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Privilegio. Questa la sensazione che si provava l'altra sera sull'Appia antica. Era una delle serate del Festival che da alcuni anni Rita Paris, direttrice del Parco Archeologico, organizza a luglio: "dal tramonto all'Appia" (segue)

Privilegio. Questa la sensazione che si provava l'altra sera sull'Appia antica. Era una delle serate del Festival che da alcuni anni Rita Paris, direttrice del Parco Archeologico, organizza a luglio: "dal tramonto all'Appia" il titolo che è ormai un appuntamento consolidato nel panorama delle iniziative culturali romane. Letture, danza, proiezioni e concerti di alto livello all'ombra dei pini marittimi e accanto ai monumenti e siti della regina viarum, da Cecilia Metella e San Nicola a Santa Maria Nova e i Quintili, a Capo di Bove.

In particolare, l'altra sera, il concerto della straordinaria Thana Alexa, una delle anime canore del movimento "me too", è stato preceduto da una breve conversazione sulla Roma di Antonio Cederna.

Eravamo a pochi passi dal luogo che dal 2008 ospita l'archivio del giornalista, donato dalla famiglia all'allora Soprintendenza Archeologica - quella di Adriano La Regina, per intenderci - ed ospitato a Capo di Bove, una villa privata che la Soprintendenza è riuscita ad acquisire tramite prelazione, compiendo scavi che hanno dato risultati scientifici straordinari e restituendo alla pubblica fruizione uno dei siti dell'Appia ora più amati dai cittadini romani.

Tutto bene, dunque? Non proprio.

Se l'Appia continua ad essere spazio di infinita suggestione e a interpretare nel migliore dei modi quel concetto di "valorizzazione" così abusato, o meglio asservito alla prostituzione in tanti altri contesti, lo si deve solo all'opera dell'attuale direttrice. E si tratta di una situazione ora più che mai in precario equilibrio (1).

Come noto, l'Appia è, da un anno e mezzo, uno dei siti resi autonomi dalla così detta riforma Franceschini e di quella riforma rappresenta esemplarmente tutte le criticità e lo strabismo di visione. A partire dallo stesso concetto di Parco Archeologico che è al più esercizio retorico se applicato ad un contesto come quello: area al 95% privata e gravata da centinaia di abusi edilizi susseguitisi nei decenni e a cui amministrazioni comunali di ogni colore hanno opposto solo indifferenza, quando non connivenza vera e propria.

Un'area, quella del Parco Archeologico dell'Appia, che solo un novello Procuste, ignaro delle più elementari capacità di lettura topografica, ha potuto staccare dal resto della città, per sovrapporla poi a quella del già esistente Parco regionale perpetuando e anzi aggravando le ambiguità in termini di competenze fra le due istituzioni, ambiguità ostative per l'esercizio delle primarie funzioni di tutela del vastissimo patrimonio archeologico, come pure per l'efficacia e la trasparenza dei servizi al cittadino (2).

Non bastasse questa genesi a dir poco distorta, il neonato Parco, uno dei siti di eccellenza della new wave franceschiniana, è stato dotato di risorse insufficienti non solo a garantire un rilancio in termini di dotazione di servizi e ampliamento - in qualità e quantità- della fruizione, ma persino per l'espletamento di livelli decorosi di manutenzione (dalla messa in sicurezza dei monumenti, alla cura del verde).

A tutt'oggi l'istituzione Parco dell'Appia è priva di una sede adeguata, è stata gravemente carente per molti mesi sul piano del personale e continua a non avere archivi fotografici o laboratori di sorta, affidandosi, per le imprescindibili attività di tutela e gestione quotidiane, alla disponibilità di altre istituzioni dell'ex Soprintendenza Archeologica.

Eppure, nonostante questo, l'attuale direzione ha saputo sinora garantire non solo tutela e fruizione del patrimonio esistente, ma ha potuto concludere, con finanziamenti pregressi, progetti di scavo e ricerca che hanno condotto a risultati scientifici straordinari (come ai Quintili) ed è riuscita ad elaborare un progetto complessivo in cui vengono affrontati i problemi, gravissimi, semplicemente ignorati al momento della creazione del Parco, a partire da quello del traffico privato, sempre più invadente e coniugato ad una desolante carenza di trasporti pubblici.

Ma non solo, attraverso una trattativa non semplice, la direzione ha potuto proporre nei mesi scorsi al Ministero, l'acquisizione su prelazione, dell'importantissimo sepolcro di Sant'Urbano, che diventerebbe così, dopo anni di abusi da parte della proprietà privata, bene pubblico. E di recente, il Demanio ha offerto alla stessa direzione dell'Appia la cessione a titolo gratuito di un altro complesso storico di grande impatto architettonico, il Casino di caccia alla volpe situato sulla via Appia a poca distanza dall'aeroporto di Ciampino in uno dei luoghi più affascinanti.

Ci credereste? In entrambi i casi il Ministero ha di fatto sinora impedito le acquisizioni per asserita mancanza di risorse.

Poiché stiamo parlando, per Sant'Urbano, di costi equivalenti a quelli di un monolocale in centro storico, e per quanto riguarda il casino di caccia, di spese di manutenzione che verrebbero ampiamente recuperate tramite la messa a reddito dell'immobile (affitti) è evidente che si tratta non di problema economico, ma politico.

Appiattiti sui numeri di una redditività turistica di pronto riscontro e immediata spendibilità mediatica, gli inquilini del Collegio Romano ritengono evidentemente troppo faticoso invischiarsi in programmi di ampiezza men che lillipuziana.

Dunque, la regina viarum, uno dei luoghi di eccellenza del nostro patrimonio culturale, è stata di fatto abbandonata dai responsabili politici del Ministero che non ne sanno garantire condizioni di operatività adeguate alla sua importanza culturale e sociale e che si ritraggono di fronte all'opportunità di ampliare lo spazio del bene pubblico.

Eppure qui, sull'Appia, il luogo a difesa del quale Cederna tuonò per 40 anni contro abusi e speculazioni di ogni tipo, un'operazione di questo genere segnerebbe un'inversione di tendenza di grandissima importanza, rispetto a quella fin troppo prolungata fase di dismissione, in termini di competenze e di risorse, che ha caratterizzato il Ministero dei Beni Culturali (e la pubblica amministrazione centrale in generale). (3).

Un simbolo - e di quale potenza - della capacità di una pubblica istituzione del pieno esercizio delle proprie prerogative costituzionali.

In virtù dei molti e reiterati errori del suo predecessore, al neo responsabile del Ministero si offre ora un'occasione imperdibile per ribadire quelle prerogative e imporre un deciso cambio di rotta.

A partire proprio qui, dall'Appia, sinora protetta dallo spirito di Cederna e dalla passione di colei che non per caso, ma per destino, nel 1996 ne ereditò il testimone.

Se tutto rimarrà come ora, anche l'Archivio Cederna che fino a poco fa aveva perseguito una virtuosa e lungimirante politica di diffusione dei materiali in deposito attraverso la loro completa digitalizzazione, nel giro di pochi mesi sarà costretto a interrompere ogni attività.

E molte altre attività del Parco saranno gravemente compromesse.

Ma davvero il neo ministro dei beni culturali intende correre il rischio di essere ricordato come il becchino dell'Appia Antica?

Note

(1) Sulle vicessitudini contemporanee di questo Parco potete trovare su eddyburg dettagliate informazioni nella cartella "Appia Antica/Pagine di cronaca".
(2) Sul tema vedi l'articolo di Anna Maria Bianchi ripreso su eddyburg.
(3) Nella cartella di eddyburg "Appia Antica/Pagine di storia" potere leggervi alcuni brani dedicati all'eredità di Cederna in merito all'Appia Antica.

Emergenza cultura, 1 luglio 2018. L'Appia Antica è sia un'area archeologica sia un'area naturale protetta. La Regione Lazio sta per approvare il piano del parco naturale, ma senza coordinarlo - come invece dovrebbe - con il piano paesaggistico. (m.b.)

Non siamo contrari al Piano d’Assetto del Parco dell’Appia Antica. Siamo contrari alle modalità con le quali è stato condotto il processo della sua approvazione. Senza il necessario adeguamento al Piano Territoriale Paesaggistico Regionale (PTPR), che secondo il Codice dei Beni culturali è sovraordinato, con il rischio di sovrapposizioni, conflitti di competenze, contenzioso con i privati che non può che danneggiare un bene collettivo unico al mondo. Un luogo straordinario che abbiamo ricevuto in prestito grazie all’impegno di tante persone che si sono battute prima di noi, a partire dal grande Antonio Cederna, che dobbiamo proteggere e conservare per chi verrà dopo di noi.

Ai primi di luglio 2018 arriverà in Consiglio regionale del Lazio una Proposta di Deliberazione per l’ “Approvazione del piano del Parco naturale Appia Antica – Roma di cui all’art. 26 della legge regionale 6 ottobre 1997, n. 29 «norme in materia di aree naturali protette regionali» e successive modifiche ed integrazioni“. Una Proposta che a molti può sembrare un’iniziativa senza controindicazioni, anzi virtuosa, dato che riguarda un atto di pianificazione di un bene pubblico, un Parco naturalistico che contiene uno dei più grandi e importanti Parchi archeologici del mondo. O, meglio, un Parco archeologico che è anche un Parco naturale. Ed è proprio qui che sta il punto, quello che dovrebbe consigliare a degli amministratori scrupolosi che abbiano a cuore l’interesse pubblico di rimandare l’approvazione di questo Piano di Assetto. Perché nello stesso spazio insistono due realtà diverse e divise, dal punto di vista delle competenze e soprattutto delle responsabilità decisionali: il Parco dell’Appia Antica – l’ area archeologica, gestita dalla Soprintendenza, cioè dallo Stato, il Ministero dei Beni culturali – che chiameremo “Parco archeologico” – e il Parco naturalistico – gestito dalla Regione Lazio attraverso l’Ente Gestione Parco – che chiameremo “Parco regionale”. Una dicotomia che si rispecchia negli strumenti della pianificazione territoriale: da un lato il Piano Territoriale Paesaggistico Regionale (PTPR) , adottato nel 2007 e non ancora approvato (2), ma del quale è già stato approvato nel 2010 il Piano Territoriale Paesistico (PTP) di Roma 15/12 “Valle della Caffarella, Appia Antica e Acquedotti”, dall’altro il Piano di Assetto dell’Ente Parco, adottato nel 2002.

Una sovrapposizione che, per il raggiungimento dell’obiettivo comune della migliore tutela e organizzazione del Parco dell’Appia Antica, richiederebbe una più chiara divisione dei compiti e degli ambiti di intervento, con la tutela del patrimonio paesaggistico e archeologico da un lato, e quello dell’ecosistema naturale dall’altro, conformati tra loro nella pianificazione e con una gestione attraverso organismi e strumenti armonizzati e condivisi. Tuttavia va detto che il Codice dei Beni culturali del 2004 ha stabilito che il Piano Paesaggistico è sovraordinato al Piano d’Assetto del Parco e tale assunto è ormai suffragato dalla giurisprudenza costituzionale. Invece, drammaticamente, assistiamo ancora oggi al tentativo – che purtroppo andrà a buon fine tra il tripudio di chi non ha approfondito tutte le implicazioni della Proposta – di ignorare quanto stabilito dal Codice – una conquista per la difesa del il patrimonio storico e il paesaggio – approvando un Piano di Assetto non armonizzato al Piano Paesaggistico.

Continuando a perpetuare incroci di ambiti e competenze, con due Piani – Paesaggistico e d’assetto – che, come scrive nel 2014 Luca De Lucia, “perseguono finalità sostanzialmente simili, fannno riferimento a identici valori storici e culturali e possono incidere sugli stessi beni e attività“. In pratica “due piani generali di area vasta con finalità di tutela ambientale e paesaggistica” che possono creare “potenziali incertezze (e dunque motivi di conflitto) nei rapporti tra le amministrazioni preposte alla gestione dei diversi vincoli, ma soprattutto per i cittadini e gli operatori economici (e quindi motivi di contenzioso innanzi al giudice amministrativo), al quale è rimesso il compito di risolvere le antinomie tra i due strumenti di pianificazione“.

E non si tratta di una semplice questione burocratica o del solito tignoso confitto di poteri tra enti. Basti pensare alle differenze tra i due Piani, a partire dai criteri e dal disegno della zonizzazione: infatti, a parità di scala, mentre il PTP (Piano Territoriale Paesistico) traccia una rappresentazione assai particolareggiata, con prescrizioni dettagliate e differenziate per singole sottozone, la pianificazione adottata dal Piano del Parco Regionale individua cartograficamente le aree di maggiore interesse naturalistico-ambientale- archeologico -insediativo con una zonizzazione a maglia più larga nelle zone di protezione.

Luca De Lucia propone, per superare le ambiguità e “garantire l’attuazione dei principi di semplificazione e di coerenza dell’azione amministrativa… di integrare il Piano paesaggistico con i contenuti del piano per il parco sopprimendo le funzioni pianficatorie oggi imputate all’ ente di gestione [regionale]” ridisegnandone contemporaneamente le attribuzioni, affidando all’Ente Parco un ruolo più tecnico, legato all’ecosistema, per le informazioni, il monitoraggio, la promozione, e soprattutto la gestione e la protezione dell’habitat. In pratica, “mentre Comune, Regione e Stato, in questo campo, dovrebbero agire essenzialmente secondo le forme dell’attività amministrativa autoritativa (pianificazione, autorizzazione, ordini ecc) gli enti parco sarebbero invece chiamati a gestire la complesità naturalistica“. E conclude Luca De Lucia: “non è dalla rivalità tra paesaggio e ambiente, o dal semplice ritorno al passato, che possono derivare soluzioni ottimali ai problemi di tutela di rilevantissimi interessi pubblici”.

E il sospetto che il Piano d’Assetto del Parco regionale dell’Appia Antica che sta per essere approvato vada invece all’indietro, cioè all’era precedente al Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, è alimentato anche dal fatto che ci risulta essere stato redatto senza la necessaria armonizzazione con il Piano Paesaggistico e senza nemmeno la necessaria e costante intesa con la Soprintendenza.

Già nel 2002 l’allora Soprintendente Adriano La Regina, in un documento indirizzato all’allora Presidente Regionale Storace, ribadiva la sua contrarietà al Piano di Assetto, nel metodo e nel merito. A distanza di 15 anni – maggio 2017 – ci risulta che i rappresentanti della Direzione Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio del Ministero, dopo aver partecipato a numerose sedute del “tavolo tecnico” incaricato del “procedimento di conformazione ed adeguamento del Piano d’Assetto del Parco alle previsioni del Piano Territoriale Paesistico di Roma 15/12 Valle della Caffarella, Appia Antica e Acquedotti“, abbiano inviato una nota all’Assessore regionale all’urbanistica – allora Michele Civita – e alla Direzione Territorio, Urbanistica e Mobilità del Lazio, in cui specificavano che “il pronunciamento circa la verifica di avvenuto adeguamento del Piano di Assetto ai sensi dell’art. 145 del Codice non potrà che avvenire successivamente alla stipula di detto accordo [citato nell’ art.143 del Codice secondo il quale “...il Piano è oggetto di apposito accordo tra pubbliche amministrazioni … che stabilisce altresì i presupposti, le modalità ed di tempi per la revisione...” NDR] e concludevano con la richiesta di “attivare con ogni possibile urgenza, un confronto con il coinvolgimento dell’Ente Parco al fine di pervenire, oltre che alla definizione di un perimetro del territorio ….congruente con quello del PTP (Pianto Territoriale Paesistico) 15/12, alla definizione di opportune forme di coordinamento delle procedure tecnico-amministrative per la gestione della tutela nel rispetto delle specifiche e rispettive competenze“ . A quanto pare, a tale richiesta non è stato poi dato seguito, visto che la vecchia (e nuova) Giunta Zingaretti ha poi proseguito nell’approvazione del Piano di Assetto, facendo anzi un nuovo passo che ha spinto il Ministero dei Beni Culturali a chiedere immediate precisazioni: infatti il 13 febbraio 2018 , pochi giorni prima delle elezioni, viene approvata la Legge Regionale n. 2 che modifica una legge regionale del 1998 con due articoli che sembrano comprimere ulteriormente il ruolo dello Soprintendenza e mettere a rischio le tutele. Il Fatto quotidiano dedicherà un articolo dal titolo “Due cavalli di Troia e la regione Lazio svende il territorio” in cui si parla di “rischio condono mascherato” e di “ristrutturazioni disinvolte, aperture di nuove attività, stravolgimento di manufatti storici che saranno più semplici, anche in aree delicatissime”. Il Presidente Zingaretti risponde al Ministero che le modifiche hanno introdotto una disciplina transitoria che vale solo fino all’approvazione definitiva del PTPR, che non si pone in contrasto con le disposizioni contenute nel PTPR, e impegnandosi a introdurre un’integrazione a dette modifiche “ai fini di assicurare la piena compartecipazione paritaria degli organi ministeriali nei procedimenti di aggiornamento del piano adotattato”.

Resta il fatto che la Giunta del Lazio porta oggi in Consiglio – il motivo della fretta sarebbe il rischio di un commissariamento per dare seguito a una sentenza del TAR sull’ampliamento di un struttura sportiva – un Piano di Assetto non conformato al PTP e al PTPR.
E il tema avrebbe richiesto un più allargato e informato dibattito pubblico, che per l’ennesima volta sembra risolversi con slogan trionfalistici riportati sui giornali che nulla dicono della complessità che dovrebbe essere affrontata con serietà e trasparenza.
L’ennesima occasione mancata, non solo per il centrosinistra del Presidente Zingaretti, ma, questa volta, anche per l’opposizione pentastellata “di lotta e di governo”, che appoggia la zoppicante maggioranza della Pisana. Come già per il Piano casa e per lo Stadio della Roma, il vero problema è che le vicende troppo complesse non trovano facilmente cittadini, giornalisti, consiglieri, disposti a fare uno sforzo per comprenderne a fondo la portata.

Anna Maria Bianchi Missaglia
Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com

nota
Sul sito dell'associazione Carteinregola e su emergenza cultura è possibile consultare il testo annotato, con i richiami alle leggi e alle delibere.

Eddyburg - Per capire che sta succedendo ci rivolgiamo a Rita Paris, l’archeologa che, da funzionaria della soprintendenza archeologica della capitale, ha dedicato il meglio della sua vita all’Appia Antica. La prima domanda che le sottoponiamo è la seguente: secondo te, che ruolo spetta, nel pensare al futuro di Roma, a quella che i romani chiamavano “Regina Iviarum”?

