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Sono passati quarant’anni da quando ho conosciuto Edoardo Salzano, per tutti Eddy. Allora era consigliere comunale a Roma, eletto da indipendente nelle liste del Pci, e frequentava la direzione generale dell’urbanistica del ministero dei Lavori pubblici, dove io lavoravo. La direzione era governata con pugno di ferro da Michele Martuscelli, l’uomo di Agrigento, l’autore della famosa inchiesta sulla frana che nel 1966 aveva devastato la città dei templi. L’inchiesta aveva svelato senza reticenze la ragnatela di interessi e di delitti che avvolgeva le vicende urbanistiche non solo di Agrigento, ma di tutte le città italiane, con pochissime eccezioni. Suscitò uno scandalo enorme che per mesi occupò le cronache dei giornali e fu grazie a quello scandalo che il ministro, il socialista Giacomo Mancini, riuscì a far approvare l’unica legge urbanistica dell’Italia repubblicana che abbia rafforzato il potere pubblico e assicurato un po’ d’ordine nella frenesia dell’attività edilizia di allora (non tanto diversa da quella di oggi). Martuscelli era un personaggio rigoroso ed efficiente, ma dal carattere impossibile, incontentabile, severo e sprezzante nei giudizi. Mi stupì e m’incuriosì che solo del giovanissimo Salzano parlasse sempre bene, ne aveva grande stima. “Eddy è un cervello – diceva – uno dei pochi fra gli urbanisti italiani”.

Un altro straordinario riconoscimento a Salzano venne da Giuliano Prasca, bella persona, ex pugile, dirigente dell’Unione italiana sport popolari di Roma e giornalista sportivo che attraverso lo sport educava i giovani alla vita civile e democratica. Con l’Uisp, l’Arci, l’Udi, eravamo impegnati a definire e sviluppare sotto varie forme la “partecipazione dal basso”, strumento che ci pareva indispensabile per guadagnare scelte ampiamente condivise e lungimiranti nel governo del territorio. Giuliano Prasca dichiarò e scrisse più volte che Salzano gli aveva insegnato a “dare del tu al territorio”. Un’espressione che sintetizza bene l’insieme delle esperienze di vita e di lavoro di Eddy. E’ stato consigliere comunale a Roma, assessore all’urbanistica a Venezia, consigliere regionale del Veneto; docente universitario all’Iuav e preside del corso di laurea in urbanistica; presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica (che dopo di lui è precipitato nel pozzo senza fondo del revisionismo, fino a trovarsi a fianco di Berlusconi), fondatore e per venti anni direttore della rivista “Urbanistica informazioni”; pubblicista, autore di centinaia di saggi su decine di riviste specializzate, scrittore di libri basilari (Urbanistica e società opulenta, Fondamenti di urbanistica)che hanno formato generazioni di urbanisti e di cittadini consapevoli.

Negli ultimi anni, la vita di Salzano coincide quasi con eddyburg, il suo sito che si occupa di “urbanistica, società, politica e di argomenti che rendono bella, interessante e piacevole la vita”, al quale Salzano dedica ogni energia e al quale collaborano autorevoli studiosi, anche di altre discipline. In pochi anni è diventato il più accreditato riferimento (decine di migliaia di visitatori al mese) per chi pensa che il territorio non debba essere privatizzato; e sempre nuove iniziative editoriali, formative e di approfondimento gravitano intorno a eddyburg. Il sito interviene anche direttamente nello scontro politico, per esempio, nel 1995, quando ha duramente contestato il disegno di legge (cosiddetto Lupi) di riforma urbanistica della destra, contribuendo sicuramente a non farlo approvare alla scadenza della XIV legislatura e poi elaborando una propria proposta di legge che è alla base dei testi parlamentari di rifondazione comunista e degli altri schieramenti di sinistra, sui quali da qualche settimana è cominciata la discussione al Senato.

Il filo rosso che unisce la multiforme attività di Salzano sta proprio nel “dare del tu al territorio”, nell’assunzione dell’impegno politico e culturale come lavoro collettivo e rigorosamente organizzato. Soprattutto nel riconoscimento che il primato dell’interesse comune sull’interesse del singolo debba essere inteso come un vero e proprio principio della civiltà europea e della nostra storia. Tutto ciò sta in nuce in Ma dove vivi, un testo smilzo, però completo, corredato d’immagini efficaci, di un glossario, di una bibliografia essenziale, di un’antologia di testi che è indispensabile conoscere. Il libro parte dalla storia remota dell’insediamento umano, all’alba dell’uomo sulla Terra, e ne percorre le tappe fondamentali, raccontando storie splendide, come quella del primo piano regolatore, quello di New York del 1811. Fino alle cronache italiane più recenti, fino ai “terribili anni Novanta” e al “punto più basso” (i mesi nei quali si discuteva il disegno di legge Lupi), oggetto del terzo capitolo del libro. L’ultima parte è dedicata alle questioni di oggi, quelle nuove (l’ambiente, la sostenibilità, …), e quelle antiche mai risolte (la casa, la mobilità, …). L’obiettivo dichiarato è di raggiungere un pubblico largo e soprattutto giovane. E di riuscire a comprendere la natura delle città, le ragioni della loro crisi, gli strumenti disponibili per trasformarle.

Penso che il modo migliore per chiudere sia di utilizzare le parole con le quali Salzano conclude il suo libro: “Dove vivete? La speranza dell’autore è che quanto esposto in questo libro con un linguaggio che si è voluto rendere semplice, senza negare la complessità delle cose, vi aiuti a rispondere a questa domanda: E a diventare cittadini che agiscono con efficacia per migliorare il «bene comune» nel quale vivete e che anche a voi è affidato”.

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Edoardo Salzano, Ma dove vivi? La città raccontata, Corte del Fontego, Venezia, 2007, € 14,90

Una delle spiegazioni più accreditate sulle motivazioni del discorso agli uccelli, afferma che Francesco d’Assisi percependo il disinteresse verso i suoi discorsi, prese a parlare con i volatili proprio per sottolineare che di fronte all’insensibilità o alla sordità umana, si può sempre instaurare un rapporto con i marginali, nel caso specifico rappresentati dal genere animale.

Edoardo Salzano ha speso la vita nel sostenere il primato dell’urbanistica come metodo per governare le città e il territorio e affermare il primato pubblico sulle visioni particolaristiche degli interessi privati. Ha scritto libri fondamentali nel settore (Urbanistica e società opulenta, 1969, e Fondamenti di urbanistica, 1998), ha fondato e diretto riviste di grande diffusione come Urbanistica informazioni. E’ stato consigliere comunale d’opposizione a Roma nella battaglia contro il sacco di Roma. A Venezia ha ricoperto il ruolo di assessore all’urbanistica redigendo insieme a Luigi Scano un piano del centro storico che è uno splendido esempio di rigore e intelligenza. Nel ruolo di docente si è speso per la preparazione di generazioni di tecnici. E’ stato per quasi un decennio presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica, prima della deriva culturale che lo ha attraversato ultimamente. Salzano, insomma, è da quarant’anni un protagonista dell’urbanistica italiana.

Viene oggi pubblicato “Ma dove vivi? La città raccontata“ per i tipi della Corte del Fontego di Venezia (euro 14,50). Il libro è destinato in particolare ai giovani e alle persone che vogliono comprendere le città e i principi fondativi della materia urbanistica. Questo carattere è il principale merito del libro: con parole semplici e concetti di grande chiarezza, il lettore viene condotto in un complesso percorso in cui la città diventa un luogo aperto e comprensibile. E dove viene dimostrato che la questione fondamentale è che il destino delle città deve essere mantenuto nelle mani pubbliche. Afferma l’autore che “La pianificazione nasce, nei tempi moderni, come tentativo di dare una risposta positiva alla crisi della città dell’ottocento. Il prevalere dell’individualismo nell’organizzazione della città aveva dato luogo ad anarchia, disagio, inefficienza. Occorreva regolare lo sviluppo urbano con uno strumento che riuscisse a dare coerenza ad azioni che arano diventate contraddittorie”. Soltanto le amministrazioni pubbliche, dunque, hanno titolo per delineare il futuro delle città. Esse non sono la sommatoria casuale di progetti di interesse privato: sono belle e vivibili soltanto se ancorate ad un progetto organico di trasformazione.

Nell’agile volume viene dunque condensato un pensiero complesso, costruito da Salzano in decenni di riflessioni e esperienze concrete. Riflessioni che in un pese appena civile ed evoluto dovrebbero essere alla base dell’azione amministrativa delle pubbliche amministrazioni. Oggi è purtroppo vero il contrario. Per una serie di ragioni puntualmente indagate nel capitolo 3, Fortune e sfortune della pianificazione in Italia, l’autore tratteggia “i terribili anni novanta” in cui la pianificazione urbanistica è stata pressoché cancellata per essere sostituita dal dominio incontrastato della rendita parassitaria immobiliare. Tra rendita e impresa, l’Italia del neoliberismo ha scelto di premiare la prima, allontanandosi così dagli altri paesi europei ad economia liberale che continuano a praticare senza scandalo il governo pubblico di quel bene comune che è il territorio.

Ecco il motivo per cui, a mio giudizio, Salzano ha scritto la più recente fatica. Di fronte alla sconfitta di chi voleva città più belle e funzionali, paesaggi storici da preservare come simbolo delle radici culturali dei luoghi, ambienti naturali tutelati come patrimoni intangibili da trasmettere alle generazioni future, è più opportuno “parlare agli uccelli”, tentare di formare nelle nuove generazioni sensibilità e consapevolezze oggi assenti dal panorama politico e stituzionale. E’ un atteggiamento, si badi, tutt’altro che ripiegato su se stesso o venato di pessimismo. La prova di quanto affermo sta nello straordinario sito Eddyburg, che Salzano ha costruito con leggerezza e caparbietà in questi ultimi anni e che, passo dopo passo, è diventato il più autorevole punto di riferimento dell’urbanistica italiana. Non c’è amministratore, studioso o cittadino impegnato per rendere vivibile la propria città, che non conosca il sito e non trovi al suo interno un giacimento di informazioni, riflessioni e prospettive. Un’azione di formazione insostituibile al pari del prezioso volume. Che ha, peraltro, un altro piccolo ma importante pregio. L’editore veneziano Corte del Fontego ha ormai alle spalle numerosi titoli. Tutti hanno la stessa caratteristica: oltre ad essere interessanti sono anche belli e curati. Aggiungono all’interesse il piacere di scorrere le pagine.

Nel 1946 nel primo capitolo del suo “Modo di pensare l’urbanistica”, Charles Edouard Jeanneret, noto con il nome di Le Corbusier, riflettendo compiutamente sulla città moderna e su come essa sia malamente progettata e abitata, afferma che “c’erano già stati grandi urbanisti i quali non maneggiavano la matita ma le idee: Balzac, Fourier, Considérant, Proudhon”.

Nel libro recente di Edoardo Salzano, “Ma dove vivi?”, l’urbanistica converge verso la storia, la filosofia e la letteratura. Il testo si conclude con Lucrezio e il rapporto tra la natura e l’uomo che la vive, con la Manchester industriale, razionale e inumana descritta da Engels nel XIX secolo, la Napoli di Matilde Serao nella quale vince, sino dall’ottocento, la speculazione edilizia. Il capo indiano Sealth, profeticamente e con profonda filosofia, vede la futura degenerazione del rapporto uomo “consumatore di risorse” e il mondo naturale che porta ovunque la traccia del divino, invisibile ai colonizzatori.

Questa necessità di una visione “universale” della città sentita da Edoardo Salzano, è evidente sin dall’incipit. Le prime pagine sono dedicate alla nascita della città. La storia che Salzano, nella foto, racconta incomincia con l’aggregazione umana e, attraverso una lunga parabola, l’Autore spiega la forma urbana di oggi.

Numerosi e in perfetta consequenzialità storica i riferimenti alla realtà italiana nella quale il consumo dei suoli è indirizzato dal predominio della sterile rendita su ogni altra economia. Sono proprio i meccanismi della storia, di quella grande e di quella piccola ( le vicende di tangentopoli, le ingerenze della micropolitica, i disastri degli anni novanta ), che guidano i capitoli del libro. L’urbanistica, i meccanismi applicati ad un’azione essenziale e primaria qual è l’abitare i luoghi, spiegati attraverso la storia. Le planimetrie di Siena e di Lipsia medievali, insieme a tante altre tavole tutte dense di significato, servono a decifrare la contemporaneità sulla quale Salzano si concentra. L’oggi spiegato utilizzando il passato. Chi non possiede gli strumenti per comprendere la realtà soffre perché non ha altra possibilità che subirla. Così l’Autore cerca di fornire al lettore i mezzi per comprendere. Anche quelli normativi, a partire dalla prima legge che dota le amministrazioni di uno strumento che è un punto di partenza, la legge 1150 dell’agosto del 1942. Da allora le città smettono, in Italia, di svilupparsi caso per caso e lo Stato detta le direttive attraverso i piani regolatori. Da qui l’Autore dipana un lineare racconto sulle cose, piccole e enormi, che molti cittadini vedono avvenire nelle proprie città, senza comprenderle, senza interrogarsi.

La divulgazione è un compito riservato ai “saggi” i quali possiedono la conoscenza in un grado così elevato da raggiungere la semplicità. “Ma dove vivi?” è, perfino nel titolo, uno sforzo di far ragionare chi non si fa domande sul dove vive, neppure quando, dice l’Autore, avverte la fatica e il peso di abitare in luoghi difficili, complessi e talvolta dolorosi come le nostre città. Un tentativo di far guardare chi non vede. La divulgazione “alta” che Salzano opera felicemente, fa comprendere come l’Urbanistica non sia una specialità culturale riservata agli architetti ( i quali praticano un artigianato e in casi rarissimi producono perfino arte ma non sono che una via possibile all’urbanistica ) ma è una conoscenza intricata che si regge su una serie di discipline, richiede la capacità di interpretare i luoghi e le società, una visione storica del mondo intorno ed esige, come nel caso di Lucrezio e di Capo Sealth, una filosofia che la sostenga.

Infine le riflessioni sulle condizioni di rischio ambientale planetario calate nelle realtà quotidiane, la qualità ambientale e l’insostenibilità di uno sviluppo ottusamente fondato sul pil. L’accenno ai princìpi latouchani sulla necessità di una decrescita di un meccanismo economico che invece tende alla crescita progressiva e inesorabile. La sostenibilità malignamente confusa con la tollerabilità e le conseguenze terribili di questa confusione. Il collegamento tra i grandi sistemi e la nostra città attuale, la città italiana e la fatica di abitarla, la fatica giornaliera di spostarsi dentro i nostri sistemi urbani. La dimostrazione di quanto una teoria economica entri nel nostro quotidiano e lo influenzi. Gli argomenti si susseguono rapidamente, sempre espressi con rigore e chiarezza esemplari.

Salzano trova perfino il tempo, in chiusura, di ipotizzare un’urbanistica salvifica la cui energia dovrebbe provenire dalla partecipazione di ognuno alla costruzione della città, spesso “pensata” e imposta dal cosiddetto “alto” della politica davanti al quale il cittadino debole sceglie la via del proprio “particolare” sul quale si concentra e dentro il quale si rinchiude. Non è un esercizio retorico rivolgersi ai giovani visto che in essi, se non altro per biologia, è contenuta l’energia sociale sulla quale l’Autore fonda la speranza di un contenimento armonico della crescita al posto dell’aggregazione di uomini e costruzioni chiamata città. Ai giovani è esplicitamente rivolto il libro, ma non solo. Anche il prezioso, accurato glossario è uno strumento ulteriore che l’Autore mette a disposizione del lettore giovane e non più giovane che si avvicina, magari per la prima volta, all’argomento.

