loader
menu
© 2022 Eddyburg

«Dopo sessant’anni i "vandali" di Cederna esistono ancora. Hanno deciso di smantellare ogni resistenza, di spezzare il legame che univa i Musei ai territori. Sperare che il loro tentativo fallisca è lecito. Ma non basta. Bisogna fare di più». Il Fatto quotidiano online, blog "Ambiente e veleni", 11 febbraio 2016

“Mi vedo costretto a parlare di questioni delle quali in un Paese civile dovrebbe essere inutile anche soltanto accennare”, scriveva e diceva Antonio Cederna, consigliere nazionale di Italia Nostra, ma anche consigliere comunale a Roma e deputato, mentre si batteva perché Roma e l’agro intorno alla città non perdessero la loro identità, mentre denunciava gli sventramenti del centro storico di Roma, come anche di Lucca. Così le distruzioni di varie chiese a Milano. Più in generale le manomissioni diffuse del paesaggio.

Per lui, coraggioso oppositore di un’idea sbagliata e perdente di territorio, enunciata da molti attraverso reiterati attacchi a luoghi e spazi del Paese, non è mai esistita una contrapposizione tra un presente da respingere ed un passato da conservare. Per lui,strenuo paladino dell’equilibrio tra habitat naturale e architetture umane, la via da seguire era proprio quella. Non alterare equilibri storicizzati. Non infrangere legami che il tempo aveva consolidato. Fino a fonderli indissolubilmente. Quasi, indissolubilmente. Non si trattava di salvare un monumento. E neppure un più articolato complesso.

Per Cederna la questione era più grande. Più complessa. In gioco non c’era “soltanto” la salvaguardia di una struttura, ma ben altro. Senza la tutela anche dell’intorno, si sarebbe trattato di una vittoria a metà. Di una sconfitta parziale. Il risultato? Un nuovo recinto nel quale ammirare l’ennesimo monumento, ridotto a fossile. Privato della sua restante vitalità. Per questo e per molto altro Cederna ha illuminato la seconda metà del Novecento. Proprio per questa sua visione del Paesaggio. Modernamente volta non solo a conservare, ma a costruire con il riutilizzo di parti esistenti. Insomma non sembri fuori luogo parlare di Antonio Cederna come di uno dei migliori architetti del paesaggio italiano. Uno dei luoghi sui quali sperimentò queste sue doti fino a quasi ad identificarsi con essa è stata senz’altro la via Appia.

“Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti … la via Appia era intoccabile come l’Acropoli di Atene”. Scriveva così l’ “appiomane”, come si definiva, Antonio Cederna nel settembre del 1953 sulle colonne de Il Mondo ne “I gangster dell’Appia”. Quindi per Cederna l’Appia antica avrebbe dovuta essere intoccabile, come l’acropoli di Atene. Nella realtà non lo era. Ha continuato a non esserlo. Nuove grandiose ville affacciate sul tracciato antico hanno cannibalizzato strutture antiche e medievali di ogni tipo. Hanno stravolto l’aspetto tradizionale per adeguarlo alle nuove esigenze. Ma senza Cederna e senza chi in questi ultimi venti anni ha combattuto contro il dilagare dell’abusivismo e dell’arroganza, probabilmente rimarrebbe molto meno. Di certo sarebbe diventato più sfumato il ruolo dello Stato come garante della legalità. Per ricordare Cederna, per ribadire quanto il Paesaggio sia elemento imprescindibile della nostra storia, l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha organizzato per sabato 13 febbraio, a partire dalle ore 10.00, “Sulle orme di Antonio Cederna lungo la via Appia”, una camminata guidata da Rita Paris.

“La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro Paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti”, scriveva nel Cederna 1961. Forse il problema è anche questo. Che “i pochi privilegiati onnipotenti” hanno rinsaldato le fila, si sono moltiplicati. Che i nemici di ieri, oggi hanno deciso di mettere mano anche all’architettura istituzionale che avrebbe dovuto garantire la tutela del Paesaggio. Le diverse Riforme dell’organizzazione del Mibact, l’estrema valorizzazione-commercializzazione del Patrimonio e la sostituzione ufficiale dei professionisti dei Beni culturali con i volontari non sono elementi accessori. Senza alcun legame con la camminata sull’Appia e con altri incontri che si stanno organizzando in giro per l’Italia. La preoccupazione è che monumenti, siti archeologici, palazzi storici e musei debbano diventare soltanto un business. Nient’altro che un bancomat.
Pubblicità

Uno dei libri più celebri di Cederna, pubblicato nel 1956, s’intitolava, “I vandali in casa”. Per Cederna i “vandali” all’opera nell’Italia della ricostruzione postbellica erano: “Proprietari e mercanti di terreni,speculatori di aree fabbricabili, imprese edilizie, società immobiliari industriali commerciali, privati affaristi chierici e laici, architetti e ingegneri senza dignità professionale,urbanisti sventratori, autorità statali e comunali impotenti o vendute” e altri ancora.

A distanza di quasi sessant’anni i vandali descritti da Cederna esistono ancora. Sappiamo che stanno tentando di far danni non su un singolo monumento. Su un’area archeologica. Su un parco o una pineta litoranea. Molto peggio. Hanno deciso di eliminare nella sostanza i controlli esautorando gli enti preposti a questo. Hanno deciso di smantellare quel che oppone resistenza. Hanno deciso di spezzare il legame che univa i Musei ai territori. Sperare che il loro tentativo fallisca è lecito. Ma non basta. Bisogna fare qualcosa di più

Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2014 (m.p.g.)
Sulla Via Appia Antica. E da nessun'altra parte: solo camminando su questa lunga, struggente ferita – che ancora potrebbe unire, scorrendo in un verde ininterrotto, il Colosseo ai Castelli Romani – si può davvero capire cos'è il patrimonio culturale italiano. Qui tutti i frammenti della magnificenza antica – quelli che nei musei archeologici annoiano inconfessabilmente anche gli addetti ai lavori – prendono senso e vita: si animano in un contesto, in un tessuto che si fonde col verde e col cielo.E non è un caso: nel 1824 fu il grande architetto Giuseppe Valadier a voler ricomporre ai lati della strada tutto ciò che giaceva a terra. Invece che «confonderli tra i moltissimi esistenti nei musei e nei loro magazzini». Valadier, e poi Luigi Canina, avevano negli occhi le incisioni visionarie con cui Piranesi aveva reinventato l'Appia, e collegando il sogno alla realtà riuscirono a lasciarci un corpo vivo.

Un corpo che dobbiamo ad ogni costo tramandare a chi verrà dopo di noi. Non è un'impresa impossibile, basterebbe volerlo: proprio sull'Appia vedi perché lo Stato riesce a mettere a segno alcuni strepitosi successi, e anche perché quello stesso Stato sembra far di tutto per vanificarli. Sull'Appia incontri l'Italia: al suo peggio e al suo meglio.La regina viarum – la più importante e famosa strada dell'antichità – fu aperta nel 312 a. C. dal console Appio Claudio: allora collegava Roma a Capua, arrivando fino a Brindisi (porta verso la Grecia) nel 191 a. C. Una strada modernissima: a due corsie, pavimentata in modo da consentire ai carri la massima velocità. Una strada presto straordinariamente bella: a causa dell'enorme quantità di tombe monumentali, sculture, epigrafi cresciute ai suoi lati. Una strada in cui puoi letteralmente mettere i piedi sulle orme della storia: qua nel 37 a. C. viaggiarono insieme Orazio, Virgilio e Mecenate, da qua Carlo V volle entrare trionfalmente a Roma nel 1536, e come lui il generale Clark, liberatore americano di Roma nel 1944.

Oggi, sulle stesse pietre, incontri radi ciclisti stranieri, gli occhi spiritati e felici di chi guarda all'Appia come ad un incredibile incrocio tra Pompei, Spoon River e il Cammino di Santiago. Varcata la turrita Porta San Sebastiano, li vedi che fissano con curiosità una camionetta dell'esercito, ferma davanti al cosiddetto Arco di Druso. Sulle fiancate grigioverdi c'è scritto «Strade sicure»: ma non vegliano sulla sicurezza dell'Appia, non fermano i Suv che sfrecciano a clacson spiegato. No, fanno la guardia alla villa di qualcuno: forse a quella, vicinissima, dell'ex ministra della Giustizia Paola Severino. Una villa famosa per esser stata dimenticata nella dichiarazione dei redditi, e per essere stata blindata a spese pubbliche durante il mandato ministeriale. Ma, soprattutto, una villa che conserva uno degli importantissimi colombari (cioè antichi loculi cimiteriali) di Vigna Codini: un monumento di proprietà dello Stato a cui di fatto non riescono ad accedere non dico i cittadini (come pure vorrebbe la legge), ma nemmeno i funzionari della soprintendenza archeologica: per «ragioni di sicurezza». Certo non la sicurezza del patrimonio, quella prescritta dall'articolo 9 della Costituzione.

Le ville private: ecco il flagello dell'Appia Antica. Poco più avanti una parte delle Mura Aureliane è a terra: un mucchio di detriti transennati ricorda quanto sia letale il peso dei terrapieni su cui poggiano lussureggianti giardini privati e improbabili piscine hollywoodiane. È proprio contro gli abusivisti, «i gangsters dell'Appia», che ha lottato per tutta la vita Antonio Cederna: «L'Appia antica – scriveva nel 1954 – è diventata il luogo geometrico di tutta la cattiva architettura romana, la palestra per gli speculatori principianti, il banco di prova di tutte le più ordinarie e impunite illegalità. I ruderi sono scaduti a miserabili comparse, hanno perduto la loro grandezza, la loro meravigliosa cornice di deserto e di silenzio, immeschiniti, corrosi, spellati. Le stupende rovine della via Appia antica vengono chiusi tra sipari male intonacati, tra muriccioli e fino spinato, come animali esotici e pidocchiosi: statue e rilievi spezzati e trafugati, le iscrizioni usate come materiali da costruzione: la via Appia antica è diventata il canale di scolo dei nuovi quartieri, tagliata, sminuzzata, sventrata».

Immagini attualissime: ancora oggi la meraviglia dell'Appia è avvelenata da feste matrimoniali con gli ombrelloni piantati in cima a mausolei monumentali, da pacchianissime location per eventi difese dal filo spinato, da monumenti ridotti a spartitraffico per residenti che vogliono un accesso a doppia corsia. E non sono solo le ville: i frati di San Sebastiano aprono un punto di ristoro nel complesso monumentale (con sedie di plastica da stazione di periferia) senza nemmeno avvertire la Soprintendenza, e di fronte al Punto Informativo del Parco dell'Appia (un'istituzione regionale nata male, e dall'efficacia purtroppo quasi nulla) una schiera di cassonetti e un'autorimessa abusiva permettono di misurare il tasso di degrado e inconsapevolezza.

Un'inconsapevolezza che arriva fino al Campidoglio. Cadono le braccia quando si arriva alla Villa di Massenzio – di proprietà comunale – con le rovine del palazzo imperiale, del circo e del mausoleo del figlio Romolo che coronano una serie di dolcissime collinette verdi: un posto di sogno, ma sfigurato dalla mancanza di manutenzione, di cura, di amore. Un complesso che chiude anche d'estate alle quattro del pomeriggio, lasciando fuori tutti i romani che avrebbero il diritto di terminare in quella potenziale meraviglia le loro giornate di lavoro. Come stupirsi, se lo stesso Comune sposta l'itinerario dell'autobus 660, togliendo ai lavoratori e ai turisti l'unico mezzo pubblico per arrivare sull'Appia?

Ma poco dopo, quando ti avvicini al terzo miglio, ecco qualche timido segno di civiltà: la strada comincia ad essere discretamente scandita da bidoni dell'immondizia di ghisa, tinti di verde per mimetizzarsi nella vegetazione. Su tutti, lo stemma della Repubblica e una targhetta: «Soprintendenza archeologica speciale di Roma». Eccolo lo Stato, finalmente: nella concreta umiltà della pulizia.
E lo Stato, sull'Appia, ha il volto di Rita Paris. Se la battaglia per l'Appia è stata, nonostante tutto, vinta; se gli italiani della mia generazione possono ancora sapere cos'è la regina viarum, lo dobbiamo al destino per cui – nel 1996, proprio l'anno in cui Cederna si spense – la direzione dell'Appia toccò a questa archeologa, straordinariamente lucida e forte. Un'archeologa che – per uno stipendio che non raggiunge i 1800 euro al mese – porta ogni giorno sulle spalle il peso dell'Appia, oltre alla direzione del Museo Nazionale Romano.

È lei che ci accompagna dentro una tomba degna di un imperatore: il piccolo pantheon di Cecilia Metella, cinto di marmi e ornato di un fregio con tanti teschi di bue (da cui il nome con cui generazioni di romani hanno chiamato quel posto: Capo di Bove). In pieno Medioevo questa tomba risorse a nuova vita: le spuntarono i merli, e diventò il torrione del castello di Bonifacio VIII Caetani, il papa che Dante scaraventa all'inferno. Bonifacio vi volle anche una chiesa, e la fece costruire come quelle che aveva visto a Parigi: un incunabolo di gotico francese alle porte di Roma. Poi, un bel giorno del 1588 un altro cardinal Caetani, svenatosi per comprare la carica di Camerlengo, autorizzò due figuri a vendere a pezzi questo monumento straordinario. Se ce l'abbiamo ancora, è perché un pugno di magistrati capitolini, parlando a nome del popolo romano, ebbe il coraggio di ricordare al cardinale che «ancora eravamo obligati a farla manutenere et conservare», e che quella tomba si sarebbe potuta distruggere solo con un ordine espresso del papa: che non arrivò.

Oggi a resistere «nomine populi Romani» è proprio Rita Paris, che veglia su Capo di Bove contrastando con successo i nuovi Caetani. Nel 2002 ha fatto acquistare allo Stato una villa privata, e l'ha trasformata in un paradiso della conoscenza. Gli scavi condotti nel giardino hanno dimostrato che la villa sorge nel cuore della celebre tenuta del filosofo Erode Attico, precettore di Marco Aurelio: una scoperta eccezionale, con rinvenimenti di statue e iscrizioni che hanno destato interesse in tutto il mondo. Alla faccia di un noto archeologo accademico dei Lincei, che aveva sostenuto il contrario in un parere che si opponeva al vincolo chiesto dalla Paris: un parere commissionato e pagato dai proprietari di una villa vicina, assai proclivi all'abusivismo. Con un simbolo potentissimo, la villa è oggi la sede dell'archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia e consultabile anche online, e ospita una mostra permanente sulla storia della tutela dell'Appia, allestita con eleganza da museo svedese. Indimenticabile la grande mappa (realizzata dallo studio di Vezio De Lucia) che censisce e situa l'enorme quantità di edifici abusivi sorti sull'Appia: un milione e trecentomila metri cubi solo dopo il 1965, quando il piano regolatore di Roma decise, inutilmente, la 'tutela integrale' della strada.

Ma il capolavoro di Rita Paris e del suo eroico staff è l'apertura al pubblico, nel 2000, della maestosa, enorme Villa dei Quintili: un complesso poi continuamente migliorato, ora dotato di un piccolo, preziosissimo museo. Un luogo che è tornato ad essere un'oasi di verde, storia, pace e piacere, come ai tempi dell'impero romano: ma oggi a disposizione dei nuovi sovrani, i cittadini. Sempre nel 2000, usando i fondi del Giubileo, ecco un altro successo incredibile: la Soprintendenza ottiene di far interrare il tratto del Grande Raccordo Anulare che tagliava in due l'Appia, la quale così riconquista il suo tracciato. E non basta: nel 2006 lo Stato ha acquistato anche la tenuta di Santa Maria Nova, da pochi giorni inaugurata con una grande festa popolare: un luogo indimenticabile, dove sono emerse le terme in cui venivano a ricrearsi i pretoriani di Commodo, ornate di mosaici gremiti da gladiatori in combattimento. Insomma, Rita Paris ha immaginato e attuato una specie di dura e tenace bonifica, che lentamente restituisce al bene comune terra e storia strappate alla speculazione privata e all'illegalità.

All'incrocio con Via di Fioranello, un bel cartello ricorda a chi la imbocca da qua, che «la Via Appia Antica rappresenta in tutta la sua estensione un monumento storico, patrimonio di tutti. Hai l'obbligo di rispettarla e conservarla integra per le generazioni future». Di là dalla strada, finisce il tratto recuperato dalla Soprintendenza e inizia quello che corre verso Marino, che ancora aspetta di vedere riesumato il selciato e restaurati i monumenti. Per ora mancano i soldi, e così rimane un malinconico teatro di droga e prostituzione anche a mezzogiorno, in mezzo ai rifiuti abbandonati a terra. Bisognerebbe trovarli, quei soldi: ci vorrebbe un ministro per i Beni culturali degno di questo nome. O un mecenate illuminato: come il giapponese Yuzo Yagi, che proprio Rita Paris ha convinto a donare due milioni per il restauro della Piramide di Cestio.

Ma se i ministri e i mecenati veri sono rari, non manca chi vorrebbe mettere un cappello sulla bonifica ventennale attuata dalla Soprintendenza: una storia di successo che comincia a far gola. Autostrade per l'Italia ha appena presentato un progetto (dall'originale titolo «Operazione Grand Tour») che, in cambio di un'erogazione liberale non ancora precisata, vorrebbe imporre all'Appia «un nuovo modello di gestione» diverso da quello pubblico, istituendo una «cabina di regia» che esautorerebbe lo staff che ha fatto del recupero dell'Appia una best practice internazionale. Un'operazione che, invece di finanziare i progetti pubblici che funzionano, mira ad azzerarli e a sostituirli con altri ben più commerciali, privi di una qualunque visione culturale. Insomma, si scrive 'mecenatismo', si legge 'privatizzazione'.

Il ministro Dario Franceschini ha immediatamente sposato l'Operazione Grand Tour: forse per dimostrare di essere sufficientemente renziano, forse perché non è mai andato sull'Appia, forse perché nessuno gli ha raccontato che i suoi funzionari stanno facendo molto, ma molto meglio. E al mio amico Gian Antonio Stella, che sul «Corriere» ha difeso il progetto dalle critiche dei comitati e delle associazioni, vorrei dire che quando Cederna fu eletto deputato della Repubblica, la Società Autostrade gli fece recapitare una bicicletta, una delle prime mountain bike. Cederna la regalò immediatamente a Don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade perché non voleva avere niente a che fare con quella società, che aveva combattuto molto spesso, difendendo il paesaggio italiano. Ecco, penso che il Mibact dovrebbe comportarsi come Cederna: già, perché qualche volta «pecunia olet».

Banca d'Italia scrive che «le autostrade costituiscono un monopolio naturale, e non subiscono una reale concorrenza da parte delle altre modalità di trasporto. Il settore non è stato adeguatamente liberalizzato, prima della privatizzazione, creando così un gestore privato dominante». Il che significa non solo che consentiamo ai concessionari di non investire nella manutenzione e nell'ammodernamento delle autostrade esistenti, ma anche che abbiamo affidato agli stessi concessionari le scelte infrastrutturali strategiche del Paese: una vera cessione di sovranità. Siamo proprio sicuri che sia opportuno permettere ad Autostrade di sommare a questo monopolio anche il governo dell'Appia? Ed è giusto che chi mangia (per esempio) il prezioso territorio del Parco Agricolo di Milano Sud con la costruzione della Tangenziale Esterna, voluta da Maurizio Lupi e legata all'Expo, possa poi presentarsi ai cittadini come il generoso paladino del verde dell'Appia?

Il motto fatto scrivere da Rita Paris sulle pareti della villa diventata simbolo del riscatto dice che l'Appia è un «Laboratorio di mondi possibili, tra ferite ancora aperte». Il progetto delle Autostrade allargherebbe quelle ferite, le renderebbe più profonde. Quasi distrutta dalla prepotenza privata, l'Appia ha invece bisogno di scelte trasparenti ispirate esclusivamente al pubblico interesse. E proprio sull'Appia, negli ultimi vent'anni lo Stato ha dimostrato con i fatti di saper tutelare il bene comune. Il fondatore della strada, Appio Claudio Cieco, è famoso per aver detto «fabrum esse suae quemque fortunae», che ciascuno è responsabile del proprio destino. Lo Stato siamo noi: l'Appia dimostra che, nonostante tutto, possiamo farcela. Che un altro mondo è possibile.

I provvedimenti della fine dell’800 per costituire una zona monumentale (1887), dal Campidoglio all’Appia, erano finalizzati all’avvio su larga scala di interventi di conoscenza e valorizzazione di una parte importante della città che si sarebbe aperta così al grande ambito dell’AA, fino ed oltre i confini del Comune di Roma.
L’abbandono di questo percorso ha lasciato il posto alla trasformazione di quella zona, intesa unitariamente per i complessi monumentali, con strade di grande scorrimento che si riversano da un lato verso il centro della città dall’altro sull’AA. Si sono comunque potuti realizzare interventi per le singole realtà monumentali che sono però rimaste disgregate, in un contesto inadeguato, mentre la zona mantiene ancora un elevato potenziale per l’uso e l’accessibilità al patrimonio archeologico e per un recupero urbanistico.

L’interesse eccezione che la cultura moderna ha rivolto all’Appia ha fatto si che se ne sancisse la salvaguardia integrale nel PRG del 1965, collegata direttamente alla zona monumentale. Questo atto, arrivato insperatamente dopo anni di denunce, appelli, proposte, in particolare di Antonio Cederna ma anche di altri illustri personaggi, con l’impegno forte dello Stato di porre fine alle gravi ferite procurate all’Appia, con costruzioni di edifici, ville e strade, destinava l’intero territorio (allora 2500 ettari) a Parco Pubblico, per il godimento della collettività. Successivamente vi è stato lo Studio di Italia Nostra pubblicato nel 1984 al quale di fatto non ha seguito alcun altro studio adeguato per l’assetto di questo ambito fino al PTP 15/12 del 2010.

Al posto di un Parco Archeologico, in continuità con l’area archeologica centrale, nel 1988, è stato istituito un Parco Regionale (che sottolinea ancora di più questa divisione iniziando da fuori le mura aureliane), definito e gestito con impostazione naturalistica, secondo la legge regionale 29/97 (derivata dalla legge quadro 394/1991), che include la zona nelle aree naturali protette, nella cui amministrazione non vi è alcuna rappresentanza delle Soprintendenze e del Ministero, inadeguato alla difesa, alla valorizzazione e all’accrescimento di un patrimonio archeologico e monumentale di eccezionale rilevanza (che genera confusione e conflitti di competenze). Tale compito è rimasto affidato alla Soprintendenza Archeologica di Stato che, con strumenti ordinari, ha portato avanti un programma per la cura della tutela e per la valorizzazione del patrimonio (circa 1850 ettari con vincoli archeologici specifici e circa 3980 con vincolo archeologico paesaggistico, art. 1, lettera m).

Un primo problema per l’Appia dunque è quello della definizione, nell’equivoco che si tratti di un Parco Archeologico.