Rita Paris -La Via Appia è un luogo storico ricco di millenaria magia, poi simbolo di tutte le battaglie contro l’abusivismo e la prepotenza della speculazione, si presenta oggi all’uomo contemporaneo come lo spiraglio da cui filtra una luce nuova, da cui si può intravedere il futuro. “La Via Appia potrà diventare la colonna vertebrale di una nuova struttura in grado di costruire, al di là degli errori e delle speculazioni di Roma moderna, per i cittadini di questa città e di questa regione, per i turisti, per gli amanti dell’arte e della natura e per gli studiosi di tutto il mondo la vera Roma futura”, così si conclude il capitolo sull’Appia aggiunto alla nuova edizione del volume Roma Moderna di talo Insolera.
E -L’Appia Antica è in effetti un luogo simultaneamente antico e moderno. È un segmento di storia e di campagna che dai Castelli Romani - se vogliamo dal profondo Sud, come ci ha raccontato Paolo Rumiz quest’estate su la Repubblica - penetra nel cuore della città attuale. Ma non è l’anticittà, è il completamento della città attuale, con la quale dovrebbe armonizzarsi svolgendo adeguate funzioni. Dico bene Rita?
R. P. - Dici benissimo. L’Appia è un monumento unico al mondo che attraversa un territorio in gran parte salvaguardato all’interno della città costruita con la quale vive in una discontinuità che esalta la bellezza e il fascino dei luoghi. Per questo è primaria la necessità di garantire la conservazione dei monumenti - dovere che non è in contrasto con lo sviluppo culturale - e di ciò che resta della campagna romana, tra la continuità storica con l’area archeologica centrale e la crescita caotica della zona meridionale di Roma fino all’area dei Castelli. Con tale obiettivo l’Appia può svolgere un ruolo sociale quale spazio per la cultura, il tempo libero, la ricreazione e la qualità di vita dei cittadini.

E - L’Appia Antica rappresenta anche una pagina di fondamentale importanza nella storia dell’urbanistica italiana. Mi riferisco all’approvazione del piano regolatore generale di Roma del 1965. l merito fu soprattutto di Giacomo Mancini, benemerito ministro dei Lavori pubblici (allora non esistevano ancora le Regioni) che condivideva le idee di Antonio Cederna e destinò l’Appia Antica, e 2.500 ettari del territorio attraversato, a parco pubblico. Che ne è di quella coraggiosa e straordinaria decisione?
R. P. - La cultura moderna e l’impegno di molti, in particolare di Antonio Cederna e di Italia Nostra - quando questa associazione vantava un primato nella difesa del patrimonio nazionale ed era in grado di promuovere studi come quello sul Piano per il Parco dell’Appia Antica, coordinato da Vittoria Calzolari - hanno portato al risultato straordinario a cui fai riferimento, superando incertezze e compromessi. La mancata attuazione di questa prospettiva, così come lo è quella dei Fori Imperiali, ha lasciato spazio a una assenza quasi totale di iniziative, favorendo un abusivismo che pare inarrestabile e lo sviluppo di una serie di attività, per lo più incompatibili, che traggono tuttavia profitto dalla location d’eccellenza. Negli ultimi 20 anni si è cercato di rimediare agli errori, attraverso la cura e l’incremento del patrimonio culturale, anche per offrire qualcosa alla fruizione pubblica, in un ambito per la quasi totalità in proprietà privata. Tra i risultati raggiunti si ricordano l’esproprio da parte del Comune di una parte del Parco della Caffarella, l’interramento da parte dell’Anas delle corsie del GRA che tagliavano con violenza la strada antica, oggi ricucita, gli scavi, i restauri, gli allestimenti dei principali e ormai conosciuti monumenti da parte della Soprintendenza, le acquisizioni di nuovi beni, messi a disposizione del pubblico dopo impegnativi interventi di recupero. La costituzione di un Parco Regionale ha rappresentato un momento importante nella storia di questo territorio ma è evidente che l’Appia non può riconoscersi nella realtà di un’area naturale protetta. Per questo negli anni si è chiesto, senza ascolto, di poter creare per l’Appia un organismo che ponesse i valori archeologici e monumentali al centro degli indirizzi, delle scelte della città e degli enti a vario titolo interessati (tra i quali non si può dimenticare lo Stato Vaticano per la presenza qui delle più importanti e celebri catacombe cristiane), per far convergere investimenti e risorse verso il patrimonio culturale per il quale l’Appia è nota in tutto il mondo.

E -Credo di aver capito che, nel dibattito che si sta vivacemente sviluppando fra il ministro Franceschini e il suo staff da una parte e, dall’altra, archeologi, storici dell’arte, studiosi e appassionati del nostro patrimonio, ci sono due parole chiave che si confrontano: tutela e valorizzazione. Che significa il prevalere dell’una o dell’altra per il futuro dell’Appia Antica? R. P. - Cerco di farlo capire. Con sorpresa si legge nel DM di cui stiamo discutendo che l’Appia sarà un Parco Archeologico nell’ambito della riforma che ha alla base del proprio impianto la separazione netta tra tutela e valorizzazione, termini diventati oggi la metafora di una contrapposizione che si addice più a tifosi di squadre di calcio che di esperti e operatori del mondo della cultura. Chi può negare che la tutela si attua attraverso il riconoscimento di un interesse pubblico e che quindi la valorizzazione per la fruizione, sempre pubblica, non sono in discontinuità e contrapposizione ma anzi in stretta relazione nell’attività degli specialisti che devono saper riconoscere, studiare, conservare, attraverso i metodi del restauro, affinché il patrimonio culturale sia preservato da danneggiamenti di ogni genere, sia posto in condizioni di decoro, sia offerto al godimento pubblico? Compiti questi che devono essere sostenuti da una buona strategia di comunicazione per far conoscere, avvicinare e attrarre cittadini e turisti, azione necessaria al pari delle altre, senza la quale si vanificherebbe buona parte dell’operato delle amministrazioni. Se quindi è importante che il Ministro dichiari che ha a cuore l’Appia e quindi ne preveda un istituto giuridico speciale, tuttavia non è chiaro quale possa essere la forma di questo nuovo istituto se non (deve rimanere) dovrà occuparsi della tutela e della valorizzazione insieme, quale sia la prospettiva non solo per mantenere quello che fino ad oggi si è realizzato (non servirebbe in questo caso la previsione di un nuovo istituto ad hoc) ma per migliorare e far crescere questo immenso patrimonio, tanto eccezionale quanto umiliato. Più che di enti e istituzioni l’Appia ha bisogno di risorse, di un progetto complessivo condiviso e di buona gestione, adeguata alla complessità dei problemi di questo patrimonio, che i sapienti interventi ottocenteschi riuscirono a trasformare in un Museo all’aperto, modello di metodi di conservazione e allestimento moderni e originali, meta di visitatori italiani e stranieri.

E -Vorrei chiederti infine se condividi la preoccupazione che gli importanti risultati comunque raggiunti, nonostante l’ostilità dei potenti interessi colpiti, possano essere contraddetti da un eventuale nuovo assetto istituzionale che affievolisca la prevalenza dell’identità pubblica dell’Appia Antica. R. P. - Per nessun luogo come per l’Appia vi sono stati, nel tempo moderno, attenzione e impegno civile, con la consapevolezza che le numerose ferite inferte a questo patrimonio stavano sottraendo ciò che doveva essere pubblico. Questo impegno è parte stessa della storia dell’Appia e il miglioramento delle condizioni generali, l’ampliamento dei luoghi di pubblica fruizione, gli eventi realizzati, hanno già avviato una nuova fase, aprendo l’Appia alle Università, agli studi sulle tecniche di costruzione, sulla geologia, sull’impiego dei materiali antichi, coinvolgendo studenti, corsi di formazione, cantieri scuola, studiosi, artisti di arte contemporanea e della musica. Un nuovo istituto non potrebbe prescindere da tutto questo ma piuttosto nutrirsi della forza di questa partecipazione intorno ai tanti temi dell’Appia, come uno scudo ideale per la difesa dei valori e un contenitore in grado di dare impulso ad attività speciali, creando opportunità di lavoro, di incontro e di crescita per saldare l’identità dell’Appia.

Sabato 13 febbraio sull'Appia si svolgerà un'iniziativa per ricordare Tonino Cederna a venti anni dalla sua scomparsa: appuntamento alle h.10 alla Villa dei Quintili via Appia Nuova 1092)

«Dopo sessant’anni i "vandali" di Cederna esistono ancora. Hanno deciso di smantellare ogni resistenza, di spezzare il legame che univa i Musei ai territori. Sperare che il loro tentativo fallisca è lecito. Ma non basta. Bisogna fare di più». Il Fatto quotidiano online, blog "Ambiente e veleni", 11 febbraio 2016

“Mi vedo costretto a parlare di questioni delle quali in un Paese civile dovrebbe essere inutile anche soltanto accennare”, scriveva e diceva Antonio Cederna, consigliere nazionale di Italia Nostra, ma anche consigliere comunale a Roma e deputato, mentre si batteva perché Roma e l’agro intorno alla città non perdessero la loro identità, mentre denunciava gli sventramenti del centro storico di Roma, come anche di Lucca. Così le distruzioni di varie chiese a Milano. Più in generale le manomissioni diffuse del paesaggio.

Per lui, coraggioso oppositore di un’idea sbagliata e perdente di territorio, enunciata da molti attraverso reiterati attacchi a luoghi e spazi del Paese, non è mai esistita una contrapposizione tra un presente da respingere ed un passato da conservare. Per lui,strenuo paladino dell’equilibrio tra habitat naturale e architetture umane, la via da seguire era proprio quella. Non alterare equilibri storicizzati. Non infrangere legami che il tempo aveva consolidato. Fino a fonderli indissolubilmente. Quasi, indissolubilmente. Non si trattava di salvare un monumento. E neppure un più articolato complesso.

Per Cederna la questione era più grande. Più complessa. In gioco non c’era “soltanto” la salvaguardia di una struttura, ma ben altro. Senza la tutela anche dell’intorno, si sarebbe trattato di una vittoria a metà. Di una sconfitta parziale. Il risultato? Un nuovo recinto nel quale ammirare l’ennesimo monumento, ridotto a fossile. Privato della sua restante vitalità. Per questo e per molto altro Cederna ha illuminato la seconda metà del Novecento. Proprio per questa sua visione del Paesaggio. Modernamente volta non solo a conservare, ma a costruire con il riutilizzo di parti esistenti. Insomma non sembri fuori luogo parlare di Antonio Cederna come di uno dei migliori architetti del paesaggio italiano. Uno dei luoghi sui quali sperimentò queste sue doti fino a quasi ad identificarsi con essa è stata senz’altro la via Appia.

“Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti … la via Appia era intoccabile come l’Acropoli di Atene”. Scriveva così l’ “appiomane”, come si definiva, Antonio Cederna nel settembre del 1953 sulle colonne de Il Mondo ne “I gangster dell’Appia”. Quindi per Cederna l’Appia antica avrebbe dovuta essere intoccabile, come l’acropoli di Atene. Nella realtà non lo era. Ha continuato a non esserlo. Nuove grandiose ville affacciate sul tracciato antico hanno cannibalizzato strutture antiche e medievali di ogni tipo. Hanno stravolto l’aspetto tradizionale per adeguarlo alle nuove esigenze. Ma senza Cederna e senza chi in questi ultimi venti anni ha combattuto contro il dilagare dell’abusivismo e dell’arroganza, probabilmente rimarrebbe molto meno. Di certo sarebbe diventato più sfumato il ruolo dello Stato come garante della legalità. Per ricordare Cederna, per ribadire quanto il Paesaggio sia elemento imprescindibile della nostra storia, l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha organizzato per sabato 13 febbraio, a partire dalle ore 10.00, “Sulle orme di Antonio Cederna lungo la via Appia”, una camminata guidata da Rita Paris.

“La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro Paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti”, scriveva nel Cederna 1961. Forse il problema è anche questo. Che “i pochi privilegiati onnipotenti” hanno rinsaldato le fila, si sono moltiplicati. Che i nemici di ieri, oggi hanno deciso di mettere mano anche all’architettura istituzionale che avrebbe dovuto garantire la tutela del Paesaggio. Le diverse Riforme dell’organizzazione del Mibact, l’estrema valorizzazione-commercializzazione del Patrimonio e la sostituzione ufficiale dei professionisti dei Beni culturali con i volontari non sono elementi accessori. Senza alcun legame con la camminata sull’Appia e con altri incontri che si stanno organizzando in giro per l’Italia. La preoccupazione è che monumenti, siti archeologici, palazzi storici e musei debbano diventare soltanto un business. Nient’altro che un bancomat.
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Uno dei libri più celebri di Cederna, pubblicato nel 1956, s’intitolava, “I vandali in casa”. Per Cederna i “vandali” all’opera nell’Italia della ricostruzione postbellica erano: “Proprietari e mercanti di terreni,speculatori di aree fabbricabili, imprese edilizie, società immobiliari industriali commerciali, privati affaristi chierici e laici, architetti e ingegneri senza dignità professionale,urbanisti sventratori, autorità statali e comunali impotenti o vendute” e altri ancora.

A distanza di quasi sessant’anni i vandali descritti da Cederna esistono ancora. Sappiamo che stanno tentando di far danni non su un singolo monumento. Su un’area archeologica. Su un parco o una pineta litoranea. Molto peggio. Hanno deciso di eliminare nella sostanza i controlli esautorando gli enti preposti a questo. Hanno deciso di smantellare quel che oppone resistenza. Hanno deciso di spezzare il legame che univa i Musei ai territori. Sperare che il loro tentativo fallisca è lecito. Ma non basta. Bisogna fare qualcosa di più

Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2014 (m.p.g.)
Sulla Via Appia Antica. E da nessun'altra parte: solo camminando su questa lunga, struggente ferita – che ancora potrebbe unire, scorrendo in un verde ininterrotto, il Colosseo ai Castelli Romani – si può davvero capire cos'è il patrimonio culturale italiano. Qui tutti i frammenti della magnificenza antica – quelli che nei musei archeologici annoiano inconfessabilmente anche gli addetti ai lavori – prendono senso e vita: si animano in un contesto, in un tessuto che si fonde col verde e col cielo.E non è un caso: nel 1824 fu il grande architetto Giuseppe Valadier a voler ricomporre ai lati della strada tutto ciò che giaceva a terra. Invece che «confonderli tra i moltissimi esistenti nei musei e nei loro magazzini». Valadier, e poi Luigi Canina, avevano negli occhi le incisioni visionarie con cui Piranesi aveva reinventato l'Appia, e collegando il sogno alla realtà riuscirono a lasciarci un corpo vivo.

Un corpo che dobbiamo ad ogni costo tramandare a chi verrà dopo di noi. Non è un'impresa impossibile, basterebbe volerlo: proprio sull'Appia vedi perché lo Stato riesce a mettere a segno alcuni strepitosi successi, e anche perché quello stesso Stato sembra far di tutto per vanificarli. Sull'Appia incontri l'Italia: al suo peggio e al suo meglio.La regina viarum – la più importante e famosa strada dell'antichità – fu aperta nel 312 a. C. dal console Appio Claudio: allora collegava Roma a Capua, arrivando fino a Brindisi (porta verso la Grecia) nel 191 a. C. Una strada modernissima: a due corsie, pavimentata in modo da consentire ai carri la massima velocità. Una strada presto straordinariamente bella: a causa dell'enorme quantità di tombe monumentali, sculture, epigrafi cresciute ai suoi lati. Una strada in cui puoi letteralmente mettere i piedi sulle orme della storia: qua nel 37 a. C. viaggiarono insieme Orazio, Virgilio e Mecenate, da qua Carlo V volle entrare trionfalmente a Roma nel 1536, e come lui il generale Clark, liberatore americano di Roma nel 1944.

Oggi, sulle stesse pietre, incontri radi ciclisti stranieri, gli occhi spiritati e felici di chi guarda all'Appia come ad un incredibile incrocio tra Pompei, Spoon River e il Cammino di Santiago. Varcata la turrita Porta San Sebastiano, li vedi che fissano con curiosità una camionetta dell'esercito, ferma davanti al cosiddetto Arco di Druso. Sulle fiancate grigioverdi c'è scritto «Strade sicure»: ma non vegliano sulla sicurezza dell'Appia, non fermano i Suv che sfrecciano a clacson spiegato. No, fanno la guardia alla villa di qualcuno: forse a quella, vicinissima, dell'ex ministra della Giustizia Paola Severino. Una villa famosa per esser stata dimenticata nella dichiarazione dei redditi, e per essere stata blindata a spese pubbliche durante il mandato ministeriale. Ma, soprattutto, una villa che conserva uno degli importantissimi colombari (cioè antichi loculi cimiteriali) di Vigna Codini: un monumento di proprietà dello Stato a cui di fatto non riescono ad accedere non dico i cittadini (come pure vorrebbe la legge), ma nemmeno i funzionari della soprintendenza archeologica: per «ragioni di sicurezza». Certo non la sicurezza del patrimonio, quella prescritta dall'articolo 9 della Costituzione.

Le ville private: ecco il flagello dell'Appia Antica. Poco più avanti una parte delle Mura Aureliane è a terra: un mucchio di detriti transennati ricorda quanto sia letale il peso dei terrapieni su cui poggiano lussureggianti giardini privati e improbabili piscine hollywoodiane. È proprio contro gli abusivisti, «i gangsters dell'Appia», che ha lottato per tutta la vita Antonio Cederna: «L'Appia antica – scriveva nel 1954 – è diventata il luogo geometrico di tutta la cattiva architettura romana, la palestra per gli speculatori principianti, il banco di prova di tutte le più ordinarie e impunite illegalità. I ruderi sono scaduti a miserabili comparse, hanno perduto la loro grandezza, la loro meravigliosa cornice di deserto e di silenzio, immeschiniti, corrosi, spellati. Le stupende rovine della via Appia antica vengono chiusi tra sipari male intonacati, tra muriccioli e fino spinato, come animali esotici e pidocchiosi: statue e rilievi spezzati e trafugati, le iscrizioni usate come materiali da costruzione: la via Appia antica è diventata il canale di scolo dei nuovi quartieri, tagliata, sminuzzata, sventrata».

