazione del patrimonio urbano esistente. Strutture sicure che verrano riconvertite in alloggi per gli studenti. 200000 visitatori attesi al giorno che si muoveranno solo con mezzi di trasporto pubblico a emissione zero. Un nuovo look, perchè anche l'estetica, a dispetto della sua difficile trattazione in termini di deliberazione per costi-benefici, vuole la sua parte: il nuovo bosco urbano, realizzato al posto del vecchio quartiere fieristico, è il simbolo della prima città mondiale ad aver risolto i problemi energetici e della mobilità con un ricorso totale ad energie rinnovabili, con una rete di linee pubbliche e percorsi ciclabili che non ha paragone al mondo. I quartieri periferici sono stati trasformati in tante cittadelle dove cultura, socialità e vivibilità sono le nuove parole d’ordine. Il Parco Agricolo Sud è diventato il principale fornitore di alimenti biologici per la città. Spicca l'innovazione di una rete wireless gratuita, fruibile da milioni di persone quotidianamente, che potenzia la comunicazione e gli scambi. Il 40% del territorio comunale è stato pedonalizzato. Solo alcuni esempi dei fiori all’occhiello del Rinascimento ambrosiano. Insomma oggi Milano è una città dove chiunque vorrebbe vivere, modello cui tutte le metropoli si ispirano per superare i problemi che stanno portando il pianeta al collasso...

Sarà così? Purtroppo crediamo di no.

Gli obiettivi dell'attuale candidatura milanese si discostano profondamente da questa visione. Di tre livelli del progetto, quello che ci sembra più chiaro è unicamente quello speculativo. Ad un secondo livello, per quanto riguarda la "vetrina commercale" e l'opportunità di far convergere le eccellenze agricole della regione in relazione al tema trattato, non dubitiamo che i padiglioni dell'Expo potranno offrire attrezzature all'altezza dell'organizzazione; ma ricordiamo che fermo obiettivo del BIE è una "regolazione" di questa dimensione, come leggiamo ove si scrive "the degree of commercial activity carried out at BIE exhibitions is carefully regulated". D'altra parte, per quanto riguarda il tema dell'esposizione, ci riserviamo di esprimere la nostra posizione più avanti nel presente testo.

Un'attenzione speciale merita dapprima l’area su cui dovrebbe sorgere l’Expo.

Situata al centro di una zona già congestionata, densamente popolata e ad alto tasso di inquinamento, durante lo scorso settembre, in occasione della Fiera del Ciclo, ha registrate punte di oltre 32 km di coda in Tangenziale in direzione Fiera. Dalle immagini si vede abbastanza chiaramente che il grigio-nero è territorio vivo, con insediamenti residenziali e produttivi: sembra "ground zero", con attorno poche costruzioni superstiti e un po' di verde che resiste. Si tratta sicuramente di un territorio già massacrato dai lavori per la nuova Fiera e per la viabilità circostante (viabilità in corso di realizzazione per opera dell’impresa Grassetto di Gavio e Ligresti). Un’area organizzata in un sistema complesso, composto da 3 autostrade (Milano-Torino, Milano-Varese, Tangenziale Ovest), dall’Alta Velocità, dalla s.s. 33 del Sempione, da aree industriali dismesse e da aree abitate contese tra Milano, Pero e Bollate, che meriterebbero interventi di riqualificazione, non certo 10 anni di cantieri, 6 mesi di EXPO, altri 10 anni di cantieri ed alla fine una bella speculazione edilizia a vantaggio di pochi immobiliaristi, con terreni la cui destinazione d'uso è stata come per magia cambiata per ospitare strutture residenziali, commerciali, uffici per strati sociali che non sono certo in cima a urgenze di sostegno.

Sappiamo che l’accordo tra Ente Fiera, Cabassi e Comune di Milano, in cui vengono definiti i termini per l’uso e la trasformazione del territorio, è stato infatti siglato il 19 luglio 2007 a Malpensa. Il Gruppo Cabassi e l’Ente Fiera hanno ceduto in diritto di superficie al Comune di Milano l’area (in totale: due milioni di metri quadri di intervento): in cambio, hanno ottenuto la nuova destinazione d’uso. E' previsto che la costruzione e la demolizione dell’Expo sarà a spese del Comune. L'accordo prevede che il diritto di superficie concesso al Comune si estingua dopo l´Expo e che le aree tornino ai privati, finalmente edificabili. L´indice di edificabilità concesso è ricco, mentre non risultano vincoli per le proprietà, a parte il divieto di installare attività produttive insalubri.

Anche se quello presentato è un progetto di massima che verrà ampiamente ricontrattato nei suoi dettagli, è evidente l’impatto che l’Expo avrà sul territorio. Grandi interventi urbanistici trasformeranno molte zone di Milano (CityLife, Santa Giulia, Città della moda, per esempio) secondo una logica che non risponde nè a esigenze di gestione della manifestazione nè al governo del territorio in futuro: sono interventi comunque pesanti che muteranno per sempre il carattere sociale, culturale ed economico della città. Quartieri esclusivi, case per manager e società multinazionali. Niente a che vedere con la socialità, con i bisogni dei cittadini, con la Milan cunt el coeur in man.

Oltre al territorio immediatamente circostante, l’Expo 2015 sembra presentarsi come occasione per accelerare una serie di interventi legati ad infrastrutture per la mobilità, completando la saturazione di un territorio ampio che va dal Piemonte al Veneto, dalle Prealpi al Po. L’obiettivo emergente è un grande conglomerato dedito alla logistica e allo smistamento di merci, alla loro commercializzazione in spazi sempre più grandi e diffusi. La ValPadana e i suoi circa 10.000.000 di abitanti potrà essere trasformata in un grande centro intermodale per i trasporti, con autostrade che solcano la superficie in ogni direzione collegando centri commerciali, interporti, grandi infrastrutture; mentre i nostri diritti alla salute, ad un territorio libero dal cemento, ad una mobilità sostenibile, a beni comuni fruibili, puliti, accessibili... dimenticati.

Basta leggere alcune cifre del progetto:

- 1.700.000 mq di superficie per realizzare il sito dell’Expo adiacente all’attuale Fiera di Rho-Pero sui terreni attualmente a destinazione agricola

- 2.100.000 mq di superficie per possibili strutture di servizio e supporto all’Expo (potrebbe essere sull’area ex-Alfa Romeo di Arese ma anche altrove)

- opere ricettive per un fabbisogno stimato di 124.000 posti letto al giorno

- opere per la mobilità per far viaggiare i 160.000 visitatori al giorno previsti e le merci del caso, in particolare

1. realizzazione della terza pista a Malpensa e collegamento diretto Malpensa-Fiera

2. parcheggi presso il sito Expo e in corrispondenza di nuovi centri di interscambio

3. realizzazione stazione TAV tratta Lione-Torino-Milano presso la Fiera

4. realizzazione 4^ linea metropolitana da Linate al Giambellino

5. nuove tangenziali per Milano (la nuova Est più esterna, il completamento a Nord dell’anello)

6. realizzazione delle autostrade Pedemontana, BreBeMi e Broni-Mortara

7. nuovo raccordo A4 Boffalora-Malpensa

- più di 4 miliardi di Euro di costi diretti per realizzare il sito dell’Expo e tutto ciò che serve all’evento (di cui 1,400 milioni di denaro pubblico)

- svariati miliardi di Euro (si suppone in parte pubblici) per realizzare le altre opere suddette.

Pensiamo che Milano e la Lombardia siano vittime di un modello socio-economico che sta portando il territorio al collasso, e non da oggi. Diverse fonti statistiche indicano senza dubbio un quadro allarmante: la densità di auto per abitante è tra le più alte al mondo, il trasporto di merci e persone è prevalentemente su gomma. Spicca l’assenza di politiche energetiche e sui rifiuti che puntino alla rinnovabilità delle fonti, al riciclo totale e all’emissione zero di CO2. La mobilità sostenibile resta un lontano obiettivo. Per 2/3 dell’anno Milano è oltre le soglie di rischio per polveri sottili e altri inquinanti (e la Val Padana è tra le regioni più congestionate del pianeta). Senza considerare l’incidenza di tumori e altre patologie di tipo cardio-circolatorio sopra le medie: bambini che imparano fin da piccoli a conoscere asmi, bronchiti, bruciori a occhi, naso e gola. Senza contare i disagi del traffico, le code, i tempi esagerati di percorrenza per i pendolari (anche più di un’ora di treno o di altro mezzo pubblico per fare poche decine di km in condizioni spesso disumane).

Per un malato in queste condizioni, normalmente, si somministrano cure drastiche. Quali cure sono contenute nel progetto per l'Expo? Gli investimenti sulla rete della metropolitana erano già previsti a prescindere dalla candidatura. Altri interventi sul trasporto pubblico sono insignificanti rispetto alla quantità di soldi e di cemento che caleranno sulla Lombardia nei prossimi anni. Non è difficile immaginare lo scenario post Expo: urbanizzazione intensa del territorio a nord-ovest di Milano, saturazione delle aree residue attorno alla Nuova Fiera, realizzazione di nuove infrastrutture e nuove residenze, erosione delle aree verdi (Parco delle cave, Parco di Trenno, Parco Agricolo Sud Milano), ed infine “valorizzazione” del territorio. Ma per chi? E’ un progetto ad impatto ambientale enorme, economicamente costoso. Prendiamo il caso della terza pista di Malpensa. Oggi Malpensa è in crisi, inutile e inutilizzato come hub, soffocato dalla concorrenza di almeno altri dieci aeroporti sparsi lungo la direttrice Torino-Trieste. Come si può pensare di ingrandirlo? E quando si concluderà l’Expo cosa succederà? Cosa ci faremo con la terza pista? Gare di auto?

Nel presentare la candidatura ad un'esposizione universale non si dovrebbe trascurare di dare una fotografia reale della situazione attuale. Perchè si dipingono tanti ghirigori ma si tace, per esempio, che questa città da un anno non riesce a trovare una sede per una scuola elementare islamica, o un luogo sicuro per vivere a circa 600 ROM? Si persegue invece un modello di città esclusiva, il Downtown di tanti film americani, dei tanti progetti in corso (Citylife, Santa Giulia, Portello, Garibaldi-Repubblica, etc); torri scintillanti e giardini pensili di lusso.

E perchè organizzare la manifestazione nell'unica area verde prossima all'attuale polo fieristico di Rho- Pero? Perchè consentire facili speculazioni di Cabassi o Ente Fiera? Perchè non riutilizzare strutture già esistenti? Perchè non ripiegare sugli attuali mezzi del polo fieristico e sospendere nel periodo interessato tutte le altre manifestazioni? Queste sono domande ineludibili e prive di risposta, che secondo noi rivelano la vera posta in gioco presente nell'attuale progetto di candidatura.

Infine, cosa dire onestamente del tema scelto per l'Expo?

"NUTRIRE IL PIANETA - ENERGIA PER LA VITA". In estrema sintesi: ci sembra una presa in giro.

Vorremmo sgombrare il campo da un'equivoco: pensiamo che il Nord del mondo non debba affatto nutrire il pianeta. Non dobbiamo vendere i nostri modelli. Dobbiamo semplicemente permettere al mondo di nutrirsi da solo.

Il fallimento delle politiche delle organizzazioni a livello internazionale, FAO, FMI, Banca Mondiale, WTO, riguardanti la cancellazione o riduzione della fame nel mondo è sotto gli occhi di tutti. Siamo la prima generazione ad essere in possesso di strumenti e mezzi per debellare la fame e la povertà nel mondo e, nonostante questo, il divario tra paesi ricchi e poveri aumenta sempre più ogni anno, come dimostrano i rapporti dell’UNDP ( Programma Delle Nazioni Unite) sullo sviluppo umano.

Nel mondo, due miliardi e 800 milioni di persone vivono con meno di due dollari al giorno (pari ai sussidi che riceve quotidianamente dai governi ogni mucca occidentale) e 852 milioni soffrono la fame. Le persone malnutrite sono in aumento. Ogni anno, 5 milioni di bambini muoiono di fame. Nel mondo, 2 miliardi di persone ogni anno si ammalano per mancanza di acqua pulita e 2 milioni ne muoiono. Un miliardo e mezzo di persone subisce le conseguenze della privatizzazione dell’acqua.

Pensiamo che questi siano i risultati delle politiche delle Organizzazioni Mondiali, ma soprattutto il risultato del nostro modello di sviluppo, i risultati del libero mercato.

Notiamo che nel programma dell’Expo, purtroppo, non si legge nulla al riguardo: nessuna critica al modello agro-alimentare fin qui seguito; nessuna critica all’imposizione delle monoculture che impoveriscono il suolo e affamano milioni di contadini; nessuna critica all’impiego nell’agricoltura di Organismi Geneticamente Modificati, di sementi ibride che spegneranno la biodiversità.

L’Expo, come si legge nel programma, si configura come un luogo dove le multinazionali potranno tranquillamente tornare all’attacco per esporre i vantaggi degli OGM e farci credere che sono un mezzo per lottare contro la fame nel mondo.

Ma la fame nel mondo non è legata principalmente alla scarsa resa dei terreni e dei semi, bensì alle sovvenzioni all’agricoltura in Europa e negli USA che consentono massicce esportazioni di alimenti dal Nord del mondo verso i paesi più poveri; direttive che hanno l'effetto principale di buttare fuori dal mercato le economie locali, così che si arriva al paradosso per cui il riso locale costa di più di quello in arrivo dall'occidente. Il risultato è la distruzione dei mercati locali e la spinta obbligata a comprare OGM che devono essere comprati ogni anno, mentre i semi naturali posso essere ripiantati. Questo è stato finora l’atteggiamento dei Paesi ricchi e delle multinazionali, il che ci sembra perfettamente compendiato nel titolo “Nutrire il pianeta”.

Durante l’Expo ci sarà l’esposizione della produzione elitaria dei cosiddetti prodotti tipici. Ma non dobbiamo tanto propagandare i prodotti tipici, quanto valorizzare la cultura dei contadini nostrani e dei contadini del Sud del mondo. Dobbiamo pensare a un nuovo rapporto con la terra, che lasci spazio a produzioni e consumi tipici non d’élite. Dobbiamo proporre un’offerta di cibi che diano la possibilità di acquisto diretto a prezzi ragionevoli, accompagnati da informazioni e incontri produttore/consumatore. Dobbiamo comprare soprattutto cibi che vengono dalle nostre campagne, e non cibi che hanno fatto il giro del mondo aumentando il tasso di anidride carbonica con un trasporto selvaggio.

Se Milano vuole valorizzare la propria agricoltura, ad esempio, dovrebbe far vivere e valorizzare il Parco Agricolo Sud, mettendo in pratica il Piano di Settore Agricolo e proponendo leggi per il cambio d’uso delle terre. L'esatto contrario di quanto avverrà prefigurando gli attuali scenari del progetto.

Viviamo come se avessimo tre pianeti da consumare. Se non modificheremo radicalmente i nostri comportamenti e il nostro modello di sviluppo, si prevede entro breve tempo una crisi drammatica, con un crollo della produzione di alimenti e della produzione industriale dovuto alla progressiva diminuzione delle risorse naturali. Nei paesi ricchi viviamo ampiamente al di sopra delle nostre possibilità ecologiche: il nostro benessere materiale è possibile solo a prezzo dello sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro di quei tre quarti dell’umanità che vive nel Sud del mondo. Siamo una società miope, incapace di guardare oltre se stessa e i propri immediati vantaggi, sia nel tempo, ignorando del tutto i diritti delle generazioni future, sia nello spazio, ignorando tranquillamente anche i diritti delle altre comunità umane.

Dunque, non “Nutrire il pianeta”, ma “riutilizzare”, “riciclare”, “riparare” dovrebbero essere i temi di un’Expo credibile oggi.