L’Autore, l’abbiamo accennato, conclude con “l’urbanistica dei filosofi e degli scrittori” e il lettore chiude il libro con la convinzione che tutti dovremmo essere in possesso di una spinta naturale a riflettere sui luoghi che abitiamo, su come sono fatti e su come dovrebbero essere. Tutti dovremmo diventare urbanisti delle nostre città.

Edoardo Salzano – “Ma dove vivi?” – Edizioni Corte del Fondego – Venezia, 2007.

Un decennio contraddittorio

Riprendiamo dall’analisi delle trasformazioni avvenute nel periodo che comprende i decenni Cinquanta e Sessanta e dagli avvenimenti che ne scaturiscono, il cui svolgimento contrassegnerà contraddittoriamente l’intero corso degli anni Settanta. Sono anni che si aprono con le grandi e innovative tensioni del Sessantotto studentesco e operaio, si sviluppano, attraverso una serie di crisi politiche e di attentati dinamitardi, attorno ai temi dell’intervento pubblico nel settore della casa, degli espropri, dell’attuazione dell’ordinamento regionale, dei tentativi di programmazione economica.

Il quadro istituzionale dell’urbanistica cambia considerevolmente. La drammaticità degli scontri sociali sulle questioni del territorio e della città sembrano ridare fiato alla riforma urbanistica. La politica della casa entra a far parte dell’armamentario della pianificazione. L’istituzione delle regioni introduce un soggetto pubblico potenzialmente decisivo. Sebbene non si raggiunga una vera riforma del regime dei suoli, vengono introdotte alcune significative innovazioni, in parte vanificate dalla sentenze della Corte costituzionale.

Mentre da un lato sembra procedere, attraverso tappe parziali, un disegno di riforma, dall’altro lato si mettono in moto forze controriformatrici, le quali agiscono a volte con gli attentati terroristici, a volte con sottili tattiche di svuotamento delle leggi innovative.

Squilibri territoriali e politica edilizia

Ricorda De Lucia che “in un decennio (1961-1971) gli abitanti del Mezzogiorno si sono ridotti dal 36,7% al 34,8% della popolazione nazionale, con un decremento più veloce che nel recedente periodo intercensuario” [i].

In realtà, nel decennio sono nate nelle regioni del Sud circa 2 milioni e mezzo di persone, ma oltre 2 milioni e 300 mila sono state costrette ad emigrare. L’occupazione, dal 1961 al 1971, è aumentata del 21% nel Mezzogiorno e del 79% nel resto del paese. Su 2 mila e 500 comuni meridionali, quasi 2 mila sono quelli dove si registra una diminuzione della popolazione in valore assoluto. I 4/5 del territorio meridionale sono in via di abbandono e di disgregazione, è in disfacimento l’agricoltura collinare e montana, aumentano vertiginosamente frane e dissesti.

“Nei quindici anni che vanno dal 1955 al 1970 cambiano residenza 17 milioni di italiani. Gli spostamenti avvengono prevalentemente: dal Mezzogiorno verso il triangolo Milano, Torino, Genova; dalle zone interne verso la fascia costiera; dai centri minori verso le città più grandi. Lo sviluppo dei fenomeni migratori è assolutamente “spontaneo” e contrasta vistosamente con gli obiettivi osti dai tentativi di programmazione economica che si susseguono e che socialmente la componente riformista del centrosinistra cerca di difendere, puntigliosamente, nonostante le continue delusioni. Intanto, l’intervento statale di gran lunga prevalente, specialmente nel Mezzogiorno, continua ad essere la costruzione delle strade e, soprattutto, delle autostrade [ii].

Del resto, l’impegno dello Stato è stato gigantesco”

“Dal 1960 si sono avute in Italia costruzioni per una media di 208 km annui contro i 170 della Germania e 127 della Francia. Di conseguenza gli investimenti a favore dei trasporti collettivi su rotaie sono rimasti strozzati dall’impegno autostradale, che di fatto risultava uno stimolo diretto a sostenere e rafforzare l’industria automobilistica e quelle consorelle” [iii].

Paradossale è il tentativo di programmare la politica abitativa. Lo “Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-1964” (il cosiddetto “schema Vanoni”, primo tentativo di programmazione economica) poneva come obiettivo per risolvere il problema della casa quello di realizzare 13 milioni di vani nel decennio considerato. L’obiettivo fu ampiamente superato: dal 1955 al 1964 si costruirono in Italia oltre 19 milioni di vani. Il problema della casa avrebbe dovuto considerarsi risolto. Invece, nello stesso anno 1964, il “progetto di programma di sviluppo economico” per il quinquennio 1965-1969 predisposto dal ministro per il bilancio Antonio Giolitti prevede un “fabbisogno ottimale di abitazioni” corrispondente addirittura a 20 milioni di stanze!

“Eppure, più case si fanno più ce ne vogliono: è questo il paradosso della situazione italiana. In effetti le case ci sarebbero per tutti, come confermano i dati del censimento. Nel 1971 ci sono in Italia 54 milioni di abitanti ed oltre 63 milioni di stanze. Nel decennio 1961-1971 la popolazione è cresciuta del 6,7% ed il patrimonio edilizio del 33,8%. L’indice di affollamento medio nazionale è di 0,85 abitanti/stanza. Ma è un indice teorico perché quasi un quarto del patrimonio esistente è inoccupato o sottutilizzato. Le case ci sarebbero per tutti, solo che costano troppo, oppure sono lontane da dove ormai è costretta a vivere la maggioranza degli abitanti, oppure sono seconde o terze case. Questi dati, dapprima elaborati e discussi in ristretti ambienti specialistici, diventano gli argomenti e slogan della contestazione sindacale ed operaia. Sotto accusa è il “modello di sviluppo” basato sull’esaltazione degli squilibri. Il problema della casa, irrisolvibile fino a quando continueranno poderosi flussi migratori, è all’origine dell’autunno caldo” [iv].

Le lotte per la casa e l’autunno caldo

Nel marzo 1969 la Fiat pubblica un bando per assumere negli stabilimenti di Torino 15 mila nuovi addetti, reclutandoli nel Mezzogiorno 15 mila addetti: con le loro famiglie, 60 mila nuovi immigrati a Torino. Le organizzazioni sindacali rilevano subito che i programmi di espansione degli impianti e dell’occupazione della Fiat aggraverebbero la tendenza in atto alla emarginazione delle regioni meridionali. Nell’area torinese si manifesta una decisa opposizione contro ogni indiscriminato aumento della popolazione che farebbe saltare le già precarie strutture residenziali, e quel po’ di attrezzature sociali funzionanti nei comuni della cintura. La protesta sbocca nello sciopero generale provinciale del 3 luglio 1969 “contro il caro-casa e per un massiccio e tempestivo intervento dello Stato nell’edilizia”. I fatti di Torino, gli altri scioperi generali in numerose province nei mesi successivi, le proteste dei baraccati, il ripetersi delle occupazioni di alloggi pongono in primo piano la necessità di una nuova politica della casa. Ed è proprio con la vertenza nazionale per la casa e per una nuova politica urbanistica che le centrali sindacali avviano l’autunno caldo del 1969.

Le confederazioni Cgil, Cisl e Uil aprono la vertenza per la casa, i servizi, i trasporti, il superamento degli squilibri territoriali. Secondo i sindacati, i nuovi interventi di edilizia pubblica vanno realizzati nell’ambito di una nuova legislazione urbanistica che deve regolare il regime delle aree urbane attraverso il diritto di superficie e l’esproprio generalizzato. Anche per le Acli condizione principale per rendere possibile un mercato della casa alla portata di tutti è la pubblicizzazione dei suoli, l’abolizione dell’attuale regime, l’esproprio generalizzato e la definizione del diritto di superficie. Si estende il dibattito, fioriscono le proposte. La questione approda al Parlamento.

“Si arriva cosi al momento culminante della mobilitazione: il grande sciopero nazionale del 19 novembre 1969, indetto dalle tre confederazioni sindacali nonostante i ripetuti tentativi del governo per evitarlo. Si ferma l’intero paese, è una delle più forti manifestazioni popolari dell’Italia contemporanea. Prima conseguenza è la decisione governativa di accantonare due disegni di legge, frettolosamente predisposti dai ministri Natali e Carlo Donat Cattin, evidentemente inadeguati rispetto alle rivendicazioni. L’indiscutibile successo dello sciopero contribuisce certo ad accelerare le manovre dei poteri più o meno occulti che governano la strategia della tensione. E infatti le bombe di Milano e Roma del 12 dicembre distraggono l’opinione pubblica dal problema della casa, ma solo per qualche settimana. I primi mesi del 1970 sono di nuovo punteggiati da numerosi dibattiti ed i sindacati riprendono l’iniziativa politica”[v].

Nel marzo 1971 il ministro dei lavori pubblici Lauricella presenta alla Camera il disegno di legge n. 3199 contenente “Norme sull’espropriazione per pubblica utilità, modifiche ed integrazioni alla legge 18 aprile 1962, n. 167, ed autorizzazione di spesa per interventi straordinari nel settore dell’edilizia residenziale, agevolata e convenzionata”. La riforma urbanistica è invece rinviata sine die. Si avviano l’esame del disegno di legge e le consultazioni con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, degli imprenditori, degli inquilini, delle associazioni comunque interessate al problema, e con le neonate amministrazioni regionali (le prime elezioni regionali si erano svolte il 7 giugno 1970).

La legge per la casa del 1971

Il dibattito parlamentare si conclude con la definitiva approvazione della legge il 22 ottobre 1971. La legge 865/1971 affronta organicamente e compiutamente i nodi del problema della casa in Italia.

Il primo titolo riguarda la programmazione e il coordinamento dell’intervento pubblico. Spetta alle regioni la localizzazione ed il coordinamento degli investimenti pubblici per l’edilizia stabiliti dal governo sulla base di un “piano di attribuzione” redatto in funzione dei fabbisogni regionali e alimentato da tutte le risorse pubbliche nazionali destinate al settore.

Il secondo titolo riguarda l’espropriazione per pubblica utilità. Il campo di applicazione comprende gli immobili (aree ed edifici) necessari: per gli interventi previsti dalla stessa legge n. 865; per i piani di zona della legge n. 167; per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, compresi i parchi pubblici; per le singole opere pubbliche; per il risanamento, anche conservativo, degli agglomerati urbani; per la ricostruzione di edifici o quartieri distrutti o danneggiati da eventi bellici o da calamità naturali; per l’attuazione di zone di espansione urbana, a norma dell’articolo 18 della legge urbanistica del 1942; per la formazione di parchi nazionali; per le zone che gli strumenti urbanistici destinano ad impianti industriali, artigianali, commerciali e turistici. Le aree espropriate sono assegnate in concessione (per periodi rinnovabili da 60 a 99 anni) oppure in proprietà.

La legge non riconosce, nell’indennità espropriativa, il maggiore valore acquisito dall’area per effetto dell’opera che vi si dovrà insediare o della destinazione d’uso stabilita dal piano regolatore. La rendita di posizione è solo in parte riconosciuta con il ricorso a parametri che moltiplicano il valore agricolo iniziale in funzione della ubicazione (più o meno centrale) del bene da espropriare e della dimensione demografica dei comuni.

Il terzo titolo della legge riguarda le modifiche alla legge 167/1962 e raccoglie i perfezionamenti richiesti da quasi un decennio di esperienza in materia di piani di zona. Si stabilisce in particolare che l’estensione delle aree destinate all’edilizia economica e popolare non può superare il 60% del fabbisogno complessivo di edilizia abitativa prevista per un decennio. Viene disposta l’abrogazione dell’articolo 16 della originaria legge 167/1962, che consentiva ai proprietari di aree ricadenti nei piani di zona di intervenire direttamente. Come osserva De Lucia,

“in tal modo, la legge per la casa, imponendo ai comuni di acquisire le aree e di assegnarle agli enti ed ai costruttori privati che si impegnano a realizzare abitazioni economiche e popolari nel rispetto di determinati vincoli, rappresenta un risoluto passo avanti nel controllo dei meccanismi di formazione della rendita fondiaria. In sostanza, per la prima volta, viene affermata una netta separazione fra proprietà fondiaria e attività costruttiva, traducendo in termini concreti il principio dell’indifferenza dei proprietari alle destinazioni del piano” [vi].

Il quarto ed il quinto titolo della legge riguardano aspetti finanziari dell’intervento pubblico in edilizia e tradizionali agevolazioni per l’edilizia privata. Si tratta di norme dichiaratamente transitorie, in attesa di quella organica legge di spesa per l’edilizia residenziale, che sarà approvata dopo sette anni (il cosiddetto “piano decennale” del luglio 1978).

Speranze, tentativi e crisidelle programmazione economica

Nella storia dei tentativi di programmare lo sviluppo dell’economia per evitare i danni e le strozzature un posto di rilievo spetta alla “Nota aggiuntiva” alla relazione annuale di contabilità economica nazionale, presentata nel maggio 1962 dal ministro repubblicano Ugo La Malfa. La “Nota aggiuntiva” traccia un lucido consuntivo dei caratteri salienti del processo di sviluppo degli anni Cinquanta. Segnala il persistente scompenso fra le regioni nordoccidentali ed il resto del paese, ed i disordinati fenomeni di migrazione interna con la conseguenza della congestione di alcune aree e dello spopolamento di altre. Di squilibri territoriali si parla in termini approfonditi, ma le analisi e gli obiettivi della politica economica continuano ad essere esposti in una forma aggregata: ciò non consente di dedurre dalle scelte di sviluppo produttivo concrete indicazioni di assetto del territorio. Nel 1964, il vicepresidente della Commissione nazionale per la programmazione economica, Pasquale Saraceno, presenta il Rapporto 4 che costituisce la base del programma economico nazionale. La volontà meridionalistica obbliga a collocare il riequilibro del territorio al primo posto fra gli obiettivi dell’intervento pubblico.

Analoghe indicazioni sono contenute nel Progetto di programma di sviluppo economico per il quinquennio 1965-1969 presentato dal ministro per il bilancio Antonio Giolitti nel giugno 1964, e ripresentato con alcune modifiche nel gennaio successivo dal nuovo ministro Luigi Pieraccini. L’assetto del territorio rimane tuttavia un capitolo del documento e, anche per la fiducia riposta nelle procedure e nei contenuti innovativi della nuova legge urbanistica (la cui approvazione è data per certa ed immediata), non diventa una “dimensione” della politica di programmazione.

Nel 1967 viene finalmente approvato con legge il Programma di sviluppo economico per il quinquennio 1966-1970. E il primo ed unico documento di programmazione economica nazionale sancito in un atto ufficiale. In verità, sui temi della programmazione economica, presso il ministero del bilancio, operarono in quegli anni alcuni dei più coerenti sostenitori della politica di riforma (primi Antonio Giolitti e Giorgio Ruffolo). Anche in materia di assetto del territorio furono prodotti ipotesi e ragionamenti spesso di notevole impegno intellettuale. L’organizzazione territoriale, assente nei primi documenti, diventa via via parte essenziale della logica di programmazione. Ma dopo la crisi economica del 1973 i riferimenti alla politica territoriale si affievoliscono di nuovo, e poi scompaiono del tutto.

Una compiuta integrazione dell’assetto del territorio nella strategia della programmazione viene proposta nel Rapporto preliminare al programma economico nazionale 1971-1975, più noto come “Progetto ‘80” [vii]. Il superamento degli squilibri non è più affrontato in termini esclusivamente economici, ma in una prospettiva dinamica di cui si prefigurano le conseguenze territoriali. Viene proposto [viii] un modello di assetto (un vero e proprio schema di “piano territoriale nazionale”), fondato sull’individuazione di “sistemi di città” potenzialmente alternativi rispetto alle agglomerazioni urbane esistenti ed alle loro degenerazioni “spontanee”. La politica di riequilibrio territoriale non è proposta solo alla scala delle grandi ripartizioni geografiche ma anche ai livelli locali.

