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Amos Edallo
Ruralistica - Urbanistica Rurale (1946)
14 Marzo 2005
Urbanisti Urbanistica Città
Un interessante e non notissimo trait-d'union fra alcune petizioni di principio del Congresso INU 1937, e lo spirito progressista della Riforma Agraria degli anni '50. L'introduzione del volume Ruralistica, Hoepli 1946 (f.b.)

PREMESSE

LA RICOSTRUZIONE, ANCHE DAL PUNTO DI VISTA URBANISTICO DEVE INCOMINCIARE DALLA CAMPAGNA

La ricostruzione, è da augurarsi, si volgerà innanzi tutto a restituire la casa a chi l’ha perduta, cominciando dalle classi meno abbienti. Ma sarà irrimediabile errore, urbanistico e sociale, se tale ricostruzione avrà inizio nella città, anche se colà la guerra ha portato le maggiori distruzioni e, rovine. Se nella città esistono individui che hanno perduto la casa, nelle campagne vi sono intere categorie che una casa vera e propria non l’hanno avuta mai, cioè non hanno mai goduto di un’istituzione civile di vita e di lavoro.

La metodologia del procedimento, nella ricostruzione, sarà quella di partire dalle r a di ci della città, che si diramano fino alle più lontane località rurali le quali arrivano vicendevolmente per notevole sviluppo urbanistico alla città: è la campagna che arriva alla città, non viceversa.

Partire con la ricostruzione dalla città si. rivela quindi un fenomeno antinaturale e rappresenta un assurdo, anche se il ritorno alla città o la corsa alla città è una forza in atto, travolgente ma folle che costituisce il maggior pericolo per la ricostruzione e la renderà senz’altro convulsa e caotica.

Facendo arrivare allo spasimo, al suo eccesso il ragionamento, si potrà asserire: costruiamo in maniera meravigliosa anzitutto le campagne e lasciamo per ora le rovine nella città; rallentandone il rifacimento, porteremo un contributo essenziale al disurbamento ed all’urbanistica.

Fino a che i paesi rurali saranno peggiori dei quartieri operai, e così le case, e le condizioni di vita del contadino peggiori di quelle dell’operaio, parlare di disurbamento o di antinurbamento sarà pura follia.

Il problema rurale quindi è urbanisticamente collegato a quello delle città e non li si può considerare indipendenti.

Ciò abbiamo premesso perchè ci serva di monito e guida nel redigere le pagine di questo volume che si rivolgono particolarmente all’avvenire e riguardano la trasformazione dell’edilizia come strumento organizzativo della futura riforma agraria.


cascina in terreni asciutti cascina in terreni irrigui

PER LA CASA DEL CONTADINO.

Ogni attività umana si concreta nell’edilizia che riflette le condizioni di vita dell’uomo e del suo lavoro e ne denuncia il grado di civiltà. Così l’attività rurale, la cui attrezzatura architettonica ed edile si presenta ancora poverissima.

Eppure essa deve considerarsi come fulcro della vita di una nazione, la cui forza sicura e perenne viene pur sempre dalla terra, poiché la terra non muore mai, non tradisce mai. La sua architettura, la sua edilizia sono dell’ordine naturale della vegetazione e si associano intimamente alla spontaneità del processo vegetativo, ripudiano (salvo casi eccezionali) ogni finzione costruttiva, ogni decorazione: tutto in esse è funzionale.

Questo termine, oggi di gran moda, che fa esaltare o rabbrividire i teorici dell’architettura urbana, è da secoli in uso praticamente nell’edilizia, nelle opere e nel lavoro delle campagne, e le sue realizzazioni esulano da qualsiasi senso retorico, del quale in contrapposto troviamo spesso inquinata l’architettura cittadina espressa in un’estetica che fa del funzionalismo soltanto un motivo decorativo, al pari del “floreale” o del “liberty”.

L’architettura rurale che i tempi ci hanno tramandata è nata funzionale perchè la natura imprime al carattere degli uomini che la servono una linearità ed una onestà che sono ben lontane dall’ esibizionismo pseudo-stilistico della città.

Solo, questa architettura, questa edilizia della terra, questa organizzazione dei campi è stata ed è lenta nel rinnovarsi, nell’adeguarsi ai tempi: essa ci è giunta quasi come è nata, cioè funzionale solo rispetto ai sistemi agricoli antichi, di modo che, esatta e definita per altri tempi, non lo è più rispetto alle attuali esigenze del lavoro dell’azienda e della vita del rurale.

