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Maurice Aymard
La piazza nelle città del Mediterraneo
6 Aprile 2004
Pensieri
Da “Spazi”, di Maurice Aymard, in: Fernand Braudel, Il Mediterraneo.

(...)Lo spazio pubblico della città, dove l'uomo è tenuto ad apparire, fruisce, per sua stessa natura, di una duplice definizione. L'una lo differenzia rispetto alla casa, luogo del riposo e del sonno, ma spazio chiuso, privato, femminile, difeso e da difendere; l'altra rispetto al “paese piatto” al “paese vuoto” della campagna, spazio aperto, ma luogo dei lavoro e della natura. Esso si impone come lo spazio dell'azione senza lavoro: luogo del rituale e della festa, del gesto e dello spettacolo, dei piaceri e dei giochi.

Luogo del rituale: non vi è città che non abbia un fondatore reale o mitico, un eroe o un personaggio santo. Che non abbia un centro al tempo stesso politico e religioso. Che non abbia una cinta presso le mura che, come il pomerium romano, la separi nettamente dalla campagna e la ponga sotto la protezione divida. Che non abbia un orientamento chiaramente leggibile: quello della sua pianta, quando è regolare, del cardo e del decumanus che si incrociano ad angolo retto; quello del suo asse di sviluppo; quello delle strade che le hanno dato origine e si formano alle sue porte, ma la con- giungono, attraverso la campagna, il deserto o il mare, ad altre città; quello dell'abside delle sue chiese o della direzione della preghiera. Ogni città desume il proprio significato e la propria realtà da un sistema di punti di riferimento. Quale che ne sia la pianta, geometrica o spontanea, la città è organizzata per gli scambi tra gli uomini: e per gli scambi, ancor più che di beni, di segni e di simboli. È raro che l'importante sia la strada, luogo di transito stretto e ingombro che le case cercano sempre di annettersi come so fosse un cortile: basta mettere fuori qualche sedia perché il barbiere vi rada i clienti e i bambini vi facciano i compiti o giochino guardati dalle donne che cuciono o lavorano a maglia. Il vero centro della vita sociale è situato altrove, nella piazza dove sfocia tutta la circolazione confusa e caotica delle viuzze.

Sempre più difesa, finché sussiste una vita collettiva, dagli sconfinamenti dei privati, la piazza è il luogo pubblico per eccellenza, una costante dell'urbanistica mediterranea, a partire dall'agorà grecae dal forum romano. La Plaza Mayor, scenario obbligato e spesso fastoso delle città spagnole. Le piazze strette, addossate al porto, delle isole greche. Piazza della Signoria o del Comune nelle città dell'Italia centrale. Grande piazza di Dubrovnik (la Placa) che si estende dal- l'una all'altra porta della città e la divide in due. É il luogo degli incontri e delle chiacchiere, delle assemblee di cittadini e delle manifestazioni di massa, delle decisioni solenni e delle esecuzioni.

All'origine semplice luogo di riunione, la piazza si circonda ben presto di portici e arcate, ripari contro il sole e contro la pioggia. Ora accoglie solo eccezionalmente il mercato, mentre riunisce intorno a sé i principali monumenti religiosi e civili, cui serve al tempo stesso da anticamera e da proscenio: il tempio di Roma e di Augusto e la curia, la cattedrale e l'antico palazzo del Podestà. E l'espressione del successo materiale e politico della città. Quando quest'ultima si ingrandisce, si suddivide e si specializza. Al disotto della Piazza Maggiore si delinea tutta una complessa gerarchia, che riproduce quella della vita sociale: una piazza per ogni quartiere, per ori comunità etnica o religiosa; una piazza anche per ogni funzione, dal mercato al culto all'assemblea; una piazza dalle dimensioni di una strada - un “corso” - lungo la quale si allineano le case dei ricchi e le botteghe di lusso e dove sfilano processioni e cortei; a ogni piazza, in- fine, la sua coloritura, aristocratica o popolare. Anche nel più piccolo borgo, però, è sempre sufficiente uno spazio, anche di modesto proporzioni, vicino alla chiesa o al municipio, con un caffè, qualche albero e un po' d'ombra, perché gli uomini vi si ritrovino tra loro e diano vita alla piazza.

