loader
menu
© 2022 Eddyburg
Paolo Garuti
Matteo 23
3 Marzo 2006
Pensieri
Riflessioni a cavallo di venti secoli, da Gerusalemme. Apparirà in I Martedì241 - Marzo 2006, numero contenente il Dossier sui temi politici: "1946-2006: Nodi alla meta".

La minuscola valle del Cedron, in questi mesi d’inverno, è quasi un giardino: non è stretta fra polvere e lastre di tombe, c’è erba e qualche timido fiore. Resta però il cimitero di sempre, digradante verso la gola di Giosafat, ove si terrà, un giorno, il Grande Giudizio. Malgrado la storia e tante impietrite allusioni, Necropoli dei Profeti, Pilastro d’Assalonne, Tomba di Zaccaria, Cippo della Figlia di Faraone, traversare la valle, dal Getzemani alla città, è ancora angosciante: Gerusalemme, chiusa nelle sue mura in cima alla salita, è assediata dai morti, come se fosse lei la necropoli. Così parve a Gesù, negli ultimi giorni prima dello scontro, quando l’ostilità dell’establishment si andava facendo opprimente: guai a voi, scribi e farisei ipocriti, poiché siete come sepolcri imbiancati che all’esterno appaiono belli a vedersi, dentro invece sono pieni d’ossa di morti e di ogni putredine… Fra i sepolcri più belli, sormontata da una piramide destinata a raccogliere i raggi di vita dal cielo, la tomba che la voce antica diceva di Zaccaria. Non è vero, ma serve a ricordare la minaccia del Galileo: cadrà su di voi tutto il sangue innocente sparso in terra, dal sangue del giusto Abele fino a quello di Zaccaria figlio di Barachia, che uccideste fra il santuario e l’altare. Valle di ricordi e di violenza, pietre macchiate, dicono, dal sangue di Giacomo e di Stefano: Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati… Valle di glorie passate e di nostalgie. Teatro, già allora, d’immemore prosopopea: guai a voi, scribi e farisei ipocriti, poiché innalzate i sepolcri dei profeti e ornate i monumenti dei giustidicendo: «Se fossimo stati ai tempi dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro nel versare il sangue dei profeti». Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di quelli che uccisero i profeti e colmate la misura dei vostri padri! Gesù si sa morto, negli sguardi dei suoi avversari. Sente la tentazione del sepolcro, del cavo umido in cui rannicchiarsi per sempre, al riparo dalla luce troppo amara della propria parola. Gli altri, i vivi, amano celebrare il passato per assolversi, proclamare la propria innocenza quando non c’è più fomite a quel peccato. Esentarsi così dal vedere il sangue che scorre e trasferire la propria coscienza in un periodo ipotetico: se fossimo stati ai tempi dei nostri padri… La memoria immunizza? Gli improbabili celebratori credono nel progresso della virtù, pensano d’essere meglio dei loro antenati. Mentre in Gesù l’umanità è stanca, com’era stanco Elia il profeta, quando s’accasciò, scappando dal sangue fumante dei quattrocentocinquanta estatici preti di Baal, e disse: ora basta, o Signore, prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri (1 Re 19,4). Nessuno può dire dove sarebbe andato nei sandali dei suoi antenati. Gesù sapeva bene – invece – che i profeti erano morti ammazzati e che i figli di chi allora aveva il potere d’uccidere ce l’avevano ancora. Punto. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di quelli che uccisero i profeti. Nell’oggi che commemora il passato, i posteri possono essere (barrare la casella): giusti guerrieri esploratori scienziati artisti patrioti; oppure: pentiti vinti compunti coscienti solidali. Non importa: celebrano e stanno bene. Inni e monumenti li innalzano per attestarsi fieri su barricate da cui nessuno più spara. Comme par hasard, sovente dalla parte in cui c’è da guadagnare qualcosa, un po’ come quella di chi zittì d’una lapide l’antico profeta, che non piaceva al re, alla corte, ai sacerdoti, alla gente. La vita associata è un gioco – suggeriva Johan Huizinga – le cui regole ammettono il baro (che le sfrutta per ingannare il pollo), ma non il guastafeste: colui che distrugge l’incanto, che rivela l’assurdo della situazione. Così, Gesù sarà ucciso, lì, a Gerusalemme. Così i suoi discepoli: io mando a voi profeti, sapienti e scribi: quanti ne ucciderete mettendoli in croce, quanti ne flagellerete…Matteo si compiace d’ambientare questi discorsi in vista delle tombe del Cedron, sapendo che oltre la gola di Giosafat, ad occidente delle mura, corre la stretta valle dell’Innom, la celebre ed aborrita Geenna, luogo per nulla ameno, abbandonato alle bestie che si nascondono fra le pietre e gli sterpi: serpenti, razza di vipere, come sfuggirete al castigo della Geenna? Matteo però non seppellisce Gesù in questa condanna. Egli solo ricorda che, allo spirare del suo Profeta, il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra tremò e le rocce si spaccarono; le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che vi giacevano risuscitarono e dopo la risurrezione di lui uscirono dalle tombe, entrarono nella città santa e apparvero a molti(Mt 27,51-53). A Pasqua, la giustizia non resta ricordo, chiede, pretende di essere vita in una città di vivi. Ciò che mai avrebbero voluto gli uccisori dei santi, e con essi coloro che ne avevano addobbato i sepolcri.

Gerusalemme, Mercoledì delle Ceneri 2006

Questo articolo apparirà in I Martedì 241 - Marzo 2006, numero contenente il Dossier sui temi politici: "1946-2006: Nodi alla meta".

L'immagine è presa dal sentiero che dalle alture del monte degli Ulivi scende verso la valle del Cedron. Dal sito Archeogate.

ARTICOLI CORRELATI
© 2022 Eddyburg