Un secondo problema è quello normativo: il PTP 15/12 del 2010 Appia, Caffarella Acquedotti, redatto in forma partecipata e condivisa tra tutte le istituzioni è strumento prevalente dall’entrata in vigore del Codice, il Piano del Parco, ai sensi della legge 29/97, non ancora approvato, redatto dall’Ente in autonomia, con la finalità principale di proteggere gli habitat naturali (non diversamente da come è per i Monti Simbruini), dovrebbe oggi essere adeguato al PTP e in tale procedimento dovrebbe essere assicurata dalla Regione la partecipazione degli organi del Ministero (comma 5 dell’art. 145). Per questo sarebbe necessaria una modifica della legge 29/97, diversamente a mio avviso si è nella piena irregolarità. Si può facilmente comprendere quanto grave sia la contraddizione normativa in seno alla Regione stessa che affida a due strumenti diversi la pianificazione e gestione del territorio, azioni che dovrebbero considerarsi complete con il PTP e con le procedure dell’autorizzazione paesaggistica.
Un terzo problema, di conseguenza, è nel governo di questo territorio, con l’esistenza di un Parco Regionale che non può occuparsi del patrimonio archeologico e paesaggistico (non ne ha titolo e competenza), Roma Capitale che mantiene le competenze sugli aspetti urbanistici e della mobilità/viabilità, e con un patrimonio culturale di competenza dello Stato e parte del Comune. Qui infatti convivono tutti i problemi della città pur con il continuo riferimento a un Parco.

La mancata attuazione delle previsioni del PRG, totalmente disattese ad eccezione di una parte della Caffarella, l’incapacità delle amministrazioni locali, Regione e Comune di far rispettare i vincoli urbanistici di inedificabilità, l’inerzia di parte degli organi del Ministero hanno portato alla seguente situazione:

Abusivismo. Nonostante i vincoli a tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico che va considerato unitario, nonostante la legge regionale del Parco, l’abusivismo ha qui assunto dimensioni di cui tutti dovrebbero vergognarsi, privati che hanno commesso le violazioni, amministrazioni tutte che hanno lasciato che questo diventasse lo stato di fatto gravissimo con cui oggi doversi confrontare, motivo di infiniti contenziosi amministrativi derivati dalla necessità, almeno da parte della mia Soprintendenza, di applicare le regole. Un rapporto di questa realtà è stato redatto dallo studio di Vezio De Lucia.

Proprietà. Le aree di proprietà pubblica oggi sono una percentuale inconsistente in relazione alla quasi totalità di proprietà privata, (circa cinquanta ettari in consegna allo Stato con la strada, la Villa dei Quintili, la Villa di Sette Bassi e altri complessi più piccoli e 140 ettari circa del Comune di Roma tra Caffarella e complesso di Massenzio al III miglio…). Siamo molto lontani dalle previsione del PRG che con lungimiranza aveva previsto l’acquisizione pubblica di tutto l’ambito ritenendo che solo così sarebbe stato possibile salvaguardarlo.Traffico. Nessuna iniziativa è stata mai adottata per limitare il traffico veicolare, anche di mezzi pesanti, che affligge tutto il primo tratto della Via Appia, fino alla Basilica di S. Sebastiano e le vie limitrofe. Questo impedisce ogni possibile fruizione con difficoltà per l’accessibilità alla strada e ai monumenti con scarsi o inesistenti servizi pubblici.

Nell’assenza di un piano adeguato alla complessità dei suoi valori, l’Appia non prende forma nel modo giusto, destinata a subire l’assalto dell’interesse privato che rischia di essere l’unica opportunità alla quale vi è sempre più la tendenza a ricorrere.Nonostante la grande difficoltà di operare in una situazione critica come questa, in pochi anni, dove è stato possibile intervenire, con metodologie eccellenti, messe in campo nella ricerca, nel restauro e nella valorizzazione, si è dimostrato che è concreta e realizzabile la possibilità di recuperare e rendere disponibile questo patrimonio alla fruizione pubblica, attraverso i processi della conoscenza, proiettando il modello del risultato ottenuto su una scala più ampia. E’ il caso del Mausoleo di Cecilia Metella con il Castello Caetani e la chiesa di San Nicola, del sito di Capo di Bove, acquistato nel 2002, da villa privata trasformato in luogo per la fruizione e centro di ricerca e documentazione, della Villa dei Quintili che scavi, restauri e allestimenti hanno trasformato in una delle aree archeologiche più attraenti d’Italia, dei restauri e della cura continua della Via Appia, di cui si è ridefinita la proprietà con l’avvenuta consegna dal parte del Demanio alla Soprintendenza di tutto il tratto dal IV miglio in poi, che proviamo a trattare come un monumento, con un impegno straordinario al quale non vogliamo sottrarci perché lo consideriamo inevitabile. Tra gli interventi più importanti si devono ricordare anche l’interramento del GRA e la ricucitura della grave ferita per ripristinare la continuità della strada (realizzato a cura della SSBAR); l’acquisizione e il restauro ambientale e monumentale della Caffarella, a cura del Comune di Roma (da tempo però privo delle necessarie manutenzioni).

Da ultimo l’acquisto nel 2006 della tenuta di S. Maria Nova, dove si sta riscoprendo la storia attraverso i secoli, che permetterà a breve di aprire questo complesso con la Villa dei Quintili dall’AA.

In questi anni non ci si è limitati a scavare, restaurare, conoscere, abbiamo cercato di restituire al pubblico pezzi di patrimonio, nell’ottica di un sistema e di un “laboratorio di mondi possibili”, (non è uno slogan, è una realtà tangibile, se si pensa solo agli acquisti che hanno trasformato ville private in luoghi per la conoscenza e la fruizione pubblica), raccontando attraverso mostre fotografiche e filmati (che sono presentati a Capo di Bove) la storia infinita della tutela dell’Appia. Abbiamo ideato e organizzato per due anni il festival Dal Tramonto all’Appia, con aperture prolungate alla notte, eventi culturali di ogni genere per far godere una pezzetto di Appia in modo diverso, secondo lo spirito dell’originaria estate romana. La via Appia si presta a diventare un luogo in cui si sperimentano nuove forme di conservazione del patrimonio culturale e paesaggistico e si da vita a progetti legati al progresso civile della Città e alla qualità di vita dei cittadini. Un po’ come è accaduto presso il muro di Berlino dopo la sua caduta: al suo posto una ferita da curare attraverso impegno civile, creatività, partecipazione, sperimentazione di nuovi modelli sociali; così l’Appia, pur con le sue numerose ferite rappresenta, l’apertura a nuovi mondi possibili, come sito archeologico di primaria importanza, come paradigma dell’ambiente, della cultura, con la civiltà romana e cristiana, della persona come spazio per il diletto.

Rapporto pubblico privato. Eventuali privati che vogliano sostenere con contributi economici la via Appia possono collaborare a una graduale, importante rivoluzione culturale. Oltre a contribuire alla conservazione di un monumento fondamentale patrimonio dell’umanità possono partecipare ad innalzare il livello civile della città, a rendere Roma punto di riferimento mondiale per nuovi temi e innovazioni. Questo deve accadere non per la carenza di risorse dell’amministrazione pubblica ma per consentire anche a privati di partecipare a una grande impresa culturale, che s’intende sempre di esclusivo interesse pubblico e condotta con le modalità della gestione della cosa pubblica (come è avvenuto per la Piramide di Caio Cestio). Con l’assunto che dare visibilità all’Appia significa non portare il caos sull’Appia ma portare la tranquillità dell’Appia all’esterno, dando impulso al ruolo formativo ed educativo delle azioni.

Come dare vita al Progetto archeologico per Roma, a questa ininterrotta porzione di città adibita a complesso archeologico/naturalistico consegnato ai cittadini e alla città, dal Campidoglio ai piedi dei Colli Albani?

Si può parlare genericamente di “Parco Archeologico” per indicare un’area estesa con particolare concentrazione di antichità, ma il termine non ha ad oggi rilevanza giuridica. Numerose commissioni ministeriali hanno affrontato l’argomento senza giungere a conclusioni concrete. E’ a mio avviso opportuno riempire questo vuoto normativo per poter dare all’intero ambito la definizione giusta, anche al fine di attribuire agli interventi l’indirizzo adeguato ai reali valori di questo ambito e le competenze del suo governo. Tale criticità deve essere risolta con un atto di volontà da parte del Ministero, d’intesa con Regione e Roma Capitale, per la condivisione di un progetto che avrà ricaduta internazionale per lo sviluppo della città e del turismo.

Questo dovrà essere fatto anche con l’ascolto delle Associazioni più vicine a questi temi e dei cittadini che spesso hanno svolto un ruolo importante per l’attenzione agli aspetti della salvaguardia del patrimonio della città.

Vi è dunque un pacchetto di possibili azioni da compiere, un pacchetto di progetti, un pacchetto di aspirazioni, al fine dell’istituzione di un luogo organizzato con riguardo ai beni culturali presenti, nella loro complessità, e affinché questi siano messi a disposizione della collettività.

(Legge) Far correggere la legge regionale, istitutiva del Parco Regionale e promuovere con il Ministero e la Regione la definizione di un Parco Archeologico, secondo quanto previsto nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (art.101 e). Per questo è necessario partire dalle reali esigenze di questo territorio, nel riconoscimento dei valori preminenti, evitando sprechi di risorse economiche e umane, piuttosto definendo forme di coordinamento nel rispetto delle competenze istituzionali e nell’interesse della tutela e valorizzazione dell’Appia.

(Traffico e mobilità) Studiare un piano per la drastica riduzione del traffico veicolare improprio, in tutto il primo tratto della strada di competenza di Roma Capitale; la Soprintendenza Archeologica di Stato sta provvedendo ad attivare un controllo con telecamere per i tratto di propria competenza per salvaguardare ciò che resta del monumento Via Appia, con una cura anche nell’arredo e una sperimentazione per l’illuminazione notturna, affinché torni ad essere il museo all’aperto dell’800.Attivazione di un servizio pubblico di mobilità, oltre ai servizi con mezzi elettrici, creazione di “accessi” trasversali con mezzi pubblici, da punti strategici esterni per la riqualificazione anche delle aree di bordo dell’Appia (ad esempio dal parco delle Tombe Latine, dalla zona dello Statuario di fronte alla Villa dei Quintili; attrezzare l’uso del treno che dalla Stazione Termini porta alla Stazione di Torricola, presso l’Appia, in soli 10 minuti; dalla via Ardeatina). Dobbiamo pensare all’Appia non solo come una strada da percorrere dall’inizio e per chilometri ma anche a una vasta area come villa Borghese alla quale accede da punti diversi della città. Per questo occorre eliminare alcuni ostacoli e creare semplici collegamenti che permettano di raggiungere i diversi tratti da quartieri nei quali il cuneo del territorio dell’Appia si inserisce, anche ripristinando antichi tracciati.

(Abusi) Risolvere il problema dei numerosi condoni edilizi in piena collaborazione con le Soprintendenze responsabili per la tutela e ripristinare uno stato di legalità a fronte del fenomeno dell’abusivismo incontrollabile. Solo da poco più di un anno si è messa a punto una procedura condivisa e corretta tra UCE e Soprintendenze. Occorre correggere gli errori assumendo la consapevolezza dell’importanza della strada antica e del suo territorio, con i riconoscimenti che il PRG del 1965 aveva sancito e dare seguito a tutte le azioni che restituiscano all’Appia la dignità di monumento e favorendo lo sviluppo delle aziende agricole.

Creare le condizioni per una migliore fruizione di quanto già è stato recuperato e incrementare il patrimonio pubblico. Non si tratta di investimenti economici impossibili. In cifre:
restauro dell’ultimo tratto della Via Appia, dopo Via di Fioranello (circa 2 milioni e mezzo), recupero funzionale di un’area di 1 ettaro che la Soprintendenza ha ottenuto dal demanio militare, localizzata tra Via Appia e Via di Fioranello, dove regna ora il massimo degrado (qui si può creare un punto di sosta e di ristoro, con parcheggio di auto e scambio con bici e mezzi elettrici) e quest’area può costituire un importante accesso all’Appia all’altezza dell’aeroporto di Ciampino da cui dista pochi passi (circa 2 milioni).Restaurare e collegare la bellissima parte dell’Acquedotto dei Quintili sull’Appia Nuova, con l’Appia Antica (circa 2milioni e mezzo con le acquisizione delle aree private).

Troppi e troppo importanti sono i monumenti ancora in proprietà privata, senza alcuna destinazione particolare o adibiti ad usi impropri. Tra questi voglio ricordare:
I tre Colombari di Vigna Codini, di proprietà dello Stato ma inseriti in proprietà private, con enormi difficoltà di accesso, per i quali va creato un passaggio indipendente, con minime acquisizioni, anche per poter provvedere agli interventi conservativi.
Non derogabile è l’acquisizione pubblica dei mausolei c. d. dei Calventii e dei Cercenii all’angolo dell’Appia con l’Appia Pignatelli, pertinenti al complesso delle catacombe di Pretestato come mausolei sub divo. Da anni in stato di abbandono, intrappolati da tre villette abusive, senza uso. Qui si esercitavano artisti e studiosi fin dal Rinascimento per lo stato di conservazione fino alle volte, oggi a rischio di crolli e assolutamente inaccessibili;Esproprio delle aree del castrum Caetani, almeno di quelle interne per ricostituire l’unitarietà di questo importante complesso medievale a cavallo del III miglio della strada e per ricreare il collegamento con il Circo di Massenzio;acquisizione del sepolcro degli Equinozi…
Complesso di S. Urbano sull’Appia all’altezza di Via dei Lugari, attrezzato nella metà degli anni ottanta per un capriccio privato con tinello, cucina e barbecue, inaccessibile e abbandonato.
Casal Rotondo, il mausoleo privatizzato per la presenza di un edificio sulla sommità, anche questo usato solo per feste, inaccessibile. Si può ritenere che con una cifra di circa 30 milioni (tra acquisizioni e restauri) si possano eliminare le situazioni più scabrose dando un forte segnale di inversione di tendenza.
Mi domando come possiamo consegnare al futuro questa situazione; peraltro il valore di mercato di questi beni è quasi nullo considerato anche il decremento di valore per gli abusi commessi e la possibilità di acquisizione al demanio con la semplice applicazione della legge.

L’Appia si trova incastonata tra l’area archeologica centrale, con la quale non comunica, l’area dei Castelli con la quale si deve migliorare il rapporto di continuità e la città che attraversa, con la quale si devono creare i collegamenti. Per quanto riguarda l’argomento di oggi credo sia inderogabile l’acquisizione di alcune aree strategiche per ricostituire un percorso che non sia solo attraverso i tratti che hanno assunto una connotazione autostradale, come Via delle Terme di Caracalla. Questo non può non prevedere l’acquisizione di alcune aree di straordinario pregio la cui unica destinazione deve essere di contribuire a risanare le ferite prodotte, stroncando ogni possibile iniziativa di usi diversi rispetto a quello di contribuire alla ricucitura della continuità del tessuto storico, in senso moderno.

Dico questo pur nella consapevolezza che al momento vi sono altre visioni, altre tendenze. Negli ultimi quindici anni abbiamo provato a fare molto e anche abbiamo provato a far conoscere quale fosse lo stato delle cose; abbiamo ricevuto una buona attenzione da parte della comunità, scarsa attenzione da parte delle istituzioni, percependo a volte quasi un senso di fastidio o di noia nel sentire ripetere gli stessi argomenti. Per questo ringrazio l’ABB, il suo presidente e tutti gli intervenuti, per aver creato una occasione ancora, magari è quella buona.

L'articolo è la trascrizione dell'intervento tenuto al Convegno "Archeologia e città. Dal Progetto Fori all'Appia Antica", organizzato dall'Associazione Bianchi Bandinelli a Roma, il 21 marzo 2014.Nel sito dell'Associazione sono presenti i materiali iconografici a corredo.

Con l’iniziativa che inauguriamo oggi, eddyburg riprende e rilancia uno dei temi a noi più cari: la difesa dell’Appia Antica, questo straordinario spazio in cui natura e cultura, perfettamente integrate, hanno creato, nei secoli, un ambiente dalle caratteristiche uniche per fascino e importanza archeologica e naturalistica.

Unico, certo, ma allo stesso tempo esemplare rispetto alle tante minacce che il nostro territorio subisce, con rinnovata violenza negli ultimi anni. L’Appia rappresenta infatti, una sorta di bignami dei danni inferti da fenomeni come speculazione edilizia, abusivismo e successivi condoni, spregio della legislazione di tutela, degrado in senso lato.

Destinata, dopo il decreto Mancini del 1965, al pubblico godimento come parco, area classificata nella categoria della inedificabilità assoluta, subisce da allora, come tanti altri luoghi in Italia, uno stillicidio di assalti edilizi da parte dei privati, tesi a eroderne il carattere di spazio aperto e pubblico. L’Appia costituisce quindi uno dei tanti beni comuni che, con sempre maggiore frequenza in tempi recenti, vengono sottratti alla collettività e per il cui recupero e difesa eddyburg leva la sua voce.

In questa direzione ereditiamo il testimone di una battaglia che fu lanciata oltre cinquant’anni fa da Tonino Cederna: l’Appia era la sua strada, percorsa e ripercorsa all’infinito, conosciuta in ogni centimetro, difesa con una passione mai domata dai numerosi insuccessi e premiata, però, da alcune significative vittorie.

E’ soprattutto grazie all’azione di Cederna e, dietro di lui, di Italia Nostra, che tanto splendore, pur se ridotto in quantità, ci è stato consegnato.

Come ci ha insegnato Cederna, però, in Italia soprattutto, il nostro territorio ha bisogno di un’azione di salvaguardia continua e ininterrotta: per questo noi di eddyburg riprendiamo il cammino, con le poche risorse disponibili, ma sicuri di raggruppare sotto questa bandiera molte altre voci.

Da subito ci accompagna in questa vicenda colei che può essere definita la vera erede di Cederna per quanto riguarda la tutela (nel senso più ampio e pieno del termine) della regina viarum: Rita Paris, responsabile, per la Soprintendenza Speciale Archeologica di Roma e Ostia, di questa zona, che, con l’impegno di anni e la collaborazione di un gruppo affiatatissimo, è riuscita, fra l'altro, a regalare a tutti noi due aree straordinarie come la Villa dei Quintili e Capo di Bove, dove è attualmente ospitato l’archivio Cederna donato dalla famiglia e reso liberamente accessibile on-line, primo e fondamentale nucleo informativo sulle vicende moderne dell’Appia.

In uno spazio dedicato del sito troverete, da oggi, una serie di notizie, informazioni, documentazione storica, fotografica che si arricchirà nel tempo anche, speriamo, con il contributo di chi vorrà inviarci altro materiale. E ancora i commenti, i ricordi, le analisi di chi ha partecipato, a vario titolo, a questa storia, da Vezio De Lucia ad Italo Insolera, da Adriano La Regina alla famiglia Cederna, ai tanti soci di Italia Nostra.

Ma soprattutto ci sarà la cronaca, in tempo (quasi) reale, di ciò che accade oggi sull’Appia per quanto riguarda il governo di questo territorio fragilissimo: nel bene e nel male.

In questo senso, in uno spirito di ottimismo, la prima cronaca che inaugura questo spazio, inizia con il racconto dell’ennesima, emozionante scoperta archeologica: l’ennesimo regalo dell’Appia Antica a tutti noi.

Sulla via Appia Antica, fuori Porta S. Sebastiano, c'è una «stazione di servizio» per automobili, mal situata, brutta, ridicola. Mal situata, perché appena cinquanta metri prima del Domine quo vadis?, cioè al bivio con la via Ardeatina, dove l'Appia si restringe e l'incrocio è pericoloso. Brutta, perché arieggia a portico di vecchia fattoria con le sue tre arcate, la tettoia coperta da tegole e qualche sparuta pianta verde in vasi di terracotta, nella pretesa di non stonare con «l'ambiente circostante». Ridicola, perché nel suo muro, a edificazione del turista, sono incastrati frammenti antichi di marmo, di iscrizioni greche e latine, sarcofagi, comici architettoniche: altri frammenti antichi di marmo e terracotta sono esposti in una vetrina tra i bidoni dell'olio, e ancora marmi, terrecotte, pezzi di stemmi medioevali, unti e macchiati, sono collocati sopra ai distributori di benzina. Tutte queste «antichità», in parte false, in parte comprate in via del Babuino, in parte rubate sulla via stessa, oltre a costituire un degno prologo per chi si accinge a visitare in macchina i resti di quella che fu la «regina delle vie», hanno un grande valore simbolico: oggi l'antico è tollerato solo se, fatto a pezzi insignificanti, può essere ridotto a ornamento, a fronzolo, a servo sciocco delle «esigenze della vita moderna», del «traffico», del «dinamismo del nostro tempo», insomma di quello che dicono «progresso». ù quello che sta succedendo a tutta la via Appia, destinata entro pochissimi anni a scomparire, per diventare un rigagnolo in mezzo alla nuova città che sta sorgendo sopra e intorno ad essa, grazie a una banda di speculatori, alla previdenza dei tecnici del Comune di Roma, all'inerzia degli organi ministeriali, teoricamente preposti alla tutela del nostro patrimonio archeologico, paesistico, monumentale.

Ammirato il distributore di benzina, voltiamo a destra per un sentiero in salita: fatta qualche decina di metri, restiamo esterrefatti. Abbiamo davanti a noi tutta la zona tra le vie Appia e Ardeatina da una parte e la via Cristoforo Colombo dall'altra, quasi un grande rettangolo di un chilometro per seicento metri: quello che l'anno scorso era ancora un pezzo di campagna romana, un dolce irregolare avvallamento a prati, alberi, orti, con qualche vecchio casale, è oggi un deserto d'inferno, ad altipiani e abissi, sconvolto dalle macchine scavatrici, che hanno distrutto alberi, prati e orti, che mangiano la terra intorno ai vecchi casali, lasciandoli sospesi in cima ad assurdi pinnacoli. Si sta sistemando il terreno, si stanno scavando le fondamenta di un nuovo quartiere di Roma extra moenia, esteso quanto Villa Borghese.

In prossimità della via Appia e dell'Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Cristoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un'altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l'aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati» ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16‑18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30‑40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolari limitazioni», servirà soltanto ad attestare l'ipocrisia dei progettisti.

Il nuovo quartiere sarà naturalmente attraversato da strade. Una strada larga venti metri, partita dalla piazza dei Navigatori sulla via C. Colombo, dove sta la truce mole dell'ex‑«albergo di massa», oggi casa‑prigione popolare, attraverserà il nuovo quartiere in diagonale, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? e andrà a finire al quartiere Appio‑Latino. Una seconda strada, di circonvallazione, larga cinquanta metri, partita dalla via Ostiense, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? e arriverà all'Appia Nuova. Una terza strada, proveniente presumibilmente dall'E 42, scavalcherà la via Appia quasi all'altezza del Domine quo vadis? dove si unirà alle prime due. Altre strade minori taglieranno il nuovo quartiere recando nuova congestione al Domine quo vadis?: la scelta dell'illustre chiesina come centro di confluenza di tanto traffico è davvero una trovata ammirevole. Infine, un'altra strada di circonvallazione lungo la ferrovia Roma‑Pisa, di cui già esiste un tratto (via Cilicia), ma che si è dovuta arrestare di fronte alla scoperta dei ragguardevoli resti di un mausoleo, scavalcherà la via Appia a metà strada tra il Domine quo vadis? e la Porta S. Sebastiano. Chi arriverà a Roma dalla via Appia si meraviglierà di entrare in galleria.

