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In Francia il partito socialista, Europe Ecologie e la sinistra socialista di Jean Luc Mélenchon assieme a quel che resta del Pcf, hanno conquistato tutte le regioni salvo l'Alsazia. L'astensione ha lasciato per terra la destra. Nicolas Sarkozy, già adorato in Italia, ha ammesso una disfatta secca.

Che cosa è avvenuto rispetto alle presidenziali? Il partito socialista di Martine Aubry ha abbandonato la linea di incontro con il centro promossa da Segolène Royal. Il quale centro, ammirato da Casini e da Rutelli, è scomparso dalla scena con la stessa rapidità con la quale vi era entrato. Quanto alla estrema sinistra di Besancenot, che non aveva voluto allearsi alle altre sinistre, si è ridotta al 2,5%. Se l'alleanza resterà in piedi, le prossime presidenziali, la cui campagna elettorale di fatto comincerà adesso, vedrà la sconfitta della destra di Sarkozy.

Si può trarne qualche conseguenza per l'Italia? Le politiche dei due governi sono le stesse, anche se Sarkozy non punta ai soldi e non ha la volgarità di Berlusconi. La differenza è che in Francia la sinistra non ha cessato di esistere mentre da noi si è suicidata o mortalmente divisa. Nelle regioni non consegnate in partenza al Pdl o a Bossi non vedo candidati che si oppongano al governo; conosco soltanto Niki Vendola e Mercedes Bresso. Mi appresto a votare Emma Bonino, perché è una persona limpida che rispetta le regole, ma è una liberista di ferro. Dove sta una sinistra? A resistere al cavaliere c'è una specie di partito degli onesti, il popolo viola, Santoro e Di Pietro. Essi puntano a una democrazia socialmente piatta che vada oltre alla vergogna in cui siamo.

È una resa intellettuale illimitata. E infatti, se si profila una caduta del berlusconismo, si verificherà nel suo stesso campo e sarà seguita da una coalizione Fini-Casini-Bersani, sconcertante. La sinistra francese non è certo geniale. Ma è stata capace di dire pane al pane, di rappresentare la protesta dei salariati precari, disoccupati, di parlare delle donne e alle donne, (tutto il paese ha celebrato, con mio stupore, l'8 marzo), di affondare la campagna sull'identità nazionale; di denunciare la non volontà di mettere termine alla speculazione finanziaria, non accetta la riduzione della spesa pubblica e per i beni pubblici. Nulla di straordinario, molta protesta delle categorie - non i soli sans papiers ma medici, insegnanti, operai, disoccupati, precari, agricoltori dal reddito sceso di un terzo. Un contenzioso non nuovo, accentuato dalla crisi, cui si aggiunge la crescita delle disuguaglianze come costituiva della globalizzazione.

Sarebbe cosi difficile dirlo anche in Italia? Da noi una sinistra, anche moderata, che lo dica non c'è. I comunisti si sono flagellati per non aver creduto nel mercato. Le sinistre più radicali non si occupano dei ceti deboli perché le condizioni materiali poco conterebbero rispetto al mutare del simbolico. Per cui nulla sarebbe possibile cambiare, salvo l'impresentabile Berlusconi. Niente di più: una destra ripulita lo potrà fare anche da sola. In Francia un'opposizione cosi avrebbe perso.

Le elezioni sono alle porte e la Chiesa italiana ha parlato: o meglio, ha parlato la Cei per bocca del cardinal Bagnasco. La precisazione è d’obbligo: è possibile che una sola voce riesca ad esprimere la quantità e la qualità delle posizioni che si muovono nella realtà del mondo cattolico?

Ci si chiede anche se le elezioni amministrative siano un’occasione di tale importanza da imporre che si levi in modo speciale la voce di un’autorità morale e spirituale come la Chiesa nella sua espressione gerarchica, obbligata dalla sua stessa natura a essere al di sopra delle parti . E non intendiamo levare la pur sacrosanta protesta di chi chiede che le autorità ecclesiastiche si astengano dalla lotta politica: anche se si potrebbe – e forse si dovrebbe, visti i tempi – ricordare ai vescovi che ci sono tante occasioni di urgenze grosse e di scandali clamorosi davanti ai quali la loro voce dovrebbe trovare il coraggio di levarsi. Lo stato morale del Paese è disastroso. C’è una corruzione che ha invaso – partendo dall’alto – anche i più remoti angoli dove si dà esercizio del potere. È cosa recentissima la pubblicazione del rapporto annuale dell’agenzia internazionale per il monitoraggio dello stato dei diritti umani nel mondo: e lì abbiamo letto note ben poco confortanti per il nostro Paese. Che cosa può fare un vescovo in questa situazione?

I modelli di vescovi che hanno saputo affrontare senza paura i potenti per esercitare il loro compito di pastori di anime e di guide di coscienze non mancano certo nella millenaria storia della Chiesa: il gesto di ripulsa e di condanna di Sant’Ambrogio davanti all’imperatore Teodosio fondò il diritto del vescovo di Milano a guidare il suo popolo. Non sono più tempi così drammatici, penserà qualcuno. Eppure l’appello del cardinal Bagnasco ha un tono di una certa drammaticità. Anche se nel suo discorso sono stati toccati diversi problemi, nella sostanza uno domina su tutti gli altri. Gli elettori sono stati invitati a seguire nella scelta elettorale la bussola della questione dell’aborto.

Ora, la domanda che si pone è se questo è veramente il problema dei problemi, quello per cui sta o cade la società. Si dice che questa funzione è quella che prima di tutte le altre appartiene alla Chiesa: la difesa della vita. Bandiera nobile, se altre ce ne sono. La vita umana va difesa. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma allora bisogna essere conseguenti e andare fino in fondo. Prendiamo un caso: sono passati appena pochi giorni da un episodio gravissimo: una madre ha partorito in una stazione di sport invernali dove lavorava, sulla neve dell’Abetone. Aveva un permesso di soggiorno legato al suo posto di lavoro. Ha nascosto il parto, il neonato è morto soffocato. Un’immigrata non può avere figli senza rischiare di perdere il lavoro: è l’effetto di una legge approvata da un governo di centrodestra che si vanta di avere il consenso degli italiani. E l’appoggio della Chiesa a questo governo produce ogni giorno effetti devastanti.

Noi non sappiamo quanti siano gli aborti clandestini che si praticano in Italia. Fu per affrontare la piaga dell’aborto clandestino che fu varata la legge 194. E l’effetto si è visto. Era un modo civile di affrontare una piaga antica, ben nota alle autorità ecclesiastiche. Per secoli l’arma della scomunica non ha impedito che nel segreto delle famiglie si eliminassero i figli indesiderati laddove le ferree catene del bisogno imponevano di non aumentare le bocche e di non avere figlie femmine. Allora la scomunica non colpiva i colpevoli della iniqua distribuzione delle risorse. E ancora oggi la condanna ecclesiastica non colpisce coloro che hanno varato quella legge che provoca lutti e dolori, che impedisce alle donne immigrate di avere figli. Né colpisce le forze politiche che non hanno a cuore la tutela della famiglia e che dedicano tutta la loro forza a sottrarre alla legge un presidente del Consiglio invece di varare una riforma fiscale che introduca il quoziente famiglia. Invece basta un normale appuntamento elettorale perché si ripeta ancora lo stanco spettacolo di un’autorità ecclesiastica che si schiera a favore di una parte politica contro un’altra. È un rito vecchio, logorato dall’uso, ripetitivo, facilmente decifrabile. Siamo a una scadenza elettorale resa inquieta dal silenzio della televisione di Stato, assurdamente determinata a lasciare i cittadini in una condizione di dubbio e di perplessità. Sono semplici elezioni amministrative. Non è in gioco la sorte del governo. Si tratta di scegliere i candidati più credibili per affidare loro l’amministrazione di regioni e città. Ci aspettavamo di essere messi in grado di scegliere serenamente sulla base dei profili dei candidati e del contenuto dei loro programmi. Ma di programmi è stato molto difficile parlare .

Il confronto è stato oscurato dall’episodio della clamorosa incapacità del più potente partito italiano di mettere insieme una lista di candidati e di farla pervenire alla scadenza dovuta davanti all’ufficio competente. Una manifestazione di piazza ha costruito lo spettacolo televisivo per raggiungere in un colpo solo tutti gli elettori. Ma forse anche questo spettacolo rischiava di non essere efficace. E allora, che altro si poteva fare per dare una mano al Pdl e combattere la candidatura di Emma Bonino nel Lazio?

Gli argini del fiume in fuga dalla Brianza velenosa, per lunghi tratti sono ancora neri. Mentre i germani reali, gli aironi o i cormorani, le ali appesantite dagli olii bituminosi, volano sempre meno tra i cieli plumbei di questa campagna piatta tra Lodi e Cremona, bagnata dalle piogge e dalle acque limacciose e scure del Lambro, dove 450 tonnellate di idrocarburi si sono fermate davanti alla diga di Isola Serafini. Verso Piacenza, pescatori e contadini aspettano la prossima piena: quando le acque sporche trascineranno verso il Po e poi al suo Delta ciò che rimane del più grande disastro ambientale degli ultimi anni, mettendo a rischio la fauna ittica, le coltivazioni di vongole e mitili di Goro e Gorino e le acque di quel gigantesco catino verde e caldo che è l’Adriatico.

A un mese esatto dal versamento di tremila metri cubi di petrolio nel fiume Lambro, la tragedia ecologica più devastante del già fragile patrimonio fluviale della pianura padana, rimane un mistero. L’inchiesta aperta a Monza dai pm Emma Gambardella e Donata Costa con l’ipotesi di inquinamento delle acque e disastro ambientale, è tuttora contro ignoti e l’unico a finire sul registro degli indagati, ma con un’accusa marginale rispetto al cuore delle indagini, ovvero violazione della Legge Seveso (per avere cioè stoccato più idrocarburi di quelli denunciati), è stato Giuseppe Tagliabue, presidente della Lombarda Petroli, la società di Villafranca Monza dalle cui cisterne nella notte del 23 febbraio scorso sono stati riversati nel Lambro e poi nel Po, tonnellate di gasolio e oli combustibili. La mano criminale che alle 4 del mattino aprì i rubinetti delle 6 cisterne (su 30) ancora attive dell’enorme stabilimento alle porte di Monza rispondeva a un interesse intimidatorio preciso: ma quale?

L’area su cui sorge la Lombarda Petroli della famiglia Tagliabue è da tempo preda di diversi appetiti, destinata ad essere riconvertita in terziario e edilizia abitativa per uno di quei faraonici progetti dai nomi suggestivi ma dai destini incerti: Ecocity, 300mila metri quadrati capaci di smuovere interessi di ogni genere: da quelli delle cosche a quelli imprenditoriali e politici. Non a caso la scorsa settimana, dopo aver interrogato dipendenti, ex dipendenti e autotrasportatori i magistrati hanno voluto ascoltare come testimone uno dei fratelli Addamiano, titolari della Holding immobiliare che si è aggiudicata il progetto di riconversione. A parole sembrerebbero tutti danneggiati per la bonifica dei terreni. Ma nei fatti, qualcuno ne ha tratto un vantaggio che ora i carabinieri stanno tentando di scoprire, pur considerando che forse chi ha agito è andato al di là delle intenzioni. Il petrolio infatti, prima di raggiungere il Lambro, ha dovuto inondare il piazzale delle cisterne, infilarsi nei tombini, scorrere nelle fogne, intasare il depuratore di Monza e poi gettarsi nel fiume. E solo il ritardo negli allarmi e nelle contromisure ha consentito il disastro ambientale.

La chiazza lunga diversi chilometri che per una settimana ha alterato l’equilibrio del principale fiume italiano, è scomparsa solo in parte, lasciando strascichi che richiederanno mesi prima di essere sanati e decine di milioni di euro: almeno 100, calcolano amministratori e sindaci dei comuni interessati dai fiumi inquinati. «Se sono vere le cifre fornite da fonti ufficiali, dovrebbero essere state recuperate almeno 2.600 tonnellate di idrocarburi: questo significa che all’appello ne mancano almeno 400», spiega Damiano Di Simile, presidente di Legamabiente Lombardia. 400 tonnellate di oli e gasolio che solo in parte potrebbero essere evaporati.

«Qualcosa, ma non molto, trattandosi di materiale più leggero dell’acqua, potrebbe essersi depositato sui fondi. Il resto è lungo gli argini e se non si interverrà al più presto, con la prossima piena il petrolio potrebbe inquinare il Delta del Po facendo danni irreversibili prima di gettarsi in mare. La nostra paura è che tutto ciò rimanga senza colpevoli».

Ritorno a L'Aquila, città fantasma che fatica a trovare il suo domani

Michele Brambilla – La Stampa, 21 marzo 2010

Ci siamo dimenticati dell’Aquila, o almeno abbiamo pensato che da quelle parti le cose andassero, se non bene, molto meglio. Abbiamo visto in tv la consegna delle casette antisismiche, la gente sorridente, abbiamo sentito la canzone che dice domani è già qui, e di nuovo la vita sembra fatta per te. Così ci siamo distratti. Ma L’Aquila è una città fantasma, e il domani chissà quando arriverà.

Il centro – che sono 170 ettari, e che di fatto è tutta L’Aquila: il resto sono 63 frazioni sparse qua e là – è morto. Non c’è una sola casa abitata. Quelle poche rimaste agibili non possono riaprire perché mancano i servizi – l’acqua, il gas – e perché c’è sempre il rischio che crolli qualche edificio accanto. Quattro milioni di tonnellate di macerie attendono di essere portate via. Si lavora, non è che non si lavori: ma gli operai, i vigili del fuoco e l’esercito sono ancora impegnati nella prima emergenza: puntellare, mettere in sicurezza.

Anche i negozi e gli uffici sono tutti chiusi. I commercianti hanno affisso agli ingressi maliconici cartelli. I più fortunati hanno scritto: «Ci siamo trasferiti a»; altri sono fatalisti: «Speriamo di rivederci presto». Dei tanti ristoranti, nessuno è aperto. La sera andiamo fuori città, in un posto che si chiama «La cascina del viaggiatore». Era un bell’edificio antico: deve essere abbattutto e ricostruito da zero. Il proprietario ha messo su, lì a fianco, un capannone prefabbricato per non fermarsi: «Ho speso centomila euro – ci spiega – e quando ricostruirò l’edificio originario avrò al massimo un contributo di ottantamila euro. Non solo: sarò costretto a demolire questo capannone». Anche gli alberghi sono tutti chiusi, eccetto uno che è di nuova costruzione e che è stato ulteriormente messo a posto per il G8. E lì che stiamo, con un gruppo di sfollati.

Scene ordinarie di un post-terremoto, si dirà. Ma non è così. Ci sono stati altri terremoti – il Friuli e l’Irpinia, ad esempio – che hanno fatto dieci volte i morti che ha fatto questo di un anno fa in Abruzzo; ma avevano colpito tanti piccoli o piccolissimi comuni. Questa volta è stato spazzato via un capoluogo di regione, con 70 mila residenti più 28 mila studenti. Per questo la ricostruzione qui sarà molto, molto più lunga e difficile. Questa volta sono stati distrutti perfino i centri del comando, quelli della prima assistenza e della normale amministrazione: la prefettura, la sede della regione e della provincia, le caserme, gli ospedali, le scuole. Una regione intera si è trovata all’improvviso senza testa.

E se i morti sono stati solo 308 – Iddio ci perdoni quel «solo» – è stato anche perché nella tragedia c’è stata una fortuna. Ci dice il prefetto Franco Gabrielli: «Lei pensi se non fosse successo la settimana santa, cioè quando quasi tutti gli studenti se n’erano già andati da L’Aquila per le vacanze. Oppure se fosse successo in quella settimana ma di giorno, con le chiese piene». Anche Stefania Pezzopane, la presidente della Provincia la cui foto con Obama ha fatto il giro del mondo, non riesce a togliersi il pensiero di che cosa sarebbe successo se la scossa, anziché alle 3,32 della notte del 6 aprile, fosse arrivata di giorno: «Penso agli uffici del centro, tutti pieni di gente al lavoro. Penso a mia figlia, che sarebbe stata a lezione alla scuola De Amicis, che è crollata». Di quella notte ha un ricordo che non cancellerà: «Abbiamo viste le crepe aprirsi nelle mura e siamo scesi giù, io mio marito e mia figlia, insieme con altre centomila persone».

Senza tetto sono rimasti in 67 mila. Per ridare loro rapidamente una casa – e una casa dignitosa, non un container – è stato fatto uno sforzo obiettivamente senza precedenti. Nelle C.A.S.E., che vuol dire Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili, e che sono più note come «le case di Berlusconi», abitano oggi 13.408 persone. Nei M.A.P. (Moduli abitativi provvisori: sono le casette di legno donate dalla Croce Rossa e montate dalla protezione civile di Trento) ce ne stanno altre 4.295. Negli alberghi sulla costa e in altre strutture (caserme) ci sono tuttora 7.332 persone. Poi ce ne sono 15 mila che hanno trovato ospitalità da parenti o amici, in casa o in roulotte. Fate un po’ di conti e vedete che, su 67 mila, solo 27 mila sono già tornati nelle loro case. E’ diventata familiare una nuova classifica: edificio A vuol dire piccoli danni; B e C danni seri con inagibilità temporanea; le case segnate con la E hanno danni strutturali e devono essere abbattute; le case F hanno una «inagibilità indotta»: vuol dire che potrebbero essere abitate ma stanno vicino ad altri edifici a rischio crollo (come dicevamo, è un caso frequente nel centro storico). C’era anche la D, ma segnava i giudizi sospesi: non ce ne sono più.