Immagini attualissime: ancora oggi la meraviglia dell'Appia è avvelenata da feste matrimoniali con gli ombrelloni piantati in cima a mausolei monumentali, da pacchianissime location per eventi difese dal filo spinato, da monumenti ridotti a spartitraffico per residenti che vogliono un accesso a doppia corsia. E non sono solo le ville: i frati di San Sebastiano aprono un punto di ristoro nel complesso monumentale (con sedie di plastica da stazione di periferia) senza nemmeno avvertire la Soprintendenza, e di fronte al Punto Informativo del Parco dell'Appia (un'istituzione regionale nata male, e dall'efficacia purtroppo quasi nulla) una schiera di cassonetti e un'autorimessa abusiva permettono di misurare il tasso di degrado e inconsapevolezza.

Un'inconsapevolezza che arriva fino al Campidoglio. Cadono le braccia quando si arriva alla Villa di Massenzio – di proprietà comunale – con le rovine del palazzo imperiale, del circo e del mausoleo del figlio Romolo che coronano una serie di dolcissime collinette verdi: un posto di sogno, ma sfigurato dalla mancanza di manutenzione, di cura, di amore. Un complesso che chiude anche d'estate alle quattro del pomeriggio, lasciando fuori tutti i romani che avrebbero il diritto di terminare in quella potenziale meraviglia le loro giornate di lavoro. Come stupirsi, se lo stesso Comune sposta l'itinerario dell'autobus 660, togliendo ai lavoratori e ai turisti l'unico mezzo pubblico per arrivare sull'Appia?

Ma poco dopo, quando ti avvicini al terzo miglio, ecco qualche timido segno di civiltà: la strada comincia ad essere discretamente scandita da bidoni dell'immondizia di ghisa, tinti di verde per mimetizzarsi nella vegetazione. Su tutti, lo stemma della Repubblica e una targhetta: «Soprintendenza archeologica speciale di Roma». Eccolo lo Stato, finalmente: nella concreta umiltà della pulizia.
E lo Stato, sull'Appia, ha il volto di Rita Paris. Se la battaglia per l'Appia è stata, nonostante tutto, vinta; se gli italiani della mia generazione possono ancora sapere cos'è la regina viarum, lo dobbiamo al destino per cui – nel 1996, proprio l'anno in cui Cederna si spense – la direzione dell'Appia toccò a questa archeologa, straordinariamente lucida e forte. Un'archeologa che – per uno stipendio che non raggiunge i 1800 euro al mese – porta ogni giorno sulle spalle il peso dell'Appia, oltre alla direzione del Museo Nazionale Romano.

È lei che ci accompagna dentro una tomba degna di un imperatore: il piccolo pantheon di Cecilia Metella, cinto di marmi e ornato di un fregio con tanti teschi di bue (da cui il nome con cui generazioni di romani hanno chiamato quel posto: Capo di Bove). In pieno Medioevo questa tomba risorse a nuova vita: le spuntarono i merli, e diventò il torrione del castello di Bonifacio VIII Caetani, il papa che Dante scaraventa all'inferno. Bonifacio vi volle anche una chiesa, e la fece costruire come quelle che aveva visto a Parigi: un incunabolo di gotico francese alle porte di Roma. Poi, un bel giorno del 1588 un altro cardinal Caetani, svenatosi per comprare la carica di Camerlengo, autorizzò due figuri a vendere a pezzi questo monumento straordinario. Se ce l'abbiamo ancora, è perché un pugno di magistrati capitolini, parlando a nome del popolo romano, ebbe il coraggio di ricordare al cardinale che «ancora eravamo obligati a farla manutenere et conservare», e che quella tomba si sarebbe potuta distruggere solo con un ordine espresso del papa: che non arrivò.

Oggi a resistere «nomine populi Romani» è proprio Rita Paris, che veglia su Capo di Bove contrastando con successo i nuovi Caetani. Nel 2002 ha fatto acquistare allo Stato una villa privata, e l'ha trasformata in un paradiso della conoscenza. Gli scavi condotti nel giardino hanno dimostrato che la villa sorge nel cuore della celebre tenuta del filosofo Erode Attico, precettore di Marco Aurelio: una scoperta eccezionale, con rinvenimenti di statue e iscrizioni che hanno destato interesse in tutto il mondo. Alla faccia di un noto archeologo accademico dei Lincei, che aveva sostenuto il contrario in un parere che si opponeva al vincolo chiesto dalla Paris: un parere commissionato e pagato dai proprietari di una villa vicina, assai proclivi all'abusivismo. Con un simbolo potentissimo, la villa è oggi la sede dell'archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia e consultabile anche online, e ospita una mostra permanente sulla storia della tutela dell'Appia, allestita con eleganza da museo svedese. Indimenticabile la grande mappa (realizzata dallo studio di Vezio De Lucia) che censisce e situa l'enorme quantità di edifici abusivi sorti sull'Appia: un milione e trecentomila metri cubi solo dopo il 1965, quando il piano regolatore di Roma decise, inutilmente, la 'tutela integrale' della strada.

Ma il capolavoro di Rita Paris e del suo eroico staff è l'apertura al pubblico, nel 2000, della maestosa, enorme Villa dei Quintili: un complesso poi continuamente migliorato, ora dotato di un piccolo, preziosissimo museo. Un luogo che è tornato ad essere un'oasi di verde, storia, pace e piacere, come ai tempi dell'impero romano: ma oggi a disposizione dei nuovi sovrani, i cittadini. Sempre nel 2000, usando i fondi del Giubileo, ecco un altro successo incredibile: la Soprintendenza ottiene di far interrare il tratto del Grande Raccordo Anulare che tagliava in due l'Appia, la quale così riconquista il suo tracciato. E non basta: nel 2006 lo Stato ha acquistato anche la tenuta di Santa Maria Nova, da pochi giorni inaugurata con una grande festa popolare: un luogo indimenticabile, dove sono emerse le terme in cui venivano a ricrearsi i pretoriani di Commodo, ornate di mosaici gremiti da gladiatori in combattimento. Insomma, Rita Paris ha immaginato e attuato una specie di dura e tenace bonifica, che lentamente restituisce al bene comune terra e storia strappate alla speculazione privata e all'illegalità.

All'incrocio con Via di Fioranello, un bel cartello ricorda a chi la imbocca da qua, che «la Via Appia Antica rappresenta in tutta la sua estensione un monumento storico, patrimonio di tutti. Hai l'obbligo di rispettarla e conservarla integra per le generazioni future». Di là dalla strada, finisce il tratto recuperato dalla Soprintendenza e inizia quello che corre verso Marino, che ancora aspetta di vedere riesumato il selciato e restaurati i monumenti. Per ora mancano i soldi, e così rimane un malinconico teatro di droga e prostituzione anche a mezzogiorno, in mezzo ai rifiuti abbandonati a terra. Bisognerebbe trovarli, quei soldi: ci vorrebbe un ministro per i Beni culturali degno di questo nome. O un mecenate illuminato: come il giapponese Yuzo Yagi, che proprio Rita Paris ha convinto a donare due milioni per il restauro della Piramide di Cestio.

Ma se i ministri e i mecenati veri sono rari, non manca chi vorrebbe mettere un cappello sulla bonifica ventennale attuata dalla Soprintendenza: una storia di successo che comincia a far gola. Autostrade per l'Italia ha appena presentato un progetto (dall'originale titolo «Operazione Grand Tour») che, in cambio di un'erogazione liberale non ancora precisata, vorrebbe imporre all'Appia «un nuovo modello di gestione» diverso da quello pubblico, istituendo una «cabina di regia» che esautorerebbe lo staff che ha fatto del recupero dell'Appia una best practice internazionale. Un'operazione che, invece di finanziare i progetti pubblici che funzionano, mira ad azzerarli e a sostituirli con altri ben più commerciali, privi di una qualunque visione culturale. Insomma, si scrive 'mecenatismo', si legge 'privatizzazione'.

Il ministro Dario Franceschini ha immediatamente sposato l'Operazione Grand Tour: forse per dimostrare di essere sufficientemente renziano, forse perché non è mai andato sull'Appia, forse perché nessuno gli ha raccontato che i suoi funzionari stanno facendo molto, ma molto meglio. E al mio amico Gian Antonio Stella, che sul «Corriere» ha difeso il progetto dalle critiche dei comitati e delle associazioni, vorrei dire che quando Cederna fu eletto deputato della Repubblica, la Società Autostrade gli fece recapitare una bicicletta, una delle prime mountain bike. Cederna la regalò immediatamente a Don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade perché non voleva avere niente a che fare con quella società, che aveva combattuto molto spesso, difendendo il paesaggio italiano. Ecco, penso che il Mibact dovrebbe comportarsi come Cederna: già, perché qualche volta «pecunia olet».

Banca d'Italia scrive che «le autostrade costituiscono un monopolio naturale, e non subiscono una reale concorrenza da parte delle altre modalità di trasporto. Il settore non è stato adeguatamente liberalizzato, prima della privatizzazione, creando così un gestore privato dominante». Il che significa non solo che consentiamo ai concessionari di non investire nella manutenzione e nell'ammodernamento delle autostrade esistenti, ma anche che abbiamo affidato agli stessi concessionari le scelte infrastrutturali strategiche del Paese: una vera cessione di sovranità. Siamo proprio sicuri che sia opportuno permettere ad Autostrade di sommare a questo monopolio anche il governo dell'Appia? Ed è giusto che chi mangia (per esempio) il prezioso territorio del Parco Agricolo di Milano Sud con la costruzione della Tangenziale Esterna, voluta da Maurizio Lupi e legata all'Expo, possa poi presentarsi ai cittadini come il generoso paladino del verde dell'Appia?

Il motto fatto scrivere da Rita Paris sulle pareti della villa diventata simbolo del riscatto dice che l'Appia è un «Laboratorio di mondi possibili, tra ferite ancora aperte». Il progetto delle Autostrade allargherebbe quelle ferite, le renderebbe più profonde. Quasi distrutta dalla prepotenza privata, l'Appia ha invece bisogno di scelte trasparenti ispirate esclusivamente al pubblico interesse. E proprio sull'Appia, negli ultimi vent'anni lo Stato ha dimostrato con i fatti di saper tutelare il bene comune. Il fondatore della strada, Appio Claudio Cieco, è famoso per aver detto «fabrum esse suae quemque fortunae», che ciascuno è responsabile del proprio destino. Lo Stato siamo noi: l'Appia dimostra che, nonostante tutto, possiamo farcela. Che un altro mondo è possibile.

Corriere della sera, 19 luglio 2014, con postilla

«Il basolato ci danneggia i suv. Non si potrebbe fare qualcosa? Che so, coprirlo con una lastra di cristallo...». La contessa Marisela Federici, racconta divertito e affranto agli amici il commissario per l’Appia Antica Mario Tozzi, proprio non riusciva a capire perché mai non si trovasse una soluzione per quella pavimentazione posata a partire dal 312 a.C. da Appio Claudio Cieco. Che fastidio, per lei e gli ospiti dei party nella sua villa, sobbalzare su quelle basole!

Fastidio
Che la regina dei salotti potesse uscirsene con frasi simili si sapeva. Un giorno, alle telecamere di Riccardo Iacona, invitò quanti si suicidano per mancanza di lavoro a darsi da fare: «Lavorassero un po’ di più invece di lamentarsi tanto!». Ma lo stesso fastidio per quel basolato antico, potete scommetterci, lo provano senza dirlo molti di quelli che usano tutti i giorni la «Regina Viarum» come fosse una bretella stradale. Ad esempio consoli e proconsoli della politica e della burocrazia: senza il traffico e i semafori dell’Appia Nuova o della Tuscolana l’aeroporto di Ciampino pare più vicino: vuoi mettere la comodità?

Traffico
Certo, dalla tomba di Cecilia Metella a Torricola il traffico sarebbe vietatissimo. Ci sono cartelli con la sbarra del divieto d’accesso. E qualche tratto, qua e là, è contromano. Ma su quella che è la più celebre strada del mondo antico, che i grandi viaggiatori risalivano a piedi o a cavallo sostando alle catacombe di San Callisto, alla Villa di Massenzio o al tumulo dei Curiazi, circolano nei giorni di punta, denuncia la direttrice Alma Rossi, duemila macchine l’ora. Sfiorando i temerari turisti che camminano verso le catacombe filo filo al muro dove San Pietro incontrò Gesù: «Quo vadis, Domine?». Per non dire dei giganteschi autotreni a due piani carichi di auto per la Hyundai, che sta ancora lì dopo aver ricevuto la disdetta del contratto dal Comune di Roma addirittura ventidue anni fa.

Da Goethe a Caderna
Antonio Cederna aveva visto tutto già nel 1953: «La via Appia Antica si avvia a diventare l’insufficiente corridoio di scolo dei vari quartieri che le stanno sorgendo ai lati». E ancora prima di lui aveva indovinato Wolfgang Goethe decantando la «solidità dell’arte muraria. Questi uomini lavoravano per l’eternità ed avevano calcolato tutto, meno la ferocia devastatrice di coloro che son venuti dopo ed innanzi ai quali tutto doveva cedere».

Archeologia e abusi
Sono decenni che il Parco dell’Appia Antica, 3.500 ettari in larghissima parte storicamente in mano ai privati, attende una vera sistemazione che metta ordine in un caos dove hanno spazio, oltre ai meravigliosi resti archeologici, case di cura e depositi di auto confiscate, garage del Cotral (il Consorzio trasporti pubblici) e sfasciacarrozze, centri sportivi con piscine fuorilegge e ville di miliardari col vizietto dell’abuso. Basti dire che, un quarto di secolo dopo la fondazione, il «Piano Parco» è ancora in sospeso. E galleggia tra competenze e sensibilità diverse: i Comuni di Roma e Ciampino, la Provincia e la Regione, le Soprintendenze di Roma e del Lazio, quella archeologica, quella per i Beni architettonici e il Paesaggio e, per le catacombe, la Pontificia commissione di archeologia sacra.

Bellezza e degrado

Tema: come possono gli amanti dell’arte e i turisti in genere riconoscere come un unico parco archeologico d’importanza planetaria un grande e caotico impasto di eccezionali testimonianze monumentali sparpagliate un po’ qua e un po’ là e spesso difficili da trovare come la stupenda isola verde della Torre del Fiscale, affidata a un manipolo di appassionati volontari, isola che ospita grandiosi acquedotti ma è assediata da palazzoni-alveari e dal traffico dell’Appia Nuova e della Tuscolana?
È in questo panorama di bellezza e degrado, prati verdi e mostruosità edilizie e disordine generale, panorama assai diverso dall’idea bucolica dell’Agro Romano coperto di fascinose rovine, che è nato il progetto «Operazione Grand Tour». Voluto per «valorizzare e rendere fruibile per romani e turisti l’“esperienza” dell’Appia Antica» attraverso una serie di iniziative finanziate anche da «Autostrade per l’Italia». E subito impallinato dall’Associazione Bianchi Bandinelli, dal Comitato per la Bellezza, da Salviamo il paesaggio, da Italia Nostra: «Un’operazione inverosimile».

Ztl e autovelox
Perché? Per «l’aspetto più sconcertante: la mobilità privata su gomma come elemento irrinunciabile e caratterizzante». Del resto, Autostrade non è forse «pronta a mettere a disposizione le proprie tecnologie autostradali, realizzando attività di comunicazione e marketing, punti di ristoro, laboratori e mostre»? «Robe da matti!», ribattono Mario Tozzi e l’Ente Parco: «Il progetto è nero su bianco: “chiusura al traffico con una nuova area Ztl” per ridurre al minimo del minimo i passaggi di macchine, restringimento delle corsie automobilistiche, nuovo limite inderogabile di velocità a 30 chilometri l’ora imposto con “tutor” e autovelox, controlli elettronici a tutti i sedici varchi d’ingresso, piste ciclabili per unire le varie parti del parco, stazioni di “bike sharing”, agriturismi con aziende agricole vere per conservare ciò che resta dell’Agro Romano, bus elettrici per collegare i siti. E da cosa e da chi dovrebbe essere difeso, il parco?»

Diffidenza
Da «Autostrade», spiegano le associazioni citate. Non si fidano. Neanche se il progetto, così è scritto, si ispira «all’accordo Hewlett-Packard-Ercolano». Cioè il modello di mecenatismo che piace perfino ai più diffidenti difensori dei tesori monumentali italiani: «In nome di Antonio Cederna, l’uomo cui si deve la salvezza dell’Appia Antica e la modernità della sua concezione, ci opponiamo con determinazione all’accordo Beni culturali-Società Autostrade. E in nome di Cederna lanciamo un appello a quanti in Italia e nel mondo civile non sono disposti a barattare la storia e la cultura per un piatto di lenticchie».

Favorevoli
Per cominciare, replicano dall’Ente Parco, non sono lenticchie, perché alla fine Autostrade potrebbe scucire dieci milioni di euro. E poi si tratterebbe di «mecenatismo puro. Esattamente come quello che è accaduto per la Piramide Cestia con percorso da tutti ritenuto esemplare». E il peso del colosso privato in cabina di regia? «Nessuna cabina di regia unica» e «tanto meno le Soprintendenze sono esautorate dal loro ruolo o delegittimate». E la mobilità su gomma? «L’intero progetto si basa sulla chiusura definitiva al traffico privato di tutta l’Appia Antica da Porta San Sebastiano a Frattocchie». E Autostrade cosa avrebbe da guadagnarci? «Neanche un marchio sui cartelloni. Solo lo sgravio fiscale e la possibilità di dire: è una cosa bella e l’abbiamo fatta anche noi».

Vacche magre
Basterà a rassicurare chi pensa che comunque «pecunia olet» e tanta bellezza non dovrebbe essere contaminata dal denaro infetto di chi, orrore!, costruisce strade a sei corsie? Scommettiamo: no. Ma anche chi guarda con occhio torvo ogni intervento privato dovrebbe chiedersi: è giusto, in questi tempi di vacche magre, rinunciare a priori a finanziamenti preziosi prima ancora di vedere gli accordi firmati e protocollati? E quanto pesano, in queste diatribe, le gelosie sulle competenze? Mah...

postilla

Sull’argomento eddyburg si è già espresso, prima sottoscrivendo l’appello contro l’accordo tra lo Stato e la società Autostrade, poi pubblicando l’opinione di Maria Pia Gurmandi. Rinviamo a entrambi i documenti. Vogliamo osservare qui che l'articolo di Gian Antonio Stella, giornalista che stimiamo e di cui riprendiamo spesso articoli di documentata denuncia, questa volta ha proprio sbagliato. Il suo articolo sembra scritto da chi sull'Appia non ha mai messo piede, altrimenti avrebbe constatato che le uniche cose che funzionano sono proprie gli spazi pubblici gestiti dalla Soprintendenza Archeologica. e che l'unica denominazione possibile - per chi voglia davvero tutelare quell'area - è quella di "parco archeologico"
Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi: Stella ignora che proprio ciò che denuncia - il traffico privato abnorme, gli abusi - dipende esattamente dalle competenze del Parco Regionale che, in 25 anni, non è riuscito a risolvere alcunchè, anzi spesso è stato di ostacolo al lavoro della Soprintendenza Archeologica, l'unica che invece i progetti li ha e li ha realizzati. Senza bisogno di scomodare il solito privato, Autostrade. Tutt'altro che «gelosia delle competenze», come comprende chiunque conosce i fatti e i documenti.
Quando Antonio Cederna, il grande difensore dell'Appia, fu eletto deputato della Repubblica, la società Autostrade gli fece recapitare una bicicletta, una delle prime mountain bike. Cederna la regalò immediatamente a Don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade perchè non voleva avere nulla a che fare con una società contro cui aveva combattuto da sempre.