Dopo continui slittamenti, la programmazione economica scompare infine dalle azioni di governo. La crisi economica fa scattare il “ricatto della congiuntura”: la logica di piano viene presentata come un lusso che non ci si può consentire quando urgono problemi di sopravvivenza economica. I nuovi documenti programmatici tornano cosi ad occuparsi esclusivamente dei grandi aggregati economici e delle loro compatibilità.

L’attuazione delle regioni a statuto ordinario

La Costituzione della Repubblica italiana era stata approvata il 27 dicembre 1947, e promulgata il 1° gennaio successivo. Essa prevedeva l’istituzione delle regioni come “enti autonomi con propri poteri e funzioni” (articolo 115), e attribuiva loro rilevanti competenze. Tra queste, la potestà legislativa in materia urbanistica (articolo 117). Alla vigilia degli anni Settanta l’ordinamento regionale previsto dalla Costituzione non era ancora stato attuato: erano state istituite solo, in ragione di diverse contingenze e opportunità politiche, le cinque regioni “a statuto speciale”: la Sicilia, la Sardegna, la Val d’Aosta e il Trentino-Alto Adige (poi disaggregata nelle due province di Trento e Bolzano) nel 1948, e il Friuli-Venezia Giulia nel 1963. La causa principale della mancata attuazione del dettato costituzionale su questo punto così rilevante per il funzionamento dell’ordinamento dello Stato era certamente costituito da una preoccupazione politica della DC e dei suoi alleati: si temeva del ruolo che avrebbero svolto i comunisti e i loro alleati socialisti, allora all’opposizione e considerati come “nemici” dall’intero schieramento internazionale cui l’Italia apparteneva, che avevano la maggioranza elettorale nelle tre regioni centrali (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria) e forse anche nella Liguria. Uno degli obiettivi della politica riformatrice degli anni Sessanta era quindi l’attuazione della norma costituzionale relativa alle regioni a statuto ordinario. Delle regioni si parlava del resto nelle proposte di legge di riforma urbanistica dei primi anni Sessanta.

I quindici consigli regionali a statuto ordinario sono eletti per la prima volta nella primavera del 1970, ma l’effettivo trasferimento dei poteri avviene nel febbraio del 1972, in base a decreti del Presidente della repubblica. Per quanto riguarda l’urbanistica, accanto al potere di legiferare già attribuito dalla Costituzione, alle regioni vengono trasferite tutte le funzioni amministrative che la legge del 1942, e le successive leggi di modifica e di integrazione, affidavano agli organi centrali e periferici del Ministero dei lavori pubblici: l’approvazione degli strumenti urbanistici (piani territoriali di coordinamento, piani regolatori generali comunali e intercomunali, piani di ricostruzione, regolamenti edilizi e programmi di fabbricazione, piani particolareggiati e lottizzazioni convenzionate) e dei piani per l’edilizia economica e popolare; il controllo e la vigilanza sull’attività edilizia ed urbanistica degli enti locali. Alle regioni a statuto ordinario viene anche trasferito il potere di redigere e di approvare i piani territoriali paesistici previsti dalla legge per la tutela delle bellezze naturali del 1939.

Agli organi centrali dello Stato è riservata la funzione di “indirizzo e coordinamento” delle attività amministrative regionali “che attengono ad esigenze di carattere unitario, anche con riferimento agli obiettivi del programma economico nazionale ed agli impegni derivanti dagli obblighi internazionali”. Allo Stato sono riservate inoltre le competenze relative alla rete autostradale; alle costruzioni ferroviarie, ai porti, alle opere idrauliche e di navigazione interna di maggiore importanza; all’edilizia statale, demaniale e universitaria, ecc.

Al trasferimento delle materie stabilite dall’articolo 117 della Costituzione si affianca la delega delle “funzioni amministrative necessarie per rendere possibile l’esercizio organico da parte delle regioni delle funzioni trasferite o già delegate”. Viene istituita una commissione (presieduta da Massimo Severo Giannini) le cui proposte forniscono la base al decreto del presidente della repubblica n. 616 del luglio 1977, che chiude quasi un decennio di dibattiti e di produzione legislativa circa l’ordinamento regionale.

Secondo il decreto 616/1977, l’urbanistica è “la disciplina dell’uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente”: tutto ciò è di competenza regionale. Allo Stato resta affidata la “identificazione, nell’esercizio della funzione di indirizzo e di coordinamento [...], delle linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale, con particolare riferimento alla articolazione territoriale degli interventi di interesse statale ed alla tutela ambientale ed ecologica del territorio nonché alla difesa del suolo”. Si tratta però, di funzioni non precisamente determinate, di cui non si prescrivevano modalità, tempi e procedure di esercizio.

La “linea dei sistemi urbani”

L’approvazione della legge per la casa avrebbe dovuto rappresentare, come abbiamo già detto, l’avvio di un profondo rinnovamento nell’organizzazione pubblica dell’edilizia. Il governo di centro-destra che si costituisce nel giugno del 1972 (cosiddetto governo Andreotti-Malagodi) insedia invece una commissione con il dichiarato intento di fare marcia indietro rispetto alla legge di riforma approvata nel novembre precedente. Parallelamente a questa iniziativa istituzionale si sviluppano una serie di operazioni che nascono dal mondo della produzione: si tratta di quella che in quegli anni fu definita la “linea dei sistemi urbani”. Si tratta di un disegno che ha origine nel settore delle partecipazioni statali, dove la ricerca di nuove fonti di profitto e di rendita si salda con una più ampia trama politica che mira all’affermazione di un complesso modello di sviluppo fondato sulla “efficienza”, che dovrebbe essere garantita da un sistema di formazione delle decisioni accentrato in “agenzie” ovvero “amministrazioni funzionali” inevitabilmente estraneo, o meglio antagonista, rispetto agli organismi elettivi degli enti locali.

Una prima manifestazione della linea dei sistemi urbani si era avuta nella primavera del 1969 con l’iniziativa di un consorzio che raggruppava Iri, Impresit-Fiat, Bonifica ed altri, il quale proponeva di costruire la “nuova città nolana”: un insediamento di 100 mila abitanti, alle porte di Napoli. Da allora si susseguono le proposte di affidare alle imprese a partecipazione statale funzioni che fino ad allora erano di stretta ed esclusiva competenza dello Stato e degli enti locali. Si propone di affidare all’Iri il potenziamento dei porti, la costruzione dei nuovi aeroporti, dei nuovi centri universitari, delle infrastrutture urbane, metropolitane e territoriali.

Il riconoscimento ufficiale dell’interesse di aziende del sistema delle partecipazioni statali a gestire in prima persona il settore dell’edilizia e dell’urbanistica appare durante l’iter di formazione della legge sulla casa, quando l’allora presidente del Consiglio Emilio Colombo propose di superare la crisi del settore mediante la realizzazione di “sistemi urbani integrati”, che non sono mai stati definiti chiaramente, ma che avrebbero dovuto essere una specie di città nuove all’italiana, realizzate da enti pubblici e privati e da aziende a partecipazione statale.

In prima linea nella denuncia dei rischi insiti nelle manovre del governo e delle partecipazioni statali è l’Inu.

“Quale autonomia potranno avere le regioni nella predisposizione o nell’attuazione di una politica della casa e del territorio? Quale potere di pianificare lo sviluppo della città potrà rimanere agli enti locali? Il nuovo “cartello”, verticisticamente organizzato e sottoposto all’unico controllo di un organo dell’esecutivo (il Cipe?, non potrà non schiacciare il tessuto democratico delle autonomie locali (ancora stentato e precario) in nome delle esigenze dell’efficienza. E infatti evidente che nelle attuali condizioni solo particolari ed ingiustificabili privilegi potrebbero consentire funzionalità ed efficienza ai nuovi enti, e questi privilegi non potranno che essere pagati in termini di delega ad essi delle funzioni sociali e democratiche della collettività “ [ix].

L’approvazione della legge per la casa non sconfigge la linea dei sistemi urbani. Sembra anzi che le più potenti centrali del capitalismo italiano si siano preparate da tempo per gestire in proprio la nuova legge. Già sul finire del 1971 la Fondazione Agnelli propone un modello di programmazione dell’edilizia sul quale tenta (senza peraltro riuscirvi) di ottenere l’adesione delle regioni e dei sindacati. Subito dopo è l’Isvet (un istituto di ricerche dell’Eni) a muoversi sulla stessa strada e con proposte quasi identiche.

La linea dei sistemi urbani, il fascino dell’efficienza, il pretesto dell’ecologia riescono a raccogliere l’adesione di settori sempre più consistenti del mondo progressista (specialmente nel sindacato e nelle organizzazioni cooperative). La schiera degli oppositori è sempre più esigua ed isolata, fino a quando la crisi energetica conseguente alla guerra araboisraeliana del 1973 mette in crisi i presupposti essenziali delle manovre eversive di cui si è detto. Il repentino tramonto del modello di sviluppo basato sull’energia a basso costo rende di fatto insostenibile ogni ragionamento fondato sulle “magnifiche sorti e progressive” di uno sviluppo economico illimitato. Comincia la stagione delle vacche magre, delle risorse scarse. Ma è anche una stagione non arida di risultati. Enrico Berlinguer avvia la riflessione sull’austerità. Sono gli anni della solidarietà nazionale, in cui le forze che avevano condotto alla formazione della Repubblica e al varo della sua Costituzione sembrano trovare le ragioni profonde di una nuova intesa. Il completamento del processo di riforma avviato con la legge 167 del 1962 sembra un obiettivo possibile. Si riesce infatti ad ottenere l’approvazione di tre leggi importanti: quella sul regime dei suoli, quella per le procedure ed il finanziamento pluriennale dell’edilizia pubblica (cosiddetto “piano decennale”) e, soprattutto, quella che istituisce l’equo canone.

La legge Bucalossi sul regime dei suoli

Dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 55 era stata approvata la “legge-tappo” del novembre 1968, che prorogava per cinque anni la validità delle previsioni degli strumenti urbanistici comportanti vincoli nei confronti dei diritti reali. I cinque anni trascorsero senza che fosse assunta alcuna concreta iniziativa e si fu così costretti, nell’ultimo giorno utile, ad approvare un’altra proroga biennale. Nel novembre 1975 ancora un rinvio di un anno. Questa volta è però accompagnato da un disegno di legge governativo di riforma del regime dei suoli che, finalmente, dopo un’ultima proroga di tre mesi, è approvato nel gennaio 1977. È la legge 28 gennaio 1977, n. 10, più nota come legge Bucalossi, dal nome del Ministro repubblicano per i lavori pubblici che ne fu l’autore.

Alla base della legge c’è la scelta nettamente a favore della separazione dello jus aedificandi dal diritto di proprietà. In verità, sullo “scorporo” del diritto di edificare dal diritto di proprietà la Dc non dà mai un’adesione convinta. L’intesa fra i partiti di governo si realizza soprattutto grazie all’impegno di Pietro Bucalossi che minaccia le dimissioni (e quindi la crisi di governo) in caso di mancata approvazione del disegno di legge. Il principio della separazione viene però affermato

“in maniera ambigua, cosi da renderla accettabile al partito della proprietà, se è vero che qualche esponente della proprietà edilizia che aveva prima parlato “di una vera confisca (sic), giustificata dal troppo evidente inganno che la proprietà rimane nella titolarità dei proprietari”, dopo l’approvazione del consiglio dei ministri, afferma - peraltro con la medesima superficialità del primo giudizio - che “la legge non esprime più l’adozione di quel principio sovversivo” [x].

Il disegno di legge Bucalossi è approvato dal Consiglio dei ministri il 29 novembre 1975 e presentato al Parlamento 1’11 dicembre. Gli elementi portanti della riforma sono l’istituto della concessione onerosa, il convenzionamento dell’edilizia abitativa, il programma di attuazione dei piani urbanistici e la normativa contro gli abusi.

Il regime di concessione onerosa ha come presupposto la riserva pubblica del diritto di edificare. L’ente pubblico assente la concessione di questo diritto al proprietario dell’area, ovvero a chi ne ha la legittima disponibilità, per l’edificazione di opere conformi agli strumenti urbanistici. La concessione non incide sulla proprietà - che resta privata - dell’immobile realizzato. L’onerosità della concessione è parziale, nel senso che il contributo di concessione non costituisce il corrispettivo dell’intero plusvalore dell’area. Il contributo è infatti formato da una quota del costo di costruzione, variabile dal cinque al venti per cento, e da una quota afferente agli oneri di urbanizzazione.

Il convenzionamento dell’edilizia abitativa dovrebbe essere uno dei punti qualificanti della legge. Esonerando l’edilizia convenzionata dagli oneri di concessione si possono favorire gli imprenditori disposti a concordare con il comune i prezzi di vendita ed i canoni di locazione degli alloggi da destinare alle categorie meno abbienti, e quindi esercitare consensualmente un controllo del mercato delle locazioni.

Il programma poliennale di attuazione degli strumenti urbanistici serve ad evitare una delle più macroscopiche distorsioni che hanno accompagnato la crescita delle città, e cioè la contemporanea diffusione dell’attività edilizia in tutte le direzioni possibili e senza alcuna correlazione con gli interventi volti alla realizzazione delle infrastrutture e attrezzature. In tal modo i comuni sono stati costretti ad inseguire la disordinata diffusione delle iniziative private, sostenendo ingenti spese per la costruzione delle reti di urbanizzazione e per assicurare i minimi servizi (si pensi ai trasporti). Il programma poliennale di attuazione consente invece ai comuni di definire quali delle opere previste dal piano regolatore si possono realizzare in un determinato periodo, organizzando per tempo, ed in rapporto alle proprie disponibilità finanziarie, gli interventi pubblici necessari.

La nuova normativa contro l’abusivismo, fenomeno già allora in forte espansione, prevede, nei casi di maggior gravità, l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’opera abusiva. La demolizione resta l’unica sanzione quando l’abuso contrasta con rilevanti interessi urbanistici ed ambientali. Il fatto che l’acquisizione al patrimonio comunale non sia una facoltà ma un atto dovuto per il comune sembra il deterrente decisivo. Ma, come vedremo, l’abusivismo esploderà più violento di prima.

Il dibattito in parlamento rinfocola i contrasti. Il disegno di legge è in parte migliorato. Non vengono invece chiariti i nodi relativi al regime di proprietà delle aree edificabili.

“La mancata esplicitazione del principio della separazione costituisce un grave errore - anche politico - perché le riforme non si fanno con le riserve mentali (se c’è separazione, come c’è, non si vede per quale motivo non Si debba dirlo chiaramente), perché non ci può essere confusione su un principio che costituisce il presupposto del regime concessori (senza la separazione, infatti, la concessione si ridurrebbe ad un fatto meramente nominalistico), perché infine si potrebbe rischiare di incorrere in una nuova declaratoria di incostituzionalità (la logica della sentenza n. 55, è bene ricordarlo, è stata ribadita dalla Corte in una recente pronuncia)” [xi].

Facile profezia. Nel gennaio 1980, a tre anni dalla Bucalossi, la Corte costituzionale si pronuncerà ancora sulla incostituzionalità della legge urbanistica.