Nel centro storico è scoppiata la protesta. Prima quella del popolo delle chiavi, che voleva la riapertura della zona rossa. Poi quella del popolo delle carriole, che ha cominciato sua sponte a rimuovere le macerie. Ci si lamenta perché la ricostruzione è ferma. E’ un disagio profondo e reale: ma quanto diffuso? «Siamo passati da qualche migliaio ai 700 rilevati l’ultima volta dalla questura», dice il prefetto Gabrielli. Ma non è questione di numeri: «E’ che come al solito l’Italia si divide in due curve di ultras, c’è chi dice che è stato fatto tutto e chi dice che non è stato fatto niente. Io rivendico il diritto a una via di mezzo e dico: molto è stato fatto, moltissimo resta da fare». Non bisogna snobbare la protesta, dice il prefetto, ma bisogna anche riconoscere che «è stato fatto uno sforzo eccezionale per sistemare al più presto i senza casa». Ma non solo quelli: «E i 1600 ragazzi che sono stati rimessi a scuola entro il 5 ottobre, con la realizzazione di 32 strutture prefabbricate e la messa in sicurezza di 59 edifici lesionati? I signori delle carriole non dicono nulla su questo? Oggi le scuole dell’Aquilano sono fra le più a norma d’Italia: lo sa che prima del terremoto molte non avevano neanche l’impianto elettrico in regola? Anzi, lo sa che molte scuole non risultavano neppure al Catasto? Si vuol far credere che qui, prima del 6 aprile 2009, fosse tutto un paradiso. La verità è che questa zona non deve ri-partire: deve partire, perché per molte cose era già ferma».

Per Gabrielli ci vorranno cinque anni per avere «un ritorno significativo di vita nel centro». Il problema delle macerie è di difficile soluzione perché «non è materiale che si possa tirare su con il caterpillar: c’è di tutto, amianto compreso». Ci sono anche pietre che non possono essere buttate: «L’Aquila è, con Arezzo, la città più vincolata d’Italia; e il quinto centro d’arte del Paese». La ricostruzione deve far marciare insieme il rispetto di questa storia con le norme antisismiche. Ma c’è un’altra ricostruzione ancora più urgente. Il terremoto ha ammazzato un’economia che già aveva qualche problema. Un dato: nel bimestre maggio-giugno del 2008 in provincia dell’Aquila le ore di cassa integrazione furono 800 mila. Nello stesso bimestre maggio-giugno del 2009, cioè subito dopo il terremoto, sono diventate sette milioni e mezzo. E i commercianti, gli artigiani, le partite Iva non hanno neppure la cassa integrazione. Anche per questo, non solo per le macerie, L’Aquila è in ginocchio.

[ 1-continua]

Ritornare a casa: Il fragile sogno degli eterni sfollati

Michele Brambilla – La Stampa, 22 marzo 2010

Mentre stiamo per suonare ai campanelli delle casette antisismiche dove vivono gli sfollati, ci viene in mente una battuta di Eugenio Montale: «Sarei contento se istituissero l’undicesimo comandamento: non seccare il prossimo». Con quale faccia andiamo a chiedere a un terremotato come sta? Eppure gli aquilani confermano nei fatti ciò che si dice di loro: gente fiera e gentile, sa soffrire con dignità e non mette alla porta nessuno.

La signora Marilena Ascaride vive con il marito e i due figli di 13 e 9 anni nell’appartamento numero 7 di Coppito 2. Racconta la sua storia: «Abitavamo qui vicino, nel complesso il Moro delle case Ater, che sono le case popolari dell’Aquila. Era una bella casa, pagavo 500 euro al mese di affitto. Adesso è catalogata con la lettera E: vuol dire che è una delle più danneggiate. Ci hanno mandati in albergo a Tortoreto, i miei genitori sono ancora lì. Noi dal 29 gennaio siamo qui. Com’è? La tv fa vedere che è tutto a posto e tutto bello, ma qui non è bello niente».

Come quasi tutti gli aquilani passa subito al tu: «Che cosa ti devo dire? Qui non pago nulla, ma non si sa fino a quando. Ci sono ancora scosse, quasi tutti i giorni: si sentono tanto perché la casa è fatta apposta per oscillare e non crollare. Per carità di Dio: ho due bagni, gli arredi sono più che dignitosi, c’è perfino il videocitofono. Ma non sono a casa mia. Vedi, il governo e la tv hanno dato un’immagine di efficienza e di rapidità. Ma la gente non la percepisce così. Forse hanno voluto fare troppo in fretta, forse era meglio darci una sistemazione più economica e provvisoria e cominciare a ricostruire le case danneggiate. Chi abitava in centro dovrà restare qui almeno dieci anni». Le chiediamo come campa: «I miei figli vanno a scuola all’Aquila. Io faccio la parrucchiera e avevo un negozio in centro: distrutto. Adesso ho riaperto a Pettino. La gente viene a rifarsi i capelli? Sì, un po’ di vita sta riprendendo. Ma la sicurezza dello stipendio non te la dà più nessuno».

Coppito è una frazione dell’Aquila. C’è un piccolo centro storico. A un paio di chilometri il governo ha realizzato Coppito 2 e Coppito 3, e subito si è ironizzato: «Berlusconi torna agli inizi, quando fece Milano 2 e Milano 3». Siccome in Italia ormai su ogni questione si ragiona per schieramenti, c’è chi ha esaltato queste C.A.S.E. (complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) come un miracolo di san Silvio e chi l’ha buttata in burletta, parlando di casette di Biancaneve e di piazzata propagandistica. A vederle, dentro e fuori, a noi vien da dire semplicemente questo: sono case certamente fatte in fretta e di incerta resistenza nel tempo, ma sicuramente sono infinitamente meglio dei container, delle casette di legno e di tutte le altre sistemazioni solitamente adottate per un dopo terremoto. Sono palazzine di due piani, costruite su piastre sorrette da piloni, diciamo così, «elastici»: come palaffitte insomma, e gli esperti assicurano che resisteranno a qualsiasi scossa. Costruite in diciannove aree diverse, hanno garantito a 13.408 persone di passare un inverno al caldo e senza paure.

Non tutti hanno condiviso: c’è chi pensa che la costruzione di queste case, e la loro consegna-lampo, abbiano portato via troppo tempo e troppe risorse, così da rinviare una ricostruzione che poteva essere già avviata: «Forse si potevano consegnare alloggi più provvisori, forse con più casette di legno e meno case in muratura si poteva velocizzare l’intervento nei centri storici. Ma penso che non si potesse fare altrimenti: dare un tetto è stata considerata un’emergenza prioritaria rispetto alla rimozione delle macerie. E poi queste C.A.S.E. resteranno nel patrimonio del territorio», dice la presidente della provincia Stefania Pezzopane, del Pd. Il disagio non è dovuto alla qualità delle case, che è più che buona, ma ad altro: «L’Aquilano – dice ancora Stefania Pezzopane – ha la caratteristica di essere una terra antica con un forte radicamento della popolazione. Nel momento in cui il terremoto espelle la gente dal territorio in cui vive, si creano problemi di identità. La gente vive accanto a persone che non conosce, si sente sradicata».

«Ringraziando Iddio non ci possiamo lamentare»: è la frase ricorrente fra gli abitanti delle C.A.S.E. Distinguono il dolore dalla lamentela. Soffrono per essere sradicati, ma sono consapevoli che ad altri è andata peggio. «Io sono di centro sinistra – ci dice un pensionato che chiede di non pubblicare il nome – ma devo riconoscere che il governo ha agito meglio di quanto sia stato fatto in passato, con altri terremoti. Poi però ha rallentato. L’impressione è che Berlusconi abbia agito da imprenditore: ha fatto tanto e subito, poi ha un po’ tralasciato».

La nuova casa di Maddalena Colaianni, a Coppito 2, dentro è ancora più bella della prima che abbiamo visto. Per dire: parquet e soffitto in legno. Due stanze: ci vivono quattro persone. Lei, suo fratello e i suoi genitori. Papà è molto malato: «E tremo al pensiero di dover chiamare un’ambulanza di notte: qua attorno non hanno ancora asfaltato. Ringraziando Iddio stiamo bene, però… Per carità, noi ringraziamo il governo. Ma vogliamo tornare a casa. Abbiamo l’impressione che i lavori siano fermi». Sono arrivati qui in un giorno speciale: era il 25 dicembre.

Non ci hanno detto quanto dobbiamo restare. Sappiamo che almeno per diciotto mesi non dobbiamo pagare l’affitto. Le bollette invece sì, ed è giusto». Racconta che nemmeno una tragedia collettiva come un terremoto ferma i disonesti e gli approfittatori: «C’è gente che si è fatta dare la casa e ha cercato di subaffittarla perché aveva un’altra sistemazione propria. Per fortuna li hanno beccati». Brutte storie di una guerra fra poveri. «E’ stato – ci dice Maddalena – un periodo triste».

A poche decine di metri ci sono, ricostruiti a tempo di record, due edifici importanti. Uno è la Curia: la notte del 6 aprile anche il vescovo era rimasto senza tetto. L’altro è un edificio diventato simbolo non solo della tragedia, ma anche dello scandalo delle costruzioni sciagurate: la casa dello studente. L’hanno ricostruita in novanta giorni. Si chiama Residenza Universitaria San Carlo Borromeo perché viene dalla regione Lombardia. Ha 120 posti letto, stanze doppie con bagno, sale studio, pannelli solari e ovviamente è antisismica. Sembra un residence di montagna, in legno chiaro. «E’ stato fatto davvero un lavoro eccellente», dice la signora che gestisce, Roberta Carvelli. E ci pare vero. Questa resterà: non è una soluzione provvisoria. Come invece lo sono le «case di Berlusconi», che probabilmente rimarranno alla storia come il miglior intervento di un governo italiano per far fronte a un’emergenza. Ma la gente che ci vive ha un solo pensiero: tornare a casa. Ci vorrà, crediamo, molto tempo.

(2 – continua)

Paradosso l’Aquila: «Puntellati anche edifici che saranno demoliti»

Jolanda Bufalini – l’Unità, 22 marzo 2010

Il presidente commissario Chiodi alla testa delle carriole è sembrato veramente troppo ai cariolanti che hanno dato vita alla protesta delle macerie, «Non ci piace essere strumentalizzati», dice Giusi Pittari, docente universitaria. L’Aquila, ore 9 e 30, quarta domenica di protesta e di lavoro. Quinta, se si conta la mattina in cui gli sfollati hanno appeso le chiavi delle loro case alle transenne che delimitano la zona rossa. Scope, pale e carriole ma a piazza Duomo sono ancora pochi i “lillipuziani” che hanno deciso di riappropiarsi della città con i loro mezzi antichi e poveri. È presto e, soprattutto, nella confusione del movimento spontaneo, molti erano al Castello, all’altro limite del centro storico: anche dal Castello gli aquilano sono entrati nella zona rossa, per portare nelle loro piazze, insieme ai bambini, fiori e palloncini colorati. Gianni Chiodi invita ad andare nella prima piazza liberata con l’aiuto di esercito e vigili del fuoco. Si forma il corteo ma decide di svoltare a destra, nel cuore più devastato della città: piazza dei nove martiri. È in condizioni disperanti, non ci sono solo macerie, da spalare c’è tanta immondizia e plastica abbandonata. Pranzo in piazza e “spazi aperti”: circa 400 persone si sono divise in dieci gruppi di lavoro.

È la tecnica della “Semi open space technology” per cercare di garantire al movimento partecipazione e capacità di decisione. Non si passa nei vicoli ingombrati dai puntelli e non si entra nei palazzi puntellati fitti fitti. Dentro, imprigionati, rimangono gli oggetti da recuperare, le macerie lasciate lì dalle ditte di demolizione o quelle causate dai crolli. Ci ha fatto i conti Claudio Persio, funzionario dell’università al patrimonio, che da mesi recupera al rettorato, nella facoltà di lettere, in quella di medicina interna a San Sisto, archivi e libri, computer e oggetti. «La vita delle persone è nelle carte», pensa Persio. E con le carte recuperate, per esempio, si è potuta ricostruire la carriera del personale docente e non docente che doveva andare in pensione. Però ci sono posti dove non si riesce a passare «e io, che sono un montanaro del soccorso alpino, ti assicuro che mi muovo bene». Ci ha fatto i conti anche Giuseppe Sordini, restauratore, quando è entrato a palazzo Dragonetti per cercare di recuperare dei mobili su incarico della famiglia.

Quelle prigioni di ferro sono molto costose: il prezzo si calcola a 28-30 euro a nodo e i nodi sono moltissimi, lungo le facciate dei grandi edifici. Ma non sempre sono utili, perché, spiega Antonio Gasbarrini, «hanno puntellato pure edifici da demolire» e possono anche essere «pericolosi- ragiona Alberto Aleandri, imprenditore - perché possono rovinare lo stabile, se sono messi senza criterio». Ci sono paesi, racconta Mauro Zaffiri, «dove si puntellano anche le baracche, perché i sindaci non si assumono la responsabilità di demolire. Ma arrivi al paradosso di puntellare una stalla che vale 5000 euro mentre la puntellatura ne costa 20.000» «Hanno fatto - spiega l’architetto Antonio Perrotti - grandi operazioni specifiche settorializzate: il progetto CASE, le demolizioni, i puntellamenti. Invece, nella ricostruzione si dovrebbe operare in modo congiunto, come è stato fatto in Umbria: liberi il fabbricato dalle macerie all’esterno poi puntelli per poter entrare, valuti la situazione..». E invece? «Invece tutti i sindaci prendono ditte a chiamata diretta, pagano a consuntivo, i controlli sono superficiali, manca il coordinamento tecnico e il progetto lo fa la ditta». Il risultato? «Ci sono troppi nodi e troppi tubi, sono puntellamenti sovradimensionati e, alla fine, temo che costeranno più del progetto CASE».

E anche spuntellare sarà difficoltoso e questa «è un’arma di ricatto che hanno le ditte verso le amministrazioni, poiché la ditta che li ha messi sarà l’unica a sapere dove metter le mani». Le tirantaure, spiega Perotti, «sono messe spesso in modo opinabile e non definitivo, perché è chiaro che se una catena passa attraverso porte e finestre dovrà essere tolta, mentre poteva essere sistemata lungo i muri di spina in modo da poterla lasciare anche dopo». Perotti ha lavorato a San Demetrio nella commissione allargata sulle demolizioni: «Facevamo una valutazione dello stato di consistenza e poi si procedeva a una demolizione mirata. Ora non c’è nessuna valutazione, si appalta tutto a esterni, non c’è una verifica di costi- benefici». Un anno è andato perso per il centro storico dell’Aquila. e anche per gli altri piccoli centri, dalla storia millenaria che fanno da corolla al nucleo principale, da Paganica a Tempera, a Camarda, Pile e tanti altri. Solo dalprimo febbraio si è costituita l’unità di missione che dovrebbe guidare la ricostruzione. Costituita però, solo formalmente, perché dovrebbe essere composta di trenta persone e ce ne sono solo otto, compreso l’autista. È ospite degli uffici della Regione Abruzzo a Roma in un paio di stanze e, già gli otto reclutati, ci stanno stretti. Gaetano Fontana, che guida l’unità di missione, ha presentato le linee guida per la ricostruzione, non ancora ufficializzate. Ma obiettano dal collettivo 99, formato da architetti, ingegneri, sociologi antropologi, «non c’è un’idea se non quella di riparare ciò che è andato distrutto, mentre abbiamo bisogno di progetti che facciano tornare a vivere la città».

Collettivo 99: «Senza un’idea di città i giovani andranno via»

Intervista di Jolanda Bufalini a Marco Morando – l’Unità, 22 marzo 2010

Incontriamo Marco Morante vicino all’Agip, poco distante dallo svincolo autostradale. È così che ci si trova nella città terremotata, non ai portici, come si faceva una volta, nel cuore antico ed elegante del centro. Di fronte c’è ancora un grande spazio verde. Ma per poco perché è già cominciata la costruzione della mensa dei poveri e di una chiesa. Ultimo «gesto muscolare» di Bertolaso in favore della curia. Marco Morante è uno degli animatori del Collettivo 99, giovani architetti, ingegneri, antropologi, sociologi che si sono riuniti subito dopo il terremoto per elaborare proposte che abbiano la forza di dare una prospettiva alla città. «La scelta di costruire qui - dice - è un brutto segno. Non per quello che si costruisce, la mensa dei Celestini, ma perché questo è un punto strategico della città. Di questo era convinto anche il sindaco, qui doveva venire verde pubblico e altri servizi».

C’è un elemento esistenziale importante nell’impegno di questi giovani professionisti: «Abbiamo elaborato delle proposte e le abbiamo inviate al sindaco Cialente, all’architetto Fontana, anche perché o si lavora intorno a delle idee, a un progetto che tutti possano seguire e controllare anno per anno, oppure che senso ha restare a l’Aquila». Resterà, pensa Marco, «solo chi non può far altro». Loro, intanto, del Collettivo 99, hanno messo in piedi collaborazioni con le università e le facoltà di architettura di Parigi, Venezia, Firenze, Cesena, il Politecnico di Milano, Pescara. L’idea è quella di una«riconversione sostenibile, sul piano ambientale, energetico, sociale». L’Aquila, spiega Marco Morante, era, urbanisticamente, un unicum. Il nucleo intorno al Castello era il punto di riferimento per la corana dei piccoli centri. Con il progetto CASE hanno negato questo suo ruolo. Ora si vende a Fintecna e la prospettiva è una Disneyland.

L’Aquila, scontro dopo le accuse del vescovo

Giuseppe Caporale – la Repubblica, 22 marzo 2010

«L’Aquila muore se continua ad essere lasciata sola...». Il grido d’allarme (lanciato ieri dalle colonne di Repubblica) del vescovo ausiliare dell’arcidiocesi dell’Aquila, Giovanni D’Ercole, irrompe nel dibattito sulla ricostruzione post-sisma, proprio nella quinta domenica di protesta del popolo della carriole, e a due settimane dall’anniversario della tragedia del 6 aprile. «Le macerie sono ancora a terra - aveva detto il presule nell’intervista - la gente costretta a vivere lontana dalle loro case è giustamente esasperata: non si può far più finta di niente».