Anche per questo motivo vogliamo ribadire la nostra contrarietà all'attuale progetto di candidatura per ospitare l'esposizione universale del 2015 a Milano. Siamo cittadini che hanno a cuore sia lo sviluppo del territorio milanese e circostante, sia i grandi temi della fame nel mondo e delle prospettive future del nostro modello economico. Ma non crediamo che tutto questo sia neppure lontanamente rappresentato dal progetto in questione, che invece rischia di arrecare danni irreparabili alle nostre vite. Sulla base di quanto sommariamente detto, vogliamo sottolineare che dal nostro punto di vista la candidatura di Milano somiglia più ad una sciagura da evitare che ad una "grande opportunità". Nel simbolo di Leonardo, "uomo che fa girare il mondo", non vediamo la logica di uno sviluppo e di una crescita senza limiti connessa ad un'onnipotenza produttiva, e celebrata da una Grande Esposizione Universale dello scempio del territorio lombardo: ci piacerebbe invece riconoscere in questo simbolo la comunità umana che torna a partecipare attivamente al controllo del suo mondo. Quella stessa comunità che non è stata consultata per la candidatura all'Expo 2015.

[di seguito pdf allegato con tabella e illustrazioni f.b.]

Comitato No Expo - Milano – Febbraio 2008

www.noexpo.it

info@noexpo.it

Basterebbe fare una semplice operazione aritmetica - due più due uguale quattro, ad esempio - per fugare parecchi equivoci sulla caduta di Prodi e vedere l’Italia così come s’accampa davanti a chi sa vedere: nello stesso momento in cui il governo di centro sinistra è sfiduciato in una delle due Camere, l’opposizione che si prepara a tornare al potere fa quadrato attorno a personaggi del ceto politico o dell’amministrazione condannati dalla giustizia: attorno al governatore della Sicilia Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento a mafiosi e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici; attorno a Contrada, condannato definitivamente a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; attorno a chiunque chieda che il politico o l’alto funzionario dello Stato non sia, come ogni cittadino, imputabile quando infrange la legge. Cuffaro ieri si è dimesso ma Casini insiste ad accusare gli «sciacalli» che avrebbero screditato un’onesta persona.

Questa è l’evidenza matematica che abbiamo di fronte: nell’Italia che sta richiamando Berlusconi ai comandi non ci si fida di Prodi ma ci si fida di Cuffaro, di Contrada, di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata. Non ci si fida di Prodi, ma si fa capire a Mastella che la magistratura, caso mai dovesse giungere a un giudizio negativo sul suo operato in Campania, non avrà l’autonomia per farlo. Quando si parla di tramonto del prodismo e di una scommessa invecchiata e morta conviene tenere a mente questa realtà, limpida e ben visibile. Quel che viene offerto oggi agli italiani non è un nuovo che caccerà il vecchio, non è la fine dello spadroneggiare dei partiti sulla cosa pubblica, come chiesto da tanti cittadini. I partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso. Di questa restaurazione Berlusconi è principe, e tutto quel che ha detto nell’ultimo decennio sul teatrino della politica si copre di polvere e frana. Il teatrino è imperante, e quel che vediamo non è quel che appare. Prodi non è riuscito a imporre il nuovo, ma nuovo resta pur sempre quel che ha proposto e tentato. L’aura di novità abbandona Berlusconi e quel che propone è in realtà il vecchio.

Anzi è vecchissimo. Poco prima del voto al Senato, il capo dell’opposizione fece capire che se Prodi avesse ottenuto la fiducia in ambedue le Camere, lui si sarebbe appellato alle Piazze. Bossi ha rincarato la dose assicurando che quelle piazze avrebbero «trovato facilmente le armi», per una rivoluzione. Hanno detto queste cose nell’indifferenza generale: della destra, dei leader di sinistra, di stampa e televisione, delle Istituzioni della Repubblica. Anche questo non è davvero nuovo. Nella storia recente d’Europa c’è memoria viva di tempi simili, quando si pensava che le parole non pesassero e invece pesarono: la Repubblica di Weimar aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica, questi demagoghi. Due più due non ha fatto cinque nella storia passata e non farà cinque neppure in quella che si sta tessendo, opaca ma consequenziale, sotto il nostro sguardo.

La storia presente non è tuttavia fatale, così come non lo è il futuro. A differenza del passato, il futuro che fabbrichiamo oggi è aperto a soluzioni molteplici, è libero. Ed essendo libero consente domande che sono decisive e che dunque vale la pena porsi: sono veramente nuove le politiche proposte da chi affossando Prodi assicura una sorta di palingenesi o comunque un’alternativa migliore? C’è una sinistra, c’è una destra che hanno fatto i conti con l’esperienza di centro sinistra e che avendo fatto tali conti sanno discernere una categoria politica dall’altra, e distinguere quindi tra il ritorno al potere cui anelano e il piano di governo su cui pervicacemente tacciono?

Dicono che il nuovo consiste in modifiche profonde della Costituzione, che diano più poteri all’esecutivo e diminuiscano quello dei partiti. Dicono non senza ragione che il Presidente del consiglio è fallito perché i particolarismi potenti nella maggioranza hanno corroso la sua autorevolezza, il suo governare, il suo desiderio di risanare non solo l’economia ma l’etica pubblica. Ma le forze vincenti sono ben più vecchie dei vecchi impedimenti che hanno reso così difficile il compito di Prodi e che ce l’hanno mostrato negli ultimi venti mesi così solo, come Franca Rame ha scritto con cristallina sconsolatezza sulla Stampa del 25 gennaio: «Prodi, in quel suo governo, di fatto, si è trovato come un condannato agli arresti domiciliari con manco un cane che gli portasse le arance... non l’avete mai considerato? Andavano da lui solo a imporgli, a chiedere e a ricattare. Bella gente!». Questa bella gente gli ha impedito di fare quel che si era ripromesso: una legge sul conflitto d’interessi, una legge che sottraesse le televisioni al dominio dei politici. Questa bella gente ha chiuso e chiude gli occhi davanti alla triplice violazione della Costituzione di cui Berlusconi si è reso colpevole: delegittimazione non solo dell’iniziale voto alle legislative ma anche del voto delle Camere (il ricorso alle piazze in caso di fiducia del Senato vuol dire questo); controllo dei mezzi televisivi da parte di un candidato alla guida del Paese; corruzione dei senatori come appare dalle intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Saccà, manager della Rai.

I partiti che hanno partecipato all’esperienza Prodi escono particolarmente malconci, perché più d’ogni altro si prestano all’equivoco, scambiando il vecchio per il nuovo. Cosa resta infatti del centro sinistra? Resta lui, Prodi, che si è battuto usando la forza durissima della sua testa («Sembra un ferro da stiro o il muso di un’escavatrice», scrisse Eugenio Scalfari) e che contro praticamente tutti ha deciso di contare i fedeli in Parlamento e dunque di far politica pubblica in pubblico, non nelle segrete dei partiti. Resta un’estrema sinistra, che ha fatto il tentativo di governare contro se stessa, contro il proprio istinto, che ha ripetutamente teso la corda ma sarà influenzata da un esperimento di gestione responsabile che non è stata lei a rompere.

Ma soprattutto resta il Partito democratico, che il nuovo pretende di costruirlo seppellendo l’Unione come fosse un logoro vestito di cui spogliarsi. Per la verità non si sa che partito sia, che programmi di governo abbia, che militanza vanti, che alleati cerchi. Anche in questo caso, è il potere ciò cui sembra aspirare e non il governare, e l’equivoco è esistito in fondo sin dalle primarie del 14 ottobre, che suscitarono l’adesione di più di tre milioni di cittadini ma a questi cittadini non chiarì, per l’occasione, né quale fosse il programma né quale fosse la politica di alleanze. Chiarì che Veltroni sarebbe stato il leader, creò innanzitutto una personalità, alla maniera berlusconiana. Il 19 gennaio, a Orvieto, Veltroni ha poi detto che il suo partito «correrà da solo alle prossime elezioni», e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi). Per suggerire che cosa, anch’egli, che non sia il vecchio, e cioè un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà? In una lettera a Repubblica, il 2 settembre 2006, l’odierno segretario citò Tahar Ben Jelloun: «I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti». Il libro da cui sono tratte queste parole è un romanzo, Creatura di sabbia. Ma la politica non è letteratura, e nel libro è scritto anche questo: «Nella vita bisognerebbe poter avere due facce... sarebbe bene averne almeno una di ricambio. Oppure, e questo sarebbe ancora meglio, non avere nessuna faccia, semplicemente... essere solo delle voci.. un po’ come i ciechi». Può darsi che Veltroni ce la faccia, ma grande è il rischio e strana la velleità di sconfitta che lo anima: lui avrà insegnato al partito democratico i vizi della prima repubblica, mentre Berlusconi continuerà a battersi con vaste alleanze tipiche del bipolarismo.

C’è un passaggio nel discorso di Prodi al Senato, che vale la pena rimeditare: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica al potere politico». È un passaggio che nessuno a sinistra ha fatto proprio, e non stupisce oltre misura. I partiti riprendono il potere, e presentano tutto questo come Nuovo che avanza. Ma i partiti sono come gli Stati nazione: la loro forza sovrana è del tutto fittizia. Un partito che decide di correre da solo e poi di allearsi con chi vuole è un partito in costante metamorfosi coatta, non è sovrano, è più che mai prigioniero delle forze extraparlamentari (mezzi di comunicazione, istituti di sondaggio, potentati non eletti) che hanno voluto la fine di Prodi.

La parola «popolo delle primarie» non significa niente; se non significa nulla non ha poteri. È un’illusoria figura. Immagino che la stragrande maggioranza degli elettori di Veltroni lo sappia: la loro forza, i loro diritti-doveri, il loro peso, sono infinitamente più insignificanti del peso e dei diritti che nei vecchi tempi avevano gli iscritti, figura scomparsa nel vocabolario del Pd. Chi ha forza sono i poteri che perdurano nonostante il voto, sono le Piazze sempre di nuovo invocate, sono gli uomini con capacità di dominio sui telegiornali, e sono, non per ultimi, i politici decisi a riconquistare l’impunità che per un breve lasso di tempo hanno visto minacciata.

L’emergenza rifiuti in Campania e tutto ciò che si sta accompagnando in questi giorni a contorno, inducono alcune riflessioni.

Una prima riflessione riguarda la virulenza con cui si è affrontata questa emergenza, solo in piccolissima parte da rubricare come ‘protesta civile delle popolazioni coinvolte’. Protesta che comunque andrebbe letta in modo assai critico perché di civile in questi cumuli di immondizia non c’è praticamente nulla. I protagonisti di questa virulenza sono stati gruppi di giovani che sembrerebbero pagati dalla camorra a Napoli, prezzolati per fomentare disordini a Cagliari. Ma non è ben chiaro ancora da chi. Ciò che accomuna questi giovani è la violenza come modalità espressiva principale, per lo più praticata in gruppo. Oggi il pretesto della violenza è la questione dei rifiuti, ieri lo è stato il risultato di una competizione sportiva, e domani chissà che altro. Il punto è che questi giovani per esistere sembra che non abbiano nient’altro che usare comportamenti distruttivi che, talvolta, si trasformano tragicamente in autodistruzione. Qual è l’identità di questi giovani? Dagli arresti effettuati, sembrerebbero giovanissimi, per così dire vecchie conoscenze senza arte, cultura e mestiere. Su quelli che commettono reati l’intervento deve essere ovviamente penale; ma sugli altri, quelli più deboli e che vengono trascinati dal gruppo, forse vanno pensati interventi mirati soprattutto in termini di recupero sociale. La politica dovrebbe usare molta cautela quando inasprisce il confronto, non tanto nei contenuti quanto nei toni e nell’uso delle parole, perché è molto facile che diventino pretesto di reazione in ambienti dove prevalgono forme tribali e subculturali Questi giovani mi riportano alla mente l’omicidio di Marotto che ho sempre pensato compiuto ad opera di mani giovani. Balordi come quelli di Cagliari. Ma c’è una differenza di fondo: i giovani di Cagliari che delinquono usano pietre, grate di ferro, molotov; mentre in molti dei nostri paesi dell’interno, come è il recente caso di Orgosolo, i giovani che delinquono usano armi da fuoco non per far ( semplicemente) del teppismo ma per uccidere.

Una seconda riflessione riguarda la penosa deresponsabilizzazione dei politici che, più di altri, in questi ultimi 15 anni hanno governato Napoli e la Campania. Mi riferisco esplicitamente a Sassolino, alla Iervolino e alle classi dirigenti complessivamente intese che hanno manifestato una totale mancanza di senso autocritico su come hanno operato in questi anni. Perché una cosa è certa: i cumuli di rifiuti nelle strade di questa regione sono l’esito di una politica incapace, quando non corrotta o collusa con la criminalità. Lo confesso, per la prima volta mi sono ritrovata d’accordo con le parole schiette del ministro Di Pietro. Al contrario il presidente Soru si è accollato la responsabilità di condividere l’emergenza campana, accogliendo in Sardegna una piccola parte di rifiuti. Lo ha fatto in solitudine mentre, da vetero parlamentarista e molto poco presidenzialista, sono convinta che anche in situazioni di emergenza vanno attivati i processi decisionali della democrazia. Ma non è su questo che voglio ora soffermare la mia attenzione, ma sul fatto che la scelta di condivisione di Soru non sia da definire un atto altruistico, oneroso per la Sardegna e da taluni definito folcloristicamente dipendente dall’Italia. Credo più semplicemente che lo abbia fatto perché ciò che accade a Napoli riguarda direttamente anche tutti noi, così come ciò che accade ai nostri territori dovrebbe riguardare le altre parti d’Italia. Non per astratto e banale buonismo, bensì essenzialmente per ragioni di senso di appartenenza al nostro Paese e anche per ragioni utilitariste. In merito a queste ultime, ipotizziamo per un attimo che la Campania venga lasciata sola a gestire l’emergenza rifiuti. E supponiamo anche che scoppi un’epidemia. Qualcuno può pensare che l’eventuale epidemia rimanga confinata nei ristretti confini amministrativi della Campania? Ciò non accadeva neppure nel Medioevo, figuriamoci oggi, quando è sufficiente che un aereo faccia la tratta Napoli-Roma-Olbia per portare in un baleno virus e batteri, che siano di origine campana o sarda è del tutto irrilevante. Il mio esempio non è catastrofista, d’altra parte non lo sono neppure per carattere, ma è ormai abbondantemente acquisito, sotto il profilo culturale e sociale, che basta un battito d’ali di una farfalla in Cina per determinare un uragano dall’altra parte del mondo.

Una terza riflessione riguarda gli amministratori locali dei territori sardi. Se riesco a cogliere tutte le ragioni strumentali dell’opposizione - pur non comprendendo le aggressioni verbali, i toni alti e gli attacchi personali -, non posso invece comprendere la chiusura di quegli amministratori del centro-sinistra ad accogliere i rifiuti campani. Mi riferisco in particolare a quelli del nord-Sardegna. Più che a ragioni di preoccupazione ambientale, questa chiusura sembra essere suggerita da fatti interni al nascente partito democratico, quando non a paure di perdere consensi. Credo che il valore di un politico (riferito al maschile e al femminile) si misuri essenzialmente su due elementi: la capacità di fare delle cose buone per i territori che amministra; la capacità di fare le scelte giuste anche quando queste scelte possono ridurne la sua popolarità. Questi amministratori, per il momento, hanno evaso la seconda opzione, ma soprattutto, hanno dimostrato di non possedere quel senso della comunità che invece è sempre stata una caratteristica culturale della sinistra.

Leggo sul “Tirreno” del 25 che l’assessore regionale Riccardo Conti ha definito, bontà sua, le Soprintendenze “non attrezzate culturalmente” per affrontare i problemi della pianificazione del territorio e del paesaggio. Mentre lo sono le Regioni che, avuta la competenza urbanistica e paesaggistica nel 1977, per otto anni si disinteressarono della seconda costringendo il Parlamento a varare la legge Galasso poi disattesa dalle Regioni medesime (per poi sub-delegare ai Comuni coi risultati che si vedono, a occhio nudo).

Leader in Parlamento fu un certo Giulio Carlo Argan che, si sa, non era “attrezzato culturalmente”. Ma nell’articolo c’è di peggio, nel senso che viene riferita l’opinione del presidente dell’INU, Oliva, il quale dice in sostanza che le Soprintendenze non sono adeguate perché costituite nel 1939, da Bottai, cioè in pieno fascismo. Abbiamo conosciuto, per fortuna, altri presidenti dell’INU, che si chiamavano, per esempio, Edoardo Detti, il quale non avrebbe mai commesso un simile clamoroso errore. Le Soprintendenze furono infatti create nel 1904, in piena era giolittiana, cioè in uno dei momenti più alti del riformismo italiano. Quanto a Bottai, ebbe l’intelligenza politica di prendere le due leggi, la Rosadi sul patrimonio storico-artistico (1909) e la Croce sulle bellezze naturali (giugno 1922, prima della marcia su Roma), riverniciarle con un po’ di centralismo in più e riproporle.