Nuove esigenze nella politica della casa

Nonostante le riforme legislative operate dal 1962 la questione della casa era ben lontana dall’esser risolta. Il settore era, nel suo complesso, estremamente articolato e ricco di sperequazioni e differenze quasi patologiche. Dal punto di vista degli utenti, si potevano distinguere cinque grandi segmenti dello stock di abitazioni:

1. gli alloggi abitati direttamente dei proprietari, di cui la politica centrista aveva continuamente aumentato il numero portandolo a livelli sconosciuti negli altri paesi europei,

2. gli alloggi privati condotti in affitto libero, che pagavano prezzi crescenti,

3. gli alloggi privati condotti a fitto “bloccato”, cioè ancorato al valore originario senza tener conto dell’aumento dell’inflazione, per effetto di una serie di leggi che, a partire dagli anni della guerra, avevano teso a proteggere gli inquilini dei ceti meno abbienti dai notevoli aumenti dei prezzi,

4. gli alloggi privati realizzati in aree Peep, preventivamente espropriate e assegnati a fitti convenzionati,

5. gli alloggi di proprietà pubblica, assegnati a canone “sociale”.

Gli inconvenienti di questa situazione erano notevoli: sperequazioni tra proprietari a fitto bloccato e altri proprietari, liberi di affittare a qualsiasi prezzo; sperequazioni tra inquilini, alcuni privilegiati dal livello irrisorio dei fitti (quelli bloccati e quelli sociali); rigidità del “mercato” e impossibilità di accedervi da parte delle giovani coppie; eccesso di alloggi nelle zone dell’esodo e carenze nelle zone d’immigrazione.

Particolarmente pesante era la situazione determinata dal blocco dei fitti. Questo era nato nel 1920, quando nei maggiori comuni erano stati istituiti i commissariati del governo per gli alloggi, con il compito di regolare in via provvisoria gli aumenti connessi alla proroga del blocco dei fitti e di determinare il canone più giusto nei casi controversi. Da allora si è andati avanti alternando il blocco con parziali liberalizzazioni: dal 1945 al 1978 si sono succedute ben quarantaquattro proroghe del blocco. La Corte costituzionale, nel gennaio 1976, ammonisce i pubblici poteri: un regime di blocco che può considerarsi legittimo solo in momenti eccezionali e con caratteri di “temporaneità” e di “straordinarietà”. Dopo la pronuncia della Corte si è perciò costretti a porre mano concretamente alla legge di regolamentazione degli affitti.

D’altra parte, lo stesso contenimento dei prezzi operato nelle aree Peep (per effetto della decurtazione iniziale della rendita fondiaria e del controllo sul prezzo finale operato con il convenzionamento) veniva vanificato dalla “concorrenza” provocata da un “mercato libero”, libero di spingere all’insù i prezzi degli alloggi. Né era possibile limitarsi a “sbloccare” la parte vincolata dello stock privato, ciò che avrebbe provocato tensioni sociali insostenibili.

Per affrontare risolutivamente la questione abitativa non bastava quindi più limitarsi a costruire abitazioni economiche per le fasce più disagiate, ne limitare l’intervento pubblico alla costruzione di nuove case. Del resto, in quegli anni erano emerse due consapevolezze nuove: da un lato, il fatto che l’età dell’espansione continua e indefinita era terminata, che “più case si fanno più ce ne vogliono”, e che non si poteva proseguire con “lo spreco edilizio” [xii]; dall’altra parte, il fatto che l’esigenza di disporre di un alloggio ad un prezzo commisurato al reddito e alla conseguente capacità di spesa era un “diritto sociale”, che doveva essere garantito a tutti.

Appariva infine palesemente errato proseguire con la tendenza di promuovere la proprietà diretta della casa: era un obiettivo ormai in contrasto con il trasformarsi dell’Italia in un’economia industriale matura, nella quale la mobilità della forza lavoro (da settore a settore e da luogo a luogo) diventava un’esigenza dello stesso sistema economico: è evidente che la carenza di case offerte in affitto a prezzi ragionevoli costituiva un ostacolo fortissimo alla mobilità sul territorio.

Ecco le ragioni per cui maturò la necessità di affrontare la questione abitativa nell’insieme dello stock edilizio, superando il blocco di una parte dello stock con una politica di “prezzi amministrati”: l’equo canone.

L’equo canone

Anche la vicenda della formazione della legge per l’equo canone è quella di una profonda interrelazione tra proposte del governo, lavoro parlamentare, confronto con le forze. Il primo disegno di legge governativo viene reso noto nella primavera del 1976. Le forse politiche e le parti sociali avanzano a loro volta proposte. Il dibattito parlamentare procede faticosamente per diciotto mesi, soprattutto sugli aspetti normativi. La legge finalmente approvata a larghissima maggioranza (29 luglio 1978, n. 392, “Disciplina delle locazioni degli immobili urbani”) è una legge oscura, ottantaquattro articoli densi di errori e di difficoltà interpretative.

Sulla base di una proposta del sindacato degli edili (che a sua volta riprende una proposta avanzata dall’Inu) si manifesta la linea di soluzione che verrà poi approvata. Si tratta di definire l’equo canone come una percentuale del valore locativo dell’immobile. Il valore locativo il prodotto della superficie convenzionale per il costo unitario di produzione. La superficie convenzionale è, più o meno, la superficie netta dell’alloggio. Il costo unitario di produzione è invece un costo base (250 mila lire a mq per il centronord e [1] 225 mila per il Mezzogiorno) moltiplicato per alcuni coefficienti correttivi (tipologia catastale, classe demografica dei comuni, ubicazione dell’immobile nel territorio comunale, stato di conservazione e manutenzione, ecc.) i cui valori numerici variano (nel disegno di legge) da 0,6 a 1,6. La prevalenza di valori inferiori o superiori all’unità determina, almeno da un punto di vista teorico, un campo di variabilità abbastanza ampio.

La legge per l’equo canone è stata spesso criticata, e infine dissolta. E’ necessario precisare che le colpe maggiori non sono della legge, quanto della sua mancata gestione.

[1]

[i]V. De Lucia, op. cit., p.93

[ii]Ivi, p. 94.

[iii] C. De Seta, La politica stradale dalla ricostruzione al miracolo economico, in “Il Ponte”, aprile 1969.

[iv] Ivi, p. 95.

[v] Ivi, p. 97.

[vi] Ivi, p. 104

[vii] Ministero del Bilancio e della programmazione economica, Progetto 80; rapporto preliminare al programma economico nazionale 1971-75, Libreria Feltrinelli, 19692.

[viii] Centro di studi e piani economici, Le proiezioni territoriali del Progetto ‘80, Roma 1971.

[ix] Inu, Documento sulla politica della casa, Inu, Roma 1970.

[x] M. Martuscelli, nell’introduzione a: F. Bottino, V. Brunetti, Il nuovo regime dei suoli, Edizioni per le autonomie, Roma 1977, p. 20.

[xi] Ivi, p 27.

[xii]Lo spreco edilizio, a cura di F. Indovina, Marsilio, Padova 1972. È una importante raccolta di testi sulla situazione della residenza in Italia negli anni di cui ci occupiamo. Cfr. anche: M. Marcelloni e G. Ferracuti, La casa: Mercato, Programmazione, Einaudi, Milano 1982

I tre ultimi capitoli sono costituiti da un notevole ampliamento dei contenuti del precedente decimo capitolo, che è stato integrato soprattutto con alcune informazioni e valutazioni a proposito della legislazione urbanistica delle regioni, e con qualche riflessione su argomenti all’ordine del giorno del dibattito urbanistico (come la governance e, più in generale, i rapporti tra pubblico e privato), oppure riproposti nelle pratiche di pianificazione degli ultimi anni (come la questione dei “vincoli urbanistici”). Infine, qualche ulteriore riflessione sulla figura e il ruolo dell’urbanista è stata occasionata da alcune ricerche che ho avuto modo di seguire nell’ambito della facoltà di Pianificazione del territorio e del dipartimento di Pianificazione dell’IUAV. Questo il sommario degli ultimo tre capitoli. L’indice completo lo trovate qui.

X. Un nuovo contesto

La pianificazione all’inizio del nuovo secolo: Cambiamenti della società, trasformazioni del territorio - La città: la scimmiotto e la svuoto - La risposta delle istituzioni - Liquidata la politica della casa - Italia S.p.A. - Serve ancora la pianificazione?

Valori e obiettivi per la pianificazione: I valori della collettività - L’uovo o la gallina - La democrazia è sostenibile? - La storia e la natura - Pianificare la conservazione - Il «sistema delle qualità»

I limiti della pianificazione tradizionale: Il piano criticato - Tre versanti critici - Il modello milanese - Un’altra «terza via»

XI. Una nuova pianificazione: dai principi alle leggi regionali

Dal «piano» alla pianificazione: Una definizione della pianificazione - Gli obiettivi della pianificazione - La coerenza nello spazio e nel tempo - Una sintesi tra flessibilità e coerenza

Un nuovo meccanismo di pianificazione: Scelte strutturali e scelte programmatiche - Un nuovo rapporto tra «piano» e tempo - Due condizioni irrinunciabili - Il nuovo meccanismo nelle legislazioni regionali

I livelli della pianificazione: Il «principio di pianificazione» - Il principio di sussidiarietà - Dall’approvazione alla verifica di conformità

Pianificazione ordinaria e pianificazione specialistica: Troppi piani? - Piani diversi, per esigenze diverse - I piani per il paesaggio, la difesa del suolo, le aree protette

L’ambiente nella pianificazione: qualche passo avanti: Le condizioni alle trasformazioni - L’ambiente nelle legislazioni regionali - Le azioni per la tutela e la valorizzazione

«Governance»: significato e limiti d’un termine nuovo: La «governance», come nasce - Non è vero che tutti gli attori sono uguali - Gli interessi privati - Governare la «governance» - E la partecipazione?

XII. Requiem per la «riforma urbanistica»?

Tentativi a Roma, nuove leggi altrove: Le proposte ci sono - La 1150 era una buona legge - La «mannaia» della Corte costituzionale

La questione dei «vincoli urbanistici»: Una distinzione preliminare - Le sentenze costituzionali - Chi pone i vincoli ricognitivi? - I vincoli «urbanistici»: è incostituzionale non indennizzarli se sono «espropriativi» - Ma non è sempre illegittimo reiterare i vincoli urbanistici - Può il prg eliminare senza danni l’edificabilità di un’area? - Il diritto non richiede di «compensare» o «perequare»

Per concludere: Pianificare si può - La questione del consenso - La politica - Gli urbanisti - La stella polare

Caro Eddy, mi sono letto il tuo Eddytoriale di questi giorni e penso di usarlo per chiarire un po' le idee a gli amici e compagni della sparuta sinistra-arcobaleno che si accingono, dalle mie parti, ad esprimersi sui Piani Strutturali e delle Associazioni Intercomunali. Grazie per la chiarezza di esposizione e l'impegno con cui fornisci strumenti di confronto a chi di noi ha voglia e possibilità di usarli. Purtroppo è un confronto duro perché sono venute meno, non solo fra gli amministratori comunali, ma soprattutto fra i progettisti (che adesso non si chiamano più così), le basi etiche dell'arte.

Mente scendono le prime "falive" di neve, sto qui a leggere un "documento di Piano Strutturale" e una "Valutazione ambientale strategica" infarciti di luoghi comuni sullo sviluppo e di "diritti edificatori negoziabili".

E c'è stato un tempo in cui, con qualche pezzo di retino su un lucido mettevamo a disposizione, a valori agricoli, la terra per le case di tutti? Perdonami la scivolata sentimentale, buon anno a te e a tutti i collaboratori di Eddyburg,

La politica è sempre stata nutrita anche dei sentimenti. Grazie Toni, tanti auguri anche a te, e alla Sinistra Reno.

Egregio Professore, sono una cittadina di Chivasso.

Le scrivo in merito alla vicenda parco Mauriziano. Sono molto amareggiata. L'amarezza è la conseguenza di una vicenda triste che ha come protagonista una giunta miope che non si avvede di quale disastro ambientale sta producendo ostinandosi ad asfaltare un parco di una tale bellezza, ma anche l'unico polmone verde di una città che in questi ultimi anni è stata progressivamente cementificata da giunte sempre più “dinamiche”. É questo l'aggettivo che va di moda per definire le p.a. che si danno da fare, (non si sa bene a favore di chi), pare che ormai cementificare sia un pregio.

Chivasso è una cittadina triste, che non ha più aiuole, che non ha più spazi verdi, dove è diventato impossibile prendere un cane per il semplice fatto che non ci sono più posti dove portarli, a meno di non essere giovani il più possibile, in ottima salute, avere l'automobile e anche e soprattutto molto tempo libero a disposizione e decidere di farsi un bel po’ di chilometri per cercare fuori mano i pochi posti verdi ancora a disposizione in attesa che la prossima giunta decida di costruire anche lì una casa scout per scout fantomatici.

Le opere pubbliche che sono state costruite sono " assurde", vengono fatte strade che non servono, migliorie a stazioni ferroviarie che tra un po’ non avranno più treni...

foto di f. bottini - 29 dicembre 2007

In mezzo a queste forme di speculazione vera e propria, tali che solo Alice nel paese delle meraviglie potrebbe non capirlo, c'è una bella casa scout nel parco . Una casa per la quale non si è richiesto il consenso della gente, per la quale erano stati proposti altri posti, ma che guarda caso, si è voluta fare proprio lì. Tra breve sorgerà anche la strada, dopo verrà il supermercato e il parco sparirà. Oggi sono andata al parco. C'era la solita gente che correva in mezzo alle gru, qualcuno con i cani un po’ disorientato, perchè là dove verrà costruita la casa scout c'è sempre stata una bellissima area cani, l'unica, voluta da una giunta diversa, meno " dinamica", per fortuna e faticosamente ottenuta dai cittadini. Se nel parco del Mauriziano non ci sarà più il parco, perderemo l'unico posto ancora bello di questa città, dove si possono fare passeggiate, andare a correre, portare i bambini e vedere un albero “dal vivo”.

Le chiedo un consiglio sul da farsi, e se esistono secondo Lei strade che possiamo tentare.

Nel ringraziarLa Le auguro buon anno, Antonella Bocconello.

Sul nostro sito, proprio in questi giorni si sta sviluppando un dibattito sul senso della parola “partecipazione” ovvero di come il consenso dei cittadini “proprietari” di un territorio possa determinarne l’uso, le trasformazioni, la tutela. Pur non conoscendo nei particolari il caso di Chivasso e del parco Mauriziano, sembra emergere dalle varie descrizioni il caso di uno spazio aperto molto valutato: dai cittadini come polmone verde, per il tempo libero e la sosta; da alcuni interessi come oggetto di scambio, il cui “valore” non sta certo nella naturalità, quanto nell’uso privatistico, e relativa progressiva trasformazione in un’altra zona urbana, identica o magari peggiore di quelle che la circondano. Il tutto nel quadro delle grandi trasformazioni spaziali della pianura piemontese, in questi anni accelerate a dismisura da varie “grandi opere”, il cui impatto è diffuso, ma particolarmente visibile nel nodo metropolitano di Torino, a cui Chivasso in senso lato fa riferimento.

Ciò premesso, le azioni possibili per contrastare questo modo di procedere dell’amministrazione, o quanto meno di interloquire con i suoi piani per il territorio (visto che un’amministrazione comunale opera a questa dimensione) cercando un punto di equilibrio più avanzato, credo siano del tipo già intrapreso dal Comitato, di cui abbiamo pubblicato una lettera con documentazione allegata: ricorsi, informazione, coinvolgimento di entità e responsabilità diverse (gruppi politici, autorità regionali, provinciali ecc.). L’altro versante, complementare, è quello del coinvolgimento dei cittadini: se l’amministrazione fa queste scelte, è perché presume di avere qualche tipo di consenso; se i cittadini dimostrano che questo consenso non esiste, o è minoritario dato che la cittadinanza in generale apprezza un'altra destinazione del parco, può e deve cercare soluzioni diverse.