I provvedimenti della fine dell’800 per costituire una zona monumentale (1887), dal Campidoglio all’Appia, erano finalizzati all’avvio su larga scala di interventi di conoscenza e valorizzazione di una parte importante della città che si sarebbe aperta così al grande ambito dell’AA, fino ed oltre i confini del Comune di Roma.
L’abbandono di questo percorso ha lasciato il posto alla trasformazione di quella zona, intesa unitariamente per i complessi monumentali, con strade di grande scorrimento che si riversano da un lato verso il centro della città dall’altro sull’AA. Si sono comunque potuti realizzare interventi per le singole realtà monumentali che sono però rimaste disgregate, in un contesto inadeguato, mentre la zona mantiene ancora un elevato potenziale per l’uso e l’accessibilità al patrimonio archeologico e per un recupero urbanistico.

L’interesse eccezione che la cultura moderna ha rivolto all’Appia ha fatto si che se ne sancisse la salvaguardia integrale nel PRG del 1965, collegata direttamente alla zona monumentale. Questo atto, arrivato insperatamente dopo anni di denunce, appelli, proposte, in particolare di Antonio Cederna ma anche di altri illustri personaggi, con l’impegno forte dello Stato di porre fine alle gravi ferite procurate all’Appia, con costruzioni di edifici, ville e strade, destinava l’intero territorio (allora 2500 ettari) a Parco Pubblico, per il godimento della collettività. Successivamente vi è stato lo Studio di Italia Nostra pubblicato nel 1984 al quale di fatto non ha seguito alcun altro studio adeguato per l’assetto di questo ambito fino al PTP 15/12 del 2010.

Al posto di un Parco Archeologico, in continuità con l’area archeologica centrale, nel 1988, è stato istituito un Parco Regionale (che sottolinea ancora di più questa divisione iniziando da fuori le mura aureliane), definito e gestito con impostazione naturalistica, secondo la legge regionale 29/97 (derivata dalla legge quadro 394/1991), che include la zona nelle aree naturali protette, nella cui amministrazione non vi è alcuna rappresentanza delle Soprintendenze e del Ministero, inadeguato alla difesa, alla valorizzazione e all’accrescimento di un patrimonio archeologico e monumentale di eccezionale rilevanza (che genera confusione e conflitti di competenze). Tale compito è rimasto affidato alla Soprintendenza Archeologica di Stato che, con strumenti ordinari, ha portato avanti un programma per la cura della tutela e per la valorizzazione del patrimonio (circa 1850 ettari con vincoli archeologici specifici e circa 3980 con vincolo archeologico paesaggistico, art. 1, lettera m).

Un primo problema per l’Appia dunque è quello della definizione, nell’equivoco che si tratti di un Parco Archeologico.

Un secondo problema è quello normativo: il PTP 15/12 del 2010 Appia, Caffarella Acquedotti, redatto in forma partecipata e condivisa tra tutte le istituzioni è strumento prevalente dall’entrata in vigore del Codice, il Piano del Parco, ai sensi della legge 29/97, non ancora approvato, redatto dall’Ente in autonomia, con la finalità principale di proteggere gli habitat naturali (non diversamente da come è per i Monti Simbruini), dovrebbe oggi essere adeguato al PTP e in tale procedimento dovrebbe essere assicurata dalla Regione la partecipazione degli organi del Ministero (comma 5 dell’art. 145). Per questo sarebbe necessaria una modifica della legge 29/97, diversamente a mio avviso si è nella piena irregolarità. Si può facilmente comprendere quanto grave sia la contraddizione normativa in seno alla Regione stessa che affida a due strumenti diversi la pianificazione e gestione del territorio, azioni che dovrebbero considerarsi complete con il PTP e con le procedure dell’autorizzazione paesaggistica.
Un terzo problema, di conseguenza, è nel governo di questo territorio, con l’esistenza di un Parco Regionale che non può occuparsi del patrimonio archeologico e paesaggistico (non ne ha titolo e competenza), Roma Capitale che mantiene le competenze sugli aspetti urbanistici e della mobilità/viabilità, e con un patrimonio culturale di competenza dello Stato e parte del Comune. Qui infatti convivono tutti i problemi della città pur con il continuo riferimento a un Parco.

La mancata attuazione delle previsioni del PRG, totalmente disattese ad eccezione di una parte della Caffarella, l’incapacità delle amministrazioni locali, Regione e Comune di far rispettare i vincoli urbanistici di inedificabilità, l’inerzia di parte degli organi del Ministero hanno portato alla seguente situazione:

Abusivismo. Nonostante i vincoli a tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico che va considerato unitario, nonostante la legge regionale del Parco, l’abusivismo ha qui assunto dimensioni di cui tutti dovrebbero vergognarsi, privati che hanno commesso le violazioni, amministrazioni tutte che hanno lasciato che questo diventasse lo stato di fatto gravissimo con cui oggi doversi confrontare, motivo di infiniti contenziosi amministrativi derivati dalla necessità, almeno da parte della mia Soprintendenza, di applicare le regole. Un rapporto di questa realtà è stato redatto dallo studio di Vezio De Lucia.

Proprietà. Le aree di proprietà pubblica oggi sono una percentuale inconsistente in relazione alla quasi totalità di proprietà privata, (circa cinquanta ettari in consegna allo Stato con la strada, la Villa dei Quintili, la Villa di Sette Bassi e altri complessi più piccoli e 140 ettari circa del Comune di Roma tra Caffarella e complesso di Massenzio al III miglio…). Siamo molto lontani dalle previsione del PRG che con lungimiranza aveva previsto l’acquisizione pubblica di tutto l’ambito ritenendo che solo così sarebbe stato possibile salvaguardarlo.Traffico. Nessuna iniziativa è stata mai adottata per limitare il traffico veicolare, anche di mezzi pesanti, che affligge tutto il primo tratto della Via Appia, fino alla Basilica di S. Sebastiano e le vie limitrofe. Questo impedisce ogni possibile fruizione con difficoltà per l’accessibilità alla strada e ai monumenti con scarsi o inesistenti servizi pubblici.

Nell’assenza di un piano adeguato alla complessità dei suoi valori, l’Appia non prende forma nel modo giusto, destinata a subire l’assalto dell’interesse privato che rischia di essere l’unica opportunità alla quale vi è sempre più la tendenza a ricorrere.Nonostante la grande difficoltà di operare in una situazione critica come questa, in pochi anni, dove è stato possibile intervenire, con metodologie eccellenti, messe in campo nella ricerca, nel restauro e nella valorizzazione, si è dimostrato che è concreta e realizzabile la possibilità di recuperare e rendere disponibile questo patrimonio alla fruizione pubblica, attraverso i processi della conoscenza, proiettando il modello del risultato ottenuto su una scala più ampia. E’ il caso del Mausoleo di Cecilia Metella con il Castello Caetani e la chiesa di San Nicola, del sito di Capo di Bove, acquistato nel 2002, da villa privata trasformato in luogo per la fruizione e centro di ricerca e documentazione, della Villa dei Quintili che scavi, restauri e allestimenti hanno trasformato in una delle aree archeologiche più attraenti d’Italia, dei restauri e della cura continua della Via Appia, di cui si è ridefinita la proprietà con l’avvenuta consegna dal parte del Demanio alla Soprintendenza di tutto il tratto dal IV miglio in poi, che proviamo a trattare come un monumento, con un impegno straordinario al quale non vogliamo sottrarci perché lo consideriamo inevitabile. Tra gli interventi più importanti si devono ricordare anche l’interramento del GRA e la ricucitura della grave ferita per ripristinare la continuità della strada (realizzato a cura della SSBAR); l’acquisizione e il restauro ambientale e monumentale della Caffarella, a cura del Comune di Roma (da tempo però privo delle necessarie manutenzioni).

Da ultimo l’acquisto nel 2006 della tenuta di S. Maria Nova, dove si sta riscoprendo la storia attraverso i secoli, che permetterà a breve di aprire questo complesso con la Villa dei Quintili dall’AA.

In questi anni non ci si è limitati a scavare, restaurare, conoscere, abbiamo cercato di restituire al pubblico pezzi di patrimonio, nell’ottica di un sistema e di un “laboratorio di mondi possibili”, (non è uno slogan, è una realtà tangibile, se si pensa solo agli acquisti che hanno trasformato ville private in luoghi per la conoscenza e la fruizione pubblica), raccontando attraverso mostre fotografiche e filmati (che sono presentati a Capo di Bove) la storia infinita della tutela dell’Appia. Abbiamo ideato e organizzato per due anni il festival Dal Tramonto all’Appia, con aperture prolungate alla notte, eventi culturali di ogni genere per far godere una pezzetto di Appia in modo diverso, secondo lo spirito dell’originaria estate romana. La via Appia si presta a diventare un luogo in cui si sperimentano nuove forme di conservazione del patrimonio culturale e paesaggistico e si da vita a progetti legati al progresso civile della Città e alla qualità di vita dei cittadini. Un po’ come è accaduto presso il muro di Berlino dopo la sua caduta: al suo posto una ferita da curare attraverso impegno civile, creatività, partecipazione, sperimentazione di nuovi modelli sociali; così l’Appia, pur con le sue numerose ferite rappresenta, l’apertura a nuovi mondi possibili, come sito archeologico di primaria importanza, come paradigma dell’ambiente, della cultura, con la civiltà romana e cristiana, della persona come spazio per il diletto.

Rapporto pubblico privato. Eventuali privati che vogliano sostenere con contributi economici la via Appia possono collaborare a una graduale, importante rivoluzione culturale. Oltre a contribuire alla conservazione di un monumento fondamentale patrimonio dell’umanità possono partecipare ad innalzare il livello civile della città, a rendere Roma punto di riferimento mondiale per nuovi temi e innovazioni. Questo deve accadere non per la carenza di risorse dell’amministrazione pubblica ma per consentire anche a privati di partecipare a una grande impresa culturale, che s’intende sempre di esclusivo interesse pubblico e condotta con le modalità della gestione della cosa pubblica (come è avvenuto per la Piramide di Caio Cestio). Con l’assunto che dare visibilità all’Appia significa non portare il caos sull’Appia ma portare la tranquillità dell’Appia all’esterno, dando impulso al ruolo formativo ed educativo delle azioni.

Come dare vita al Progetto archeologico per Roma, a questa ininterrotta porzione di città adibita a complesso archeologico/naturalistico consegnato ai cittadini e alla città, dal Campidoglio ai piedi dei Colli Albani?

Si può parlare genericamente di “Parco Archeologico” per indicare un’area estesa con particolare concentrazione di antichità, ma il termine non ha ad oggi rilevanza giuridica. Numerose commissioni ministeriali hanno affrontato l’argomento senza giungere a conclusioni concrete. E’ a mio avviso opportuno riempire questo vuoto normativo per poter dare all’intero ambito la definizione giusta, anche al fine di attribuire agli interventi l’indirizzo adeguato ai reali valori di questo ambito e le competenze del suo governo. Tale criticità deve essere risolta con un atto di volontà da parte del Ministero, d’intesa con Regione e Roma Capitale, per la condivisione di un progetto che avrà ricaduta internazionale per lo sviluppo della città e del turismo.

Questo dovrà essere fatto anche con l’ascolto delle Associazioni più vicine a questi temi e dei cittadini che spesso hanno svolto un ruolo importante per l’attenzione agli aspetti della salvaguardia del patrimonio della città.

Vi è dunque un pacchetto di possibili azioni da compiere, un pacchetto di progetti, un pacchetto di aspirazioni, al fine dell’istituzione di un luogo organizzato con riguardo ai beni culturali presenti, nella loro complessità, e affinché questi siano messi a disposizione della collettività.

(Legge) Far correggere la legge regionale, istitutiva del Parco Regionale e promuovere con il Ministero e la Regione la definizione di un Parco Archeologico, secondo quanto previsto nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (art.101 e). Per questo è necessario partire dalle reali esigenze di questo territorio, nel riconoscimento dei valori preminenti, evitando sprechi di risorse economiche e umane, piuttosto definendo forme di coordinamento nel rispetto delle competenze istituzionali e nell’interesse della tutela e valorizzazione dell’Appia.

(Traffico e mobilità) Studiare un piano per la drastica riduzione del traffico veicolare improprio, in tutto il primo tratto della strada di competenza di Roma Capitale; la Soprintendenza Archeologica di Stato sta provvedendo ad attivare un controllo con telecamere per i tratto di propria competenza per salvaguardare ciò che resta del monumento Via Appia, con una cura anche nell’arredo e una sperimentazione per l’illuminazione notturna, affinché torni ad essere il museo all’aperto dell’800.Attivazione di un servizio pubblico di mobilità, oltre ai servizi con mezzi elettrici, creazione di “accessi” trasversali con mezzi pubblici, da punti strategici esterni per la riqualificazione anche delle aree di bordo dell’Appia (ad esempio dal parco delle Tombe Latine, dalla zona dello Statuario di fronte alla Villa dei Quintili; attrezzare l’uso del treno che dalla Stazione Termini porta alla Stazione di Torricola, presso l’Appia, in soli 10 minuti; dalla via Ardeatina). Dobbiamo pensare all’Appia non solo come una strada da percorrere dall’inizio e per chilometri ma anche a una vasta area come villa Borghese alla quale accede da punti diversi della città. Per questo occorre eliminare alcuni ostacoli e creare semplici collegamenti che permettano di raggiungere i diversi tratti da quartieri nei quali il cuneo del territorio dell’Appia si inserisce, anche ripristinando antichi tracciati.

(Abusi) Risolvere il problema dei numerosi condoni edilizi in piena collaborazione con le Soprintendenze responsabili per la tutela e ripristinare uno stato di legalità a fronte del fenomeno dell’abusivismo incontrollabile. Solo da poco più di un anno si è messa a punto una procedura condivisa e corretta tra UCE e Soprintendenze. Occorre correggere gli errori assumendo la consapevolezza dell’importanza della strada antica e del suo territorio, con i riconoscimenti che il PRG del 1965 aveva sancito e dare seguito a tutte le azioni che restituiscano all’Appia la dignità di monumento e favorendo lo sviluppo delle aziende agricole.

Creare le condizioni per una migliore fruizione di quanto già è stato recuperato e incrementare il patrimonio pubblico. Non si tratta di investimenti economici impossibili. In cifre:
restauro dell’ultimo tratto della Via Appia, dopo Via di Fioranello (circa 2 milioni e mezzo), recupero funzionale di un’area di 1 ettaro che la Soprintendenza ha ottenuto dal demanio militare, localizzata tra Via Appia e Via di Fioranello, dove regna ora il massimo degrado (qui si può creare un punto di sosta e di ristoro, con parcheggio di auto e scambio con bici e mezzi elettrici) e quest’area può costituire un importante accesso all’Appia all’altezza dell’aeroporto di Ciampino da cui dista pochi passi (circa 2 milioni).Restaurare e collegare la bellissima parte dell’Acquedotto dei Quintili sull’Appia Nuova, con l’Appia Antica (circa 2milioni e mezzo con le acquisizione delle aree private).

Troppi e troppo importanti sono i monumenti ancora in proprietà privata, senza alcuna destinazione particolare o adibiti ad usi impropri. Tra questi voglio ricordare:
I tre Colombari di Vigna Codini, di proprietà dello Stato ma inseriti in proprietà private, con enormi difficoltà di accesso, per i quali va creato un passaggio indipendente, con minime acquisizioni, anche per poter provvedere agli interventi conservativi.
Non derogabile è l’acquisizione pubblica dei mausolei c. d. dei Calventii e dei Cercenii all’angolo dell’Appia con l’Appia Pignatelli, pertinenti al complesso delle catacombe di Pretestato come mausolei sub divo. Da anni in stato di abbandono, intrappolati da tre villette abusive, senza uso. Qui si esercitavano artisti e studiosi fin dal Rinascimento per lo stato di conservazione fino alle volte, oggi a rischio di crolli e assolutamente inaccessibili;Esproprio delle aree del castrum Caetani, almeno di quelle interne per ricostituire l’unitarietà di questo importante complesso medievale a cavallo del III miglio della strada e per ricreare il collegamento con il Circo di Massenzio;acquisizione del sepolcro degli Equinozi…
Complesso di S. Urbano sull’Appia all’altezza di Via dei Lugari, attrezzato nella metà degli anni ottanta per un capriccio privato con tinello, cucina e barbecue, inaccessibile e abbandonato.
Casal Rotondo, il mausoleo privatizzato per la presenza di un edificio sulla sommità, anche questo usato solo per feste, inaccessibile. Si può ritenere che con una cifra di circa 30 milioni (tra acquisizioni e restauri) si possano eliminare le situazioni più scabrose dando un forte segnale di inversione di tendenza.
Mi domando come possiamo consegnare al futuro questa situazione; peraltro il valore di mercato di questi beni è quasi nullo considerato anche il decremento di valore per gli abusi commessi e la possibilità di acquisizione al demanio con la semplice applicazione della legge.

L’Appia si trova incastonata tra l’area archeologica centrale, con la quale non comunica, l’area dei Castelli con la quale si deve migliorare il rapporto di continuità e la città che attraversa, con la quale si devono creare i collegamenti. Per quanto riguarda l’argomento di oggi credo sia inderogabile l’acquisizione di alcune aree strategiche per ricostituire un percorso che non sia solo attraverso i tratti che hanno assunto una connotazione autostradale, come Via delle Terme di Caracalla. Questo non può non prevedere l’acquisizione di alcune aree di straordinario pregio la cui unica destinazione deve essere di contribuire a risanare le ferite prodotte, stroncando ogni possibile iniziativa di usi diversi rispetto a quello di contribuire alla ricucitura della continuità del tessuto storico, in senso moderno.