Guardiamoci attorno: Roma col suo più bel tratto di mura è ancora, per il momento, davanti a noi. Ma già sulla via C. Colombo si alzano i sinistri scheletri di due smisurati casamenti a 10‑11 piani (cooperative Villa Madama e Montecitorio), destinati a case economiche per deputati, senatori e funzionari del Senato e del Parlamento: tutta la larghissima via, in origine destinata ad essere strada‑parco, diventerà una strada‑corridoio, costruita intensivamente con edifici colossali su entrambi i lati, anzi, un'apposita commissione ne garantirà il «carattere monumentale» (!). Più lontano, tutta la zona ai piedi del Bastione del Sangallo rigurgita di villini di freschissima data, costruiti ad opera di varie cooperative edilizie, per abitazione di funzionari delle Belle Arti, che si sono auto‑autorizzati a infischiarsi delle zone di rispetto: il «via» alle costruzioni abusive appena sotto alle Mura fu dato, poco prima della guerra, dalla villa di Eugenio Gualdi,presidente della Società Generale Immobiliare. Guardiamo infine al di là dell'Appia, al di là della valle dell'Acquataccio e della Caffarella: grotteschi edifici sono sorti in via Cilicia, la via Latina è scomparsa sotto un mucchio confuso di nuove costruzioni: tutta la zona tra la ferrovia Roma‑Pisa e la via Latina sarà costruita intensivamente, e gran parte della bella conca della Caffarella costruita a «villini» (o come altro saranno chiamati), per oltre mezzo chilometro.

Nella relazione che il 21 ottobre 1951, la Giunta romana tenne al Consiglio Comunale, intorno al nuovo piano regolatore, si diceva, in tono saggio e mellifluo, che Roma deve espandersi verso i Colli e verso il mare: tra queste due direttrici, sarebbe rimasto intatto «il grande cuneo della zona archeologica (che), a cavallo dell'Appia Antica, si spinge fino al cuore della città, al Campidoglio, come una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti», ecc. ecc. Farebbe un'opera buona chi volesse spiegarci perché mai, in meno di due anni, il cuneo archeologico e la riposante fascia di verde si sono trasformati in cuneo, fascia e baluardo di cemento armato.

Pochi metri oltre la basilica di S. Sebastiano, sulla nostra destra, il muro della via è abbattuto: un centinaio di metri in là, nella bella campagna, ecco il primo esempio della nuova edilizia che distruggerà per sempre l'integrità monumentale e paesistica di tutta la via Appia. Sei villini sono già pronti, arancione, gialli e rossi, strani nella pianta e nell'alzato, a mezzo tra la piccola stazione ferroviaria, la vecchia fattoria e la casina della bambola; tetti, terrazze, verande, scale esterne si accostano, si susseguono, si incastrano ad angoli retti, ottusi, acuti: vediamo finti comignoli di forma indescrivibile, torrette cilindriche, loggiati ad arcate, balconcini e tettoia sorretti da travi di legno, pensiline sorrette da pilastri di tufo, finestre lunghe e corte, alte e basse, strette e larghe, rettangolari e quadrate, barbacani ed oblò. Retrocediamo in fretta, e superiamo la Tomba di Cecilia Metella.

Comincia il tratto più splendido e più famoso della via Appia. Al quarto chilometro, di fronte alla casa in cui Pio IX nel 1853 si fermò a sperimentare il telegrafo (electrico relatori experiundo), entriamo nei campi alla nostra sinistra. Ecco, a un centinaio di metri, un altro gruppo di ville (tutto il vasto terreno è già lottizzato, tra la via Appia e la via dell'Acquasanta), giallognole, dal tetto a spioventi, con alti comignoli: nonostante che portici e finestre siano «moderni», queste ville hanno qualcosa di vecchio, di cui non sappiamo per ora renderci ragione. Ci inoltriamo ancora nella campagna, fin che arriviamo sul ciglio di una vecchia cava di selce, e per poco non vi precipitiamo dalla meraviglia: una decina di metri sotto ai nostri piedi ci appare una vasta macchia di un azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu.

Tornati sulla via e fatto un centinaio di passi, pieghiamo a sinistra in una nuova strada asfaltata: eccoci di fronte a un grande edificio in costruzione, arrivato al primo piano. A terra vediamo un mucchio di tegole, e comprendiamo quanto prima ci aveva sorpreso: l'aria di «antico» delle case, che a decine e a centinaia vanno sorgendo sulla via Appìa, deriva in gran parte dall'impiego di tegole usate; un muratore che sta lavandosi i piedi in una vasca dove sono a bagno i mattoni ci spiega che ciò avviene per legge. Con simili espedienti i responsabili si mettono a posto la coscienza.

Guardiamo meglio l'edificio in costruzione, un'altra grande sorpresa ci aspetta: per un paio di metri di altezza il muro esterno è rustico, fatto di pietre chiare e scure, ma tutte, di nuovo, hanno qualcosa di «antico», molte addirittura sono già coperte di muschio. C'era da aspettarselo: per tutta la sua ampiezza il muro è composto di pietre antiche, rubate alla via Appia e ai suoi monumenti. Giriamo intorno all'edificio, tra cataste di mattoni e pozzi di calce, e contiamo, sull'erba, una dozzina di grossi mucchi (carico di altrettanti camion) di pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti: sono blocchi di selce del pavimento antico della via, inconfondibili per la forma e l'impronta delle carreggiate, sono grossi pezzi di marmo lunense e di pietra albana tolti al rivestimento dei sepolcri, sono (chi non ci crede vada a verificare) grossi frammenti di statue.

Non basta: tutti i muretti e relativi pilastri d'ingresso, che sono stati costruiti per centinaia di metri lungo la via Appia, a delimitazione delle nuove proprietà, sono tutti fatti con pietre antiche rubate alla via Appia e ai suoi monumenti; tra le pietre antiche vediamo ancora iscrizioni, frammenti di sarcofagi, di ornati architettonici, di colonne, basi e capitelli, frantumi di selce dell'antico pavimento. Un secolo fa l'archeologo Luigi Canina eresse lungo la via delle piccole pareti in cotto e con gusto eccellente vi murò i frammenti antichi che man mano veniva scoprendo: da anni, un giorno dopo l'altro, questi frammenti vengono smurati, trafugati, venduti, usati come materiale di costruzione.

Torniamo sull'Appia: un cartello ci informa che «42.000 metri quadrati di terreno, eventualmente divisibili» sono in vendita; passiamo davanti a una nuova villa (n. 201, «Sola beatitudo»: vedremo tra un paio d'anni dove sarà andata a finire la beata solitudo), e arriviamo al n. 203: ci balza innanzi la massa informe, orrenda della Pia Casa Santa Rosa, ormai famosa per lo scandalo che suscitò un paio di anni fa. Se non ricordiamo male, l'edificio, progettato a tre piani, venne autorizzato dal Consiglio Superiore del Ministero della P.I. «per deferenza alla benefica istituzione» (bel principio urbanistico).

Nell'entusiasmo dei lavori l'architetto (Spina Alberto) pensò bene di aggiungere un quarto piano: contro il quarto piano insorsero la Commissione provinciale per le bellezze naturali, panoramiche e paesistiche, insorse la Soprintendenza ai Monumenti, insorse lo stesso Consiglio Superiore, che ne ordinò «l'immediata demolizione». L'ordine rimase naturalmente lettera morta, capitò invece che i fondi stanziati venissero anzitempo esauriti, tanto che si sperò vivamente che la Pia Casa rimanesse incompiuta: ma intervenne la Provvidenza, e oggi la Pia Casa è in funzione, con tutti i suoi quattro piani e il suo macabro intonaco violetto. E’ psicologicamente interessante ricordare che l'architetto Spina si difese dalle critiche, non solo paragonando il suo capolavoro alle badie di Farfa, Casamari e Subiaco e al Monastero di Montecassino, ma sostenendo che la via Appia, lungi dall'esseme danneggiata, ci guadagnava.

Andiamo avanti ancora, osservando i monumenti a testa bassa, per non scoprire altri scempi. Ma i monumenti stessi sono ridotti a letamai, sommersi da immondizie di ogni genere: sembra che per il bilancio del Comune di Roma (o della Sopraintendenza alle Antichità o di quella ai Monumenti?) un paio di spazzini per la via Appia siano un carico eccessivo. Giungiamo all'altezza di Tor Carbone: qui sulla destra dell'Appia dovrebbe sorgere, grazie alla Società Immobiliare, un grande quartiere di villini di lusso, collegato con una strada all'E 42. Prendiamo a sinistra la via Erode Attico che porta all'Appia Pignatelli: fatti pochi metri, riceviamo un altro tremendo colpo nello stomaco. Nel vasto angolo formato dalla via Erode Attico con la via Appia, ci feriscono la vista una dozzina di «villini signorili», di varia foggia e dimensione. Tra i colori predominano il viola e l'arancione: le case hanno forma assai complessa, con avancorpi, sporgenze e rientranze, i tetti hanno i soliti comignoli e le solite tegole; vediamo portici ad arco pieno, ad arco ribassato, ad architrave, finestre a feritoia, arcuate, quadrate, finte colombaie, lampioni di ferro battuto: ogni casa è recintata da un muro di tufo giallo, talvolta con pilastri coperti a tettuccio. Il bel quartierino ha la solita aria finto paesana da città dei balocchi, come fosse costruito da uno scenografo incerto tra Italia centrale, Tirolo e Svizzera, con qualche reminiscenza classica. Tra le curiosità principali notiamo una casa con grondaia in su anzi che in giù, e una specie di pagoda cinese a due piani, il primo ad arcate di mattoni, il secondo a vetrate continue.

Giriamo intorno gli occhi: verso Nord, dietro al bel quartierino, si innalza in tutta la sua profondità lo spettro della Pia Casa; verso Sud, cioè sempre sulla sinistra della via Appia, ci appaiono adesso altre ville e villini; verso Oriente, in basso, ecco distendersi un nuovo e maggiore quartiere, dall'aspetto meno «signorile» del primo; scendiamo nella stessa direzione e passiamo in mezzo alla vasta e miserabile nuova Borgata di Santa Maria Nuova. Quanto all'Appia Pignatelli, la bella via solitaria a valle dell'Appia Antica, sappiamo che verrà allargata per essere trasformata in grande strada di traffici (naturalmente con costruzioni ai lati, anche attomo al Circo di Massenzio), che sarà prolungata fino a Roma con un tronco parallelo all'Appia Antica, portando nuova rovina nella valle della Caffarella, fino a Porta Latina: sarà quindi la quinta grande nuova strada che cancellerà dalla faccia della terra la campagna a Sud di Roma.

Rientrati a Roma, fermatici davanti alla stupida e spropositata mole del palazzo della FAO, rovina della Passeggiata Archeologica, cioè del primo tratto della via Appia, nel riporre una vecchia guida, rileggiamo la frase di Goethe, dell'11 novembre 1786, messa a epigrafe del primo capitolo: «Questi uomini lavoravano per l'eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere».

La demenza dei devastatori ha raggiunto oggi vette inimmaginabili: un ultimo esempio corona per il momento il nostro triste e parzialissimo elenco. Al sesto chilometro della via Appia, sulla sinistra, isolate nella campagna, sorgono le rovine famose, vaste, imponenti della Villa dei Quintili, del secondo secolo dopo Cristo, avanzi di un ninfeo, di un acquedotto, di un criptoportico, di terme, di cisterne, di sale grandiose, ecc., con una vista stupenda sui Colli e i Castelli. Ebbene, anche qui i nuovi vandali dementi stanno tramando un colpo inaudito: un «nucleo residenziale» (grazie alla Società Generale Immobiliare) sorgerà immediatamente a ridosso delle rovine, per una profondità di circa trecento metri nella campagna; la lottizzazione si estenderà in uguale misura, complessivamente per una cinquantina di lotti, anche sulla destra della via Appia: questa, chiusa in mezzo, sarà affiancata da due strade parallele, una a destra, l'altra a sinistra. Lottizzare il Foro Romano o la Villa Adriana non sarebbe misfatto peggiore.

Ingenuo chiedersi come avvenga tutto ciò. Esistono articoli di leggi (legge 1939 sulla tutela delle cose d'interesse artistico e storico, legge 1939 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche, regolamento 1940 per l'applicazione della precedente), intesi a salvaguardare «l'integrità», le condizioni di «prospettiva», «luce», «ambiente», «decoro», dei monumenti, la «bellezza panoramica», la «spontanea concordanza e fusione fra la espressione della natura e quella del lavoro umano», e via dicendo. Esiste un vincolo di rispetto per un centinaio di metri da una parte e dall'altra della via Appia, esiste un altro vincolo di poco più esteso, proposto il gennaio scorso dalla Commissione provinciale per le bellezze naturali ecc., ma che non comporta l'inedificabilità delle aree, limitandosi solo a imporre generici riguardi ai costruttori. Esistono organi di tutela, statali, comunali, provinciali, cui manca spesso la cultura e l'intelligenza, cui manca sempre l'iniziativa e la forza di intervenire.

Da un paio d'anni lo scempio della via Appia è entrato nella sua fase definitiva. Le lottizzazioni da sporadiche si vanno facendo organizzate, stringendosi a soffocare tutta la via in un abbraccio mortale, la campagna assume un aspetto da stazione climatica, gli edifici cui abbiamo accennato (ipocrisia delle sottili strisce di rispetto) sono e saranno tutti visibili dalla via: il gioco degli interessi stronca in partenza qualsiasi iniziativa sensata.

Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall'altra, la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti. Perfino per la cattiva letteratura che nel nostro secolo vi era sorta intorno. Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l'avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un'opera d'arte di una opera d'arte: la via Appia era intoccabile, come l'Acropoli di Atene. Ma che importa ai funzionari, agli architetti, agli speculatori? Il loro ideale estetico sono gli obelischi di via della Conciliazione, e i baracconi di gesso dell'E 42, nati per ospitare le «Olimpiadi della Civiltà» e scaduti, com'era giusto, a fiera campionaria e parco dei divertimenti.

Abstract

La storia della tutela della Via Appia attraverso una selezione dei documenti dell'Archivio di Stato di Roma e dell'Archivio Centrale di Stato ( 1816-1910) che contengono provvedimenti per la salvaguardia, gli scavi, i restauri e ogni altra azione e iniziativa indirizzate al recupero e alla valorizzazione del complesso archeologico.

I documenti illustrano chiaramente il destino della più celebre delle strade pubbliche romane, restaurata e destinata a passeggiata archeologica nella metà dell'800, ad opera di Luigi Canina, durante il Governo Pontificio, che richiamò visitatori e studiosi di ogni parte del mondo, e le difficoltà della Amministrazione dello Stato per preservare questo complesso archeologico, esteso per chilometri, solo nella sua prima parte di pertinenza della città. Gli interessi dei privati e la mancanza delle risorse necessarie, già dalla fine dell'800, hanno segnato le sorti dell'Appia, vanificando l'impegno di illustri personaggi dell'Amministrazione pubblica, preparandola agli scempi perpetrati nel corso del secolo successivo.

Dopo i programmi per le sistemazioni urbanistiche della città a seguito della presa di possesso dello Stato Pontificio da parte di Napoleone e il sogno per la realizzazione di un grande parco archeologico dal Campidoglio alla Via Appia, la più celebre delle strade pubbliche romane, sempre al centro dell'attenzione di studiosi e artisti di ogni epoca, attese ancora alcuni decenni per vedere realizzati i primi importanti interventi di restauro.

I documenti prodotti dal Camerlengato per gli anni dal 1816 al 1854, dal Ministero del Commercio, Belle Arti, Industria, Agricoltura e Lavori Pubblici per gli anni 1855-1870 e dalla Direzione Generale Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione per gli anni 1870-1907, descrivono la storia della Via Appia, attraverso i provvedimenti per la tutela, gli scavi, i restauri e ogni altra azione e iniziativa indirizzata al recupero e alla valorizzazione del complesso archeologico.

In questa storia i documenti sottolineano i momenti diversi che hanno accompagnato il destino dell'Appia, in una alternanza di denunce, provvedimenti, iniziative, che sempre, e ancora oggi, hanno caratterizzato il destino di questo monumento.

Una lunga lettera del 8 settembre 1816 del Commissario alle Antichità e Belle Arti Carlo Fea al Camerlengo illustra lo stato di abbandono della strada, esposta ad atti di vandalismo e ruberie.

" E' cosa ben nota anche agli ignoranti, che la osservazione alle strade pubbliche è una delle Regalie, dei diritti del Sovrano, che devono gelosamente custodirsi. In Roma e nello Stato Ecclesiastico vanno sotto la stessa regola, e come strade, e come antichità, le selciate antiche di grandi selci, che oltre la conservazione e l'uso della via, si sono sempre riguardate come monumenti, che interessano la storia delle strade antiche celebri in tanti libri, e presso tutti gli eruditi che se ne sono occupati. Fra le strade antiche di simile natura la Via Appia è sempre stata la più famosa e meritevole di gelosa conservazione: illustrata con rami e con libri da tanti scrittori più d'ogni altra. Ne esistono grandi porzioni conservate a maraviglia coi loro grandi selci, particolarmente da Capo di Bove fino a Genzano. Ma da qualche anno in qua è venuta la moda negli Appaltatori delle Strade, che devastano barbaramente tutto, senza veruna autorizzazione, per profittare dei selci, riducendoli piccoli per servirsene a loro vantaggio o in nuove selciate o ad altri usi. ... In particolare si reclama contro l'Appaltatore Vitelli, il quale da due anni in qua devasta la strada nei contorni della Valle Riccia e di Genzano.... sulla grandiosa sostruzione di grandi massi di peperino quadrati, a guisa di un grande, e lungo ponte, per raddolcire la salita, che toltane la selciata, dopo duemila , e più anni dal fondatore Appio Claudio, anderà man mano in rovina, e il Pubblico resterà senza strada. ... E' da notarsi che Pio VII, trovandosi a villeggiare in Genzano,, essendosi incontrato a vedere uno precisamente che devastava i selci di quella strada, lo sgridò severamente, e disse al Principe Colonna , padrone di Genzano, che badasse bene, che mai più alcuno la guastasse..."[1]

Nel 1824 Carlo Fea sente la necessità di chiedere di far cancellare il nome "Via Appia" dai miliari che indicano la strada che esce da Porta S. Giovanni: " ... Vengo avvisato che fuori Porta S. Giovanni sulla strada di Albano rinnovandosi le pietre milliarie, alla prima è stato scritto Via Appia. Chi ha veduta questa goffaggine ne ha riso e deriso. Per mostrare che la Commissione invigila anche alle piccole cose di antichità, sarebbe bene scrivere a Monsig. Presidente delle Strade, che faccia subito cassare quella falsità ridicola. Pur Monsignore più volte ha sentito dallo scrivente, che la via Appia da riaprirsi, passava da S. Sebastiano". [2]

L’opera di restauro della Via Appia e di parte dei suoi monumenti, nel tratto tra il mausoleo di Cecilia Metella e Frattocchie, fu realizzata da Luigi Canina in veste di Commissario alle Antichità di Roma negli anni 1853-1855 [3]. Precedentemente, tra il 1777 e il 1784, per volere del pontefice Pio VI, fu restaurato il tratto di strada nella Pianura Pontina, riportando alla luce le grandi opere antiche, tra lo stupore degli abitanti che si gloriavano di passeggiare sopra le rovine di una delle più belle opere della magnificenza romana.

Un documento di 12 pagine, del mese di settembre 1858, contiene un rapporto sui lavori svolti: " Nell'anno 1851 sotto il Ministero della Ch. M. Camillo Iacobini ebbero principio i lavori della nuova apertura dell'Appia antica. I medesimi si eseguivano sotto la direzione dei Sig. Com. Canina e Cav. Grifi e colla sorveglianza dell'Architetto Ingegnere di questo Ministero in allora Luigi Rossini, oggi Francesco Fontana. ... I lavori principali, cioè di escavazioni, macere e sistemazione della via si compiono definitivamente nel 1855; e quelli di riattamento de' Monumenti sepolcrali, che di mano in mano si scuoprirono, vennero anche essi eseguiti collo stesso e di anno in anno. Perché poi la strada fosse conservata e non guasta dal passaggio dei circonvicini possidenti, fu chiusa alle due estremità, mediante cancelli, lasciando in diversi punti della medesima alcuni passi pel sol transito e comodo dei suddetti possidenti, e a tale effetto vi si destinò un guardiano a soldo fisso, anche per vigilare non solo che tal disposizione ministeriale fosse onninamente osservata, ma anche non venissero manomessi, specialmente nell'inverno, che dagli esteri vien continuamente frequentata, tutti quei frammenti che lungo la via si trovavano depositati, o danneggiati quei monumenti riedificati con tanta cura e impegno dei due sud. Sig. Canina e Grifi. Portatosi a termine, come si è detto di sopra, lo scuoprimento totale della Via, che importa la maggior spesa, come vien dimostrato nell'unito prospetto, il Ministero non ha mai tralasciato in seguito di portarvi la sua attenzione col mantenere e proseguire la riedificazione di quelli Monumenti più rilevanti, come in questo anno si è fatto per quello della famiglia Aurelia dei Cotta celebre nell'istoria. Nell'anno 1854 in seguito di autorizzazione Sovrana, e dopo che giunsero in Roma gli strumenti acquistati a Parigi il R.do P. Secchi della Compagnia di Gesù dette incominciamento alla misura e livellazione di questa monumentale via, la quale operazione fu portata a termine nell'anno seguente 1855, e che ora mercè le cure dello stesso R. Padre e la benigna annuenza della E.V.R.ma sarà per essere pubblicata... (seguono elenchi spese per tipologie di lavori, escavazioni, costruzioni macerie, sistemazioni della strada, riedificazione dei monumenti, oltre a spese per alberi, espropri, spese per operai e di vario genere) [4]

Il lavoro fu ben eseguito e mantenuto per anni con una cura che trovava apprezzamento presso studiosi e visitatori italiani e stranieri. La via Appia è considerata un monumento unitario con i resti di pertinenza; ogni forma di alterazione e manomissione veniva repressa con sanzioni, compreso il transito di greggi non autorizzato. La relazione del segretario generale Luigi Grifi al Ministero del giugno 1869 descrive con orgoglio lo stato della strada: " ...Il piano stradale dal cancello non lontano dal sepolcro dal Cecilia Metella, fino all'altro cancello delle Frattocchie, è mantenuto benissimo e pulito in tutta la sua larghezza da una crepidine all'altra per la lunghezza di circa nove miglia. Lo stesso dicasi della maceria nei due lati della via, che è ottimamente mantenuta. ... Fra le moltissime opere che con Sovrana provvidenza sono state ordinate dalla Santità di N.S. in benefizio delle memorie antiche, vi dee stare a capo la riapertura della via Appia. Non più i suoi monumenti e le sue moli sepolcrali sono in balia dei coltivatori, non più sono inaccessibili per disagiato terreno senza via. Ma sono tutte visibili e la strada riaperta e ben tenuta vi chiama nell'inverno migliaia di stranieri, che lodano tutti la Sovrana Munificenza di Sua Santità che ha tratto fuori dalla terra e conservato ai luoghi loro tante memorie storiche e le ha rese di facilissimo accesso e custodia diligentemente. E' grato al mio dovere il dire che da diciotto anni, da che è stata aperta l'Appia Antica agli studi e alle investigazioni degli eruditi vi siano mancati né oggetti né cure, e che essendone affidata a me la immediata custodia e direzione, l'abbia sempre tenuta in modo che il Sovrano, cui si dee sì bell'opera, ne abbia riscosso continui elogi. Avendo fatto tenere un conto approssimativo delle carrozze dei forestieri, dalle quali in questo anno 1868-1869 è stata percorsa, torna una media di circa sessanta al giorno dal mese di Novembre 1868 al mese di giugno 1869....La custodia dell'Appia è tenuta da un guardiano, che non l'abbandona mai..." [5]

Solo alcuni anni dopo le cure per il monumento della via Appia, così egregiamente recuperato, sono sostituite da episodi ineluttabili, quali la costruzione dei Forti Militari e della Strada Militare che li collegava (l'attuale via di Cecilia Metella), negli anni 1877-1878. Rodolfo Lanciani fu incaricato di sorvegliare i cantieri per conto del Ministero della Pubblica Istruzione e per la parte che riguardava le antichità.