Quali possano essere specificamente queste soluzioni, sta naturalmente ai cittadini e ai loro rappresentanti stabilire e concordare. Come spazio informativo, eddyburg può farsi carico di informare nel modo più diffuso e accessibile sul merito della questione. Lo abbiamo fatto anche in altri casi, talvolta con risultati lusinghieri, sempre producendo maggior consapevolezza. Possiamo riprovarci. Ad esempio allegando di seguito documentazione che completa quella già fatta pervenire a cura del Comitato, e già spedita a un rappresentante del consiglio regionale

Buon 2008 (f.b.)

Caro Eddy, ti scrivo all'indomani della definitiva approvazione della Finanziaria, che contiene la previsione per il prossimo triennio dell'uso distorto e criminogeno degli oneri urbanizzativi per sostenere spese correnti dei comuni, come denunciato con forza da Emiliani.

E’ forse opportuno ricordare brevemente come ci si è arrivati. Nel redigere il Testo unico sull'edilizia n. 380/2001 l'allora Ministro Bassanini (centrosinistra) omette di riportarvi l'art. 12 della legge 10/77 (Bucalossi) che obbliga i comuni a versare gli oneri urbanizzativi in un conto vincolato a tale scopo (svista o volontà perversa, vai a sapere). Nel 2004 l'Associazione nazionale delle Tesorerie comunali rivolge un quesito al Ministro delle Finanze Tremonti (centrodestra) che prontamente risponde che se nel TU la norma non c'è, vuol dire che non è più vigente (conclusione di comodo e apertamente illegittima, poiché un TU non può nè introdurre né abrogare alcuna norma). Da quel momento i Comuni si danno alla pazza gioia saccheggiando oneri e territorio. Il Governo Prodi (centrosinistra) conferma l'andazzo per i prossimi tre anni.

Per conto mio, avendo ben presente la gravità delle conseguenze denunciate da Emiliani, avevo proposto ad alcuni parlamentari della Sinistra critica (verdi, rifondazione, PdCI) un emendamento che ripristinava il testo dell'art. 16 della 10/77 introducendo anche qualche miglioramento (separazione tra oneri e monetizzazione di aree pubbliche non cedute nei piani attuativi da usarsi solo per acquisizione di nuove aree, separazione del contributo commisurato al costo di costruzione da destinarsi alla sostenibilità ambientale, ecc.). So per certo che qualcuno l'ha anche presentato, ma l'esito è stato quello che abbiamo visto.

E' per questo che credo indispensabile un'azione concreta di una coalizione di volonterosi che non voglia arrendersi al risultato contenuto in Finanziaria o limitarsi a sollevare un ennesimo inutile mugugno.

Diamoci da fare. Perchè non organizziamo un ricorso al TAR (si tratta di valutare se in una o più sedi e da parte di chi), che metta i nostri governanti di fronte alla perdurante e trasversale illegittimità dei propri comportamenti? L'ultimo atto della Finanziaria riapre i termini per poterlo fare, ma i tempi sono ristretti (60 giorni) e occorre capacità tecnico/giuridica e qualche risorsa finanziaria. Ma credo che l'obiettivo valga la pena di organizzare lo sforzo di mettere in atto quella che mi pare una legittima difesa di chi è interessato a salvaguardare il bene comune territorio.Qualche idea e qualche avvocato amministrativista disposto a seguirci ce l'avrei. Fammi sapere che ne pensi.

Caro Sergio, sono senz'altro d'accordo con te. La questione è molto grave, e merita di essere ripresa in termini di denuncia e in termini di proposta. Siamo disponibili a far nostra e ad appoggiare qualunque ragionevole iniziativa che proporrai. Tieni conto che le risorse di cui eddyburg può disporre sono estremamente esigue: il credito acquisito, e il tempo di pochissime persone. Se pensiamo ad iniziative che richiedano quote di lavoro organizzativo bisogna perciò che troviamo insieme volontari disposti a essere istruiti e guidati.

Gentile Professore, oggi Giangiacomo Schiavi ha risposto sul Corriere ad una mia lettera, a proposito di una banale ristrutturazione, nella solita Milano, di un palazzo di uffici di sette piani... che ne farà un grattacielo di venticinque.

Nella risposta mi ha indirizzato a Lodo Meneghetti, nome , mi scuso come medico totalmente ignorante di architettura, a me finora sconosciuto. Ma così mi ha aperto un mondo interessantissimo come il Vostro sito.

Crede potrei contattare Meneghetti? quanto scriveva già mesi fa sul vostro sito era la profezia di quanto sta accadendo. (ho trovato anche un suo numero di telefono su pagine bianche.it) in ogni caso Gli passi i miei complimenti (togliendone prima una buona parte per sè) : credevo avessimo problemi noi della sanità, ma ora che sbircio il vostro mondo...

Scusi il disturbo e ... grazie di esistere

La ringrazio molto, e sono sicuro che anche Lodo Meneghetti (cui invio la sua lettera) sarà contento del suo apprezzamento. Sono certo che le scriverà direttamente.

Per i nostri lettori, inserisco qui la sua lettera e la risposta di Giangiacomo Schiavi

Cari amici, vi auguro buon natale. Ma soprattutto vorrei contribuire ad allietare ulteriormente la vostra giornata con una piccola informazione.

Credo che pochi di voi conoscano la vicenda del Parco Mauriziano di Chivasso. Come sapete, non lo cito quasi mai nelle mie mail. Per pudore evito di parlarne. Ma oggi, vi prometto solo per oggi, faccio uno strappo alla regola. Colgo dunque l’occasione di una giornata di relativo riposo per darvi una piccola notizia.

Il Parco Mauriziano rientra, nel piano regolatore chivassese, nelle Aree per spazi pubblici a parco per il gioco e lo sport “V”. In queste aree, secondo le Norme tecniche di attuazione del piano, è possibile costruire sul 25% della superficie, ed è possibile asfaltare il 60%. Forse stenterete a crederci, ma è così: il 60% dell’area del parco potrebbe venire asfaltata e un quarto, appunto il 25%, potrebbe essere edificata, e senza limiti di altezza (vedi la costruenda casa degli scout) . L’importante è che il verde vero e proprio non scenda al di sotto del 40%. Insomma, in base al piano regolatore vigente il verde del Parco Mauriziano potrebbe ridursi a meno della metà (appunto il 40%) senza che il comune, se comprendo bene, abbia bisogno di fare una variazione di piano.

Potete verificare leggendo sul sito del Comune di Chivasso, le NTA (Norme tecniche di attuazione) del Piano regolatore. Andate all’art. 55, e leggete il comma 10.2: «Il rapporto di copertura (R.C.) sarà uguale al 25% dell'area del lotto, mentre la superficie minima a verde permeabile in nessun caso potrà essere inferiore al 40% dell'area del lotto vincolato a verde». [ Notate la finezza: un lotto "vincolato a verde" che si più asfaltare per il 60%]

foto di f. bottini

Vi riporto il commento di una urbanista, non chivassese, a cui ho sottoposto la questione: «Quello che a me sembra davvero pura follia è il comma che recita [10.2] Il rapporto di copertura (R.C.) sarà uguale al 25% dell'area del lotto, mentre la superficie minima a verde permeabile in nessun caso potrà essere inferiore al 40% dell'area del lotto vincolato a verde. Il 25% dell'area del lotto interessato significa che si può coprire un quarto della superficie del parco. Un quarto è una vera follia. Ed altrettanto lo è mantenere solo il 40% di superficie permeabile. Vuol dire che un'area a parco potrebbe essere asfaltata per il 60% della sua superficie di cui il 25% coperta da un edificio. Se per ipotesi il parco misura 50.000 mq. , 30.000 mq possono essere resi impermeabili e 12.500 mq possono essere edificati! Manca poi del tutto la definizione delle altezze massime, per cui l'edificio non ha limiti di altezza!»

Fin dall’inizio coloro che si opponevano alla costruzione della casa degli scout dentro il Parco sottolineavano che ciò avrebbe creato un pericoloso precedente, e che la casa scout avrebbe potuto essere solo il primo di altri edifici. Evidentemente non si sbagliavamo di molto, anzi non si sbagliavamo per nulla.

Il Piano regolatore chivassese è opera delle due amministrazioni comunali che si sono succedute dal 1997 al 2005, entrambe guidate dal senatore Fluttero. Il progetto preliminare di piano è stato approvato dal Consiglio comunale nel 2001 ed è stato definitivamente approvato dalla Regione nel 2004. Che cosa è accaduto durante questi anni? Si direbbe un perfetto, o quasi, meccanismo a orologeria. Nello stesso 2004 il Comune ha acquistato il Parco dall’Ordine Mauriziano, che vendeva le sue proprietà per coprire l’enorme buco nel bilancio. L’ha comprato a prezzo di saldi, e poi ha provveduto a metterlo politicamente a frutto. Appena comprato il parco, infatti, sempre nel 2004 l’Amministrazione comunale delibera la costruzione della casa scout, regalando di fatto parte di un’area verde pagata con soldi pubblici ad una associazione privata. Due anni prima, nel 2002, era stata stipulata la convenzione tra Comune e Ferrovie (RFI), dove è stabilito che la famosa «strada del Parco Mauriziano» verrà costruita a spese delle Ferrovie (dello stato). Un affare per l’Amministrazione comunale, che in un colpo solo scarica il costo della strada sulle Ferrovie (ma sempre di denaro pubblico si tratta) e favorisce almeno altri tre soggetti privati. Quella bella strada asfaltata infatti andrà a vantaggio: 1) dei proprietari del grande capannone semi abbandonato ai confini del parco, un grande capannone in una posizione ormai quasi centrale, pronto ad essere «valorizzato» (un supermercato?), ma finora penalizzato dal fatto di avere solo un piccolo accesso in terra battuta: 2) i costruttori del complesso edilizio detto “PEC Mauriziano”, anch’esso ai bordi del parco, i cui lavori possono iniziare in qualsiasi momento, ma che è anch’esso ancora privo di una strada di accesso; 3) i proprietari del grande prato tra via Settimo e la rotonda all’ingresso di Chivasso: un’area che il piano regolatore destina curiosamene a zona artigianale, cioè capannoni, dico curiosamente perché a Chivasso ci sono già due grandi aree industriali sottoutilizzate: anche quel prato sarà valorizzato dalla costruzione di una strada che lo attraverserà collegandolo da una parte con la rotonda in uscita da Chivasso, e dall’altra con il centro città (via Berruti). Quale sarà la prossima "opera" dell'amminstrazione dentro il Parco Mauriziano?

Buon natale e felice anno nuovo!

Nota: a meglio illustrare il caso di Chivasso, comune della fascia esterna della conurbazione torinese interessato da trasformazioni territoriali legate più o meno direttamente alle "grandi opere", si allegano di seguito alcuni documenti prodotti nell'ambito dell'attività del Comitato Parco Mauriziano. Altri particolari disponibili sul blog www.centrotelli.blogspot.com (f.b.)

Dopo la pubblicazione dell’articolo di eddyburg.it dedicato al caso di Piazzatorre in Val Brembana, allego il file dell'informatore comunale (novembre 2007) che riporta il punto di vista dell'amministrazione sulla nota vicenda.

Un’amministrazione alla quale, come si capisce anche dalla qualità e dettaglio informativo di quanto pubblicato, nonostante tutto va riconosciuta la buona fede e la dedizione al paese.

Fulminanti gli accenni ai vincoli idrogeologici e alla situazione climatica (niente neve nel 2006-2007 e conseguente chiusura degli impianti). Che sperino nello “stellone”?

La situazione appare, ad essere sinceri, deprimente.

M.C.

Gentile lettore, come tentavo di chiarire già nell’articolo, quello di sfruttare il territorio come unica risorsa a disposizione, e di farlo nel modo più immediatamente traducibile in moneta sonante ovvero con la trasformazione edilizia e irreversibile di una risorsa unica, è un metodo al quale quasi sempre le amministrazioni locali, specie quelle piccole e relativamente “deboli” (come pare nel caso di Piazzatorre) pare siano forzate come per una scelta quasi inevitabile.

Posto che, nello specifico, il percorso convenzione per gli impianti-trasformazione d’uso e fisica di alcune aree, appare la prospettiva più probabile. Invece di sperare anche noi nello “stellone” (che alla vicina San Pellegrino ha poco giovato, cooptata in blocco all’impero del mogul dei centri commerciali Percassi), credo che la cosa più auspicabile sia di ampliare il dibattito e cercare di coinvolgere forze locali e non in una prospettiva di respiro più ampio.

Innanzitutto per verificare se approccio generale alla montagna e nuove trasformazioni possano correggere la rotta in termini di impatto ambientale, e di privatizzazione dei percorsi e accessi agli spazi aperti. In secondo luogo, verificando se e in che misura gli elementi di “forza e debolezza” individuati dall’analisi SWOT del Piano di Sviluppo della Comunità Montana (che per molti versi confermano le critiche espresse dall’articolo di eddyburg) possano rappresentare una base per iniziative volte a evitare che, una volta esaurito il respiro corto del ciclo di sviluppo basato sull’edilizia, si ripetano identici e identicamente inutili scempi simili.

(f.b.)

come sappiamo sulla vicenda della base Dal Molin è calata una cappa di silenzio mediatico: sui giornali e le televisioni nazionali non si fa cenno alla situazione di Vicenza almeno dall'ultima grande manifestazione di febbraio. Sui giornali locali, certo, se n'è continuato a parlare, ma la mancanza di una vera discussione di fondo e il fatto che da Roma si sfiori l'argomento di tanto in tanto solo per ripetere che “la questione è chiusa” e per rassicurare l'amica Condy Rice (D'Alema l'altro ieri è stato ringraziato dalla segretario di Stato Usa: “per aver preso le decisioni che doveva prendere”, testuali parole), sembrano aver ridotto la cosa a una disputa di respiro locale. E così da mesi si parla con il commissario Costa, del “come costruire” la base. Mentre del “come decidere” se costruirla o meno non si accenna nemmeno per sbaglio.

Ma intanto da un piccolo paese limitrofo a Vicenza, Quinto Vicentino, è arrivata la prima, vera vittoria del fronte del No: è stato il consiglio comunale del paese, nella seduta del 28 novembre, a dare il primo Stop istituzionale a un progetto di ampliamento degli Usa. Il tema era stato sollevato eddyburg da Irene Rui e Guido Zentile ( Vicenza, sprawl d'importazione): si trattava, come ben spiegato nel loro articolo, di un villaggio di villette unifamiliari, devastante in termini ambientali, costruito in un'area agricola di pregio, e che per la sua grandezza avrebbe richiesto una deroga al piano regolatore, addirittura convertendo l'area, ora ad utilizzo agricolo, in “zona di pubblico interesse” (su cui, per inciso, gli americani non avrebbero neppure pagato l'Ici). L'escamotage era anche stato preso in considerazione dal sindaco di Quinto, ma alla fine il consiglio, all'unanimità, ha preso atto che i problemi creati dall'insediamento sarebbero stati ben maggiori dei supposti vantaggi. Ecco le motivazioni del No al progetto della ditta Pizzarotti di Parma: “le criticità sulle reti viarie dovute ai carichi veicolari generati dai nuovi insediamenti su strade già oggi ritenute inadeguate”; “la limitata disponibilità di Superficie Agraria Utilizzabile (S.A.U.) che attualmente risulta essere di circa 147.000 mq di superficie territoriale, comunque insufficienti a soddisfare completamente la richiesta di 220.000 mq di superficie territoriale, per cui il futuro insediamento residenziale saturerebbe da solo tutta la capacità edificatoria comunale derivante dal P.A.T., escludendo in pratica ogni ulteriore futura possibilità edificatoria per altre necessità residenziali della cittadinanza”. Dunque, motivazioni in primo luogo urbanistiche e ben poco astratte, forse poco politiche secondo gli schemi correnti, ma che d'altra parte confermare il fatto che gli insediamenti Usa sono sì “questioni urbanistiche”, ma nel senso più nobile del termine: riguardano l'uso del territorio in cui vive una comunità, e a questa comunità spetta in primo luogo di pronunciarsi per dire sì, no, e se sì come. Esattamente quanto non si sta facendo, da quasi due anni, a Vicenza, dove il consiglio comunale non ha ancora approvato nessun provvedimento urbanistico che autorizzi la costruzione di una base ben più grande e impattante del “piccolo” villaggio di Quinto.