Se sono durate fino agli anni 80-90 dovevano essere proprio ben fatte. Difatti risalivano nella struttura al miglior riformismo. Non al pseudofederalismo in cui stiamo precipitando grazie anche ai pasticci inverecondi del Titolo V della Costituzione varato per compiacere la Lega Nord. Ma che tristezza.

L'autore è Presidente del “Comitato per la Bellezza”

Le modifiche riguardano sia la parte Beni culturali sia la parte Paesaggio.

Queste le maggiori novità.

Beni Culturali

- più efficace coordinamento tra disposizioni comunitarie, accordi internazionali e normativa interna per assicurare il controllo sulla circolazione internazionale dei beni appartenente al patrimonio culturale specificando che questi non sono assimilabili a merci;

- conferma della disciplina della Convenzione Unesco del 1970 sulla illecita esportazione dei beni culturali e sulle azioni per ottenerne la restituzione;

- salvaguardia del patrimonio culturale immobiliare di proprietà pubblica nell’ipotesi di dismissione o utilizzazione a scopo di valorizzazione economica mediante il ripristino dell’impianto normativo del DPR n. 23 del 2000 (cosiddetto Decreto Melandri) allo scopo di scongiurare la dispersione di immobili pubblici di rilevanza culturale e previsione di una clausola risolutiva automatica degli atti di dismissione per il caso di mancato rispetto delle nuove regole. Le modifiche tendono pertanto a porre riparo agli effetti all’epoca tanto contestati della normativa Urbani sulla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico.

Paesaggio

Le modifiche alla parte Terza del Codice riguardante il paesaggio muovono dalla considerazione, di recente ribadita dalla Corte Costituzionale con sentenza 14 novembre 2007 n. 367, che il paesaggio è un valore “primario e assoluto” che deve essere tutelato dallo Stato prevalente rispetto agli altri interessi pubblici in materia di governo e di valorizzazione del territorio.

Partendo da questo presupposto le novità introdotte dal provvedimento rafforzano la tutela del paesaggio a vari livelli:

- definizione di paesaggio. Sulla scorta dei principi espressi dalla Corte Costituzionale è stata formulata una nuova definizione di “paesaggio” adeguata ai principi della Convenzione Europea ratificata nel 2004 nonchè alle finalità di tutela del Codice.

- pianificazione paesaggistica. Viene ribadita la priorità della pianificazione come strumento di tutela e di disciplina del territorio. Pur rientrando la redazione del piano tra le competenze delle regioni è riconosciuta al Ministero dei beni culturali la partecipazione obbligatoria alla elaborazione congiunta con le regioni di quelle parti del piano che riguardano beni paesaggistici (vincolati in base alla Legge Galasso o in base ad atti amministrativi di vincolo). Ciò dovrebbe servire a stabilire fin da principio delle regole certe e univoche dalle quali non possono sottrarsi gli strumenti urbanistici e gli atti di autorizzazione alla realizzazione di interventi sul paesaggio. La finalità è anche quella di eliminare, data la certezza delle regole, un inutile e attualmente cospicuo contenzioso sulle autorizzazioni richieste attualmente in base all’insussistenza di regole.

- autorizzazione degli interventi sul paesaggio. Attualmente le Soprintendenze rivestono un ruolo marginale essendogli consentito un mero controllo di legittimità successivo sull’autorizzazione rilasciata dai comuni. Col nuovo Codice le Soprintendenze dovranno emettere un parere vincolante preventivo sulla conformità dell’intervento ai piani paesaggistici ed ai vincoli così rafforzando la tutela del paesaggio.

Nel senso della semplificazione e della accelerazione del procedimento amministrativo viene abbreviato il termine che le Soprintendenze hanno a disposizione per emettere il parere, portato da sessanta a quarantacinque giorni. Scaduto tale termine, viene indetta una conferenza di servizi nell’ambito della quale il soprintendente ha ancora 15 giorni per emettere il proprio parere. In mancanza, decide la regione o il comune delegato. Infine, la delegabilità ai comuni del potere di autorizzazione è limitata ai casi in cui i comuni dispongano di adeguati uffici tecnici ed assicurino la separazione tra gli uffici che valutano gli aspetti urbanistici e quelli che valutano gli aspetti paesaggistici;

- revisione dei vincoli. Viene introdotto l’obbligo di rivedere entro un anno i vincoli esistenti, allo scopo di specificare le regole che devono essere osservate in virtù del vincolo (inedificabilità assoluta, ovvero edificabilità entro limiti e con prescrizioni precise e certe);

- demolizioni. Viene prevista l’istituzione di un’apposita struttura tecnica presso il MIBAC incaricata di assistere i comuni e di intervenire quando necessario direttamente, per la demolizione degli ecomostri. La disposizione va letta congiuntamente con la disposizione contenuta nella Legge finanziaria 2008 (art. 2, comma 404 e 405) che stanzia 15 milioni di Euro all’anno a partire dal 2008 per gli interventi di recupero del paesaggio.

il manifesto

Suicidio politico

Gabriele Polo

Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l'onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.

Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell'Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica - frutto di una legge elettorale inguardabile - che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l'eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori - badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell'elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.

Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l'alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un'opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti

la Repubblica

Così muore il centrosinistra

di Ezio Mauro

Nemmeno due anni dopo il voto che ha sconfitto Berlusconi e la sua destra, Romano Prodi deve lasciare Palazzo Chigi e uscire di scena, con il suo governo che si arrende infine al Senato dove Dini e Mastella gli votano contro, dopo una settimana d’agonia. È lo strano – e ingiusto – destino di un uomo politico che per due volte ha battuto Berlusconi, per due volte ha risanato i conti pubblici e per due volte ha dovuto interrompere a metà la sua avventura di governo per lo sfascio della maggioranza che lo aveva scelto come leader. Con Prodi, però, oggi non finisce soltanto una leadership e un governo, ma una cultura politica – il centrosinistra – che tra alti e bassi ha attraversato gli anni più importanti del nostro Paese, segnando la storia repubblicana.

Ciò che è finito davvero, infatti, è l’idea di un’ampia coalizione che raggruppi insieme tutto ciò che è alternativo alla destra, comunque assemblato, e dovunque porti la risultante. Prodi è morto politicamente proprio di questo. È morto a destra, per la vendetta di Mastella e gli interessi di Dini, ma per due anni ha sofferto a sinistra, per gli scarti di Diliberto, Giordano e Pecoraro, soprattutto sulla politica estera. Mentre faceva firmare ai leader alleati un programma faraonico e velleitario di 281 pagine e un impegno di lealtà perfettamente inutile per l’intera legislatura, Prodi coltivava in realtà un’ambizione culturale, prima ancora che politica: quella di tenere insieme le due sinistre italiane (la riformista e la radicale), obbligandole a coniugare giustizia e solidarietà insieme con modernità e innovazione, in un patto con i moderati antiberlusconiani. Quell’ambizione è saltata, o meglio si è tradotta talvolta in politica durante questi due anni, mai in una cultura di governo riconosciuta e riconoscibile.

I risultati positivi di un governo che ha rovesciato il proverbio, razzolando bene mentre continuava a predicare male, non sono riusciti a fare massa, a orientare un’opinione pubblica ostile per paura delle tasse, spaventata dalle risse interne alla maggioranza, disorientata dalla mancanza di un disegno comune capace di indicare una prospettiva, un paesaggio collettivo, una ragione pubblica per ritrovare il senso di comunità, muoversi insieme, condividere un percorso politico. Anche le cose migliori che il governo ha fatto, sono state spezzettate, spolpate e azzannate dal famelico gioco d’interdizione dei partiti, incapaci di far coalizione, di sentirsi maggioranza, di indicare un’Italia diversa dopo i cinque anni berlusconiani: ai cittadini, le politiche di centrosinistra sono arrivate ogni volta svalutate, incerte, contraddittorie e soprattutto depotenziate, come se la rissa interna – che è il risultato di una mancanza di cultura comune – avesse succhiato ogni linfa. Ancor più, avesse succhiato via il senso, il significato delle cose.

Fuori dal recinto tortuoso del governo, la destra non ha fatto molto per riconquistarsi il diritto di governare. Le sue contraddizioni sono tutte aperte, e la crisi della sinistra regala a Berlusconi una leadership interna che i suoi alleati ancora ieri contestavano. Ma la destra, questo è il paradosso al ribasso del 2008, è in qualche modo sintonica e addirittura interprete del sentimento italiano dominante, che è insieme di protesta e di esclusione, forse di secessione individuale dallo Stato, probabilmente di delusione repubblicana, certamente di solitudine civica. Nella grande disconnessione da ogni discorso pubblico, che è la cifra nazionale di questa fase, il nuovo populismo berlusconiano può trovare terreno propizio, perché salta tutte le mediazioni, dà agli individui l’impressione di essere cercati dalla politica e non per una rappresentanza, ma per una sintonia separata con la leadership, una vibrazione, un’adesione, ad uno ad uno. Intorno si è mossa e si muove la gerarchia cattolica, che ormai lascia un’impronta visibile non nel discorso pubblico dov’è la benvenuta, ma sul terreno politico, istituzionale e addirittura parlamentare, dove in una democrazia occidentale dovrebbe valere solo la legge dello Stato e la regola di maggioranza, che è la forma di decisione della democrazia. Un’impronta che sempre più, purtroppo, è quella di un Dio italiano fino ad oggi sconosciuto, che non si preoccupa di parlare all’intero Paese ma conta le sue pecore ad ogni occasione interpretando il confronto come prova di forza – dunque come atto politico –, le rinchiude nel recinto della precettistica e se deve marchiarle, lo fa sul fianco destro.

Un contesto nel quale poteva reggere soltanto una politica in grado di esprimere una cultura moderna, cosciente di sé, risolta, capace di nascere a sinistra e parlare all’intero Paese. Tutto questo è mancato, per ragioni evidenti. La vittoria mutilata del 2006 ha messo subito il governo sulla difensiva, preoccupato di munirsi all’interno, col risultato di una dilatazione abnorme di ministri e sottosegretari. Ma i partiti, mentre si munivano l’uno contro l’altro, si disconnettevano dal Paese. Nel loro mondo chiuso, hanno camminato a passo di veti, minacce e ricatti, indebolendo la figura dello stesso Presidente del Consiglio, costretto a mediare più che a indirizzare. Si sono sentite ogni giorno mille voci, a nome del governo. La voce del centrosinistra è mancata.

Oggi che Mastella ha firmato un contratto con il Cavaliere e Dini ha onorato la cambiale natalizia, risulta evidente che Prodi salta perché è saltato quell’equilibrio che univa i moderati alle due sinistre, e come tale poteva rappresentare la maggioranza dell’Italia contemporanea. Tuttavia, senza il trasformismo (non nuovo: sia Dini che Mastella sono ritornati infine a casa) Prodi non sarebbe caduto. Barcollando, il governo avrebbe ancora potuto andare avanti, e questa è la ragione che ha spinto il premier ad andare al Senato, per mettere in piena luce sia la doppia defezione da destra e verso destra, sia l’assurdità di una legge elettorale che dà allo stesso governo la vittoria alla Camera e la sconfitta al Senato.

Da qui partirà il presidente Napolitano con le consultazioni, nella sua ricerca di consolidare un equilibrio politico e istituzionale che ritrovi un baricentro al sistema e al Paese. Il Capo dello Stato dovrà dunque tentare, col suo buonsenso repubblicano, di correggere queste legge elettorale prima di riportare il Paese al voto. La strada è quella di un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato Marini, formato da poche personalità scelte fuori dai partiti, sostenuto dalle forze di buona volontà per giungere al risultato che serve al Paese. Riformare la legge elettorale, e se fosse possibile, riformare anche Camera e Senato, cambiando i regolamenti, riducendo il numero dei parlamentari, correggendo il bicameralismo perfetto. Un governo non a termine, ma di scopo. Che può durare poco, se i partiti sono sinceri nell’impegno e responsabili nelle scelte, col Capo dello Stato garante del percorso e dell’approdo.

Berlusconi è contrario a questa soluzione perché vuole votare al più presto, con i rifiuti per strada a Napoli (altra prova tragica d’impotenza del centrosinistra, locale e nazionale), con piazza San Pietro ancora calda di bandiere papiste, con il volto di Prodi da esibire in campagna elettorale come un avversario già battuto, in più in grado di imbrigliare l’avversario vero, che è da oggi Walter Veltroni.

E qui si apre una partita decisiva, per il Paese che ha bisogno di governabilità, stabilità, di un rapporto sano e corretto tra cittadini, partiti e istituzioni, anche attraverso una legge elettorale che restituisca agli elettori il potere effettivo di scelta, e ristabilisca una relazione di mandato tra gli eletti e gli elettori. Ma la partita è decisiva anche per le sorti della sinistra, che col governo rischia di smarrire se stessa.

Le due sinistre potranno allearsi in futuro, ma oggi con ogni evidenza si separano. Rifondazione vuole riprendere la sua libertà di movimento e col movimento. I riformisti vogliono tentare la sfida del governo, provando a parlare all’intero Paese, attraverso il Partito Democratico che si presenterà da solo alle elezioni, contro Berlusconi. Questa soluzione è l’unica che ha una possibilità espansiva, dall’abisso in cui si trova oggi la sinistra italiana, dopo la sconfitta di Prodi. È una carta che va giocata, che può cambiare da sola il quadro politico, che rappresenta non solo una novità ma una innovazione: ma che nello stesso tempo può essere depotenziata fino alla rovina dalla capacità di conflitto intestino della sinistra italiana, se importerà dentro il Pd le risse di coalizione che hanno distrutto l’Unione e il governo Prodi. Già si vedono le avvisaglie: l’Unione contro la solitudine, l’alleanza contro il leaderismo e infine e soprattutto l’Ulivo contro il Pd, in una contrapposizione che sarebbe distruttiva.

Tocca a Prodi, che tutto il Paese oggi dovrebbe salutare come un galantuomo, comportarsi da leader anche nella sconfitta, aiutando il Pd che ha fondato a rendersi autonomo nelle sue strategie, e a compiere la sua strada e il suo destino. Tocca a Veltroni, in caso di ostacoli da parte dei vecchi potentati, strappare in avanti, rivolgendosi a chi lo ha votato, i cittadini delle primarie. Non c’è altra strada per chi deve prendere atto che il centrosinistra ha fallito, ma pensa che non è il Berlusconi III, quattordici anni dopo, la ricetta contro il declino dell’Italia.

l’Unità

Per futili motivi

di Furio Colombo

Prodi esce dall’Aula con la dignità con cui era entrato mentre un’opposizione volgare e fascistoide esulta come alla fine di una brutta partita. Ma vediamo la storia della giornata dall’inizio.

Alle tre del pomeriggio una folla disorientata attende intorno al Senato di sapere il destino di Prodi. Uno mi dice, senza animosità e senza amicizia: «Io non so chi vince o chi perde, oggi, ma in qualunque caso non vi accorgete che non contate niente? Quelli che contano intanto stanno svuotando le Borse, stanno cambiando i prezzi, raddoppiano il costo delle case. Sono loro che comandano. Sono loro che decidono. Voi, quando va bene, siete come le piante in un corridoio, degli ornamenti, e quando va male, come oggi, vi cambiano».

C’è un po’ di confusione, un po’ di tensione. È impossibile rispondergli. Come fai a dargli torto se illustri notisti politici e addirittura intere compagini editoriali sembrano non avere notato che i conti pubblici sono in ordine e non lo erano, che le entrate fiscali sono robuste, e non lo erano, che contratti come quello dei metalmeccanici che poteva spaccare il Paese, sono stati firmati?

È vero, conta poco la politica senza l’opinione pubblica e conta poco l’opinione pubblica senza la televisione e la stampa. E aiutano poco la televisione e la stampa se diventano, per comodità e per progetto, la casa del conflitto, il luogo di scontro dei politici trasformati in gladiatori invece che il crocevia in cui si incontrano i portatori di opinioni diverse e le spiegano in modo chiaro e senza condurre un continuo gioco al massacro.

Una ragione il mio interlocutore tra la folla intorno al Senato ce l’ha: una brutale tempesta economica, una sorta di si salvi chi può, imperversa nel mondo e sbatte contro le porte dell’edificio Italia.