La casa è il fulcro delle nostre osservazioni ed intendiamo col nostro studio giungere a risultati pratici e diretti che si colleghino ad un concetto assolutamente realistico, definito, indipendentemente da ogni altra considerazione, riluttante decisamente da ogni atteggiamento di carattere pietistico.

Le nostre osservazioni nella scala del 25.000 (regioni e zone agricole), nella scala del 2.000 (agglomerati rurali), sull’organizzazione cellulare (azienda rurale) che rappresentano i passi del nostro studio saranno sempre in funzione di una riforma del trattamento e delle condizioni di vita del lavoratore, del bracciante salariato in particolare, al fine di dimostrare che le case rurali non debbono sorgere per gesti di carità, ma per una modificata economia nelle spettanze del contadino. Al concetto di carità si sostituisca quello di una solidarietà civile che consideri il contadino su un piano partecipante al consorzio normale della società. Il contadino non deve essere escluso dai benefici del progresso elargiti agli altri lavoratori: egli è un lavoratore e dev’essere considerato e retribuito alla pari di tutti i lavoratori. Poiché è ovvio che sia proprio l’insufficiente retribuzione che non gli consente economicamente un miglior tenore di vita, una casa sufficiente, ci proporremo di indagare quale sia il fenomeno che ritarda oltre l’appagamento delle sue legittime esigenze, e la possibilità di pagarsi il giusto affitto di una casa, sul piano di quella che già è stata destinata - dagli Istituti delle Case Popolari - ai lavoratori delle città.

Allo stato attuale, la rendita dell’organizzazione agricola sembrerebbe non consentire ciò, quindi per ottenere una soluzione del problema non pietistica e transitoria, ma realistica, si dovrà arrivare ad una riforma agraria che si rifaccia a queste considerazioni:

A) potenziare la produzione ed i redditi agricoli con sistemi di coltura razionale ed intensiva attraverso: un equo frazionamento delle proprietà e delle affittanze, un’efficiente meccanizzazione, un più esteso uso del silos per la conservazione del foraggio (specialmente nelle medie e piccole aziende), la regolazione e l’utilizzazione delle acque vecchie e nuove, un sistema di piantagione razionale degli alberi d’alto fusto, e infine l’adeguamento delle colture in base agli scambi internazionali intensificando le produzioni a carattere pregiato.

B) Adottare per ogni zona agricola sistemi di conduzione coerenti con la natura del terreno, con preferenza per le forme imperniate sull’affittanza a diretti lavoratori, sulla mezzadria, sulla compartecipazione, sul sistema delle cooperative e, dove ciò non sia possibile, sulla grande azienda (proprietario od affittuario non diretto lavoratore), dove però il contadino salariato abbia un trattamento pari a quello dell’operaio e la sua abitazione venga finalmente disimpegnata dall’ambito dell’azienda. (il contadino salariato deve vivere in una casa sufficiente, a lui destinata, situata in un paese, in un consorzio collettivo di vita civile: non sperso nella campagna e relegato in un cascinale).

C) Diminuire i prezzi delle costruzioni attraverso una progettistica evoluta della casa rurale, dell’azienda rurale, derivata da ben definite concezioni sociali e tecniche, dallo studio delle condizioni biologiche nella composizione attuale e futura della famiglia rurale.

D) Instaurare un’economia particolare delle case rurali autonoma rispetto al resto dell’azienda.

Può essere difficile stabilire fin d’ora quale sarà il rivoluzionamento delle colture e della produzione in vista di una riforma agraria. Essa dipenderà da condizioni post-belliche, le quali imporranno quell’indirizzo naturale che la contingenza detterà, per la tutela e la salvaguardia degli interessi nazionali in funzione internazionale. Tuttavia però, a priori, valutando la potenzialità produttiva delle diverse nazioni, si potrà intuire, come prima ed approssimata conclusione, che la ricchezza della nostra agricoltura avvenire non sarà legata al predominio delle nostre colture cerealicole, ma risulterà dal suo graduale adattamento a colture nuove per prodotti pregiati (frutta, vite, ecc.) e dall’intensificazione delle colture foraggere per una produzione prevalente di latticini e di carne da macello. Allo scopo occorrerà aumentare l’entità geometrica coltivata, ma occorrerà innanzitutto: primo, instaurare un sistema razionale per la preservazione e la conservazione dei foraggi; secondo, difendere e selezionare gli allevamenti attraverso igienici sistemi di stabulazione; terzo, far dipendere da un perfetto sistema organizzativo il processo produttivo.


cascinali in terreni a risaie paese a funzione solo agricola

I nostri propositi di potenziare le campagne collimano con i concetti fondamentali di conservare, attraverso al maggior utile che ne deriva (e che dovrà spettare al rurale), gli uomini alla terra.