Il particolare destino delle città musulmane vi ha provocato una diversa strutturazione dello spazio, facendo saltare le funzioni della piazza. Al centro della città gli uomini non hanno altro luogo di riunione che la moschea e il suo cortile, circondato di madrase, hans e bagni. Qui vengono annunciate le decisioni del potere e le preghiere recitate in nome del sovrano. La vita commerciale si è insediata nei suq e nei bazar; altre piazze, però, probabilmente le più grandi, si sviluppano alle porte della città, dove arrivano le carovane e vengono scaricati i cammelli. Viuzze, strade e piazze disegnano cosi lo spazio del piacere. Qui il gruppo dà spettacolo e si contempla. Qui gli uomini che passeggiano, chiacchierano e si attardano non vengono per lavorare. Sono usciti di notte con la loro barca da pesca, hanno passato la giornata nei campi. Oppure, come tanti mediterranei, non hanno un'occupazione regolare, lavorano soltanto pochi giorni all'anno, in attesa di un ipotetico impiego. Oppure ancora, e oggi sempre più spesso, hanno alle spalle una vita di lavoro trascorsa in America o in Germania, in Venezuela o in Australia, e sono tornati a finire i loro giorni a casa. Il tempo della città può cosi imporre il proprio ritmo, che non è quello, monotono e regolare, del lavoro, ma quello, discontinuo, del silenzio e della parola, delle lunghe discussioni che precedono qualsiasi decisione, accompagnano qualsiasi affare, commentano qualsiasi evento. E il tempo della passeggiata, del paseo. è il tempo in cui si sorbisce lentamente l”ouzo”: non si entra al caffè per bere, ma per rivestire il proprio ruolo in una società di uomini. E, infine, il tempo del gioco, che ha una così grande importanza nella vita dei mediterranei. La partita a carte, un quadro di Cézanne, una scena non meno celebre di Pagnol... Ma anche le scacchiere per il gioco della dama ritrovate sulle lastre di pietra del foro romano, gli astragali e i dadi, simbolo, con Cesare, dell'azzardo. Si giocherà dunque dappertutto, quando si è poveri in strada, ma più spesso in un luogo pubblico, al caffè o nei ritrovi all'aperto, oppure, quando si accentuano le differenziazioni sociali, al club o al circolo. Ogni città andalusa ha cosi il suo "circolo dei Lavoratori", ogni borgo siciliano i suoi circoli rivali dei “galantuomini”: un luogo che rompe la solidarietà sociale, certo, ma in cui ci si ritrova tra uguali, per conoscere e sfidarsi, perché la sfida accompagna sempre il gioco.

Certo, vi sono città industriose e indaffarato, come Barcellona, Marsiglia o Genova, oggi travolte dalla corrente di quell'economia mondiale che ieri avevano saputo dominare. Ma sono, in un certo senso, casi eccezionali. Altrove continuano a prevalere, come prevalevano nell'Atene di Pericle all'apice della sua potenza artigianale e mercantile, i valori dell'ozio: il lavoro, se non più agli schiavi, rimane comunque destinato agli altri. E la sola attività che abbia in ogni città un ruolo riconosciuto - il commercio, lo scambio di beni - tende a vivere al ritmo del tempo del piacere. Nessuno, come è noto, ha interesse a concludere un affare troppo in fretta. Vendita e acquisto, guadagno o perdita sembrano passare in secondo piano rispetto al piacere del mercanteggiamento, della discussione prolungata all'infinito, interrotta e ripresa, che si conclude solo quando i due protagonisti possono orgogliosamente felicitarsi l'un l'altro per aver condotto cosi bene il gioco.

Per quanto importante, tuttavia, vivere sotto gli occhi degli altri non potrebbe costituire di per sé un fine sufficiente. Lo spettacolo si estinguerebbe nella sua stessa gratuità se, da individuale, non diventasse collettivo. Nasce cosi l'esigenza delle grandi rappresentazioni che mobilitano il gruppo nella sua totalità, e gli consentono di provare, nel senso più completo dei termine, la sua coesione: esprimerla, verificarla, coglierne tutta la potenza, attingerne rinnovata fiducia. Tali rappresentazioni segnano i momenti culminanti della vita sociale. Nell'antichità c'erano il teatro, i giochi dei circo, le corse di carri e i combattimenti di gladiatori, la cui condanna da parte dei moralisti dell'impero romano, pur giustificata dalla loro degenerazione, ce ne fa dimenticare l'origine e la dimensione religiose. Oggi troviamo dappertutto o quasi lo sport, la corrida nell'area spagnola, le grandi feste religiose e civili che ancora si celebrano in alcune città italiane, e che testimoniano di un passato recente. In ogni caso, si tratta di spettacoli di uomini, agiti da uomini per gli uomini.(...)


Un albero, una piazza, una città Fotografia di G. Berengo Gardin Carloforte (Sicilia)
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