E, ieri, a fargli da eco sono arrivate le dichiarazioni del sindaco delll’Aquila, Massimo Cialente: «Siamo sull’orlo della bancarotta, il governo deve intervenire. La sospensione delle tasse che abbiamo avuto dal primo gennaio al 30 giugno attualmente non ha copertura finanziaria per 463 milioni di euro». Per il deputato abruzzese del Pd Giovanni Lolli «la ricostruzione del centro storico de L’Aquila e degli altri paesi non può essere lasciata nelle mani delle amministrazioni comunali: è un problema dello Stato». Lolli ha ricordato, poi, che il ministro Bondi, rispondendo a una sua interrogazione, ha fatto sapere che «solo per 12 monumenti sono stati raccolti pochi spiccioli, mentre i beni monumentali sono 1.700 nelle zone terremotate. Solo scelte forti da parte dello Stato possono rispondere a problemi come quelli che abbiamo a L’Aquila. In mancanza di queste, continueremo a sentirci abbandonati e a protestare».

Sulle parole di D´Ercole (l’uomo che il Vaticano ha inviato a L’Aquila per affiancare il vescovo locale nella ricostruzione delle chiese distrutte dal sisma) è intervenuto anche il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri. Spostando però l’oggetto della polemica: «Ha ragione il vescovo quando sottolinea la gravità dei ritardi delle amministrazioni locali a L’Aquila. L’ho sentito telefonicamente e ho raccolto il grido di dolore perché, mentre l’intervento nazionale è stato tempestivo ed efficace, le amministrazioni locali appaiono inerti». Per Gasparri, «l’azione dell’esecutivo ha dovuto colmare anche in questi giorni le inefficienze di chi, sul posto, organizza manifestazioni invece di dare un contributo fattivo all’opera di ricostruzione». Dichiarazioni «gravissime, scorrette e ingiuste» le ha subito bollate il sindaco Cialente.

Per il senatore Stefano Pedica, Idv, «il grido lanciato da monsignor D’Ercole coinvolge tutta la società civile italiana, e non può essere ignorato dal mondo politico italiano senza distinzione di colore». A smorzare la polemica è intervenuta la Curia dell’Aquila: «Dispiace - si legge in una nota - che un’intervista rilasciata per mettere in luce l’impegno dei cittadini aquilani, desiderosi di ricostruire la propria città, sia stata presentata come un atto di protesta. Le difficoltà ci sono ma per un pastore quale è monsignor D’Ercole è chiaro come sia prioritario non arrabbiarsi ma promuovere il dialogo e far sì che tutte le forze (cittadini e istituzioni) siano coinvolte per il bene di tutti».

Intanto, piazza Palazzo, zona simbolo del centro storico dell’Aquila, dopo due giorni di lavoro da parte dell’esercito, è stata completamente liberata dalle macerie. Le carriole ieri hanno lavorato in piazza Nove Martiri. Per tutta la giornata i manifestanti hanno lavorato alla rimozione dei detriti, ma non solo. Per festeggiare il primo giorno di primavera migliaia di persone hanno affollato le vie principali della città, colorando strade e piazze con fiori e palloncini.

La legge regionale non può rinviare il termine di entrata a regime della nuova autorizzazione paesaggistica. E' quanto stabilito dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 101, depositata il 17 marzo scorso, con cui è stata dichiarata l'illegittimità di alcune norme contenute nella legge regionale n. 5/2007 del Friuli Venezia Giulia (così come modificate dalla legge n. 12/2008). Secondo i giudici della Consulta, le norme nazionali in questa materia, di competenza legislativa statale esclusiva fissano «standard minimi di tutela», che non possono essere intaccati dalle Regioni, ordinarie o a statuto speciale, né dalle Province autonome.

Le norme bocciate sono l'articolo 8, commi 1 e 2, e l'articolo 60, comma 1, della legge friulana. Per capire le ragioni della decisione, però, occorre fare un passo indietro. Il nuovo iter definito dall'articolo 146 del Dlgs n. 42/2004 - entrato a regime dal 1° gennaio 2010, dopo vari differimenti e la fase transitoria disciplinata dall'articolo 159 del Codice Urbani prevede che la regione, o il comune da essa delegato, prima di pronunciarsi su un'istanza riguardante un bene sottoposto a vincolo paesistico, acquisisca il parere del soprintendente. Parere che, oltre a essere obbligatorio, è anche vincolante nelle ipotesi in cui i piani paesaggistici non siano stati ancora adeguati dalle regioni alle nuove previsioni in tema di pianificazione introdotte nel codice dal Dlgs n. 63/2008.

Il legislatore friulano, invece, aveva disposto che il rilascio dell'autorizzazione paesaggistica da parte dei comuni delegati avvenisse secondo la disciplina transitoria dettata dal Codice Urbani «sino all'adeguamento dei loro strumenti di pianificazione al piano paesaggistico regionale». Una scelta bocciata dalla Corte, secondo cui la disposizione regionale non solo rende incerto il momento iniziale della nuova disciplina, ma, soprattutto, «modifica la decorrenza del termine fissato dal legislatore statale» dettata a livello nazionale, con «una illegittima riduzione della tutela del paesaggio imposta dalla legislazione statale». Il termine statale, sottolinea la Consulta, ha valore cogente.

E cogente è anche il termine assegnato alle regioni per verificare la sussistenza dei requisiti di organizzazione e di competenza tecnico- scientifica in capo ai soggetti delegati all'esercizio della funzione autorizzatoria, pena la decadenza delle deleghe già conferite. Quanto ai comuni, fino all'adeguamento dei loro strumenti di pianificazione al piano paesaggistico regionale, essi sono tenuti ad applicare il comma 9 dell'articolo 143, che, a far data dall'adozione del piano paesaggistico, preclude la realizzazione su immobili e aree vincolate di interventi in contrasto con le prescrizioni di tutela previste nel piano stesso. La stessa norma sancisce altresì che dopo l'approvazione del piano, le relative previsioni e prescrizioni siano immediatamente applicabili e prevalenti sulle previsioni dei piani territoriali ed urbanistici. Anche sotto questi profili, quindi, le disposizioni regionali vengono ritenute costituzionalmente illegittime dalla Corte, poiché lo slittamento temporale del nuovo regime determina un'inammissibile restrizione della tutela dettata a livello statale.

HO ASPETTATO il discorso di Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni prima di scrivere queste righe. Pensavo che avesse in serbo qualche idea nuova, qualcuna delle sue promesse elettorali- per altro mai mantenute - che sorprendesse il Paese e spiazzasse l'opposizione.

E intanto, mentre si attendeva l'arrivo sul palco del Capo dei Capi, il Capopopolo, il Capopartito, il Capo del governo, ho guardato la piazza, le facce della gente, le loro parole ai microfoni delle televisioni. Le facce erano pulite, serene, allegre. Doveva essere una festa, la festa dell'amore verso tutti, verso gli altri; una festa di popolo con le sue idee, i suoi bisogni, le sue speranze, come ce ne sono in tutte le piazze democratiche di questo mondo. Così era stato detto dagli organizzatori e così sembravano aspettarsi i partecipanti. Ma poi è arrivato lui e l'atmosfera è cambiata. Le gente allegra è diventata tifoseria, quella che inveisce contro i giocatori avversari e contro gli arbitri ai quali è affidato il rispetto delle regole di gioco.

Una piazza, sia pure affollata, non cambia una situazione politica ma fornisce un elemento in più per valutarne i possibili esiti.

Se all'inizio c'era attesa, alla fine il tono si è spento dopo un discorso che è stato uno dei più brutti che Berlusconi abbia mai pronunciato. Ripetitivo, retoricamente bolso, con un tentativo di colloquiare con la piazza che ripeteva un logoro copione già visto molte volte con lui e con altri in epoche più remote: «Volete voi che vinca la sinistra?». «Nooo». «Volete voi che vinca il Popolo della libertà?».

«Sììì». «Volete voi il governo del fare?». «Sì». «Volete che aumentino le tasse?». «Noo».

Ha promesso addirittura che il suo governo avrebbe vinto il cancro.

Incredibile, ma è accaduto in quella piazza e da quel palco.

Naturalmente ha attaccato a fondo la sinistra descrivendola come una peste da cui lui e soltanto lui ha salvato il Paese sacrificando la sua privata libertà. Si è vantato di avere ridotto i reati di furto di rapina e di omicidio a livello minimo mai raggiunto.

Di aver riportato l'Italia tra le grandi potenze col massimo rilievo che tutti gli altri gli attribuiscono. Di aver bloccato l'immigrazione. Di aver fatto sciogliere i campi nomadi. Ha inneggiato a Bertolaso e ai provvedimenti di emergenza che hanno salvato il Paese. Ha ricordato per l'ennesima volta i rifiuti tolti a Napoli (adesso ci risono) e le case fabbricate a L'Aquila.

A metà spettacolo è arrivato al microfono Umberto Bossi e gli ha rubato per qualche minuto la scena. Non so se l'abbia fatto per distrazione o per sottile perfidia ma con il suo stentato parlottare Bossi gli ha conferito un merito che francamente non conoscevamo: quello di non aver firmato una direttiva europea sulla «famiglia trasversale»; un merito alquanto imbarazzante se attribuito proprio a Berlusconi.

Quanto al programma per i prossimi tre anni (infrastrutture, diminuzione delle tasse, ampliamento delle case senza bisogno di nessuna autorizzazione e, appunto, la vittoria sul cancro) c'è stato anche uno scivolone clamoroso. La decisione di firmare davanti a quella piazza un patto con i candidati al governo delle Regioni, nel quale patto il governo da un lato e dall'altro le Regioni che saranno guidate dal centrodestra si impegnano a realizzare un programma comune con appoggio reciproco.

E le Regioni guidate dall'opposizione, si domanderà qualcuno? «Con loro è impossibile discutere» ha detto dal palco Berlusconi. Il capo del governo ha cioè pubblicamente annunciato che discriminerà le Regioni che in libere elezioni saranno presiedute dall'opposizione. Se questa è la libertà da lui difesa e promessa, stiamone se possibile alla larga.

Ma oltre alla sinistra l'attacco si è concentrato contro i magistrati mossi da intenti politici. Come distinguere quei magistrati dagli altri? Il metro è ovvio. Quelli che processano lui o i suoi amici sono politicizzati, gli altri fanno il loro mestiere. L'attacco è stato particolarmente violento per i magistrati dei tribunali amministrativi di Roma e di Milano che «hanno volutamente truccato le carte per escludere il nostro partito dalle elezioni». In verità a Milano quegli stessi magistrati dopo un più attento controllo hanno riammesso Formigoni.

A Roma le cose sono andate diversamente perché le regole escludevano l'ammissibilità di una lista.

Pochi minuti dopo il discorso è arrivata la notizia che il Consiglio di Stato, con una sentenza ormai definitiva, ha respinto per l'ottava volta il ricorso del Pdl per la riammissione della sua lista nella provincia di Roma. Tutti comunisti anche a Palazzo Spada? «Ma ci sarà una grandissima riforma della giustizia» ha minacciato il premier con aria truce. Una decimazione tra i giudici? Le "toghe rosse" all'Asinara? Infine il presidenzialismo: prima della fine di questa legislatura verrà stabilita anche l'elezione diretta del Capo dello Stato.

Non poteva mancare, quello è ormai un pensiero fisso, la sua tarda vecchiaia lui la vuole passare al Quirinale.

Un discorso piatto, accusatorio, politicamente scadente, letterariamente pessimo. Deludente anche per i suoi che sono una bella gente un po' frastornata.

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I bisogni degli italiani, a qualunque parte politica appartengano, sono diversi da quelli che Berlusconi immagina.

Quando esordì in politica sedici anni fa aveva interpretato lo stato d'animo di una larga parte del Paese. Ricordate la Milano da bere di craxiana memoria? Ebbene, nel '94 non più soltanto Milano, ma tutto il Nord voleva una Padania da bere. Poteri forti, piccole imprese, partite Iva volevano abbattere i recinti, le regole, i lacci e laccioli che impedivano una libera gara. Fu l'epoca del liberismo e chi aveva garretti più robusti agguantava la sua meritata parte di successo e di felicità.

Questa era la domanda che veniva dal fondo del Paese e chi meglio di lui poteva capirla e soddisfarla? C'erano dei nemici da sconfiggere per attuare questo programma e lui li indicò: la casta politica impersonata dai comunisti e dalla sinistra. Il fisco e la burocrazia. E poi un uomo forte e antipolitico al vertice. Un partito-azienda ai suoi ordini. Le istituzioni da usare come una vigna di famiglia.

Intanto si disfaceva il vecchio mito della classe operaia, si affermava l'economia globale, cresceva il boom della finanza e la bolla della «new economy».

La sinistra, di tutti questi fenomeni, capì poco o niente. Aveva un'altra visione del Paese che però in quel momento non corrispondeva alle domande, alle voglie, agli umori ed agli interessi della maggioranza.

La sinistra pensava ad una crescita equilibrata, alla redistribuzione sociale del reddito per diminuire le disuguaglianze, alla legalità, all'accoglienza dell'onda migratoria. Privilegiava, almeno a parole, il «welfare» rispetto ad un liberismo darwiniano.

Strappò ancora qualche vittoria elettorale, ma il trend era già passato di mano.

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Il Berlusconi del 2007 è un fenomeno in parte diverso da quello del '94. È sempre un grande Narciso, un grande venditore e un grande bugiardo, ma alla passione per i propri privati interessi siè affiancata la passione per la politica. Che cosa c'è di più appagante della politica per un Narciso a 24 carati? La sua politica non sopporta regole né ostacoli. Vuole che tutto sia suo. Perciò l'obiettivo primario è il presidenzialismo, l'investitura popolare e plebiscitaria per un presidenzialismo che faccia piazza pulita di tutte le autorità di controllo e di garanzia. Che degradi il Parlamento, la Corte costituzionale, la Magistratura, insomma le istituzioni, al ruolo di consiglieri ed esecutori della volontà del Sovrano. Non più lo Stato di diritto ma lo Stato assoluto, il potere assoluto. Il programma è questo ed è stato infatti questo il tono del suo comizio in piazza San Giovanni. L'obiettivo è la conquista del Quirinale come luogo di potere senza altri impedimenti. La grande riforma ha questo come scopo.

Qualcuno ha acutamente osservato che negli ultimi mesi l'onnipotente capo del governo e della maggioranza non è riuscito ad ottenere nemmeno l'eliminazione delle trasmissioni televisive della Rai a lui scomode. Le telefonate iraconde con l'Agcom e col direttore generale della Rai non sono riuscite ad ottenere il risultato voluto.

Ha dovuto utilizzare l'impuntatura d'un radicale membro della commissione di Vigilanza della Rai per poter azzerare tutte le trasmissioni di informazione del nostro servizio pubblico televisivo. Dunque un onnipotente impotente? Diciamo meglio: un onnipotente alle prese con regole e autorità neutre ancora esistenti e operanti. Per questo la priorità numero uno è per lui il potere assoluto. Disfarsi di quelle regole e di quegli ostacoli.

Danneggiando pesantemente la Rai, favorendo pesantemente Mediaset che è cosa sua, come disse a Ciampi nel tempestoso colloquio del 2006 sul rinvio in P arlamento della legge Gasparri. Non vuole più essere un onnipotente impotentee neppure un potente limitato dalle regole e dalla legge.

La legge la fa lui e lui soltanto.

Ha ragione il presidente Napolitano ad insistere sulla collaborazione di tutti alle riforme ed hanno ragione tutti gli osservatori che giudicano pessima una campagna elettorale che non si occupa affatto dei problemi concreti delle Regioni. Ma il tema posto dal Capopopolo e Capo del governo è lo stravolgimento della democrazia parlamentare in un regime di assolutismo ed è con questo tema che bisogna confrontarsi.

Il comizio di piazza San Giovanni ce lo conferma. L'opposizione può e deve parlare di sanità, precariato, occupazione, sostegno dei redditi, Mezzogiorno. Ma deve far barriera contro la richiesta di potere assoluto e plebiscitato. Questo ci dice la giornata di ieri ed è un tema che non può essere eluso.

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Lo Stato, nel senso della pubblica amministrazione, è a pezzi. Siamo in coda a tutte le classifiche internazionali. Una burocrazia elefantiaca, insufficiente, infiltrata dalla politica e spesso succube degli interessi anche illeciti.

Questa inefficienza dura da decenni e la responsabilità non è di Berlusconi ma di tutti i governi a partire dalla fine degli anni Settanta e forse anche da prima. L'amministrazione pubblica non è più stato un tema degno di attenzione mentre avrebbe dovuto essere l'obiettivo numero uno da perseguire. Berlusconi però fa parte della lunga schiera dei governi responsabili di questa enorme disattenzione, ma quel tema non l'ha neppure sfiorato. Per lui la pubblica amministrazione è un cane morto da sotterrare nel momento stesso in cui il Sovrano assoluto sarà insediato. L'amministrazione dovrebbe rappresentare la continuità dello Stato di fronte all'alternarsi dei governi. Garantire il rispetto degli interessi sociali individuali legittimi ma insieme a quello degli interessi generali. Nulla di tutto ciò è all'ordine del giorno.