La persistente emigrazione interna, il passaggio cioè di uomini dall’agricoltura all’industria è dovuto alle cattive condizioni di vita del rurale. Attualmente perfino le zone rurali più ricche sono soggette ad esodi considerevoli. In una provincia ruralmente ricchissima come quella di Cremona, la differenza tra emigrati ed immigrati fu per qualche anno di tremila persone, nonostante che quivi il reddito agricolo superi quello industriale, e l’incremento della produzione agricola, per i provvedimenti tecnici intervenuti, sia stato negli stessi anni ingentissimo: per il frumento di 160.000 Ql. (da 670.000 a 830.000), per il granoturco nostrano di 161.000 Ql. (da 1.021.000 a 1.182.000), per quello quarantino di 14.000 (da 37.000 a 51.480), per le barbabietole da zucchero addirittura di 275.000 Ql. (da 90.000 a 365.000), per il prato agricolo di 1 milione di Ql. (da 5.890.000 a 6.809.000). (Confronti tra la produzione del 1913 e quella del 1930).

La causa è quindi solo parzialmente da ricercarsi nell’insufficienza della campagna e nella sua scarsa capacità produttiva, e ciò si comprende se si riflette che con i sistemi salariali in vigore il guadagno del contadino salariato è quasi indipendente dal tenore produttivo della terra. Eccettuata la compartecipazione del granoturco e l’allevamento del baco da seta, il salario per patto colonico è valutato in quantità fisse, indipendentemente dal buono o cattivo raccolto: l’efficienza produttiva non gioca nell’interesse del salariato. Se si vuole che il contadino salariato (che è quello che generalmente emigra) rimanga legato alla terra, occorrerà che buona parte delle risorse economiche, attualmente fuorviate in favore di categorie che alla terra danno solo il nome sui registri della proprietà, venga riconosciuta di sua spettanza ed a lui rimessa; occorrerà farlo partecipare direttamente, in una qualsiasi maniera, ai benefici dell’incremento produttivo, cioè metterlo in condizione che al miglioramento produttivo agricolo, che può ancora verificarsi, corrisponda un miglioramento del suo tenore di vita. Ciò posto ed a questo scopo, in zone dove non si è ancora raggiunta la massima produttività, questa deve essere appunto potenziata e dove (pochi casi) l’efficienza massima è stata raggiunta, essa deve essere assolutamente conservata.

Ancora, la causa dell’emigrazione del rurale va ricercata nelle maggiori possibilità che gli offre la città di impiegare i membri della sua famiglia in industrie: in proposito si deve considerare che se in territori come quelli agricoli della Valle Padana non ci si deve augurare l’intensificarsi travolgente delle attività industriali (che sono da lasciare di preferenza a zone meno dotate in campo agricolo: zone asciutte od ingrate) la giusta ubicazione di qualche industria (specialmente industrie attinenti alla produzione agricola) non svilirebbe l’organismo o la purezza agricola della zona, ma contribuirebbe anzi alla agognata equiparazione della classe rurale con le altre classi lavoratrici.

Evidentemente, a ciò si potrà arrivare solo attraverso l’organizzazione di un piano generale rurale-industriale, che ponga come presupposto l’appagamento delle necessità vitali del lavoratore agricolo e specialmente del salariato, il quale non pensi oltre a disertare per i miraggi più proficui del lavoro industriale della città, e venga legato a questa benedetta terra ed alla campagna non solo dall’amore, ma dal benessere materiale che sarà reso possibile da una sua nuova organizzazione.

Il concetto di bonifica della terra, nella sua semplice espressione di aumentare geometricamente gli ettari coltivabili di una nazione è stato immediatamente capito. Quello della bonifica della vita e della casa del contadino trova la più forte noncuranza, specialmente da parte di quei proprietari (conduttori o non), di quei conduttori non lavoratori che sono numerosi specialmente dove le terre offrono pingui prodotti e disertano dove le terre sono ingrate. In altre parole, esiste la grande azienda con proprietario, fittabile, e salariato dove le terre sono buone: esiste la mezzadria e tutte le forme comportanti i diretti lavoratori dove le terre rendono poco (sono sabbiose, asciutte, acquitrinose, ecc.).

