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Fabrizio Bottini
Quando il gioco si fa duro, provate col cemento
15 Gennaio 2008
Segnalazioni e recensioni
Una recensione a Ma Dove Vivi? per il sito Megachip, democrazia e comunicazione, 14 gennaio 2007

Quando vi capita di stare davanti a un funzionario comunale, o a un guru dell’architettura, che vi parla di urbanistica in modo iniziatico, mistico, oscuro, e comunque incomprensibile, rincuoratevi. I casi sono due: o avete sbagliato posto oppure (più probabile) avete davanti un imbecille. Un imbecille magari acculturato, dalla parlantina sciolta, prodigo di battutine e calore umano. Oppure un imbecille ad hoc, che sta sul vago a bella posta, graniticamente convinto che parlarvi della città, com’è fatta, cosa ci state a fare lì dentro voi e lui (o lei per par condicio), sia cosa superiore a qualunque possibilità di impegno. Insomma l’idea corrente è che quando il gioco si fa duro i duri incominciano a giocare, e niente è più duro del cemento, asfalto, intrico di interessi che tengono insieme quell’oggetto misterioso che chiamiamo città.

Non deve essere per forza così. La città, la buccia artificiale impastata di natura che ci siamo costruiti nei millenni, è qualcosa che ci appartiene e che possiamo capire benissimo. Certo, negli stessi millenni è diventata assai più complicata del primo gruppetto di case raccolte attorno a un pozzo, a un incrocio di strade, magari all’ombra di una fortezza o di un tempio, ma questo non significa che capirla sia qualcosa che va oltre la possibilità di chi ne è già in qualche modo il massimo esperto: il cittadino.

È questa la sfida raccolta con passione, metodo e gran classe divulgativa da uno dei più noti urbanisti italiani, Edoardo Salzano, che nel suo ultimo Ma Dove Vivi? La Città Raccontata (Corte del Fontego, 2007) condensa e rielabora diversi decenni di “esperienza critica” da cittadino: amministratore, docente universitario, autore di libri e consulente di grandi piani, urbani e territoriali.

Ma non c’è niente di compiaciutamente autobiografico, in questo agile libretto di un centinaio di pagine, pensato e laboriosamente costruito perché “L’urbanistica, un modo corretto di vivere e trasformare la città, non vince se non diventa un sapere diffuso, radicato fin dai primi gradi di apprendimento”. Evidente come un modo corretto di vivere e trasformare la città sia qualcosa che si colloca lontanissimo dall’idea di un sapere iniziatico, di terminologie tecniche intricate, di grandi intuizioni dei grandi pensatori, poi somministrate in pillole da qualificati pulpiti. Insomma la città sei tu, impara a conoscerti.

Il che detto in altre parole significa ad esempio chiarire come sia l’inestricabile impasto fra le idee e le pietre a costituire il cuore della città, non altro. Città quindi da non confondere con la sola trasformazione fisica dello spazio: sono certo in qualche modo “città” anche i nuclei abitati raccolti attorno al castello del signore o al monastero che regna sul contado, ma rappresentano solo una tappa verso la città dei cittadini, portatori di diritti che non a caso iniziano in corrispondenza del confine delle mura.

In questa prospettiva, il piano regolatore urbanistico non è affatto (solo) quell’elaborato tecnico complesso con cui normalmente il cittadino si scontra, emanazione del potere costituito a limitarne in un modo o nell’altro la libera espressione, ma il tentativo costante di regolare la convivenza di centinaia, migliaia, milioni di individui tutti con l’ostinata tendenza ad adattarsi all’ambiente naturale … modificandolo. Chi più, chi molto meno, naturalmente.

Esemplare, da questo punto di vista, la vicenda di New York, da due secoli icona urbana e urbanistica. È per Manhattan, ci racconta Salzano, che una commissione di saggi delinea il primo piano urbanistico moderno, ben diverso dai grandi schemi ingegneristico-architettonici di papi e sovrani. All’inizio del XIX secolo il piano per l’isola di Manhattan, anche sulla base di analisi e proiezioni, nasce per delibera municipale tracciando l’ormai leggendaria maglia ortogonale di Streets est-ovest e Avenues nord-sud a formare i grandi isolati rettangolari su cui nei secoli cresceranno prima qualche magazzino di mattoni e travi in legno, poi i grattacieli che conosce tutto il mondo. Quei grandi isolati sono ciò che il mercato chiede, ed è all’interno di quella maglia regolare che si applicheranno via via le regole edilizie e di convivenza scelte dalla società dei cittadini.

A New York anche la natura, prima nemica ed esclusa fuori dalle mura della città, farà il suo grande ritorno nell’urbanistica della generazione successiva, verso il 1850. Per motivi sanitari, culturali, di prestigio anche economico, un’altra Commissione decide che un’ampia parte degli stessi isolati rettangolari, al centro dell’isola, non potrà essere edificata, ma che solcata da tortuosi sentieri rappresenterà per i cittadini un piccolo catalogo tascabile dell’ambiente naturale, e naturalmente nella logica di mercato farà aumentare i valori dei terreni più vicini a quei nuovi ampi viali alberati per carrozze e borghesi a passeggio. Ancora alla tutela dei valori immobiliari, all’inizio del XX secolo il piano di New York sperimenterà su larga scala il cosiddetto zoning, ovvero la suddivisione della città in parti omogenee per attività (residenza, industria, commercio …) e tipi di edifici (le casette unifamiliari, i capannoni industriali, i grattacieli per uffici). E così, con notevoli varianti locali sia nel tempo che nello spazio, che soprattutto nelle forme di partecipazione dei cittadini, è accaduto e accade in tutte le città del mondo.

Il libro poi si sofferma con attenzione sul caso italiano, la nascita dell’urbanistica moderna nel Novecento, la ricostruzione del dopoguerra e le distorsioni tipiche del nostro paese, con la sua democrazia fragile anche e soprattutto quando si tratta delle sue forme più immediate e quotidiane, come quelle appunto del diritto alla città. Fino ad arrivare sino ai nostri tempi, con l’emergere delle grandi tematiche ambientali, come quelle legate all’industria o al traffico, o più direttamente connesse alle forme dell’insediamento, dalla villettopoli diffusa coi centri commerciali alla qualità della vita per gli abitanti dei quartieri.

Tutto questo, senza mai perdere di vista l’idea che sta alla base di tutto questo densissimo e “leggero” libro: non c’è nessuno più qualificato del semplice cittadino, per capire, decidere, progettare, trasformare la città. Nel rispetto di sé stessi e degli altri. Salvo prima appunto chiedersi, in modo approfondito e critico, magari anche sulla scorta della lunga serie di informazioni e prospettive fornite dal volume: ma dove viviamo?

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