Quando parlo di pubblica amministrazione parlo anche, anzi soprattutto, della Giustizia che ne costituisce la parte essenziale; parlo della sanità, della fiscalità, della rappresentanza all'estero, della gestione di Regioni e di Enti locali. E parlo anche di governi. Il potere esecutivo fa parte della pubblica amministrazione anzi ne è il coronamento. Dovrebbe esserlo. In Usa il governo del presidente si chiama infatti Amministrazione. Ma quella è un'altra storia e un altro Paese. Pubblica amministrazione, Costituzione, legalità: questo dovrebbe essere il programma di un serio partito democratico e riformista. Il presidenzialismo in salsa berlusconiana è l'antitesi del riformismo democratico. Quanto alla lotta contro la corruzione, essa riguarda soprattutto i partiti. Dovrebbero darsi un codice eticoe applicarlo puntualmente; prima che la magistratura si esprima, i partiti dovrebbero sospendere i loro membri indagati, una sospensione sul serio che non consentisse alcuna interferenza sulla politica. Il caso Frisullo da questo punto di vista è fin troppo eloquente. Il caso Frisullo dimostra anche quanto sia fallace e falsa l'accusa contro le "toghe rosse" o politicizzate. Mentre Trani mette sotto inchiesta il premier, la procura di Bari arresta Frisullo. L'Ordine giudiziarioè un potere diffuso che viene esercitato dai magistrati secondo i loro ruoli, la loro competenza territoriale e i diversi gradi della giurisdizione, sicché è impossibile lanciare quotidianamente accuse nei loro confronti nelle quali eccelle il presidente del Consiglio. Da parte sua quelle accuse hanno una valenza eversiva che mina alle fondamenta lo Stato di diritto.

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I sondaggi d'opinione non possono esser resi pubblici in queste ultime settimane prima del voto, ma chi ascolta e analizza i sentimenti della pubblica opinione si è fatto un'idea del «trend» pre-elettorale e il trend è questo: la quota dei non votanti sembra essersi attestata intorno al 30 per cento. Circa metà di questa astensione ha carattere permanente, l'altra metà ha carattere punitivo nei confronti dello schieramento di origine. Di questo 15 per cento gli esperti ritengono che almeno due terzi provenga da elettori di centrodestra. Astinenza significa sottrarre mezzo voto al proprio schieramento di provenienza.

Queste considerazioni non sono appoggiate da alcun sondaggio recente ma si deducono logicamente. Servirà la manifestazione di ieri in San Giovanni a modificare il trend? Credo di no. Il discorso di Berlusconi, l'abbiamo già detto, è stato di modestissima qualità. L'intento era di spingere il suo elettorato al voto compatto senza smottamenti pericolosi, ma da questo punto di vista l'occasione sembra mancata. Ma può un Paese come il nostro esser guidato da un piazzista che vende prodotti vecchi e spesso avariati? Questo è il mistero che, speriamolo, le elezioni del 28 marzo dovrebbero cominciare a sciogliere.

É il puzzle che nessuno ha ancora ricomposto. Tessere singolarmente abbozzate, progetti disegnati, delibere-quadro dal punto di vista amministrativo. Eppure la Venezia del futuro dietro l'angolo galleggia sulle scelte urbanistiche di quadranti essenziali quanto ancora da plasmare con un'identità definita.

Waterfront rimane il profilo di una città unica al mondo, ma fra la terraferma di Mestre e la spiaggia del Lido si applica sempre l'orizzonte che riconduce al sistema immobiliare. In gioco, la metamorfosi della Serenissima nello specchio che dalla laguna riflette la «porta» del Veneto metropolitano che si allunga fino a Treviso e Padova. Così servono nuovi simboli, suggestioni economiche, idee che camminino di pari passo con gli affari.

Il faraonico Mose viaggia in automatico con i cantieri e la manutenzione delle paratie mobili anti-acqua alta che erano stati immaginati all'epoca del doge Gianni De Michelis. Adesso servono le Olimpiadi 2020 a giustificare lo «sviluppo»: nessuno vuole ricordare le analogie con l'Expo 2000 della Prima Repubblica. E urge salvare il Festival del cinema accerchiato da Roma e Torino. Poi bisogna recuperare Marghera avvelenata dalla chimica di Stato. Senza dimenticare di «ristrutturare» Mestre dopo il maxi-trasloco dell'ospedale Umberto I nel modernissimo complesso dell'Angelo che si affaccia su via don Giussani.

A Venezia la chiave di volta dell'arco urbanistico si chiama Quadrante Tessera. Sono circa 100 ettari di campagna intorno l'aeroporto Marco Polo. Diventerà una new-town con 1, 8 milioni di metri cubi di edifici sotto forma di casinò stadio (817 mila metri quadri), alberghi, centri commerciali e direzionali (altri 100 mila). Un mega-progetto benedetto in egual misura da Partito democratico e PdL, con qualche eccezione. Politicamente, Tessera city rappresenta il passaggio di testimone del sindaco Massimo Cacciari. Il frutto del «patto d'acciaio» stipulato nel 2008 con il governatore Giancarlo Galan e il presidente della Spa aeroportuale (Save) Enrico Marchi.

Per tracciare il futuro di Tessera a Ca' Farsetti è bastato «resuscitare» una variante del Prg approvata nel 2004 dalla giunta Costa, con la presentazione di una semplice osservazione urbanistica. «Percorso legittimo che permette di costruire il nuovo stadio a costo zero», ha spiegato pubblicamente Cacciari. Una mossa che costa quattro volte la cubatura prevista per il nuovo stadio e la cessione della pianificazione urbana ai manager della Save e agli immobiliaristi dei casinò, secondo gli oppositori.

Ma è la piattaforma ideale per ospitare i Giochi 2020, insistono in municipio: «Se vinceremo le Olimpiadi, potremo aggiungere il villaggio per gli atleti, le piscine e il palasport» puntualizza il sindaco.

Di sicuro, puntare su Tessera significa abbandonare Marghera al suo destino tossico. «Solo un matto può pensare di portare grande pubblico e impianti sportivi in una zona dove le aree sono ancora inquinate», taglia corto Cacciari. E così il territorio più martoriato d'Europa (5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali più altre 12 di fanghi «rossi») perde l'ultima occasione di riconvertirsi.

A sentire il ministro Renato Brunetta bonifica e riqualificazione di Marghera costano 3 miliardi di euro. Il finanziamento? Per l'80% dai privati che acquisterebbero i terreni, si legge nel programma elettorale Grande Venezia. Per Brunetta la gronda lagunare sud deve diventare il polo fieristico della città con il parco dell'idrogeno e i capannoni dei cantieri nautici veneziani.

Peccato che solo per la muraglia di sicurezza che dovrebbe isolare le aree inquinate bisognerà sborsare 800 milioni di euro (500 a carico delle imprese «assolte» nel maxi-processo al Petrolchimiko). E che le risorse messe a disposizione dallo Stato arrivino a malapena a 100 milioni di euro.

Meglio spostare il binocolo verso le spiagge del Lido. Qui le tarsìe da incastrare sono tre in appena 12 chilometri. Su tutte spicca il nuovo Palacinema: «Edificio degno di Hollywood», secondo Cacciari. Tecnicamente il cantiere procede senza intoppi, ma sulla scrivania di Vittorio Borraccetti, procuratore capo di Venezia, da inizio marzo giace il dettagliato esposto firmato dal cartello di associazioni ambientaliste del Lido.

«Hanno già distrutto la pineta e una parte di parco vincolato» accusano gli attivisti di Pax in aqua, Italia nostra, Associazione per la difesa dei murazzi, Ecoistituto del Veneto e Venezia civiltà anfibia. Denunciano una procedura che scavalca il dibattito nelle sedi istituzionali e «salta» l'autorizzazione della Commissione di salvaguardia.

Puntano il dito anche contro la vendita dell'ex Ospedale al Mare ai privati. E contestano la gestione dell'operazione da parte di Vincenzo Spaziante, commissario unico per il Palacinema: «Il Comune ha acquistato il policlinico di San Nicolò con i soldi della legge speciale per Venezia (4,8 milioni di euro, pubblici,ndr). Adesso si profila l'alienazione per scopi diversi da quelli sanitari. Spaziante decide anche di sanità quando invece il suo ruolo dovrebbe limitarsi al Palazzo del cinema» evidenziano gli ambientalisti.

Come se non bastasse, il commissario è stato sfiorato dal ciclone di Appaltopoli: nessuna indagine in corso, garantiscono le Procure di Firenze e Venezia. Emerge, tuttavia, la nomina di Mauro Della Giovanpaola (accusato di aver pilotato i bandi per il G8 alla Maddalena) nel Comitato tecnico di valutazione dei progetti esecutivi al Lido. Investitura caldeggiata proprio da Spaziante. Ma in laguna spiaggia anche l'eco delle prestazioni sessuali che sarebbero state consumate negli alberghi veneziani da Angelo Balducci e Fabio De Santis (collaudatore del Mose), altri due pezzi da novanta della «cricca» del sottosegretario Bertolaso.

Eppure l'ombra del Palacinema nasconde una partita urbanistica altrettanto fondamentale: quella degli immobiliaristi padovani di Est Capital Sgr che hanno comprato in blocco gli storici alberghi di lusso Excelsior e Des Bains ceduti da Starwood hotels nel 2008. Sulla carta, un business da 150 milioni di euro che fa perno sul restauro di 400 stanze a cinque stelle. Il risultato sarà un resort di lusso «spalmato» sui 72 mila metri quadri del litorale più prestigioso del mondo.

Qualche chilometro più in là tra Malamocco e gli Alberoni, svetta il profilo «sovietico» dell'altra tessera del puzzle: il monolitico ospedale San Camillo, polo della neuroriabilitazione veneziana, messo in quarantena dopo i tre casi di legionella registrati l'autunno scorso subito dopo l'inaugurazione post-restauro. Per la riapertura, si attende il parere definitivo della Regione; ma sulla vicenda pesano inevitabilmente i 15 milioni di euro spesi dai Padri camilliani per acquistare la vicina casa di cura Stella Maris che dovrebbe garantire 125 nuovi pazienti.

Decisamente più facile «lavorare» sulla terraferma. A Mestre, il mosaico urbanistico fa i conti con i 55 mila metri quadri liberati dal trasloco dell'ospedale Umberto I. Il 1 febbraio il consiglio comunale ha dato luce verde (28 favorevoli, 5 astenuti) alla cessione dell'area. Aprendo le porte a un'operazione immobiliare che vale 200 milioni di euro. L'ennesimo esempio di urbanistica contrattata: permetterà l'edificazione di tre torri alte 100 metri in cambio di tre padiglioni (8.500 metri quadri) ad uso pubblico.

Si gioca tutto sull'acqua, invece, il futuro del primo porto dell'Adriatico. Insieme all'espansione di Porto Corsini (Ravenna) si stilano le linee guida del nuovo polo logistico di Mira. Project financing per raddoppiare la capacità di movimentazione dei container: «Solo per gli scavi spenderemo 170 milioni di euro per portare i canali a quota meno 14 metri» spiega Paolo Costa, presidente dell'autorità portuale di Venezia. Alla fine di febbraio l'ex sindaco ha presentato al ministro Altero Matteoli la lista degli obiettivi anti-crisi. Riconversione ad usi portuali delle aree Syndial ed ex-Montefibre (94 ettari «riqualificati» in Terminal container e District park) e costruzione di un Hub per le autostrade del mare nell'area ex-Alumix entro il 2011.

Si veda anche l’articolo di Massimo Carlotto, il documento “ Per un altro Veneto” e gli altri scritti nella cartella della Rete veneta; per il Lido si veda l’eddytoriale 137; per il MoSE e per la sublagunare il contenuto delle cartelle dedicata ai rispettivi argomenti.

Le ruspe sono pronte, ma gran parte delle demolizioni nel cuore dell'Appia Antica come nel Centro storico restano bloccate. «Sono oltre mille gli abbattimenti da effettuare - precisa Massimo Miglio che guida l'ufficio antiabusivismo della Regione Lazio - ma finché l'Uce non rilascia il provvedimento di reiezione non possiamo intervenire». Così richieste di condono palesemente abusive o finte restano congelate nei cassetti dell'ufficio comunale e si allungano i tempi per veder realizzato il progetto di un grande parco dell'Appia Antica senza abusi edilizi. E se sono mille gli abbattimenti sulla carta, di questi ben 43 potrebbero subito essere realizzati.

Si va da strutture completamente fuorilegge nella riserva della Farnesiana come nel caso della Posta nel Borgo a oltraggi a monumenti lungo l'Appia Antica fino a ville, dependance o piscine abusive nella riserva Torlonia, via di Torricola e via Ardeatina. È tutto però fermo, bloccato dalle domande sospese all'Uce. «Il Comune non ci ha dato i soldi e abbiamo risolto con le convenzioni, non c'è nessuna collaborazione ma fanno ostruzionismo per impedirci di fare il nostro lavoro, in più ora c'è anche il sabotaggio amministrativo - ribadisce Andrea Catarci, presidente del municipio XI - La nostra proposta è quella di dare ai dirigenti tecnici del municipio, almeno nei territori dove ci sono le aree vincolate, la facoltà di respingere i condoni lì dove sono chiaramente strumentali. Si dovrebbe modificare il regolamento, visto che l'Uce non funziona».

Un'operazione che, grazie all'accordo tra l'ufficio antibusivismo della Regione, la soprintendenza statale di cui è responsabile per l'Appia Rita Paris e l'Ente parco, presieduto dal professor Adriano La Regina, ha già portato all'abbattimento di 10 mila metri cubi in dieci mesi. Basta ricordare i casi più eclatanti di nomi noti: come Gaucci nella cui villa è stata demolita la soprelevazione della casa e durante il sopralluogo sono stati scoperti cinque abusi aggiuntivi via Appia perché si volevano realizzare dei manufatti ma erano solo depositi a cielo aperto nel cuore dell'Appia; come Scarpellini che aveva organizzato un parcheggio per 140 macchine a disposizione della vil43 la per eventi; Mangano o Cavicchi che aveva fatto costruire un supermercato in via Appia Antica 1280; Poli che aveva realizzato un prefabbricato sopra le Fosse Ardeatine e sbancato la collina per aprire un passo carrabile. «Chiediamo che siano risolti tutti i casi per i quali viene espressamente richiesta la reiezione - incalza Miglio - Non si può pensare che un ufficio plurindagato e posto sotto sequestro fermi tutto il nostro lavoro che è una battaglia per la legalità». L'Uce latita e anche nel municipio I presieduto da Orlando Corsetti le demolizioni sono ferme. «Stiamo ancora aspettando il via libera per abbattere tre o quattro canne fumarie illegali o terrazzi abusi all'Aventino e a San Saba dove sono stati costruiti mini appartamenti.

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo». È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un’affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un’esagerazione, sappia che l’Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?

Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c’è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L’ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l’orgoglio. Ma come è potuto accadere?

Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.

Il senso del «è tutto inutile» toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.

Io non voglio arrendermi a un’Italia così, a un’Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all’Osce, all’Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.

Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov’è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l’imputata Sandra Lonardo Mastella che dall’esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all’ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell’Udc. Così sui manifesti c’è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell’ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d’arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della ‘ndrangheta, com’è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l’accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.

Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di ‘ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell’inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell’inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell’ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista "Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro il clan Costa ed in quelle per l’uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.

A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il – o vengono prima del – diritto, valutazioni in merito all’opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all’opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l’antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un’abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si perdona con un’alzata di spalle come quello d’un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un’altra donna.

Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro? Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro. Dov’è finito l’orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov’è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.

Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze – certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l’obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l’avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.

Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso – meno crudele, certo, ma meno forte e solido – solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un’alternativa vera e vincente.

Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un’alternativa. Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno. Del resto, quello che più d’ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.

L’Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.

Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell’offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all’economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.

Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all’Onu, all’Unione Europea, all’Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni. Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.

©2010 Roberto Saviano/

Lo spettro dell'astensionismo di massa aleggia sulle prossime elezioni regionali in Italia. Lo spettro si è già materializzato Oltralpe nei risultati elettorali francesi che hanno visto la sconfitta del partito di governo del centro-destra di Sarkozy. Fatte le dovute differenze, l'indicatore della disaffezione di quote crescenti di popolazione dalla certificazione delle opzioni politiche a disposizione - le elezioni - alimenta questa volta sponsorizzazioni e preoccupazioni diverse dal solito.

A oggi il più preoccupato da un astensionismo che danneggerebbe le proprie liste, è lo schieramento di centro-destra, soprattutto nella sua filiazione più direttamente berlusconiana. «Prima il partito dell'astensione coincideva con elettori di sinistra delusi, magari intellettuali. Oggi no, di astensione puoi sentir dibattere in un mercato, o tra artigiani elettori classici del centrodestra» sottolinea La Stampa. Gli fa eco un guru dei sondaggi come Renato Mannheimer, secondo il quale «sì, stavolta un'alta astensione è una possibilità reale. Non di dimensioni francesi, magari; ma mai così alta prima da noi». Non solo. Un altro organo di informazione dei poteri forti, Il Sole 24 Ore, il 12 marzo ha dato ampio spazio, ma soprattutto legittimazione, ai risultati di un sondaggio condotto dalla Swg per conto della Fondazione «Italia Futura» di Luca Cordero Montezemolo, un altro businessman che più di qualcuno vorrebbe e vedrebbe bene come presidente del Consiglio al posto di Berlusconi - da la Repubblica fino a settori del popolo viola che, nella pronta iniziativa di piazza Navona in difesa della Costituzione, hanno letto il brano sul «governo dei migliori» di Pericle che tanto sta a cuore allo stesso Montezemolo.

«Non è più un tradimento»

Secondo il sondaggio commissionato alla Swg di Trieste «favorevole all'astensione è il 25% degli intervistati, contrario il 58%. Ma il dato cambia se si chiede di prendere in considerazione il caos che caratterizza la vita politica italiana e il particolare momento che accompagna le elezioni regionali. In questo caso il 35% dei cittadini ritiene che la scelta di non andare a votare o di votare scheda bianca sia legittima. Il dato sale ulteriormente, fino ad arrivare al 51%, se si prende in esame la classe di età tra i 18 e i 34 anni». I risultati del sondaggio servono alla fondazione di Montezemolo per affermare alcune cose:

1) L'astensionismo elettorale di fronte ai soggetti dell'attuale competizione politica non è più un tradimento del diritto-dovere del cittadino ma una forma di aperta e legittima obiezione di coscienza

2) Ad essere astensionisti non sono più gli elettori più esigenti o più radicali della sinistra o le popolazioni delle isole e del Meridione, ma quote crescenti di professionisti, imprenditori, ceti medio-alti delusi dall'estremismo berlusconiano e dalla pochezza del Pd.