In generale è la mancanza di un capitale, talvolta di un piccolo capitale privato che obbliga e soffoca le forze del lavoro, che le tiene relegate nel loro miserando stato.

Eppure questa categoria di forti lavoratori sana e tenace potrebbe con una migliore educazione dirigersi da sé, senza che si pongano altre inframittenze tra essa e la terra (attualmente due e talvolta tre).

Gente capace di silenziosi e lunghi sacrifici, gente modesta ed onesta in generale, di fondamento morale, religioso, aliena da deviazioni e pervertimenti, questa gente è costretta alla servitù del lavoro obbligato per mancanza di un capitale.

Solo l’intervento legislativo dello Stato, coordinante la situazione sociale di tutte le categorie che producono, può essere risolutivo al riguardo. È lo Stato che deve attendere alla razionalizzazione delle attività in modo che il tornaconto dell’individuo confluisca nel benessere della comunità.

La casa è lo specchio delle condizioni sociali di chi la abita.

Il primo passo per migliorare le condizioni di vita del contadino è la bonifica della sua casa, cioè dargli i mezzi per averla e per conservarla. Occorre però vedere innanzitutto come essa deve essere costituita e costruita.

La casa dell’operaio gode oramai di una sua progettistica nazionale ed internazionale, ed in questo settore si conoscono indiscussi ed esaurienti studi tecnici ed economici.

Cosa si può contrapporre nel campo rurale ? Qualcosa di imponente e di vasta mole è stato promosso per l’abitazione e l’azienda delle bonifiche (Agro Pontino, Volturno, ecc.). Ma noi non intendiamo qui occuparci delle abitazioni di bonifica rurale, ma della bonifica delle abitazioni rurali, che concerne una massa enorme di abitazioni esistenti, interessa una parte preminente della popolazione, per cui la casa è rimasta allo stato primordiale, il che comporta un sistema organizzativo altrettanto primordiale.

L’edilizia attuale, come stato di consistenza e come sviluppo, è diretta discendente dall’antica. Ha raggiunto nelle varie regioni una particolare fisionomia che si collega agli usi di lavoro, ai tipi di coltivazione, ai sistemi di conduzione. Essa si è fissata nel tempo su caratteristiche edili ed organizzative che hanno valori propri, pratici e concretissimi, ma in tema di civiltà e di sviluppi tecnici e sociali da troppo tempo non ha fatto progressi, specialmente in paragone alle costruzioni ed all’organizzazione delle industrie ed alla tecnica costruttiva in generale.

La casa rurale in particolare è un settore di edilizia ancora estraneo ai progressi tecnici e non è adeguata all’andamento produttivo dell’azienda agricola attuale, neanche nella misura nella quale si sono adeguate, in molti casi, le stalle, le attrezzature meccaniche e gli edifici che riguardano direttamente il lavoro. Tutto è fermo, in contrasto stridente con un costume sociale che è in continuo sviluppo e che agisce sullo spirito del contadino.

L’organizzazione famigliare rurale nella sua forma biologica e sociologica ha subito sensibilissime modificazioni. Come considerazione dei sistemi lavorativi in uso: anche se praticamente si allaccia all’ordine antico delle grandi categorie inerenti ai fondamentali tipi di conduzione,

(lavorazione della terra a colonia con organizzazione famigliare delle parentele: la famiglia rappresenta un’unità produttiva completa e chiusa. in seno allo Stato,

lavorazione della terra con l’ausilio di mano d’opera bracciante salariata: l’individuo posto come “unità lavorativa”, indipendente dalla famiglia, rappresenta l’organo sociale),

si tende all’ordine sociale moderno del lavoro libero

(lavorazione della terra in comunità: il gruppo di lavoratori rurali che si erigono ad impresa cooperativa ne rappresentano l’organo sociale,

lavorazione della terra attraverso lo Stato).

Come riflesso spirituale derivante da modificati usi nei rapporti intimi della famiglia:

A) Come riflesso dell’emancipazione e della libertà della donna di città, la donna di campagna si è liberata dalla acuta soggezione all’autorità del padre prima, del marito poi. (il “voi” dalla moglie al marito è quasi scomparso, e così dai figli verso i genitori).

