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Antonello Sotgia
Storia di un urbanista
4 Aprile 2010
Memorie di un urbanista
Una recensione del libro di Edoardo Salzano, «Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto», Corte del Fontego, Venezia 2010 (euro 20,00). Carta, 12 marzo 2010

L’Italia delle città e dei territori nella vita di Edoardo Salzano. I sogni e le lotte di un ribelle pragmatico

Qualche tempo fa Edoardo Salzano confidava che essere anziano é ricordare molte cose. Queste molte cose le racconta, ora, che ha raggiunto ottanta anni, in un volume. Sono così anche nostre. Il significato più vero di ogni autobiografia non sta, infatti, nel mettere in fila, un dopo l’altro, gli avvenimenti per rendercene partecipi? Lui li organizza e seleziona per continuare a porre domande che, da instancabile didatta, ha scoperto - ora sappiamo fin da giovanissimo - essere l’unico modo possibile di fornire qualche risposta.

“Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto”si rivela subito per quello che è: una fila ininterrotta di questioni legate al nostro abitare; quindi alla nostra vita. Nel libro, la parola utopia che tanto ha affascinato e sedotto i suoi coetanei urbanisti compare solo nell’ultima pagina ricordando l’ammonizione di Claudio Napoleoni “Posti a un livello minore i problemi non hanno risposta”. Salzano ha definito da subito, questo livello: quello che coincide con l’esistente. La maggior forma di utopia è rappresentata dall’usare ciò che abbiamo in modo diverso. Credo sia questo il suo metodo, non solo disciplinare.

A Salzano è capitato, in aggiunta, il doversi confrontare con un esistente continuamente attaccato e contraddetto da chi, sempre ovviamente in nome delle magnifiche forme del progresso e dello sviluppo [struggenti sono le pagine in cui si scopre la deriva della sinistra in materia di incomprensione dei fenomeni urbani], vedeva nel territorio il luogo materiale e immateriale per organizzare le proprie scorribande immobiliari. Eddy, come lo chiamano gli amici, è tra i pochi che, nel raccontare l’Italia che ho vissuto, possa permettersi di chiedere al lettore non di condividere il suo pensiero, quanto piuttosto di chiedere subito come, allora a chi c’era, ha vissuto gli avvenimenti della sua narrazione e - questo vale per i più giovani - come, avendone l’età, si sarebbero comportati di fronte quei medesimi avvenimenti.

Il volume racconta l’Italia che ha incontrato e i numerosi territori attraversati come amministratore, come docente, come urbanista. Molteplici i mezzi usati per interrogarli, studiarli e, solo dopo, raccontarli. Prima ancora del progetto; non certo al posto del progetto. È chiaro leggendo queste pagine, che Eddy ha scelto di essere urbanista per prendere parola. Per confrontare il proprio pensiero, per ascoltare, per raccogliere le parole vere tra le tante che ci circondano, per valutarle tutte prima di escluderle e raggiungere l’indignazione per quello che i più, giorno dopo giorno, hanno reputato [reputano] se non proprio normale sicuramente inevitabile o come, usando il massimo dell’ipocrisia possibile, il male minore. Indignandosi Eddy è riuscito a tirarsi fuori da quella sindrome che spesso ci prende; che ci porta nell’ordine: prima a dire che dobbiamo reagire, quindi a bloccarci a lungo sul come fare per, poi, non combinare nulla e decidere così di lasciare gli altri andare avanti come se niente fosse.

Lui non ha mai mollato. Ma Eddy non è, ne è mai stato, un intransigente del no, perché ha sempre tentato con la parola, fino all’ultimo momento possibile, di rendere evidente quello che sarebbe potuto accadere. A far saltare fuori il punto esatto in cui veniva sferrato l’attacco al territorio, al corpo stesso della città, dalle campiture dei piani regolatori, dalle tavole degli architetti, dai disegni dei potenti di turno, dalle proposte della cosiddetta valorizzazione, dalla melina avvolgente dei media compiacenti, da ogni forma di ricatto, a partire da quello “occupazionale”, dalle imboscate delle e all’interno delle formazioni politiche. Sapendo bene che, se non estirpato in tempo, il bubbone - come è avvenuto - si sarebbe presto propagato. Il libro mette in fila tutti i devastanti bubboni esplosi a partire dal finire degli anni sessanta; ne misura le intensità; ne registra i motivi della nascita, il lavoro di chi ha voluto trasformare questi motivi in astratte ragioni, ne determina spietatamente le conseguenze.

Nel descrivere i reali, dirompenti esiti, l’ingegner Salzano, da allievo e collaboratore di Franco Rodano, non dimentica l’importanza di introdurre un nuovo punto di vista per controbattere l’avanzata della “società del superfluo”. Lo trova progettando la città come bene comune. È la leva su cui poggiare per una diversa narrazione del mondo che vorremmo abitare dove, come nella storia che racconta, la “sua” storia, debbono finalmente trovare posto le forme della produzione umana anche immateriali quali la creatività, i saperi, gli affetti, le relazioni sociali.

Eddy insiste sulla necessità di saper scegliere le parole. Sulla necessità del glossario. Per trovare le “parole per dirlo”. Per costruire città dove non ci sia esclusione né recinti, esaltando singole differenze e identità, alla ricerca continua della prossimità con gli atti della vita quotidiana. Al contrario,quando si vuole cancellare la vita di chi abita la città, si offrono sul mercato, privatizzandoli, proprio tutti quegli elementi di socialità che in precedenza erano stati tenacemente soppressi. Salzano mostra che nel tempo disastri epocali [non solo fisici, ma per questo non meno devastanti] si sono intrecciati con territori resistenti, e ci pone una domanda precisa: tu da che parte stai? Così ti ritrovi nel bel mezzo del golpe contro la riforma del regime dei suoli, alla frana di Agrigento, alla battaglia per il decreto sugli standard. O ancora ad affrontare la piaga dell’abusivismo, nei grandi scioperi che hanno posto la questione urbana del 1969. O a riproporre lo studio di una nuova forma urbis a Venezia e all’aver impedito la scomparsa della stessa città affossando l’Expò 2000. A combattere l’urbanistica liberista a sognare di fronte alle forme di resistenza dei movimenti.

Salzano, ricordandosi di essere maestro, ci indica una possibile sopravvivenza: scoprire nuovi interlocutori e il protagonismo sociale, che emerge dai territori. Per“farci riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno” [Calvino]. È per questo, mi piace pensare, che nel suo glossario non compaia quale alternativa a “consumo di suolo” la parola - oggi must - “densificazione” o quella, ancor più pericolosa, “interventi su aree extra standard”. Salzano ci dice che la scommessa della sopravvivenza della stessa città risiede nel saper ancora legare gli spazi alle persone.

Buon compleanno Eddy.

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