3) L'astensionismo cresce tra le nuove generazioni come forma di rifiuto attivo verso i lacci e lacciuoli politici e sociali del sistema Italia che ne impediscono la conquista di uno status sociale coerente con le proprie altissime aspettative, verso un sistema arretrato rispetto agli standard economici, politici e sociali europei.

Emerge insomma come una parte dei poteri forti (a partire da Montezemolo e Confindustria), una volta verificata la loro straordinaria ininfluenza politica ed elettorale nella pancia profonda del paese, questa volta tenti di usare la carta della delegittimazione attraverso l'astensionismo non in senso sovversivo ma come forma di pressione sull'attuale e troppo populista establishment politico.

Il loro interesse infatti non è certo quello di recuperare la partecipazione popolare ai processi politici, al contrario, essi sono stati tra i carri armati dell'introduzione del sistema elettorale maggioritario nel 1993 e delle sue maglie restrittive del suffragio universale. Il fatto è che il quadro attuale non consente quella «terza forza» per cui lavora Montezemolo e che abbisogna del proporzionale. Scrive ancora La Stampa (di proprietà della Fiat) che «qualcosa di culturale è mutato nella percezione italiana. Alle politiche del '53 o del '58 votarono il 93,8% degli italiani. Ma dalla svolta maggioritaria del '93 in poi è iniziato un calo costante, culminato col 35% di astensioni alle ultime europee».

L'invasione di campo

Quello maggioritario è dunque un sistema che volutamente allontana dal processo elettorale quasi un cittadino su tre perché, in nome della govenrabilità e dell'alternanza, lo costringe a votare su opzioni e candidati che ingabbiano l'esigenza di rappresentanza politica e ne eliminano quelle considerate incompatibili con la centralità degli interessi materiali della borghesia italiana. Lo confermano la bassa partecipazione popolare alle elezioni nei paesi dove da sempre vige il sistema maggioritario. Lo incentivano non pochi pensatori «liberali» secondo cui l'esercizio della partecipazione alle sorti delle società è sempre stato un privilegio per i «migliori» che va negato al popolo dei semplici e dei meno abbienti.

In queste elezioni regionali siamo dunque in presenza di una «invasione di campo» da parte di una frazione della borghesia sul terreno dell'astensionismo elettorale inteso come opzione politica. Una invasione che cerca di agire questo strumento contro un'altra frazione del suo stesso blocco sociale. È una situazione decisamente imbarazzante ed inquietante quando il nemico di classe si appropria di ogni spazio di espressione politica. È materia su cui riflettere e non solo per le prossime elezioni regionali. La questione della rappresentanza politica dei settori popolari e della ricostruzione di un blocco sociale intorno a interessi di classe ben definiti, è una sfida che il politicismo della sinistra esistente ha continuato a rimuovere in modo decisamente suicida. Per questo adesso viene incalzata e rimossa in tutti gli spazi dello scenario politico.

L’autore è direttore di Contropiano

Migliaia di sms. Il premier ha voluto una organizzazione faraonica per far dimenticare le imprese del Pdl romano. I movimenti de l’acqua dirottati per non disturbare i pullman del Pdl. Evitare il caos? Impossibile

Da una parte, quelli che: «O Silvio o il diluvio» (parola di Feltri). Dall’altra quelli che: anche «l’acqua bene comune», con questo governo, in effetti, è a rischio. Di là: «Il popolo del Pdl che - assicura il premier - c’è, basta chiamarlo a raccolta ». Per sicurezza, comunque, Silvio ha mandato a tutti un sms di promemoria: «Ti aspetto sabato alle ore 14 a Roma Circo Massimo. Un grande corteo fino a San Giovanni per difendere la libertà e la democrazia. Silvio Berlusconi» (a proposito: chi li paga? da dove hanno preso i numeri di telefono?, chiede l’Idv, con una interrogazione parlamentare). E poi tremila pullman da tutta Italia, quattro treni speciali, untraghetto e una nave dalla Sardegna e «alcuni aerei». Un dispiegamento di forze che i cinquecentomila manifestanti annunciati alla vigilia della «grande» manifestazione voluta dal premier avranno di che viaggiare comodi.

Di qua, viceversa, un centinaio di pullman e un popolo autoconvocato formato da una miriade di comitati, social forum, associazioni. Dall’Arci alle Acli, dalla Cgil a Pax Christi. E poi gli enti locali, i sindaci (anche alcuni di centrodestra). Mobilitati a difesa dei beni essenziali: dall’acqua, che il decreto Ronchi privatizza, alla democrazia partecipativa. Ci sarà anche l’Abruzzo social Forum, uno dei tanti pezzi della penisola che si ribella.

Di là, quelli che anche la manifestazione la appaltano ai soliti amici (così denuncia Mascia, del popolo viola): luci affidate alla «d lighting &truck» e allestimenti a Mario Catalano, consulente di Palazzo Chigi, che in Abruzzo «fu chiamato per 92mila euro a verificare la legge 626».

Insomma, più lontane di così piazza Navona, prenotata da tempo dai «movimenti per l’acqua», e piazza San Giovanni, dove il Pdl ha issato il suo palco, non potrebbero essere. Non farle incontrare, almeno sulla carta, è un rompicapo, non ancora sciolto. «Stiamo aspettando che ci confermino quali sono le aree di sosta dove lasciare i pullman», spiegano gli organizzatori della manifestazione in difesa dell’acqua bene pubblico. All’inizio erano state loro assegnate le aree della Anagnina, da cui parte la linea A della metropolitana. Contrordine, quelle vanno al Pdl. Mentre i comitati per l’acqua saranno dirottati a PonteMammolo, lungo la linea metro B, dove comunque convergeranno una parte dei pullman del Pdl a cui sono state assegnate anche le aree di sosta di Eur-Fermi, altra fermata della metro B. In ogni caso, il caos totale sarà inevitabile. Contre cortei contemporaneamente in marcia sulla città eterna. Il Pdl di cortei infatti ne ha voluti 2: uno da Colli Albani, capeggiato dai giovani e dalla ministra Giorgia Meloni, l’altro, dal Circo Massimo, porterà “in trionfo” lo slogan «l’amore vince sempre sull’odio» e la candidata del Lazio Renata Polverini. Il Pdl promette un’organizzazione senza precedenti. Obiettivo: far dimenticare la debacle di quel Milioni che fu fatale alla lista del Pdl romano.

È normale che in una democrazia il capo del governo ordini ad un’autorità di garanzia la chiusura preventiva di programmi tv? È possibile che tratti come un suo dipendente il direttore generale del servizio pubblico radiotelevisivo? È accettabile che un presidente del Consiglio - invece di governare - spenda così tanto tempo al telefono con l’unico obbiettivo di far tacere le poche voci dissenzienti che ancora vanno in onda in un circuito mediatico addomesticato? Nessuno degli interessati, ovviamente, risponderà né chiederà scusa per i suoi comportamenti.

Scriveva un grande filosofo e politico del Settecento che il dispotismo di un uomo solo esiste soltanto nell’immaginazione degli ingenui. Il dispotismo ha bisogno di un certo numero di persone che siano per libera volontà o costrizione disposti a mettersi al servizio completo, giorno e notte, anima e corpo, del despota. Senza di che non ci può essere dispotismo alcuno. Le vicende di questi giorni, quelle che mostrano l’uso padronale che il presidente del Consiglio fa di tutte le nostre istituzioni e di tutti gli strumenti a cui può avere accesso è una dimostrazione da manuale di questa verità sulla natura del potere dispotico. E ci impone di guardare oltre l’atteggiamento padronale di chi siede a Palazzo Chigi per prestare attenzione a quella classe di persone che stanno al suo fianco e lavorano alacremente con tutti i mezzi ae a tutte le ore per attuare i suoi piani.

A leggere le intercettazioni di questi giorni si resta allibiti dalla mancanza totale di dignità di uomini che, adulti e spesso anziani, si fanno come bambini o servitori per accontentare i desideri del capo: dicono sempre sí e temono di essere redarguiti. Eppure, questi signori, onorevoli, ministri, avvocati, e anche magistrati, dirigenti, questi signori pretendono dai cittadini –giustamente, dato il loro ruolo pubblico-rispetto e dignità. E quindi la loro condizione è negativa sotto tutti gli aspetti: verso se stessi e verso le istituzioni che rappresentano. Verso se stessi prima di tutto, poiché è deprimente e moralmente avvilente una vita spesa dall’ora della colazione all’ora di cena a rispondere alle esigenze del potente protettore: certo, ci sono vantaggi di status e materiali in cambio, eppure è improbabile che almeno una volta questi vantaggi non siano apparsi come insufficienti a colmare la fatica psicologica di essere sempre al servizio. Ma la loro condizione è ancora piú negativa per le istituzioni che rappresentano, istituzioni che erano prima di loro e vivranno dopo di loro (su questo occorre essere sicuri e convinti) e che il loro atteggiamento servile umilia e infanga.

Un altro grande filosofo francese, il Barone d’Holbach scrisse tra le altre cose un saggio impareggiabile, pubblicato postumo, sull’arte di strisciare. Ecco che cosa scriveva: "I filosofi, che spesso sono di cattivo umore, considerano in verità il mestiere del cortigiano come vile, infame, pari a quello di un avvelenatore. I popoli ingrati non percepiscono la reale portata degli obblighi propri di questi uomini generosi che, pur di garantire il buon umore del Sovrano, si votano alla noia, si sacrificano per i suoi capricci, immolano in suo nome onore, onestà, amor proprio, pudore e rimorsi; ma come fanno quegli ottusi a non rendersi conto del costo di tanti sacrifici? Non pensano al prezzo da pagare per essere un buon cortigiano? Qualunque sia la forza d’animo di cui si è dotati, per quanto la coscienza possa esserci corazzata con l’abitudine a disprezzare la virtù e calpestare l’onestà, per gli uomini ordinari resta comunque penoso soffocare nel cuore il grido della ragione. Soltanto il cortigiano riesce a tacitare questa voce inopportuna; lui solo è capace di un così nobile sforzo".

A noi che subiamo ancora il fascino della Rivoluzione francese per aver spazzato via (o averci provato) cortigiani e cicisbei, le parole del Barone d’Holbach commuovono poiché siamo egualitari, attribuiamo grande valore agli individui e vorremmo che tutti potessero vivere a schiena diritta, fieri della loro personale dignità. Non perché siamo moralisti ma perché teniamo moltissimo alla nostra personale dignità che le istituzioni democratiche ci garantiscono. Difendere la dignità di queste istituzioni - e quindi la nostra personale - significa prendere le distanze da tutti coloro che praticano l’arte di strisciare.

L’inchiesta di Repubblica e le ben più corpose iniziative delle procure sui lavori del G8 a La Maddalena hanno avuto il pregio di avere messo in luce in modo chiaro cose che stavano sotto gli occhi di tutti, ma di cui non tutti, evidentemente, ne avevano considerato appieno l’importanza. Il quadro rappresentato è desolante e lo squarcio che è stato aperto disvela il malaffare che si cercava di celare con la magia dell’efficienza operativa a buon mercato prescindendo dalle regole.

Ma la denuncia politica, in ambito regionale, non mi pare che abbia avuto sinora grande efficacia. Forse si spera ancora che qualche briciola arrivi a La Maddalena e il senso di impotenza sembra prevalere sulla pretesa della certezza delle regole e del diritto. Le rimostranze del sindaco di La Maddalena e le denunce dell’assessore provinciale Zanchetta, e nemmeno quelle di Soru, passata la tempesta, non mi sembra abbiano avuto un’eco sufficiente per una riflessione su quanto è avvenuto nelle ventose acque nell’Arcipelago.

Nell’inchiesta si parla dell’arsenale, oggi ex arsenale, e della sua destinazione ad albergo, che le stelle siano 3 o 5 è indifferente, sempre albergo è, svenduto al migliore e unico offerente escludendo ovviamente gli imprenditori sardi. In merito, non so ancora capacitarmi come mai un edificio pubblico di così grande pregio e importanza storica abbia avuto in tempi rapidissimi tutte le autorizzazioni necessarie (ammesso che le abbia avute tutte) per le trasformazioni e il cambiamento di destinazione d’uso di edifici storici di pregio. Nell’Arsenale era custodita una serie di manufatti e di documenti di grande rilevanza per la storia di La Maddalena e dell’Italia. Credo che i cittadini abbiano il diritto di conoscere dove sia conservata tutta questa documentazione cartacea e strumentale che l’arsenale custodiva, a quale uso sia destinata, se sia stata dismessa o se, semplicemente, sia finita in qualche ripostiglio non si sa bene dove. Mi conforta la serietà e professionalità della Marina Militare, ma qualche informazione in merito ritengo sia dovuta.

Personalmente considero che sia stata persa una grande occasione con la scelta di trasformare un Luogo della Storia in un banale albergo, mentre avrebbe potuto accogliere uno straordinario museo della storia della marina italiana e delle arti marinare, forse unico.

Ai Luoghi della Storia è dovuta un’attenzione e un rispetto che la politica del fare e del fare in fretta ci fa trascurare, e solo quando li vediamo trasformati, feriti o distrutti ci accorgiamo di quanto abbiamo perso. Luoghi visti come palestra per esercitare e fare conoscere la propria bravura, non importa se si inserisce un corpo estraneo (vero monumento all’inutilità in cristallo quello dell’architetto Boeri, nel momento che un grande teatro-centro congressi a la Maddalena esiste da tempo), in realtà un contesto storico e ambientale delicato nonostante la sua robusta struttura essenziale nel granito.

L’architetto Boeri su Sardegna Democratica illustra con dovizia di particolari e sofferenza la sua esperienza a La Maddalena, ignaro tra gli ingranaggi della corruttela ed entusiasta del lavoro alacre di giovani architetti, che davano il meglio di se stessi per trasformare un luogo della storia in albergo. Comprendo l’amarezza di Boeri e dei suoi collaboratori e auguro che in breve risolva i problemi economici che l’essere stato a La Maddalena ha determinato. Non comprendo invece come un maestro dell’architettura come lui non abbia avuto remore per una trasformazione di destinazione d’uso così radicale di un luogo della storia e delle conseguenze che queste trasformazioni porteranno nel futuro. Nella sua articolata disamina dei fatti non compare infatti nessun ripensamento sulla bontà di tutta l’operazione.

Oggi, aperti i cancelli e accese tutte le luci ci si rende anche conto che quelle risorse potevano essere spese meglio recuperando grandissima parte degli innumerevoli monumenti sparsi in tutto l’Arcipelago. E se Obama e Sarkozy e gli altri cosiddetti grandi con le rispettive consorti fossero andati a dormire nella sede dell’Ammiragliato, nell’hotel Nido d’Aquila, a Porto Massimo o al Miralonga o nei tanti alberghi della vicina Palau (Berlusconi avrebbe potuto dormire nella ugualmente vicina Villa Certosa) non sarebbe stata la fine del mondo. Risparmiando, con i tempi che corrono, anche gli altri mille miliardi di vecchie lire spese a L’Aquila.

«Come è diventata questa nostra Milano? Triste. Molto triste. Infelice. Camminando per strada, mi sono messa a guardare le facce della gente. Erano tutti di cattivo umore. Molti parlavano al cellulare. Avevano l´espressione del viso tirata. È la Milano del grande mercato delle volumetrie». Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del Fai, il Fondo per l´ambiente italiano, denuncia la sua grande preoccupazione per il futuro della città, parlando dritto al cuore dei milanesi. Lo fa ricordando la Milano scomparsa, quella della borghesia di una volta, capace di grandi opere pubbliche e impegno civile. Mentre oggi ci si preoccupa solo di soddisfare gli appetiti del mercato e gli interessi dei grandi speculatori.

A dibattere del nuovo Pgt, il Piano di governo del territorio, ieri sera, nei saloni del Fai di Villa Necchi Campiglio, il circolo milanese di Libertà e Giustizia ha chiamato urbanisti, architetti, economisti e avvocati appassionati di difesa del paesaggio. Tutti terrorizzati da un piano che, come ha sintetizzato meglio di ogni altro l´architetto Luca Beltrami Gadola, è «uno dei peggiori che si potesse immaginare».

«La verità è che nessuno ha ancora capito, dietro alla grande quantità di numeri e di dati che riempiono la montagna di pagine del Piano di governo del territorio, quale idea di città si nasconda - spiega Stefano Pareglio, docente di Economia ambientale alla Cattolica ed esponente di Libertà e Giustizia. - Non è disegnato un profilo esplicito del futuro di Milano. Vengono indicate tante cose che possono succedere. Ma non si sa bene quale sarà l´esito finale e neppure quali saranno i passaggi intermedi».

Mentre l´avvocato Ezio Antonini, uno dei garanti del Fai, ha definito il Pgt di Milano niente altro che «lo strumento operativo di una grande commissione di affari»: «Ormai i consiglieri della maggioranza di Palazzo Marino non rappresentano più la comunità dei cittadini milanesi, ma solo affari privati. Ciascuno di loro ha presentato più di 50 emendamenti che riguardano semplicemente loro clienti. A questo siamo arrivati».

Un piano che tutto affida al mercato, mentre gli strumenti di controllo sono volutamente deboli per garantire al mercato di esprimersi con tutta la sua forza. «Nelle culture vetero socialiste si dava ai piani il compito dirigistico di organizzare lo sviluppo delle città - commenta Pareglio. - Oggi tante cose sono cambiate. Però questo Piano sembra in qualche modo rinunciare a una funzione di controllo pubblico per assecondare esclusivamente gli interessi privati».

L'atmosfera che avvolge oggi in Veneto questa scontatissima e noiosa campagna elettorale è davvero surreale. Da un lato sconcerto, timore e sdegno intellettuale per l'arrivo dei lanzichenecchi della Lega, dall'altro un'attenzione certosina e bipartisan nell'evitare di affrontare i temi che rischierebbero di risvegliare l'interesse degli elettori.