L’edificio non è così debole, né così indifeso. O almeno, non lo era fino a ieri sera. Un governo, che a volte appare introverso e noioso, non ha mai smesso l’ingrato impegno intrapreso di mettere in ordine la casa dell’economia.

La tempesta che si sta scatenando nel mondo ci avrebbe trovato, almeno, con le porte sorvegliate. C’è differenza fra congiunture difficili e momenti di rischio totale. Il mio interlocutore fuori dal Senato, che ha fatto anche un elenco di nomi di coloro che, in Italia, decidono il nostro futuro invece dei politici, non sa che adesso stanno per avere le mani molto più libere. Le hanno avute per i cinque hanni in cui ha governato Berlusconi e si è ammassato di tutto, dall’immondizia (la crisi inizia proprio nel 2001) al debito, dallo sperpero delle risorse ai condoni fiscali (in modo da avere le entrate tributarie più basse della storia italiana). Ma niente è successo di cui si possa dire: ecco, comincia qualcosa di nuovo.

D’accordo, questo governo è quasi afasico, e in un’epoca in cui le comunicazioni contano al punto da essere continuamente alterate e taroccate, non è un problema da poco. E tuttavia, nonostante il buon lavoro di 20 mesi (vedi il Financial Times e il Wall Street Journal) il governo che ha chiuso il buco e incassato le tasse, sta cadendo.

Una volta entrato nell’aula del Senato mi accorgo, ascoltando, che cade - in un momento molto grave nel mondo - per futili motivi. Fate l'elenco di coloro che fanno mancare il voto al Governo di Prodi e avete una immagine più squallida del non dimenticato evento del 1998, non sto parlando di Calderoli e Castelli. Quella è gente che preannuncia la rivoluzione e fa sapere che sta cercando le armi. Continuiamo pure, per salvare l'immagine del Paese, a far finta di credere che siano compagnoni scherzosi invece di un serio pericolo per le questure. Ma questo è il loro livello e il loro mestiere: una politica che ha le impronte - già debitamente schedate - del deputato Borghezio.

Non sto parlando dei discorsi finto-dolenti e finto-decenti delle varie componenti della Casa delle Libertà che - gira gira - gravitano sempre, tutte, verso il vulcano spento di Berlusconi. Sto parlando dei futili motivi di Mastella che si vendica su Prodi per le presunte offese fatte alla moglie. Sto parlando dei Senatori di Mastella, che litigano a rischio infarto per l'onore della moglie di Mastella, come in un film di Germi.

Sto parlando di Lamberto Dini. Su quale palcoscenico recita? In quale dramma? Con quale ruolo? Per quale pubblico? Quando dice «noi» visto che il suo partito sono tre e uno non lo segue e l'altro non partecipa al voto, di quale «noi» sta parlando? Forse le sue ragioni non sono così futili, ma niente, tranne il no è trapelato del suo discorso, niente è trapelato che si possa eventualmente citare in una nota, carattere corsivo a piè di pagina, in un libro di storia.

Poi c'è lo scampanio della sinistra-sinistra. Impegna il suo prestigio, che non è da poco, nell'accusare come unico vero nemico il Partito democratico. Possibile che persone di grande, indiscutibile esperienza politica guardino il mondo dalla feritoia stretta di una rivalità occasionale, mentre qui cade un governo che sembra «fare poco per il lavoratori» ma - nel drammatico dopo - lascerà un rimarchevole vuoto e un pauroso sbandamento a destra, la destra economica che decide? In una cosa hanno ragione. In tanti - anche nella maggioranza che finisce adesso - hanno lamentato la palla al piede della sinistra, e preannunciato mille volte la caduta del governo per colpa e azione malevola della sinistra. E invece sono sfilati, a uno uno, tutti i «volenterosi» di destra della maggioranza che finisce.

E, a uno a uno, per futili motivi e per non sempre chiare ragioni private, hanno offerto, la loro mano ben tesa a Berlusconi, hanno bruscamente voltato le spalle a chi aveva dato loro uno spazio politico che - spiace per loro - non avranno mai più. Alla fine, nel brutto show, torna a farsi avanti, sia pure con esuberanza un po' consumata, il corpo di ballo della compagnia Berlusconi. Arriva fino al punto da stappare bottiglie in aula come in una festa un po’ volgare delle matricole ricordando sempre che, «prima di tutto viene il rispetto per le istituzioni».

È una replica triste e dobbiamo domandarci che cosa abbiamo fatto per meritarcela. Nota bene. Tutto ciò avviene esattamente come e quando aveva predetto Berlusconi. Bisogna riconoscere un po’ di ragione alla persona che mi ha fermato fuori dal Senato: il potere dei soldi fa miracoli.

colombo_f@posta.senato.it

Facile dire che non inanella colpi di scena come l’ipercitato Codice da Vinci, ciononostante la rivisitazione del Codice dei beni culturali voluta dal ministro Rutelli e coordinata dal presidente del consiglio superiore Settis riserva qualche sorpresa di peso, a una prima lettura.

A partire dal paesaggio, si può sintetizzare che Rutelli corregge Urbani.

Che ora risponde con più chiarezza a una concezione unitaria per l’intero Paese. Ad esempio, se una Regione approva un piano paesistico, sarà più difficile «infilare» localmente interventi urbanistici che da quel programma svicolano: questo è importante, poiché in Italia è grazie a modifiche a posteriori che spesso uno scempio bloccato alla porta rientra dalla finestra. Il documento su come gestire e difendere il patrimonio artistico è pronto. Sorti governative permettendo, dovrebbe andare nel primo consiglio dei ministri utile prima di passare al parere delle commissioni competenti di Camera e Senato. In quanto modifica di un decreto legislativo il testo non deve attraversare l’aula del Parlamento e cambia l’ultima versione del famoso Codice Urbani approvata il 2 marzo 2006 (quella già priva, per chiarire, dell’originaria e devastante norma del «silenzio-assenso» sulla vendita di beni).

Nella sua gestazione, il documento, lungo quasi 100 cartelle, ha visto alcune Regioni opporre resistenza su alcuni passaggi su tutela e salvaguardia, resistenza alla quale Settis si è però a sua volta opposto. Il Codice conta 184 articoli.

Sul paesaggio (o «beni paesaggistici »), il clou parte dal 131. Urbani aveva saputo inserire il paesaggio in modo più organico tra i beni culturali, ma alle poche striminzite e insufficienti righe di articoli, come il 131, la versione 2008 non allunga il brodo bensì puntualizza, ne estende la concezione. Su un punto-chiave il testo chiarisce che è lo Stato a definire «in via esclusiva» la tutela paesaggistica e che entro i limiti di questa definizione le Regioni devono stare. Inoltre la tutela non serve solo a «riconoscere e salvaguardare» ma anche «ove necessario a recuperare i valori culturali che esso esprime». Dove la chiave di volta è il verbo «recuperare» poiché indica che eventuali disastri non sono flagelli ineluttabili bensì vanno riparati (aiuterà qui ricordare che il governo Prodi ha dato a Rutelli 15 milioni di euro per demolire abusi edilizi in zone di pregio).

Saltellando di poche righe, con l’articolo 135 i piani paesaggistici e di competenza delle Regioni estendono la salvaguardia, oltre che ai siti scelti dall’Unesco, ai «paesaggi rurali» e non solo alle «aree agricole»: un concetto sicuramente più vasto.

Ancora: quei piani che spettano alle Regioni e - altra aggiunta - che«si riferiscono all’intero territorio considerato», devono stabilire criteri e limiti con cui si può costruire qualcosa, poi devono anche riqualificare «aree compromesse o degradate».

Il Codice Rutelli-Settis quindi insiste su una filosofia nuova: un guasto si può (e si deve) riparare. Qualche altra innovazione: una cosa «di interesse pubblico», una volta parte integrante del piano paesistico, non può essere rimossa né modificata; città, aree metropolitane ed enti quando fanno una pianificazione urbanistica devono adeguarla al piano paesaggistico della Regione; e ancora, quel piano non può essere cambiato se il mutamento fa a pugni con le prescrizioni di tutela che il piano stesso contiene.

Non è chiaro viceversa perché, mentre i centri storici entrano nelle aree di forte interesse pubblico, quelle archeologiche vi vengano estromesse. L’articolo146 chiarisce bene e con forza che nessun privato può toccare alcunché, anche di suo, se non ottiene l’autorizzazione.

Qualche perplessità può suscitarla la scansione dei tempi: il/la soprintendente deve dare il parere entro 45 giorni e non più 60. Però se il giudizio non arriva non scatta un «silenzio-assenso »: servono altri 15 giorni e alla fine la palla passa alla Regione. C’è molto altro, naturalmente (come un riconoscimento al ruolo dei disabili). Uno dei pochi ad aver letto il Codice rivisitato, il segretario nazionale sui beni culturali della Uil Cerasoli, intanto esprime «una prima valutazione positiva con la speranza che tutti i soggetti coinvolti lo applichino».

Che cosa sta facendo precipitare la crisi di governo: la monnezza di Napoli, il caso Mastella, il riproporsi del conflitto fra politica e legalità, l'incidente della visita mancata del papa alla Sapienza col seguito al rialzo dell'Angelus in Piazza San Pietro domenica e del proclama di Bagnasco ieri, l'imprudente annuncio di Walter Veltroni sul Pd che correrà da solo nell'arena elettorale, i contorcimenti ripetuti di Lamberto Dini e compagni, la delusione diffusa per l'azione del governo Prodi, le fotografie impietose dello stato del paese firmate Censis, New York Times, Financial Times? Tutti questi fattori uno dopo l'altro e uno sull'altro, si dirà ed è vero. Ma c'è un massimo comun denominatore fra tutti, ed è il collasso della politica che si è palesato in una settimana di fuoco, fra il conflitto con la magistratura reinnescato dal caso Mastella da un lato e il conflitto con la Chiesa inscenato dall'ondata (e dal senso comune) teocon-teodem dall'altro. La politica collassa in questa doppia morsa. Sull'una e sull'altra, al di là delle apparenti ripetizioni di film già visti, c'è di che riflettere.

Sul versante del duello fra ceto politico e magistratura, che per quanto sembri l'ennesima replica di una soap in onda da quindici anni è arrivato, fra Ceppaloni e Montecitorio, a un livello di drammatizzazione mai visto in precedenza, nemmeno sotto la monarchia di Berlusconi. Mai s'era visto infatti un attacco di tale entità alla magistratura sferrato dal guardasigilli in persona (col plauso dell'aula); e mai la magistratura era apparsa insieme tanto necessaria quanto insufficiente a combattere una corruzione e un malcostume politico che travalicano ogni definizione di reato, e procedono piuttosto da un completo sfarinamento dell'etica pubblica e da un compiuto processo di privatizzazione della politica (l'opposto esatto della politicizzazione del personale predicata qualche decennio fa dal '68 e dal femminismo). Tutto molto simile, ma tutto molto diverso dagli anni Tangentopoli e Mani pulite: spente le speranze palingenetiche (erroneamente) attribuite allora alla «rivoluzione giudiziaria», smentito il tentativo di far accettare alla politica il dispositivo fisiologico del controllo di legalità, svanite le illusioni di rinascita (erroneamente) riposte in una «seconda Repubblica» mai nata, o nata non sul risanamento ma sulla rimozione (e la continuazione) dei guasti della prima.

Sul versante del conflitto con la Chiesa, duello in verità con un unico duellante, dato il pressoché unanime coro di scandalo levatosi a difesa del Pontefice in tutto il mondo politico (cosiddetto) laico. Qui la novità è più consistente, anche se ampiamemente annunciata dagli ultimi anni di iniziativa teocon sempre più aggressiva e lasciata prosperare senza impedimenti, senza antivirus e senza contrasti, fra attacchi all'aborto, alla procreazione assistita e alla ricerca sulle staminali, maledizioni della sessualità «deviante», invocazioni della Verità assoluta. Il salto degli ultimi giorni supera però largamente tutti questi annunci. Non si tratta più infatti di una Chiesa che va alla conquista dell'egemonia sull'etica pubblica presentandosi come unica riserva di senso in un mondo senza bussola. Si tratta di una Chiesa che scende direttamente in campo, con Ratzinger Ruini e Bagnasco, come soggetto dichiaratamente politico che dichiaratamente detta l'agenda politica mobilitando dall'alto le sue divisioni. A spese dell'autorità morale e spirituale che dovrebbe connotare la figura del Pontefice. Se Atene piange, infatti, Sparta non ride. Nella morsa che l'attanaglia la politica perde senso e autonomia, e la religione pure.

Col compiacimento di chi si sente un libero pensatore, Bruno Tabacci scandisce parole grosse, che pochi altri politici possono permettersi: «Confesso che le brutte vicende di questi giorni - i rifiuti campani, la vicenda Mastella, la condanna a Cuffaro - mi hanno messo in una condizione di grande prostrazione. Nella vicenda politica oramai c’è soltanto la violenza delle diverse bande in campo. Comincio a provare disgusto per quel che siamo diventati: l’etica pubblica si disperde, siamo diventati campioni del conflitto di interesse, che esalta il nostro personale contro quello generale». Allievo di Albertino Marcora, già presidente democristiano della Regione Lombardia negli anni della Prima Repubblica, indagato e assolto durante Tangentopoli, da anni Bruno Tabacci vive con indipendenza di giudizio la militanza nell’Udc e nel centrodestra.

Il leader del suo partito, Pier Ferdinando Casini, ha tirato un sospiro di sollievo perché il Governatore di Sicilia Totò Cuffaro non è mafioso e dunque può restare al suo posto dopo una condanna a 5 anni. Lei condivide?

«Non sono d’accordo con la sottovalutazione fatta da Casini. La mia solidarietà umana a Cuffaro è fuori discussione, ma nella mia coscienza emerge un dissenso politico per l’indifferenza con la quale si valutano le sentenze giudiziarie. Qui non stiamo parlando di un divieto di sosta».

Quale il messaggio che viene fuori dalla vicenda?

«Quello della furbizia. Non si può ridurre tutto ad uno scontro tra poteri, nel quale oltretutto non emerge un’autorevolezza della politica, capace di indicare la strada di un rinnovamento anche alla magistratura. Una politica che si erge invece a difesa della casta».

Si obietta, il processo è lungo, fatto di tre gradi...

«Non è la prima volta che si ragiona così. Anche qualche illustre banchiere si è mosso sulla linea dell’irrilevanza della condanna di primo grado. Non è un esempio».

Con questo atteggiamento minimalista, non si alimenta il qualunquismo?

«Esattamente. Così si fa crescere l’antipolitica, non ci si può assolvere da soli in un sistema democratico fondato sulla divisione dei poteri. D’altra parte il giustizialismo e la risposta della piazza all’ebbrezza del sangue e alla decapitazione delle classi dirigenti, lo conosciamo già. Solo una politica alta e credibile può spingere la magistratura a recuperare appieno il senso dello Stato».

Lo spaccato offerto dall’inchiesta Mastella non racconta una politica impicciona sino a diventare soffocante?

«Emerge un quadro nel quale è difficile distinguere tra reato e costume tra fatti penalmente rilevanti e abitudini consolidate. Si staglia la crisi di una politica arrogante che giustifica ogni corporazione e furbizia, il prevalere dell’accaparramento personale sull’etica pubblica. Non sono più le raccomandazioni di Remo Gaspari. La sanità non è per il malato, ma per chi vi opera: la politica vuole controllare la sanità per controllare i bisogni dei cittadini nella debolezza della loro salute e condizionarne le scelte».

Nel Mezzogiorno l’etica pubblica fatica da decenni, ma al Nord la politica è davvero così disinteressata?

«Anche al Nord accadono certe cose e nella stessa Lombardia non è che i Formigoni ci vadano leggeri».

Se lei distingue le fasi del processo, non se la sente di rimproverare il segretario del suo partito, Lorenzo Cesa, o il collega di partito Cosimo Mele che sono ancora «a monte»...

«Non ho lesinato le critiche quando, nel venir meno dell’etica pubblica, poi si giustifica tutto».

Mastella che si è dimesso è meglio di Cuffaro?

