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Carla Ravaioli
Uscire dalla crisi, con una sinistra ecologista e sociale
10 Agosto 2009
Eddytoriali 2006
In due articoli su Liberazione (26 luglio e 9 agosto 2009) l’opinionista di eddyburg indica una strada per superare la crisi senza ripristinarne le radici

26 luglio 2009

Uscire dalla crisi? No, è il momento di

cambiare il sistema

Uscire dalla crisi. Non c’è soggetto di sinistra - partito, associazione, sindacato - che non affermi la necessità di questo obiettivo. Proprio come le destre, anche se certo con finalità diverse. Nella convinzione che solo rimettendo in moto l’economia, sia possibile (tentare di) salvare l’occupazione, difendere salari e pensioni, aiutare i lavoratori a superare la durezza del momento. Inascoltate, dalle sinistre come dalle destre, le voci sempre più numerose di personaggi peraltro alieni da ogni estremismo (vedi Stiglitz, Krugman, Morin, Guido Rossi, e molti altri) che affermano la necessità, sociale non meno che strutturale, di un diverso ordine economico. Mentre auspicare l’uscita dalla crisi equivale ad accettare il mondo così com’è.

Un mondo ricco, ma in cui esiste un miliardo di affamati, e l'1% della polazione detiene il 50% della ricchezza. Un mondo tecnologicamente in grado di produrre ampiamente il necessario con sempre meno lavoro umano, che invece insiste ad aumentare gli orari fino a proporre l’insensatezza di novanta ore a settimana. Un mondo che per la sua stessa razionalità usa la guerra come risorsa: oggi, in piena crisi mondiale, la produzione delle armi è in ottima salute. Un mondo che ancora tenta di credere all’inesistenza di una seria minaccia ecologica, continua a dilapidare la natura e a piegarne a fini economici i processi, stravolgendone senso e funzioni nella bulimia della crescita. Appropriandosi dello stesso impegno ecologista nella creazione di energie rinnovabili e forme produttive meno inquinanti, per piegarle alla logica della crescita nell’invenzione del “green business”. Davvero le sinistre possono accettare e di fatto - impegnandosi al suo recupero - legittimare questa realtà?

E’ comprensibile, certo, e forse anche utile nell’immediato, la lotta per la sopravvivenza della fabbrica a rischio, per la regolarizzazione di qualche gruppo di precari, per la difesa di categorie destinate al prepensionamento, ecc. Ma può la sinistra limitarsi a questi obiettivi? Non è necessario (nel mentre stesso che per essi ci si batte, e se ne ottiene il possibile) domandarsi se siano una risposta sufficiente oggi, in un mondo in cui precarizzazione, prepensionamenti, delocalizzazioni, sono strumenti obbligati di competitività sul mercato globale, dove l’economia (cioè la forma capitale) impera e la politica ad essa puntualmente s’inchina? Non è doveroso riflettere sulla irripetibilità di quel felice trentennio in cui la crescita produttiva nella forma dell’accumulazione capitalistica era parsa la risposta alla povertà? E ricordare come però negli ultimi decenni, mentre il prodotto continuava a crescere, anche la disoccupazione cresceva, e il precariato diventava regola, e i salari non facevano fronte all’inflazione, e insomma si produceva quella drammatica realtà che Halimi ha chiamato “Il grande balzo all’indietro”? Già allora solidi cervelli critici parlavano di crisi irreversibile del capitale: alcuni di loro, come Wallerstein, indicandone le cause nei limiti del pianeta, che non offre più spazi al connaturato espansionismo del capitale, altri, come Gorz, esplicitamente parlando della crisi ecologica come insuperabile barriera alla continuità del “sistema”.