Dico questo pur nella consapevolezza che al momento vi sono altre visioni, altre tendenze. Negli ultimi quindici anni abbiamo provato a fare molto e anche abbiamo provato a far conoscere quale fosse lo stato delle cose; abbiamo ricevuto una buona attenzione da parte della comunità, scarsa attenzione da parte delle istituzioni, percependo a volte quasi un senso di fastidio o di noia nel sentire ripetere gli stessi argomenti. Per questo ringrazio l’ABB, il suo presidente e tutti gli intervenuti, per aver creato una occasione ancora, magari è quella buona.

L'articolo è la trascrizione dell'intervento tenuto al Convegno "Archeologia e città. Dal Progetto Fori all'Appia Antica", organizzato dall'Associazione Bianchi Bandinelli a Roma, il 21 marzo 2014.Nel sito dell'Associazione sono presenti i materiali iconografici a corredo.

La Repubblica, 12 giugno 2013

Lo ha promesso in campagna elettorale. E adesso ha fornito la data: il 15 agosto il nuovo sindaco Ignazio Marino chiuderà via dei Fori Imperiali al traffico privato, moto e motorini compresi. Isola pedonale da via Cavour a piazza del Colosseo. «Un segno di discontinuità con il passato», sottolinea lo stesso Marino. Ma anche il primo passo verso la realizzazione di un grande sogno. Quello che ispirò tutta l’attività dell’ambientalista Antonio Cederna e i progetti di grandi sindaci della capitale come Argan e Petroselli: trasformare la ferita aperta nell’area dei Fori dal fascismo nella suggestiva passeggiata dentro un gigantesco parco archeologico, esteso dal Campidoglio fino all’Appia Antica. «Perché proprio a Ferragosto? Perché non se ne accorgerà nessuno », scherza il sindaco Marino, aggiungendo: «Sicuramente mi direte che sarà questo il mio primo errore. Ma io sono deciso. Il 14 agosto farò l’ultimo giro con la mia Panda rossa su via dei Fori Imperiali, dopodiché ci tornerò con la mia bici rossa. Sono allenato, perché vado dalla mamma in bicicletta e anche lì devo fare una salita per arrivare a casa sua».

Esulta Legambiente Lazio, che per ottenere la pedonalizzazione dei Fori ha messo insieme 6.400 firme. « Raccogliamo subito la sfida e siamo pronti a dare il nostro contributo di idee e proposte», dice il presidente Lorenzo Parlati. E anche sul sito di Repubblica.it, che ieri alle 17 ha lanciato un sondaggio, in poche ore erano già arrivati quasi 5.000 voti, l’89% favorevoli alla pedonalizzazione, per il momento fruibile da romani e turisti solo la domenica e i giorni festivi.
«Tanti auguri - è invece il commento sarcastico del senatore Pdl Vincenzo Piso, con una lunga esperienza nel consiglio comunale di Roma - Ci hanno già provato gli ex sindaci Rutelli e Veltroni, ma non ha funzionato. Via dei Fori Imperiali è un asse viario importante, sarà un vero disastro. Nella fase estiva il provvedimento può essere metabolizzabile, ma il vero test sarà a settembre. Rimarrà soltanto un’idea».
Un piano che permetta la chiusura dei Fori c’è già. Lo ha stilato l’agenzia della mobilità della capitale, che aveva cominciato a lavorarci fin dal 2001, quando il neo eletto sindaco Veltroni decise di sperimentare solo nel periodo estivo il divieto al traffico privato. Marino lo ha fatto suo semplificandolo. Si tratta, in sostanza, di modificare la viabilità nelle strade intorno ai Fori Imperiali, per evitare che sulla via si riversino fiumi di veicoli, fino a 2.135 l’ora secondo Legambiente, l’81 per cento privati. «Allo stato attuale, con i lavori della metro C, è inevitabile la chiusura al traffico - dichiara Rita Paris, archeologa della Soprintendenza di Roma responsabile dell’Appia Antica, capolista della lista civica per Marino e ora eletta - ed è giusto iniziare d’estate, quando è minore l’impatto del traffico sulla città».


Riferimenti
Sul "progetto Fori", che riguarda ben più che una questione di viabilità, vedi i numerosi articoli in questa stessa cartella.

Incultura, speculazione, malgoverno dei più preziosi beni culturali collaborano per tagliare a fettine e divorare storia e bellezza. Il Fatto quotidiano online, 18 febbraio 2013
“La morte dell’Appia Antica è lenta e graduale. Come quella di un verme che un bambino crudele taglia a fette, cominciando dalla coda”. Così scriveva Antonio Cederna, archeologo, urbanista, ambientalista e giornalista. Che fece della tutela dell’Appia antica, che gli valsero l’appellativo di “appiomane”, uno dei suoi cavalli di battaglia. Una battaglia a lungo se non solitaria, certamente non pienamente condivisa con la schiera di tutti gli amministratori dei territori attraversati dal passaggio della strada.

Una battaglia che sembrerebbe avere, almeno parzialmente, fine con esiti positivi, dopo l’accordo tra l’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Roma, la Soprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma e quella ai beni architettonici e paesaggistici. Almeno per quanto riguarda il settore compreso nel comune di Roma. A partire da ora ogni richiesta di condono dopo essere giunta all’ufficio abusivismo edilizio, sarà inviata in doppia copia ai due uffici del Mibac. I quali avranno 60 giorni per valutare ed esprimere un parere. Vincolante. Così le 438 richieste di condono in attesa di essere evase dovranno passare per questi controlli. Insomma si dà avvio ad un’iniziativa, istituzionale, che dovrebbe assicurare una vita nuova alla strada romana. Un’iniziativa felice. Ma che tardivamente affronta una questione antica. Che sana solo in esigua parte i guasti recenti. Non intervenendo sul pregresso.

Uscendo da Roma il disastro si evidenzia. La vista di quel che è accaduto ai diversi tratti il miglior modo per rendersi conto dell’irragionevole disinteresse. Prolungato, per decenni. L’Appia antica ha subito infinite manomissioni, di diversa entità. Inimmaginabili per un monumento della sua importanza. Il simbolo di una ricchissima casistica di infrastrutture che hanno consentito di collegare città e territori. Dell’Italia e del mondo antico. L’Appia antica costituisce (o dovrebbe costituire) per il Lazio e la Campania quel che la Tour Eiffel significa per Parigi (e la Francia). Oppure la Porta di Brandeburgo per Berlino. Ancora, il Partenone per Atene. In quali di questi casi ci si è così tenacemente disinteressati alla tutela e valorizzazione di quelle strutture? In quali di questi casi si è provveduto a derubricare a questioni sostanzialmente marginali quei simboli?

Mai, altrove, è accaduto quel che in Italia ha travolto la via Appia antica. Tratti obliterati da capannoni e abitazioni private. Ancora più che disconnessi dalle lavorazioni agricole. Nella campagna romana. Nei dintorni di Lanuvio. Come in quelli di Genzano e di Velletri. Ponti di attraversamento di corsi d’acqua che sono in gran parte sommersi da terra e immondizie. Come accade a quelli sul Fosso di Mele e a quelli sui Fossi di Civitana e delle Mole, a Velletri. Una via di penetrazione che avrebbe potuto (e potrebbe) essere trasformata in un asse per raggiungere e visitare i resti antichi che ancora si conservano. La via Appia, la bisettrice di un grande parco diffuso. L’occasione per coniugare sport e turismo culturale. Evidentemente un’occasione mancata.

Come dimostrano i tratti superstiti. Pochi e, spesso, abbastanza maltenuti. Come quello immediatamente a sud dell’abitato di Genzano, che dall’altezza della via Appia Nuova raggiunge il ponte della Ferrovia. Accessibile. Oppure quello nella campagna di Lanuvio, all’altezza del Ponte di Fosso Oscuro. Di più difficile accesso, perché all’interno di una proprietà privata. Ancora, quello ormai in territorio di Velletri, a Colle Ottone. Coincidente con la strada moderna. Come lasciano immaginare i tratti nei quali rimangono le opere di sostruzione alla strada. Alla discesa di via della Stella ad Ariccia o a San Gennaro, tra Lanuvio e Genzano. In entrambi i casi coincidenti con la via moderna. Senza contare il grande viadotto aricino sul quale transitano ancora i mezzi di ogni tipo. Casi differenti uniti da un’unica sorte. Quella di rimanere, di esserci, quasi loro malgrado. Quasi sempre privi di qualsiasi indicazione. Senza alcuna manutenzione. Spesso d’intralcio a quanti non interessati alle antichità, preferirebbero magari dei manti asfaltati ai basoli in stradali. Nella campagna di Lanuvio si è arrivati a costruire un edificio sul basolato. Nel territorio di Velletri a stupirsi di ritrovare parti della via e dei suoi annessi, procedendo ai lavori per l’allargamento di una scuola nella località Sole Luna.

Altri pezzi, tagliati, asportati. Proprio come scriveva Cederna. Gli abusi edilizi troveranno una loro soluzione. Forse. Ma intanto la strada rimane lì. Senza in fondo prospettive. Senza più ambizioni. Ridotta ad una strada chiusa. Che non porta più da nessuna parte. Insomma, un altro simbolo dismesso.

Continua, tenacemente, anche contro le ottusità dei privati,la tutela e il rilancio della regina viarum da parte della Soprintendenzaarcheologica. Corriere della Sera, ed. Roma, 8febbraio 2013 (m.p.g.)

L'Appia Antica sarà protetta dalle sbarre. Ieri ladirettrice Rita Paris ha annunciato ai residenti il progetto dellasoprintendenza speciale ai Beni archeologici che prevede l'installazione di 8sbarre di controllo per il traffico, una nuova illuminazione e 72 cassonettiper la raccolta dell'immondizia. I residenti si sono divisi. «Il demanio dagiugno ci ha affidato la completa tutela della strada», dice Paris. Per AndreaCatarci, presidente del XI municipio, «la gestione dell'Appia prevede oneri eonori».
L'Appia antica tornerà ad essereun monumento, certo molto particolare poiché abitato da centinaia di residenti.E sarà protetta dalle sbarre. Ieri c'è stato il primo incontro tra cittadini esoprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma per annunciare l'avvio delprogetto, «di protezione complessiva della strada in condivisione con leesigenze dei residenti», spiega Rita Paris, direttrice dell'Appia antica.
La «Regina viarum» sarà tutelatada otto sbarre, lungo circa sette chilometri, la prima all'altezza del civico244 (dopo la tenuta di Capo di Bove), contemporaneamente sarà rifattal'illuminazione all'altezza del sepolcro degli Orazi e dei Curiazi e sarannoistallati 72 nuovi contenitori per l'immondizia in ferro, progettati in armoniacon il luogo.

La proposta della soprintendenzacondivisa dal municipio XI, ma anche dall'ente parco, dall'Ama, dall'Acea, ieriha suscitato una vivace discussione tra i residenti non favorevoli, «non potetechiuderci nelle nostre case», «le pietre non possono venire prima dellepersone», «i basoli già non permettono di camminare con i tacchi alti, oraanche le sbarre», «sarebbe meglio realizzare un comprensorio»; e quelli cheinvece apprezzano il lavoro della soprintendenza. Come Marisela Federici: «Noncapite che la nostra strada è molto migliorata con il loro lavoro, e lo saràancora di più quando sarà protetta».
Il progetto, il cui costo previstoè di 160mila euro (ma si farà una gara a ribasso), prevede l'istallazione dellesbarre poggiate a cippi antichi ispirati a quelli già esistenti dei primi del'900. «In un primo tempo resteranno alzate, poi in accordo con i residenti sideciderà la loro gestione». Le propostearrivate ieri sono state tante: affidare la cura della protezione ad unaguardiania privata, collegare le sbarre a videocitofoni o a dei microchippersonalizzati.

«Siamo pronti a scegliere con i cittadini la soluzione migliore, l'importante ècapire che da giugno l'Appia è stata consegnata a noi dal Demanio e siamocompletamente responsabili della sua tutela», precisa Paris. I lavoripotrebbero iniziare a primavera inoltrata e concludersi in quattro mesi circa.«Amministrare e vivere in un territorio prezioso come l'Appia antica - diceAndrea Catarci, presidente XI municipio - comporta oneri e onori, ovviamentenoi collaboreremo con la soprintendenza perché chi vive in questa strada neguadagni in sicurezza, senza penalizzare nessuno».

Un’inchiesta di grande rilievo dai risultati inquietanti: nonostante gli sforzi senza risparmio della Soprintendenza Archeologica, continua lo sfregio della regina viarum. Repubblica on-line, 10 dicembre 2012 (m.p.g.)

Un milione e trecentomila metri cubi. Tanti, tantissimi sono gli abusi edilizi nell'Appia Antica, la strada romana che risale al 312 avanti Cristo e che dal centro dell'urbe giungeva fino a Brindisi. Ma un milione e trecentomila metri cubi sono solo il volume di interi edifici costruiti senza licenza. Ville, soprattutto. Residenze sfarzose, oasi per imprenditori e professionisti, un tempo anche per la gente del cinema, per notabili democristiani e socialisti. Ai casali ristrutturati, nelle cui facciate sono spesso conficcate lapidi e frammenti di sarcofago, vanno aggiunti box, garage, depositi, magazzini, sopraelevazioni, piscine, parcheggi, che non sono calcolati in quel rendiconto dell'illecito. Ed extra sono anche i cambi di destinazione d'uso, altrettanto invasivi quanto il cemento, perché se un annesso agricolo diventa residenza occorre allacciarsi alle fognature, scavare per le fondazioni e per le tubature in un terreno archeologicamente sensibile, producendo, inoltre, un carico urbanistico, e dunque più abitanti, più macchine...

Il fenomeno è inarrestabile, dura da decenni in quest'area grande 3.500 ettari, paesaggio e archeologia fusi in un ambiente che non ha molti paragoni al mondo. L'abusivismo nell'Appia Antica lo denunciava Antonio Cederna già negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma ancora oggi fioccano le denunce, ma non si vede ombra di ruspa: le ultime demolizioni, pochissime in totale, risalgono al 2009. Il calcolo degli abusi l'ha compiuto l'urbanista Vezio De Lucia per conto della Soprintendenza speciale archeologica di Roma. Attualmente sull'Appia Antica, stando a questa indagine, giacciono 2,7 milioni di metri cubi di costruzioni. Comparando vecchie e nuove mappe, De Lucia ha però potuto stabilire che quasi la metà sono stati realizzati dopo il 1967, cioè dopo il Piano regolatore della capitale che dichiarava inedificabili i terreni intorno alla strada romana. E sono dunque abusivi. La rilevazione, aggiornata al novembre 2011, integra uno studio condotto nel 2003. Si tratta però, spiega De Lucia, soltanto di interi manufatti costruiti violando le leggi. Il resto, aggiunge l'urbanista, è difficilmente stimabile. Ma è imponente.

Un suono sinistro emanano, nella relazione di De Lucia, le parole che si leggono alcune righe più sotto le tabelle con i dati: si sarebbe potuto fare di più e meglio se si fossero possedute cartografie maggiormente dettagliate e se ci fossero state risorse maggiori. Il che vuol dire una cosa molto semplice. Per arginare l'abusivismo in uno dei luoghi di più struggente bellezza che ci siano non solo a Roma, per assicurare a tutti il godimento pieno di un bene della comunità (il paesaggio, l'archeologia, la memoria), un bene che diffonde senso di cittadinanza, per tutto questo e per tutelare con efficacia l'Appia Antica, mancano gli strumenti minimi, le amministrazioni lesinano documenti e fonti di conoscenza, e scarsi sono i fondi. Dalla Soprintendenza archeologica partono lettere al ministero per i Beni culturali. Si chiede l'istituzione di un organismo ad hoc che superi la palude burocratica. "Noi denunciamo gli abusi, ma non accade nulla. Tutto si ferma sui nostri tavoli", lamenta Rita Paris, direttrice dell'ufficio della Soprintendenza che ha la competenza sull'Appia Antica. "Ci arrivano dal Comune domande di condono che neanche si potrebbero accettare, perché violano vincoli archeologici, e noi passiamo il tempo a negare autorizzazioni in sanatoria. Ogni forma di tutela rischia di essere vanificata".

Qui sono il sepolcro degli Scipioni, il sepolcro di Geta e di Priscilla, la Porta San Sebastiano, e poi i colombari, le catacombe di San Callisto e di San Sebastiano, il Circo di Massenzio, il Mausoleo di Romolo e quello di Cecilia Metella, il Castrum Caetani, la tomba di Annia Regilla, i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi, il complesso termale di Capo di Bove, la splendida Villa dei Quintili. E poi la valle dell'Almone, il fiume sacro ai romani, con i boschi di leccio e di roverella, il pianoro ondulato di Tor Marancia, le cave e le colate laviche che ai grandi viaggiatori davano l'impressione di trovarsi in un deserto, al centro del quale spuntava Roma.

Gran parte dell'Appia Antica è proprietà privata. E nelle proprietà private sono anche monumenti resi invisibili da alti muri di recinzione. L'Ente Parco organizza visite guidate in alcune tenute, ma solo su appuntamento e per piccoli gruppi. Un contenzioso si è aperto la scorsa estate con la Saita, una società della principessa Pallavicini: una splendida residenza in un parco proprio a ridosso di Porta San Sebastiano, in cui sono contenuti sepolcri e l'Oratorio dei sette dormienti, costruito nel XII secolo su una villa romana del II secolo, un edificio preziosissimo. Stando ai rilievi dell'Ufficio abusivismo del Comune, due vasche ornamentali sarebbero diventate due piscine (una ha forma ottagonale e si vede perfettamente su Google Maps). Sono poi spuntati un garage, due grandi strutture vetrate, un ampliamento in muratura dove esisteva appena qualche tettoia e altri manufatti a ridosso del muro perimetrale. Inoltre è stata ricostruita una pavimentazione.

Quasi di fronte a questa villa, risiede Roberto Benigni, ma i suoi restauri sono stati seguiti e autorizzati dalla Soprintendenza. Nella stessa zona è la villa di Paola Severino, ministra della Giustizia: nessun abuso viene contestato, ma nella sua proprietà sono custoditi due dei tre colombari di Vigna Codini, di proprietà pubblica, l'unica testimonianza dei tanti sepolcri che le fonti letterarie collocano in quest'area. Che per ovvi motivi di sicurezza, nessuno può visitare.