Per prima cosa vorrei far notare che i lanzichenecchi hanno governato il Veneto ininterrottamente per 15 anni e Zaia rappresenta solo un avvicendamento all'insegna della continuità. Cambierà lo stile, come testimonia la cortese e pacata lettera dell'ufficio stampa di Zaia al manifesto, cambieranno alcuni protagonisti ma il progetto che ha trasformato il Veneto in Galania rimarrà invariato. Tutte le polemiche locali all'interno del Pdl e con il Pd sono pura fuffa elettorale.

Il 12 luglio del 2009 il Corriere della Sera pubblicava due intere pagine di pubblicità della Regione Veneto che esaltavano il successo del convegno «Paesaggio: una grande occasione per il Veneto delle infrastrutture».

Tra inni a quanto può essere bello asfaltare e cementificare quel che resta della regione e un'intervista a un «notissimo» architetto portoghese, spiccava sullo sfondo della foto di un paesaggio collinare una frase di Galan: «E se questo è stato il Veneto della nostra memoria, per il Veneto di domani, dopo il Passante, altre opere sono attese dalle donne e dagli uomini di questa terra, sostenuti come sono dalla certezza che la libertà di ciascuno esiste solo se c'è sicurezza e indipendenza economica».

«Altre opere sono attese...». In queste parole si può riassumere la vera ragione del sorpasso della Lega e il tentativo disperato di Galan di non cedere il comando. «Il Veneto di domani» è un affare ultramiliardario che ora passa nelle mani di Zaia e del suo partito.

Finora era stato gestito da quello che la stampa (Rizzo e Stella, Caporale, D'Avanzo) in merito a grandi appalti, imprese e società autostradali e ospedali, aveva definito «il sistema degli appalti di Galan in Veneto» che parte dalla Veneto Sviluppo Spa e si dipana in una miriade di società operative. Ma i settori su cui si concentrano particolarmente gli interessi e gli scontri di potere riguardano le infrastrutture stradali e autostradali, gli ospedali e le grandi operazioni immobiliari.

I candidati del Pd non hanno speso una sola parola sulla faccenda. Avrebbe significato sparigliare i giochi e raccontare agli elettori come in tutti questi anni il centro sinistra ha di fatto preferito inserirsi e convivere nel sistema Galan piuttosto che contrastarlo. Non a caso ha candidato Bortolussi, un fan accanito del presidente e hanno fatto fuori Laura Puppato, sindaca di Montebelluna, che non solo avrebbe portato molti più voti ma avrebbe messo in discussione le scelte ambientali del proprio partito a partire dagli inceneritori. Gli unici ad alzare la voce sono i numerosi comitati sorti in difesa del proprio territorio messo in pericolo dalla devastazione della politica del fare. Uno straordinario laboratorio politico, una delle poche novità a livello regionale e nazionale, escluso dalla campagna elettorale per evitare la diffusione del contagio. Un grattacapo anche per la stessa Lega che, a parole, sostiene le istanze locali e poi, nei fatti, solo i poteri forti e obbedisce a Bossi senza spazio di discussione. La storia locale insegna che tutti coloro che si sono opposti ai voleri del gran capo dei padani sono stati fatti fuori e oggi al massimo gravitano nei partitini simil-Lega. E Zaia, quando è arrivato Bossi a santificarlo, si è adeguato allo scenario, modificando stile e linguaggio.

Sarebbe davvero ingenuo pensare che la Lega non abbia voluto fortemente il governo della Regione per non essere più relegata alla periferia del potere, che qui non è più in mano alla politica, ma a un intreccio molto più complesso con settori dell'imprenditoria e della finanza. L'efficienza del sistema Galan alla fine si è rivelata la sua debolezza e qualcun altro si è fatto avanti a chiedere il cambio e una redistribuzione più equa di appalti e «lavori» a livello locale. Un avvicendamento che non sarà fatto indolore. La partita si giocherà sulle percentuali di distacco tra Lega e Pdl, su quanto spazio di manovra riusciranno ad avere Renato Chisso (regista operativo dell'intero sistema) e gli altri fedelissimi di Galan.

Ma anche (e forse soprattutto) su quale ministero riuscirà ad aggiudicarsi l'ex presidente, il quale sta muovendo mare e monti per sostituire il traballante e inguaiato Matteoli alle Infrastrutture e applicare il suo efficace sistema in ogni angolo della penisola. Centrali nucleari, termovalorizzatori, ponte sullo Stretto, la Valsusa trasformata in un enorme cantiere sono solo alcuni esempi di un progetto molto più esteso. Giancarlo Galan è l'uomo giusto per realizzare tutto questo. Nessuno è più bravo di lui ed è meglio che la miriade di comitati locali lo capiscano in fretta. Possiamo solo sperare che questo paese cambi prima che lui possa agire. Galan non è solo abile, è da sempre il migliore esecutore del progetto berlusconiano. Non a caso si è formato nella sua azienda. Ha dimostrato di farsi temere e rispettare, da amici e avversari e in Veneto ben pochi hanno tentato di contrastarlo e, spesso, lo spettacolo di vassallaggio è stato penoso. Sulla stampa si rasenta ancora il culto della personalità con la pubblicazione quotidiana di un numero esagerato di foto (record nazionale assoluto a livello di presidenti delle regioni).

E se Galan si pappa il boccone di quel ministero, davvero vogliamo insistere nella nostra ingenuità di pensare che Zaia e i suoi non si mostreranno molto più collaborativi di oggi? Ma ancora i giochi non sono fatti e l'attuale scontro dai toni piuttosto grevi tra l'ormai ex presidente e i leghisti non promette nulla di buono e l'italica usanza di saltare sul carro dei vincitori fa parte ormai della quotidianità. Ma domani, si sa, è sempre un altro giorno.

«Prima il Veneto» è uno slogan accattivante ma vuoto. La Lega, a parte le solite parole d'ordine, non ha nessun progetto valido per il Veneto. «Sì all'agricoltura identitaria, no agli Ogm», tuona Zaia ma poi sponsorizza il panino McItaly della McDonald's: «È un grande obiettivo che mi ero prefisso e che è stato realizzato». No, ni, vediamo... alle centrali nucleari. Radici cristiane nello statuto della regione e soliti luoghi comuni antislamici. Sicurezza contro i soliti sfigati clandestini e rom (ma su questi ultimi fa a gara con esponenti del Pd) ma nessuna parola sulle mafie che investono, cioè riciclano, nel territorio. Lo denunciano anche le associazioni di categoria e ci piacerebbe anche sapere come e dove vengono investiti questi soldi sporchi di sangue.

Lo strapotere irraggiungibile della destra, le loro insopportabili beghe interne, l'inadeguatezza voluta e scelta del Pd, e l'assenza a sinistra di un progetto credibile sta alimentando un grande desiderio di fuga dalle urne. Molti militanti, legati alle esperienze territoriali, lo stanno anche teorizzando proponendo un'analisi sensata della situazione ma, a mio avviso, fuori tempo massimo perché il variegato popolo della sinistra capisca a fondo il senso di questa scelta.

Ma è anche vero che si sta diffondendo la consapevolezza che nemmeno ai partiti della sinistra interessi attaccare e demolire il sistema Galan e la sua prossima articolazione in salsa leghista e questo accentuerà l'astensione. Io, invece, ho deciso di votare e di accettare il rischio anche se la lettura dei programmi non mi è di nessun conforto. Nessuno dà il giusto peso alla necessità strategica di smantellare lo scellerato intreccio affari & politica come unica possibilità per evitare al Veneto l'ultimo e definitivo sacco del territorio e imporre una politica che rilanci l'economia su basi totalmente opposte. Continuare a ragionare con la logica del partitino che si accontenta di piazzare il proprio consigliere sui banchi dell'opposizione, significa solo continuare a far parte di quella politica che sta distruggendo il paese. E la netta impressione che si ricava è di un ceto politico che non è all'altezza. Forse perché ancora troppo occupato a cogliere le ragioni della propria crisi (che due palle!). A mio modesto avviso è inutile e poco serio fingere di non sapere come andrà a finire. E allora quando la sconfitta e la ritirata scomposta sono certezze bisogna pensare al futuro. E non mi riferisco a quello del sol dell'avvenire. Voto o non voto non abbiamo scelta. E tantomeno tempo.

In un recente articolo su questo giornale Stefano Rodotà ha sottolineato con forza il fatto che siamo ormai entrati nella fase di una "crisi di regime". Quella attuale, l´ultima della serie che hanno segnato la storia d´Italia, presenta la peculiarità di essere la conseguenza dell´assalto portato alle istituzioni da un plutocrate avente quali scopi determinanti l´allargamento del proprio impero economico e della rete degli interessi ad esso legati e il piegare la legge alle esigenze della sua persona e delle sue clientele, in un contesto favorito dalla debolezza delle forze di opposizione. Le quali non sono riuscite a costruire un efficace schieramento di difesa e a offrire, anche quando al governo, un´alternativa in grado di contrastare la crescita di consenso da parte di un popolo largamente manipolato dal bombardamento propagandistico messo in atto, grazie ai copiosissimi mezzi a sua disposizione, dal plutocrate, e inteso a dargli l´immagine di un nuovo uomo della Provvidenza.

Se volgiamo lo sguardo alle radici di questa crisi, credo che la prima sia da ascriversi all´incapacità, diciamo pure alla non volontà, della sinistra di prendere di petto fin dagli inizi il conflitto di interessi incarnato da Berlusconi. Ci si limitò a denunciarlo, nell´illusione che – lasciandolo in sordina – si potesse rendere più agevole la normalizzazione del sistema politico, nel timore che uno scontro decisivo facesse da ostacolo alla legittimazione della sinistra; e perciò si respinsero o mal tollerarono le voci di quanti avvertivano che quel conflitto apriva la strada ad una pericolosa "emergenza democratica". Così la frana iniziale ha potuto diventare una valanga che si è rovesciata sul Paese. Estesa la sua rete nell´economia e nei mezzi di informazione, Berlusconi ha provveduto a creare il suo partito basato su una rete di clientele inglobando Alleanza Nazionale e legandosi con la Lega. Una coalizione, non sempre pacifica, ma rivelatasi nondimeno uno strumento che lo ha ben servito nei suoi obiettivi: ottenere il sostegno necessario per opporsi ai giudici nei processi a suo carico, far varare le leggi ad personam, rafforzare la sua leadership populistica. E su queste premesse Berlusconi ha portato l´attacco ai principi costituzionali, posto in stato di accusa la magistratura, gettato il discredito sulla Corte Costituzionale, cercato di imporre i suoi diktat al Presidente della Repubblica, sovvertendo gli equilibri tra i poteri dello Stato, con la volontà di accreditarsi quale unico potere legittimo in forza della maggioranza parlamentare e del consenso del popolo che a suo dire lo vorrebbe arbitro unico e incontrastato della politica nazionale. In un simile contesto un esito era inevitabile nella parabola del berlusconismo: considerare chiunque al di fuori del perimetro della sua fortezza non già un avversario politico, ma un nemico, rigettare la reciproca legittimazione degli schieramenti, vagheggiare il ritorno ad un sistema politico bloccato con una sinistra condannata a restare eterna minoranza. L´ansia di strapotere di Berlusconi e il gusto della sua esibizione si sono poi trasferiti irrefrenabilmente dai comportamenti politici a quelli festaioli, dalle clientele di partito agli harem, dal machismo politico ad un senile bullismo sessuale, mentre un ego smisurato, gonfiato dal culto della personalità tributatogli da una corte di nani e ballerine, lo ha fatto approdare all´idea della propria onnipotenza e irresistibilità di uomo che fa le cose che vuole e le porta sempre a termine. L´onda è andata per anni crescendo, ma sembra che sia giunto il momento del riflusso.

Il disegno strategico berlusconiano del grande sfondamento si era già imbattuto nei paletti posti a mano a mano dagli stessi alleati del Cavaliere: la defezione di Casini, lo stare in allerta da parte di un Bossi inteso ad impedire che il Pdl andasse a pascolare nel suo orto, i distinguo sempre più sgraditi di Fini (che non si capisce però quali conseguenze riterrà di trarne) su molti importanti problemi. Ora sono arrivati gli scandali legati alla gestione della Protezione civile; è emerso l´atteggiamento protervo oltre ogni limite assunto dal Presidente del Consiglio nell´ultimissima vicenda delle liste per le elezioni regionali; l´aggressione alla magistratura è stata spinta all´estremo in relazione sia a tale vicenda sia alle sue pendenze penali; e la pretesa di imporsi al Capo dello Stato ha assunto il carattere dell´aperta provocazione. È da pensare che a questo punto – nonostante tutti gli sforzi dei telegiornali di Mediaset e di Minzolini di coprire lo stato delle cose – ogni cosa essenziale risulti chiara alla maggioranza del popolo italiano. Ma come reagirà questa maggioranza? E come agiranno le forze di opposizione per contrastare la deriva in cui sono caduti lo Stato, le sue istituzioni, la politica nazionale? Queste le due grandi questioni all´ordine del giorno.

Quanto alla prima, una risposta la daranno a breve termine i risultati elettorali, che rappresenteranno un test inequivocabile dello stato dello spirito pubblico e della misura in cui esso è stato inquinato dal berlusconismo. Se Berlusconi dovesse ancora una volta uscirne appena scalfito o addirittura rafforzato, allora l´allarme suonerebbe estremo per le sorti dell´Italia, che si condannerebbe ad un affondamento politico e civile dalle imprevedibili conseguenze. Quanto alla seconda questione, è da sperare che le opposizioni comprendano che è giunto il momento di dar vita insieme ad un fronte di difesa democratica, mettendo in secondo piano le loro pur inevitabili differenze nel perseguire i propri interessi di partito. È finito il tempo di mirare anzitutto a erodere l´uno il consenso dato all´altro, perché questa sarebbe la via della dèbâcle collettiva.

Una considerazione finale sul Partito democratico. Mi sia consentito di dire che per parte mia ho guardato con atteggiamento critico alla sua nascita, ritenendolo basato su un amalgama di componenti troppo eterogenee (hanno finito per pensarla allo stesso modo i Rutelli, le Binetti e gli altri che hanno abbandonato il partito). Ma non si può ignorare che il tentativo della sinistra oggi guidata da Vendola di dare vita ad una forza autonoma di una qualche consistenza non ha avuto successo e che il Pd, quali che possano essere le riserve nei suoi confronti, costituisce la spina dorsale dell´opposizione. Dal che traggo la riflessione che la logica e la saggezza vorrebbero che le parti separate tornassero a riunirsi, così rafforzando il soggetto che è chiamato a porre fine a un capitolo infausto della nostra storia nazionale. I risultati elettorali ci diranno se il Paese va verso la ripresa politica e civile oppure se la crisi che si è aperta è destinata a diventare ancora più acuta trascinando l´Italia sempre più in basso.

Postilla

L’Autore auspica una unificazione delle forze di opposizione a Berlusconi nell’alveo del PD. Ci sono molti modi di unificare le forze. Uno, per esempio, è quello tentato dal cavaliere con il PDL. L’altro è quello che scaturì in Italia dalla Resistenza e diede la Costituzione, il CLN, un’alleanza nella quale convivevano – legate da un insieme condiviso di principi – forze ddiverse. Forse è questo l’esempio cui riferirsi oggi, per ricostituire almeno democrazia e legalità.

La realizzazione di un aeroporto è sempre una ghiotta occasione per i proprietari di terra, le imprese di costruzione ed i cosiddetti pubblici amministratori. Non a caso alcuni vecchi scandali aeroportuali sono associati al nome di un sindaco, Ciancimino/ Palermo, Favaretto Fisca /Venezia.

Se l’operazione che è stata avviata attorno all’aeroporto di Venezia Tessera può essere accomunata a queste vicende, delle quali condivide la “filosofia” di rapina delle risorse pubbliche e di speculazione su aree agricole, essa contiene però alcuni elementi nuovi che sarebbe opportuno non ignorare, perchè incideranno pesantemente, e non solo per la gigantesca dimensione degli interventi previsti, sulla organizzazione del territorio e sul suo governo.

Tra i dogmi dell’urbanistica postmoderna c’è quello secondo il quale gli aeroporti determineranno la localizzazione degli affari e lo sviluppo urbano del ventunesimo secolo, “così come le autostrade hanno fatto nel ventesimo, le ferrovie ed i canali navigabili nel diciannovesimo, i porti nel diciottesimo”. Partendo da questa sintetica ricostruzione del legame tra infrastrutture di trasporto e città, e dalla constatazione che il traffico aereo è ormai solo una minima parte, e non la più vantaggiosa, delle attività di un aeroporto, l’economista John Kasarda ha elaborato lo schema della nuova forma urbana, denominata Aerotropolis, che sta emergendo attorno agli aeroporti.

L’invenzione urbanistica dell’economista Kasarda

Secondo Kasarda, non si tratta più di attrezzature aeroportuali esistenti che si ingrandiscono per ospitare altre funzioni - alberghi, ristoranti, centri commerciali, cliniche, musei, campi da golf – fino a diventare una sorta di piccola città, ma di vere e proprie nuove metropoli progettate attorno all’aeroporto.

Mentre la tradizionale metropolis consiste in “un centro degli affari ed alcuni anelli di sobborghi di pendolari, il centro di aerotropolis è l’aeroporto” da cui partono una serie di corridoi sui quali, per circa 30 chilometri, si innervano nuclei di uffici e residenze.

Inoltre, e soprattutto, mentre le metropoli sono cresciute disordinatamente, lo sviluppo di aerotropolis non è spontaneo, ma deve essere accuratamente pianificato per poter generare i profitti che il mercato si aspetta. Kasarda e i suoi seguaci, che hanno fondato una apposita rivista Global Airport Cities per documentare e promuovere il diffondersi di aerotropolis in diverse parti del mondo, riconoscono che ogni situazione presenta specifiche peculiarità, ma ritengono alcune precondizioni indispensabili per il successo. Tra queste, irrinunciabili sono la disponibilità di aree libere (greenfields), una gestione privata degli aeroporti, un ingente investimento pubblico che garantisca mezzi di trasporto “dedicati” (airtrain – airbus), ed una sinergia di intenti tra i diversi soggetti decisori per attirare gli investitori.