«Dopo il suo intervento alla Camera, ho stretto la mano a Mastella e gli ho detto: “Dai subito dimissioni irrevocabili”. Lui mi ha risposto: “Prodi sta...”. E io: “Se pensi di utilizzare l’interesse di Prodi a galleggiare, non arrivi a stasera”. Se pensava di restare, non lo ha fatto e ha dato il segno di come ci si deve comportare in questi casi».

ROMA - «Una palla di neve diventata valanga». Mentre gli ultimi fedeli lasciano piazza San Pietro, Marcello Cini affida a questa immagine l’incipit delle sue parole. A lanciare la "palla di neve" fu lui - professore emerito di Fisica della Sapienza - con la lettera di "indignazione" per la lectio magistralis affidata a Benedetto XVI. Era il 14 novembre. Alla sua protesta si unirono i 67 firmatari del secondo appello al rettore contro "l’incongruo invito".

Ha seguito l’Angelus?

«No, ma mi sembra inaudito il linciaggio che abbiamo subito. Io ho scritto una lettera al rettore in cui sostenevo con molta chiarezza che è inammissibile affidare a un pontefice l’inaugurazione di un anno accademico. Nessuno vuole imbavagliare il Papa, ma il contesto "inaugurazione dell’anno accademico" è incompatibile con l’intervento di un pontefice. È tanto difficile da capire? Io non credo. Mi sembra piuttosto che il sistema politico si sia comportato in maniera ipocrita».

È deluso per il mancato sostegno?

«Presidente della Repubblica, ministro dell’Università, presidente del Consiglio. Tutti ci hanno attaccati. Siamo stati definiti "intolleranti", "cretini", "cattivi maestri", "laici malati" per una lettera al nostro rettore che avevamo tutto il diritto di scrivere e che è stata travisata in modo ignobile. Oggi per tutti noi siamo "quelli che vogliono imbavagliare il Papa"».

Ma perché la palla di neve è diventata valanga?

«Per l’estrema instabilità del teatro politico italiano, che è tutto un annaspare frenetico e caotico. In un sistema complesso e instabile, gesti piccoli e isolati producono conseguenze imprevedibili e sproporzionate. È il famoso battito d’ali di una farfalla che provoca un uragano».

Avete ricevuto messaggi di solidarietà?

«Sì, dalle persone più impensate. È l’unica nostra consolazione. Certo, non siamo arrivati a 200mila simpatizzanti».

Avete in mente iniziative future?

«Io sono un professore in pensione, non ho in mente nulla. Però scriverò una lettera al ministro dell’università Mussi. Per tutta la vita sono stato un uomo di sinistra, e la sua presa di posizione mi ha molto deluso. I miei colleghi pensano a un’iniziativa che riprenda la questione, ma in maniera distesa e pacata. Un’iniziativa di dialogo, invece di accettare questa caccia alle streghe senza reagire».

È probabile che Camillo Ruini, che per molti anni ha presieduto la Conferenza episcopale italiana e ancora influenza la Chiesa nella sua qualità di vicario di Roma, gioirà di quello che oggi potrebbe accadere nella capitale: una moltitudine di cittadini romani e italiani, da lui incitata e inebriata, accorrerà sicuramente all’Angelus, in piazza San Pietro, per ascoltare il Papa e denunciare la persecuzione di cui sarebbe stato vittima. Persecuzione che lo avrebbe indotto a non pronunciare più nell’aula universitaria la prolusione che gli era stata - senza seria preparazione - affidata. Il brutto episodio finirà col trasformarsi in una giornata gloriosa per la Chiesa, questo il giudizio cui sembra esser giunto il cardinale, e il male ancora una volta si muterà provvidenzialmente in bene. Lui stesso s’è espresso in questo modo, venerdì alla televisione, ripetendo quanto già detto il 4 novembre a Aldo Cazzullo sul Corriere. La Chiesa (tali furono le sue parole) è attaccata quando vince: «Constato che quando l’impegno non è coronato da successo, quando la Chiesa “perde”, tutto fila liscio».

Il rifiuto che numerosi scienziati e un gruppo di studenti hanno opposto al Pontefice, la ritirata strategica del Santo Padre: tutto questo non è, per una parte della gerarchia, un episodio increscioso, o come ha detto sull’Avvenire Souad Sbai, in nome dell’Islam italiano anti-integralista, un «giorno di tristezza».

Forse non è del tutto increscioso neppure per il Papa. Al giornalista Rai che l’interrogava, Ruini ha detto: «I rapporti tra Stato italiano e Chiesa possono migliorare, grazie a episodi come questo».

E ha sorriso sibillino, come si rallegrano quei militanti apocalittici che provocano tenebre e caos pensando che solo a queste condizioni rinasca la luce, che incitano a sfasciare (nel linguaggio brigatista si diceva «disarticolare») per generare palingenesi prerivoluzionarie.

La sovversione ha in genere queste proprietà, avverse al filar liscio dei rapporti. Non a caso il sorriso di Ruini si accentua sino a tingersi di scherno, quando respinge l’accusa d’ingerenza nell’agenda politica e chiede - provocatoriamente, accendendo sorrisi complici nel giornalista - se ci sia oggi «qualcuno in Italia, capace di dettare agende politiche». Esiste insomma un modo di raccontare l’episodio della Sapienza, che deforma ogni cosa. Si falsifica quel che accade, si comprime il tempo che viviamo schiacciandolo tutto sul presente e togliendogli ogni profondità. Ci si racconta la storia di una Chiesa perseguitata, prendendo in prestito il linguaggio dell’esperienza ebraica; si denuncia e si irride la stasi della politica. In questo Ruini ha comportamenti sovversivi che singolarmente lo apparentano alla figura di Berlusconi.

Ma è un sovversivo che miete successi, e sono questi ultimi che conviene analizzare. Non è un successo religioso, perché l’indebolirsi delle fedi non si argina riempiendo piazze. Non è neppure in questione la libertà della religione cattolica, perché in Italia essa è garantita e ha un’estensione enorme. Nessuno l’ostacola, tanto meno la censura: se la fede è debole, quando è debole, lo è per cause spirituali o pastorali e non per cause esterne, di potere politico. Solo in Italia questa realtà è obnubilata. È sottratta allo sguardo dei cittadini anche dai commentatori che dovrebbero sapere e che sanno, senza però sentirsi in dovere di aiutare i fedeli a emettere giudizi adulti perché informati.

Quel che molti commentatori o intellettuali nascondono è il divario tra simili realtà e il modo di raccontarle. Il rapporto mimetico del cattolicesimo italiano con l’ebraismo è un non senso, nelle democrazie. Fuori dall’Italia, in Francia o Germania, Spagna o Inghilterra, esiste certo una nuova consapevolezza dell’importanza delle religioni (le parole e le esperienze personali di Sarkozy e Blair lo testimoniano), ma i mutamenti avvengono in contesti radicalmente diversi: in nessuno di questi Paesi la Chiesa ha il peso, il tempo di parola che ha in Italia. Venerdì, su questo giornale, Giacomo Galeazzi ha spiegato bene lo spazio abnorme che le viene dato: da quando è Papa, Benedetto XVI ha avuto un tempo d’antenna superiore a quello del premier e del Capo dello Stato, e appena inferiore a quello di tutti i ministri messi insieme. Non solo: la Chiesa cattolica ha il 99,8% dello spazio dell’informazione religiosa, lasciando briciole a altre fedi. Il vittimismo è storia senza sostanza. La Chiesa italiana non è imbavagliata ma piuttosto sovraesposta. L’idea che esistano comportamenti etici su cui lo Stato non può autonomamente legiferare perché appartenenti alla legge naturale, dunque iscritti dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura umana, dunque interpretabili e tutelabili solo dalla Chiesa, è idea diffusa. Chi contesta il diritto della Chiesa a imporre i suoi veti su famiglia, unioni di fatto, aborto, testamento biologico, ricerca biologica, è una minoranza.

È questa situazione che ha finito col generare rabbia gridata, e stupida perché perdente. Ma rabbia che comunque non nasce dal nulla. Ogni evento ha una storia, un tempo lungo in cui è iscritto ed è maturato: ha cause che dispiegano effetti, non è istante che fluttua nell’etere come piuma ed è infilabile in ogni tipo di racconto. Questa verità viene ignorata da parte della gerarchia, ma anche dal Pontefice nell’ultimo incidente italiano. È la verità di una Chiesa italiana che ancora non ha deciso che fare, dopo la perdita della Dc: se schierarsi con la destra o no, se far politica direttamente o privilegiare lo spirituale, il profetico-pastorale. È la verità di un Pontefice che sta mostrandosi incapace di sintesi, di delicatezza istituzionale. Di volta in volta Benedetto XVI aderisce a una corrente o all’altra della gerarchia, senza anticipare proprie soluzioni alte e meno italiane. Un giorno s’infiamma contro il «degrado» di Roma, e ventiquattr’ore dopo descrive una città accogliente e ben governata. Precipitosamente accetta di aprire l’anno accademico, poi rinuncia senza fugare il sospetto che la ritirata sia uno strumento - maneggiato da Ruini - per inasprire le tensioni anziché placarle. La sua opinione politica oscilla, diventa impreparazione, per forza vien chiamata inconsistente.

È un’impreparazione che non solo ignora la dimensione del tempo ma che induce i vertici del Vaticano a sprezzare i significati profondi della laicità, dell’autonomia della politica, dello Stato neutrale. È assurdo doverlo ricordare alla presenza di un cattolicesimo che ha dato all’Europa questa separazione: ma laicità non è pensiero debole, non è visione relativista del mondo, dell’etica. Il laico non è, contrariamente a quello che Marcello Pera ha scritto su questo giornale, «chi non crede o non riesce a credere». Non è neppure chi non riesce a «conferire senso alla vita», a «interpretare il male» perché dotato del lume della ragione e non anche della fede. Il laico è colui che tra Chiesa e Stato sente di dover erigere, come diceva Thomas Jefferson, un alto «muro di separazione»: per proteggere sia la sovranità legiferante del popolo, sia le religioni. Diceva Jefferson che i poteri legislativi del governo «riguardano le azioni, non le opinioni» (Lettera ai Battisti di Danbury, 1802), e di azioni devono ancor oggi occuparsi i governi. La laicità non è un’opinione ma un metodo, uno spazio dove le convinzioni più diverse - anche integraliste - possono incontrarsi senza violenza e senza impedire leggi attente al bene comune. L’autonomia della politica (il «muro» di Jefferson) non appartiene al non cristiano: appartiene a ciascuno. Non esiste una forza esterna allo Stato cui viene delegata la «competenza delle competenze», come la chiama lo storico Giovanni Miccoli, e che può decidere le materie su cui lo Stato può o non può legiferare.

Il muro di Jefferson in Italia è in permanenza fatiscente - anche se esiste nella sua Costituzione - e questo origina cronici disordini e l’alternarsi continuo di ingerenze e di contestazioni anti-papaline. Queste ultime son state definite malate, ma non meno malate son state le ingerenze degli ultimi anni: l’intera spirale necessita guarigione e correzione. Il chiaro muro divisorio non esisteva nemmeno nella Spagna di Franco, nel Portogallo di Salazar, e quella malattia ha prodotto la reazione di Zapatero e le sue misure di riordino e separazione laica.

In Italia siamo a un bivio simile, anche se con impressionante ritardo. È come se nella nostra Chiesa permanesse ancora il modello franchista spagnolo, come se il pensiero di cattolici come Rosmini e Maritain non avesse mai messo radice. Come se non ci fossero stati il Concilio Vaticano II e Paolo VI, difensore della laicità di Maritain contro gli integralisti del Vaticano. Come se fosse ancora vivo e forte il «partito romano» che per decenni, da dentro la Chiesa, cercò di suscitare uno Stato etico cristiano in Italia e mai si conciliò con papa Montini e la Dc autonoma di De Gasperi.

L’episodio della Sapienza non è caduto dal cielo, e non rendersene conto significa che una certa imprudentia politica sta divenendo la caratteristica del Pontefice. Dice ancora Pera che le vecchie regole laiche sono sorpassate, e forse lo pensa anche Benedetto XVI. Sono invece più che mai attuali, in un’Europa dove si è ormai insediato un Islam forte, in espansione. Senza Stato laico, che garantisca cattolici e non cattolici, atei e agnostici, avremmo in Europa guerre di religioni, intolleranze, pogrom. Avremmo catastrofi benefiche solo a chi non sa apprezzare quanto si stia bene, quando «tutto fila liscio».

Seguono, all'articolo di Valentino Parlato , quelli di Eugenio Scalfari, Quanti atei dooevoti nel giardino del Papa, e di Cesare Magris, Chi è laico chi è clericale

il manifesto

Al mercato del Papa

di Valentino Parlato

La giornata di oggi, con l'appello di Ruini ad andare tutti a piazza San Pietro a sostegno del Papa, ci dice - a mio parere - che mai come in questi giorni la politica è caduta in basso. Non siamo più alla pur criticata massima che il fine giustifica i mezzi: il fine è stato degradato a mezzo. Siamo anche a un degrado del pur criticato mercato, che non è più il regolatore del vecchio Smith, bensì anche lui sede e strumento di basse speculazioni.

La storia è quella del Papa che doveva andare all'università e dell'opposizione di una parte del corpo insegnante. Qui comincia la prima speculazione del «pastore tedesco», il quale capisce che avrà più pubblicità non andando. Una sorta di «gran rifiuto». E qui siamo già alla speculazione pura: non contano né la religiosità, né la laicità.

A questo punto il ben noto cardinal Ruini raddoppia: tutti all'Angelus di oggi, domenica, per dimostrare che il Papa è forte e vincerà. Contemporaneamente scatta l'animo speculativo di una parte della sinistra e del cosiddetto partito democratico: bisogna andare per essere con il Papa e acquisire i voti dei cattolici, anche di quelli papalini. E già si annunciano presenze di parlamentari calabresi del Pd e altri ancora: tutti con il Papa per guadagnare i voti dei papalini (siamo sempre in pieno mercato).

Fortunatamente Arturo Parisi e Rosy Bindi (che sono cattolici sul serio) si sono dichiarati contrari (almeno così sembra) alla presenza dei Pd in piazza San Pietro e contrari alla formazione di una componente cattolica del Partito democratico (la lezione è venuta da vecchi democristiani).

Il guaio, meglio il sintomo di una profonda debolezza ideale, è che i più impressionati dal rifiuto di Benedetto XVI sono quelli del Pd, in parte provenienti dallo scomparso Pci. Non c'è solo Livia Turco che va alla veglia di Giuliano Ferrara, ma anche Veltroni e Mussi che si sbracciano a dire che loro il Papa lo amano e lo rispettano e lo avrebbero voluto alla Sapienza.

Oggi vedremo come andrà lo spettacolo in piazza San Pietro. Sicuramente sarà un successo al quale avranno contribuito anche componenti del Pd. Ma un successo di chi e per quale obiettivo?

La risposta è triste: un successo del trasformismo e della conservazione. Un ulteriore degrado della politica, che non ha più finalità grandi, ma è mossa solo dagli interessi particolari (mi dispiace dirlo) dei soci della casta, sempre più separati dalla gente, che - di necessità - butta sul qualunquismo e dà spazio a Beppe Grillo e agli altri.

Ps. Da segnalare che, sempre oggi, domenica, a Milano, in piazza Duomo, ci sarà un maxischermo sul quale, alle ore 12, si potrà vedere e sentire il messaggio di Papa Benedetto XVI. Si tratta di una prima assoluta. Il gonfalone di Milano sarà portato in piazza San Pietro dal sindaco Letizia Moratti. Qualcosa di più?

La Repubblica

Quanti atei devoti nel giardino del papa

di Eugenio Scalfari

NON CI sarebbe, secondo me, alcun bisogno di tornar a scrivere sull’agitato rapporto tra laici e cattolici, tra laicità sana o malata, tra spazio pubblico e spazio privato.

Questi e altri temi strettamente connessi sono infatti della massima importanza per il rafforzamento delle regole di convivenza sociale in uno Stato democratico, ma si evolvono e maturano con il passo lento dei processi storici. È quindi, o almeno così sembra a me, inutile e forse dannoso dibattere quotidianamente temi che sono già chiari alla coscienza di molti anche se le risposte di una società complessa non sono univoche ma plurime.