Quando le denunce cui eddyburg dà risonanza evidano qualche danno al territorio (e alle generazioni presenti e future) ne siamo lieti. Naturalmente lo siamo anora di più quando congtribuiamo a migliorare, e non solo a "depeggiorare". Purtroppo viviamo in una fase in cui gli interessi più ostili al buongoverno del territorio hanno una frza che in altre fasi della nostra storia non anno avuto. Speriamo che i temopi cambino di uovo, questa volta in meglio. Molto dipende anche da noi.

Beh, che dire…che il Suo sito mi sia parso molto interessante lo si è capito da subito..mi sono subito iscritta alle newsletter, e stamane e’ arrivata la prima.

Mi presento..( è il minimo per ringraziarla della Sua attenzione) Sono e sono responsabile di un neonato progetto…un’Associazione ONLUS chiamata “Ci vuole un albero”. ( www.civuoleunalbero.it). L’obiettivo ambizioso dell’Associazione non è identificabile esclusivamente con il semplice gesto di piantare alberi, bensì quello di portare “cultura”..quella cultura ambientale così effimera per i piu’. Sono consapevole del compito difficile ma per indole non mi fermo davanti a ostacoli o difficoltà.

Tutta questa filippica porta ad una richiesta.. la possibilità di annoverare il Suo sito nel sito dell’Associazione, fra i link preferiti e l’autorizzazione a pubblicare, facendo ovviamente riferimento alla fonte, eventuali articoli di interesse comune.

Mi prendo anche l’ardire di dimostrarle come ci stiamo muovendo allegandole la locandina di un convegno che si terrà il 30 p.v. Non mi dilungo oltre per non rubarle altro tempo.

La ringrazio infinitamente dell’attenzione e Le auguro buon lavoro

Siamo molto grati della sua lettera, e naturalmente siamo lieti che ci inserisca tra i vostri “preferiti” e i link segnalati. Per quanto riguarda l’inserimento nel vostro sito di documenti tratti da eddyburg la nostra politica è di diffondere, senza restrizioni, tutto ciò che ci sembra utile o bello. Se va in fondo alle pagine del sito trova la frase sensibile “copyright e responsabilità” nella quale è scritto, tra l’altro, che “chiunque può usare o riprodurre le informazioni e i materiali originali contenuti nelle pagine di questo sito. Tale uso sarà tuttavia condizionato, ove si tratti di materiali propri di eddyburg , alla citazione dell’autore così come compare nel sito e alla indicazione della fonte originaria in modo visibile e con la seguente dicitura: ‘tratto dal sito web eddyburg.it’. Per i materiali derivanti da altre fonti si suggerisce di rivolgersi ai relativi autori o editori”.

Eddyburg non si occupa prevalentemente di alberi e boschi, ma delle condizioni che rendono possibile adibire il suolo alle diverse utilizzazioni necessarie alla vita dei cittadini, e non alla speculazione fondiaria ed edilizia: quindi quelle condizioni che rendono possibile far crescere alberi e boschi e prati (e altre utilità comuni) laddove la costruzione di nuovi edifici e nuove infrastrutture non p strettamente necessaria.

Queste condizioni si chiamano corretta e democratica pianificazione territoriale e urbanistica, e hanno molto a che fare con ciò che accade nella politica e nella societa. Purtroppo i modi in cui quelle condizioni (e in particolare la pianificazione) si realizzano sono un po’ complessi, e sono resi addirittura complicati da chi preferisce che i cittadini non s’impiccino. Personalmente ho scritto un libretto (“Ma dove vivi?”, Corte del Fòntego, Venezia 2007, 14,90 €), che si propone proprio di “spiegare l’urbanistica al popolo”; lo potete ordinare direttamente all’editrice, inviando una e-mail al seguente indirizzo:
cortedelfontego@libero.it oppure telefonando al 041 5232533; chiedete lo sconto per studenti.

Sono stato sindaco di questa perla unica al mondo dal febbraio 1971 al giugno 1985. Durante questi lunghi anni credo di aver salvato la mia città dall’assalto del cemento, che ha attecchito nel resto dell’intera Costiera Amalfitana. Di tanto mi hanno in tanti dato atto.

Sempre durante questi anni ho collaborato, quale sindaco, con il prof. Pane, col prof. Dal Piaz, col dott. Delgado, con i quattro rappresentanti dei comuni dell’area sorrentino-amalfitana e delle province di Napoli e Salerno, nella redazione di quello che è alla fine diventato il “P.U.T. dell’Area Sorrentino - Amalfitana, approvato con la legge 35/87 della Regione Campania.

A causa di una malattia che mi ha ultimamente colpito e di cui ancora sono vittima, non ho seguito, negli ultimi due mesi il Suo sito.

Ritonatoci, ora, su, ho avuto modo di leggere l’articolo comparso sul Corriere del Mezzogiorno, ed. Napoli, 4 settembre 2007.

Inutile fare i soliti complimenti; voglio solo integrare le notizie che ivi sono esposte.

In particolare, ad un certo punto il Presidente di Italia nostra Donatone dice: “Giace da ottobre 2006 presso la procura della Repubblica salernitana un esposto-denuncia della presidenza nazionale di Italia Nostra contro l'ormai avviata costruzione dell'«Auditorium» di Ravello ... Sollecitiamo pertanto il procuratore della Repubblica di Salerno, Apicella, a dare impulso e concludere senza remore le indagini prima che l'opera venga illegittimamente realizzata” .

Ebbene, voglio informarLa che, siccome quella denuncia conteneva qualche affermazione errata, nonché delle manchevolezze, ho ritenuto di dare completezza di informazioni alla Procura di Salerno. Così, anch’io, il giorno 15 dicembre 2006, ho presentato, personalmente e pro manibus, un esposto/denuncia che qui Le allego in copia. Ovviamente non Le invio i numerosi allegati, anche perché, di essi, un buon numero sono già in Suo possesso.

Grazie, a nome di tantissimi Ravellesi per quanto sta facendo per la salvaguardia della nostra identità

Lei giustamente, sottolinea – come del resto Donatone - la necessità di difendere la legalità a proposito della difesa di un bene comune, come è la bellezza del paesaggio amalfitano: una bellezza già guastata da numerosi obbrobri, cui è inutile aggiungerne altri. Mi fa riflettere su come il termine “legalità” abbia assunto significati diversi: oggi viene usato sia nel senso che gli diamo noi, sia come copertura di volontà sopraffattrici che si appellano alla legalità per reprimere, e possibilmente cancellare ogni “diversità” rispetto ai valori, agfli interessi e alle idee dominanti. Nella babele delle lingue penso che sia sempre utile qualificare le parole che si adoperano: anche questa è una costante premura di eddyburg, che colgo l’occasione della sua lettera per ribadire.

Maria Cristina Gibelli

”Davvero non è urgente la nuova legge urbanistica?

6 settembre 2007

Carissimi, devo dirvi che sono rimasta perplessa leggendo il titolo della intervista a Vezio sulla legge urbanistica. Ma davvero non è urgente? E lo sfascio dalla Campania in giù? E il vero incubo lombardo? Oggi l'assessore all'urbanistica del Comune di Milano alla festa dell'Unità ha raccontato la sua "visione del futuro": risolvere i problemi dello sprawl e del pendolarismo costruendo case per 750.000 nuovi abitanti! Insomma, come aggiungere Bologna a Milano (ovviamente cementificando tutto il Sud Milano e dando al fuoco un po' di campi nomadi). Per favore, ditemi che si è trattato di una svista editoriale!

Vezio De Lucia

”Non illudiamoci. Intanto abbiamo sconfitto il peggio”

7 settembre 2007

Cristina, potrei cavarmela dicendo che il titolo di green report forza poche e frettolose parole alla fine della mia intervista. Colgo invece l’occasione per tentare di chiarire alcune questioni importanti intorno alla nuova legge. In primo luogo, il risultato che non esagero a definire eccezionale sta ne fatto che siamo riusciti (molto del merito è di eddyburg, e tu sei stata una protagonista) a bloccare, credo definitivamente, l’orribile controriforma Lupi, che tutti davano per approvata, anche autorevolissimi esponenti del centro sinistra. La sicurezza di questo risultato è confermata dalla proposta Ds (a firma Raffaella Mariani) che non è più assolutamente apparentabile alla proposta Lupi e tiene conto di alcune nostre posizioni. Ed è questo che fa infuriare il presidente dell’Inu. Ti pare poco? In secondo luogo, non penso che si possa condividere l’atteggiamento di chi è convinto che con una nuova e buona legge urbanistica nazionale sia risolutiva per il governo del territorio nazionale. Non alimentiamo illusioni. L’obbligo di formare i piani regolatori esiste in Italia da 65 anni, eppure centinaia di comuni del Lazio e della Campania ne sono ancora sprovvisti, Gli standard urbanistici sono un obbligo da quasi 40 anni, ma dal Lazio in giù sono spesso un miraggio. L’abusivismo è un reato, ma in gran parte d’Italia l’attività edilizia e urbanistica è nelle mani della malavita organizzata. Aggiungo che in Toscana, da 12 anni, la legge regionale detta norme precise per il contenimento delle espansioni che invece, come sai, continuano a svilupparsi indisturbate. Il problema, allora, non è la legge nazionale, comunque importantissima, ma la cultura politica e amministrativa che in materia è in crisi, drammaticamente in crisi. Concludo proponendo a Salzano di aprire una discussione su questi argomenti.

Maria Cristina Gibelli

”Condivido e rispondo”

7 settembre 2007

Caro Vezio, ho letto la tua tempestiva risposta alla mia un po’ enfatica mail notturna. Come sempre, condivido tutto quello che scrivi e, in particolare, che una buona legge nazionale non sarà certamente l’occasione per una palingenesi nelle politiche e nelle pratiche urbanistiche ed edilizie locali. Ma anche da qui bisogna cominciare. Nessun paese “moderno” può permettersi di non avere una legge di principi aggiornata rispetto alle problematiche e alle sfide emergenti. Il problema che segnalavo alla attenzione tua e di Eddy riguardava principalmente il messaggio veicolato dal titolo, probabilmente redazionale di Green Report, alla tua intervista. Per me, come so per certo anche per te, la legge non solo “serve”, ma è anche “urgente”, perché, se non sarà approvata in questa legislatura, rischiamo: di dimostrare che la sinistra non credeva alla necessità di questa riforma, mancando un’occasione che non esito a definire “storica”, ma anche di dover ricominciare tutto daccapo e di nuovo da soli, senza le convergenze attuali che, come ben sappiamo, non danno nessuna garanzia di coerenza e durata nel tempo perché sono fortemente condizionate dalle alternanze del ciclo politico.

La discussione rimane aperta. È giusto non farsi illusioni sulle capacità taumaturgiche della legge, e perciò lavorare molto sulle coscienze, nella battaglia culturale, per l’allargamento della partecipazione al dibattito e della condivisione di principi giusti. Ma pronti a cogliere ogni occasione per avere strumenti nuovi. Una new entry in Parlamento, l’interessante proposta di legge presentata da Edo Ronchi e altri, molto vicina alla proposta degli Amici di Eddyburg, alimenta la speranza di un risultato entro questa legislatura.

Spett.le Redazione di eddyburg.it. In data 01.07.2007 sul sito www.eddyburg.it., è apparso un articolo dell’architetto Paolo Baldeschi dal titolo “Un villaggio turistico sul Montalbano”.

Vorrei rispondere a tale articolo partendo innanzitutto dal confutare alcuni dati numerici.

Il progetto in questione, detto anche delle Rocchine, non prevede la realizzazione di un villaggio di 55 mila metri cubi, bensi della metà (circa 24.000 mc.). Del 50% vanno ridotte anche le previsioni di ricettività giornaliera ( non 800 come indicato nell’articolo bensi’ intorno a 400 ). Sempre in tema di dati tecnici vorrei aggiungere che l’altezza max degli edifici è di 5,40 metri per le residenze e di m.7,00 per l’edificio polifunzionale (non si tratta dunque di grattacieli, ma di strutture assolutamente compatibili con l’ambiente circostante).

Al di là dei numeri intendo qui esporre, a beneficio anche dei lettori, alcune considerazioni sull’argomento.

Le Rocchine non sono quell’ecomostro che si vuole far apparire, ma un progetto di sviluppo turistico sostenibile che punta a superare i limiti del cosiddetto turismo “mordi e fuggi” e a dare vitalità all’intero tessuto economico. Un progetto che non è sorto all’improvviso , come si tende ad ironizzare nell’articolo suddetto, ma che trova autorevolezza e trasparenza nelle linee d’indirizzo fissate dal piano strutturale e puntuale definizione nel Regolamento urbanistico. Occorre, io credo, da parte di tutti e, a maggior ragione, da parte di chi è titolare di competenzein materia urbanistica ed ambientale, avere più rispetto per gli strumenti urbanistici adottati in quanto, è bene sottolinearlo a beneficio di chi legge, dietro l’approvazione di tali strumenti ci sono mesi e mesi di lavoro, d’ incontri con la gente, di discussioni in commissione e poi in consiglio comunale. Non si possono liquidare pertanto queste lunghe fasi del processo di partecipazione democratica come nulla fosse, senza il doveroso rispetto per il soggetto (Il Comune ) che le ha promosse e i tanti attori in esso via via coinvolti (Regione e Provincia comprese).

Quel che sorprende in negativo non è tanto una posizione diversa sulla fattibilità del progetto, quanto l’insieme di semplificazioni che vengono scomodate sull’argomento, capaci perfino di confutare verità elementari quali quelle rappresentate dai ‘numeri’ .

Continueremo, com’è giusto che sia, come Comune di Serravalle Pistoiese , gli approfondimenti nelle sedi istituzionali e con i cittadini attorno alla questione delle Rocchine, alla luce del piano particolareggiato appena presentato dai progettisti, ma rigettando pregiudiziali di principio ed attivando, invece, una partecipazione nel merito di un progetto che, nei nostri propositi, dovrà tendere a garantire sviluppo e modernità senza alterare storia, tradizioni e ambiente.

Serravalle Pistoiese,lì. 07.08.2007

Alla replica di Paolo Baldeschi premettiamo solo un’osservazione. Ci sembra che la legittimità sia, nel governo del territorio e altrove, una “pregiudiziale di principio” che non si debba mai rigettare, tanto meno da parte un’amministrazione comunale e del suo capo (e.s.)