Di fronte alla necessità, considerata irrinunciabile, di difesa della città, nessuno si oppose alla realizzazione dell'opera (per questo e altri casi) e quando fu necessario, per esigenze della fortificazione, demolire parte della macera ottocentesca e un sepolcro, ciò fu fatto con la motivazione che si trattava di un rudere senza "forma" né "memoria" né "importanza" [6]. Nel frattempo gli scavi nell'area del Forte rivelavano scoperte interessanti, in particolare testimonianze epigrafiche pertinenti a una vasta necropoli di epoca romana. [7]

Le numerose iscrizioni recuperate, per la distribuzione sul terreno e le indicazioni delle misure nei cippi consentirono al Lanciani di definire l'estensione dell'area funeraria e la distribuzione dei lotti di terreno delle sepolture. Del materiale della necropoli, cippi, are, urne, sarcofagi, di un arco cronologico tra l'epoca augustea e il III sec. d. C., una parte è stata raccolta nel complesso del mausoleo di Cecilia Metella e del Palazzo Caetani.

Merita di essere ricordata la incredibile richiesta di realizzare binari per un tramway lungo la via Appia da parte della società di Tramways Roma-Milano-Bologna, inoltrata nel 1880 al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Giuseppe Fiorelli per " congiungere la città di Albano colla Capitale mediante un tram a vapore come già fece per Tivoli ed aspirando ad auspicare all'interesse industriale della nuova via quello caratteristico della plaga che deve attraversare...". La proposta è sostenuta dalle seguenti considerazioni: "La via Appia, nel tratto fra Capo di Bove e le Frattocchie, essendo chiusa al pubblico transito, è solo percorsa dagli studiosi di sue antichità e sufficientemente larga per accogliere il tramway, senza che questo tocchi o danneggi menomamente i sepolcri che la fiancheggiano e senza che il pavimento antico ne sia punto danneggiato e possa dar motivo a quegli inconvenienti che si verificano talvolta sulle vie frequentate. Il Tramway faciliterebbe assai la visita, lo studio e l'illustrazione degl'insigni monumenti di questa Regina Viarum. Essa sarebbe maggiormente sorvegliata e conservata affidandone la custodia ai numerosi cantonieri della Società...". Il Ministero non sarebbe stato alieno dal concedere il permesso, a determinate condizioni, se il Lanciani non avesse formulato circostanziate osservazioni sulla inattuabilità del progetto.

Lo spirito che aveva sostenuto la grande opera di recupero della strada destinandola a monumento di interesse universale e luogo di attrazione per turisti e studiosi cede il posto all'incombenza gravosa di doverla mantenere, così che quasi appare un soluzione la proposta per quella che sarebbe stata la più esclusiva infrastruttura per la mobilità, realizzata a danno della grandiosa via di comunicazione dell'antichità.

Pochi anni dopo infatti, tra il 1884 e il 1887, R. Lanciani, preposto all'Ufficio degli Scavi di Antichità di Roma, inizia a presentare relazioni e richieste alla Direzione Generale, con elenchi dettagliati di lavori e preventivi, per la conservazione della via Appia che, dopo i lavori di scavo e restauro di Canina e Iacobini, non aveva più ricevuto alcuna cura: " La via Appia Antica della quale è possessore lo Stato (a partire dal IV chilometro fuori di Porta S. Sebastiano fino al casale delle Frattocchie) trovasi in istato di assoluto abbandono.... La partita stradale dal cancello di ingresso alla traversa di Fiorano è difficilmente praticabile; massime nel tronco più vicino alla città; dalla traversa di Fiorano alle Frattocchie è assolutamente impraticabile. Le macerie di confine sono cadute in molti punti, i cancelli di legno sono andati a male; iscrizioni, monumenti di sepolcri, scolture figurate etc., sono state mosse di posto ed altrimenti danneggiate" (1884) [8]

Il 17 agosto 1886 il quotidiano L'Opinione pubblica un articolo, indirizzato al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Giuseppe Fiorelli, nel quale si critica lo stato di abbandono della strada riscontrato da un gruppo di ammiratori " degli avanzi dell'antica civiltà romana", nel corso di una escursione serale. La strada era completamente invasa da erbe e spine, come pure i margini dei marciapiedi; dominavano l'incuria e l'abbandono mentre " le vaccine", raggruppate in mezzo alla strada, fra i monumenti e ovunque, facevano da " padrone assolute e dispotiche dell'antica regina viarum" [9].

Alla tempestiva richiesta di chiarimenti in merito da parte del Direttore Generale Fiorelli, [10] di fronte a un simile attacco della stampa, il Lanciani ricorda di aver denunciato, un anno prima, alla Direzione lo stato vergognoso di abbandono dell'Appia, senza ricevere alcuna risposta [11].

Solo nel 1888, dopo intensa corrispondenza tra il Direttore Generale e il Lanciani, si approvarono e quindi iniziarono i primi lavori di riparazione delle macere, che delimitavano la proprietà pubblica da quella privata, mentre continuavano i guasti alla strada e alle macere causati dal transito dell'artiglieria e dei carri delle cave.

Altre lettere di denuncia sullo stato deplorevole della via Appia giungono al Direttore Generale e al Ministro della Pubblica Istruzione P. Boselli, come quella del 12 gennaio 1891: " ...Questa via, la più celebre del mondo e che gli stessi antichi chiamavano Regina Viarum, la quale dopo gli scavi del Canova nel 1808 e del Canina dal Sepolcro di M. Servilio Quarto a un miglio circa dalle rovine di Bovillae negli anni 1850, 1851, 1852, ebbe dal cessato governo pontificio una manutenzione diligentissima, fa pena a vederla abbandonata ora a tutte le vicende del tempo, degli animal e degli uomini, o di questi al ludibrio e al vandalismo dei trafugatori, in ispecie forestieri e di guastatori... Le distruzioni dei monumenti, di resti d'ogni genere e fino alle piante presso di essi, come del trafugamento di marmi, statue, di buste, e fino di staccate dai bassorilievi, come dal Sepolcro di Seneca in tre anni fa, sono cresciuti a dismisura!"[12]

Il Direttore Generale sollecita interventi dell'Ufficio speciale per le antichità e monumenti di Roma e Suburbio, nella persona del direttore Angelo Contigliozzi, ricordando il grave danno al magnifico blocco di marmo a segmento di edicola con l'iscrizione del sepolcro vicino, con nucleo di forma rotonda, "Sergio Demetrio, mercante di vino al Velabro"

Fra l'altro si ricordano alcuni crolli di mura e di una volta medievali nella Villa dei Quintili, gravi lesioni a Casal Rotondo, di proprietà del Principe Torlonia, su cui è stata costruita una casa colonica e ancora lo stato sconfortante di manutenzione dell'intera Via Appia a causa della scarsezza del personale.

Nei rapporti redatti per il Ministro allo scopo di definire il problema dell'Appia si individuano le soluzioni, ponendo in evidenza che le cause dei danni sono da ricondursi a due fatti: " non sorveglianza, non opere di conservazione" [13]

Un corposo fascicolo raccoglie documenti sui varchi e i passaggi sulla via Appia avviato dal Direttore Generale Fiorelli, con l'esame dei documenti del tempo del Canina, al fine di trovare una soluzione ai sempre più numerosi contenziosi e conoscere le relazioni giuridiche tra la proprietà ministeriale della strada e i proprietari "frontisti" dei terreni. Già il 16 ottobre 1882 R. Lanciani aveva inviato una relazione al Direttore Fiorelli: " Quando il Governo Pontificio, a partire dal 1852 intraprese le espropriazioni, lo scavo e il restauro dell'Appia, tra capo di Bove e le Frattocchie, ciascheduna delle tenute che confinavano con detta via, e che sono da essa attraversate, aveva la propria strada di accesso, a partire sia dall'Appia Nuova, sia dall'Ardeatina, sia dalla strada detta del Divino Amore. Aperta a tutte le spese del governo, la nuova linea, destinata a scopo puramente archeologico, e chiusa con macerie e cancelli da ambo i lati, i frontisti ebbero naturalmente il diritto di accedere ai propri fondi con vetture: ma il transito dei carri, delle barozze e degli armenti fu rigorosamente vietato per più ragioni. In primo luogo perché tale transito è dannoso ai monumenti e al selciato antico. In secondo luogo perchè avrebbe richiesto un spesa annua pi mantenimento della partita stradale, a tutto carico del Ministero. In terzo luogo perché la strada ha soltanto m. 3,80 di larghezza, in modo che nemmeno due carrozza di lusso vi trovano lo scambio in senso diverso. In quarto luogo perché ogni tenuta trovavasi già munita delle propria strada. Però, come suole avvenire in simili casi, sia per impegni, influenze e relazioni personali dei frontisti con le autorità, sia per altre cause urgenti e temporanee, la maggior parte di essi ottennero concessioni di passaggio, ma dentro limiti ristrettissimi e senza pericolo di danno ai monumenti o di aggravio alle spese di manutenzione. Queste limitate concessioni sono ora consacrate dall'uso, benché non mi sia riuscito di trovare in archivio documenti in proposito. Negli ultimi anni le domande di transito si sono centuplicate. In generale quando l'Ufficio ha creduto di negarle, i frontisti se le sono accordate di proprio arbitrio. Per persuadersi quanto sia urgente di regolare la questione basta percorrere l'Appia e vedere a quale stato di rovina è ridotta... Il partito più semplice per togliersi l'imbarazzo sarebbe quello di costituire un consorzio tra i frontisti, per il mantenimento della strada, delle macerie e dei cancelli. Ma tale partito non può ammettersi primieramente perché il Ministero verrebbe in tal guisa ad alienare la propria esclusiva dello stato sull'Appia antica; in secondo luogo perché appena fosse reso libero il passaggio, tutti i frammenti scritti e scolpiti sarebbero derubati, i mosaici e i sepolcri danneggiati; senza calcolare che ogni cella sepolcrale diverrebbe un nascondiglio o una latrina. Il partito che suggerisce rispettosamente alla S.V. sarebbe il seguente. I. Raccolte tutte le informazioni che è possibile raccogliere intorno i diritti di transito che competono ai frontisti, se non de iure, almeno de facto, farne soggetto di una convenzione (coi singoli interessati) con tutte le più solenni formule legali. II. Stabilite coteste convenzioni coi frontisti, adottare, come massima a legge rigorosa, che nessun'altra concessione, sia anche temporanea ed eccezionale, possa essere rilasciata sotto qualsiasi pretesto." [14]

Nel 1889 il Fiorelli chiede ad direttore dell'Ufficio Speciale per le Antichità e Monumenti di Roma e Suburbio (A. Contigliozzi) di affrontare il tema dei transiti sulla via Appia "... La questione è molto importante, perché dai continui passaggi su questa via che da monumento è divenuto luogo di pubblico transito, dipende in parte il cattivo stato di manutenzione in cui si trova e la difficile custodia della via stessa e dei monumenti che la circondano..." Si rinnovano le raccomandazioni sulla vigilanza affinché non si verifichino passaggi di carri o bestiame occasionali e si dispone che alla domande di passaggio si risponda sempre negativamente; nei casi di fondato diritto di passaggio questo comporterà l'obbligo di contribuire alle spese di manutenzione della via.

La ricerca del Direttore Fiorelli dei carteggi relativi agli scavi del Canina e agli espropri del Governo Pontificio è intensa, anche presso la Sovrintendenza agli Archivi nelle Province Romane e il Ministero dei Lavori Pubblici e viene interessato anche il senatore Pietro Rosa, Ispettore Generale dei Musei e degli Scavi d'Antichità. Le varie ricerche non danno risultati e l'unico documento che il Sovrintendente agli Archivi riesce a trovare è il rapporto del 14 settembre 1858 sui lavori della nuova apertura della via Appia, sopra in parte riportato.

Intanto su incarico del Direttore Generale si esegue il lucido delle Mappe Catastali della via Appia, fino al confine della giurisdizione dell'Agenzia delle Imposte di Roma, e si effettuano ispezioni sui passi esistenti e sulle proprietà, sempre con la grave lacuna del carteggio relativo agli espropri del Governo Pontificio e si elaborano una pianta, l'elenco dei proprietari, l'elenco dei varchi. In data 13 novembre 1889 il professionista incaricato scrive al Direttore Fiorelli una relazione e allega gli elaborati grafici. Tale documento è di fondamentale importanza in quanto per la prima volta si indica in una planimetria tutti i dati relativi alle proprietà private e demaniale, nonostante continui ad essere mancante il carteggio sugli espropri degli anni 1851 e seguenti. Sulla pianta è tinteggiata in rosso la proprietà demaniale, limitata dalle macere, inclusi appezzamenti che sporgono dalla fascia rettilinea e le sporgenze dei monumenti considerati all'epoca meritevoli di appartenere al patrimonio artistico dello Stato, quindi racchiusi entro le macere. Si specifica che alcune aree o monumenti, come ad esempio il mausoleo di Casal Rotondo, pur essendo nel recinto della macera (" via riservata"), sono occupati da privati che vi depositano attrezzi e vi tengono persone ad abitare. Nel rapporto si forniscono suggerimenti utili per la gestione della via Appia, nella condizione alquanto diversa dall'epoca del Canina, soprattutto in assenza di "convenzioni" quali furono definite in origine in pieno accordo con i proprietari: il ripristino dei cancelli ai due estremi della via con tessere agli aventi diritto; introduzione di una tassa d'ingresso, per coloro che non hanno permessi, al fine di custodire la proprietà demaniale, minima per i pedoni, elevata per le carrozze, i proventi della quale potrebbe essere utilizzati per la manutenzione della strada stessa. [15]

Fra cause giudiziali e problemi giuridici sempre connessi con il passaggio e i varchi sulla via Appia viene interpellata anche la Regia Avvocatura Erariale Generale che esprime il proprio parere in forma definitiva con la lettera del 29 gennaio 1891.

I fatti sono i seguenti: " Il Governo Pontificio verso il 1852 intraprese l'espropriazione, lo scavo e il restauro dell'Appia e prima di tale scavo le tenute confinanti erano tutte provvedute di strada d'accesso a partire dalla via Appia Nuova, sia dall'Ardeatina, sia dalla strada del Divino Amore. La nuova via fu aperta a solo scopo archeologico e i proprietari finitimi ebbero solo in via di concessione il permesso di transitare con vetture". Essendo la via Appia dello Stato e trattandosi di un monumento non si sarebbero pertanto potuti acquisire diritti di passaggio. Alcuni privati tuttavia si opposero ai provvedimenti di divieto emanati dal Ministero rendendo necessaria la definizione della questione degli espropri. Poiché gli atti di esproprio non erano più reperibili, il Direttore Fiorelli interpella l'ispettore Pietro Rosa nella speranza che la memoria di colui che aveva lavorato affianco al Canina e aveva redatto la pianta della strada con i monumenti possa chiarire i dubbi ancora esistenti in merito agli espropri e ai diritti di passaggio [16].

La risposta del Rosa fu immediata e chiarificatrice sull'intera questione: dopo i lavori e gli espropri il Governo Pontificio recintò la via Appia con due cancelli e le macere; all'epoca del raccolto del frumento e della tagliatura dei fieni venivano rilasciati permessi di transito ai proprietari dei terreni limitrofi. " Tale fatto prova evidentemente chei proprietari dei terreni laterali alla via Appia Antica non avevano alcun diritto di passaggio sulla antica via monumentale...scopo precipuo dell'espropriazione si fu di impedire il libero transito sull'antica via monumentale per conservarla, siccome ne fan fede e le macerie costruite ai lati della zona monumentale e i cancelli apposti a capo ed a piedi della zona medesima". [17]

Il parere definitivo dell'Avvocatura, sopra citato, si fonda dunque su elementi di verità che possono ricavarsi dal fatto che la strada fu recintata e chiusa, dal rapporto del Rosa e dagli scritti del Canina, sufficienti per dimostrare che l'espropriazione ebbe luogo. "... E c'è abbastanza per giustificare il divieto formale da parte del Governo a che i carri e le barozze, segnatamente se cariche di selce, continuino la loro opera di distruzione. Si faccia dunque il divieto. Avremo causa. O gli avversari riusciranno a provare il loro diritto e il Governo saprà quale via gli resta per tutelare la storia e l'arte in uno dei suoi più mirabili monumenti, o non riescono, e allora saremo noi ad avere causa vinta..." [18]

Continuando la ricerca del carteggio sui lavori dell'epoca di Canina si rintracciano alcuni documenti che vengono trasmessi, il 31 marzo 1892, dal Sovrintendente agli Archivi alla direzione generale relativi al transito sulla via Appia dal 1855 al 1866. Fra le varie istanze è una richiesta del 1856 di far pascolare alcune cavalle sull'Appia che viene respinta con la motivazione che " la via Appia è stata aperta per uso de' dotti e non per ritornarla pascolo d'animali". Il resto dei documenti riguarda multe per passaggi non autorizzati e per danni ai monumenti [19].

Il 27 maggio 1893 il Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Carlo Fiorilli, risponde all'onorevole ing. Severino Casana in merito alla chiusura del passaggio per i carri su tutta la via Appia: " La S.V. Onor.le desidera sapere se sia vero che il Ministero della P. I. abbia interdetto il passaggio ai veicoli lungo la via Appia demaniale monumentale. Questo Ministero per salvaguardare e rivendicare i diritti demaniali e tutelare la conservazione di quella antica Via e monumenti laterali, dopo sentita reiteratamente l'Avvocatura Generale erariale che vagliò lo stato diretto e le circostanze di fatto; ha ora presi energici provvedimenti perché a datare dal 1 luglio venturo siano assolutamente proibiti i passaggi longitudinalmente alla detta via, ed anche trasversalmente,ove non esista la servitù formalmente costituita, alle barozze e ad altri carri presenti, che specialmente trasportano materiale siliceo e che in diversi tratti abusivamente transitando, hanno arrecato guasti alla via. Ma non si è mai avuto in mente di impedire il passaggio ai pedoni ed alle carrozze che trasportano visitatori e passeggeri, anzi è stato esplicitamente dato ordine che a questi sia libero l'andare per quella via.." [20].

L'impegno della Direzione Generale a far rispettare il divieto appare anche dalla corrispondenza intercorsa tra il Direttore Generale e il Direttore dell'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti delle Province di Aquila Roma Chieti, G. Calderini, quando quest'ultimo propone di riaprire un varco abusivo e informa su lavori che si stanno eseguendo di risistemazione della strada e di lati riordinando i massi e le lapidi. E' severo il rimprovero rivolto dalla Direzione all'Ufficio territoriale sia per la riapertura del varco abusivo, sia per i lavori di spostamento dei vari elementi lapidei, che invece dovevano rimanere al loro posto [21].

Le controversie sui passaggi sulla via Appia attraverso varchi abusivi continuano per alcuni anni, in particolare per le zone di Fiorano e Frattocchie dove si svolgevano attività estrattive di selce, con la conseguente necessità di trasporto del materiale. Le cause si risolvono con esito favorevole per il Ministero, ritenendo i Tribunali abusivo il transito dei carri di selce. Una sentenza del 2 luglio 1894 sancisce che il Ministero ha il dovere di tutela della strada monumentale e la via Appia è riconosciuta a tutti gli effetti un monumento nazionale. Le denunce e le sanzioni penali e civili nei confronti dei trasgressori fanno riferimento all'articolo 56 e 57 dell'Editto del 7 aprile 1820 sopra le Antichità e Scavi del Cardinal Pacca: " Siccome ancora resta assolutamente vietato di guastare gli avanzi qualunque delle antiche celebri Strade, interessando sommamente la loro conservazione.." .(art.57) e " Le contravvenzioni agli Art. 51 e seguenti saranno punite con una multa di Scudi Cencinquanta e colla refezione dei danni" [22].

Tra la fine del 1894 e il maggio del 1896 si definiscono, attraverso una fitta corrispondenza tra la Direzione Generale Antichità e Belle Arti e l'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti delle province di Aquila Roma Chieti, i modi e la spesa per la risanamento dei danni e della buche al fondo stradale della strada dal IV al X chilometro con pietrisco misto a terra ben ribattuto, non senza le consuete polemiche con alcuni dei privati che utilizzando la strada per il transito avrebbero dovuto concorrere alla spesa da sostenere per i lavori.

Il problema di una manutenzione periodica della strada è evidente dal carteggio anche per gli anni successivi, dal 1898 [23], sotto la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti di Felice Barnabei, Ministro Guido Baccelli.

Non si trovano riferimenti a particolari interventi e azioni di tutela sulla via Appia fino al 1910 [24] e si conclude questa scelta di note con la proposta del Direttore degli Scavi al Palatino e Foro Romano, Giacomo Boni al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti, Corrado Ricci, di piantumazione di alcune alberature: " Alcuni frequentatori della via Appia antica mi raccomandano di ottenere che si freni l'invasione delle brutte piante esotiche che danneggiano i ruderi degli antichi sepolcri e sopprimono ogni vestigio della flora più caratteristica della Regina Viarum. Le nuove piantagioni dovrebbero farsi nel prossimo novembre e sarei disposto a offrire un centinaio di pinus pinea e ad acquistare un altro centinaio di cupressus pyramidalis, perchè codesto On. Ministero volesse far estirpare le robilie e gli ailanti, risparmiando altrettanta legna per le stufe della R. Soprintendenza dei monumenti di Roma e provincia". [25]

In un momento in cui l'Appia con il suo territorio è in bilico tra noncuranza, inosservanza di regole che si davano per scontate e soluzioni solo apparentemente accattivanti, la storia della sua tutela assume un valore sostanziale. Quando si mira a cancellare la memoria, in modo che risulti più facile intervenire per trasformare, e il rischio che questo accada è quasi una dato di fatto, allora è opportuno riflettere volgendosi indietro, per conoscere e far conoscere cosa è stato, cosa si è fatto.

E non è poco.

La ricerca d'archivio sul territorio dell'Appia è stata eseguita, in modo completo, da Mauro De Filippis per la Soprintendenza Archeologica di Roma. Chi scrive e Mauro De Filippis hanno in corso la pubblicazione di tutti i documenti.