Un grande vivaio di fronte alle terme di Caracalla si è arricchito di un edificio di 700 metri quadrati. Abusivamente, secondo la denuncia di Italia Nostra, ma condonato con parere favorevole persino della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici. Nella proprietà di Giorgio Greco, che con il fratello possiede una catena di negozi d'abbigliamento, a pochi metri da Capo di Bove e da una stazione dei carabinieri, i vigili hanno contestato il cambio di destinazione d'uso di un grande magazzino, da deposito a residenza, con cucina e bagni. Era in abbandono e ora vi è allestita una scuola per cuochi. Spesso l'edificio accoglie feste e ricevimenti e viene usato per girarvi spot pubblicitari. La Soprintendenza, ammette Greco, ha svolto un gran lavoro nel passato fermando l'avanzata del cemento sull'Appia Antica. Ma ora non deve accanirsi sui proprietari che "se non fanno brutture, in fondo sono i veri custodi dell'integrità di questo luogo".

"Molti proprietari mettono a reddito le loro residenze, le affittano per cene e matrimoni", racconta invece Rita Paris. "Ogni sera è un via vai di macchine, si installano gazebo, si sparano fuochi d'artificio". Fra i più attivi è Sergio Scarpellini, uno dei più potenti costruttori romani, che acquistò anni fa la villa di Silvana Mangano. Nella sua proprietà arrivarono le ruspe per eliminare un parcheggio abusivo. L'iniziativa della demolizione fu presa dal Municipio XI. Era il 2009. Da allora, niente più ruspe sull'Appia Antica.

Confinante con quella di Giorgio Greco, è un'altra proprietà in cui un tempo c'era un gruppo di serre. Che ora sono diventate appartamenti di lusso dati in affitto e reclamizzati sul web come "case di charme", dopo aver compiuto lavori di cui nessuno sembra sia stato informato. Sopra la Villa dei Quintili, in un centro sportivo ci sono campi di calcio e piscine. Si è costruito dentro il Castrum Caetani, villaggio fortificato del XIV secolo dietro al Mausoleo di Cecilia Metella: ma la domanda di condono del proprietario ha fermato la procedura di demolizione.
Sull'Appia Antica e nelle vie laterali occorre tenere gli occhi aperti nei mesi estivi. È con la città che allenta i ritmi, con i vigili che già sono pochi d'inverno e ancora meno in agosto, che i camion caricano e scaricano laterizi, pannelli, tubi. Intorno alle recinzioni si fa crescere una siepe di alloro, poi si cinge il perimetro con un telo verde. Sono attivissimi, ma fanno quel che possono per scovare gli abusi i pochi guardiaparco. Una porcilaia diruta, una vaccheria sfondata diventano un vano, poi due, poi si fanno la cucina e il bagno. Anche senza licenza di abitabilità, i valori immobiliari lievitano.

Ha fatto scuola la vicenda di una proprietà di fronte al Mausoleo degli Equinozi iniziata nel 1984 con un atto notarile di compravendita in cui si legge: "La parte acquirente dichiara di essere a conoscenza della destinazione di Prg del terreno acquistato ed in particolare che lo stesso non ha formato oggetto di lottizzazione approvata e che pertanto non può essere utilizzato a scopi edilizi". Due anni dopo veniva costruita una casa di 100 metri quadrati. Un primo sequestro da parte dei vigili, la domanda di condono. Ma i lavori proseguono e arrivano a conclusione. La Pretura apre un'inchiesta che si conclude con una condanna, poi amnistiata in Appello. Ancora nel 1994 la Soprintendenza segnala l'abuso, la pratica rimbalza da un ufficio all'altro, si contano almeno una decina di passaggi burocratici. L'immobile si arricchisce di veranda e di altri manufatti. E ora è lì, forse abitata dai proprietari, forse affittata, nessuno lo sa con certezza. Con certezza, stando alla Soprintendenza, lì ci sono resti di parte del Triopio di Erode Attico, una grandissima villa-azienda romana.

L'Appia Antica vive così, un po' meraviglia per gli occhi e per la mente, un po' terra di nessuno, dove non si sa bene chi sia incaricato di tutelare il suo patrimonio. Da qualche mese il Demanio ha consegnato la strada alla Soprintendenza archeologica, dichiarandola monumento nazionale. È un piccolo passo, forse l'inizio della storia moderna dell'Appia Antica. Ma nessuno qui se la sente di sbilanciarsi e sfoggiare ottimismo.

Tutti i numeri di uno scempio

Un milione e trecentomila metri cubi. Tanti, tantissimi gli illecitii edilizi nell'Appia Antica. E un milione e trecentomila metri cubi è il volume di interi edifici costruiti senza licenza

3.500
Gli ettari che formano il Parco dell'Appia antica

312 a. C.
L'anno di costruzione della via Appia

2.700.000
I metri cubi di edifici nell'Appia Antica

1.300.000
I metri cubi di edifici abusivi nell'Appia Antica

Tutta l'inchiesta con video e interviste

In una delle zone più preziose di Roma, tra la Via Appia Antica, nel suo primo tratto dopo Piazzale Numa Pompilio e le Mura Aureliane, lungo Via delle Terme di Caracalla, da qualche giorno appare un insieme di strutture, di circa complessivi 700 metri quadri, prima celato da una fitta vegetazione.

Stiamo parlando di un’area preziosissima dal punto di vista monumentale, storico e paesaggistico, la cui tutela era stata riconosciuta oltre cinquant’anni fa.

Questi luoghi, di struggente bellezza erano stati vincolati, infatti, con un decreto di vincolo paesaggistico del 10.1.1956, in base all’allora legge di tutela 1497 del 1939. L’attuale Piano Territoriale Paesistico n. 15/12 della Regione Lazio individua per tutta quell’area una tutela integrale anche se il provvedimento è tardivo, così come il vincolo archeologico di recente emanazione.

Il diabolico meccanismo dei condoni edilizi, vero sfregio non solo paesaggistico, ma anche giuridico, non ha risparmiato gli straordinari valori riconosciuti alla zona nel secolo scorso e riconfermati dalle recenti disposizioni di tutela: ci domandiamo come ciò sia potuto succedere e come e quando e per responsabilità di chi si sia potuta dichiarare la compatibilità degli abusi con tali valori.

Risulterebbe che per il complesso, in origine utilizzato a serra/vivaio, oggi si vuole avere la destinazione a “servizi privati” per cui è certo che qualsiasi uso di questo tipo comporterà ulteriori lavori, adeguamenti, recinzioni, parcheggi, aggravando lo sfregio già inferto all’area.

Italia Nostra interroga gli uffici competenti di Roma Capitale e le Soprintendenze del Ministero per conoscere nel dettaglio le procedure che hanno potuto portare alla sanatoria che doveva invece essere negata.

Come è possibile che un’area di così straordinario valore e che vede la presenza di tante tutele sia stata preda di abusi di tale evidenza, per giunta dichiarati condonabili?

Purtroppo l’episodio che denunciamo è l’ultimo di tanti abusi edilizi condonati contro ogni regola, a dimostrazione del fatto che la gestione del territorio e quella della tutela del patrimonio culturale vivono a Roma una stagione di opacità e incertezza, per responsabilità delle pubbliche istituzioni: Comune, Regione e Soprintendenze.

Di fronte allo scempio del patrimonio archeologico, del paesaggio e della legalità, quale mai può essere di fronte ai cittadini e al mondo la credibilità di tali organismi?

Sta per essere svelata la vera natura dei Tumuli degli Orazi sull’Appia Antica. È stata scoperta la “porta” dei monumenti attribuiti dalla tradizione attribuisce agli eroici fratelli romani che sotto Tullio Ostilio, a metà VII secolo a. C., affrontarono i Curiazi per affermare la supremazia di Roma su Albalonga. E ne cambia l’interpretazione: non si tratterebbe solo di cenotafi commemorativi, ma di tombe vere e proprie. È stata la campagna di scavi guidata da due professori dell’università olandese di Nijmegen, Eric Moormann e Stephan Mols, appena conclusa, a riportare in luce un’imponente struttura in opera laterizia, con le sole fondamenta di 8 metri per 4, sul versante ovest del “tumulo nord”. Merito dell’istituto olandese che ha ricevuto per otto anni, dalla soprintendenza, la concessione dell’area del V Miglio per uno studio sistematico con fondi propri.

«La struttura sembra attaccata al tumulo nord, dove potrebbe trovarsi l’entrata della tomba monumentale — racconta Eric Moormann — La sua presenza suggerisce che siamo davanti a una vera tomba anziché a un cenotafio ». Confermata la datazione alla seconda metà del I secolo a. C. «È evidente che si tratta di un luogo di memoria, come diceva Tito Livio — sottolinea Moormann — Se i tumuli sono tombe vere, i committenti hanno scelto questo luogo per evidenziare la propria importanza o per suggerire un legame, vero o mitico, con gli Orazi». L’importanza del sito è forte: qui il rettifilo dell’Appia disegna una curva, tracciata, secondo Livio, per rispettare i tumuli più antichi.

In autunno le indagini proseguiranno sulla superficie dei tumuli: «Con metodi geofisici possiamo rintracciare elementi di pietra fino ad una profondità di oltre un metro — avverte Moormann — Dovremmo stabilire se c’è qualcosa sotto il corpo di terra ». Un’altra scoperta di rilievo riguarda il muro in tufo di età repubblicana immortalato già dal Piranesi nel ‘700: «La funzione non è ancora chiara — avverte Stephan Mols — Ma è troppo grande per essere il recinto di una pira funeraria dove si bruciavano i corpi di uomini illustri. Potrebbe invece essere un vero campo militare, connesso ai leggendari fratelli Orazi». Accanto allo scavo, l’équipe olandese con la direzione dell’Appia sta portando avanti il progetto “Mapping Via Appia”: «Grazie ad un finanziamento del Cnr olandese — annuncia la direttrice Rita Paris — stiamo realizzando con sofisticate tecnologie di indagine una mappa archeologica del V Miglio, che vedrà una prima applicazione a ottobre».

Sembra incredibile, eppure tra i dieci parchi italiani più belli e di pregio, e allo stesso tempo più a rischio, c’è anche il Parco dell’Appia Antica a Roma. Un‘area verde di rara bellezza, dove secoli di storia e di cultura si incontrano dando vita ad un paesaggio e ad un’atmosfera difficili da dimenticare, e che però l’incuria dell’uomo ha consegnato all’abusivismo e alla speculazione edilizia. La denuncia arriva da Italia Nostra, l’associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della nazione, che ha stilato il dossier “Paesaggi Sensibili” sui parchi e le aree protetto più a rischio. Il Parco dell’Appia Antica ha come cardine l’asse della Via Appia, lungo la quale si snodano insediamenti antichi di diverse epoche, ville, villaggi, tenute agricole, centri di culto, oltre a luoghi attrezzati per la sosta del viaggio e per il commercio, e alla serie ininterrotta di sepolcri pagani e di cimiteri cristiani. Un patrimonio paesaggistico e monumentale, artistico e storico che andrebbe salvaguardato e amministrato con coscienza e che invece sconta la mancanza di progettualità e di una normativa d’uso del territorio e del patrimonio immobiliare esistente che avesse anche l’obiettivo di una maggiore fruizione pubblica. Un parco minacciato da costruzioni private, costruzioni abusive “legittimate - si legge nel dossier - dalle tre leggi sui condoni edilizi con procedure che hanno escluso, nella quasi totalità dei casi, i pareri delle Soprintendenze di Stato, in assenza di ogni valutazione di merito, con ignoranza e superficialità imperdonabili”.“La situazione generale - spiega Rita Paris, la studiosa del Mibac che ha curato il dossier sull’Appia Antica - minaccia ogni giorno di volgere al peggio, anche per l’agguerrito fronte di chi ha inteso e intende utilizzare questo straordinario pezzo di storia a fini privati, come mostrano i tanti monumenti inglobati in ville o altro genere di manufatti moderni”. Cosa fare, allora, per salvare il Parco? Secondo gli esperti, la prima cosa è un progetto di ampia portata e condivisione, che punti “ad affermare e valorizzare il concetto che l’Appia deve essere intesa nella sua integralità, insieme alla parte di campagna che la comprende, quale patrimonio culturale da salvaguardare”. Poi serve “una nuova strategia per il ripristino di uno stato di legalità, ponendo fine al perdurare dell’abusivismo. Risolvere come trattare i casi più eclatanti di condoni rilasciati in zone di elevatissimo interesse archeologico, d’intesa tra le due Soprintendenze competenti territorialmente”. “II Ministero - conclude Italia Nostra - si deve impegnare a definire un programma pluriennale, da attuare d’intesa con la Regione, il Comune e l’Ente Parco, nonché con tutti gli altri enti e privati che a vario titolo possano essere coinvolti”.

Da quando dirige l’ufficio della Soprintendenza che tutela l’Appia Antica, l’archeologa Rita Paris fa l’archeologa per un venti per cento del suo tempo. L’ottanta lo spende in altre incombenze. Mettere vincoli. Rigettare richieste di condoni. Studiare le carte degli avvocati pagati da chi non vuole vincoli e invoca condoni. Aggirarsi fra le norme che dovrebbero proteggere questo territorio di stupefacente bellezza, e che invece si aggrovigliano in un campionario di inefficacia. Sgranare gli occhi per scovare quali schifezze nascondono le plastichette verdi di un cantiere. Difendersi dal fuoco amico. Sollecitare i suoi superiori al ministero fino a strattonarli se si assopiscono. Tenere a bada la solitudine che, quando stringe la gola, le fa dire che tutto questo non ha senso e, subito dopo, che se mollasse sarebbe peggio.

L’Appia Antica è un’area di verde e di archeologia grande 3.800 ettari. L’antica strada romana scorre fiancheggiata di pini a ombrello in un lembo di campagna che arriva nel cuore di Roma. Rita Paris la custodisce dal 1996, quando gliel’affidò l’allora soprintendente Adriano La Regina. Dal 2004 dirige anche il Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo, che al pregio dei capolavori, alla qualità delle mostre, affianca un’affabilità dell’accoglienza altrove ignota. Lavora alla Soprintendenza dal 1980. Il suo quartier generale è a Villa Capo di Bove, qualche centinaio di metri dal monumento simbolo dell’Appia, la tomba di Cecilia Metella. Il vecchio proprietario, un importatore di frutta, aveva ceduto al vezzo di molti residenti sull’Appia: conficcare nella facciata ogni sorta di lapidi romane. Antonio Cederna dedicò a quest’abitudine di amare l’antico solo se fatto a pezzi esilaranti racconti. Dall’alto della villa, che ora di Cederna conserva l’archivio, si spalanca una vista su Roma che mette i brividi.

Fu lei a battersi perché Capo di Bove fosse acquisita dallo Stato. E davanti alla villa ha scavato uno spettacolare complesso termale del II secolo.

«Era il 2002. Quell’operazione creò panico. Ho subìto interrogazioni parlamentari, qualcuno fece circolare l’accusa che La Regina e io avessimo condotto false gare d’appalto. Ma il direttore generale del ministero, Giuseppe Proietti, ci sostenne. Spendemmo 3 miliardi di lire. Ormai quella stagione si è chiusa».

Perché?

«Né la Soprintendenza né il ministero proseguono negli acquisti. Eppure alcuni privati si sono fatti avanti per vendere reperti che sono nelle loro proprietà».

Per esempio?

«Ci è stato offerto il Sepolcro degli Equinozi, uno dei monumenti ipogei di maggior rilievo che conosciamo. Chiedono un milione, forse si può trattare. Ma mi hanno detto che non c’è un soldo».

Sono monumenti visitabili?

«Spesso non sono neanche visibili. Una volta per fotografare il sepolcro di sant’Urbano dovemmo salire sul cofano di una macchina, tanto alta era la recinzione issata dai proprietari. Lì intorno stiamo scavando e abbiamo rinvenuto materiale strepitoso – strade, incroci, cippi. Il sepolcro lo avrebbero venduto a un miliardo di vecchie lire. Ora, chissà, costerebbe ancora meno. Ma non c’è niente da fare. Per me è una pugnalata».

Tranne la strada, Capo di Bove e altre particelle, l’Appia è tutta privata.

«Sì, nonostante il vecchio Piano regolatore di Roma la destinasse a parco pubblico. Questa prospettiva è smarrita. Ma è smarrita ogni certezza sulla tutela di questo patrimonio. Solo lo scorso anno ho ottenuto che l’ufficio legislativo del ministero producesse una circolare in cui si stabilisce che il nostro parere è obbligatorio e vincolante su tutto ciò che si vuol fare sull’Appia».

Un piccolo passo avanti.

«È una circolare, non una legge. Pensi che appena qualche giorno fa il Demanio ci ha consegnato la via Appia dichiarandola monumento nazionale e non strada comunale come tutte le altre».

Sbaglio o questo avviene con un po’ di ritardo?

«Non sbaglia. Ma è comunque merito degli attuali dirigenti del Demanio. Ora dovremo dettare le regole per la gestione. Metteremo dei cancelli, la strada non sarà più percorribile come una normale via di scorrimento. Ma il mio più grave cruccio resta intatto: io sono costretta a rincorrere gli altri per esercitare la tutela».

Che vuol dire?

«Se qualcuno, poniamo, vuol ampliare un capannone, fa una richiesta al Municipio. Sempre che io lo venga a sapere, prendo carta e penna, scrivo a quel qualcuno e gli dico: guardi che lei deve sottoporre anche a noi il suo progetto».

Non c’è la consapevolezza di quanto l’Appia sia un luogo speciale.

«Manca l’idea che questo sia un territorio unitario. Tutto il contesto paesaggistico è di interesse, non solo i monumenti, lo documentano secoli di indagini. Eppure quando proponiamo un vincolo, chi fa ricorso trova un giudice del Tar per il quale se non ci sono reperti e se la strada romana dista venti metri dalla proprietà, il vincolo è illegittimo. Ma sui vincoli ho incontrato resistenze anche dentro il ministero ».

Quando?

«Dietro la tomba di Cecilia Metella c’è il Castrum Caetani. Lì i proprietari hanno commesso degli abusi a ridosso di una torretta medievale per i quali hanno avviato il condono. Ho chiesto almeno quattro o cinque volte agli uffici comunali di poter vedere le pratiche. Ma invano. Alcuni anni fa ho messo un vincolo. L’allora ministro Francesco Rutelli era contrario e il direttore regionale, Luciano Marchetti, firmò il decreto con riserva. La proprietà ha fatto ricorso e il giudice ci ha dato torto. Il motivo è sempre lo stesso: occorre vincolare solo il monumento. Io sono convinta del contrario e appena possibile il vincolo lo rimetteremo ».