Capisco la voglia di farle convergere, capisco anche il legittimo desiderio dei credenti e di chi li guida a spingere i non credenti verso le loro convinzioni di fede per guadagnar loro la salvezza, ma capisco meno la petulanza ripetitiva che talvolta accoppia lo slancio missionario con un’attività pedagogica fondata sulla ferma credenza di chi depositario della verità considera come inferiori intellettualmente e spiritualmente quanti dissentono dal suo zelo religioso o ne accettano alcuni principi ispiratori respingendone la precettistica che l’accompagna.

Il dibattito sulla presenza-assenza del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza ha rinfocolato alcune differenze sui modi di pensare e sui comportamenti pratici che ne derivano.

Il Vicario di Roma, cardinal Camillo Ruini, ha lanciato da giorni l’appello ad un’adunata di massa all’"Angelus" di oggi in piazza San Pietro. L’adunata ha preso inevitabilmente la forma politica che è propria delle manifestazioni di massa, dove è più il numero che la qualità a determinare gli esiti di una politica "muscolare".

Così bisogna di nuovo affrontare quei temi, precisare il significato di gesti e di parole, capire, se possibile, il senso di ciò che accade. La storia dello Stato italiano è fortemente intrecciata con quella della Chiesa. In nessun altro Paese questo intreccio è stato tanto condizionante e la ragione è evidente: siamo il luogo ospitante del Capo della cattolicità. Siamo stati e siamo il "giardino del Papa", ci piaccia o no. Questa condizione ha determinato in larga misura la nostra storia sociale e nazionale. Nel positivo e nel negativo, nelle azioni degli uni e nelle reazioni degli altri. Le persone ragionevoli non dovrebbero mai dimenticare queste condizioni di partenza, ma spesso purtroppo accade il contrario.

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Metto al primo posto del mio ragionare l’incidente della Sapienza. Su di esso si è già espresso il nostro direttore ed io concordo interamente con lui: una laicità malata ha suggerito ad un gruppo di docenti e di studenti comportamenti di contestazione in sé legittimi ma divenuti oggettivamente provocatori. Di qui la necessità di garantire la sicurezza dell’insigne ospite, di qui la possibilità di tumulto tra opposte fazioni, di qui infine il fondato timore che Benedetto XVI dovesse parlare nell’aula magna mentre sotto a quelle finestre i lacrimogeni e i manganelli avrebbero potuto esser necessari: spettacolo certamente insopportabile per il "Pastor Angelicus" che predica pace e carità.

La contestazione "stupida", tuttavia, non è nata dal nulla ed è l’effetto di varie cause, anch’esse ricordate nell’articolo di Ezio Mauro: l’invito incauto del Rettore nel giorno, nell’ora e nel luogo dell’inaugurazione dell’anno accademico. Non dovrebbe essere un evento mondano e mediatico bensì l’indicazione delle linee-guida culturali e dei problemi concreti della docenza e degli studenti.

Il Rettore, evidentemente, ha un altro concetto, voleva l’evento. E l’ha avuto col risultato di dividere l’Università, la società, la cultura, le forze politiche, in una fase estremamente delicata della nostra vita pubblica.

Un esito catastrofico da ogni punto di vista, di cui il Rettore dovrebbe esser consapevole e trarne le conseguenze per quanto lo riguarda. Ci saranno tra breve le elezioni del nuovo Rettore. Quello attuale vinse la precedente tornata per una manciata di voti. Questa volta si presenterà come quello che voleva che il Papa parlasse alla Sapienza e ne è stato impedito. Un "asset" elettorale di notevole effetto.

Mi auguro che il Rettore non se ne renda conto, ma in tal caso la sua intelligenza risulterebbe assai modesta. Se se ne rende conto, il sospetto di un invito con motivazioni elettoralistiche acquisterebbe fondatezza.

Per fugarlo non c’è che un rimedio: protestare la sua ingenuità e non presentarsi in gara. I guelfi e i ghibellini nacquero anche così.

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La risposta della gerarchia, guidata ancora da Ruini, è stata l’adunata di stamattina. Mentre scrivo non so ancora quale sarà l’esito quantitativo ma prevedo una piazza gremita e un mare di folla fino al bordo del Tevere. È un evento da salutare con piena soddisfazione? È una «serena manifestazione di affetto e di preghiera» per testimoniare l’amore dei fedeli al Santo Padre? Certamente è una manifestazione più che legittima.

Certamente le presenze spontanee saranno robustamente rinforzate dalle presenze organizzate, treni e pullman sono stati ampiamente mobilitati senza risparmio di mezzi dal Vicario del Vicario. La motivazione è esplicita: dimostrare al Papa l’amore del suo gregge dopo l’offesa subita.

Se questa non è una motivazione politica domando al Vicario del Vicario che cosa è. Se questo non avrà come effetto di acuire la tensione degli animi, la lacerazione d’un tessuto già usurato e logoro, ne deduco che il Vicario è privo di intelligenza politica. Ma siccome sappiamo che invece ne è ampiamente provvisto, ne consegue che il Vicariato di Roma si prefigge di accrescere la tensione degli animi e di annunciare venuta l’ora di rilanciare il partito guelfo che ha sempre avuto in cuore.

La Segreteria di Stato vaticana è dello stesso avviso? La Chiesa è unanime in questo obiettivo?

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Abbiamo celebrato giovedì scorso in Senato il senatore, lo storico, il fervido credente Pietro Scoppola, da poco scomparso, alla presenza di molti cattolici che hanno condiviso il suo pensiero e la sua fede e si propongono di continuare nell’impegno da lui auspicato.

Scoppola aveva scavato a fondo nella storia dei cattolici italiani e nell’atteggiamento di volta in volta assunto dalla gerarchia e dal magistero papale. Distingueva il popolo di Dio dalla gerarchia; sosteneva che la gerarchia è al servizio del popolo di Dio e non viceversa.

Mi ha fatto molto senso vedere, proprio alla vigilia del mancato intervento del Papa alla Sapienza, la messa celebrata da Benedetto XVI nella Sistina col vecchio rito liturgico rinverdito a testimoniare la curva ad U rispetto al Concilio Vaticano II: il Papa con la schiena rivolta ai fedeli e la messa celebrata in latino.

Qual è il senso di questa scelta regressiva se non quello di ribadire che il mistero della trasformazione del vino e del pane in sangue e carne di Gesù Cristo viene amministrato dal celebrante senza che i fedeli possano seguire con gli occhi e in una lingua sconosciuta ai più? Il senso è chiarissimo: l’intermediazione dei sacerdoti non può essere sorpassata da un rapporto diretto tra i fedeli e Dio. Il laicato cattolico è agli ordini della gerarchia e non viceversa. Lo spazio pubblico è fruito dalla gerarchia e – paradosso dei paradossi – dagli atei devoti che hanno come fine dichiarato quello di utilizzare politicamente la Chiesa.

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Si continua a dire, da parte della gerarchia e degli atei devoti, che i laici-laici (come vengono chiamati i credenti veramente laici e i non credenti che praticano la laicità democratica) vogliono relegare la religione nello spazio privato delle coscienze.

Questa affermazione è falsa. Chi pratica la laicità democratica sostiene che tutte le opinioni dispongono legittimamente di uno spazio pubblico per esporre e sostenere i loro modi di pensare.

La libertà religiosa è una, e direi la più importante, da tutelare sia nel foro della coscienza che in quello pubblico. Non mi pare che difetti quello spazio, mi sembra anzi che la gerarchia lo utilizzi pienamente anche a scapito di altre religioni e massimamente di chi non crede e potrebbe in teoria reclamare uno spazio più confacente.

Ma noi non abbiamo obiettivi di proselitismo. Facciamo, come si dice, quel che riteniamo di dover fare, accada quel che può. Tra l’altro cerchiamo di amare il prossimo e riteniamo che la predicazione evangelica contenga grande ricchezza pastorale quando non venga stravolta in strumento di potere, il che è accaduto purtroppo per gran parte della storia del Cristianesimo da parte non del popolo di Dio ma della gerarchia che l’ha guidato con l’obiettivo del temporalismo e del neo-temporalismo.

La lettura della storia dei Papi insegna molte cose e, quella sì, andrebbe fatta nelle scuole pubbliche. Papa Wojtyla ha chiesto perdono per alcuni di quegli episodi, ma non poteva certo chiederlo per tutti: avrebbe certificato che per secoli e secoli la gerarchia si è messa sul terreno della politica, della guerra ed anche purtroppo della simonia piuttosto che praticare nello specifico il messaggio di pace e di povertà della predicazione evangelica.

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Ci saranno modi e occasioni per riprendere questo discorso che tende a chiarire ciò che non sempre è chiaro.

Mi restano due osservazioni da fare. Giornali di antica tradizione laica sembrano aver perso la bussola e si schierano apertamente accanto agli atei devoti.

Di atei devoti la storia d’Italia è purtroppo gremita.

L’ultimo nella fase dell’Italia monarchica fu Benito Mussolini. In tempi di storia repubblicana gli atei devoti fanno ressa e la faranno anche oggi alle transenne di piazza San Pietro.

Questa prima osservazione mi conduce alla seconda.

L’onorevole Mastella nella sua conferenza stampa di Benevento, mentre gli grandinavano addosso pesanti provvedimenti giudiziari, ha fatto come prima affermazione quella relativa alla sua presenza oggi a piazza San Pietro.

Dopo averla fatta si è guardato fieramente intorno con sguardo lampeggiante e ha scandito: «Io sono con il Papa e andrò a testimoniarlo in piazza».

Ne ha pieno diritto. Personalmente mi auguro che i pretesi reati di Mastella, di sua moglie, del suo clan, si rivelino per una montatura. Ma il problema è sul comportamento politico e morale di Mastella, di sua moglie del suo clan.

Un comportamento clientelare e ricattatorio che non ha scuse di sorta, rappresenta una deviazione molto grave dalla democrazia. Non è assolutamente valida la giustificazione proveniente dal fatto che si tratta di un male diffuso.

Negli stessi giorni della "mastelleide" abbiamo assistito anche alla "cuffareide": il popolo non di Dio ma di Totò Cuffaro si è radunato in preghiera nelle chiese della Sicilia; il "governatore" ha pianto di gioia e si è fatto il segno della croce quando ha ascoltato la lettura della sentenza dalla quale è stato condannato a cinque anni di reclusione (che non farà) e all’interdizione dai pubblici uffici che non rispetterà.

Il capo del suo partito, Casini, e il capo della coalizione di centrodestra, Berlusconi, si sono immediatamente complimentati con lui.

Che cos’ha di cattolico il comportamento di Clemente Mastella e di Totò Cuffaro? Nulla. Anzi è il contrario dello spirito cristiano.

Fossi nei panni del Vicario del Vicario farei discretamente e con mitezza sapere a Mastella, a Cuffaro, a Berlusconi, a Casini, che i loro comportamenti sono a dir poco imbarazzanti per la Chiesa e forse farebbero bene a non presenziare manifestazioni di testimonianza cristiana. Ma se poi si venisse a sapere che anche Camillo Ruini è un ateo devoto? Del resto sarebbe l’ultimo in ordine di tempo di un’interminabile sfilata di papi, cardinali, vescovi, abati, che tradirono – devotamente – il messaggio celeste del Figlio dell’uomo, da essi rappresentato.

Corriere della sera

Chi e’ laico chi e’ clericale

di Claudio Magris

Quando, all’università, con alcuni amici studiavamo tedesco, lingua allora non molto diffusa, e alcuni compagni che l’ignoravano ci chiedevano di insegnar loro qualche dolce parolina romantica con cui attaccar bottone alle ragazze tedesche che venivano in Italia, noi suggerivamo loro un paio di termini tutt’altro che galanti e piuttosto irriferibili, con le immaginabili conseguenze sui loro approcci. Questa goliardata, stupidotta come tutte le goliardate, conteneva in sé il dramma della Torre di Babele: quando gli uomini parlano senza capirsi e credono di dire una cosa usando una parola che ne indica una opposta, nascono equivoci, talora drammatici sino alla violenza. Nel penoso autogol in cui si è risolta la gazzarra contro l’invito del Papa all’università di Roma, l’elemento più pacchiano è stato, per l’ennesima volta, l’uso scorretto, distorto e capovolto del termine «laico», che può giustificare un ennesimo, nel mio caso ripetitivo, tentativo di chiarirne il significato. Laico non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l’opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.

La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura — anche cattolica — se è tale è sempre laica, così come la logica — di San Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo.

Una visione religiosa può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può certo tradursi immediatamente in articoli di legge, come vogliono gli aberranti fondamentalisti di ogni specie. Laico è chi conosce il rapporto ma soprattutto la differenza tra il quinto comandamento, che ingiunge di non ammazzare, e l’articolo del codice penale che punisce l’omicidio. Laico — lo diceva Norberto Bobbio, forse il più grande dei laici italiani — è chi si appassiona ai propri «valori caldi» (amore, amicizia, poesia, fede, generoso progetto politico) ma difende i «valori freddi» (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) che soli permettono a tutti di coltivare i propri valori caldi. Un altro grande laico è stato Arturo Carlo Jemolo, maestro di diritto e libertà, cattolico fervente e religiosissimo, difensore strenuo della distinzione fra Stato e Chiesa e duro avversario dell’inaccettabile finanziamento pubblico alla scuola privata — cattolica, ebraica, islamica o domani magari razzista, se alcuni genitori pretenderanno di educare i loro figli in tale credo delirante.

Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili; di non confondere il pensiero e l’autentico sentimento con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi dall’idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato tante volte, anche con feroce violenza, nei secoli e continua talora, anche se più blandamente, ad esserlo) o faziosamente laicista, altrettanto antilaico.

I bacchettoni che si scandalizzano dei nudisti sono altrettanto poco laici quanto quei nudisti che, anziché spogliarsi legittimamente per il piacere di prendere il sole, lo fanno con l’enfatica presunzione di battersi contro la repressione, di sentirsi piccoli Galilei davanti all’Inquisizione, mai contenti finché qualche tonto prete non cominci a blaterare contro di loro.

Un laico avrebbe diritto di diffidare formalmente la cagnara svoltasi alla Sapienza dal fregiarsi dell’appellativo «laico». È lecito a ciascuno criticare il senato accademico, dire che poteva fare anche scelte migliori: invitare ad esempio il Dalai Lama o Jamaica Kincaid, la grande scrittrice nera di Antigua, ma è al senato, eletto secondo le regole accademiche, che spettava decidere; si possono criticare le sue scelte, come io criticavo le scelte inqualificabili del governo Berlusconi, ma senza pretendere di impedirgliele, visto che purtroppo era stato eletto secondo le regole della democrazia.

Si è detto, in un dibattito televisivo, che il Papa non doveva parlare in quanto la Chiesa si affida a un’altra procedura di percorso e di ricerca rispetto a quella della ricerca scientifica, di cui l’università è tempio. Ma non si trattava di istituire una cattedra di Paleontologia cattolica, ovviamente una scemenza perché la paleontologia non è né atea né cattolica o luterana, bensì di ascoltare un discorso, il quale — a seconda del suo livello intellettuale e culturale, che non si poteva giudicare prima di averlo letto o sentito — poteva arricchire di poco, di molto, di moltissimo o di nulla (come tanti discorsi tenuti all’inaugurazione di anni accademici) l’uditorio. Del resto, se si fosse invitato invece il Dalai Lama — contro il quale giustamente nessuno ha né avrebbe sollevato obiezioni, che è giustamente visto con simpatia e stima per le sue opere, alcune delle quali ho letto con grande profitto — anch’egli avrebbe tenuto un discorso ispirato a una logica diversa da quella della ricerca scientifica occidentale.

Ma anche a questo proposito il laico sente sorgere qualche dubbio. Così come il Vangelo non è il solo testo religioso dell’umanità, ma ci sono pure il Corano, il Dhammapada buddhista e la Bhagavadgita induista, anche la scienza ha metodologie diverse. C’è la fisica e c’è la letteratura, che è pure oggetto di scienza — Literaturwissenschaft , scienza della letteratura, dicono i tedeschi — e la cui indagine si affida ad altri metodi, non necessariamente meno rigorosi ma diversi; la razionalità che presiede all’interpretazione di una poesia di Leopardi è diversa da quella che regola la dimostrazione di un teorema matematico o l’analisi di un periodo o di un fenomeno storico. E all’università si studiano appunto fisica, letteratura, storia e così via. Anche alcuni grandi filosofi hanno insegnato all’università, proponendo la loro concezione filosofica pure a studenti di altre convinzioni; non per questo è stata loro tolta la parola.