Bibliografia principale di riferimento

C. Fea, Osservazioni critiche sul ristabilimento della via Appia da Roma a Brindisi per il viaggio ad Atene, Roma 1833; A. Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della Carta de’ Dintorni di Roma, 2a ed. I-III Roma 1848-49; A. Iacobini, Lo scavo della Via Appia fatto nel 1851, in “Giornale Arcadico” CXXIII (1851); P. Rosa, Monumenti inediti pubblicati dall’Istituto, V, Roma 1849-53; L. Canina, La prima parte della Via Appia dalla Porta Capena a Bovillae, Roma 1853; A. Muñoz, Restauri e nuove indagini su alcuni monumenti della Via Appia, in “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma” XLI, (1913); G. Tomassetti, La campagna romana antica, medievale e moderna. Nuova edizione aggiornata a cura di L. Chiumenti e F. Bilancia, II: Via Appia, Via Ardeatina, Via Aurelia, Firenze 1975; F. Coarelli, Dintorni di Roma, Bari 1981; AA.VV., Piano per il Parco dell’Appia Antica, Italia Nostra – Sezione Romana, Roma 1984; L. Quilici, Via Appia da Porta Capena ai colli Albani, Roma 1989; AA.VV., Via Appia, Sulle Ruine della magnificenza antica, cat. mostra, Roma 1997; Paolo Fancelli, Antonio Canova tra archeologia e restauro: il monumento di M. Servilio Quarto sulla Via Appia, in Studi in onore di Renato Cevese, 2000; Via Appia. La Villa dei Quintili, a cura di R. Paris, Roma 2000; Via Appia. Il Mausoleo di Cecilia Metella e il Castrum Castani, a cura di R. Paris, Roma 2000; M.G. Filetici, S. Pasquali, Via Appia antica in Roma, 1850-1999: un percorso tra documenti d’archivio e monumenti attraverso la rappresentazione in 3D, in Centro di Ricerche Informatiche per i beni Culturali, quaderni 10, a cura di G.Beltramini e M.Gaiani, Scuola Normale Superiore, Pisa, 2000, pagg183-188; R.Paris, Via Appia. Nota introduttiva sui lavori., in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; R.Paris, Mausoleo di Cecilia Metella e Castrum Castani, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; R.Paris, Villa dei Quintili, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; P.Meogrossi, Supporti documentari dell’Appia Antica:il Castello Castani e la cartografiageoriferita della Villa dei Quintili, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; M.G.Filetici, Conservazione di otto piccoli sepolcri e ritrovamento di un colombario, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; D.Cirone, Valle della Caffarella. Scavi della Torre Valca, al Colombario Costantiniano e al Ninfeo di Egeria, in Archeologia e Giubileo, Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000,, Vol. I, Electa, Napoli, 2000; Adriano La Regina, Lexicon Topographicum Urbis Romae. Suburbium, I, Roma 2001, voce " Appia via"(S. Bruni, S. Mineo, R. Paris); AA. VV. La Via Appia. Iniziative e interventi per la conoscenza e la valorizzazione da Roma a Capua, a cura di L. Quilici e S. Quilici Gigli, Roma 2002.

[1] ASR, Camerlengato. Parte I. Titolo IV. Antichità e Belle Arti (1816-1823), B.38 f. 25

[2] ASR, Camerlengato. Parte II. Titolo IV. Antichità e Belle Arti (1824-1854), B.150 f.112

[3] I lavori sono descritti nella prefazione dell'opera di L. Canina, La prima parte della Via Appia....; R. Paris, Luigi Canina e il museo all'aperto della via Appia, in Tusculum. Luigi Canina e la riscoperta di un'antica città, Roma 2002, a cura di G. Cappelli e S. Pasquali, pp. 221-224

[4] Rapporto del capo contabile al Ministero, ASR, Ministero del Commercio, Belle Arti, Industria, Agricoltura e Lavori Pubblici. Sezione V. Titolo I, Articolo I. Monumenti (1855-1870), B349 f.59. Il lavoro di misurazione della Via Appia è stato pubblicato nell'opera di Padre Secchi, Secchi A. Misura della base trigonometrica eseguita sulla via Appia per ordine del governo Pontificio nel 1854-55, Roma, Tipografia della Camera Apostolica 1858.

In occasione dei lavori di restauro della strada eseguiti nell'ambito dei programmi del Giubileo 2000, è stato rinvenuto il caposaldo materializzato nei pressi del mausoleo di Cecilia Metella (caposaldo A), nel centro della carreggiata stradale; un secondo caposaldo era presso un monumento in località Frattocchie (caposaldo B); cfr. E. Borchi-A. Cantile, La nuova base geodetica dell'Appia antica, estratto dal volume Eventi e documenti diacrinici delle principali attività geotopocartografiche in Roma, a cura di A. Cantile, Suppl. al N. 6/2000 (a. LXXX) di "L'Universo", Istituto Geografico Militare, Firenze.

[5] ASR, Ministero del Commercio, Belle Arti, Industria, Agricoltura e Lavori Pubblici. Sezione V. Titolo I. Articolo I. Monumenti (1855-1870). B. 363 f. 6.

[6] Cfr. S. Quilici Gigli, Gli sterri per la costruzione dei forti militari, in L'archeologia in Roma Capitale tra sterro e scavo, 1983, pp. 89-98; ASR, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I versamento(1860-1890) B. 131 (già 83) f. 215.

[7] Per gli scavi al Forte Appio: G. Fiorelli, NSc (1877), 272; R. Lanciani, NSc (1878), 67, 134-136, 164-166, 369-370; Id., NSc (1879), 15-16; Id., BCom (1878), 107-119; Id., BCom (1880), 46-48; G. Mancini, NSc (1913), 119; E. Gatti, NSc (1919), 46-47); anche Lexicon Topograficum Suburbium Urbis Romae, p. , v. Appia (S. Mineo).

[8] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 420 (già 502), f. 4651 (il fascicolo contiene numerosi documenti sugli interventi urgenti da eseguirsi per la manutenzione della via Appia tra il 1880 e il 1896).

[9] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651, il fascicolo contiene copia dell'articolo.

[10] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651, lettera del 18 agosto.

[11] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651, lettera del 24 agosto.

[12] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651

[13] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897), B. 420 (già 502), f. 4651(presumibilmente marzo 1891)

[14] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664.

[15] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 13 novembre dell'ing. Adolfo Bergomi al Direttore Generale G. Fiorelli, con allegati (busta 13 fascicolo 619) tra cui la planimetria della Via Appia Antica e delle proprietà limitrofe in scala 1:2000.

[16]ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 10 luglio 1890.

[17] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera dell'11 luglio 1890.

[18] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 29 gennaio 1891 dell'avvocato Generale Erariale di Roma al direttore generale delle Antichità e Belle Arti Carlo Fiorilli.

[19] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, allegato al documento interno del 31 marzo 1892 firmato direttore generale delle Antichità e Belle Arti C.Fiorilli per concertare con l'Avvocato Generale Erariale una linea politica sui varchi e i passaggi, contenente varie pratiche

[20] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettera del 27 maggio 1893.

[21] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II versamento, II serie (1891-1897) B. 422 (già 503), f. 4664, lettere del 12, 13, 21, 24, 29 aprile e del 6 , 31 maggio, 3 giugno e 1 luglio 1892.

[22] Per l'editto:A. Emiliani, Leggi, bandi e provvedimenti per la tutela dei Beni Artistici e Culturali negli antichi stati italiani (1571-1869), pp. 100-111.

[23] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I divisione (1908-1924), B. 560, f. 2862.

[24]Continua tuttavia il carteggio sul problema dei varchi e passaggi per i quali la Direzione del Ministero esprime sempre parere contrarissimo con la motivazione che la "via cesserebbe di avere il carattere di proprietà riservata e di esclusivo uso del demanio pubblico", fra l'altro ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I divisione (1908-1912), B. 170, fasc.2951, lettera del 30 ottobre 1907 del direttore dell'Ufficio Tecnico per la conservazione dei Monumenti di Roma, Aquila e Chieti, D. Marchetti al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti C. Ricci.

[25] ACS, Ministero della Pubblica Istruzione. Direzione Generale Antichità e Belle Arti, I divisione (1908-1912), B.138, fasc. 2643.

Il piano regolatore di Roma sta attraversando ancora una volta, nella sua lunga e tormentosa storia, una fase difficile?

Si direbbe di sì, se si considerano nel loro schematico susseguirsi una serie di date, passate e future:

1. ‑ Il 18 giugno 1962 il nuovo piano redatto dagli uffici comunali, dai comitati di consulenza tecnico e ministeriale, viene adottato in forza del noto decreto Sullo;

2. ‑ Il 18 dicembre 1962 il Consiglio Comunale adotta il piano, nel frattempo rifatto dagli uffici comunali;

3. ‑ Il 12 aprile 1963 scade il termine per la presentazione delle osservazioni;

4. ‑ Il 18 dicembre 1965 scadranno le misure di salvaguardia sul piano.

Quest'ultima data non è tanto lontana, se si pensa al lungo iter che il piano deve ancora percorrere; attualmente (febbraio 1964) è sempre fermo al Comune per l'esame delle osservazioni.

Si rischia ancora una volta che la data di scadenza della salvaguardia si trasformi in una spada di Damocle, in un ricatto?

Sarebbe l'ennesimo ricatto e l'ennesima spada di Damocle nella storia dei P.R.G. di Roma.

Non è solo la lentezza con cui il piano procede che ci autorizza ad allarmarci: ma è tutto un insieme di fatti che presi forse uno per uno non sarebbero molto importanti, ma nel loro insieme lasciano supporre una chiara volontà politica, sostenuta da alcuni ambienti romani purtroppo ancora troppo influenti.

Definiremo l'insieme di questi fatti « operazione riassorbimento » in quanto lo scopo sembra essere appunto di riassorbire tutti quei provvedimenti che la precedente «operazione Sullo» aveva promosso ed avviate, sia nella redazione del piano vero e proprio, sia nell'impostazione di nuovi strumenti di pianificazione.

L'OPERAZIONE RIASSORBIMENTO

L'«operazione riassorbimento» prende le mosse dalla mancanza di garanzie sufficienti dell'«operazione Sullo», dall'essere stata cioè essa caratterizzata essenzialmente da provvedimenti a termine, scaduti i quali una struttura sostanzialmente immutata e profondamente conservatrice e reazionaria è rimasta, di nuovo, padrona del vapore. L'«operazione riassorbimento» comprende varie fasi.

Una prima fase si è già conclusa. Era quella che aveva come obiettivo la presentazione in Consiglio Comunale per l'adozione di un P.R.G. che non fosse quello pubblicato con il decreto Sullo nel giugno 1962, ma fosse un piano un po' diverso. Evidentemente non si poteva accantonare l’elaborato predisposto dalle commissioni di consulenza tecnica e ministeriale e tornare sic et simpliciter al piano Cioccetti o addirittura al piano del '31, con le sue infinite varianti. Ma si potevano aggiungere alle indicazioni dell'elaborato del giugno tante altre decisioni, una per una magari piccole e quasi insignificanti, ma nel loro insieme capaci, soprattutto se realizzate prima delle altre, di alterare decisamente il quadro generale del piano. Questa fase dell'«operazione riassorbimento» si è conclusa vittoriosamente il 18 dicembre del '62 con l'adozione, appunto da parte del Consiglio Comunale, di questo elaborato riveduto e corretto.

La seconda fase è quella in atto ed ha come sua scadenza il 18 dicembre 1965, quando scadranno le misure di salvaguardia: suo obiettivo è precisamente l'attuazione di quei provvedimenti inseriti nell'edizione dicembre 1962 del P.R.G. e che non erano contenuti nel precedente piano di giugno, in maniera da compromettere attraverso la loro attuazione la situazione di fatto nella direzione contraria alle principali decisioni innovatrici inserite, anche se spesso troppo timidamente, nel piano di giugno.

Per svolgersi tranquillamente in questa seconda fase l’“operazione riassorbimento” ha bisogno che non siano operanti ed efficienti gli strumenti proposti invece per far avanzare l'urbanistica romana nella direzione che fu dell'«operazione Sullo».

Quali sono questi strumenti?

Essi sono indicati dagli ordini del giorno votati dal Consiglio Comunale nella seduta in cui il nuovo PRG fu adottato.

Molti di essi erano stati ispirati di­rettamente dai socialisti che rappresen­tano evidentemente il nuovo corso nel­la politica di centro sinistra al Comune di Roma: a più di un anno di distanza rimangono come un documen­to di buone intenzioni inattuate.

Possiamo elencarle telegraficamente:

1) attuazione del piano attraverso suc­cessivi programmi biennali; 2) il primo programma biennale (1963‑1964, cioè ormai quasi completamente superato) era definito giustamente come « la fase più impegnativa e delicata per l'avvenire del piano stesso »; 3) applicazione delle misure di salvaguardia sulle licenze rilasciate nei tre anni precedenti in contrasto con le nuove destinazioni di zona; 4) riorganizzazione dell'Ufficio Nuovo Piano Regolatore e della Ripartizione Urbanistica (entro il 18 aprile 1963); 5) costituzione di un Ente permanente per la pianificazione territoriale (entro il 18 aprile 1963); 6) abolizione dell'amministrazione autonoma dell'EUR. Solo gli ordini del giorno riguardanti la legge 167 e l'utilizzazione dell'esproprio nelle aree ancora libere del piano regolatore del 1931 hanno trovato seguito.

Oggi, che il primo biennio di attuazione del Piano Regolatore è già quasi interamente scontato, riconosciamo più che mai giusto l'ordine del giorno che definiva il primo programma biennale di attuazione come la fase più impegnativa e delicata per l'avvenire del Piano stesso. In realtà nella voluta mancanza di questo primo programma biennale, nella mancanza di una programmazione per i vari successivi tempi di attuazione, stiamo vivendo una lunga introduzione al nuovo P.R. in cui si cerca proprio di attuare tutto ciò che vi era rimasto dal vecchio.

Il primo tempo di attuazione, la premessa anzi del primo tempo di attuazione, potrebbe avere come titolo «esaurimento delle precedenti decisioni del piano Cioccetti, del piano del '31», e quando queste previsioni saranno esaurite, probabilmente il nuovo piano bisognerà rivederlo da capo, in quanto partirà da premesse ben più negative di quelle da cui era potuta partire l'operazione Sullo.

Rimandiamo, per una conoscenza particolareggiata delle principali osservazioni, al n. 279 di Casabella, dove sono state pubblicate le osservazioni della Sezione laziale dell'INU, e al n. 40 della rivista Urbanistica, in cui sono riportate, oltre alle osservazioni dell'INU, e di « Italia Nostra », anche osservazioni di altre Associazioni ed Enti.

E’ significativo che proprio in corrispondenza di questa gravissima assurdità della legge urbanistica fascista del 1942 si stia tentando a Roma di aprire quel dialogo continuo e costruttivo tra la cittadinanza e l'amministrazione che solo può portare ad una effettiva pubblicizzazione dei problemi cittadini, la cui mancanza è stata giustamente deplorata nel n. 279 di Casabella.

Così «Italia Nostra» ha trasformato le proprie osservazioni in un documento base, in una ipotesi di programmazione attiva e sui principali punti (centro storico, minimi standard del verde, inedificabilità delle aree rimaste libere nelle zone urbanizzate, villa Doria Pamphilj, Gianicolo, Villa Borghese, Villa Ada, Parco delle Marine, Zona archeologica di Porto, Parco dell'Acqua Vergine e dell'Aniene, ecc.) ha continuato a produrre studi e documenti.

IL PARCO DELL'APPIA ANTICA

Il problema indubbiamente più importante dei grandi parchi pubblici della zona romana è il Parco dell'Appia Antica che è stato quindi oggetto, da parte di «Italia Nostra», di un più approfondito e dettagliato studio, che illustriamo in questo articolo, e che è stato redatto con la particolare collaborazione dell'ing. Toscano.

Il Parco Appio è veramente, a nostro avviso, il banco di prova dell'urbanistica romana, è la conferma che la politica urbanistica attuata per il passato dai vari amministratori è stata negativa.

La storia moderna dell'Appia Antica ha inizio ai primi dell'800, quando il Canina ed il Canova vi effettuarono lavori di scavo e di riordino, liberando dagli interramenti le crepidini, rialzando statue e frammenti, E’ da notare, come immediatamente, questi due primi cultori contemporanei dell'Appia, ne intuirono il carattere eccezionale‑ Altrove, essi furono archeologhi, nel senso stretto della parola, interessati al valore scientifico degli scavi, alla catalogazione e ricostruzione, del tutto indifferenti alle situazioni ambientali sovrappostesi nei secoli.

Viceversa già nel 1808 il Canova affermava che sull'Appia Antica tutto andava lasciato in loco, e che l'archeologia di essa doveva diventare qui da scienza arte. Sono gli anni in cui il Canina pianta i famosi cipressi dal Belvedere a Tor Carbone, ed in cui il Prefetto napoleonico di Roma, Conte Camillo De Tournon decreta che tutta la zona dal Campidoglio, attraverso i Fori romani, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, fino all'Appia Antica deve diventare un grande Parco archeologico. Da allora, questa impostazione del problema dell'Appia Antica è stata costantemente ripresa e ribadita, ma ha incontrato anche grosse difficoltà.

Con il crescere della città due pericoli vengono sempre di più a minacciare il parco dell'Appia Antica: il traffico e l'espansione edilizia.

Il primo investe pesantemente la zona dopo il 1932, quando fu aperta la via dei Fori Imperiali.

Ad essa succede la via di S. Gregorio, poi il viale delle Terme di Caracalla fino alle Mura Ardeatine, dove comincia la via Cristoforo Colombo. La unità e la continuità della zona archeologica, dal Foro romano alle Frattocchie, era irrimediabilmente spezzata e l'opera del Baccelli annullata. Da allora la zona archeologica dell'Appia comincia oltre le Terme di Caracalla, all'inizio della via di Porta S. Sebastiano.

L'espansione edilizia investe la zona dell'Appia, invece, intorno agli anni '50.

Sono dapprima lussuose ville, che sorgono tra il km. 3 e il km. 6. Poi sono più massicci gruppi di palazzine, che si affacciano all'orizzonte dell'Appia, sia da nord‑est, lungo la zona della via Latina, sia da sud‑ovest dalla zona di Piazza dei Navigatori e della Cristoforo Colombo. E' chiaro, a questo punto, che l'Appia Antica stessa è in gioco, ed il problema dell'Appia diventa, la battaglia per l'Appia.

Lentamente matura, dapprima in alcuni ambienti, e poi sempre di più nell'opinione generale, il concetto che l'Appia Antica va vista ed affrontata proprio come avevano fatto Canina e Canova, nelle dimensioni e nei rapporti naturalmente della grande metropoli attuale e del suo territorio. La conservazione cioè, non è qui solo un problema archeologico e culturale, ma è un problema di paesaggio e di ambiente.

Oggi, quindi, per Parco Appio intendiamo 2.500 ettari compresi tra le Mura Aureliane in corrispondenza di Porta S. Sebastiano ed il confine del Comune di Roma; al di là ci sono ancora, nel territorio del Comune di Albano, altri 300 ettari, corrispondenti agli ultimi tre km. dell'Appia Antica, prima del suo raccordo con l'Appia Nuova alle Frattocchie. Se aggiungiamo a questi gli ettari corrispondenti alla zona archeologica del Foro romano, del Palatino, del Circo Massimo, del Celio, delle Terme di Caracalla, della via di Porta S. Sebastiano e di Porta Latina, abbiamo un enorme cuneo verde di oltre tremila ettari, che parte da piazza Venezia ed arriva ai piedi dei Castelli romani snodandosi per oltre 18 km.

Accenniamo brevemente ai problemi relativi alla zona tra Piazza Venezia e Porta S. Sebastiano, dove occorrerebbe attuare una maggiore apertura ed accessibilità delle varie zone cintate, creare dei percorsi pedonali, collegare il parco di villa Celimontana con la via delle Terme di Caracalla, collegare il parco di Montedoro con la via di Porta S. Sebastiano, ecc. Ma soprattutto occorrerebbe conservare questa zona, ed anche questo è diventato un problema, ed un problema, a quanto pare, che ammette solo la soluzione negativa.

L'APPIA ANTICA E IL TRAFFICO

Al di fuori delle Mura, il problema del traffico è oggi costituito dalla necessità di creare dei collegamenti trasversali rispetto al Parco Appio, ossia sostanzialmente perpendicolari alla via Appia Antica. I problemi, invece, dello scorrimento nella stessa direzione dell'Appia antica, sono sostanzialmente risolvibili all'esterno del Parco Appio. Gli attraversamenti hanno, come loro scopo principale, quello di collegare le enormi espansioni subite dalla città a nord e a sud del Parco Appio; cioè di creare dei collegamenti diretti tra zone residenziali e direzionali situate a nord dell'Appia Nuova e nella zona Cristoforo Colombo‑EUR. Oggi l'ultimo collegamento, più o meno diretto, tra la parte est della periferia romana e l'EUR è rappresentato dalla via di Porta Ardeatina, che scorre lungo le Mura Aureliane, all'esterno di Porta San Sebastiano. Dopo questo non c'è più alcun collegamento fino al grande raccordo anulare dell'ANAS, situato 9 km. all'esterno delle Mura Aureliane e con funzioni assolutamente extra urbane.

Il PR del 1962, prevede in questo spazio di 9 km., quattro grandi attraversamenti:

1. ‑ A 200 metri da Porta S. Sebastiano, adiacente al sovrappasso ferroviario della Roma‑Pisa in prosecuzione della via Cilicia e come congiungente del viale Marco Polo. L'opera era stata iniziata alcuni anni fa, ed è stata sospesa perché avrebbe comportato la demolizione dei ruderi dell'Arco di Vero e del Tempio di Marte. Non si capisce, perciò, come essa sia stata mantenuta nel Piano, dato che tale ostacolo è evidentemente inamovibile, e dato oltre tutto che questo primo attraversamento è funzionalmente superato dall'attraversamento illustrato al successivo n. 2.

2. ‑ A 400 metri da Porta S. Sebastiano, è previsto un altro attraversamenio in corrispondenza del Fosso Almone o Marrana della Caffarella. A diffeferenza del precedente, non sembra che questo attraversamento sia ostacolato da monumenti o da ruderi.

Il PR lo indica con un sovrappasso che ostacolerebbe l'ultima veduta ancora libera della Porta S. Sebastiano e delle mura Aureliane. Sembra però che l'indicazione di sovrapassaggio nel PR sia un errore,e che gli Uffici competenti intendano realizzare questo attraversamento con un sottopassaggio.

3. ‑ Attraversamento dell'Asse attrezzato e della Metropolitana che dovrebbe correre parallela all'Asse attrezzato al km. 3 dell'Appia Antica in corrispondenza del piazzale del Belvedere, subito dopo la Tomba di Cecilia Metella. Questo attraversamento è previsto in galleria, ma occorre che questa sia molto lunga, in modo da conservare a tutte le adiacenze del Belvedere e al Pagus Triopius l'attuale carattere.