B) Per maggior educazione e cultura nella scuola e nella vita: attraverso la radio, il giornale, i rapporti più frequenti con i centri urbani, il contadino viene gradatamente liberandosi dal concetto tradizionale di lavoro “obbligato”. Egli si ribella all’ingerenza del conduttore nei suoi interessi famigliari, orienta la sua visione politica verso quelle forme di conduzione che pongono come premessa il lavoro della terra in proprio e momentaneamente (intanto che non può arrivare a questo) si orienta verso le forme di conduzione più progressiste. Inoltre procede con un senso nuovo e più libero nell’indirizzare l’attività dei vari componenti la famiglia verso le forme lavorative dell’artigianato e dell’industria. A questo modificato senso si oppone il conduttore, il quale ancor oggi considera come sostanziale privilegio della sua casta il diritto di libertà di cultura e di padronanza, mentre vorrebbe un contadino sottomesso ed allevato solo al senso del lavoro “obbligato”.

C) Per apporto del progresso, attraverso ai mezzi di comunicazione e di trasporto che offrono la possibilità, specialmente ai giovani durante il periodo del servizio militare, di conoscere nuovi mondi e nuovi metodi e li istruisce a nuove invenzioni, a più decenti sistemi igienici.

In questo stato di parziale dualismo contrastante di condizioni materiali (in maggioranza ferme) e spirituali (in progresso) è logico che i migliori, i più audaci sognino di abbandonare il tetto antico per l’appagamento delle loro “migliorate” esigenze in luoghi più rispondenti al loro spirito (città).

I limitati redditi agricoli di certi periodi sembrerebbero essere l’ostacolo maggiore ed il motivo che tiene legato il rurale salariato alla sua miserevole condizione. La terra però ha anche dimostrato che può rendere tanto da permettere a molti conduttori di fondi non diretti lavoratori di diventare essi stessi nel giro di poche generazioni i proprietari dei fondi da loro coltivati ed anche di altri.

A ciò non ha corrisposto generalmente, salvo casi estremamente meritori, un adeguato miglioramento delle condizioni civili di lavoro e di vita dei contadini, ciò per carattere specifico di un’economia privata imperniata sul tornaconto dell’individuo come l’attuale in uso: anzi le costruzioni. che si rinnovano sono limitatissime ed il privilegio del miglioramento avviene solo in quei settori che imprimono al fondo un aumento del reddito dominicale. I fabbricati che si migliorano così sono sempre le stalle, i silos, le case dei conduttori: mai o ultime le case rurali.

Questo stato di fatto viene giustificato con motivi di pregiudizio (i quali non possono essere considerati con serietà) : che il contadino se la gode, che sta fin troppo bene, che è un errore dotare la sua casa di certe comodità, che concedendogliele si creano degli spostati, che chi ha dotato la casa del contadino col bagno l’ha visto poi riempito di terra e seminato di patate, che chi ha rivestito le pareti della casa rurale di piastrelle in ceramica (che in città si usano per i gabinetti di decenza) le ha viste rompere dal contadino che aveva necessità di piantare un chiodo, che il contadino non apprezza, che il contadino non merita. Oggi i veri spostati sono, è vero, i contadini, ma solamente a causa delle loro pessime condizioni che non permettono loro di partecipare attivamente agli sviluppi del clima sociale e civile del mondo moderno. (Si è ben riusciti a superare per le abitazioni operaie questi pregiudizi che pure in un primo tempo avevano, anche in questo settore, frenato le iniziative).

È ovvio che alle condizioni attuali di li ber t à in ti ma dai vincoli medievali dovrà implicitamente corrispondere per i salariati, in un futuro non lontano, una libertà vissuta e riconosciuta. Quali saranno allora le condizioni di abitabilità, le condizioni per una nuova progettistica? Le case rurali anche recenti (ed additate dalle competenti istituzioni quali modelli da imitare) non rispondono allo scopo perchè, ripetendo gli schemi antichi, attribuiscono ad ogni famiglia un alloggio nell’ambito della cascina composto di una cucina e una o due stanze da letto e con gabinetti distanti dall’abitazione.

Il programma funzionale-costruttivo della casa rurale dovrà essere all’opposto dedotto (e non improvvisato) come fabbisogno vitale riferito alle esigenze della vita e del lavoro: fabbisogno concepito per l’interno (casa vera e propria), per “l’intorno” della casa (cortile, giardino, orto, rustici), per l’esterno (paese): elementi che integrano il valore dell’abitazione stessa.

Il paese rurale com’è attualmente (piccolissimo), il cascinale sparso per la campagna contribuiscono ad aggravare la miserevole consistenza della casa, peggiorando sopratutto lo stato educativo, igienico, sanitario degli abitanti.