Non stupisce, quindi, che gli esempi additati a modello siano alcune città asiatiche dove governi “forti hanno potuto decidere con pochi vincoli sociali e ambientali” (Cina), stanno rapidamente privatizzando gli aeroporti (India), o hanno integrato la pianificazione di aerotropolis con quella delle free economic zones (Corea).

Un giudizio positivo viene elargito anche alle città che, grazie a incentivi finanziari brillantemente definiti “tax holidays”, hanno saputo attirare funzioni e attività diverse, dalle cittadelle della moda ai distretti del gioco d’azzardo, dai parchi tematici ai centri congressi.

Torniamo a Venezia

Il che ci fa tornare a Venezia, dove, filtrata attraverso l’ottica di aerotropolis, l’operazione Quadrante Tessera assume un significato più preoccupante di quello di una normale speculazione immobiliare e, quindi, non dovrebbe essere affrontata con la riduttiva speranza di contrattare una qualche riduzione delle cubature progettate.

Venezia ha/è già un parco tematico, i progetti per il gioco d’azzardo e i congressi non mancano, uno dei candidati alla carica di sindaco è il presidente della società che gestisce l’aeroporto e che si è accaparrata un vasto patrimonio fondiario, e l’altro si è dichiarato comunque favorevole ad un grande waterfront. Se il futuro di aerotropolis a Venezia è in buone mani, non altrettanto si può dire di quello di chi ci vive e lavora.

Chiunque può riprendere questo articolo alla condizione di citare l’autore e la fonte come segue: tratto dal sito web http://eddyburg.it

Avevo intenzione di scrivere un articolo tutto diverso: compassato e compito, serio, riflessivo, ragionevole e persino giudizioso (cercherò di tornare a queste tonalità nelle conclusioni, a questo punto inevitabilmente troppo rapide). Ma sono ancora sotto l'impressione davvero straordinaria della visione completa della conferenza stampa di Silvio Berlusconi sugli «errori» di cui il popolo delle libertà sarebbe stato vittima (vittima non casuale, beninteso) a Roma e in Lombardia. Si tratta di un documento di alto livello spettacolare, che andrebbe distribuito in tutte le scuole e visionato nei cinema italiani e stranieri per la sua incomparabile evidenza politica, culturale, retorica, antropologica e, ripeto, spettacolare.

L'esposizione dei «fatti» - nessuno dei quali, ovviamente, accompagnato dalla minima pezza d'appoggio -, fra un costante digrignar di denti e strizzate allucinate dell'occhio (che sia comparso un pizzico di follia?), dimostra ad abundantiam quale sia la nozione di «verità» cui il premier si conforma: è «vero» ciò ch'io dico per il fatto che lo dico; e quanto più lo dico con rabbia e con furore (mai irato, dice lui? L'ira è un sentimento discreto e umano in confronto alla spinta irrazionale impetuosa e sconvolgente che lo anima e sorregge), tanto più «vero» sarà.

Il fatto che leggesse un testo, invece di urlare come al solito improvvisando ispirato dal suo Dio, ha complicato le cose piuttosto che semplificarle e alleggerirle: perché, senza aggiungervi un briciolo di ragione, ha guittizzato ulteriormente il suo dire. Sarebbe come se Petrolini (absit iniura verbis, nei confronti del povero Petrolini, s'intende), nel pronunciare l'invasato canto di Nerone su Roma in fiamme, avesse sbirciato su dei foglietti le battute da dire, sbagliando le congiunzioni di senso, saltando le parole, ignorando gli accenti. Anche il guittismo è sottomesso ad una scala di valori. Qui siamo ormai al livello più basso: quello in cui l'istrionismo prevale troppo ostentatamente sullo humor perché se ne possa ancora ridere.

La verità è che la minaccia trasuda ormai da ogni vibrazione della voce, da ogni divaricazione mascellare, da ogni occhiata dell'occhio gelido, spento e al tempo stesso iracondo che ti guarda. Portare in piazza e sbandierare di fronte a milioni di spettatori nomi e cognomi dei «colpevoli» - i magistrati «di sinistra» autori del «complotto» - risponde ad una tecnica ben collaudata in altri ambienti d'intimidazione e di violenza.

L'ombra dell'«irrimediabile», del «gesto estremo» e «necessario», allo scopo di «difendere (dice lui) la democrazia», viene fatta scendere pesantemente sulla nostra Repubblica. L'approvazione pressoché contestuale di una legge la cui incostituzionalità è chiaramente fuori discussione, come quella sul «legittimo impedimento», la quale sancisce la disuguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, dimostra che quest'uomo e la maggioranza che pedissequamente gli si accoda, non arretreranno di fronte a nulla pur di non rispettare né spirito né lettera delle regole. Siamo cioè entrati in quello che potremmo tranquillamente definire un periodo di «emergenza» e «sorveglianza» democratica, quando bisogna tenere gli occhi bene aperti e le orecchie ben diritte onde cogliere giorno per giorno le minime vibrazioni sotto la superficie delle cose.

Bene fanno perciò le opposizioni unite (partiti, associazioni, movimenti) a scendere oggi in piazza per protestare contro i rischi della deriva berlusconiana. C'è un aspetto del problema, tuttavia, che rimane in sospeso anche su questo versante. Uno degli effetti - forse in una certa misura inevitabile ma al tempo stesso deprecabile, anzi deprecabilissimo - dell'uragano che squassa la nostra democrazia è che tutto ciò che di serio pertiene alla politica - i valori, le idee, i programmi - viene respinto in secondo piano dalle urgenze che ci si affollano intorno. Andiamo al voto senza sapere per che cosa votiamo, al massimo per chi votiamo. L'abominevole personalizzazione della politica, cancro della rappresentanza, riguarda un po' tutti e passa di qui.

L'emergenza democratica presenta dunque un aspetto che riguarda noi, non Berlusconi (o Berlusconi solo in quanto ci trascina, insieme con lui, per questa strada): chi siamo e che cosa vogliamo. Ieri è stato il giorno dello sciopero generale proclamato dalla sola Cgil: esiste un nesso fra le lotte per il lavoro e quella per la difesa della democrazia? Ad un recente raduno del «popolo viola», convocato richiamandosi agli artt. 1, 3 e 21 della Costituzione, rammentavo che esiste anche l'art. 9, il quale recita fra l'altro: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»: esiste un nesso fra le lotte per il lavoro, quelle per la difesa della democrazia e quelle, a mio giudizio anch'esse primarie e imprescindibili, della difesa del territorio, dell'ambiente e dei beni culturali? Altri, numerosi interrogativi della medesima natura si potrebbero ovviamente porre.

I nessi, questi nessi si scoprono solo se s'impiantano programmi e strategie, di cui finora non si vedono se non brandelli, segmenti staccati e qualche sparsa illuminazione. L'emergenza democratica è fatta dunque non solo della violenza eversiva berlusconiana ma anche del vuoto strategico delle opposizioni. Metterci mano durante l'infuriare della tempesta è difficile, me ne rendo conto. Ma non se ne può fare a meno ancora a lungo, altrimenti la tempesta continuerà a invadere tutti gli spazi della ragione: anche i nostri.

Non è l´aspetto penale (di cui nulla sappiamo) il punto più importante dell´inchiesta dei magistrati di Trani che indaga il presidente del Consiglio, il direttore del Tg1 e un commissario dell´Authority sulle Comunicazioni. L´ipotesi di concussione verrà vagliata dalla giustizia, e certamente il capo del governo avrà modo di difendersi e di far sentire le sue ragioni, o di far pesare le norme che bloccano di fatto ogni accertamento giudiziario sul suo conto, facendone un cittadino diverso da tutti gli altri, uguale soltanto all´immagine equestre che ha di se stesso.

Ma c´è una questione portata alla luce da questa inchiesta che non si può evitare e domina con la sua evidenza eloquente questa fase travagliata di agonia politica in cui si trova il berlusconismo. La questione è l´uso privato dello Stato, dei pubblici servizi creati per la collettività, della presidenza del Consiglio, persino delle Autorità di garanzia, che hanno nel loro statuto l´obbligo alla «lealtà e all´imparzialità», per non determinare «indebiti vantaggi» a qualcuno.

Siamo di fronte a una illegalità che si fa Stato, un abuso che diviene sistema, un disordine che diventa codice di comportamento e di garanzia per chi comanda.

Con la politica espulsa e immiserita a cornice retorica e richiamo ideologico, sostituita com´è nella pratica quotidiana dal comando, che deforma il potere perché cerca il dominio. Questi sono tratti di regime, perché il sovrano prova a mantenere il consenso attraverso la manipolazione dell´informazione di massa, inquinando le Autorità di controllo poste a tutela dei cittadini, con un´azione sistemica di minaccia e di controllo che avviene in forma occulta, all´ombra di un conflitto di interessi già gigantesco e ripugnante ad ogni democrazia. Il controllo padronale e politico sull´universo televisivo (unico caso al mondo per un leader politico) non basta più quando la politica latita e la realtà irrompe. Bisogna andare oltre, deformando là dove non si riesce a governare, calpestando là dove non basta il controllo.

Così il presidente del Consiglio, a capo di un Paese in perdita costante di velocità, passa le sue giornate tenendo a rapporto un commissario dell´Agcom per confessargli le sue paure non per la crisi economica internazionale, ma per due trasmissioni di Michele Santoro, dove la libera informazione avrebbe parlato del processo Mills e del caso Spatuzza, corruzione e mafia. I due parlano come soci, o come complici, o come servo e padrone, cercando qualche mezzo – naturalmente illecito perché la Rai non dipende né dall´uno né dall´altro – per cancellare Santoro: e l´uomo di garanzia propone al premier di trovare qualcuno che inventi un esposto (lui che come commissario dovrebbe ricevere le denunce e imparzialmente giudicarle) incaricandosi poi direttamente e volentieri di provvedere all´assistenza legale per il volenteroso.

Poi il premier parla direttamente con il direttore del Tg1, manifestando le sue preoccupazioni, e il "direttorissimo" (come lo chiama il primo ministro) il giorno dopo va in onda puntualissimo con un editoriale contro Spatuzza. Infine, lo statista trova il tempo addirittura per lamentarsi della presenza mia e di Scalfari a "Parla con me", una delle pochissime trasmissioni Rai che ha invitato "Repubblica": si contano sulle dita della mano di un mutilato, mentre il giornalismo di destra vive praticamente incollato alle poltrone bianche di "Porta a porta" e ad altri divani di Stato.

La fluida normalità di questi eventi, che sarebbero eccezionali e gravissimi in ogni Paese occidentale, rivela un metodo, porta a galla un "sistema". Citando Conrad, l´avevamo chiamata "struttura delta", un meccanismo che opera quotidianamente e in profondità nello spazio tra l´informazione e la politica, orientando passo per passo la prima nella lettura della seconda: in modo da ri-costruire la realtà espellendo i fatti sgraditi al potere o semplicemente rendendoli incomprensibili, per disegnare un paesaggio virtuoso in cui rifulgano le gesta del Principe.

Oggi si scopre che il premier è il vero capo operativo della "struttura delta" e non solo l´utilizzatore finale. Lui stesso dà gli ordini, inventa le manipolazioni della realtà, minaccia, evoca i nemici, suggerisce le liste di proscrizione, deforma il libero mercato televisivo, addita i bersagli. Che farà quest´uomo impaurito con i servizi segreti che dipendono formalmente dal suo ufficio, se usa in modo così automatico e disinvolto la dirigenza della Rai e le Autorità di garanzia, istituzionalmente estranee al suo comando? Come li sta usando, nell´ombra e nell´illegalità, contro gli stessi giornalisti che lo preoccupano e che vorrebbe cancellare, in una sorta di editto bulgaro permanente?

La sfortuna freudiana ha portato ieri Bondi a evocare una "cabina di regia" di giudici e sinistre, proprio mentre il Gran Regista forniva un´anteprima sontuosa del suo iperrealismo da partito unico, a reti unificate. La coazione gelliana a ripetere ha spinto Cicchitto a evocare il "network dell´odio", proprio quando il Capo del network dell´amore insulta avversari e magistrati, in una destra di governo ormai e sempre più ridotta alla ragione sociale della P2, che voleva occupare lo Stato, non governarlo. L´istinto ha condotto La Russa ad afferrare per il bavero un giornalista critico del leader, alzando le mani come la guardia pretoriana di un sovrano alla vigilia del golpe, proprio nel momento in cui un collaboratore si chinava in diretta televisiva sul premier suggerendogli la risposta giusta, in un fuori onda del potere impotente che certo finirà nei siparietti quotidiani di Raisat.

La verità è che ogni traccia di amministrazione è scomparsa, nell´orizzonte berlusconiano del 2010, ogni spazio di politica è prosciugato. Questo, è ora di dirlo, non è più un governo (salvo forse Tremonti, che bene o male si ricorda di guidare un dicastero), non è una coalizione, non è nemmeno un partito. Stiamo assistendo in diretta alla decomposizione di una leadership, a un potere in panne, nella sua pervasiva estensione immobile che non produce più nulla, nemmeno consenso, se è vero il declino dei sondaggi.

Era facile prevedere che l´agonia politica del berlusconismo sarebbe stata terribile, e le istituzioni pagheranno nei prossimi mesi un prezzo molto alto. Non abbiamo ancora visto il peggio. Ma non pensavamo a questo spettacolo quotidiano di un sovrano sempre più assoluto e sempre meno capace di autorità: costretto in pochi giorni a rimediare con un decreto di maggioranza a errori elettorali del suo partito, mentre è obbligato a bloccare il Parlamento con due leggi ad personam che lo sottraggono ai suoi giudici, sempre più ossessionato dalla minima quantità di libera informazione che ancora sopravvive in questo Paese.

Nessuno di questi problemi, ormai, si risolve nelle regole. La deformazione è il nuovo volto della politica, l´abuso la sua costante. Si pone una questione di democrazia, fatta di sostanza e di forma, equilibrio tra i poteri, rispetto delle istituzioni, ma anche semplicemente di senso del limite costituzionale, di rispetto minimo dello Stato e della funzione che grazie al voto dei cittadini si esercita pro tempore. Questo e non altro – la cornice della Costituzione – porterà oggi in piazza a Roma migliaia di persone. È un sentimento utile a tutto il Paese, comunque voti. Un Paese che non merita questa riduzione miserabile della politica a calco vuoto di un sistema senza più un´anima, in un mix finale di protervia e di impotenza che dovrebbe preoccupare tutti: a sinistra e persino a destra.

ROMA - Un nuovo condono edilizio, con possibilità di sanare anche gli abusi commessi in aree sottoposte a vincolo ambientale e paesaggistico. Così dispone il disegno di legge presentato dal Pdl in Senato lo scorso 17 febbraio, che fa slittare i termini per la presentazione delle domande dal 10 dicembre 2004, come prescrive la legge sul condono edilizio, al 31 dicembre 2010. Se il provvedimento venisse approvato, una nuova valanga di richieste di sanatoria potrebbe inondare gli sportelli dei Comuni d´Italia, e questa volta con un´agevolazione in più per chi ha commesso l´abuso: i beni ambientali e paesistici scompaiono dalle aree intoccabili.

«Una nuova legge vergogna - accusa il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli - Dopo il condono sulle liste per le regionali adesso il Pdl presenta in Parlamento un ddl per un ennesimo condono edilizio che prevede un nuovo scempio del territorio».

Il disegno di legge è stato firmato dai senatori Sarro, Nespoli, Fasano, Izzo, Giuliano, Vetrella, Compagna, Calabrò, Lauro, Pontone, De Gregorio, Esposito, Coronella e Sibilla. Sarro e Nespoli, primi firmatari, non sono nuovi a proposte del genere. Un tentativo simile lo fecero presentando un emendamento al Milleproroghe, rigettato dal presidente della commissione Affari costituzionali al Senato. Ora tornano alla carica. Nella relazione che accompagna il disegno di legge, i senatori Pdl motivano la loro proposta sostenendo che ai cittadini della Campania, ma in parte anche a quelli delle Marche e dell´Emilia Romagna, «è stata di fatto preclusa la possibilità di utilizzare lo speciale statuto di sanatoria» perché le Regioni hanno disciplinato la materia restringendo le possibilità di accesso al condono. Conclusioni: «si pone l´esigenza di ripristinare la parità di trattamento».

Dunque il nuovo condono, contenuto nella proposta AS 2020, che prevede di riaprire i termini per la presentazione delle domande con la modifica del comma 32 dell´articolo 32 del decreto legge 269 del 2003, quello relativo al secondo condono edilizio di Berlusconi, e la possibilità di sanare abusi in aree vincolate con la soppressione delle parole «dei beni ambientali e paesistici», al comma 27 dello stesso articolo.

«Ci troviamo di fronte ad una nuova aggressione del territorio e della popolazione - riprende Bonelli - Il Pdl non si ferma nemmeno di fronte al dissesto idrogeologico dell´Italia e alle vittime provocate dalle frane». Il riferimento è ad Ischia, dove, a quanto riferisce il presidente dei Verdi, il provvedimento sarebbe fortemente voluto. Proprio ad Ischia i sindaci di sinistra e di destra hanno chiesto al governo Berlusconi di far rientrare gli abusi nel condono del 2003, che qui non è stato applicato perché l´isola è sotto vincolo paesaggistico.

Sono in tutto 740 le costruzioni abusive individuate dalla Procura della Repubblica, che ordina le demolizioni man mano che le sentenze passano in giudicato. Intanto, a novembre scorso, sull´isola è venuta di nuovo giù la montagna, che si è portata dietro una vittima. Dura la condanna di Wwf e Fai, che si preparano a sostenere un´altra battaglia. «Questo disegno di legge compromette la certezza del diritto e rimette in discussione atti di rigetto già decisi - dichiara Gaetano Benedetto, condirettore del Wwf - Non solo. Estende il condono del 2003 ad aree vincolate anche per abusi gravi e apre la strada ad una sanatoria postuma di costruzioni illegali fino ad oggi considerate insanabili».