4. ‑ Attraversamento dello scorrimento esterno al km. 8 circa, poco dopo la ferrovia Roma‑Napoli e a un chilometro e 200 metri dal grande raccordo anulare ANAS, in località Torre Selce. Anche questo attraversamento avviene in galleria, che è possibile attuare utilizzando le cave di selce delle FF.SS. a nord, mentre a sud il terreno scende rapidamente, dato, che l'Appia Antica è qui in quota.

Perciò, riassumendo, sarebbe necessario abolire il primo attraversamento e realizzare il secondo ed il terzo mediante sottopassaggi con lunghissimi tratti di galleria. In tale modo il panorama dell'Appia Antica potrebbe essere sufficientemente salvaguardato e la situazione del traffico resterebbe identica a quanto previsto nel PRG.

L'ESPANSIONE EDILIZIA SULL'APPIA

L'altro grave problema è quello dell'investimento dell'Appia da parte dell’espansione edilizia. Si presenta sotto due aspetti:

1. ‑ Presenza all'interno del comprensorio del Parco Appio di nuclei residenziali, lottizzazioni ecc.

2. ‑ Pressione dei quartieri limitrofi sui confini del Parco.

Esaminiamo anzitutto il primo punto. Fino a 20 anni fa, circa, le uniche case che fiancheggiavano l'Appia Antica e le immediate adiacenze, erano pochi isolati casolari rurali risalenti per lo più agli ultimi tre secoli. Subito dopo l'ultima guerra cominciarono le costruzioni di lussuose ville, soprattutto nella zona del Belvedere a Tor Carbone. I vincoli imposti erano insufficienti ad una reale difesa del panorama l'Appia, consistendo essenzialmente nell’obbligo di usare tegole antiche e nel distacco di 100 metri dal filo stradale dell'Appia. L'obbligo di non innalzarsi per più di un piano fuori terra era facilmente violato.

Il primo scandalo sull'Appia Antica fu appunto la Pia Casa S. Rosa che fuoriesce dal terreno di ben quattro piani.

Tutte le zone interessate da queste costruzioni sono indicate nell'attuale Piano regolatore come parco privato, vincolato con l'obbligo di conservare l’attuale consistenza edilizia con le relative sistemazioni a verde con esclusione di nuove costruzioni. A questo vincolo si sovrappone quello archeologico e paesaggistico, ossia le disposizioni leggi 1 giugno 1939 n. 1809 e 29 giugno 1939 n. 1497 ed il regolamento 3 giugno 1940 n. 1357. Il pericolo quindi di ulteriori costruzioni a ridosso dell'Appia dovrebbe essere evitato. Resta il fatto che in alcuni dei tratti più belli e facilmente raggiungibili la godibilità pubblica è limitata alla Appia Antica, chiusa dalle recinzioni di private proprietà. Il problema di un riacquisto di quanto costruito negli ultimi 20 anni, deve sere oggi necessariamente rinviato, sebbene la legge La Malfa per la via Appia, presentata durante la seconda legislatura ma non perfezionata, prevedesse una forma di ricessione allo Stato. Per consentirne però in futuro la realizzabilità è necessario che il PR indichi come parco pubblico tutte le zone classificate invece come parco privato vincolato.

Un successivo più massiccio tentativo di intrusione edilizia nella zona dell'Appia Antica si profilò nel 1959, quando il Comune compilò un piano particolareggiato per la valle della Caffarella, situata immediatamente a nord‑est del tratto della via Appia Antica tra la ferrovia Roma‑Pisa e la via Almone. Tale piano lasciava in realtà a parco solo le zone di fondo valle occupate in parte strade di scorrimento e da nodi stradali, consentendo in tutta la zona migliore una fortissima edificabilità. Rimasto sino ad oggi ineseguito. Sia per le more del nuovo Piano che per l’opposizione della pubblica opinione, il piano particolareggiato della Caffarella è però inserito nel piano regolatore. Per queste aree è istituita una apposita sottozona edilizia denominata E 3. Ad essa si applicano quelle disposizioni del decreto ministeriale 11 febbraio 1960 e 22 febbraio 1960 del Ministero della Pubblica Istruzione che approvano il piano paesaggistico dell'Appia Antica e della Caffarella laddove non contrastino con le previsioni delle destinazioni del PRG. Inoltre anche queste zone sono sottoposte a vincoli archeologici e paesistici come sopra indicato.

Le zone edilizie E 3 nella valle della Caffarella permangono come grave intrusione non solo dal punto di vista paesistico ma anche dal punto di vista sociale. Esse ostacolano infatti l'accessibilità diretta al Parco dell'Appia Antica da tutto il popolarissimo quartiere sorto intorno alla via Latina subito dopo piazza Zama.

L'intera edificabilità prevista nella valle della Caffarella e più ad est nella zona di Lucrezia Romana andrebbe abolita. Esaminando gli elaborati del nuovo piano regolatore non si può non constatare con rammarico che alcune altre minacce all'integrità del Parco Appio hanno purtroppo resistito. Si tratta di altre due zone ugualmente E 3 con caratteristiche e vincoli di cui sopra, situate, una immediatamente dietro a Cecilia Metella, l'altra immediatamente dietro la chiesa di San Sebastiano. Queste vanno completamente abolite e sostituite da zone a parco pubblico.

L'ESPANSIONE EDILIZIA INTORNO ALL'APPIA

Passiamo ora ad esaminare la pressione dei quartieri limitrofi sui confini del Parco, pressione che va esaminata sotto un duplice aspetto: paesaggistico e sociale. E’ chiaro che il grande Parco Appio svolgerà, nei confronti dei quartieri confinanti, tutte le funzioni delle zone verdi e degli spazi verdi. Questi quartieri sono popolatissimi, ma completamente privi di altre aree verdi. I bordi del grande Parco Appio dovranno svolgere perciò la funzione di parchi di quartiere, inquadrati naturalmente nelle particolari esigenze paesistiche e nelle caratteristiche del Parco.

Per rendersi conto della povertà di verde dei quartieri confinanti con il Parco Appio e della sua assoluta urgenza ed importanza, si tenga presente che in base ai raggi di azione ed ai minimi standard urbanistici l'area del Parco Appio richiesta per le esigenze di verde di quartiere dalle aree edificate a nordest e a sud‑ovest impegnerebbe ben 980 ettari, ossia un terzo di tutto il verde da piazza Venezia alle Frattocchie, e ciò senza tener conto dei nuovi insediamenti che potrebbero richiedere un aumento del 20% circa. Applicando i criteri dei raggi di azione e ricostruendo, sia pure approssimativamente, la quantità di popolazione delle varie zone, in base alle zone statistiche censite, sono circa 22 i parchi di quartiere inesistenti che verranno surrogati dal Parco Appio e si può valutare, ottimisticamente, a mezzo milione di abitanti quelli che trarranno immediato giovamento dall'esistenza del Parco.

Globalmente possiamo dire che nel nuovo PR a nord‑est dell'Appia Antica, ossia lungo la via Latina, Appia Nuova, Tuscolana, dalle Mura Aureliane fino a Cinecittà, viene mantenuta la situazione attuale con i completamenti e le urbanizzazioni già in corso. L'unica eccezione è rappresentata da alcune zone di espansione, previste dinanzi al Centro sperimentale di cinematografia ed a Cinecittà. Si tratta di due zone E 3, cioè con quei particolari vincoli sopra descritti e con il solito vincolo archeologico e paesistico, e di una più consistente zona E 1 da realizzarsi con comprensorio unitario, anch'essa vincolata archeologicamente e paesisticamente.

I primi due nuclei che insistono nella zona archeologica di Lucrezia Romana antistante a Cinecittà andrebbero aboliti, mentre il terzo andrebbe forse solo ridotto di area.

Il problema principale per questi quartieri di nord‑est è soprattutto quello di creare degli opportuni cunei verdi di penetrazione in maniera da facilitare nel modo migliore l'accessibilità al Parco.

Per quanto riguarda la pressione dei quartieri confinanti dalla parte opposta, e cioè a sud‑ovest, la situazione è nettamente diversa nel primo tratto lungo la via Ardeatina dal Quo Vadis all'allineamento di San Sebastiano e nel tratto successivo.

Nel primo ci troviamo di fronte ad una urbanizzazione già completa in molte zone, e che il Piano prevede di completare. Si tratta di palazzine di cooperative più che di grosse iniziative, e la densità complessiva è inferiore che nei quartieri edificati a nord‑est, ma i risultati paesistici raggiunti sono ugualmente negativi. Nel secondo tratto, invece, l'attuale espansione edilizia della città è ancora molto lontana dall'Appia Antica: 4 km. in linea d'aria e anche più, fino alla Cristoforo Colombo, all'EUR, alla Cecchignola.

Il nuovo Piano prevede una grossa serie di comprensori E 1 fino alla via Ardeatina e lungo il lato nord‑ovest di questa, 8 comprensori di zone E 3, cioè con i particolari vincoli già visti per la Caffarella e per Lucrezia Romana, e con il vincolo archeologico e paesistico.

C'è da chiedersi se questa espansione era assolutamente necessaria, o se non era invece possibile in questa zona, completamente verde, consentire che il Parco Appio confinasse liberamente con la campagna. L'abolizione degli 8 coniprensori E 3 oltre l'Ardeatina e il comprensorio E 1 a ridosso delle cave Ardeatine e delle Catacombe di San Callisto sarebbe comunque auspicabile.

L'urgenza e l'importanza del Parco Appio sono state del resto confermate in Consiglio Comunale il 18 dicembre 1962, quando è stato approvato tra gli altri ordini del giorno contemporanei all'adozione del nuovo PR il seguente: «Il Consiglio Comunale, udita la relazione dell'assessore Petrucci sul progetto di PR, ritenuto che il parco dell'Appia Antica è uno degli elementi di essenziale fondamentale importanza nell'assetto urbanistico della città, considerato inoltre l'incommensurabile valore storico, religioso, artistico e turistico della zona da salvaguardare da qualsiasi deturpazione, considerato peraltro che la spesa relativa può essere senz'altro affrontata, delibera di autorizzare la Giunta ad operare con tutti i mezzi opportuni e con ogni sollecitudine per l'acquisizione e la sistemazione del predetto parco Pubblico».

Il parco dell'Appia Antica sarebbe stato quindi incluso necessariamente nel primo programma biennale di attuazione del PRG se questo primo programma biennale fosse stato redatto.

LA BATTAGLIA PER L'APPIA CONTINUA

Intanto, in sua assenza, il problema dell'Appia è diventato ancora più drammatico e urgente. E’ un susseguirsi continuo di manomissioni.

Improvvisamente, poi, nello scorso autunno, nuovi lavori di sterro venivano iniziati nella zona tra l'Appia Antica e l'Ardeatina, in un'area di ben 720.960 mq., interessata da un progetto di lottizzazione, presentato in data 17 ottobre 1962 (e cioè quando il piano regolatore del giugno era già diventato operante) dalle Società Acacia Farnesiana, Acacia Rustica e Pinus Excelsa. Si direbbe, dagli strani nomi botanici di queste società, che esse intendessero realizzare dei vivai arborei. Viceversa la loro intenzione era quella di costruire 59 villette a schiera e 108 ville, oltre i servizi. Ciò che appare inaudito, è che un simile progetto abbia avuto il benestare della Sovraintendenza ai Monumenti, e che sia stato fermato dall'Amministrazione Comunale solo dopo essere stato segnalato in Consiglio Comunale dall'opposizione, ed essere diventato il centro di una campagna giornalistica ad opera di Paese‑Sera.

L'attuazione dell'ordine del giorno sopra riportato è quindi sempre più urgente e indifferibile. Essa è veramente tanto difficile o addirittura impossibile come sembrerebbe?

Effettivamente, in tutta la zona del Parco Appio, le proprietà comunali e demaniali sono purtroppo minime. Perfino la maggior parte dei monumenti che non rientrano nella stretta fettuccia costituita dall'Appla Antica e dalle sue crepidini ricadono in proprietà private.

Tipico il caso di Casal Rotondo che, pur essendo uno dei più caratteristici monumenti dell'Appia, è un'abitazione privata, nel cui interno i proprietari hanno potuto addirittura costruire, pochi anni fa, una piscina.

Il Comune possiede una particella di poche migliaia di metri quadrati a circa 200 metri dall'Appia Antica, ad est della via di Cecilia Metella. Lo Stato possiede il Forte Appio poco oltre il IV chilometro, ed un'area dinanzi all'aeroporto di Ciampino, poco prima di via Floriana, in cui sono installate attrezzature radio connesse con il funzionamento dell'aeroporto. Per il resto tutte le aree rientranti nel Parco Appio sono private.

Si era parlato al tempo del piano paesistico e del piano archeologico nel 1959 di una donazione da parte dei maggiori proprietari a nord‑ovest dell'Appia Antica di una notevole quantità di terreno, ma tale donazione, avendo come tacito ma palese controaltare l'autorizzazione ad edificare nelle restanti aree secondo il piano particolareggiato della Caffarella, non ha avuto alcun seguito. Le proprietà private possono essere distinte, per il loro carattere, in tre tipi:

1. ‑ Aree già urbanizzate ed edificate e la cui privata attuale utilizzazione è sancita dal piano: zone destinate a parco privato, a completamento, a ristrutturazione. Per esse non vi è altro da fare che prendere atto di quanto è purtroppo avvenuto nei decenni passati, e constatare che il Piano attuale vincola in modo da evitare peggioramenti, rifacimenti o cambiamenti qualsiasi.

2. ‑ Aree non urbanizzate, ma già interessate direttamente dall'espansione della città e per le quali progetti edilizi di lottizzazioni sono stati già ventilati o progettati. Si tratta sia delle zone in cui il PR ammette edificabilità all'interno dei confini del Parco Appio, sia di quelle in cui l'edificabilità non è ammessa dal Piano, ma si può prevedere che sarà richiesta in sede di osservazioni al piano dai proprietari che faranno poi sempre di tutto per ottenere facilitazioni anche in sede di piani particolareggiati o di lottizzazione.

3. ‑ Aree allo stato agricolo e non interessate finora dalle espansioni della città.

Evidentemente i proprietari delle aree del primo tipo sono attualmente fuori causa. Viceversa il discorso è estremamente complicato per quanto riguarda i proprietari del secondo tipo. A questo secondo tipo appartengono due gruppi di aree: a nord la zona compresa tra le Mura Aureliane e le ultime case costruite lungo la via Latina fino alla Tomba Latina, le ultime case verso sud dei quartieri Quadraro e Tuscolano, il Centro sperimentale di cinematografia, la via Tuscolana. le aree della Società Generale Immobiliare al Curato, lo scorrimento esterno di PR, la via Appia Nuova, la via Appia Pignatelli, le zone destinate a parco privato a nord‑ovest dell'Appia Antica di fronte alle Catacombe di San Callisto, l'Appia Antica dal Quo Vadis alle Mura. A sud, appartengono allo stesso secondo gruppo le aree situate tra le vie delle 7 Chiese. via Ardeatina. confini dei comprensori a nord‑ovest dell'Ardeatina, confini delle zone destinate a parco privato tra il Forte Appio e l'Asse attrezzato, Asse attrezzato, via Appia Antica.

Il gruppo nord di queste aree interessa circa 800 ettari che sono, nella quasi totalità, proprietà di Alessandro Gerini ed Isabella Gerini, separatamente, insieme o associati ad altri minori proprietari, tra cui l'Istituto Salesiano per le Missioni, ente morale di culto con sede in Torino, e la Società terreni e trasformazioni agricole TETA, società per azioni con sede in Roma. Tra questi due enti e Alessandro Gerini risultano a catasto rapporti di comproprietà, usufrutto, livellarietà, ecc. Queste aree hanno sempre avuto ed hanno tuttora un reddito agricolo mediamente buono e ottimo in certe zone, per cui non hanno mai rappresentato per i proprietari un passivo o anche solo un immobilizzo di capitali improduttivi. Inoltre, quasi tutte le aree di proprietà Cerini erano già sottoposte a vincoli archeologici e di PR quando i Gerini le ereditarono, e i vincoli attuali non possono costituire perciò un cambiamento di destinazione e creare dei diritti ai proprietari.

Tanto è vero che voci, naturalmente non confermate, e non contrattabili hanno insistentemente accennato al fatto che i Gerini fossero disposti a cedere la maggior parte delle loro aree in cambio della destinazione a edilizia intensiva della parte più settentrionale delle loro proprietà; all'incirca 60 ettari in zona urbanisticamente già compromessa tra la via Tuscolana e il Centro sperimentale di cinematografia. Purtroppo si deve constatare dagli elaborati del PRG che questa destinazione a quest'area è stata concessa senza che fosse perfezionata alcuna controdonazione da parte dei proprietari. Un'occasione perduta, ma se ne possono ricreare subito delle altre.

Infatti, nei circa 600 ettari dei Gerini, oltre ai 60 ettari di cui sopra, ve ne sono altri 120 di zona edíficabile con particolare vincolo: le zone E 3. Abbiamo detto sopra come l'edificabilità di queste zone deve essere abolita, ed esse devono essere trasformate a parco pubblico. Se in sede di controdeduzioni al PRG si accetterà questa necessaria trasformazione, tutte le aree di questa zona nord del Parco Appio saranno acquisibili partendo dal valore che può competere a delle zone agricole vincolate archeologicamente da sempre e vincolate dal PR. Anche in mancanza di strumenti legislativi, come quelli che si spera possano essere tra poco in atto anche in Italia, la cosa non dovrebbe atterrire neppure le deficitarie finanze del Comune di Roma.

Prima di esaminare le aree del secondo gruppo, sit ate cioè tra l'Appia e l'Ardeatina, ci conviene esaminare le aree del terzo gruppo, ossia quelle allo stato agricolo e non interessate finora dall'espansione della città.

In questo terzo gruppo rientra la metà del Parco Appio compreso nel Comune di Roma e tutti i 300 ettari circa del Comune di Albano, cioè un totale intorno ai 1.500 ettari. Si tratta di tutte le zone oltre la villa dei Quintili sul lato sinistro dell'Appia ed oltre il Forte Appio sul lato est. Queste aree possono essere acquistate a prezzo agricolo, valutato tenuta per tenuta. Salvo casi sporadici esse non hanno mai subito una differente contrattazione di mercato. Occorre considerare anche che questa parte del Parco Appio ha oggi un valore di riserva per gli anni futuri; se ne può perciò dilazionare l'acquisto in un piano progressivo, a lunga scadenza garantito dai vincoli precisi contenuti nel PR. Inoltre, l'utilizzazione agricola rimarrà possibile in un primo tempo per tutte queste aree, ed anche quando progressivamente sarà il caso di farle cessare altre fonti di utilizzazione saranno sempre possibili: da fattorie modello comunali aperte al pubblico a un campo di golf dato in gestione ad apposita società. I numerosi casali della zona potrebbero inoltre essere affittati dal Comune, diventatone proprietario, sia a privati che ad associazioni. Con un buon piano, cioè insieme di gradualità dell'acquisto e di redditività dei beni acquistati, potrebbe essere possibile ridurre annualmente l'aggravio derivante dall'acquisto o dall'attrezzatura a verde pubblico di questi 1.500 ettari più esterni del Parco Appio.

Abbiamo lasciato per ultime le zone del secondo gruppo a sud‑ovest tra il Parco Appio e l'Ardeatina, perché si tratta di zone oggi agricole, ma destinate dal PR a varie edificabilità come sopra accennato.

Si danno tre possibilità:

1 ‑ In sede di osservazione e perfezionamento legale del piano viene cambiata la destinazione di queste aree che passano da zone edificabili a parco pubblico. Allora esse rientrerebbero nel terzo gruppo: aree agricole.

2. ‑ In PR viene lasciata l'attuale destinazione, ma il Comune decide di attuare lo stesso anche in questa zona parco con la conseguenza che si dovranno acquistare le aree a prezzo a‑ aree edificabili, anche se con bassa cubatura e numerosi vincoli.

3. ‑ In PR viene lasciata l'attuale destinazione e la conseguente urbanizzazione viene realizzata. Il valore delle aree rese così edificabili è evidentemente incrementato dall'immediatamente retrostante Parco Appio. Precisamente in base ai raggi di azione si può presumere una influenza diretta di una striscia di circa 200 ettari appartenente al terzo gruppo: cioè agricolo. L'acquisto di questi 200 ettarì di parco pubblico dovrebbe rientrare, in questo caso nell'urbanizzazione di queste aree adiacenti: equivarrebbe cioè ad una specie di tassa di maggior onere di urbanizzazione.

IL FUTURO DEL VERDE A ROMA

Ormai, come risulta chiaramente sfogliando le pagine di questo numero di « Casabella », il problema del verde a Roma non è più allo stato iniziale. Associazioni e professionisti hanno studiato ed elaborato un notavole materiale che può costituire complessivamente un primo schema di quella che potremmo chiamare la dottrina del verde a Roma. Per passare da questa fase ad una fase successiva non bastano più però associazioni e individui; occorre l'intervento diretto, continuo, preciso degli uffici comunali, di quei tali organismi che sarebbero dovuti nascere cioè con il PRG come strumenti del PRG, impostati secondo principi e criteri adatti a quel nuovo corso ci cui il PRG doveva essere l'atto iniziale.

Oggi è proprio questo che vogliamo: si chiuda definitivamente l'«operazione riassorbimento», subito ed immediata mente, e si riprenda il discorso avviato l’“operazione Sullo” e proseguirà con gli ordini del giorno approvati dal Consiglio Comunale il 18 dicembre 1962; perché ci dispiacerebbe troppo dover constatare ancora che l'amministrazione di centro‑sinistra subisce passivamente certi atti che potevano essere approvati dalla politica della precedente amministrazione, ma non lo possono essere certamente da questa.

Vorremmo tra poco poter raccontare anche per Roma qualche cosa di analogo a ciò che si dice è successo a Parigi. All'inizio del '60 fu costruito un grandioso passaggio sotterraneo a più vie sovrapposte tra l'avenue de la Porte d'Asnières e il boulevard Berthier nella periferia nord della città. Richiesto a un addetto a questi lavori quanti alberi erano stati abbattuti o comunque sarebbero stati abbattuti per questi grandiosi lavori, egli rispose sdegnato ed in maniera perentoria: «Pas un arbre, messieurs!».

1881

Rodolfo Lanciani, "ingegnere per gli scavi", propone al Ministro della Pubblica istruzione l'esproprio dell'area in cui sono compresi il Ninfeo di Egeria e il Bosco Sacro, facenti parte della tenuta della Caffarella dei Torlonia.

1887

Guido Baccelli e Ruggero Bonghi propongono un "giardino parco archeologico" lungo l'Appia da Roma a Brindisi. Il 14 luglio viene approvata la legge n. 4730, proposta dagli stessi Bonghi e Baccelli, che dichiara di pubblica utilità l'isolamento dei monumenti nella zona meridionale di Roma e il loro collegamento per mezzo di passaggi e pubblici giardini". Il perimetro della zona vincolata comprende 227 ettari di cui 87 già demaniali.

1918

Dopo circa sette anni di lavori, viene consegnata al Comune la Passeggiata Archeologica, un grande parco tra il Circo Massimo e le Terme di Caracalla, chiuso in origine da una cancellata.

