Anche l’orto nel tritacarne del business
Ettore Livini
La banalizzazione e ridicolizzazione in contemporanea, sia dello spirito artigianale che di quello di impresa moderno. Certa gente è proprio come Creso al contrario. La Repubblica Milano, 18 maggio 2013 (f.b.) 

ORMAI è ufficiale: coltivare un orto in città non è più un hobby da contadini della domenica. L’affare si è ingrossato e il romanticismo dei Cincinnati urbani – traghettati obtorto collo nel mondo dei trend alla moda – è finito stritolato nel tritacarne del business. La metamorfosi ha già una sua immagine plastica, fresca di stampa: il “Kit Creaimpresa”, agile manualetto che svela a colto e inclita i segreti per avviare a scopo di lucro un orto a km zero.

L’approccio è bocconiano: il vademecum non parla di zappa o di letame. Fioriscono invece i consigli su segmentazione del mercato di cavoli e radicchi, elaborazione del piano finanziario, rebus giuridici e disponibilità di contributi a fondo perduto. Unica concessione al vegetale, una sezione più leggera dedicata all’“ horticultural therapy”. In copertina campeggia accigliato un (presunto) manager in giacca, cravatta e occhialini alla Harrison Ford, improbabile prototipo del futuro manager dell’ortaggio fai da te meneghino.

È il bel mondo dorato dell’agribusiness, dove non c’è posto per fango, sudore, pomodori e zucchine. E dove l’unica cosa che è spuntata (per ora) nell’orto targato “Kit Creaimpresa” – in allegato al modico prezzo di 49 euro – è la sua pratica versione in cd-rom.
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