Non è il cosa, è il come che fa la musica e anche la libertà e razionalità dell’insegnamento. Ognuno di noi, volente o nolente, anche e soprattutto quando insegna, propone una sua verità, una sua visione delle cose. Come ha scritto un genio laico quale Max Weber, tutto dipende da come presenta la sua verità: è un laico se sa farlo mettendosi in gioco, distinguendo ciò che deriva da dimostrazione o da esperienza verificabile da ciò che è invece solo illazione ancorché convincente, mettendo le carte in tavola, ossia dichiarando a priori le sue convinzioni, scientifiche e filosofiche, affinché gli altri sappiano che forse esse possono influenzare pure inconsciamente la sua ricerca, anche se egli onestamente fa di tutto per evitarlo. Mettere sul tavolo, con questo spirito, un’esperienza e una riflessione teologica può essere un grande arricchimento. Se, invece, si affermano arrogantemente verità date una volta per tutte, si è intolleranti totalitari, clericali.

Non conta se il discorso di Benedetto XVI letto alla Sapienza sia creativo e stimolante oppure rigidamente ingessato oppure — come accade in circostanze ufficiali e retoriche quali le inaugurazioni accademiche — dotto, beneducato e scialbo. So solo che — una volta deciso da chi ne aveva legittimamente la facoltà di invitarlo — un laico poteva anche preferire di andare quel giorno a spasso piuttosto che all’inaugurazione dell’anno accademico (come io ho fatto quasi sempre, ma non per contestare gli oratori), ma non di respingere il discorso prima di ascoltarlo.

Nei confronti di Benedetto XVI è scattato infatti un pregiudizio, assai poco scientifico. Si è detto che è inaccettabile l’opposizione della dottrina cattolica alle teorie di Darwin. Sto dalla parte di Darwin (le cui scoperte si pongono su un altro piano rispetto alla fede) e non di chi lo vorrebbe mettere al bando, come tentò un ministro del precedente governo, anche se la contrapposizione fra creazionismo e teoria della selezione non è più posta in termini rozzi e molte voci della Chiesa, in nome di una concezione del creazionismo più credibile e meno mitica, non sono più su quelle posizioni antidarwiniane. Ma Benedetto Croce criticò Darwin in modo molto più grossolano, rifiutando quella che gli pareva una riduzione dello studio dell’umanità alla zoologia e non essendo peraltro in grado, diversamente dalla Chiesa, di offrire una risposta alternativa alle domande sull’origine dell’uomo, pur sapendo che il Pitecantropo era diverso da suo zio filosofo Bertrando Spaventa. Anche alla matematica negava dignità di scienza, definendola «pseudoconcetto». Se l’invitato fosse stato Benedetto Croce, grande filosofo anche se più antiscientista di Benedetto XVI, si sarebbe fatto altrettanto baccano? Perché si fischia il Papa quando nega il matrimonio degli omosessuali e non si fischiano le ambasciate di quei Paesi arabi, filo- o anti-occidentali, in cui si decapitano gli omosessuali e si lapidano le donne incinte fuori dal matrimonio?

In quella trasmissione televisiva Pannella, oltre ad aver infelicemente accostato i professori protestatari della Sapienza ai professori che rifiutarono il giuramento fascista perdendo la cattedra, il posto e lo stipendio, ha fatto una giusta osservazione, denunciando ingerenze della Chiesa e la frequente supina sudditanza da parte dello Stato e degli organi di informazione nei loro riguardi. Se questo è vero, ed in parte è certo vero, è da laici adoperarsi per combattere quest’ingerenza, per dare alle altre confessioni religiose il pieno diritto all’espressione, per respingere ogni invadenza clericale, insomma per dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, principio laico che, come è noto, è proclamato nel Vangelo.

Ma questa doverosa battaglia per la laicità dello Stato non autorizza l’intolleranza in altra sede, come è accaduto alla Sapienza; se il mio vicino fa schiamazzi notturni, posso denunciarlo, ma non ammaccargli per rivalsa l’automobile.

Una cosa, in tutta questa vicenda balorda, è preoccupante per chi teme la regressione politica del Paese, i rigurgiti clericali e il possibile ritorno del devastante governo precedente. È preoccupante vedere come persone e forze che si dicono e certo si sentono sinceramente democratiche e dovrebbero dunque razionalmente operare tenendo presente la gravità della situazione politica e il pericolo di una regressione, sembrano colte da una febbre autodistruttiva, da un’allegra irresponsabilità, da una spensierata vocazione a una disastrosa sconfitta.

L'immagine nell'articolo di Margris è: Masaccio, Pagamento del Tributo (1424-25 circa), Cappella Brancacci, Chiesa del Carmine, Firenze

A cosa serve uno storico dell'ambiente? Ci può aiutare a comprendere da dove viene fuori un disastro ecologico come quello a cui stiamo assistendo in queste settimane in Campania? Evidentemente sì, perché la crisi dei rifiuti non è un prodotto di forze della natura ineluttabili, ma il frutto di decisioni delle persone e delle comunità coinvolte. Per dipanare la complicatissima matassa di atteggiamenti, fatti e comportamenti che spiegano l'attuale emergenza, lo storico dell'ambiente Marco Armiero, attualmente in forze a Stanford, California, ma nato e cresciuto a Napoli, ha progettato un archivio delle lotte ambientaliste in Campania: da Acerra a Pianura, da Battipaglia a Serre, da Tufino a Giugliano, una lunga serie di testimonianze permetterà di capire perché in Campania ci si ribella alle infrastrutture per gestire la spazzatura, con più veemenza e più spesso che altrove. Armiero, che ha girato gli Stati Uniti, tra Yale, Berkeley, e ora Stanford, ha visto da vicino l'emergere, oltreoceano, di un nuovo paradigma di battaglie ambientaliste, riunite intorno alla bandiera della «giustizia ambientale».

I detrattori vedono questo vessillo come la versione politically correct della famigerata sindrome N.i.m.b.y., altro acronimo di origine statunitense che sta per «Not In My Backyard», non nel mio cortile di casa: una sindrome da molti derubricata a pura espressione di egoismo campanilista. In realtà, ci spiegano teorici come Donald Worster, Carolyn Merchant, John McNeill (nei giorni scorsi a Napoli per partecipare ad un workshop sulla storia ambientale promosso dal dottorato in storia della società europea dell'Istituto Italiano di Scienze Umane), nelle nuove proteste ambientaliste si saldano vecchie parole d'ordine ecologiste con una nuova forma di lotta di classe. «Questi ricercatori», spiega Armiero, «hanno scoperto che in America i quartieri e i territori più inquinati sono quelli abitati prevalentemente da afroamericani e ispanici, che sono anche le fasce di popolazione più povere. Questo fenomeno è stato teorizzato da un importante sociologo, Robert Bullard, il quale ha definito questa strategia di gestione dei rischi ambientali come ‘‘path of less resistence'', la ricerca della linea di minor resistenza». L'assunzione è che gli amministratori scelgano di collocare le infrastrutture a rischio ambientale nei pressi di comunità più povere e meno istruite, perché è meno probabile che queste abbiano i mezzi, la cultura e il peso politico per ribellarsi. Un'ipotesi di cui anche in Campania gli studiosi vogliono verificare la consistenza. Ecco perché è importante raccogliere le testimonianze di quelli che si organizzano per opporsi.

Alcuni dati sono già disponibili: ad esempio, l'80 per cento delle testimonianze proviene da donne. «Primo», spiega lo storico, «perché alcune donne hanno più tempo libero e suppliscono all'assenza dei mariti scegliendo forme di partecipazione meno tradizionali di quelle scelte dai maschi, che privilegiano i partiti e altre ‘‘organizzazioni'' classiche, viste come più funzionali ai propri interessi. Ma soprattutto — aggiunge — perché nella nostra cultura è la donna a preoccuparsi maggiormente per la salute dei figli e dei parenti, è a lei che spetta il ruolo biologico di preservare la specie».

Nota: sul più volte citato caso americano si veda ad esempio la cronaca dell'ingiustizia ambientale nel caso di New Orleans, di Robert Bullard tradotto da The New American City (f.b.)

Sviluppo alcune riflessioni dopo la lettura della lettera di Morisi e delle risposte di Salzano e Baldeschi su Castelfalfi. Premetto che l’attività del garante della comunicazione (che non ho mai fatto) e quella dell’activist o attivatore di processi partecipativi (che ho sempre fatto, come “urbanista di parte” secondo la classica definizione di Pierluigi Crosta) sono due mestieri molto diversi, ma non necessariamente, se lo si vuole, in contraddizione fra loro.

Il garante deve garantire terzietà, condurre un processo partecipativo informando, dando la parola a tutti in modo equanime, “registrare e basta” come giustamente scrive Massimo Morisi e come correttamente ha fatto a Montaione esercitando il suo ruolo tecnico.

L’activist no, non è imparziale, assume volta a volta l’internità dell’osservatore al campo di osservazione e ne assume le passioni muovendosi nell’ambito della ricerca-azione, opera nel processo partecipativo esercitando un ruolo etico (che riguarda la felicità pubblica) per aiutare i soggetti deboli del processo a destrutturare i problemi come sono posti, a decolonizzare l’immaginario, a spostare in avanti la progettualità, l’autogoverno, a crescere come cittadinanza attiva e consapevole. Farò un esempio lontano nel tempo.

Quando con Giorgio Ferraresi e altri nel 1988, nella Milano “da bere”, fondammo l’associazione Ecopolis, Città di villaggi, il nostro lavoro consisteva nell’aiutare i più di cento comitati di cittadini a coordinarsi e a sviluppare, anche tecnicamente, i loro progetti quando questi erano in conflitto con quelli dell’amministrazione. Un giorno venne alla sede di Ecopolis un gruppo di abitanti del quartiere Adriano, una periferia di casermoni in prati incolti e degradati a nord-est di Milano, molto poco da bere. Ci chiesero di aiutarli a progettare una schermatura di alberi alla futura “Gronda Nord”, una superstrada urbana che avrebbe tagliato in due il loro quartiere. Le discussioni e le indagini sul quartiere furono lunghe e appassionate e portarono a conclusioni inaspettate.

Dopo qualche mese gli stessi abitanti cominciarono a ripulire una discarica abusiva, a trasformarla in un anfiteatro a gradonate per un teatro all’aperto; una vicina cascina abbandonata fu restaurata con l’aiuto di giovani volontari russi ospitati dagli abitanti, per farne il centro sociale del quartiere. Ciascuno portava i suoi saperi, i falegnami, i muratori, i meccanici, gli idraulici, i geometri, gli architetti e cosi via; affluivano per incanto materiali da costruzione, ruspe, arredi, piantumazioni. Si avviarono (con modesto successo, dato lo stato velenoso delle acque del Lambro) i progetti di orti urbani. In una serata memorabile con uno spettacolo di Paolo Rossi si inaugurò il nuovo spazio pubblico autocostruito del “villaggio” Adriano.

Il tracciato della Gronda Nord era stato nel frattempo radicalmente contestato dagli abitanti, coordinati con quelli degli altri quartieri interessati; essendo cresciuta la loro coscienza di luogo attraverso i percorsi partecipativi della cura quotidiana del quartiere, non si accontentavano più delle barriere antirumore, ma l’opera stessa era negata dal loro orizzonte, ampliatosi sulla ricostruzione della comunità locale e del suo luogo sociale di vita.

C’è dunque differenza fra garantire un processo di ascolto allargato alla popolazione, su un problema predefinito e contingente (la gronda nord, il progetto di insediamento turistico TUI) che definirei una specifica interpretazione del processo di governo dei conflitti verso un processo di governance; e far crescere processi di democrazia partecipativa in quanto forma ordinaria, non contingente di governo che comporta processi lunghi e difficili, ma costanti di maturazione di cittadinanza attiva e di trasformazione culturale verso l’autogoverno. Rispetto a questa seconda accezione, l’ascolto sul problema contingente non può che essere il primo passo della democrazia partecipativa, se l’obiettivo non è il consensus building ma l’empowerment della società locale.

Per questo sono rimasto un poco allarmato dalle conclusioni di Martini riportate da Morisi: “Castelfalfi è il modello di riferimento della partecipazione in Toscana del governo del territorio”; speravo (e non dispero) che il modello di riferimento fosse ad esempio un processo di costruzione dall’inizio del quadro conoscitivo di uno “statuto del territorio” che consentisse agli abitanti di un comune (o di un gruppo di comuni) di maturare un’idea condivisa di patrimonio territoriale, ambientale, paesistico; di codificarla nello statuto in modo da affrontare poi con consapevolezza collettiva i progetti di trasformazione che via via vengono proposti.

Assumere Castelfalfi come modello sarebbe come considerare l’articolo 1 della Convenzione Europea del paesaggio , in cui il paesaggio “designa una determinata parte del territorio cosi come è percepita dalle popolazioni”, trattabile alla lettera con qualche intervista o con qualche assemblea in cui ognuno dice come percepisce il paesaggio.

Ma chi sono queste “popolazioni” che “percepiscono”? Esse, lo sappiamo, sono ridotte (non tutte per fortuna, esiste una cittadinanza attiva crescente e diffusa sul territorio) a individui la cui cittadinanza implode nella loro figura di consumatori. Questi consumatori sono bombardati, tramite pubblicità televisive, da una cultura che gli propone l'auto sotto il letto; essendo espropriati dai saperi locali, sono indotti a praticare correntemente il "localismo vandalico", sognando di abbellire i luoghi con i modelli stilistici standardizzati delle periferie metropolitane; sono sospinti a vivere la loro socialità negli pseudo spazi pubblici degli ipermercati o in piazze telematiche; sono costretti a delegare sempre più la propria vita riproduttiva a grandi apparati tecnologici e finanziari, sempre più lontani dalla loro capacità di controllo. Sono questi immaginari eterodiretti che dobbiamo “ascoltare” o abbiamo la responsabilità di fornire agli abitanti di un luogo strumenti che li aiutino a cambiare la loro posizione di sudditanza culturale e alienazione? Se ci limitiamo a consultarla per capire come "percepisce" il paesaggio, ho l'impressione che l’”ultimo ex mezzadro” citato da Morisi ci chieda: "ma che hazzo è sto paesaggio?" Figurarsi poi di quali saperi contestuali riescono ad avere memoria e pratica attiva, i giovani rumorizzati delle discoteche o quelli dei centri sociali sistematicamente sfrattati, i maratoneti delle ipercooppe, gli immigrati con i problemi di cittadinanza, gli anziani che non arrivano con la pensione alla fine del mese, ma anche una gran parte dei nostri colleghi architetti, impegnati ad affermare la propria griffe nei paesaggi posturbani.

Finché molti cittadini di Montaione continueranno a pensare che il turismo di lusso della TUI gli porterà dei vantaggi (economici? occupazionali?), con le sirene degli accattivanti disegnini tedeschi che inventano un paesaggio toscano ad uso esclusivo di turisti globali, e la Regione che legittima soluzioni come questa come ottimali per l’economia turistica, avrà ragione il garante che, applicando correttamente il suo mestiere e operando entro questi orizzonti di senso, rivendica la correttezza della consultazione contingente degli abitanti per ridurre l’impatto dell’intervento, identificandola con la democrazia partecipativa. Quest’ultima è necessariamente un processo ben più complesso di decolonizzazione dell'immaginario e di maturazione culturale verso la consapevolezza del proprio patrimonio e la ricerca di una identità collettiva; processo che la sinistra (insieme agli intellettuali, con o senza villa) dovrebbe contribuire a far crescere, prospettando modificazioni degli interessi in campo dati, progettando e prospettando futuri equi e autosostenibili, anziché santificare lo stato presente delle cose e le sue ineluttabili leggi e confini di operatività.

Ma al di la della distinzione fra consultazione e partecipazione, ha colpito anche me, come ha colpito Edoardo Salzano, l’affermazione di Morisi che il destino di Montaione si situi inevitabilmente nella tenaglia fra il villaggio-missile transnazionale con raddoppio del campo da golf e del borgo storico (ridimensionato, forse, speriamo, dal processo di consultazione attivato) e lo svillettamento monticchiellare. Ritorno con un esempio all’annata 1988.