Il Sindaco di Serravalle Pistoiese, Renzo Mochi, contesta il mio commento sul villaggio turistico previsto nel Montalbano accusandomi di falsificare le cifre. Ho riportato la ricettività da un articolo apparso su Repubblica e non smentito, ma poco importa. Quello che importa è che i 55.000 metri cubi sono previsti nel Regolamento Urbanistico del Comune di Serravalle consultabile on line. Se nel frattempo il Comune ha cambiato idea tanto meglio.Nel mio commento non ho espresso giudizi sul villaggio anche se personalmete ritengo che si tratti di una scelta sbagliata prima di tutto da un punto di vista economico e che il Montabano dovrebbe puntare sul cosiddetto "albergo diffuso" piuttosto che sui villaggi autosufficienti. Nel mio articolo mettevo in risalto che il percorso seguito dal Comune, a mio parere e a parere dei giuristi da me interpellati, nonché di un illustre consulente della Regione Toscana è del tutto illegittimo. Il villaggio doveva essere dimensionato nella UTOE prevista dal Piano Strutturale. Viceversa il Piano Strutturale contiene solo alcune generiche indicazioni e i mc e tutto il resto appaiono soltanto nel Regolamento Urbanistico. Su questo punto attendo una precisa risposta da parte del Sindaco e dai funzionari della Provincia e della Regione interpellati. Rimango dell'opinione che se tutti i Comuni toscani seguissero l'esempio di Serravalle potremmo considerare la LR 1/2005 carta straccia! (Paolo Baldeschi)

Faccio una riflessione a margine di un'iniziativa sul "decoro urbano" promossa dai politici di un municipio di Roma per cancellare alcune scritte xenofobe e razziste che imbrattano i muri della periferia.

In un manifesto firmato Fiamma Tricolore, con cui si sono tappezzati interi quartieri, ho letto con stupore queste affermazioni:

"Contro il lavoro precario,

contro la speculazione edilizia,

contro gli sfratti e il caro affitti".

L'estrema destra a Roma si allarga pericolosamente non già per i soliti slogan razzistici, ma perché sta occupando gli spazi vuoti lasciati dalla sinistra. La sinistra è altrove, indaffarata a governare un'economia locale dal PIL galoppante, sospinto dall'edilizia (del lavoro nero e delle morti bianche), dal settore dei servizi (sostanzialmente call center) e dai grandi eventi (del lavoro stagional-precario). Un'economia che, per la gioia di Veltroni e dei suoi, cresce sostanzialmente grazie ai campi di cotone del terzo millennio.

E' una sinistra ottusamente intenta a progettare, senza giustificazioni demografiche, la costruzione di 35 milioni di metri cubi residenziali, lasciando irrisolta l'emergenza abitativa più grave d'Europa.

Ciò che ne consegue è una città sempre più divisa tra centro divenuto "vetrina" e periferia resa "latrina" dagli avvoltoi del cemento, con i loro scempi ai danni del territorio e della mobilità dei cittadini.

Sul decoro urbano basterebbe poi citare le endemiche agenzie immobiliari, attrici protagoniste di un'economia parassitaria, che insozzano ogni angolo della periferia con migliaia di cartelli pubblicitari abusivi, rimasti tuttora senza sanzione nonostante le denunce di cittadini alle autorità locali (un'ottima pubblicità al municipio in questione l'ha fatta nel maggio 2007 la trasmissione Anno Zero di Michele Santoro). Un ragazzo senza punti di riferimento culturali, costretto a vivere in luoghi brutti, insalubri, invivibili, senza poter fruire di spazi pubblici all'aperto e al coperto, sistematicamente occupati dalla speculazione; vedendo in giro lo stress, l'aggressività, la divisione, l'individualismo e non la distensione, la socialità, la comunità; vedendo vincere mediamente i Mc Donald's sui teatri per 4 a 1 (punteggio parziale, e per non parlare dei mega centri commerciali), il ragazzo in questione dicevo, come può non sentire il richiamo di coloro che in questo momento sembrano offrirgli un'identità, una possibilità di ribellione alle macroscopiche ingiustizie, un riparo contro l'esterno, una legittimazione alla sua aggressività indotta da questo habitat?

Potrebbe altrimenti trovare credibilità nei politici, assessori e consiglieri, i quali una tantum, per lavarsi la coscienza, interrompono le loro pratiche clientelari, di benevolenza verso gli incettatori di spazi sottratti agli usi sociali e collettivi? Il mio timore è che portando costoro, i rappresentanti di questa politica, a cancellare pubblicamente le scritte fasciste, non si provochi nei soggetti interessati l'istigazione al fascismo.

La periferia criminogena genera criminali. E gli squadristi arruolatori dell'estrema destra, nella colpevole indifferenza di tutti i partiti della sinistra seduti al governo, sanno come attirarli a sé.

Caro Salzano, ho visto che su eddyburg.it viene riportata una mia intervista ad un giornale appioppandomi nientedimeno che il ruolo di teorico di una certa nuova destra. La cosa un po’ mi sorprende perché il libro che ho scritto e a cui l’intervista fa riferimento ( La città del liberalismo attivo, 2007) aveva tra l’altro l’intenzione di criticare una certa destra e il modo in cui quest’ultima intende il ruolo del diritto e dello stato. Può darsi che nel libro non sia riuscito sino in fondo nell’intento, ma continuo a pensare che appiattire le posizioni liberali (che cerco di sostenere) su quelle di certa destra fa solo il gioco di quest’ultima: e non mi pare un’ottima mossa. In sintesi: esiste una tradizione liberale (classica, continentale) che non coincide con le posizioni di certa destra (e, nemmeno, con quelle di certa sinistra), tradizione che va ovviamente discussa e criticata severamente, ma senza ridurla a ciò che non è e non può essere. Per fare un esempio (centrale anche per l’ambito urbanistico): l’ideale, fondamentale ed imprescindibile per la tradizione liberale, del ‘rule of law’ è per nulla accolto da certa destra e continuamente violato nelle sue pratiche di governo. Sia chiaro: alcune sovrapposizioni qua e là ci sono tra tutte le posizioni in gioco, ma ci sono anche chiari e profondi elementi di divergenza che portano ad idee molto diverse sul ruolo dei soggetti pubblici e privati. Per finire: dubito che molti di coloro che oggi si definiscono neo-liberali (o vengono classificati come neo-liberali) siano liberali nel senso in cui io intenderei il termine.

P.S. Non so se vorrai riportare queste mie brevi righe sul tuo sito e se sarebbe possibile aprire una discussione in proposito (io la troverei interessante; anzi, indispensabile proprio per le questioni urbanistiche); in ogni modo, conoscendoti da tempo, non ho dubbi che prenderai sul serio il problema e mi criticherai come testardo e inguaribile liberale piuttosto che come improbabile paladino di posizioni che per la gran parte non condivido.

Quando scriverò sul tuo libro ne tratterò certamente con un’ampiezza maggiore di quella che ho dedicato alla tua intervista, e a quella di questa breve risposta alla tua lettera. Nell’intervista rilasciata al giornale della famiglia Berlusconi non ho letto critiche a “una certa destra”: ma sono certo che la cialtrona destra italiana che campeggia attorno a Berlusconi e di cui lui è la migliore espressione non incontra i tuoi gusti, sebbene accetti di illustrarne le pagine.

Quando parlo di neoliberismo parlo di qualche altra cosa, che è nota all’analisi politica internazionale di questi anni e che non ha più niente da fare con quella “tradizione liberale (classica, continentale)” cui accenni. Vi si riferisce ad esempio, tanto per rimanere in eddyburg , il libro di David Harvey, Neoliberalism , recensito su queste pagine da Boniburini, e il breve capitolo di Giorgio Ruffolo che abbiamo riportato di recente. Qualcosa di cui l’attuale destra italiana è politicamente al servizio, ma che è ben più grande e più pericolosa. Un sistema di potere “che respinge nettamente l'interferenza dello Stato nel Mercato e riporta in auge un idolo che sembrava distrutto: la fede inconcussa nella sua capacità di autoregolazione” (Ruffolo). Un “progetto di lotta di classe” che “sembra lotta di classe e agisce come lotta di classe”, e il cui “liberalismo” ““significa piena libertà per coloro che non hanno bisogno di vedere accrescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di fare uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà” (Harvey).

È del tutto omogenea a quel liberismo (neoliberalism ) la tesi che sostieni nella tua intervista, che certamente esprime il tuo recente pensiero con la fedeltà di una interpretazione autentica. Quando per esempio affermi che per la città bisogna stabilire “poche regole, le più astratte e generali possibile, che stabiliscano soprattutto che cosa non si deve fare, affinchè non siano lesi i diritti di alcuno” mentre il resto deve essere “lasciato alla libera iniziativa dei cittadini e alla benefica, provvidenziale azione del mercato”. E aggiungi: “Non il mercato falsato che conosciamo, ma realmente concorrenziale”: come se la proprietà immobiliare nelle città e nei territori potesse configurare un mercato siffatto!

Del resto, da ogni passo della tua intervista emerge che il tuo mondo è popolato esclusivamente da proprietari immobiliari desiderosi di accrescere la propria ricchezza personale, e la tua città è abitata unicamente da individui chiusi nel bozzolo del loro interesse economico. Questo mondo e questa città sono l’antitesi radicale di quelli che a me interessano, e che la buona urbanistica e la buona politica hanno tentato, e tentano ancora, di costruire. Spesso riuscendovi, come non sembri riuscire a vedere. Ma sono certo che ne riparleremo.

Ho letto con piacere l’intervento di De Lucia “ Un primo appunto per la nuova sinistra”. Vorrei fare un breve commento.

De Lucia dice che “ Si sta costruendo un numero spropositato di nuove abitazioni, mentre gli abitanti di Roma continuano a diminuire”. Ora, in un precedente intervento su questo argomento da me sollecitato il 15 novembre scorso (ponevo la questione dell’aumento di abitanti certificati a Roma dall’ISTAT), Berdini rispondeva che effettivamente esistono fonti di nuova domanda abitativa (residenti italiani, stranieri, turismo). Veltroni, sui giornali di ieri, parlava di emergenza abitativa legata all’arrivo, negli ultimi anni, di 150 mila nuovi residenti. Non mi sembra che questo dato sia stato contestato.

Il punto che voglio mettere in evidenza è che questo fatto, secondo me, aggrava ancora più il quadro della situazione così bene illustrata da De Lucia. La città, infatti, dovrebbe essere governata nella sua crescita. Quest’ultima, in generale, è la normalità del fenomeno urbano, non l’eccezione. Il consumo del suolo deve essere minimizzato sempre, non solo nel caso ­ che da quanto diceva Berdini negli interventi che ho ricordato sembra non essere quello di Roma - in cui le esigenze abitative si riducono. Qual è il pericolo di non riconoscere questa situazione di crescita della domanda? E’ di ricadere nel tipico errore italiano: si riconosce in ritardo l’emergenza e si risponde senza andare troppo per il sottile. E, in questa situazione, gli speculatori hanno campo libero per realizzare i loro piani. Il pericolo è di far perdere forza gli argomenti proposti da De Lucia a favore della lotta contro la rendita e la speculazione fondiaria, che è da combattere sempre, a prescindere dall’espansione o contrazione della domanda. La sinistra - io vorrei dire il centro sinistra - ha, quindi, un compito ineludibile e anche più gravoso: governare la crescita urbana, con tutte le particolarità che essa assume oggi (non è più quella degli anni ’50 e ’60) e le difficoltà che questo comporta. D’altra parte, il primo centro sinistra, e qui mi trovo d’accordo con De Lucia, si pose il problema di una Italia che cresceva, ponendo in atto azioni riformatrici che ebbero, pur con i limiti noti, effetti positivi. Vi ringrazio, come al solito, per gli spunti di riflessione che offrite.

Caro Declich, nessuno di noi ha mai sostenuto che a Roma non servono più case, e non solo per l’assenza scandalosa di edilizia pubblica. La questione del fabbisogno abitativo è complicatissima e certamente la riduzione del numero dei residenti non giustifica lo sviluppo zero della produzione edilizia: perciò hai ragione nel rilevare che nel mio intervento me la sono cavata troppo sbrigativamente facendo riferimento agli abitanti che diminuiscono. In effetti, basta considerare che anche se diminuiscono gli abitanti aumenta ovunque, e spesso vertiginosamente, il numero delle famiglie, a causa della contrazione del numero dei componenti. In alcune parti d’Italia la famiglia media è formata da meno di due unità. Detto questo, è fuori discussione che a Roma si verifichi un enorme spreco edilizio e una dissipazione inaudita dello spazio rurale e aperto, ed è stato più volte dimostrato. Per una più approfondita analisi dei dati, impossibile in questa sede, possiamo organizzare, se vuoi, anche con esperti, un incontro ad hoc. Hai ovviamente ragione quando sostieni che comunque la lotta alla rendita e alla speculazione fondiaria va condotta sempre, prescindere dall’espansione o contrazione della domanda (v.d.l.)

Cari amici di Eddyburg, vi invio un piccolo esempio di "dibattito"(?) sulle questioni del controllo della rendita fondiaria maturato nel corso della recente campagna elettorale in un piccolo comune del grande nord.

Una lista civica nata da un raggruppamento di cittadini stanchi dei bizantinismi di bassa cucina politica azzarda una proposta per mettere finalmente sotto controllo il consumo di territorio facendo leva su quello che ne rappresenta l'anello debole: la valorizzazione urbanistica delle aree nei piani decisi dal pubblico e il conseguente beneficio ai "rentier" privati di tutte le taglie (dal piccolo appezzamento alla grande proprietà fondiaria, fatte salve le rispettive proporzioni).

Si scatena un fuoco incrociato in particolare da parte di una lista, anch'essa civica, sostenuta da partiti allergici a qualsiasi controllo sul mercato immobiliare che accusa la proposta di "esproprio proletario"(non male eh!).

Il partito egemone (Lega Nord) non si espone e rimane nel vago.

Il responso conclusivo lo forniscono le urne: la Lega Nord rivince nonostante un forte ridimensionamento (dal 48% al 36%) pagando anche il commissariamento della sua precedente amministrazione causato da faide interne; la lista civica che ha proposto "l'esproprio proletario", costituitasi solo cinque mesi prima, è giunta seconda con il 23% dei consensi; la lista civica che non ama le ingerenze nel mercato immobiliare è giunta terza con il 22% dei voti. Ad altre liste minori il resto.

Come valutare questa esperienza?

Senza dubbio positivo il risultato ottenuto dal gruppo di cittadini che decidono generosamente di uscire dalla palude di una politica senza idee e senza slanci e di occupare uno spazio pubblico ormai lasciato alla deriva.

Vi allego tre documenti significativi della campagna elettorale di quel comune: il documento del gruppo di cittadini, parte di una più articolata proposta programmatica, il volantino della lista che ne ha avversato le proposte ed una replica.

Più ampie notizie sono rinvenibili sul sito della lista "Cittadini per Sumirago": www.cittadinipersumirago.org

Con l'augurio che da piccoli episodi come questo possa nascere la speranza che qualcosa di più profondo si possa muovere nel paese (quello grande) vi saluto cordialmente.

Naturalmente condividiamo la speranza. L’importante è che episodi come questo si moltiplichino. Ciò che conta è che cresca la consapevolezza che il territorio un bene comune, e che da questa consapevolezza nascano conoscenza e azione: conoscenza degli strumenti disponibili, azione per il loro impiego corretto. Prima o poi dovrà nascere una forza politica, e una generazione di amministratori, capaci di costruire nel concreto una politica del territorio alternativa rispetto a qella neoliberistica, che si sta impadronendo oggi negli spazi della nostra vita.

Cari Amici di Eddyburg, vorrei proporre un commento all’articolo scritto da Burgio sul Manifesto e ripubblicato da voi il 1° giugno. E’ una analisi del problema del decisionismo che ritengo non rigorosa, inconcludente e conservatrice.

E’ non rigorosa perché non è vero che i partiti di massa sono stati distrutti dalla stagione di riforme degli anni ’90. Infatti, lo sanno tutti quelli che facevano politica di base all’epoca, che i partiti di massa erano “morti” già da tempo. L’unico che resisteva era il PCI, ma era in profonda crisi organizzativa, di consensi, di militanza e di motivazione. Dire, poi, che l’attuale crisi politico-parlamentare discenda dalle riforme degli anni ’90 e non dalla attuale legge elettorale è una interpretazione così estrema da apparire una forzatura, almeno alla luce delle argomentazioni offerte.