Come primo fondamento, il caso rurale, quindi, come del resto quello urbano, ha da risolvere il problema della densità costruttiva, o il rapporto tra le parti costruite in relazione agli spazi liberi espressi nei loro valori planimetrici e volumetrici.

Il programma economico-costruttivo del problema rurale in generale non può uniformarsi all’attuale, specialmente per ciò che riguarda la casa rurale, il cui valore risulta conglobato col valore del fondo (il sistema non è redditizio né per l’azienda né per il rurale), ma prenderà una fisionomia di economia a sé, staccata dal resto dell’azienda.

I guadagni del contadino salariato sono quelli di spettanza (se ne vedrà la consistenza in altra parte) e sarebbe assurdo pensare ad un salariato che migliori da sé la propria abitazione e le proprie condizioni di vita.

Egli ha appena il sufficiente per esistere (vedi in proposito in altra parte del volume gli studi di medici che, attraverso le loro esperienze, tendono a dimostrare ancor oggi se il rurale si nutre sufficientemente in relazione al lavoro che compie). Ciò fa cadere qualsiasi presupposto che faccia colpa ad una sua presunta pigrizia, incapacità amministrativa o rassegnazione. Si è dimostrato che quando emigra esprime un atto di reazione contro la sua condizione.

Vogliamo pertanto promuovere (ed è quanto ci sforziamo di raggiungere) con questo volume che riguarda le regioni dell’alta Italia una progettistica approfondita nell’architettura rurale eliminando da essa i dilettanti, gli estetizzanti e coloro che operano sui canoni del passato; determinare e diffondere, regione per regione, zona per zona le norme costruttive per le case, per ogni edificio agricolo; inquadrare ogni cosa in piani generali e particolari: delle aziende, dell’agglomerato rurale riferito e collegato alla città, ai capoluoghi. In conclusione occorre razionalizzare l’attrezzatura edilizia e planimetrica dell’agricoltura; sacrificando dove necessita l’esistente, che quasi sempre si presenta irrazionale e vecchio. Una competenza progettistica deve instaurarsi nelle campagne in luogo dell’attuale competenza tradizionale per l’organizzazione e la razionale distribuzione degli edifici in agglomerati che siano in relazione all’agricoltura, alle abitazioni, alle aziende, ai luoghi di riunione, alla scuola, alla biblioteca, allo sport, ai divertimenti.

Dal momento che l’architettura rurale nel passato non ha rivestito le forme classiche dell’architettura degli stili e del “gusto”, ci potrà essere mossa l’obbiezione se questi esami rientrano nell’ambito dell’architettura e nelle mansioni dell’architetto.

Essi rientrano nell’ambito dell’architettura: 1°) come riflesso politico moderno (liberazione da deprecati sistemi in uso che legano il contadino in uno stato antistorico); 2°) per diritto di azione, rappresentando l’architettura rurale il simbolo dell’architettura organica (essa opera in stretto contatto con la natura e come la natura nasce e vive naturalmente in concomitanza con un organismo sociale rurale che imprime all’ambiente le condizioni utili per un’architettura antidecorativa).

Quindi architettura purissima perchè delle classi povere (non architettura povera) e il benessere che potrà ricavare l’umanità dall’apporto dell’architetto in questo campo sarà infinitamente più grande di quello che egli potrà recare operando per le case dei ricchi. Sarà architettura purissima perchè riflette stadi della vita dell’uomo (considerato il rurale un uomo qualunque) e condizioni sociali che si risolvono in edifici, in agglomerati di edifici organizzati.

Questi edifici stanno all’agricoltura come gli edifici cittadini stanno all’urbanistica. Ecco perchè di questi problemi generali e sociali ci siamo interessati e ci interessiamo appassionatamente. Ed a paragone dell’urbanistica che le è sorella ci è piaciuto foggiare una denominazione affine: RURALISTICA.

La ruralistica quindi deve suscitare il rinnovamento di questa organizzazione edilizia delle campagne pur mantenendosi nei limiti di sua pertinenza perchè, dobbiamo precisare, la ruralistica non rappresenta la disciplina o la tecnica delle colture e della coltivazione, né la tecnica agraria, ma, sul piano analogo col quale l’urbanistica opera per le industrie, deve attendere all’organizzazione edile di tutte le opere in funzione delle colture è quindi del rendimento della terra, in funzione della vita e dello stato sociale di chi, lavorando, la bagna di sudore.

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