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Paolo Garuti
Semantica della moderazione.
22 Febbraio 2006
Le parole
Le ragioni lontane (o i risvolti profondi) di un aspetto della moderna confusione delle parole politiche. Da Il Martedì, gennaio-febbraio 2006

I reiterati appelli al popolo dei moderati chiedono al filologo una chiarificazione semantica, perché poche voci del nostro vocabolario politico presentano un così alto grado di polisemia nascosta e potenzialmente esplosiva. La storia anche recente conferma, infatti, la regola che tanto più i patti sono basati su linguaggi ambigui o polivalenti tanto più tenue e di breve durata sarà l’amicizia: poiché tutti si dicono moderati e amici dei moderati, vale chiarire i termini.

Dal punto di vista della forma grammaticale, moderato è un participio passato: in quanto tale può avere valore passivo o medio/riflessivo. Come pettinato può indicare tanto chi è stato acconciato da un barbiere, quanto chi si è passato una mano fra i capelli (quest’ultimo si distingue solo perché ha ancora qualche soldo in tasca). In senso passivo, i moderati sono coloro che qualcuno induce alla moderazione, convincendoli ad aggiustare, commisurare su parametri dati, pretese o energie. Il linguaggio ecclesiastico conserva questo senso quando chiama il presidente di una comunità, per ufficio mediatore fra tendenze opposte, moderator. In senso mediale o riflessivo, il termine definisce invece persone che amano e si impongono una certa misura nel pensare, fare o progettare. Infine, quando il termine dell’azione è l’intera società, la polivalenza funzionale del participio s’accresce d’un senso attivo, poiché, essendo parte della società medesima, il moderato tende ad imporre il modus e a diventare moderante, sino ad invocare la presenza di un moderator che moderi gli avversari, considerati s‑mod(er)ati.

Se dalla forma passiamo al contenuto della parola scopriamo che si porta dietro confusioni antiche. La radice indoeuropea originale è *med-, pensare, da cui provengono meditare, medicina (arte riflessa della salute) e, appunto, il latino modus, quantità pensata, peso, misura, i confini con cui la ragione delimita la realtà. Forse perché il modus = misura è spesso trasmesso da regole consuetudinarie e convenzioni acquisite (il metro, lo iugero, ecc.), un’antica assonanza unisce modus a mos = costume, facendo del moderato un tradizionalista (mosmaiorum) o un moralista (o tempora o mores). Ad altra allitterazione si deve un curioso spostamento nella collocazione fantastica del moderato. Dall’originario senso di misura, modus estendeva in latino il suo ambito di significazione al concetto di limite estremo. Admodumreverendus recita un’ossidata targhetta sulla porta di non so qual dignitario conventuale in San Domenico a Bologna. Da novizio pensavo che l’avverbio significasse abbastanza reverendo, e godevo di questa attenuazione nella piaggeria ecclesiastica; invece vuol dire molto reverendo (reverendo sino al massimo immaginabile, fino al colmo della misura, assolutamente reverendo). È in questo significato che si nasconde il pensiero creativo cui si riferiva l’antica radice *med-: misurare è anche inventarsi un modus, un limite cui tendere (ad). L’aggettivo modesto, al contrario, in senso positivo come negativo, illustra bene il significato opposto, una estensione del quale porta a modico, ovvero tanto al di qua del limite immaginabile da approssimarsi al punto da esso più lontano.

Nel linguaggio corrente, forse perché modus ha origine simile a medium = mezzo, il moderato non è l’ardimentoso che si spinge ad‑modum, né all’opposto colui che s’accontenta di modica vita, ma un tenace Odisseo dell’equidistanza (anche comodo viene da modus). Sarà per queste allitterazioni (e per colpa di stoici della risma di Persio) che la metriotes greca è ancora presentata ai ginnasiali come prossima alla latina mediocritas, aurea ossessione del giusto mezzo.

In conclusione, ipotizzando che un concetto ammetta una scalarità, il participio moderato definisce tanto il grado infimo, modico, quanto quello intermedio, moderator, quanto il sommo concepibile, ad‑modum. Se alle possibili confusioni che il linguaggio ingenera aggiungiamo quelle che derivano dal fatto che estremi e punto intermedio sono proiezioni, su una retta immaginaria, di valutazioni soggettive che è difficile mettere d’accordo, capiamo perché la moderazione abbia tanti interpreti e ingeneri tanti conflitti. E spinga, prima o poi, a cambiare retta di riferimento: dopo secoli di discussioni, da Jean sans Terre a Montesquieu, sulla natura più o meno assoluta, più o meno democratica, più o meno costituzionale della monarchia, ci si è accorti che si poteva far a meno dei monarchi e si fece una rivoluzione.

Una cosa è chiara: in politica il moderato non è rivoluzionario, poiché, quando anche condivide i sentimenti o intuisce le ragioni di chi vorrebbe cambiare le cose, non se la sente di appoggiarne l’azione o i mezzi. Questa posizione può esser considerata (ed essere di fatto) una scelta per l’equilibrio esistente: in tal caso, il modus coincide col punto intermedio, o con l’infimo. A sentir il moderato, chi volesse rovesciare una situazione che gli è sfavorevole deve accontentarsi di cambiarla solo a metà o quasi nulla. Tuttavia, questa moderazione non è l’unica possibile, poiché c’è sempre chi, pur non volendo sovvertire l’esistente, crede necessario modificarlo nella misura del possibile, ad‑modum, per evitare la catastrofe del conflitto a somma zero. Questo personaggio è in genere destinato al sacrificio, come le tante Cassandre che precorsero le grandi rivoluzioni e finirono vittime dei monarchi e dei regimi che volevano salvare, ad eccezione di chi sopravvisse per essere ghigliottinato o fucilato dalla rivoluzione vincitrice. Il realismo profetico di questa specie di moderato non piace ai difensori del reale così com’è ed è un ostacolo alla voglia di assolutamente altro che abita i sogni del sovvertitore. Soprattutto, vorrebbe impedire che chi dei conflitti vive ne ingeneri a suo piacimento: è il terzo o quarto incomodo in una storia che, purtroppo, lo riguarda.

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