E’ un’analisi inconcludente. Va bene criticare Prodi, ma l’articolo che pone tutte queste questioni manca di indicare qual è l’alternativa praticabile e realistica al presente stato di cose: riandare subito a votare, probabilmente con questa legge elettorale (proporzionale senza preferenze…). Si può pensare quel che si vuole di Prodi, ma Burgio avrebbe dovuto trarre dalla sua critica tutte le conclusioni.

Un ultimo punto, più interessante forse per le tematiche normalmente trattate da Eddyburg, è quello dei costi della politica. Qui mi sembra che Burgio sia anche conservatore. La politica è distrutta anche dal circolo vizioso scatenato dai suoi costi senza controllo, questo è fuori di dubbio. Eviterei, però, le critiche qualunquiste, ricordando che il primo a vincere le elezioni con questi argomenti è stato proprio l’”imprenditore” Berlusconi.

La politica ha bisogno di personale che vi si dedichi e che alla luce di considerazioni ovvie - va pagato. Il problema, è che il personale politico anche i portaborse, perché anche quelli servono - deve essere pagato il giusto e non devono essere permessi i parassitismi. Sono d’accordo, quindi, che un ceto politico finanziato come lo è adesso è inefficace e inaffidabile e finisce per causare il rigetto da parte dell’elettorato. Vorrei dire, però, che Burgio non deve dimenticare che la gente comune si arrabbia non solo per i politici strapagati e inefficienti, ma per tutta l’economia che viene attivata grazie alla politica e che, anch’essa, dà luogo a tanti sprechi. Se ci si arrabbia per i danni prodotti, per esempio al territorio, da politici incapaci, pensiamo anche che le inefficienze sono il prodotto di macchine amministrative che in molti casi non valgono il loro costo: cattiva amministrazione; dirigenti che non controllano; impiegati che non si aggiornano; malasanità e cattiva amministrazione; ecc. Il sottobosco della politica, cioè, non si limita ai vertici degli apparati, ma influisce su tutta la macchina amministrativa. I politici hanno molta responsabilità in tutto questo, se non altro perché continuano a permetterlo. Il punto, però, è che non sono i soli responsabili ed è qui che ci vorrebbe un bel po’ di innovazione.

Insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Quindi, critichiamo il neoliberismo laddove va criticato, cioè quando attribuisce al mercato virtù e funzioni che evidentemente non ha e non può avere (alla redazione di eddyburg è caro il tema del governo del territorio, che non può essere lasciato ai privati). Il funzionamento delle istituzioni penso che non sia così semplicemente - come sostiene Burgio - una questione di neo liberismo. Ci sono visioni diverse che possono essere condivise sia a destra che a sinistra, sia da liberali che da non liberali. La legge sui sindaci ha funzionato bene, ma l’Italia non è una città, quindi chi pensa che “il sindaco d’Italia” sia la soluzione, secondo me, sbaglia di grosso. D’altra parte, io non sono un neo-liberista, ma penso che un sistema uninominale sia migliore del sistema proporzionale, specie se legato a partiti che fanno le primarie: i politici finirebbero per essere più legati al loro territorio e alle loro responsabilità, e la loro appartenenza ai partiti sarebbe non garanzia di un successo elettorale immeritato, ma una delle carte che potrebbero giocare nel conquistare il favore dell’elettorato. La discussione sarebbe lunga e non ho titoli e spazio per proporla qui. Ma evitiamo di inventare nemici inesistenti (cioè fare polemica contro il neoliberismo a sproposito), e dire con troppa facilità che si stava meglio prima…

Le opinioni sulle ragioni per cui i partiti di massa sono stati distrutti sono certamente molteplici. Non me la sentirei di dire che quella di Burgio sia meno rigorosa di un’altra. Quella crisi è stato il risultato di un processo lungo, nel quale si sono variamente intrecciate le insufficienze delle varie parti che si dividevano il proscenio nei 60 anni che sono dietro le nostre spalle. Difficile non condividere il giudizio di Burgio sulle “riforme” degli anni 90 e sul ruolo che dirigenti del calibro di D’Alema svolsero allora: fu allora che cominciò l’ubriacatura per le parole d’ordine del neoliberismo (modernizzazione, governabilità e governance, mercato). Si avviò l’uscita dal welfare state, non dai sui difetti, se ne iniziò la distruzione non l’aggiornamento. Si promosse quella mutazione del personale politico che trasformò i militanti in clienti e i professionisti della politica da funzionari di un’dea e un programma in stipendiati a carico del pubblico erario.

Condivido con Declich la considerazione che chi fa politica deve essere pagato: lo stipendio agli eletti è stato gigantesco passo avanti rispetto a quando la politica era riservata a chi aveva redditi professionali o rendite. Ma penso che sia un gravissimo difetto della nostra democrazia il fatto che i politici siano diventati una classe: un gruppo sociale caratterizzato dal particolare ruolo che ha assunto nel ciclo della produzione sociale; il reddito che riceve non corrisponde né alla quantità e qualità della forzalavoro impiegata, e neppure al risultato conseguito, ma semplicemente alla rendita derivante da una posizione di dominio. E penso che il fatto che i membri di questa classe vivano esclusivamente del reddito che proviene loro dalla politica sia la ragione principale (o almeno, una ragione importante) della mancanza di ricambio dei decisori e di corruzione delle istituzioni.

Non credo che un analista abbia gli stessi doveri del politico o dell’amministratore. Al secondo, il cui compito è governare, spetta certamente indicare sempre le alternative possibili alle situazioni criticate. Ma se, per comprendere una situazione o un processo in atto, bisognasse aspettare di avere un’alternativa praticabile, quelli di noi che non hanno gli strumenti o il tempo o la competenza per studiare determinati aspetti della realtà rimarrebbero nell’ignoranza più assoluta di ciò che accade attorno a loro. Io sono grato a chi mi aiuta a comprendere, anche se non mi da’ la ricetta per uscire dalla crisi di cui mi illumina la consistenza e i risvolti.

Infine, credo che sul termine neoliberismo dobbiamo intenderci. Quello che oggi viene definito così non è una versione moderna del liberalismo: è il nuovo sistema di potere che, a partire dalla fine degli anni 70, ha iniziato a impadronirsi del mondo. Come molti studiosi fuori dall’Italia hanno compreso e stanno studiando da tempo, e come ha raccontato in modo molto efficacemente divulgativo Giorgio Ruffolo, nel suo gustoso libretto Lo specchio del diavolo (Einaudi 2006). Ruffolo definisce il neoliberismo “la controffensiva capitalistica”. Inserirò presto in eddyburg questo capitoletto del suo libro, ma rinvio i lettori che abbiano tempo e voglia alla più ampia analisi di David Harvey, Neoliberalism , recentemente tradotta in italiano e recensita su eddyburg . Oltre che agli autori citati da Burgio. (es)

Caro Eddyburg, mi domando se domani esisterà ancora la “Toscana delle colline”, quella che nell’immaginario collettivo rappresenta la nostra regione, quei poggi, da sempre sfondo del nostro quotidiano e prima di noi dei nostri padri che hanno amato la loro terra, lavorandola in un razionale rapporto di equilibrio fra uomo e natura. Un paesaggio che ogni toscano porta con sè, inserito come sfondo nelle più alte opere d’arte, perchè esso stesso opera d’arte.

La nuova politica partecipata di governo del territorio: il caso di Montescudaio in provincia di Pisa, è un esempio dei tanti comuni che oggi in toscana partecipano alla corsa forsennata e affaristica all’ eolico, un grande business per le multinazionali e un danno incalcolabile per l’ambiente. Possiamo chiamare referendum democratico quello che si è svolto a Montescudaio il 25 marzo scorso? Una consultazione nella quale chi ha votato SI sceglieva di assicurarsi un beneficio di €300 l’anno? La campagna informativa, per il nnuovo “parco Eolico” di Montescudaio, è iniziata di fatto solo 15 giorni prima del referendum, ed è consistita in un convegno presso il palazzo Comunale dove i relatori erano tutti favorevoli per il SI. Una simile consultazione è stata un’offesa per la democrazia e per questo riteniamo che l’Eolico industriale danneggi non solo e per sempre i preziosi e ammirati paesaggi italiani, ma in vari modi indebolisca anche il processo democratico, specialmente nelle comunità più deboli. La Toscana non può reggere all’impatto di 1500 torri eoliche che potranno essere installate già dal prossimo anno: stiamo parlando di installazioni che superano in altezza i 90 metri, le più alte oggi arrivano fino a 140 metri, più alte del duomo di Firenze che misura 107 metri o della torre di Pisa che ne misura 55metri. Vani sono stati gli appelli degli scienziati, il Premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia, affermava infatti in una recente intervista “…è inutille insistere con l’ energia eolica perchè di vento ce n’è poco nella Penisola, al contrario dei paesi del Nord Europa o dell’Irlanda.”.

Tutto questo per nulla!!! La ricaduta in termini energetici è bassissima, inferiore all’aumento annuo del fabbisogno energetico. Per questo chiediamo con forza che le istituzioni regionali aprano un tavolo di concertazione: vogliamo ottenere l’immediata sospensione delle autorizzazioni, in attesa di una legge regionale che regolamenti la localizzazione dei nuovi “parchi” eolici. Il territorio non è una fonte rinnovabile. Sia chiaro che altrimenti dovremo assumerci la responsabilità di spiegare ai nostri figli che altre vie non esistevano e la distruzione del paesaggio era inevitabile

L’utilizzazione dell’energia eolica è tra le molte cose che in Italia sono gestite malissimo. Si ha l’impressione che il danno provocato sia maggiore del beneficio. Non c’è un confronto serio tra i diversi costi e benefici delle diverse energie alternative, e che l’eolico sia in così ampia espansione al confronto con altri modi solo per due ragini: perché l’unico danneggiato è ilo territorio, come paesaggio e – in molte zone – come produzione agricola cacciata dalla più lucrosa cessione del terreno ai parchi eolici; pertchè chi si muove per produrre l’energia eolica, chi progetta gli impianti, chi sceglie le aree dove installarle è l’industria. Le regioni, nel migliore dei casi, si limitano a porre qualche esclusione: qui non si può. Il che significa “altrove fate tutto quello che volete”. Vogliamo provare, come suggerisce Alberto Magnaghi, provare a contare quanta energia produrrebbe invece coprire di pannelli solari tutte le coperture delle zone industriali? E vogliamo provare a progettare, magari nell’ambito della pianificazione paesaggistica, i parchi eolici là dove non recano danno né al paesaggio né all’agricoltura (né alla sicurezza degli nuomini né alla vita degli animali)?

Oggi, come la lettera testimonia, il passpartout dell’eolico e la sua forza di convinzione sono affidate unicamente all’interesse venale, dei comuni e dei proprietari del territorio rurale. Non è una buona cosa.

Gentile prof. Salzano,

ieri alla presentazione del libro No Sprawl a Parma non sono riuscito a fare la domanda e mi ha invitato a porgliela via mail. Volevo chiedere questo: lo sprawl è contrastabile, come han mostrato le esperienze di Germania e Gran Bretagna - e sarei ben felice che questo scempio cessasse - però sorge un dubbio: sotto allo sprawl stanno problemi più vasti: voglio dire: le case che vengono costruite non rimangono tutte vuote, ma vengono abitate. I centri commerciali vengono usati. I capannoni che vedo nel mio comune costruiti negli ultimi anni sono quasi tutti utilizzati. E allora, sotto lo sprawl non stanno cause che andrebbero analizzate altrimenti si rischia di contrastare l'effetto e lasciare intatta la causa? Per fare un esempio che mi viene in mente: c'è necessità di maggiore quantità di appartamenti anche se la popolazione rimane la stessa perché i nuclei familiari sono pi piccoli (separazioni, divorzi ecc.). Tra l' altro, mi può segnalare se ci sono ricerche al riguardo? La ringrazio molto.

Non sempre le trasformazioni urbanistiche sono motivate da bisogni reali. Un terreno edificabile vale molto di pi di un terreno non edificabile, anche se non viene effettivamente utilizzato. C'è quella che Luigi Scano chiamava "l'economia del retino": se sul mio immobile ho un retino di PRG che mi dà una prospettiva lucrosa posso ottenere facilmente mutui, posso metterlo "a bilancio" con un valore elevato.

E' comunque certo che ala base dello sprawl c'è anche una spinta oggettiva: molti autori lo mettono in relazione anche con le politiche neoliberiste di smantellamento dello stato sociale, e in particolare l'abbandono dell'edilizia residenziale pubblica. E nei paesi dove la dispersione urbana viene effettivamente contrastata le politiche di tutela del territorio rurale si accompagnano alle politiche di incentivo all'edilizia sociale (vedi le nuove leggi della Francia e della Catalogna) e alle politiche urbanistiche volte a rendere utilizzabili le vaste aree dismesse presenti in moltissime cittè. Se nelle aree abbandonate dalle fabbriche o dagli ospedali o dalle caserme o dalle scuole si prevedono ristrutturazioni urbanistiche, o spesso anche solo edilizie, che rispondano alle domande di nuovi capannnoni, nuovi spazi per il commercio ecc. invece di prevedere "valorizzazioni immobiliari", ecco che si può soddisfare la domanda senza occupare nuovo suolo naturale. Sul libro No Sprawl troverai indicazioni ed esperienze in questa direzione, soprattutto nei saggi di Gibelli e di Frisch.

Caro Professore, l'ho appena incontrata in Eddyburg che è spuntato dal web perchè cercavo "belpaese". In Eddyburg ci si può perdere, ritrovare, abitarci o semplicemente passare una vacanza, io ho fatto una rapida nuotata e ho pensato che le avrei scritto subito perchè forse poteva aiutarmi rispetto ad un problema molto preciso.

- Che fare quando una amministrazione con efficienza e determinazione vuole trasformare un bel paese di 1800 abitanti in un postaccio inquinato e cementificato? - Che fare quando una amministrazione si rifiuta di chiedere la VIA?

Vivo in Umbria in uno splendido piccolo paese in collina sulla Valle del Tevere. Vogliono costruire un cementificio con una torre-betoniera di 30 m e fanno molte altre porcherie comunque su scala più micro e meno rapidamente devastante. Che fare? Io sono una non urbanista, ma mi occupo di programmazione sociale e comunque sono una amante del paesaggio. Assistere impotente alla folle degradazione di un patrimonio straordinario come quello che avremmo qui prima di questa "grande opera", mi dà molto fastidio. Not In My Garden per me riguarda tutta la Valle del Tevere e gli splendidi paesi di pietra. Insomma, penso in grande!

Le sarò grata per qualsiasi suggerimento.

Grazie per Eddyburg!

Ringraziarla (anche per i miei collaboratori) è facile. Più difficile è risponderle. Il primo strumento che abbiamo se un’amministrazione si comporta male è usare lo strumento del voto, e mandarla via. Purtroppo è un’arma imperfetta; per essere efficace richiede almeno due condizioni: che ci sia un’alternativa, e che questa sia maggioritaria. Il lavoro, faticosissimo, che ciascuno di noi può fare è quello di far comprendere le cose giuste al maggior numero possibile di persone: protestare ed educare, o se vuole protestare educando ed educare protestando. In Italia ci sono moltissimi gruppi, comitati, associazioni che si battono per la difesa del paesaggio, della bellezza e della salute, per una migliore qualità della vita. “Mettersi in rete” con gli altri può essere uno strumento utile. Prendere contatto con le associazioni più grandi (Italia Nostra, WWF, Legambiente), cercare i giornalisti più sensibili, documentare e denunciare. Cominciare in pochi ma proporsi di diventare molti.

Un cammino lungo e difficile, ma non credo che ce ne siano altri.

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