E in fatto di ambiente sarebbe il caso che le sinistre facessero un sano esame di coscienza. Problema a lungo rifiutato, attribuito a interessi estetizzanti delle classi privilegiate, mentre si ignorava il fatto che a pagare le conseguenze del dissesto ecologico sono sempre i più poveri (operai, contadini, pescatori, profughi da inondazioni, cicloni, tornado). L’accumulazione capitalistica, come causa di distruzione della natura non è mai stata considerata da sinistra, e mai le masse lavoratrici sono state indotte a riflettere sulla materia. Dimenticando che solo su “pezzi” di natura, minerale vegetale animale, il lavoro esercita la propria fatica e la propria intelligenza. E che solo dalla natura la gran macchina dell’industria mondiale ricava la massa di prodotti di cui inonda i mercati. “Le merci sono natura trasformata”, già lo diceva Engels. Dunque se la natura continua ad essere saccheggiata, inquinata, cementificata, è lo stesso mondo di cui il lavoro vive ad essere messo a rischio. Non dovrebbe essere impegno delle sinistre difenderlo?

Un proposito del genere m’era parso di cogliere quando Rifondazione, per la voce dello stesso segretario, ha ripetutamente asserito: “Noi siamo per una società anticapitalista e ambientalista”. In questo abbinamento dei due obiettivi m’era parso di leggere una felice indicazione al programma elettorale, con la consapevolezza che una vera politica ambientale non può non essere anticapitalista, in quanto è il capitalismo il responsabile dello squilibrio del pianeta; e che per salvarlo occorre contenere la produzione, cioè pensare un’altra economia. Ma nel dibattito elettorale questo tema è praticamente sparito. Fatalmente - si sa - in prossimità delle elezioni il discorso politico, concentrato sulla cattura del voto, si rattrappisce, si limita a pochi temi supposti largamente condivisi, evita ogni azzardo.

Ora è nata la Federazione, e si appresta a “un nuovo inizio”. Bene. Non so però se ciò che si propone in prima istanza, cioè “ripartire dal lavoro”, sia il modo più utile di affrontare i problemi che ci sovrastano. Certo, il lavoro è tema sociale di rilevanza primaria, non solo oggetto della più pesante iniquità, ma base imprescindibile di continuità vitale della specie. E però non so se basti assumerlo come materia da cui “ripartire”, senza dichiarare l’esigenza di riflettere a fondo su come, quanto e perché il lavoro è cambiato e continua a cambiare. Vedi appunto la sempre più paurosa crisi ecologica; e la rivoluzione scientifica e tecnologica che ha sconvolto tempi e modi delle comunicazioni di ogni tipo, che ha radicalmente cambiato e continua a cambiare il nostro quotidiano, che nella forsennata corsa capitalistica alla crescita ha trasformato il produrre in tutte le sue forme, investendo e proiettando su dimensione mondiale anche i problemi di sempre.

Temo che isolare un problema, sia pure decisivo come il lavoro, rischi di allontanarci dal proposito di “un nuovo inizio”: che non può essere “l’uscita dalla crisi”, sia pure “da sinistra” (e in che modo poi?), ma solo l’ipotesi di un nuovo ordine economico. Difficile? Difficilissimo. Ma dopotutto la storia è fatta di cose che prima non c’erano.

9 agosto 2009

Sì ad una sinistra sociale ed ecologista…

“Noi vogliamo una sinistra sociale, ecologista, femminista, pacifista, anticapitalista e antipatriarcale”. Questo è l’obiettivo che un nuovo gruppo di lavoro si è dato, e che due suoi membri, Imma Barbarossa e Ciro Pesacane, hanno annunciato con un intervento su Liberazione del 1 agosto.

Può parere l’ingenuità di un “vogliamo tutto e subito” privo di conseguenze possibili, o un’accozzaglia di istanze disomogenee, allineate casualmente in un momento di irresistibile rifiuto del reale. A me pare invece un apprezzabile tentativo di aggregare in un unico progetto istanze solitamente programmate e vissute separatamente: l’ambientalismo, il femminismo, il pacifismo, ecc. qui proposti invece in un unico discorso. Il difetto sta semmai in una insufficienza di sintesi, quasi il progetto fosse frutto di una spinta inconscia più che di una meditata riflessione. Perché, se ognuna di queste istanze viene assunta in tutta sua portata e nella complessità delle sue possibili ricadute, ci si avvede come sempre i loro oggetti obbediscano a una medesima logica; e (quali ne siano gli antefatti e la specifica vicenda storica) tutti operino oggi come agenti decisivi di un unico sistema: il capitalismo. Ed è facile convincersene se appena si ci sofferma a considerarle.