1931

Il nuovo Piano regolatore (tra gli autori Marcello Piacentini) definisce l'area dell'Appia "grande parco" e destina a "zona di rispetto" una fascia di territorio compresa tra Via Tuscolana e Ardeatina. Nella pratica il rispetto riguarderà due fasce di inedificabilità di 150 metri paralleli alla via, al di là delle quali possono essere costruiti edifici a due piani.

1932

Mussolini inaugura Via dell'Impero: la realizzazione della strada ha comportato la demolizione di un intero quartiere e lo sbancamento della Velia.

1934

L'Appia viene asfaltata fino al bivio per l'aeroporto di Ciampino.

1936

Con la realizzazione dell'Esposizione universale (Eur), l'Appia diviene un ostacolo ingombrante tra i quartieri ad oriente in sviluppo verso i Colli e il nuovo sviluppo a sud.

1939

Viene presentato il primo di una serie di piani particolareggiati destinati a sconvolgere l'Appia e mai attuati a causa della guerra.

1940

Il Comune espropria il complesso della Tomba di Romolo e del Circo di Massenzio.

1949

Il Piano particolareggiato n. 111 dà il via a un'alluvione di cemento che sommer­ge una vasta area compresa tra l'Appia Nuova, Via dell'Almone e via Appia Pignatelli.

1950

Al quarto chilometro inizia la costruzione della Pia Casa S. Rosa , ospizio per bambini minorati. I tre piani autorizzati dal comune e il quarto abusivo (mai demolito) dell'edificio intaccano il vincolo di rispetto con divieto "di massima" di ogni costruzione, istituito (addirittura) dal piano littorio del '31. La benefica istituzione apre la strada alla distruzione della regina viarum. Avere una casa sull'Appia Antica diventerà uno status simbol.

L'Appia Antica costituirà un "cuneo verde" tra le espansioni di Roma "verso i colli e verso il mare" (cioé tra i quartieri dell'Appio‑Latino da una parte e la Cristoforo Colombo dall'altra), "una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti": lo afferma una relazione di giunta del 21 ottobre. Contemporaneamente viene inaugurato il tronco di Raccordo Anulare che col­lega l'Aurelia con l'Appia, tagliando in due l'Appia Antica all'altezza del VII miglio.

1952

Marcello Piacentini presenta in un suo libro uno schema di nuovo piano regolatore, che prevede altre 9 strade che attraversano l'Appia e addirittura un "Appia novissima" da costruire a 300 metri dall'Antica.

1953

Nei primi cinque chilometri della via si contano già una settantina di ville, per lo più con regolare licenza. Ne "I Gangster sull'Appia" (8 settembre), Antonio Cederna denuncia il progetto della Società Generale Immobiliare che prevede la costruzione di un quartiere 'Ai alta classe" tra i ruderi della Villa dei Quintili. In seguito alle proteste il progetto viene bocciato e la Villa dichiarata di "interesse particolarmente importante". Del 14 dicembre è il generico decreto di "notevole interesse pubblico dell'Appia": come tutti gli altri che seguiranno, serve soltanto a sottoporre i progetti edilizi al soprintendente, il quale si accontenta di imporre il colore degli intonaci e l'uso delle tegole usate. Dodici giorni dopo il Ministero dei Lavori Pubblici autorizza la costruzione di un quartiere di palazzine subito fuori Porta S. Sebastiano.

1954

In febbraio una lettera di uomini di cultura denuncia la situazione; in marzo una proposta di legge (La Malfa) prevede la demolizione degli edifici costruiti. Il ministro della Pubblica istruzione (Martino) nomina una commissione, presieduta da Umberto Zanotti Bianco, per la stesura di un piano territoriale paesistico. Nei cinque anni della sua faticosa elaborazione, continuano a essere rilasciate licenze e l'Appia diventa un corridoio murato tra proprietà private.

1955

Il 9 ottobre il Papa benedice la prima pietra di uno stadio olimpico da costruire tra Appia e Ardeatina, sulle catacombe di S. Callisto. La sollevazione della stampa manda a monte il progetto.

1956

Una mostra organizzata a Palazzo Venezia dal Ministero della pubblica istruzione progetta la demolizione di alcuni casali, non delle ville abusive.

1957

Il mausoleo di Casal Rotondo viene trasformato in villa panoramica.

1958

Il piano paesistico, pubblicato tra l'esultanza dei proprietari, sancisce l'invasione edilizia della campagna romana: destina a verde pubblico solo una striscia di terra di pochi metri ai lati della strada e prevede la costruzione di 4,8 milioni di metri cubi. Una forte opposizione determina il ritiro del Piano.

1959

Il "piano archeologico" confezionato dall'architetto Moretti per la valle della Caffarella si rivela un basso baratto tra i proprietari (marchese Gerini) e il Comune. Il piano prevede la costruzione di circa 200 edifici nella Valle della Caffarella.

1962

Il nuovo piano regolatore adottato a strettissima maggioranza dal consiglio, comunale destina a Parco pubblico la campagna dell'Appia solo dal quarto chilometro in giù. Per la parte più vicina a Roma sono ammessi insediamenti edilizi per 2,5 milioni di metri cubi. La reazione di Italia Nostra (presidente Tito Staderini) è durissima.

1961

In seguito alle proteste di Italia Nostra, il sindaco ordina la demolizione di una villa abusiva costruita su una torre di cinta del Castello Caetani. La villa non sarà mai demolita.

1965

Il 16 dicembre il ministro dei lavori pubblici Giacomo Mancini approva con modifiche il piano regolatore e destina finalmente a parco pubblico i 2500 ettari della campagna dell'Appia Antica. E' uno degli eventi più importanti della storia dell'urbanistica romana, ma è anche uno dei più disattesi. Per anni il comune non muove un dito per arginare l'abusivismo dilagante. Le tenute vengono frazionate, i casali sono trasformati in ville. Verso l'Ardcatina sorge addirittura un villaggio abusivo.

1968

Accogliendo il ricorso di alcuni proprietari la quarta sezione del Consiglio di Stato definisce illegittima la destinazione a parco pubblico dell'intera zona dell'Appia Antica. La sentenza non ha effetto perché la "variante generale" al piano regolatore ha già recepito le prescrizioni dei Lavori Pubblici.

1969

Dal '69 al '74 si susseguono le proposte di legge (Giolitti e La Malfa, Cifarelli, Giannantoni e Trombadori) per l'esproprio a prezzo agricolo delle aree in base alla legge 865 del '71.

1972

Il Comune avvia l'esproprio di 86 ettari della Valle della Caffarella.

1973

Al bordo della Caffarella, angolo Via Latina e Via C.Mondaini, viene abbattuto il Borghetto Latino, agglomerato di baracche abusive sorto negli ultimi anni della seconda Guerra Mondiale.

1976

La Regione approva l'esproprio di 86 ettari nella Caffarella.

Si inaugura a Palazzo Braschi la grande mostra organizzata dalla sezione romana di Italia Nostra, dove viene presentato il "Piano per il parco dell'Appia Antica": è il risultato di più, di due anni di lavoro di un'equipe di specialisti, coordinata da Vittoria Calzolari.

1977

La giunta di sinistra delibera l'esproprio, subito fuori le mura, di altri 110 etta­ri della Caffarella.

1978

Il soprintendente Adriano La Regina lancia l'allarme sulla condizione dei monumenti e il Ministero per i beni culturali nomina una commissione per lo studio delle sculture all'aperto.

1979

La proposta della soprintendenza di un nuovo grande parco archeologico nel centro di Roma viene fatta propria dal sindaco Argan: prevede la graduale rimozione dell'ex via dell'Impero per riportare alla luce le antiche piazze imperiali. Il parco si collegherà con il grande parco dell'Appia Antica.

1980

Il Consiglio di Stato annulla per un cavillo formale gli atti di esproprio della Caffarella e resituisce ai proprietari una settantina di ettari già espropriati. Il comune è costretto a interrompere l'iter espropriativo in atto.

Da febbraio Via dei Fori Imperiali viene chiusa al traffico di domenica.

Un appello di Italia Nostra raccoglie le fin‑ne di 240 studiosi per l'abolizione di Via dei Fori Imperiali. In dicembre hanno inizio i lavori per l'eliminazione di via del Foro Romano: il Foro viene unificato con il Campidoglio.

1984

Viene pubblicato in due volumi il fondamentale studio promosso dalla sezione romana di Italia Nostra per il Piano dell'Appia Antica già oggetto della mostra a Palazzo Braschi del 1976.

1985

Il tempestivo intervento della Soprintendenza archeologica consente l'acquisizione di ventidue ettari tra Appia Antica e Appia Nuova, attorno ai ruderi della Villa dei Quintili.

1987

Il primo febbraio viene presentata una proposta di legge regionale da parte del PCI per la costituzione del Parco.

Legambiente costituisce il Comitato del Parco degli Acquedotti.

1988

Mentre il Comune riapre il cantiere di scavo del Foro di Nerva, il 10 novembre la Regione Lazio approva la legge n.66 "Istituzione del Parco regionale dell'Appia Antica". La legge prevede la costituzione "entro un anno" dell'a­zienda ccnsorziale, ovvero l'ente che deve realizzare e gestire il Parco pubbli­co dell'Appia Antica. 1 tempi tuttavia non vengono rispettati e l'Azienda non verrà mai messa nella condizione di operare: il consiglio di amministrazione è nominato solo nel '93, la sede viene fornita nel '95, e i soldi verranno stanziati alla fine dello stesso anno.

1989

Il 26 aprile i deputati Cederna e Bassanini presentano una proposta di legge relativa ad interventi per la riqualificazione di Roma. La proposta indica come di interesse nazionale la realizzazione del "Parco archeologico dell'area cen­trale, dei Fori e dell'Appia Antica". Per quanto riguarda l'acquisizione dei beni immobili, la proposta prevede l'applicazione del titolo Il della legge 865, determinando, in generale, l'indennità di esproprio dei terreni di base al loro valore agricolo o a quello che deriva loro dalle utilizzazioni lecite cui vengono adibiti.

1990

Il Parco dell'Appia Antica viene inserito nella legge di Roma Capitale (396/90).

Legambiente presenta un libro bianco sull'abusivismo nell'Appia.

1991

"Parco dell'Appia: chi l'ha visto?": Legambiente e Italia Nostra denunciano i ritardi nell'applicazione della Legge regionale.

Ha inizio il "restauro conservativo" di un vecchio casale agricolo nei pressi di Cecilia Metella: malgrado le denunce dei vigili urbani, nel '93 la villa viene "condonata".

1992

Il programma di intervento per Roma Capitale stanzia 26 miliardi per "utiliz­zazione e esproprio della Valle della Caffarella, e 3 miliardi per studi, proget­tazione e avvio del parco dell'Appia Antica e dell'area centrale e dei Fori".

1993

Antonio Cedema viene nominato presidente dell'Azienda consortile del parco dell'Appia Antica: malgrado ripetute richieste e numerosi articoli di denuncia, il consorzio rimane senza una sede agibile e senza fondi fino alla fine del 1995. Un convegno internazionale organizzato da Legambiente e dall'Ufficio italiano del Parlamento Europeo, col patrocinio dell'Unesco, chiede la tutela sovranazionale e la legislazione nazionale dell'Appia Antica.

Grazie all'impegno di Gianfranco Amendola, l'appello viene sottoscritto da 166 deputati al parlamento europeo.

L'attività dell'Azienda è paralizzata dalla difficoltà di raggiungere il numero legale, anche a causa della mancata sostituzione da parte della Regione di alcuni consiglieri dimissionari.

1996

Con i primi fondi disponibili, l'Azienda consortile incarica Italo Insolera di redigere gli studi preliminari al piano di assetto del Parco: gli studi vengono consegnati entro la fine dell'anno.

Una conferenza stampa di Italia Nostra e Legambiente, con la partecipazione della Soprintendenza e dei sindacati, denuncia il bilancio fallimentare dell'Azienda e chiede una legge nazionale per l'Appia.

Il 27 agosto muore Antonio Cedema. Ha scritto oltre centoquaranta articoli sulla vicenda dell'Appia.

1997

9 marzo 1997: circa centomila romani festeggiano la prima domenica a piedi sull'Appia.

Proprio l'assessore Regionale all'ambiente Hermanin commissaria l'Azienda consorziale del Parco denunciando "le gravi difficoltà di gestione in cui versa da lungo tempo". Tutti i problemi del parco dell'Appia rimangono a tutt'oggi senza risposte.

PROGETTI E PROSPETTIVE PER IL PARCO DELL'APPIA ANTICA

di Vittoria Calzolari

(in: La via Appia, a cura di Stefania Quilici Gigli, Roma 1990)

I primi trent’anni della storia moderna dell’Appia Antica ripercorsi da una protagonista. Dal volume La via Appia (a cura di Stefania Quilici Gigli), Roma, 1990 (m.p.g.).

1. 1946‑1976: trent'anni di alterne vicende

All'inizio del 1976 in una mostra e convegno a Palazzo Braschi, fu presentato lo studio «Piano per il Parco dell'Appia Antica» preparato dalla Sezione di Roma di Italia Nostra. Sembrava che si stesse felicemente concludendo una travagliata vicenda trentennale che aveva visto la «questione Appia Antica» ora totalmente perduta, ora riemergente e quasi al sicuro da quella che Goethe ‑ parlando di luoghi come l'Appia Antica ‑ definiva «la follia devastatrice alla quale tutto deve cedere» [1].

Trent'anni prima del 1976, nell'immediato dopoguerra, era ripresa l'attuazione dei piani particolareggiati previsti dal Piano Regolatore del 1931, dando il via a una nuova ondata di edifici intensivi, palazzine, ville intorno alla Valle della Caffarella, al Quarto Miglio, sull'Appia Antica: queste costruzioni e quelle abusive che ad esse si sono aggiunte hanno sostanzialmente trasformato gli accessi alla via Appia Antica, il carattere delle strade interne, i profili della campagna circostante.

Vent'anni prima il drammatico appello di un gruppo di uomini di cultura (primo firmatario Corrado Alvaro ultimo Umberto Zanotti Bianco) [2] contro la devastazione del territorio dell'Appia, sembrava avere toccato amministratori e politici, fino allora silenziosamente o attivamente acquiescenti. Nell'appello del febbraio 1954, si denunciava lo scempio, si chiedeva il rispetto assoluto delle parti ancora libere, la demolizione degli edifici abusivi, la preparazione di un piano unitario da inserire nel Piano Regolatore.

Come risultato il Consiglio Comunale di Roma approvava un ordine del giorno per la sospensione delle licenze edilizie, il Ministero della Pubblica Istruzione avviava lo studio del Piano Paesistico dell'Appia Antica attraverso una commissione presieduta da Zanotti Bianco. Il Piano paesistico pubblicato nel 1955 prevedeva alcune macchie di edilizia estensiva, ma era sufficientemente tutelante. Ma, sotto la pressione dei proprietari di aree, veniva rielaborato e sostanzialmente peggiorato nella riedizione del 1960. Di fatto il piano di tutela diventava un piano di edificazione con quasi cinque milioni di metri cubi costruibili entro il perimetro del parco; un trattamento speciale veniva riservato alla valle della Caffarella ‑ prevalentemente proprietà di Torlonia e Gerini ‑ nella quale alla promessa di cessione al Comune delle aree di fondovalle corrispondeva una accresciuta edificabilità dei terreni elevati.

Dieci anni prima del 1976 il Decreto Ministeriale di approvazione del Piano Regolatore Generale di Roma aveva dato la risposta più insperatamente positiva alle sollecitazioni espresse, durante il convegno del 10 novembre 1965 presso il ridotto del Teatro Eliseo, da uno schieramento di forze culturali e di alcune forze politiche estremamente deciso e unitario nelle sue richieste: si chiedeva che venisse garantita la tutela completa del territorio dell'Appia Antica modificando, in fase di approvazione ministeriale, il Piano Regolatore adottato dal Comune di Roma nel 1962: questo, pur avendo sensibilmente migliorato il Piano Paesistico, manteneva molte macchie edificabili nelle parti più vicine alle Mura Aureliane.

Il decreto firmato da Giacomo Mancini, allora Ministro dei Lavori Pubblici, destinava a parco pubblico ‑ Zona N del Piano Regolatore l'intera area di 2517 ettari compresa in un perimetro sensibilmente ampliato rispetto a quello del Piano Paesistico.

All'entusiasmo del momento seguivano però alcuni anni di totale assenza di iniziative pubbliche e di ripresa di più o meno palesi iniziative private ‑ frazionamento di terreni, ristrutturazioni di casali, cambi di destinazioni d'uso, oltre alle costruzioni abusive concentrate soprattutto nella zona di Cava Pace. E tuttavia con la forte ripresa dell'iniziativa di base e delle associazioni culturali della fine anni sessanta ‑ inizio anni settanta sui temi della vivibilità urbana, del verde, della tutela delle memorie storiche, anche il tema dell'Appia Antica viene riportato all'attenzione dei cittadini e degli amministratori.

In questo clima viene presentata nel 1969 la proposta di legge Giolitti‑La Malfa, che per la prima volta impegna in modo concreto il Governo a concedere al Comune di Roma un contributo di 30 miliardi per l'esproprio e la sistemazione dell'intero comprensorio.

In questo clima nel 1972 l'Amministrazione Comunale di Roma predispone l'esproprio di 80 ettari della Valle della Caffarella (da fuori Porta S. Sebastiano fino al Casale della Vaccareccia) utilizzando la possibilità data dalla recente legge n. 865 del 1971 di acquistare i terreni a prezzo agricolo.

In questo clima viene sviluppato il Piano per il Parco dell'Appia Antica promosso da Italia Nostra.

Quasi in contemporanea ‑ e forse in qualche modo sollecitati dalla risonanza che ebbe allora il Piano ‑ si verificarono altri due fatti positivi per l'Appia Antica: l'approvazione da parte della Regione Lazio dell'esproprio degli 80 ettari deciso dal Comune quattro anni prima (D.R.L. n. 220 del 9/2/1976) e la decisione da parte del Comune di avviare la seconda fase di esproprio ‑ 110 ettari ‑ che avrebbe completato il parco della Caffarella. Senonché nell'ultima seduta del Consiglio Comunale prima delle elezioni del giugno 1976 ‑ alla delibera venne a mancare l'appoggio della maggioranza.

E tuttavia sui prati della valle della Caffarella nelle settimane prima delle elezioni si svolsero raduni, feste e «corse per il verde» nella speranza che l'attesa trentennale fosse ormai arrivata alla soluzione.

2. Il Piano per il Parco dell'Appia Antica ‑ 1976

Lo studio del Piano per il Parco dell'Appia Antica è stato elaborato tra il 1973 e il 1976 su iniziativa della Sezione Romana di Italia Nostra da un gruppo di lavoro interdisciplinare di cui facevano parte esperti in archeologia, storia territoriale, geologia, botanica, forestazione, urbanistica, paesistica, legislazione [3]; è stato presentato nel febbraio 1976 in una mostra a Palazzo Braschi, accompagnata da una serie di incontri e visite guidate; è stato ripresentato nel 1984 ‑ aggiomato e integrato con il quadro della situazione del verde del settore est e con le proposte per l'Appia nel frattempo intervenute ‑ in una pubblicazione alla quale si rimanda per una documentazione più approfondita [4].

Il carattere, l'interesse e anche l'attualità di questo studio credo siano fortemente legati a quanto si è saputo cogliere, allora, del particolare momento culturale e sociale di cui ho detto e di conseguenza all'avere assunto come ipotesi, nelle indagini e nelle proposte, la reale fattibilità di quell'opera. Lo studio è stato sviluppato ‑ come detto ‑ da esperti di diverse discipline, ciascuno dei quali ha condotto una ricerca specifica sul suo campo, ma anche con la costante, attiva collaborazione di chi conosceva i luoghi perché ci viveva, con la collaborazione dei gruppi culturali locali e delle circoscrizioni, assai più vitali allora di oggi. Obiettivo comune era trovare un filo conduttore tra le diverse categorie di valori, intorno al quale costruire l'unità formale e organizzativa del parco: e ciò non solo per motivi estetici, o storici, o urbanistici, ma anche perché alla nascita di un'immagine unitaria nella mente e nell'opinione pubblica era legata la possibilità di fare davvero il parco e tutelarne l'integrità, continuamente minacciata dalle iniziative tendenti a sottrarre delle parli a un complesso «così vasto e così eterogeneo».

Come elemento‑base di struttura sono stati assunti nel progetto del Parco i grandi lineamenti geomorfologici (colata lavica di Capodibove, canaloni, dossi, cave, ecc.) ai quali si legano i lineamenti e le potenzialità vegetazionali e colturali (vegetazione delle zone umide di fondovalle, dei pendii e dossi, delle cave, dei ruderi, boschi, prati‑pascolo, ecc.).

Alla morfologia, alle acque, ai paesaggi vegetali si legano anche le scelte insediative e le strutture archeologiche e storiche, viste come sistema unitario da ricomporre, dai Fori fino alle Frattocchie e poi, attraverso il Parco dei Castelli, al Tuscolo. Coerentemente con questa linea progettuale lo studio ha compreso i seguenti argomenti:

‑ lettura contestuale del territorio sotto il profilo fisico, storico, della proprietà, del suo uso attuale e rapporto con la città attraverso rilevamento diretto sul posto e documentazione catastale, d'archivio, presso uffici, ecc.;

‑ proposta di sistemazione complessiva del parco dal Campidoglio fino ai confini comunali, fondata sulla restituzione dell'unítà geomorfologica, storica, paesistica, ma anche sul soddisfacimento della domanda di verde, di cultura e svago di chi abita ai margini del parco e dell'intera cìttà (sì veda l'allegato schema di assetto del parco);

‑ studio della reale fattibilità della proposta, sotto il profilo giuridico, finanziario e attuativo.

Un intento del Piano è stato infatti quello di offrire un metodo per programmare e attuare il parco che coordinasse i problemi tecnici con quelli istituzionali e legislativi. Lo schema di legge per il finanziamento e la costituzione del parco e l'organo di gestione ipotizzati (un'azienda consortile con la partecipazione della Regione Lazio, Provincia di Roma, Comune di Roma, associazioni culturali e scientifiche) erano evidentemente abbastanza idonei, tanto che sono stati assunti quasi per intero nella Proposta di legge regionale recentemente approvata. Si prevedeva allora che il parco venisse attuato in dieci anni con un investimento statale di 45 miliardi (15 per espropri, 30 per sistemazioni), utilizzando la possibilità data dalla legge n. 865 /71 che consentiva di espropriare aree non urbanizzate al prezzo del terreno agricolo [5].

Altro tema dello studio era la gestione: si prefigurava come la gente avrebbe utilizzato il parco concentrandosi nelle parti attrezzate e diradandosi in quelle più «naturali»; si individuavano le essenze e le formazioni vegetali più adatte a svilupparsi spontaneamente, in quanto autoctone, e insieme adatte a creare un paesaggio coerente con la natura e la storia dei luoghi; si studiava in particolare il problema della fruibilità e insieme tutela dei monumenti, dei percorsi storici, delle cavità di interesse storico e scientifico. Il tutto nell'intento di ridurre al minimo, attraverso la progettazione, gli enormi problemi di manutenzione e gestione che rendono la conduzione di un parco (e in particolare di un parco archeologico) ancor più difficile della sua creazione.