Da un “atto aggiuntivo” a una transazione, l’Anas, azienda pubblica delle strade, trova sempre il modo di accontentare Impregilo di Benetton (Autostrade), Gavio e Ligresti, l’impresa a cui è stata affidata, tra l’altro, la costruzione del Ponte sullo Stretto. Atti aggiuntivi e transazioni sono metodi con cui viene dato nuovo impulso a un vizio antico del sistema degli appalti, quello della revisione dei prezzi in corso d’opera, un male che prosciuga le casse pubbliche, ingrassa le imprese e quasi mai fa procedere più svelti i lavori. Dall’Alta velocità ferroviaria all’autostrada Salerno-Reggio Calabria per finire le grandi opere italiane ci vogliono tempi biblici e alla fine si scopre che costano fino a 3 e anche 4 volte più che nel resto d’Europa proprio a causa della sequela di atti aggiuntivi e transazioni con cui vengono portate avanti.

RAPPORTI. Il 4 marzo il Fatto Quotidiano ha raccontato che oltre al miliardo e 300 milioni aggiuntivi per il Ponte sullo Stretto, a Impregilo è stato riconosciuto un adeguamento prezzi di un centinaio di milioni per i due macrolotti Gioia Tauro-Scilla e Scilla-Reggio Calabria della Salerno-Reggio Calabria. Ora fonti autorevoli interne all’azienda che vogliono conservare l’anonimato informano che sarebbe in corso una nuova perizia di variante sulla stessa opera per un valore analogo. I portavoce Anas non confermano e non smentiscono l’esistenza di atti aggiuntivi per Impregilo limitandosi a usare una formula inconsueta: “L’azienda non ha niente da comunicare in proposito”.

La faccenda è importante per almeno due motivi. Il primo è che l’Anas si dimostra un ottimo pagatore nei confronti di Impregilo nonostante non navighi in ottime acque. Le difficoltà dell’azienda sono state riconosciute di recente dallo stesso Pietro Ciucci, presidente e anche direttore generale della società, nel corso di un’audizione alla commissione Lavori pubblici della Camera. Il 3 marzo Ciucci ha confermato che “la legge finanziaria 2010 non ha stanziato per Anas alcun importo per nuove opere e manutenzioni straordinarie” per cui “non potrà neppure realizzare gli interventi improrogabili fortemente connessi alla sicurezza del traffico”. Di più: in queste condizioni, avverte il presidente Anas, è difficile “perfino il ripristino degli ingenti danni causati dai noti eventi eccezionali registrati in Lombardia, Toscana, Calabria e Sicilia, con evidenti impatti sulla circolazione stradale”. Cioè non ci sono soldi per riportare ad un livello decente importanti strade di quattro popolose regioni d’Italia e non ci sono risorse neppure per adeguare le vie a livelli accettabili di sicurezza per mitigare l’ecatombe di vittime.

IL RUOLO DI LETTA. Il secondo motivo di rilievo è che dietro la concessione degli atti aggiuntivi si scorge in filigrana l’intreccio di un nuovo centro di potere, una specie di triangolo delle costruzioni formato da Anas, Impregilo e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. La prima manifestazione di questo kombinat del mattone risale alla primavera di un anno fa quando viene concesso, appunto, l’adeguamento prezzi a favore di Impregilo. In quelle settimane scade il vertice Anas e Ciucci è traballante, la sua riconferma da parte del governo Berlusconi appare assai remota perché osteggiata dai due ministri più direttamente interessati, il responsabile delle Infrastrutture, Altero Matteoli, e il titolare dell’Economia, Giulio Tremonti. Al posto di Ciucci sarebbero dovuti andare il presidente del Consiglio di Stato, Paolo Salvatore, e come amministratore Giovanni Guglielmi, provveditore per le opere pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna.

POTERE CIUCCI. A metà luglio, però, a poche ore dalla scadenza per il rinnovo, Salvatore annuncia a sorpresa la sua indisponibilità per la guida dell’Anas. È una mossa che spiana la strada al ripescaggio di Ciucci, il quale il 17 luglio viene confermato nel suo incarico. L’artefice occulto della repentina inversione ad U del governo è Gianni Letta, l’unico in grado di convincere Silvio Berlusconi a ignorare la doppia opposizione Matteoli-Tremonti. Da sicuro candidato alla trombatura, Ciucci diventa all’improvviso il perno di una nuova stagione dei grandi appalti. Una settimana dopo la riconferma, il 29 luglio il governo infila a sorpresa nel decreto “anticrisi” un emendamento per consentire a Ciucci che già cumula su di sé una bella sfilza di incarichi (presidente e direttore generale Anas, amministratore delegato della società Ponte sullo Stretto) di aggiungerne un altro: commissario straordinario per 60 giorni per “rimuovere gli ostacoli frapposti al riavvio delle attività” per il Ponte. A Impregilo viene contemporaneamente concesso un bonus di 1,3 miliardi di euro confermato a tambur battente 4 giorni dopo con una legge apposita (la numero 102). Scaduti i 60 giorni, l’11 novembre Ciucci viene di nuovo nominato commissario straordinario per il Ponte, questa volta per un lungo periodo, tre anni, con una motivazione simile alla precedente: “Per la velocizzazione delle procedure relative” alla realizzazione dell’opera. In pratica gli vengono affidati dal governo in via duratura poteri molto simili a quelli concessi a Guido Bertolaso per la Protezione civile, con tutti i rischi e le incongruenze del caso.

Nel frattempo il vertice Anas viene rivoltato come un guanto da Ciucci e nei posti chiave vengono infilati uomini di Autostrade e quindi di Impregilo. Come Stefano Granati, per esempio, nominato condirettore amministrazione, finanza e commerciale, un ex manager Pavimental, società controllata da Autostrade. Granati di recente è stato nominato anche vicepresidente di Igi, l’Istituto grandi infrastrutture guidato da Giuseppe Zamberletti che allo stesso tempo è anche collega di Ciucci nella società del Ponte sullo Stretto di Messina essendo il presidente. O come Alfredo Baio, scelto da Ciucci come segretario generale Anas, un ex dirigente delle aziende di Carlo Toto, imprenditore abruzzese delle costruzioni, il “patriota” di AirOne, compagnia aerea confluita nella nuova Alitalia, e unico azionista privato di peso della triade Benetton-Gavio-Ligresti nella società Autostrade, con una partecipazione importante nell’Autostrada dei parchi, la A24 da Roma a L’Aquila.

L’ispirazione l’ha presa dall’architettura lombarda, stile gotico ed edifici gemelli. Il Duomo e piazza Duca d’Aosta, ma anche la Besana e l’Ospedale Maggiore, rivisti però con lo sguardo di oggi. Un colpo d’occhio su una lunga stecca di vetro con arcate lungo i Bastioni, che di notte s’illumina quasi fosse un edificio-lanterna urbana. A Porta Volta il piccolo Beaubourg di Milano dovrà diventare la sede della fondazione Feltrinelli e della casa editrice. È stato firmato da Jacques Herzog, archistar svizzero già nel team dell’Expo e autore di opere note come lo stadio-nido di Pechino. Il cantiere partirà nel 2011, completato l’iter burocratico, per arrivare entro il 2013 a quella che il sindaco Moratti chiama «cittadella della cultura».

La zona interessata, 17mila metri quadri, è un’area tra i viali Pasubio e Crispi di proprietà Feltrinelli, e una tra viale Montello e Porta Volta del Comune. Dietro i caselli daziari, che verranno riqualificati, e su quel che resta delle Mura spagnole, l’architetto svizzero ha progettato tre edifici gemelli alti sette piani, in vetro e cemento, a riprodurre l’antica cinta muraria ma con il profilo a punta del Duomo. Il primo ospiterà la nuova sede della Fondazione Feltrinelli e il suo patrimonio di circa 200mila volumi, 17.500 riviste italiane e straniere e 4.500 opere rare, con libreria e giardino, auditorium e spazi polifunzionali per il pubblico. Il secondo edificio, il più grande, sarà occupato dagli uffici della casa editrice, mentre per il terzo, di proprietà comunale, non è chiaro ancora se Palazzo Marino intenda venderlo o trasferirvi alcuni uffici amministrativi. Un progetto anche verde, con un parco, un boulevard alberato e un belvedere, per cui il Consiglio di zona uno, settimana scorsa, aveva espresso parere negativo ma solo perché «servono più parcheggi e il silos in costruzione in viale Montello deve integrarsi con il nuovo complesso», chiede la presidente di zona Micaela Goren Monti.

La famiglia Feltrinelli cerca di realizzarlo da anni, il suo Beaubourg, che si sbloccherà definitivamente se la giunta tra un mese e mezzo ne approverà il piano integrato d’intervento. «Un punto di forte aggregazione culturale soprattutto per i giovani», ha spiegato Carlo Feltrinelli, presidente della Fondazione. Conferma anche l’architetto Herzog: «Questo edificio raccoglie lo spirito della storia di Milano, diventerà un luogo per tutti i milanesi». Una ricucitura di una striscia irrisolta, per il sindaco Moratti: «Restituisce alla città un’area dismessa ed è un ottimo esempio della Milano del futuro».

Nota: qui una scheda del progetto scaricata dal sito del Comune (f.b.)

Domenica sfideranno il divieto. I cicloamatori che protestano contro il divieto d’accesso all’alzaia del Naviglio, nel tratto tra Turbigo ed Albairate. I sindaci della zona hanno annunciato che non manderanno i vigili a multare i trasgressori. «Così perdiamo anche i tanti turisti del fine settimana».

«Mandare i vigili a multare la gente che passeggia sulla pista ciclabile del Naviglio Grande? Ma non scherziamo, non lo farò mai. L'alzaia va riaperta subito, una chiusura totale non è pensabile » . Osvaldo Chiaramonte (Pdl), sindaco di Bernate Ticino, si ribella all' idea di un Naviglio «blindato». E non è l'unico: domenica prossima alle 10 proprio dal ponte di Bernate partirà una biciclettata di protesta promossa con un tam tam sui social network dai frequentatori dell'alzaia. Ciclomatori, podisti, ma anche amanti delle passeggiate. E poi i membri di associazioni ambientaliste e storiche. A piedi o sulle due ruote, sfideranno il divieto di circolazione e lamulta di 51 euro, percorrendo il tratto di un chilometro e mezzo tra Bernate e Boffalora sopra Ticino. Lì si terrà un'assemblea che dovrebbe stabilire altre forme di mobilitazione.

Il divieto di accesso all'alzaia del Naviglio, nel tratto di quindici chilometri fra Turbigo e Albairate, è stato deciso dal Parco del Ticino, che gestisce la ciclabile per conto della Regione. L'ente è stato da poco condannato a pagare 500 mila euro di risarcimento alla famiglia di una donna di 71 anni, che nel 2002 cadde nel Naviglio dopo uno scontro con un tredicenne in sella a un'altra bicicletta e annegò. Il Tribunale civile di Milano ha dichiarato il Parco e il tredicenne corresponsabili della sua morte e ha dichiarato la pista ciclabile è “insicura”, perché senza protezioni. Il Parco dovrà prendere provvedimenti. Nel frattempo, il sentiero è chiuso fino a nuovo ordine.

Un Naviglio off limits ha anche un risvolto economico. Negli ultimi anni, proprio grazie a una vasta campagna di promozione turistica del Parco del Ticino, lungo il canale sono nati punti di noleggio delle biciclette, gelaterie, ristori, bed and breakfast. E la risposta dei turisti non si è fatta attendere, con migliaia di presenze, anche dall'estero, soprattutto nella stagione estiva.

«Nel fine settimana da aprile a settembre noleggiamo 50 biciclette al giorno. Per questo, ho da poco investito 12 mila euro per cambiare tutto il parco bici. Adesso invece ricevo le telefonate di disdetta, per paura delle multe» sintetizza Michele Calcaterra, 45 anni, titolare del negozio «Doctor Bike» a Boffalora.

Della stessa idea Domenico Finiguerra (centrosinistra), sindaco di Cassinetta di Lugagnano: «La chiusura è un grave danno. La Regione dovrebbe stanziare subito i 5 milioni di euro necessari per mettere a norma la ciclabile. Otto anni fa sono stati stanziati e mai utilizzati 226 milioni di euro per costruire la superstrada tra Magenta e la tangenziale ovest. Basterebbe usare una parte di questi. Sarebbe la dimostrazione che alla mobilità e al turismo sostenibile ci tengono davvero».

postilla

Immaginiamoci, che so, una interruzione per frana di un tratto stradale qualunque: quanto tempo passa secondo voi prima che venga stanziata la cifra necessaria e ripristinato il percorso? Questione di giorni, al massimo. E la strada di cui si parla nell’articolo, in più, rappresenta l’UNICO PERCORSO POSSIBILE per attraversare alcuni territori, nonché tratto essenziale di una rete sviluppata per centinaia di chilometri. Praticamente, un’autostrada, e che autostrada, di mobilità sostenibile, in grado con pochissimi accorgimenti, e se valorizzata da piani e programmi coerenti, di iniziare concretamente un’evoluzione del territorio dalla centralità assoluta del trasporto privato su gomma e relative infrastrutture, dispersione insediativa, inquinamenti, consumo di suolo ecc., verso una rete più articolata, e adeguata alle prospettive che si delineano col cambiamento climatico, la crisi energetica e compagnia bella.

Ma chi comanda dentro il cosiddetto “ambaradan” (definizione del leghista Davide Boni) dei parchi non vuole, o non può, fare il suo mestiere, ovvero partecipare a questo percorso, investendo quelle esigue cifre che giustamente Domenico Finiguerra paragona alle altre, e che altre, destinate a una discutibilissima grande opera nel segno della solita centralità automobilistica.

È un piccolo esempio, enorme nei danni, ma piccolo perché miserabile, di cosa succede quando il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare. Gli stessi duri che stanno gestendo l’operazione Expo, e si risciacquano la bocca ad ogni piè sospinto con fantastici (indiscutibili, a parole) progetti di rilancio dell’agricoltura, di sviluppo urbano sostenibile ecc. ecc. Ne leggiamo ogni giorno, di queste cose, e anche grazie al coinvolgimento di persone serie nel progetto, finiscono quasi quasi per convincerci. E poi, dopo una condanna a pagare 500.000 euro (il prezzo di una villetta con gardino nani inclusi) si chiudono senza passare dal via chilometri e chilometri di pista ciclabile?

Ma ci facci il piacere! Direbbe il compianto principe De Curtis (f.b.)

si veda anche il commento sul sito di Domenico Finiguerra

Il legittimo impedimento blindato, come al solito, con la fiducia rimanda alla coazione a ripetere leggi incostituzionali che servono per superare momenti difficili. Arriverà con il tempo il giudizio di incostituzionalità, ma il beneficio per il Cavaliere - scansare processi fastidiosi e un po' infamanti in tempo di elezioni - è acquisito e questo è ciò che conta in uno Stato bananiero dove ormai regna sovrana la sistematica elusione delle norme costituzionali.

La Corte Costituzionale, nella sentenza per il lodo Alfano, aveva già escluso che si potesse introdurre un legittimo impedimento permanente (come è quello proposto, nonostante il termine «civetta» dei sei mesi) argomentando che ciò varrebbe sottrarsi alla giurisdizione e che allora, per ragioni di eguaglianza, dovrebbe essere esteso a tutti i cittadini che esercitano funzioni pubbliche (art. 54 Cost.) e persino a coloro che svolgono una funzione o una attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 4 Cost.). L'incostituzionalità è, dunque, palese in quanto oltre agli articoli della Costituzione citati, sul punto vi è anche un responso della Corte, assolutamente chiaro e pertinente. Il nostro (Berlusconi) però non se ne cura, abituato com'è a stracciare regole di qualsiasi genere e forte di una maggioranza bulgara tenuta insieme dall'arroganza del potere e dall'affarismo diffuso, più che dai voti di fiducia che ormai non si contano più.

La fase è di assoluta anarchia per un potere di governo che ormai da troppo tempo si sente legibus solutus e solo a stento è frenato da qualche Tribunale ordinario o amministrativo che crede ancora alla favola delle leggi uguali per tutti: tempo al tempo, però, perché anche in questo campo il Cavaliere sta correndo ai ripari. Gli atti di illegalità della maggioranza incalzano a tal ritmo che stiamo quasi dimenticando Bertolaso & C. con la relativa mole di corruzione e di menzogne che hanno riversato sulle macerie dell'Aquila: meno male che c'è il popolo delle carriole a ricordarcelo! Fino alla protervia dell'irruzione nell'iter elettorale con un decreto senza né capo né coda, giustificato con la difesa del diritto dei cittadini a votare per il proprio Pdl, previo azzeramento di ogni regola, compresa quella costituzionale sulla attribuzione della competenza elettorale alle regioni.

Dall'avvento della Repubblica in poi, non sono state ammesse al voto migliaia di liste o, dopo il voto, sono stati sciolti migliaia di consigli comunali, provinciali o regionali a seguito della constatazione di una irregolare raccolta di firme. Quei cittadini non avevano diritto al rispetto del loro voto perché erano state violate le leggi, ma ora è venuto Berlusconi a dire che sì, si possono violare le leggi, purché vinca lui. Con il richiamo minaccioso alla mobilitazione della piazza.

Il rischio maggiore, però, è che in questa atmosfera di lotte per la legalità, ci si dimentichi del peggiore dei crimini di questo governo: l'abbandono dei lavoratori - licenziati, disoccupati, cassintegrati, precari - a se stessi, in una lunga fase di crisi fatta pagare solo a loro, mentre i satrapi si spartiscono fraudolentemente immense fortune. Meno male che la sinistra a volte c'è, con la manifestazione di sabato che salda lotte per il lavoro e lotte per la legalità: l'unica via per battere la destra.

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