Abito in un piccolo borgo storico di Montespertoli (io sono una modesta variante della figura degli ’”intellettuali proprietari di villa” citati da Martini come unici oppositori al progetto di Castelfalfi, ovvero l’”intellettuale proprietario di torre borghigiana”, dove con mia moglie Anna ho lo studio e abito). Ebbene a quel tempo i proprietari del borgo, parte della fattoria di Lucignano, i conti Lodovico e Antonella Guicciardini, intenzionati a venderlo, avevano la comoda soluzione di una immobiliare, possibilmente multinazionale, che lo acquistasse a caro prezzo in blocco. Facile ipotizzare, in quel caso, un modello Castelfalfi ante litteram: la multinazionale avrebbe “trattato”una variante al PRG (che prevedeva per la zona circostante il borgo area di pregio ambientale, non edificabile) con raddoppio del borgo per ragioni di economia dell’azienda turistica che ne sarebbe seguita e la sostituzione, nella valletta antistante il borgo, della complessa trama di oliveti, vigneti, ragnaie, sterrate, ripe, boschetti e ciglioni, che costituisce il paesaggio storico delle ville fattoria, con un campo da golf. I Guicciardini scelsero un’altra strada. Frazionarono il borgo in 15 unità immobiliari, attribuirono a ciascuna un pezzo di terra circostante il borgo da coltivare (oliveti, vigneti, orti, giardini, ecc) e fecero preparare al prof. Luigi Zangheri dell ‘Università di Firenze un “Piano di riuso”, ratificato dal Comune che, oltre a confermare l’immodificabilità volumetrica del borgo, stabiliva regole di buona manutenzione dello stesso e delle sue pregevoli caratteristiche architettoniche, urbanistiche e paesistiche. Il Piano di riuso era allegato all’atto di acquisto di ogni unità immobiliare, come parte integrante del contratto. Non solo. Nelle vendita è stata data precedenza in primo luogo ad ex contadini e lavoratori della Villa fattoria, in secondo luogo ad artigiani locali (muratori, idraulici, cestai) e infine, per una quota residua, a “stranieri” come me. Oggi il borgo e il suo paesaggio (non senza gli usuali conflitti condominiali) sono mediamente ben riprodotti, curati, coltivati.

In conclusione concordo con Paolo Baldeschi (altro intellettuale in villa) quando a conclusione del suo intervento propone un tavolo partecipativo interscalare per elaborare uno “statuto del territorio dell’ambito di paesaggio” in cui si trova Castelfalfi, che potrebbe portare “buone regole d’uso e delle possibili trasformazioni, perché no, migliorative”.

La legge sulla partecipazione della Regione Toscana appena approvata offre questa possibilità: iniziare la costruzione di statuti dei luoghi attraverso processi partecipativi, che produca buone regole condivise per la cura e la trasformazione dei luoghi, decise dal comune insieme agli abitanti che rappresenta, prima e a prescindere dall’arrivo delle multinazionali del turismo; aiutando inoltre gli abitanti, attivando modelli di sviluppo economico locale, a non vendere il proprio territorio alle multinazionali stesse, processo purtroppo “galoppante” per le grandi aziende agricole, industriali, borghi e città toscane.

VENEZIA. Il ponte di Calatrava riserva regolarmente nuove «sorprese». L’ultima? Dovrà essere monitorato 24 su 24. Per sempre. Ogni minuto ci sarà un operatore a leggere i dati inviati dai sensori che registreranno i movimenti delle fondamenta. E una squadra di tecnici dovrà essere pronta a intervenire notte e giorno. E’ la clamorosa novità emersa nel corso dell’audizione in Comune del direttore dei lavori, Roberto Casarin. Lo scheletro d’acciaio è un’opera «viva»: si dilata e restringe, si può spostare lateralmente sotto la pressione della folla. Il progetto prevede una tolleranza di 4 centimetri: di più e l’arco cede. Per ridurre i rischi ci vogliono i guardiani. E intanto lievitano i costi di manutenzione.

Il Ponte di Calatrava dovrà essere monitorato 24 ore al giorno. Per sempre. Ogni minuto ci dovrà essere un operatore pronto a leggere i dati inviati da una serie di sensori (già posati) che registreranno ogni minimo movimento delle fondamenta. Una squadra tecnica dovrà poi essere pronta ad intervenire seduta stante, in caso di emergenza. Questa la clamorosa novità emersa ieri nel corso dell’audizione del direttore dei lavori Roberto Casarin, alla commissione d’indagine sul quarto ponte.

«Il collaudo è andato bene, il ponte è sicuro», ha detto l’ingegnere ai consiglieri, «ma ci siamo resi conto della necessità di monitorarlo costantemente». Lo scheletro di acciaio è un’opera «viva»: si dilata e restringe con il variare della temperatura e si può spostare lateralmente sotto la pressione della folla. E’ poi un arco ribassato che scarica 1500 tonnellate di peso su ogni riva. Da progetto - e non è una novità - è prevista una tolleranza massima di 4 centimetri: di più e l’arco si trasforma in una trave e finisce in Canal Grande. Nel corso del collaudo la struttura si è spostata di un solo centimetro e le rive hanno retto. Tant’è, è stato deciso di «blindarlo» con un monitoraggio costante: del resto, ogni giorno il moto ondoso erode questa o quella riva.

«E’ una notizia che ha dell’incredibile», commenta il presidente della commissione, Raffaele Speranzon, «perché il ponte - dopo tutti i rialzi di prezzo, che con l’ultima richiesta di riserva avanzata dalla Cignoni per quasi 5 milioni, saliranno a 20 milioni di euro (compreso l’aumento da 740 mila euro a 1,2 milioni della spesa per l’ovovia) - dovrà avere anche una manutenzione quotidiana, delicata e certamente costosa. Eppoi questo è un ponte “artigianale”, che va fatto pezzo per pezzo, tutti pezzi unici, gradino per gradino, balaustra per balaustra: sostituirne uno in caso di rottura, sarà molto caro».

L’ingegnere Casarin (subentrato a Roberto Scibilia nel giugno 2006) non ha fornito una data per l’inaugurazione: «Ogni giorno c’è una sorpresa, che va affrontata nello specifico e concordata con lo studio Calatrava di Zurigo». Ha poi ribadito che, a suo giudizio, «nella fase iniziale c’è stata una grande sottovalutazione delle difficoltà e dei costi di un progetto tanto particolare». Da qui la necessità di continue modifiche, con relativi aumenti di tempo e costi: tutti giustificati, secondo il direttore. L’ultima scoperta è che anche la corsia centrale in trachite che separa i gradini di vetro, affinché la pietra resti allineata con il vetro in caso di assestamenti, va tagliata secondo una sezione sinora mai immaginata. Pezzo per pezzo.

«Come ci ha confermato anche l’ingegner Casarin», conclude Speranzon, «fidandosi della fama del progettista, si è messo a gara un progetto esecutivo che tale non era e si è preso per buono il preventivo - 4,7 milioni di euro - bandendo una gara in economia e facendo vincere l’offerta più bassa, come previsto per le opere sotto i 5 milioni. Non si è evidenziata la categoria prevalente “carpenteria”, cosicché ha vinto una ditta specializzata in edilizia, che nulla sapeva di acciaio, tanto che ha dovuto affidare la fusione alla Lorenzon: ma essendo la spesa superiore al 30% dell’appalto, non ha potuto subappaltare l’opera, ma ha dovuto ricorrere ad una fornitura d’opera, sottraendola al controllo del Comune. Ma perché continuare ad errare affidando alla Cignoni anche l’ovovia? E, ancora, in corso d’opera è stato messa e rimessa più volte mano al progetto, per correggerlo nella fase esecutiva: la direzioni lavori avrebbe dovuto essere affidata a Calatrava, che avrebbe dovuto curare le modifiche e che, invece, adesso può dire di aver dato al Comune un progetto perfetto, tanto che ad ottobre ha chiesto al Comune di cambiare impresa. Lo stesso dicesi dei costi, gravemente sottostimati. Per non dire del fatto che ci si era dimenticati delle legge per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Errori e responsabilità sono stati molti». La commissione chiuderà i lavori a fine febbraio.

Tutto è bene ciò che finisce bene, ma l’inizio dell’Ecopass sembra non essere negativo, almeno secondo le fonti ufficiali. Certo l’impatto è destinato ad attenuarsi: molti si abboneranno, altri cambieranno i veicoli per non pagare. Ma vediamo le possibili conseguenze sulle due variabili "strategiche" cui è destinato l’Ecopass: smog e congestione. Paradossalmente l’impatto ambientale, dichiarato prioritario, è quello con minori prospettive di successo. Gli inquinanti tradizionali (ossidi di zolfo e di azoto, composti del piombo, monossido di carbonio) sono sotto le soglie critiche, e l’anidride carbonica (che provoca l’effetto serra ma non nuoce alla salute) non diminuisce con veicoli "puliti". Resta solo il particolato, che è fuori norma e non cala. Ma è emesso dal traffico solo in parte, quasi solo dai diesel, e si muove rapidamente, per cui sembra problematico (e iniquo) cercare di fare del centro di Milano un’isola felice.

Situazioni di alta pressione atmosferica, infatti, mostrano una presenza di particolato fuori dai limiti europei, diffusa "democraticamente" su tutta la pianura lombarda. Qui occorre dunque vedere gli effetti reali nel medio periodo, e dei dubbi sono legittimi.

Parzialmente diverse possono essere invece le prospettive sulla congestione, che ha andamento molto più che proporzionale al traffico: bastano, cioè, relativamente pochi veicoli in meno sulle strade urbane per avere rilevanti benefici in termini di velocità di deflusso. Il problema tuttavia è la stabilità nel tempo del fenomeno: infatti il miglioramento delle velocità ha un fortissimo effetto di attrarre nuovo traffico (principio dei "vasi comunicanti"). Ben diverso sarebbe stato l’impatto di una disciplina più severa della sosta (le sanzioni comminate per divieto di sosta sono una piccolissima frazione di quelle necessarie a scoraggiare le infrazioni, come d’altronde è evidente dal perdurare, in questo settore, di comportamenti da terzo mondo). Tale disciplina avrebbe determinato condizioni più stabili di riduzione del traffico, e più equamente distribuite.

Ma qualche segnale positivo emerge anche su questo fronte. L’indisciplina del carico e scarico delle merci è uno dei fattori maggiori di congestione (la sosta in seconda fila, insieme alla mancata delimitazione delle corsie di marcia, genera una sostanziale sottoutilizzazione della rete viaria), ed è già stata oggetto di limitazioni, rimaste però, come ognuno di noi può vedere, perfette "grida manzoniane". Milano rimane ancora la capitale mondiale delle soste in doppia fila. Ora sembra che sia imminente il varo di nuove regole che limitino il carico e scarico alle ore notturne. Eccellente iniziativa (i vecchi furgoni diesel tra l’altro inquinano molto): ma lo scetticismo è purtroppo d’obbligo, visto il destino del provvedimento precedente.

Il prof. Massimo Morisi ritiene che il resoconto sulla stampa del processo decisionale su Castelfalfi- Tui sia carente di notizie assunte in loco.

E' vero, il caso è stato all’inizio sottovalutato dagli organi d’informazione: ma questo è certo dipeso dal messaggio sottotono – e rassicurante – che è stato fatto passare. Oggetto: la riqualificazione di un vecchio borgo e non il progetto speculativo di una multinazionale determinata a fare quadrare molto rapidamente i costi dell’ investimento ( cosa che solo l’intrapresa edilizia consente).

Sì, il caso non è apparso immediatamente con il suo vero volto, e questo è il primo difetto della comunicazione.

Peccato, però, che non tutto quello che è stato pubblicato sia presente nel sito dp-castelfalfi.it.. Per esempio: della cronaca che ho scritto tempestivamente sulla presentazione del progetto di Tui ( sul n. 41 di Carta e poi su eddyburg.it ) non c'è tracccia, nonostante l’articolo sia stato tempestivamente inviato all’ ufficio del Garante della comunicazione, insieme al commento di Edoardo Salzano.

L’esordio della “buona” partecipazione. Io c'ero quella domenica 21 ottobre a Montaione e l'impressione negativa che ho ricavato è che ex mezzadri e intellettuali in platea, siano stati iniziati al dibattito da una illustrazione assai circospetta – con troppe omissioni – e a tratti forse anche faziosa, dato che la lettura del progetto è stata tutta di parte.

Si dirà che toccava a Tui illustrare la proposta, e ai suoi procuratori difenderla appassionatamente. Replico che in assenza diuna “accusa” – un’istruttoria rigorosa – che con un tempo pari a disposizione, proponga altre interpretazioni e altre ragioni, il messaggio che si veicola è asimmetrico, pende troppo da una parte. Nella fase delicata dell’avvio, questo è un deficit comunicativo di grave pregiudizio per il seguito del dibattito.

Si sapeva che la multinazionale avrebbe magnificato il suo progetto e che la sindaca avrebbe manifestato grande apprezzamento. Della parola dei sindaci i cittadini da queste parti ancora si fidano. Così la proposta di Tui è stata posta su un piano leggermente inclinato eliminando qualche curva nel percorso verso l’approvazione.

Chi avrebbe dovuto evitare questa partenza così squilibrata e mettere a disposizione un’altra diversa opinione ? Una opinione “contro” da proporre prima di aprire il dibattito, guarda caso costretto in un tempo assai breve ( si sapeva che alle 12,30 – concluso il tempo assegnato al prologo monocorde – il pubblico sarebbe piano piano svicolato verso il desco domenicale).

Nella presentazione alla quale ho assistito nessun accenno ai numeri ( perché?); e senza numeri non si spiega un progetto che prevede trasformazioni: così la comunicazione è stata deprivata di una cognizione indispensabile nella fase più delicata.

I numeri, superfici, volumi e quindi utenti e automobili, con po' d'impegno si possono desumere dal fascicolo (prodotto con risorse di Tui) nonostante il resoconto sfuggente.

Numeri da interpretare, però. In mezzo a disegni a pastello anch’essi evasivi e furovianti. E perché non simulazioni tridimensionali? Che, per quanto manchevoli della poetica neoimpressionista, avrebbero reso un servizio più adatto al caso? La comunicazione sarebbe risultata più efficace, senza le mediazioni dell’artista, che possono confondere le idee.

Non mi pare che questa prima fase, utile a formare le opinioni, sia stata condotta con sufficiente equilibrio e troppo volta all’interno.

Temo che il prof. Morisi non colga quanto sia imprudente una visione introversa del caso Castelfalfi. Non è un successo la partecipazione ristretta ai soli abitanti di Montaione, perchè Castelfalfi ci appartiene (sì, anche a noi che abitiamo lontano dalle colline del Val d'Elsa). Ecco, dei modi interscalari della partecipazione, non c’è alcuna traccia nel procedimento.

La proprietà é di Tui – ripete più volte il Garante.

E allora? Ci sono regole sulla tutela del paesaggio che si possono applicare pure in Toscana, con rigore alla proprietà di chicchesia, se solo non si traducesse il principio di sussidiarietà in una pericolosa serie di scorciatoie locali. Perchè interpretazioni locali per la tutela non dovrebbero intaccare la sostanza del principio.

Ma perché questa visione rassegnata ? La proprietà privata dei suoli non ci condanna a un futuro di villette a schiera, di villaggi Robinson, dappertutto..

Anche in Sardegna, uno dei posti più belli del mondo è di proprietà privata, nientemeno della famiglia Berlusconi.. Volevano farci un megavillaggio turistico, molte centinaia di migliaia di metri cubi, una grande speculazione edilizia come quella di Castelfalfi, d’accordo il Comune di Olbia. Eppure, regole meno circoscritte, frutto di un dibattito più ampio, transcalare appunto, hanno impedito quella orribile speculazione. Neppure una villetta a schiera in quell’area ribattezzata Costa Turchese.

Le regole per difendere il paesaggio ci sono e possono e devono prevalere. Solo Cetto Laqualunque è sicuro che “ in amore e in edilizia è vietato vietare”.

Nota: sul nodo partecipazione locale/trasformazioni terrioriali con specifico riguardo all'emblematico caso Castelfalfi, si vedano: le critiche al lavoro del garante, di Mauro Parigi, la risposta del garante Massimo Morisi, un intervento di Edoardo Salzano, e il contributo di Paolo Baldeschi ; a complemento di queste specificazioni, è certamente utile la lettura o rilettura dei testi di Alberto Magnaghi sulla Legge Toscana che regola le modalità partecipative (f.b.)

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