Quali abusi si commettono sull’Appia?

«Qualche giorno fa ci hanno segnalato lo sbancamento di una collina di lava proprio qui, dietro Capo di Bove. Non so a cosa mirassero, forse a costruire un deposito. Noi denunciamo. Ma in tutti questi anni nessuna delle denunce ha avuto effetti. Si fanno gli abusi e non si torna indietro. Chi aveva un annesso agricolo lo ha trasformato in una villa. Poi ha costruito la piscina, chiedendo l’autorizzazione per un bacino di riserva idrica. La roba sta tutta lì: stabilimenti, concessionarie di auto, impianti sportivi, ristoranti. Persino i vivai usano il cemento».

E voi?

«Nel mio ufficio siamo tre donne a controllare questo territorio. Appena vediamo una recinzione ci mettiamo in allarme. Sulla mia scrivania giace una montagna di pratiche di condono che neanche si dovevano accettare, ma che una volta presentate bloccano la demolizione. E aggiungo che per respingere le domande tocca a me l’onere di giustificare il rilievo archeologico ».

La sua è una condizione esemplare della grave sofferenza in cui versa la tutela dei beni culturali in Italia.

«Siamo sempre meno, sempre più stanchi e le nostre fatiche sono spesso frustrate».

La sua fatica più grande?

«Far capire anche al ministero quanto è grave questa situazione. Un anno fa, all’inaugurazione di una mostra, venne il ministro Galan. Il suo consigliere Franco Miracco mi aprì le porte dell’ufficio legislativo, che ha prodotto la circolare che le dicevo. Andrea Carandini ha fatto approvare un documento sull’Appia dal Consiglio superiore dei Beni culturali. Ma poi non è successo nulla. Mi preoccupa non essere riuscita a fissare nessun punto fermo. Tutto è affidato all’impegno dei singoli. E i singoli si sentono soli».

L’attuale ministro?

«Mai visto».

Quanto guadagna?

«1.700 euro al mese, quando ci sono anche le maggiorazioni».

«Un piano per l'Appia? Certo che esiste: l'abusivismo edilizio». Con un paradosso la direttrice Rita Paris sintetizza la situazione del sito archeologico della più famosa antica strada romana, connubio esemplare tra paesaggio e monumenti.

Sul suo tavolo (e presto su quelli del ministero) c'è uno studio commissionato dalla soprintendenza archeologica all'urbanista Vezio De Lucia da cui emergono dati scandalosi: il cemento selvaggio e illegale attorno alla Regina Viarum cresce a ritmi persino superiori rispetto ai decenni del Far West edilizio.

Tra 2002 e 2011 è stata versata una colata di 300 mila metri cubi abusivi, un terzo di quelli depositati nei 35 anni precedenti. è come se in meno di un decennio quasi tre grattacieli come il Pirellone si fossero adagiati illegalmente sull'Appia sotto forma di appartamenti, ville, ristoranti, capannoni, negozi. Nonostante le battaglie ambientaliste, l'istituzione nel 1988 del parco regionale, gli appelli degli intellettuali, le leggi di tutela, ogni tre giorni si costruisce un alloggio abusivo di cento metri quadri.

Risultato: oggi quasi metà delle costruzioni nella zona del parco è fuorilegge. Dal 1967 sono stati edificati 1,3 milioni di metri cubi abusivi. Altrettanti erano stati costruiti dal 312 a.C., quando fu posata la prima pietra dell'Appia, al 1967, quando fu decisa l'inedificabilità di tutta la zona. E la stima del disastro ambientale è prudenziale, perché l'indagine cartografica non rileva la massa di microabusi edilizi (sopraelevazioni, verande trasformate in stanze, locali allargati), i cambi di destinazione d'uso e altre forme di utilizzo del territorio anche senza cemento, come i depositi a cielo aperto.

Dopo anni di denunce inascoltate, per richiamare l'attenzione sull'Appia, la direttrice Rita Paris ha deciso di promuovere un inedito festival intitolato «Dal tramonto all'Appia». Tre serate di eventi gratuiti - mostre, concerti di musica classica, inaugurazione della chiesa medievale di San Nicola, visite guidate, proiezioni, degustazioni gastronomiche - per far conoscere l'Appia, con le sue contraddizioni.

«Nonostante questo territorio sia pieno di ferite aperte, si può fare tanto», spiega la Paris. E così nell'ultimo weekend migliaia di persone hanno potuto «percepire l'idea della bellezza e dei problemi dell'Appia, con eventi culturali diversi da quelli che si trovano in città. Un successo strepitoso».

La storia dell'Appia è tormentata. La prima proposta di realizzare un Museo all'aperto risale al 1809. La prima legge di tutela al 1887. I primi restauri a metà Ottocento, con aree trasferite al Demanio: i monumenti erano tutti visibili e la strada richiamava migliaia di visitatori stranieri, con una media di sessanta carrozze al giorno.

Il piano regolatore del 1931 stabiliva una fascia di rispetto edilizio di 150 metri dalla strada e, per i palazzi più lontani, norme su altezze e materiali. Limiti flebili e mai rispettati, tanto che il piano del 1967, dopo la campagna giornalistica di Antonio Cederna seguita da un manifesto di quindici intellettuali tra cui Brancati, Silone, Moravia e Alvaro, dispose l'inedificabilità e l'acquisizione al patrimonio pubblico di tutta la zona.

Ma oggi solo 200 ettari su 3800 sono pubblici. Comune e Regione hanno condonato gli abusi, incoraggiandone altri. L'ultimo è stato scoperto due settimane fa: uno sbancamento di mille metri quadri per 3 di altezza per realizzare un piazzale (forse un deposito) a due passi dal mausoleo di Cecilia Metella. La soprintendenza denuncia invano.

I guardaparco sono solo 15 in tutta l'area. Monumenti importanti sono abbandonati, rinchiusi in recinti di ville come gazebo per picnic o trasformati impunemente in pertinenze residenziali. Basterebbero pochi milioni di euro per salvare e restaurare importanti monumenti. La soprintendenza fa quel che può, con gli spiccioli cerca di salvare il salvabile.

E poi il traffico: nessuna disposizione né limitazione: il prezioso basolato trattato come l'asfalto di una superstrada. Le auto costringono i malcapitati turisti a schiacciarsi contro il muro delle catacombe di San Callisto per evitare di essere investiti.

Ma la colpa è degli antichi romani che non avevano pensato ai marciapiedi...

L’Appia Antica si prende la sua “notte bianca”, e lo fa con l’orgoglio di signora millenaria capace ancora di sedurre il viaggiatore svelando tesori sconosciuti. Venerdì prossimo aprirà, infatti, la chiesa medievale di San Nicola dopo un restauro di due anni condotto dalla soprintendenza ai beni archeologici di Roma. Tra i gioielli di famiglia della Regina Viarum, il monumento consacrato nel 1303 come parrocchia del Castello Caetani, di fronte al mausoleo di Cecilia Metella, spicca per essere una perla rara, l’unico esempio di architettura gotico cistercense di Roma. Fatta erigere da Bonifacio VIII, caratterizzata dall’originale facciata con il campanile “a vela”, è caduta nell’oblio dell’abbandono fin dal ‘500. E la sua inaugurazione diventa il fiore all’occhiello del festival “Dal tramonto all’Appia”, curato dalla direttrice dell’Appia Rita Paris, tre “notti bianche” dal 6 all’8 luglio, per godersi con lentezza un patrimonio di storia con un programma gratuito di musica live, mostre, videoproiezioni, performance, incontri, visite guidate e viaggi del gusto, dalle 18 a mezzanotte. Un evento nato in stretta collaborazione con la Pierrecicodess, oggi cooperativa Culture.

«San Nicola era una spina nel fianco — dice la Paris — già alla fine dell’800 le carte d’archivio denunciavano lo stato di degrado della chiesa e si decideva di murare la porta d’ingresso per dare stabilità alla facciata». A distanza di oltre un secolo, il portale è stato smurato e la visita regala un’atmosfera romantica col vuoto lasciato dalla copertura crollata nel tempo. Il restauro curato dalla Paris e da Maria Grazia Filetici ha consolidato la struttura muraria della navata unica, con la grande abside semicircolare e la parata di sei finestre per lato, impreziosite da cornici trilobate di marmo bianco, e messo in sicurezza il raffinato sistema dei peducci in peperino a forma di calice decorato con foglie su cui un tempo poggiavano gli archi acuti che sostenevano il tetto. La chiesa entra ora a far parte permanente del circuito di visita del mausoleo di Cecilia Metella con unico biglietto e stessi orari.

Prologo (venerdì alle 18) dei giorni di feste notturne è la mostra «Marmo, latte e Biancospino» a Capo di Bove dove il vissuto dell’Appia e dell’Agro romano viene raccontato da 37 fotografie degli anni ‘50 e ‘60 uscite dall’archivio Cederna e dalla Peer Gallery, che si chiude con uno scatto di scena de “La Ricotta” con Pier Paolo Pasolini e Orson Welles nel parco della Caffarella, set del film che verrà proiettato. “Memorie di luce della via Appia” saranno proiettate sul mausoleo di Cecilia Metella, mentre concerti jazz e classica animeranno il sagrato di San Nicola, a partire da Enzo Pietropaoli (21.30), fino a degustazioni lungo la strada. Tra le curiosità, l’incontro con Luca Spaghetti, autore di “Un romano per amico”, e la presentazione del film “Via (Elegia dell’Appia)” prodotto dalla Soprintendenza.

Info: www.archeoroma.beniculturali.it

Un abuso edilizio in piena regola nel cuore dell’Appia Antica e a due passi dal mausoleo di Cecilia Metella. La “bonifica”, così chiamata dal proprietario dell’ettaro protetto da vincoli paesaggistici e ambientali, consiste in uno sbancamento lungo 25 metri eseguito con delle ruspe. Lo spazio era destinato a un piano carrabile, forse per realizzarvi un deposito o un parcheggio. Sul posto è intervenuta la soprintendenza ai Beni archeologici, che ha bloccato le ruspe, sequestrato il terreno e denunciato il proprietario. Ma le difficoltà continuano: gli addetti al controllo sono solo 15 e gli abusi sono sempre più frequenti.

«STO facendo la bonifica del terreno». È questa la giustificazione che B. C. ha dato ieri mattina ai due guardiaparco dell’Appia Antica che si sono presentati nel suo terreno, alle spalle del “Castrum Caetani”. Con la particolarità che la presunta “bonifica” consisteva in uno sbancamento lungo 25 metri, largo 40 e alto oltre tre, eseguito con fior di ruspe, messo in atto abusivamente per livellare un’antica collina e realizzare un piano carrabile, forse per un’attività commerciale legata a un parcheggio o a un deposito di mezzi pesanti.

Un abuso edilizio che si stava consumando in un’area nascosta,

interclusa da altre proprietà delimitate da via del Pago Triopio, a soli sessanta metri dall’Appia Antica e dal suo straordinario mausoleo di Cecilia Metella. Un ettaro di terra privata sottoposta a tutti i vincoli previsti dalla legge italiana, da quello archeologico a quello ambientale e paesaggistico.

La segnalazione è arrivata ieri mattina presto alla soprintendenza ai Beni archeologici, che ha subito dato l’allarme al quartier generale dei guardiaparco, il corpo di polizia giudiziaria dell’ente regionale Parco Appia, che sono intervenuti bloccando le ruspe, sequestrando il terreno e denunciando il proprietario. «Ha livellato la collina e messo il pietrame che ha compresso e compattato il terreno per realizzare uno spazio carrabile — racconta il guardiaparco Guido Cubeddu — Un intervento che fa pensare ad una probabile attività commerciale di parcheggio o deposito di materiali dove comunque mezzi pesanti possano fare manovra ». Si tratta di un personaggio non nuovo per i guardiaparco, che ha collezionato segnalazioni e denunce a partire dal 2004, quando un incendio scoppiò nella sua proprietà distruggendo buona parte della vegetazione. Quell’episodio fu seguito da altri sbancamenti nel 2005 e nel 2010, sempre più vicini all’Appia Antica: «È partito da 300 metri di distanza, e oggi è arrivato a 60», commenta Cubeddu.

«Siamo di fronte ad un continuo tentativo di commettere reati a danno del patrimonio archeologico e paesaggistico — denuncia la direttrice dell’Appia Antica, Rita Paris — Questo sbancamento ha distrutto non solo un lembo di macchia mediterranea, ma anche un prezioso strato della storica colata lavica di Capo di Bove, alla base originaria dell’Appia, di cui oggi solo un piccolo tratto è stato musealizzato nel complesso di Cecilia Metella. È una ferita che fa male ad un monumento come l’Appia, di cui cerchiamo con fatica ogni giorno di salvaguardare storia e bellezza».

Ma a fronte del tempestivo blitz di ieri, il corpo dei guardiaparco soffre i tagli delle risorse: «Abbiamo 15 addetti per tutta l’area, un territorio difficile dove l’abusivismo è una delle note dolenti — dichiara il presidente dell’ente regionale Parco Appia, Federico Berardi — Per il futuro, nonostante la Regione Lazio risenta di una crisi generale, auspichiamo di poter avere qualche unità in più. Ma anche ora, nel-l’attività di contrasto all’illegalità, l’ente non abbassa mai la guardia. E l’operazione di oggi ne è un segno».

Si chiama Lara, il suo nome è scritto in argento e nero, chi ha voluto omaggiarla ha scelto un luogo nobilissimo: il sepolcro a Piramide sull'Appia Antica, tomba che potrebbe essere riferita alla gens Quintilia. Lì, alla base del monumento funerario, qualcuno ha disegnato lo scarabocchio: sarebbe una firma da writer sul muro di un palazzo, sul monumento è solo una deturpazione. «Una delle tante, così numerose che non riusciamo neanche a tenerle tutte sotto controllo», racconta Rita Paris, direttore dell'Appia Antica per la soprintendenza speciale ai beni archeologici. La strada continua ad essere, soprattutto nella prima parte fino alla tenuta di Capo di Bove, uno splendido monumento a cielo aperto. Ma percorrendola tutta si scopre che, ogni giorno, la Regina Viarum combatte una battaglia ardua contro degrado e abbandono. Una quantità enorme di sacchi pieni di spazzatura sono abbandonati a ridosso di un antico muretto . «Quello che a qualcuno è sembrato un luogo dove poggiare immondizia è l'ustrino - spiega Bartolomeo Mazzotta, archeologo della Soprintendenza -, il luogo dove si facevano i fuochi funerari, ovvero le cremazioni nel periodo tardo repubblicano». Siamo poco lontano dai tumuli degli Grazi e dei Curiazi, un luogo leggendario per la storia di Roma, forse quel muretto ha accolto qualche caduto della storica battaglia. La passeggiata continua, l'Appia è più selvaggia, ci sono meno ville, la sensazione di camminare in un luogo prezioso aumenta, ci sono le statue funerarie e, sotto, ci sono ancora i tronchi abbattuti dalla nevicata del 3 febbraio.

Arrivati a Casal Rotondo, lo sguardo si ferma sul mausoleo di Cotta: una quinta scenografica curva costruita dai restauratori nell'800, dove sono apposti frammenti del vicino monumento. Ma ci sono tanti vuoti tra un reperto e l'altro: furti di maschere funerarie ed incisioni. «Tutte queste ruberie sono avvenute negli anni - continua Paris - perché non si è ancora capito che l'Appia Antica è bene comune da proteggere davvero, altrimenti gli atti di vandalismo e i furti continueranno. E un posto speciale, che merita un provvedimento normativo speciale, così come è accaduto in passato». Allora i ministri venivano a passeggiare sull'Appia Antica per verificare l'opera del grande restauratore Canina, «sessanta carrozze al giorno dal novembre a giugno nel i868», narrano le cronache del tempo. Ora invece ben altri frequentatori si muovono tra il tempio di Ercole e la tomba di Galieno: giovani prostituti e uomini alla ricerca di incontri, che avvengono all'interno di sepolcri dell'età augustea. Una cella funeraria molto ben conservata ospita tra l'immondizia amori occasionali: basta entrare nel cunicolo, ignorare odori, materassi sporchi e altre bruttezze per osservare il soffitto, le nicchie che ospitavano defunti. «E realizzata in opus reticolato, potrebbe essere di eta augustea», spiega Mazzotta. Più in là c'è un gesso di Padre Pio: il santo è stato incollato dentro un antico sepolcro.

La Ztl speciale dell'Appia Antica

Maria Rosaria Spadaccino – 6 marzo 2012

Cominciano i lavori per il restauro del basolato romano sull'Appia Antica, all'altezza del Forte Appio. «Con l'apertura del cantiere - spiega Rita Paris, della soprintendenza speciale per i beni archeologici- bisogna proteggere definitivamente la strada da macchine e vandali. In accordo con residenti si deve pensare ad una sbarra, a telecamere o ad una soluzione come la Ztl. La via deve tornare ad essere un monumento». Per Andrea Catarci, presidente del XI municipio, «il progetto è assolutamente condivisibile».

Sta per rifarsi bella l'Appia Antica: giovedì iniziano i lavori di restauro del basolato romano all'altezza del Forte appio. Un cantiere, della soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, che fa tornare l'attenzione su uno dei comprensori archeologici più importanti del mondo.

«Un'area che continua ad essere violata - spiega Rita Paris, direttrice dell'Appia Antica per la soprintendenza - per questo stiamo pensando di proteggerla in maniera definitiva come merita un grande monumento. Dobbiamo solo studiare il modo più adatto alla fruizione della strada da parte di residenti e turisti». Si pensa ad una sbarra con citofono, a telecamere, o ad una disciplina simile a quella della Ztl che regola il centro di Roma. La chiusura partirebbe dal civico 195 fino a via delle Capanne di Marino, circa 7 chilometri di demanio statale.

«Bisogna che torni la coscienza che l'Appia è un monumento. Lo Stato ha lavorato negli anni passati ad una poderosa opera di valorizzazione delle scoperte archeologiche - spiega Paris - così sono tornati a tutti noi complessi come Cecilia Metella, il palazzo dei Quintili e Capo di Bove. Ma tutto questo deve anche essere tutelato». I basoli, lastroni di pietra lavica con cui venne realizzata la strada, scoperti con i lavori del Giubileo del 2000 necessitano ormai di un intervento: sono mal posizionati, sconnessi. Il traffico continuo li sta danneggiando, basta camminarci sopra per notare che oscillano, sono malridotti e poco lontano da loro ineleganti cestini per la raccolta dell'immondizia deturpano la bellezza del luogo.