Tralasciando il “sociale” (qualità imprescindibile, anzi ragione fondativa, di ogni “sinistra”, l’unica d’altronde che bene o male tutte le sinistre tentano di perseguire) occupiamoci di temi meno consueti: l’auspicio “ecologista” innanzitutto. E qui ci imbattiamo (come ho detto più volte) in uno dei più gravi “peccati” della sinistra; la quale a lungo ha negato la stessa esistenza del rischio ambiente, facendo proprio il paradigma dello stesso ordine economico che diceva di combattere, puntando sull’accumulazione capitalistica nella speranza di migliorare le condizioni delle classi lavoratrici e - alla pari dell’intero mondo politico - ignorando ciò che da sempre l’ambientalismo più qualificato afferma: cioè l’impossibilità di perseguire una produzione in crescita illimitata su un pianeta che illimitato non è, ed è pertanto incapace sia di fornire alla produzione quantitativi via via crescenti di risorse, sia di neutralizzare i rifiuti, liquidi solidi gassosi, che ne derivano; e pertanto la necessità di contenere la moltiplicazione del superfluo, la corsa all’iperconsumo e allo spreco, la santificazione del Pil.

Dunque lo squilibrio ecologico che va devastando il mondo e che nessuno può più ignorare, entra di diritto e d’autorità in un programma come quello che il gruppo propone: programma anticapitalista in ogni sua proposta, anche se la natura delle diverse istanze perseguite può sollevare qualche interrogativo.

Ad esempio una sinistra femminista e antipatriarcale (non credo scorretto affrontare insieme i due obiettivi, che nelle rispettive specificità obbediscono a esigenze analoghe) difficilmente di primo acchito può ritenersi necessariamente su posizioni anticapitalistiche. Si potrebbe addirittura sostenere il contrario, ricordando che proprio nei secoli di massima affermazione capitalistica le donne hanno conquistato diritti civili e sociali, e raggiunto livelli di libertà senza precedenti. Ma pronta, e sacrosanta, sarebbe l’obiezione femminista, a ricordare come il lavoro familiare e domestico, dovunque ritenuto dovere delle donne anche con regolare impiego, si ponga di fatto come “produzione e manutenzione di forza lavoro” fornita a costo zero all’industria capitalistica. E si potrebbe aggiungere come le conquiste femminili risultino limitate e in qualche misura deformate dalla cultura della società attuale, tutta giocata tra produzione e consumo, cioè dominata da una categoria la quale (secondo la millenaria divisione delle funzioni sessuali, che attribuisce al maschio la produzione e alla femmina la riproduzione) comporta il trionfo del “maschile”: e dunque iperattività, aggressività, violenza, guerra in qualsiasi forma, a definire ogni realtà e ogni rapporto, e poco o tanto a contaminare anche le donne che in questa realtà cercano di esprimersi. Senza dire (ma questo vorrebbe ancora un lungo discorso) della mercificazione imperante che della donna - da sempre ridotta a merce lei stessa - ha fatto strumento di invito alla merce.

E il pacifismo. Le guerre ci sono sempre state, con solerzia ci viene ripetuto. Vero. Ma non è meno vero che il capitalismo, oltre a usare la guerra come sempre per la conquista di nuove terre e di risorse pregiate, l’ha eletta a strumento regolatore del proprio equilibrio economico; e soprattutto a partire dal secolo scorso (come ampiamente argomentato da grandi economisti ) “una nuova alleanza tra industria e forze armate” (Galbraith) è stata stipulata a garantire la prosperità del sistema.

Agli amici impegnati in questo nuovo gruppo di lavoro, se saranno fedeli all’impianto dell’enunciazione, non mancherà materia su cui riflettere e faticare. Ma la strada imboccata credo sia quella buona: sapendo che, come sempre - ma più che mai oggi, in un mondo globalizzato - “tutto si tiene”, e proprio nelle connessioni e nella reciprocità di determinazione tra fenomeni apparentemente dissimili, è possibile leggere per intero i problemi che urgono e le battaglie che si impongono.

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