3. Dal 1978 ad oggi

Una delle prime iniziative della nuova amministrazione comunale di Roma ‑ giunta di sinistra con sindaco G.C. Argan ‑ fu l'approvazione della delibera per l'acquisizione della Caffarella restata sospesa. Ma, a partire dal 1977, il vento di restaurazione che cominciava a scalzare le fondamenta della disciplina e della prassi urbanistica investì anche la questione Appia Antica; a ciò si aggiunse, da parte delle amministrazioni locali, una non sufficiente prontezza ed energia di iniziativa.

Nel 1978 ‑ mentre il Comune prendeva in consegna la parte della Caffarella già espropriata ‑ il Consiglio di Stato accoglieva i ricorsi dei proprietari contro l'esproprio, per il mancato stanziamento di fondi adeguati. Di conseguenza nel 1980 il Comune doveva restituire gli atti di proprietà e i terreni; contemporaneamente una sentenza della Corte Costituzionale invalidava i criteri di esproprio basati sul valore agricolo dei suoli contenuti nella legge n. 865/71 e nella successiva «legge sui suoli» n. 10/77, senza peraltro dare nuovi criteri: si determinava così la situazione ‑ che tutt'oggi perdura ‑ di impossibilità per le pubbliche amministrazioni di acquistare a costi ragionevoli e prevedere l'entità degli impegni finanziari da assumere.

Nel 1981 il Comune tentava di rientrare in possesso dei terreni perduti utilizzando la facoltà di occupazione per «opera necessaria e urgente» data dalla legge n. 1/78; ma si trattava, per i motivi detti prima, di un'operazione al buio sotto il profilo dell'impegno finanziario; i 5,5 miliardi inclusi nel bilancio comunale 1982 per finanziare l'opera ‑ come richiesto dalla legge ‑ erano ormai certo insufficienti, per l'enorme lievitazione dei prezzi dei terreni causata dalla sentenza di cui si è detto. Il progetto di sistemazione della Valle della Caffarella preparato dall'Ufficio Giardini del Comune ebbe tutte le approvazioni prescritte ma restò sulla carta.

Nel 1984 decadono i vincoli ‑ più volte prorogati ‑ della destinazione a parco pubblico prevista dal Piano Regolatore: si è in prossimità delle nuove elezioni del 1985, si parla di un nuovo Piano Regolatore Generale per Roma, non si riesce ‑ come tentato ‑ a rinnovare in tempi utili almeno i vincoli, con un piano‑stralcio. Così il Piano Paesistico del 1960 torna ad essere il solo strumento di tutela; ma di quale tutela!

A partire dal 1985 nella vicenda dell'Appia Antica, insieme ad alcuni spiragli di speranza, vi sono nuovi pesanti motivi di preoccupazione. Tra questi: il moltiplicarsi delle operazioni di frazionamento dei suoli e di liquidazione delle aziende agricole ancora efficienti, il moltiplicarsi di piccoli manufatti abusivi e discariche, la richiesta da parte dei proprietari di realizzare nella Valle della Caffarella un campo di golf su 110 ettari e, da parte dello stesso Comune, la riproposizione di una strada di collegamento tra via Cilicia e via Latina che taglierebbe l'imbocco della Caffarella e che era stata eliminata dalle previsioni perché fortemente incompatibile con l'ambiente del parco.

Tra i fatti virtualmente positivi rientra l'obbligo per la Regione Lazio, a seguito della legge n. 431/85, di predisporre un nuovo Piano Paesistico per l'Appia Antica. Tale piano, redatto con due anni di ritardo rispetto al termine del 31 dicembre '86 posto dalla legge, non è mai stato discusso in Consiglio regionale né presentato al pubblico: è un oggetto misterioso, il che naturalmente non rassicura.

Tra i fatti positivi è l'approvazione da parte del Consiglio regionale del Lazio della legge per l'istituzione del «Parco regionale suburbano dell'Appia Antica» del 21 Settembre 1988. La legge istitutiva riprende per molti aspetti come già detto ‑ lo schema di legge allegato al Piano del 1976. Sono finalità del parco:

‑ tutelare monumenti e complessi archeologici e diffondere la conoscenza;

‑ preservare e ricostituire l'ambiente naturale,

‑ creare e gestire attrezzature sociali, culturali e ricreative, compatibili con il carattere del parco.

Entro un anno dall'approvazione della Legge si sarebbe dovuto costituire l'organo di gestione ‑ un'Azienda consorziale formata da Regione, Provincia, Comuni di Roma, Marino, Ciampino, Circoscrizioni e il Comitato Tecnico-scientifico; entro altri 12 mesi questi avrebbero dovuto predisporre un piano di assetto del parco. Senonché, dopo un anno e mezzo, nulla di questo è accaduto. Resta di positivo il fatto che con l'approvazione della Legge sono entrati in vigore vincoli di salvaguardia che impediscono edificazioni e trasformazioni e si sono per lo meno esplicitate le finalità e la struttura di gestione. Emergono ‑ e andrebbero al più presto corretti ‑ alcuni limiti, non si sa quanto dovuti a dimenticanza o a vincoli di tipo politico: come lo scarso rilievo dato all'aspetto archeologico (non è previsto un archeologo nel comitato tecnico‑scientifico), come una pericolosa sovrapposizione tra piano di assetto del parco e programma di sviluppo dell'Azienda ed una non chiara identificazione di cosa va acquisito al patrimonio pubblico, in che tempi e con quali finanziamenti.

Del Parco dell'Appia Antica si è occupato anche il Decreto per Roma Capitale, quattro volte reiterato e non approvato, poi decaduto e non più ripresentato dopo essere stato discusso per un anno nella Commissione parlamentare territorio: prevedeva un finanziamento di 140 miliardi per espropri di terreni dell'Appia e del Sistema direzionale orientale, senza specificare quanto andasse all'una o all'altro.

Più specifica, più completa la Proposta di legge n. 3858 del 26/4/89 «Interventi per la riqualificazione di Roma capitale della Repubblica» (a firma di Cederna, Bassanini, ecc.), riguardante la realizzazione del Sistema direzionale orientale, la realizzazione del Parco archeologico dell'area centrale dei Fori e dell'Appia Antica, il potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico su ferro.

La questione dell'Appia Antica viene dichiarata «di preminente interesse nazionale» e interamente affidata alla responsabilità dello Stato: per il finanziamento (2 1.000 miliardi nel periodo 1989‑2000) e per l'attuazione (espropri, coordinamento organizzativo, prima fase progettuale affidata ad un comitato presso la Presidenza del Consiglio e al Dipartimento per Roma Capitale). 1 compensi per gli espropri sono basati sulla legge n. 865/71, ma graduati in base al valore d'uso; i finanziamenti derivano da speciali imposte aggiuntive su tabacchi e olii combustibili per autotrazione. 1 vantaggi di questa legge stanno nello snellimento delle procedure, nella chiarezza delle indicazioni sulle acquisizioni e nello sforzo di proporre soluzioni innovative; i pericoli nell'eccesso di centralizzazione. La Proposta di legge all'inizio del 1990 non ha avuto ancora alcun esito.

4. Prospettive

Giunti al 1990 la situazione dell'Appia Antica è di gravità estrema: basti ricordare che non un solo metro quadro è davvero passato alla proprietà pubblica né è stato sistemato, oltre le aree archeologiche e il Parco Ardeatino, già posseduti; l'unica legge ‑ approvata ma non attuata ‑ che dia qualche tutela e prospettiva di assetto del parco è la legge regionale del 1988.

In questa situazione, come nei momenti più difficili della vicenda Appia Antica, è indispensabile ‑ credo ‑ un'azione rinnovata, concorde, decisa e propositiva delle forze culturali e in primo luogo del settore disciplinare più coinvolto nei destini dell'Appia Antica, quello dell'archeologia.

Tale iniziativa è d'altra parte già in corso e si sta consolidando ‑ attraverso un movimento costituito dal Comitato per il Parco della Caffarella e dal Comitato parchi dell'area metropolitana di Roma (cui aderiscono Italia Nostra, INU, Lega ambiente, WWF, e altre associazioni ambientaliste).

Questo incontro di studio, che ha portato nuovi contributi alla conoscenza del significato storico e culturale dell'Appia Antica, è l'occasione per un ulteriore contributo attraverso un documento che affermi l'urgenza di realizzare finalmente il Parco dell'Appia Antica e solleciti le istituzioni a farlo.

Il documento ‑ di cui possono essere qui posti i termini fondamentali e che potrà poi essere approfondito con la collaborazione di altri organismi culturali ‑ dovrebbe chiedere garanzie e fare proposte per la predisposizione di un progetto unitario fondato su di una chiara idea‑guida (la ricostituzione del sistema storico‑ambientale); per i criteri di tutela ‑ anche immediata ‑ di fruibilità, di acquisizione all'uso pubblico; per i modi di finanziamento e gestione; per i tempi entro i quali il comprensorio dell'Appia Antica potrà davvero e definitivamente divenire parte del patrimonio culturale di Roma.

Il documento si deve rivolgere:

‑ al Parlamento, affinché assuma la questione dell'Appia Antica come di preminente interesse nazionale ed emani una legge di finanziamento e modi di acquisizione per l'intero comprensorio;

‑ alla Regione Lazio, affinché presenti alla pubblica discussione il Piano Paesistico dell'Appia Antica e proceda nell'attuazione della Legge Regionale;

‑ al Comune di Roma, affinché attraverso un provvedimento‑stralcio rinnovi il vincolo del Piano Regolatore sul territorio dell'Appia, formalizzi l'efficacia della Carta storico‑archeologica dell'Agro Romano e prenda tutti i provvedimenti immediati per tutelare e migliorare l'integrità dei terreni dell'Appia.

Credo che questa iniziativa, a conclusione dell'incontro in onore di Massimo Pallottino, possa avere anche il significato di omaggio a uno studioso che in tutta la sua attività ha considerato l'archeologia come parte vitale della cultura della città e di un suo ulteriore contributo a questa idea.

[1]W. Goethe, Viaggio in Italia, Firenze 1980.

[2]L'appello pubblicato nel febbraio 1954 era firmato da C. Alvaro, G. Bacchelli, V. Brancati, A. Cecchi, E. Craveri Croce, G. de Sanctis, U. La Malfa, C. Levi, A. Moravia, M. Pannunzio, N. Ruffini, G. Salvemini, I. Silone, M. Valgimigli, U. Zanotti Bianco.

[3]Il gruppo di lavoro che ha svolto lo studio del Piano per il Parco dell'Appia Antica era costituito da: V. Calzolari, S. Carata, M. Olivieri per lo studio urbanistico‑paesistico; L. Benevolo e G. Ferraro per lo studio dell'area interna alle mura; A. Battista, V. Gìacomini per lo studio botanico e vegetazionale; V. Caselli per lo studio idrogeologico; F. Drago per le colture e uso del suolo; G. Gisotti per la geopedologia; L. Quilici per lo studio storico‑archeologico; L. Cassanelli per la storia territoriale; G. Cervati, L. Cervati e P.M. Piacentini per gli aspetti giuridico‑amministrativi. V. Calzolari ha coordinato lo studio. Il gruppo operativo è stato affiancato da un gruppo di rappresentanti dell'Associazione Italia Nostra con M. Antonelli, I. Belli Barsali, A. Cederna, F. Giovenale, G. Luciani, A. Quarra, A. Thierry, A. Toscano.

[4]ITALIA NOSTRA ‑ SEZIONE DI ROMA, Piano per il Parco dell'Appia Antica, Roma 1984.

[5]Alla stessa legge n. 865/71 si erano rifatte nel 1974 la proposta di legge del gruppo parlamentare P.C.I. (Ciai, Giannantoni, Trombadori, Vetere, ecc.) che prevedeva un finanziamento statale di 8 miliardi in 12 anni per l'esproprio dei terreni e quella delgruppo D.C. (Jozzelli e altri)che prevedeva un esproprio limitato alle sole aree non occupate con un finanziamento di 4 miliardi (vedi Piano per il Parco dell'Appia Antica, sopra cit., pp. 193‑195).

Strada a parte, il novanta per cento del territorio è oggi dei privati, e qualcuno dice che pensare di acquisirlo tutto è da ipocriti. L' Ente Parco ha confezionato un piano regolatore per l'intera zona e il Soprintendente Adriano La Regina lo ha bocciato con durezza.

L' ambientalista e il Soprintendente: la guerra è appena all'inizio. Anzi manca ancora l' atto ufficiale di dichiarazione. Ma la posta è altissima. Sono in gioco il destino della via Appia antica e chi dovrà governare l' immenso territorio che la circonda: tremilacinquecento ettari, un pezzo di campagna romana che infila il verde brunito dei pini a ombrello dentro la città,dai Castelli fino a Porta San Sebastiano e di lì al Circo Massimo,ai Fori e a Piazza Venezia, facendosi largo in mezzo a zone dove più sfacciata è stata la speculazione edilizia e trascinando mausolei, sepolcri e colombari della Roma repubblicana e imperiale.

I contendenti. Su un fronte è schierato l' ente che gestisce il Parco dell'Appia, guidato da Gaetano Benedetto, ambientalista di consumata esperienza, vicepresidente nazionale del Wwf. Sull' altro è attestato Adriano La Regina, da ventisei anni soprintendente ai Beni archeologici di Roma, uomo tenace e ruvido, tutore inflessibile, che il grande prestigio in Italia e all' estero tengono saldo al suo posto nonostante i numerosi tentativi di scalzarlo. La miccia è innescata. L' Ente Parco ha confezionato il "Piano di Assetto" dell'Appia, in pratica il piano regolatore dell' intera area. E' un documento atteso da decenni, per il quale il povero Antonio Cederna avrebbe invocato il Padreterno affinché gli fosse concesso qualche anno in più di vita. Il Piano è alle limature finali: deve essere consegnato alla Regione nelle prossime settimane e dopo una serie di passaggi avrà valore di legge. Ma su di esso piovono dalla Soprintendenza una quantità di osservazioni negative. La Regina ha incaricato tre illustri esperti (il botanico Carlo Blasi e gli urbanisti Italo Insolera e Vezio De Lucia) di esaminare il documento. Che è stato bocciato: le previsioni contenute, si legge in una lettera che La Regina ha spedito a Benedetto,«costituirebbero danni gravissimi al patrimonio di interesse universale dell'Appia Antica». Punto e basta. Il parco dell'Appia ha la forma di un cuneo che si stringe man mano che arriva al cuore della città. Nonostante tutto è ancora un prodigio. In una giornata come questa, con il cielo terso e la luce fredda, brilla il verde scuro delle alture ondulate, sormontate dai cipressi. Si chiama parco, ma ha ben poco di un parco. Men che meno di un parco pubblico (come il Piano regolatore di Roma, approvato nel 1965, auspicava dovesse diventare): il novanta per cento del territorio è privato, recintato da alti muraglioni che occultano tombe e ninfei. Pubblica è solo la strada, o quasi. E' qui uno dei principali punti della contesa. La Regina sostiene che l' essenza del parco è il suo patrimonio archeologico e che non si deve rinunciare all'obiettivo di acquisire pezzo dopo pezzo tutta l' area. E' un cammino lungo e costoso (una media fra i quaranta e i cinquantamila euro a ettaro — ottanta, cento milioni di lire). Ma La Regina pensa in grande: «Nessuno di noi vedrà il lieto fine di questa storia: ci vorranno cento, duecento anni? Non capisco perché bisogna rinunciare. L'Appia è fra i più grandi comprensori paesaggistico archeologici del mondo. Se lo Stato non fa uno sforzo a lunga scadenza per l'Appia, per cos'altro deve farlo?». Niente espropri, per carità di Dio. Niente vessazioni contro i privati. «Lo Stato può esercitare il diritto di prelazione su molti terreni», suggerisce La Regina. «Abbiamo acquistato così la Villa dei Quintili e quella dei Sette Bassi e recentemente un appezzamento di quasi un ettaro dietro la tomba di Cecilia Metella. L' importante è avere di mira l' obiettivo e concentrare gli sforzi di tutti, autorità centrali e locali, in questa direzione». Sugli entusiasmi di La Regina, coltivati nei decenni con Cederna, Vittoria Calzolari e Italia Nostra, cala una doccia gelata: nella bozza del Piano d' assetto, la scelta di rendere pubblica tutta l'Appia fissata nel ‘65 viene definita "ideologica e ipocrita". Non si esclude di acquistare altri terreni (molti proprietari, si dice, sarebbero dispostissimi a vendere). Ma quell' orizzonte svanisce. E anzi il problema si ribalta: le previsioni di acquisto sono diventate irrealistiche e nel frattempo, mentre sull' Appia vigevano vincoli rigidissimi di inedificabilità, non è mai corrisposta un' adeguata vigilanza contro gli abusi che nel corso dei decenni sono cresciuti fino a raggiungere il milione di metri cubi. Quindi, dicono all' Ente Parco, bisogna seguire un' altra strada. Ma quale? Risponde Benedetto: «Bisogna distinguere, dentro l'Appia, fra zona e zona. In alcune devono rimanere il rispetto assoluto e il divieto a non edificare. In altre, dove si svolgono attività agricole, dobbiamo consentire delle costruzioni minime per incentivare le coltivazioni biologiche, che servono a una migliore manutenzione dei tratti di campagna romana. Dobbiamo coinvolgere nella tutela i proprietari, solo così l'Appia potrà essere salvaguardata per davvero». Sentir parlare di sfruttamento agricolo, pur non intensivo, dell'Appia, procura a La Regina un attacco d'orticaria. «L'Appia non è una tenuta come un' altra, dove si fa dell' ottimo latte», sibila. L'Appia è l'Appia, ripete Rita Paris, dirigente della Soprintendenza: «Nel piano non si prevedono zone di riserva integrale e invece si propone di trasformare l' Appia in un luogo di promozione economica e sociale. Addirittura parlano di un marchio doc per i prodotti, come se il marchio dell'Appia non fosse già contenuto nel suo patrimonio. E poi guardi qui, all' altezza della chiesa del Domine Quo Vadis è previsto persino un allargamento della strada». Si fronteggiano due modi diversi di intendere la tutela. Due diverse formazioni culturali. Una visione più integrale e una più pragmatica. Persino due caratteri. Anche il Piano di Assetto contiene previsioni ambiziose. Per esempio ricucire alcuni territori strappati interrando in un punto la linea ferroviaria, in un altro un tratto dell'Appia nuova, che è quasi un emblema del caos urbanistico romano. Ma il giudizio della Soprintendenza resta severo: «Se prevalesse questa linea la gestione del parco sarebbe solo dell'Ente e noi per scavare dovremmo chiedere l' autorizzazione». I nodi da sciogliere sono intricati. Nel frattempo l'Appia deve vivere. E passi per i casali ottocenteschi o le ville primi Novecento e persino per quelle degli anni Cinquanta: da queste magioni, abitate dagli Zeffirelli, le Lollobrigide, i Fiorucci, i Greco (quelli della catena Baloon), da una crema di professionisti e costruttori si alzano lamenti alla Soprintendenza perché il fondo stradale che di nuovo sfoggia il basolato antico fracassa gli avantreni delle Bmw. Il fatto è che il parco dell'Appia non è un parco perché è una specie di paradiso dell'abuso. Oltre il raccordo anulare, poi, lungo i bordi dell'Appia si ammassano gli scarichi di calcestruzzi e le macchine scorrazzano senza ritegno, parcheggiano sotto un sepolcro, o, inservibili, giacciono con le loro carcasse puzzolenti a fianco di una stele. Quando cala il sole arrivano gli spacciatori, si traffica con le batterie e gli spinterogeni rubati e si radunano a gruppetti le vecchie prostitute romane di fattezze felliniane che quasi non si vedono più da nessun'altra parte. Mauro Veronesi è di Legambiente ed è consulente del Parco. Gli abusivi dell'Appia li conosce uno per uno. Fra il 1974 e il 1999 sono stati costruiti illegalmente quaranta campi da tennis, sette piscine, trentacinque abitazioni, quattro campi di calcetto, uno di baseball e uno di bocce, una pista di pattinaggio, due piazzole per il tiro con l'arco; ma soprattutto quarantaquattro capannoni industriali, dieci piazzali per l' esposizione di auto, ventotto magazzini commerciali, trenta edifici per uso agricolo, novantadue orti. «E' una quantità di cubatura pari a cinque Hotel Fuenti», commenta Veronesi, «con circa tremila nuove auto che circolano per l'Appia». Chiusa l'era delle ville per cinematografari, qui impera l'abusivismo commerciale. Si sfrutta la principale qualità dell'antica strada romana, gioiello dell'ingegneria repubblicana (fu progettata nel 312 avanti Cristo), quella di collegare rapidamente il centro dell'Urbe, il Lazio e il Sud Italia. Pur avendo scarse competenze di urbanistica dei primi secoli, Salvatore Bonanno ha ritenuto che il luogo migliore per impiantare la più grande concessionaria romana della Hyunday fosse qui, in un bellissimo fienile ottocentesco, dietro la tomba di Geta. Dalla strada non si vede granché, ma se si sale sul tetto dell'edificio di fronte, una cartiera dismessa dove ha sede l'Ente Parco, si resta senza fiato: sul retro del fienile, rubando terreno al Parco della Caffarella, sono sistemate un'autofficina, un deposito di pezzi di ricambio, un autolavaggio e uno spaziosissimo piazzale colmo di macchine luccicanti al sole. Tutto l'immobile è di proprietà del Comune di Roma, che pur avendo dato la disdetta dieci anni fa, continua a incassare l'affitto. Contemporaneamente i vigili, che dipendono anche loro dal Comune di Roma, hanno denunciato Bonanno per una sfilza di abusi. Ma il giorno stesso in cui arrivarono le ruspe per demolire una costruzione, arrivò a Bonanno anche la residenza, nell'edificio da abbattere, per sé e per la vecchia zia: come si fa a buttar giù una casetta con due persone che ci abitano? Sono infinite le coincidenze che agevolano la vita di Bonanno. Per esempio quella di avere come avvocato un ex vigile. O quella di vedersi trasferito il numero civico del fienile-concessionaria da una circoscrizione all'altra (e con il numero civico anche le pratiche per gli abusi, che ripartono daccapo). O infine quella di farsi sostenere da Forza Italia, per la quale si candida, senza successo, alle elezioni circoscrizionali. L'Appia non è tutta così. Dietro la Hyunday si estende la valle della Caffarella, che in buona parte è pubblica (132 ettari) ed è percorsa da viali che costeggiano il ninfeo di Egeria e si spingono fino al monumento che Erode Attico costruì per la moglie, Annia Regilla. Più a sud si allunga la tenuta della Farnesiana, con i suoi tre casali e la cupola di San Pietro che spunta da una siepe. E verso l' Ardeatina luccicano gli olmi e i pioppi di Tor Marancia. Qui era previsto che sorgessero due milioni di metri cubi di cemento, ma l'amministrazione di Walter Veltroni ha deciso di convertire l'area a parco pubblico. Nessuno ci credeva. Salvo quel testardo di La Regina, aiutato dai comitati sorti fra l'Ardeatina e la Garbatella, che a furia di chiedere la luna, qualche volta riesce a ottenerla.

© 2022 Eddyburg