Le opere di restauro per questo cantiere finanziato dalla soprintendenza costano 350mila euro. È una goccia per uno dei comprensori archeologici più grandi del mondo: 80 ettari in consegna allo stato che deve occuparsi della valorizzazione e della tutela.

«Sarebbe utile pensare ad un consorzio di tutte le parti coinvolte - commenta Paris - la soprintendenza non farà nulla che limiti la libertà dei residenti, possiamo anche pensare ad una chiusura a tratti, lasciando aperte le strade di passaggio. La via deve esser viva e fruibile, ma questo nuovo cantiere di restauro non può diventare come la tela di Penelope».

E intanto proprio ieri è arrivato un altro allarme che riguarda la Regina Viarum: la chiusura domenicale (l'unica prevista da un'ordinanza comunale) da parte dei vigili urbani non è più garantita. «I tagli all'organico - spiega Andrea Catarci, presidente dell'XI municipio - rendono impossibile la chiusura domenicale al traffico privato».

E se a questo si aggiunge che non esiste più la navetta che portava sull'Appia Antica da piazzale Numa Pompilio si comprende quanta poca cura sia riservata alla strada. «Il progetto della chiusura della via per garantirne la tutela è assolutamente condivisibile - commenta Catarci - bisogna assolutamente trovare il modo per proteggere un tale patrimonio».

La manutenzione e l’abitudine alla bellezza

Rosario Salamone – 7 marzo 2012

Succede sempre così, della bellezza in cui vivi te ne accorgi quando qualcuno te la vuole sottrarre. La questione è che a Roma la bellezza si è stratificata nel tempo con un provvidenziale disordine, tra demolizioni maldestre e sopravvivenze miracolose. Così il lascito architettonico e archeologico che ci sta davanti agli occhi, quello che funziona per il mondo come una calamita universale, ha, per certi versi, mitridatizzato i romani. L'abitudine a ingerire quotidiane piccole dosi di bellezza sembra un che di dovuto, di naturale. Percepiamo la luce, l'ombra delle piazze, echi materiali di tanta eternità, però la manutenzione, il decoro del patrimonio, sembrano usciti dalle cure quotidiane della politica e dei cittadini.

La notizia dell'avvio del restauro di un tratto dell'Appia Antica è di quelle che bucano l'aria come un jet che rompe il muro del suono. L'idea lineare della salvaguardia di un patrimonio viario, con tutti i manufatti che ne fanno sponda, ha un valore aggiunto in sé. Significa rimettersi in cammino, come Città, come Paese. A piedi, con le salmerie essenziali del tempo di crisi che stiamo vivendo, fa sempre bene. Mettere bene i piedi in terra, nella città che ha insegnato a tutti l'arte di costruire le strade, come disse Raymond Chevallier, osservando la forza dei basalti, le lastre di lava resistente e duratura, a cui si ispirarono gli ingegneri romani vedendo la colata che si spingeva fino a Capo di Bove. La bellezza sovrumana dei pini e dei cipressi, gli alberi «pizzuti» che svettano nell'aria tanto quanto le loro radici perpendicolari che evitano di svellere le tombe, giù in basso (katà kumbas). Ottorino Respighi dedicò un poema sinfonico agli alberi così tipici del paesaggio della capitale, «I pini di Roma». In uno dei movimenti strinse un'alleanza tra le ombre architettoniche di una catacomba e l'ombra odorosa degli alberi, perché la Roma delle vie consolari è un mescolarsi continuo di presenze da vivere nella scenografia della bellezza e rimando storico assiduo.

Da chi ha il compito istituzionale di tutelare opere e paesaggi, in questo caso Rita Paris, dobbiamo attenderci lavoro, coraggio e un certo gusto per l'andare in controtendenza. Il senso dello Stato, l'attaccamento alle istituzioni, si coltivano attraverso lo studio e la messa in cantiere di azioni volte a salvaguardare i beni della civiltà di cui siamo testimoni ed eredi. Se la casa di famiglia - la famiglia è la collettività - si sta coprendo di ortiche e le travi scricchiolano, occorre mettere mano al restauro, presto e bene. Work in progress. Lavori in corso: curare il passato è l'essenza del presente e del futuro.

«Sono monumenti noti e la valutazione è positiva, ma ormai la trattativa è ferma - dichiara la direttrice dell’Appia Rita Paris - Da oltre un anno i proprietari si sono aperti alla vendita. Hanno scritto più volte al ministero, ma non ci sono stati riscontri».

Ora la preoccupazione è perderli del tutto: «Nel caso del mausoleo degli Equinozi, i Passarelli venderebbero alla Soprintendenza il monumento con un terreno e un casalino che potrebbe essere riconvertito in punto servizi. Ma di fronte all’arenarsi della trattativa, il rischio è che vendano ad altri l’intera proprietà».

Eppure per entrambi i monumenti, vincolati da anni, si stimerebbe un valore d’acquisto entro il milione. Non che il ministero trascuri del tutto l’Appia, che nell’ambito della gestione commissariale ha ricevuto 3,4 milioni per quattro interventi, tra cui il restauro di Santa Maria Nova dove a primavera 2013 aprirà il grande centro d’accoglienza turistica; inoltre, da domani parte il restauro del tratto antico del IV Miglio.

Ma sul destino della Regina Viarum mancano svolte decisive, come dimostra la mancata definizione del Parco archeologico.

A giugno, l’allora ministro Galan aveva preso l’impegno di istituirlo.

«Ma da allora non c’è stata nessuna svolta, e manca ancora una legge speciale che riconosca l’Appia come unico museo archeologico all´aperto, non solo come un parco regionale», lamenta Paris.

Un piccolo traguardo l’Appia l’ha portato a casa, con la delibera sulla delocalizzazione delle attività abusive. «Sono zone in cui gli abusi non sono stati mai perseguiti - commenta la Paris - Dire, però, che l’Appia torna ai cittadini è esagerato».

Nonostante l’opposizione di associazioni ambientaliste, anche nazionali, sembra ormai difficile scongiurare la costruzione di una superstrada di oltre tre chilometri, che nel suburbio meridionale cancellerà uno degli ultimi lembi della campagna romana. Le sue quattro corsie richiederanno sbancamenti, rilevati di terra, un viadotto e una galleria in aree d’interesse naturalistico, provocando sensibili alterazioni ambientali.

La stampa se n’è già occupata; ha illustrato il progetto, ha svelato le mire speculative che sono all’origine della dispendiosa opera pubblica, ed ha illustrato i danni che deriverebbero dalla sua attuazione. La questione fu posta inizialmente per la tutela di una vallicella, bellissima e rigogliosa, nota come Fosso della Cecchignola, che doveva essere devastata per realizzare il collegamento stradale con il Colle della Strega, allora destinato all’edificazione. In realtà l’area interessata è molto più vasta, e comprende ampi spazi verdi adiacenti al parco della via Appia. Per risolvere i problemi del traffico sarebbe più che sufficiente l’adeguamento della viabilità esistente, ma i pesanti programmi di urbanizzazione di suoli ancora intatti richiedono evidentemente la realizzazione della nuova arteria stradale; richiedono il sacrificio della parte più delicata e angusta del canalone, ove non più largo di 120 metri attraversa l’abitato.

In questo caso la sconfitta della tutela ambientale e della decenza urbana non comporta solo il consueto danno territoriale inferto dalla speculazione. La perdita è ben maggiore. Si vanifica infatti la possibilità di adottare una nuova strategia per la riqualificazione del suburbio romano. L’opportunità è offerta dal parco regionale dell´Appia, il cui ampliamento su aree non costruite nel contesto urbano consentirebbe fin d’ora di applicare anche qui nuovi criteri di protezione dei suoli, di recupero dei caratteri naturali, di conservazione del paesaggio e di tutela delle attività tradizionali. A questo si stava arrivando nel 2005 con una proposta di legge approvata dalla giunta regionale per l’inserimento nel parco dell’Appia di circa 1.500 ettari di territorio appartenente ai comuni di Roma, Ciampino e Marino. Il provvedimento avrebbe dovuto proteggere tra l’altro comprensori di grande valore naturale e archeologico a Marino, esposti alla realizzazione di disinvolti programmi edilizi; avrebbe dovuto inoltre includere nel parco il tratto urbano della via Appia, tra Porta Capena (presso il Circo Massimo) e Porta San Sebastiano. Debolezze e opportunismi dilazionarono ad arte l’approvazione della legge da parte del Consiglio regionale, il cui scioglimento ne comportò il definitivo abbandono.

I parchi regionali sono istituzioni di formazione recente, ove si stanno acquisendo importanti esperienze nella protezione dei valori naturalistici e ambientali; svolgono funzioni analoghe a quelle esercitate dalle soprintendenze per la difesa e la cura dei monumenti, dei suoli archeologici e del paesaggio. Come tutte le istituzioni preposte alla tutela di interessi pubblici anche i parchi regionali si trovano ora in condizioni di particolare debolezza, e sono esposti al rischio del totale esautoramento. Se riusciranno a superare le difficoltà del momento è da sperare che vengano loro riconosciute maggiori e più estese competenze per la difesa dei caratteri naturali e degli aspetti ambientali anche all´interno delle città.

I disastri vieppiù frequentemente causati dal cattivo uso del suolo dovrebbero riproporre con ogni urgenza la questione della tutela ambientale. Il Fosso della Cecchignola ha egregiamente svolto la sua funzione di drenaggio nel corso delle recenti alluvioni: cancellarlo sarebbe un insopportabile segno di cedimento a fronte di interessi particolari. Si sostiene, al Comune, che la procedura amministrativa per la costruzione della strada sia ormai troppo avanzata per fare marcia indietro. Chi può crederlo?

Postilla

Che la costruzione della superstrada abbia scopi puramente speculativi è fuor di dubbio. E che questa ennesima devastazione all’Agro romano sia gravissima è altrettanto evidente.

Meno efficaci ci sembrano gli strumenti invocati a difesa, almeno per quello che raccontano le cronache di questi anni.

E’ vero che sul destino dei parchi regionali è in corso una battaglia poco chiara, ma è altrettanto vero che la loro azione non è stata esente da criticità: perchè diventino istituzioni in grado di operare con incisività per una salvaguardia integrale dei territori e in piena collaborazione con le altre istituzioni di tutela, occorre forse ripensare a taluni meccanismi che ne hanno ostacolato, anche pesantemente, l’operato.

E’ forse il momento giusto per interrogarsi su quello che non ha funzionato, sulle cause e sulle soluzioni possibili: eddyburg invita a farlo tutti coloro che hanno a cuore il destino di territori straordinari e fragilissimi. (m.p.g.)

Ogni volta che, venendo dalla porta di San Sebastiano, torno sull'Appia antica, nel silenzio del Circo di Massenzio o alla solenne Villa dei Quintili, penso che nessun luogo rappresenti meglio la storia remota e pur così immanente di Roma. Le sorprese sono continue, come la colata lavica di 260 mila anni fa, accanto al mausoleo di Cecilia Metella, o le terme con vasche e leggiadri mosaici a Capo di Bove dove ora c'e l'archivio di Antonio Cederna, paladino della difesa del patrimonio artistico, storico e paesaggistico italiano. Ogni tanto lo accompagnavo sull'Appia a verificare lo stato delle cose. Un giorno ci imbucammo a un fastoso matrimonio per rivedere la chiesa di Sant'Urbano, allora proprietà di un boss (della banda della Marranella, si seppe poi). Fummo buttati fuori dai bodyguard. Confiscata, la chiesa è stata data al Comune. Per assegnarla al Parco dell'Appia antica? No, al Vicariato. E proprio da Capo di Bove, in modo agguerrito e competente, il "direttore archeologo" Rita Paris guida l'ardua tutela di 3.000 ettari del Parco, dove l'abuso non si ferma mai.

DETERMINAZIONE E FORMAZIONE SUL CAMPO -

Pensare che, quando Adriano La Regina mi propose questa direzione, rimasi sconcertata. Ero una "da museo"-. E sul volto ostinato le ridono gli occhi azzurri. Una vocazione all'arte, la sua, che non ha radici famigliari (la determinazione positiva sì, viste le origini abruzzesi), ma scolastiche: una brava insegnante di storia dell'arte che la porta alla casa di Livia sul Palatino. Poi maestri come Antonio Giuliano e Carlo Gasparri col quale si laurea. Nel 1980 è già nell'amministrazione. vincitrice di concorso. -Lavoro con Adriano La Regina all'attuazione della legge Biasini per l'archeologia romana. Una formazione sul campo entusiasmante-. Quando parla della catalogazione. -ho l'angoscia dei dati che si perdono-. sento l'eco di certi severi soprintendenti d'antan. Ha anche la chance di lavorare, sia pure con finanziamenti a goccia, al nuovo Museo Nazionale all'ex Collegio Massimo, davanti a quello storico delle Terme di Diocleziano. Ricorda: -Esponemmo, straziati, gli affreschi e mosaici di quanto era stato scavato e poi distrutto nella zona di Termini, per la metropolitana. Come in Ronui di Fellini, dove alcuni sbalorditivi affreschi romani compaiono davanti alla "talpa" che scava e in un lampo si dissolvono-.

PER UN'ARCHEOLOGIA PIÙ FRUIBILE -

All'Appia antica-, racconta ancora, -trovai tanti vincoli archeologici dormienti. Quello paesaggistico del 1953. frutto della campagna di Antonio Cederna, totalmente disatteso. Chiusa Cecilia Metella. Il hasolato romano sepolto da strati d'asfalto. La Villa dei Quintili? Ruderi affascinanti-. Coi fondi del Giubileo, tante cose sono cambiate in meglio, radicalmente. Grazie a Rita Paris questi complessi monumentali sono stati recuperati e aperti al pubblico. -Ora vorrei creare delle "stazioni" di sosta per i visitatori-. Nel 2005 Adriano La Regina. sovrintendente ai Beni Culturali e Artistici di Roma. la sorprende con un'altra richiesta: tornare all'ex Collegio Massimo per dirigere il museo dov'è cresciuta. -Ci davamo ancora del lei. mi comunicò la cosa per fax... Chiesi emozionata se dovevo lasciare l'Appia. "Non è il momento di lasciare niente". mi rispose secco-. Le collezioni di quel museo sono fra le più belle, le dico, ma. specie le statue, mi paiono esposte in modo freddo. -Penso che il Museo debba comunicare di più col pubblico-, risponde. -Ci vogliono più colori, più movimento, la luce biodinamica che cambia a seconda delle ore, e poi più supporti didattici, brevi e leggibili-. L'ultimo piano dell'ex Collegio Massimo è dedicato agli affreschi e ai mosaici delle ville romane, di una bellezza "da sturbo" si dice a Roma. Affascinanti soprattutto gli affreschi della villa di Livia a Malborghetto: piante, fiori. frutta, uccelli. Da qualche mese si è aggiunto il completo riallestimento dei cubicula della Famesina romana. che ora si possono vedere e capire appieno. Troppo raffinati questi affreschi, diceva Vitruvio. Oggi godibilissimi. Ma che fatica riproporli. L'archeologia romana è ancora commissariata per l'emergenza. Basterebbe dare fiducia ad archeologi seri, organizzati, tosti come Rita Paris. Nota a margine: lo stipendio di questi funzionari, con incarico da direttore. è di 1.700 euro mensili, più 7 curo per buoni pasto. o buoni digiuno.

Sulle orme di Goethe che s’incantava al cospetto della grandiosità antica immersa nella campagna romana, o di Piranesi che ritraeva la monumentalità sublime di cisterne, torri e tumuli leggendari. Finalmente si possono riscoprire da vicino i tesori dell’Appia Antica nel modo più congeniale, secondo quello spirito romantico da Grand Tour: passeggiando. Inaugura domani la rassegna “Appiappiedi”, promossa dalla Soprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma e organizzata dalla società PierreciCodess, che propone un trekking archeologico guidato di circa due ore e mezza, che dalla Villa dei Quintili arriva alla Villa di Capo di Bove, attraversando passaggi inediti, e visitando aree di scavo. Appuntamento che replicherà per altre cinque domeniche, il 18 e 25 settembre, il 2, 9 e 16 ottobre. «La novità dell’iniziativa è che stavolta il visitatore può cogliere il senso complessivo dell’Appia nei secoli, col suo sistema di ville e monumenti funerari che si scoprono strada facendo sotto la guida dell’archeologo — racconta la direttrice Rita Paris — dal monumento al centro di recenti scavi e indagini, alle iscrizioni che erano il segno del defunto ma anche un modo di comunicare col viaggiatore dell’epoca. Fino a cogliere i fatti più recenti, l’assetto che ha ricevuto alla metà dell’800 coi restauri del Canina, e le ville dei privati scelte come residenza di lusso negli anni ‘50 e ‘60 del Novecento. Insomma, è l’occasione per raccontare tante storie sconosciute».

I momenti più suggestivi, li regala la Villa dei fratelli consoli Quintili, su cui si abbattè l’avidità dell’imperatore Commodo che li fece uccidere per impossessarsi di quella meraviglia residenziale. Dal ninfeo fortificato si esce eccezionalmente sull’Appia al V miglio dove la leggera curvatura del rettifilo accarezza i mitici Tumuli degliOrazi e Curiazi e la misteriosa torre della tenuta di Santa Maria Nova. Seguendo la strada verso Roma, si incontrano i “monumentini” funerari e si arriva fino al Mausoleo di Cecilia Metella e al Castrum Caetani, antica dogana del Medioevo. «È l’occasione per scoprir eanche tante notizie sulla geologia dell’Appia, come la straordinaria colata vulcanica di Capo di Bove di 260 mila anni fa — raccontaParis — che ha prodotto una lingua di lava che termina a Cecilia Metella. Nei nostri recenti scavi abbiamo trovato il punto terminale della colata, scoprendo come dodici chilometri di strada siano stati costruiti utilizzando il sedile della colata lavica». E Rita Paris annuncia che sta per partire l’ultimo tratto di restauro tra IV e V miglio del basolato di origine lavica. Epilogo, Capo di Bove, sede dell’Archivio Cederna, con la bella mostra “La Via Appia. Laboratorio di mondi possibili tra ferite ancora aperte”. E qui si può godere il relax tra giardini e tavolini dove, chi vuole, può gustarsi la sua colazione al sacco. Villa dei Quintili, via Appia Nuova 1062, ore 10.30. Biglietto: 6 euro per la vista alla Villa e 10 euro per tour guidato. Per informazioni e prenotazionetel. 06-39967700.

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